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	<title>Giovanni Cossu &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In lungo e al largo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 06:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[franco battiato]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
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					<description><![CDATA[L’assaggio di Franz Krauspenhaar Mi sono ritrovato col mare nella testa, come una lama fabbricata a Lumezzane Gazzolo. Era sole, la guarnizione. Guardavo all’orizzonte e vedevo il mondo in miniatura. Il commendator Toroni faceva il suo largo alle trombe Turchetti e a te Mario Bianchi. I milanesi sono portatori insani di panettoni e guglie asimmetriche. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/hN0esyI15Gs&amp;hl=it_IT&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><strong>L’assaggio</strong><br />
 di<br />
<strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Mi sono ritrovato col mare nella testa, come una lama fabbricata a Lumezzane Gazzolo. Era sole, la guarnizione. Guardavo all’orizzonte e vedevo il mondo in miniatura. Il commendator Toroni faceva il suo largo alle trombe Turchetti e a te Mario Bianchi. I milanesi sono portatori insani di panettoni e guglie asimmetriche. “Dài, Franca, casso, fà vedere il culo a tutti, demm, facciamoci riconoscere per quello che siamo!”, dice Toroni all’amante Femi (le manca un Benussi sul pedigree e poi siamo nel commedione di Ric &#038; Gian.) “Vede dottò, qui dagl’anni sessanta non è cambiata ‘na mazzancolla!”, mi suggerisce a tre centimetri dall’orecchio destro Pasquale, il noto bagnino di Livori Beach. Sulla Costiera sono arrivato da tre giorni, anzi tornato, che ci vengo a sdraiarmi da secoli col frigobar, le pale semoventi sulla testa e prima, fino alla scorsa estate, mia moglie Frida (detta t’aggio voluto bene) ora morta (purtroppo – dico per dirlo, certo) per cause di tumore avvenuto in tutto e per tutto durante i mondiali di calcio del Sudafrica. Così che Frida (cognome da signorina Freihalterhofer) alle prime partite cominciò a sentirsi peggio del solito e verso le semifinale, ai fischi d’inizio e dopo gl’inni nazionali, era praticamente in coma irreversibile.<br />
<span id="more-36371"></span><br />
Il caldo macinava non più bianco, dunque ben poco Barilla. Ero inamidato nella disperazione, poichè Frida avevo imparato ad odiarla con affetto. Era diventata insostituibile, come un taglio cicatrizzato che ci piace toccare ogni tanto, sostituendo una masturbazione erotica che non ci appartiene più, ché la fatica di vivere è diventata per forza anche la fatica di trastullare il nostro lingam ovviamente di riferimento.</p>
<p>Dopo le esequie, eseguite a Muntelander, paese natale di Frida nel cantone di Uri, tra un’orchestrina Mariachi e grassi impenitenti jodlatori, presi un taxi, misi in mano all’autista 500 euro e mi feci riportare a Odiate sul Serio, la mia nuova residenza alle porte della Grande Metropoli Lombarda. Dopo un pianto di quindici minuti, soffocato dalle tette della quinta misura di una escort lituana che poveretta non poté svolgere il suo fottitorio dovere perchè io inabilitato a un’erezione sana e digeribile, bevvi sei gin tonic e mi addormentai sulla veranda tra il littorio e il tirolese. Eserciti di zanzare motorizzate mi spolparono fino ai precordi passando per il raccordo anulare delle mie vene distratte. Finchè mi feci coraggio, abbandonai Odiate sul Serio e venni qui, a Livori, tra Maiori e Minori, un borgo della Costiera Amalfitana bello come un babà, con la veduta di Ravello a un tiro di carabina e il mare indaco blu che fa a gara col cielo per chi ce l’ha più lungo. “Vede dottore garo, io lo so che voi state male assai per la perdita della signora Frida. E che credete, che noi qui al bagno Regina Tempurum non stiamo male? La signora Cervonia l’ho scorta (piace la parola scorta dottore?) asciugarsi tutt’i lacrime facendo poi finta di niente… Siamo gente do sud, dottò, lei ci deve capire…”<br />
Ho sempre sospettato che il buon uomo della costiera ogni tanto si sollazzasse alla ribalda con mia moglie in qualche anfratto ghiaioso con prepotente, procidivo assalto. Una volta Pasquale era stato bello, gli occhi infuocati del pescatore a strascico di bagnanti, le labbra ben disegnate e tumide del baciatore salino. Ma a me in fondo poco importava. Qui a Livori mi sono tolto sfizi sex and the city a profusione, inzaccherando tedesche, spagnole, italiche del nord e del sud, salernitane in fuga lampo, napoletane sguaiatone con Alì Babà alle calcagna al profumo di mare, con tanto di sigla di chiusura di Little Tony.</p>
<p>Mentre il commenda, sempre più spanciante e sguaiato continua a dare il solito spettacolo del milanese cerberoso in un mix disappeal tra Berlusconi, Renzo Montagnani e Gigi Ballista, io mi stendo sul lettino e guardo davvero come negli occhi per la prima volta questo mare dannatamente bello. Esplode di bellezza, facendo male alle ossa, quasi. Da quando sono inesorabilmente solo è la prima volta che mi faccio prendere il cuore da una bellezza che mi possa restare dentro. M’ero abituato a vedere mia moglie come eterna, a me sopravvivente. E invece sono solo, con il mare infinito che sembra prendermi nella sua bocca, succhiarmi come in una fellatio della natura. Il mare sopravviverà a qualsiasi cosa, è origine, porto, confine, di nuovo ignoto. Il mare è avventura della vita, ha in sè il segreto, nessuno ne sa davvero nulla. Così chiudo gli occhi, in un sereno assaggio della mia morte.</p>
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		<title>Notes Boats</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 17:26:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Annamaria Papi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
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					<description><![CDATA[Per le navi di Annamaria Papi ( effeffe e soldatoblu ) “Quando poi naviga al largo, quasi scomparso lo scafo sotto la linea dell&#8217;orizzonte e appena visibili i tre fumaioli, più d&#8217;uno che dalla costa guarda sul mare si domanda se la nave si diriga al porto o s&#8217;immerga in una solitudine che l&#8217;uomo sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per le navi di Annamaria Papi </strong>( effeffe e soldatoblu )<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/annemarie.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/annemarie-214x300.jpg" alt="annemarie" title="annemarie" width="214" height="300" class="alignright size-medium wp-image-26725" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/annemarie-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/annemarie.jpg 600w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p><em>“Quando poi naviga al largo, quasi scomparso  lo scafo sotto la linea dell&#8217;orizzonte e appena visibili i tre fumaioli, più d&#8217;uno che dalla costa guarda sul mare si domanda se la nave si diriga al porto o s&#8217;immerga in una solitudine che l&#8217;uomo sulla riva non potrà mai concepire. Quando poi constata che fa rotta verso la costa, allora ognuno si conforta, come se quella nave gli portasse quel che ha di più caro o almeno una lettera da lungo tempo inconsciamente attesa. Talvolta laggiù, nella chiara nebbia del confine, due navi s&#8217;incontrano, e si vedono passar scivolando l&#8217;una accanto all&#8217;altra. C&#8217;è un attimo in cui i due fragili profili si fondono e diventano una cosa sola, un attimo di fragile sublimità, finché tornano dolcemente a staccarsi, dolci e silenziosi come la nebbia lontana dove avviene l&#8217;incontro, e ognuno per sé continua a scivolar solo per la sua strada.<br />
Dolce, non mai adempiuta speranza.”<br />
</em><br />
da <strong>Hermann Broch,</strong> <a href="http://www.ibs.it/code/9788806593223/broch-hermann/sonnambuli-1903-vol.html">I sonnambuli</a>.vol 2, Esch o l&#8217;anarchia</p>
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		<title>L&#8217;oro vero. Ritratto dell&#8217;artista da vecchio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 09:36:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[aldo contini]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[salvatore mannuzzu]]></category>
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					<description><![CDATA[di Salvatore Mannuzzu «Non immaginavo che la morte di Aldo Contini (30 ottobre 2009) potesse essere, per me, così lunga e difficile da digerire. E non trovando altra medicina – perché medicine non ce ne sono, specie alla mia età – sono andato a ripescare dai grigi sprofondi del computer una specie d’intervista che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="left">di <strong>Salvatore Mannuzzu</strong></p>
