<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>gianluca d&#8217;andrea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/gianluca-dandrea/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Nov 2023 22:02:42 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Nuovo inizio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/16/nuovo-inizio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Nov 2023 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=105549</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Gianluca D'Andrea</strong><br /> Nella capsula, l’aria viziata
non era ancora stata incanalata
nel tubo di espulsione.
Guardavo in apprensione
eppure con distacco
l’acqua intoccabile dopo
che l’ultimo strato si era dissolto.
Fuori dalla piccola sfera
non avrei sopportato l’aria
se non per qualche ora.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I &#8211; <em>Lo spettacolo della fine</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>Nella capsula, l’aria viziata<br />
non era ancora stata incanalata<br />
nel tubo di espulsione.<br />
Guardavo in apprensione<br />
eppure con distacco<br />
l’acqua intoccabile dopo<br />
che l’ultimo strato si era dissolto.<br />
Fuori dalla piccola sfera<br />
non avrei sopportato l’aria<br />
se non per qualche ora.<br />
Due o tre, secondo i dati acquisiti<br />
alla console. L’acidità dell’atmosfera<br />
era visibile all’orizzonte; la nebulosa<br />
gialla copriva metà della visuale<br />
e gradualmente la prospettiva<br />
si restringeva, diminuiva l’opacità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un senso di spossatezza accompagnava<br />
la curiosità di vedere ogni evento –<br />
solo con la giusta attenzione<br />
avrei avuto la possibilità<br />
di ricostruire i particolari<br />
nella memoria. Dal vivo,<br />
per così dire, senza il filtro<br />
dello schermo se avessi registrato.<br />
Mi addormentai comunque. Al risveglio,<br />
dopo qualche ora, rilevai<br />
che l’evento era ancora in corso.<br />
Mi feci ricadere sul letto rigido<br />
posto dietro la console, come<br />
in ogni capsula, e provai a ricordare<br />
l’origine dei fatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VII.</p>
<p>«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analía.</p>
<p>Oltre lo scandalo resta la notizia, le associazioni suscitate, i fantasmi del tempo, dell’Argentina il velo biancoceleste.</p>
<p>Non esiste altra storia se non quella dell’individuo e la quantità di informazioni incamerate.</p>
<p>Dottor K, mi fa pensare a mosche e scarafaggi, scarti, reietti, eppure lui ha nome e soprannome, e gli elettrizzati? I morti affogati e imbottiti di Pentothal (altro nome della morte buona e pietosa) e lanciati – pesi morti – e schiantati e disidentificati e sparpagliati e discomparsi e mancanti e anestetizzati, ecc.</p>
<p>Tutto gestibile ancora meglio dalla console, perché è accaduto e ho ancora un po’ di tempo per fare le mie ricerche, aspettare e guardare e leggere e informarmi e incamerare e quantificare e potenziarmi e lavorare su nuovi aggettivi, ecc.</p>
<p>È spaventoso pensare che il corpo svelato sia così puro e tenero e che abbia una chimica così complessa, un’emivita così prolungata… raddoppiata e dimezzata tendente al vegetale – forma di vita perfetta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alba celeste che non sorgerai più<br />
come la videro gli scomparsi<br />
o i calciatori e gli insetti,<br />
alba che finisci in un tempo<br />
che si rinnova in altri cicli,<br />
alba naturaleinnaturale,<br />
darwiniana e rituale,<br />
alba che induci al canto involontario<br />
ogni essere digitale<br />
prima di comprendere e neutralizzare<br />
anche la scomparsa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>XVII.</p>
<p>Nel racconto <em>Dalla veranda</em> (<em>The Overloaded Man</em>, 1962) Ballard – altro tizio in arrivo sempre prima e dopo il diluvio – presenta un protagonista, Faulkner, che sta «diventando matto a poco a poco».</p>
<p>La sua “follia” consisterebbe nella ricerca metodica di una fuoriuscita, realizzabile attraverso la scomparsa della percezione come in un’esperienza allucinogena («l’effetto era simile a quello della mescalina e di altri allucinogeni»), dal mondo.</p>
<p>Non è un caso che il protagonista di Ballard si chiami Faulkner, infatti, lo stesso sembra un Compson (Benjy) in fuga dal tempo “industriale” e dalla ripetitività delle forme.</p>
<p>Una fuga che avviene dal cunicolo della percezione ed è scomparsa, dissoluzione di un reale opprimente che non risparmia il soggetto («Potrei arrivare a uscire dal tempo»; «Non puoi chiudere gli occhi di fronte al mondo. La relazione soggetto-oggetto non è così antitetica come potrebbe far pensare il “Cogito ergo sum” di Cartesio. A ogni svalutazione che fai del mondo esterno, corrisponde una svalutazione di te stesso»).</p>
<p>Ma l’autodistruzione risiede nel rifiuto di un ordinamento. Così, il Faulkner di Ballard è un altro signor K della storia letteraria che – un po’ come il Torrance di Kubrik ma non di King – nella sua dissoluzione, portata a termine con gli strumenti stessi della tortura (irrazionalismo e destrutturazione), punisce un sistema oppressivo e uniformante – <em>ad infinitum</em>.</p>
<p>Lo dico dalla solitudine della mia capsula e dal sentire comune che ci vuole liberi di immaginare, finalmente, nella nostra solitudine.</p>
<p>P.S. La fine non sembra arrivare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>XXI.</p>
<p>Come non ritornare alla delizia delle immagini e fantasticare sulla loro necessità. Quelle visioni o gli incubi più ricchi di particolari sono percezioni reali. Come l’incubo della giostra e del piede ferrato, del corpo esploso nel fuoco e della fornace coi residui di carbone e con le persone in ginocchio stimolate negli orifizi, ecc.</p>
<p>La vertigine amplificata dai riflessi di un luna park in cui le montagne russe sono enormi e i binari serpeggiano dentro un apparato di specchi deformanti. Il dispositivo cresce su se stesso, così la luce plasma mostri in decomposizione nel gioco dei riflessi. D’altro canto, ogni incubo, anche questo, è un mostro sul petto che cova misteri e che non lascia superstiti, mai, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dentro la capsula l’aria è asfissiante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II &#8211; <em>Nuovo inizio</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>La sensazione di raggiungere una casa è fondante in ogni esistenza. Collegabile alla necessità di protezione che caratterizza l’infanzia, è la divisione distintiva tra dentro e fuori. Sentirsi dentro o fuori dalle situazioni, nel mondo o ai suoi margini, dipenderebbe dalle capacità di accoglienza o vicinanza di un rifugio, dalla distanza o vicinanza alla sicurezza. La casa è una dimensione tattile e anche olfattiva che si radica nella personalità e ne determina l’adattamento. Non parlo di un’appropriazione del sé attraverso la casa, ma di un riassetto germinante del vuoto d’esperienza che definisce l’infanzia.<br />
Tornavo con gli occhi alla strada, affrettavo i passi per sentire da vicino l’interno. La soglia profumava di fughe, desiderio di accoglienza, di calore, di una nuova energia. Ero nella zona intima di un processo, di una curvatura che avvicinava a un centro come pura ipotesi.<br />
Mi riconosco in questa ipotesi e attraverso la soglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Testi tratti da <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong>, <a href="http://www.editricelarcolaio.it/home.htm" target="_blank" rel="noopener"><em>Nuovo inizio</em></a> (L&#8217;arcolaio 2023), prefazione di Antonio Devicienti.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nella spirale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/07/nella-spirale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Oct 2021 04:54:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=92860</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca D&#8217;Andrea da Primavera &#160; CLIMAX Climax, umore del corpo, periodo climatico. Che è sempre e porta in sé il rischio e il timore della fine. Come l’islandese di Leopardi, definitivamente dilaniato dai leoni o “monumentalizzato” nella stoltezza di base che guida il suo ragionamento (un rimpianto nostalgico che non si rassegna, nonostante ne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p><em>da Primavera</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="8">
<li>CLIMAX</li>
</ol>
<p><em>Climax</em>, umore del corpo, periodo climatico. Che è sempre e porta in sé il rischio e il timore della fine. Come l’islandese di Leopardi, definitivamente dilaniato dai leoni o “monumentalizzato” nella stoltezza di base che guida il suo ragionamento (un rimpianto nostalgico che non si rassegna, nonostante ne abbia consapevolizzato l’assunto, all’assenza di un fondamento e, quindi, di un soggetto), ancora l’uomo dell’oggi insiste nel rifuggire la coscienza della fine nell’apparentemente infinita metafisica del consumo.</p>
