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	<title>Giuseppe A. Samonà &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 05:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cristianità]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Impero Ottomano]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Perotti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo è accattivante...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.</p>
<p>Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti <em>(Rais</em>,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da <em>diventare </em>vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.</p>
<p>Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.</p>
<p>Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico&#8230; Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo&#8230; Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita&#8230; Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico&#8230; Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia&#8230;  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza&#8230;), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.</p>
<p>Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.</p>
<p>Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.</p>
<p>Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive <em>tout court</em>. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “&#8230; di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura&#8230;” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).</p>
<p>Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “<em>socials</em>mente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come <em>downshifting </em>(riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (<em>Adesso basta</em>, 2009; <em>Avanti tutta, </em>2011; <em>L’Altra Via</em>, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di <em>Rais</em>, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia&#8230; – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con <em>Rapsodia mediterranea </em>(2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.</p>
<p>Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni <em>attività</em>, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato <em>Rais</em>, come anche nella stessa prospettiva <em>L’estate del disincanto, </em>2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi <em>Rapsodia</em> <em>mediterranea</em> appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e <em>Atlante delle isole del Mediterraneo</em>, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni&#8230;) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’&#8230; Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.</p>
<p>Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale&#8230; Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.</p>
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		<title>Su &#8220;Inside Story&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 06:45:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Inside Story]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Amis]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo inglese contemporaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Da notare, per altro, che Martin Amis è morto nel 2023 e Inside story, del 2020, è il suo ultimo libro: ma per me è stato il primo, e per adesso l’unico, quello che me lo ha fatto scoprire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Era molto tempo che non mi succedeva di finire un libro, anzi, di stare per finirlo – mi manca letteralmente l’ultima mezza pagina, e interrompo un attimo per scrivere in fretta e furia queste righe – e già sapere che non potrò far altro che ricominciare a leggerlo, dalla prima parola. E preciso: non “sapere che lo leggerò di nuovo”, il che, da Cechov a Proust, a Dickens, Manzoni, Dumas, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, mi è successo con tanti autori; sapere che lo ricomincerò subito, senza soluzione di continuità, come mi è successo una volta al cinema con <em>Kill Bill 1</em>, nascondendomi nella sala per restare anche la proiezione seguente, ed è un ricordo speciale, ma ce ne sono anche altri. Ecco, in letteratura mi è capitato solo con l’Iliade e l’Odissea e con un paio di tragedie di Shakespeare.</p>