<p><em>«Non immaginavo che la morte di <a href="http://www.sardegnacultura.it/index.php?xsl=253&amp;s=27745&amp;v=2&amp;c=2472&amp;c1=2818&amp;visb=1&amp;t=1" target="_blank"><span>Aldo Contini</span> </a>(30  ottobre 2009) potesse essere, per me, così lunga e difficile da digerire. E non trovando altra medicina – perché medicine non ce ne sono, specie alla mia età – sono andato a ripescare dai grigi sprofondi del computer una specie d’intervista che gli avevo dovuto fare per il catalogo d’una sua mostra antologica sassarese, nel 1997. Scrivevo, allora, che ci conoscevamo da mezzo secolo; e adesso?  Adesso che sono passati questi altri dodici anni (e lui non sta più qui). Ma da troppo tempo ho imparato che i debiti più veri non si possono pagare. Resta infungibile, comunque, la sua sensibilità visiva: irritante, spaventosa; quasi infallibile. Né io mi pento d’avere detto che tra i pittori viventi era il numero uno in Sardegna. Malgrado si gettasse via molto, forse moltissimo: forse inevitabilmente; per eccessi (continui) di rigore (o di semplice difesa dall’indecenza): che lo spingevano dentro una crescente afasia. È questa, questa afasia, la sua eredità più legittima, per qualcuno di noi? Lo sconfinato territorio da cominciare a percorrere e a esplorare, adesso, sino alla fine». (S.M.)</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>È una specie di loft, piuttosto bello, lunghissimo: vi si accede da un cortiletto sotto la strada, per una gran porta carrabile di metallo verniciato in nero. Tutto buio: salve le luci in fondo sul quadro dorato (o forse, d&#8217;oro). Quadro che, così incandescente, sembra piccolo alla distanza. Il fotografo è un giovanotto alto, legnoso, di poche o nulle parole: nemmeno ci guarda un attimo, mentre fa capire che non è il caso. Sicché Contini trasporta verso quella porta nera, da cui filtra scarsa un po&#8217; della luce del giorno, gli altri suoi quadri, a uno a uno. Ma poi sono quadri? Ho paura, subito, che possa offendersi a chiamarglieli così. Comunque lui li appoggia sul pavimento, nella penombra che spegne gli ori e gli argenti: contro un divano che c&#8217;è là e, dopo, contro un altro arredo del loft, mettiamo una scala a pioli.<span id="more-26312"></span></p>
<p>Gli dico che non è facile vederli, dall&#8217;alto in basso. Naturalmente risponde che no, perché? — anzi può essere la prospettiva migliore. E mi spiega che sono cose con punti di vista plurimi, fungibili e mai esaurienti, sempre parziali: dei bersagli mobili, ripete soddisfatto: illeggibili. Ecco perché lo scorbutico e segaligno fotografo là in fondo si danna l&#8217;anima con le sue luci. Intanto aggiunge, Contini, d&#8217;aver fatto cose di qualità simili negli anni &#8217;60: incollando stagnole su superfici scabre e disegnandoci sopra con pennarelli traslucidi. «Chi le guarda se le deve guadagnare», ridacchia. Ridacchia abbastanza, dentro la barba brizzolata (o più che altro bianca?) che da un po&#8217; di anni s&#8217;è fatta crescere. Barba che gli trattiene ancor più le parole, spinte di per sé da poco fiato, un po&#8217; smozzicate. E io divento sordo. «L&#8217;oro vero non è quello lucido, è quello opaco», continua, senza spostar più i quadri accatastati — alcuni ancora nei loro imballaggi dove la penombra è più fitta, quasi buio: ma sì, come l&#8217;ossidazione sia maggiore nell&#8217;oro falso; mentre è inverso il rapporto tra argento falso e argento vero: questo brunisce di più e prima, conclude con orgoglio. Dunque non è solo questione di prospettive o di luci: coautore dei quadri (se così è permesso chiamarli) è il tempo — e lui ci tiene parecchio.</p>
<p>Il tempo? verrebbe voglia di domandargli: perché parli di corda in casa dell&#8217;impiccato. Anzi, degli impiccati. Ma naturalmente sto zitto. «Non te li immaginavi così?» finalmente domanda (dei quadri). E io non gli rispondo che sono le cose migliori che ha fatto mai, si capisce con terribile accanimento e amore quasi disperato; sorrido: «Invece sono proprio come li immaginavo» — sulla base delle poche e maldestre fotografie che m&#8217;ha esibito nel giro di qualche anno: con avarizia, sufficienza e il fare un po&#8217; cospiratorio che può essergli proprio. La realtà è che una volta su due non comprendo quanto lui dice: con allusioni a discorsi che non ci sono stati, fra noi, dando noti fatti suoi o d&#8217;altri che non so. Da quanto ci conosciamo? Più o meno cinquant&#8217;anni. Qualcuno ricorderà quella commedia americana nella quale due vecchi comici del varietà che si detestano sono costretti a ripetere il loro numero in duo da una scrittura quasi postuma? Ecco, più o meno così: solo che non è chiaro, adesso, chi ci abbia arruolati.</p>
<p>Devo fargli un&#8217;intervista: ho scelto questa soluzione come il minor male. E l&#8217;approccio ai quadri (se non gli dispiace chiamarli così) è propedeutico. Approccio rinviato da lui mille volte, finché è stato possibile: raggiunto quasi all&#8217;estremo. È adesso che spende la metafora della sua barba? Per significare non so più che cosa: insomma, che ce la si lascia crescere prevenendo la vecchiaia. Alla fine dirà che la stessa logica governa queste discontinue superfici d&#8217;oro e d&#8217;argento, Magnificat. (E io alla fine, proprio alla fine di tutto, gli rivelerò la parabola dei due comici in disarmo: i due ragazzi irresistibili).</p>
<p>Quindi usciamo a rivedere il mattino ore prima del previsto: poco rimpianti dal lungo fotografo che nemmeno risponde al saluto mentre armeggia con le lampade sempre davanti allo stesso quadro luccicante. E appena fuori, in quella specie di non voluta vacanza al sole incerto d&#8217;aprile, m&#8217;investe l&#8217;impressione della cilecca: di cui s&#8217;intende ho colpa. Però c&#8217;è modo, così, di passare dallo studio: il suo del Contini, una stanzina dagli assetti eternamente provvisori, in grave contrasto con il decoro degli altri ambienti della casa. Come nella favola del signore che in ristorante ordina prelibatezze per sé e altro per il suo verme solitario. Fra queste strette e disadorne pareti, in un disordine di tavole tele cartoni assembrati, abita dunque il verme solitario del Contini: e c&#8217;è fra l&#8217;altro sopra un tavolo da disegno un aggeggio con un vetro illuminato sul quale lui subito sparpaglia per me diapositive (di sue cose antiche o vecchie soltanto, che più o meno conosco); se l&#8217;è costruito da sé, pare, e se ne compiace.</p>
<p>Ma io gli chiedo severamente del registratore: per l&#8217;intervista, abbiamo convenuto, è indispensabile. Me lo mostra, in soggiorno, lo ha riparato: come nuovo. Lo proviamo e riproviamo: «Uno, due, tre&#8230;» Io invidio la manualità di pittori, scultori e affini; benché non lo dica. Stabiliamo anche quale sarà la postazione: un lungo divano, io qui, lui là, il vuoto in mezzo. Quindi me ne posso andare (portandomi addosso il malumore cupo, il dolore quasi fisico che non fa parte di questa storia però mi occupa le giornate, sottofondo d&#8217;ogni gesto, ogni parola: anche stamattina, adesso; e a un certo punto so bene diventa insopportabile, devo comunque smettere, fuggire via. Addio caro, al pomeriggio).</p>
<p>È stato quindi come prender la rincorsa su un lunghissimo trampolino: per ritrovarci — nel primo pomeriggio, appunto, 30 del mese d&#8217;aprile 1997 — sul previsto divano, dove ci divide quel suo piccolo registratore riparato con abilità manuale d&#8217;artista e ora praticamente nuovo. Ed è con impaccio che inizio, premettendo: l&#8217;eventuale futuro lettore andrà avvertito, ciò che lui Contini ora dice non pretende d&#8217;esser interpretazione autentica. È la mia clausola di stile in occasioni come questa e in genere la corredo con il numero di Pinocchio: sì, quanto facciamo — tanto più le cose spaventosamente specifiche che sono quadri sculture e anche magari libri: ma poi tutto, proprio tutto — appena fatto non è più nostro e, come il famoso burattino col padre Geppetto, ci strappa di testa la parrucca e se ne corre via per le strade, per il paese, per il mondo. Va bene? Non sembra entusiasta. E col senno del poi dovrò capire. Il punto debole è la parrucca: se la difenderà fino allo stremo.</p>
<p>Ma andiamo per ordine. Mi sono scritta una scaletta, che procede con gradualità dal meno al più (vale a dire fino ai massimi sistemi: sapendo che non gli garberanno). Sicché le prime pedalate sembrano in pianura. Reduci non è una parola che ci piace, dico, ma di questi tempi, e magari dentro questo nostro volgere d&#8217;anagrafe, forse è obbligatoria: tu dunque, da che cosa? Reduce da che cosa? Avvertendolo che non mi riferisco a una fase, ma a una vita, la sua; e a eventi non privati ma pubblici, politica e cultura (sembrano sempre più sinonimi); e che però la domanda come tutte quelle che seguiranno è personale: contiene un forte invito alla parzialità.</p>
<p>Lui mette subito in tavola la carta del suo percorso eternamente a zig zag e dell&#8217;accusa che gli muovono (ma se ne vanta) d&#8217;una continua discontinuità; poi risponde: «Reduce da tutto, sono nato reduce». Reduce adesso dalla condizione postmoderna: «Che magari è più male che bene. Ma io non ne ho avuto male, anzi bene». A me sembra riduttivo; per quanto adesso incomba questa notte del pensiero debole, nella quale tutte le vacche sono nere e si è sciolti dalla storia — in particolare è diventata questo, insopportabilmente, la politica. Ma no, partiamo da prima, la tua intera vita, dico con pazienza: insomma — dai, lo sappiamo tutt&#8217;e due — qual è stata, ed è, nelle res gestae del secolo la tua formazione?</p>
<p>Non pronuncia neppure una volta, lui vecchio gauchista, il nome che m&#8217;aspetto, sinistra: non piange lì sopra neppure una lacrima; dice solo che fa un mestiere, quadri o come si chiamano, quelle cose là, e dentro c&#8217;è tutto, meno si vede e meglio è. Ma io sono tanto stupido da non darmi vinto. Contini, insisto, ci sono dei nessi fra ciò che fai <em>en artiste</em> e il tempo che vivi: nessi inevitabili, anzi segno specifico (forse <em>il</em> segno specifico). Macché, risponde che l&#8217;artista è uno che mente per mestiere: e dunque continua a mentire con le parole riguardo alle sue precedenti menzogne specifiche.</p>
<p>Subito lo picchierei. Perché mi hai chiamato qui, allora? E, m&#8217;assistesse un briciolo di saggezza, sbatterei via il registratore. Non ce ne sarebbe neppure bisogno: giacché il registratore — lo scatolino nero che lui abilmente ha rimesso a nuovo — tac, si ferma. Guai a non ascoltare il memento che viene dalle cose: succede a quelli che un dio vuol perdere. Il registratore (chiamiamolo pure così) si blocca sembra irrimediabilmente; ma lui lo prende a pugni e lo rimette in marcia. Sempre, le innumerevoli volte che succede. Il nostro non è più un duello: siamo in tre a combattere, ciascuno contro gli altri; e spesso il maligno scatolino nero è il più forte. Altro che commedia americana: c&#8217;è chi ha presente il beckettiano nastro di Krapp?</p>