<p>Non è certo nuovo, anzi è forse il più antico, il pensiero che sia possibile annullare il ciclo del desiderio accordandosi al mondo, universalizzando la tutela e, seguendo ancora Leopardi (il suo “meccanicismo” degli anni ’20), ricordare definitivamente che «gli esistenti esistono perché si esiste» e che «il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Ma ciò che più conta è che i climi o, traducendo, gli ecosistemi, non sono tutti accessibili all’uomo. L’uomo non può aver casa ovunque lo spinga il suo desiderio ma può trovarla nel suo ritiro: l’unico vero rifugio è l’accordo col mondo, divenire definitivamente uomonatura.</p>
<p>Da qui la questione del limite, certo non invalicabile, ma da rispettare per necessità di sussistenza, contro l’<em>hybris</em> perpetua del desiderio. Scopriamo così un nuovo legame tra religione e scienza: la vera colpa è non voler riconoscere il limite del nostro abitare e, quindi, la corrispondente pienezza nell’accordo tra abitante e abitazione. <em>Habitat</em> che è anche <em>habitus</em>.</p>
<p>Si potrebbe giudicare “conservatore” l’atteggiamento di Leopardi, e quasi utopico, ma è proprio il suo disincanto a suggerire che non può esserci rapporto tra stato di natura e progresso – tra caldo (natura) da una parte e freddo (islandese) dall’altra. È la diversa consapevolezza dell’arrembante senso della fine (climatica, se si vuole) a riportarci al suo stesso esito: l’unico atto di “eroismo” plausibile nella nostra epoca è continuare a vivere, realizzando il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo.</p>
<p>Adattamento per ora. Ora dell’adattamento:</p>
<p>«Un eroe! O semplicemente vivere. Metodo, Metodo, che vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza! Sai bene che sono io che annuncio la nuova legge al nato di Donna, e che sto soppiantando l’Imperativo Categorico per instaurare in sua vece l’Imperativo Climaterico!&#8230;»</p>
<p>(J. Laforgue, <em>Moralità leggendarie</em>)</p>
<ol start="9">
<li>APPELLO AI PIEDI</li>
</ol>
<p>L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.</p>
<p>Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro <em>habitus</em> che non riesce a trasformarsi in <em>habitat</em>, non abbatte i suoi confini.</p>
<p>«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».</p>
<p>(A. Carson, <em>Antropologia dell’acqua</em>)</p>
<p>Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.</p>
<p>Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:</p>
<p>«ed ebbi la sensazione che <em>questa fosse l’epoca eroica</em>, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».</p>
<p>(H. D. Thoreau, <em>Camminare</em>)</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><em>da Estate</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="16">
<li>NELLE PROFONDITÀ III</li>
</ol>
<p>Nelle notti estive spiccava, come il brivido suscitato da un suono inaspettato, come un tentacolo abbarbicato alla pelle unta dal calore, l’urlo cantilenante della sirena. Ed era con quel sottofondo che cercavamo le nostre storie. Storie escrementizie, espulsive, perché solo attraverso il rifiuto raggiungevamo l’accoglienza, divaricando il sentiero dell’intimità. O, quantomeno, riuscivamo ad attraversare una minuscola radura ospitale, un assaggio di libertà.</p>
<p>Eravamo all’interno, nella radura, tra ciuffi d’erba sporadici e sterpi spuntavano isolate o a grappoli le piccole sfere. La merda di capra stimolava fantasie manipolatorie. Noi dovevamo riprendere fiato e il cammino, presto, non potevamo attendere che ci raggiungesse la sera. Così, dopo aver sputato schegge di saliva e la nostra inerzia, ricominciammo la discesa.</p>
<p>La terra sembrava svanire mentre l’attraversavamo, la sua consistenza manifestava il passaggio di dei sgretolati, la loro capacità di estinguersi e riapparire sotto altre forme. L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose. Un mare aperto tra le crepe fiammeggiava, come aprendo ricordi di cui non riuscivo a focalizzare i contorni. Rimaneva un amalgama di strade, riuscii a distinguerne alcune poco prima di essere sommerso. Scandivo i cerchi concentrici della scomparsa mentre mi abbracciava l’atmosfera mutevole del profondo.</p>
<p>Odore di cadavere e pino marittimo, merda di cane e appropriazione. Un senso di abbandono nella vita pulsante. Bastava attraversare un sentiero collaterale, un bivio imprevisto, per entrare nel mistero. La chioma alta e frusciante di un platano orientale e la sua solitudine d’ombra. L’oscurità in piena luce rimarcata dall’immobilità dei corpi. L’inerzia eterna e l’attesa come unici paradigmi d’azione, di ogni azione compiuta per raggiungere un’ulteriore stasi, assoluta, il marmo, la pietra. Le pose dei corpi distesi apparentemente all’erta o come in gabbia, nel movimento minimo che preannunciava fughe o agguati, bestie che sbranano per poi ritornare nell’inerzia. Corpi plastici e statue.</p>
<p>L’avvento di altre intelligenze, non umane, si faceva spazio in quel paesaggio di crepacci e ricordi. La polvere e la sabbia ricoprivano porzioni di corpo. Esseri maculati che s’introducevano fuori dal confine, con un’ostinazione annaspante e animalesca. Scendevamo senza un’idea precisa del dopo, fuggivamo il buio, l’estensione dell’ombra. Così assistemmo al parto. La porzione luminescente e viscosa della placenta sulla terra, il sudore e gli occhi, i nostri e delle bestie, s’incrociarono fino a consumare gli sguardi, fissando l’immagine nella retina, tanto in profondo da trasfigurarla in racconto. Il mito dell’alieno che muove i primi passi sul pianeta, tra ciottoli e merda, tra allori ed euforbie, ginestre e <em>zammari</em>. La tribù dava nomi per fissare la scena, narrava la sopravvivenza della specie, rimescolava l’esistente rendendolo lastra, strato, lamella, fossile.</p>
<p>I primi passi vivono nell’estinzione, la scoperta ci bloccò fino a farci indietreggiare, era tutto finito, oltre, era già un ritorno tra ciuffi sparuti di muschio riarso e bulbi acquosi.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><em>da Autunno</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="22">
<li>PER ECCESSIVA MATURAZIONE</li>
</ol>
<p>A settembre l’aria è ancora greve, il mondo pare appesantirsi e corrugarsi in meandri pastosi. Sotto il cielo e la terra, cunicoli, labirinti di vasi cribrosi attraversati da masse di cimici e cocciniglie. Il pesciolino d’argento fluttua nei recessi della dimora zuccherina, il suo paradiso sinantropico ricco di amidi, la sua <em>Hänsel und Gretel Haus</em>. E così, «per decadimento, per eccessiva maturazione, per marciume»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, per enfiagione prende avvio la fine. Siamo dentro l’origine della decadenza. Ogni esordio, per quanto appariscente, presenta sempre «un mondo che <em>casca</em> a pezzi senza saperlo»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, così anche l’autunno incipiente con i suoi calori tardivi e troppo umani mascherava un benessere apparente, mentre a incombere era qualcosa di inimmaginabile.</p>
<p>Entrare e uscire di casa, camminare tra le vie lineari e i parchi, tra filari di tigli e platani, immersi nei residui d’ombra di pioppi e ippocastani, così passavano i giorni, sgranati come grappoli in attesa di una consumazione definitiva. E invece sempre temporanea, rigenerabile come la forma delle nubi prima di ogni catastrofe, come la piega del lenzuolo al mattino dopo una notte condizionata da incubi e posture inadeguate. La sorte e galassie immaginate ci rendevano estranei a noi stessi nei passi consueti, nelle abitudini che producevano erosioni primarie, abrasioni della terra, assenze senza affanno, dimore senza storia, sonnolenze suburbane, pace di pianura e fermentazione di palude.</p>
<p>Così trascorrevano le ore, le nostre piccole paure e l’urgenza di sapere dove saremmo finiti e, nonostante tutto, continuare a lavorare fino alla consumazione.</p>
<ol start="23">
<li>E LA GRAN FATICA</li>
</ol>
<p>La nostra casa si regge su mura sempre più fredde. E sotto il suo tetto di polvere dormono esseri investiti dai venti della mezzanotte. La nostra casa pare spegnersi sotto nubi di contagio e la proibizione e la giacenza di un misero autunno. E la gran fatica in questi giorni che obliano la terra, la gran fatica delle parole. Autunno. La stanchezza del rosso e del giallo che bruciano aceri, faggi, castagni e larici tra vette spaventose e viali morti e mille volti e boschi inceneriti e tarsi piumati che annunciano la caccia fatale, rapace. In questo «ammassamento cremoso»<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> di carcasse marcescenti e accatastate o sfrattagliate nell’umidore buio, mentre i corpi dormono avvolti nell’aria vaporosa della mezzanotte, ecco grandi ombre squagliarsi sulla superficie delle strade, risalire le pareti di palazzi e cascine, divorare la città-carogna. Ombra-aquila che si abbatte sui boschi neri, sulle tangenziali filiformi notte dopo notte, dalle vette fredde giù nelle paludi, nei focolai d’infezione e odori tristi. Catabasi tra gas e pestilenza, la tundra urbana che emana «fragranza di Persefone»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> e che chiude definitivamente l’estate, tappezzando l’asfalto. La luce si fa blu e verde e mastica il senso dell’emisfero, dell’occasione, della fine. E albeggia. Mentre i corpi fluttuano, sono forme luminose rallentate, <em>screen saver</em> del mondo e l’attesa è una fatalità che si muove in cerchio, attivando un percorso capovolto fino allo zenit dell’illusione originaria. Le foglie sverdiscono, la luce si fa blu fino a confondersi con la fine del cielo, è in arrivo una maniera diversa, un approccio imprescrittibile che odora di scomparsa e tristezza, di un mondo che pareva insostituibile.</p>
