La Classe non è Acqua!

22 dicembre 2007
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Questo saggio di Sergio Bologna forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l’infelicità sociale.
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!
effeffe

Uscire dal vicolo cieco

di
Sergio Bologna
pubblicato su http://criticalab.wordpress.com

(in occasione della Mayday 07 a Milano)

Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso.
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero – costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.

Avere coscienza di sé come classe

E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.

Ricomporre un sistema di pensiero

Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso capitalistico delle macchine.

Il genere umano adatto al computer

Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata, deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista di oggi.

I mutamenti genetici indotti dal postfordismo

Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo (contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative – che si deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”; centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè.

L’obsolescenza delle competenze

Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco, non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei “camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati, politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che sono le principali responsabili della precarizzazione.

Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero

Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci, quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”, completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni 50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli operaisti ed il resto della Sinistra.
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?

Ci siamo stufati di Ken Loach

E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra nè di una parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di conservazione e di blocco dell’agire politico.

Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi

Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto cheera in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!

I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia

A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due (virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010 imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente “in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili, sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba “capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della Banca d’Italia ha dichiarato: “Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico, l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano, nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti, esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto, chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche, assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da crociera) che private.

Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente

Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo, che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto, perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione, quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro – esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a difendere il lavoro dipendente!
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione, perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici” sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”, per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro, occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni, azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue caratteristiche.

Non aver paura di identificarsi con la middle class

Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del Novecento?

Quanti sono i precari in Italia?

Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani, riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1% ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8% all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40% guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi, ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo, ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA, che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?

Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso. Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi “liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”, soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano – per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!

Definirsi classe, non generazione

“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile – è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’ chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi, perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1% della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma “l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per agire.

Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo. E’ autore, tra gli altri, di “Nazismo e classe operaia 1933-1993″, Manifestolibri 1996; e curatore di “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (con A. Fumagalli), Feltrinelli 1997.

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32 Responses to La Classe non è Acqua!

  1. montekristo il 23 dicembre 2007 alle 11:27

    Credo che la misura del post non si addica alla natura comunicativa di un luogo come NI, di volata osservo che l’ultimo film di Ken Loach cerca di interpretare in maniera più attuale, diversa dal passato, le tematiche legate al lavoro.

  2. bombasicilia± » Per sentirti meno pirla il 23 dicembre 2007 alle 11:30

    […] Continua su Nazione Indiana  […]

