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	<title>femminismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
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		<category><![CDATA[Rose-Marie Lagrave]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> «Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in "Riappropriarsi di sé". Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir, l’autrice dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero femminista ha rivestito nella sua formazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-120106" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito.jpg" alt="" width="350" height="561" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito.jpg 499w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-187x300.jpg 187w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-262x420.jpg 262w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-150x240.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-300x481.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in <em>Riappropriarsi di sé</em>, apparso in Francia nel 2021 e ora pubblicato dalle Edizioni Alegre nella traduzione di Annalisa Romani, all’interno della collana «Working Class» diretta da Alberto Prunetti. Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir nel <em>Secondo sesso</em> – «Non si nasce donna: lo si diventa» –, l’autrice, sociologa e per anni <em>Directrice d’études </em>all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero e la militanza femminista hanno rivestito nella sua formazione.</p>
<p>Tale consapevolezza è alla base di questa «inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista», come recita il sottotitolo. Constatando quanto la questione di genere sia trascurata dalla maggior parte degli autori transfughi, Lagrave decide di farne il perno del suo racconto di vita, che difatti inizia incisivamente così: «Mia madre è stata incinta per centodiciassette mesi, quasi dieci anni; ha fatto nascere tredici figli, due dei quali sono morti in tenera età». Il pensiero, sconvolgente, di un corpo impegnato, “occupato” tanto a lungo nella gravidanza traccia la direzione del saggio autosociobiografico in cui Lagrave, dopo anni di studi scientifici sul mondo rurale e sull’intreccio fra disuguaglianze di genere e di classe, si ritrova ineditamente a scrivere usando la prima persona singolare.</p>
<p>Il libro è un resoconto del suo percorso di vita, di transfuga di classe, di militante femminista, di intellettuale a cui la sociologia fornisce le chiavi di comprensione del mondo, di donna e madre che riesce, studiando e lavorando contemporaneamente, a raggiungere l’apice della carriera accademica e a rivestire ruoli importanti all’interno dell’istituzione universitaria. Il suo racconto ha qualcosa di prodigioso. L’autrice offre il suo romanzo familiare e personale con una completezza tale da restituire davvero, a chi legge, la traiettoria di una vita intera, mostrando il tessuto sociale che l’ha resa possibile: la famiglia prima, poi le compagne e insegnanti di scuola, i docenti universitari, l’MLF, cioè il movimento per la liberazione delle donne, infine le colleghe e le allieve, che, dopo aver imparato da lei, le hanno a loro volta insegnato qualcosa.</p>
<p>Dopo un’introduzione in cui si delineano le sfide che una scrittura più personale pone alla studiosa di sociologia, il libro si divide in tre parti. Inizialmente Lagrave racconta il contesto familiare in cui è cresciuta, l’ambiente rurale della sua infanzia in Normandia, l’educazione cattolica, gli anni del liceo. La seconda comincia con l’arrivo a Parigi: gli studi universitari, il dover lavorare per vivere, gli equilibrismi per coniugare lavoro e studio, l’incontro con Pierre Bourdieu e con la sua sociologia critica, determinante anche per altri autori <em>transfuges</em> come Ernaux, Eribon, Édouard Louis; ma anche la crescita personale, l’occasione di riscattare la propria vergogna sociale viaggiando e lavorando per una istituzione prestigiosa come l’EHESS. Questa sezione centrale contiene infatti anche un capitolo intitolato “Diario di un’oblata”, riprendendo il termine usato da Bourdieu per coloro che si dedicano devotamente a un’istituzione, riconoscendola come “salvifica” per il proprio percorso. Successivamente Lagrave condensa le tappe salienti della sua formazione femminista. Nell’ultima parte, infine, dedicata a “l&#8217;ora della verità”, l’autrice riflette sul come la vecchiaia sia concepita nella società di oggi e sulla particolare coloritura che assume per le donne questa fase esistenziale. «Bisognerebbe poter essere vecchi tutta la vita – scrive –, per rallentare i ritmi di lavoro, per osare dire che ci sono dei limiti alla resistenza e ammettere che si ha bisogno degli altri».</p>
<p>Come si diceva, il prisma del pensiero femminista è centrale nel libro:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Il femminismo è stata una scuola di formazione all’autonomia intellettuale, alla critica sociale, alla rivelazione delle trappole della neutralità assiologica nelle scienze sociali, così come ha orientato i miei oggetti di ricerca e confermato la tendenza ascendente della mia traiettoria. A questo proposito, coniugando la classe sociale, la razza, il genere e le sessualità, gli studi di genere e l&#8217;internazionalizzazione delle lotte femministe hanno aperto la possibilità di una nuova forma di “conoscenza impegnata”.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta nuovamente di un’espressione di Bourdieu: la conoscenza impegnata, insieme naturalmente alla coscienza impegnata (e «imbrigliata al corpo», potremmo aggiungere con Susan Sontag), si struttura all’interno del campo del sapere.</p>
<p>Quello che colpisce, leggendo il libro di Lagrave, è proprio assistere al progredire della sua coscienza, che, come in ogni percorso di formazione compiuto, costruisce conoscenza e contemporaneamente è costretta a decostruire retaggi, a liberarsi dai clichés introiettati; interessante, ad esempio, il capitolo che l’autrice dedica al cattolicesimo e al modo in cui è evoluto il suo rapporto con la religione: discostandosene, liberandosi dalla sua «morsa», ma continuando in qualche maniera a dialogarvi.</p>
<p>Lagrave riesce nella decostruzione coniugando studio e pratica militante sociale e femminista. Poco a poco vediamo come la giovane sociologa e poi docente affermata cominci a mettere in discussione lo stato di cose, a far sentire la sua voce davanti al <em>dominio maschile</em> contro cui si ritrova costretta a scontrarsi nella pur illuminata École dove insegna: la riflessione femminista inizia a permeare tutti gli aspetti della sua attività di studiosa, di docente che non smette di interrogarsi sul come istituzionalizzarsi «senza perdere il potenziale sovversivo iniziale». È commovente e arricchente ripercorrere gli anni di storiche lotte che sono state alla base di grandi conquiste, come il diritto all’aborto, percependone l’energia al contempo distruttrice e creatrice che v’era alla base: un’energia che oggi può fungere da monito, da modello e che suscita sempre, almeno nella sottoscritta, infinita gratitudine.</p>
<p>Per Lagrave la scrittura di Ernaux è stata fondamentale: le due autrici appartengono alla stessa generazione, sono cresciute in contesti simili e hanno raccontato, ciascuna con i propri strumenti, la loro traiettoria. Questa comunione d’intenti è all’origine del denso dialogo fra le due, già pubblicato con il titolo <em>Una conversazione </em>(in italiano per Oligo, 2024); in quella sede Lagrave ha sottolineato l’importanza della distinzione fra autobiografia (o autosociobiografia, nel caso di Ernaux) e inchiesta autobiografica: per lei il termine «inchiesta» implica il dovere di raccogliere fonti e documenti così da provare che i risultati di una ricerca, di una ricostruzione non dipendono soltanto dalla propria soggettività, ma sono fondati su materiali empirici. Quali sono queste fonti? Le carte di famiglia, le agende della madre, le lettere di fidanzamento dei genitori, i risultati scolastici dei suoi fratelli e sorelle, gli atti di battesimo, le fotografie — colpisce, a questo proposito, che la primissima frase del libro evochi una «foto color seppia», esattamente come nell’incipit del racconto <em>L’altra figlia </em>di Annie Ernaux. Esplorare questo materiale significa appunto passare dall’autobiografia all’inchiesta autobiografica, poiché non ci si affida più ai soli ricordi personali.</p>
<p>Se è vero che i confini fra la letteratura e la sociologia sono porosi, e sempre più lo diventano con la grande diffusione dei racconti di transfughi sociali, Lagrave però mantiene una separazione fra i due campi, che anche a me pare essenziale: in questo libro – ricchissimo di note e di rimandi ad altri testi, una miniera di informazioni che racchiude un pezzo di storia francese – l’autrice, pur assumendo la prima persona, mantiene la sua <em>démarche </em>da sociologa, il suo passo, il suo approccio specifico, ed è questo che ne rende la lettura diversamente stimolante e foriera di riflessioni rispetto a un testo di narrativa.</p>
<p>Nonostante tale specificità, il dialogo con la letteratura, in particolare con i libri di Ernaux (ma non solo) è continuo: Lagrave, come Ernaux, risvegliano la coscienza sociale raccontando i loro percorsi. Ci sono espressioni e concetti che ricorrono in entrambe, come l’immagine del palinsesto (altrimenti declinata), o il trauma della vergogna sociale, trasformata dall’autrice soprattutto in stimolo «a lottare contro [sé] stessa e rimanere a tutti i costi nel sistema scolastico». Rispetto al percorso d’istruzione Lagrave articola un’attenta critica della retorica del merito, ma, al contempo, rivendica con fermezza l’importanza dello stato sociale. Vale la pena citarne qualche passaggio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ora che il merito è diventato un dato manageriale e una ricompensa onorifica, mi dichiaro non meritevole, con buona pace di alcuni giudizi che ancora mi attribuiscono questa qualifica. L’uso del termine meritevole, riservato a chi proviene da classi sociali svantaggiate, nasconde in realtà un disprezzo di classe che rimanda direttamente alle proprie origini. Il termine assistita, invece, lo rivendico, perché descrive accuratamente il contributo finanziario dello Stato senza il quale, in una sola generazione, la mia famiglia non avrebbe potuto conoscere l’ascesa sociale decisiva che provo a mostrare qui.</p>
</blockquote>
<p>E ancora:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Esaltare il merito significa far ricadere il peso di un ipotetico successo sugli individui, cancellando la funzione di riproduzione sociale della scuola. Esaltare il merito significa pulire la coscienza di chi mette l’accento su una scuola che appiana le disuguaglianze sociali e non smette di invocare le eccezioni per confermare la regola. Non voglio pulire loro la coscienza col mio esempio.</p>
</blockquote>
<p>Anche per Lagrave, come per Ernaux, la vergogna sociale provata diventa un motore per defatalizzare l’esistenza, cioè per capire, come recitano le ultime righe del libro, che «nessun destino è già scritto», ma anzi «bisogna lottare collettivamente per abolire il dominio maschile e la società di classe in modo da non dover più passare da una classe all’altra» – rendendo così la stessa condizione di transfuga impossibile perché innecessaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Per una lettura biopolitica dell’Anoressia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2025 05:15:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
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		<category><![CDATA[Susan Bordo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lucrezia Lombardo</strong> <br /> Nel 1997, la filosofa femminista Susan Bordo pubblicava "Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body", un saggio che rappresenta ancora oggi una delle più lucide analisi sociologiche dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), in particolare dell’Anoressia nervosa. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lucrezia Lombardo</strong></p>
<p>Nel 1997, la filosofa femminista Susan Bordo pubblicava <em>Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body</em>, un saggio che rappresenta ancora oggi una delle più lucide analisi sociologiche dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), in particolare dell’Anoressia nervosa. L’autrice interpreta tali fenomeni non come mere psicopatologie individuali, ma come effetti sistemici di un assetto biocapitalistico in cui il corpo delle donne diviene oggetto di controllo, disciplina e marginalizzazione politica.</p>
<p>Bordo evidenzia come, nelle società occidentali a capitalismo avanzato, il corpo femminile sia al centro di dispositivi simbolici e materiali di potere, che ne condizionano l’esistenza. Le immagini veicolate dai media – pubblicità, televisione, cinema, moda, web – costituiscono un vero e proprio regime visivo disciplinante, capace, cioè, di produrre modelli di bellezza, magrezza e perfezione, che vengono interiorizzati dagli individui e dalle donne in particolare, agendo come imperativi morali più che estetici. In questo contesto, la magrezza non è più una semplice preferenza fisica: essa diventa piuttosto una categoria etica, un criterio di autovalutazione, una modalità di appartenenza sociale.</p>
<p>Non sorprende, quindi, che l’Anoressia nervosa sia oggi diffusa in misura significativa tra le donne dei Paesi occidentali. Secondo gli studi più recenti, infatti, la percentuale di donne affette da Anoressia nervosa varia dallo 0,9% al 4,3%, con punte che arrivano fino al 6,3% tra le giovani adulte, a seconda dei criteri diagnostici adottati (DSM-5) e del contesto analizzato<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>. Tali percentuali, apparentemente contenute dal punto di vista numerico, corrispondono a milioni d’individui; ciò ne fa un problema sociale strutturale.</p>