<p>È in arrivo il bianco incolore, il neutrale, il rosso:</p>
<p>fumo nel fumo<br />
buio d’animale<br />
porta di sangue<br />
grido siderale</p>
<p>(V. Bonito, <em>La bambina bianca</em>)</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><em>da Inverno</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="34">
<li>IL FALSO VUOTO</li>
</ol>
<p>Il vento crudo investe la materia,<br />
la crosta assorbe la luce e s’inseria<br />
in pianeti molteplici e poi varia</p>
<p>la veste bruna che indorata interra<br />
il falso vuoto e un pieno dissotterra<br />
di residui. Scintilla, e tutta l’aria</p>
<p>è un segreto di <em>munnizza</em> scordata,<br />
un’alba dolce astrale abbandonata.</p>
<ol start="39">
<li>IL VIAGGIO – LA FINE</li>
</ol>
<p>Lo spillo fossile riluce<br />
lo spazio dispregia e non c’è<br />
<em>‘namoranza disiosa</em><a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> che<br />
rintracci pietà nella luce.<br />
Di quello che fu del passato<br />
che si ripresenti in futuro<br />
l’amore duro,<br />
amerò come mäi è stato amato</p>
<p>lo specchio del verde che scuce<br />
lo spettro arboreo inflorescente,<br />
il braccio di roccia che pende<br />
cadendo in sabbia bianca e <em>duci</em>.<br />
Amore da orgoglio umiliato<br />
nell’umile passo misuro<br />
il gioco puro<br />
che baia in grotta e in bosco ha trasformato.</p>
<p>La gola di ghiaia conduce<br />
ai fronti glaciali e la terra<br />
discende <em>sciobbata</em><a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> alla pietra.<br />
La lingua s’incava e disluce<br />
nell’antro lo sguardo sfocato<br />
e il freddo che rende insicuro<br />
il passo, è un muro<br />
l’abisso blu che <em>scinni ‘nturcigghiatu</em><a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p>E scende e scende in controluce<br />
il mondo si riversa e accende<br />
il ramo invisibile che<br />
si espande da nuova radice.<br />
Una voce, un soffio attutito,<br />
un <em>ciatu chi manna caluri</em>,<br />
<em>comu l’amuri</em><a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a><br />
tocca le mani, dito contro dito.</p>
<p>Intanto il disamore sfocia<br />
nell’iniziale caos che indentra<br />
il fuori in fredde tane, in ventri<br />
<em>monchi e usciati</em>, <em>chi fannu bbuci</em><a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>,<br />
in strati e giri, un nuovo attrito<br />
infinito, ulcerato, duro<br />
come il futuro<br />
senza comfort, dal buio rivestito.</p>
<p>E incendiato in cenere inficia<br />
l’abbraccio <em>dû cielu</em>, <em>dâ stidda</em><br />
<em>cû munnu </em>e gioca <em>a mmucciatedda</em><a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a><br />
negli angoli e ammanchi la specie.<br />
La specie assente assiderata<br />
che manca d’anima e <em>d’amuri</em>.<br />
Senza <em>caluri</em><br />
<em>‘namoranza disïosa</em> è<em> pidduta</em><a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<ol start="40">
<li>NUOVO MONDO</li>
</ol>
<p>Con le mani non libere stanotte<br />
dormiremo in altre sfere di mare.<br />
In acqua scende pende oscilla l’aria,<br />
tra porti e sbarchi muta le stagioni.<br />
Voi, scampati, considerate il ghiaccio<br />
e in stelle immergerete il desiderio.</p>
<p>Forse è un’ultima luce il desiderio<br />
che nuovi dei scandagliando la notte<br />
scopriranno sotto crepe di ghiaccio.<br />
La terra è vostra, correte altro mare<br />
naufraghi carezzati da stagioni<br />
inedite, diverse come l’aria</p>
<p>che respirate. Sempre nuova è l’aria<br />
se a commuovere dentro è il desiderio<br />
inestinto del fuori. Le stagioni<br />
si scambiano alternando giorno e notte<br />
anche se l’onda ormai stinta del mare<br />
si dilata da macerie di ghiaccio.</p>
<p>Quando la stanca materia nel ghiaccio<br />
al risveglio cambierà ancora l’aria<br />
sciogliendo il cuore nel cuore del mare<br />
venefico, nascerà il desiderio<br />
e un vento nuovo nel cielo la notte<br />
ravviverà le alterate stagioni.</p>
<p>Così l’uomo si adatta alle stagioni,<br />
come un respiro profondo sul ghiaccio<br />
che avvolgendo il mattino nella notte<br />
trasforma di anno in anno terra e aria.<br />
Il suo passaggio è puro desiderio,<br />
i suoi passi una scintilla di mare.</p>
<p>Come gocce in sospensione sul mare<br />
sono già i nostri giorni e le stagioni<br />
saranno nel futuro il desiderio<br />
di nuove albe, nel cuore di ghiaccio<br />
della terra, fin quando fiato e aria<br />
si scomporranno nell’eterna notte.</p>
<p>Intanto questa notte è desiderio<br />
d’aria e respiro, protesta del ghiaccio<br />
alle stagioni in cerca d’altro mare.</p>
<p>______</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> G. Leopardi, <em>Zibaldone</em>, 4169.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> J. Didion, <em>A Sud e a Ovest – Pagine da un diario</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> B. Traven, <em>La nave morta</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> S. D’Arrigo, <em>Horcynus Orca</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> W. Stevens, <em>Cose d’agosto</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Giacomo da Lentini, <em>La ‘namoranza disïosa</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Accecata.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Scende attorcigliato.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Fiato che manda calore, / come l’amore.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Molli e gonfi, che urlano.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Del cielo, della stella / col mondo e gioca a nascondino.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Perduta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Testi tratti da: <a href="https://industriaeletteratura.it/prodotto/nella-spirale-stagioni-di-una-catastrofe/"><em>Nella spirale. (Stagioni di una catastrofe)</em></a>, Industria e Letteratura, 2021.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cammino nella metà della luce</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/07/06/cammino-nella-meta-della-luce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2020 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=85198</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca D&#8217;Andrea I. Risveglio &#160; Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p><em>I. Risveglio</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti</p>
<p>e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>II. L’ente scimmia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>III. Superamento e sostituzione</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo il saggio che ne ha fatto esperienza, «l’uomo comincia a superare infinitamente l’uomo», manifesta la sua presenza-assenza e viceversa. Non esiste un termine per descrivere l’essere: essere e custodire uno slancio, una nube di energia. «Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?», persona della mia persona che parli un po’ prima di questa noia insinuata tra le nature della mia natura. «Io non ci sono già più», non ho più un odore, tante forme dettate dalle cavità del corpo termitaio. Ora che la morte profuma lontanamente di dolore, l’aria è la forma di un’origine fraintesa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IV. Nell’umore</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal tendaggio trafitto barlumi lasciavano trapelare i colori, nel verde trivellato di melma continuava a cadere l’acqua. La pioggia distribuiva forme nuove, gli arti filiformi oscillavano dai rami di un castagno. Dalle forre partivano rigagnoli acerbi che penetravano la terra, piccoli e vigorosi rimodellavano le superfici. Il buio nel profondo attendeva quella luce umida per mondare e levigare l’oro delle zolle. Intravedeva figure tra le strisce che rigavano gli occhi, un coro riemerso dai muschi, dal respiro verde, da radure remote.