“Diaz”: il film e le polemiche

3 maggio 2012
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Sono grato al manifesto perché è uno dei pochi giornali dove qualcosa di simile ad un autentico dibattito sembra ancora possibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che trovi sempre tali dibattiti fondati. Reputo, ad esempio, fuorvianti le polemiche emerse intorno al film di Daniele Vicari, Diaz, incentrato sull’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001. Le reputo fuorvianti, ma significative. Gli attacchi al film di Vicari manifestano uno schematismo mentale che mi pare tipico di certi ambienti della sinistra radicale. Non è un discorso, però, che si può generalizzare. Sulle pagine dello stesso manifesto possiamo infatti trovare giudizi sul film del tutto opposti, espressi da persone che, in realtà, sono da un punto di vista politico estremamente vicine. Lo schematismo, a cui faccio riferimento, non è quindi ascrivibile a delle specifiche opinioni o pratiche politiche, ma più generalmente ad una certa idea del rapporto che dovrebbe intercorrere tra l’arte e la politica. Da questo punto di vista credo che abbia ragione Daniele Vicari, quando risponde, tacciando di “zdanovismo” molte delle critiche che “da sinistra” sono state fatte contro il suo film. Il problema riguarda in fondo quello che un militante politico si aspetta da un film di finzione. È quindi ancora il vecchio rapporto tra politica e arte, che fa capolino in questa faccenda.

Ho partecipato alle proteste contro il G8 del 2001 a Genova a partire da giovedì 19 luglio, partecipando al corteo dei migranti. E me ne sono andato la sera di sabato, riuscendo a prendere un treno diretto a Milano. Ricordo questo fatto, non per rivendicare un qualche privilegio del testimone (“io c’ero”), ma per sottolineare che la vicenda politica del Genova Social Forum e più in generale del movimento internazionale che in quei giorni si espresse in città è qualcosa che mi ha coinvolto in prima persona, anche se più come simpatizzante che come militante attivo nell’organizzazione degli eventi. Tutto quanto è accaduto in quei giorni è qualcosa, quindi, che mi riguarda e sotto un duplice profilo: da un lato, in quanto partecipe di un movimento politico ampio e eterogeneo che contestava l’ordine esistente, dall’altro, in quanto semplice cittadino di una paese democratico, dove questo tipo di contestazione non è vietata per legge. Per questo motivo, ho seguito in questi anni le inchieste giornalistiche, i documenti di testimonianza, gli esiti dei processi intentati alle forze di polizia, tutto quel vario lavoro, insomma, che ha contribuito a fornire una ricostruzione il più possibile chiara e oggettiva dei fatti. L’essere stato presente a Genova durante i tre giorni delle manifestazioni contro il G8 non mi ha permesso, infatti, di farmi nessuna visione globale della cose, come è inevitabile in questi casi. L’esperienza diretta che ho avuto di alcuni avvenimenti non mi avrebbe garantito da sola alcuna comprensione della dinamica generale del disastro, se non avessi potuto ricostruirlo successivamente, attraverso la raccolta di altre testimonianze dirette e indirette. Questa è stata una delle prime lezioni di Genova 2001, “la visione dal basso”, l’occhio del testimone, la partecipazione diretta non sono mai esperienze sufficienti per comprendere eventi collettivi di una certa complessità. Ed è proprio, anche per questo motivo, che ho deciso di andare a vedere Diaz.

La motivazione che mi ha spinto è stata probabilmente duplice. Sono andato a vedere il film, sperando innanzitutto di poter aggiungere un ulteriore tassello al mosaico che ho costruito negli anni. Nello stesso tempo, però, sono andato per assicurarmi che il film Diaz parlasse davvero di quanto io sapevo essere accaduto in quella scuola. Una parte di me andava a vedere il film per scoprire qualcosa di nuovo, un’altra parte ci andava per assicurarsi che quanto già sapeva fosse nel film presente. Quello che ho visto non mi ha deluso, se faccio riferimento almeno a quest’ultima motivazione. Ho trovato il film adeguato al suo scopo. Diaz è un film di denuncia. È un film che mette in scena un evento scandaloso, che non può non scandalizzare. Un evento che è nello stesso tempo traumatico: il trauma per eccellenza di tutte le società che evolvono all’interno di regimi politici democratici. Non è sufficiente parlare di “sospensione dei diritti” e di “stato d’eccezione permanente”. Nella vicenda della Diaz vi è qualcosa di più elementare: la metamorfosi del protettore in persecutore, del medico in torturatore. L’ordine democratico, per imperfetto che sia, è quello che ci permette di immaginare un baluardo istituzionale alla barbarie della pura prevaricazione. Anche la critica marxiana ai regimi democratici moderni nasce dall’insufficienza di questo baluardo, non dal suo carattere superfluo o ingiustificato. Ognuno di noi è stato un bel giorno confrontato con l’orrore del mondo. Ognuno di noi ha preso atto dell’esistenza dell’assassinio, dello stupro e della tortura, come eventi reali, per rari ed eccezionali che siano. Ma il prete pedofilo o il poliziotto torturatore ci pongono di fronte all’estrema vertigine del male: uno scenario da incubo, in cui il sentimento anche limitato di un bene possibile pare del tutto sradicato. Uno scenario che, per episodico che sia, non è in nulla diverso rispetto all’esperienza estrema del campo di sterminio: l’organizzazione istituzionale del sopruso illimitato dell’uomo sull’uomo. Quando la tensione tra crimine e istituzione si dissolve, quando il crimine è realizzato col pieno sostegno e la piena approvazione di un apparato istituzionale, ci stiamo già inoltrando in quel territorio folle, totalitario, che il nazismo ha incarnato storicamente nel modo più compiuto.

Il film di Daniele Vicari ha un merito indubitabile: mostra che questo esiste. “Esiste”, significa è reale, è accaduto, è già accaduto, e proprio da noi, nel nostro paese. L’incubo si è già realizzato una volta. Non è più una fantasia macabra e terrorizzante, un’esagerazione della mente, un’eventualità troppo remota per toccarci nel corso di un’intera vita. In questo senso Diaz è un film di denuncia. E nella denuncia di questo evento traumatico e scandaloso si esaurisce tutta la forza del film. Ciò che, infatti, è fondamentale nel ritaglio narrativo scelto dal regista non è semplicemente l’avvento del poliziotto torturatore o, se vogliamo, del poliziotto criminale. Fondamentale, nel film, è la decisione di scatenare un massacro sotto gli occhi di tutti. Ancora una volta, ciò che più sconvolge dell’episodio Diaz è il fatto che sia stato ordinato nel corso di un summit mondiale, con l’attenzione dei media ufficiali e di movimento puntata da settimane su Genova e, in modo ancora più ossessivo, da venerdì 19, giorno dell’uccisione di Carlo Giuliani. L’azione totalitaria può essere realizzata a volto scoperto, di fronte ad avvocati, giornalisti di tutto il mondo, società civile, cittadini di destra o di sinistra. Vicari ha fatto riferimento alla riflessione contemporanea intorno allo “stato d’eccezione”, come condizione retorica e politica che permette ai regimi democratici di approntare al loro interno spazi ed episodi totalitari, senza trasformarsi per forza in dittature. Modello di questa strategia è stata l’amministrazione Bush dopo l’11 settembre. In Italia, però, lo “stato d’eccezione” che a Genova è stato messo in atto ben prima dell’episodio della Diaz non ha dovuto attendere attentati terroristici sanguinari né reazioni emotive di massa per trovare una qualche legittimazione.

La forza, ma anche il limite del film di Vicari, sta nella sua volontà di denuncia. Scrive giustamente Bertinotti nel manifesto del 20 aprile 2012: “Diaz è un film meta politico, perché ci mostra come nello stato di eccezione il potere sia incondizionato e incontrollato e mostri il suo volto disumano e disumanizzante”. Proprio per questo motivo, Vicari ha bisogno di fare riferimento a un fatto storico ben determinato, senza però rinunciare a considerare questa vicenda come esemplare. Da questo punto di vista mi sembrano fuori bersaglio le accuse di non aver citato i nomi dei vertici della polizia condannati il 18 maggio 2010 dalla corte d’appello del Tribunale di Genova. Quei nomi sono già stati resi pubblici sulla stampa e nella sentenza del processo d’appello a cui il film si riferisce esplicitamente nella titolazione finale, che stabilisce un nesso univoco tra verità giudiziaria e narrazione cinematografica. Il trauma dell’istituzione che programma il crimine non può essere né attenuato né reso più intollerabile dalla semplice aggiunta di quattro nomi e cognomi, che lo spettatore finirà per dimenticare nel giro di una mezz’ora, a meno che già non li conosca, per aver seguito in modo approfondito la vicenda processuale. Il vero limite del film di Vicari sta semmai proprio nell’aver voluto basarsi sulla verità giudiziaria, limitandosi a una cronaca dell’orrore. Ripeto, la cronaca dell’orrore credo sia necessaria. (Ora la vicenda della Diaz non è solo nella memoria di chi ha partecipato al movimento altermondialista, non è solo depositata in una sentenza di secondo grado, ma viene fissata in un’opera cinematografica che la rende accessibile a un pubblico più ampio e la integra non solo nella memoria politica ma anche in quella culturale del paese.) Tale cronaca però non permette di sondare in modo più articolato e sottile quella realtà che fa scandalo. Quali motivazioni hanno mosso i poliziotti massacratori, sia al vertice della catena di comando che negli esecutori?

Pierluigi Sullo sul manifesto del 18 aprile, in un articolo intitolato“Il medioevo della fiction”, stronca il film di Vicari, considerandolo l’espressione di “una specie di revisionismo storico sommario e dilettantesco, in cui la storia del nostro paese, e dei grandi movimenti che l’hanno attraversata, diventa un’incomprensibile mischia in cui si perdono i rispettivi ruoli nella tragedia e i cattivi o sono buoni o si sono assentati”. Un regista, in Italia, secondo Sullo, dovrebbe supplire attraverso un solo film al compito dello storico, probabilmente anche a quello del magistrato, e dell’intera classe politica che non ha voluto una Commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti del G8 genovese. Qui io vedo un problema cronico nel nostro paese, che è quello delle “supplenze obbligate”. La richiesta che l’artista supplisca alla latitanza di un discorso storico sufficientemente rigoroso e condiviso assomiglia a quella tentazione tanto diffusa in una parte ben più moderata della sinistra italiana che ha cercato attraverso l’azione della magistratura di supplire alla mancanza di responsabilità politica e di una memoria storica condivisa sulle vicende cruciali degli ultimi quarant’anni. Ogni volta si vuole superare un’insufficienza grave della vita politica e civile del paese forzando ruoli e funzioni. Certo, vi sono situazioni estreme in cui tale forzatura è in qualche modo inevitabile. Ma a più di dieci anni dai fatti di Genova si può chiedere a un film qualcosa di un po’ diverso che riprendere il discorso di denuncia politica ripetuto per tutto questo tempo dai reduci del movimento. Non che tale discorso non sia importante, ma esso segue e seguirà le sue strade, sedimenterà attraverso i suoi canali. E il film di Vicari ne è stato inevitabilmente condizionato. Il solo fatto di aver scelto quel soggetto, mostra che il regista è pienamente consapevole dell’importanza di quanto accaduto durante il G8 per la storia odierna del nostro paese e non solo per essa.

A Sullo tutto ciò non basta. Egli riprende le critiche al film di Vittorio Agnoletto, e scrive: “Ma cosa ha scritto Vittorio di tanto urticante? Sostanzialmente che nel film (in questo come in quello su Piazza Fontana, aggiungo io) non si capisce nulla delle ragioni di fondo di tutti gli eventi. E questa ragione è il movimento. E, aggiunge Agnoletto, oltre al capo non c’è nemmeno la coda, ovvero i politici e i capi della polizia che organizzarono la ‘macelleria messicana’”. Trovo che posta in questi termini la critica sia abbastanza assurda o semplicemente troppo rozza. Come si può raccontare in modo credibile in due ore di film la storia di trecentomila persone assieme a quella dei trecento poliziotti che sono intervenuti nel pestaggio dei manifestanti presenti alla Diaz. Sullo parla del “movimento” come se si trattasse di un protagonista ben identificabile, con un profilo omogeneo e netto, che si potrebbe catturare con uno spostamento di telecamera e includere una buona volta nelle scene del film. Sinceramente non so immaginarmi come potrebbe essere un film che volesse raccontare la storia di quei trecentomila manifestanti, che per alcuni giorni, muovendosi da varie parti del mondo e dell’Italia, si sono trovati a Genova. A cosa pensano Sullo e Agnoletto: un film retorico-realistico in stile statunitense, con i protagonisti del film che corrispondono ai leader del movimento e parlano in una limpida oratoria anti-capitalistica? Una visione panoramica ed eroica che incarni in qualche personaggio suggestivo e carismatico le aspettative al mutamento di una popolazione estremamente eterogenea di militanti e simpatizzanti? Oppure s’immaginano una versione ironica e anti-realistica alla Godard? Od una amaro-picaresca alla Taviani in stile Allónsanfan? O un mosaico alla Jarmusch di tante storie anodine, come la mia, ai margini dello spargimento di sangue e fatte di piccole scoperte e fragili incontri?

In realtà, la lamentela di una mancanza di centralità del “movimento” – anche quando il soggetto esplicito del regista è un avvenimento che riguarda innanzitutto l’azione della polizia – fa pensare a una sorta di narcisismo, di continua necessità di rimirare se stessi, laddove la sfida vera, in una caso simile, consisterebbe nel penetrare le motivazioni dell’altro: quel poliziotto dal volto disumano, che può impassibilmente ordinare un massacro od eseguirlo. A più di dieci anni di distanza dai fatti, per me rimane questo, oggi, l’aspetto più enigmatico. Com’è possibile che dei poliziotti italiani abbiano potuto varcare una tale soglia di barbarie? Qualsiasi risposta riduttiva e univoca la sento come una falsificazione. Una volta che abbiamo appurato che dietro il massacro della Diaz c’è una responsabilità di uomini dello Stato e un tornaconto politico notevole non abbiamo fatto altro che compiere il primo passo di questa esplorazione. Io chiedo all’arte qualcosa che un’analisi politica o una sentenza giudiziaria non mi possono dare. Io chiedo di capire come, attraverso quali meccanismi, sottoculture istituzionali, abitudini e gerghi di clan, mitologie di corpo, competizioni interne, malintesi, cinismo politico, si pongono le condizioni per rendere banale la tortura esercitata da uomini dello Stato su persone innocenti e indifese. Mi rifiuto di pensare che la democrazia sia una fragilissima maschera atta ad adombrare una sorta di perpetua “macelleria messicana”. Proprio per questo sarebbe nostro interesse, al di là della denuncia politica e del sostegno per una verità giudiziaria, interessarci a come il potere democratico prepara le sue eccezioni. Soprattutto, per me, manifestante a Genova, simpatizzante del movimento, l’enigma da penetrare non riguarda prioritariamente quando accaduto nel mio campo, ma in quello delle forze dell’ordine. Ciò che mi continua a sfuggire è non tanto la logica politica, ma quella umana e sociale che ha guidato i comportamenti dei poliziotti massacratori. Quello per me è un territorio in gran parte sconosciuto nei suoi interni meccanismi, non semplicemente riassumibili sotto il termine “apparato repressivo”.

Ciò che rimane incompiuto e deludente nel film di Vicari è proprio l’esplorazione di questo versante. Vicari è rimasto troppo allusivo, ma non per ragioni di fantomatica autocensura, non perché mancassero sottotitoli a caratteri cubitali con il nome e il cognome dei vari vertici della polizia (De Gennaro, Canterini o Gratteri). Egli si è concentrato sulla restituzione della violenza poliziesca, non riuscendo che in piccola parte a scandagliarne i presupposti sia individuali che collettivi. Ma proprio su questo terreno un film di finzione avrebbe potuto rendere visibile tutto un immaginario, indagato criticamente, dei diversi corpi di polizia. Una tale visuale potrebbe aprire a sua volta un dibattito pubblico intorno alla “cultura” propria delle forze dell’ordine in Italia e alla mancanza di un codice deontologico che ne vincoli l’operato. La situazione oggi non è molto cambiata rispetto a quanto scriveva Salvatore Palidda nell’introduzione del suo libro del 2000 Polizia postmoderna: “in Italia la polizia è stata quasi sempre un oggetto quasi totalmente ignorato dalle scienze politiche e sociali”. A maggior ragione, questo particolare “mondo sociale” rimane in gran parte estraneo sia al cittadino comune che al militante.

Tag: , , , , , , , , , , , ,

82 Responses to “Diaz”: il film e le polemiche

  1. Nunzio Festa il 3 maggio 2012 alle 11:50

    Io sono convinto che, ancora una volta, il gioco dell’Intellettualismo davvero ‘a tutti i costi’, in questo caso alla Sullo, non restituisca all’opera quindi i suoi meriti, partendo da quanto scritto da Andrea Inglese; io penso, e le sensazioni che ho provato forse lo dimostrano, che l’opera cinematografica di Vicari sia alla fine ben fatta – utile, persino, al popolo italiano: un’ottima creazione: e non dunque un prodotto, più precisamente un prodotto-politicizzato (o – da – usare quale arogmento di polemica di parte); ma le critiche “da sinistra” sono e saranno sempre queste.
    di certo ho notato la pecca di non citare i vari fascisti, La Russa e Fini per dire, a diriger la violenza.
    epperò ho visto in fondo tutta la forza d’urto e le falsità usate per modellare la nostra presenza Altermondista a immagine e somiglianza e speculazione della persone che hanno commentato solamente grazie alle diffusioni della televisione.
    Ricordo, per dire, che tornando al mio paese ho dovuto raccogliere le lagrime d’un anziano e malato ex socialista che mi diceva d’esser scampato a un massacro alla tambroni e allo stesso tempo insomma le puttanate di molte altre persone che avevano visto i black blok distruggere genova e applaudivano alla polizia che era intervenuta al fianco dell’italiano medio dell’ex Belpaese sempre e ancora clerico-fascista.

    b!

