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La Classe non è Acqua! (bis)

camion playmobil

Dopo la pubblicazione di questo articolo qui Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le cosedicasanostra sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come questo, gli interventi dei commentatori in casi simili, mi incoraggiano a credere che anche nei blog siano possibili gli approfondimenti.
effeffe

Ragionare sui numeri: colpa dei camionisti anche i rincari prenatalizi?

di
Sergio Bologna

Nei giorni scorsi, mentre gli autotrasportatori paralizzavano con la loro protesta una parte del Paese e costringevano industrie come Fiat e Barilla a fermare gli impianti, sono stato interpellato da diversi organi d’informazione perché esprimessi un giudizio sulla vertenza.
Mi sono rifiutato di farlo perché non avevo sottomano sufficienti elementi quantitativi, dei “numeri”, da poter proporre alla riflessione. Il mio giudizio sulla vertenza valeva ben poco, avrei fatto qualcosa di utile se fossi stato in grado di far circolare semmai delle informazioni.


Tuttavia, mi sono deciso di uscire dal silenzio di fronte a esternazioni come quelle del Presidente di Confindustria (“un Paese fai da te”), ma soprattutto di fronte alla volgare campagna d’opinione che intende attribuire i rincari di certi generi alimentari ai costi di trasporto.
Che l’Italia fosse un Paese “fai da te” non c’era bisogno che ce lo ricordasse il Presidente di Confindustria, ce lo avevano già fatto capire in maniera più rigorosa le statistiche. Che questa situazione si sia creata in seguito al continuo trasferimento del rischio ai soggetti più deboli lungo una catena di esternalizzazione e di subappalti che ha prodotto un’incredibile miniaturizzazione dell’impresa, lo sapevamo.
Nell’ottobre del 2006 l’ISTAT aveva reso pubblici i dati relativi alla distribuzione degli occupati in Italia per classe dimensionale delle imprese, anno 2004. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavorava in imprese al di sotto dei 10 dipendenti. Di queste, 6.179.000 lavoravano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti.
Questa situazione si è riprodotta all’estremo nel settore del trasporto, dove nel 1995, secondo i dati della Confetra, la maggiore organizzazione padronale del settore, su 213.765 imprese attive 137.744 erano imprese “individuali”. Dieci anni dopo, su 193.445 imprese attive quelle « individuali » sono 134.749, dunque la loro incidenza sul totale è aumentata.
Quali siano i livelli di reddito in questo settore si può desumere indirettamente da questa tabella, riportata nell’ultima edizione del “Conto Nazionale Trasporti”.

Redditi medi annui lordi di personale dipendente

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Se si tiene conto che il reddito medio annuo lordo di un dipendente spesso è superiore a quello dell’indipendente, del cosiddetto “padroncino”, si ha un’idea della situazione in cui si trovano a vivere e lavorare questi cittadini italiani il cui nastro lavorativo giornaliero può toccare anche le 18 ore (il dipendente, teoricamente, dovrebbe avere un orario di lavoro “normale”).

Ma la sorpresa maggiore, dalla lettura del “Conto Nazionale Trasporti” viene dai dati relativi all’occupazione nei diversi segmenti del settore “servizi di trasporto”. Quello relativo al trasporto merci su strada nel 2006 contava 686.600 occupati – il 50% dell’intero settore – mentre il segmento della logistica ne contava 323.500, su un totale (passeggeri e merci, aereo, marittimo e ferroviario compresi) di 1.368.300 effettivi, dipendenti e indipendenti. Quindi più di 1 milione di persone sarebbero occupate in Italia a distribuire, manipolare, gestire le merci (molto inferiore la stima degli addetti fatta dall’Ufficio Studi di Confetra: 445.901, ma non sono stati calcolati gli indipendenti).
Poiché il “Conto Nazionale Trasporti”, da dove abbiamo tratto questi dati, è pubblicato a cura del Ministero dei Trasporti, sarebbe lecito pensare che qualcuno nei corridoi romani si sia preso la briga di leggere queste cifre e magari di farci su qualche riflessione, se non altro perché si tratta di un universo che rappresenta più dell’80% della forza lavoro occupata nel comparto di competenza del Ministero stesso. Ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi. Nei documenti che il Ministero ha lasciato circolare in questi mesi prima di presentare, non più di due mesi fa, la versione definitiva di quelle che vengono definite “Linee Guida del Piano della Mobilità” – finora il più importante atto di programmazione del Governo Prodi in materia di servizi di trasporto – si sono lette frasi del tipo: “il costo della logistica in Italia pesa sul prodotto industriale per una quota variabile tra il 12 e il 20% con punte del 28% per i prodotti deperibili”. Dunque è questa la fonte originaria dell’attuale campagna che attribuisce ai costi di trasporto il rincaro dei prezzi dei generi alimentari sotto Natale?
Ragionando di buon senso, prima di esaminare qualche “numero”, si dovrebbe concludere che gli imprenditori italiani sono degli irresponsabili oppure dei generosi dispensatori di beni alla collettività – se fossero vere le cifre contenute nel documento del Ministero. Se infatti l’incidenza dei costi logistici sul prodotto fosse del 20%, in Italia l’inflazione dovrebbe salire a due cifre, per l’aumento dei prezzi dei generi di consumo, dovuti ai costi della distribuzione. Invece l’inflazione non ha un andamento anomalo nel nostro Paese, si mantiene abbastanza sui valori medi europei, non solo, ma è generata soprattutto dai prezzi e dalle tariffe praticate dai settori protetti, i quali, com’è noto, hanno un’incidenza dei costi logistici sul fatturato a dir poco ridicola.
Per rispondere alle accuse di essere i primi responsabili dei rincari, Assotir, un’Associazione di autotrasportatori prevalentemente impiegati nel “refrigerato”– esclusa dal tavolo delle trattative – ha prodotto le seguenti cifre, che qui si portano a conoscenza con l’avvertenza che non sono state sottoposte dallo scrivente a un lavoro di verifica.