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>V. Tecnologie della morte</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In lontananza fori nella nebbia, un destino che coinvolge nel travaglio l’oggetto gettato. Doveva pur vivere, mangiare, imborsare le risorse, i colori, le turbe regressive e proteiche dei prodotti. Ma non era nulla, eclissi dell’uomo, un’ascissa che si sarebbe frantumata in un punto, la sua vocazione alla morte. Dopo il naufragio verticale aveva concluso che avrebbe potuto permettersi un’unica concessione. Una dannazione laica e materiale, mentre ogni sera avrebbe fatto ritorno alla sua casa rudimentale. Tremava dopo aver trascorso giorni interi in luoghi remoti, in compagnia dei soli alberi superstiti, in assenza di zone temperate. Forse i pesci e le alghe avevano ragione coi loro silenzi minerali e il loro vagare liquido. Come il vento che spinge il suo corpo oltre il mare e le zattere plastiche nel cielo e nel mare confusi, aromi mescolati di agrumi e conifere fuori dalla coda dell’occhio, dietro borchie di fumi, fori sfavillanti tra i meandri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>VI. Il colono</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La strada era una polveriera. Sulla terra deperibile l’avvento di singolarità e raid esponenziali. L’accampamento fu smantellato e allora accadde: l’oro spento nelle fosse voraci, annientatrici di galassie. Nel dopo già scia assiale, il dopo inerte dei corpi siderei, assiderati, in contatto con la fine. Ma non era certo quando fosse avvenuto, adagiato nella calma profonda, in profonda assimilazione di comfort e grandi dati. Intrattenuto nei sogni di pitosfori e sfere fluttuanti, di capsule e stagni grigi, di semenze ingannatrici e specchi che avevano dietro moltissimo nero. E la ghirlanda s’insinuava impalpabile nella natura oscura di un nuovo dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>VII. Orpheus II</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E allora si voltò, l’89 remoto di vecchie e nuove età. Era la commozione arcaica che lo trascinava tra le bacche i rami secchi, tra i boschi a succhiare e trasfondersi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo immagini per trarre colori sommersi, col blu altrove, con <em>digital nomads</em> e baracche a materializzare il paesaggio. C’erano rocce lì e un cuore commosso e un suono d’uccello <em>outsourcer</em>. Il cuore del bosco era dentro una nuvola vaporosa, come una catena di cristalli circondati dall’effimero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E tutto appariva sparpagliato e accessibile, ardente come il suo essere solo, inghiottito. Un dio di trasformazioni si espandeva come nebbia e desiderio, per questo si voltò e lo raggiunse un vento moderato antimoderno, un archivio-agglomerato a imprigionarlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel <em>lock-in</em> che generava una nuova appartenenza si sentiva appagato, tenero, nascente come un uomo raccolto nel suo attimo di rivelazione, nella sua notte del passato. Nell’avvenire. Così trasfuso nell’apparizione del mondo nell’ora più solitaria del suo cuore solitario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Conversazione con Gianluca D’Andrea su “Forme del tempo”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/13/conversazione-con-gianluca-dandrea-su-forme-del-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2020 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporane]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83710</guid>

					<description><![CDATA[a cura di Gianluca Garrapa Gianluca Garrapa: È uno spazio-tempo desiderante questo lavoro di Gianluca D’Andrea: Forme del tempo &#8211; (Letture 2016-2018), edito da Arcipelago Itaca nel 2019 nella Collana Sorgiva, non sembra avere una forma maggioritaria, né una cronologia che imponga una lettura lineare. Si apre con l’emergenza di una frattura, di una ferita: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di<strong> Gianluca Garrapa<br />
</strong></p>
<p><strong>Gianluca Garrapa</strong>: È uno spazio-tempo desiderante questo lavoro di Gianluca D’Andrea: <em>Forme del tempo &#8211; (Letture 2016-2018)</em>, edito da Arcipelago Itaca nel 2019 nella Collana Sorgiva, non sembra avere una forma maggioritaria, né una cronologia che imponga una lettura lineare. Si apre con l’emergenza di una frattura, di una <em>ferita</em>: questa è descrittura degli stati transitori. Stati che sono anche Stati politici, ostinati nella stasi del confine che va, invece, enucleato, attraversato e, ci si augura, abolito. <span id="more-83710"></span>Nomadi citati nel collage, frammenti di pensiero, frattempi lirici che di Io non ha altro che il nulla, la morte. Morte come fine, fine a cosa? A cosa si finalizza la morte? Alla memoria? A un’altra vita. La fessura. Il buco del reale che il simbolico non può inquadrare: è questo il pensiero che cammina imperituro costeggiando curiosità, poesia e politica. È un’erranza del desiderio, una desideranza della scrittura che riflette sia in sé stessa sia nello speculare del lettore. Non è una lettura facile o difficile. Richiede una consonanza col proprio desiderio perché il riflesso, appunto speculare, lo specchio, la parola è sempre a doppio senso in questo scritto, perché il riflesso possa farci riconoscere il desiderio dell’Altro, che appartiene all’altro e non a noi; al lettore appartiene il suo proprio desiderio che riconosciuto permette di ascoltare, senza livellarlo o distruggerlo, il desiderio dell’altro. Sicché non si tratta di segregare forme poetiche, di separare poesia neo-lirica e poesia sperimentale e decidere cosa sia vera poesia. Poesia è la bordura simbolica del mancante, del vuoto, non negativo, che non si può dire a parole e forse nemmeno per immagine. C’è un non dicibile che è come quel vuoto della brocca della cosa heideggeriana che permette al contenitore di contenere, alla brocca di dissetare se piena di acqua. Nasce tutto dal rischio di non esserci più, demartiniana memoria da fine del mondo, la paura della scomparsa: <em>Che l’aisthesis non sia nient’altro che la percezione di questa paura? Ogni nostra creazione vive in questo margine, l’orlo della scomparsa da cui si rende sempre un’ultima traccia. </em>Che il rischio a farci creare sia proprio il rischio di non esserci, lasciare testimonianza della propria caducità è insito all’arte? Come si configura una scelta poetica alla luce di questo rischio?</p>
<p><strong>Gianluca D’Andrea</strong>: Dici già molto nella domanda e bene. A partire dall’erranza nomade della parola fino alla possibilità del vuoto, passando attraverso la “desideranza” della scrittura che già risponde al rischio della scomparsa e della necessità di testimoniare anche e soltanto “un’ultima traccia”. A questo punto il rischio in poesia si tramuta in azzardo, ancora necessitante, un po’ come nel <em>coup de dés </em><em>mallarmeano e, in questo senso, in questo salto, la scelta poetica si autoconfigura. Tutto diviene </em><em>sim-plex</em><em>, si auto-origina in continui passaggi, in mutamenti improvvisi della materia o, in una parola, nella metamorfosi. Mi viene da pensare a un’opera di Burri, </em><em>Bianco Plastica</em><em> del 1967:</em></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-84119 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/93152914_228638288207351_8411122596522754048_n.jpg" alt="" width="482" height="320" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/93152914_228638288207351_8411122596522754048_n.jpg 482w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/93152914_228638288207351_8411122596522754048_n-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/93152914_228638288207351_8411122596522754048_n-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/93152914_228638288207351_8411122596522754048_n-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/93152914_228638288207351_8411122596522754048_n-160x106.jpg 160w" sizes="(max-width: 482px) 100vw, 482px" /></p>
<p>Alberto Burri, <em>Bianco</em> <em>Plastica</em> (<em>Combustione)</em>, 1967</p>
<p><em>Nella splendida analisi che ne fornisce Federico Ferrari (in F. Ferrari, J. L. Nancy, </em><em>La pelle delle immagini</em><em>, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 113-114), la forma del quadro diviene l’attesa “di un corpo che si sottrae alla propria immagine” e che desidera/necessita (a questo punto cade ogni distinzione) solo la sua es-posizione. Anche la parola della poesia si espone al suo senza fondo. Tu la chiami fessura, buco o, interpellando Heidegger, vuoto; seguendo questa direzione si arriva alla vertigine dell’abisso, alla </em><em>mise en abyme</em>, laddove l’abisso <em>nient’altro è se non il senza fondo, appunto, che la poesia, come ogni altra arte, manifesta. Senza nessuna connotazione morale.</em></p>
<p><strong>G.G.</strong>: C’è questo medioevo elettrico, anzi, barbarie elettrica in cui si balbetta l’Altro e la propria angoscia selfando e disfacendo l’altro a propria immagine, senza immaginazione. Il rapporto tra reale e immaginario è oppositivo, non dialettico. Il simbolico sembra ricucire, il corpo simbolico del poeta che percepisce e restituisce le cose oscure del mondo che dette restano più oscure. Il tempo è il presente assente, la storia non codificabile dei giorni. In queste letture-riflessioni appaiono racconti di un’autobiografia il cui soggetto pare storico più che idiosincratico individuo. Racconto che narra il passato (ricordo d’infanzia) e poi <em>Rocky o del molteplice individuale, </em>racconto delle forme che ha assunto il tempo poetico intorno all’assenza, al manque di zanzottiana memoria, alla caduta, all’identità evaporata: <em>un racconto intermittente – una storia per “pulsazioni” direbbe Nancy – baluginante dalle epoche fissate nel documento. </em>Il racconto si fa poesia per dire il trauma presentato, fatto presente solo dal linguaggio che gli dà un nome. Ma il nome indica, mostra e non può dire questa ombra che pur senza peso pesa sul presente e è rizoma. Sfumature di un colore che cade e non cede al cromatismo dello sfondo. In questo senso, cosa è il racconto della poesia? E poi raccontaci questi due racconti alla luce di questa <em>invenzione “vuota”</em> che è l’identità dell’umano.</p>