<p>Il riferimento al pensiero di Michel Foucault permette di comprendere ulteriormente la natura di questi meccanismi. Il potere, difatti, nel biocapitalismo non si esercita più in forma verticale e repressiva, ma si diffonde capillarmente attraverso dispositivi tecnologici, pratiche discorsive e forme di autogestione dell’esistenza. In questa prospettiva, l’Anoressia può essere letta come una forma di assoggettamento volontario: la donna si sottomette alle regole del potere senza coercizione diretta, ma attraverso la progressiva interiorizzazione dei valori imposti dalla società in cui vive.</p>
<p>Il corpo anoressico si presenta, così, come luogo di una soggettivazione alienante. L’ossessione per il controllo, la restrizione calorica, l’esercizio fisico estenuante e la negazione della fame si configurano come modalità disciplinari attraverso cui il soggetto tenta di raggiungere l’ideale normativo della magrezza assoluta e della bellezza femminile promossa dai media. Questo modello, apparentemente individuale, è in realtà il prodotto di una logica collettiva di controllo, che esclude le donne dalla dimensione politica, pubblica e decisionale, per relegarle nella cura del corpo e nella riproduzione dei canoni estetici dominanti. In tal senso, i DCA non possono essere compresi unicamente attraverso categorie psicologiche o sociologiche. Essi chiamano piuttosto in causa una dimensione ontologica e simbolica: il corpo che si affama e si consuma è spesso l’unico linguaggio possibile attraverso cui il soggetto femminile esprime un dolore muto, invisibile, e che chiede riconoscimento. La ferita autoinflitta diventa perciò un atto comunicativo estremo, un tentativo di uscire dall’anonimato imposto da una società che trasforma l’identità in merce e la soggettività in performance.</p>
<p>In questa cornice, la fame torna a occupare un ruolo centrale nelle società opulente. Donne benestanti scelgono – o sono spinte a scegliere – di patire la fame, non per mancanza di risorse, ma per conformarsi a un modello di bellezza che, in realtà, cela una volontà di potere e annientamento dell’individuo. Il controllo del cibo e del corpo diventa pertanto un dispositivo biopolitico di controllo sociale, che impone autodisciplina, rinuncia, docilità e conformismo come criteri di legittimazione esistenziale.</p>
<p>L’Anoressia -alla luce di quanto sostenuto sin qui- non è dunque solo una psicopatologia, ma un <em>sintomo politico</em>: essa manifesta, nel corpo, le contraddizioni di un sistema che produce soggettività obbedienti e corpi plastici, privati di unicità, autonomia di pensiero e progettualità. La logica tanatopolitica del biocapitalismo contemporaneo si altresì rivela nell’economia simbolica della magrezza: un modello in apparenza estetico che, in realtà, produce esclusione, sofferenza e autoannientamento. L’interiorizzazione d’ideali irraggiungibili e il rifiuto del sé corporeo sono infatti effetti diretti di un dispositivo di potere che si legittima tramite la seduzione, non più tramite la coercizione, poiché promette alle donne che, se raggiungeranno il modello promosso dal sistema sociale e mass-mediatico, saranno finalmente riconosciute e realizzate.</p>
<p>Potremmo dunque sostenere che i DCA rappresentano una forma di resistenza rovesciata: nel tentativo estremo di controllo, il soggetto femminile denuncia involontariamente la disfunzionalità del sistema in cui è immerso. Ed è proprio in questo paradosso – tra ribellione e assoggettamento – che si manifesta la natura profondamente politica della sofferenza femminile contemporanea.</p>
<p>L’anoressia nervosa, pertanto, al pari degli altri disturbi del comportamento alimentare, non può più essere interpretata esclusivamente alla luce di fattori clinici o psicologici individuali. Essa rappresenta, piuttosto, la manifestazione estrema di un dispositivo di potere che, agendo nel cuore delle società occidentali tardo-capitaliste, plasma le soggettività femminili attraverso l’illusione dell’autodeterminazione. Tant’è che nel corpo che si assottiglia fino a sparire, s’inscrive la traccia visibile di un consenso costruito, non imposto. Un consenso ottenuto attraverso la seduzione estetica, la normatività dell’immagine, l’autodisciplina elevata a virtù. È qui che il biocapitalismo contemporaneo raggiunge la sua massima efficienza: allorché la vittima si fa carnefice di se stessa, in nome di un ideale che non le appartiene. Pertanto, se la magrezza è oggi il sigillo simbolico dell’accettabilità sociale femminile, l’Anoressia diventa il volto tragico di una cultura che riduce la donna a corpo sessualizzato, il corpo a merce, e la libertà a performance. Denunciare questa dinamica significa non solo restituire dignità alla sofferenza silenziata di milioni di donne, ma anche smascherare il volto più raffinato – e perverso – del potere contemporaneo: quello che si nasconde dietro alle immagini, ai desideri indotti, e alla libertà apparente di <em>scegliere di scomparire</em>.</p>
<p><strong><em>Bibliografia essenziale: </em></strong></p>
<p>Bordo, S., <em>Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body</em><em>, </em>University of California Press, Usa 1997</p>
<p>Orbach, S., <em>Fat is a Feminist Issue</em>, Arrow Books, London 1978</p>
<p>Bartky, S. L., <em>Femininity and Domination: Studies in the Phenomenology of Oppression</em><em>,</em> Routledge, New York 1990</p>
<p>Foucault, M., <em>Surveiller et punir. Naissance de la prison</em>, Gallimard, Paris 1975</p>
<p>Foucault, M., <em>Histoire de la sexualité I: La volonté de savoir</em>, Gallimard, Paris 1976</p>
<p>Agamben, G., <em>Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita</em>, Einaudi, Torino 1995</p>
<p>Baudrillard, J., <em>La société de consommation</em>, Denoël, Paris 1970</p>
<p>Gill, R., <em>Gender and the Media,</em> Cambridge Polity Press, Usa 2007</p>
<p>*</p>
<p>Note</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> I dati riportati sono stati elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità, nello specifico, sempre ricorrendo a tale fonte, si evince che, In Italia, vi è una presenza di Anoressia nervosa femminile pari allo 0,2% e lo 0,8% e di Bulimia pari all’1-5%, in linea con i dati forniti dagli altri paesi. Una ricerca condotta su un campione complessivo di 770 persone di età media di 25 anni, tutte diagnosticate con disordini alimentari e che si sono rivolte alla “Associazione per lo studio e la ricerca sull&#8217;anoressia, la bulimia, i disordini alimentari e l’obesità&#8221; a Roma e Milano, presieduta dalla dottoressa Anna Maria Speranza, ha rilevato una percentuale del 70,3% di Bulimia nervosa, il 23,4% di Anoressia nervosa, il 6.3% di “disturbi alimentari non altrimenti specificati” o di altra condizione, perlopiù corrispondente a obesità. Nel campione analizzato, la data di esordio del disturbo è mediamente tra i 15 e i 18 anni, con due picchi (15 e 18 anni), età che rappresentano due periodi evolutivi significativi, quello della pubertà e quello della cosiddetta autonomia, o passaggio alla fase adulta, che sono stati rilevati anche in molti altri studi sul tema.</p>
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		<title>Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 12:30:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Il progetto irrealistico e catastrofico di Trump è da inquadrare nel declino dell'egemonia statunitense e della fine della tecnocrazia, come via privilegiata al sogno americano. Per una lettura attuale di "Caos e governo del mondo" di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[</em><em>I tempi sono oscuri e spaventosi. Non basta più stare dentro i ruoli assodati e fare bene il proprio lavoro. Ci sono strumenti da condividere e ci sono stili di pensiero e d’azione da salvaguardare. Non sappiamo ancora chi si servirà di cosa. Ma prepariamo il terreno. Ho cominciato la serie con </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/20/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-1/">questo pezzo</a>, pubblicato il giorno dell’investitura di Trump. a. i.]</em></p>
<p>di<b> Andrea Inglese</b></p>
<p><strong> </strong><strong> </strong></p>
<p>Il <strong>Trump</strong> del secondo mandato non è solo il nome del declino palese dell’egemonia statunitense e dell’ordine mondiale a essa connesso, ma ne è probabilmente anche il precipitatore, il fattore accelerante. Questo è almeno il quadro entro cui è leggibile la politica estera dell’attuale presidenza. Io vorrei, però, mettere in relazione questa <strong>gesticolazione imperialista degli Stati Uniti</strong> e una tendenza di fondo che emerge nella sua politica interna, ossia l’attacco nei confronti delle istituzioni scientifiche e del contropotere costituito dai media cosiddetti <em>mainstream</em>. Su tale fronte, di guerra dichiarata nei confronti dei “nemici interni”, l’azione di Trump indica una più generale modalità di governo, che potremmo anche chiamare di “populismo autoritario”, ma che s’iscrive, in sostanza, in una <a href="https://www.newyorker.com/magazine/dispatches/what-does-it-mean-that-donald-trump-is-a-fascist">concezione neofascista</a> dei rapporti tra potere dei governanti e popolazione. Pur emergendo all’interno delle istituzioni di una democrazia liberale, l’autoritarismo populista alla Trump aspira allo smantellamento puro e semplice dei vincoli legali e dei contropoteri effettivi, sociali e culturali, che prevengono e ostacolano un esercizio dittatoriale del potere. (Spiegherò in una glossa, perché non ho nessun imbarazzo a parlare di neofascismo, e a identificarlo come una tendenza manifestamente presente nell’azione di tutta una serie di capi di governo attuali – da Putin, ovviamente, a Netanyahu o Erdogan – che agiscono, “ufficialmente”, all’interno di regimi più o meno democratici.)</p>
<p>Se nel corso del Novecento, le <strong>istituzioni scientifiche</strong> (università, laboratori di ricerca, ecc.) sono state sottoposte a critica sociale, e più in generale a una critica delle loro inevitabili matrici ideologiche, ciò non toglie che la libertà accademica e tutta una serie di procedure, collettivamente discusse, di verifica e di prova, hanno permesso alle varie discipline di evolvere, rettificarsi, e creare anche i propri anticorpi nei confronti dei diversi poteri (economici, politici, religiosi, ecc.) che le possono condizionare. Ma questo è vero anche per il “quarto potere”, quello dell’informazione attraverso<strong> i media di massa (stampa e televisione)</strong>. Nella storia della controcultura statunitense degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio, i mass media sono rappresentati sia come delle macchine condizionanti e di propaganda, sia come degli strumenti di controllo democratico, in grado di denunciare le derive autoritarie sempre in agguato nelle politiche di governo. (Il caso Watergate rivelato dai giornalisti Woodward e Bernstein del quotidiano nazionale “Washington post” portò alle dimissioni di <strong>Richard Nixon</strong> dalla presidenza. L’inchiesta cominciò nel 1972, non impedì la rielezione di Nixon, ma lo scandalo che suscitò costrinse alla fine il presidente a dimettersi nel 1974.) Né la ricerca scientifica, né l’attività giornalistica sono di per sé baluardi della democrazia o pratiche al servizio della popolazione, ma lo possono diventare in seguito al diffondersi di una cultura democratica. E in ogni caso, la loro autonomia è sempre stata, almeno <em>in linea di principio</em>, difesa dalla maggioranza della classe politica affermatasi nel Dopoguerra.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Il </em>New Deal<em> internazionale e l’affermazione dell’egemonia statunitense</em></p>
<p>In un libro da poco uscito (<em>Pensare dopo Gaza</em>, Timeo, 2025) e di cui Nazione Indiana ha pubblicato un estratto, <strong>Franco Berardi “Bifo”</strong> scrive: “Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà”. Possiamo essere del tutto d’accordo che il massacro da parte israeliana della popolazione di Gaza e il progetto di pulizia etnica che lo accompagna costituiscano il fallimento completo del progetto dei paesi occidentali e degli Stati Uniti, in particolare, di farsi garanti, politicamente, economicamente, militarmente di un “universalismo della democrazia”, ossia di un diritto internazionale basato su principi democratici. È importante, però, al seguito di una tale affermazione, ricordare due cose: “l’universalismo della democrazia” s’impone in realtà a partire da una provincia specifica del mondo (gli Stati Uniti) e in un periodo storico preciso (dopo il 1945). In altri termini, con l’affermarsi a livello mondiale dell’egemonia statunitense su quella britannica, vi è anche un modello di “democrazia” (la democrazia cosiddetta liberale) interna agli Stati e nelle relazioni “interstatali” (basate sui principi del diritto internazionale) che si diffonde dal centro alla periferia, dal Nord al Sud del mondo. Che ci piaccia o no, questa forma di “democrazia” è storicamente legata alle vicissitudini dell’egemonia degli Stati Uniti, e non è un caso che, proprio questo paese, oggi la ritenga “sacrificabile”, dal momento che la sua supremazia mondiale è messa in discussione, almeno sul piano economico, sociale e culturale.</p>
<p>Mi riferisco qui al lavoro che <strong>Giovanni Arrighi</strong> e altri studiosi del capitalismo hanno realizzato intorno alla nozione di “economia-mondo” e alla sua evoluzione storica in relazione alla teoria dei cicli egemonici. Per quel che m’interessa qui mettere in luce è sufficiente rinviare a un libro che è stato recentemente ripubblicato: <em>Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari</em>, a firma di <strong>Arrighi e Beverly J. Silver</strong>. Nel 2024, Mimesis ha reso disponibile l’edizione italiana di questo lavoro apparso per la prima volta negli Stai Uniti nel 1999. Non ho intenzione di addentrarmi né nell’armamentario teorico-metodologico di Giovanni Arrighi né nella presentazione generale del libro appena citato. È sufficiente ricordare che, in controtendenza rispetto a quanto decantavano gli analisti di geopolitica in quella fine secolo (le Torri gemelle svettavano ancora solidamente nel cuore di Manhattan), i due autori annunciano i rischi di caos sistemico che sono inerenti alla perdita di egemonia delle superpotenza statunitense, nel momento stesso in cui essa sembra trionfare su qualsiasi altra nazione e modello politico-economico del pianeta.</p>
