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	<title>Erri de Luca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Grido, non serenata. Poesie di lotta e di resistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/04/25/grido-non-serenata-poesie-di-lotta-e-di-resistenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[lotta]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[Insistendo sull&#8217;urgenza di questo 25 aprile, ospito qui alcune poesie (Ángel González, Fayad Jamís,Bertolt Brecht), di lotta e di resistenza, scelte da Erri De Luca per la raccolta Grido, non serenata, pubblicata da Crocetti. Ospito anche la sua nota introduttiva. &#160; *** Questa raccolta risponde all’insindacabile opera del caso che qui si è manifestato in forma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-108049 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Screenshot-2024-04-25-at-11.06.28-782x1024.png" alt="" width="351" height="413" /></p>
<p style="text-align: justify;">Insistendo sull&#8217;urgenza di questo 25 aprile, ospito qui alcune poesie (Ángel González, Fayad Jamís,Bertolt Brecht), <em>di lotta e di resistenza,</em> scelte da <strong>Erri De Luca </strong>per la raccolta <em>Grido, non serenata</em>, pubblicata da <strong>Crocetti. </strong>Ospito anche la sua nota introduttiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Questa raccolta risponde all’insindacabile opera del caso che qui si è manifestato in forma di scaffali affastellati di libri di poeti accumulati da mio padre, poi da me. Li ho sfogliati in cerca delle pagine da offrire, non più di qualche poesia per ogni poeta. La parola per me comprende femminile e maschile. L’ho imparato da Anna Achmatova che si dichiarava poeta e non poetessa. In russo le due parole sono uguali alle nostre. Sono pagine da condividere leggendole alla tavola di una sera che si prolunga e che lubrifica col vino le corde vocali. Sono poesie da dire, pronunciare aggiungendo il proprio fiato. Evito il verbo recitare che in parte le falsifica. Tra i dischi di mio padre alcuni erano incisioni di versi letti da attori. Calcavano coi toni della voce impostata, appunto: recitavano. Chi dice un verso muove anche le labbra di chi lo ha scritto. La poesia permette questa coincidenza e quella di ispirazione politica accomuna i sentimenti di giustizia di chi ha scritto e di chi legge. Qualche poeta è stato un incontro e mi ha ribadito nelle convinzioni. Qui ne cito uno soltanto, a nome dell’insieme. Ante Zemljar partigiano jugoslavo, prigioniero prima dei fascisti italiani poi dei suoi stessi compagni dopo la guerra, a causa di divergenze. Questa prigionia fu la peggiore, a spaccare pietre sopra l’Isola Nuda, a subire percosse di guardiani. Anche lì di nascosto, su carta da imballaggio di cemento e con un carboncino, scriveva dei versi veloci che nascondeva sottoterra.  Ne sono stato amico. In questa raccolta manca per difficoltà varie, ma non manca a me. Con questa nota lo segnalo a chi vorrà cercarlo.</p>
<p>Ne sono stato amico. In questa raccolta manca per difficoltà varie, ma non manca a me. Con questa nota lo segnalo a chi vorrà cercarlo. Ho fatto parte di una gioventù politica che aveva dalla sua la quantità numerica e l’istruzione superiore, miscela che fu allora detonante. Ho fatto parte di una massa critica intransigente e perciò avversata con l’antico sistema delle prigioni. Cerco nei poeti il grido, non la serenata. Qui ci sono quelli che mi è capitato di raccogliere durante la mia già lunga durata. Mancano arbitrariamente tutti gli altri che chi legge potrebbe aspettarsi di trovare. La scelta è tanto occasionale quanto personale, lacunosa come si addice a chi, leggendo spesso, si è fatto un’idea di quanto ha tralasciato. Non mi sono permesso di includere alla collezione una mia poesia. Resto nelle retrovie di questo libro, da addetto al suo rifornimento.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Erri De Luca</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ángel González<br />
(Oviedo 1925 &#8211; Madrid 2008)</p>
<p>Lo sconfitto</p>
<p>Dietro sono rimaste le macerie:<br />
fumanti brandelli della tua casa,<br />
estati incendiate, sangue disseccato,<br />
su cui s’ingrassa – ultimo avvoltoio –<br />
il vento.</p>
<p>Tu ti metti in viaggio, e vai avanti<br />
verso il tempo detto a ragione futuro.<br />
Perché nessuna terra<br />
possiedi,<br />
perché nessuna patria<br />
è né sarà mai tua,<br />
perché in nessun paese<br />
può radicare il tuo cuore disabitato.</p>
<p>Mai – ed è così semplice –<br />
potrai aprire un cancello<br />
e dire solo questo: “Buongiorno,<br />
mamma”.<br />
Anche se effettivamente il giorno è buono,<br />
c’è grano nelle aie,<br />
e gli alberi<br />
stendono verso di te i loro stanchi<br />
rami, offrendoti<br />
frutti e ombra per farti riposare.</p>
<p>Traduzione di Dario Puccini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fayad Jamís<br />
(Zacatecas, Messico 1930 &#8211; L’Avana 1988)<br />
Per questa libertà</p>
<p>Per questa libertà di canto sotto la pioggia<br />
bisognerà dar tutto<br />
Per questa libertà di essere strettamente legati<br />
alle salde e dolci viscere del popolo<br />
bisognerà dar tutto<br />
Per questa libertà di girasole aperto nell’alba di fabbriche<br />
accese e di scuole illuminate<br />
e di terra che scricchiola e di bambino che si sveglia<br />
bisognerà dar tutto<br />
Non c’è alternativa se non la libertà<br />
Non c’è cammino che la libertà<br />
Non c’è altra patria che la libertà<br />
Non ci sarà poema senza la violenta musica della libertà<br />
Per questa libertà che è il terrore<br />
di quelli che sempre la violarono<br />
in nome di fastose miserie<br />
Per questa libertà che è la notte degli oppressori<br />
e l’alba definitiva di tutto il popolo ormai invincibile<br />
Per questa libertà che illumina le pupille infossate<br />
i piedi scalzi<br />
i tetti sforacchiati<br />
e gli occhi dei bambini che vagavano nella polvere<br />
Per questa libertà che è l’impero della gioventù<br />
Per questa libertà</p>
<p>bella come la vita<br />
bisognerà dar tutto<br />
se fosse necessario<br />
perfino l’ombra<br />
e non sarà mai abbastanza.</p>
<p>Traduzione di Marcelo Ravoni e Antonio Porta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bertolt Brecht<br />
(Augusta, Germania 1898 &#8211; Berlino Est 1956)<br />
Mio fratello aviatore</p>
<p>Avevo un fratello aviatore.<br />
Un giorno, la cartolina.<br />
Fece i bagagli, e via,<br />
lungo la rotta del sud.<br />
Mio fratello è un conquistatore.<br />
Il popolo nostro ha bisogno<br />
di spazio. E prendersi terre su terre,<br />
da noi, è un vecchio sogno.<br />
E lo spazio che s’è conquistato<br />
è sui monti del Guadarrama.<br />
È di lunghezza un metro e ottanta,<br />
uno e cinquanta di profondità.</p>
<p>Traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Appropriazione indebita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/17/appropriazione-indebita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Elia Rosati]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fahrenheit 451]]></category>
		<category><![CDATA[fascisti del terzo millennio]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Sommariva]]></category>
		<category><![CDATA[ray bradbury]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[totalitarismi]]></category>
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					<description><![CDATA[(La mia microcasa editrice del cuore ha appena pubblicato un librino densodenso che merita d&#8217;essere letto. A detta dell&#8217;autore quanto scritto e detto da Ray Bradbury non ha nulla a che vedere con coloro che si definiscono “fascisti del terzo millennio”. E poi aggiunge: &#8220;Secondo me è menzognero citare Ray Bradbury fra gli ottantotto numi tutelari di un’organizzazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="letter-spacing: 0.8px;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-87817" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Sommariva_Appropriazione-indebita_copertinaHD.jpg" alt="" width="566" height="383" /></p>
<p>(<em>La mia</em> <a href="https://www.20090.eu/">microcasa editrice del cuore</a> <em>ha appena pubblicato un librino densodenso che merita d&#8217;essere letto. A detta dell&#8217;autore quanto scritto e detto da Ray </em><em>Bradbury non ha nulla a che vedere con coloro che si definiscono “fascisti del terzo millennio”.</em></p>
<p><em style="letter-spacing: 0.05em;">E poi aggiunge: &#8220;Secondo me è menzognero citare Ray Bradbury fra gli ottantotto numi tutelari </em><em>di un’organizzazione i cui membri si sono autodefiniti “fascisti del terzo millennio”. Secondo me il fascismo lo fa chiunque parli male e faccia parlare male; e, parlando male e facendo parlare male, pensi male e faccia pensare male.&#8221;</em></p>
<p><em>L&#8217;editore ci regala un breve estratto del libro che qui volentieri pubblico, ringraziandolo.</em> G.B.)</p>
