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	<title>fiat &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>«Quando la Fiat parlava argentino». Storia di operai senza eroi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/12/06/quando-la-fiat-parlava-argentino-storia-di-operai-senza-eroi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2019 13:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Chiunque conosca la storia dell’Argentina sa che le categorie novecentesche di interpretazione ed esposizione “cartesiana” delle forze sociali e politiche (destra/sinistra, classi, partiti di rappresentanza) sono di difficile applicazione al Paese del Cono Sud. E chiunque nutra passione o interesse per la storia dell’Argentina farebbe bene a leggere il libro di Camillo [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-81699" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.png" alt="" width="800" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.png 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-300x197.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-768x504.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-250x164.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-200x131.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-160x105.png 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Chiunque conosca la storia dell’Argentina sa che le categorie novecentesche di interpretazione ed esposizione “cartesiana” delle forze sociali e politiche (destra/sinistra, classi, partiti di rappresentanza) sono di difficile applicazione al Paese del Cono Sud. E chiunque nutra passione o interesse per la storia dell’Argentina farebbe bene a leggere il libro di <strong>Camillo Robertini</strong>, <a href="https://www.mondadorieducation.it/catalogo/quando-la-fiat-parlava-argentino-0061116/" target="_blank" rel="noopener"><em>Quando la Fiat parlava argentino. Una fabbrica italiana e i suoi operai nella Buenos Aires dei militari (1964-1980)</em></a>, Le Monnier-Mondadori 2019.</p>
<p>È <strong>la storia di una comunità operaia nata attorno alla fabbrica che la Fiat installò a El Palomar, periferia di Buenos Aires</strong>, negli anni sessanta del secolo scorso, e che poi abbandonò all’inizio degli anni ottanta. Un ventennio scandito dal tempo politico feroce di due dittature, la seconda (1976-1983) la più cruenta di sempre, e dal tempo industriale dello stabilimento, coi suoi ritmi e mansioni alla catena di montaggio e con le <strong>regole di conformazione dell’uomo e dell’operaio Fiat</strong> emanate dalla stessa impresa. In mezzo: un gruppo ampio di lavoratori (la fabbrica arrivò a occuparne 4.000), molti di loro immigrati, e moltissimi <em>tanos</em>, ossia italiani o figli di italiani.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-81700" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.jpg" alt="" width="173" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat.jpg 173w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/fiat-160x226.jpg 160w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" />Robertini è uno studioso di storia del lavoro, memoria della dittatura e storia dell’America Latina. In questo volume si muove tra <strong>fonti tradizionali</strong> e originali (archivi istituzionali, archivi Fiat argentini e italiani) e <strong>fonti orali</strong>, ossia un ampio numero di <strong>interviste a ex operai della Fiat Palomar</strong> realizzate seguendo le buone pratiche redatte dall’Associazione italiana di storia orale (Aiso).</p>
<p>Eric J. <strong>Hobsbawm</strong> scriveva che l’America Latina è “un continente fatto apposta per scardinare le verità convenzionalmente accettate”. La ricerca di Robertini sembra confermare pagina dopo pagina la massima del grande storico, che infatti è citata a mo’ di bussola a principio d’opera, già nel secondo paragrafo. La documentazione consultata è perlopiù inedita e, nello spartito dell’autore, mostra quello che potremmo definire un <strong>esperimento di costruzione del consenso</strong>. La tesi di Robertini è che l&#8217;adesione dell’operaio all’ideologia dell’impresa, alla <em>familia Fiat</em>, sedimentò nello stabilimento di El Palomar nel corso degli anni sessanta per poi condizionare la stessa grammatica del <strong>rapporto tra la comunità di lavoro e i regimi politici</strong>, all’insegna dell’accettazione pressoché passiva (salvo casi minoritari di opposizione) e persino della denegazione (Robertini parla apertamente di “assenza di critica della realtà sociale dell’epoca” da parte degli operai di Palomar). Lo stesso autore osserva come <strong>la Fiat sia “stata capace di generare un profondo spirito di comunità</strong> che oggi, a più di quarant’anni dalla fine di quella storia, continua a essere […] presente nelle memorie degli ex lavoratori”.</p>
<p>Dalla voce degli operai Fiat di Palomar risulta insomma una “dimensione consensuale, ambigua e apolitica”. Robertini è bravissimo a raccontarcene il clima, a cominciare dall’armamentario ideologico aziendale, predisposto sin dagli anni cinquanta da figure spesso compromesse col fascismo italiano: ex gerarchi e personalità legate al regime, poi espatriate in Argentina. Robertini ricostruisce ad esempio il profilo di Gino Miniati, ex direttore generale del ministero dell’Economia Corporativa, consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e, dal 1953, integrato nella <em>Delegación Fiat para América Latina</em>. Miniati – spiega Robertini – teorizzava la “<strong>collaborazione di classe</strong> evitando che segmenti del movimento operaio mettessero in discussione i fondamenti stessi dell’economia di mercato”, e considerava lo sciopero un &#8220;delitto&#8221;. Secondo Robertini, Miniati fu uno dei teorici del modello Fiat argentino entro una continuità evidente col corporativismo. <strong>Il</strong> <strong>disinnesco della conflittualità era l&#8217;obiettivo prioritario</strong>, tanto che l’ufficio del personale di Palomar elaborò un ‘<strong>piano di persuasione</strong>’ per &#8220;familiarizzare nella maniera più docile i nuovi assunti al culto dell’impresa, alla sua disciplina e ai suoi funzionamenti”. Gli operai dovevano identificarsi “in un noi/<em>nosotros</em> collettivo, in tutto e per tutto coincidente” col nome della Fiat. Non siamo poi molto distanti dallo &#8220;spirito&#8221; Fiat e dalle pratiche antisindacali nella Mirafiori degli anni cinquanta.</p>