<p><strong>G.D.</strong>: “Sono gli eventi che rendono possibile il linguaggio”, questa affermazione lapidaria di Deleuze mi sembra rappresentare al meglio le possibilità di racconto della poesia. Provo a partire dall’origine della tua domanda: il medioevo o barbarie elettrica che “selfa” e disfa l’Altro. Di recente è apparso un mio inedito (prima sulle pagine di Repubblica e poi su Argo on-line, per intercessione di Gilda Policastro e Lorenzo Mari, che qui ringrazio vivamente), in cui dico queste parole: “nel tragitto <em>information</em> / <em>highways</em> per blastare e dissare / in eterno l’altro”. In questo caso, nell’utilizzo dello stesso linguaggio della rete emergono le linee di un conflitto improcrastinabile; non si tratta di neoluddismo, <em>deep ecology</em>, ecc., quanto di un’urgenza ontologica “contenente tutte le entità rilevanti e le loro relazioni in un dominio” (secondo le nuove applicazioni che il termine ontologia assume in campo informatico). In poche parole, occorre riconsiderare la vita relazionale e, quindi, sociale. Tu parlavi nella precedente domanda di “Stati politici” e ponevi l’accento sull’ambivalenza tra <em>status</em> individuale e vita associata, ecco il racconto in poesia interviene per rilevare che se non ci fosse un mondo, un altro, gli “eventi” di Deleuze, non sussisterebbe nessuna possibilità ontologica e, quindi, nessun linguaggio da mettere “in comune”. Una delle mie ossessioni attuali risiede nella capacità di trasformazione della parola in <em>mythos </em>(che poi è l’unica possibilità del racconto attraverso la parola, lo dice la stessa etimologia), e i due racconti da te individuati, infatti, si ricollegano a un percorso mnesico che tenta di fare i conti con l’assenza. Il primo (<em>Ricordo d’infanzia</em>) più evenemenziale, per cui l’infanzia diviene una sorta di <em>escamotage</em> apotropaico per eludere, o meglio, rendere presenti i fantasmi che a quel passato fanno riferimento (d’altronde ogni mito ci parla di ombre vive); il secondo (<em>Rocky o del molteplice individuale</em>), parla di un tipo di assenza più “intellettualizzata”, attraversata da un vento generazionale che include la mia attività poetica e di lettore di poesia. In entrambi i casi si tratta di una ri-creazione dello spazio che si apre ai mutamenti, come provavo a dire nella prima risposta, adesso posso aggiungere, al futuro.</p>
<p><strong>G.G.</strong>: Non c’è nulla oltre l’inciampo creativo che, in quanto caduta, cedimento, cesoia, fa una rottura, immette uno spazio, un vuoto, un’alternanza tra lunghezza e brevità. Una caduta al suolo che riporta, anche comicamente, la legge della verticalità acquisita al gattonamento, alla scivolata sulla buccia di banana, e torniamo bimbi, infans, incapaci di parlare e camminare. Con buona pace di Kant, ossessivo sostenitore del contrario: la postura ideale sarebbe quella dell’animale, e non la verticale umana, con buona pace di ogni Legge, la caduta al suolo è proprio l’incorporamento e la trasgressione di ogni norma, questa pratica del suolo, della terra che ci fa anonima polvere. Ma è proprio <em>la solitudine del soggetto a far sì che avvenga un ritmo e, infine, la scelta del respiro. </em>Che rapporto c’è tra poesia, ritmo e respiro?</p>
<p><strong>G.D.</strong>: Ecco, appunto lo spazio con cui si chiudeva la precedente risposta è, ancora una volta, il vuoto di cui parli. Mi interessa molto quello che dici sull’animale e sulla postura che ci avvicina alla terra, rendendoci “anonima polvere”. Con ogni probabilità la “figura buffa” (ne parlo in un altro inedito) che inizia a farsi strada, anche se ancora in maniera indefinita, è un essere altro del futuro che si conduce con passi inconsueti. D’altronde, mi pare fosse Bergson a parlarne, è l’automatismo a scatenare il riso, probabilmente la nostra epoca altamente automatizzata è solo la preparazione a una nuova spontaneità che, magari, potrebbe stimolare la nascita di diverse comunità (se “il riso è sempre il riso di un gruppo” rafforza le relazioni).</p>
<p>Per concludere sul rapporto tra poesia, ritmo e respiro, non posso che richiamarmi, allora, a una nuova misurabilità dei passi che si compiono attraverso una poesia in cammino, in cerca di un nuovo ritmo. Ma una nuova misurabilità deve sempre considerare la non fattività di una misurazione definitiva (gli ultimi due secoli, tra moderno e postmoderno, mi pare, ci hanno lasciato questa semplice eredità).</p>
<p><strong>G.G.</strong>:<em> Un po’ come nella meccanica quantistica, è impossibile prescindere dalla presenza, per quanto umbratile, dell’osservatore: </em>dunque la poesia senza l’occhio-sguardo è nulla?</p>
<p><strong>G.D.</strong>: No, non sarebbe nulla, ma è vero anche il contrario: l’occhio-osservatore non sarebbe senza l’alterità scatenata dalla poesia. Più avanti, nello stesso capitolo dal quale hai estratto la citazione, parlo di una poesia che è “transizione che capta il mondo per dissolverlo” e subito dopo “l’osservatore passa e il passaggio lo intride di tracce”. In buona sostanza tra essere e nulla avviene una consapevolizzazione, quella dell’inevitabile scomparsa. Ciò che conta, allora, dopo aver raggiunto questa consapevolezza, è il racconto immaginifico della relazione; questo è il compito della letteratura in toto, poesia non esclusa.</p>
<p><strong>G.G.</strong>: <em>La scrittura poetica compone e scompone le fattezze, tenta di riattivare il senso decretandone la scomparsa. </em>È in questo scollamento tra senso e non senso, tra luce e ombra, lungo il margine che borda il mare, la risacca che conferma e muove, e la terra che si ricolloca quantomeno come consapevolezza del lutto che non segue la morte della lotta. Un giro di boa e di parole che abborda il senso. La prosa fluida che costringe a rileggere, riassestare la lettura, perché le immagini sono nuove e i simboli collegano inaudite temporalità e la memoria è sempre il poter selezionare quello che vogliamo. Non è detto che sia interpretabile qualsivoglia scritto, anzi, sono propenso a sostenere più la logica del sentire-sentiero che del pensiero. Più un andazzo immaginativo, fuor da ogni immaginario ego che voglia conchiudere il discorso sempre per sua natura transbordante. Per immagini: la poesia come può ristabilire il senso dell’immagine?</p>
<p><strong>G.D.</strong>: Sul vagabondaggio del sentire mi trovi pienamente in sintonia. Più che il senso dell’immagine, la poesia ha il compito, a mio avviso, di rinnovare l’immaginario. Un po’ come dicevo al termine della risposta precedente, occorre ritrovare il coraggio della relazione con un mondo in continua mutazione. È vero che l’immagine diventata invasiva attraverso le nuove comunicazioni, social specialmente, sta risucchiando terreno all’immaginazione, ma questo non significa che attraverso una commistione dei linguaggi non si possa fare poesia. Certo, partendo da questo presupposto si rischia di trasbordare il senso della tua domanda verso i territori dell’inclusività e dell’ibridazione della parola poetica (o era tua intenzione?), ma, con ogni probabilità, è proprio la sfida che si sta delineando: come la poesia si pone al tempo del trasferimento di senso tra parola a immagine? Come affronta il passaggio da biosfera a iconosfera, con la conseguente smaterializzazione che sembrerebbe colpire non solo i linguaggi ma la vita stessa (ancora un richiamo ontologico, come all’inizio della nostra intervista)? Su queste domande si fonderanno i nuovi approcci, le nuove grammatiche (secondo una definizione di Federico Ferrari) che permetteranno l’accesso al mondo a venire, al futuro. In precedenza, per intenderci quando parlavamo di testimonianza e caducità, il modo migliore che ho trovato per esprimermi è stato quello di presentare un’immagine (l’opera di Burri). D’altronde, lo strumento che stiamo utilizzando per parlare tra di noi, l’infosfera, favorisce il pellegrinaggio nell’immagine e questo non crea impoverimento ma arricchimento dei canali di senso.</p>
<p><strong>G.G.</strong>: Queste letture-scritte sono riflessioni che riflettono e fanno riflettere. Alla specularità dello specchio, allo speculare del riflesso, si è aggiunta l’opacità trasparente del monitor, del monito al dirci che non siamo altro che inconsapevolezze elettriche. Soggetto è oggetto, s-oggetto<em>: la tecnologia attuale, cioè, crea protesi più complesse, un’avanguardia di rappresentazioni altre che provano a cancellare la certezza di non essere e, invece, non fanno altro che riconfermare il passaggio “illusorio” ad altri modi di essere. </em>Irrompe il reale della caduta, della malattia, è cosa di questi giorni, e non si rassicura l’uomo nemmeno con l’illusione protesica del virtuale. La paura del gorgo e della vertigine della Cosa pseudo-materna e fagocitante. Ma io mi manco e non posso essermi tutto io. Tutto uno. Come nell’immagine ideale del bimbo allo specchio<em>: immobili nel riflesso perpetuo di una posa rassicurante per quanto limitante e, addirittura, esiziale. </em>La parola richiama una scomparsa perché si attivi una presenza, l’immagine simula una presenza nell’avvenuta scomparsa. Chi sono io che leggo e mi livello alla tua disidentificazione? E chi sono gli omologhi di coloro che si reputano persone non conformi al pensiero comune? Consumo dunque sono e l’arte è fine a sé stessa e sempre più grossolana e caduca: che percorsi sta intraprendendo la poesia in un’epoca velocissima e impaurita dal mutamento<strong>?</strong></p>