costi di trasporto prodotti in camion

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Come si vede l’incidenza del costo del trasporto per unità di vendita va da un massimo del 4,19% per una lattuga proveniente dall’area di Salerno e venduta in un supermercato di Milano a un minimo di 0,95% per dei pomodori pelati venduti al supermercato di Roma (mentre per gli stessi venduti a Milano l’incidenza è di 1,90%). Per le acque minerali l’incidenza è del 3,97% – compreso il ritorno a vuoto – e per una carne d’agnello proveniente dall’Irlanda e venduta al supermercato a Milano è dell’1,58%. In attesa che queste cifre vengano smentite, noi continueremo a pensare che quei lavoratori, in gran parte autonomi, costretti a stare decine di ore al giorno al volante in un traffico sempre più caotico, grazie ai quali l’apparato produttivo e distributivo di questo Paese può funzionare, rappresentano ancora uno dei segmenti del lavoro più sfruttati e disprezzati. Ma poiché nel nostro Paese il grottesco non ha limiti, prima di concludere vorrei ricordare alle anime belle che nei giorni del fermo dei camionisti si sono chieste “perché le merci non viaggiano sul treno?”, che questo Governo un anno fa, con un tratto di penna, ha abrogato gli incentivi al trasporto di merci su ferrovia (cosiddetto trasporto “combinato” strada-rotaia), erogati dal Governo Berlusconi dopo una lunga trattativa con l’Unione Europea, in ottemperanza al Piano Generale dei Trasporti e della Logistica che era stato elaborato dai governi di centro-sinistra ed approvato dal Parlamento. Come dire che il centro-sinistra ha remato contro se stesso.

Chi si lamenta del “Paese fai da te”

Voci più autorevoli di quelle di Montezemolo avevano messo a nudo i disastrosi effetti che la miniaturizzazione dell’impresa ha prodotto sulla produttività del lavoro.
Ricordiamo che, parlando agli studenti dell’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre del 2006, il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, aveva affermato:

“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un
punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno
è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è
aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema
economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei
fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).

Il 25 maggio scorso, in una relazione presentata all’Associazione Italiana Economisti del Lavoro, il prof. Tronti, dirigente dell’ISTAT, ha presentato le tabelle qui accluse:
tabella ISTAT produttività oraria

produttività oraria 1995-2005

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Il crollo della produttività oraria nelle dimensioni riportate in tabella è, come si vede, un fenomeno unico tra i paesi industriali.
Questa è la drammatica anomalia del sistema italiano, dovuta in gran parte alla lunga stagnazione delle retribuzioni di fatto ed alla struttura dimensionale delle imprese.
retribuzioni e produttività tabella
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Dal 1995 il valore aggiunto per occupato in Italia cala in maniera pressoché costante e precipita nel 2005/2006.
Aggiunge il prof. Tronti nella sua relazione: “Quando esperti, politici e rappresentanti delle parti sociali parlano di produttività, la intendono quasi sempre come un problema che nasce fuori dai cancelli delle fabbriche e dagli uffici: deficienza di infrastrutture, carenza di qualità dell’istruzione, inefficienza della P.A., regole poco flessibili nel mercato del lavoro. Tuttavia, un voluminoso filone di studi documenta che i fattori interni all’impresa prevalgono nettamente su quelli esterni. Secondo un importante studio americano (Black e Lynch, Economic Journal, 2004), la crescita annua dell’1.6% nella produttività totale dei fattori delle imprese americane è riconducibile nella misura dell’1,4% (equivalente all’89%) alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro e alle nuove pratiche di lavoro”.
Mentre l’universo della microimpresa, cioè il settore più debole, “il fai da te”, negli ultimi anni traina la domanda di lavoro ed i ritmi occupazionali, (il 50% è attribuibile al settore delle costruzioni), il “nocciolo duro” del sistema d’impresa italiano, quelle 2010 imprese di successo analizzate dalla ricerca Mediobanca-Unioncamere del 2006, ha ridotto “ininterrottamente” il proprio personale nel decennio 1996-2005. La media impresa italiana, quella che è la protagonista involontaria della retorica del made in Italy ha un’incidenza assai modesta sull’insieme del fatturato. L’economia italiana si regge sui settori protetti e sulle rendite (ENEL, ENI, Telecom, banche, assicurazioni), non certo sull’impresa che compete sui mercati internazionali.
retribuzioni reali e produttività del lavoro
clicca sull’immagine per ingrandire