    Nunzio Festa

  2. andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 12:14

    Sì, anch’io penso che il film di Vicari, con i suoi limiti, sia un film necessario. Ed è necessario per le ragioni che ricordi tu. Che certe persone non lo capiscano, ciò dipende dal fatto che troppo poco ascoltano quanto le persone non “schierate” dicono e pensano di Genova. Non si può pensare che i fatti della Diaz siano una faccenda che riguarda il movimento e lo Stato, come se si trattasse di una privata partita. Quella faccenda dovrebbe riguardare tutti. Anche le persone che votano a destra e non condividono per nulla le idee del movimento che là si espresso. La critica che si potrebbe fare al film di Vicari è semmai di non aver potuto permettersi troppe sottogliezze e sfumature, articolazioni e complessità. Ma questo dipende dal fatto che Vicari sa a chi si rivolge. Sa che deve parlare non solo a un pubblico di militanti, ma di persone che a Genova non ci sono state e hanno compreso l’evento attraverso le interferenze della propaganda politica e dell’approssimazione e – a volte – della viltà giornalistica.

  3. maria il 3 maggio 2012 alle 13:00

    Non si può pensare che i fatti della Diaz siano una faccenda che riguarda il movimento e lo Stato, come se si trattasse di una privata partita

    maria
    mi è piaciuto molto il tuo testo andrea e in particolare sottoscrivo questo passo, non si tratta di discutere tra compagni ma di mostrare a tutti, e dicendo tutti penso al pubblico cinematografico che è appunto eterogeneo, fatti gravissimi accaduti in italia, un film per quanto “militante” come lo avrebbero voluto credo agnoletto e sullo, non potrà mai essere un libro o un’inchiesta, strumenti in grado, per loro natura, di approfondire anche responsabilità politiche collocandole nella storia di un paese; un film di denuncia “divulga” in un certo senso ,e mostra anche ai più distratti o ai giovanissimi cose che parlano con la forza delle immagini e credo che ai fini di far conoscere e sapere di più su quelle vicende possa bastare anche se non è tutto.

    Ecco casomai accoglierei la critica che oggi fa Luis Mario Borri sul Manifesto e che riguarda l’omissione dai titoli di coda ” dei nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati”. Forse questo poteva essere fatto.

  4. francesco pecoraro il 3 maggio 2012 alle 13:58

    opterei per il mosaico alla Jarmusch, metti.

  5. teo il 3 maggio 2012 alle 14:12

    boh, anch’io vedo le critiche di chi, agnoletto e altri, considera l’assenza di nomi e riferimenti alla realta’ processuale e non, come “out of scope”, anzi, per assurdo, la sua indeterminatezza nell’individuare le responsabilità é uno dei maggiori pregi, meriti, del film di Vicari.
    Perché chi continua a pensare che il problema della scuola diaz, o di genova tutta, siano le responsabilità e le condanne addossate o meno ai singoli colpevoli, e non quello di un intero apparato repressivo (che è ben piu’ ampio del singolo corpo di polizia, ma che va dalla politica tutta, ai media, all’intera opinione pubblica che é il vero deus ex machina del leviatano in blu ) che, al giorno d’oggi, non é stato minimamente scalfito da quegli eventi, anzi dimostra giorno dopo giorno di essere in piena forma..beh, chi pensa quello,non aveva capito granché 11 anni fa, figurarsi oggi..
    quello che mi ha deluso molto di diaz é semmai la sua poca verosimiglianza con quelle giornate genovesi, col caldo atroce, con la stanchezza tenuta nascosta solo dall’adrenalina, dalla paura che dietro ogni angolo.. dai ronzii degli elicotteri sempre sopra la testa, le sirene ovunque, l’impossibilità di comunicare etc etc.
    il film fa arrivare alla scuola diaz dei reduci di un corteo dei pensionati, non chi veniva da due giorni…terribili
    invece nel film si fanno piacevoli conversazioni al cellulare e il pulman dei vicentini saluta con un colpo di clacson il simpatico vecchietto.
    questa decontestualizzazione, questa mancata verosimiglianza si’, che secondo me, è una grossa pecca di “diaz”, fa sembrare la tragedia un episodio, quando invece non é stato altro che il normale svolgimento del copione.

  6. helena janeczek il 3 maggio 2012 alle 14:31

    per chi non l’avesse visto, vi linko il commento di Ida Dominijanni che ho trovato molto centrato. Poi se riesco, più tardi, dico pure la mia :-)

    http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/2012/04/ida-dominijanni-dove-arriva-limpronta-di-diaz.html

  7. maria il 3 maggio 2012 alle 15:52

    Non capisco perché indicare i nomi dei colpevoli equivalga a non avere consapevolezza della responsabilità dell’apparato repressivo ,della politica, dei media e di tutto il resto-

    Gli esecutori sono una parte e nemmeno la più importante ma che riporta tuttavia sempre al tutto, si è visto con Cucchi, con Aldrovrandi, si vide con Serantini se vogliamo tornare indietro nel tempo, ma quanti esempi potremmo fare..

  8. gherardo bortolotti il 3 maggio 2012 alle 15:57

    @andrea:

    però, con la richiesta di un’analisi ulteriore dei corpi di polizia (“Egli si è concentrato sulla restituzione della violenza poliziesca, non riuscendo che in piccola parte a scandagliarne i presupposti sia individuali che collettivi”), mi sembra tu stia formulando una richiesta analoga a quella di agnoletto, ovvero (alla buona): facciamo un passo oltre la tematizzazione dell’orrore, la drammaturgia degli aguzzini e delle vittime, e capiamo di che cosa stiamo parlando. perché appunto non stiamo parlando di un’epifania del male, dell’orrore, ma di una vicenda concreta, storica, effettiva. politica: di scelte, di soggetti che fanno delle scelte, di soggetti che subiscono delle scelte.
    se non entra dalla porta, la questione che pongono agnoletto e altri e che vicari considera zdanovistica, sembrerebbe rispuntare dalla finestra. e sullo specifico del film mi fermo qui perché non l’ho visto (ma, insomma, sembra proprio che gli manchi qualcosa ;-).

    la questione delle “supplenze obbligate” invece è un po’ scivolosa perché sembra assegnare all’arte una dimensione politica più o meno impropria, avventizia o emergenziale e invece l’arte è politica, sa di politica, fa la politica, sia nel senso più ampio (più nobile, direbbero alcuni – non io ;-) sia nel senso più spicciolo. e sappiamo bene che la dichiarazione di apoliticità da parte di più di un autore o di una corrente è spesso lo strumento usato dai medesimi per un proprio specifico posizionamento politico. è vero che in italia c’è stata e c’è una sorta di “epica” delle stragi, dei misteri italiani e così via che, sotto certi punti di vista, ha funzionato non come pungolo civico ma come valvola di sfogo per frustrazioni vissute in altre sedi. è giusto quindi stare all’erta sul problema che sottolinei. ma la questione di sullo mi sembra un altra: tu regista che hai scelto un tema politico (e direi proprio che gli eventi della scuola diaz lo sono!) perché lo moduli trascendendo la dimensione politica?

    e, al riguardo, non capisco davvero questa domanda “Come si può raccontare in modo credibile in due ore di film la storia di trecentomila persone assieme a quella dei trecento poliziotti che sono intervenuti nel pestaggio dei manifestanti presenti alla Diaz”. in altre occasioni, altri autori sono riusciti a trovare una sintesi, in spazi ridotti (penso al non certo lunghissimo “sentiero” calviniano), tra la dimensione antropologica e ontologica del male e quella politica del fascismo, della repressione. chiedere conto di questa mancata sintesi è comunque una critica legittima e non un argomento strumentale (come mi sembra strumentale, invece, l’accusa di zdanivismo di cui sopra).

    perché, al di là del fatto che poi il dibattito si concretizzi, come dici tu, attorno a “quello che un militante politico si aspetta da un film di finzione”, le critiche dei militanti (o meno) mettono in luce ben altro. ovvero la domanda circa la materia di cui è fatta la finzione. una materia diversa da quella con cui è fatta la vicenda storica oppure la stessa materia? una materia di cui è fatto anche chi della finzione è spettatore? o che della vicenda storica è vittima o attore? questa è negli effetti la questione che il ritorno ciclico di dibattiti su film come diaz porta alla luce ed è sull’elusione della stessa questione che mi sembra il film costruisca una posizione ambigua. ma di nuovo, e questa volta definitivamente, mi fermo.

  9. andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 16:35

    a gherardo,

    provo a rispondere subito a qualcuna delle questioni che sollevi, ma ti anticipo che per me non ha moltissimo senso discutere di un film con qualcuno che non l’ha visto; ho già dato con “Gomorra”, discutendono con persone che non l’avevano letto :)
    Io non faccio nessuna richiesta analoga a quella di Sullo (parlo di lui, perché è al suo articolo che rispondo). Sullo vuole che si illustri che quello che è successo è stato fatto dallo STATO (nomi e cognomi) per stroncare un MOVIMENTO (programma del movimento). Per me questa cosa è acquisita. E’ un’analisi politica che può ormai essere supportata da una grande quantità di documenti. Chi è interessato a farla, non ha bisogno di un film per farla.
    Il problema che pongo io è del tutto diverso, e non si limita a “comprendere le ragioni politiche che hanno permesso tutto questo”. A me interesserebbe comprendere di più il soggetto che, nel caso della Diaz, agisce come torturatore. Ora, una tale esplorazione implicherebbe uno sguardo molto più partecipe e prossimo al torturatore di quello che un’analisi puramente politica richiede. Anzi, per condurre fino in fondo una tale esplorazione credo che sarebbe inevitabile mettere tra parentesi (almeno metodologicamente) la valutazione politica. Per scoprire qualcosa di più, qualcosa che già non sappiamo. Che riguarda l’intimo funzionamento di soggetti individuali all’interno di culture istituzionali. Tutto questo discorso implica l’esplorazione dell’aggressore, non la messa in scena delle buone intenzioni, dal punto di vista politico, dell’aggredito (il movimento).
    Quanto al film di Vicari, ha senz’altro dei limiti. Ma in un’epoca come la nostra e in un paese come il nostro è un film importante. Ho già cercato di spiegare quale obiettivo mi sembra che egli abbia realizzato.

    Sulle “supplenze obbligate” mi sembra che non ci siamo capiti. I limiti di Vicari sono quelli di fare un film di denuncia, quindi innanzitutto politico. (Politico in un’ottica meno partigiana di quella richiesta da Sullo, ma fondamentale in una società che si dice democratica.) Se però, dopo tanti discorsi che anche tra noi abbiamo fatto su Rancière, torniamo a ricondurre la politica della letteratura e del cinema a un “certo” cinema politico e a una certa letteratura politica, dalle paludi dello zdanovismo non ne usciremo più.

    Sul fatto che – come scrivi – “in altre occasioni, altri autori sono riusciti a trovare una sintesi, in spazi ridotti (penso al non certo lunghissimo “sentiero” calviniano), tra la dimensione antropologica e ontologica del male e quella politica del fascismo, della repressione. chiedere conto di questa mancata sintesi è comunque una critica legittima”… Su questo hai probabilmente ragione. Ma nelle critiche di Sullo non mi sembra che ci sia lontanamente la preoccupazione per la dimensione antropologica del male. E poi, amaramente, ti risponderei: date le circostanze attuali, e la percezione comune intorno ai fatti di Genova, “Diaz” già realizza un obiettivo politico elementare: denunciare l’azione totalitaria delle istituzioni di polizia in una paese democratico. Non è poco. Ognuno approfondisca poi come può e vuole. Ma un primo tassello nella “cultura” è messo.
    Quanto alle critiche contro la “spettacolarizzazione dell’orrore”, ecc., su cui tu non insisti, ma che riemergono spesso, ci sarebbe un lungo discorso da fare a partire dai grandi film anti-militaristi del cinema. Per non parlare poi dell’estetica punk (anch’essa anti-militarista), in cui mi sono in una certa epoca pienamente riconosciuto. Insomma, credo che sia questo un discorso che vada ogni volta contestualizzato in modo molto preciso, relativamente ai modi. E non mi sembra che Vicari speculato sugli effettacci o sugli spargimenti di sangue. Per me, insomma, la restituzione della violenza poliziesca, in una maniera credibile dal punto di vista cinematografico, è un obiettivo degno. Anche se in qualche modo “elementare”. E ciò vuol dire che altri aspetti importanti sono sacrificati. Ma questo secondo me non lo condanna come film “sbagliato”.

  10. stan il 3 maggio 2012 alle 16:48

    Ma il film ha alla sua base un’invenzione che mette sotto tutta un’altra luce la “mattanza” della Diaz: la menzogna dei black bloc infiltrati nel corpo sano dei no-global. Potete girare come volete la frittata, ma il “messaggio” del film, quello che il suo vero senso, e che traspare al di là di ogni intenzione, è questo e questo solo: dopo avere messo a ferro-e-fuoco Genova, i “neri” si sono nascosti nella Diaz, fiutata la retata se ne vanno (facendoci la figura dei vigliacchi) e a farne le spese sono stati quelli rimasti. La violenza della polizia, benché forzata rispetto alla situazione reale, dal montaggio e dalle sequenze arriva dopo e come conseguenza … L’ho verificato di persona con i miei allievi, portati a vedere il film: alla fine, la maggioranza di loro, pur condannandone gli eccessi, quasi “giustificava” l’operato della polizia. Questo è anche un risultato della decontestualizzazione dei fatti della Diaz dal resto delle giornate, morte compresa. Ciò che comunica il film non è la volontà *politica* di reprimere il movimento (questa è la verità taciuta), bensì una sospensione momentanea dei diritti a causa dell’incrociarsi della cattiveria dei “neri” con la “follia gestionale” di alcuni poliziotti. E dunque il film comunica una menzogna.

    PS: parlare di «rapporto tra politica e arte» in relazione al film di Vicari è senza senso: quel film non è un’opera d’arte; al più, un’opera comunicativa. Non c’è, alla sua base, un lavoro sul linguaggio cinematografico, bensì un’idea da comunicare; confido che non vi sfugga la differenza. E infatti chi ha criticato il film lo ha fatto sulla base di cosa quel tipo di comunicazione omette rispetto ai “fatti della Diaz”: ha fatto, cioè, una *critica politica* dell’atto comunicativo.

    Stan. L.

  11. gherardo bortolotti il 3 maggio 2012 alle 16:59

    “ti anticipo che per me non ha moltissimo senso discutere di un film con qualcuno che non l’ha visto”

    più che giusto!

    mi limito ad aggiungere che le mie erano impressioni “ricavate dal” e “proposte sul” dibattito riguardante il film – che è diventato anch’esso oggetto di dibattito e che è, in parte, tema del tuo pezzo. e in quest’ottica scrivevo il commento di cui sopra. per altro proprio a partire da ranciere, e quindi fuori da urgenze di una “certa” politica, ponevo anche la domanda finale.

    sul resto della tua risposta avrei molto da dire (perché ho l’impressione che in più di un punto non ci siamo capiti) ma, helas, il film continuo a non averlo visto e quindi mi tacerò ;-)

  12. jacopo galimberti il 3 maggio 2012 alle 17:13

    Guardero’ il film appena esce da queste parti, comunque mi sembra molto salutare questo ritorno al film di denuncia, al film politico, al film storico, al documentario che si mischia con la fiction…L’anno prossimo ne discuteremo ancora molto di questi temi, ma sara’ la letteratura a far parlare i giornali. Non posso dire di piu’ per ora :)

  13. helena janeczek il 3 maggio 2012 alle 17:32

    Faccio quella che “io-il-film-non-l’ho-visto-ma-ho-lo-stesso-un’-opinione”, cercando di limitare i danni di questa prospettiva.
    Da quel che dicono sia critici che difensori, la focalizzazione è tutta sulla soppressione dello Stato di Diritto, espressa nella violenza alla scuola Diaz.
    E’ una chiave di lettura – direi politico-artistica, o forse meglio politico-comunicativa attraverso il mezzo dell’arte cinematografica.
    Il regista vuole mostrare che questa cosa riguarda tutti ed è un problema universale delle società democratiche – a prescindere dai nomi dei responsabili e dalla contingenza del G8 a Genova, del movimento ecc.
    Altri avrebbero potuto fare altre scelte – concentrarsi di più sulla denuncia delle specifiche responsabilità storiche e politiche, sul movimento che lì confluisce variegato e fiducioso per prendersi letteralmente una botta letale, indagare l’opacità delle forze dell’ordine (cosa che anch’io troverei interessantissima e che non è stato fatto ancora abbastanza – tranne per qualche docufiction narrativa).

    Trovo legittimo che uno spettatore possa esprimere delle critiche che in sostanza dicono che avrebbe preferito (sentito più necessario) vedere un film diverso.
    Ma ho l’impressione che non sia così chiara la questione di fondo, ossia che rappresentare un evento attraverso una narrazione reinventata ( anzi, persino una storica), significa dover scegliere, appunto, un taglio al quale tutto il materiale viene subordinato. Il che non vuol dire che non si possano elencare 4 nomi in più nei titoli di coda.

