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	<title>Fandango &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Silvia Calderoni: un dente strappato come il ricordo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/16/silvia-calderoni-anteprima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Dec 2023 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Denti di latte]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro Valdoca]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Un dente strappato come il ricordo; tutto si tiene, tutto traballa: «nonostante che le persone e i luoghi citati non siano inventati, questo non è un romanzo autobiografico». Si apre così Denti di latte, il romanzo di Silvia Calderoni pubblicato recentemente da Fandango. È, questo di Calderoni, un libro di giuramento all&#8217;inquietudine, di vita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-105945 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte.jpg" alt="" width="387" height="546" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte-300x423.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte-696x980.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Denti-di-latte-298x420.jpg 298w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Un dente strappato come il ricordo; tutto si tiene, tutto traballa: «nonostante che le persone e i luoghi citati non siano inventati, questo non è un romanzo autobiografico». Si apre così <em>Denti di latte</em>, il romanzo di <strong>Silvia Calderoni</strong> pubblicato recentemente da <strong>Fandango.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È, questo di Calderoni, un libro di giuramento all&#8217;inquietudine, di vita spalancata e di schianto con l&#8217;acqua fredda di ogni infanzia. Libro dei <em>tremolanti</em>, delle <em>piccole persone</em> che cercano di abitare il proprio tremore, e di farne racconto luminoso. Libro che per questo che non assolve alcun compito prestabilito; che anzi ricomincia, sorprendentemente, ad ogni capitolo, decidendo di essere fedele fino in fondo alla memoria più-che-naturale, al regno del sogno e della seconde vite, quelle selvatiche, quelle che sempre bruciano in noi, come del resto brucia il corpo di Silvia Calderoni ogni volta che la vediamo varcare la scena. Ripenso a una riga da lei pronunciata in <em>Paesaggio con fratello rotto </em>del Teatro Valdoca: «sento il cosmo che tiene / e non è stanco. / Solo l&#8217;uomo è stanco».</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto si tiene, dicevamo. Tutto s&#8217;agita nell&#8217;intreccio magnifico delle righe: il dettaglio di gioia e lo spasmo, la memoria e la lacuna, la tosse e il fiore di forsizia: «e all’improvviso un uccello ha iniziato a batterle le ali nel torace. È doloroso, diceva, ha bloccato il respiro.». <em>Poi, piano piano, ha smesso di agitarsi ed è tornata a respirare</em>.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Ospito qui un capitolo dal libro. Grazie a <em>Fandango</em> per la concessione.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-105950 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/silvia-calderoni.jpg" alt="" width="365" height="361" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">È da giorni che non riesco a mordere le mele. Mi balla un dente. È la prima volta che sento che un pezzetto di me ha deciso di lasciarsi andare. Lo dico a lui, è pomeriggio e come al solito siamo soli in casa. È seduto sul divano a tre posti con le gambe incrociate l’una sull’altra. Non ha le scarpe e in una delle due calze color blu notte c’è un buco all’altezza del dito medio. Sento forte l’odore acre dei suoi piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Vieni qui, fammi vedere…”</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagna la frase con un gesto della mano. Come per semplificare una lingua già semplice. Lui è così, è tutto corpo, non è mai una cosa senza l’altra. Io non mi avvicino subito, sono schiva, afferro il mio dente incisivo tra pollice e indice della mano sinistra e abbasso la testa. Sospiro, il dentino si muove ancora, ma ormai non ho più il primato su nessun segreto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti ho detto di venire qui!”</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso il tono della voce si alza e, per paura di contraddirlo, mi avvicino rapida. Le mani di lui sono enormi. Quando camminiamo per strada uno accatto all’altra, invece di tenerci mano nella mano, ci teniamo dito-mano. Perché le sue dita sono grosse come zucchine e lunghe più delle manopole del manubrio della mia bicicletta. Il suo indice è stato forgiato su misura per le mie manine magre e, quando mi aggancio, posso camminare anche a occhi chiusi: e se inciampo, lui mi tiene, sempre. Mi avvicino a testa bassa verso il divano e, senza lasciarmi il tempo di schivarlo, mi tira verso di lui e mi afferra la mandibola coprendomi con il palmo quasi tutta la faccia. Mi ritrovo a bocca spalancata, con il collo flesso all’indietro e inizio a piangere. Le sue mani sono troppo grandi per infilare le pantacalze alle mie Barbie e le sue dita sono troppo grosse per entrare nella rotella numerata del telefono, azione che compie o con il mignolo o con una matita senza punta che sta sempre vicino a un blocco note sul mobile davanti alla porta. Sono intrappolata in questa morsa ma non chiudo gli occhi e sforzo i miei bulbi a compiere un gesto innaturale, nel tentativo di mettere a fuoco ciò che sta accadendo sotto il mio naso. Vedo che un grande dito entra nella mia bocca e la riempie. Un sapore salato fa arretrare la mia lingua in fondo, nella sua tana e stimola la mia salivazione. Il dito con estrema delicatezza si appoggia al mio incisivo che tentenna incastrato nella gengiva. Tutto finisce in un attimo e mi ritrovo libera. Deglutisco. Nonostante la sua completa mancanza di grazia, non mi ha fatto alcun male, anche se per ora si è solo accertato che il mio dentino di latte fosse veramente traballante. Siamo al punto di partenza, mi allontano camminando all’indietro, sperando che qualcosa di più interessante del mio dente straripi da questo pomeriggio d’ottobre. E proprio quando sta per uscire dal mio campo visivo, spegne la tv e si alza all’improvviso. Va in balcone con un passo spedito come se fosse l’unico a sapere le regole di questo nuovo gioco, io lo seguo con lo sguardo incuriosita e tornando sui miei passi raggiungo il centro del tappeto, una pelle di mucca bianca a macchie marroni che è per ora l’unico animale domestico che io abbia mai avuto. Sento il suono dell’armadietto degli attrezzi che si apre e un bofonchiare che riconosco, ma che non riesco a decifrare. Probabilmente sta cercando qualcosa che non trova. Ritorna con in mano un filo da pesca e inizia a spiegare a una platea di cui anche io faccio parte:</p>
<p style="text-align: justify;">“Adesso ti lego il filo al dente, poi lego l’altro capo alla maniglia della porta. Poi in un colpo solo sbatto la porta che ti toglie il dente, neanche te ne accorgi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Per un attimo rimango titubante ma poi il suo entusiasmo mi coinvolge tanto da spalancare io stessa la bocca in complicità. Leghiamo insieme il dentino con un nodo a cappio e, nell’assicurarci che sia bene saldo, un po’ di sangue amaro mi si mischia alla saliva. La porta che ha scelto è il portone dell’appartamento: la apre, mi posiziona al di là e lega l’altro capo del filo alla maniglia che è esattamente all’altezza dei miei occhi. Ci siamo, siamo tutti e due complici e operativi. E da qui tutto diventa velocissimo. Ho la bocca spalancata come un pesce all’amo, le fauci si seccano, il filo è teso e ogni piccola flessione della colonna fa scendere un po’ di sangue dalla gengiva. Non faccio in tempo ad alzare la fronte al cielo e a cercare di mettere i miei occhi nei suoi, che lui urla divertito:</p>
<p style="text-align: justify;">“Vado!”</p>
<p style="text-align: justify;">Sono certa che sto sentendo quel “vado” e il suono dello sbattere della porta senza nessuna pausa in mezzo, senza nessuno spazio per far accadere ciò che deve accadere. Tutto succede adesso, nello stesso istante. Il suo urlo, il mio dolore, lo strappo che sento al collo, il boato dello sbattere della porta amplificato dalla tromba delle scale. Tutto accade insieme e finisce sempre nello stesso adesso in cui sta accadendo. Porto entrambe le mani alla bocca e mi chino in avanti, crollo educata sulle ginocchia e appoggio il sedere ai talloni. Abbasso gli occhi e vedo fiorire delle gocce di sangue sulle calze di lana color panna. Lui arriva poco dopo con un cubetto di ghiaccio avvolto nel suo fazzoletto di stoffa. Mi dice che anche lui ha tolto il primo dente così e non l’ha mai dimenticato.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il coltellino (da &#8220;Banda Randagia&#8221;)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 12:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Banda Randagia]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[il coltellino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Nessuno, da tempo, apriva i cassetti dell’antico canterano che si trova in una stanza del mia antica casa. Lo specchio che lo sormonta mostra chiazze e sbavature che paiono i sedimenti di una ragnatela. In passato ci si ammiravano le mie ave, e anche mia madre ragazzina. Ora non sarebbe più possibile. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/06/22/vincenzo-pardini-il-coltellino/pardini-banda-ran-copj170-asp/" rel="attachment wp-att-55127"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-55127" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/pardini-banda-ran-copj170.asp_.jpg" alt="pardini banda ran copj170.asp" width="170" height="255" /></a>Nessuno, da tempo, apriva i cassetti dell’antico canterano che si trova in una stanza del mia antica casa. Lo specchio che lo sormonta mostra chiazze e sbavature che paiono i sedimenti di una ragnatela. In passato ci si ammiravano le mie ave, e anche mia madre ragazzina. Ora non sarebbe più possibile. Deforma le immagini. Quasi volesse farsi beffa delle vanità,o fosse deluso del suo ruolo.</p>