<p><span style="letter-spacing: 0.8px;">di </span><strong style="letter-spacing: 0.8px;">Marco Sommariva</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">In un’intervista del 1964, </span><span lang="it-IT"><i>A portrait of genius: Ray Bradbury</i></span><span lang="it-IT">, Bradbury racconta che “Durante il regime del terrore di McCarthy ho scritto un romanzo intitolato </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">, un attacco diretto contro il tipo di forza distruttiva del pensiero che rappresentava nel mondo. Eppure pochissime persone mi hanno accusato di aver ideato un romanzo contro McCarthy. Sono riuscito a far propaganda senza essere lapidato o preso a pugni. Più avanti, in Russia hanno diffuso una versione pirata del libro, che pare abbia riscosso un certo successo. Naturalmente, trattandosi di fantascienza, nessuno ha capito che mi riferivo a tutti i tipi di tirannie presenti nel mondo, di destra, sinistra o centro. Perciò sono stato una forza sovversiva […] tanto nell’URSS quanto, contemporaneamente, qui”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Arnold R. Kunert nel 1972, </span><span lang="it-IT"><i>Ray Bradbury: on Hitchcock and other magic of the screen</i></span><span lang="it-IT">, lo scrittore americano trova che “François Truffaut abbia fatto un buon lavoro con </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit</i></span><span lang="it-IT">” che è un “film bellissimo. Incalzante” e che “la cosa magnifica è che, ogni volta che brucia un libro, Montag ci intrappola nei nostri pregiudizi. Ciascuno ha sicuramente un libro che, se arso, lo porterebbe a dire: «Va bene. Brucialo pure». Ma poi, ripensandoci, esclamerebbe: «Un momento! Fermati!»”. All’intervistatore che gli fa notare che la scena in cui Truffaut mostra dei titoli specifici divorati dalle fiamme, aveva scatenato reazioni piuttosto forti da parte dei suoi studenti perché, anche se è soltanto funzionale al film, molti di loro si sono sentiti offesi dal fatto che quei libri siano stati bruciati davvero, lo scrittore risponde: “Ci credo! Ma era esattamente questo l’effetto che Truffaut sperava di ottenere! E quel che è peggio è che, nella nostra società, esistono individui i quali brucerebbero molto volentieri i libri, se ne avessero la possibilità”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Dieci anni dopo, nell’intervista </span><span lang="it-IT"><i>Shooting haiku in a barrel</i></span><span lang="it-IT">, facendo riferimento a </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">, alla domanda “Potresti farci un altro film?” Bradbury risponde “Non credo sia necessario: amo il film di Truffaut […]”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Rob Couteau nel 1990 a Parigi, </span><span lang="it-IT"><i>The romance of places</i></span><span lang="it-IT">, Bradbury fa notare che il suo libro </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> parla “dei totalitarismi di tutto il mondo: siano essi di destra o di sinistra, ovunque si trovino, sono tutti dei bruciatori di libri. È per questo che </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit</i></span><span lang="it-IT"> continuerà a essere letto in tutto il mondo. Perché esistono ancora regimi totalitari. E incendiari di libri. Verrà letto finché queste realtà, fossero anche solamente delle minacce, continueranno a esistere”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Ken Kelley nel 1996, </span><span lang="it-IT"><i>Playboy interview: Ray Bradbury</i></span><span lang="it-IT">, lo scrittore americano dichiara “sconfortante” il fatto d’aver previsto in </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> l’avvento del </span><span lang="it-IT"><i>politicamente corretto</i></span><span lang="it-IT"> con quarantatré anni di anticipo e ricorda questo passaggio del suo romanzo: “A un certo punto, il capo dei pompieri descrive come le minoranze, una per una, tappino le bocche e le menti della gente, rievocando dei precedenti – bruciateli entrambi o, almeno, non menzionateli mai; ai neri non piaceva che il negro Jim stesse sulla zattera con Huck – bruciatelo, quantomeno nascondetelo; le femministe odiavano Jane Austen e la consideravano incredibilmente sconveniente, in un’epoca tremendamente all’antica – tagliatele la testa; i gruppi conservatori, difensori del valore della famiglia, detestavano Oscar Wilde – tornatene nell’armadio, Oscar; i comunisti odiavano la borghesia – fucilatela! E potrei andare avanti… Se allora scrivevo della tirannia della maggioranza, oggi parlerei di tirannia delle minoranze. Oggigiorno, in realtà, bisogna stare attenti a entrambe. Ambedue cercano, infatti, di controllarci. La prima, facendoci ripetere la stessa cosa all’infinito. Il secondo tipo di tirannia, invece, è ben descritto dalle lettere che ho ricevuto dalle ragazze di Vassar, le quali mi chiedevano d’inserire più femminismo nelle </span><span lang="it-IT"><i>Cronache marziane</i></span><span lang="it-IT">, o da quei neri che volevano più personaggi di colore in </span><span lang="it-IT"><i>Dandelion wine</i></span><span lang="it-IT">. […] Avrei voluto dire a entrambe le categorie: «Che siate maggioranza o minoranza, piantatela!». Che tutti quelli che vogliono dirmi cosa devo scrivere vadano al diavolo! La loro società si frammenta in sottosezioni di minoranze che, in effetti, bruciano i libri, proibendone la lettura”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Sam Weller nel 2010, apparsa su </span><span lang="it-IT"><i>The Paris Review</i></span><span lang="it-IT">, alla domanda se la fantascienza è un genere che offre allo scrittore un modo più facile per esplorare un concetto, Bradbury risponde: “Prenda </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">. Parla di libri che bruciano, un argomento molto serio. Per non correre il rischio di cadere nel paternalismo, ambienti la tua storia in un futuro non troppo lontano, inventi un pompiere che brucia libri invece di spegnere incendi – che è già una grande idea – e lo lanci all’avventurosa scoperta del fatto che forse i libri non devono essere arsi. Legge il suo primo libro. Se ne innamora. Lo immetti sulla strada che gli cambierà la vita. È una storia di grande suspense, che racchiude la verità che si vuole raccontare senza bisogno di fare prediche”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Dato che Bradbury ha chiaramente espresso che il suo libro </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> parla dei totalitarismi di tutto il mondo, vediamo se quello vissuto in Italia può essere ricondotto al suo romanzo.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Dal saggio </span><span lang="it-IT"><i>La villeggiatura di Mussolini</i></span><span lang="it-IT">: “In </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> i ribelli al divieto di possedere e leggere libri trasmettono gli uni agli altri i testi imparati a memoria, passeggiando in un bosco. I confinati comunisti a Ponza e nelle altre isole ogni dieci giorni si dividevano in gruppetti di tre o quattro e si mettevano a camminare su e giù per il corso principale: «Anche il più stupido dei poliziotti», ha scritto Pietro Secchia, «capiva che era il giorno del rapporto politico». La trasmissione del rapporto durava alcuni giorni e quindi la scena, per certi versi simile a quella del bel film di François Truffaut, si ripeteva con una certa regolarità. E proprio come in </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> quel momento della comunicazione tra esseri umani perseguitati ma decisi a resistere, assumeva significati che coinvolgevano valori fondamentali e proiettavano un raggio di luce verso il futuro”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Letto quanto sopra, parrebbe che il totalitarismo vissuto in Italia sia riconducibile alla distopia immaginata in </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">In </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> Bradbury cita, fra gli altri, il Mahatma Gandhi, Jonathan Swift, ed Henry David Thoreau; li comprende tutti e tre fra gli autori di opere meritevoli d’essere ricordate, trasmesse ai posteri. Accennerò a questi tre autori nei prossimi capitoli.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">(<em>il libro è ordinabile da ogni piattaforma dell&#8217;Impero oppure anche direttamente da</em> <a href="https://www.20090.eu/kumquat/">qui</a>)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>una marcia per Erri De Luca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/01/una-marcia-per-erri-de-luca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2015 14:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alta velocità]]></category>
		<category><![CDATA[antitav]]></category>
		<category><![CDATA[Astrologia per intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di parola]]></category>
		<category><![CDATA[processo]]></category>
		<category><![CDATA[tav]]></category>
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					<description><![CDATA[Marcia sulla St. Victoire in sostegno di Erri De Luca e della Libertà di parola &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; La marcia si svolgerà il 4 ottobre 2015, con partenza dal Barrage du Bimont (Aix-en-Provence, Francia) alle 10h30 e arrivo in cima della Sainte-Victoire previsto per le 12h30. Una volta raggiunto il punto più alto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marcia sulla St. Victoire in sostegno di Erri De Luca e della Libert</strong><strong>à</strong> <strong>di parola</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/01/una-marcia-per-erri-de-luca/erri-de-luca-no-tav-510_rid/" rel="attachment wp-att-56809"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-56809" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/erri-de-luca-no-tav-510_rid-300x168.jpg" alt="erri-de-luca-no-tav-510_rid" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/erri-de-luca-no-tav-510_rid-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/erri-de-luca-no-tav-510_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La marcia si svolgerà il 4 ottobre 2015, con partenza dal Barrage du Bimont (Aix-en-Provence, Francia) alle 10h30 e arrivo<span id="more-56785"></span> in cima della Sainte-Victoire previsto per le 12h30. Una volta raggiunto il punto più alto verranno recitati da attrici francesi e italiane alcuni brani tratti dall’opera di Erri De Luca, che parlano di montagna e libertà di espressione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È nata in ambito accademico francese, da un’iniziativa di Chiara Milanesi e Carlo Baghetti, l’organizzazione di una marcia in montagna per sostenere simbolicamente Erri De Luca e la Libertà di parola, nella triste vicenda che vede coinvolto l’autore, molto tradotto e letto oltralpe, in un processo, per aver espresso la sua opinione circa la costruzione della Tav Torino-Lione e le lotte ambientaliste in Val di Susa. Grande alpinista e ambientalista convinto, De Luca ha spesso descritto la montagna nei suoi romanzi; per questo motivo, l’organizzazione di una camminata fino in cima al monte più simbolico dell’intera Provenza è sembrato il modo più naturale di esprimere il dissenso verso l’imbarazzante situazione in cui si trova la democrazia italiana, che processa i suoi scrittori.</p>