    Io mi sento di concordare con Ida Dominijanni che la chiave di Vicari sulla sospensione dello Stato di Diritto sia intelligente, a dieci anni dai fatti accaduti, ossia con una generazione che di Genova ha sentito solo l’eco e la leggenda e molti che sono rimasti a un vago ricordo di tg di guerra – i black bloc, la morte di Carlo Giuliani ecc. – ossia non hanno capito una cippa, pur essendo stati mediaticamente presenti all’evento.

    Il problema evidentemente è anche legato al mezzo: il cinema è un mezzo artistico più costoso e più di massa.
    Quindi per farsi produrre e distribuire, un regista tende a pensare il suo prodotto come rivolto a un pubblico esteso.
    Questo a maggior ragione, ossia per un motivo intrinseco, quando i propositi sono di denuncia civile.
    Il che ha come controparte il rischio che per “far arrivare il messaggio” a quei molti si possa esagerare con la semplificazione. Questo non solo al livello della rappresentazione dei fatti storici, ma anche della tessitura narrativo-artistica (struttura, personaggi ecc).
    Nei film italiani che conosco che appartengono a questo genere, spesso mi è parso che proprio questo accadesse su entrambi i lati, parecchio o poco.
    Per esempio in “La terza generazione”, un film sul terrorismo che ho trovato orribile, o un pochino, in “La meglio gioventù” di Giordana (“Romanzo di una strage” non l’ho visto).
    Oltre a un certo limite, secondo me, questa cosa fa più male che bene alla cosiddetta memoria collettiva, per la quale queste opere cercano di porsi come una sorta di “monumenti vivi” e fruibili.
    Da quel che intuisco, questo non è il caso del film di Vicari, proprio perché effettua una scelta coerente nella messa a fuoco di un punto che pure a me sembra possedere una centralità universale. Insomma, da piuttosto un taglio semantico che tagliuzzare, raccorciare, arrotondare, saltare passaggi oscuri perché trama e personaggi risultini più funzionali alla fiction.

    Ma la questione di quanto il cinema possa osare in termini di complessità, profondità o intensità della rappresentazione, secondo me rimane.
    Faccio un esempio: ho studiato un po’ e continuo a studiare il lavoro di registi e fotografi impegnati a documentare la guerra. Parlo, per esempio, di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, e John Huston.
    Quest’ultimo fece un filmato ufficiale per la “Combat film” in cui riprese la battaglia per un paesino campano, San Pietro Infine. La sua cinepresa vicinissima al caos della battaglia e i primi piani di feriti e morti, fecero sì che il filmato fu censurato dai suoi stessi committenti. Tra l’altro, alla fine si vedono gli abitanti del luogo che escono dalle grotte in cui erano rintanati per molti mesi, con nuove e poi assai famose inquadrature di primi piani.
    In pratica, il filmato di John Huston è un’opera d’autore, per quanto sia un documentario.
    O le foto di Capa e degli altri colleghi che andarono in Spagna per fornire un’essenziale arma in più alla causa repubblicana. Sono immagini di “libera propaganda militante” (per questo talvolta anche un po’ posate), ma sono sempre anche foto che recano fortemente l’impronta artistica di chi le ha scattate.

    Vale a dire: non è affatto necessario che il messaggio sottometta a sé e renda secondario il lato estetico. Le foto di Capa e compagni dalla Spagna non sono l’opposto speculare della propaganda fascista soprattutto perché non ne condividono l’estetica.

    E’ da questo lato che mi pare che oggi rischiamo parecchio di impoverirci, a partire dal cinema. Ma l’influenza del linguaggio cinematografico sulle altre forme di narrazione è diventato enorme e dunque è un problema che lì non rimane.

    E’ una questione che a me interessa più e sembra più rilevante di quella sulla prospettiva politicamente o storicamente “giusta” sui fatti di Genova o altri. Penso che molti film possano avere un indubbio valore civile. Ma che bisogna stare attenti (questo,lo ripeto, aldilà di quanto si sia d’accordo o meno con la rappresentazione politica offerta) a non convincersi troppo che il buon fine giustifica troppo i mezzi che tendono a diventare fin troppo medi o standardizzati.

  14. andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 17:35

    caro gherardo,
    non è che volessi zittirti, ma penso che la discussione sarebbe molto più fruttuosa se tu il film l’avessi visto;

    stan,
    la puoi rivoltare come vuoi, ma se delle persone trovano “giustificato” che dei poliziotti massacrino di botte e torturino dei “presunti” black block, in quanto qualche “autentico” black blok ha sfasciato una vetrina o rovesciato una macchina, il problema ancora una volta è più dalla parte dello spettatore; e allora credo davvero che tutti gli sforzi per dimostrare che i manifestanti di genova fossero nel giusto, protestando contro il G8, e che il governo fosse nell’errore, legittiamando la repressione del movimento, penso siano inutili. Almeno nei confronti di quel pubblico.

  15. stan il 3 maggio 2012 alle 17:40

    No, Inglese, non girare la frittata … Il film porta ANCHE (anche, non solo) a quel tipo di lettura: è la sequenza dei fatti, per come esposti dal regista, che la autorizza. Troppo facile scaricare sul “pubblico di merda” che non capisce, troppo facile!

    • andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 18:16

      per me il pubblico non è per niente di merda, e per quanto riguarda la mia esperienza di spettatore ha capito e ha sentito in modo molto chiaro quanto è accaduto quella notte; se poi i tuoi studenti, come tu dici, sono convinti che è giustificabile manganellare a rischio di uccidere qualcuno solo perché c’è il sospetto che abbia partecipato ad un atto di vandalismo, ripeto allora il problema è suo, nel senso che è un problema che riguarda la sua conoscenza o non conoscenza di cosa è uno stato di diritto.

  16. stan il 3 maggio 2012 alle 17:48

    E in ogni caso, quella è stata anche la MIA lettura, e cioè la lettura di uno che a Genova c’era. Anche le sequenze degli scontri del sabato, all’inizio del film, sono chiare: la carica in Corso Italia è una conseguanza della provocazione dei “neri”, non già di una volontà politica precisa di reprimere quel movimento. Qual è la verità?

    • andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 18:11

      stan,
      essendo stato a genova sai bene che tutta la dinamica della repressione del movimento, nei suoi concreti meccanismi, è assai complessa, e parte dall’aggressione del corteo in via Tolemaide, da un lato, e dal non intervento nei confronti delle prime devestazione di alcuni gruppi la mattina di venerdì. Tutto ciò avviene, inoltre, a rompere degli accordi che erano stati presi preventivamente tra manifestanti e questura. Dal punto di vitsa della ricostruzione globale di quanto è accaduto a Genova “Diaz” non offre che un solo tassello. Ma se questo tassello non parla abbastanza della dinamica repressiva messa in atto a Genova, parla sufficientemente delle potenzialità di repressione criminale, che una democrazia come la nostra può mettere in atto in circostanze determinate.

      • stan il 3 maggio 2012 alle 18:42

        Nel film è assente ogni riferimento al contesto-Genova … A parte, per l’appunto, le presenze anomale e provocatorie di quelli del Blocco Nero. Ora, capisco che a te prema sottolineare a cosa può condurre una mala gestione della repressione in una democrazia, ma non puoi interpretare i segni arbitrariamente rispetto alla loro “oggettività”. A questo punto ti chiedo: è vero o non è vero che le sequenze del film riportano chiaramente lo schema Provocazione Blocco Nero / Reazione Polizia? Se questo schema è presente, la mala gestione della repressione diventa non già la conseguenza di una volontà politica precisa (Fini presente nella stanza dei bottoni, etc.), ma l’azione di una serie di “mele marce” che forzano la democrazia in senso autoritario. Siccome, a differenza di te, ritengo che la dinamica della repressione, per quanto complessa possa essere stata, è anche MOLTO CHIARA, il film rimanda una evidente menzogna sulle cause scatenanti la “mattanza” della Diaz … Su questo gradirei però risposte a partire dal film nella sua materialità segnità, e non sulla base di idee astratte …

        • caracaterina il 3 maggio 2012 alle 18:59

          aggiunta al commentone già fatto qui sotto: il finalino della “storia”, con i due blackblokkini sprovveduti, spaventati (e fortunati) che, presi dal senso di colpa, si separano voltandosi le spalle e andando a testa china in direzioni opposte, fa una pessima impressione e conferma la narrazione menzognera messa in rilievo da stan.

          • caracaterina il 3 maggio 2012 alle 19:40

            aggiunta all’aggiunta: il senso di colpa immotivato dei due untorelli che, certo, non hanno spiantato Genova fa il paio con il leit-motiv della bottiglietta lanciata (e che manca pure il bersaglio): la sproporzione fra questi due fatterelli e la mattanza è evidenziata dal commento della poliziotta candida il cui personaggio abbozzato non ha certo la forza di un Candide. Questo per dire, appunto, che la sproporzione è mostrata ma, narrativamente, sembra solo un’ “esagerazione”, un “errore” (“avete fatto una cazzata”, dice semplicemente e basta il vecchietto della SPI). La profondità delle motivazioni di tale sproporzione nel film non c’è. Non si vede affatto il “cambiamento di paradigma del potere” di cui parla l’articolo della dominijanni.

        • andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 22:32

          stan dove ho parlato io di “mala gestione della repressione”. Forse non hai letto per intero il mio pezzo. Ti riporto qui il passaggio su quello che per me significa l’irruzione alla Diaz:
          “Siamo di fronte a uno scenario che, per episodico che sia, non è in nulla diverso rispetto all’esperienza estrema del campo di sterminio: l’organizzazione istituzionale del sopruso illimitato dell’uomo sull’uomo. Quando la tensione tra crimine e istituzione si dissolve, quando il crimine è realizzato col pieno sostegno e la piena approvazione di un apparato istituzionale, ci stiamo già inoltrando in quel territorio folle, totalitario, che il nazismo ha incarnato storicamente nel modo più compiuto.”
          Detto questo, rispondo alla tua domanda. Ma credo che non avanzeremo in questa discussioni, perché se tu pensi che il film “nella sua materialità segnica” possa avere letture univoche, ci sarà molto poco da discutere.
          E’ strano perché caracaterina dice quanto io vedo nel film, ma li assegna un senso e un valore molto diverso.
          Ma torniamo al film, che si apre con dei tipi black blok, che per altro vorrei ricordare non sono stati inventati dal regista, ma a Genova c’erano e si sono fatti il loro corteo fuori e dentro quello del movimento.
          I black blok sfasciano una vetrina, rovesciano un macchina e la incendiano.
          Vengono caricati dalla polizia e se la danno a gambe.
          Quindi nella lettura meno partigiana si vedono dei “cattivi manifestanti” che fanno atti di vandalismo durante una manifestazione.
          In seguito una volante passa vicino alla Diaz e viene aggredita da manifestani che urlano, danno pacche sulla carrozzeria, uno lancia pure una bottiglia che finisce a terra e si spacca.
          Da quel momento in poi la telecamera segue le azioni dei manifestanti che lavorano di fronte alla Diaz o sono alloggiati alla Diaz o ci arrivano durante la giornata. Tipi diversi con storie diverse. E ci sono anche tre tipi visti precedentemente che sfasciavano ecc. In parallelo il film segue vertici e forze della polizia che organizzano, definendola via via, l’irruzione alla Diaz, tra esitazioni, qualche critica, ricerca di conferme, preparazione di versioni di copertura, ecc. ecc.
          Quello che il film mostra inequivocabilmente è che: dei manifestanti hanno compiuto devastazioni (hanno spaccato cose), che la polizia alla ricerca di azioni esemplari, di una vendetta nei confronti dei manifestanti, di una lezione che dia soddisfazione sia ai politici, che all’opinione pubblica, che ai celerini in vena di menare le mani, non avendo alcuna prova che nella scuola ci siano dei black blok e che questi black blok siano soggetti pericolosi (armati, pronti a reagire violentemente contro la polizia), nonostante ciò organizzano un’irruzione che legittimi la più incontrollata violenza contro le persone presenti. Il film prosegue mostrando come il massacro all’interno della scuola è avvenuta su persone assolutamente indifese e mostra come siano state create prove false e siano state date informazioni false alla polizia per giustificare lo stato dei manifestanti usciti in barella e sanguinanti, ecc. ecc.
          Ora se qualcuno vuole dirmi che qualche spettatore fascista di fronte a tanto afferma che il film racconta come “giustamente” le forze di polizia provacate da cinque vandali habbiano massacrato di botte una novantina di persone inermi, falsificando prove e notizie, non ho nulla da rispondergli.
          Per qualsiasi persona che abbia un sentore di che cos’è lo stato di diritto, l’idea che un presunto incendiario di automobili sia massacrato di botte in una situazione in cui è completamente inerme da dei poliziotti, non credo possa “giustificare” alcunché, attenuare in alcun modo le responsabilità sia degli esecutori che di coloro che condussero l’operazione né i politici che la avallarono attraverso delle promozioni e la rinuncia ad una commissione d’inchiesta.
          Che i personaggi dei black blok siano i meno convincenti del film sono comunque d’accordo. Ma questo difetto non indebolisce l’atto di denuncia del film, che riguarda fondamentalmente l’azione delle forze dell’ordine.

          • stan il 4 maggio 2012 alle 07:25

            “Spettatore fascista”? Perché offendi gratuitamente i miei studenti e quelli che la pensano diversamente da te? Mi pare una leggerezza non perdonabile. Contento tu … Strano poi che tu, da una parte difenda l’interpretabilità aperta del film e poi, allo stesso tempo, chiami “fascista” chi lo interpreta diversamente da te … E in ogni caso non hai risposto alla mia domanda: nel momento in cui i fatti sono mostrati in sequenza temporale (prima lo sfascio dei “neri” poi la reazione della “pula”), l’insieme dei segni acquisisce un senso inequivocabile: la seconda cattiveria, quella poliziesca, è stata innescata dalla prima cattiveria, quella del Blocco Nero … Ti ricordo che questa è sempre stata la versione della destra … Ma è inutile ogni discussione con chi chiama “fascista” lo spettatore che non ha “un sentore di che cos’è lo stato di dirittto” (ti sfido a trovare ragazzi di 16-17 anni in possesso di quel “sentore”!) …

            PS: francamente, più che il giudizio di un intellettuale “separato”, mi preme il giudizio di quei ragazzi: questi sono la realtà con cui confrontarsi.

  17. andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 18:02

    a helena (e di nuovo a gherardo)
    a me sembra che sia un fim che non tradisca il suo intento di denuncia, la sua forma è all’altezza del suo obiettivo politico elementare, ma cruciale: dire ad un pubblico più ampio che questo “è stato”. A questo punto, però, ogni accordo o disaccordo su questa valutazione implica inevitabilmente la visione del film. Infatti, posto che si possono fare film molto più belli e molto più ambiziosi, bisogna aver visto “come” cinematograficamente Vicari ha realizzato la sua “denuncia”.
    Naturalmente, io penso che sia legittimo considerare che “quel” tipo di denuncia non permette al cinema di esprimere tutte le sue possibilità creative e conoscitive. E su questo io stesso sono d’accordo. Ma non sono d’accordo sul dire che “politicamente” quel film è controproducente o addirittura mistifica i fatti di Genova, assolva la polizia, e cose simili.
    E lo dico non da spettatore disinteressato, ma da reduce – io pure – di quell’esperienza.

  18. caracaterina il 3 maggio 2012 alle 18:33

    Sottoscrivo quasi integralmente il commento di stan. Stesso lavoro di insegnante, stessa esperienza. Studenti di quinta, quasi integralmente (direi integralisticamente) apolitici, pur con qualche vaghissima coloritura di sinistra alcuni, di destra altri, per lo più dediti al calcio e allo sballo e abituati, perciò, a vedere i poliziotti dalla curva o dai vicoli (siamo di Genova), quindi a considerarli semplicemente ACAB. Nati e cresciuti totalmente immersi, con le loro famiglie, in quel desertificante cortile di banalità gossipare creato dalla tv della De Filippi, un’ignoranza dei fatti, di qualunque fatto politico, che non ve lo potete immaginare. Normali “bravi ragazzi”, che vanno anche alle manifestazioni (per saltare scuola). Fondamentalmente Ur-Faschisten,nella loro trasgressività apparente sono dei perbenisti e diventeranno personcine d’ordine. Italiani tipici, insomma, da sondaggio e televoto, come la stragrande maggioranza dei nostri connazionali. La loro ricostruzione della storia – perchè per dare un senso, ci vuole una “storia” – è esattamente quella riportata da stan. Che comunque la polizia picchi e sia stronza per loro è dato come acquisito, sì, certo, fa incazzare e quella volta ha esagerato e questo fa incazzare ancora di più, ma i poliziotti non sono tutti ACAB? Allora: no allo zdanovismo, naturalmente, no al realismo sentimentale targato USA, no a tutto il resto, e va bene, se vogliamo muoverci sul piano delle formulazioni artistiche. No allo schematismo penosissimo e anche peggio alla Agnoletto, più che d’accordo. Se vogliamo considerare non pertinenti delle valutazioni strettamente politiche. Ma, questo film, quindi, per chi è stato fatto? Che cosa ha fatto scoprire a chi non c’era, a chi c’era e non ha saputo tutto, a chi ha visto alla tivù e non ha mosso un pelo? Se il suo pubblico non è quello costituito dai ragazzi tipo quelli della mia classe e delle loro famiglie, allora, qual è? Uscendo dal cinema, dopo aver metabolizzato in un paio di giorni la rabbia cupa e silente che mi/ci aveva congelato, ho provato la sensazione di una gran bella occasione sprecata. Manca la profondità, ma non quella di carattere politico ma proprio quella socio-antropologica. Il suggerimento di Andrea Inglese di scandagliare il lato oscuro del carnefice potrebbe essere una soluzione a questa mancanza ma non sono del tutto convinta che sia LA soluzione. Solo che, in effetti, non me ne viene in mente un’altra. E, comunque, così come è realizzato, il film, agli occhi di chi li tiene chiusi, non apre nessuna visuale, e, per i ragazzini, sembra poco diverso da un qualunque wargame da giocare alla playstation. E se questo non è un limite …

  19. Mauro Baldrati il 3 maggio 2012 alle 19:12

    Consiglio la lettura dell’articolo di Pierluigi Sullo.

    http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20120418/manip2pg/15/manip2pz/321369/manip2r1/diaz%20sullo/

    Sono tra quelli che non hanno (ancora) visto il film, per cui non entro nel merito, mi limito a una considerazione di carattere generale: su eventi che hanno coinvolto grandi masse, dove ci sono state vittime e carnefici, dove le vittime hanno riportato ferite e traumi che potremmo inserire nella storia, su questi eventi non vanno fatti film o scritti libri che non siano documentari o saggi. La fiction non può, non deve permettersi di essere né parziale, perché mancherà di rispetto alle vittime, né assoluta, perché non ne ha la capacità, la possibilità né l’autorità. Questa per esempio è una discussione molto interessante che è sorta intorno al libro “Le benevole”. La fiction può permettersi di ambientare storie “sullo sfondo di”, ma non di rappresentare quell’evento. C’è un’etica che glielo vieta. E da quanto ho capito, nel film il pretesto dell’inviato non è sufficiente. Non ha quel minimo di epica narrativa che può riscattare la fiction alle prese con una tragedia come quella di Genova.