<p>Una a una ho aperto le cantere del comò. Stridevano come animaletti disturbati nel sonno. Erano vuote, con l’odore del legno tarlato. Nell’angolo di una, ho veduto un grosso insetto dalla testa lucente: era un coltellino di appena quattro dita. Il manico di legno nero mostrava cavità irregolari grandi come teste di formica. Il tarlo. L’ho aperto. La molla ha emesso uno scatto ch’era voce. La lama, un po’ consunta, denotava un lieve strato di ruggine. Ma i bottoni d’ottone brillavano. Sembrava un piccolo essere liberato da un’ingiusta, quanto lunga prigionia e sentivo che voleva starmi appresso. Me lo sono messo in tasca. Era una calda giornata d’estate, quando i sassi dei muri hanno la febbre, tanto scottano e le persone cercano refrigerio. Una calura che può essere anche desolazione; la campagna è muta e solitaria e le cicale emettono il canto senza fine delle prefiche. Nondimeno nei vicoli dei paesi montani, il sole non arriva mai con la sua irruenza; ci sono addirittura angoli, esposti alla tramontana, dove il muschio è verde e fresco come d’inverno. Spifferi di vento escono dalle cantine. I vecchi, se non sono in casa, li troviamo al fresco negli orti. Stanno lì, dentro un tempo che sentono tutto loro: li ha risparmiati e non ancora traditi. Non lo temono più. Andai a far visita a una mia parente, quasi centenaria. Mi raccontò che il paese, una volta, sembrava un castello. Racchiuso tra le mura, aveva quattro porte. Ve n’è rimasta una, con la feritoia dell’arciere, simile alle altre, demolite per far passare i muli. Nel paese c’era vita. Pullulava di gente, di voci e rumori: le filande giravano e i telai delle tessàndore (le tessitrici), con dei brevi contraccolpi di legno, intessevano gli orditi. Quando le ho mostrato il coltellino, ha esclamato:«Oh perdinci, era quello di tuo nonno. In du l’hai trovo? Tientene di conto: un bel ricordo!» Fatta una pausa, guardata la campagna, ha ripreso: «Mi pare di rivederlo nelle sue grosse mani. Tutti, a quei tempi, portavano il coltello. Serviva per diversi lavori, tra cui affettarci il pane e il companatico, o per ammezzare i sigari Toscani, come faceva anche tuo nonno. Sarà stato nel Venti. Io una ragazza, lui un uomo. Insieme andavamo alle pecore.»</p>
<p>Il coltellino fu dunque impiegato per usi diversi. Ne reca i segni: oltremodo affilata, la lama è un poco allentata come avesse trafitto un corpo; due scalfitture sfregiano i bottoni d’ottone. Un coltello leggero, per rapidi e piccoli lavori che accompagnano la vita di ogni giorno. Quando vado in un luogo antico, poniamo una chiesa, sento mi si riversano dentro sensazioni che, se chiudo gli occhi, possono trasformarsi in immagini. Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire. Il coltellino, quasi la sua lama avesse liberato trapassate memorie, mi ha riportato ai giorni del nonno. Dolori e angosce sopraffanno i momenti lieti. Ho ereditato le sue malinconie, solitudini e ire. Peraltro la sua vita non fu granché lunga. Il coltellino assecondava i suoi umori col silenzio proprio degli oggetti che vivono con noi.</p>
<p>Molti dei suoi coetanei viaggiavano con coltelli ben più grossi. Alla bisogna li usavano non soltanto nei lavori, ma anche come strumento di difesa o offesa. Sebbene lui fosse turbolento, era sicuro di sé. Aveva una gran forza fisica e gli bastava. Il coltellino era un accessorio, non un’arma. Felice d’averlo resuscitato da un limbo che gli durava da oltre mezzo secolo, lo impiego in piccole mansioni. Sento che unisce la mia vita a quella del nonno, riportandomi ai suoi sogni e progetti. I medesimi che la mente, nel momento in cui si muore, lascia in sospeso alla stregua di sogni. Uno di questi potrebbe essermi giunto proprio tramite il coltellino. Mi ha infatti sollecitato ricordi svaniti. Mostratolo a un amico, saggiatone con un dito il taglio, ha detto:«Potrebbe far male, molto male.»</p>
<p>Bambino, un pomeriggio d’inverno, la nonna mi mandò alla bottega a comprare una bottiglia d’olio. Al centro della stanza, alcuni paesani attorniavano due vecchi. I quali, con scatti improvvisi e veloci, muovevano un braccio riportandolo all’altezza del mento. Mi sembrava giocassero, quando m’avvidi impugnavano un coltello col taglio rivolto all’esterno. Avevano la faccia immobile e tesa; a uno gli sanguinava. Un po’ si fissavano negli occhi, poi sferravano il colpo emettendo un sospiro. «Spartiteli, che sennò s’ammazzano!», implorava la bottegaia. Tutti tacevano e, nell’aria, c’era odore di sugna. D’improvviso, come quando il vento spalanca una finestra, entrò il parroco con un lembo della veste in mano. Andò dai vecchi. Fui allontanato, non ricordo da chi. Troppo tardi. Avevo visto come si usa un coltello. E non l’avrei dimenticato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[questo magnifico racconto di Pardini è tratto da &#8220;Banda Randagia&#8221;, Fandango, 2010; e intendiamoci, la mia non è una particolare affinità con il mondo (seppure altamente evocativo) contadino/rurale spesso descritto dall&#8217;autore, e nemmeno con il suo registro linguistico (seppure bellissimo) non è questo; quello che mi colpisce è la potenza, la singolarità e l&#8217;intelligenza dello sguardo, la sua profondità; se ci fosse qualche autore che riesce a fare la stessa cosa anche con &#8220;materiali attuali&#8221;, con una lingua &#8220;più contemporanea&#8221;, prego di segnalarmelo; ma ci sarebbe molto da dire, e molto da ragionare; però partendo appunto dalla qualità dei testi, dalla loro potenza; confesso che ogni altro approccio e/o tentativo di cartografia, anche se molto intelligente, anche se profondo, e ho in mente vari esempi, mi sembra &#8211; e parlo alla luce della mia &#8220;pratica di scrittura&#8221; &#8211; vano]<br />
</em></p>
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		<title>Tre nostalgie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/10/26/tre-nostalgie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2012 13:28:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[caratteri mobili]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
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		<category><![CDATA[simone ghelli]]></category>
		<category><![CDATA[sofia si veste sempre di nero]]></category>
		<category><![CDATA[tre fratelli magri]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
		<category><![CDATA[voi onesti farabutti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni (Che, sì, potrebbe essere anche il titolo di un libro di Richard Yates*). Ho letto di recente tre bei romanzi, che trovo siano uniti, oltreché dal fatto di essere stati scritti da autori nati nella forbice di un quindicennio (Pavolini 1964, Ghelli 1975, Cognetti 1978) e legati a vario titolo a Roma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-43954" title="Nostalgia-by-Veidt" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Nostalgia-by-Veidt.jpg" alt="" width="250" height="139" /></p>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>(Che, sì, potrebbe essere anche il titolo di un libro di Richard Yates*). Ho letto di recente tre bei romanzi, che trovo siano uniti, oltreché dal fatto di essere stati scritti da autori nati nella forbice di un quindicennio (Pavolini 1964, Ghelli 1975, Cognetti 1978) e legati a vario titolo a Roma (Cognetti per l’editore, Ghelli per averla scelta come città di adozione, Pavolini per nascita e editore), da una fortissima tensione nostalgica, declinata tuttavia secondo modalità affatto diverse.</p>
<p><span id="more-43942"></span></p>
<p>Il libro di Ghelli lo conoscevo da molto prima che avesse il titolo<strong><em> Voi, onesti farabutti</em></strong>, col quale è uscito per i tipi di Caratteri Mobili; di più: lo aspettavo proprio. Varie volte, ai reading (Ghelli è parte di <a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/">Scrittori Precari</a>, collettivo che ha fatto delle letture pubbliche la propria bandiera), avevo sentito quell’apertura che fa</p>
<blockquote><p>Mio nonno ne beve un dito ancora, dopo il caffè: di rosso, come i suoi pensieri: pensieri ostinati di una vita, masticati col pane, intinti con dita non tremanti; ma mica come l’ostia, che si scioglie in bocca senza sapore; no: un retrogusto amaro risale, di fumo incallito e di bestemmie davanti al televisore.</p></blockquote>
<p>L’avevo sentita di nuovo in <em>Trauma Cronico</em>, spettacolo teatrale di Dimitri Chimenti che aveva messo in scena gli Scrittori Precari stessi, col loro lavoro e il loro vissuto, e l’avevo pure richiesta: una volta non mi trattenni e gridai “Ghelli, leggi i’ nonno”. È quindi un grande piacere per me vedere oggi in libreria, nella dissonante e tuttavia convincente veste grafica scelta dall’editore – copertina rossa, con un nudo corpo umano sul quale è disposta una serie di disegni-tatuaggi che ricorrono poi, neri su bianco, come una sorta di titoletti, all’interno – questo romanzo, che è poi una specie di confronto tra due bastian contrari separati da una generazione; confronto di cui la fantasia letteraria è l’unico possibile mediatore, per stessa, implicita ammissione di Ghelli quando scrive</p>
<blockquote><p>A furia di leggere m’era cresciuta l’immaginazione a dismisura: finii per addebitare alla guerra la ferita del nonno; e nel buco dietro la caviglia, la fantasia ci piantò la scheggia d’una bomba. A sentirlo che parlava di bersaglieri e di come scattavano di corsa, me l’ero raffigurato come assediato da una gragnola d’ordigni, col pennacchio che vibrava per tutti i colpi passati a raso. Per me aveva fatto addirittura la Prima guerra mondiale: l’immaginavo a far dispetti agli austriaci, anche se le date non coincidevano per nulla; ma il mio tempo funzionava come la fisarmonica che ancora garba tanto al nonno: l’allargavo dove mi faceva comodo, per farci entrare anche la mia, di storia.</p></blockquote>