<p>La storia di fabbrica poi si innesta, collimando, nella <strong>più generale storia argentina</strong>: il peronismo, il sindacalismo antimarxista e “collaborativo” della Uom di Vandor, la stessa mentalità conservatrice dei <em>tanos</em>, fino alla dittatura dei militari. Fa da contraltare l’assenza di corpi intermedi capaci di costruire una cultura politica e operaia che arginasse tutto ciò. Va detto che questa foto di gruppo è la <strong>microstoria di una collettività operaia non politicizzata e del suo rapporto con l&#8217;autorità</strong>, ma non sarebbe replicabile, ad esempio, per le fabbriche Fiat di Córdoba e Santa Fe, dove la radicalizzazione e l&#8217;attrito tra operai e impresa furono ben diversi e portarono a scioperi e mobilitazioni (la più importante: il <em>Cordobazo</em> del 1969) e alla costituzione di sindacati autonomi non governativi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><em>«Ah la Fiat, mi tolgo il cappello e difendo a morte quello che rappresentava quella fabbrica, la Fiat Concord mi ha insegnato una dottrina, una essenza del lavoro che all’università non insegnano […] E fondamentalmente a rispettare i miei superiori e la direzione».</em></h3>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Dopo il golpe del 1976 <strong>la repressione dei militari colpirà gli stessi operai e sindacalisti</strong>. I <em>desaparecidos</em> alla Fiat furono 118, e 52 di loro non tornarono mai più. Le condizioni di lavoro nella fabbrica, e di vita fuori, divennero oggettivamente più dure. Eppure dalle memorie operaie raccolte nel libro emergono tuttora casi di “consenso nei confronti della dittatura”. Spiega Robertini: “L’immagine che emerge da questa ricerca è quella di un settore operaio compattamente anticomunista, lontano dalle istanze rivoluzionarie e propenso all’idea che l’intervento dei militari potesse risolvere i problemi dell’Argentina”.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><em>R.: «E come potevate vivere in quel contesto militare repressivo?».<br />
E.: «Nell’epoca militare non si parlava di politica… non si poteva, non era prudente. Ma non è che stavamo male, stavamo benone. Io lavoravo otto ore e i soldi erano sufficienti, se facevi gli straordinari era per toglierti qualche gusto, per vivere meglio […] nell’epoca del 1976-1983 ho vissuto meglio che negli ultimi anni. Questo non significa che ho appoggiato, perché quelli hanno fatto cose cattive».</em></h3>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>Quando la Fiat parlava argentino</em> aggiunge un capitolo nuovo agli studi sul rapporto tra società e dittatura, e costringe a fare i conti con una storia non riducibile all’immaginario tradizionale che spesso coltiviamo guardando a quegli anni.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Luoghi contro flussi. La resistenza di Massa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 08:43:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[fiom]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (pubblicato sul manifesto, 29/1/2011) Massa è una città di confine che addensa da sempre una serie di contraddizioni forti, e spesso in negativo. Guardare quel che avviene in terra apuana credo sia utile a tutti. Negli anni novanta c’è stato un annichilimento radicale di quella che era la Zona Industriale Apuana, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiom2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft" title="fiom" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiom2.jpg" alt="" width="207" height="155" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>(pubblicato sul manifesto, 29/1/2011)</em></p>
<p>Massa è una città di confine che addensa da sempre una serie di contraddizioni forti, e spesso in negativo. Guardare quel che avviene in terra apuana credo sia utile a tutti. Negli anni novanta c’è stato un annichilimento radicale di quella che era la Zona Industriale Apuana, in perfetta sincronia con il passaggio epocale dal fordismo al postfordismo. Oggi quelle aree sono state sminuzzate, e a lavorare in molti di quei capannoni ci sono piccole imprese, lavoratori precari, immigrati – oltre che una quota di lavoro nero che in questa provincia non è irrilevante. Disoccupazione, precarietà esistenziale e lavorativa, disagio sociale, sono sempre più diffusi in questa terra, che alla crisi di medio periodo ha visto precipitarsi addosso anche la crisi di sistema che ha travolto tutti.<span id="more-37970"></span> (Dal 2006 al 2009 la cassa integrazione ordinaria è passata da 417mila a 922mila ore, la straordinaria da 254mila a 1milione249mila, i sussidi di disoccupazione sono passati da 2000 nel 2007 a 4600 nel 2009).</p>
<p>Paradigma negativo di questa condizione globale è stata la vicenda della Eaton: 350 lavoratori licenziati, nonostante l’alta redditività del sito, per la decisione presa della multinazionale nella sede di Cleveland, Ohio, di spostare la produzione in Polonia dove il margine degli utili sarebbe stato ancora più alto. Anni di sacrifici da parte degli operai, che avevano accettato con un accordo aziendale di estendere i turni settimanali fino a ventuno. Nonostante questo, tutti a casa. E per i più giovani, con mutui da pagare e figli da crescere, si è trattato di un vero disastro.</p>
<p>Per questo Massa è stata scelta come luogo della manifestazione regionale della Fiom. Quindicimila persone hanno sfilato partendo dai cancelli della Eaton, riconoscendo che quella vicenda riguarda tutti. Nella marcia di queste quindicimila persone ho visto una prova di resistenza contro il ricatto globale che tende a estendere il suo dominio sopra ogni aspetto della nostra vita e sopra tutte le vite, nessuno essendo immune dalle minacce del <em>capitale</em>, della sua potenza impersonale. Ho visto quindicimila persone dire no a uno spirito del tempo che si vuole unico e irrefutabile. Ho visto una manifestazione di resistenza – per riprendere quanto diceva il mio quasi omonimo Marco Revelli &#8211; dei <em>luoghi</em> contro i <em>flussi</em>: persone – ovvero corpi e storie, esseri e tempi – che, nella loro materialità irriducibile, non ci stanno a essere vittime di quella che è l’essenza antidemocratica dell’epoca presente</p>
<p>Il ricatto, certo, non è cosa nuova, ma un elemento costitutivo del capitalismo industriale: ma se un tempo le condizioni oggettive di lavoro portavano soggettivamente alla rivendicazione di diritti collettivi, dunque alla creazione di un movimento operaio forte, oggi, dopo la ristrutturazione postfordista e il dominio della finanza, il ricatto è tornato a essere l’elemento centrale della società, senza attrito possibile: ogni singolo individuo è lasciato a se stesso in balia della “legge ferrea” del mercato globale, come globale è il precariato, ovvero – letteralmente: precario da <em>prex</em>, preghiera – la percezione del lavoro non più come un diritto ma come un privilegio.</p>