<p>D&#8217;ora in avanti, tre ore di tormentata registrazione, è dunque carità di patria riassumere: moltissimo; ridurre tutto a un pallido sommario. Del resto entrambi diciamo sempre le stesse cose. Lui opponendo che, reduce, gli viene da dimenticare tutto e si guarda bene dal fare qualsiasi storia, compresa la propria: «Dato che mento, non posso aggiungere nulla di più». Guai poi a domandargli dei testi, visivi, che hanno contato per lui: ne viene una specie di mappa universale dell&#8217;arte, una marmellata nella quale tutti i frutti si sciolgono perdendo sapore ed è più facile sentire cosa non c&#8217;è entrato. Ma se io mi ricordo benissimo, sono testimone diretto. Per esempio fra i mille non nomina Morandi, e so quanto abbia contato per lui, temporibus, quanto lo anteponesse agli altri italiani. Il nome lo faccio io e subito minimizza: dice che Morandi talvolta non esce dallo studio, non si libera da quella polvere «intimistica», «senza riscatti». «Elencarli quanti sono è pazzesco, — conclude. — La mia debolezza e la mia forza è amarli tutti. E non riesco in maniera parziale, purtroppo. Però tutti, grandi e piccoli, m&#8217;hanno lasciato qualcosa o moltissimo: polvere buccia scorze ombra».</p>
<p>Tendendo a relegare il discorso alla preistoria, gli anni del suo liceo: per esempio Vespignani disegnatore. Ma se vuol esprimere un giudizio negativo dice: « È un pittore e basta». Difficilissimo, impossibile snidarlo. Ripete all&#8217;infinito la stessa gag: «Il problema è nascondersi. E io sono afasico»; poi subito: «Mi fa paura il tempo. Anche se il tempo, ed il cattivo tempo, sono nei termini del contratto». Ma no che non riesci a nasconderti, Contini, verrebbe da obiettargli. La tentazione allora è quella di sovrapporre i grassetti, le sottolineature dalle quali lui rigorosamente si guarda: Klee e Tapies, Rothko e Malevic, la lezione della grande grafica, del grande design — tutto segnato dalla frattura, la quasi irrimediabile sprezzatura, il sottile luminoso stridore ricomposto in extremis che a lui, Aldo Contini, appartiene. (Sì, anche Jasper Johns; e sì, vero che nella sua materia lui ha letto tutti i libri).</p>
<p>Allora mi diverte domandargli se si sente dentro una tradizione. «Certo che ci sono, — risponde. — E non mi pesa: mi impegna, ci fatico sopra. Senza cedere al ricatto delle radici. In particolare quelle sarde: mai fatte barchette con protomi taurine, mai copiato i graffiti delle caverne». Reticente sino a difendersi impastando genericità e buon senso: i retabli sono sardi perché sono in ritardo («Ma a me non importa che siano sardi»); dentro le cose della cultura materiale sarda — dai monili ai tappeti — ha messo «le braccia fino alle spalle»: «Poi io sono fatto d&#8217;occhio, vedo tutte queste cose: se me ne ricordo non le uso, ma probabilmente se non me ne ricordo le uso. Però non credo siano entrate in modo rilevante nei miei quadri» (li chiama così?) «Se mai l&#8217;inverso», aggiunge, riferendosi al tempo in cui disegnava monili e tappeti.</p>
<p>Basta. Basta con le storie, prendiamo l&#8217;animale per le corna. Tra un pugno e l&#8217;altro al registratore gli dico che va bene, il suo percorso è a zig zag, fatto di antifrasi: col progetto sempre rimandato alla conclusione dell&#8217;opera; perfino gli ricordo la definizione di manierista («Quanto ti piaceva, ti piace») data di lui da un critico. E, certo, c&#8217;è nelle cose che fa questa pluralità di forme, anzi l&#8217;inseguimento (apparentemente?) nevrotico di fantasmi molto diversi fra loro, prima che si assestino. Quante miniere ancora ricche ha abbandonato; quanti figli infanti s&#8217;è divorato: più di Crono. Ma alla fine dei conti, concludo, c&#8217;è qualcosa d&#8217;altro, sotto. Sì, una coerenza, un denominatore unico: un input positivo.</p>
<p>S&#8217;offende? Parla ancora — sordo — di sindrome di fuga, rifiuta le autoanalisi (che non gli si sollecitano), cita una frase di cui quondam s&#8217;è fregiato: «Anche in arte si può fare tutto e il contrario di tutto: l&#8217;importante è non crederci». Panta rei, il tempo scorre (Crono, appunto), le esperienze si ammucchiano e non c&#8217;è nulla che non diventi inadeguato. Come spingerlo fuori da questa tautologia? Tento la mozione degli affetti. Ricordo come descriveva quadri o sculture, anche musiche, che gli piacevano: con una smorfia di ammirazione, sì, ma tra dolore e sorpresa: come per qualcosa che si spezzi, dentro. Bene, un tale sentimento è ciò che poi lo manda a zig zag: a esso si riconducono tutte le cose apparentemente diverse che fa. E non si capiscono se non si intuisce quella molla unica: senza, non ci sarebbero; e se ci fossero non vibrerebbero così, non varrebbero niente. È d&#8217;accordo?</p>
<p>Forse è d&#8217;accordo; però non può motivare, dice: impermeabile a mozioni di affetti. Ed è evidente che mira al proscioglimento con formula dubitativa: a una bella insufficienza di prove. Cerco allora d&#8217;infierire (come il registratore mi lascia, poco): tu concettualista? E taccio di quanta intelligenza e cultura specifica lo accrediti. Ma se per te alla fine conta di più l&#8217;intensità della forma: la sua elaborazione interna, il farsi del suo corpo, là in basso; ma se anche i castighi cui la sottoponi aspirano subito a qualità simili. E provo a giocarmi l&#8217;asso di picche, il mio trionfo: gli dico che parlando di pittori, scultori, eccetera, la chiave che inclinava a usare era, non ricorda?, la morte. Davvero non ricorda? Il senso della morte, la paura della morte, in loro. E a me serve invece per capire ciò che lui fa. No, gli dispiace, non ricorda. Non ricorda e non ci vuol pensare. Al più durante la lettura d&#8217;un singolo oggetto: se quello lo chiede.</p>
<p>Dillo più forte! grido: lo sai che sono sordo. Perché il titolo Magnificat? Ora sembra davvero nei pasticci: «E&#8217; un nome così. Una bella parola. Senza un significato particolare: almeno, nelle mie intenzioni. Comunque, non lo so spiegare». I quadri non sono soltanto dei quadri, sbotto; sono molto dei quadri, interamente dei quadri, ma non solo. Non fanno parte solo della storia dell&#8217;arte, ma della storia tout court: altrimenti non ci interesserebbero. Nemmeno li guarderemmo, se non avessero dei rapporti, ambigui e specifici rapporti, con “la realtà”. Per esempio dipingere un&#8217;icona — nell&#8217;epoca in cui si dipingevano — voleva dire sperimentare la pittura e insieme la religione. Contini risponde ridacchiando che il registratore sa quando bloccarsi. (L&#8217;ho detto: puro Beckett). Ma prendi il Klee degli anni &#8217;38, &#8217;39 e &#8217;40, insisto: non c&#8217;è una terribile agonia? Mettiamo pure tra parentesi che lui davvero stava morendo: e della sua morte cocente. Però la qualità oggettiva, il senso pittorico di quelle tavole, di quegli oggetti, non è il fatale, estremo combattimento fra vita e morte? con la domanda che la morte non sia la cosa ultima.</p>
<p>L&#8217;arte quando davvero è se stessa è insufficiente, vorrei dirgli: non si basta. Il massimo di valore estetico, risponde, è proporzionale al minimo residuo di esperienza morale. Proprio così: disposto a giocare a poesia e non poesia, a riaprire il breviario di Croce: a sfondare porte aperte, a mortificarsi; pur di contraddirsi e di contraddire, pur di darsi e dare torto. Tu credi che le cose abbiano un senso e dipingere significhi cercare di toccarlo? Deve ammettere di sì: «preso per la gola», segnala. Ma: «Non so come si faccia. Non è il mio mestiere». Come non è il tuo mestiere? Non ti ho chiesto il senso delle cose: domanda da centomila dollari; t&#8217;ho chiesto solo se la pittura, con tutte le sue costituzionali ambiguità, gioca lì attorno: se è un mezzo peculiare di conoscenza.</p>
<p>Deve ammettere ancora che è così; ma quanta fatica. Far pittura significa porre domande al proprio tempo, al tempo in cui si vive? Si rimangia tutto: «No. Non lo so». Significa reagire alla storia? «Non lo so». Ma se far pittura vuol dire provarsi a entrare nella storia dell&#8217;arte, e se la storia dell&#8217;arte è storia&#8230; «Può darsi sia rispondere alla storia: in un certo modo». E allora far pittura è prendere partito, lo provoco: alla lettera, essere parziali, essere soggetti. «Però non parziali una volta per tutte. Giacché è la storia, cambiando, che ci muove: momento per momento».</p>
<p>Ma poi ci sei tu, dico, contro la storia. Per sempre contro la storia. Ed è di qui, da questa opposizione, che parte il cortocircuito: brucia dolorosa la scintilla: della “poesia”&#8230; Sì, bisogna fare i conti con l&#8217;anima, Contini: anima umana, senso d&#8217;un bene e d&#8217;un male, fedeltà al proprio destino; chiamala come vuoi. «Potrei essere d&#8217;accordo o non d&#8217;accordo. Ma non riesco a rispondere con le parole. Bisogna rimandare a ciò che dipingo». Sì, questo devi fare (lo prendo con le buone): l&#8217;importante è che tu in qualche modo senta le domande; e le tue immagini, in qualche modo, se ne approprino. Poi mi viene da ridere: dato che siamo su questo divano a parlare e scrivere, non a dipingere.</p>