<p>È poi un piacere ritrovare <em>Voi, onesti farabutti</em> in libreria anche perché era sempre un piacere ascoltarlo. Ora, quello dei libri “perfetti per la voce del loro autore” è quasi un cliché, ma chiunque ne ha avuto esperienza potrà confermare che quando Ghelli legge dal vivo passi di questo romanzo, gli si accende negli occhi una scintilla speciale, <img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43949" title="voi_onesti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/voi_onesti-181x300.jpg" alt="" width="151" height="225" />e all’ascoltatore sembra di sentire nel gargarozzo quel vinaccio aspro ma gagliardo che garbava a suo nonno. In realtà con questo romanzo Ghelli fa un passo in più e, portando all’estremo il proprio stile, conduce questo legame tra il testo scritto e il testo letto alla sua miglior conclusione: leggendo il libro sembra di sentire Ghelli leggere anche se non è presente. Di più: anche se non lo si è mai sentito leggere – ne sono convinto.<br />
E non si pensi, come si potrebbe sospettare da una così forte presenza dei sentimenti dell’autore, e dal clima di dolce nostalgia che permea l’apertura, che si tratti di un’agiografia: le parti più potenti – oltre a quelle di amara presa di coscienza sociale, dove si scorgono riverberi non solo dell’anima di Bianciardi, ormai innervata in pianta stabile nel Ghelli, ma anche del Pratolini di <em>Metello</em> – sono in effetti quelli dove questo nonno ci viene presentato nel modo peggiore, prostrato dalla vecchiaia e dalle sue fissazioni:</p>
<blockquote><p>Lui è vecchio, ma mica daltonico: sordo sì, che c’ha la schiavitù delle cuffie, quelle con l’antenna che tiene sulla chiorba mentre s’agita in poltrona. Quando principia a quel modo, pare che la tribuna politica, dalla televisione, sia franata in casa con tutte quante le poltrone: ci parla come se ce l’avesse di fronte, i politici; certi discorsi da rizzarglisi tutti i capelli in testa, mentre si tiene abbarbicato ai braccioli per non cader per terra.<br />
[&#8230;]<br />
La nonna me lo raccontò per telefono, con la voce rotta dall’emozione: «Vedessi che figure: al mercato m’ha fatto una scenata davanti a tutti, per- ché discutevo con quello del banco dei formaggi. M’ha preso per il gomito, con una forza che mi c’è venuto un livido, e m’ha trascinata via. Sarei voluta sprofondare&#8230;»</p></blockquote>
<p>e il nonno è anche lo strumento per ricordare un’epoca, nella quale i nonni – pur meno anziani e malmessi – erano ancora nonni, ma noi eravamo piccoli. E quando troviamo immagini care alla nostra generazione – il Super Tele squarciato innanzi tutto, topos della nostra infanzia passata a giocar per le vie – oltre che degli avi abbiamo nostalgia per noi stessi: per le nostre infanzie, che in fin dei conti ci piace pensare che fossero più figlie, o nipoti almeno, di quel mondo là, piuttosto che prodromi di questo qua.</p>
<p>Sarà l’accelerazione temporale propria della contemporaneità, ma davvero il nostro passato, un passato recente, recentissimo, appare già lontano. Nell’incipit di <em><strong>Tre fratelli magri</strong></em>, il romanzo di Lorenzo Pavolini edito da Fandango, si legge</p>
<blockquote><p>Il tetto sembrava sempre sul punto di venire sradicato dal vento, e noi saremmo potuti volare via. Eravamo bambini leggeri. Dormivamo in tre letti vicini, allineati lungo la parete battuta dallo scirocco; educati a non invocare il soccorso dei genitori, tanto meno quello delle divinità, nelle frequenti notti di bufera ci rassicuravamo tra noi, trascorrendo quelli che poi sarebbero rimasti i nostri momenti di massima unione.</p></blockquote>
<p>e sebbene si sia presumibilmente a metà anni ’70 e ci si trovi, a conti fatti, in un interno borghese, per quanto precario – la “casa in montagna” – lo scenario si presenta subito come fuori dal tempo, se non addirittura, nel triangolo uomo-elementi-dèi che viene evocato, mitologico.<em> Tre fratelli magri</em> è il romanzo di una nostalgia estrema, che porta a una ricerca: quella di un ritrovato rapporto, o meglio di una ritrovata esistenza, con due fratelli perduti in lontanissime derive psichiche e spaziali, che fin dall’inizio si sa impossibile:</p>
<blockquote><p>Emanuele era partito per mare. Marco aveva scelto la montagna, era diventato maestro di sci, da dieci anni era musulmano osservante. Io sono rimasto quasi sempre dov’ero, però un giorno mi sono svegliato con questa stupida idea di ricreare l’unione che c’era tra noi là, sotto quel tetto, almeno per qualche ora. E ho fatto come tutti: premuto pulsanti, attaccato spinotti, inviato messaggi, atteso risposte negli auricolari mentre camminavo su marciapiedi sbrecciati, mi stipavo negli autobus odorosi, riluttavo nei corri- doi per raggiungere studi e riunioni. A turno i fratelli si materializzavano nel mezzo del mio quotidiano, ma a ogni tentativo fallito di comunicare avevo più chiara la loro immagine distante.</p></blockquote>
<p>Ricerca impossibile – non è, io credo, un caso se le due derive, quella marina e quella delle vette, siano simbolicamente le più distanti tra loro –, se non attraverso la letteratura. A volte si scrive per esorcizzare, altre per evocare (sempre di attività da cerchio magico si parla): <em>Tre fratelli magri<img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-43950" title="magri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magri.jpg" alt="" width="151" height="229" /></em> appartiene alla seconda categoria: nella nostalgia, nell’evocazione letteraria di ciò che ci manca, si cercano filtri per interpretare la realtà. Filtri inesistenti nell’esperienza sensibile, basti a riguardo il brano in cui il narratore e il “fratello magro” di montagna, entrambi sciatori esperti, guardano straniti alcuni giovani snowboarder, il cui non riconoscimento è un riflesso del loro non riconoscersi l’un l’altro:</p>
<blockquote><p>Negli occhi dei ragazzi dello snowboard noi due non entravamo, come una miriade di individui non entra nella vita di una miriade di altri individui del mondo, nonostante la storia a cui partecipano dovrebbe essere la stessa.</p></blockquote>
<p>Così, se l’evocazione è innanzitutto un modo per riplasmare, in una forma meno aspra e dolorosa, non stupisce vedere che intorno al livello centrale di evocazione, quello che riguarda i due “fratelli magri” del narratore, se ne sviluppano altri due: uno più esterno – quello della ricerca di uno zio, divorato dalla montagna decenni prima – e uno più interno, quello del narratore medesimo che cerca se stesso. Nella ricerca dello zio perduto sono d’aiuto dei vecchi ritagli di giornale:</p>
<blockquote><p>Il rilievo grafico delle foto, i caratteri scuri dei titoli di giornale offrivano le prime sporgenze alle quali restare aggrappati. Bello il dottor Macchi a vent’anni, abbiamo detto entrambi per rompere la tensione</p></blockquote>
<p>e quindi anche nella ricerca di sé Pavolini si aiuta con le foto, secondo il “metodo Sebald”, autore del quale ricorda anche un certo modo di approcciare la realtà, intesa come un’epidermide dolente in cui scovare sacche, pustole di senso. Una ricerca che però in ogni momento può trasformarsi in nuova, e più grave perdizione, come se si stesse esplorando il bordo di un frattale pronto a risucchiarci – questa struttura a pozzi concentrici si ritrova anche nella vicenda del “fratello magro” perduto per mare, che a sua volta ha perduto una figlia, Alice, fuggita chissà dove. E le pagine migliori sono forse proprio quelle in cui il protagonista visita il fratello in Thailandia, un momento del romanzo dove la deriva è totale, ma proprio per questo si aprono le porte della percezione, attraverso le quali la nostalgia e il ricordo si sublimano, e diventano verità:</p>
<blockquote><p>Al terzo giorno di navigazione, ancora molto lontani da Phuket, in prossimità dell’Equatore, passata la perturbazione e placato il vento, quando il caldo verso le undici si era fatto insopportabile, ci siamo tuffati a turno da prua. Emanuele è rimasto a lungo a farsi trascinare dalle cime nella scia, poi è risalito a bordo grondante e contento. Io sono saltato di piedi. Ho nuotato verso il basso cercando di concentrarmi sul crepitio degli alfeidi, che schioccano la loro chela minuscola e potente per stordire le prede, riempiendo il mare di un’effervescenza misteriosa dove viene spontaneo restare sospesi a braccia aperte. Ho guardato lo scafo passare sopra di me con il suo bulbo di ghisa. Ho guardato ancora in basso la luce scendere e svanire nel blu. Ho visto come in un film me e i miei fratelli magri nuotare per sfida ancora più giù, le nostre membra biancheggiare a tratti come monete mentre vanno a fondo, e quando finalmente sono riemerso e ho provato ad acchiappare le cime trascinate dietro la poppa, le ho viste guizzare via nella schiuma.</p></blockquote>
<p>La nostalgia cognettiana è invece una materia meno chiara, più difficile da approcciare. Vuoi perché rispetto a quelli dei romanzi di Ghelli e Pavolini, il narratore di <strong><em>Sofia si veste sempre di nero</em></strong> (minimum fax) è più distante da protagonista e autore, vuoi perché il mondo passato, o meglio l’Italia passata, di <em>Sofia si veste sempre di nero</em>, è un luogo assai poco desiderabile, in cui si accavallano dolore e incomprensione. Tuttavia c’è spazio per il ricordo, invero nostalgico, di certi giochi</p>
<blockquote><p>E l’ossessione di Oscar nel 1985 batte bandiera nera: un’altra estate toccherà ai guerrieri Apache, e poi ai banditi di Sherwood e ai cercatori d’oro in Alaska, ma questo è l’anno dei pirati e il parco di Lagobello sembra costruito apposta per lui.</p></blockquote>
<p>Parole che mi fa un certo effetto leggere poiché realizzo che siamo tra gli ultimi – io sono del ’78 come Cognetti, mentre la sua Sofia è del ’77 – a giocare così, gli ultimi per i quali queste guerre à la Molnár costituiscono memoria collettiva – e infatti in Sofia veste sempre di nero già si parla di un equipaggio fatto per lo più di</p>
<blockquote><p>figli unici ben nutriti, allevati in appartamento, allergici ai pollini e al sole, incapaci di distinguere le vespe dalle api</p></blockquote>
<p>primi prototipi delle generazioni successive, pronti per la playstation. E mi ha dato una gran nostalgia anche un altro bel passo – tutto fatto di cose brutte, a riprova che per renderli dolci nel ricordo è sufficiente la consapevolezza che sono gli anni della nostra infanzia – dove si elencano le paure di una bimba degli anni ’80</p>