<p>L’iniziativa ha incontrato subito il sostegno entusiasta e l’adesione di molte persone, tra cui artisti e intellettuali, diffondendosi tramite il web e il passaparola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra gli obiettivi dell’iniziativa il collegamento con altri “camminatori” delle montagne ovunque essi si trovino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NdR: segnaliamo, a proposito di De Luca, e tra le tante cose apparse in questi giorni, il bellissimo pezzo di Evelina Santangelo su <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/li-dove-finisce-il-discorso-comincia-la-violenza/">Minima&amp;Moralia</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Per Erri De Luca: la nostra solidarietà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/15/per-erri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2015 05:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gigi Richetto &#160; La Valle di Susa che resiste è riconoscente verso Erri De Luca per la lucidità e il coraggio che sa esprimere con la sua parola contraria. Contraria in primo luogo alla devastazione di un territorio e portatrice di speranza per una comunità. Erri appartiene alla comunità, senza frontiere, delle persone libere. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>di <strong>Gigi Richetto</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/09/15/per-erri/erri-color-copia_rid/" rel="attachment wp-att-56483"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-56483" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Erri-color-copia_rid.jpg" alt="Erri color copia_rid" width="640" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Erri-color-copia_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Erri-color-copia_rid-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Erri-color-copia_rid-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Valle di Susa che resiste è riconoscente verso Erri De Luca per la lucidità e il coraggio che sa esprimere con la sua parola contraria. Contraria in primo luogo alla devastazione <span id="more-56305"></span>di un territorio e portatrice di speranza per una comunità. Erri appartiene alla comunità, senza frontiere, delle persone libere. E perciò, naturalmente, si pronuncia in difesa dei diritti e della resistenza al sopruso.</p>
<p>Da più di vent&#8217;anni i Valsusini, il popolo no tav, le amministrazioni comunali e sovracomunali, pongono all&#8217;ordine del giorno, nel dibattito nazionale, la questione delle priorità: la salute, la tutela dell&#8217;ambiente, gli investimenti in opere utili come la scuola, la sanità, i servizi alla persona.</p>
<p>Non vogliono lo spreco del denaro pubblico perchè il Tav rappresenta proprio soltanto la grande menzogna della corruzione.</p>
<p>Perciò i Valsusini ne ostacolano la realizzazione, in maniera pacifica e determinata, con marce, convegni scientifici, petizioni popolari, sit in e ordini del giorno dei consigli comunali.</p>
<p>Presidiano il loro territorio e difendono la democrazia e lo spirito più autentico della Costituzione.</p>
<p>Per questo la loro resistenza viene colpita in ogni modo, con l&#8217;aggressione mediatica, l&#8217;incendio dei presìdi, la militarizzazione del territorio, l&#8217;impiego di armi chimiche come i lacrimogeni CS vietati dalle convenzioni internazionali sui teatri di guerra, l&#8217;accanimento giudiziario contro tutta una comunità che si ribella.</p>
<p>Chi è intellettualmente libero sa che abbiamo ragione. Dove sta il reato?</p>
<p>Siamo colpevoli di amare la nostra terra e di difenderla, di resistere ostinatamente alla illegalità.</p>
<p>La ferrovia internazionale esiste già ed è utilizzata a meno di un terzo delle sue potenzialità.</p>
<p>Bucare di nuovo le montagne, ricche di uranio e di amianto, disperdere le risorse idriche e compromettere tutto l&#8217;assetto idrogeologico della Valle già estremamente fragile, è compiere un atto dissennato. E&#8217; violare il principio di precauzione e compromettere la qualità della vita per tutti.</p>
<p>Erri, che è persona sensibile e consapevole, non ci fa mancare la sua parola, che diventa un ulteriore ostacolo alla menzogna e alle cattive scelte di una politica che non vuole ascoltare la volontà popolare. Esprimergli solidarietà e gratitudine è insieme segno di amicizia e dovere civico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>la fotografia di Erri De Luca (&#8220;Un papavero rosso all&#8217;occhiello senza coglierne il fiore&#8221;) è di Danilo De Marco</em></p>
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		<title>EN SOLIDARITÉ AVEC ERRI DE LUCA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2015 16:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[Nantes]]></category>
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					<description><![CDATA[domani pomeriggio, 20 maggio, in una libreria di Nantes (café-librairie Les Biens-Aimés, 2 rue de la Paix) verranno letti dei passi di &#8220;La parole contraire&#8221; (traduzione di &#8220;La parola contraria&#8221;), di Erri De Luca; ci sembra una cosa bella e opportuna; se ci fossero iniziative del genere anche in Italia, o altrove, vi preghiamo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>domani pomeriggio, 20 maggio, in una libreria di Nantes (café-librairie Les Biens-Aimés, 2 rue de la Paix) verranno letti dei passi di &#8220;La parole contraire&#8221; (traduzione di &#8220;La parola contraria&#8221;), di Erri De Luca;</p>
<p>ci sembra una cosa bella e opportuna; se ci fossero iniziative del genere anche in Italia, o altrove, vi preghiamo di segnalarcele, che le publicizzeremo volentieri (GS);</p>
<p><em>questo il testo diffuso dagli organizzatori:</em></p>
<p><em>&#8220;En solidarité avec Erri de Luca, accusé d’incitation au sabotage dans le cadre du projet de construction ferroviaire de la ligne à grande vitesse Lyon-Turin, qui comparaîtra en justice le mercredi 20 mai, nous lisons son livre La parole contraire, dans lequel il défend sa liberté de parole, notre liberté de parole. Erri de Luca refuse de voir son procès confiné dans une salle d’audience. Il veut un débat public. Partout, dans le val de Suse en Italie, à Sivens, sur la ZAD de Notre-Dame-des-Landes, il s’agit de défendre notre droit à la désobéissance face aux grands projets inutiles. C’est pourquoi nous lisons son livre, aussi à Nantes.&#8221;</em></p>
<p><a href="http://nantes.fr.eventsdroid.com/ici-ailleurs-en-solidarit%C3%A9-avec-erri-de-luca-les-16-20-mai-%C3%A0-nantes.html" target="_blank">http://nantes.fr.eventsdroid.com/ici-ailleurs-en-solidarit%C3%A9-avec-erri-de-luca-les-16-20-mai-%C3%A0-nantes.html</a></p>
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		<title>Lo scholapost: Erri De Luca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/27/lo-scholapost-erri-de-luca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2014 13:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[sessantotto]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho chiesto a Erri De Luca di poter pubblicare questo racconto, in questa mia rubrica dedicata al tema della scuola. Di recente l&#8217;ho letto insieme ai miei ragazzi al Liceo francese di Torino, dove insegno filosofia, e mi ha colpito il mondo (modo) in cui hanno reagito ai temi affrontati. Qui la sua risposta. effeffe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/scolapasta-300x300.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49926" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/scolapasta-300x300.jpg" alt="scolapasta-300x300" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/scolapasta-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/scolapasta-300x300-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/scolapasta-300x300-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/scolapasta-300x300-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></h3>
<p>Ho chiesto a Erri De Luca di poter pubblicare questo racconto, in questa mia rubrica dedicata al tema della scuola. Di recente l&#8217;ho letto insieme ai miei ragazzi al Liceo francese di Torino, dove insegno filosofia, e mi ha colpito il <em>mondo</em> (modo) in cui hanno reagito ai temi affrontati. Qui la sua risposta. effeffe<br />
<em>Ciao, nessun problema anzi grazie per far camminare quella storia fuori dallo scaffale offrendolo a chi è giovane ora, buona giornata</em>,erri</p>
<h3><em>Il pannello</em></h3>
<p>di</p>
<p><strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><em>Brano tratto dal volume </em>In alto a sinistra<em>, Feltrinelli 2007</em></p>
<div style="text-align: left;" align="center"></div>
<div align="justify">Era stato staccato un pannello della cattedra per guardare le gambe della supplente. Eravamo una classe maschile, seconda liceo classico, sedicenni e diciassettenni del Sud, seduti d&#8217;inverno nei banchi con i cappotti addosso. La supplente era brava, anche bella e questo era un avvenimento. Aveva suscitato l&#8217;intero repertorio dell&#8217;ammirazione possibile in giovani acerbi: dal rossore al gesto sconcio. Portava gonne quasi corte per l&#8217;anno scolastico 1966-1967.<br />
Si era accorta della manomissione solo dopo essersi seduta accavallando le gambe: aveva guardato la classe, la mira di molti occhi, era arrossita e poi fuggita via sbattendo la porta. Successe il putiferio. In quel severo istituto nessuno si era mai preso una simile licenza. Salì il preside, figura funesta che si mostrava solo in casi gravissimi. Nell&#8217;apnea totale dei presenti dichiarò che esigeva i colpevoli altrimenti avrebbe sospeso l&#8217;intera classe a scadenza indeterminata, compresi gli assenti di quel giorno. Significava in quei tempi perdere l&#8217;anno, le lezioni e i soldi di quanti si mantenevano agli studi superiori con sacrificio delle famiglie. Non esisteva il TAR, quel tribunale amministrativo cui oggi si sottopongono ricorsi per ristabilire diritti. Non c&#8217;erano diritti, le scuole superiori erano un privilegio. C&#8217;era la disciplina caporalesca degli insegnanti, legittima perché impersonale e a fin di bene. Il preside uscì, si ruppe quel gelido &#8220;attenti&#8221; che avevamo osservato. Non riuscimmo a sputare una parola.</div>
<div align="justify">
Accadde una cosa impensabile: sottoposti all&#8217;alternativa di denunciare due nostri compagni o patire conseguenze gravi nello studio, quei ragazzi si zittirono a oltranza e nessuno riuscì a estorcere loro quei nomi. Nessuno parlò. Questo è il racconto del comportamento ostinato di un gruppo di studenti uniti solo dal fatto di essere iscritti alla sezione B, secondo anno di liceo, dell&#8217;Istituto Umberto I di Napoli nell&#8217;anno scolastico 19661967. Tranne una combriccola composta da ragazzi di agiata famiglia con residenza al centro, o un altro gruppo di ragazzi di pochi mezzi che si trovavano nel pomeriggio per studiare insieme, tranne qualche partita a pallone la domenica, niente univa quei ragazzi. Però è vero che niente ancora li divideva sanguinosamente, come sarebbe accaduto in pochi anni. Non ho più visto i compagni di quella classe, non fummo amici né soci, solo membri di un&#8217;età costretta a essere seme delle successive, inverno delle altre. Di colpo quei ragazzi spaventati si irrigidirono in un silenzio impenetrabile.</div>