  3. vero il 23 dicembre 2007 alle 13:13

    i nuovi noi

    Nina si muove silenziosa nella stanza, con la leggerezza di un gatto. Fa il suo lavoro con cura e serietà, con rispetto e curiosità verso l’ambiente che la circonda.
    Così hanno cominciato a chiamarla quando è arrivata in Italia da una lontana città della Romania, Focsani, nella regione della Vrancia.
    Perché Zina, il suo vero nome, suonava troppo strano, esotico, quasi impronunciabile nel dialetto strettissimo, e alquanto colorito, degli abitanti, per la maggior parte molto anziani, del primo paese abruzzese in cui è capitata.
    A dire il vero, anche in rumeno il nome Zina è abbastanza raro, è un po’ come fosse il nome di una fata dei boschi, tipo “fata turchina”, e per questo quando era piccola spesso i suoi amichetti la prendevano in giro.
    In realtà, Zina è semplicemente il diminutivo di Zenobia, che era una sua zia. Chissà, anche lei forse aveva qualche potere magico.
    Nina fa parte della nutrita comunità rumena – più o meno un centinaio di persone tra famiglie, singoli, e bambini – che ha messo radici in un paese della marsica, alla ricerca di una vita semplice e tranquilla. Di bambini in realtà, precisa Nina con un sorriso, ce ne sono più albanesi.
    Prima lavorava con un regolare permesso di soggiorno che ora non le servirebbe più dopo l’entrata della Romania nell’Unione, ma molte sue amiche che non sono ancora state messe in regola sono preoccupatissime dopo i recenti fatti accaduti e le frizioni politiche e sociali che ci sono state e hanno paura di essere rispedite a casa anche se qui lavorano regolarmente e spesso sono indispensabili.
    Sin dai primi arrivi da queste parti, agli inizi degli anni Novanta, in cerca di una sistemazione lavorativa al di fuori delle metropoli più grandi e caotiche come Roma, i nuovi arrivati dalla Romania hanno trovato facilmente lavoro in attività che gli italiani oggi stanno progressivamente abbandonando, ma delle quali continua a esserci un grande bisogno.
    Per la maggior parte, gli uomini si sono dedicati a mestieri manuali, come l’elettricista, il muratore, ecc.; le donne a aiutare le famiglie, come badanti, soprattutto nell’assistenza delle persone anziane, sempre più numerose tra le vie pietrose dei paesini abruzzesi. Le scuole elementari hanno cominciato a riempirsi di bambini dell’est.
    La maggior parte delle donne vivono direttamente con le persone che accudiscono. Dopo un po’ di tempo, grazie all’indipendenza economica guadagnata, possono permettersi di prendere una casetta in affitto.
    Con le sue amiche, Nina si incontra dopo il lavoro, nel tempo libero, in particolare in piazza o lungo il corso, per chiacchierare, prendere qualcosa da bere, sedersi alle panchine, proprio come facevano le signore di una volta. Ci si racconta soprattutto dei problemi o delle novità che riguardano le famiglie rimaste in Romania, dove la situazione è ancora molto difficile. Molti hanno lasciato figli e genitori lì, e lavorano per poter mandare loro del denaro, come Nina.
    Dentro la comunità rumena c’è un forte senso della solidarietà, soprattutto verso chi attraversa momenti di difficoltà. Spesso ci si riunisce per festeggiare compleanni o altre ricorrenze.
    Il rapporto lavorativo con gli italiani, almeno nell’esperienza di Nina, è stato sempre basato sulla correttezza e sul rispetto reciproco. Sono stata una delle fortunate – racconta la ragazza – che ha potuto conoscere persone brave che mi hanno aiutata. Anche nel rapporto con le istituzioni, al momento di ottenere il permesso di soggiorno, sono stati tutti molto disponibili.
    Purtroppo non per tutti è così.
    E il tentativo di avvicinamento reciproco con la gente del luogo spesso fallisce, quando invece la cosa più importante e ragionevole da fare sarebbe cercare di cementare sempre più la coesione sociale tra comunità rumena, e albanese, e la comunità locale.
    Nina vorrebbe condividere alcuni momenti di festeggiamento tipico rumeno con il suo nuovo paese. Come le mascherate di natale per esempio, che vedono donne e uomini travestiti da personaggi delle favole – il lupo o la strega, l’orso e la capra (figure non troppo lontane poi dall’immaginario marsicano – andare di porta in porta portando dolci per augurare a tutti “Bun an, fericit”, “Buon anno di felicità”. Si potrebbero creare momenti di incontro con la gente del luogo, pomeriggi culinari per proporre ricette tipiche e scambi culturali di tradizioni legate alla natura.
    E qualcosa di magico in realtà c’è, nella cultura rumena. Per lo meno per quanto riguarda il mondo delle erbe. Le nonne e le persone anziane in Romania preparavano medicamenti erboristici per guarire le ferite. Oggi le erbe si usano quasi prevalentemente per cucinare, e Nina ama essiccare le foglie di molte erbe per poterle continuare a usare nei suoi piatti, anche durante il freddo inverno.
    Ma ci sono molte differenze tra l’Italia e la Romania.
    Il basilico, per esempio, per chi è di fede cristiano-ortodossa, è una pianta sacra, perché si usa in chiesa, dove si trova vicina alle cornici delle madonne.
    Nina ha potuto seguire alle scuole medie un corso gratuito di un anno di lingua italiana. Oltre ai corsi base di grammatica, che a volte nemmeno ci sono, si potrebbero mettere a disposizione corsi avanzati di italiano e prodromi di letteratura. Anche nei piccoli centri dovrebbe esserci uno sportello per gli stranieri, dove avere informazioni specifiche su questioni burocratiche e giuridiche, spesso incomprensibili persino per noi italiani.
    Dove l’immigrazione è così forte, e lo sarà sempre di più e in maniera sempre mutevole in tutta Italia, ci vorrebbero consiglieri aggiunti ai municipi, rappresentanti delle comunità di stranieri, che presentino e sostengano le istanze riguardanti il lavoro e l’integrazione sociale dei diversi gruppi.
    Al di là di questi strani sogni, il razzismo persiste. Se non si tratta di violenza diretta verso l’altro, il razzismo si annida soprattutto nel privare molte di queste persone – che vivono lontane dalla propria terra, dalla propria famiglia, e spesso a fatica riescono a vivere dignitosamente – di complicità nell’affrontare il quotidiano, di un senso religioso (nel senso etimologico – laico – di re-ligio, unire insieme), nell’accoglierli e farli sentire meno lontani da casa.