Il 26 ottobre 2007, intervenendo a Torino al Congresso della Società Italiana degli economisti, il Governatore Mario Draghi ha affermato, tra l’altro:
“Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea. Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati nel 2001-02, la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. (…) Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate”.
Non è da meravigliarsi quindi se il reddito disponibile pro capite in Italia ristagna, come emerge da questa tabella acclusa al discorso del Governatore:

reddito e conssumi famiglie
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E nell’ultimo numero del “Bollettino Economico” della Banca d’Italia si ricorda che dal 2003 al 2007 l’indebitamento delle famiglie italiane è passato dal 13% al 49%. Che abbiano tutti fatto un mutuo per la casa?
Aspettiamo i consuntivi dello shopping natalizio per vedere se gli Italiani hanno tanti o pochi soldi da spendere, se ormai si sono “americanizzati” e s’indebitano fino al collo pur di mantenere lo standard di consumi da fare invidia al vicino oppure sono tornati alle antiche pratiche sparagnine.
Ma se non dovessero spendere come Dio comanda, non date la colpa ai camionisti.

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8 Commenti

  1. Molto interessante, anche se, dal mio punto di vista, non aggiunge nulla di nuovo. Riesce comunque a delineare chiaramente le discrepanze legate all’incidenza dei costi di trasporto sui costi finali delle merce. Dobbiamo inoltre tenere presente che l’incidenza è calcolata sul ‘costo industriale’ del prodotto, molto più basso, e non sul costo di vendita.

    Sarebbe interessante avere un’idea effettiva dell’incidenza del costo di trasporto sul prezzo finale al consumatore, che è poi quello che a noi interessa: ancora più bassa.

    Fa ridere che l’attuale governucolo abbia sospeso gli aiuti, già approvati, per incrementare il trasporto su rotaia; simili personaggi sarebbero da pigliare a calci nel culo e, levatevi la curiosità, provate a chiedere a Trenitalia quanto costa trasportare un container standard su rotaia e poi… chiamate un padroncino. 10 a 1 che spedirete tutti col padroncino.

    Altro argomento solo accennato, ma che è il vero male originale, è l’usanza barbara del sub-sub-appalto al ribasso: chi effettua il trasporto guadagna meno dei 2 a volte 3 intermediari che deve subire per trasportare la merce. E’ un’usanza che andrebbe regolamentata, così come i ritardi nei pagamenti (90-120-180 giorni) che scaricano sulla parte finale della filiera lavorativa la maggior parte degli oneri finanziari con i grandi che utilizzano le società esterne, anche piccolissime, come finanziatori.

    Dovrebbe esistere, da qualche parte, una legge che ‘impone’ pagamenti a 30 giorni per le attività in regime di sub-appalto, ma persino il Ministero delle Finanze, che promulgò la legge, non paga prima di 90 giorni. Una sana risata che è meglio.

    Blackjack.

  2. carissimo giocatore
    innanzitutto grazie per le osservazioni da te sollevate e che spero si possano approfondire nei giorni a venire. Come la questione del sur-endettement,super indebitamento delle famiglie che oltre a legittimare forme di infelicità generalizzata- quanto più credito hai tanti più debiti ti sono concessi- determina forme di potere e di ricatto sociale a dei livelli ormai insostenibili. Meraviglia quasi che in Italia a parte lo splendido Sorrentino con l’amico di famiglia, non ci sia una produzione artistica letteraria che indaghi questi mondi.Chissà perchè? Forse la vergogna…
    effeffe