<p>E sono stremato. E c&#8217;è finalmente aria di smobilitazione. Perché hai indicato come responsabili della tua formazione Klee, Rothko, Newmann, Malevic, e non Brancusi, Giacometti, Bacon? Finge di non capire. O davvero non capisce? Si limita ad assennate osservazioni critiche. E nei confronti di Giacometti è molto severo. Di Bacon apprezza non la deformazione espressionistica dei volti (casuale, sostiene), ma quella degli spazi e degli oggetti, negli interni. Allora gli rivolgo l&#8217;ultima domanda: dicendogli che è l&#8217;ultima. Fra tutte le cose che hai fatto, sì nel lungo (ma è poi tanto lungo?) zig zag che dici essere la tua vita, quali preferisci? Dinne due soltanto. E comincia a elencare: alcune sculture in trachite, ora perdute, della metà degli anni &#8217;60, ispirate a forme naturali; le Vetrate&#8230; Non più di due, intimo. «Ah, due?» E ne indica tre: i Teatrini, le Vetrate, Magnificat. Mettili almeno in ordine di preferenza: adesso prego. Magnificat è ciò cui tiene di più; dopo i Teatrini; dopo le Vetrate. Basta. Però conclude d&#8217;avere sempre sbagliato, molto, d&#8217;aver fatto anche cose orribili. «Vergognose»: «Perché mi metto dentro confini lontani; perché ho ambizioni grandissime». Fotografa quelle cose brutte, aggiunge, prima di distruggerle.</p>
<p>Basta, davvero. Basta con Contini. Se vuole continuare a buttarsi via, per dispetto o cos&#8217;altro, non lo faccia più davanti a me: almeno fino a domani. Irriducibile, capzioso, perfido, sprezzante; asserragliato dentro la sua petizione di principio; per giunta permalosissimo. E gli risparmio il più sanguinoso insulto: che è un pittore religioso, come quasi non ce n&#8217;è più, non il laico che vuol credere.</p>
<p>Non mi fido neppure del suo ascensore, inizio a scendere a piedi. E lì, nella stretta delle scale, mentre mi saluta affacciato sulla porta, d&#8217;improvviso vorrei dirgli ciò che ripeto a tutti (mai a lui): non solo che è il primo in Sardegna (in Sardegna? figurarsi se gli basta). Che per esempio Piccole tavole e Magnificat (anzi nell&#8217;ordine Magnificat e Piccole tavole) reggono parecchi alti confronti e comunque lui ha avuto meno della gran fortuna che si merita: però i conti non sono ancora chiusi. Invece, da una rampa sotto, le voci che un po&#8217; rimbombano, adesso gli racconto dei due vecchi comici della commedia americana, i due irresistibili ragazzi; e lui pone l&#8217;epigrafe, improntata al solito tono d&#8217;ingenuità retorica: «Perché? Se andiamo d&#8217;accordo un buon tre per cento&#8230;»</p>
<p><em>[Il testo, corredato di tavole, è apparso su <a href="http://www.insardegna.eu/opinioni/cultura/aldo-contini-l2019oro-vero-ritratto-dell-artista-da-vecchio/view">InSardegna.eu]</a><br />
</em><br />
<strong>Si pubblica qui anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/aldo-contini.pdf">un ricordo di Giovanni Cossu</a>.</strong></p>
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		<title>Quasi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/quasi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 05:38:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe gattuso]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Cossu [Cliccando sull&#8217;immagine si apre la modalità &#8216;schermo intero&#8217;, in alto appariranno le frecce per scorrere il testo.]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Cossu</strong></p>
<p>[Cliccando sull&#8217;immagine si apre la modalità &#8216;schermo intero&#8217;, in alto appariranno le frecce per scorrere il testo.]</p>
<p><object style="width:420px;height:297px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=091025153216-6e9d23836b584ac1b8a6db3adaa9e1bb&amp;docName=quasi&amp;username=nazioneindiana&amp;loadingInfoText=quasi&amp;et=1256484832721&amp;er=50" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/></object></p>
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		<title>due passi ( fare )</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/23/due-passi-fare-12/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 14:14:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Castaldi]]></category>
		<category><![CDATA[scassaminchiaMS]]></category>
		<category><![CDATA[soldato blu]]></category>
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					<description><![CDATA[Giovanni Nurra (2 agosto 1980) (Aride) feci di vacca sgranate tra tumuli arcigni di pietre narranti la storia: la guerra raggiunge la pace : grugniscono i porci e ignorano i segni di un’alba col taglio già pronto a festa di sangue E mosche e formiche distratte e sibili folti eruttano foglie, cispose Un marcio colore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giovanni</strong></p>
<p><em>Nurra<br />
(2 agosto 1980)</em></p>
<p>(Aride)<br />
feci<br />
 di vacca<br />
sgranate<br />
tra tumuli<br />
arcigni<br />
di pietre<br />
narranti<br />
la storia:</p>
<p>la guerra raggiunge la pace</p>
<p>: grugniscono i porci<br />
e ignorano i segni di un’alba<br />
col taglio già pronto<br />
a festa di sangue</p>
<p>E mosche e formiche distratte<br />
e sibili folti eruttano foglie, cispose</p>
<p>Un marcio colore<br />
dipinge<br />
,<br />
ristagna.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/6c95_1_sbl.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/6c95_1_sbl.jpg" alt="6c95_1_sbl" title="6c95_1_sbl" width="316" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-20818" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/6c95_1_sbl.jpg 316w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/6c95_1_sbl-237x300.jpg 237w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" /></a></p>
<p><strong>Natàlia</strong><br />
<em>Ero una donna<br />
(2 agosto 1980)</em></p>
<p>Ero una donna,<br />
camminavo per strada:<br />
pesanti i sacchi della spesa,<br />
scendevo le scale della stazione.</p>
<p>Tornavo all’odore dei miei panni,<br />
ero una donna<br />
con la spesa per la cena.</p>
<p>Sono brandelli di carne<br />
nello scoppio di un odio senza nome:</p>
<pre><font face="Verdana">– lo chiamano ideale …
 ma io non ho più avuto amore –</font></pre>
<p><em>Tumuli di pianto<br />
e fiori secchi<br />
nel silenzio delle fosse<br />
senza più dolore:<br />
solo memorie<br />
e vili vivi,<br />
nel canto delle foglie<br />
un autunno perenne.<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Giovanni Cossu: il chiodo, lo stivale e Goethe</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/04/giovanni-cossu-il-chiodo-lo-stivale-e-goethe/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[carlo emilio gadda]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Bataille]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Riva]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[James Joyce]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Quando Franz K. ha deciso di lasciare Nazione Indiana, Giovanni Cossu gli ha dedicato una invettiva che valeva più di ogni ragionamento, riflessione, che pure quella decisione, improvvisa, per molti di noi ingiustificata, aveva provocato. La voce di Giovanni Cossu trasmetteva infatti una rara forma di energia in cui l&#8217;umana incazzatura, nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/christian_louboutin_mode_large_qualite_uk.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/christian_louboutin_mode_large_qualite_uk.jpg" alt="" title="christian_louboutin_mode_large_qualite_uk" width="274" height="365" class="alignnone size-full wp-image-11731" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quando Franz K. ha deciso di lasciare Nazione Indiana, Giovanni Cossu gli ha dedicato una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/sambenadu.wav">invettiva</a> che valeva più di ogni ragionamento, riflessione, che pure quella decisione, improvvisa, per molti di noi ingiustificata, aveva provocato.<br />
La voce di Giovanni Cossu trasmetteva infatti una rara forma di energia in cui l&#8217;umana incazzatura, nei confronti dell&#8217;amico, trascendeva l&#8217;umano per diventare qualcosa di naturale. Il processo esattamente agli antipodi di quanto accade  quando si umanizzano gli eventi naturali e si dicono  banalità del tipo, <em>la furia del fiume</em>, o peggio ancora &#8211; lo faceva notare lo scrittore Carlo Grande qualche tempo fa- <em>la montagna assassina</em>. Un fiume non può essere &#8220;tranquillo&#8221; e, a quanto ne so, nessuna montagna è in grado di di maneggiare un coltello o di impugnare un kalashniikov. Così sono certe voci. Naturali.</p>
<p><strong>Io so che un chiodo nel mio stivale è più raccapricciante della fantasia di Goethe! </strong><em>Vladimir Majakovskij</em></p>
<p>Io so  che quando i nostri scrittori e critici parlano di perdita dell&#8217;esperienza, fanno riferimento all&#8217;esperienza puramente letteraria ovvero alla capacità di un libro, ai nostri tempi, di trasmettere un&#8217;esperienza secondo quanto  Walter Benjamin aveva già anticipato in  &#8220;l&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217; epoca della sua riproducibilità tecnica&#8221; quando analizza la &#8220;perdita dell&#8217;aura&#8221; delle opere d&#8217;arte.<br />
<span id="more-11729"></span><br />
 Perché io so che l&#8217;esperienza del dolore, e la paura ad esso legata, continua a determinare l&#8217;esito delle nostre vite, fino a modificarne i percorsi e in taluni casi, il senso stesso delle vite che si vivono. E so che dove c&#8217;è esperienza del dolore deve esserci per forza cognizione. </p>
<p>Io so che quando leggo un libro l&#8217;unica cosa che chiedo all&#8217;autore è di farmi trovare un mondo. In altri termini, oltre alla esperienza che si fa racconto sento come il bisogno di orientarmi, anche a costo di seguire cartine illeggibili o totalmente inventate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/cossu-turritani.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/cossu-turritani-202x300.jpg" alt="" title="cossu-turritani" width="202" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-11807" /></a><br />