    Nina legge tanto. Quello che le capita il più delle volte. Ha cominciato “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
    “Insomma non li vogliono far sposare a Renzo e a Lucia” mi dice “c’è un prete però che potrebbe fare qualcosa…”.
    Non posso che risponderle “Purtroppo, Nina, Don Abbondio non era certo un cuor di leone…”

  4. marco rovelli il 23 dicembre 2007 alle 15:52

    Sarà qualcosa la cui natura comunicativa non è quella di NI. Ma è un discorso essenziale per chi voglia capire, oggi, qual è la struttura del sistema economico italiano. Sto giusto leggendo l’ultimo libro di Bologna, per DeriveApprodi, dove viene sviluppato proprio questo discorso. Lo trovo importantissimo, e credo che la sua centralità sia presa in considerazione come dovrebbe da troppo pochi. Se questo è vero, il post non è assolutamente estraneo a NI, visto che uno dei suoi (di NI) moventi è quello di comprendere e raccontare la realtà.
    (Quanto a Ken Loach, Bologna dice che i suoi film non rendono giustizia alla realtà, sarebbe interessante andare più a fondo su questo discorso forse).

  5. bg il 23 dicembre 2007 alle 17:47

    standing ovation per il vecchio e sempre brillante sergio bologna, almeno quando sbertuccia l’insopportabile pauperismo lamentoso e il proletarismo da cattiva coscienza e critica “da sinistra” l’accanimento terapeutico sul cadavere del comunismo, le simbologie ottocentesche, il pietismo, e nello specifico il feticcio del contratto nazionale e il tempo indeterminato come ultima barricata della sinistra rifondante e depressa, o riformista e depressa – sono la stessa cosa.
    peccato che non sviluppi adeguatamente la pars construens, il discorso sui nuovi ammortizzatori, i nuovi diritti e così via. E lo stesso discorso di “classe” andrebbe piuttosto contestualizzato, dato che come è noto si tratta di terreno scivolosissimo che ha prodotto anche pure inutility teoriche, come la “moltitudine” che ci ha tritato le palle per un decennio.

    (ho il sospetto che finirà inascoltato come gli accade spesso, e come accade a tutto il post operaismo che del resto, con negri o con virno, ‘ste cose le dice almeno da vent’anni)

  6. marco rovelli il 23 dicembre 2007 alle 18:10

    Però è proprio Negri che ha inventato la “inutility” teorica “moltitudine”, ci dev essere qualche problema in questi post-operaisti… Detto dell’essenzialità di questo discorso (che mi aiuta per esempio a capire tante cose anche quanto al racconto che sto facendo delle morti da lavoro in Italia), credo che poi vada inquadrato nel contesto della globalizzazione: e lì il discorso della proletarizzazione rende conto di ciò che accade meglio di qualunque altro discorso. In termine teorici, il Frammento sulle macchine non è andato certo a rimpiazzare il Capitale.

  7. valter binaghi il 23 dicembre 2007 alle 19:10

    Certo che è lungo, ma grazie di averlo postato.
    Sull’inettitudine dei governi di sinistra quoto e commento con McLuhan:
    “Gli Stati Maggiori sono sempre pronti a vincere la guerra precedente”

    E poi:
    “Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro”.

    Innanzitutto mandando a cagare Pannella. Il precario, bamboccione a vita e disimpegnato da vincoli familiari e comunitari, ma foderato di diritti individuali è il suo ideale umano.
    Se il lavoro è al primo posto, la politica sociale in favore della famiglia (unico trasmettitore di capitale sociale) è imprescindibile: una società di singles è economicamente (ma anche biologicamente) insostenibile.