<div align="justify">
Quando il preside uscì non avevamo più freddo. Cominciava la tensione di un assedio ancora senza parole tra noi. Parlò il solo che si era opposto, quel mattino prima dell&#8217;inizio delle lezioni, allo svitamento del pannello. Era il più ligio di noi e spesso veniva preso in giro per quel suo impulso all&#8217;ordine. Quel mattino era stato zittito, ora recriminava perché aveva ragione e perché quel provvedimento contro tutta la classe era un&#8217;ingiustizia ai suoi occhi. Molti non erano ancora saliti in aula quando il pannello era stato tolto. Protestava accorato con voce che sbandava tra l&#8217;acuto e il grave come succede agli adolescenti. Stavolta non faceva ridere. Non so dire perché non si rivolse mai ai due colpevoli, non li additò alla classe che ancora ne ignorava i nomi, invece se la prendeva con noi, quei pochi presenti che non l&#8217;avevano aiutato a impedire quel gesto. Si sentì solo la sua voce in quell&#8217;intervallo. Ognuno cercava di rendersi conto delle conseguenze. Qualcuno aveva la famiglia povera che non gli avrebbe permesso di ripetere l&#8217;anno. Tutti temevamo la reazione che l&#8217;episodio indifendibile avrebbe prodotto in casa. C&#8217;era chi sarebbe stato promosso a occhi chiusi e che vedeva sfumare il diritto alla borsa di studio, chi aveva già fatto spendere soldi per le lezioni private. Ognuno aveva un grado nel pericolo. Eppure nessuno denunciò gli autori dello svitamento, neppure sotto la nobile causa di salvare gli altri. Nessuno chiese ai due compagni di denunciarsi. Questi si rimisero alla decisione della classe e la classe li coprì. Avrebbero altrimenti patito punizione esemplare, sarebbero stati espulsi da tutte le scuole. Questo sembra incredibile a chi conosce quello che è successo nelle aule d&#8217;Italia solo pochi anni dopo, eppure le cose stavano così: la scuola italiana un quarto d&#8217;ora prima di essere sovvertita dagli studenti era saldamente in mano alla gerarchia docente.</div>
<div align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/aa.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-49927" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/aa.jpg" alt="aa" width="135" height="220" /></a></div>
<div align="justify">
Eravamo ancora zitti quando entrò il professore dell&#8217;ora successiva. Squadrandoci fieramente pretese di conoscere immediatamente i nomi dei colpevoli. Alzò la voce. Diede agli sconosciuti il titolo di vigliacchi e a noi che li coprivamo attribuì colpa ancora più grave, degna del più severo provvedimento. Richiese i nomi un&#8217;altra volta. Dopo il secondo silenzio applicò la rappresaglia: interrogò alcuni di noi che nella sua materia tentennavano, li confuse con domande difficili e atteggiamento sprezzante, li congedò annunciando, cosa mai prima accaduta, il pessimo voto riportato. Quella palese ingiustizia fece del bene a tutti. Era iniziato un assedio, ne andava della vita scolastica di ognuno, che era tutta la nostra vita pubblica di cittadini.<br />
Sotto il duro ricatto di denunciare dei compagni o incorrere in provvedimenti disciplinari spuntò d&#8217;improvviso uno spirito di corpo. Ragazzi che avevano in comune la frequentazione di un&#8217;aula per alcune ore al giorno diventarono un organismo disposto a cadere tutto intero pur di non consegnare due suoi membri. Passò nelle fibre di uno scucito gruppo di coetanei una di quelle scariche elettriche che su scala più grande trasformano varie genti in un popolo, molte prudenze in un coraggio. C&#8217;è una soglia segreta di pazienza passata la quale ci si oppone di colpo alla disciplina quotidiana. Occasione è spesso un motivo all&#8217;apparenza insignificante. Anni dopo, partecipando a lotte operaie, avrei appreso con stupore che la lunga catena di scioperi spontanei e di aperte rivolte di fabbrica cominciarono alla FIAT, nel 1969, con richieste semplici come nuove tute da lavoro o la distribuzione di latte nelle lavorazioni tossiche. Piccole occasioni di rottura della pazienza quotidiana contengono grandi scosse: di colpo le strade si riempiono di scontento che sembra nato di pioggia come un fungo.</div>
<div align="justify">
Non fu una rivolta, non chiedevamo niente, ma uno scatto di reazione contro chi voleva perquisirci dentro.<br />
Fuori di scuola quel giorno si discusse. In mezzo all&#8217;assembramento notammo la strana presenza dei bidelli. Qualcuno di noi chiedeva almeno di sapere a chi doveva il rischio di rinunciare all&#8217;anno scolastico. Lì fuori venne zittito. Alla fine questa curiosità per vie traverse venne esaudita al nostro interno, ma in quel primo scambio di battute prevalse una spontanea disciplina. Il più ligio di noi trasferì il suo impulso all&#8217;ordine a servizio di quel silenzio. Qualcosa tra lui e la gerarchia scolastica si era guastato per sempre.</div>
<div align="justify">
Quel giorno nelle nostre case si ripropose intero l&#8217;assedio. L&#8217;atmosfera fu inquisitoria come e più che a scuola. L&#8217;unico scampo: rifugiarsi nell&#8217;impossibilità di fare nomi di compagni senza esserne certi. Nessun retroterra familiare si mostrò comprensivo nei confronti della colpa, nessuno sostenne almeno un poco i diritti al silenzio di fronte al ricatto. Nessuno: tempi tutti d&#8217;un pezzo, non era solo a scuola il campo del dovere, esso si estendeva a tutta la piccola vita privata. Da adulto ho visto le famiglie difendere figli colpevoli di stupro e di linciaggio, un tempo invece stavano dalla parte dell&#8217;accusa. Se un ragazzo non si trova di colpo solo al mondo, mai cresce. Forse era difficile essere giovani in quei tempi anche se, per misericordia, non lo sapevamo. Molte più cose di oggi, in quegli anni erano considerate importanti, molto del futuro di ognuno si decideva sui banchi di quelle scuole.<br />
Nei giorni successivi si ripeté in classe la richiesta di denunciare i colpevoli, fino al limite dell&#8217;ultimatum. Arrivarono al preside anche diverse lettere anonime coi nomi dei presunti responsabili, ma discordanti tra loro. La faccenda però non era più ferma ai colpevoli, si voleva rompere quell&#8217;inaudita ostinazione. Ma non ci fu verso di farci denunciare quei compagni. Penso che ci sentissimo tutti colpevoli, quelle gambe avevano emozionato ognuno. Fu perciò un po&#8217; di immedesimazione verso quel gesto, anche se ce ne vergognavamo. La giusta linea di condotta proveniva da alcuni di noi che avevano già qualche relazione amorosa e trasmettevano agli altri un senso di superiorità da adulti nei confronti di quel gesto da guardoni nel buco della serratura. Ci piaceva credere di essere superiori agli scopi di quel sabotaggio, anche se non era così. Ma questo non contava più, stavamo andando dritti verso le conseguenze inevitabili. Ci eravamo irrigiditi dentro, pur mostrando all&#8217;esterno la costernazione dei malcapitati. Sotto quell&#8217;assedio eravamo diventati soldatini, imparando a difenderci tutti allo stesso modo.</div>
<div align="justify">
C&#8217;era già in quegli anni una specie minore di solidarietà tra studenti che stava nel non farsi avanti a dare al professore una risposta che un altro non era stato in grado di fornire. Nessuno chiedeva di rispondere al posto del compagno. Forse era un comportamento legato al pudore di mostrami saputelli ed è troppo pretendere che fosse solidarietà. Questa era voce che si applicava a grandi cause come quelle dei terremotati, degli affamati e degli alluvionati. Però quel trattenersi dal dare la risposta era una pratica che insegnava a non mortificare il proprio compagno, a rivolgergli perciò un&#8217;attenzione non solo scolastica. Ovunque simili usanze sono sparite.</div>
<div align="justify">
Prima dell&#8217;ora di scadenza dell&#8217;ultimatum entrò a fare la sua lezione il professore di greco e latino. Erano già passati alcuni giorni e non ci aveva detto una parola sulla faccenda, tranne al suo primo ingresso in aula dopo il putiferio. Era entrato, si era seduto, ma invece di aprire il registro ci aveva guardati tutti quanti a lungo, poi aveva giunto le enormi mani in preghiera e le aveva agitate in avanti e indietro, secondo quel gesticolare che sta per: &#8220;Cosa diavolo avete combinato?» Era un gesto semplice, temperato di sollecitudine, con un piccolo accento buffo mischiato al rimprovero muto. L&#8217;accogliemmo con gratitudine. Subito dopo diede inizio alla sua lezione. Bisogna ora che io nomini quest&#8217;uomo: Giovanni La Magna. Siciliana, completo conoscitore della lingua greca della quale aveva redatto una grammatica e un vocabolario, mostrava un corpo massiccio, dal passo pesante. Il volto era aperto, cordiale e i tratti gli si spianavano quando con la sua grave voce di basso compitava i versi greci e latini facendo cadere l&#8217;accento sulle sillabe con suono incalzante di zoccolo di cavallo sul selciato. Ci innamorò di Grecia antica perché ne era innamorato. Gli piaceva insegnare: questo verbo per lui si realizzava nell&#8217;accendere nei ragazzi la voglia di conoscere che sta in ognuno di loro e che aspetta a volte solo un invito sapiente. Era alla fine della sua carriera, mostrava anche più dei suoi sessanta. Aveva il gusto sicuro della battuta folgorante che detta dal suo faccione imperturbabile faceva esplodere la classe in una risata improvvisa, come un colpo di frusta. Non ne ha mai ripetuta una due volte, non le pescava da un repertorio, le inventava. Credo che nessuno abbia saputo raccontare i dialoghi tra Socrate e i suoi discepoli meglio di lui. Nemmeno Platone, che li scrisse, poteva essere così bravo.</div>
<div align="justify">