<blockquote><p>Sofia ripenserà a questa conversazione tra qualche anno, compilando un elenco di paure infantili per un laboratorio teatrale. Al primo posto, naturalmente, metterà la paura del <em>Divorzio</em>. Al secondo scriverà <em>Rapimento</em>, per via del sequestro di un ragazzino la cui fotografia invaderà i telegiornali nel 1987. Una di quelle foto in cui le persone sorridono, ma poi vengono usate per annunciarne la scomparsa e allora gli stessi sorrisi cominciano a significare tutt’altro. E Roberto la prenderà in giro, le dirà: «Ma cosa vuoi che ti rapiscano, non sia- mo mica ricchi». E Rossana penserà che sia una scusa per non andare a letto. La terza parola sarà <em>Tumore</em>: non la paura che colpisca te, ma uno dei tuoi genitori.</p></blockquote>
<p>altra nostal<img loading="lazy" class="size-full wp-image-43951 alignright" title="cognetti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/cognetti.jpg" alt="" width="151" height="208" />gia, al solito declinata secondo il metodo Cognetti – un procedimento a metà tra Carver e Hopper, che consiste in una austera ostensione del dolore e dell’assenza di significato fino al punto in cui si trasformano in fatto estetico, ritrovando così un significato – è quella che mi è venuta per certi appartamenti da fuori sede, nostri o delle nostre ragazze del tempo accademico che fu, che invero di bello avevano poco:</p>
<blockquote><p>un’epoca in cui i nomi di Sofia, Irene e Caterina avranno perso significato, la stanza indiana sarà stata imbiancata, le etichette nel frigo ridotte a vaghe tracce di colla, e la busta riemergerà dal caos domestico come un coccio di anfora dagli scavi della metropolitana, proprio come adesso, nell’appartamento, saltano fuori cose che non appartengono a nessuno – una confezione di pillole nell’armadietto del bagno, scadute quattro anni fa, o il cappello di paglia appeso all’ingresso che ogni tanto qualcuna di loro usa, o il biglietto trovato nella polvere dietro a un comodino, con su scritto <em>Buongiorno strega! ecco un umile pegno per le tue magie –</em> e nessuno è più in grado di risalire ai proprietari di questi cimeli perché molte generazioni di inquiline sono ormai sprofondate nell’oblio</p></blockquote>
<p>il futuro è doloroso, suggerisce Cognetti. E il passato? Il passato è anche peggio. Così l’autore sistema gli anni ’70 – e aggiungerei giustamente, in quanto sono troppo spesso mitizzati, quasi che le metropoli italiane di metà anni ’70 assomigliassero in qualche modo alla San Francisco della Summer of Love (e maledizione se <em>non</em> le assomigliavano):</p>
<blockquote><p>Aveva addosso una felpa nera, pantaloni della tuta neri, i capelli rasati da un lato solo e l’orecchio sinistro bucherella- to da una scarica di anellini d’argento. Era sottopeso di alme- no dieci chili, con le vene che le incidevano il dorso delle mani, ma Marta non era tipo da spaventarsi. Apparteneva a una generazione falciata dalla politica e dall’eroina, ne aveva vista di gente messa male.</p></blockquote>
<p>e ancora:</p>
<blockquote><p>«È che quando avevo vent’anni l’amore non sembrava una cosa importante. Anzi, credo proprio che fosse visto male. Troppo privato. Avevo amici, questo sì. A volte erano molto amici. Se poi capitava di andarci a letto insieme, lì scoppiava il casino». «Cioè?» «Cioè diventavano possessivi. Se non proprio violenti. Uomini coltissimi, capaci di una violenza che non t’immagini. Io poi attiravo le sberle, sembrava che non potessero fare a meno di pestarmi».</p></blockquote>
<p>e ancora:</p>
<blockquote><p>Era entrato in Alfa Romeo nell’inverno del 1975, come uno che arriva a una festa quando la musica è appena finita: l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili aveva ballato forte negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre l’Italia intera veniva asfaltata e motorizzata, ma le proteste sindacali del ’69 erano state le prime note lugubri, e la crisi petrolifera del ’73 aveva sollevato la puntina.</p></blockquote>
<p>È duro, Cognetti, con i suoi personaggi e con il paese in cui si muovono. Si sospetta, dal libro ma anche dalla sua bio-bibliografia, che alla fine voglia più bene a New York che all’Italia. Per ragioni diverse, io credo, rispetto agli emigranti di cui scrive</p>
<blockquote><p>Arrivando dall’Appennino, tutte le ricette che conosceva erano a base di castagne o funghi; nei ristoranti di New York invece si friggevano costolette d’agnello. Per questo nessuno di loro aveva mai ceduto alla nostalgia</p></blockquote>
<p>ma è così, e infatti il clima livido del romanzo si rasserena solo quando si arriva negli Stati Uniti, ed è lì che la nostalgia si sposta: diventa nostalgia del narratore/autore per Sofia, per quella Sofia che ha qualcosa della Ramona Flowers di <em>Scott Pilgrim</em>, qualcosa della Mathilda di <em>Léon</em> e qualcosa di Huckleberry Finn, ma che in realtà è esclusivamente la Sofia di <em>Sofia si veste sempre di nero</em> – una figura che contribuisce a colmare quel vuoto di grandi personaggi femminili nella letteratura di un paese affetto da cancrena maschilista, e che trova la propria straordinarietà innanzitutto nel modo in cui è raccontata: Cognetti struttura infatti un “romanzo di racconti” (che tuttavia è a ogni effetto un romanzo) in cui il mondo, e anche l&#8217;immagine stessa della protagonista, vengono costruiti attorno a lei per assenze, per riverberi, attraverso una miriade di punti di vista e momenti temporali, variando anche tra prima, seconda e terza persona, e quell’effetto che Cognetti stesso dichiarava di perseguire quando scriveva: “mi mancava terribilmente un’esperienza del romanziere. Quella di creare un personaggio e vederlo crescere, imparare a conoscerlo con il tempo, trascorrere insieme a lui qualche anno della propria vita. Quel legame che stabiliamo coi protagonisti dei libri letti, che per un certo periodo diventano i nostri compagni più intimi, cominciano a mancarci ben prima dell’ultima riga e poi ne parliamo agli amici come se fossero persone in carne e ossa”, è certamente raggiunto: ho appena chiuso il libro e io stesso ho già nostalgia di Sofia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>* Yates del quale Cognetti è prefatore italiano, e il cui </em>Revolutionary Road<em> è citato in </em>Tre fratelli magri<em>. Ignoro il rapporto di Ghelli con Yates ma a questo punto mi aspetto che piaccia pure a lui.</em></p>
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		<title>Tre buone ragioni per leggere &#8220;I pappagalli&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 May 2012 12:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860442613/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860442613&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-42517" style="margin-right: 10px;" title="I pappagalli / Filippo Bologna" alt="I pappagalli / Filippo Bologna" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/cover_pappagalli-215x300.jpg" width="194" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/cover_pappagalli-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/cover_pappagalli.jpg 598w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /></a><em>una recensione di Vanni Santoni</em></p>
<p>Devo muovermi a parlare de <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860442613/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860442613&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>I pappagalli</em></a> di Filippo Bologna. Devo muovermi perché negli ultimi tempi abbiam fatto comunella già due volte – per fortuna ho evitato una certa festa, o erano tre – e, se continuiamo, il mio giudizio sarà irrimediabilmente falsato dalla conoscenza. Ma forse sono ancora in tempo, il Bologna che posso dire di conoscere è solo un ragazzone dalle camicie bizzarre, e quindi nessuno penserà a oscuri magheggi, analoghi magari a quelli descritti ne <em>I pappagalli</em>, se io adesso dico che dovete per forza leggere questo libro.</p>
<p>Io stesso, all’inizio, non so mica se lo volevo poi leggere: di certo non volevo leggerlo subito, tanto che lo prestai il giorno stesso in cui lo ricevetti dalla Fandango.</p>
<p>E qui veniamo alla prima ragione per cui dovete leggerlo.<span id="more-42516"></span><br />
Siccome oggi mi son reso conto che quella copia prestata avrei potuto non rivederla mai più, ho pensato: andiamo a prendere un bicchier di vino alla Edison, che me lo porto al tavolino e gli do almeno un’occhiata, così non faccio figurette se rivedo l&#8217;autore prima di riavere indietro la mia copia (perché al Bologna ho lasciato incautamente dei fumetti, e dovrò recuperarli – fumetti di pregio, mica una copia de <em>I pappagalli</em>, che si può dare anche per dispersa&#8230;). E dunque mi son messo lì col mio vino, ho iniziato sfogliare <em>I pappagalli</em> per provare a inquadrarlo un poco, diciamo una pagina sì e cinque no, ma ben presto mi sono scoperto a fare una sì e quattro no, poi una sì e due no, e verso pagina 30 lo stavo leggendo fitto. Ho preso un altro bicchiere di vino, ma quando ho finito anche quello, non ero che a pagina 84. Sicché l’ho comprato. Sì: un libro che possiedo già, che avrei potuto recuperare, che alle brutte mi sarei potuto far rimandare – che, soprattutto, avrei potuto riporre e finire tranquillamente il giorno dopo, sempre lì alla Edison – me lo sono comprato. E si converrà che questo fa riflettere.</p>
<p>Ma c’è una seconda ragione: quando sono arrivato a casa, mi sono ricordato che dovevo fare la spesa, e sono andato a farla. Bene, mentre venivo via dall’Esselunga pensavo che non vedevo l’ora di tornare a casa e mettermi a leggere <em>I pappagalli</em>. Ora, questa è una cosa che non succede spesso. Certo, succede spesso se si sta sui grandi, finché si ruzza tra i McCarthy e gli Houllebecq, tra i DFW e i Bolaño, e ancora meglio va coi classici, basta premurarsi di leggere solo Tolstoj e Flaubert e si può star tranquilli che succederà sempre. Ma coi contemporanei – peggio, coi coetanei – non succede mica spesso. Per dire, quando ho letto <em>Come ho perso la guerra</em> di Filippo Bologna, che pure ho apprezzato, mica mi è successo. E invece con <em>I pappagalli</em> sì. E allora me lo sono finito così, in poche ore, prima che venisse sera. Spiegare questo fatto dicendo che è scritto bene (sebbene sia scritto bene) o che l’autore gestisce in scioltezza i sistemi simbolici (e li gestisce in scioltezza), non sarebbe sufficiente. Di gente che scrive bene e sa gestire i sistemi simbolici ce n’è più di quanta un cristiano possa mai aver voglia di leggere. È che i protagonisti de <em>I pappagalli</em> – tre vermi di scrittori, un Esordiente, uno Scrittore affermato e un vecchio Maestro – fanno schiantare. Perché sono irresistibili nel loro agire scomposto, ferino, e finisci per riconoscerti in tutti e tre (magari nel secondo un po’ meno, perché ha un segreto davvero inqualificabile) e non sai più per chi tifare. Il che, in un romanzo che è la storia di una competizione, è la pietra filosofale (e la terza buona ragione per leggerlo).</p>