<p>La perdita di egemonia ovviamente non significa un indebolimento immediato della supremazia <em>militare </em>degli Stati Uniti. Per <strong>Gramsci</strong>, l’egemonia è quel sovrappiù di potere che un gruppo sociale dominante può accaparrarsi, quando convince che il perseguimento dei propri interessi favorisce anche gli interessi dei gruppi subordinati. Quando questa credenza viene meno nei gruppi subordinati, si ha un “dominio senza egemonia”. Il gruppo dominante s’impone sul resto della società in virtù esclusivamente della sua forza. Nel contesto dell’economia-mondo e della leadership internazionale, l’applicazione di tale teoria permette di descrivere come uno Stato riesca a persuadere gli altri non solo della sua maggiore forza (economica, militare), ma anche dei vantaggi “universali” che una sua leadership garantirebbe. Così Arrighi e Silver: “il termine ‘leadership’ è usato per descrivere il fatto che uno stato dominante guidi il <em>sistema</em> in una direzione voluta, e che sia opinione comune che facendo ciò persegua un interesse generale”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti soppiantano l’Europa e in particolare il Regno Unito nella “guida” del mondo, non lo fanno vendendo il semplice “sogno americano”, come pacchetto puramente inconsistente di illusioni. Se il sogno è stato venduto per almeno mezzo secolo, ciò vuol dire che esso riposava su qualche elemento concreto. Il sogno, in effetti, è accompagnato da alcune importanti <em>istruzioni per l’uso</em>, istruzioni che gli stessi Stati Uniti applicano in casa loro e s’impegnano ad applicare nei paesi che accolgono quel medesimo sogno. “L’esatta natura della riforma globale sostenuta dagli Stati Uniti fu molto influenzata dall’esperienza del New Deal. Il cuore della ‘filosofia’ del New Deal ‘stava nel fatto che solo un governo forte, benigno e tecnico poteva assicurare al popolo ordine, sicurezza e giustizia’ (Schurmann 1980, p. 56)’”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>Potremmo notare, rispetto alla citazione di Franz Schurmann, che il governo Trump 2 si presenta come debole (alcuni suoi decreti sono immediatamente ostacolati dalla giustizia a e dalla stessa amministrazione americana), malevolo (colpisce esplicitamente alcuni gruppi sociali che fanno parte della popolazione) e incompetente (l’équipe di governo ha già suscitato scandalo per attitudini dilettantesche e persino rischiose sul piano della sicurezza nazionale). Ma questo rovesciamento di attitudine è altrettanto palese sul piano della politica estera: minacce di estensioni territoriali, indebolimento o tradimento delle alleanze storiche, rappresaglie commerciali per trionfare nella partita della competizione mondiale. La classe politica che si è schierata con Trump ha preso atto che non solo il “New Deal” non è più realizzabile né a livello nazionale né a livello globale (la competizione sui mercati mondiali non lo permette, a fronte, per altro, di nuovi sfidanti), ma anche la riserva di “credibilità” in una guida statunitense del mondo considerata come “vantaggiosa” per altri Stati (del Nord o del Sud) si è del tutto consumata. Il sogno americano, una volta che le istruzioni per l’uso si sono rivelate inservibili o anacronistiche, appare come una pura illusione, un’insopportabile impostura. Se questa è la situazione del paese, allora i trumpiani si dicono che il governo dentro e fuori casa si farà con la pura forza: la minaccia poliziesca o quella militare.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Meno scienza e giornalismo, più Intelligenza Artificiale e piattaforme</em></p>
<p>Il secolo americano si aprì sullo sfacelo che il fascismo e la guerra mondiale avevano prodotto sia sulla borghesia capitalistica sia sulla popolazione dei lavoratori. A ciò si aggiungevano le tensioni non certo sopite che la rivoluzione comunista continuava a produrre nel mondo attraverso la sua portavoce principale, ossia l’Unione Sovietica. È solo in virtù di tale sfacelo, che le classi capitalistiche riconobbero l’utilità di tutta una serie di istituzioni scientifiche e giuridiche. Queste ultime potevano agire come elementi “risolutori”, sia sul piano delle politiche tra Stati (evitando nuove guerre mondiali) sia su quello delle politiche tra classi (evitando nuove rivoluzioni). Così Arrighi e Silver:</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’esperienza del New Deal non insegnò ai politici statunitensi soltanto l’importanza di un governo interventista; suggerì anche quale tipo di istituzioni governative fosse più adatto a disinnescare questioni sociali e politiche esplosive. La soluzione istituzionale preferita dal New Deal interno fu l’agenzia regolatrice “neutrale”, che reinterpreta i conflitti sociali e politici come problemi tecnici di efficienza e produttività. A livello globale, analogamente, gli Stati Uniti sostennero la proliferazione di organizzazioni regolatrici internazionali “neutrali” finalizzate ad affrontare una pletora di problemi sociali e politici potenzialmente esplosivi.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p>Siamo alle origini, quindi, di quella che si chiama <strong><em>tecnocrazia</em></strong>, e che all’inizio del XXI secolo è diventata l’alternativa “di sinistra” all’autoritarismo populista, pronto scivolare verso il neofascismo. Fin dall’inizio – Arrighi e Silver lo ricordano – la “sinistra istituzionale”, ossia quella “responsabile” e non rivoluzionaria, è associata al nuovo patto tra capitale e lavoro istituito dal New Deal. E ancora oggi è la sinistra, negli Stati Uniti e in Europa, a difendere quel modello di sviluppo e di rapporti tra governo della società e saperi scientifici. Il problema, però, risiedeva (e risiede) a monte del sogno americano, e stava nella sua fisionomia specifica, non tanto e non solo nelle sue “istruzioni per l’uso”. Il New Deal e la tecnocrazia potevano funzionare fintantoché si applicavano alla classe operaia bianca e maschile del Nord del mondo e alle eventuali élites del Sud del mondo. La fine dell’egemonia era già inscritta nel tipo di progetto egemonico che gli Stati Uniti avevano avviato nel Dopoguerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbandonando la promessa egemonica dell’universalizzazione del sogno americano, l’élite statunitense dominante non ha fatto che ammettere che la promessa era ingannevole. Come dice [<strong>Immanuel</strong>] <strong>Wallerstein</strong>, il capitalismo mondiale, così come è attualmente organizzato, non può soddisfare simultaneamente ‘le richieste combinate del terzo mondo (relativamente poco a persona, ma per molte persone) e della classe lavoratrice occidentale (relativamente poche persone, ma molto a persona)’.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p>
<p>A rafforzare la constatazione di Wallerstein, si è aggiunta la<strong> crisi climatica</strong>, nel momento in cui le istituzioni scientifiche sono finalmente uscite dalla condizione di pura neutralità, per reclamare delle azioni da parte della comunità internazionale. In altri termini, non soltanto il sogno americano è irrealizzabile a fronte delle diseguaglianze economiche e sociali che separano i paesi del Nord da quelli del Sud del mondo (e la considerazione del lavoro maschile rispetto a quello femminile), ma esso non è comunque ecologicamente (o <em>climaticamente</em>) sostenibile. Il vicolo cieco è doppio. E questa consapevolezza la dobbiamo alla <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, dove gli scienziati di più di cinquanta nazioni si sono trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dall’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Da allora sappiamo che il sogno americano di un “consumo mondiale di massa” è impossibile, senza condurre a catastrofi che potrebbero avere una portata molto superiore a quelle della Seconda Guerra Mondiale. Ma sappiamo anche che la lotta per preservare il consumo di massa nei soli paesi del Nord del mondo, non si limiterà a perpetrare le disuguaglianze attuali, ma le aggraverà di molto. In un tale contesto, è chiaro che il <strong>negazionismo</strong> e lo <strong>scetticismo climatico </strong>sono una componente ideologica fondamentale del “dominio senza egemonia” dell’era Trump 2.</p>
<p>Il modello “tecnocratico”, ossia l’idea che la scienza potesse svilupparsi in modo autonomo e interagire con le decisioni politiche dei governanti, è oggi abbandonato, perché venendo meno “il sogno” universalista, vengono meno anche “le istruzioni per l’uso” (lo sviluppo dei saperi per risolvere conflitti e problemi). D’un tratto, gli stessi scienziati statunitensi realizzano che il loro modello di scienza è frutto di <em>specifiche </em>circostanze storiche e ideologiche. Il 31 marzo, 1900 scienziati hanno firmato un appello pubblico (<a href="https://docs.google.com/document/d/13gmMJOMsoNKC4U-A8rhJrzu_xhgS51PEfNMPG9Q_cmE/edit?tab=t.0">Public Statement on Supporting Science for the Benefit of All Citizens &#8211; Documenti Google</a>), volto a denunciare lo smantellamento delle istituzioni scientifiche volute dalla nuova presidenza. Scrivono:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per oltre 80 anni, saggi investimenti da parte del governo degli Stati Uniti hanno costruito l&#8217;impresa di ricerca della nazione, rendendola invidiabile nel mondo intero. Sorprendentemente, l&#8217;amministrazione Trump sta destabilizzando questa impresa, tagliando i fondi per la ricerca, licenziando migliaia di scienziati, eliminando l&#8217;accesso pubblico ai dati scientifici e facendo pressione sui ricercatori affinché modifichino o abbandonino il loro lavoro per motivi ideologici.</p>
<p>Non è un caso, che gli scienziati oggi parlino di una continuità progettuale durata 80 anni, ossia risalente a quel New Deal avviato nel Dopoguerra. I licenziamenti massici di funzionari e ricercatori (siamo nell’ordine delle migliaia), assieme ai tagli sui finanziamenti delle università e delle agenzia statali, produrranno conseguenze gravi e difficilmente calcolabili, e non solo per gli Stati Uniti. Una delle agenzie più colpite è la NOAA, l’Amministrazione nazionale per l&#8217;oceano e l&#8217;atmosfera, che svolge compiti di sorveglianza climatica. La radicalità di Trump non ha precedenti. Fino a oggi, i conservatori guardavano con grande sospetto l’universo delle scienze sociali, accusato di rinunciare alla neutralità scientifica per ideali dubbi e perniciosi come l’uguaglianza sociale, la parità tra i sessi, l’interesse per le minoranze, ecc. E l’offensiva di Trump si è subito diretta contro questo settore della ricerca, attraverso la messa all’indice di circa 700 parole chiave, che sarebbero la spia dell’ideologia “woke” soggiacente ai programmi di studio. Ma nelle parole incluse nella lista oltre ad esserci “diversità”, “genere”, “trauma”, “donna”, &#8220;segregazione”, troviamo anche “cambiamento climatico”, “biais [nel senso di distorsione] implicito”, “energia pulita”, ecc. Le conseguenze riguardano anche programmi legati all’epidemiologia o al controllo delle specie invasive nell’ambiente. Per il presidente e i suoi seguaci <em>tutta la scienza</em>, sia quella sull’uomo sia quella sulla “natura”, va subordinata alle esigenze della sua politica estrattiva (“drill, baby, drill”). D’altra parte, egli ha già ripetuto più volte che il riscaldamento climatico è un’invenzione cinese, per rallentare nei paesi occidentali la crescita economica.</p>
<p><strong>Bruno Latour</strong>, in un libro del 2017, aveva già individuato la concezione di fondo del gruppo sociale che si riconosce in Trump. In <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique </em>(Dove atterrare? Come orientarsi in politica), uscito per La Découverte, scriveva:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per la prima volta, un movimento di grande ampiezza non pretende più di affrontare seriamente le realtà geopolitiche, ma si situa esplicitamente al di fuori di tutti i vincoli, letteralmente <em>offshore </em>– come i paradisi fiscali. Ciò che conta prima di tutto, è di non dover condividere con gli altri un mondo, che sappiamo non sarà mai più comune.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>Il <strong>neofascismo</strong> ha quindi ha che fare con due movimenti congiunti: la <em>secessione dei ricchi</em>, che pretendono di godersi il “fiore” del pianeta e delle risorse in esso custodite, e la <em>negazione delle prove di realtà</em>, che potrebbero mostrare come non soltanto questo progetto è iniquo socialmente, ma anche catastrofico sul piano ambientale. Si potrebbe pensare che un tale progetto sia <em>alla lunga</em> condannato, perché – salvo mettere Marte a disposizione – i ricchi di domani si troveranno seduti su un ramo ampiamente segato. In realtà, il progetto è fin dall’inizio <em>irrealistico</em>: una società, anche molto meno complessa della nostra, non può durare 30 giorni senza precipitare nel caos, se una eterogenea popolazione sociale fatta di giovani e meno giovani, donne e uomini, lavoratori qualificati e non qualificati, autoctoni e immigrati, miliardari e poveracci, non la manda avanti e la mantiene in piedi giornalmente, con lavoro remunerato (poco o tanto) e attività non remunerata. La secessione dei ricchi può funzionare <em>realisticamente</em> solo se riesce a reintrodurre un regime schiavistico non metaforico, secondo il vecchio stile coloniale. Ma ottanta anni di democrazia, seppure limitata, hanno diseducato gli spiriti, per cui non ci sono più gli schiavi di una volta: ci sono riottosi immigrati illegali, che alla fine è più semplice deportare che controllare. Le donne sono certo un altro grossissimo problema: nel corso soprattutto della seconda metà del Novecento, le quote di forza-lavoro femminile sono aumentate dappertutto, dal momento che il capitale andava in cerca di manodopera a basso costo. E questo fenomeno si è accompagnato con quello increscioso del femminismo. Insomma, è chiaro che la secessione dei ricchi rischia di essere un progetto chimerico. Nonostante tutti gli sforzi per realizzare delle perfette <em>gated community,</em> c’è sempre un povero che rientra dalla finestra, perché c’è da pulire il cesso, tagliare l’erba, aggiustare le telecamere di sorveglianza.</p>