Incitava a essere leali con lui: non teneva conto di una insufficiente preparazione se lo studente gliela dichiarava spontaneamente prima della lezione. A chi si avvicinava alla cattedra per bisbigliare le sue giustificazioni, prestava a volte ascolto con gesto scherzoso, appoggiando la mano all&#8217;orecchio e strabuzzando gli occhi per manifestare il suo stupore. Lo amavamo: di quel cupo Olimpo di numi da cattedra era il nostro buon Zeus. Quel giorno dell&#8217;ultimatum entrò nell&#8217;aula e togliendosi il cappotto annunciò che non avremmo parlato né di greco né di latino. Si sedette, accantonò il registro e ci parlò. Confido di non tradire il suo tono di voce e i suoi argomenti provando a ripeterli con le parole che ricordo: &#8220;Voi sapete che sono siciliano. Nella mia terra c&#8217;è un costume che vieta di denunciare i colpevoli di reati: si chiama omertà. Voglio parlarvene per stabilire i punti di contatto e quelli di differenza tra questo costume e lo spirito di solidarietà. L&#8217;omertà nasce dal bisogno di difendersi da un regime sociale di soprusi in cui la giustizia è applicata con parzialità e favoritismi, ma contrappone malauguratamente a questo un altro regime di soprusi: la mafia. L&#8217;omertà è un comportamento radicato in tutta la popolazione quando considera l&#8217;intero apparato statale un grande sbirro. La mafia che è nata da questa silenziosa protezione popolare, l&#8217;ha trasformata in legge di sangue sicché oggi l&#8217;omertà è frutto principale della paura. Essa non distingue tra chi si ribella a un sopruso e chi agisce da criminale, copre tutti, il povero cristo e il malfattore. L&#8217;omertà è diventata cieca ed è al servizio di un&#8217;altra prepotenza.</div>
<div align="justify">
&#8220;Lo spirito di solidarietà è invece un sentimento che onora l&#8217;uomo. Non è una legge, come l&#8217;omertà, sorge di rado. Spunta di colpo tra persone che si trovano in difficoltà, comporta il sacrificio personale, non si nasconde dietro il mucchio formato da tutti gli altri. Nel vostro caso la solidarietà può essere quella di tutti per proteggere due, ma potrebbe anche essere quella di due che si fanno avanti per proteggere tutti gli altri. La solidarietà è opera preziosa di un&#8217;occasione, appena compiuto il suo dovere rompe le righe, lasciando in ognuno la coscienza tranquilla. Se siete d&#8217;accordo con me su queste differenze, allora potrete meglio conoscere quello che vi succede in questi giorni. Io non credo che gli svitatori di pannelli della seconda B abbiano intimorito tutti gli altri inducendoli a tacere. Credo invece che sia sorto tra voi in questi giorni uno spirito di squadra contro un provvedimento che ritenete ingiusto.<br />
Pensate forse di stare subendo un sopruso: il ricatto di denunciare i vostri compagni oppure essere sospesi a tempo indeterminato. Ma non è stato un sopruso far arrossire di vergogna una donna che è entrata in quest&#8217;aula per insegnare e che, per poter accedere al privilegio di mostrare a voi le sue gambe, ha studiato per anni ed è appena giunta all&#8217;occasione che ha tanto aspettato? Un sopruso, una prepotenza di molti contro una donna, questo è accaduto qui dentro. Non siete. innocenti, nessuno qui è innocente. Il torto è spesso meglio distribuito di quanto ci piace credere.</div>
<div align="justify">
&#8220;Io faccio parte di questo regime scolastico contro il quale avete fatto muro. Anzi sono il più vecchio insegnante di questa scuola. Noi siamo insegnanti, voi studenti, siamo per questo più forti di voi, possiamo bocciarvi, sospendervi tutti, compromettere i piani scolastici forse irrimediabilmente per alcuni di voi. Ma vogliamo farlo? Credete che vogliamo rovinarvi? Noi che siamo i più forti ci stiamo in verità difendendo da voi. Ritenete vostra facoltà levare un pannello di cattedra per vedere le gambe di un&#8217;insegnante? Presto riterrete vostra facoltà abbassarle la gonna per ammirarle intere. Perché non l&#8217;avete fatto con me? Perché sono un uomo o perché non sono un supplente? Noi ci stiamo difendendo da voi, voi da noi: così le aule diventeranno campi di battaglia, vincerà il più forte, ma la scuola sarà finita. È con profonda tristezza che vedo questo accadere. È contro tutto quello che ho fatto nei miei molti anni di insegnamento. Mi accorgo di non avere più un posto in un&#8217;aula ridotta a schieramento, di non poter fare più niente per voi. Mi state licenziando voi, i miei colleghi, tutti. Questo spirito di ostilità che scorgo in loro e in voi mi avvisa di tempi in cui non avrò parte.</div>
<div align="justify">
&#8220;Non approvo un provvedimento così drastico nei vostri confronti, non lo farò applicare per quello che potrò, ma non so approvare nemmeno la vostra caparbietà. Ce l&#8217;ho con tutti voi: il vostro spirito di corpo è la cosa più preoccupante alla quale assisto da quando vivo nella scuola. Il vostro serrare i ranghi è il gesto più duro da intendere per uno come me che pensava di stare in una classe e si ritrova a visitare una barricata. Non credo che il vostro silenzio sia omertà, che stiate diventando una mafia. Però so che questo guaio può scaturire da ogni ostilità di parte. Se c&#8217;è ancora una lezione che posso permettermi di darvi è quella di insegnarvi a distinguere nella vostra vita l&#8217;omertà e la solidarietà. Siate pure oggi leali tra voi fino a sopportare il sacrificio di un duro provvedimento disciplinare, ma non imparate domani a proteggere l&#8217;ingiusto, il prepoténte, il vendicatore. Prima che siate sospesi in blocco dalle lezioni, propongo a voi di fare le più sentite e solenni scuse all&#8217;insegnante che avete offeso. Fate questo senza aspettarvi niente in cambio, fatelo solo perché è giusto. Fatelo prima che il vostro silenzio si indurisca troppo contro di noi, si avveleni di avversione, distrugga il mio lavoro con voi e la vostra possibilità di trarre profitto dalle ore trascorse insieme in queste aule&#8221;.</div>
<div align="justify">
Mi perdoni, lì dove riposa, l&#8217;uomo al quale attribuisco queste parole e del quale provo a ricordare una lezione. Essa fu certamente più intensa ed efficace di quella che posso ricostruire. La sorreggeva una voce che rimaneva paterna anche nel tratto amaro, grave senza severità. Era voce di uomo che si spogliava della dignità della cattedra per parlare da pari ad altri pari. A una classe di sedicenni pieni di brufoli e di barbe ancora a chiazze sul viso, si rivolse come a un&#8217;assemblea, svolgendo un ordine del giorno. Ci sentimmo spaesati, ma più grandi, senza parole, certo, ma finalmente spogli del bisogno di difenderci. Quell&#8217;uomo ci trattò da uomini. Nessuno di noi lo era ancora, ma tutto dentro di noi in quei giorni spingeva a diventarlo. Ci fece provare la responsabilità di persone che intendono l&#8217;ora e il luogo in cui sono. Disfece con i suoi modi leali il rozzo campo di battaglia nel quale ci sentivamo rinchiusi. Non ci additò una scappatoia, sgomberò semplicemente l&#8217;assedio mostrando il male di quell&#8217;ostilità, addossandosene una parte. Accese in noi il desiderio di rispondere, come già altre volte aveva incitato il nostro desiderio di apprendere. Uno di noi si alzò, il più mite, e uno tra i più diligenti, disse a nome di tutti che le nostre scuse erano il passo minimo che ci sentivamo di fare e che l&#8217;avremmo già fatto se solo ne avessimo avuto la possibilità. Nessuno disse cosa contraria o diversa.</div>
<div align="justify">
Le scuse vennero accettate. Le lezioni ripresero con la palese disapprovazione di alcuni insegnanti insoddisfatti della riparazione e contrari a quella composizione &#8220;a tarallucci e vino&#8221;. Il partito della fermezza contava i suoi effettivi in vista delle future prove. Noialtri ci considerammo scampati, rompemmo subito le righe piegando ancora di più il collo sui libri. Ancora per poco l&#8217;atteggiamento prevalente dei professori fu di rappresaglia, poi lo spirito dell&#8217;insegnamento prevalse e ritornò in vigore la bilancia dei meriti e dei profitti. Quell&#8217;anno fummo promossi in molti, compresi i due svitatori. Solo allora quella pagina di calendario fu per noi voltata del tutto.</div>
<div align="justify">
L&#8217;anno seguente, stagione scolastica 1967-1968, avremmo affrontato la maturità. Prima di quell&#8217;appuntamento il professore Giovanni La Magna mancò a una lezione per la prima volta in tre anni. Si era rotto il cuore del nostro buon Zeus, fermate le mani enormi che ci avevano aperto le vie della Grecia classica, zittita la voce che aveva calcato per noi i versi più soavi della terra. Salimmo alla sua casa sulla collina del Vomero come un gregge disperso. Era disteso eppure sembrava ritto in piedi, manteneva anche così tutta la forza della sua presenza. Aveva le grandi mani intrecciate in grembo, gli occhi molto chiusi. Per la prima volta un ragazzo tra i tanti ebbe misura dello spreco insensato contenuto nella morte di un uomo. Tutta quella Grecia svisceratamente amata da un siciliano, tutta quella sapienza si perdeva, a nessuno poteva più trasmettersi. Ne trattenevamo frammenti lucenti da un vaso in frantumi, noi suoi allievi. Ma se tutti gli studenti che aveva avuto, avessero potuto mettere insieme i loro pezzetti, non avrebbero ricomposto l&#8217;interezza da lui posseduta. Le lacrime che ad alcuni di noi vennero agli occhi se le era guadagnate con quello che gronda dal cuore.</div>
<div align="justify">
Morì in quei primi mesi dell&#8217;anno di subbuglio 1968, senza vedere le aule abbandonate sotto i colpi di una guerra che aveva intravisto e aveva scongiurato di evitare. La scuola finiva e non solo per i maturandi di quell&#8217;anno. Dopo di lui la Grecia tornò a essere la patria di una grammatica molto esigente. Ci sono uomini che morendo chiudono dietro di loro un mondo intero. A distanza di anni se ne accetta la perdita solo concedendo che in verità morirono in tempo.</div>
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		<title>Maledetta la terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:05:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[Genesi]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del suolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Erri De Luca &#8220;Maledetta la terra&#8221;, dice la divinità a Adàm, ultima creatura uscita dai sei giorni dell&#8217;opera. Maledetta la terra: non è una condanna, ma una dolente constatazione. Dopo il frutto della conoscenza di bene e di male, che ha accresciuto le facoltà umane, Adàm non si contenterà più del prodotto spontaneo del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> &#8220;Maledetta la terra&#8221;, dice la divinità a Adàm, ultima creatura uscita dai sei giorni dell&#8217;opera.</p>
<p>Maledetta la terra: non è una condanna, ma una dolente constatazione. Dopo il frutto della conoscenza di bene e di male, che ha accresciuto le facoltà umane, Adàm non si contenterà più del prodotto spontaneo del suolo. Moltiplicherà gli sforzi su di esso per estrarne maggiore prodotto, ricavarne profitto. Asservirà la terra che così sarà maledetta dallo sfruttamento delle risorse, dal sudore della fronte. La divinità avvisa Adàm: stai attento al suolo, prendine cura o te lo ritroverai intossicato.</p>