<p>Diceva qualcuno che non c’è nulla di più noioso dei libri sugli scrittori, e in effetti mentre leggevo <em>I pappagalli</em> ghignando come un demente, mi sfiorava il dubbio di starmi divertendo solo perché avevo visto un po’ di quel mondo, perché avevo conosciuto, o sfiorato, personaggi del genere. Ma quando sono arrivato in fondo, era chiaro che non era vero, che alla fine quello che conta dei protagonisti di questo romanzo è quanto portano dentro, come si relazionano al mondo, agli affetti, al tempo e a sé, e il gioco si sarebbe potuto fare tanto al ribasso (tra partecipanti al concorso pubblico per un’assunzione) quanto al rialzo (la gara per un Nobel) e in innumerevoli ambiti differenti (calciatori in gara per il Pallone d’Oro?) e se Bologna ha scelto gli scrittori è perché si è attenuto a una regola, quello “scrivi di ciò che conosci” che per un autore al secondo libro è indice di saggezza e promessa di efficacia – promessa, si sarà capito a questo punto, assolutamente mantenuta.</p>
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		<title>Il grande Pardini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 10:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[Il viaggio dell'orsa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
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					<description><![CDATA[(uno dei grandi misteri della narrativa italiana è per me come Vincenzo Pardini non abbia vinto due volte il premio Viareggio, come non sia letto e amato e osannato, come tutta la sua opera non sia stata riunita e ristampata da un grande editore, come non sia considerato un classico, come non venga letto nelle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>(uno dei grandi misteri della narrativa italiana è per me come Vincenzo Pardini non abbia vinto due volte il premio Viareggio, come non sia letto e amato e osannato, come tutta la sua opera non sia stata riunita e ristampata da un grande editore, come non sia considerato un classico, come non venga letto nelle scuole; dalla sua ultima raccolta di racconti &#8220;<a href="http://temi.repubblica.it/repubblicafirenze-scrittura-mista/2011/09/12/il-viaggio-dellorsa-di-vincenzo-pardini/">Il viaggio dell&#8217;orsa</a>&#8221; (Fandango, 2011) ritaglio due stralci quasi a caso: la sua scrittura così desueta e così attuale, sempre così particolare, mi sembra sempre bellissima; GS)</p>
<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><strong>da &#8220;La sfida e la pantera&#8221;:</strong></p>
<p>La domenica mattina, o il sabato pomeriggio, Mastre e Veronio aprivano la gabbia a <em>Panterina</em>, che usciva nel verziere. Avvicinatasi al tronco d’un fico, lo incideva con gli artigli. Poi fiutava i muri, guardando in alto. Pareva ammirasse il cielo. In contrasto col manto nero, gli occhi gialli erano pepite d’oro. E anche il collare d’acciaio brillava in maniera insolita. Alla carne macinata, preferiva polli e conigli, che loro compravano al supermercato. Talvolta glieli strappava di mano con una zampata, addentatoli. Le ossa scricchiolavano tra le mandibole. Delle galline, lasciava zampe e testa, dei conigli soltanto la testa. Dopo, entrava in casa. Sdraiata sul divano, s’assopiva. Alle loro carezze restava assai distaccata. Avessero insistito, li avrebbe guardati coi suoi occhi traversati da un riverbero cupo. Se invece era lei a voler giocare, gli accostava collo e schiena alle gambe. Durante uno di questi giochi, profittando del fatto che Veronio voleva allargarle il collare, se lo sfilò tirandosi indietro di scatto. Adesso non sapevano come fare per riportarla nella gabbia. Provarono mettendovi della carne. Sazia, la ignorò. Andò dentro, passata mezzanotte.</p>
<p>Venne freddo. Il sole batteva nel suo angolo solo al mattino. Teneva gli occhi socchiusi, il corpo percorso da un tremito. Mastre e Veronio pensarono fosse ammalata. Chiesero a Michelangela se conosceva un veterinario di cui fidarsi. Il veterinario consigliò di metterle paglia nella stia. Animali assai umorali, male accettavano l’inverno, specie in cattività. Loro tanto fecero. Ma lei ammucchiò la paglia in un angolo, muovendo le zampe anteriori alla stregua di braccia. Voleva stare sulla terra nuda. Come di consuetudine, un sabato pomeriggio la liberarono. Uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Poi, salita sul fico, dai rami alti scavalcò il muro, scomparendo. Esterrefatti, Veronio e Mastre si guardarono in silenzio. Dalle case vicine provenne qualche grido, che pareva più di meraviglia che di paura. Colti dal panico, decisero disfarsi della gabbia che, in breve, ridussero a ferraglia.  Poi, col furgone, andarono a gettarla in una discarica abusiva, vicina al Tevere. Tornando indietro, trovarono nel quartiere le macchine della polizia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>da &#8220;La vendetta del gufo&#8221;:</strong></p>
<p>Ormai padrone del territorio, il gufo, nelle sue uscite  al calar della sera e all’alba, s’era avvicinato alle case abitate di S. Francesco, planando sui tetti che non sapevano di legno, pietra e  camini spenti; emanavano suoni  a lui sconosciuti, che lo inquietavano, facendolo sentire in pericolo. Ma, nello stesso tempo, scoprì che attorno a quelle case c’erano pollai, gatti, civette, passeri e storni. Quella mattina, nascosto dietro il comignolo, ghermì una civetta che rientrava al nido, sotto le tegole. Per la femmina afferrò un giovane gatto, in giro attorno a una pagliaio. Gli calò addosso, oscurandogli la vista con le ali; il gatto si inarcò, e lui lo colpì col becco, adunghiandolo sulla schiena, che finì di stritolargli in volo, mentre ancora soffiava e si contorceva. Ma gli animali di terra, sollevati in aria,  perdevano forza e coraggio, abbandonandosi. Radente gli alberi, volò al nido. Arrivato, la femmina gonfiò le penne, allungando il collo. Lui, poggiatosi al bordo del covo, gli dette il gatto, che lei tranciò col becco, ingoiandone bocconi che le   gonfiavano il collo. In breve, del micio rimasero pelliccia, zampe e testa, che gettò nel dirupo. Il maschio le fece delle effusioni, strofinandola con la testa. La pioggia scorreva sul loro piumaggio come fosse unto. Spuntava un’alba di nubi. Dal bosco provenivano i canti degli uccelli del giorno che, da quei dintorni, s’erano allontanati. Il maschio li aveva cacciati e rapiti. Sotto i suoi colpi erano cadute cornacchie, ghiandaie, un falchetto e storni. Era entrato nel loro stormo, alla sera, quando calavano. Sazi, lui e la femmina s’apprestavano a trascorrere la giornata.</p>
<p>La pattuglia del Corpo Forestale, comandata dal brigadiere Saleo De Fernandi, era arrivata a S. Francesco ch’era appena giorno. Non si spinse nello spiazzo del crinale, in mezzo alle case e le capanne dislocate sui dossi. Si fermò tra castagni, lecci e muri a secco. L’intento del brigadiere era di nascondersi in un cortile abbandonato, da dove osservare le mosse di Faido Alterchi. Aveva percezione che, profittando del cattivo tempo e sentendosi al sicuro, facesse qualche mossa falsa. Pioveva, e l’acqua  scivolava dal pastrano grigioverde dei due agenti. Nubi  calavano a sghembo dalla montagna, unendosi alla nebbia della Valle, mossa da folate gelide. Una primavera che sembrava inverno. Appostato davanti casa Alterchi, il brigadiere mise mano al binocolo, inquadrandone l’aia. Non c’era movimento, se non il fumo del caminetto. Ma i cani (ne avevano quattro, due da gregge e due da pagliaio) abbaiarono, puntando verso di loro. S’aprì una finestra e s’affacciò la madre di Faido. Si ritrasse, lasciandola aperta. Dai costoni s’alzò il gauuu di un lupo. Solitario e cavernoso, pareva disperdersi nella nebbia. Un altro gli fece eco dall’altra parte della montagna. I cani si azzittirono. Dopo un concitato vociare, e uno sbattere di porte, Faido uscì, incamminandosi all’ovile, situato nei pianori sottostanti la casa.  Da lì non l’avrebbero controllato e allora si spostarono verso un’altura che gli permetteva di spaziare il territorio sottostante.  Le nubi s’erano fatte più nere, ma la pioggia aveva rallentato. Col binocolo, il brigadiere inquadrò l’obiettivo. Arrivato all’ovile, Faido fece uscire il gregge, che seguì riparandosi col pastrano. Il brigadiere avrebbe voluto andarsene. Ma l’agente, giovane e curioso, gli chiese di  perseverare. Il brigadiere acconsentì. Pochi istanti e Faido, allontanatosi dal gregge, raggiunse una capanna fatiscente, salendo sul tetto. Piegato sulle tegole, parve prelevare o deporre qualcosa. Scese, guardando attorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un pallido inverno, omaggio a Wallace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 23:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Archivio DFW Italia, lancia l&#8217;iniziativa &#8216;Pale Winter&#8217;: lettura collettiva de &#8220;Il Re Pallido&#8221; di David Foster Wallace. Il 21 Febbrario del 1962 nasceva lo scrittore americano David Foster Wallace e in occasione del suo 50simo compleanno un gruppo di affezionati lettori darà il via ad una lettura ragionata del suo romanzo postumo, &#8220;Il Re Pallido&#8221;, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" src="http://www.youtube.com/embed/OR6OvjO21iw" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p>L&#8217;<strong>Archivio DFW Italia</strong>, lancia l&#8217;iniziativa <em>&#8216;Pale Winter&#8217;: lettura collettiva de &#8220;Il Re Pallido&#8221; di David Foster Wallace.</em></p>
<p>Il 21 Febbrario del 1962 nasceva lo scrittore americano David Foster Wallace e in occasione del suo 50simo compleanno un gruppo di affezionati lettori darà il via ad una lettura ragionata del suo romanzo postumo, &#8220;Il Re Pallido&#8221;, pubblicato lo scorso anno, tradotto in Italia dalla casa editrice Einaudi.</p>