Sulla copertina del libro di Giovanni Cossu c&#8217;è una linea che è  un profilo di costa tra terra e mare. Terra e Mare di Sardegna. E quando lo apri entri in un mondo che stenti a comprendere all&#8217;inizio come la lingua di chi lo abita ovvero gli unici a poterti guidare lungo quella linea di confine, i soli veramente in grado di aprirti un mondo.  A farti capire  che quella non è una linea ma una cicatrice. Un&#8217;esperienza, appunto, una storia.</p>
<p><em>&#8221; senza nemmeno immaginare che quell&#8217;episodio sarebbe stato il punto d&#8217;inizio di una grave fattura, segnando la sua vita come un presagio&#8221;<br />
 </em></p>
<p><strong>Arts et mètiers</strong><br />
La storia dei personaggi è essenzialmente una storia dei mestieri che li hanno determinati. Fornaio, scaricatore, barista, scalpellino, fino allo straordinario speaker della tombola sociale della casa del Popolo di un paesino delle Apuane. E oltre ai mestieri che determinano in ognuno dei personaggi le caratteristiche fisiche, l&#8217;andatura, i segni al punto di sancirne il soprannome &#8211; ovvero il nome al di sopra di tutto &#8211; ci sono gli sguardi, le occhiate, le visiere.<br />
A cominciare dall&#8217; &#8220;<em>unica voce sembra recitare qualcosa, difficile da capire.</em>&#8221; Baciccia, così descritto.<br />
<em>&#8220;Non è più giovane. Gli manca un occhio. Come potete osservare ha una palpebra chiusa. È massaggiatore e maestro di pugilato, amante discreto dei giovani allievi.<br />
È anche un grande narratore. Certo il più grande di cui si conserva memoria in paese.&#8221;</em><br />
Personaggio dallo sguardo menomato che incarna nella innaturale solitudine dell&#8217;occhio, la doppia identità di Omero e Polifemo. Entrambi ciechi. Perché non è vero che le sole esperienze siano quelle che si vedono. Così come non sono senza importanza le storie delle persone non importanti. Come aveva scritto un altro straordinario narratore dell&#8217;isola <a href="http://www.sergioatzeni.com/">Sergio Atzeni</a></p>
<p>“<em>Questo è il compito che si devono assumere gli scrittori piccoli; gli scrittori grandi creano le grandi metafore, i capolavori; gli scrittori piccoli hanno il compito più modesto di raccontare, così come sono capaci, le persone che hanno conosciuto</em>”.</p>
<p><strong>La ferita</strong></p>
<p><em>&#8220;Ce qui peut être coupé, le coupable&#8221;</em><br />
Georges Bataille</p>
<p>&#8220;<em>Quando Gio’condo uscì sulla strada, l’orologio segnava le tre e un quarto. Ci furono due impressioni vivaci che gli si gettarono quasi addosso, come fossero state in attesa, la prima già nel momento in cui usciva dalla porta a vetri girevole del caffè, cioè un acuto desiderio di qualcosa di dolce, di<br />
crema o gelato o frittelle o</em>&#8221;</p>
<p>A metà libro il manoscritto si interrompe. In verità non lo sapevamo né lo potevamo immaginare che si trattava di un manoscritto. Il libro invece comincia solo a quel punto ovvero al &#8220;taglio&#8221; , la coupe, l&#8217;interrotto. Dicevo, all&#8217;inizio del post, del segno topografico in copertina, della cicatrice. Perché ve ne sia una occorre una ferita, un taglio, appunto. In questo caso è l&#8217;incursione del narrante nel narrato. Nella lettera che accompagna il manoscritto e le ragioni della sua traduzione, si racconta che, in un dettaglio apparentemente innocuo, una voce ( insisto, voce) di dizionario &#8221; <em>fu proprio quella la fessura attraverso cui si insinuò l&#8217;inaspettato</em>.&#8221;<br />
La conclusione &#8211; ma quando avevamo iniziato veramente?- è di una purezza disarmante, quasi un dispositivo geometrico, un modello matematico.<br />
Una prova, <strong>I Turritani</strong>, così attesa , e allo stesso tempo, così inaspettata.</p>
<p>Oggi, alle ore 17:00 presso la Libreria Martelli , via Martelli 22r, Firenze<br />
Giancarlo Paba e Simone Siliani presenteranno il libro di Giovanni Cossu “Turritani” (<a href="http://www.lavieri.it/">edizioni Lavieri</a>)</p>
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		<title>Una raccolta preziosissima</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/06/una-raccolta-preziosissima/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 16:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[vita nuova]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Cossu E che io dica di lui come se fosse corpo, ancora sì come se fosse uomo, appare per tre cose che dico di lui. DANTE, Vita Nuova, XXV. Diogene Reiteri sembrava un avvoltoio, appollaiato a due metri da terra, su quello scranno dalle cui altezze doveva controllare le scolaresche in visita alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/anatomia.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Giovanni Cossu</strong></p>
<p style="padding-left: 210px;">E che io dica di lui come se fosse corpo, ancora sì come se fosse uomo, appare per tre cose che dico di lui.<br />
DANTE, <em>Vita Nuova</em>, XXV.</p>
<p>Diogene Reiteri sembrava un avvoltoio, appollaiato a due metri da terra, su quello scranno dalle cui altezze doveva controllare le scolaresche in visita  alla sezione del museo, dove si trovavano esposte le mirabili serie di preparati anatomici in cera: una raccolta preziosissima, come diceva la guida del T.C.I. del ′74.<br />
Né questo era l&#8217;unico compito a lui affidato.<br />
Perché con una lunga pertica, imbracciata quasi asta di battaglia come un santogiorgio nel pieno delle sue facoltà, doveva, oltre che colpire con decisione i più ribelli all&#8217;ordine e al silenzio &#8211; di solito annidati nei punti più lontani delle interminabili file &#8211; anche illustrare le caratteristiche salienti, sia dal punto vista funzionale che del metodo costruttivo, di quei preziosi manufatti.<br />
Naturalmente indicandoli, perché qualcuno non scambiasse l&#8217;una cosa con l&#8217;altra.<span id="more-10575"></span><br />
Servendosi di un linguaggio che nulla concedeva alla prolissità, rifiutando qualunque vaghezza di tipo intellettuale, sino a negarsi ogni accenno che potesse portarlo, poi, a digredire sui presunti valori artistici di quello che opera d&#8217;Arte non era.<br />
Linguaggio, per questo, di non comune efficacia. Dovuto non solo a una  pluridecennale esperienza, ma che si fondava su una sicura intuizione di quello che il pubblico andava cercando in quelle sale.<br />
Era ormai divenuto celebre &#8211; tanti gli anni che faceva quel lavoro e tali e tanti quelli che avevano frequentato la scuole cittadine, da doverne subire l&#8217;incombente presenza almeno una volta nella vita &#8211; il modo in cui, immancabilmente, Diogene iniziava la sua lezione sul corpo umano e sulla nascita e gli sviluppi di quella branca di scienza chiamata osservazione anatomica.<br />
Un incipit da maestro, con cui, volendo, si poteva intendere che si era detto tutto: &#8220;Questo è l&#8217;uomo!&#8221;<br />
Detto, però, con  tono sarcastico, mal dissimulando il suo profondo convincimento che quelli mai e poi mai sarebbero arrivati a scoprire la pur minima parte di verità celata in così semplici parole.<br />
Perché non proprio di uomo si trattava.<br />
A meno che non venisse considerato altrettanto lecito, davanti al bancone di un macellaio, invaso dalle parti sanguinolente dell&#8217;animale, esclamare con la stessa enfasi: &#8220;Questo è il bue!&#8221;<br />
Fatto accettabile solo se, per una qualunque evenienza, gli abitanti tutti della città venissero reclusi all&#8217;interno della cerchia delle mura, senza più alcuna possibilità, o speranza, di potersi recare in campagna a vederselo, un bue vivo e vegeto.<br />
Ma, apparentemente, Diogene di tutto ciò non si dava pena.<br />
La preoccupazione maggiore restava quella di portare a termine il compito a lui affidato. E questo, nelle condizioni in cui era costretto ad agire &#8211; dovendo mostrare la perfezione dei frutti più maturi di un&#8217;arte ormai scomparsa da oltre un secolo &#8211; significava  far finta che, in quel campo, da allora non fosse accaduto  più nulla.</p>
<p>Scatenando vecchie<br />
isterie misconosciute<br />
un angelo caduto<br />
promana verbi<br />
a scapito di enigmi</p>
<p>dichiarando guerra alla menzogna</p>
<p>Dove le prendesse, Diogene, queste amenità, è subito detto.<br />
Soffriva d&#8217;insonnia. Quasi calcolata.<br />
Troppo grande l&#8217;abisso che separava la sua vita diurna, in qualche modo immersa nell&#8217;esaltante opera collettiva di scoperta della Natura, dalla banalità di vita che gli toccava fare una volta chiuse le porte del museo.<br />
Da spingerlo a escogitare qualcosa &#8211; un qualche metodo &#8211; per avvicinare quelle due entità temporali che a lui sembravano segnate da una diversità un po&#8217; troppo netta: il giorno e la notte.<br />
E così, poco a poco, attraverso tentativi non sempre felici e progressivi aggiustamenti, era riuscito a creare una sua tecnica che, seppure per vie paradossali, rendeva uniformi le cose.<br />
Sembrava infatti a Diogene di essere riuscito a far sì che, se durante il giorno era costretto a parlare di carne umana, la notte la carne umana parlasse lui.<br />
Esattamente in questo modo.<br />
Conciliato il sonno dalla stanchezza, lasciava che la natura seguisse il suo corso, nelle primissime ore della notte, non senza essersi assicurato, regolando la suoneria della fidatissima sveglia, che questa lo destasse nel mezzo della notte.<br />
A questo punto, abbandonato il letto, si recava in cucina, dove trovava già pronta dalla sera prima la caffettiera, aspettando con pazienza che le forze dell&#8217;acqua e del fuoco compissero la loro opera nell&#8217;approntare l&#8217;oscuro liquido, per poi mandarlo giù tutto, addolcito con poco zucchero.<br />
Fumata una sigaretta e visitato quasi sempre il bagno, ritornava a letto come se quella fosse stata la più semplice e spontanea delle interruzioni di sonno.</p>