<p>Bisogna inserire ora una terza componente per illustrare appieno il sogno neofascista che anima Trump e i suoi sostenitori: <strong>l’intelligenza artificiale</strong>. I soldi che Trump sottrae alla scienza, sospetta di fornire prove di realtà, li dirige, attraverso investimenti privati, nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale (il piano “Stargate” prevede l’investimento di 500 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni per realizzare le infrastrutture che supporteranno i progressi nel campo dell’IA). E ha ben ragione: se si hanno piani irrealistici e catastrofici come la secessione dei ricchi, attraverso il consumo “per pochi” dell’intero pianeta, meglio dotarsi di schiavi “affidabili”. E su questo punto, almeno, Trump conserva un’innegabile lucidità: nonostante tutti siano intenti a elucubrare sul giorno in cui lo scenario <em>Matrix </em>si realizzerà, il presidente conosce uno per uno gli imprenditori che tengono la macchina dalla parte del manico (OpenI, Oracle, Microsoft, ecc.). L’IA, almeno per ora, ha dei padroni certi e precisi. E un giorno robottini docili potranno pulire i cessi, tagliare il prato e aggiustare le telecamere di sorveglianza, senza che mano di povero, di lavoratore o lavoratrice non qualificata, intervenga. L’obiettivo ultimo dell’intelligenza artificiale generale forse non è un super Einstein, che mi aiuti a investire in modo più fruttuoso qualche milione di euro nel mercato azionario mondiale o un super oncologo che mi liberi genialmente da un tumore maligno, ma una super Esmeralda che gestisca con efficacia assoluta tutti i miei bisogni e capricci domestici, quelli sessuali inclusi <em>ça va sans dire</em>.</p>
<p>Disorganizzata la scienza, rimane da screditare il <strong>contropotere giornalistico</strong> dei media mainstream, che negli Stati Uniti, ricordiamolo, sono molto meno docili, prudenti e filogovernativi di molta stampa e TV europea. Anche su questo terreno Trump ha degli alleati “oggettivi”: le <strong>piattaforme</strong> e i <strong>social network</strong> che hanno aperto la strada a nuove forme di propaganda. Queste si basano su di un presupposto tipicamente populista: se i media di massa nascondono a volte delle cose, se mentono su alcune questioni (e non c’è dubbio, che sia così), allora i media di massa mentono sempre, nascondono tutto. La verità va cercata altrove, presso coloro che hanno il coraggio di gridarla e che ne sono i testimoni diretti. Qualsiasi sentore di mediazione, di articolazione discorsiva, di cautela, di pretesa neutralità e di messa a distanza del proprio oggetto d’interesse, viene percepito come la spia di una verità “debole”, poco affidabile. Più, invece, i propositi sono difesi violentemente, più sono autentici. Più l’opinione personale si esprime libera dal regime complesso della prova e dell’indagine, più essa è vicina al cuore pulsante della verità. In questo nuovo scenario, che vede prevalere l’intensità della comunicazione sull’ampiezza dell’informazione, l’estrema destra trionfa, favorita dagli algoritmi, dalla mancanza di moderazione, dall’uso spregiudicato dell’intelligenza artificiale. È la stessa <strong>Media Matters for America </strong>a confermarlo, una ONG statunitense fondata nel 2004. Uno <a href="https://www.mediamatters.org/google/right-dominates-online-media-ecosystem-seeping-sports-comedy-and-other-supposedly">studio recente</a> ha sottolineato che alla propaganda più faziosa e apertamente politica, l’estrema destra ne affianca una più subdola, portata avanti da personalità che realizzano video, podcasts, trasmissioni di vario tipo in rete non apertamente politiche, ma sportive e d’intrattenimento. Esistono anche quelle orientate a sinistra, ma l’estrema destra vince in modo evidente la battaglia delle cifre. Essa raggiunge un numero molto maggiore di followers.</p>
<p>In questi giorni, esimi economisti si sforzano di trovare o meno una coerenza nello scontro tra Trump e il resto del mondo sui dazi doganali. Quanto alla battaglia contro la ricerca scientifica e il giornalismo, essa presenta una rara coerenza. In ogni caso, nell’era (molto traballante) del “dominio senza egemonia” la tecnocrazia e la fabbricazione del consenso sono lussi che l’impero in declino non si può più permettere. <strong>La scommessa è la secessione dei ricchi verso un pianeta solo per loro</strong>. Ma perché il piano abbia successo, bisognerebbe che i poveri si limitassero, come fanno in parte ora, a sbranarsi fra di loro o a restare a casa impauriti di perdere quel poco di terreno che si sentono ancora sotto i piedi. Non è detto, però, che questo continui ad accadere. Non è detto che i movimenti sociali di contestazione, come hanno già fatto nel corso del Novecento, non siano in grado di guastare il delirio dei nuovi fascisti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, <em>Caos e governo del mondo</em>, introduzione al testo di S. Mezzadra, nota al testo di A. Arrighi, Mimesis, 2024 (1999), p. 57.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Idem, p. 263.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Idem, p. 266.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Idem, p. 278.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Bruno Latour, <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique</em>, La Découverte, 2017, p. 51.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Glossa sul “neofascismo”</strong></p>
<p>Molti si lamentano dell’affievolirsi, nella cultura italiana, dello spirito antifascista che è inscritto nella nostra costituzione e che dovrebbe aver orientato il progetto di società, in Italia, nel Dopoguerra. Altri, in seguito a questa constatazione, hanno concluso che l’antifascismo è sorpassato, è una postura nostalgica o anacronistica. In principio è bene essere antifascisti, ma i problemi attuali poco c’entrano con il passato storico, con le vicende del Ventennio fascista. Quindi richiamarsi a quel fascismo, oggi, non ha vero impatto, né mobilita delle forze vive. È una strana concezione dell’antifascismo, in quanto lo vede in un’ottica fondamentalmente <em>retrospettiva</em>. Io non comprendo perché l’antifascismo inscritto nella nostra Costituzione democratica dovrebbe avere senso solo nei riguardi di una minaccia fascista che prendesse le stesse forme del fascismo italiano del Ventennio. Ho avuto una discussione proprio qui, su NI, con <strong>Giorgio Mascitelli</strong> intorno a questo punto. E continuo a sostenere che l’antifascismo dev’essere retrospettivo (lavoro di memoria sulla nostra storia nazionale) e <em>prospettivo</em>, ossia capace di guardare alle forme di regime antidemocratico, che possono emergere all’interno delle nostre democrazie incompiute e limitate, ma comunque <em>democrazie</em>. (Non affronto qui il discorso del rapporto tra oligarchia e democrazia. Alcune cose fondamentali sono state dette in proposito da <strong>Jacques Rancière</strong> in un libro del 2005, intitolato <em>La haine de la démocratie</em> (La Fabrique). Le oligarchie del Nord del mondo devono fare costantemente i conti con <strong>un progetto democratico</strong>, che s’incarna in una cultura diffusa e in una serie di lotte sociali che a quella cultura fanno riferimento e che, nello stesso tempo, ridefiniscono continuamente.)</p>
<p>Tornando a Trump: una spia della tendenza neofascista è quella di trasformare chi contesta la sua politica e la sua visione ideologica, in <strong>nemici dello Stato e della Nazione,</strong> nemici quindi non riconosciuti né come avversari politici né come soggetti sociali legittimi con cui giungere a qualche forma di compromesso. Il nemico è una semplice minaccia da neutralizzare in tutti i modi che la gestione del potere governativo e il monopolio della violenza rendono possibili. I limiti di questa gestione e di questo monopolio non dipendono più, in questo scenario, dalle istituzioni o dalle leggi, ma dalla semplice volontà del capo e dei suoi accoliti.</p>
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		<title>Quando sento parlare i personaggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 06:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<strong>Cristina Vezzaro</strong> intervista <strong>Antje Rávik Strubel</strong>  <br /> Lavoro molto con il suono della lingua. Solo quando sento parlare i personaggi inizio a capire chi sono e come sono. Anche la donna blu e lo stile dei passaggi in cui compare sono nati da un dialogo interiore.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cristina Vezzaro</strong> intervista<strong> Antje Rávik Strubel</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106987" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-212x300.jpeg" alt="" width="300" height="424" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-212x300.jpeg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-724x1024.jpeg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-768x1086.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-150x212.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-300x424.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-696x984.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-297x420.jpeg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300.jpeg 905w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />CV Antje Rávik Strubel, lo scorso anno è uscito in Italia per Voland il tuo </em>Donna blu<em>, vincitore nel 2021 del Deutscher Buchpreis, che ho avuto il piacere di tradurre. La protagonista del romanzo, però, non è la donna blu del titolo. Vuoi raccontarci di lei e di questa scelta?</em></p>
<p>ARV La mia protagonista è Adina, una giovane donna che parte per il mondo in cerca della paura (il riferimento è alla fiaba dei fratelli Grimm, <em>ndr</em>). E il mondo non si mostra esattamente dal proprio lato migliore. Per fortuna c’è però la donna blu, che impersona la bellezza, la speranza. È una figura nostalgica, ed è stata fondamentale per riuscire a scrivere il romanzo.</p>
<p><em>CV Dalle letture che ne sono state date sono emersi soprattutto il tema del </em>me-too<em>, la violenza “sessualizzata”, come la definisci tu, nei confronti delle donne; e la necessità di rilettura dei rapporti Est-Ovest (e del superamento di un’Europa a due velocità) attraverso la ricostruzione di una memoria che integri i crimini dello stalinismo contro l’umanità. Sono entrambi temi politici di grande attualità, ma non sono gli unici del romanzo.</em></p>
<p>ARV No, ci sono anche l’amore, la fiducia e l’interrogativo più antico del mondo: chi sono? E come sono diventata ciò che sono? Il romanzo affronta molti aspetti che prima o poi attraversano le nostre vite. Nella storia d’amore tra Adina e Leonides troviamo poi due personaggi che rappresentano l’Europa odierna. Leonides viene dall’Estonia. Adina dalla Repubblica Ceca. Dopo un’odissea, Adina atterra a Helsinki, dove i due si conoscono. Ho intuito piuttosto in fretta che sarebbe diventato un romanzo sull’Europa. O per essere più precisi: un romanzo che si sarebbe interrogato sul rapporto tra l’Europa dell’Est e l’Europa dell’Ovest. L’ho scritto prima della terribile guerra d’aggressione contro l’Ucraina, quando nessuno in Occidente si occupava più di tanto dei piccoli stati dell’Europa orientale o dei Paesi baltici né del delirio di grandezza di Putin. Lo squilibrio tra Est e Ovest invece a me è sempre interessato, perché io stessa vengo dall’Est. Sono cresciuta nella Repubblica democratica tedesca. Da bambina andavo spesso in quella che allora era la Cecoslovacchia, e questo mi unisce alla mia protagonista.</p>
<p><em>CV Sebbene tu abbia scritto questo romanzo nel corso di otto anni fino alla pubblicazione nel 2021, i temi trattati non potrebbero essere di attualità maggiore. Anche in Italia i femminicidi si susseguono. La violenza contro le donne sembra non conoscere epoche né confini.</em></p>
<p>ARV La violenza contro le donne non ha razza, non ha classe, non ha nazionalità né religione. Però ha un genere. Più o meno in questi termini l’ha definita Rebecca Solnit. Prendiamo un aspetto di cui mi sono occupata durante la scrittura: il mito della donna che mente. Uno degli ostacoli principali per arrivare alla condanna degli autori dei reati è dato dal fatto che alle donne non si crede. Fondamentalmente vengono accusate di mentire. È un elemento che è emerso in modo netto man mano che facevo le ricerche per il romanzo. Storicamente il potere, e con esso il potere di parola, è sempre stato maschile. Le donne non erano considerate alla pari degli uomini, così sono state condannate alla vita privata, al silenzio, non hanno avuto accesso alla vita pubblica, alle professioni, alla cultura. Per cui questo mito della donna che mente è secolare: chi non può parlare o esprimersi in pubblico è ritenuto inattendibile non appena prova a farlo. Sono modelli che tutt’oggi caratterizzano la nostra mentalità e anche la legislazione, modelli difficili da scardinare.</p>
<p><em>CV Storia e letteratura sembrano offrire chiavi di lettura più visionarie della realtà rispetto ai giornali stessi. Hai sempre intravisto nella scrittura questa possibilità?</em></p>
<p>ARV La letteratura offre la possibilità della lentezza. E quindi dell’approfondimento. Quando scrivo, è raro che mi occupi di attualità. Mi interessano piuttosto i grandi temi che riguardano l’umanità nel suo complesso. Come ad esempio quello dei confini che ci poniamo, che consideriamo invalicabili. Fino a 16 anni ho avuto davanti ai miei occhi un confine molto concreto: il Muro. Da lì nasce il mio interesse per il superamento dei confini. Nei miei primi romanzi seguo le tracce di due sistemi un tempo divisi da un confine: la Germania Est e la Germania Ovest. Poi hanno iniziato a interessarmi i confini invisibili. Perché, ad esempio, riusciamo a pensare solo in termini di due generi opposti. Perché determinati tipi di amore sono oggetto di tabù. A interessarmi poi sono anche i confini linguistici, ovvero l’arricchimento reciproco tra le lingue una volta superati gli ostacoli. Anche per questo ho iniziato a tradurre. Lucia Berlin. Virginia Woolf. Non da ultimo credo nell’idea piuttosto antiquata che i libri possano cambiare in meglio il mondo. Solo che i libri sono come sommergibili. Non sempre il loro effetto si fa vedere subito. Ci vuole tempo.</p>