    Un esempio perfetto è “Una questione privata” di Fenoglio, una grande storia d’amore sullo sfondo della resistenza.

  20. Alan Fard il 3 maggio 2012 alle 19:40

    secondo me è tutta una questione di treni.
    su quello per milano, insieme a inglese è salito anche vicari.
    tutto qui.

  21. antonella il 3 maggio 2012 alle 20:19

    nessuno vede oltre quella patina di denuncia certificata, forse proprio perchè tutti noi italiani, in ogni contesto, siamo fermi sempre sul posto? che oltre a questi film in cui si dicon cose già dette, già viste e già denunciate, non siamo capaci di andare?

  22. lorenzo galbiati il 3 maggio 2012 alle 21:12

    Una risposta all’articolo e ai commenti di Andrea Inglese (che considero, con il loro motto tipo: era importante mostrare con una fiction che “questo è stato”, senza voler capire cosa E’ STATO prima e cosa dopo, e quale è la causa profonda di ciò che E’ STATO, una resa, un abdicare alla possibilità di avere una cultura non solo di sinistra ma civile in Italia):
    l’opinione sul film di Lorenzo Guadagnucci – nel 2001 giornalista del Resto del Carlino – che ha dormito alla Diaz, e ne porta ancora i segni.

    “DIAZ” Morte accidentale di una democrazia. Guadagnucci su Micromega

    18 APR
    Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

    Ho visto il film “Diaz” e mi è venuta in mente “Morte accidentale di un anarchico”, la pièce teatrale di Dario Fo sull’omicidio di Pino Pinelli. In un passaggio memorabile, verso la fine del testo, i personaggi discutono degli effetti che potrebbe avere sulla polizia lo scandalo dovuto alla scoperta che dietro le bombe esplose in varie città d’Italia si celano malefatte dello stato e depistaggi. Uno dei personaggi, la Giornalista, dice testualmente: “Io credo che uno scandalo del genere servirebbe a dar prestigio alla polizia. Il cittadino avrebbe la sensazione di vivere in uno stato migliore, con una giustizia un po’ meno ingiusta”. E poi un altro personaggio, il Matto: “Al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano. No, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare… Per lui quella è la vera libertà e il migliore dei mondi, alleluia!”. E ancora la Giornalista: “Lo scandalo, anche quando non c’è, bisognerebbe inventarlo, perché è un mezzo straordinario per mantenere il potere e scaricare le coscienze degli oppressi”.

    Ho pensato a questo passaggio perché “Diaz” colloca il suo racconto nell’arco di poche ore, fra il 21 e il 22 luglio 2001, e gioca tutte le sue carte, sul piano emotivo e della comunicazione, sul brutale pestaggio alla scuola Diaz, concedendo una coda per seguire uno dei personaggi nella caserma-carcere di Bolzaneto, luogo di maltrattamenti e torture, ma non offre elementi di fatto – come già fatto notare da Vittorio Agnoletto – sulle responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto e sulla scelta compiuta negli anni seguenti dal vertice di polizia e dai responsabili politici, una scelta di legittimazione e copertura degli abusi e delle menzogne, anziché di ripudio, come l’etica democratica comanderebbe.

    Il rischio è evidente: diventa difficile capire le ragioni che hanno portato alle violenze e ancor più difficile comprendere quale sia l’importanza odierna di quei fatti: sono un evento storico utile per “fare memoria” o riguardano l’attualità, il nostro futuro? Lo scandalo, se resta nel vago, non rischia d’essere una mera valvola di sfogo?

    Il regista ha spiegato di aver fatto una precisa scelta: da cineasta ha voluto mostrare la terribile caduta dello stato di diritto avvenuta fra la scuola e la caserma-carcere, lasciando agli spettatori il compito di cercare nomi, risposte, spiegazioni. E agli attivisti il compito di proseguire la battaglia.
    Il cuore del film è dunque la descrizione delle violenze, che finora nessuno aveva mostrato: non esistono fotografie né video su quanto accaduto dentro la Diaz e a Bolzaneto. Solo uno dei 93 malcapitati della Diaz, Christian Mirra, ha raccontato in una storia a fumetti la sua vicenda, offrendo così la prima rappresentazione grafica della macelleria – molto italiana, più che messicana – messa in atto nella scuola di via Battisti.

    Il film, se avrà successo, se il “pugno allo stomaco” provato dai primi spettatori si trasformerà in passaparola, potrebbe riuscire nell’impresa di riproporre all’attenzione pubblica il “caso Genova G8”, o almeno il “caso Diaz”. Ma difficilmente il gruppo dirigente della polizia di stato e il ceto politico che lo difende (con viltà ormai bipartisan), accetteranno di entrare nella discussione. Sono riusciti a evitarlo quando i dirigenti di polizia sono stati chiamati in causa nome per nome e condannati in tribunale, si ripeteranno di fronte a uno “scandalo” che si ferma alla messa in scena delle violenze. Taceranno probabilmente anche il Massimo D’Alema che a caldo parlò di “notte cilena”, la Rosy Bindi che testimoniò vicinanza a Vittorio Agnoletto la mattina del 22 luglio, il Gianclaudio Bressa ottimo relatore fra 2006 e 2007 del progetto di istituire una commissione d’inchiesta (poi bocciato dal voto). La strategia del silenzio è la più efficace, quando c’è qualcosa da nascondere o una posizione poco difendibile da mantenere. E non saranno i grandi media a imporre la questione all’ordine del giorno.

    Dietro l’angolo c’è dunque – nel migliore dei casi – uno scandalo del tipo indicato da Dario Fo ormai quarant’anni fa, con la gente che prova indignazione, si contorce nella sofferenza suscitata da certe immagini, percepisce quanto sia stata grave, e incompatibile con un regime democratico, la condotta della polizia di stato a Genova, ma tutto finisce lì. Magari con la sensazione – come dice la Giornalista nella “Morte accidentale” – di vivere in uno stato migliore, perché di certe cose è possibile parlare, dimenticando qual è il vero scandalo, e cioè che tutti, ma proprio tutti, i responsabili dell’operazione Diaz – dall’ultimo dei picchiatori, al più importante dei dirigenti – sono stati confermati ai loro posti, con i più alti in grado oggi impegnati in ruoli addirittura più elevati. E senza che lo stato, nella persona di un ministro, di un premier, dello stesso presidente, abbia mai avvertito la necessità di chiedere scusa alle vittime dirette degli abusi e – soprattutto – all’insieme della cittadinanza.

    A ben vedere, lo scandalo è già stato neutralizzato e assimilato all’epoca delle clamorose sentenze di secondo grado (nel 2010), che hanno portato alle condanne non solo di decine di agenti e funzionari di basso livello, ma anche degli altissimi dirigenti, di rango nazionale, che hanno partecipato all’operazione Diaz: stiamo parlando dei massimi responsabili dei servizi operativi e investigativi. Queste condanne sono un fatto che non ha precedenti in Italia e forse in Europa, eppure non hanno portato a niente. L’intero arco parlamentare ha incredibilmente ribadito la propria fiducia nei dirigenti condannati, e il capo della polizia, così come ministri e primi ministri hanno potuto ignorare non solo i fatti storici ma anche l’esito delle inchieste e il giudizio dei tribunali.

    Insomma, lo scandalo si è consumato, le coscienze si sono scaricate (la giustizia dopotutto ha fatto il suo corso), e “il prestigio della polizia è cresciuto”, in attesa che la Cassazione, a metà giugno, rimetta le cose a posto, come ebbe a dire il sottosegretario Alfredo Mantovano all’indomani delle condanne in appello: “Sono ragionevolmente convinto”, disse, “che la Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo e scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione”.

    Un film come “Diaz” sarebbe stato utile una decina d’anni fa, con le inchieste in corso e alcune vie d’uscita ancora aperte verso una decente credibilità democratica delle istituzioni. I fatti all’epoca erano già noti, le successive inchieste li hanno solo confermati.
    Forse nel 2002, mostrarli, rendere evidente che il corpo speciale impiegato alla Diaz si prese il rischio di uccidere qualcuno durante la perquisizione, sarebbe servito ad alimentare una discussione seria e a concentrare l’attenzione sulla catena di comando all’interno della polizia e sul contesto politico nel quale vanno collocati gli scempi di Genova G8.

    Nel 2012, con tutto ciò che nel frattempo è avvenuto, fermarsi alla descrizione delle violenze, senza raccontare quanto quell’abuso di potere sia stato aggravato, significa ignorare gli aspetti a questo punto più importanti. Il boicottaggio delle inchieste da parte della polizia di stato, il rifiuto opposto dagli altissimi dirigenti imputati di presentarsi in tribunale per rispondere alle domande dei pm, il mancato ripudio delle violenze e delle menzogne, le promozioni ottenute a inchieste in corso, sono tutti fatti che hanno portato a infimi livelli la credibilità degli attuali vertici di polizia.

    Allo stesso modo, rimanendo sfumato il contesto nel quale il blitz alla Diaz si colloca – la straordinaria e coinvolgente mobilitazione genovese, il tragico fallimento della gestione dell’ordine pubblico –, nel film restano oscure le motivazioni che portarono al blitz. La perquisizione non fu decisa allo scopo di prendere un determinato gruppo di appartenenti al Blocco nero, ma per eseguire un congruo numero di arresti e ottenere un recupero in termini di immagine per la polizia di stato, raggiungendo anche un obiettivo politicamente interessante, ossia eseguire quegli arresti non in un posto qualsiasi fra i tanti possibili, ma nel quartier generale del Genoa social forum, appunto la scuola Diaz. Sono punti che sono stati messi in chiaro, il primo, dal vice capo della polizia dell’epoca, Ansoino Andreassi, che ha testimoniato in tribunale (guadagnandosi l’ostracismo del vertice di polizia); il secondo dallo stesso Silvio Berlusconi, il quale nella conferenza stampa finale – mostrata alla fine del film – annuncia che nella sede del Genoa social forum (lui lo chiama Global forum) sono stati arrestati appartenenti al Black Bloc, mentre il Gsf aveva negato qualsiasi relazione col Blocco nero.

    Per tutte queste ragioni, alla fine, concordo col giudizio espresso dal critico Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che ha trovato limitante – sintetizzo così il suo pensiero – la scelta del regista di fermarsi al racconto delle violenze, senza spingersi sul terreno delle responsabilità, “cancellando teorie, complotti – scrive Mereghetti – ma anche ‘giustificazioni’ e spiegazioni. […] Alla fine le immagini lasciano un senso di incompiutezza, che non bastano le didascalie finali a riempire”.

    A questo punto toccherebbe a noi, ai cittadini, ai movimenti, all’associazionismo, al giornalismo indipendente, cambiare il corso degli eventi, ma temo che in questo disastrato paese, anche per il “caso Diaz” ci apprestiamo all’avveramento della profezia di Dario Fo: un po’ di scandalo, un po’ di indignazione e una nebbia fitta intorno ai luoghi di massimo potere. Alleluia.

    • carlo gallione il 3 maggio 2012 alle 21:41

      Ho come l’impressione che spesso si guardi a film come Diaz con aspettative del tutto fuori luogo. Come se da un film dovesse scaturire la redenzione dai fallimenti e dalle delusioni di anni. Purtroppo non funziona così. Ma dico, voi avete presente il livello medio di un film Fandango o Raicinema? Mi sembra che un regista come Vicari svetti di parecchio sul livello generale ( e se Sullo, bravo giornalista e organizzatore, ecc., parla di fiction, dimostra di non capire molto di cinema, Diaz da questo punto di vista è l’anti-Giordana).
      Più onesto e realistico, mi sembra l’atteggiamento di Inglese; Diaz va considerato UN tassello, UN possibile sguardo su quello che è stato.

  23. mattpumpkin il 3 maggio 2012 alle 23:51

    “Io chiedo di capire come, attraverso quali meccanismi, sottoculture istituzionali, abitudini e gerghi di clan, mitologie di corpo, competizioni interne, malintesi, cinismo politico, si pongono le condizioni per rendere banale la tortura esercitata da uomini dello Stato su persone innocenti e indifese.”

    Parto da qui. Perchè se il film di Vicari rappresenta, come io ritengo, un fallimento narrativo, questa critica non muove in alcun modo da una posizione ‘zdanovista’, o condita dalla solita demenziale pretesa di completezza che un film dovrebbe avere.
    Muove invece dalla sua quasi totale incapacità di rendere leggibile quello che ci mostra, al di sotto della sua superficie.

    Anzi, ad essere onesto, ho l’impressione che la prospettiva extra-cinematografica più radicata sia spesso proprio quella di chi vorrebbe negare la validità di tale prospettiva attribuendola ai detrattori dell’opera.
    Considera la tua analisi, per molti versi accurata e approfondita: per almeno un terzo *non* parla del film, ma dell’atteggiamento con cui tu ti sei accostato all’opera. Legittimo, per l’amor di dio, ma quantomeno rischioso nel formulare poi un giudizio che dovrebbe basarsi sull’efficacia del racconto, dimenticandosi di tutto il resto, per poter affermare o negare la bravura di Vicari.

    Mi sembra che, per certi aspetti, si riproponga una variante dell’eterno e falso dilemma “Film vs libro da cui è tratto”.
    D’accordo, Genova non è un romanzo, ma rimane il nodo di fondo: per quanti documentari tu abbia visto, articoli letto, racconti sentito su quanto accaduto al G8, il giudizio sul film dovrebbe (cercare di) scordarsi tutto questo, e limitarsi all’universo rappresentato nella pellicola. So che non è possibile estraniarsi da quel che si conosce, ma per capire le dinamiche narrative ed estetiche messe in moto dall’abilità (o dall’incapacità) di un autore, è necessaria astrarle dal resto. Fingere (durante la visione) di non essere mai stati a Genova, per poterci, essere per la prima volta.

    In fondo, quando pensiamo agli studenti di Stan e Caracaterina, non ci stiamo forse preoccupando di quel che *realmente* il film racconta, anzichè della prospettiva da cui ci racconta quello che già conosciamo?

    E secondo me, come giustamente tu scrivi nel finale della tua recensione, il film manca esattamente della misura necessaria a poter trasformare un racconto particolare in universale. Manca della capacità di dirci che quanto accaduto alla Diaz sta ancora accadendo, perchè può ancora accadere. Ovunque il potere spieghi le sue nere ali a proteggere la propria esistenza, la propria giustificazione.
    Vicari, con la forza di alcune sue immagini rasenta la forza di questo messaggio, ne circumnaviga l’efficacia, ma mai riesce ad entrarvi in profondità. Tutto si appiattisce sul ruolo di personaggi evanescenti, quasi del tutto dimenticabili, da una parte e dall’altra della barricata; sulla piattezza fotografica nelle riprese dell’irruzione, dove a farci sentire sulla pelle il male divorante del sopruso è solamente il rumore e la visione del manganello che si scaglia sugli inermi, in una rappresentazione incapace di trasmettere l’angoscia che precede quel gesto e l’abisso che lo segue; su dialoghi scritti male, che a tratti non reggono il confronto con alcune fiction di buona fattura.

    Vicari, oserei aggiungere, ha fallito proprio perchè ha cercato di trattenere il radicalismo visivo e narrativo della sua rappresentazione. Avrebbe dovuto evitare, piuttosto che abbozzarla, quella micronarrazione che vorrebbe legare e spiegare dinamiche secondarie (la bottiglia come pretesto; i no global o la ragazza che finisce torturata), per farci davvero passare *quella notte* alla Diaz, per farci precipitare in quell’incubo deprivandolo di un fuori dove i poliziotti cattivi predispongono burocraticamente i loro permessi e le loro giustificazioni.
    Non era quello il centro del discorso, e trascurarlo ha significato renderlo a tratti incomprensibile.

    Scusate la lunghezza, m.