<p>Scottati in gioventù<br />
in interrotto rito<br />
notiamo con stupore<br />
noi mortali<br />
la dichiarata assenza<br />
delle madri</p>
<p>e ci mostriamo esseri perfetti<br />
per garantirci un senso che non storpi troppo<br />
e arresti le maree di finzioni calcolate</p>
<p>Questi erano i risultati di quella tecnica di cui però, ora, dovremo dire di più.<br />
Cercando di cogliere anche l&#8217;aspetto soggettivo che a Diogene pareva di esperire.<br />
Insomma, se anche Diogene per niente indisposto di fronte a una ripresa  del sonno, qualcosa, a quel punto, sembrava incepparsi.<br />
Fissava, allora, Diogene la parte di sé più disponibile a un condizionamento per mezzo della volontà: l&#8217;attenzione su quella moltitudine di reperti anatomici in cera che aveva avuto davanti agli occhi tutto il giorno &#8211; tutti i giorni &#8211; e che per questo rimanevano, sempre nitidi, impressi nella sua memoria.<br />
Scegliendoli a seconda delle bizzarre ispirazioni del momento o in base a un preciso programma di indagine. Modificandoli talvolta o, più precisamente, scomponendoli in parti meno complesse, e proiettarli così nello spazio del suo corpo. Esattamente in quella porzione di corpo dove, senz&#8217;alcun dubbio, quei reperti in carne ed ossa si sarebbero dovuti trovare.<br />
Per poi, con uno sforzo di concentrazione inimmaginabile in condizioni diverse, negare al cervello ogni diritto di proferire parola.</p>
<p>Mettere il dito nella piega<br />
significa far conto<br />
su sapide battute</p>
<p>vestigia un po&#8217; ammuffite<br />
di templi profanati<br />
le cui vestali<br />
graziose (regolari) ragazzine<br />
aprono gli occhi al sole</p>
<p>Qualcuno potrebbe, a questo punto, confondere esposizione e realtà.  Pensare che quelle insolite pratiche e i risultati ottenuti fossero legati da un legame diretto: da una cosa ne consegue un&#8217;altra.<br />
Che gli sforzi fatti in tal senso trovassero corrispondenza nel senso manifesto degli esiti di quegli sforzi.<br />
Così non è.<br />
Diogene non era infatti una macchina, come verrebbe da pensare.<br />
Prevaleva invece in lui qualcosa che lo determinava come soggetto. Che lo preservava come uomo.<br />
La fede.<br />
Che unita a una perfetta consapevolezza, a una paziente determinazione di non farsi scoraggiare da nessun magro o inesistente risultato, lo portava in tutte, anche le più disperate contingenze, ad attendere.<br />
E non altro.<br />
E allora, le meraviglie.<br />
In una compulsione che è difficile descrivere a chi non l&#8217;abbia mai provata, le varie parti del corpo, i vari organi, i più minuti organelli, le meno appariscenti cellule dei più svariati tessuti, si appropriavano, volta a volta, della parola per comunicare. Qualcosa il cui nesso con il tutto &#8211; Diogene in quella disposizione &#8211; non era possibile individuare e la relazione con le parti  che si esprimevano impossibile da definire.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Triptyque</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 11:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[nunzio festa]]></category>
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					<description><![CDATA[Poesie di Nunzio Festa e Paroles di Franco Arminio visioni di Giovanni Cossu Confessioni di un paesologo di Franco Arminio Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Poesie di <strong>Nunzio Festa</strong> e Paroles di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>visioni di <strong>Giovanni Cossu</strong></p>
<p><em>Confessioni di un paesologo</em><br />
di<br />
<strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come un cane bastonato. Non deve sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello il paese è. Non devi fare altro. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110452.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110452-300x225.jpg" alt="" title="p1110452" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8027" /></a></p>
<p><em>Poesie</em><br />
di<br />
<strong>Nunzio Festa</strong><br />
<em>la parete congela<br />
questi secondi scalzi<br />
balzi di sensazioni<br />
urla<br />
in frazioni di appaganti<br />
feritoie di desiderio</p>
<p>e il ragno con la ragnatela<br />
attende che me ne vada<br />
</em></p>
<p><span id="more-8026"></span></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Sono infinitamente stupidi i cittadini che quando vengono in un paese fanno sempre la solita domanda: ma qui di cosa si vive? È la domanda di chi pensa di essere in piedi, in sella al cavallo del mondo e di poter andare alla conquista di chissà che. Il paese, se accogli la sua lingua, ti dice che sei un cane, che deve dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della terra. Per vivere nel paese devi capire che una frase come “cogito ergo sum” non ha alcun valore. È una frase da ubriachi, ubriachi del proprio io. Il paese è una creatura che sgretola qualunque narcisismo:per questo le vetrine nei paesi sono sempre un po’ fuori posto (il paese è una creatura intimamente puberale e se gli metti il doppiopetto diventa ridicolo). </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110455.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110455-300x225.jpg" alt="" title="p1110455" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8028" /></a></p>
<p><em>panni stesi vie strette<br />
e baci<br />
tutte qui sono<br />
le mie radici</p>
<p>alzo in fretta<br />
la sua gonna corta<br />
ho su me<br />
alcol che mi trasporta</p>
<p>vengo<br />
vado<br />
verso la cantilena<br />
che mi culla<br />
trastulla</p>
<p>un battito di parole<br />
sale<br />
mi sfiora il corpo</p>
<p>e guardo il corpo<br />
mio che<br />
vuole</p>
<p></em></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Parlavo di queste cose stamattina col mio amico Andrea di Consoli. Parlavamo del mio libro e della sua postura. L’uomo che va in giro per i paesi, il paesologo, in realtà è un cane, ha il punto di vista del cane. Il mio non è un libro di uno scrittore che porta avanti il feticcio del suo stile o della sua poetica. La mia è una scrittura sgretolata, ha la postura accasciata di chi è stato colpito da un male fraternamente incurabile. Io viaggio nei paesi a quattro zampe. Ho un piede rotto e il collo che non tiene. Pur volendo non potrei stare in piedi. Il mio libro è un congedo dalla letteratura come prova titanica di un autore che pretende di infilzare il mondo e di mostrarlo agli altri come si mostra un capriolo dopo una battuta di caccia. Il mio paese, i paesi in cui viaggio, issano la bandiera bianca.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110458.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110458-300x225.jpg" alt="" title="p1110458" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8030" /></a></p>
<p><em>anima spirito scoppiettante<br />
che balbetta di desideri<br />
triti<br />
mìnuti<br />
spezzettati</p>
<p>annegati nell&#8217;altalena del dopo<br />
quando un rumore intenso<br />
di viali specchia<br />
le membra di tutti</p>
<p>gli esseri mortali</em></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. La società dell’autismo corale ci chiede posture nuove, ci chiede la rottamazione degli scheletri eretti. Gli uomini ci hanno messo molto ad assumere questa delirante postura. Adesso è il tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo che gira, nell’aria che non sta mai ferma. L’osservazione del territorio è fatta da un animale affratellato ai suoi pericoli, al suo sgomento. La morte mia o dei miei paesi non più come agguato da parare, ma come compagnia per passare il tempo. Siamo naufraghi che non finiamo mai di asciugarci. È sempre stato così, ma adesso abbiamo la grazia di un tempo sfinito in cui non ci sono promesse credibili né per questo mondo, né per l’aldilà.<br />
La bandiera bianca non è quella dei piccoli paesi, ma è la bandiera dell’universo, la bandiera di una cieca bufera di polvere in cui luccichiamo ad occhi aperti insieme al sole e alle altre stelle. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110460.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110460-300x225.jpg" alt="" title="p1110460" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8031" /></a></p>
<p><em>alla vista<br />
della chiusa finestra<br />
il corpo<br />
all&#8217;unione si presta </p>
<p>lungo fili di silenzio<br />
corre la mano<br />
uno spazio assurdo<br />
fisso invano</p>
<p>mi stendo<br />
nel letto e sui seni<br />
per qualche parola<br />
stordisco i veleni</p>
<p>detriti di piacere<br />
fermano le incertezze</em></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Appartengo a questa vicenda non nella forma ormai ridicola di un possessore di anima e di fini, ma nell’affanno di un corpo senza padroni. Il libro che ho scritto è tutto un inno silenzioso alla volontà di dimenticarsi, di dimenticare i grandi feticci dell’umano: questo silenzio conta, non il rumore che magari ancora fanno i miei residui vaneggiamenti egotici.<br />