<p><em>CV La tua posizione di scrittrice impegnata è ormai nota: che si parli di femminismo, di situazione nella ex Germania Est in vista delle prossime elezioni politiche o di violenza contro le donne, la tua opinione di intellettuale è richiesta. Come vivi il tuo ruolo di scrittrice impegnata a livello sociale e politico? Ti sembra particolarmente di rilievo considerata la situazione attuale?</em></p>
<p>ARV Dubito che io, in quanto scrittrice, abbia di meglio o di più da dire rispetto ad altri sulla pace nel mondo. Sono però felice che non esista più la figura dell’intellettuale <em>Übervater</em>, un’autorità maschile indiscussa che prende posizione su tutto e tutti, e che si possano invece sentire molte voci diverse. Una certa notorietà offre certo l’occasione – oltre che, mi pare, anche l’obbligo – di esprimere in pubblico il proprio parere. Personalmente intervengo solo se mi sembra di poter dare un contributo concreto. Come all’inizio della guerra d’aggressione della Russia, quando la Germania e l’Italia tardavano ad approvare le sanzioni: in quel momento ho scritto una lettera aperta a Olaf Scholz (uscita sulla FAZ, <em>ndr</em>). Dovevo sfogare il mio malumore, anche perché durante gli otto anni di stesura del romanzo mi era diventato chiaro il monito dei Paesi baltici, perfettamente consapevoli di come Putin stesse riaccendendo il culto di Stalin e pianificando una guerra contro l’Europa.</p>
<p><em>CV Ai tuoi lettori regali in questo libro un’esperienza di lettura “diversa”: al livello di consapevolezza politica e sociale si intreccia una trama che a sua volta si intreccia con la figura della donna blu, che dà il titolo al romanzo. La scelta di non narrare una storia dalla A alla Z offre ai lettori una possibile apertura alla complessità. Cosa ti guida nella scrittura? </em></p>
<p>ARV Mi considero certo un’autrice politica, ma la scrittura è un processo estetico. Ed è vero, i miei romanzi non sono mai narrati in modo lineare, è raro che abbiano un andamento cronologico. Mi ripugna profondamente l’idea di raccontare tutto, di spiegare ai lettori fin nei minimi dettagli cosa devono pensare. È una cosa che mi annoia da morire quando leggo, e quando scrivo voglio innanzitutto divertirmi, altrimenti non potrei occuparmi per anni sempre e solo di un argomento. Nel mio caso bisogna anche saper leggere tra le righe. Lavoro volentieri con gli accenni, le allusioni, motivi che si riprendono, riflessioni sulla narrazione, e mi piacciono anche le contraddizioni, mi piace farmi sorprendere, anche da me stessa. Nei miei romanzi si possono trovare gli influssi più vari, dall’elemento giocoso postmoderno della letteratura americana a quello esistenziale di una Ingeborg Bachmann o di Marlen Haushofer fino allo scetticismo di Joan Didion nei confronti della lingua.</p>
<p><em>CV I piani della realtà, della narrazione e della metanarrazione si intersecano, e ciascuno di loro è caratterizzato da uno stile diverso. Ad accomunarli è però quella “poetica della discrezione” di cui ha parlato la critica tedesca Miryam Schellbach in una delle primissime recensioni uscite in Germania. Come nascono nei tuoi romanzi la voce narrante e le voci dei personaggi? </em></p>
<p>ARV Lavoro molto con il suono della lingua. Solo quando sento parlare i personaggi inizio a capire chi sono e come sono. Anche la donna blu e lo stile dei passaggi in cui compare sono nati da un dialogo interiore. La voce narrante, decisiva in un testo letterario, nasce dall’interazione tra forma e sostanza, un processo che nemmeno a me è del tutto chiaro. È difficile da descrivere. So però di averla trovata quando il ritmo funziona e la voce mi convince.</p>
<p><em>CV Una particolarità di questo romanzo è che spicca in un panorama letterario come quello tedesco, caratterizzato negli ultimi anni dalla tendenza all’auto-fiction e alle letterature della post-migrazione. Qual è la situazione attuale?</em></p>
<p>ARV I testi di auto-fiction vanno per la maggior al momento, ma è una tendenza che non si troverà nei miei libri. Vivo già tutti i giorni con me stessa, perché mai dovrei anche scrivere di me, per quanto in versione romanzata? Mi pare in ogni caso che il ricorso all’Io come voce narrante nella letteratura contemporanea sia piuttosto ingenuo, perché solleva problemi di prospettiva. Continuano a esserci i ben collaudati nonché tradizionali romanzi familiari che abbracciano diverse generazioni. Ed è vero che da qualche tempo c’è più consapevolezza anche rispetto alle tematiche della migrazione e della post-migrazione, spesso mediate a loro volta dal genere del romanzo familiare. Con un leggero ritardo, perfino il <em>nature writing</em> ha conquistato la letteratura tedesca. Una novità è invece data da una consapevolezza queer, femminista, nella letteratura così come nel mondo letterario. Dieci, quindici anni fa, le case editrici, le pagine culturali dei giornali o le istituzioni letterarie erano guidate esclusivamente da uomini, mentre oggi si constata una maggiore diversità nella distribuzione del potere. Nel 2001 sono entrata in un mondo letterario patriarcale ancora fortemente caratterizzato dalla ristrettezza di vedute del dopoguerra della Germania Ovest. Fortunatamente negli ultimi anni la situazione si è vivacizzata. Mi ha fatto piacere, ad esempio, che in Italia e in Spagna <em>Blaue Frau</em> sia stato pubblicato da case editrici fondate da donne (Daniela di Sora, Voland; Silvia Bardélas e Beatriz González, De Conatus, <em>ndr</em>).</p>
<p><em>CV Oltre che in Italia e in Spagna, il libro è uscito in traduzione anche in Finlandia, in Croazia e in Sud America, e uscirà quest’anno anche in Francia. Lo hai presentato in Bolivia, Argentina e in Spagna nell’ambito di diversi festival, oltre che qui in Italia al Salone del Libro e a Festivaletteratura. Dall’incontro con il pubblico ti sei fatta un’idea della lettura che ne viene data nei vari paesi?</em></p>
<p>ARV Mi ha sorpreso constatare come in tutti i paesi ci siano stati spunti di discussione. Perfino in Bolivia. E non solo per la dilagante violenza contro le donne. Anche il tema della società a due velocità, purtroppo, è condivisibile un po’ ovunque. Be’, poi ci sono alcune lettrici che si sono innamorate di Leonides, altre che avrebbero voluto salvare Adina…</p>
<p><em>CV Stai lavorando a un nuovo romanzo?</em></p>
<p>ARV Sto scrivendo un romanzo dai toni più allegri su una giornalista che cade in rovina. È perfetto per un momento come questo, in cui populisti e autocrati assediano i media pubblici per la loro brama egomaniaca di potere. Sarà, in ogni caso, un romanzo più leggero, vivace. Ci voleva, dopo il lavoro difficile, estenuante di <em>Donna blu</em>. Mi succede spesso che dopo un libro voluminoso e complesso abbia bisogno di scrivere un romanzo più frizzante, brioso.</p>
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		<title>&#8220;Non sono una donna, io&#8221;: alle origini del femminismo nero di bell hooks</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2023 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[antirazzismo]]></category>
		<category><![CDATA[bell hooks]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Non sono una donna io]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Ruini </strong> <br /> Invitando a superare quegli steccati gerarchici che hanno a lungo tenuto le donne di colore fuori da organizzazioni femministe rivelatesi razziste e classiste, bell hooks riconosceva la necessità di un profondo lavoro culturale e politico: è solo così che si possono creare le condizioni per una vera sorellanza femminile]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/9791280195371_0_536_0_75.jpeg" alt="" width="374" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/9791280195371_0_536_0_75.jpeg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/9791280195371_0_536_0_75-189x300.jpeg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/9791280195371_0_536_0_75-150x238.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/9791280195371_0_536_0_75-300x476.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/9791280195371_0_536_0_75-265x420.jpeg 265w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">«Per me il femminismo non è semplicemente una lotta per porre fine al potere maschile o un movimento per assicurare che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini; è un impegno a estirpare l’ideologia di dominio che permea la cultura occidentale a vari livelli – sesso, razza, classe, solo per citarne alcuni – e un impegno a riorganizzare la società statunitense in modo che la crescita<br />
della comunità abbia la precedenza sull’imperialismo, sull’espansione economica e sui desideri materiali.»<br />
(bell hooks)</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo i testi pubblicati negli ultimi anni, prosegue la meritoria riproposizione da parte della Tamu edizioni dei lavori della femminista e studiosa afroamericana Gloria Jean Watkins (1952-2021), nota come bell hooks; e come già accaduto con <em>Il femminismo è di tutti </em>e <em>Da che parte stiamo</em>, anche <em>Non sono una donna, io: donne nere e femminismo</em> (<em>Ain&#8217;t I a Woman: Black Women and Feminism</em>) è qui offerto per la prima volta al pubblico italiano (grazie alla traduzione di Federica Fugazzotto). Tuttavia, l’occasione di questa uscita è forse ancora più interessante, trattandosi dell’opera prima di bell hooks, edita negli Stati Uniti nel 1981 (lo stesso anno di un altro importante libro sugli stessi temi come <em>Women, Race and Class </em>dell’attivista di colore Angela Davis).</p>
<p>Dedicato alla madre Rosa Bell Watkins (dal cui nome bell hooks ha tratto la prima parte del suo pseudonimo), <em>Non sono una donna, io</em> affronta di petto una delle questioni centrali del femminismo intersezionale, ovvero il rapporto problematico tra la lotta per la liberazione delle donne nere e il movimento femminista. Quest’ultimo avrebbe infatti colpevolmente del tutto trascurato la situazione di inferiorità sociale delle donne di colore, finendo per perpetuare un’ideologia razzista che assimilava l’esperienza della donna bianca a quella della donna americana <em>tout court</em>, e negando per principio qualunque possibilità di condurre una lotta che intrecciasse la questione razziale e quella sessista. Non ci si potrà stupire, allora, se le donne nere –che pure nel XIX secolo si erano esposte in prima persona contro il sessismo– finirono per allontanarsi dalle organizzazioni femministe.</p>
<p>La ricerca pionieristica di bell hooks nasce quindi dalla necessità di rifondare un femminismo nuovo, capace di riconoscere i vari livelli di oppressione di cui gruppi di donne diverse sono state e sono ancora vittime. Iniziato quando l’autrice era studentessa universitaria, <em>Non sono una donna, io </em>impiega programmaticamente un linguaggio semplice per poter arrivare a tutti, compresi lettori con un basso livello di istruzione: un’impostazione influenzata dalla delusione dell’autrice per gli ambienti accademici, dove i <em>Women’s Studies </em>erano dominati da studiose bianche e incentrati quasi esclusivamente sulla condizione delle donne bianche. Ma bell hooks non si fa scrupoli nemmeno ad evidenziare i limiti delle opere delle più importanti attiviste di colore, come per esempio <em>Black Macho and the Myth of the Superwoman</em> (1979) di Michele Wallace, incapace a suo dire di dimostrare l’impatto che il sessismo ha avuto sulle donne nere.</p>
<p>Animata dal desiderio di uscire dalle aule universitarie e di sedersi nelle cucine delle donne di colore per ascoltare la loro voce, bell hooks si rende conto, ai tempi dei suoi vent’anni, che le donne nere del dopoguerra avevano di fatto rinunciato a valorizzare la loro femminilità, adattandosi al maschilismo della società; in questo modo finivano per negare una parte di loro stesse usando la questione razziale come unico elemento di identificazione. D’altra parte questa loro remissività era raccomandata dagli stessi leader del movimento dei diritti dei neri, dato che Malcolm X, Martin Luther King e tanti altri erano «fermi sostenitori del patriarcato» (p. 152) e non tolleravano le poche donne nere che osavano esporsi pubblicamente a favore dell’emancipazione femminile. La conseguenza fu che le donne nere si trovarono «obbligate a scegliere tra un movimento nero che faceva principalmente gli interessi dei patriarchi neri e un movimento delle donne che faceva principalmente gli interessi di donne bianche razziste.» (p. 29)</p>
<p>Eppure un secolo prima c’erano state numerose attiviste di colore impegnate nella lotta contro il sessismo e a favore dei diritti di tutte le donne. Tra di esse un ruolo di primo piano spetta a Sojourner Truth, che nel 1851, durante un raduno contro la schiavitù, si scoprì il seno domandando più volte al pubblico se per loro non era una vera donna: «Ain’t I a Woman?» (una domanda che bell hooks ha significativamente scelto come titolo del suo libro). Queste donne hanno cercato innanzitutto di ribaltare lo stereotipo secolare, fatto proprio anche da alcuni maschi neri, per cui le donne di colore sarebbero state immorali e dissolute, ovvero il simbolo di una sessualità selvaggia; e si sono impegnate attivamente per far uscire le donne nere da quel recinto di prostituzione e povertà in cui erano spesso confinate. Tuttavia la mancanza di solidarietà da parte delle donne bianche, preoccupate di conservare una superiorità gerarchica nei confronti dei neri (come dimostrò la loro frustrazione quando negli Stati Uniti venne introdotto il diritto di voto per i maschi neri) condusse, nel XX secolo, al progressivo disimpegno delle donne di colore nella lotta femminista.</p>
<p>Uno dei punti fermi dell’argomentazione di bell hooks è che l’atteggiamento delle donne bianche risalirebbe all’epoca della schiavitù degli afroamericani. Infatti di fronte alle molestie sessuali e agli stupri che le schiave dovevano subire da parte dei loro padroni (i quali sommavano al razzismo una feroce misoginia tramandata da secoli di ideologia patriarcale), le donne bianche tendevano ad incolpare non i mariti ma le schiave nere, additate come tentatrici sessuali la cui lussuria avrebbe indotto gli uomini al peccato. E talvolta le mogli stesse degli schiavisti partecipavano in prima persona alla brutalizzazione delle schiave.</p>