<p><strong>G.D.</strong>: Partiamo dal riflesso: la dimensione del <em>transfert</em> attivata dalla figura dello specchio raggiunge livelli parossistici agli esordi del XIX sec., agli esordi, cioè, della modernità. La figura del <em>dandy</em>, secondo Sabine Melchior-Bonnet, mette in luce l’esigenza, da parte del soggetto, di diventare spettatore di se stesso. Così come il <em>dandy</em> “vive e dorme davanti a uno specchio” (come ci insegna Baudelaire ne <em>Il mio cuore messo a nudo</em>), l’<em>influencer</em> si immerge nel monitor e nella messa in scena. Abbiamo superato la superficie della fonte di Narciso e quindi abbiamo superato la negatività, dialettica mi verrebbe da aggiungere, dello sdoppiamento. La percezione effettiva è che non esista alcun <em>transfert</em>, ma solo la possibilità di modificare a piacimento la propria immagine. Si passa “illusoriamente” ad altri stati di essere, come dico nel brano da te citato, non c’è trasposizione tra mondi – diversificazione tra reale e virtuale – bensì identificazione. Il <em>transfert</em> è puro desiderio di trasformazione, per cui reale e immaginario si rilanciano vicendevolmente, per questo a divenire centrale è lo spazio di transizione, anzi la nostra attenzione si attiva proprio su questo discrimine, dove solamente si produce <em>dynamis</em>. Nell’intercapedine tra reale e illusorio, allora, avviene costantemente la disidentificazione da te evocata, appare il difforme, il non omologo, perché “solo le menti piccole non giudicano dalle apparenze”, direbbe Oscar Wilde.</p>
<p>Come si sarà notato, giunti a questo punto, non resta che compiere il definitivo salto nell’alterità, o alienazione, dell’essere. Ma occorre coraggio e, per rispondere alla tua domanda sulla poesia nell’epoca della malattia e del terrore, non vedo a oggi, almeno in Italia, autori capaci di prendersi carico del passaggio ontologico in atto, anche se chiaramente non ho letto tutta la produzione poetica nazionale degli ultimi 20-30 anni. Qualche spiraglio l’ho intravisto comunque, ma proprio di recente, in <em>Habitat</em> di Federico Italiano, per quanto riguarda i nati negli anni ’70 e in qualche esordio di poeti nati negli anni ’90, c’è speranza insomma.</p>
<p><strong>G.G.</strong>: Colmare il vuoto della cosa e stare sulla soglia dell’altro. Sottrarsi all’io, decentrare il poetico dall’egocentrico e non temere l’irruzione del reale, il progredire. Eppure ecco l’immagine statica contro il fluire dinamico della storia raccontata. E il quadro de <em>Gli ambasciatori</em> (Hans Holbein il Giovane) che apre la V serie delle letture, evoca lo studio lacaniano sull’estetica dell’anamorfico nel <em>Seminario</em> (Libro XI) in cui è il reale a straniarci, a stupirci. Più che il bordo della cosa teso a contenere la cosa del reale, adesso, la cosa ci viene messa di fronte: incontro con il reale e non bordatura del reale, ti rimando la tua stessa domanda: <em>è possibile ancora “raccontarci” ora che siamo a un passo dalla resa del linguaggio verbale?</em></p>
<p><strong>G.D.</strong>: “Stare sulla soglia dell’altro”, non posso che sottoscrivere e riutilizzare questa tua bella definizione per provare a dire che “raccontarci” è un mantenerci all’erta, con le antenne puntate sull’alterità, sul diverso, che poi è l’unico modo perché l’arte, e la parola della poesia con essa, possa trovare ancora spazio o, con le parole assai più  congrue di Fortini, “luogo a procedere”, per cui, cioè, possa emergere la speranza di una ancora plausibile trasmissione e di una “diversa possibile codificazione del reale e del linguaggio”. Non temere “il progredire”, annunci, e l’anamorfosi rievocata dal quadro di Holbein il Giovane, non fa che confermare l’urgenza di captare la trasformazione e rilanciarla, perché “il mio futuro non è che il presente di un altro” (ancora in Fortini), per rendere finalmente il tempo “redimibile” con buona pace delle derive moderniste.</p>
<p><strong>G.G.</strong>:<em> La bellezza sempre mobile del molteplice</em> è l’arma contro l’<em>“aggressività monadica del terrore”. </em>Allo stesso tempo la poesia è proprio la testimonianza del fallimento dell’io e di ogni ideologia: <em>lo sforzo di cogliere il mondo nella consapevolezza della sua irraggiungibilità</em>. Errare e errare. Fallo! e fallo. È un errare nella valenza dell’errore e del peregrinare, del costeggiare il limite tra il soggetto e il mondo, sempre in asintoto, e sempre in asintoto può essere la parola rispetto al nucleo immaginario della poesia, perché il reale non ha altro che buchi. In questo senso il ciclo e riciclo è periodico ma non si fa mai unità e se si fa è dittatura d’amore o proprio negazione del desiderio. Negazione contro negoziazione dell’epizeusi periodica che non è nemmeno ossessione narcisa ma semplice ripetibilità e differenza del respiro. A proposito di molteplice e differenza, come hai scelto i poeti che poi hai analizzato nel tuo percorso? In generale chi sono stati i tuoi compagni di viaggio in queste letture?</p>
<p><strong>G.D.</strong>: In buona sostanza occorre cogliere il mondo senza circoscriverlo. Chiudiamo, com’è giusto, ciclicamente sull’erranza che attraversa margini e non crea argini. Per questo mi è impossibile offrire un quadro stabile sulla scelta dei miei compagni di viaggio durante la composizione del libro che, oltretutto, è nato con una connotazione frammentaria e non è detto abbia raggiunto una conclusione unificatrice. Di più, neanche l’ha cercata, ha mantenuto la sua superficie rizomatica <em>ad infinitum</em> (come recita il titolo dell’ultimo capitolo). Quindi, gli autori non sono stati scelti ma, come sempre accade, sono semplicemente caduti nell’opera.</p>
<p>*</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Note su L’indifferenza naturale di Italo Testa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/10/note-su-lindifferenza-naturale-di-italo-testa/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/10/note-su-lindifferenza-naturale-di-italo-testa/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2018 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[italo testa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=74424</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca D&#8217;Andrea Lo sguardo è lenta costruzione […] la mente rumina le cose le afferma per sottrazione L’indifferenza naturale   L’ultimo libro di Italo Testa sembra attraversato da una carica metafisica che fa leva sulla sospensione. La parola si fa basilare, tocca il basso e l’umido di una terra di passaggio che solo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p style="text-align: right;">Lo sguardo è lenta costruzione […]<br />
la mente rumina le cose<br />
le afferma per sottrazione</p>
<p style="text-align: right;"><em>L’indifferenza naturale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’ultimo libro di Italo Testa sembra attraversato da una carica metafisica che fa leva sulla sospensione. La parola si fa basilare, tocca il basso e l’umido di una terra di passaggio che solo in lontananza sembra fare risuonare paesaggi realmente attraversati dall’autore.</p>
<p>Sicuramente balugina una necessità di rinascita ma essenziale, appunto, o “naturale” come l’in-differenza cui il titolo introduce e che suggerisce una percezione ambivalente: «la vita che ignota fermenta dai fossi / in un’onda di calore svapora» (<em>pastura</em>, p. 16, vv. 5-6), o ancora «guarda la vita che anonima fermenta / il ritmo uguale dei giorni senza meta» (<em>la lenza</em>, p. 17, vv. 1-2). Ambivalenza che, almeno nei testi da cui gli estratti sono riportati, sembra inoltrarsi nella terra di mezzo di una nominazione franta, da un lato sentinella di una presenza che si appressa ma, d’altro canto, che s’immobilizza nel “non nominabile” “di un’assenza” (come è evidente nell’ultimo componimento del libro a p. 117).</p>
<p>Partendo da questi estremi, nella divaricazione di una cammino che si dipana per segnali e intermittenze, è possibile rintracciare ombre di presenza in una realtà indistinta, limacciosa, cui sembra destinato a ritornare ogni segno umano (e, nello specifico, la parola della poesia). Ogni documento, potrebbe “realizzarsi” in un’archiviazione indifferente, in un enorme “no-cumento” – questo il rischio che le capacità di archiviazione attuali immettono nel nostro vissuto se si dimentica la stratificazione “geologica” che i segni producono – ma la poesia indica la direzione di un recupero, per quanto disillusa, verso cui sembra muoversi l’opera di Italo Testa, incluso <em>L’indifferenza naturale</em> che sembra porsi in posizione “originaria” rispetto ai depositi e alle stratificazioni successive di <em>La divisione della gioia</em>, <em>I camminatori</em> e <em>Tutto accade ovunque</em>.</p>
<p>Un esempio di questo recupero <em>in origine </em>è rappresentato dal testo che troviamo a p. 33 e che riportiamo per intero:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>perché sono arrivati e ci chiamano<br />
dalle cascine sparse nella neve<br />
e nel dicembre luminoso affondano<br />
dietro le quinte mobili del giorno;<br />
ho provato a fermarli: non ascoltano,<br />
camminano sugli argini, proseguono<br />
stringendo le spalle contro il vento<br />
si piegano in avanti, a passi lenti<br />
raggiungono il cofano innevato,<br />
l’auto lasciata in mezzo al campo;<br />
ho provato a chiamarli: non guardano<br />
in nessuna direzione, s’inoltrano<br />
sulla pianura estesa nel chiarore<br />