  8. furlen il 23 dicembre 2007 alle 19:17

    innanzitutto volevo dire che abbraccio forte – come alla radio- vero e nina. per quanto riguarda Montekristo la penso come Marco.
    Non ho visto l’ultimo film di Ken Loach ma credo si possa parlare del cinema di Loach come descritto da Sergio per l fatto che il corpus sostanziale della sua estetica ed anche dell’impegno, corisponde alla “cible”.
    Diciamo pure che dopo la lettura di una riflessione del genere qualcuno ci penserà due volte prima di mettersi a giocare a cuppulone con le figurine manifesto, del Che e di Pol Pot.
    Comunque ho sentito Sergio per mettere a fuoco – qui da noi- alcune delle questioni chiave.
    Concordo intanto con quanto detto a proposito di paolo Virno, Toni negri, avendo avuto il privilegio di conoscerli e leggerl durante la mia altra vita a Parigi.
    baz e abraz
    effeffe

  9. Alcor il 24 dicembre 2007 alle 10:30

    Grazie anche da parte mia, molto interessante.

  10. daniele luttazzi il 24 dicembre 2007 alle 12:05

    Casa delle Libertà e Partito Democratico si fonderanno per formare il nuovo Partito di Centro. Il nuovo partito non avrà alcun programma

  11. The O.C. il 24 dicembre 2007 alle 12:32

    Certo che quella di Luttazzi o di chi ne fa le veci è sempre, straordinaria comicità.

  12. furlen il 24 dicembre 2007 alle 12:36

    strano paese il nostro con quest’idea del centro. Paese dove i suoi abitanti masculi – ma anche le fimine se la facessero in piedi- faticano a non pisciare fuori dal vaso.
    Da situazionista mi augurerei una sinistra del debord-ement
    effeffe

  13. marco rovelli il 24 dicembre 2007 alle 13:11

    comunque, francesco, le figurine (di cui pure mi sono comprato solo sei pacchetti) sono un modo di desacralizzare, di far uscire dal pantheon, di metterli tutti al muro…

  14. francesco forlani il 24 dicembre 2007 alle 13:22

    quante me ne dai per Dino Zoff?
    effeffe

  15. GiusCo il 24 dicembre 2007 alle 13:29

    “Innanzitutto mandando a cagare Pannella. Il precario, bamboccione a vita e disimpegnato da vincoli familiari e comunitari, ma foderato di diritti individuali è il suo ideale umano.”

    Binaghi, su su, se questo paese ha maturato un qualche diritto per donne, carcerati e paria, lo si deve al Marco transnazionale.

  16. francesco forlani il 24 dicembre 2007 alle 13:40

    concordo con te Giusco
    ricordo come insieme ad andrea semerano e riccardo de gennaro incrociammo il marco pannella alla gay pride di roma. ricordo come ci ritrovammo nello stesso senso di marcia. controcorrente risalivamo come salmoni la sfilata dei carri. mi colpì molto il suo passo da gigante e come si faceva piccolo quando le persone – ora un’anziana signora, ora n ragazzo- gli manifestavano affetto e riconoscenza. secondo me bina ti sbagli e di grosso. Marco Pannella sta al pnorama politico italiano come Buster Keaton a fiorello, o per te che sei musico come John Coltrane a renzo arbore
    effeffe

  17. marco rovelli il 24 dicembre 2007 alle 14:18

    A Zoff e Rivera preferisco Camilla Ravera, però per Pizzaballa se ne può parlare…

  18. massey il 24 dicembre 2007 alle 14:22

    e invece no. Al primo posto dell’agenda politica ci deve essere tutto. Dai dico al darfur alle quote di balene pro capite. E Il soggetto politico da sensibilizzare è l’uomo metropolitano, precario o meno, la cui miopia si rivela anche in alcuni commenti beati a questo post

  19. marco rovelli il 24 dicembre 2007 alle 14:33

    Non so, a me il discorso sll’agenda politica pare un po’ ozioso, nei termini in cui è impostato da Bologna, ciò per cui il rilievo di massey è assolutamente sensato. Insomma, un governo non è che si occupa di una cosa sola all’anno, ma può benissimo giocare su molti fronti. Non sono certo cose che si autoescludono. Dunque non ha certo senso smettere di rivendicare, che so, i pacs come obiettivo politico in cambio del lavoro. Perché cedere su una rivendicazione, in termini di lotta politico-sociale, significa arretrare su tutto. Se poi il discorso di Bologna verte sulle necessarie mediazioni da farsi in sede politico-istituzionale, allora posso anche capire.