<p>In altra parte del racconto iniziale si pronuncia la consegna della terra a Adàm: &#8220;Per servirla e custodirla&#8221;. I due verbi dell&#8217;ebraico antico sono gli stessi del culto dovuto alla divinità, anch&#8217;essa da servire e custodire. I traduttori aggirano l&#8217;uguaglianza dei due verbi, ma così stanno le cose nella scrittura sacra: Adàm e la sua specie stanno tra terra e cielo e a loro spetta opera di congiunzione. Servire e custodire la terra, servire e custodire il cielo.</p>
<p>Sulla scorta di questa responsabilità&#8217; s&#8217;intende meglio la consegna del sabato. In ebraico vuol dire cessazione. È visto dalla parte della terra che smette di essere lavorata e non dalla parte dell&#8217;uomo che ci fa festa sopra. Perché il sabato è diritto che sale dal basso e garantisce prima di tutto il riposo della terra. Le spetta un giorno su sette, un anno su sette. Il sabato non appartiene all&#8217; uomo ne&#8217; alla divinità, il sabato spetta alla terra.</p>
<p>È il riconoscimento che siamo ospiti, non padroni di casa. È il rispetto dovuto al luogo comune e non licenza di schiamazzo. Dimenticare il sabato, profanarlo è arroganza di conquistatori che asserviscono lo spazio e il tempo.</p>
<p>Nel sabato neanche si poteva accendere un fuoco, perché pur&#8217;esso è vita della terra. Perciò il sabato e&#8217; santo, tempo staccato e separato dal resto dei giorni.  Sta a punto di contatto tra la terra e il cielo.</p>
<p>Dal sabato ignorato, calpestato come un giorno qualunque, proviene la licenza di aggressione all&#8217;ambiente, la sua maledizione sotto lo sfruttamento.</p>
<p><em>(se qualcuno fosse interessato a qualche informazione di carattere più tecnico sul grosso problema della terra/ suoli, può vedere quanto ho scritto su NI in occasione della giornata del suolo del 2012: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/12/05/la-terra-con-t-minuscola/">https://www.nazioneindiana.com/2012/12/05/la-terra-con-t-minuscola/</a>, che purtroppo resta attualissimo; GS) </em></p>
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		<title>Peter Handke viandante carinziano in Friuli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Oct 2012 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[carso]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Kitzmüller]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[peter handke]]></category>
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					<description><![CDATA[di Erri De Luca e Hans Kitzmüller Peter Handke è un bambino che ha saputo tutto del mondo e se ne va tra gli adulti raccontando loro qualche dettaglio. I bambini sono spietati nel sapere tutto, ma lui ha una speciale tenerezza per gli adulti e li preserva dallo sgomento. Glielo accenna, ma lo tempera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Erri De Luca</strong> e <strong>Hans Kitzmüller</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/27/peter-handke-viandante-carinziano-in-friuli/giacomo-002-scan_1_1ok-copy-5/" rel="attachment wp-att-43960"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-43960" title="Giacomo 002 SCAN_1_1ok copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-002-SCAN_1_1ok-copy1.jpg" alt="" width="500" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-002-SCAN_1_1ok-copy1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-002-SCAN_1_1ok-copy1-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-002-SCAN_1_1ok-copy1-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a>Peter Handke è un bambino che ha saputo tutto del mondo e se ne va tra gli adulti raccontando loro qualche dettaglio. <span id="more-43914"></span>I bambini sono spietati nel sapere tutto, ma lui ha una speciale tenerezza per gli adulti e li preserva dallo sgomento. Glielo accenna, ma lo tempera con un po&#8217; di presa in giro. Cosa conoscono i bambini di così intero? Che gli adulti non possono prendere il mondo alla lettera e se lo devono incartare dentro le metafore. Hanno bisogno di interpreti, di oroscopi, di segni.</p>
<p>Peter Handke si siede a una tavola da pranzo dinoccolato e assente. Osserva dal bordo di un paio di lenti le schermaglie di due commensali che cercano di scambiarsi un contegno. Avrebbe voglia di prenderli a palline di pane.</p>
<p>I bambini sanno tutto del passato, tutte le lingue. Lo sforzo che li espella dal sacco di placenta serve a far dimenticare. Per nascere bisogna cancellare, l&#8217;uscita ha bisogno di azzeramento.</p>
<p>Una volta gli ho macchiato il legno quasi bianco del tavolo col cerchio di un bicchiere di vino. Si stupì come Cimabue del cerchio fatto a mano libera dall&#8217;allievo. Ci ha messo tempo a cancellare l&#8217;impronta. Per lo scrittore il tavolo è la succursale dell&#8217;altare. In questo sono un poco di buono del mestiere, scrivo sulle ginocchia, anche questa nota su di lui. Anni dopo mi ha fatto vincere un premio letterario, ci siamo ritrovati in riva a un lago. Passavamo da un castello all&#8217;altro, da un latifondista a un principe. Gli è venuto di dirmi sotto i baffi :&#8221;Ehi, lotta continua!&#8221;. Già: non eravamo in visita alla Comune di Parigi.</p>
<p>Abbiamo coinciso in fondo al 1900. Nell&#8217;ultimo anno, nell&#8217;ultima primavera del nostro secolo, lui e io, ognuno per conto proprio, siamo stati in Belgrado a condividere il suono delle sirene di allarme che precede i bombardamenti aerei. Ho letto le sue motivazioni, più forti delle mie. Per me si trattava semplicemente di questo: so da mia madre che il bombardamento aereo di una città è l&#8217; atto terrorista per eccellenza. Vuole distruggere e terrorizzare il maggior numero di persone inermi, di ogni età, colpite nel mucchio e a casaccio.Questo è terrorismo puro. Bombardare un centro abitato è una infamia e una vigliaccheria, da Guernica in poi. A Belgrado nella primavera del &#8217;99 disertavo dal mio paese complice entusiasta e servile di chi scaricava esplosivo sulle case.</p>
<p>Da qualche parte nella stessa città anche Peter ascoltava la stessa colonna sonora del 1900, la sirena di allarme. Ero solo nella stanza di albergo, nella strada, sui ponti di Danubio e Sava davo il cambio a mia madre ragazza sotto i bombardamenti di Napoli. Le mie motivazioni  di residenza in Belgrado erano minori e meridionali rispetto a quelle di Peter. Non ci è più capitato, ma  restiamo due capaci di coincidere di nuovo dentro un campo in fiamme, stare dalla parte del suolo.</p>
<p>(Erri De Luca)</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/27/peter-handke-viandante-carinziano-in-friuli/giacomo-014-peter-con-erri-copy-3/" rel="attachment wp-att-43924"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-43924" title="Giacomo 014 Peter con Erri copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-014-Peter-con-Erri-copy1.jpg" alt="" width="500" height="339" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-014-Peter-con-Erri-copy1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-014-Peter-con-Erri-copy1-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-014-Peter-con-Erri-copy1-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/27/peter-handke-viandante-carinziano-in-friuli/giacomo-014-peter-con-erri-copy/" rel="attachment wp-att-43919"><img  class="alignleft size-full wp-image-43919" title="Giacomo 014 Peter con Erri copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-014-Peter-con-Erri-copy.tif" alt="" /></a></p>
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<p>I paesaggi e gli appunti friulani nelle pagine di Peter Handke non sono certamente un tema legato né ad una determinata fase della produzione né ad un opera particolare di questo autore, sono piuttosto momenti episodici, annotazioni a margine anche casuali. Possia­mo considerare questo argomento anche come una raccolta di curiosità estrapolate dalla vastissima produzione del grande autore austriaco.</p>
<p>In ogni caso sia nell’opera compiuta che nel frammento si ritrova sempre tutto Handke. Argomenti più attinenti alla sua poetica e forse più interessanti e meno localistici potrebbero essere Handke e l’America, Handke e la Fran­cia, la Spagna, la Germania, la Yugoslavia. Si potrebbe parlare anche del Giappone, della Grecia, delle grandi metropoli e dei piccoli paesi&#8230; E anche di un’infinità di luoghi che legano l’universo della sua letteratura con il mondo reale, come il ponte sulla Drina, Soria, il Sainte-Victoire, Man­tova etc. Viaggiatore e grande camminatore Handke è in un certo senso uno scrittore ubiquo.</p>
<p>Questi momenti friulani in Handke sono in un primo tempo connessi con l’esplorazione della Slo­venia e del Carso. Certi luoghi friulani appaiono infatti nei relativi scritti per la loro contiguità a quel mondo. In un secondo tempo diverranno episodi autonomi. Tutti sono comunque riconducibili a quella sua ’forschende Literatur’ (letteratura di esplorazione) che ha tematizzato il camminare.</p>
<p>Nel romanzo <em>Die Wiederholung</em> troviamo due significativi riferimenti a Gorizia. Uno è l’accenno a quanto il nonno di Filip Kobal decantasse Gorizia come città straordinaria. Alla domanda perché Gorizia fosse tanto straordinaria – secondo lui Klagenfurt al confronto non era nulla –, il nonno rispondeva però soltanto che c’erano tante palme e che vi erano sepolti i re di Francia. È interessante questa piccola testimonianza sull’immagine di Gori­zia che circolava nel mondo degli sloveni carinziani e che rinvia ai tempi della centralità della città in una regione che comprendeva appunto anche parte della Carinzia meridionale. Il secondo notevole riferimento a Gorizia è più indiretto e appare nel descrivere le condizioni sociali della famiglia di Kobal quando fra gli antenati viene annoverato un personaggio storico ossia Gregor Kobal uno dei capi contadini ribelli del Tolminotto, poi impiccato insieme agli altri sulla piazza del Travnik, a Gorizia appunto.</p>
<p><em>&#8220;Pareva che noi discendessimo per davvero da quel Gregor Kobal che era stato il capo della rivolta dei contadini di Tolmino. I suoi discendenti sarebbero stati cacciati dalla valle dell’Isonzo dopo la sua esecuzione, e uno di loro sarebbe andato a finire in Carinzia valicando le Caravanche&#8230; Quel che contava per mio padre, di questa storia, non era comunque il fatto del rivoltoso o del capo, ma l’esecuzione e la cacciata.&#8221;</em></p>