<p>L’aggressione sessuale alle donne afroamericane è continuata molto a lungo anche dopo la fine della schiavitù, e senza che ciò attirasse grandi attenzioni (contrariamente a quanto accadeva quando le vittime di stupri erano bianche): la società americana aveva infatti completamente interiorizzato l’immagine –veicolata anche dal cinema e dalla televisione– delle donne di colore come sgualdrine sessualmente sempre disponibili e prive di ogni moralità. E siccome il sessismo razzista della cultura patriarcale bianca era stato assorbito anche dai maschi di colore, accadeva non solo che anche questi ultimi si macchiassero di violenza verso le donne nere ma che tale violenza fosse passivamente accettata nelle comunità di colore. Come sottolinea bell hooks, «questo è solo un altro esempio del modo in cui la pervasiva preoccupazione che le persone nere nutrono nei confronti del razzismo permette loro di ignorare, opportunisticamente, la realtà dell’oppressione sessista.» (p. 115).</p>
<p>Ciò su cui l’autrice insiste a più riprese è insomma come il razzismo e il sessismo siano aspetti costitutivi della società capitalistica americana e come questa (in)cultura dominante abbia finito per contagiare anche gruppi minoritari in lotta per i propri diritti. Ecco allora, per esempio, che la diffidenza dei maschi neri verso le donne di colore che entravano nel mondo del lavoro non era altro che una replica dell’analogo sentimento provato dai maschi bianchi, i quali vedevano nella donna lavoratrice una minaccia alla propria posizione sociale e alla propria virilità. E come si è già detto, a promuovere un tale sguardo erano gli stessi uomini alla guida del movimento per i diritti degli afroamericani: una colpa molto grave agli occhi di bell hooks, dato che questo ha contribuito a spegnere lo spirito di rivalsa di molte donne di colore, spingendole ad abbandonare la prospettiva di una lotta collettiva contro la duplice oppressione, sessista e razzista, di cui erano vittime.</p>
<p>Invitando a superare quegli steccati gerarchici che hanno a lungo tenuto le donne di colore fuori da organizzazioni femministe rivelatesi razziste e classiste, bell hooks riconosceva la necessità di un profondo lavoro culturale e politico: è solo così che si possono creare le condizioni per una vera sorellanza femminile in grado di immaginare una rivoluzione femminista che conduca all’eliminazione –per ogni donna– dell’oppressione sessista. Fino a quando non si ribalterà alle radici lo stesso sogno americano –«un sogno essenzialmente maschile di dominio e successo a scapito degli altri» (p. 178) e che sprona i maschi a credere che l’oppressione delle donne sia un passaggio necessario per la propria affermazione personale– ogni lotta rischierà infatti di rimanere isolata e di riprodurre quelle stesse dinamiche di potere contro cui si batte.</p>
<p>Sono passati quarant’anni da queste riflessioni; e se in Occidente molti passi sono stati fatti verso una maggiore consapevolezza delle discriminazioni razziali e di genere, ciò che continua a succedere nelle nostre società rende la lucidità combattiva della giovane bell hooks ancora più attuale che mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Scrittura e “quote rosa”: una mise en abîme</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/07/01/103813/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jul 2023 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Scala </strong> <br /> Mentre, davanti alla conversazione tra Edoardo Albinati e Francesco Piccolo sul mestiere della scrittura, qualche mente illuminata si domandava “Possibile che non abbiano trovato una donna da inserire nel panel?”, in sala Thierry Salmon, un pubblico costituito esclusivamente da donne assisteva a un dialogo che avrebbe dovuto vertere sul cinema riscritto dalle donne]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-103817 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/quote-rosa_balani_int-nuova.jpg" alt="" width="630" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/quote-rosa_balani_int-nuova.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/quote-rosa_balani_int-nuova-300x95.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/quote-rosa_balani_int-nuova-150x48.jpg 150w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Francesca Scala</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Come da diversi anni ormai, dall’8 all’11 giugno si è tenuta a Bologna la Repubblica delle Idee, il festival di Repubblica che prevede una serie di incontri con nomi più o meno noti del panorama intellettuale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Mentre nella sala Leo de Berardinis dell’Arena del Sole, davanti alla conversazione tra Edoardo Albinati e Francesco Piccolo sul mestiere della scrittura, qualche mente illuminata si domandava “Possibile che non abbiano trovato una donna da inserire nel panel?”, in sala Thierry Salmon, un pubblico costituito esclusivamente da donne assisteva a un dialogo (tra donne sole), che avrebbe dovuto vertere sul cinema riscritto dalle donne.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le intervenute erano, guarda caso, tre sceneggiatrici di non poco peso e di non poca esperienza. Un’esperienza di sceneggiatura di oltre trent’anni nel caso di Francesca Marciano; un’esperienza declinata in ambito letterario e visuale (sia accademico, sia cinematografico) nel caso di Ippolita Di Majo e un’esperienza passata attraverso la recitazione e la sceneggiatura, per arrivare fin quasi alla regia (con molte incursioni, niente affatto sporadiche, nella scrittura letteraria “pura”) nel caso di Francesca D’Aloja.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dunque almeno una donna c’era da inserire in quell’infelice “manel” per trasformarlo in panel. E sarebbe stato interessante sentire che cosa avevano da dire sulla scrittura (e basta) quelle tre professioniste. Purtroppo però qualcuno o qualcosa le aveva relegate nel recinto di una scrittura di donne, che nella percezione comune confina pericolosamente con la scrittura femminile intesa nel senso di “genere rosa”.</p>
<p style="font-weight: 400;">E così, anziché di scrittura o riscrittura cinematografica, le tre ospiti illustri hanno parlato giocoforza di “quote rosa”: quelle quote rosa che, come ha espresso in maniera cristallina Ippolita Di Majo, sono assolutamente necessarie nel cinema per evitare che un sistema, attualmente a prevalenza maschile, si replichi (per natura) tale e quale è. Un giorno, quando le quote rosa avranno assolto al loro compito, quando avranno scalfito lo sbarramento che (non soltanto nel cinema!) garantisce agli uomini le opportunità che da secoli toglie sistematicamente alle donne, quando avranno trasformato (nel cinema e fuori del cinema) il sistema di potere in un sistema misto, ecco, a quel punto, le quote rosa potranno essere abbandonate e il sistema potrà essere lasciato libero di replicarsi in maniera naturale tale e quale è, perché allora sì che sarà un sistema giusto. Ora purtroppo c’è assoluto bisogno di un servizio d’ordine (le quote rosa appunto), un servizio d’ordine capace di “scortare” le donne in quei luoghi dai quali sono state programmaticamente escluse da sempre.</p>
<p style="font-weight: 400;">Inserire anche solo un paio delle tre scrittrici nel manel Albinati-Piccolo non soltanto sarebbe stato corretto (il <em>no women, no panel</em> dell’azienda Rai dovrebbe costituire un fulgido esempio da tenere presente a tutti i livelli: dall’informazione pubblica in giù, fino alle testate giornalistiche, ai festival cittadini di ogni ampiezza e risonanza o ai convegni aziendali). Non soltanto sarebbe stato interessante e istruttivo (un dialogo “promiscuo” è senz’altro più stimolante di un “maschile monologante”, per usare un’espressione di Daniela Brogi). Sarebbe stato anche utile all’instaurazione della parità di genere e ci avrebbe dimostrato che, almeno in ambito culturale alto, delle quote rosa non c’è alcun bisogno perché l’intelligenza ne fa, brillantemente, le veci.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ferma restando infatti la specificità del punto di vista femminile, che discende da ragioni storiche ineludibili, ricomprendere sotto la voce “scrittura” e sotto l’espressione “mestiere della scrittura” esempi di scrittori e scrittrici avebbe avuto la pregevole conseguenza di far passare un messaggio sotteso eppure dirompente: esiste la scrittura, quell’attività creativa cui viene conferito un innegabile valore, ed esistono uomini e donne che la praticano: con stili diversi, certo, ma con uguale dignità artistica.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’unico messaggio che è passato, invece, attraverso questa programmazione ghettizzante è che esistono gli scrittori (il maschile non è casuale e non è inclusivo) e poi esistono una scrittura e una questione femminile. E questo dimostra che, se persino la Repubblica delle idee concepisce idee così preconcette, le quote rosa servono, servono eccome (non soltanto nel cinema). Sono anzi l’unico valido strumento su cui contare per sperare che un giorno il nostro comune sentire possa dirsi libero dai mille cascami di una cultura che è ancora profondamente e radicalmente patriarcale.</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Leggere Inès Cagnati: il margine e l’assenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/05/28/leggere-ines-cagnati-il-margine-e-lassenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2023 05:00:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vera Gheno]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Scala </strong> <br /> Ci è voluto mezzo secolo prima che una scrittrice densa e potente come Inès Cagnati venisse “esportata” fuori da un paese dal quale non sembrerebbe essersi mai sentita davvero accolta e potesse “tornare” nel paese, l’Italia, dal quale i genitori, contadini, erano partiti per emigrare in Francia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em>Francesca Scala racconta il dittico di Inès Cagnati costituito da</em> Génie la matta <em>e </em>Giorno di vacanza<em>; quest&#8217;utimo, appena uscito per Adelphi, è stato tradotto da lei insieme a Lorenza Di Lella</em> [ot].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-103207 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg.jpg" alt="" width="312" height="489" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-268x420.jpg 268w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Francesca Scala</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A distanza di cinquant’anni dalla sua prima uscita in Francia per Denoël e dopo la ripubblicazione fattane da Gallimard prima nel 1980 e, più di recente, nel 2017, <em>Le</em> <em>jour de congé</em> di Inès Cagnati esce ora in Italia per Adelphi con il titolo <em>Giorno di vacanza</em>, nella traduzione di Lorenza Di Lella e mia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci è voluto mezzo secolo prima che una scrittrice densa e potente come Inès Cagnati venisse “esportata” fuori da un paese dal quale non sembrerebbe essersi mai sentita davvero accolta (stando almeno alle interviste rilasciate e ai suoi romanzi) e potesse “tornare” nel paese, l’Italia, dal quale i genitori, contadini, erano partiti per emigrare in Francia.</p>
<p style="font-weight: 400;">La scoperta tardiva di un’autrice pluripremiata oltralpe sin dal suo esordio (nel 1973 riceve il Prix Roger Nimier per questo libro e, nel 1977, il Prix Deux Magots per <em>Génie la folle</em>, pubblicato in Italia l’anno scorso, sempre da Adelphi, con il titolo <em>Génie la matta,</em> nella splendida traduzione di Ena Marchi), non è però prerogativa italiana.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche negli Stati Uniti e in Spagna sono infatti trascorsi decenni prima che venissero pubblicate, a distanza ravvicinata, le due traduzioni del suo primo romanzo: <em>Free day</em> è del 2019 (Ed. NYRB, trad. Liesl Schillinger), <em>El día de asueto</em> del 2021 (Ed. Errata Naturae, trad. Vanesa Garzía Cazorla). E, se a questo punto gli editori stranieri trovano lo spazio per inserire nel loro catalogo una voce così singolare come è quella di Inès Cagnati, difficilmente dipenderà soltanto dall’autorevolezza dell’editore dell’originale, ovvero da una sorta di suo imprimatur. È invece, senz’altro, il segno dei tempi che cambiano, il segno che la compattezza granitica di un canone maschile e autocentrato si sta finalmente sgretolando.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ecco allora che temi come la maternità (nei suoi aspetti meno poetici e meno retorici), la relazione madre-figlia (intesa come tensione e rifiuto continui), i rapporti di potere e di terrore al centro di una famiglia contadina patriarcale del secolo scorso e persino la morte ottengono cittadinanza letteraria internazionale. Ecco che Inès Cagnati può finalmente offrire anche fuori dai confini francesi la sua testimonianza, quella testimonianza con cui voleva “rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria” (come dichiara nell’intervista a firma di Laurence Paton pubblicata in appendice a <em>Génie la matta</em>, nella traduzione di Giorgio Pinotti). Già, perché entrambi i volumi che costituiscono questa sorta di dittico sulla maternità e l’assenza, sebbene siano materiati da un linguaggio che è poetico, riescono a collocarsi sul piano sociale: di economia sociale e di psicologia sociale. La lettura che in genere è stata data di <em>Génie la matta</em> è quella di un romanzo straziante sull’amore assoluto di una bambina, Marie, per sua madre, Génie. Eppure in <em>Génie</em> c’è molto di più. C’è la rappresentazione della violenza subìta da una donna (da chissà quante donne!) da parte di un singolo uomo e della società tutta, che con quell’uomo condivide principi e “cultura”. C’è una figlia bastarda e una madre che non può riuscire ad amarla con trasporto perché al concepimento è stata costretta con la forza. C’è una donna ripudiata dalla famiglia non tanto per aver deciso di dare al mondo il frutto di uno stupro, quanto piuttosto per non aver acconsentito allo stupro normato e reiterato dalle nozze, per aver rifiutato insomma un matrimonio riparatore. C’è la povertà e c’è l’emarginazione a cui Génie è costretta da un intero paese, c’è quell’etichetta di matta che la società le affibbia per garantire a sé stessa una patente di normalità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il tema del margine e della marginalità è centrale anche in <em>Giorno di vacanza</em>, ma è declinato in modo diverso. Stavolta ai margini c’è un’intera famiglia, quella di Galla, che è la protagonista nonché voce narrante. Una famiglia contadina che vive al di là alle paludi, in una terra inospitale di “acque selvagge” dove nessuno osa avventurarsi, tranne “il vecchio spagnolo con la capra”, presenza minacciosa per madri e figlie. Galla poi è doppiamente emarginata: non appartiene più del tutto all’ambiente agricolo dal quale proviene, dal momento che sta frequentando il liceo per costruirsi un avvenire, e d’altro canto è considerata come una specie di aliena da parte di compagne e professori, per la sua estrazione sociale, per la povertà dei suoi vestiti e per una sensibilità e una <em>forma mentis</em> che fanno di lei un’estranea ovunque.</p>