    • andrea inglese il 4 maggio 2012 alle 00:06

      a matt
      “Considera la tua analisi, per molti versi accurata e approfondita: per almeno un terzo *non* parla del film, ma dell’atteggiamento con cui tu ti sei accostato all’opera.”
      Vero, e questo è senz’altro il limite del mio giudizio. Io su “Diaz” non riesco a eliminare le ragioni extracinematografiche del suo “interesse”. Per questo dico che la sua riuscita come denuncia è anche il suo limite (artistico). Eppure conoscendo da vicino la vicenda, vedendolo non mi sono arrabbiato né disgustato. Non trovo che abbia tradito quanto io sapevo, anche se non mi ha permesso di scoprire quasi nulla.

  24. andrea inglese il 3 maggio 2012 alle 23:52

    a Helena,
    ho letto il pezzo della Dominijanni, che dice cose importanti, anche se mi sfugge alla fine la sua valutazione globale del film. Insomma, mi sembra che ne colga la portata e i limiti, ma nonostante ciò ne tragga un giudizio fondamentalmente negativo.

    a Lorenzo. Ho letto con grande interesse anche il pezzo di Guadagnucci. E qui mi ritrovo in parte con le critiche da lui fatte, e in modo particolare con un senso di incompiutezza relativo all’analisi della dinamica interna alle forze dell’ordine.
    Non trovo però che il film cancelli la questione politica. Il film racconta in forma di titoli di coda in modo inequivocabile le reticenze dell’istituzione nel corso del processo, la sostanziale immunità (la prescrizione della maggior parte dei reati), la mancanza di un reato di tortura nel nostro ordinamento, la promozione dei vertici della polizia poi incriminati,la mancata creazione di una commisione d’inchiesta parlamentare ecc.)

    Concordo con Carlo Gallione: forse di fronte a una ferita così insanabile come Genova 2001, la reazione è quella di chiedere ad un film una sorta di redenzione.

  25. mario rossi il 4 maggio 2012 alle 02:00

    L’apparato repressivo si era già messo in moto a Seattle, a Napoli ed a Goteborg, ed a mio avviso è chiaro l’intento internazionale di azzerare ogni opposizione al neoliberismo con qualsiasi mezzo. Detto questo, “il film non l’ho visto però ho lo stesso un’opinione”, non sul film, bensì su questa discussione.
    La memoria storica, oltre ad essere documentaria è funzionale all’analisi del presente e del futuro. Allora la critica della scelta di un punto di osservazione narrativo di fatti storici dovrebbe considerare le contingenze attuali.
    A cosa serve un’opera che racconta fatti reali? Mauro Baldrati ritiene che la narrazione di finzione non dovrebbe profanare le tragedie reali. Non sono d’accordo. La finzione serve a dare rilievo a parti che la realtà trascura, perché nella realtà sembrano insignificanti, forse perché non servono a capire i fatti passati ma quelli futuri.
    Come ho detto non ho visto il film, quindi non so cosa dice né come lo dice, ma la questione della narrazione mi interessa molto e mi sembra che questo pezzo si possa considerare una continuazione degli altri di Andrea Inglese sulla questione della rappresentazione della crisi. Io penso che i fatti di Genova si inseriscano nella crisi attuale ed i motivi sono chiari.

  26. andrea branco il 4 maggio 2012 alle 02:41

    Non ho visto il film, ma leggendo questo pezzo e i commenti mi sono venute in mente alcune cose.
    Andrea Inglese scrive “Eppure conoscendo da vicino la vicenda, vedendolo non mi sono arrabbiato né disgustato. Non trovo che abbia tradito quanto io sapevo, anche se non mi ha permesso di scoprire quasi nulla.”
    E caracaterina “E, comunque, così come è realizzato, il film, agli occhi di chi li tiene chiusi, non apre nessuna visuale, e, per i ragazzini, sembra poco diverso da un qualunque wargame da giocare alla playstation.”
    Io sono una persona poco più che mediamente informata sui fatti di Genova: letto articoli, visto qualcosa a teatro (Genova 01 di Paravidino), seguito sui giornali, nel web. Sporadicamente, niente di che.
    Sapevo della Diaz. Di pestaggi, torture. Questo film, dunque, dà conferma di ciò che è successo. Una cosa importante, perché oggi se non hai visto qualcosa quel qualcosa non esiste, e spesso basta dire che comunque quella cosa che hai visto non è esistita e dopo un po’ è davvero così, non è esistita, perché abbiamo anche i ricordi a tempo determinato, senza dimenticare la prescrizione. C’è da considerare inoltre che il fatto che qualcosa sia successo giustifica il suo ripetersi. O meglio, la ripetizione non porta shock.
    Fatto sta che sia ad Andrea Inglese, che era a Genova, sia a studenti delle scuole di oggi questo film non fa scoprire quasi nulla, direi.
    Agli studenti dà conferma che le forze di polizia possono far persino le cose in grande, senza quasi colpo ferire (se la sentenza c’è e le persone rimangono al loro posto…).
    Da un punto di vista di mercato direi che offre a vari tipi di spettatori qualcosa che confermi la loro visione del mondo e dunque è vendibile. Vendibile a chi tiene gli occhi aperti, e vendibile a chi li tiene chiusi. Però “quasi nulla” non è nulla.
    [Digressione sulle forze di polizia: Ancora caracaterina “comunque la polizia picchi e sia stronza per loro è dato come acquisito”. Per me è dato come acquisito che nelle forze di polizia ci siano persone che pur senza una violenza fisica effettiva si pongono in modo “violento”, intimidatorio. Dalle parole ai fatti a volte è più facile, soprattutto quando le parole vengono ripetute tanto spesso. Quando vedi qualcuno delle forze dell’ordine sai che devi essere tu, quello calmo, a prescindere. Poi ci sono le persone tranquille, certo, ma non si sa mai. Non dovrebbe essere così, credo.]
    Quasi nulla non è nulla, e il film sembra sì non far aprire gli occhi, ma socchiuderli? Fa nascere delle domande, fa venire voglia di approfondire, magari di vedere anche che il film non è perfetto etc etc? E se c’è qualcuno a cui viene voglia di approfondire e fa una domanda, gli si risponde che il film però non è un gran film o si cerca di spiegare il contesto in cui tutto ciò è avvenuto?
    In fondo sempre caracaterina parla di “rabbia cupa e silente che mi/ci aveva congelato” e quel “ci” immagino sia riferito ai suoi studenti. Quindi è un film che nelle sue imperfezioni fa provare rabbia, e da questo punto di vista non so quanti wargames facciano altrettanto.

  27. Vincenzo Cucinotta il 4 maggio 2012 alle 08:34

    Dopo tanti autorevoli interventi di persone che non hanno visto il film, non posso sottrarmi neanch’io all’impresa. D’altra parte, questa tentazione di intervenire deriva, mi pare, dal fatto che si parla ben poco del film in quanto tale, come se si parlasse di un romanzo solo sulla base della trama, e quindi anch’io mi sento giustificato ad intervenire.
    A questo proposito, volevo ringraziare Matt che a me pare l’unico che abbia provato ad entrare davvero nel merito.
    Le cose però che qui si discutono sono altre, e sfiorano soltanto il film di Vicari (che tra l’altro mi sembra una persona volgare, almeno come appariva da un dibattito in TV con Agnoletto).
    Dicono alcuni che non bisogna chiedere a un’opera di fiction di essere documentaristica. D’accordo, ma se un’opera di fiction, invece di riferisrsi a storie inventate, sceglie deliberatamente di rivolgersi verso fatti storicamente determinati, allora questa stessa scelta ha delle implicazioni etiche di aderenza storica ai fatti, non può dire che si tratta solo di un espediente per parlare d’altro.
    Questa commistione di fiction e fatto storico si giustifica, ha un suo senso, solo se l’elemento d’invenzione serve a rendere più vero ciò che il semplice filmato documentaristico non può rendere adeguatamente. Nel merito di questo film, bisognava dare spessore umano effettivo ai poliziotti da una parte ed ai ragazzi della diaz dall’altra, e tutto ciò richiedeva una contestualizzazione adeguata. Così, come hanno detto tanti altri, se si sorvola o addirittura si suggeriscono sequenze causali di eventi di fatto inesistenti, si fa un’altra storia, con altri personaggi, guidati da altre motivazioni. In questo caso, giudico questa scelta produttiva immorale perchè utilizza strumentalmente dei fatti nche di grandissimo richiamo mediale, per scopi commerciali, volendpo in realtà inventarsi una storia tutta sua, una forma insomma di parassitismo mediatico.

  28. Riccardo il 4 maggio 2012 alle 10:39

    Diaz non è un film di denuncia. Se lo fosse gli autori avrebbero avuto la sensibilità di inserire i nomi delle vittime ed il coraggio di aggiungere quello dei responsabili, magari aspettando la sentenza di cassazione.
    Ma le logiche della distribuzione, a cui gli autori finto-alternativi (ma in realtà ben inseriti nel ‘mercato’) si sono attenuti, hanno voluto altrimenti ed il film è uscito prima.
    Rendendo anonimi vittime e carnefici il film trasporta il tutto in una dimensione dove non esistono verità, giustizia e diritto al risarcimento.
    Quello che rimane è pornografia della violenza, un prodotto per fare cassetta costruito come una qualsiasi saga alla Saw.

  29. andrea inglese il 4 maggio 2012 alle 10:58

    a Vincenzo,

    purtroppo il tuo intervento mostra perché sia sterile parlare di un film che non si è visto; in base all’opinione di certe persone che hanno visto il film, tu ti sei convinto che il problema del film di Vicari sia l’aver “romanzato” le vicende. Ora, io che ho visto il film posso dirti che per me il problema di Vicari è semmai opposto: egli ha scelto di ritagliare stretto in un vasto tessuto di eventi, e all’interno di quel ritaglio stretto si è attenuto il più possibile, e in modo cinematograficamente asciutto, alla verità giudiziari emersa dal processo d’appello. Naturalmente, non pretendo che questa mia lettura sia incontrovertibile, dal momento che le immagini di un film non permettono una lettura del tutto univoca. Ma la discussione con chi l’ha visto almeno è entrato nel merito di varie questioni: ritaglio, personaggi primari e secondari, versanti esplorati o solo allusi, effetto emotivo sullo spettatore…

    a stan,
    se l’obiettivo è far polemica per la polemica, lasciamo senz’altro perdere…
    io non dò del fascista ai tuoi ragazzi, anche perché non ho alcun accesso diretto alla reazione che hanno avuto; io dico una cosa molto semplice: se qualcuno vedendo il film di Vicari pensa che la polizia sia giustificata a fare quello che ha fatto alla Diaz, dal momento che forse dei presunti scassatori di vetrine erano in quella scuola, allora vuol dire che: 1) o ignora completamente cosa sia uno stato di diritto – e quindi raccontargli in modo ancora più didattico che lo stato reprime il movimento non servirà a nulla – o 2) si tratta di una persona che ideologicamente giustifica la violenza ingiustificata del più forte contro il più debole, che per me è una prima definzione di mentalità fascista

    a mario rossi e andrea branco
    sì, è vero anche qui si pone la questione di come narrare un sistema oppressivo e violento, in cui siamo inseriti; nel caso della Diaz, per me la narrazione nasce ovviamente prima e prosegue dopo il film, nelle inchieste, nei saggi, nella raccolta di testimonianze, ecc. un film può decidere di focalizzarsi su qualche snodo sociale: per me Vicari ha scelto il suo snodo e io reputo che nel contesto italiano la sua scelta sia stata importante, con tutti i limiti che si possono legittimamente cogliere nel suo lavoro. La politica ha cancellato l’evento. Il movimento dei movimenti si è nuovamente dissolto in mille rivoli. Abbiamo avuto Berlusconi, Lega ed ex-fascisti al governo, sulle televisioni, a diffondere capillarmente la loro visione del mondo. Un primo film, almeno, costringera chi sa e non sa, chi vuol vedere o non vuole vedere, a confrontarsi con quell’orrore. Si dirà che è poco. Senz’altro. Ma intanto quel poco, visto il panorama generale, è per me importante.

    • Vincenzo Cucinotta il 4 maggio 2012 alle 11:35

      Dove avrei detto che Vicari avrebbe romanzato i fatti? Come avrei potuto non avendo visto il film? Io non parlo del film, faccio un’affermazione sulla base del contenuto del film su cui non ci sono state obiezioni, tutto qui, su scelte non certo stilistiche, ma del suo concentrarsi su certi aspetti e di trascurarne altri.
      Scusami la franchezza, ma davvero qui intendevi portare avanti un dibattito riguardante gli aspetti filmografici? In questo dibattito, proprio per come tu stesso hai scelto di introdurlo, si parla di altro, delle scelte di contenuto, di come il regista abbia voluto concentrarsi su certi aspetti e non su altri, e per discutere di questi aspetti, vedere il film non serve.
      Servirebbe solo per definire se il regista è riuscito ad emozionare, non se volesse trasmettere certi messaggi, ma se vi sia effettivamente riuscito.
      Rileggiamo assieme tutti questi interventi, compreso il tuo iniziale, e vediamo di cosa si è effettivamente parlato.
      Se si fosse voluto parlare di linguaggio filmico, di efficacia artistica, non si sarebbe dovuto scrivere di questioni che prescindono dai meriti della regia su un piano tecnico-artistico, qui si parla solo di scelte che appaiono con tutta evidenza politiche e probabilmente anche commerciali.
      Proprio dopo aver letto tutto questo che precede, ho ritenuto opportuno intervenire facendo affermazioni che prescindono dalla bravura del regista e trovo strano che tu senta il bisogno di intervenire a tua volta non per rispondere alle mie affermazioni ma per tornare sulla questione della amncata visione del film.
      Alla fine, se la maggior parte degli intervenuti il film non l’ha visto, possibile che non ti sorga il dubbio che ciò dipenda anche da come hai scritto l’introduzione?

    • mario rossi il 4 maggio 2012 alle 11:40

      è importante avere delle prospettive, al di la dell’oggettività e soggettività con cui si vorrebbe o si riesce a narrare. Nei fatti in questione una prospettiva necessaria è che c’era un movimento di protesta altermondista allora e c’è un movimento altermondista ora. L’anima di allora era nei social forum, anche in Italia, oggi in Italia non c’è ancora, forse perché tuttora sentiamo il peso del modo con cui quel movimento si è dissolto. L’anima di oggi è Occupy e 15M. C’è molta confusione di idee e di, appunto, prospettive, ma l’esempio del passato può servire a non cercare facili soluzioni spesso emotive, a costruire con intelligenza un’emancipazione dalla realtà. Ricordare la forza repressiva della realtà può servire a non esporre il fianco emotivo alla repressione. E questo a prescindere dalle intenzioni e dalle riuscite del film in questione che ripeto non ho visto e di cui non parlo. L’occasione che le opere sul passato anche recente danno è, come in questa discussione, far riemergere conflittualità che, pur ancora irrisolte, si sono assopite.

    • stan il 4 maggio 2012 alle 18:04

      Se scrivo:

      «L’ho verificato di persona con i miei allievi, portati a vedere il film: alla fine, la maggioranza di loro, pur condannandone gli eccessi, quasi “giustificava” l’operato della polizia»,

      e tu, rispondendomi, scrivi:

      «Ora se qualcuno vuole dirmi che qualche spettatore fascista di fronte a tanto afferma che il film racconta come “giustamente” le forze di polizia provacate da cinque vandali habbiano massacrato di botte una novantina di persone inermi, falsificando prove e notizie, non ho nulla da rispondergli»,

      è legittimo pensare che stai dando del fascista ai miei studenti.

      Rispetto al resto, permettimi: 1) lo “stato di diritto” è un concetto vago, dovresti saperlo; pretendere che lo conoscano ragazzi di 16-17 anni vuol dire non sapere in che stato versa la nostra scuola; 2) “giustificare” non vuol dire approvare; vuol dire che quei ragazzi (anche i miei in maggioranza ACAB, dunque con poca simpatia per la polizia) hanno rilevato NEL FILM un barlume di giustificazione.

      Ma non andiamo oltre con questa tediosa sterilità.

      • Ares il 4 maggio 2012 alle 19:50

        Stan la posizione della maggioranza dei tuoi allievi(non di tutti) era inevitabile, la Mia classe delle superiori era un covo di fascisti in erba( a quell’età è molto facile essere fascisti, lo siamo un po’ tutti infondo), il tuo compito era quello di spronarli a una riflessione più attenta. E se lo hai fatto, sei diventato certamente il loro riferimento per ogni altro tipo di riflessione.

        • Ares il 4 maggio 2012 alle 19:56

          Poi, il film ha certamente i limiti che rilevi, anche Inglese non è poi così totalizzante, resta comunque il merito del film “aver mostrato le immagini” , ora bisognerebbe raccogliere la sfida e addentrasi nella riflessione… ed entrare “artisticamente” nel merito.

  30. andrea inglese il 4 maggio 2012 alle 12:18

    Linko qui un pezzo che mi sembra dica anche meglio di quanto sia riuscito a fare io, perché nonostante i suoi limiti “Diaz” sia un film di denuncia e necessario, proprio nel ritaglio che ha scelto.
    http://quattrocentoquattro.com/2012/05/04/diaz-fare-archivio/

    • mario rossi il 4 maggio 2012 alle 14:00

      Negli ultimi anni si è molto dato seguito, giustamente, alle riflessioni della Arendt sulla banalità del male. Ci sarebbe da iniziare una riflessione sulla “normalità” del male e sulla ricostruzione della normalità.

  31. Francesco Migliaccio il 4 maggio 2012 alle 13:19

    Le critiche al film di Agnoletto in merito ai fatti non mirano il bersaglio giusto, secondo me.