<p>Intendiamoci, non voglio certo dire che Martin Amis, con <em>Inside Story</em>, abbia la stessa magia, la stessa potenza di Omero o Shakespeare. Voglio dire semplicemente che, come con quelli, sto sapendo poco prima di finire che ricomincerò subito. Proprio dalla prima parola, assaporando il piacere di ritrovare alcuni passaggi che ricordo essere poche righe più in là, o di scoprirne sotto una nuova luce altri, etc.: come succede appunto, in generale, con le riletture. Perché ci sono autori che, al di là del fatto che siano o meno “i più grandi” (ma le gerarchie sono comunque solo un gioco) ci parlano in un modo particolare, ci sembra che ci assomiglino. Da notare, per altro, che Martin Amis è morto nel 2023 e <em>Inside story, </em>del 2020, è il suo ultimo libro: ma per me è stato il primo, e per adesso l’unico, quello che me lo ha fatto scoprire.</p>
<p>Dunque, ho voglia di ricominciarlo, e so che lo farò, subito dopo quest’ultima mezza pagina: in francese, perché è in traduzione francese che ce l’ho adesso a disposizione (l’ho preso in prestito in una Biblioteca, qui a Parigi), e poi in italiano, perché alcuni vortici linguistici mi sono sembrati talmente vorticosi che non sono sicuro di averli colti in tutte le loro sfumature, e poi nell’originale, in inglese (cacchio, la triplice lettura, come mi è successo, anche se distanziate e in ordine diverso, con<em> David Copperfield</em>&#8230;), ma con la versione francese o italiana nei paraggi, perché insomma, altrimenti qua e là qualcosa rischia di sfuggirmi. Che programmino, c’è da leccarsi i baffi.</p>
<p>E vorrei dirlo a (leggere questa lista sorvolando come se si declamasse una litania): Sophie, Michèle, Isabelle, Clara, Eva, Michel, Michele, Filippo, Andrea, Simone (it. uomo) e Simone (fr., donna)  – già, dovrei fare una versione di questo articolo-messaggio anche in francese, per gli amici che non leggono l’italiano – e poi ancora a Hélène, Elena, Helena, Philippe, Peter, Pierre, Fulvio, Lamberto,  Emilio, Antonio, Vittorio, Daniel, Daniele, Daniela, Joseph, Alessio, Leo, Carmine, Alberto, Marghi, Vale, Cristina, Roberto, Paola, Paolo, Rebi, Azu, Erminia, Barbara, Alessandra, Bastiana, Franco, Maurizio, Dona, Sara, Felipe, Nando, Luciana, Lucie, Manon, Maria, Jean-Louis, Cate, Silvia, Sylvia, Chiara, Matteo, Miriam &#8230; e qui mi fermo, anche se ce ne sono altri, altre, e mi verrebbe di continuare a buttar giù nomi, c’è qualcosa di fantastico, di “creativo”, nel solo nominare le persone, quasi che i nomi, da soli, potessero riempire una pagina di letteratura – c’è del resto anche un sonoro labirinto onomastico, nel libro, ed è inebriante perdercisi dentro&#8230; Aggiungo però in chiusura almeno Phoebe, perché nella vita di ognuno di noi, se solo un po’ siamo riusciti a vivere, c’è sempre una Phoebe, o un Martin&#8230;</p>
<p>Ecco, scrivo queste righe semplicemente per chiedere ai miei amici, ai miei affetti più cari: ma lo avete letto? E se no, per dir loro: leggetelo. Perché questo – come altri – è un libro spartiacque: ci sono quelli che hanno letto <em>Inside story</em>, e quelli che invece no&#8230; Ah, certo, devo anche ringraziare Salman, Mia e Giacomo che, ognuno a modo suo, mi hanno messo sulle sue piste.  E avvertire Fabrizio che sì, dopo mi andrò a leggere anche il libro sulla morte del padre – anche se non credo che sia come dice lui “ancora più bello”, ma forse sbaglio, non lo ho ancora letto, appunto&#8230;</p>