  20. massey il 24 dicembre 2007 alle 19:33

    e a queste parole ispirate: gli sfigati totali a berlusconi e la negoziazione del lavoro con gli enti locali, seguì una standing ovation per il vecchio e sempre brillante sergio bologna

  21. valter binaghi il 25 dicembre 2007 alle 01:59

    Il problema principale del movimento operaio è di avere accettato la distruzione mercatista delle comunità (e non parlo della famiglia cattolica, ma delle varie forme di solidarietà comunitarie che la storia ha prodotto via via, e che hanno sempre fatto da freno all’invadenza del mercato) accettando la riduzione del soggetto comunitario al portatore di diritti individuali, purchè organizzato in classe. L’organizzazione di classe ha retto finchè ha avuto una ragion d’essere economica, nella prassi condivisa e nella stabilità di condizioni lavorative che il post-fordismo non ha più interesse a garantire, estendendo al proletariato globale la condizione di esercito industriale di riserva. In queste condizioni solo i vincoli basati sulla parentela e sulla terra possono fare da contrappeso alla totale precarizzazione dell’esistenza, ma si preferisce lasciarli a una destra regressiva, continuando a sognare l’individuo nudo e sovrano, e pretendendo che dalla competizione di tutti contro tutti possa scaturire magicamente qualche forma di solidarietà. Pannella è il cavallo di troia del mercatismo più sfrenato, passato dalla Destra alla Sinistra data per vincente nello spazio di una tornata elettorale, tanto perchè si capisca dove stanno i poteri reali, quelli che dettano l’agenda dei governi.

  22. marco rovelli il 25 dicembre 2007 alle 13:12

    Valter, dire: “riduzione del soggetto comunitario al portatore di diritti individuali, purchè organizzato in classe” è un sofisma purissimo. Sai benissimo che Marx non crede all’individuo se non integrato nel sociale, e il suo importo ontologico, dalla Critica agli Annali e via dicendo, sta esattamente nella critica dell’uomo borghese, nel pensare l’essere dell’uomo come determinato dal suo essere sociale, laddove la socialità anzitutto è data dal lavoro. Insomma, non puoi costruirti un avversario di comodo e poi spararci sopra impunemente…
    Comunque, auguri.

  23. valter binaghi il 25 dicembre 2007 alle 17:17

    @ Marco
    Sai benissimo che Marx non crede all’individuo se non integrato nel sociale

    Infatti.
    Si è dovuto liquidare anche Marx per andare a braccetto con Pannella.

    Buon Natale anche a te, amico.

  24. massey il 25 dicembre 2007 alle 18:48

    meglio l’assegno di sussistenza che due teste nell’ente dove ne basta una

  25. massey il 25 dicembre 2007 alle 19:36

    ci sono meravigliosi individui e orribili individui, irrespectively

  26. bg il 26 dicembre 2007 alle 21:02

    – marco, mi ricordo che ai bei tempi (si fa per dire) il richiamo alla globalizzazione era il refrain m.l. e “comunista” contro l’operaismo, vedo che non passa mai di moda :)
    il terzomondismo variante del pauperismo contro ogni tentativo di interpretazione progressiva delle crisi – e alla fine siamo tutti proletari, piagnoni, incazzati e depressi :)
    (per correttezza va detto che “moltitudine” negri l’ha copiato dai francesi quando stava a parigi, i quali però più prudentemente lo usavano in senso filosofico – uno dei suoi non pochi difetti è averlo inteso in senso politico, col risultato di aver prodotto i 10.000 casarini nostrani che l’hanno brandito per evitare di attivare il cervello)

    – sono sempre ammirato dagli affreschi filosofico storici del binaghi, che col suo gusto retrò in 10 righe spiega – dopo aver capito, ovviamente – la società moderna e contemporanea snocciolando 3-400 anni in non più di tre concetti. l’ho sempre detto che le cose in fondo sono semplici, serve solo del genio.