<p>Ecco, è nelle strade di Massa, nel passaggio di quel corteo, che questa riflessione teorica prende corpo, e voce. Per le strade dava speranza vedere gli striscioni di tante e tante Rsu (in molti dei quali le sigle di Fim e Uilm erano cancellate con del nastro adesivo), ma anche le bandiere rosse (rosse e basta, quasi tornate a essere “straccio”, come aveva invocato Pasolini) del gruppo antirazzista di Campi Bisenzio, e la bandiera dell’Anpi, la cui presenza in una Provincia come questa, martoriata dalla guerra e animata da una straordinaria Resistenza, è tanto più significativa.</p>
<p>Vedere quelle quindicimila persone – persone, ripeto, e non merci, o <em>risorse umane</em>, le quali inevitabilmente si trasformano in <em>esuberi</em> – mi ha fatto credere che ce la possiamo fare, se si resiste. Me lo ha fatto credere sentire parlare dal palco operai e studenti &#8211; come Angelica, una studentessa universitaria che ha esibito, con la sua presenza, come la lotta dei diritti sia “di tutti per tutti” (per citare l’indimenticato Ivan Della Mea). Me lo ha fatto credere il racconto del delegato della Continental di Pisa, uno stabilimento di componentistica per auto dove la Fiom ha il 94% dei consensi: lì il sindacato ha resistito alle proposte di ristrutturazione, arrivando a un accordo che prevede anche il ciclo continuo ma senza la perdita di diritti e con incrementi retributivi e indennità, ottenendo l’impegno dell’azienda a fare grandi investimenti per nuovi impianti e nuovi prodotti, e a non licenziare nessuno nonostante la crisi. E’ stato un percorso possibile grazie alla forza di resistenza del sindacato, e soprattutto dei lavoratori, quegli stessi lavoratori che hanno manifestato ieri: un esempio di quanto abbiamo il dovere di fare, tutti quanti, su scala globale. Nelle strade di una terra impoverita, ieri, ho visto il segno di un futuro possibile.</p>
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		<title>I padri ingannevoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 18:28:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
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		<category><![CDATA[sergio marchionne]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Piccolo quiz di inizio anno: di chi sono queste parole? “Giovani, combattete sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che per alcuni si risolve semplicemente nella libertà di morire di fame. Libertà e giustizia sociale sono un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Piccolo quiz di inizio anno: di chi sono queste parole?<br />
“Giovani, combattete sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che per alcuni si risolve semplicemente nella libertà di morire di fame. Libertà e giustizia sociale sono un binomio inscindibile. Lottate con fermezza, giovani che mi ascoltate, e lo dico senza presunzione, ma come un compagno di strada, tanto mi sta a cuore la vostra sorte. Io starò sempre al vostro fianco”. La soluzione completa la trovate a <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kCP6Ag869dU" target="_blank">quest’indirizzo</a>. È il discorso di Capodanno del Presidente della Repubblica. Del 1983, era Pertini. Fa impressione, eh?<br />
Ma perché citarlo? Nelle ultime settimane, qui sulle pagine del<em>manifesto</em>, si è molto parlato, a partire dalle analisi di Recalcati e del suo <em>Uomo senza inconscio</em>, del declino di un modello paterno che rappresentasse la Legge o la Responsabilità, sostituito da un modello che invece incita al godimento compulsivo. Il rapporto tra padri e figli dovrebbe essere un tema politico forte in qualsiasi democrazia sana, e in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile al 28,9% la questione generazionale dovrebbe porsi addirittura come un’urgenza. E invece di fatto questo non accade, non c’è vero conflitto tra giovani e adulti, e anzi la stessa area semantica del “conflitto” si vuole espulsa dal discorso politico. Se Pertini nel 1983 usava, come parole pubbliche da destinare alle famiglie che si apprestavano al cenone di fine anno, <em>lotta</em>,<em>combattere</em>, <em>giustizia sociale</em>; oggi questa stessa terminologia è praticamente tabù – al suo posto troviamo <em>confronto</em>, <em>condivisione</em>,<em>opportunità</em>. Un sintomo di maquillage linguistico che non è semplicemente una retorica di facciata, ma quello che si potrebbe definire un nuovo discorso paterno.<span id="more-37759"></span><br />
In questo senso la nuova figura di padre che sembra stagliarsi nel contesto pubblico se non è quella di un <em>padre rappresentante della Legge</em>, forse non è neanche però quella del <em>potere pappone</em> (come l’ha provato a definire Wu Ming in un <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1675" target="_blank">bellissimo intervento</a> in rete sempre debitore delle analisi di Recalcati, ma, proverei a dire: una figura del <em>padre ingannevole</em>.<br />
Il padre ingannevole è quello che potete vedere all’opera in due spot Fiat del 2010. Nel <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jigaSCJOZHU" target="_blank">primo</a>, quello della fantomatica Fabbrica Italia, c’è un padre presuntamente amorevole ripreso di spalle che tiene in braccio un bambino neonato per farlo addormentare. Ma invece di una ninnananna lo culla sussurrandogli con tono da fiaba: “Va bene, dato che non vuoi dormire, adesso ti racconto di questo piano industriale… In cinque anni raddoppia la produzione di veicoli in Italia, raddoppia la produzione, raddoppiano le possibilità, e mi chiedo io cosa posso fare? Per esempio posso comprare un’auto italiana. Il colore lo scegli tu magari…”. Nell’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=seJmEb0fcBA" target="_blank">altro spot</a> si vede uno dei bambini-icona italiani per eccellenza (Totò Cascio di <em>Nuovo cinema paradiso</em>) assistere a una proiezione di un montaggio di immagini e parole e la colonna sonora del buono-per-ogni-occasione Giovanni Allevi: le immagini sono un pot-pourri iper-sincretico di vecchie fotografie di Mirafiori, Alberto Sordi, Coppi e Bartali, terroristi, Falcone e Borsellino… Le parole dicono: “La vita è un insieme di luoghi che scrivono il tempo. Il nostro tempo. Noi cresciamo a maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste che poi vanno a definirci. Alcune sono più importanti di altre perché formano il nostro carattere. C’insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La differenza tra il bene e il male. C’insegnano chi vogliamo diventare. In tutto questo alcune cose si legano a noi in modo spontaneo e inestricabile, ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci, ci legittimano nell’essere autentici e veri, e se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia, e allora appartengono a tutti noi, e a nessuno. La nuova Fiat appartiene a tutti noi”.<br />