Non ho grandi idee da spacciare, non ho sentimenti eccezionali. Racconto uno sfinimento che contiene miserie e nobiltà, lietezza e malumore. La paesologia è più vicina all’etologia che alla sociologia. Non è una scienza umana, è la scienza per uscire dall’umano, cioè per essere nel luogo in cui già siamo. Si parla sempre più spesso di decrescita come alternativa al modello capitalistico. Il mio libro parla della decrescita dal punto di vista psicologico. Tornare o restare inermi, immaturi, lasciare agli adulti i miraggi della vita riuscita, aggirarsi nelle proprie rovine e in quelle degli altri con la grazia di un amore che non si posa da nessuna parte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110461a.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110461a-300x225.jpg" alt="" title="p1110461a" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8032" /></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Lettera agli amici italiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/24/lettera-agli-amici-italiani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 13:04:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Karl Betz Cari amici: Giovanni cattivo (quello di Porto Torres), Giovanni buono (quello di Alghero), Nicola, Lia, Laura, Guido, Adda, Maria-Antonietta, Giancarlo (fiero pastore), Daniel, posso raccontarvi qualcosa della mia famiglia? 50 anni fa una sorella di mio padre, zia Rosl, è emigrata in Australia. Là vive, sposata con un greco, John Anagnostou. Sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Karl Betz</strong></p>
<p>Cari amici<strong>:</strong> Giovanni cattivo (quello di Porto Torres),  Giovanni buono (quello di Alghero), Nicola, Lia, Laura, Guido, Adda, Maria-Antonietta, Giancarlo (fiero pastore), Daniel,</p>
<p>posso raccontarvi qualcosa della mia famiglia?</p>
<p>50 anni fa una sorella di mio padre, zia Rosl, è emigrata in Australia. Là vive, sposata con un greco, John Anagnostou. Sono sempre stato orgoglioso di avere uno zio greco, anche se acquisito, perché il greco, al liceo, è sempre stata la mia materia preferita. Quei due zii però, non li ho mai conosciuti personalmente. Parlando al telefono con  zia  Rosl si sente ancora chiaramente lo spiccato dialetto francone (della zona di Würzburg), frammisto all&#8217;accento inglese.</p>
<p>Tra vecchie carte, pagelle scolastiche ecc, zia Rosl ha scoperto un documento che per me possiede un alto valore sentimentale.  Ora me lo ha spedito per raccomandata dalla Tasmania:</p>
<p>Si tratta dell&#8217;<em>Entlassungsschein</em> (foglio di scarcerazione) di mio padre <strong>Alphons Betz</strong>, dal campo di concentramento di Dachau, reparto prigionieri politici.<span id="more-6502"></span></p>
<p>In una trattoria di Monaco  aveva inveito ad alta voce contro Hitler. Poi sentì una mano stretta sulla spalla<strong>:</strong> &#8220;Mi segua!&#8221;. Fu messo dentro per tre mesi. E pensare che si era agli inizi, nel 1934!  Se avesse espresso le stesse critiche un paio d&#8217;anni dopo, al più tardi dopo il 1939, sarebbe stato senz&#8217;altro ammazzato. Anche il Centro di Commemorazione del campo di concentramento di  Dachau mi ha fatto pervenire copia della lista dei detenuti.  Mio padre aveva il numero 4871.</p>
<p>Mio padre era un beone ed un furfante fortunato. Ma adesso ho almeno qualcosa  per  cui  posso essere fiero di lui. Morì giovane d&#8217;infarto, a soli 48 anni, domenica 13 agosto 1961, giorno in cui fu eretto il muro di Berlino.</p>
<p>Se permettete, vi allego copia dell&#8217;<em>Entlassungsschein. </em>È firmato dall&#8217;allora comandante del campo, Mutzbauer.  Ecco!</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/1.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-6504 aligncenter" title="1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/1-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p align="center"><!--[if gte vml 1]> < ![endif]--><img loading="lazy" src="file:///C:/DOCUME%7E1/miku/IMPOST%7E1/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image001.jpg" alt="" width="542" height="364" /></p>
<p>Passo bruscamente ad altro<strong>:</strong> in Germania c&#8217;è da un paio d&#8217;anni un ben noto moderatore televisivo di nome Johannes B. Kerner<strong>:</strong> tipo leccato, beniamino di tutte le suocere, sempre grondante correttezza politica. Onnipresente. Impossibile sfuggirgli.</p>
<p>Nel 2007 nel suo talk-show mise in scena uno spettacolo decisamente di dubbio gusto.</p>
<p>Aveva invitato una scrittrice di grido, tale Eva Herman <em>(Das Eva Prinzip)</em> per cacciarla poi di scena a telecamere accese, con un grande effetto di pubblico, mettendosi così in mostra quale sincero antifascista e democratico. Eva Herman propugna un&#8217;immagine della donna rivolta al passato, a cui si orientava in parte il modello femminile dell&#8217;epoca nazista. Con ciò  &#8211; chiaro! chiaro! &#8211;  Eva Herman giustifica anche l&#8217;eccidio di milioni di ebrei e di zingari, l&#8217;aggressione alla Polonia e alla Russia e tutti gli altri efferati delitti.</p>
<p>Vergognosamente devo, miei cari amici, riconoscere di essere anch&#8217;io nazista<strong>:</strong> amo Mozart (lo suono anche molto volentieri). Anche Heinrich Himmler amava Mozart, anch&#8217;io dunque sono nazista.</p>
<p>In Germania abbiamo più che mai bisogno di  Hitler;  perché  effettivamente, a sentire quel che dice Willi Winkler, giornalista della Süddeutsche Zeitung:<strong> &#8220;Hitler è particolarmente adatto per le confessioni prive di conseguenze e per far continua mostra di principi profondamente antifascisti&#8221;. </strong>Ecco il lato piacevole della cosa<strong>:</strong> oggi l&#8217;antifascismo lo si  può avere gratis.</p>
<p>Un comico tedesco, Harald Schmidt,  ha presentato nella sua trasmissione televisiva un apparecchio da lui chiamato <em><strong>nazimetro</strong>. </em>Per mezzo di un nazimetro sarebbe stato possibile, secondo lui, provare la tendenziosità politica e morale delle parole.</p>
<p>L&#8217;apparecchio reagì prontamente alle parole &#8220;cucina a gas&#8221;, naturalmente anche alla parola &#8220;autostrada&#8221;. Con la costruzione di autostrade Hitler aveva infatti rimesso in moto l&#8217;economia nazionale ed eliminato nel corso di pochi anni la grave disoccupazione.</p>
<p>Ovviamente politici e dirigenti televisivi si mostrarono subito indignati nei confronti del nazimetro.</p>
<p>Per favore, mi si permetta ancora un breve sguardo retrospettivo sul mio mestiere, il concertista<strong>:</strong> i nazisti avevano condannato/proibito l&#8217;arte contemporanea, sia nella musica che nella pittura, indipendentemente dal talento dell&#8217;artista.</p>
<p>Trovarsi però nella stessa barca insieme ad illustri artisti, come per esempio Paul Cézanne, significava per molti, dopo il 1945, la possibilità di un riconoscimento tardivo e di una fama inaspettata, anzi insperata.</p>
<p>La discriminazione da parte dei nazionalsocialisti non è certo prova di qualità per l&#8217;artista discriminato. E invece proprio questa fu l&#8217;argomentazione: &#8220;I nazisti mi hanno rifiutato, tu mi rifiuti, quindi tu sei nazista&#8221; (cfr. Heinrich Himmler amava Mozart, io amo Mozart, quindi sono nazista).</p>
<p>In un modo veramente insopportabile sono state saldate fra loro, in un&#8217;equazione, cose che non avevano nulla a che fare l&#8217;una con l&#8217;altra. L&#8217;equazione dice:</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>atonale o rispettivamente astratto/informale =  democratico e progressista</strong></p>
<p><strong>tonale o rispettivamente concreto/formale =  fascista e reazionario.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Nessuno e tantomeno un artista che volesse aver successo, avrebbe potuto permettersi di trovare orribile un quadro astratto o un brano di musica atonale.</p>
<p><strong>Una professione di fede per la musica seriale o rispettivamente per la pittura astratta era diventata il banco di prova dei principi democratici.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Grande influsso sulla generazione dei sessattottini ebbe Theodor Adorno, il più importante sociologo del dopoguerra. L&#8217;eccentrico gergo ieratico e arzigogolato  di quest&#8217;uomo è stato fatale per un&#8217;intera generazione di studenti.</p>
<p>Nel 1934 aveva recensito nella rivista Melos un ciclo di  poesie messe in musica (<em>La bandiera dei perseguitati</em>) di Baldur von Schirach, <em>Reichsjugendführer </em>(capo della gioventù del Reich), lodandone il suo &#8220;chiaro marchio nazionalsocialista&#8221;. Nello stesso articolo Adorno rievoca l&#8217;immagine di un nuovo Romanticismo nei sensi del &#8220;Romanticismo d&#8217;acciaio&#8221; del Ministro del Reich Joseph Goebbels.</p>
<p>La data di questa dichiarazione di sudditanza è importante<strong>:</strong> 1934. Un paio d&#8217;anni dopo, altri dovettero fare simili dichiarazioni per salvare sé stessi o la loro famiglia. Nel 1933/34 non era ancora necessario. Chi già nel 1934 volle accattivarsi i nazisti lo fece per opportunismo o per effettiva convinzione.</p>
<p>Dopo la guerra Adorno divenne il Grande Inquisitore dell&#8217;arte moderna. Di pittori non astratti fece tutt&#8217;un mazzo definendoli sarcasticamente <em>Lega di pittori di quadri per alberghi</em></p>
<p>Certo, ci sono anche tali pittori, ma valeva la pena di parlarne?.</p>
<p>Si potrebbero citare innumerevoli altri nomi<strong>:</strong> signori, spesso i più influenti nella vita culturale della Repubblica Federale, che qualche anno prima erano stati strumenti in mano all&#8217;ideologia nazista sostenendola contro il &#8220;bolscevismo culturale&#8221; nella musica e contro l&#8217;<em>entartete</em> (degenerata) pittura, ora invece si prostravano riverenti, trasformatisi in ferventi e zelanti propugnatori dell&#8217;arte moderna,  dinnanzi a qualsiasi rete metallica dadaista.</p>
<p>Torno ancora una volta a Johannes B. Kerner ed instauro un rapporto fittizio tra lui e la mia nonna materna (nata nel 1894) che, essendo morta nel 1986, Johannes B. Kerner purtroppo non poté conoscere.</p>
<p>Mia nonna, Margarete Buchner, sarebbe stata clamorosamente cacciata fuori da un talk show del signor Kerner. Le sue massime reazionarie avrebbero fatto rizzare i capelli a chiunque. Però questa stessa persona nella primavera del 1945 nascose un fuggiasco dal campo di concentramento di Dachau, gli salvò la vita, rischiando la sua, sinché   &#8211; finalmente &#8211;  arrivarono gli americani. &#8220;Li riconoscerete dai loro frutti!&#8221;.</p>