da cui sono arrivati infine tornano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il richiamo al ciclo de <em>I camminatori</em> (con ramificazioni in <em>Tutto accade ovunque</em>, per cui è definitivamente manifesto l’orientamento “rizomatico” della ricerca di Testa) sembrerebbe in funzione, oltre che di un recupero, di una proiezione alla dimensione “sdrucciolevole” del cammino, alla possibilità (quasi necessità) della “caduta” per cogliere pienamente il mondo che avviene. E, infatti, <em>L’indifferenza naturale</em> è un’operazione d’archivio, e quindi di deposito lo ribadiamo, elaborata tra il 2003 e il 2010, terminata nel 2017 e, proprio per questo, postuma e originaria al tempo stesso (vista la data della sua attuale pubblicazione), per questo segnata profondamente dalla duplicità. Duplicità che si esprime per cedimenti e riprese – «la terra così tenera che cede» (<em>dietro i calanchi</em>, I <em>(il regno dei corvi)</em>, p. 37, v. 6), «frana leggera» (ibid., II <em>(caccia in volo)</em>, p. 38, v.1), «sui calanchi franosi» (ibid., III<em> (piacenziano, notte)</em>, p. 40, v. 3), «di un tempo che frana» (ivi, p. 41, v. 21) – e da cui è possibile intravedere la storia collettiva, anche se per frammenti senza ricomposizione affabulatoria e, per ciò, coerentemente con la visione rizomatica e stratificata del mondo cui accennavamo in precedenza.</p>
<p>La tematica dell’ambivalenza è resa palese, sul piano simbolico, dalla presenza quasi al centro della raccolta, dell’ailanto, una pianta migrante e infestante (come ci avverte in nota l’autore: «la corteccia e le foglie di questa pianta possono provocare forti irritazioni cutanee e, nei paesi occidentali, generare ossessioni negli autoctoni», p. 121), in cui risiedono allo stesso tempo facoltà di adattamento e distruttive:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em># 4 </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>selvatici ailanti<br />
ospiti invadenti<br />
delle sterpaglie,<br />
voi dolci, minacciosi<br />
appostati sui greti<br />
tra le ripe in attesa<br />
attorti ai tralicci,<br />
fitti e sinuosi<br />
tramanti nell’aria,<br />
ailanti luminosi</p>
<p>(p. 48)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così nelle parole della poesia, tra fine e rinascita costante, appaiono segnali che conducono dal sereniano (e quanto novecentesco e abusato) «e mai nulla in nessun luogo» (p. 77), all’«ogni dove s’irradia / questa luce che bianca / t’assale» (di pusterliana memoria, p. 78), attraversando apparizioni di vita vegetale che accennano a un infimo inizio: «ho visto nel sole tua figlia / correre incontro ai gigli già sbocciati» (p. 70).</p>
<p>È abbastanza evidente, per chi segue da tempo il lavoro di Italo Testa, che anche <em>L’indifferenza naturale</em> s’iscrive in una poetica del limite (e del “limine”, aggiungerei) che contraddistingue il passaggio dalle “poetiche della fine” novecentesche allo slancio in direzione di una nuova definizione del mondo e che attraversa la “nudità” di senso (il mero essere di stevensiana memoria &#8211; «la lucertola è solo una lucertola», «quando tutto è solo in se stesso riposto», p. 92) che una volta Jean-Luc Nancy ha definito come  «fonte di luce» (<em>Ottica</em>, in J.L. Nancy e F. Ferrari, <em>La pelle delle immagini</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, p. 72). Perché solo nella fragilità dell’«impermanente» può splendere e rinnovarsi «la ghirlanda […] dell’assenza» (p. 117):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ma la luce non avrei visto<br />
se non avessi bruciato le carte<br />
un giorno, uscendo per strada<br />
ho sentito di essere nudo.</p>
<p>ma la folgore non mi ha colpito<br />
ho continuato a camminare in silenzio<br />
sulla piazza, già sterminata<br />
al primo sguardo sarei caduto.</p>
<p>e la vita che punge nel vento<br />
scorticandomi vi ha vendicato<br />
quando gli occhi mi ha aperto al canto<br />
di tutto quello che non ho amato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’indifferenza naturale </em>di Italo Testa, Marcos y Marcos, Milano 2018</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/10/note-su-lindifferenza-naturale-di-italo-testa/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Transito all&#8217;ombra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/19/transito-allombra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2017 06:08:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=66286</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca D&#8217;Andrea La storia, i ricordi III. Il pettirosso e il piccione spartivano i quadrati di spazio nel cortile. Il cibo sono le tovaglie scosse, l’aria riposta e tutte quelle briciole che volano, mentre un tanfo da sud mi ricorda la strada dei rifiuti, il loro essere raccolti in sacchi, incubati, prodotti, mai smaltiti. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p><strong>La storia, i ricordi</strong></p>
<p><strong>III.</strong></p>
<p>Il pettirosso e il piccione spartivano<br />
i quadrati di spazio nel cortile.<br />
Il cibo sono le tovaglie scosse,<br />
l’aria riposta e tutte quelle briciole</p>
<p>che volano, mentre un tanfo da sud<br />
mi ricorda la strada dei rifiuti,<br />
il loro essere raccolti in sacchi,<br />
incubati, prodotti, mai smaltiti.</p>
<p>Dal mare, poi, la brezza arriva dolce,<br />
sul viso la carezza si trasforma,<br />
da dietro, come un impaccio, colpiva</p>
<p>il libeccio e il respiro, diventando<br />
lezzo, poteva adesso riportare<br />
il messaggio lontano della fogna</p>
<p>che, muta e pregna, vomita nel mare.</p>
<p><strong>VII</strong>.</p>
<p>Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo<br />
il passaggio del millennio e il livello<br />
si ridusse in esplosioni nere,<br />
i grattacieli, gli uccelli, figure<br />
disegnate come rondini nel cielo cupo,<br />
fissi a un dislivello in cui le frontiere<br />
e gli impatti ebbero il dissapore<br />
del dubbio. Da allora niente,<br />
una scomparsa, idee allusive:<br />
mura tra virtù fibrose,<br />
connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.<br />
Il campo è coperto di residui,<br />
la polvere aspetta l’acqua che la copre.<br />
Poi, un po’ di sopravvivenza della luce<br />
senza il coraggio della presa,<br />
volte e architravi e solchi<br />
e tranci di cielo rosa.<br />
Parlavamo minimale o tronco,<br />
in astratto, di traiettorie interstellari,<br />
membrane, lacci e buchi,<br />
quante soluzioni per le mani,<br />
proteggemmo persino i liquami<br />
che intanto scorrevano nei parchi,<br />
nei campi.<br />
Per anni osservammo le nuvole<br />
accompagnando ai pronostici<br />
le previsioni meteo e uscivamo<br />
cercando di portare a casa la pappa;<br />
un padre torna con un sacchetto,<br />
nell’altra mano la figlia<br />
stringe (o è stretta),<br />
accanto un’auto calpesta le foglie.<br />
Ci accampammo per alcuni giorni<br />
tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><strong>Lettera a mia figlia</strong></p>
<p>Cara piccola Sofia,<br />
non c’è mondo che si apre<br />
oltre la tua possibilità di vedere,<br />
per questo osserva tanto,<br />
comprendi i tuoi confini,<br />
ciò che senti ricordalo perché ti aiuti<br />
quando continuerai a scoprire sola<br />
la tua voglia di scoprire.<br />
Non ascoltare chi dirà che nulla<br />
è questa fine, perché sarà la fine.<br />
I tuoi giochi e la ricerca<br />
di un consenso sono l’umanità<br />
che è sola nell’individuo, corale<br />
nella necessità.<br />
Tutti siamo piccoli, Sofia,<br />
e abbiamo poco o niente da dire,<br />
eppure questo fiato, così buffo,<br />
è il dovere che ci unisce e dissolve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Poesie da <a href="http://www.marcosymarcos.com/libri/transito-allombra/"><em>Transito all&#8217;ombra</em> (Marcos y Marcos, 2016)</a></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>da &#8220;La storia, i ricordi&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/11/da-la-storia-i-ricordi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/11/da-la-storia-i-ricordi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2015 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=55230</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca D&#8217;Andrea Trasposizione (o l&#8217;identità del poeta)  Il fatto di essere non sussiste esiste l’essere come un fatto del sentire. Allora io sarà il nucleo per cui posso essere me stesso, non il triciclo abbandonato in strada accanto ai bidoni ustionati. Mia figlia pedala. Io è le mutande del ragazzo al semaforo che vende [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p><em>Trasposizione (o l&#8217;identità del poeta) </em></p>
<p>Il fatto di essere non sussiste<br />
esiste l’essere come un fatto<br />
del sentire. Allora io sarà il nucleo<br />
per cui posso essere me stesso,<br />
non il triciclo abbandonato in strada<br />
accanto ai bidoni ustionati.<br />
Mia figlia pedala.<br />
Io è le mutande del ragazzo<br />
al semaforo che vende accendini.<br />
Dopo un giorno di lavoro<br />
brucio i fazzoletti abusivi<br />
e raccolgo parole da uno schermo,<br />
ustionato da tutti i contatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L&#8217;identità (o trasposizione del poeta) </em></p>
<p>Sentiva di spostarsi e accadimenti<br />
intercedevano per lui che si spostava,<br />
sospinto dalla piena presenza<br />
di se stesso. Impercettibilmente<br />