Ispirandosi esplicitamente a Steve Jobs e ai suoi girocollo nerofumo, l’ambizione più ardita di Marchionne è quella di trasformare, come ha esplicitamente dichiarato in varie interviste, le automobili in oggetti con la stessa allure di un i-pod, prodotti il cui semplice possesso ci diano l’illusione di <em>pensare differente</em>. Il messaggio che dunque vuole passare da queste due pubblicità è che comprare una macchina Fiat non è solo una scelta di consumo, non solo risponde a certi desideri e bisogni, ma: è una scelta etica, significa fare del bene, stare dalla parte giusta. Comprare una nuova Fiat 500 o fidarsi del piano industriale di Fabbrica Italia vuol dire implicitamente avere una coscienza civile che ci fa avere a cuore la storia e il destino del nostro paese.<br />
Le nuove forme di retorica del capitale si muovono proprio in questo senso. Costruendosi come leggi simboliche, si autoaffermano come buone pratiche. Anzi fanno qualcosa in più: ci vendono il Bene. Il gadget che ci regalano insieme al Bene è il prodotto, che a quel punto può essere l’ultimo modello Fiat, un panino di McDonalds o un caffè da Starbucks. Come potete facilmente vedere in<a href="http://www.minimaetmoralia.it/www.youtube.com/watch?v=hpAMbpQ8J7g" target="_blank">quest’animazione</a>, sempre più spesso noi non compriamo prodotti ma compriamo buone pratiche. Quando ci beviamo un caffè da Starbucks, ad esempio, noi finiamo per acquisire un certo modello morale: perché Starbucks si rifornisce di caffè al commercio equo più di qualsiasi altra azienda al mondo, perché Starbucks si assicura che i contadini che coltivano quel caffè abbiano il giusto salario, perché Starbucks ci offre dei divanetti comodi con cui usare il wi-fi e fare amicizia con i compagni di merenda. Insieme al caffè noi compriamo anche il Bene, ossia il nostro sollievo dal non sentirci dei semplici consumisti.<br />
Nel video Žižek chiama questo nuovo capitalismo “capitalismo culturale”. E se ci facciamo caso la parola <em>cultura</em>, quando compriamo, ricorre sempre più spesso. Se noi non siamo più dei semplici consumatori ma diventiamo degli esploratori di una non ben precisata “cultura del consumo” (magari responsabile, magari consapevole) non cambia completamente la nostra prospettiva? Non ci sentiamo meno in colpa a non occuparci di politica o di giustizia sociale? Non ci sentiamo più sollevati se deleghiamo al nostro stesso atto di consumo il nostro impegno ambientale, politico, civile, morale?<br />
Se siete capitati su un Frecciarossa negli ultimi mesi, forse vi sarà occorso di ricevere l’offerta di un caffè Illy gratis (<em>sic</em>) al vagone ristorante, a patto che voi ascoltiate, vi chiedono, qualche minuto di spiegazione di storia del caffè da parte di un addetta Illy. Quello che accade è che voi venite sequestrati per una mezz’ora abbondante a sentire una conferenza-pubblicità del mondo come lo vede Illy: un mondo più giusto, un mondo di cui vi viene raccontata la meravigliosa storia multietnica sulla scorta del lungo cammino del caffè dalle Americhe ai bistrot parigini, e in cui alla fine vi vengono anche regalati dei depliant informativi sui corsi dell’Università del caffè sponsorizzata da Illy, dove – come recita il sito – si studia perché un giorno ci sia “un caffè perfetto in ogni luogo di consumo, da Shanghai a Seul, da Il Cairo ad Amsterdam, da San Paolo a Bangalore” e dove per esempio potete con 400 euro potete fare un corso accelerato di Cappuccino Perfetto, come vi viene reclamizzato <a href="http://www.minimaetmoralia.it/www.unicaffe.it/wps/wcm/connect/it/udctools/corsi-professionisti/corsi-al-caffe/cappuccino-facile" target="_blank">qui</a>.<br />
Se degustiamo caffè Illy o Starbucks stiamo crescendo come persone e stiamo occupandoci del futuro della Terra, se compriamo un auto Fiat oggi in Italia stiamo facendo il bene dei nostri figli.<br />
Ma il padre ingannevole, questa facies del “capitalista culturale”, ha un obiettivo ulteriore. Non gli basta vendere il Bene; vuole al contempo evitare che sia lui a imporci questa sua etica. Vuole garantirci anche la libertà di scelta. Ma per fare questo, deve togliersi la giacca e la cravatta (quella del padre repressivo, impositivo) e indossare un suasivo maglioncino blu (la legge simbolica del Super-io): sarebbe certo più difficile credere che qualcuno vestito in modo troppo formale si rivolga a noi per garantirci la libertà.<br />
Ma se uno ci pensa, la vera libertà che i padri consentono in genere ai figli è quella di un passaggio di consegne. C’è un gesto che forse più di altri esprime questo passaggio: è quando un padre insegna al figlio a farsi il nodo alla cravatta. Tra i tanti piccoli riti d’iniziazione all’età adulta, il maglioncino del padre ingannevole Marchionne oblitera proprio questo rito. Ciò significa che il padre ingannevole non obbligando mai nessuno, non si priverà mai di parte del suo potere, non riconoscerà mai nel figlio come nell’interlocutore come nella controparte sociale una vera alterità. Bensì, pieno del suo paternalismo ingannevole, vorrà anzi che siamo noi a scegliere per quello che lui pensa sia il Bene. Non gli basta, per dire, che le persone obtorto collo accettino una ristrutturazione industriale che obbliga a straordinari, comprime le pause di lavoro, vanifica decenni di conquiste di diritti, ma pretende che si sia <em>contenti</em> di questa novità.<br />
In realtà invece – a esaminarla bene da vicino – la scelta che viene offerta è una finta scelta. È quello che in psicologia si chiama ottimismo negazionista. Che vuol dire? Mettiamo voi chiediate a qualcuno di uscire per un appuntamento, e quella persona vi dica “No, non mi va”. Se siete un ottimista negazionista, voi replicherete: “Va bene, ma a parte no, ti va di uscire? <em>Secondo me ti va</em>”.<br />