    Credo che il film vada criticato – anche duramente – in merito al suo linguaggio e alle implicazioni politiche che comporta. Per chiunque fosse interessato: http://www.alteracultura.org/?p=2594

    Credo che quando Inglese parla di “evento traumatico” dimentichi tutte le complessità che si celano dietro al trauma e allo choc (storico e politico, in questo caso). La reazione al trauma può tradursi nella ripetizione compulsiva di immagini: fantasmagoria televisiva e pornografia della violenza sono, secondo me, i risvolti rischiosi in cui la rappresentazione può sprofondare.
    Vicari si lascia trascinare nel baratro dell’immagine allucinata e si avvicina a un’estetizzazione che nulla ha di rivoluzionario. Proprio nulla.

    • andrea inglese il 4 maggio 2012 alle 15:48

      a Francesco,
      di cui ho letto l’analisi attenta e critica, rispondo sull’evento traumatico. Per me l’evento traumatico non solo nasce all’interno di una complessità di fattori storico-politici – che riguardo a Genova sono stati in questi anni vagliati dal movimento e da chi ha lavorato alla ricerca di verità e giustizia – ma rinvia anche a un versante antropologico e sociale quasi totalmente ignorato dalle polemiche più strettamente politiche che sono state rivolte a Vicari. Dal mio punto di vista Vicari ha mancato non sul piano storico-politico, ma su quello antropologico-sociale. Sul piano storico-politico, infatti, gli elementi di giudizio ci sono ormai ampiamente. E non stava a lui ripeterli nelle medesime forme. Quello che lui poteva fare era esplorare una terra incognita di quella repressione. Questo non ha saputo farlo.
      Rappresentare il trauma, l’osceno, è qualcosa che legittima l’oblio, la cancellazione, l’inesistenza del crimine – ossia ciò che la politica ha voluto, promuovendo i responsabili di quei massacri? In termini pscanalitici, si parla di forclusione del trauma, quando un trauma è cancellato, radicalmente negato. Questo è quanto la classe politica e la buona coscienza di tanti cittadini vorrebbero. Dimenticare Genova.
      Io credo che esibire il trauma e l’oscena vada contro questa logica. Sia un passo fondamentae contro questa logica. (Ovviamente non sono il solo che la pensa così.)
      Tu concludi dicendo che il film di Vicari non ha niente di rivoluzionario. Ne sono del tutto convinto anch’io. Ma perché mai un film sui fatti della Diaz, un film decente, dovrebbe essere per forza rivoluzionario? E perché mai tutto quanto non è rivoluzionario dovrebbe essere condannato come strumento del nemico? Per fare un film rivoluzionario, in genere, è necessario che vi sia un contesto rivoluzionario. Lo vedi tu, oggi, in Italia? Certo, esistono anche le rarità, le individualità eccezionali. Non mi sembra il caso di Vicari, che fa un cinema per un ampio pubblico (un ampio pubblico non-rivoluzionario).

      Poi scrivi: “È vero: l’importante è che se ne parli, l’importante è che il fascismo venga denunciato in tutte le sue forme. Ma come reagire se gli spazi concessi alla denuncia utilizzano gli stessi linguaggi dei poteri che vorrebbero scardinare? È possibile vincere una partita le cui regole sono state già scritte?”
      Questa è una domanda importantissima. La stessa penso che ha formulato anche Gherardo Bortolotti, ad esempio. Non è però una questione che può addossarsi all’estetica e al lavoro di un singolo autore. Credo che questa domanda tocchi una faccendoa ben più vasta e complessa, e che riguarda un più generale rapporto sia degli autori (registi) che degli spettatori (pubblico) con le immagini.

  32. Stefano Durì il 4 maggio 2012 alle 14:48

    non ho visto il film e non ne parlo. Mi ha molto colpito però la descrizione delle reazioni dei due gruppi di studenti. Sarebbe un esperimento interessante metterli a confronto con “Hunger”, che invece ho visto e che tratta il tema della guerra civile e della violenza (anche) poliziesca in modo originale, forte, politicamente non schierato, con ritmo e linguaggio decisamente “non-hollywoodiani” e (mi par di capire) diversi anche da quelli del film di Vicari.
    Non mi convince l’equidistanza del tipo “né con Zdanov né con lo Zio Sam”, che mi è parso di cogliere da qualche parte. Farei la firma ad avere in Italia un cinema così capace di confrontarsi continuamente con la storia nazionale come quello USA (con esiti di qualità molto variabile, è ovvio). Da questo punto di vista l’uscita di film come “Diaz” e “Romanzo di una strage” forse è da apprezzare comunque, al di là del merito “politico”.

  33. Ares il 4 maggio 2012 alle 15:01

    Spero che il film di Vicari diventi un apripista, partendo da questo film è possibile addentrarsi con maggior perizia in tutta una serie di tematiche che hanno come centro la violenze di stato, e la sua legittimazione.

  34. Federico Gnech il 4 maggio 2012 alle 18:11

    Aggiungo un punto di vista che mi sembra del tutto assente, qui. E’ quello di Marco Imarisio: http://lettura.corriere.it/il-film-sulla-diaz-i-romanzi-non-bastano/

  35. effe/esse il 4 maggio 2012 alle 23:09

    Ho visto il film pochi giorni dopo l’uscita, dopo lo sciagurato intervento di Agnoletto e l’intervista a Vicari in risposta, che mi è parsa appena insipida. Hanno avuto almeno il merito di convincermi ad andare a vedere il film al più presto. Confesso che ho trovato la narrazione un po’ goffa ma almeno chiarissima: la violenza smisurata della polizia è stato un volantario atto di mortificazione di ogni diritto. Il ragionamento che il film attribuisce ai vertici dell’ordine pubblico (lo faccio un po’ paternalistico) è questo: “Va bene la protesta ma dentro limiti precisi: oltre questi limiti non si applica una misura di contenimento, si aggredisce e punisce ogni intenzione di contestazione e dissenso”.
    Un’altra cosa chiara mi sembra che il film faccia parlare, esporre opinioni, pensare: mi sembra già molto e che rappresenti bene o male questa o quella tesi mi sembra secondario. Forse non ne espone alcuna, forse è volutamente ambiguo, forse non sostiene nulla.
    E’ un po’ il guaio delle immagini. Trovo interessante che qualcuno abbia trovato motivata o comprensibile la violenza della polizia. Il che dimostra che la sequenza di immagini satura di violenza fino alla noia o al disgusto non ha spostato un briciolo di preconcetto con cui si guarda al mondo solitamente. Se credi che spaccare la faccia a una persona con il manganello la sera perché un’altra ha bruciato le macchine la mattina (a parte il fatto che non hai scampo, sei fottuto) nessuna evidenza ti farà scattare una molla di intelligenza. Se pensi che la polizia debba mantenersi garante e braccio della legalità, allora guardando quelle immagini, deplorando quegli agenti, bestemmiando contro i vertici che l’hanno permesso, uscirai dal cinema con una sete di giustizia (magari qualla che sia, come spaccare la faccia a chi eserciti su di te un sopruso).
    Con questo non voglio dire che l’arte rinforzi le opinioni, nel senso che quelle che hai ti rimangono! Forse invece, un’operazione artistica basata sulla cronaca ha il vantaggio di captare interesse ma ha più difficolta a conquistare una prospettiva e proporre un racconto diversi e alternativi rispetto alle opinioni.

  36. lorenzo galbiati il 5 maggio 2012 alle 05:08

    Reputo il film Diaz un brutto film.

    Credo che questo articolo di Andrea ponga il dibattito acceso da Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci (il Luca della Gazzetta di Bologna del film: Guadagnucci era del Resto del Carlino) su un piano improprio.

    Andrea dice in pratica che questo dibattito è fuorviante perché un militante politico tipico di certa sinistra radicale vorrebbe dire cosa deve fare il regista quando gira un film di denuncia anziché valutare se la scelta del regista è stata resa con efficacia, ossia se il regista ha raggiunto il suo scopo.

    Il problema è che lo scopo di questo film è quello di mostrare che alla Diaz, e in parte a Bolzaneto, “questo è stato”, come rilevano tutti, da Andrea ad Agnoletto. E allora se l’obiettivo è mostrare quel che è stato, per valutare il valore estetico di questo film occorre considerare la sua aderenza a quello che effettivamente è stato.

    Cosa è successo quindi?
    E’ successo che a seguito delle devastazioni del black block e dell’assalto a una camionetta della polizia di pochi secondi con il lancio di una bottiglia che non ha colpito nessuno la polizia di Genova ha deciso di fare irruzione alla Diaz pensando che fosse un covo di black bloc, che andavano arrestati e disarmati? E’ successo che i poliziotti entrati alla Diaz o a Bolzaneto credevano di avere a che fare con black block pericolosi e hanno iniziato a menare subito perché “I miei non li tengo più” (le “mele marce” di cui parla Agnoletto), come ha detto un caposquadra, forse volutamente inascoltato dai capi in riunione? Se è successo questo, allora il film ha fatto una buona sintesi della realtà ed Andrea ha ragione, inutile parlare anche per 5 minuti, come ha chiesto Agnoletto, di cosa fosse la manifestazione del Genoa Social Forum, inutile accennare ai politici sul campo (Fini, Castelli) o avvertiti dell’irruzione (Scajola), inutile fare i nomi dei capi (De Gennaro e Manganelli) della polizia che sapevano e coordinavano tuttora al loro posto (Manganelli da vice a capo polizia, De Gennaro, pensate un po’, capo dei servizi segreti), come chiesto da Guadagnucci. E bene ha fatto il regista nel finale a far dire al vecchio all’ospedale “avete fatto una grande cazzata”, non siamo comunisti black bloc, quello è un giornalista del Resto del Carlino; e ancora meglio ha fatto inquadrando il ragazzo africano black block dire che hanno fatto questo perché cercavano noi.

    Ma se questa sintesi del regista, diciamo la sua tesi sul “perché” questo è stato, è poco aderente alla realtà, allora sono tutt’altro che fuorvianti le critiche di Guadagnucci e Agnoletto, sono anzi la denuncia che questo film pur mostrando un crimine enorme ne impedisce la comprensione, perché ne oscura i reali moventi.

    Ecco cosa dice Guadagnucci:
    “[Il film] non offre elementi di fatto sulle responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto e sulla scelta compiuta negli anni seguenti dal vertice di polizia e dai responsabili politici, una scelta di legittimazione e copertura degli abusi e delle menzogne, anziché di ripudio, come l’etica democratica comanderebbe.” Non offre elementi di questo depistaggio neanche nelle didascalie finali, dove sarebbe stato importante non tanto fare i nomi dei poliziotti esecutori del massacro, quanto spiegare come i vertici della polizia di allora – sempre Manganelli e De Gennaro – sono a tutt’oggi amati e riveriti dai politici e detentori di posti di potere di rilievo.
    – “La perquisizione non fu decisa allo scopo di prendere un determinato gruppo di appartenenti al Blocco nero, ma per eseguire un congruo numero di arresti e ottenere un recupero in termini di immagine per la polizia di stato, raggiungendo anche un obiettivo politicamente interessante, ossia eseguire quegli arresti non in un posto qualsiasi fra i tanti possibili, ma nel quartier generale del Genoa social forum, appunto la scuola Diaz. Sono punti che sono stati messi in chiaro, il primo, dal vice capo della polizia dell’epoca, Ansoino Andreassi, che ha testimoniato in tribunale (guadagnandosi l’ostracismo del vertice di polizia); il secondo dallo stesso Silvio Berlusconi, il quale nella conferenza stampa finale – mostrata alla fine del film – annuncia che nella sede del Genoa social forum (lui lo chiama Global forum) sono stati arrestati appartenenti al Black Bloc, mentre il Gsf aveva negato qualsiasi relazione col Blocco nero.”

    Ecco cosa aggiunge di significativo Agnoletto:
    – Che la sceneggiatura è stata mandata dal regista a Manganelli, capo della polizia, e nel 2001 vice di De Gennaro: beh, ora è chiaro perché nel film non si accenna di lui neanche nei titoli di coda!
    (In compenso il Comitato verità sulla Diaz non è stato coinvolto nel film).
    – “Il Pubblico Ministero del processo Diaz, Enrico Zucca… ricorda i filmati d’archivio con “la presenza dei funzionari che comandavano l’operazione, un direttorio spesso riunito sul campo che decide nelle svolte cruciali. Quel gruppo scompare invece dal film… Il film cautamente si adegua e non solo, in alcuni passi ricostruttivi sceglie la versione degli imputati (n.d.a. i poliziotti) rispetto a quella contrastante delle vittime. Se vogliamo l’unico messaggio netto che ha dato è che i black bloc erano – anche – alla Diaz”.”.
    – “Il racconto è completamente decontestualizzato; non viene mai spiegato perché 300.000 persone quel luglio 2001 si siano recate a Genova. Cosa può capirne un giovane che oggi ha vent’anni? Per non parlare di chi lo vedrà tra qualche anno. C’è stata un forte repressione, ma perché? Cosa volevano quelle persone massacrate di botte? Mistero.Gli autori replicano che il loro obiettivo non era raccontare la storia del movimento. Ma sarebbe stato sufficiente inserire qualche spezzone tratto da filmati di repertorio, ad esempio dall’intervento di Susan George in apertura del Forum il 16 luglio 2001, per dare un’idea delle nostre ragioni. Immagini facilmente recuperabili tra la documentazione video alla quale la produzione del film ha avuto pieno e illimitato accesso. Se non si spiegano le ragioni del movimento diventa impossibile spiegare le ragioni della repressione. Infatti.”

    Tornando su quel che dice Zucco, e che riprende Agnoletto, qui:
    http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3374
    – Zucco descrive molti fatti in cui il regista mostra di avere diminuito le violenze effettive, e conclude: “Chi conosce la vicenda processuale scopre che il regista sorprendentemente rinuncia a descrivere alcune delle azioni più brutali.”

    In definitiva.

    Se i politici e i vertici della polizia non c’entrano, se non c’era l’intenzione di colpire il Genoa Social Forum con quell’irruzione, se a motivare la mattanza non c’era il disprezzo verso quei comunisti del GSF il cui movimento bisognava distruggere quanto piuttosto l’odio contro quei delinquenti dei Black block che hanno devastato Genova, allora Vicari ha ragione, allora Andrea Inglese ha ragione a difendere quel film, che raggiunge il suo limitato obiettivo, e le polemiche sono inutili.

    Ma se non è così, e hanno ragione Guadagnucci, Agnoletto, Zucco, e direi anche Andreassi, allora il film o è in malafede o non ha il coraggio, o l’abilità, di dire la verità: è cioè un film disonesto o un film brutto. C’è da dire che in questo caso il film avrebbe richiesto più impegno creativo: facile rappresentare dei poliziotti che fanno una retata per colpire i black block e che massacrano chiunque si trovi alla Diaz, più difficile ricostruire un clima, una volontà dispiegata ai vari livelli gerarchici della polizia e della politica, senza scadere nel complottismo. Ma se questa era la realtà, andava rappresentata, in qualche modo.
    Io credo Diaz sia un film brutto, sia per mancanza di coraggio (il copione passato a Manganelli, la mancanza totale del coinvolgimento nel film e nei titoli di coda dei capi della polizia e dei politici, la mancanza di una rappresentazione più realistica delle violenze commesse alla Diaz) sia per mancanza di abilità (e qui potrei fare molti esempi… a me del film è sembrata buona solo la parte finale, su Bolzaneto).

    Ma si può sempre dire, come sembra faccia Andrea Inglese in alcuni punti, che non fa niente se la ricostruzione delle cause che hanno portato alla mattanza distorce la realtà, o la semplifica fino a banalizzarla, o risparmia le gerarchie della polizia e della politica, l’importante è mostrare che questo è stato. Mostrare questo sarebbe già tanto, per come siamo messi. Insomma chi si accontenta gode e la sinistra che polemizza su tutto si scava la sua fossa da sola. Io penso invece che mostrare quel che è stato sbagliando la messa a fuoco sul perché è stato rende la rappresentazione filmica della realtà un assurdo, svuota il questo è stato di senso. E penso che accontentarsi di una rappresentazione realistica che diventa assurda in quanto a senso sia una resa incondizionata al comprendere la storia, al costruire una coscienza civile in Italia.

    • effe/esse il 5 maggio 2012 alle 09:41

      a lorenzo galbiati

      “per valutare il valore estetico di questo film occorre considerare la sua aderenza a quello che effettivamente è stato.”
      ah aha aha aha aha aha aha aha!!! mi scuso con lui per la reazione.
      se il film di Vicari non è granché è proprio perché si è fin troppo tenuto in quest’ibrido tra voler mostrare qualcosa di astratto e tenersi aderente ai fatti.

  37. carmelo il 5 maggio 2012 alle 12:58

    Questa discussione puzza del peggior realismo socialista.

  38. andrea inglese il 5 maggio 2012 alle 15:13

    E’ interessante notare che tra coloro che stroncano il film di vicari, una parte lo fa denunciando le omissioni (non fa vedere abbastanza) e una parte denunciando la pornografia (fa vedere troppo).