<p style="font-weight: 400;">La stessa lingua scarna ma poetica che lettrici e lettori hanno apprezzato in <em>Génie la matta</em>, quella laconicità lirica fatta di riprese lessicali continue a strutturare il testo, a innervare la narrazione, a darle ritmo e senso erano già presenti in questa prima opera di Inès Cagnati, <em>Le jour de congé</em>, e si ritrovano dunque conservate nella traduzione italiana. È una lingua che umanizza animali, vegetali e cose, una lingua che personifica quanto di più caro al mondo Galla possiede, la sua bicicletta, ovvero lo strumento di indipendenza e accesso all’istruzione, senza il quale lei resterebbe al di qua delle paludi e non potrebbe oltrepassare il confine concreto dei campi, accedendo così a una prospettiva di vita economico-sociale diversa da quella contadina. È una lingua che trasmette una visione del mondo olistica, una lingua che stabilisce legami affettivi tra persone, animali e cose, dando loro ruoli che sono intercambiabili: Daisy, la cagna di Galla, è anche l’emblema della maternità, incarna la madre ideale, è per la protagonista un vero e proprio sostituto materno; il primo lampione della città “sembra più solo degli altri. Non appartiene del tutto né alla città né alla campagna. Ha lo sguardo chino sui passanti, uno sguardo ampio e giallo”. E gli esempi potrebbero continuare. Paradossalmente, questa scrittrice del margine, che dal margine scrive e agli emarginati dà voce (potendo attingere, da un lato, alla sostanza della propria esperienza infantile di femmina all’interno di un <em>milieu</em> contadino di migranti e, dall’altro, alla forma di una lingua letteraria individualmente appresa), rappresenta una realtà nella quale i confini (tra mondo umano, animale, vegetale e inanimato) sono aboliti, in cui la protagonista riesce ad assumere il punto di vista di un grembiule “sgualcito da far pietà” e provare per esso compassione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa scrittrice non parla “conto terzi”, per usare un’efficace espressione di Vera Gheno. Parla invece per avere avuto esperienza diretta di ciò che descrive. A prendere la parola e ad autorappresentarsi, sebbene per il tramite della finzione, è insomma la protagonista effettiva di una vita fatta di miseria. E, per un felice paradosso, dalla sua scomoda posizione al margine di due ambienti che non sembrano avere nulla in comune tra loro, l’ambiente letterario e quello contadino, Inès Cagnati accede a un canone che con la propria presenza contribuisce a modificare, di modo che altre scrittrici possano entrarvi a loro volta e a loro volta modificarlo, rendendolo più accogliente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Volendo aggiungere un ulteriore tassello al confronto fra i due romanzi del dittico, occorre parlare dell’assenza, e della colpa che all’assenza si lega. Mentre Génie era colpevole dal punto di vista sociale, per non aver accettato di cancellare pubblicamente, con il decoro matrimoniale, la violenza privata subìta, la colpa di Galla in <em>Giorno di vacanza</em> è interna invece alla relazione madre-figlia. Ma è comunque in grado di condizionare un’intera esistenza. Se in <em>Génie la matta</em> la tensione che si instaura tra madre e figlia vede una figlia desiderante e una madre sfuggente, in <em>Giorno di vacanza</em> accade esattamente il contrario: qui a sentirsi abbandonata è la madre della protagonista, mentre Galla dal canto suo sente le richieste materne come soffocanti al punto tale da inibire in lei l’amore filiale. Galla non è libera di amare perché non è libera di esistere autonomamente: il suo amore per la madre è compromesso dal senso di colpa generato in lei dal desiderio materno di continuare una vita simbiotica, di mantenere intatto il cordone ombelicale. In <em>Génie</em> l’assenza della madre agli occhi della figlia si materializza, anche simbolicamente, nell’“assenza” della parola “madre” o “mamma”: per tutto il libro Marie parlerà della madre adorata riferendosi a lei con il pronome personale di terza persona singolare femminile, “lei”, senza mai definirla. Le uniche occorrenze del francese <em>mère</em> sono relative agli animali (mucche, conigli, galline, anatre), alla madre di Génie stessa, oppure alla madre di Pierre, il fidanzato di Marie. Con tre sole eccezioni, due delle quali interne alla narrazione: un’occorrenza di <em>maman</em> e una di <em>mère</em> in bocca a Marie, contenute entrambe in una disperata invocazione di aiuto pronunciata al risveglio da certi incubi ricorrenti. E una contenuta invece nel paratesto, ossia nella dedica del libro, che recita: “A Teresina Stelide, mia madre”.</p>
<p style="font-weight: 400;">In <em>Giorno di vacanza</em>, invece, dove la presenza materna è vissuta come ossessiva, il termine “mamma” ricorre 38 volte e “madre” ben 148. Eppure questa “presenza ossessiva” di una madre emotivamente dipendente e colpevolizzante non impedisce a Galla di soffrire per l’assenza di una madre accogliente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per finire, un accenno al titolo italiano che, nel suo carattere antifrastico (la vicenda narrata e in generale l’atmosfera che pervade il romanzo sono molto distanti dal clima di spensieratezza tipico di un giorno di vacanza), compensa in parte la difficoltà di tradurre l’ambivalenza del titolo francese. Se infatti è vero che <em>jour de congé</em> ha il significato di “giorno libero” (nel nostro caso specifico “dagli impegni scolastici”, con quel <em>congé</em> che ha il medesimo valore in italiano della parola “congedo” all’interno di espressioni come “congedo parentale” o “congedo militare”), è vero altresì che il termine <em>congé</em>, proprio come l’italiano “congedo”, vuol dire anche “commiato”. Un’ipotesi di resa avrebbe potuto essere <em>L’assenza</em>, buona sia per il significato primario, prettamente scolastico, sia per il significato secondario e profondo, che è contiguo all’idea di “addio”. Ma di libri con quel titolo ce n’era già un buon numero. Forse anche per questo la scelta della casa editrice è ricaduta su “giorno di vacanza”, le cui suggestioni ottimistiche verranno smentite subito e che allude comunque, seppur velatamente, a una mancanza, dato che si ricollega dal punto di vista etimologico a <em>vacuus</em>, “vuoto”.</p>
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		<title>Il mondo salvato dalle ragazzine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/11/23/il-mondo-salvato-dalle-ragazzine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 23:31:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Noi che viviamo in regimi di tipo democratico (parlamento, pluralismo politico, libere elezioni), non sempre abbiamo chiaro quale sia lo "spirito" della democrazia. A volte pensiamo addirittura che sia una specie di prerogativa antropologica nostra.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: right;"><em>Strettamente intesa la democrazia non è una forma di Stato. E&#8217; sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, come il fondamento egualitario necessario e necessariamente dimenticato dello Stato oligarchico. Al di là, come attività pubblica che si contrappone alla tendenza di ogni Stato ad accaparrarsi la sfera comune e a spoliticizzarla.</em></p>
<p style="text-align: right;">Jacques Rancière,<em> L&#8217;odio della democrazia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi che viviamo in regimi di tipo democratico (parlamento, pluralismo politico, libere elezioni), non sempre abbiamo chiaro quale sia lo &#8220;spirito&#8221; della democrazia. A volte pensiamo addirittura che sia una specie di prerogativa antropologica nostra. E poiché l&#8217;abbiamo alle volte esportata con le armi (i nostri alleati USA), allora se essa compare al di fuori dalle nostre frontiere è faccenda sospetta. Qualcuno mi ha detto letteralmente che quello che accade in Iran è una faccenda di ONG occidentali e di gente finanziata da Soros. Gli ho risposto che la sua visione incarnava una sorta di razzismo antropologico, errore più grave del cosiddetto “complottismo” tanto in voga. L’ho già conosciuto nel 2011, quando gli esperti di occulte trame della CIA dai loro osservatori casalinghi negavano ai rivoluzionari arabi anche quello che la polizia di regime era costretta a riconoscergli, ossia l’autonoma &#8211; seppur limitata &#8211; forza di ribellarsi.</p>
<p>Invece, più semplicemente, c&#8217;è un popolo che dà una lezione, a se stesso innanzitutto, ma anche a tutti noi.</p>
<p>1) Su cosa vuol dire &#8220;popolo&#8221;. Un popolo che sta chiuso in casa non è un popolo, se non in potenza. E anche se una maggioranza se ne sta chiusa in casa, è quello che diventa &#8220;soggetto&#8221;, uscendo per le strade, opponendosi alle sue istituzioni e al suo governo, che nel bene e nel male si rivela come &#8220;popolo&#8221;. (E sia detto di sfuggita, ma non è una battuta: se ancora esiste un popolo palestinese, è perché di tanto in tanto esce di casa, rischiando di farsi arrestare o ammazzare dall&#8217;esercito israeliano. Con una colonizzazione del tutto riuscita, sentiremmo solo parlare dei successi della Silicon Wadi e dell&#8217;high-tech israeliano o degli scandali per corruzione dei partiti conservatori al governo. E questo vale, purtroppo, per tanti altri popoli che esistono solo per decisione consapevole e rischio di morte.)</p>
<p>2) Combattere per l&#8217;autonomia e per soddisfare i propri bisogni materiali non è la stessa cosa. Chi guida la protesta in Iran sono le donne, e sono gli studenti, e più in generale una classe media, senza che ciò escluda il sostegno e la partecipazione anche delle classi popolari. Ma questo significa che le studentesse e gli studenti sono pronti a farsi ammazzare, perché vogliono essere padroni del loro destino. Noi piangiamo ancora sulla scomparsa dell’animale politico, ma in Iran assistiamo a una lotta perché le nuove generazioni abbiano il potere di criticare radicalmente e pubblicamente le proprie istituzioni. Per anni, le donne hanno vissuto senza velo, <em>in privato</em>, ritrovando la libertà nel chiuso delle loro stanze. Dopo la morte di Mahsa Amini questo compromesso tra la morale pubblica islamica e una certa libertà tra le mura di casa, è saltato. E&#8217; divenuto semplicemente insopportabile.</p>
<p>3) È una lotta nata dalle donne, in difesa delle donne, e dell&#8217;inviolabilità e dell&#8217;integrità del loro corpo, ed è, nello stesso tempo, una lotta largamente condivisa dagli uomini, in una misura tale che &#8211; ma magari mi sbaglio &#8211; è rara anche in Occidente.</p>
<p>Alcune cose che mi ha detto un&#8217;amica iraniana, che da due settimane è tornata dopo un soggiorno di un mese a Mashhad. Cose che per altro sono circolate anche sui nostri media.</p>
<p>I più poveri dipendono interamente dallo Stato, secondo una logica di controllo clientelare che anche noi italiani abbiamo ben conosciuto.</p>
<p>L&#8217;odio nei confronti del regime è diffuso, anche da parte di quelle persone che, per ragioni di età, considerano questa lotta disperata.</p>
<p>Il regime ha svuotato le prigioni, liberando la criminalità comune, a patto che essa s&#8217;impegni a colpire &#8220;gli intellettuali&#8221; e &#8220;gli studenti&#8221; in piazza.</p>
<p>Gli “stranieri” di cui si parla non sono altro, quasi sempre, che membri della diaspora iraniana, ossia persone dalla doppia nazionalità: iraniana e canadese, iraniana e tedesca, ecc.</p>
<p>Vige il sistema cileno e argentino della più sanguinaria dittatura: ossia sequestri occulti, e ricomparsa di cadaveri sfigurati e violentati.</p>
<p>La cosa più agghiacciante. Persone da poco rimesse in libertà, dopo essere state sequestrate e torturate, che si tolgono la vita.</p>
<p>La cosa più commovente: le madri escono con le auto, quando le loro figlie o i loro figli sono in manifestazione. Fanno ronde ufficiose per essere pronte al soccorso, in qualsiasi evenienza e nei confronti di qualsiasi giovane.</p>
<p>Ecco, ho scritto questo, per prendere il tempo d'&#8221;immaginare&#8221; il coraggio che ha quel giovane popolo di ragazze e ragazzi, alcuni neppure maggiorenni, che si sono buttati nella lotta contro adulti armati e criminali, adulti vigliacchi quanto il loro potere basato su principi indiscutibili.</p>
<p>È difficile “immaginarlo” da lontano quel coraggio, magari lo sarebbe pure da molto vicino. Eppure anche noi ne abbiamo bisogno di coraggio, belli seduti che siamo sulle nostre risorse fossili, sempre di fresca e crescente estrazione. Noi che abbiamo decretato che l’animale politico si era ritirato dall’attività, rimanendo per sempre fisso come una statua di cera nel Museo del Novecento.</p>
<p>L&#8217;immagine è tratta dal sito d’informazione francese Mediapart. Sono foto che le ragazzine hanno scattato, per farle circolare nei social. Sono foto di azioni simboliche. Gente con il dito medio alzato e rivolto verso l’autorità suprema. Sembrerebbero scattate in una <em>middle school</em> inglese nel 1977, con al posto dell’ayatollah la regina (pace all’anima sua). Solo che i giovanissimi punk inglesi &#8211; per fortuna loro &#8211; non rischiavano la vita, con i loro gesti “simbolici”.</p>
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		<title>Lo spazio delle donne e il loro sguardo: il fuori campo attivo che ridisegna il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2022 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[daniela brogi]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Scala]]></category>