La strategia di Marchionne a Mirafiori è precisamente questa. È<em>Secondo me ti va</em>. In questi giorni è in discussione la sua politica industriale, ma al tempo stesso pare praticamente diventato impossibile metterla in discussione. Così, nei prossimi giorni il referendum degli operai Fiat rischia di essere nient’altro che una scelta a <em>double-bind</em>, ossia un’opzione in cui se vincono i sì vince Marchionne e la sua “modernizzazione”; ma se vincono i no vince ugualmente – da un punto di vista morale e simbolico – Marchionne e la sua “modernizzazione”. E il sindacato vincente o perdente in termini percentuali, verrebbe tacciato di essere la forza reazionaria che tiene in ginocchio il paese. Di fronte a che tipo di scelta siamo davanti? Un doppio vicolo cieco. Per fare un esempio violento ma chiaro, prendete una madre di due bambini a cui viene chiesto di scegliere di risparmiare la vita a un figlio e di sacrificarne un altro, altrimenti verranno uccisi entrambi: come può rispondere a questo ricatto violento? Soltanto sottraendosi. Qualunque figlio sceglierà, vorrà dire aver introiettato la violenza di chi le pone quella scelta. (Ed è – sia detto a margine – proprio la resa che ha fatto il Pd, spaccandosi in modo schizoide come sempre più spesso gli accade).<br />
Come si può uscire da questo <em>double-bind</em>? Forse proprio non scegliendo. Mettendo in discussione non tanto il nuovo assetto industriale, ma proprio questa modalità di confronto tra le parti sociali. Sarebbe un grande gesto significativo mandare deserto questo referendum, annullarne la sua violenza implicita. Il 40% di Pomigliano per esempio ha significato, soprattutto in prima istanza, l’espressione di un desiderio di non-scelta. Perché la non scelta è in alcuni casi l’unica vera opzione.<br />
Ai venditori di Bene e di Libertà di scelta, ai padri ingannevoli in maglioncino che rimuovono il conflitto, bisogna contrapporre l’eleganza di una non-scelta. Avendo a questo punto imparato a farlo da soli, il nodo alla cravatta.</p>
<p>(pubblicato su il manifesto e <a href="http://www.minimaetmoralia.it">minimaetmoralia</a>)</p>
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		<title>Autoscuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[automobile]]></category>
		<category><![CDATA[fiat]]></category>
		<category><![CDATA[scuola guida]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar Gira a sinistra e poi vai a destra, frena, e avanti bello spedito e all’incrocio fermati; e poi vai ancora, sali prudente, e attento, e vai, e spingi, e accelera. Jaguar color bottiglia e Fiat di vaniglia, e vento, e zanzare, e l&#8217;incanto d’ estate. Togli il freno a mano e percorri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/rekord.bmp" title="rekord.bmp"><img loading="lazy" width="427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/rekord.bmp" alt="rekord.bmp" height="352" style="width: 216px; height: 192px" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Gira a sinistra e poi vai a destra, frena,<br />
e avanti bello spedito e all’incrocio<br />
fermati; e poi vai ancora, sali prudente,<br />
e attento, e vai, e spingi, e accelera.<span id="more-5263"></span><br />
Jaguar color bottiglia e Fiat di vaniglia, e vento,<br />
e zanzare, e l&#8217;incanto d’ estate. Togli il freno<br />
a mano e percorri fino a svoltare: attento!<br />
Asino! ora frena, e occhio! ecco la curva!<br />
La mano sul freno a mano. E destra/sinistra,<br />
e le due mani fissale sul volante. Una Opel,<br />
una Anglia, una 124. Stai facendo la rampa<br />
con papà: una Cortina. Il mare, sotto, blu<br />
corazza, o manto d&#8217;angelo trasfigurato, come<br />
una bambola Furga. E il verde del campo, a est,<br />
dove crescono le ruote della Firestone, e gli<br />
alberi, pieni di candele Bosch che sbocciano<br />
tra i rami come tubi di scappamento in fiore.<br />
E dove sei? Avanti per la pineta guidi tu,<br />
adesso è il tuo momento di gloria, puoi sfogare<br />
la tua fame di terra spazzata da ruote fameliche,<br />
di percorsi e stridii e grattate di cambio e levar<br />
di ferodi contenti, con l&#8217;odore di chimica sparso<br />
per quest&#8217;aria elettrica, fremente come una tormenta.<br />
Guarda: una Ford Taunus, un Maggiolino giallo,<br />
una 600, una DS 19. Un furgone Renault<br />
con le porte scorrevoli. Una 850, una 600<br />
ancora, e una Simca 1000. Bambino, dove sei?<br />
Fringuello pieno di dolci e sogni e favole scontate,<br />
sopra di te il vento spazza un asfalto di cielo,<br />
e nel sole gira impazzita la ruota degli anni<br />
andati, venuti, sfrecciati e tornati pentiti; così tu,<br />
fringuello d&#8217;un Italia torturata dalle scosse del boom,<br />
non sai più dove sei, quando sei, in che stanza<br />
d&#8217;incanto stai giocando all&#8217;adulto che infine sarai.<br />
Guidi nel passato e non freni, non frenerai<br />
mai più; il tempo da allora ti tallona, a gomme lisce,<br />
a benzina scappata, a motore usurato, senz&#8217;olio.<br />
Saprai guidare soltanto quando sarai arrivato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/stop.bmp" title="stop.bmp"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/stop.bmp" alt="stop.bmp" /></a></p>
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		<title>La Classe non è Acqua! (bis)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 17:11:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[barilla]]></category>
		<category><![CDATA[confindustria]]></category>
		<category><![CDATA[fiat]]></category>
		<category><![CDATA[forza lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[generi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[salerno]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[trasporto]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo la pubblicazione di questo articolo qui Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le cosedicasanostra sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" title="camion.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" alt="camion playmobil" /></a></p>