<p>La lettura comincerà a partire da oggi, 21 febbraio, e dal 3 Marzo, ogni sabato, per 12 settimane, ognuno dei partecipanti pubblichera’ un intervento sul sito dell&#8217;Archivio DFW Italia. Naturalmente commenti e interventi saranno aperti a tutti i lettori italiani di Wallace che sono invitati ad unirsi all&#8217;iniziativa: una pagina Facebook e un Google Group verranno aperti per l&#8217;occasione, dando altre possibilità di interagire a chiunque lo volesse.<br />
<span id="more-41719"></span><br />
La lettura collettiva vuole essere un omaggio ad uno scrittore che in Italia conta un seguito di lettori attenti e affezionati, anche grazie al prezioso lavoro, abbastanza unico nel panorama mondiale, soprattutto delle case editrici <strong>Fandango, Minimum Fax, </strong>ed <strong>Einaudi,</strong> che hanno tradotto e pubblicato i suoi libri già alla fine degli anni &#8217;90.</p>
<p><strong>Come procedere.</strong> Procuratevi una <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/david-foster-wallace/il-re-pallido/978880620335">copia de &#8220;Il Re Pallido&#8221;</a>, e cominciate a leggerlo, e nel frattempo visitate il sito dell&#8217;Archivio DFW Italia, dove troverete materiali e informazioni interessanti. Dal 3 marzo in poi potrete cominciare a postare i vostri commenti.</p>
<p><span style="color: #800000;">Info e contatti: <a href="http://archivio-dfw.tumblr.com/"><span style="color: #800000;">http://archivio-dfw.tumblr.com/</span></a>, e-mail:<a href="mailto:archivioDFW@gmail.com"><span style="color: #800000;">archivioDFW@gmail.com</span></a>, google group:<a href="http://groups.google.com/group/palewinter/"><span style="color: #800000;">http://groups.google.com/group/palewinter/</span></a></span> <span style="color: #800000;">[il video in apice è di Diego Altobelli]</span></p>
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		<title>piccoli editori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/01/piccoli-editori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 09:00:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cartolina_mantova.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-39160" title="cartolina_mantova" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cartolina_mantova.jpg" alt="" width="349" height="529" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cartolina_mantova.jpg 428w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cartolina_mantova-197x300.jpg 197w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a></p>
<p>Ritorna <em>Piccoli editori</em> a Mantova, il viaggio nel mondo della lettura che vede coinvolti, tutti insieme e in sinergia, editori, biblioteche, librerie e lettori. L’esposizione organizzata dal Centro Culturale Gino Baratta e dal Sistema Bibliotecario Grande Mantova vuole essere un nuovo e significativo momento per favorire l’incontro tra libro e lettore.</p>
<p>Nella accogliente sede della Biblioteca Baratta, la manifestazione propone una indicativa rassegna della produzione di piccoli editori di qualità, di rilevanza nazionale, con particolare riguardo all’editoria per l’infanzia e al graphic novel.<br />
<span id="more-39159"></span><br />
Una specifica attenzione è stata, inoltre, rivolta alle opere locali, cui viene dedicata una apposita sezione, che presenta autori e temi rilevanti dell’ambiente culturale mantovano, fonti molto spesso insostituibili per la conoscenza del nostro territorio.</p>
<p>L&#8217;esposizione, che si svolgerà presso la Biblioteca G. Baratta nelle giornate  di sabato 4 e domenica 5 giugno 2011, sarà visitabile liberamente da qualsiasi  cittadino e i  libri  esposti  saranno messi  in vendita. Inoltre, durante la  manifestazione si avranno occasioni di approfondimento sul tema della piccola  editoria con interventi di alcune delle personalità che lavorano nel mondo del libro  e della lettura.  Ci sarà inoltre un momento di lettura dedicata ai più piccoli.</p>
<p>Il progetto nasce dalla collaborazione delle biblioteche mantovane con  Simonetta Bitasi, coordinatrice di molti gruppi di lettura del territorio direttamente  coinvolti  nell’iniziativa. I lettori,  infatti, contribuiranno all&#8217;allestimento e alla gestione della  mostra.  Il progetto coinvolge i  librai di Mantova che avranno il compito di curare il reperimento dei libri, individuando,  in collaborazione con gli organizzatori e con gli editori stessi, i titoli di ogni editore da esporre.</p>
<p>Grazie a questa iniziativa, dunque, la piccola editoria, che spesso fatica a far conoscere la propria produzione, incontra il suo pubblico nella biblioteca, luogo privilegiato di confronto per i lettori e per tutte le professionalità che operano nel mondo del libro e della lettura.</p>
<p style="text-align: center;">Per informazioni www.bibliotecabaratta.it  0376.352711<br />
biblioteca.baratta@domino.comune.mantova.it</p>
<p>Elenco Editori presenti alla seconda edizione di Piccoli editori a Mantova:</p>
<p>66thand2nd, Accademia Nazionale Virgiliana, Almayer, Angelica, Arcari, Arianna, Sartori, Arka, Artebambini, Arti Grafiche Bottazzi, Astoria, Bao Publishing, BeccoGiallo, Camelopardus, Cargo, Carthusia, Coconino, Cooperativa Librai Mantovani, Corraini, Di Pellegrini, Diabasis, Duepunti, E. Lui, Edizioni Ambiente, Edizioni dell&#8217;Asino, Eléuthera, Elliot, Fandango, Hacca, Ideeali, Il Cartiglio Mantovano, Il Castoro, Il Gioco di Leggere, Il Maestrale, Iperborea, Isbn, Istituto mantovano di storia contemporanea, Keller, Kellermann, Kite, La Giuntina, La Nuova Frontiera, Lavieri, Le Nubi, Lineadaria, Marcos y Marcos, Minimum Fax, Negretto, nottetempo, O barra O, Playground, Pulcinoelefante, Publi, Paolini, Quodlibet, Sinnos, Sometti, Terre di Mezzo, Topipittori, Tunué, Zandonai, Zero91</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Programma della manifestazione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Orario d&#8217;apertura:<br />
sabato 4 giugno ore 10.00-13.00 / 15.00-18.30<br />
domenica 5 giugno ore 10.00-13.00 / 15.00-18.30</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>sabato 4 giugno ore 10<br />
inaugurazione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>sabato 4 giugno ore 17.00<br />
piccolo raduno dei Gruppi di Lettura<br />
con una visita guidata all&#8217;esposizione a cura di Simonetta Bitasi e Emanuele Salvato  e un dibattito aperto sulle modalità e le scelte di lettura dei vari gruppi presenti</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>domenica 5 ore 11.00<br />
<em>Che fine faranno i libri?</em></strong> <strong> con Francesco Cataluccio</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Domenica 5 ore 16.00 ricci e pasticci per piccoli lettori con Segni d’infanzia.</strong></p>
<p style="text-align: center;">Per informazioni www.bibliotecabaratta.it  0376.352711<br />
biblioteca.baratta@domino.comune.mantova.it</p>
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		<title>Tiger, tiger, burning bright</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 09:30:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio (…)per il singolo lutto, per la persona a cui è stato ucciso un figlio, un padre, un amore, un amico, ognuno di questi ritorni è un colpo al cuore, un insuperabile sconcerto, la necessità di torcere la cornea perché non metta a fuoco; di quel tanto che lo scarto nei contorni e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-32990" title="tigre2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2.jpg 396w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>(…)per il singolo lutto, per la persona a cui è stato ucciso un figlio, un padre, un amore, un amico, ognuno di questi ritorni è un colpo al cuore, un insuperabile sconcerto, la necessità di torcere la cornea perché non metta a fuoco; di quel tanto che lo scarto nei contorni e nei lineamenti lasci irriconoscibile nel corpo violato quello che ci somiglia</em>. <strong>Accanto alla tigre </strong>(Fandango, 2010) di Lorenzo Pavolini racconta la storia di Alessandro Pavolini, intellettuale di feroce e definitivo credo fascista, ministro della cultura, scrittore, giornalista, innamorato di una donna e di un colore, appeso a testa in giù, come ogni apostolo che si rispetti, a Dongo il 28 aprile 1945. Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini racconta altrettanto la storia di Lorenzo Pavolini, intellettuale, scrittore, che, prima di qualsiasi definizione del sé, in un giorno qualsiasi di scuola, legge il proprio cognome sotto il corpo di un che pencola da una forca sotto la quale si intravede una folla urlante.<br />
<span id="more-32980"></span><br />
Accanto ad Alessandro Pavolini, sulla forca, stanno Mussolini e la Petacci. Accanto alla tigre c’è Lorenzo Pavolini. <em>Prima che succedano le cose minacciano di succedere, no?</em> Per questo <em>Accanto alla tigre</em> è un libro scazonte, frammentario, spurio e pieno di esitazioni e tentennamenti. È una scrittura coinvolgente che lascia pieni di spaesamento, è contemporanea, irregolare e procede attraverso il montaggio successivo a un salto della fede, a un permesso accordato dall’autore a se stesso, che sposta sempre un attimo più avanti la fiducia nelle parole. Di salvare e pure di condannare. Di stare lontani e pure di riappropriarsi di quello che è nostro. Di ricordare e di essere perifrastica. <em>Con la biografia di Alessandro Pavolini invece non pare esservi dubbio che sia la storia fuori di casa a bruciare, nel tentativo di travasare l’esistenza individuale in un pubblico dominio, eroicamente sì, con ostentata fede nel finale eroico almeno. Come se certi movimenti delle braccia e certe parole fossero la vita</em>. <em>Accanto alla tigre</em> è un romanzo che potrebbe gridare La storia ci uccide, e che invece, riga per riga, racconta come la storia non uccida, ma avvolga, e che, riga per riga, smonta narrativamente l’apologo del ragazzo spartano che si nasconde il lupo sotto il mantello e che si lascia divorare senza lamentarsi. <em>È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo /e lottare con lui all’aperto,/ magari per strada,/ tra polvere e ululi di dolore./ La lingua è magari un membro indisciplinato –/ ma il silenzio avvelena l’anima./Mi biasimi chi vuole – io son contento.