<p>Come mai questo improvviso fuoco? Questa smania di condivisione? Credo soprattutto perché <em>Inside Story</em> è un’autobiografia completamente folle, che tuttavia, proprio attraverso questa follia, riesce la più riuscita di tutte le autobiografie, uscendo dai suoi limiti come un morbo contagioso: è vera e finta (già, <em>David Copperfield</em>), proprio come la nostra vita, e di più, il vero è finto, perché sempre quando guardiamo indietro reinventiamo il nostro passato, e il finto è vero, perché niente come la finzione riesce a scoprire le verità più violente nascoste dentro la nostra esistenza, e in questo senso dice di Martin, umano e scrittore, che con lo stile confonde e trascende realtà e finzione, ma anche di ognuno di noi, che si sia o meno scrittori. Anzi, soprattutto se lo siamo, vorrei aggiungere, più o meno affermati o anche del tutto sconosciuti, non importa: perché fra le tante altre cose, questo poliedrico “romanzo” è anche un formidabile manuale-riflessione sulla scrittura – ho fotocopiato per metterle sulla scrivania, a portata di mano, due paginette sul senso e l’uso della punteggiatura che da sole già valgono l’intera lettura&#8230; E poi anche, o innanzitutto, c’è molto amore, l’amore carnale, dolce, violento, impertinente, sublime, lascivo, osceno; o l’amore-persona, l’essere umano desiderato, persino amato – ma non abbiamo mai trovato le parole giuste per dirglielo&#8230; – che aveva forse una decina d’anni più di noi, ma eravamo così giovani, che importanza aveva? E lo si riincontra molti anni dopo, ora è proprio vecchio, è vecchia, di fronte a noi, che vecchi ancora non siamo (e ci illudiamo&#8230;), ma non è quella vecchiaia amichevole, avvolgente, con cui la letteratura sa cullarci, del tipo &#8230; <em>ha sessant’anni, e più la guardo e più mi sembra bella</em>, no, è una vecchiaia devastante, demolita e demolitrice, in cui gli anni si sono accumulati come i chili, il viso è stato inghiottito dal grasso, il corpo gigantesco è oramai ridotto a una massa soda, paurosa, ma sia pure infossati, avvolti dalle rughe, gli occhi, lo sguardo eterno, parlano ancora di giovinezza, di amore, persino di desiderio – ma anche di attesa della morte.</p>
<p>Già, poteva mancare la morte, che è da sempre la prima grande protagonista della letteratura? Ma di cosa si parla, esattamente, quando si dice morte? Della morte – che non esiste – o dell’attimo della morte? che non è mai un attimo, ma è una linea, una cronologia, forse infinita, anche nelle morti istantanee, o nel sonno, quando – dicono – l’intera vita ci passa davanti, come estratta dal tempo&#8230; E di cosa abbiamo paura? Di morire o di essere morti? Possibile che il mondo continuerà senza di noi? Chi e come ci ricorderà? (Non posso fare a meno di pensare che Martin A. è morto meno di tre anni dopo aver pubblicato questo suo ultimo, in tutti i sensi, libro.)</p>
<p>E su tutto, ovunque, c’è un modo speciale di raccontare, quello della letteratura, una letteratura volentieri urticante, provocante, dissacrante: attraverso la quale si riflette innanzitutto&#8230; sulla stessa letteratura (autori veri o inventati, e soprattutto reinventati, nel contempo veri e immaginati, veri proprio perché immaginati, in particolare Saul Bellow, Christopher Hitchens, Philip Larkin, ma anche Kingsley Amis e Elizabeth Jane Howard, Jane, suo padre e la sua “matrigna” &#8230; e molti altri ancora, presenti o passati); e poi sulla morte, appunto, e sulla vita, a cominciare ovviamente dalla propria (è una “autobiografia”, lo ricordo, vera e inventata, vera perché inventata etc.); o persino sull’attualità, sulla politica, sulla Storia: ma sempre nella prospettiva di una molto creativa memoria personale, per la quale tutto diventa romanzo. Dall’assassinio di Kennedy nel 1963 (nel ricordo di Martin A. fragile adolescente) all’11 settembre 2001 (visto dal punto di vista del giorno dopo, della vigilia&#8230; del giorno dopo, e dei giorni dopo il giorno dopo: potentissimo!) sino all’apparizione di Donald Trump, che si annuncia all’orizzonte sempre più minaccioso – minaccioso ovviamente per quelli come Amis, espressione di una sinistra libertaria, liberale nel miglior senso del termine, e anticonformista, profondamente umanista, direi io se dovessi definirlo, ma probabilmente lui si arrabbierebbe, perché il suo spirito libero sfugge a qualunque categorizzazione.</p>