<p>Dopo la pubblicazione di questo articolo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/" alt="uscire dal vicolo cieco - di Sergio Bologna" title="uscire dal vicolo cieco">qui </a> Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le <strong>cosedicasanostra</strong> sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come questo, gli interventi dei commentatori in casi simili, mi incoraggiano a credere che anche nei blog siano possibili gli approfondimenti.<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<h3><strong>Ragionare sui numeri: colpa dei camionisti anche i rincari prenatalizi?</strong></h3>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, mentre gli autotrasportatori paralizzavano con la loro protesta una parte del Paese e costringevano industrie come Fiat e Barilla a fermare gli impianti, sono stato interpellato da diversi organi d’informazione perché esprimessi un giudizio sulla vertenza.<br />
Mi sono rifiutato di farlo perché non avevo sottomano sufficienti elementi quantitativi, dei “numeri”, da poter proporre alla riflessione. Il mio giudizio sulla vertenza valeva ben poco, avrei fatto qualcosa di utile se fossi stato in grado di far circolare semmai delle informazioni.</p>
<p><span id="more-5129"></span><br />
Tuttavia, mi sono deciso di uscire dal silenzio di fronte a esternazioni come quelle del Presidente di Confindustria (“un Paese fai da te”), ma soprattutto di fronte alla volgare campagna d’opinione che intende attribuire i rincari di certi generi alimentari ai costi di trasporto.<br />
Che l’Italia fosse un Paese “fai da te” non c’era bisogno che ce lo ricordasse il Presidente di Confindustria, ce lo avevano già fatto capire in maniera più rigorosa le statistiche. Che questa situazione si sia creata in seguito al continuo trasferimento del rischio ai soggetti più deboli lungo una catena di esternalizzazione e di subappalti che ha prodotto un’incredibile miniaturizzazione dell’impresa, lo sapevamo.<br />
Nell’ottobre del 2006 l’ISTAT aveva reso pubblici i dati relativi alla distribuzione degli occupati in Italia per classe dimensionale delle imprese, anno 2004. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavorava in imprese al di sotto dei 10 dipendenti. Di queste, 6.179.000 lavoravano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti.<br />
Questa situazione si è riprodotta all’estremo nel settore del trasporto, dove nel 1995, secondo i dati della Confetra, la maggiore organizzazione padronale del settore, su 213.765 imprese attive 137.744 erano imprese “individuali”. Dieci anni dopo, su 193.445 imprese attive quelle « individuali » sono 134.749, dunque la loro incidenza sul totale è aumentata.<br />
Quali siano i livelli di reddito in questo settore si può desumere indirettamente da questa tabella, riportata nell’ultima edizione del “Conto Nazionale Trasporti”.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" title="Redditi medi annui lordi di personale dipendente"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" alt="Redditi medi annui lordi di personale dipendente" /></a></p>
<p><strong>Clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
Se si tiene conto che il reddito medio annuo lordo di un dipendente spesso è superiore a quello dell’indipendente, del cosiddetto “padroncino”, si ha un’idea della situazione in cui si trovano a vivere e lavorare questi cittadini italiani il cui nastro lavorativo giornaliero può toccare anche le 18 ore (il dipendente, teoricamente, dovrebbe avere un orario di lavoro “normale”).</p>
<p>Ma la sorpresa maggiore, dalla lettura del “Conto Nazionale Trasporti” viene dai dati relativi all’occupazione nei diversi segmenti del settore “servizi di trasporto”. Quello relativo al trasporto merci su strada nel 2006 contava 686.600 occupati – il 50% dell’intero settore – mentre il segmento della logistica ne contava 323.500, su un totale (passeggeri e merci, aereo, marittimo e ferroviario compresi) di 1.368.300 effettivi, dipendenti e indipendenti. Quindi più di 1 milione di persone sarebbero occupate in Italia a distribuire, manipolare, gestire le merci (molto inferiore la stima degli addetti fatta dall’Ufficio Studi di Confetra: 445.901, ma non sono stati calcolati gli indipendenti).<br />
Poiché il “Conto Nazionale Trasporti”, da dove abbiamo tratto questi dati, è pubblicato a cura del Ministero dei Trasporti, sarebbe lecito pensare che qualcuno nei corridoi romani si sia preso la briga di leggere queste cifre e magari di farci su qualche riflessione, se non altro perché si tratta di un universo che rappresenta più dell’80% della forza lavoro occupata nel comparto di competenza del Ministero stesso. Ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi. Nei documenti che il Ministero ha lasciato circolare in questi mesi prima di presentare, non più di due mesi fa, la versione definitiva di quelle che vengono definite “Linee Guida del Piano della Mobilità” – finora il più importante atto di programmazione del Governo Prodi in materia di servizi di trasporto – si sono lette frasi del tipo: “il costo della logistica in Italia pesa sul prodotto industriale per una quota variabile tra il 12 e il 20% con punte del 28% per i prodotti deperibili”. Dunque è questa la fonte originaria dell’attuale campagna che attribuisce ai costi di trasporto il rincaro dei prezzi dei generi alimentari sotto Natale?<br />
Ragionando di buon senso, prima di esaminare qualche “numero”, si dovrebbe concludere che gli imprenditori italiani sono degli irresponsabili oppure dei generosi dispensatori di beni alla collettività – se fossero vere le cifre contenute nel documento del Ministero. Se infatti l’incidenza dei costi logistici sul prodotto fosse del 20%, in Italia l’inflazione dovrebbe salire a due cifre, per l’aumento dei prezzi dei generi di consumo, dovuti ai costi della distribuzione. Invece l’inflazione non ha un andamento anomalo nel nostro Paese, si mantiene abbastanza sui valori medi europei, non solo, ma è generata soprattutto dai prezzi e dalle tariffe praticate dai settori protetti, i quali, com’è noto, hanno un’incidenza dei costi logistici sul fatturato a dir poco ridicola.<br />
Per rispondere alle accuse di essere i primi responsabili dei rincari, Assotir, un’Associazione di autotrasportatori prevalentemente impiegati nel “refrigerato”– esclusa dal tavolo delle trattative – ha prodotto le seguenti cifre, che qui si portano a conoscenza con l’avvertenza che non sono state sottoposte dallo scrivente a un lavoro di verifica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" title="costi di trasporto prodotti in camion"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" alt="costi di trasporto prodotti in camion" /></a></p>
<p><strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong></p>