ad agire era un moto secondario,<br />
che diventava consistente e si perdeva.<br />
Camminava pienamente.<br />
Si alternava in tutto il movimento<br />
la sensazione vera di non essere<br />
se non se stesso in contatto perenne,<br />
come accade nelle passerelle<br />
agli aeroporti dopo un giorno<br />
in piedi a calpestare i propri passi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qui leggibile in formato .pdf <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/La-storia-i-ricordi-DAndrea.pdf">La-storia-i-ricordi</a>, lungo estratto da una silloge inedita di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong>, che si interroga sul &#8216;ritorno&#8217; della storia, l&#8217;impotenza politica, il mito (e il disagio) dell&#8217;identificazione poetica, le illusioni della comunicazione totale, le epoche eroiche della formazione giovanile che si intrecciano ai fantasmi cupi di un&#8217;epoca sempre più delineata nella sua ansia dissolutoria. (<em>rm</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/11/da-la-storia-i-ricordi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ecosistemi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/11/ecosistemi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/11/ecosistemi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 14:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=20231</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca D&#8217;Andrea Imbrattamento Sporcare per dare un ordine al caos è già paradosso, sgorgare per dare senso a una vita in comune non è un dilemma. Sul versante della dissacrazione l’azione non è riuscita, più sobria sarebbe la candida espressione del tutto si muove come l’autore vuole o toccare altri tasti, da questo («questo» [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p><strong>Imbrattamento</strong></p>
<p>Sporcare per dare un ordine al caos<br />
è già paradosso, sgorgare per dare<br />
senso a una vita in comune<br />
non è un dilemma. Sul versante<br />
della dissacrazione l’azione non è riuscita,<br />
più sobria sarebbe la candida<br />
espressione del tutto si muove come l’autore<br />
vuole o toccare altri tasti, da questo<br />
(«questo» all’infinito) l’errore.<br />
La finzione è già del bambino che gioca<br />
e attraversa il suo tempo.</p>
<p>Il fatto poi che un’idea<br />
debba violentare la primigenia carenza<br />
è il modo di fare in modo<br />
che un mondo s’inventi una speranza,<br />
come vivere in comune un’emozione<br />
o l’emozione di essere fuori di sé,<br />
nell’estasi d’adorazione,<br />
splendore che riluce dove oscuro è.<br />
<span id="more-20231"></span></p>
<p><strong>Cercare la clausura</strong></p>
<p>Odio sentire vibrare gli steli,<br />
chi reca erbe e parole?<br />
un frutto acerbo fui<br />
e forse sarò quest’incompleto<br />
tempo atrofizzato, un rullio<br />
di tempeste fasullo nella plastica<br />
affinata di salvezze.</p>
<p>Ho sempre sentito l’errore<br />
e la voglia lacrimevole di un rimorso,<br />
la potenza malinconica<br />
di ogni redenzione.</p>
<p>Fuori terra riccioli d’erbe,<br />
borri fluidi prima di questa inettitudine.<br />
Ora liberare l’odio,<br />
fenditure slabbrate fruttificano<br />
dove un tempo circolava il ronzio.</p>
<p><strong>Sul libro (come ECOSISTEMA)</strong></p>
<p>L’Autore:</p>
<p>“Non ha un centro tutto è il centro.<br />
Il mio margine illumina il paese<br />
che riposa sotto libere coltri”.</p>
<p>Ora il diritto è un peso.</p>
<p>Mi violento vecchie carte e luce<br />
che vibri dallo schermo ti violento,<br />
dissacro la tua superficie di pietra.<br />
Per riaverti e amare quelle acque<br />
e gli insetti per sempre perduti.</p>
<p>Parole incartate, nessun suono, un giornale,<br />
graffiare la terra per portarla al suo tessuto.<br />
Originare, fuori da te paese,<br />
dentro te è la terra, un urlo,<br />
la carezza dei residui sulle unghie.</p>
<p>Scavo per portare alla luce<br />
nascite fuori luogo,<br />
un canestro di foglie scadute,<br />
raccolte per essere smostrate<br />
come un taglio, uno sbudellamento.</p>
<p><strong>Ecosistema d’esilio</strong></p>
<p>Aurore di periferia urbana con nature,<br />
ultimo nido astratto, un residuo<br />
d’infanzia perseguita, come vita o stile, uno scarto<br />
di contatti, di fioriture nelle terre,<br />
humus da cui una volta era fuggito un verme<br />
che ritrovai nella mia tasca.</p>
<p>Tendenza all’eroico leggendaria,<br />
storia di antiche virtù,<br />
le nostre piccole fibre vibravano d’aria.</p>
<p>Ma il degrado è morale<br />
nelle stesse tessiture<br />
senza entusiasmo.</p>
<p>Grigiore di colline<br />
da cui un tempo scoprivo l’autunno.</p>
<p><strong>UNA TECNICA CON GLI STRUMENTI</strong></p>
<p>Non c’è una tecnica<br />
c’è un’idea<br />
qualche idea<br />
che ci soddisfa al momento,<br />
uno stordimento,<br />
la morte luccica ed è neutra<br />
come gli occhi di qualcuno che si espone –<br />
è un taglio/<br />
un quadro che si logora col tempo.<br />
Nessuna scorciatoia<br />
nessun restauro<br />
nessun ostacolo<br />
se non un falsario/<br />
qualche falsario/<br />
impiegato della sua finzione<br />
che ama scuotere il nulla<br />
incidendolo.</p>
<p>Cerca amore dove è solo<br />
convenzione,<br />
si sente l’attrazione<br />
della pura fisicità con dei complessi –</p>
<p>un suono, ritmo, la tecnica<br />
per dare una forma ma basta una scossa<br />
per smuoverci, essere in balia<br />
oscillare – puah! la forza.</p>
<p>Ho sentito inutile ogni costruzione,<br />
dico a te!<br />
come me<br />
subisco il mondo<br />
m’acquatto<br />
aspetto<br />
ci scrivo su<br />
a futura memoria.</p>
<p><strong>ECOSISTEMA [A] la famiglia</strong></p>
<blockquote><p>«Ta tête se détourne : le nouvel amour ! Ta tête se retourne, &#8211; le nouvel amour !»</p></blockquote>
<p>Cattolicissimi [ancora?]<br />
àncora i tuoi testicoli,<br />
stai, stai!<br />
mi sbaciucchio un maschietto<br />
sa di essere donna/ anche!</p>
<p>Stolti al potere e storti e distorti,<br />
chi li distoglie da se stessi?<br />
Pervèrtiti! dicono di una classica famiglia<br />
hanno rancori, si spremono<br />
alla prima tentazione.</p>
<p>In questa merda pura [ancora?]<br />
ritorna ritornello, storna<br />
questi potenti vezzosi,<br />
come circolo dei loro testicoli;<br />
gameti sprizzati in un cesso d’ospedale,<br />
chi mi ospita è vicino<br />
me lo fanno lontano –<br />
sotto gli occhi di uno schermo<br />
che diventa schermo d’occhi.</p>
<p>È giù! Restaurano il giudizio.</p>
<p><strong>[Come una croce amare la rovina]</strong></p>
<p>Balbettio, canzone infantile,<br />
ritornare all’infanzia giustifica ogni violenza,<br />
impallidire come un uomo perbene<br />
e arrossire per tutta la mia specie<br />
cui resta solo una speranza:<br />
l’invasione e in ultima istanza<br />
l’auto-invasione.</p>
<p>Una moltitudine barbara<br />
o tranciare una mano in strada,<br />
la vita come scompenso,<br />
la lingua è frantumazione;<br />
slancio dell’origine<br />
a violenza si risponde con violenza.<br />
È veramente l’epoca dello Spirito<br />
in bacheca, nascosto, braccato,<br />
protetto da una superficie boccheggiante,<br />
esterrefatta, sfaldata.<br />
E nonostante l’immane sdegno<br />
ancora amarla questa vita<br />
e non cedere al disgusto<br />
ma adagio senza fughe<br />
lottare per il nido<br />
violenza su violenza.</p>
<p><strong>DENTRO CASA/ DIVERSITÀ ASTRALE</strong></p>
<p>Getta ciò che resta di questi sentimenti,<br />
vendevano armi africane<br />
sulle pance spappolate dei figli,<br />
e tu ne abbracci i resti<br />
parlando di fuochi e spine sedentarie/<br />
le clausure non sono fughe<br />
ma supplizi, autoflagellazioni<br />
perché nel mondo tutto non fila liscio<br />
carne arrendevole agli schemi,<br />
chi mi dice di leggere altre culture<br />
non sa che inutile curiosità<br />
se il tuo sistema ti violenta.<br />
Nessuna fuga è la clausura,<br />
mettersi da un’altra parte<br />
dentro il dolore, un riscatto/<br />
anche lui –<br />
il nostro amore –<br />
una diversità astrale.</p>
<p><strong>FARE FIGURA</strong></p>
<p>Apprendere dal proprio la finzione,<br />
attenersi a una norma d’apparenza<br />
o esplodere fluide marne, lance<br />
che puntellino il vuoto, argine al</p>
<p>caos. Impostare all’apertura argille<br />
e licheni, gli umidi sottoboschi,<br />
le forcelle, il procedere elettronico,<br />
i tasti, cliccare nei testi i terzi</p>
<p>di un mondo libero di rovinare,<br />
cadere senza agganci-paratie.<br />
Sostenere non te o gonfiare me<br />
ma sentire come un urto nelle ossa<br />
possa tenere nella forma esplosa.</p>
<p><strong>Al modo di REGGERE</strong></p>
<p>Focalizzare il nucleo imperativo<br />
nella terra o sullo sbilanciamento<br />
di fattori terrigni, al fondo al margine<br />
il lento, terreo attendere catastrofe.</p>
<p>Cada e rovisti nel magma e bollisca(?)<br />
in errori e ricadute, ma voglia<br />
la vita la purezza di accettare.<br />
Accettato ringrazi la sua forma.</p>
<p>Poca la lotta, disappaia, formi<br />
la sua libertà di durare, reggere<br />
il mondo in continuità e comunione/<br />
ecco la forzatura nello strappo,<br />
la decenza e il contegno nell’amore.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/11/ecosistemi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-10 12:43:41 by W3 Total Cache
-->