  39. caracaterina il 5 maggio 2012 alle 16:20

    A me è sembrato molto interessante, invece, quello che ha scritto Francesco Migliaccio nel post che ha linkato nel suo commento là sopra.
    Può sembrare, da quanto ho scritto prima, che io appartenga al gruppo in cui Andrea Inglese mette quelli che criticano il film perchè ha fatto vedere poco (ho parlato di “mancanza”, in effetti), invece Francesco mi ha fatto capire che lo critico per il “come” ha fatto vedere quello che mostra. Il suo discorso sul movimento di macchina che fa in modo che, nell’episodio che lui cita nella caserma di Bolzaneto, vadano a sovrapporsi lo sguardo del poliziotto, quello del regista e quello dello spettatore credo sia la chiave per capire cosa “manca” a questo film: manca uno scarto che produca davvero scandalo.
    La sospensione dello stato di diritto, dobbiamo capirlo, ma davvero, e preoccuparcene fino “allo strenuo” – come diceva una che conosco – non fa più scandalo, almeno in Italia. E’ divenuta una prospettiva ammessa e, in qualche modo, condivisa. E non dal G8 e dalla Diaz ma da prima. Si tratta di un fenomeno politico ma, fondamentalmente, culturale e che ha inquinato tutta la società. E’ per questo che i miei ragazzi non si sono davvero scandalizzati ma solo arrabbiati, come mi sono arrabbiata io, che ci sono stata male doppiamente perchè, appunto, mi arrabbiavo e basta.
    Da un film su un tale argomento io mi aspettavo lo scandalo, non una denuncia, non una ricostruzione storica ma uno schiaffo, piuttosto avrei voluto un’ambiguità alla Kubrick, avrei voluto che un film del genere CI interrogasse sul confine che abbiamo davvero segnato, oggi, dentro e fuori di noi, fra ciò che consideriamo tollerabile o intollerabile in una società civile. Ma sembra invece che, con questo film, ci si fermi a un po’ di indignazione e, fondamentalmente, si abbia una normalizzazione dell’alterità. Torno a chiedere: a che serve impegnarsi a far vedere l’unico spazio che non è stato visivamente documentato se ciò che guardo non è il “mostruoso” ma ha gli stessi colori e le stesse forme di ciò che già si conosce?

  40. andrea inglese il 5 maggio 2012 alle 17:16

    a carcaterina,
    Posto che, ripeto, l’argomento di migliaccio mi sembra più interessante e pertinente di quelli che vorrebberro la “spiega” politica o l’elenco dei nomi dei poliziotti incriminati, quanto tu dici solleva un tutt’altro problema.
    Tu scrivi:
    “La sospensione dello stato di diritto, dobbiamo capirlo, ma davvero, e preoccuparcene fino “allo strenuo” – come diceva una che conosco – non fa più scandalo, almeno in Italia.”

    Ora, questo discorso rende del tutto secondaria l’analisi del film di Vicari, e pone prepotentemente il problema del contesto di ricezione. Qui non si parla più né di movimento né di poliziotti né di registi, ma di cittadini italiani oggi.
    A questo punto affrontiamo questo tema. Non perdiamoci dietro a questioni alla fine secondarie.
    Se tu avessi ragione, dovrei pensare che quasi tutto è perso. E che l’ultima delle cose di cui preoccuparsi è se un film abbia una dignità politica o meno, dal momento che lo spazio stesso della politica sarebbe azzerato nei suoi presupposti soggettivi. Non ci sarebbe più politica di soggetti, ma politica sui soggetti, assoggettamento puro.
    Non credo che sia vero. Credo che l’analisi non tanto sia catastrofista, ma semplicemente riduttiva.
    Non è che lo stato di diritto non esiste più per i cittadini italiani. Esso esiste, ma “selettivamente”.
    Ho citato Palidda, ma su questo potrei citare Dal Lago.
    A molti di noi è diventato indifferente o comunque tollerabile il fatto che ci siano zone e situazioni di non-diritto. Queste zone e situazioni di non-diritto sono quelle che producono le non-persone, che sono gli immigrati clandestini. Costoro sono le prime e le più costanti vittime di un’eccezione stabile dello stato di diritto. Io, te e qualsiasi altro cittadino italiano lo sappiamo bene.
    Se però a un qualsiasi italiano un poliziotto ritira la patente perché sulla sua macchina c’è l’adesivo della Lazio e non quello della Roma, allora il qualsiasi italiano sa benissimo, come fosse nozione innata, che cos’è lo stato di diritto. E per nulla ritornerebbe a casa mogio e tranquillo.
    La classe politica e dirigente incriminata sa benissimo cos’è lo stato di diritto.
    Chi ha tranquillamente i mezzi per pagarsi degli avvocati sa benissimo cos’è uno stato di diritto.
    Con questo non voglio dire che la giustizia funzioni allora bene, e che sia “giusta”, ecc.
    Voglio solo dire, la gente sa cos’è lo stato di diritto, ma non pretende che esso esista per “tutti”.
    Ora, la domanda che pochi si sono fatti, ad esempio, riguardo a Genova è questa. Ma quanto una grossa parte degli italiani che erano a casa loro tranquilli durante il G8 hanno in fondo chiuso “selettivamente” gli occhi di fronte ai pestaggi di giovani casinisti, molti dei quali non erano neppure italiani?

    • caracaterina il 5 maggio 2012 alle 19:14

      Non ho detto che non si sa cos’è uno stato di diritto. Dico che non fa più scandalo la sua sospensione. “Selettivamente”, d’accordo, come dici tu. Ma è come quando coi ragazzi si parla di pena di morte e alla domanda secca “Favorevole o contrario?” molti rispondono: “Contrario, però, dipende dai casi”. Faccio sempre fatica a fargli capire che, quindi, sono favorevoli e che la legge, appunto, deciderà quali sono i casi in cui. Se siamo “selettivamente” disposti a sospendere lo stato di diritto, al più ci accapiglieremo su cosa e come selezionare ma, comunque, condividiamo la stessa prospettiva secondo la quale se po’ ffà. Ed è qui, che mi preoccupo. Perchè questa selettività, in Italia, è ormai molto, troppo estesa. Nel film, lo spettatore medio, a mio avviso, tenderà a identificarsi col poliziotto “buono”. Beh, chi sa che il poliziotto “buono” è Michelangelo Fournier, avrà modo di difendersi dalla tentazione di identificarsi: io non voglio identificarmi con chi, per mestiere, è soggetto ad operare anche in sospensione dello stato di diritto, sapendo esattamente cos’è. E può pensare di cavarsela con le scuse e una confessione tardiva. Ma nel film, niente impedisce, a uno sguardo ignaro, tale identificazione. Lo sguardo ignaro si identifica con lo sguardo del poliziotto: selettivamente disposto a chiudere gli occhi davanti alla sospensione dello stato di diritto (basta che non si esageri, in fondo, se ppo’ ffà)

      • andrea inglese il 6 maggio 2012 alle 00:42

        caracaterina,
        sinceramente non mi sembra che il problema sia relativo all’identificarsi con il poliziotto buono, che per altro quando deve menare mena anche lui; mi sembra un minimo di verosimiglianza quello di mostrare che i poliziotti li presenti non erano un’unico clone senz’anima pilotato da Fini con una playstation…
        Quanto al discorso che più mi preme: le zone selettive di non-diritto… Mi sembra chiaro che questo sia il vero veleno che la società produce e con il quale si familiarizza. Nel momento che finisco per tollerare l’esistenza di zone di non-diritto “lontane” da me, nessuno mi assicura che un giorno non ci finirò io stesso in quelle zone di non diritto.
        Se la denuncia di Vicari funziona, è perché quei manifestanti che i media e i politici avevano trasformato in modo uniforme in similterroristi, nel film appaiono per come erano nella realtà: un collettivo eterogeneo di esseri umani, tra cui anche i fin troppo simpatici e amabili black blok (quelli veri, lo posso assicurare, avevano un’aria molto più stronza). Insomma, “Diaz” avvicina allo spettatore le vittime che la stampa e la propaganda politica aveva dapprima disumanizzato, e poi, dopo il massacro, fatto sparire dalla scena, per non infastidire troppo le forze di polizia e il governo.

        • caracaterina il 6 maggio 2012 alle 10:23

          vabbeh, vedo che non riesco a farmi capire. diciamo che, sì, son d’accordo, il film di Vicari ha come merito quello di “non far dimenticare”, di far parlare ancora di Genova dentro a un’opinione pubblica anestetizzata. è importante pure questo, ovvio. ma a me non basta. allora preferisco davvero Romanzo di una strage che già nel titolo dichiara che si tratta di una narrazione possibile, non esaustiva, da cui si possono mantenere le distanze, ma che fornisce un senso da cui poter eventualmente partire. Diaz, fin dal titolo, pretende di essere una sorta di spotlight che illumina un punto buio della scena e lo svela. Sarà che qui a Genova quel punto non è mai stato così buio neppure per quelli che tengono gli occhi chiusi ma, ripeto, quello che si vede non modifica la prospettiva, non spiazza, non interroga, non scandalizza. Ti ricordo che per noi abitanti l’orrore è cominciato nel momento in cui eressero le famose cancellate di ferro e ci espropriarono dei nostri percorsi abituali. Sembra poco, magari, a chi viene da fuori ma già quello, qui, fu sentito come una violenza brutale. Tu parli di come ci si arrabbierebbe se un poliziotto ti fermasse per un adesivo di squadra di calcio, pensa cosa vuol dire dover mostrare documenti e pass per andare a far la spesa due vie più avanti o per rientrare nel tuo quartiere, nella tua strada, in casa tua. Per alcuni giorni siamo stati palestinesi, berlinesi del 1961, quasi ebrei nel III Reich. Beh, basta.

  41. Daniele Lo Vetere il 5 maggio 2012 alle 17:29

    Gentile Inglese, non sarebbe il caso di riassumere, ad usum Delphini, magari in altro post, le questioni, posizioni e movenze di pensiero fondamentali dei dibattiti novecenteschi sul rapporto tra compiti dell’arte e degli artisti e politica (o partiti), insomma sull’engagement? Potrebbe essere utile alla discussione. Il suo intervento di lì prendeva le mosse, mi pare. Insomma, forse allargare un po’ lo zoom dal giudizio di valore sul film alle categorie stesse attraverso le quali si può leggerlo, un film del genere, non farebbe male.
    Nel corso della vivace discussione si sono intrecciati piuttosto altri due temi: il primo, comunque da lei suggerito, riguardante il giudizio da dare sulla riuscita estetica del film in ordine agli scopi che esso sembrava darsi (e una volta messa da parte l’ipotesi di Agnoletto, da lei invalidata mi pare, che un film debba suonare il piffero al movimento); il secondo sulla ricezione del film, che invece è stato sollevato dall’intervento di alcuni colleghi insegnanti, i quali notavano come la reazione di studenti adolescenti davanti a “Diaz” fosse di giustificare l’operato della polizia e che rubricavano questa lettura fra gli effetti del congegno narrativo del film stesso. Mi pare che a questo secondo tema una excursus storico come quello che suggerisco sarebbe utile, visto che il problema dell’engagement dell’arte è anche un problema di effetti sul pubblico e di sua educazione. Magari si riuscirebbe anche ad uscire dal litigio sull’urfascismo degli studenti: un’opera d’arte (se si preferisce un termine meno pomposo, un’opera d’invenzione) ha doveri etici nei confronti dei suoi fruitori? Così tutto si terrebbe, forse. Aggiungo che vista la concomitante presenza nelle sale di Diaz e di Romanzo di una strage, che ha fatto ugualmente discutere, si potrebbe provare a dare una valutazione globale del filone storico-civile.

  42. lorenzo galbiati il 5 maggio 2012 alle 20:35

    Dal Corriere di oggi:

    “…Il primo commento è di incredulità, poi si fa largo l’indignazione. “Non credevo, non pensavo…”. Una reazione che hanno provato molti ragazzi. Domenico Procacci, produttore del film di Daniele Vicari, dice di averlo fatto anche per loro, per i più giovani. Per raccontare la notte del 21 luglio 2001, quando la polizia fece irruzione nella scuola. “Genova rappresenta un nodo non ancora sciolto. Si è creata una frattura tra i cittadini e le forze dell’ordine. L’intenzione è quella di dare maggiori dettagli a chi non ha vissuto quei fatti. Raccontare la sospensione di uno stato di diritto che è avvenuto in Italia”.

    Il film ha creato dibattito. E’ stato anche molto criticato da chi quei giorni li ha vissuti. A Matteo, 21 anni, è piaciuto. “Hanno fatto una scelta e credo che sia stato giusto portare sugli schermi quello che è successo”. Lui, 21enne studente di Giurisprudenza, sapeva tutto. Si è letto gli atti, si è documentato. “Studiare gli avvenimenti, ascoltare le testimonianze è tutta un’altra cosa rispetto a vedere certe scene”. Dice di essere stato impressionato “dalla reiterazione della violenza. Così, senza un motivo apparente. Non per legittima difesa, nulla. Come si fa a colpire delle persone che non hai mai visto prima, che non ti hanno fatto nulla, in quella maniera? Eppure è successo”. Su una cosa non è d’accordo: “Non ci credo che su 300 poliziotti uno solo si è accorto di quello che stava succedendo dentro a quella scuola”. Secondo lui i suoi coetanei “dovrebbero vederlo, non tanto per prevenire una situazione del genere quanto per riconoscerla, sperando che non succeda mai più”.

    Ecco gli effetti del film su altri studenti, questa volta universitari. L’ASSURDO, l’incomprensibilità della realtà. Tutti increduli che questo sia successo. Increduli perché non ne trovano una ragione: perché mai anziché cercare i black block e arrestarli i poliziotti hanno picchiato chiunque avessero di fronte in modo reiterato? Perché mai? Non c’è motivo, il film non fornisce alcuna possibile spiegazione.

    Ma c’è la parola d’ordine di Procacci, già diffusa con la dichiarazione di Amnesty a sottotilo del film, che fa da panacea per ogni dubbio che possa sfiorare qualsivoglia difensore del film, a partire dalla Dominjanni – panacea che pare irretire con successo anche molti critici del film.
    Vale a dire, in soldoni:
    Questo succede (o può succedere) quando si sospende lo stato di diritto. E quando si sospende lo stato di diritto? Quando questo succede.
    Ah be’! sono estasiato da cotanto ragionamento.

    I dubbi di Zucco, Guadagnucci, Agnoletto, sono old fashion, bisogna passare dal vecchio “paradigma” che scaturisce dalla frase di Agnoletto: “Se non si spiegano le ragioni del movimento diventa impossibile spiegare le ragioni della repressione. Infatti.”, ossia che alla Diaz hanno voluto distruggere il movimento no global, al nuovo, la sospensione dello stato di diritto, capace di fornire una convincente spiegazione dei fatti. E si vede dalle reazioni degli studenti. Infatti.
    L’importante è che sappiano cosa è successo, anche se stentano a crederci. Anzi l’importante è che sappiano dare un nome a quel che è successo: sospensione dello stato di diritto.
    Che non sappiano cosa fossero lì a fare a Genova quei ragazzi della Diaz e che non sappiano perché li hanno massacrati
    (uh! per la sospensione dello stato di dritto? ma chi, cosa l’ha decisa? Come si riconosce tale sospensione? Picchiando dei ragazzi alla Diaz? Ma perché li hanno massacrati?), e che non sappiano che questo ha coinvolto tutti i vertici della polizia e del governo di allora, e che oggi sono ancora ai loro posti,
    chissenefrega.

    Sospensione dello stato di diritto.

    Sospensione dello stato di diritto.

    Sospensione dello stato di diritto.

    And the mantra goes on and on and on and on….

    • andrea inglese il 6 maggio 2012 alle 00:55

      lorenzo,
      tutto poteva essere risolto inserendo una scena, in cui un signore all’interno di una questura, con un freccione luminoso sopra la testa e la scritta sul torace – FINI – dicesse al capo della polizia, ugualmente frecciato e titolato, una frase del genere: “Adesso per garantire che il nostro sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo prosperi senza interferenze politiche anti-sistema, reprimiamo massicciamente il movimento. Dia l’ordine ai suoi uomini.”
      Volendo ognuno può girare a casa sua questa scena mancante e inserirla o recitarla come integrazione del film di Vicari trasformandolo da film proto-fascista in film pro-movimento.

      • lorenzo galbiati il 6 maggio 2012 alle 02:46

        Andrea, ti puoi permettere di rispondere con queste cazzate, che sanno un po’ di aria da superiore, perché sai che non ero alla Diaz, non so se risponderesti allo stesso modo a Guadagnucci, dalla cui riflessione (che coincide nella sostanza, se non nei toni e nelle pretese, a quella di Agnoletto, del resto sulla Diaz hanno scritto un libro insieme) sono partito per esplicitare alcuni miei ragionamenti. Spiegaglielo tu, a lui, che la politica non c’entra nulla e che è realistica la scena nella corsia di ospedale in cui il vecchio bastonato spiega con calma a uno dei suoi carnefici, quasi compatendolo, che lui era lì solo a dormire e che gli altri non erano comunisti black bloc ma per esempio giornalisti di giornali di destra come quello sulla barella di fronte (con tanto di “avete fatto una grande cazzata”: si prova rabbia a vedere questo film, dicono tutti: io l’ho provata, al suo massimo, in questa scena, non durante i pestaggi). Perché la scena surreale con Fini che hai scritto non so se, a conti fatti, è meno realistica di questa. La verità è che sarebbe bastato mostrare nel film che alcuni politici del governo sapevano quello che stavano per fare alla Diaz (non dico il massacro, dico l’irruzione, con tutto quello che poteva comportare quanto meno come rischi concreti), e che alcuni erano pure lì a Genova a contatto con la polizia. E sarebbe bastato far capire che l’omertà sui colpevoli del massacro è tuttora presente nella polizia a ogni grado gerarchico.
        Ma questo si può fare in uno stato dove un film del genere per essere fatto deve trovare finanziamenti e location in Francia e Romania, e dove il suo produttore si sente pure in dovere di spedire un copione al capo della polizia per evitare che “si pensasse stessimo facendo il film di nascosto”? DI NASCOSTO DA CHI?
        Ma mi rendo conto che è molto più facile fare i superiori, fare discorsi alti sul rapporto cinema-politica, e non rispondere, se non in modo sprezzante, a nessuna delle critiche più elementari che questo film suscita, specie a chi quella vicenda la conosce meglio di chiunque altro (Guadagnucci, Zucca, Agnoletto).