<p>Come si vede l’incidenza del costo del trasporto per unità di vendita va da un massimo del 4,19% per una lattuga proveniente dall’area di Salerno e venduta in un supermercato di Milano a un minimo di 0,95% per dei pomodori pelati venduti al supermercato di Roma (mentre per gli stessi venduti a Milano l’incidenza è di 1,90%). Per le acque minerali l’incidenza è del 3,97% &#8211; compreso il ritorno a vuoto &#8211; e per una carne d’agnello proveniente dall’Irlanda e venduta al supermercato a Milano è dell’1,58%. In attesa che queste cifre vengano smentite, noi continueremo a pensare che quei lavoratori, in gran parte autonomi, costretti a stare decine di ore al giorno al volante in un traffico sempre più caotico, grazie ai quali l’apparato produttivo e distributivo di questo Paese può funzionare, rappresentano ancora uno dei segmenti del lavoro più sfruttati e disprezzati. Ma poiché nel nostro Paese il grottesco non ha limiti, prima di concludere vorrei ricordare alle anime belle che nei giorni del fermo dei camionisti si sono chieste “perché le merci non viaggiano sul treno?”, che questo Governo un anno fa, con un tratto di penna, ha abrogato gli incentivi al trasporto di merci su ferrovia (cosiddetto trasporto “combinato” strada-rotaia), erogati dal Governo Berlusconi dopo una lunga trattativa con l’Unione Europea, in ottemperanza al Piano Generale dei Trasporti e della Logistica che era stato elaborato dai governi di centro-sinistra ed approvato dal Parlamento. Come dire che il centro-sinistra ha remato contro se stesso.</p>
<h3>Chi si lamenta del “Paese fai da te”</h3>
<p>Voci più autorevoli di quelle di Montezemolo avevano messo a nudo i disastrosi effetti che la miniaturizzazione dell’impresa ha prodotto sulla produttività del lavoro.<br />
Ricordiamo che, parlando agli studenti dell’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre del 2006, il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, aveva affermato:</p>
<p>“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un<br />
punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno<br />
è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è<br />
aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema<br />
economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei<br />
fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).</p>
<p>Il 25 maggio scorso, in una relazione presentata  all’Associazione Italiana Economisti del Lavoro, il prof. Tronti, dirigente dell’ISTAT, ha presentato le tabelle qui accluse:<br />
<img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="tabella ISTAT produttività oraria" /></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" title="produttività oraria 1995-2005"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="produttività oraria 1995-2005" /></a></p>
<p><strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong></p>
<p>Il crollo della  produttività oraria nelle dimensioni riportate in tabella è, come si vede, un fenomeno unico tra i paesi industriali.<br />
Questa è la drammatica anomalia del sistema italiano, dovuta in gran parte alla lunga stagnazione delle retribuzioni di fatto ed alla struttura dimensionale delle imprese.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" title="retribuzioni e produttività tabella"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" alt="retribuzioni e produttività tabella" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
Dal 1995 il valore aggiunto per occupato in Italia cala in maniera pressoché costante e precipita nel 2005/2006.<br />
Aggiunge il prof. Tronti nella sua relazione: “Quando esperti, politici e rappresentanti delle parti sociali parlano di produttività, la intendono quasi sempre come un problema che nasce <em>fuori dai cancelli delle fabbriche e dagli uffici</em>: deficienza di infrastrutture, carenza di qualità dell’istruzione, inefficienza della P.A., regole poco flessibili nel mercato del lavoro. Tuttavia, un voluminoso filone di studi documenta che i fattori interni all’impresa prevalgono nettamente su quelli esterni. Secondo un importante studio americano (Black e Lynch, <em>Economic Journal</em>, 2004), la crescita annua dell’1.6% nella produttività totale dei fattori delle imprese americane è riconducibile nella misura dell’1,4% (equivalente all’89%) <em>alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro</em> e alle <em>nuove pratiche di lavoro</em>”.<br />
Mentre l’universo della microimpresa, cioè il settore più debole, “il fai da te”, negli ultimi anni traina la domanda di lavoro ed i ritmi occupazionali, (il 50% è attribuibile al settore delle costruzioni), il “nocciolo duro” del sistema d’impresa italiano, quelle 2010 imprese di successo analizzate dalla ricerca Mediobanca-Unioncamere del 2006, ha ridotto “ininterrottamente” il proprio personale nel decennio 1996-2005. La media impresa italiana, quella che è la protagonista involontaria della retorica del <em>made in Italy</em> ha un’incidenza assai modesta sull’insieme del fatturato. L’economia italiana si regge sui settori protetti e sulle rendite (ENEL, ENI, Telecom, banche, assicurazioni), non certo sull’impresa che compete sui mercati internazionali.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" title="retribuzioni reali e produttività del lavoro"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" alt="retribuzioni reali e produttività del lavoro" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong></p>
<p>Il 26 ottobre 2007, intervenendo a Torino al Congresso della Società Italiana degli economisti, il Governatore Mario Draghi ha affermato, tra l’altro:<br />
“Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea. Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati nel 2001-02, la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. (…) Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate”.<br />
Non è da meravigliarsi quindi se il reddito disponibile pro capite in Italia ristagna, come emerge da questa tabella acclusa al discorso del Governatore:</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" title="reddito e conssumi famiglie"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" alt="reddito e conssumi famiglie" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
E nell’ultimo numero del “Bollettino Economico” della Banca d’Italia si ricorda che dal 2003 al 2007 l’indebitamento delle famiglie italiane è passato dal 13% al 49%.  Che abbiano tutti fatto un mutuo per la casa?<br />
Aspettiamo i consuntivi dello shopping natalizio per vedere se gli Italiani hanno tanti o pochi soldi da spendere, se ormai si sono “americanizzati” e s’indebitano fino al collo pur di mantenere lo standard di consumi da fare invidia al vicino oppure sono tornati alle antiche pratiche sparagnine.<br />