<p>Se già nella terza parte del romanzo, dedicata alla scoperta del Carso vissuto come “Savana della libertà” troviamo riconoscibili aspetti legati al Carso triestino, nel suo testo immediatamente successivo <em>L’assenza</em> ci ritroviamo nel Carso Goriziano. E proprio nei pressi di Redipuglia là dove i personaggi salgono a piedi sull’ altopiano troviamo una bellissima descrizione del panorama che da lì si gode della pianura friulana incorniciata all’orizzonte dalle Alpi carniche e giulie. I personaggi passano poi sul monumento e la fiaba si conclude in una città che si sta ricostruendo dopo un terremoto: Gemona.</p>
<p>Ma già prima, nel <em>Canto alla durata</em> composto contemporaneamente alla stesura del romanzo <em>La ripetizione</em>, avevamo trovato un altro luogo di Peter Handke, il lago di Do­berdò, uno dei suoi principali luoghi della durata, di cui nel poemetto si descrivono aspetti suggestivi.</p>
<p>Dopo <em>L’assenza</em>, a partire dal 1987 i suoi soggiorni in Friuli diventano più frequenti, a questo periodo risale un suo testo <em>L’epopea delle lucciole</em>, ma qualche accenno vi è anche ne<em> Il gioco del chiedere</em>, una battuta in cui si nomina Medea, il paese di Medea che ritroviamo menzionato anche nel suo saggio sulla stanchezza in relazione ad un immagine di concordia fra animali nella stanchezza. Nel <em>Saggio sui Juke-box</em> abbiamo annotazioni legate a Monfalcone e a Casarsa.</p>
<p>Nel suo ultimo grande romanzo, <em>Mein Jahr in der Niemandsbucht</em>, si trovano riferimenti alle colline friulane, ad un amico di Aquileia che abita a San Pelagio sul Carso e che insegna all’Università di Udine. Nella sua trasposizione cinematografica de <em>L’assenza </em>vi è un accenno all’Isonzo e ad un gelso di San Daniele. Si tratta di annotazioni e impressioni di un camminatore instancabile di cui si può veramente dire che abbia attraversato a piedi tutta quella regione che va dalla Jauntal alla valle dell&#8217;­Ison­­zo, sino al Carso e al Friuli, annotazioni e impressioni confluite solo in parte nelle sue opere degli anni ’80. Di queste annotazioni e impressioni infatti sono pieni i suoi innumerevoli e inediti taccuini che testimoniano un approccio assolutamente non convenzionale con la varietà paesaggistica e culturale di questa area geografica.</p>
<p>Si lega al Friuli anche la sua collaborazione con la Braitan, la mia piccola casa editrice attiva dal 1984 sino al 2001. Singolare è stata la fortuna del suo <em>Gedicht an die Dauer</em> (Canto alla durata). Uscito nel 1987 da Suhrkamp e successivamente in francese da Gallimard, nel 1988 appariva in versione italiana su suo espresso desiderio, per i tipi della piccola casa editrice friulana, la Braitan.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/27/peter-handke-viandante-carinziano-in-friuli/giacomo-009-clara-copy-2/" rel="attachment wp-att-43925"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-43925" title="Giacomo 009 Clara copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-009-Clara-copy1.jpg" alt="" width="500" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-009-Clara-copy1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-009-Clara-copy1-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Giacomo-009-Clara-copy1-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
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<p>Sconvolgendo le abitudini di un editore artigianale dalle tirature assai limitate, questo ’poeme en prose’ ha già avuto comunque, considerate le note difficoltà che i piccoli hanno nella distribuzione riusciva comunque ad avere un suo discreto successo che si potrebbe definire sommerso e quasi clandestino aldifuori dei canali istituzionali dell’ editoria e grazie ad un vero tam tam dei numerosi estimatori italiani di Handke. E l’adagio <em>habent sua fata libelli</em> è stato il commento con cui lo stesso Handke rispondeva ad un lettera alla notizia dei risultati insperati sottolineando al contempo la coincidenza dell’apparizione proprio in quei giorni della versione spagnola sul quotidiano ’El Pais’ con il titolo <em>Poema de la duraciòn</em>.</p>
<p>La scelta di Handke aveva sue ragioni precise.</p>
<p>Oltre al riferimento geografico (il lago di Do­berdò, uno dei luoghi della durata, si trova appunto nel Carso goriziano), alcuni titoli del catalogo Braitan gli permettevano anche di ritrovarsi con la grande poetessa carinziana Christine Lavant, oppure col suo grande amico Gustav Janusˇ, poeta e pittore sloveno carinziano, ma anche ad esempio con Alojz Gradnik, uno dei massimi poeti sloveni del Novecento.</p>
<p>Ed è stata una consulenza davvero eccezionale quella in fase di editing di una singolare antologia della poesia friulana curata da Ame­deo Giacomini: <em>Wie eine Viole in Casarsa </em>(Come una viola a Casarsa) proposta da Braitan ai lettori tedeschi nel 1987 e ormai esaurita da tempo. Per un controllo della qualità della traduzione tedesca di alcune liriche di Pier Paolo Pasolini la piccola casa editrice di Brazzano si era potuta infatti avvalere nientemeno che del parere di un autore del calibro di Peter Handke. In quell’occasione lo scrittore austriaco era rimasto colpito in particolare da una lirica del poeta di Casarsa tanto da trarne addirittura fonte di ispirazione in alcuni suoi testi.</p>
<p>Si trattava di <em>Mostru o pavea</em>, dove fra l’altro si legge: “No, al è un mostru di speransa / tal vagu disperàt di Ciasarsa”. L’immagine di quel ’vuoto disperato di Casarsa’ ricorrerà infatti sia nella breve <em>Epopea della lucciole</em> del 1987 sia più tardi nel racconto-riflessione <em>Sag­gio sul jukebox</em> del 1989. Handke annotava infatti nella parte finale del primo testo: “&#8230;e come naturalmente ho pensato ad un Dio, dopo una giornata pesante, squallida – vedi il ’vuoto disperato di Casarsa’ di Pasolini, che mi si era ripetuto in questo pomeriggio di domenica ascoltando le campane a morto per uno sconosciuto e dando uno sguardo ai quotidiani sportivi sgualciti in un bar di San Giovanni al Natisone&#8230;”. Citazione che rivela come quel testo pubblicato in Italia da Guanda nel volumetto <em>Epopea del baleno</em>, sia da interpretare anche come una ripresa della famosa questione delle lucciole.</p>
<p>Ma assai più esplicito è il riferimento a quella poesia nel <em>Saggio sul jukebox</em> in relazione alla sua puntata a Casarsa. Intertestualità letteraria ma anche episodio straordinario per un piccolo editore, la cui traduzione di una poesia si riverberava in nuovi testi innervandosi in questo caso addirittura in alcune delle pagine più note della letteratura tedesca di quegli anni.</p>
<p>(<em>Hans Kitzmüller</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(i due testi di De Luca e Kitzmüller, e le foto di Danilo De Marco, sono tratti da &#8220;Peter Handke viandante carinziano in Friuli&#8221;, omaggio per i 70 anni dello scrittore austriaco, edito dal Circolo culturale &#8220;Menocchio&#8221; di Montereale Valcellina (PN), collana &#8220;Gallo forcello&#8221;, n° 67, in uscita in questi giorni; NI ha peraltro pubblicato in passato un inedito di Handke: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/24/da-sud-11-peter-handke/">https://www.nazioneindiana.com/2008/09/24/da-sud-11-peter-handke/</a>)</em></p>
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		<title>20 luglio 2001</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/13/20-luglio-2001/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 07:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo giuliani]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[G8]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
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					<description><![CDATA[di Erri De Luca [Dieci anni fa Genova. Uno spartiacque. Quest&#8217;anno molti scrittori hanno voluto ricordare quei giorni, e Carlo Giuliani che è diventato il &#8220;ragazzo&#8221; fratello di tutti noi, contribuendo a un libro, Per sempre ragazzo, edito da Tropea. Pubblico la poesia di Erri De Luca. mr] * Un proverbio persiano dice: «Se vuoi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39546" title="131_15095" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><em>[Dieci anni fa Genova. Uno spartiacque. Quest&#8217;anno molti scrittori hanno voluto ricordare quei giorni, e Carlo Giuliani che è diventato il &#8220;ragazzo&#8221; fratello di tutti noi, contribuendo a un libro, </em>Per sempre ragazzo<em>, edito da Tropea. Pubblico la poesia di Erri De Luca. mr]</em>
</p>
<p>*
</p>
<p><div id="_mcePaste">Un proverbio persiano dice: «Se vuoi farti un nome,</div>
<div id="_mcePaste">viaggia o muori». Lui non voleva un nome,</div>
<div id="_mcePaste">quel mattino di luglio voleva andare al mare.</div>
<div id="_mcePaste">La strada era già un mare,</div>
<div id="_mcePaste">le ondate di migliaia dietro migliaia dentro le piazze,</div>
<div id="_mcePaste">i vicoli, nei viali, allagavano Genova città.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò ch’era Venezia, liquida di canali.</div>
<div id="_mcePaste">Cercò di navigarla, però l’alta marea</div>
<div id="_mcePaste">di molta umanità se lo portava via nella corrente.</div>
<div id="_mcePaste">Più logico seguirla. Era lo stesso una giornata al mare.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Montava il terzo giorno di acqua alta, a Genova e di luglio,</div>
<div id="_mcePaste">tre giornate di onde di persone.</div>
<p><span id="more-39545"></span></p>
<div id="_mcePaste">C’era l’appuntamento di otto presidenti</div>
<div id="_mcePaste">con la scorta delle gendarmerie assortite,</div>
<div id="_mcePaste">pure le guardie forestali e di penitenziario.</div>
<div id="_mcePaste">C’erano i paracadutisti e i palombari.</div>
<div id="_mcePaste">A parte queste frotte, Genova conteneva</div>
<div id="_mcePaste">la formula migliore di popolo riunito dalla rosa dei venti.</div>
<div id="_mcePaste">Su qualunque mezzo, compreso nave, bicicletta e a piedi:</div>