// </em>(E. L. Masters, Dorcas Gustine, Antologia di Spoon River). <em>Accanto alla tigre </em>in questo senso è un romanzo all’aperto, deve esserlo nella misura in cui la storia di Alessandro Pavolini è un pezzo di storia d’Italia. Di Nera, nerissima storia patria. Sono della classe 1903. Il fascismo è stato a tutt’oggi, il fatto più importante della mia vita. <em>Accanto alla tigre</em> ha dunque il fascino ascetico degli appunti e la poderosa organicità della memoria che spunta a ogni angolo di strada. Nello stupore per un cognome negli occhi di uno sconosciuto al quale l’autore si presenta, nelle scritte enormi e contemporaneamente marginali sui muri di Roma, nella vita di oggi e di sempre che ha un altro colore, in nonna Teresa che ai giardini della filarmonica conversa a voce bassa con le signore Matteschi, Romualdi, Mezzasoma, Almirante. Con i frammenti, la paratassi della lingua e la compattezza sempre bambina, sempre entusiasta del ricordo <em>Accanto alla tigre </em>è un libro che fa compagnia. <em>Ora qui si accavallano le coincidenze di cui non so ricostruire la sequenza ordinata</em>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-32988" title="mussolinipavolinibarracu" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu-300x283.jpg" alt="" width="300" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu-300x283.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu.jpg 755w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>L. Pavolini, <em>Accanto alla tigre</em>, Galleria Fandango (2010), pp. 243, 16.50 euro.</strong></p>
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		<title>Guerra alla tristezza!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/guerra-alla-tristezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[edoardo albinati]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[guerra alla tristezza]]></category>
		<category><![CDATA[mario de santis]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario de Santis Guerra alla tristezza! di Edoardo Albinati (Fandango 2009) è un libro inclassificabile come il suo autore. Il tuo comportamento è inclassificabile! si dice a volte di chi si comporta in modo maldestro. Non stare in nessuna classe, per uno scrittore che ha dedicato tanta energia alla scuola (è il caso di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-26589" title="albinaticopj13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/albinaticopj13.jpg" alt="albinaticopj13" width="200" height="278" /></p>
<p>di <strong>Mario de Santis</strong></p>
<p><strong>Guerra alla tristezza!</strong> di Edoardo Albinati (Fandango 2009) è un libro inclassificabile come il suo autore. <em>Il tuo comportamento è inclassificabile!</em> si dice a volte di chi si comporta in modo maldestro. Non stare in nessuna classe, per uno scrittore che ha dedicato tanta energia alla scuola (è il caso di dirlo, insegna al carcere romano di Rebibbia) sembra un paradosso e una beffa, tuttavia Edoardo Albinati come scrittore è proprio un<em> fuoriclasse</em>.</p>
<p><span id="more-26588"></span><br />
Si tratta di una raccolta di racconti e di scritti per l’appunto eccentrici, per la maggior parte brevi o brevissimi, salvo qualche eccezione. Sono sessanta e tutti inediti, anche se composti a partire dagli anni’ 80 fino a oggi. È una sorta di lungo laboratorio ventennale. Nel frattempo Albinati ha pubblicato con varietà romanzi, prosa narrativo saggistica e poesia. Anche in questo libro è evidente la varietà, la voglia di trovare strade personali, quasi una sfida ai canoni letterari, presentando stili diversi, alcuni con approccio narrativo classico da short story, altri di natura esplicita e autobiografica ma sempre in forma di racconto, altri ancora come piccole divagazioni su oggetti, fenomeni, paesaggi che fanno venire in mente l’esempio dei miti d’oggi alla Roland Barthes.</p>
<p>L’ampiezza dei modi letterari e la lunga gestazione prima di essere pubblicati dà vivacità alla lettura, ma al tempo stesso mostra come il tono, starei per dire la poetica, o il sound se fosse un rocker, dello stile Albinati è ben marcato e riconoscibile. Se penso ad Albinati mi viene in mente il termine scrittura con quell’alone semantico che ha quando lo usano i francesi – seppur diversi per scelte di poetica, ma io non lo vedo lontanissimo appunto da Barthes. Così per altri versi, Raymond Carver (di cosa parlano i personaggi di un racconto quando parlano di carne di cavallo?..)</p>
<p>Ha di sicuro un timbro riconoscibile pur nella diversità di forme e topos narrativi. Riletto in <em>Guerra alla tristezza</em> l’arco della scrittura di Albinati ha i crismi di una ricerca dell’umano, da restituire con una tonalità, cercando una musica del cuore che ha però i ritmi sincopati di un dj o dei Sonic Youth, sincopi che creano intermittenze del tutto originali.</p>
<p>Si sente il fondo di un procedere lungo un filo poetico, attenuando a zero il lirismo. Come in <em>Orti</em> o In <em>Maggio selvaggio</em> o <em>Svenimenti</em>, la narrazione di Albinati lascia le strutture proprie della narrativa per avventurarsi su sentieri sterrati dell’improprio e dell’inclassificabile accentuando però la qualità empatica della scrittura, la sua capacità di mostrare un’anima errante che attraversa il mondo e tuttavia proprio per questo ci sta attaccata, con i piedi per terra e con la faccia rivolta al cielo. Si tratta di un realismo così aderente da far dimenticare ogni poetica realista. Era stato proprio barthes adire che se lo storico è colui che osserva una regione come volandoci sopra con la mongolfiera, lo scrittore è colui che attraversa quella regione a cavallo. Io credo che albinati sia un prosatore di passo, attraversa il mondo camminando. Piedi per terra ma mente libera di divagare, un flaneur del pensiero, dello scavare in sé come nelle cose.</p>
<p>Non trovo un’immagine migliore per descrivere la scrittura di Albinati: quella di chi segue <em>filo dei pensieri</em>. Forse li ha visti in Afghanistan (molto bello il suo libro-diario di missione del 2002, <em>Il ritorno</em>), ma l’impressione è che sappia tenere la scrittura come i bambini tengono gli aquiloni. Fermi, ma alla fine lasciandosi andare al vento.</p>
<p>Così segue la realtà anche quando sembra svagare come in <em>Serenata al rettilario</em> con l’apparente oggettività del resoconto di una visita allo zoo nella costruzione dei rettili trasformata, con l’espediente del blackout elettrico, in una magica situazione fantastica in cui gli iguana iniziano un canto che sulla pagina quasi sembra un coro della tragedia greca.</p>
<p>Oppure come in <em>Cream</em> in cui una serata ad un concerto con il figlio e un amica diventa il pretesto per far fare alla mente che percepisce e racconta un lungo piano sequenza che tra presente e memoria, tra flash aneddotici e riflessioni sulla vita, mostra proprio come in un film di Trouffaut sia il romanzo che si svolge sia il romanziere-regista che lavora. Oppure in <em>Il bambino scettico</em> in cui la memoria di un adulto in carcere per un reato <em>politico</em> diventa liquida, si sfalda nel tentativo di riafferrare un quid perduto nel tempo, ricollocando nel tempo e nella storia qualcosa che al tempo sembra non appartenere e neppure alle categorie della storia.</p>
<p>Immerso nel suo tempo (se non fosse un’etichetta direi che Albinati è uno dei pochi autori <em>impegnati</em> veramente) la scrittura scava nel sottopancia del quotidiano teorico, riaffonda nel sapore di un epoca con il dettaglio splendente, un frammento che si trasforma in allegoria, ma in modo a volte spiazzante altre volte rimando sospeso. Un dettaglio si dilata fino a diventare preludio di un universo, non piccole cose, non il minimalismo (anche questa è una parola trasformata in etichetta, impropria per Albinati che non rientra in quel filone).</p>
<p>Il repertorio di Albinati è ricco. Spesso serve solo un piccolo colpo di scena, un dettaglio e la storia deborda, con un lascito che sa di cinematografico o prelevato dai modi della scrittura di genere (come in <em>ogni babbo è Stephen King</em>) ma più steso a perdere il filo apparente ma a rivelarne un segreto è proprio il pensiero che si applica alla realtà, la consuma, la corrode da vicino, la incalza con i suoi paradossi.</p>
<p>A volte una lattina di birra Mythos serve ad una riflessione sul mito, ma col tono del filosofo davanti aduna birra, per l’appunto. A volte Albinati lascia addirittura più sciolta la briglia della sperimentazione, trasformandola però in una prosa sempre piena d calore come quando in <em>Sciarada</em> applica il metodo del cut-up ad una serie di frasi fatte, proverbi o aforismi a metà tra la il witz e la banalità, come fosse una lista di quelle che si trovano su internet creando un’accumulazione straniante che si conclude con un monito <em>Pappagalli ammaestrati dicono la verità più di noi</em>. Ecco seguendo il filo dei pensieri, vorrei dire che Albinati si occupa anche della logica e dell’illogica del discorso dell’umano. E come se, pur facendo guerra alla tristezza lo stesso Albinati conservasse un fondo di malinconia energia, un’elegia delle cose visuute non nostalgica. Come la ragazza grassa del racconto che dà il titolo alla raccolta, Albinati ha un pathos carsico, una sorta di sensazione di sconfitta che sembra chiara già in partenza ma rimane sullo sfondo, in sottofondo. In ogni caso la vita viene affrontata da molti dei suoi personaggi e dallo stesso scrittore nelle cose più autobiografiche trasmettendo un senso di gratitudine segreta, la stessa che rimase implicita quando il padre dopo aver tentato di insegnare ai gigli lo sci nautico con grande passione e affetto, con altrettanto affetto e passione prese atto del loro essere negati e vendette la barca, senza alcuna tristezza e senza malinconia. Il filo continuo dei pensieri nella scrittura di Albinati e come il tratto di quei disegnatori abili a creare una figura senza mai staccare la matita dal foglio. Alla fine una figura emerge come vista dall’alto &#8211; come l’Italia dell’ultimo racconto &#8211; nella raccolta di Albinati e assomiglia alla figura del padre e della genitorialità in genere. Detto questo lo sguardo però resta vivo sulla densa varietà del mondo e Albinati è sempre in quello stato di grazia di cui racconta nel racconto <em>Sulla curva</em>, come di uno che ha bevuto alcol all’ora di pranzo e così <em>spezza la giornata in tanti frammenti dorati</em>.</p>