Ma se non dovessero spendere come Dio comanda, non date la colpa ai camionisti.</p>
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		<title>Due fatti (diversi): il primo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/14/due-fatti-diversi-il-primo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 12:48:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani immagine di Altan in http://www.focus-magazine.info/vignetta78.htm Quando ho letto la notizia non credevo ai miei occhi . Scoperto a Torino un centro in cui i clienti di un fantomatico salone di massaggi si facevano non solo insultare e infliggere pene corporali, ma in più pagavano. Dobbiamo a questo punto immaginare che tali pratiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<img height="196" alt="altan78.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/altan78.jpg" />immagine di Altan in http://www.focus-magazine.info/vignetta78.htm</p>
<p>Quando ho letto la notizia non credevo ai miei occhi . Scoperto a Torino un centro in cui i clienti di un fantomatico salone di massaggi si facevano non solo insultare e infliggere pene corporali, ma in più pagavano. Dobbiamo a questo punto immaginare che tali pratiche dovevano essere particolarmente spinte per motivare l’irruzione nei suddetti locali  di carabinieri e forze dell’ordine, proprio lì e non, ammettiamo, al ristorante La parolaccia , a Trastevere dove se è vero che ti insultano, pesantemente, è altrettanto vero che almeno ti fanno da mangiare (e mi piacerebbe sapere da uno dei dieci lettori dei miei post su NI se c’è stato e soprattutto se si mangia bene) salvo poi, pare, darti una mazzata finale col conto.<span id="more-3135"></span></p>
<p>Nell’edizione torinese di una testata nazionale – w Zidane &#8211; di qualche giorno fa si narrava &#8211; perché ormai i giornalisti sono innanzitutto e per lo più narratori &#8211;  di tale Fait divers come di un sintomo non trascurabile della trasformazione della sessualità dei torinesi ed infatti si chiedeva, nella pagina accanto, all’eccellente Carlo Fruttero  di far lume sulla faccenda o quanto meno di esprimere un’opinione sul “modificato” e, mai come in questo caso , castigatissimo  costume dei suoi concittadini.</p>
<p>Il problema è che al <em>cronista sempre più narratore </em>e meno cronista – un post a parte meriterebbe il fatto che i narratori siano sempre più cronisti e meno narratori- sfuggiva un particolare che invece avrebbe meritato più attenzione, proprio perché simbolo della trasformazione in atto nella città. Tra i clienti sorpresi in flagrante delitto – e mi si è parata davanti agli occhi la scena di quello che implorava il gendarme affinché gli stringesse le manette fino a fargli sanguinare i polsi – si annoveravano  i soliti noti,  insospettabili, avvocati, stimati professionisti, e, new entry, un operaio della Fiat. Premessa. In Italia <strong>l’Operaio della Fiat </strong>non è il più genericamente, un operaio, ma un’icona importante almeno quanto quella della Fiat tout court come si vede ormai nelle vetrine dei negozi d’abbigliamento. Insomma una figura mitopoietica come Altan, inventando il  celebre Cipputi, aveva genialmente intuito.</p>
<p><em>E il cronista, sempre più narratore</em>, immaginando lo sgomento del lettore medio del suo giornale, anticipando la domanda “ ma come può <strong>un operaio della Fiat </strong>permettersi una seduta Sado-maso in un posto del genere?” aggiungeva che il suddetto <strong>Operaio della Fiat </strong>non “potendo permettersi” di pagare tale sfogo della propria fantasia in moneta contante, ricambiava la proprietaria , giovane e brillante, in natura, e non come pensate voi, ma attraverso dei lavoretti di manutenzione del centro che potevano riguardare l’installazione delle macchine di simil tortura o le più modeste pulizie, quelle che a Sud si chiamano “i mestieri”.</p>
<p>Ricapitolando dunque, <strong>un operaio della Fiat</strong>, anzi <strong>L’Operaio della Fiat</strong>, riproduceva nelle proprie fantasie sessuali e nel loro passaggio all’atto, il binomio insulto-lavoro che come si sa era una pratica piuttosto ricorrente negli anni 50, soprattutto quando si era <strong>Operai Comunisti della Fiat  </strong>e si veniva puniti nelle tristemente famose “officine Stella Rossa&#8221; prima e con la cassa integrazione e licenziamento poi.</p>
<p>A un operaio che non “stesse sul pezzo” poteva capitare di essere insultato dal proprio capo, e possiamo dire che “accettare” seppure di cattivo grado la cosa si metteva nel conto del prezzo da pagare per non essere licenziato.<br />
Ora, recuperando il dispositivo prima hegeliano e poi marxista del movimento dialettico “servo vs padrone e viceversa”, possiamo finalmente capire come l’affrancamento dello schiavo dal proprio padrone, dello sfruttato dallo sfruttatore è inimmaginabile senza la rottura, violenta e radicale, di tale circolo vizioso, soprattutto quando imposto da alcune necessità, che vanno dalla semplice sussistenza a quella della definizione del proprio ruolo all’interno della società.</p>
<p>La prima grande novità contenuta nell’articolo in questione è proprio questa: all’ <strong>Operaio della Fiat </strong>niente e nessuno aveva imposto di farsi insultare, la seconda, ancora più rivoluzionaria, è che la sequenza lavoro-insulto qui è completamente rovesciata. In altri termini  l’asserzione, io lavoro e dunque mi insultano –  accetto di essere insultato per mantenere il lavoro ne sarà il corollario- è  sostituita dall’altra, mi piace essere insultato e dunque lavoro per concedermi questo piacere.</p>
<p>Al cronista sempre più narratore era così sfuggito che a Torino si sta preparando la più grande rivoluzione situazionista mai avvenuta in Europa, essendosi realizzata la profezia di Guy Debord che quarant’anni fa parlava di abolizione del lavoro.  Ed è quello che succederà già da domani, quando <strong>l’Operaio della Fiat</strong>&#8211; e il suo inconscio &#8211; mediteranno sull’accaduto e trovando finalmente, rispetto al desiderio di provare piacere,  del tutto superfluo farsi insultare, smetterà di lavorare. </p>
<p>NON ABBIAMO DA PERDERE CHE LE NOSTRE CATENE&#8230;</p>
<p>Questo, insieme ad altro, era sfuggito al <em>cronista sempre più narratore</em>, ma per fortuna ci siamo noi dei blog che a queste cose ci pensiamo.  </p>
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