<div id="_mcePaste">evviva i viaggiatori, sudati, intransigenti, lieti.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Quel giorno terzo il cretino al potere, incretinito appunto dal potere, scagliò la truppa addosso all’alta marea. Era marea di quelle che non possono defluire a mare. Nella città compressa tra la collina e il porto non aveva uscita, sfogo, scappamento. Aggredita, si riformava ovunque, scossa e scombinata dal suo stesso formato innumerevole. Sbatteva contro i muri, i manganelli, i calci in faccia e gli insulti della truppa arroventata dal sole e dal cretino.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Lui si mischiò dentro l’acqua agitata.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò che il mare non andava preso a calci.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare quando è fatto di persone, va ascoltato e basta.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare quando è pieno di sale di ragione, va in salita</div>
<div id="_mcePaste">scavalca dighe e moli. Oggi io sono il mare,</div>
<div id="_mcePaste">pensò all’ingresso del piccolo slargo di piazza Alimonda,</div>
<div id="_mcePaste">nome che finisce con un’onda.</div>
<div id="_mcePaste">Gli venne il sorriso veloce di quando scorgeva</div>
<div id="_mcePaste">la strizzatina d’occhio di una coincidenza.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Amava il latino, traduceva Catullo stordito d’amore,</div>
<div id="_mcePaste">Ovidio spedito in esilio, Virgilio col biglietto</div>
<div id="_mcePaste">per visitare l’aldilà, il gran museo dei morti.</div>
<div id="_mcePaste">Amava il latino. Nel mazzo di carte da studio un ragazzo</div>
<div id="_mcePaste">ci vuole vedere in qualcuna il suo settebello.</div>
<div id="_mcePaste">Mare: in latino al plurale fa mària.</div>
<div id="_mcePaste">Decise quel giorno e quell’ora che avrebbe sposato</div>
<div id="_mcePaste">una di nome Marìa e le avrebbe spiegato perché.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Su piazza Alimonda il sole batteva a tamburo,</div>
<div id="_mcePaste">la luce bruciava negli occhi.</div>
<div id="_mcePaste">Un carabiniere coi calci</div>
<div id="_mcePaste">sfondò il vetro del suo quattroruotemotrici.</div>
<div id="_mcePaste">Di solito i vetri si rompono da fuori.</div>
<div id="_mcePaste">Quello si ruppe da dentro. Il carabiniere</div>
<div id="_mcePaste">tolse così l’ostacolo alla mira e la sicura all’arma.</div>
<div id="_mcePaste">Lui pensò di dover raccogliere i vetri,</div>
<div id="_mcePaste">non vanno lasciati sul fondo del mare.</div>
<div id="_mcePaste">Chinato a levarli, un estintore gli rotolò vicino.</div>
<div id="_mcePaste">Lo prese, gli venne l’impulso di gettarlo via,</div>
<div id="_mcePaste">s’accorse del carabiniere, del vetro sfondato, del braccio,</div>
<div id="_mcePaste">con l’arma, col dito. Che fai disgraziato?</div>
<div id="_mcePaste">Non vedi che io sono il mare?</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Il mare lanciò l’estintore con tutta la forza</div>
<div id="_mcePaste">del braccio e dell’onda di piazza Alimonda.</div>
<div id="_mcePaste">In volo incrociò la pallottola calibro nove.</div>
<div id="_mcePaste">Cadendo pensò che il mare così abbatte le sue ondate</div>
<div id="_mcePaste">addosso alla scogliera e quando si sollevano gli spruzzi</div>
<div id="_mcePaste">vengono giù e l’onda non c’è più.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare nell’urto da azzurro si rompe nel bianco.</div>
<div id="_mcePaste">Gridarono le ali e le lenzuola stese,</div>
<div id="_mcePaste">gridò lo zucchero, la farina, il sale,</div>
<div id="_mcePaste">il marmo, la pagina e la schiuma delle onde vicine,</div>
<div id="_mcePaste">gridò il bianco dell’uovo e delle voci.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Pensò: non è così che sposerò Maria.</div>
<div id="_mcePaste">Un accento si sposta e si scombina il legittimo destino,</div>
<div id="_mcePaste">può darsi che c’entri il latino,</div>
<div id="_mcePaste">o un giorno violento di luglio, lo scambio di un mare per l’altro.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò ch’era arrivato a riva,</div>
<div id="_mcePaste">dove il mare riabbraccia la sua onda schiantata</div>
<div id="_mcePaste">e la riassorbe. Pensò al respiro di sua madre, il mare.</div>
<div id="_mcePaste">Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.</div>
</p>
<p><div id="_mcePaste">Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,</div>
<div id="_mcePaste">viaggia o muori». Dieci anni più tardi il suo nome viaggia</div>
<div id="_mcePaste">insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.</div></p>
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		<title>LE RIVOLTE INESTIRPABILI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/11/13/le-rivolte-inestirpabili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 09:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
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					<description><![CDATA[[le foto e i due brani che seguono sono tratti dal libro di De Luca e De Marco Le rivolte inestirpabili, edizioni Forum, 2010] di Danilo De Marco (foto) e Erri De Luca (testo) &#8230; Danilo è una di queste persone di quell’età che non ha smesso di ficcarsi nei malanni del mondo. È un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[le foto e i due brani che seguono sono tratti dal libro di </em><em>De Luca e De Marco</em><em> </em>Le rivolte inestirpabili,<em> edizioni Forum, 2010]</em></p>
<p>di <strong>Danilo De Marco</strong> (foto) e <strong>Erri De Luca </strong>(testo)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37188" title="Nazione-indiana-copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&#8230;</p>
<p>Danilo è una di queste persone di quell’età che non ha smesso di ficcarsi nei malanni del mondo. È un giornalista speciale perché non l’ha inviato nessuno, nessuno lo spedisce, nessuno lo prega di recarsi, ci va da solo, si invia da sé. Va nei posti con un solo biglietto di andata, fa amicizia, perlustra, si aggira sul piano terra dei luoghi che possono essere dei contadini cinesi, degli sbandati del Kurdistan. Nomino questo paese che non esiste, il Kurdistan, non lo trovate sulle carte geografiche. È il posto dove abita il popolo dei Kurdi distribuiti in quattro nazioni differenti.<span id="more-37182"></span><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/NI-ok.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37190" title="NI ok" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/NI-ok-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/NI-ok-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/NI-ok.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Lo chiamo Kurdistan per simpatia verso un paese che non c’è. In Kurdistan oppure tra i paesani senza terra del Brasile o tra qualche guerrigliero colombiano, questi alcuni dei siti dove Danilo si è disperso. Le fotografie che riporta non provengono da nessuno scippo, da nessuna destrezza, non è un fotografo di quelli che rubano una immagine da una faccia senza che se ne accorga. Danilo prima di scattare una fotografia deve mangiare sale insieme a quello che gli sta di fronte. Ci deve avere a che fare, ci deve diventare amico e deve avere i suoi occhi che lo guardano e stanno alla pari con lui. Se no, non sputa il clic della sua fotografia della sua macchina fotografica. Si impianta nei posti e poi torna, alla fine torna con le notizie, con le facce che ha raccolto. Facce, utensili, mani, è uno degli ultimi di noialtri che continua ad andare. Io mi sono barcamenato negli anni nella guerra in Bosnia a portare degli aiuti semplicemente perché stavano vicini. L’idea di andare lontano, saltare oceani, nazioni, aggirarmi tra popoli sconosciuti non fa per me.</p>
<p>&#8230;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-OK.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37189" title="nazione-indiana OK" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-OK-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-OK-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-OK.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&#8230;</p>
<p>Danilo si avvia da quelle parti e si sfama con loro. Non vi è nessuna delega da parte di loro. Non sei venuto qui, dicono, da messaggero dell’Occidente, vieni, guarda, prendi e racconta qualcosa di noi laggiù.</p>
<p>Nessuna delega, avviene invece il contrario mi sembra. Tu, Danilo, sei là uno scroccone, arrivi là senza i tuoi maccheroni, senza la tua pasta. Sei ospite, integralmente ospite di persone gigantescamente povere, che tengono moltissimo all’ospitalità.</p>
<p>Tu sei ospite, quello che tu riesci a riportare indietro è il frutto di questo incontro tra il tuo vagabondaggio e la loro ospitalità. Tu non sei il portavoce, tu sei uno che è stato con loro, che ha condiviso un pezzetto, una centesima parte del loro tratto di vita e sei stato accolto alla loro tavola. Bisogna fare molta strada per meritare di essere ospiti, accettati da questa umanità. Guardo attraverso questi rettangolini che tu riporti indietro e dove si raccontano le irriducibilità tra quella vita, quelle speranze di migliorare la vita, e noialtri.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-copia.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37183" title="nazione indiana copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-copia-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-copia-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-copia.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>La fotografia non è lo scambio. Non è: tu mi dai da mangiare e io resto con te e ti faccio tante belle fotografie e magari te le mando per incorniciarle. Non è questo, non avviene lì lo scambio. Lo scambio avviene esattamente in quel punto mentre tu stai là. Poi riporti indietro dei pezzetti che ci riguardano perché ci raccontano la tenuta di quella umanità. Queste sono buone notizie per noi. Danilo di solito parte arrotondato e torna assottigliato. Funziona a zampogna il suo viaggio. Si sgonfia da quelle parti fino a passare attraverso le sbarre, diventa sottile come una alice, si ricorda di essere un po’ pesciolino e poi siccome è friulano al ritorno si rifocilla con il vino del suo paese e si rimpolpa… Uno come lui chiede di viaggiare ancora, di spendersi dentro quei posti e riportare indietro la sua notizia di incontro con quelle facce, con quelle persone che stanno nelle periferie del mondo, ammesso che questo nostro budellino tiepido di Occidente sia centro di qualcosa.</p>
<p><em>[1 foto: India, 2004, Zuccherificio di Mehndrana; 2: Ecuador, 2002, Levatrice; 3: Zanzibar, 2004, Raccoglitrice di alghe; 4: Messico, 1995, Il sale della Terra]</em></p>
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