  3. Effe, sono andato a leggermi anche l’altro pezzo, me l’ero perso, causa un periodo di ferie e, pur non essendo d’accordo con parte delle argomentazioni utilizzate, è sicuramente un buon pezzo (me lo sono stampato per leggerlo).
    Fra i punti toccati rapidamente vorrei evidenziarne uno: i soldi versati, nell’ultimo decennio, ai Sindacati per la formazione. E’ uno scandalo tipicamente italiano e sono soldi letteralmente buttati dalla finestra che non sono serviti a nulla se non a creare qualche comparsata televisiva e qualche passaggio sulla stampa.
    E’ un retrobottega di favori reciproci, fra Aziende e Sindacati, che non ha portato alcun vantaggio al vero destinatario: i lavoratori.
    E la formazione è la sfida che dovremo raccogliere oppure, nel giro di pochi anni, ci troveremo ai margini, arroccati alla nostra endemica incapacità di prendere decisioni oppure, quando le prendiamo, di farlo secondo logiche che nulla hanno a che vedere con l’interesse vero del Paese. La vicenda Alitalia ne è un esempio e, fosse successa in qualunque altro Paese, avremmo almeno tre ministri sotto inchiesta per aggiotaggio. Buffoni!

    Non ultima la vicenda dell’aumento delle aliquote sulle rendite fnanziarie; giusta, per un verso, ma chi lo va a spiegare ora, a quei poveri cristi di lavoratori che hanno versato il TFR ai Fondi Pensione che, avessero lasciato i soldi in azienda, oppure li avessero investiti autonomamente in BOT, CCT e roba simile, avrebbero ottenuto un guadagno maggiore e con rischi finanziari praticamente inesistenti?

    Sono appena tornato da un viaggio all’estero e, pur essendo assai affezionato a questo trasandato Paese, mi è venuta la voglia, dopo la lettura del primo giornale, di ripartire.

    Blackjack.,

  4. Effe, scusami il seguito, ma proprio non riesco a stare zitto e vorrei far notare un ‘piccolo’ dettaglio, relativamente a questi argomenti e questi due articoli. Nel precedente post si sono sprecati i commenti: argomentazioni ‘filosofiche’ e ‘politiche’ hanno dato la stura alla discussione. In questo, ricchissimo di numeri che fotografano impietosamente la realtà, quasi nessun commento.

    E’ sintomatico, a mio modo di vedere, della mentalità italica e, scusami se generalizzo, dello scollamento esistente fra la parte ‘intellettuale’ o ‘intellettualizzata’ del nostro Paese, quando si esce dai binari della discussione ‘concettuale’ e si tratta di calarsi nel reale e fare a musate con la dura realtà.

    Deprimente anche per uno come me, che non ha coscienza sociale, non ha sindacati, niente fondo pensione, ha eletto il precariato a stile di vita e si gioca tutto a un tavolo di carte.

    Blackjack.

  5. dai black jack in fondo mi hai salvato il post!!! Non schrzo, però una partita a tressette con te me la farei volentieri. E magari invito anche sergio o paolo virno, che è un ottimo giocatore.
    comunque condivido le tue osservazioni. Pensa che si intellettualizza a tal punto che tra poco usciranno degli stages su come amare (non fare sesso, quello già accade mi sembra)…
    dai tocca a te spaccare
    avanti o popolo
    a giocare
    effeffe

  6. Effe, degli stages su come amare… faccio volentieri a meno. Una partita a tresette si potrebbe anche fare (gran gioco), ma c’è un ‘piccolo’ problema da risolvere: Blackjack gioca solo a soldi (tanti e non volergliene) altrimenti non gioca e gli tocca lasciare il posto all’altro, quello quasi normale, che non gli sta molto simpatico.
    Quindi mi sa che sarà assai complesso riuscire a fare una partita a tresette, ma chi può dirlo?

    Un bel caso di sdoppiamento assai complesso da risolvere, :-)

    Sul giocare non ci sono problemi, sono appena tornato da Macao e sto pensando seriamente di ritornarci, magari per qualche anno. Non c’è migliore lente di ingrandimento di un Paese che cresce alla velocità della luce per evidenzare il nostro immobilismo, e io non sopporto l’immobilismo.

    Blackjack

  7. aok
    c’è un solo problema, giocatore. va bene per giocare a soldi, però il problema è che non so giocare a tressette.
    effeffe

  8. Stando alla tabella dei redditi annui lordi riportata qui sopra, i redditi per il trasporto merci su strada sono aumentati in media del 2.28% annuo, a fronte di un aumento del 3.08% annuo per i lavoratori dipendenti nel loro complesso. Visto che nel periodo considerato il tasso d’inflazione è stato in media del 2.37% annuo (come si ricava dai dati dell’Istat [1]), gli autotrasportatori dipendenti sono in effetti diventati più poveri.

    [1] http://www.istat.it/prezzi/precon/aproposito/tavolasinottica2007.xls

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