<p>Il nascondiglio era una capanna nel bosco esattamente nel luogo dove ora sta la mia casa (dal territorio del campo di concentramento di Dachau  a casa mia ci sono 30 km).</p>
<p>Georg Buchner, mio nonno, nato nel 1890, mastro fornaio, proibì espressamente a sua figlia Lydia, mia madre, di iscriversi al BDM (Lega delle ragazze tedesche).</p>
<p>Era inusitato, inaudito<strong>:</strong> tutti i ragazzi (tranne i ragazzi ebrei) erano membri di una qualche organizzazione giovanile nazista, sia che fosse la HJ (Gioventù hitleriana) o appunto il BDM.</p>
<p>La ragione per cui mio nonno potesse permettersi una tale resistenza ha cause diverse<strong>: </strong>era un veterano invalido della Grande Guerra (occhio di vetro); le autorità naziste locali erano state suoi compagni di scuola;  godeva di alta stima in paese.</p>
<p>Avvenne un fatto che fu sulla bocca di tutti in paese, creando scandalo<strong>:</strong> tutte le compagne di scuola di mia madre erano allineate in fila per l&#8217;appello dell&#8217;alzabandiera, quando mia madre passò in bicicletta con la racchetta da tennis nel portapacchi.</p>
<p>Certo, non si può chiamare mio nonno un resistente, ma il suo atteggiamento era almeno coraggioso, quasi altrettanto coraggioso quanto le fervide dichiarazioni di Johannes B. Kerner e di altre personalità contro il fascismo e a favore della democrazia.</p>
<p>Con suo figlio Karl, nato nel 1921, mio nonno ebbe minor fortuna. Mio zio si presentò volontario e cadde, diciannovenne,  nel 1941 durante l&#8217;aggressione alla Polonia, a Lemberg.</p>
<p>Io  nacqui  sei anni dopo e mi fu imposto il nome Karl in sua memoria.</p>
<p>Al funerale di mio nonno, nel marzo del 1968, il parroco Lorenz Grimm di Pfaffenhofen/Ilm tenne l&#8217;orazione funebre. Davanti alla fossa aperta disse  &#8211; davvero &#8211;  <em>&#8220;</em>&#8230; e suo figlio Karl sacrificò la sua giovane vita nell&#8217;eroica lotta contro il bolscevismo&#8221;.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Avevo pur sempre 21 anni e fino ad oggi non riesco a perdonarmi di non aver tappato la bocca a quel signore venerando.</p>
<p>Permettetemi, per favore, di allegare una foto di mio zio del 1940.</p>
<p align="right"><!--[if gte vml 1]> < ![endif]--></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/clip_image0021.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-6506 aligncenter" title="clip_image0021" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/clip_image0021-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" /></a></p>
<p>Nato sei anni dopo la sua morte, non l&#8217;ho mai conosciuto.</p>
<p>Purtuttavia, sempre, fin dall&#8217;infanzia, ne ho sentito, struggente, la mancanza.</p>
<p>Vi saluto molto cordialmente, il vostro KARL,</p>
<p>Lunedì,  7 &#8211; 7 &#8211; 2008  (5° compleanno del signorino Carl Emilio Betz).</p>
<h5>KARL BETZ, pianista, è nato a Monaco di Baviera nel 1947. Dal 1979 numerose registrazioni presso tutte le emittenti radiofoniche tedesche e molte straniere. Nello stesso anno ha avvio un&#8217;attività concertistica di livello internazionale. Le sue  interpretazioni di Liszt e di Schubert ottengono notevole risonanza. Dal 1980 al 1986 docente incaricato al Richard-Strauss Konservatorium di Monaco.  Nel 1986  professore  alla Hochschule für Musik  di  Freiburg. Dal 1994 è professore ordinario di pianoforte alla  Hochschule für Musik  di  Würzburg. Karl Betz vive  con  la  sua  famiglia  nelle vicinanze  di  Pfaffenhofen/Ilm.</h5>
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		<title>Turritani</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Mar 2008 06:08:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Cossu Anche se a dire la verità, non tutta la vita di Titto trascorreva tra la casa e la mescita. Anche lui coltivava le proprie lattughe, come si sarebbe detto, con espressione idiomatica, in quella terra, Turritania, chiusa, a sud, tra gli orti che circondavano il ricco capoluogo, Tattari, il cui nome sembrava [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Giovanni Cossu</strong></p>
<p>Anche se a dire la verità, non tutta la vita di Titto trascorreva tra la casa e la mescita.<br />
Anche lui coltivava le proprie lattughe, come si sarebbe detto, con espressione idiomatica, in quella terra, Turritania, chiusa, a sud, tra gli orti che circondavano il ricco capoluogo, Tattari, il cui nome sembrava trarre significato, a detta di alcuni, da un’originaria occupazione del luogo da parte di certe popolazioni tartare, ma che in seguito, per un’inopinata civilizzazione, a detta di altri, si era trovato a perdere, stando almeno alla lettera, assieme all’originaria fierezza, anche la r, e, ad est, le vigne di male amati cugini, di cui si diceva che non tanto per ragioni storiche, e attualmente economiche, coltivassero quella pianta dagli oscuri quando non del tutto chiari e rigogliosi grappoli, ma per poter nascondere, dietro gli indubitabili effetti di una non moderata ingestione dei succhi fermentati di questi, una loro genetica mollezza di cervello, escogitando a questo fine la stessa denominazione del paese, che proprio con la determinata rimozione dell’articolo – determinato o indeterminato che fosse, ma piú indeterminato che determinato nella sua assenza – lasciava intendere, nella sua reiterata affermazione letterale: Sorso… Sorso… Sorso…, esattamente quello che speravano gli altri bevessero, e cioè che in quello, e solo in quello, si trovava il segreto dell’idiozia collettiva di cui da sempre era stati accusati da parte dei circonvicini parenti.<span id="more-5584"></span></p>
<p>Ad ovest invece, da una vera e propria terra di desolazione, affidata alle incurie dei pochi contadini che avevano avuto il coraggio di andarvi ad abitare, e il cui aspro dialetto, unito a un comportamento scostante e ad atteggiamenti altezzosi, del tutto giustificati, a parer loro, da un’indomita primitività di carattere, sembrava servire solamente ad eludere ogni tipo d’indagine che li riguardasse. Indagine comunque pericolosa per loro, e tale da poter mettere in forse la loro stessa sopravvivenza, segnalando allo Stato le loro effettive condizioni di vita, per poi pretendere, in tasse, piú di quello che loro tutti riuscivano a mettere assieme in un’intera annata. Poiché a precisa domanda sui loro possidenti rispondevano in modo ossessivamente indistinto: nulla. Che nella forma precisa della loro parlata prendeva tono di: nurra. Termine che a causa della laconicità stessa del loro comunicare era diventato, poi col tempo, ed essendo l’unico da loro pronunciato, quello che designava la terra stessa. Con quale gioia, c’è da immaginarselo, da parte di quei poveri contadini, che si videro imporre immani balzelli da parte di solerti funzionari statali che sempre piú assiduamente presero a frequentare le loro miserevoli case. Facendo sempre la stessa domanda e ricevendo sempre la stessa risposta.<br />
Fatto di cui ancora non riescono a capacitarsi, ma non del tutto nuovo nella storia dell’uomo e delle terre e degli animali, perché anche a lasciar perdere quello che aveva in mente Adamo, quando questi nominò in presenza del Signore nel Paradiso Terrestre, ben piú vicino a noi era capitato ad un certo esploratore, che difettando di conoscenza, e volendo appurare di che razza fosse quello strano animale che scorrazzava per le deserte pianure australiane, nient’altro di meglio aveva trovato che chiederlo, con insistenza, ai primitivi del posto, ricevendone sempre la stessa risposta: kanga roo, ma che non tanto ‘canguro’ significava quanto ‘capisco no’.</p>
<p>Ultimo limite di Turritania, a nord, era il mare. Al centro di uno splendido golfo dal quale la pressoché totalità della popolazione traeva i propri sostentamenti, scarsi. Alcuni con la pesca, gli altri caricando e scaricando quel poco che c’era da caricare e scaricare nelle e dalle poche navi che vi si avventuravano per poi approdare, e poi ancora, volgendo le poppe davanti alle facce stuporose dei pochi misantropi che dopo averci lavorato tutto il giorno ne facevano del porto anche meta della passeggiata serale, andarsene, verso il tramonto, immergendosi in quella liquidità luminosamente rosata e struggente che non si sarebbe lasciata sfuggire l’occasione di dilacerare l’anima del ragazzetto, Me Lasso, ma non ancora, essendo di là da venire, Gio’condo, capitato a due passi da quelli, seduto sul ciglio della banchina, a tentare con esca e amo gli ultimi<br />
ritardatari sparaglioni, e sparato lui stesso in qualcosa che ancora non avrebbe saputo come definire, quando il numero giusto di gabbiani, spargendosi in quelle due mezze corone di cielo e di mare, nella sua giustappunto ancorché disarmonica dispersione, non lo metteva in contatto con qualcosa di simile a quello che, solo piú tardi, avrebbe trovato descritto nell’ultima cantica della ‘Commedia’ di Dante.<br />
Decidendo pertanto, per quanto fosse da decidere, che il suo destino, oltreché di poeta, sarebbe stato quello di un affermato, e rispettato, titolare di azienda di costruzione di ascensori elettronici, multiuso e montacarichi, e che quindi, a suo tempo, la scelta obbligata sarebbe stata quella di una facoltà meccanica.<br />
Ma ancora il tempo per questo era da darsi.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 28.3pt 0.0001pt 1cm; text-align: justify"><span style="font-family: 'Courier New','serif'"><span> </span><span></span><o></o></span></p>
<h6><span style="font-family: 'Courier New','serif'"><span> </span><span></span><o></o></span></h6>
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