		<category><![CDATA[Lo spazio delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Scala</strong> <br /> Le donne di cui ci parla Daniela Brogi sono poste come soggetto fin da subito, in quanto titolari di un diritto inalienabile: il diritto di occupare uno spazio vitale e visibile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_97352" aria-describedby="caption-attachment-97352" style="width: 992px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-97352" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly.jpeg" alt="" width="992" height="662" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly.jpeg 992w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly-768x513.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly-696x464.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/hatherly-629x420.jpeg 629w" sizes="(max-width: 992px) 100vw, 992px" /><figcaption id="caption-attachment-97352" class="wp-caption-text">Ana Hatherly, Sem título &#8211; 1970</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Francesca Scala</strong></p>
<p>Lo spazio di cui ci parla Daniela Brogi è il territorio fisico, psichico, artistico, sociale e politico che, per secoli, è stato usurpato alle donne (sul piano della storia e del diritto). Ma è anche lo spazio che le donne sono chiamate a ridefinire (sul piano cognitivo) da quel punto d’osservazione fuori campo da cui è possibile guardare e riconsiderare attivamente l’assetto dato per ripensarlo e trasformarlo (sul piano dell’azione e della realtà) in un luogo abitabile da parte di tutti (<em>ragazze, donne, altro</em>) in maniera diversa: più giusta, non discriminante, paritaria ed equa.</p>
<p>Le donne di cui ci parla Daniela Brogi sono poste come soggetto fin da subito, in quanto titolari di un diritto inalienabile: il diritto di occupare uno spazio vitale e visibile. E poco importa che questo loro diritto sia stato costantemente e ovunque reso indisponibile da una cultura che ha scempiato, mutilato e distorto la realtà, marginalizzando, oscurando, denigrando da un lato, ed erigendo un sistema di valori monologico (per usare un termine caro all’autrice) e monologante dall’altro. Non per questo le donne smettono di affermarsi come soggetto, dal momento che di quel diritto non hanno mai smesso di essere titolari. Il sottotesto, invece, con cui siamo cresciuti e con cui continuiamo a essere subliminalmente nutriti, l’idea che nessuno avrebbe mai il coraggio di sbandierare apertamente se non per criticarla &#8211; pena una levata di scudi generalizzata -, ma di cui è intrisa in realtà la cultura a cui in varia misura apparteniamo tutti, è che le donne siano cose. E allora che un libro, fin dal suo titolo, elimini dal nostro orizzonte mentale la possibilità di guardare alle donne come a un oggetto, che sgombri il campo dalla semplice ipotesi di considerarle come tali e che, soprattutto, lo faccia senza lasciare alcuno spazio a quell’ipotesi, estromettendola cioè dal discorso, è cosa degna di nota. È cruciale: significa porsi fuori dal discorso patriarcale, sovvertirne i termini, negarli a priori e implicitamente così da far passare il messaggio in modo più efficace. Per una volta, insomma, presupposizioni e impliciti che, come insegna Lombardi Vallauri sono spesso al servizio di una lingua disonesta (di una lingua cioè che sfrutta l’abbassamento dell’attenzione del ricevente per trasmettere contenuti discutibili), vengono piegati allo scopo eroico di combattere ad armi pari una cultura patriarcale e monologica e servono a ribaltare una percezione dominante e discriminante, a ristabilire giustizia e veridicità cognitive.</p>
<p>Un altro degli elementi di ricchezza di questo libro (che offre peraltro mille spunti di riflessione) è la sua trasversalità, la prospettiva molteplice che adotta: artistica, letteraria, sociale, storica, politica e linguistica. In questo modo riesce a fornire una sorta di metodo – suggerendo l’idea che l’approccio alla questione di genere vada condotto su tutti i piani e in ogni ambito – e riesce a dimostrare ciò che sul finale, nella quinta parte, espressamente dice, ossia che «il patriarcato non è la preistoria». Ribadirlo è importante, esemplificarlo pure: a ogni livello, spaziando in lungo e in largo fra gli argomenti, così come scendendo nelle profondità della lingua fino a portare a galla la novità di certi accostamenti semantici (“amica” e “geniale”), che reimpostano il pensiero o che almeno lo aprono a significati a lungo interdetti dalla consuetudine ottusa di «un mondo in cui … l’unica possibilità di intendere e riconoscere il genio, in quanto potenza creatrice, è stata solo maschile»; fino a snidare e a correggere parole intrise di condiscendenza, vezzeggiativi o diminutivi che si erano fatti vulgata sostituendosi alla Storia (Brogi parla ad esempio delle “suffragiste”, facendo notare come il termine sia «più appropriato di ‘suffragette’», in quanto restituisce serietà alle lotte femminili per il suffragio universale che serie furono e che non vanno in alcun modo sminuite); fino a riattivare il senso originario di sintagmi che l’uso, spesso stoltamente improprio, ha fatto smarrire: il “politicamente corretto”, se si rimane «nella lettera e nella sostanza dell’espressione, non è un’opzione, ma una condizione di esistenza e convivenza»; fino a fare esistere, per il fatto stesso di nominarle, le “opere d’autrice” e “le maestre del pensiero”.</p>
<p>E il dispositivo privilegiato per disattivare certi automatismi di percezione e di immaginazione è il fuori campo attivo, che consente di scardinare «schemi e modelli cognitivi in cui le donne mancano sempre dalle caselle del prestigio», quegli schemi, cioè, e quei modelli che «hanno prodotto e riproducono discriminazioni di genere naturalizzate». È il fuori campo attivo lo strumento fondamentale per ribaltare un destino, per riconoscere come limitato, relativo, storicamente datato, non eterno, non immutabile l’assetto della realtà che abbiamo ereditato. E, per certi versi, questo strumento di analisi ricorda le “lenti di genere” che Paola Di Nicola, ne <em>La mia parola contro la sua</em>, ci esortava a indossare, sottolineando, peraltro, che indossarle «È una fatica improba perché vuol dire disarticolare discorsi spesso unanimemente condivisi […] comodi stereotipi […] inconsapevolmente introiettati»: «stereotipi che saturano ovunque l’aria», dalle case private alle aule di giustizia.</p>
<p>In questa fatica improba Daniela Brogi ci accompagna e ci scorta, aiutandoci a sfatare certi miti ancora in auge, come per esempio l’idea che le cosiddette quote rosa premino chi non se lo merita, che la lotta contro il patriarcato sia una lotta contro chi è geneticamente e fenotipicamente maschio e che a condurla debbano essere unicamente le donne. Anche solo per questa ragione il suo viatico meriterebbe di essere letto.</p>
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		<title>In ricordo di una grande studiosa: Liana Borghi 1940-2021</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/21/in-ricordo-di-una-grande-studiosa-liana-borghi-1940-2021/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2021 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Clotilde Barbarulli]]></category>
		<category><![CDATA[Elia Arfini]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[LGBTQ+]]></category>
		<category><![CDATA[Liana Borghi]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[queer]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <b> Nadia Agustoni</b> <br />Liana Borghi ci ha lasciato da poche settimane. È stata una grande studiosa, capace sempre di intrecciare femminismo, queer, e studi di genere all’antirazzismo, al postcoloniale e all’eterna questione della classe, degli esclusi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Nadia Agustoni </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Liana Borghi ci ha lasciato da poche settimane e si susseguono sui social, sui blog e su alcuni quotidiani, molti scritti in suo ricordo. È stata una grande studiosa, capace di traghettare il femminismo italiano verso un pensiero nuovo, introducendo nel nostro paese le elaborazioni di un movimento si femminista ma soprattutto LGBTQ+, legato quindi alla questione del lesbismo, della queerness e degli studi di genere; dalla contrassessualità fino al trans-femminismo. Capace comunque sempre di collegare questi temi all’antirazzismo, al post coloniale e all’eterna questione della classe, degli esclusi, siano ess* migranti o autoctoni, senza mai lasciarsi ingabbiare da un pensiero escludente e facile.</p>
<p>L’ho conosciuta quando molto giovane mi traferii a Firenze e fui tra le attiviste vicine all’associazione da lei fondata, l’Amardorla. Colpiva la sua capacità di tenere insieme le persone e i saperi. Per anni con Clotilde Barbarulli ha condotto una serie estiva di laboratori interculturali a Villa Fiorelli, a Prato, dove i temi già elencati sopra e molti altri venivano studiati e discussi tra accademiche e attiviste, senza alcuna discriminante su quanto ognuna elaborava in proprio. L’apertura verso l’altr* e l’ascolto partecipe, consentivano uno scambio da cui abbiamo tratto ispirazione e che a tant* di noi ha cambiato la vita.</p>
<p>La sua biografia testimonia di un impegno costante, mai venuto meno, tra accademia e movimenti. È stata docente di letteratura anglo-americana a Firenze fino al 2009, tra le fondatrici negli anni Settanta della libreria delle donne di Firenze, negli anni Ottanta fondò con Rosanna Fiocchetto la Estro, prima casa editrice lesbica in Italia ed è stata tra le fondatrici della SIL (Società italiana delle letterate) e coordinatrice, sempre con Clotilde Barbarulli, del Giardino dei Ciliegi a Firenze, nonché dal 1994 anche della  W.I.S.E (Women’s International Studies Europe). Intensa la sua attività di traduzioni (tra tutte vanno ricordate Adrienne Rich, Audre Lorde, Donna J. Haraway e Paul B. Preciado), e quella con i suoi interventi su genere, diversità e precarietà che risultano fondamentali per molte delle questioni oggi dibattute.</p>
<p>Il suo lavoro ha travalicato i confini nazionali e già nei primi anni Novanta, chi viveva a Firenze o era in contatto con quanto li veniva elaborato, ha avuto modo di ascoltare studiose provenienti dal contesto anglo-americano che portavano tra noi un femminismo diverso che rompeva l’egemonia del pensiero della differenza sessuale. Nel 1994 la intervistai per <em>A Rivista </em><em><a href="http://www.arivista.org/index.php?nr=212&amp;pag=212_07.htm">Anarchica</a></em> e da lì presi coscienza che il mio confuso cercare aveva trovato l’ambito in cui poter fare chiarezza tra i temi e le pratiche che avevo a cuore, tra pensiero, arte e vita. Ci mancherà, ma nello stesso tempo è sempre tra noi, perché ci ha trasmesso una libertà inestirpabile.</p>
<p>Nel libro “Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura” (Cuec edizioni 2006), dove sono raccolti i contributi di due anni di laboratori interculturali a Villa Fiorelli, riprendendo Edouard Glissant, così declinava il pensiero della diversità:</p>
<p>“Nella nostra accezione di diversità, invece, teorizziamo soggetti politici complessi, ma non per questo meno titolari di spazi, storia e diritti umani. Nella complessità e nella diversità si radica il progetto di un mondo diverso, dove le diversità si incontrano, oppongono, accordano e producono una imprevedibile <em>poetica della relazione</em> tra multiversi culturali”. (8)</p>
<p>E ancora:</p>
<p>“Ma nell’imporre la precarietà del lavoro, il pensiero egemone impone invece la durata e permanenza della sua cultura. È una cultura dell’eterno presente collocata nelle ‘certezze’ della tradizione e del canone, una cultura che ha l’arroganza della Doxa. […] A noi invece interessano piuttosto narrazioni (testi solubili e/o insolubili, scritture nella/della dissolvenza) tendenti a interrogare, a inquietare i codici, la doxa, con uno sguardo sul mondo e sul potere.” (10-11)</p>
<p>In un intervento sul sito della rivista <em>Il </em><em><a href="https://www.rivistailmulino.it/a/liana-borghi-1940-2021">Mulino</a></em>, Elia Arfini scrive:</p>
<p>“Il pensiero di Liana Borghi scartava in partenza il problema di dover conciliare una supposta frattura tra queer e femminismo, riflessione sul genere e la sessualità: in una cornice post-identitaria, o meglio che invita alla disidentificazione, il femminismo è al cuore della teoria queer. Il queer allora non è la tendenza a far coincidere trasgressione e liberazione in una successione di individualità che finiscono per essere sempre più individualizzate, ma un’azione in costante movimento e relazione volta a creare le condizioni di sostenibilità di una buona vita oltre l’apparato normalizzatore di genere e sessualità”.</p>
<p>Non ha mai rinunciato al suo impegno: l&#8217;ultimo risale a poche settimane fa, quando ha organizzato il convegno su donne e fantascienza al Giardino dei ciliegi di Firenze, sempre con Clotilde Barbarulli, dal titolo <em><a href="https://www.letteratemagazine.it/2021/11/21/intramare-tra-noi-e-il-mondo/">Neomaterialismo e fantascienza delle donne: intramazioni</a></em> (30 e 31 ottobre 2021) che poi ha seguito da un collegamento video.</p>
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<p>*</p>
<p>Qui alcuni link recenti disponibili in rete:</p>
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<p><a href="https://www.raccontarsialgiardino.it">https://www.raccontarsialgiardino.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.gaynews.it/2021/11/22/addio-liana-borghi-intellettuale-lesbofemminista-studiosa-pensiero-queer/">https://www.gaynews.it/2021/11/22/addio-liana-borghi-intellettuale-lesbofemminista-studiosa-pensiero-queer/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://ilmanifesto.it/la-socialita-trasformativa-e-amorevole-di-liana-borghi/">https://ilmanifesto.it/la-socialita-trasformativa-e-amorevole-di-liana-borghi/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.rollingstone.it/politica/liana-borghi-e-stata-un-faro/598814/">https://www.rollingstone.it/politica/liana-borghi-e-stata-un-faro/598814/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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