        • andrea inglese il 6 maggio 2012 alle 11:38

          povero lorenzo, tu ti puoi permettere l’ironia “And the mantra goes on and on and on and on….”, ma non la tolleri quando è rivolta a te?
          comunque, per molta gente che c’era a Genova e che c’era alla Diaz (tra cui Marck Covell, giornalista inglese massacrato di botte), il film di Vicari è un film necessario, con tutti i suoi limiti; per molti altri è un film da condannare; io ho cercato di spiegare le mie ragioni. Tu hai fatto lo stesso. Bene. Non è perché poi uno insiste a ribadire la propria tesi, ci aggiunge ironia o aggressività, che quella tesi diventa più convincente.

          • lorenzo galbiati il 6 maggio 2012 alle 16:20

            Tu parli di dibattito infondato fin dall’inizio del tuo articolo. Di critiche fuorvianti. Descrivi le pretese di Agnoletto come assurde. Poni l’alternativa tra un film come questo e uno retorico-realistico in stile statunitense, con i protagonisti del film che corrispondono ai leader del movimento e parlano in una limpida oratoria anti-capitalistica, come se questo volesse Agnoletto. Tutte parole tue, testuali.
            Forse non ti accorgi dell’aggressività e del tono sprezzante con cui tu delegittimi fin dall’inizio le tesi altrui.
            A fatica qualcuno qui cerca di riflettere, a partire da stan, sul fatto che questo film descrive, dà una sua visione del perché i fatti sono stati questi, non si limita a mostrarli – sennò non avrebbe fatto vedere mille volte la bottiglia che si rompe, non avrebbe fatto vedere la riunione dei capi di polizia che decidono l’irruzione, e non avrebbe neanche messo nella sceneggiatura, dopo l’assalto, la poliziotta dire tutto questo per una bottiglia, il dialogo nella corsia di ospedale, i black bloc che effettivamente erano nella Diaz tornarci e dire che le han prese gli altri perché cercavano noi. Sei indisponibile e indisponente con chiunque ti faccia notare che queste cose, ossia le scelte consapevoli fatte nella sceneggiatura per spiegare il perché della Diaz, scelte che comprendono l’evitare di mostrare ogni coinvolgimento dei vertici della polizia e del governo financo nei titoli di coda. Non ti poni neanche il problema che la dinamica dell’insurrezione narrata dal film e alcuni suoi dialoghi (sempre il vecchio alla fine: non siamo noi i black block, avete fatto una grande cazzata: perché, se fossero loro i black bloc la cazzata sarebbe stata minore?) hanno come implicito il fatto che tutto questo è successo perché i poliziotti si aspettavano di avere di fronte dei black block anarco-insurrezionisti. Per te sono semplicemente fascisti gli spettatori che intravvedono in questa dinamica una attenuante per i poliziotti, un eccesso di autodifesa.
            Intanto però sei tutt’altro che interessato a interrogarti sulla dinamica reale che ha portato all’irruzione e su come renderla filmicamente, te ne fai beffe di chi si pone il problema (vedi sopra).
            Io posso capire che tu dica che a me basta quanto mostra il film sull’azione delle polizia, è un film necessario pur con tutti i suoi limiti (e che sia quantomeno utile, se non necessario, per quel che mostra dell’assalto alla Diaz lo dicono tutti), pur non essendo d’accordo per i motivi già spiegati nel mio secondo commento.
            Ma quello che mal digerisco, e che mi rende difficile fin dall’inizio trovare il modo di entrare in questo dibattito “infondato” per difendere tesi “assurde”, è la tecnica delegittimante che usi fin dall’inizio verso chi critica il film, che fa dell’Andrea Inglese autore di queste parole e commenti, un vero intollerante, con un senso di superiorità che porta a farsi beffe delle tesi altrui e delle reazioni degli spettatori, e che ha come principale bersaglio quelli della fantomatica sinistra radicale.

          • stan il 6 maggio 2012 alle 17:04

            Condivido ogni parola di questo commento di Galbiati (come dei precedenti). L’uso narrativo dei Black Bloc all’interno del film di Vicari assume una valenza di senso che mette in secondo piano le violenze, o meglio: le mostra dentro una gabbia discorsiva che svela un’intimità con la versione ufficiale della polizia, fatta propria dalla destra. Liquidare questa questione è un trucco di chi resta ancorato ai propri consolanti schemi mentali. Buone tenebre a tutti.

  43. lorenzo galbiati il 5 maggio 2012 alle 20:38

    Volevo mettere il neretto a qualche riga ma non devo averlo chiuso e non riesco mai a rieditare i commenti (sarà il mio pc o la piattaforma?) e quindi me ne scuso.

  44. malosmannaja il 6 maggio 2012 alle 09:57

    il film mi è sembrato scarso da un punto di vista artistico, più che sufficiente da un punto di vista documentaristico e buono da un punto di vista politico (scontenta quasi tutti, da destra a sinistra, dai movimenti alle forze dell’ordine). essendo andato a vederlo *al cinema*, sono rimasto deluso: in tale contesto l’arte dovrebbe avere la precedenza (tanto per citare un esempio, andate a rivedere brazil di terry gilliam), come pure prevalente dovrebbe essere l’analisi sulla realtà umana rispetto alla tribuna politica (tanto per citare un esempio, andate a rivedere arancia meccanica di stanley kubrick). il vero problema, molto italiano, è quello che ci aggrappiamo a *un film* nella speranza che in una sala cinematografica venga finalmente fatta “giustizia” storico-politico-giuridica, visto che non siamo in grado di ottenerla in nessuno dei luoghi preposti, ovvero camera, senato e aule di tribunale (tanto per citare un esempio, andate a rivedere la sentenza definitiva sulla strage di piazza della loggia).
    in questo senso, il film, ridotto a mero defibrillatore di coscienza sociale, è tanto più riuscito da un punto di vista funzionale (ma non artistico) quanto più riesce a suscitare critiche, distinguo e levate di scudi a 360 gradi (da agnoletto a cicchitto), stimolando fortemente dibattito, scambio d’idee e prese di coscienza in tutti gli ambiti e colori della società civile. il resto dovrebbe avvenire all’interno di una cabina elettorale, ma si sa, in italia non sempre è così e comunque spesso non basta (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/acqua-pubblica-protesta-aprilia/196674/)

    • andrea inglese il 6 maggio 2012 alle 11:47

      caro malosmannaja ti ringrazio del tuo intervento, perché riassume davvero bene anche la mia posizione; film scarso da un punto di vista artistico, più che sufficiente da un punto di vista documentaristico, buono da un punto di vista politico; aggiungo solo una cosa: dato il soggetto, che ha me interessa per ragioni extra-cinematografiche e politiche, penso che tale risultato, conoscendo il contesto del cinema italiano e del suo pubblico, sia un discreto successo. Ci aggiungo pure che il film mantiene comunque un minimo di dignità artistica, altrimenti non avrebbe raggiunto la “sufficienza” in termini documentaristici. E di conseguenza sarebbe stato inefficiente dal punto di vista politico. Naturalmente “Brazil” è grande arte cinematografica, tutta un’altra faccenda.

      Condivido poi, assieme ad altri che qui l’hanno ricordato, la questione delle “supplenze obbligate”, che secondo me è la vera ragione del malinteso che il film ha generato a sinistra.

      “il vero problema, molto italiano, è quello che ci aggrappiamo a *un film* nella speranza che in una sala cinematografica venga finalmente fatta “giustizia” storico-politico-giuridica, visto che non siamo in grado di ottenerla in nessuno dei luoghi preposti, ovvero camera, senato e aule di tribunale (tanto per citare un esempio, andate a rivedere la sentenza definitiva sulla strage di piazza della loggia).”

      • lorenzo galbiati il 6 maggio 2012 alle 16:42

        Se è un problema molto italiano, stando alla logica si evince che negli altri paesi o questo problema delle supplenze obbligate non c’è perché siamo solo noi italiani a non avere una giustizia storico-politico-giuridica o questo problema delle supplenze obbligate non c’è perché negli altri paesi anche quando non c’è tale giustizia su un fatto storico eclatante nessuno ha la speranza che il cinema produca film volti a mostrare cosa è successo e a indicare tesi del perché, e quindi nessun film con i requisiti suddetti viene prodotto. Se è così, dovremmo intenderci su cosa siano molti film europei e americani e sulle speranze che li hanno alimentati.

  45. unafacciaaventidadi il 7 maggio 2012 alle 02:28

    Passavo di qua così, e volevo dire:

    “mio fratello è figlio unico…
    perchè non ha mai criticato un film, senza prima prima vederlo…”
    (uno che oggi sarebbe cantante indie, e non certo di prima fascia)

    Poi un giorno magari parleremo del buon uso del pregiudizio selettivo nell’epoca dell’iperinflazione massmediale…

    Magari cercheremo di capire come la macchina dei dibattiti e delle recensioni e delle pubblicità e dei thrailer abbia come obbiettivo proprio quello di orientare il pregiudizio, e come noi lo si possa orientare cercando di mantenere un buon livello di consapevolezza…

    Così, arriveremo a cercare di capire come mai sapessi già che ci sarebbero stati il poliziotto buono, i blec bloc, la destoricizzazione moraleggiante, i dialoghi trash, le carte giudiziarie come bibbia, l’ideologia del politicamente corretto solo alla notizia dell’uscita del film…

    Il come siano stati mescolati questi ingredienti immancabili del film di denuncia mainstream italiano contemporaneo non è grande elemento di curiosità, almeno fino a prova contraria (prova di una loro assenza o rimescolamento o superamento o elevazione)…

    Un giorno magari, serenamente, parleremo del cinema italiano “impegnato” di questi ultimi 15-20 anni, dei Placido, dei Giordana e compagnia…

    Della revisione degli anni ’70 che si è operata, anche…Magari per paragonarla ai Petri, ai Ferreri e vai di nomi che parlavano della loro contemporaneità…

    Ovvero di quanto siano (prese nel loro semplice narrare) molto più illuminanti sull’oggi le opere degli anni settanta di quanto non siano le opere dell’oggi…

    Ovvero del degrado dissolutivo ormai da tempo compiuto di quella che un tempo, e con orgoglio, si chiamava sinistra, che un tempo fu un popolo…

    Ovvero, del politically correct e dell’incapacità di guardare l’abisso, dell’autodomesticazione suicida…
    Ovvero, del fatto che fingere di fare non è fare (fingere di guardare l’abisso, o fingere di mostrarlo mettendo l’obbiettivo della telecamera dentro un pozzo)…

    Ovvero del famoso “morbo di Fazio” che affligge i sinceri democratici d’oggidì (non certo quelli dell’epoca di Garibaldi o GL), epidemia tra le più mortali per il fu popolo “di sinistra”…

    Ovvero del ruolo repressivo della “denuncia”, o della possibilità che “la denuncia pubblica operata tramite mezzi mediatici spettacolari e mediata dalla figura dell’Autore possa essere un mezzo atto a legittimare e perpetuare atteggiamenti conservatori di quello stesso status quo denunciato” (da scritto inedito di amico non famoso)…

    Ovvero del perduto concetto di “desublimazione repressiva” (da scritti editi di autore famoso) e di varie sue implicazioni…

    Magari, poi, chiameremo i porci “porci” (http://www.youtube.com/watch?v=0cATfRt6sRE) gli avvoltoi “avvoltoi” e i becchini “becchini”, quella volta, che ne dite?

    No, così, giusto perchè non avrò mai la soddisfazione di far tornare i fiumi alle sorgenti; almeno quella di chiamare le cose col proprio nome, beh, me la concederete? Anche solo per una volta…

  46. unafacciaaventidadi il 7 maggio 2012 alle 16:15

    @gentile moderatore

    uè zio, non sarà alquanto peggio che Zdanovista cassare un commento? Aldilà della decisione di chiudere una discussione, eh, e comunque, essendo obbligatorio l’inserimento di una mail prima di inserire un commento, si può mandare una mail per esplicare brevemente i motivi per cui il commento in questione non sia considerato consono a una pubblicazione.

    Del tipo: anche se non ci vediamo e non ci conosciamo, c’è pur sempre un qualche modo per guardarci in faccia, eccheccristo, siamo uomini o caporali?

  47. Ares il 8 maggio 2012 alle 13:37

    Secondo me l’efficacia del film di Vicari sta proprio li, nel non aver negato le ragioni e le conseguenti modalità di reazione della polizia, mostrandole nella loro greve elementarità. Ha mostrato un corpo militare debole, che dovrebbe essere composto da professionisti addestrati forti del loro auto controllo, che in quell’occasione si sono stati autorizzati a negare il loro ruolo e vocazione. E’ un corpo dello stato che va riformato e rieducato, e reso un corpo dello stato fatto da professionisti in grado di discernere tra un ordine legittimo eseguibile con modalità legittime e l’esecuzione di un ordine criminale. Tutto questo per la nostra sicurezza.

  48. jan reister il 8 maggio 2012 alle 21:58

    “[…] Facciamo un favore a noi stessi se facendo film di impegno civile non facciamo dei compitini nei quali spieghiamo al mondo come funzionano le cose. Una delle cose che vengono rimproverate al mio film è proprio quella di non aver spiegato il contesto in cui tutto quello che racconto avviene. Ma onestamente non credo che lo spettatore di oggi sia un idiota che alla fine del film debba ricevere un certificato di conversione per quello che ha visto. […] Sono queste le modalità che rendono indigesto il cinema politico italiano agli occhi di tutto il mondo. Ed è uno dei motivi per cui sulla vicenda delle Brigate Rosse o della lotta armata non siamo riusciti a produrre dei film sensati, se non rarissimi esempi. È perché questi film si perdono in una ricostruzione dietrologica dei fatti che non interessa a nessuno, […]”

    Daniele Vicari, intervista di Edoardo Becattini, su alfabeta2 n.19, maggio 2012 pag. 10.

  49. stan il 9 maggio 2012 alle 09:09

    Facciamo un favore a noi stessi se ammettiamo che i segni, qualsiasi sia la loro natura, un contesto lo mostrano sempre, anche al di là delle intenzioni. Come ormai è stato ripetuto sino alla nausea, il film di Vicari mostra chiaramente una certa sequenza di fatti e una certa concatenazione tale da renderlo di segno contrario a quanto si vorrebbe … Ma capisco che sia difficile entrare nelle immagini e che sia più facile restare ancorati ai propri schemi mentali … Il problema è: chi ha ragione? Come si determina se una interpretazione è più corretta di altre? Facile dire, come in fondo fa Inglese (e non è neppure la prima volta), che sono sempre gli altri a manifestare «uno schematismo mentale»; meno facile rispondere ai rilievi (Galbiati, Stan) sulle ambiguità nell’uso dei Black Bloc NEL film … Ma tant’è; ognuno si terrà le sue verità, rendendo ancora una volta inutile ogni discussione. E intanto nulla si sposta nel campo della coscienza. In ogni caso, il problema di un film che si voglia di «impegno civile» è proprio questa sua natura: l’impegno – categoria odiosa, già decretata fallimentare dalla storia, per lo meno in campo artistico – regola i segni, anziché, come si dovrebbe, regolare i segni con la consapevolezza che dietro di essi si nasconde un contesto, sempre e comunque … Tralascio ogni commento sul concetto di «civile» …

  50. stalker il 12 maggio 2012 alle 17:56

    non ho visto il film quando non entro nel merito, solo un paio di cose:

    1_se penso a cinema politico e arte mi viene in mente “La battaglia di Algeri” di Pontecorvo. (dopo aver visto quel film, ho preso atto della mia ignoranza, e sono andata a leggere per saperne di più, in epoca analogica)

    2_interessanti (importanti) i commenti di stan e caracaterina, direttamente dal campo di battaglia: la scuola.

    • stalker il 12 maggio 2012 alle 17:57

      *quindi

  51. stalker il 12 maggio 2012 alle 18:02

    non ho visto il film quindi non entro nel merito, solo un paio di cose:

    1_se penso a cinema politico e arte mi viene in mente “La battaglia di Algeri” di Pontecorvo. (dopo aver visto quel film, ho preso atto della mia ignoranza, e sono andata a leggere per saperne di più, in epoca analogica)

    2_interessanti (importanti) i commenti di stan e caracaterina, direttamente dal campo di battaglia: la scuola.

  52. las artes il 15 maggio 2012 alle 06:20

    E proprio qui, a mio parere, lo sdegno del film di Vicari trova il limite della sua confezione, perché sembra che proprio questa politicizzazione, cruciale per inquadrare le ragioni e le responsabilità di quell’operazione, venga rimossa o almeno stemperata dagli stereotipi e dalle suddivisioni schematiche che vengono tracciate: così il poliziotto responsabile si sgancia dalla ferocia del branco, così i black bloc la scampano, mentre i cittadini innocenti restano incastrati. È chiaro che anche questa concentrazione sui destini individuali, che lascia emergere soprattutto figure strategicamente tangenziali rispetto ai ‘gruppi’ di cui fanno parte, oltre a testimoniare la natura plurale e sfaccettata del movimento di Genova, serve ad avvicinare il più possibile lo spettro di quella catastrofe democratica al cittadino-spettatore. Ma il fatto che le ragioni di quel movimento rimangano sostanzialmente inespresse, così come un po’ troppo sfumata resta la volontà politica che a quelle ragioni ha risposto con le manganellate della Diaz, finisce per privare questa ricostruzione memoriale di una vera visione storica.



indiani