<p>Quei frammenti scintillano intorno al lettore, creano un’onda che modifica il nostro sguardo sulle cose e assegna loro un’aura diversa. Ed è questo semplicemente che chiediamo ad uno scrittore.</p>
<p><strong>E. Albinati, Guerra alla tristezza, Fandango Libri (2009), € 18,00.</strong></p>
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		<title>Leggere, le voci &#8211; Dizionario affettivo degli scrittori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/09/19/leggere-le-voci-dizionario-affettivo-degli-scrittori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2008 06:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dizionario affettivo degli scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo B.Bianchi]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;indiano Giorgio Vasta &#8211; perché come dice Biondillo se si è stati indiani una volta lo si è per tutta la vita- ha accettato di rispondere alle mie domande su un libro che è appena uscito e che sarà presentato a Pordenone legge il prossimo week end. effeffe ps Per chi volesse leggersi la storia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/microphone_classic_350.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/microphone_classic_350-162x300.jpg" alt="" title="microphone_classic_350" width="162" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-8582" /></a><br />
L&#8217;<em>indiano</em> <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giorgio-vasta/">Giorgio Vasta</a> &#8211; perché come dice Biondillo se si è stati indiani una volta lo si è per tutta la vita- ha accettato di rispondere alle mie domande su un libro che è appena uscito e che sarà presentato a <a href="http://www.pordenonelegge.it/">Pordenone legge</a> il prossimo week end.<br />
effeffe<br />
ps<br />
Per chi volesse leggersi la storia del progetto ideato da Matteo B. Bianchi consiglio un giro su questo <a href="http://www.matteobb.com/tina/pdf/TINA_VELI.PDF">sito</a>. </p>
<p><strong>Effeffe</strong>:Com&#8217;è nata l&#8217;idea di questo libro?</p>
<p><strong>Giorgio Vasta</strong>: <em>L’idea di un Dizionario Affettivo della Lingua Italiana è di Matteo B. Bianchi che lo scorso autunno aveva pubblicato su ‘tina, la sua rivista on line, quello che è stato il germe iniziale di tutto il lavoro successivo. Matteo aveva contattato tramite posta elettronica una serie di scrittori domandando a ognuno di individuare un termine per loro importante dal punto di vista affettivo e di scriverne una definizione, una breve dichiarazione d’amore (ma anche di odio, nel caso). Seguendo ‘tina ho letto anch’io scelte e definizioni, ho trovato l’idea molto bella e ho contattato Matteo per proporgli di sviluppare questo primo spunto in qualcosa di più strutturato. Unendo le forze, e con la collaborazione della Scuola Holden nonché, fondamentale, di Stefania Notte, che ha svolto il ruolo al contempo di segreteria organizzativa, coordinatrice, collettore e “memoria” del progetto, ci siamo messi a lavorare.</em><br />
<span id="more-8581"></span></p>
<p>Quanto tempo è durato il progetto?</p>
<p><em>Circa un anno. Dall’autunno 2007 a quello 2008, continuando a raccogliere contributi fino al giorno in cui siamo andati in stampa. Una, chiamiamola così, “gestazione” necessaria perché chiedendo agli autori coinvolti di intervenire a titolo gratuito, per simpatia per il progetto e compatibilmente con i propri impegni, fissare una scadenza più ravvicinata sarebbe stato difficile. In un anno, lavorando pressoché ogni giorno, abbiamo raccolto poco meno di trecentocinquanta parole con le relative definizioni.</em></p>
<p>L&#8217;editore come ha accolto questa proposta?</p>
<p><em>Fandango ha accolto positivamente la nostra intenzione di realizzare il libro, cosa che ci ha fatto molto piacere, perché si sono resi conto che questo dizionario, al di là di proporre una riflessione sulle parole, era anche una specie di piccola mappatura delle scritture e degli scrittori. Da un punto di vista strettamente pratico e operativo, con Matteo e Stefania abbiamo di fatto costruito una nostra microredazione che soltanto nell’ultima fase, a libro quasi terminato, ha lavorato con la redazione della casa editrice, che si è incaricata di “dare forma” al volume.</em></p>
<p>Che peso ha avuto la rete per la <em>mise en place</em> del progetto?</p>
<p><em>Direi fondamentale. Prima di tutto il Dizionario Affettivo è nato, come dicevo prima, in rete, quando Matteo l’ha pubblicato su <a href="http://www.matteobb.com/tina/pdf/TINA_VELI.PDF">tina</a>. In secondo luogo la rete ci ha permesso di fare ricerche e persino di individuare i contatti di alcuni autori (laddove le case editrici non erano in grado di aiutarci). Stefania ha contattato più di uno scrittore scrivendo l’invito nella pagina dei commenti del suo blog. La rete ha fatto dunque da tessuto connettivo. È anche vero che alcuni contributi li abbiamo raccolti telefonicamente, trascrivendoli a mano, oppure via fax. A un certo punto penso che se Stefania mi avesse comunicato l’arrivo di un piccione viaggiatore con un messaggio legato alla zampa, non mi sarei stupito più di tanto.</em></p>
<p>Quali sono state le sorprese &#8220;piacevoli&#8221; e quali gli inconvenienti?</p>
<p><em>Le sorprese sono state le parole scelte e le loro definizioni. Dalla prima che ci è arrivata, il giorno stesso in cui abbiamo fatto partire i primi inviti, e che è valsa quasi da monito, “responsabilità” (di Eraldo Affinati), a una curiosa convergenza degli autori palermitani sullo stesso termine: nel giro di un paio di giorni, Davide Enia e Vittorio Bongiorno hanno indicato l’esclamazione “minchia”; quando anche un terzo autore di Palermo stava per fare la stessa scelta Matteo e io abbiamo pensato a una specie di epidemia. In questa come in altre circostanze abbiamo però deciso di accettare sempre il caso di parole scelte da più autori. Così come un vero dizionario riporta più accezioni dello stesso termine, anche il nostro propone, su parole come “memoria” o “silenzio”, più definizioni di scrittori diversi. Per quanto riguarda gli inconvenienti, qualche incomprensione con alcuni autori. Del resto, se c’è possibilità di fraintendimento in una comunicazione a due, moltiplicando per oltre trecento diventa pressoché inevitabile.<br />
 </em></p>
<p>Le reazioni degli autori contattati?</p>
<p><em>Varie. C’è chi ha accolto la proposta con entusiasmo e a stretto giro di posta ci ha mandato la sua definizione, chi ha legittimamente voluto saperne di più e quindi ci si è sentiti telefonicamente, chi non ha mai risposto e chi, altrettanto legittimamente, ha detto che l’idea non gli interessava. Nella prefazione al libro, Matteo ha estrapolato dagli elenchi dei contatti che Stefania man mano aggiornava le ragioni dei rifiuti, solo quelle. Ognuna sacrosanta ma lette in sequenza sono molto belle perché si trasformano nella macrodefinizione della parola “no”. In generale, però, grande disponibilità.</em></p>
<p>Qualche aneddoto (se ce ne sono).</p>
<p><em>Non so se sia proprio un aneddoto. A ogni autore abbiamo chiesto di mandare una definizione di dimensioni variabili tra una parola e un massimo di quattromila battute, vale a dire circa due pagine o poco più. Un autore, Giordano Meacci, compiendo un equilibrismo ha mandato la sua definizione, la parola scelta era “genio”, di quattromila battute esatte. Non tremilanovecentonovantanove né quattromilauno. Voglio ancora sentirlo per chiedergli come ha fatto, ma soprattutto perché.</em></p>
<p>Esiste un blog dov&#8217;è possibile continuare l&#8217;opera su cartaceo?</p>
<p><em>Sì. Con Matteo abbiamo pensato di non chiudere questo progetto con la pubblicazione del libro ma di farlo andare avanti attraverso il contributo di chi vorrà andare su <a href="http://www.dizionarioaffettivo.it/">www.dizionarioaffettivo.it</a> e lasciare la sua definizione. Ci piacerebbe che attraverso questa ulteriore espansione potesse continuare un lavoro che è, tornando alla prima definizione ricevuta, assunzione di responsabilità nei confronti del linguaggio.</em></p>
<p>Si sono create delle cartografie interne? Voglio dire dei generi (tipo i giallisti, i poeti&#8230;) o anche delle aree geografiche, nuclei generazionali, degli immaginari condivisi?</p>
<p><em>Al di là dell’esempio già riportato della convergenza ipnotica degli autori palermitani sul medesimo termine, e della scelta di alcuni autori di parole identificative del loro percorso di scrittura, credo che la cartografia che può essere desunta dal libro sia molto frammentaria e riconducibile all’essenzialità dello sguardo di ogni scrittore, a una specie di suo nucleo singolare e originario. Due esempi in questo senso. Trovo bella e impressionante la parola scelta da Wu Ming 1, “fecaloma”. La sua definizione fotografa l’Italia contemporanea in un modo perfetto. Ne riporto un estratto: “Antichi fecalomi intasano le viscere del Paese. Chi somministrerà il clistere? E poi, basterebbe un clistere? Non c’è forse bisogno di una lunga, lunghissima seduta di idrocolonterapia, per sciacquare le interiora di ‘sto mostro comatoso?” Su un’altra tonalità, ma sempre con assoluta coerenza alle caratteristiche del suo sguardo, la scelta di Laura Pariani, “facchiottamare”: “Misterioso verbo contenuto nella preghiera ‘O mio caro buon Gesù,/ facchiottami sempre più’. Da bambina non ebbi mai delucidazioni sull’incomprensibile parola. Capivo vagamente che facchiottamare voleva dire voler bene con intensità divorante (tipo lupo di Cappuccetto Rosso), con una sfumatura leggermente erotica.”</p>
<p> </em><br />
E se volessi definire la voce dello scrittore italiano oggi, come la descriveresti?</p>
<p><em>Se dovessi definirla a partire dalle “voci” raccolte nel Dizionario direi che è viva, aspra e intensa. Recedendo dalla voce alla bocca e dalla bocca alla gola e a tutto il corpo, il mio desiderio è quello di leggere voci abissali, da scoperchiare come vasi di Pandora.<br />
 </em></p>
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