  27. massey il 26 dicembre 2007 alle 23:14

    il terzo mondo non c’è più, sveglia
    scusa bg, io sono spesso a bergamo, figurati se ce l’ho con te, ma bologna è più attardato dei fordisti, io trovo che sia borbonico pensare di risolvere il problema del lavoro per via burocratica. E la knowledge non è una trappola se la si gioca sul mercato mondiale. I cervelli vadano all’estero. Ma così non ci infogneremmo sempre di più? Sì, se non ci si aggancia saldamente all’Europa. Caso del giorno: l’Alitalia la diamo in mano a Carlo Toto?

  28. valter binaghi il 26 dicembre 2007 alle 23:53

    @bg
    Solo una sintesi, caro. Se leggi Polany, La grande trasformazione, vedrai che te lo spiega meglio e in quattrocento pagine. A meno che il problematicismo fine a se stesso che rifiuta sintesi e giudizi per partito preso sia il tuo ideale di conoscenza. Così si può continuare a chiacchierare senza scegliere mai, essere amico di chiunque indossa la foglia di fico della Critica, purchessia, anche Pannella, il lunedì e il giovedì, non il martedì quando è in Loggia con l’amico banchiere.

  29. furlen il 27 dicembre 2007 alle 01:35

    e invece no, voglio dire a bg
    Multitudes, (multitudes.samizdat.net) che è anche una rivista bellissima, ed erede di chimeres, fondata da Deleuze e Guattari, nata in area negriana, anche se non esclusivamente, ha il merito di aver declinato quel concetto attraverso non solo l’occhio strettamente politico e di movimento, ma soprattutto filosofico ed artistico vd. multitudes-icones.samizdat.net
    Per darvi un’idea basti ricordare che il primo numero della rivista era stato illustrato interamente da Moebius…
    Per quanto riguarda la posizione di sergio Bologna mi sembra che al contrario di quanto appena detto le sue analisi tendano ad una riformulazione- racconto- dei cambiamenti in atto non tanto per trovare l’organizzazione politica che potrà, burocraticamente, meglio interpretare i problemi scatenati con la new economy, quanto per identificare dei nuovi paradigmi e le conseguenti azioni da prendere, come nuovo soggetto politico.
    Rappresentarsi come classe e non come generazione a me sembra una felicissima intuizione soprattutto se si comprende di quale classe parliamo.
    In tal senso la questione della middle class, della sua crisi trova valide sponde sul terreno del romanzo- pensate soltanto alle rivoluzioni borghesi immaginate da Ballard- oltre che negli studi fatti in francia begli anni ottanta del fenomeno pavillon. casette comprate con mutui inestinguibili e soprattutto insostenibili, nelle borghesi banlieues parigine e rivendute dieci anni dopo per insolvenza dagli stessi proprietari.
    Particolarmente felice, se così si può dire, nello scritto di Sergio mi è sembrato il segmento, genitori ricchi di figli poveri.
    Da questo punto di vista mi sembrerebbe proficuo indagare i dispositivi e le strategie economiche messe in atto dagli artisti. Del resto se è vero come è vero che viviamo nella società dello spettacolo i nuovi operai non potranno che essere “come ” artisti, ovvero scritturati come figuranti nei nuovi modi di produzione.
    In tal senso varrebbe la pena rileggere il nutritissimo dossier pubblicato su multitudes, e curato da Maurizio Lazzarato sugli intermittents du spectacle.
    effeffe

  30. massey il 27 dicembre 2007 alle 09:30

    caro effeeffe, spiegami allora tu cosa vuol dire negoziare con gli enti locali se non esigere ( contro cosa, negoziare, vero? ) burocraticamente dei posti di lavoro, diciamo 1xentexnumerodienti. Io ho capito così.
    Tuo sinceramente,
    massey

  31. […] Questa riflessione mi è stata ispirata dalla lettura di un illuminante articolo scritto da Sergio Bologna che ho trovato su nazioneindiana.com. E’ un contributo utilissimo per capire cosa sta succedendo nel mondo del lavoro, non solo in Italia ma in tutti i paesi occidentali. Non mi ha convinto la sua concettualizzazione di classe nell’epoca post-fordista (difficile “unire” un universo così multiforme come quello dei lavoratori precari, poco credibile la “web class”) ma il resto è ottimo ocibo per la mente. L’articolo è stato pubblicato orginariamente su di un altro blog ma cito questo perché ci sono degli interessanti commenti. Cliccate qui […]

  32. […] la pubblicazione di questo articolo qui Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. […]



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