<p>E al centro di tutto, c’è uno dei principali fili di riflessione del suo intero percorso di uomo e di artista, anzi, un filo fatto di fili intrecciati: l’ebraismo, l’antisemitismo, la shoah, Israele, con tutte le contraddizioni che Amis inquadra con una semplicità, e insieme un’originalità disarmanti, spaesanti, e sempre con lo strumento della letteratura. I ragionamenti brillanti dialogano fra di loro – per riassumerne in una frase alcuni tra quelli che mi hanno più colpito: <em>I Protocolli dei Saggi di Sion </em>(citati solennemente nella Carta di Hamas) sarebbero, inintenzionalmente (ma c’è l’inconscio), nobilitati dall’accusa di essere un “falso”, accollatagli anche dagli studiosi più seri, perché un “falso” presuppone all’origine una versione autentica, mentre questi sono una fabbricazione integrale&#8230;; il regime di Vichy diventa un personaggio, il viscido, ossequioso Uriah Heep (siamo di nuovo dentro l’amato <em>David Copperfield</em>, ovviamente) di fronte al criminale Bill Sikes (<em>Oliver Twist&#8230;</em>), che impersona la Germania nazista&#8230;; &#8230; ma dunque, se i paesi sono delle persone, allora anche le persone sono dei paesi, Martin ad esempio è una democrazia liberale di tipo parlamentare (ma con qualche zoppia costituzionale&#8230;); l’antisemitismo – una nevrosi? una psicosi? – implica un piacere che rende assuefatti, in tutto e per tutto fisico, come la cocaina, anzi, meglio, come un’inarrestabile masturbazione, una concretissima pippa insomma (traduco il francese “branlette” che a sua volta, immagino, traduce “handjob” o chissà “jerk-off”, ho fretta di rileggermelo nell’originale&#8230;), e un discorso analogo vale per il messianismo&#8230; Ed ecco, in questa prospettiva Amis si chiede, e ci aspira dentro le sue domande: Poteva Israele <em>non</em> nascere, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale? o nascere altrove da dove è nato, per esempio in Baviera o in Madagascar? È possibile trovare un equilibrio fra l’inevitabile esercizio della forza, della forza non di rado odiosa, del potere, indispensabile per chi combatteva contro il rischio di estinguersi (e la paura dell’estinzione – sottolinea Amis – continua a correre lungo tutta la storia del paese Israele), e la necessaria volontà di resistere alla distruzione, all’oblio, di conciliare insieme memoria e avvenire? esistenza e umanesimo? In che modo si sono intrecciate due catastrofi, quella palestinese e quell’ebraica, in un avvitamento che è propriamente tragico, fatto di esclusioni, omissioni e censure reciproche? (Perché il libertario Martin, pur <em>sapendo</em>, nel contempo affascinato e inquieto, le ragioni di Israele, non ignora mai quelle della Palestina – e l’Occupazione, ci dice, è anche una <em>nakba</em>, una catastrofe politica, sociale, morale per gli ebrei&#8230;) Come mai Israele ha per lunghi tratti potuto negare, insieme alla catastrofe palestinese, anche quella sua propria, che pur ha, se non fondato, fornito un impulso determinante alla causa sionista? (Di nuovo la letteratura, nelle parole di Bellow, o meglio, del Bellow chiamato in causa da Amis: “Dapprima, vi hanno assassinato, poi vi hanno obbligato a meditare sui loro crimini; farlo, mi soffocava”&#8230;.) E tante altre questioni, perché Amis più che rispondere interroga e si interroga, e sempre ci spiazza, facendo emergere la complessità, le contraddizioni dell’umanità di cui facciamo parte: scavando, ponendo domande scomode, appunto, e sempre rifuggendo dagli slogan, dai luoghi comuni, dalle comode, omogenee, pronte all’uso semplificazioni. Non è del resto quello che, per vocazione, dovrebbe sempre fare uno scrittore?</p>
<p>E devo confessarlo: un brivido, un senso nel contempo di sollievo e di dolore, mi ha preso leggendo, disseminate lungo il libro, le pagine che concernono Israele (e anche i Palestinesi: perché ahimè la Palestina non c’è), le quali disegnano una storia in cui si intrecciano luci e ombre, errori e anche orrori, contraddizioni e speranze, slanci e cadute, senza sconti, ma mai banali, mai schematiche né semplificatorie di un itinerario complesso che si snatura a essere ridotto a una sola componente&#8230; , e sempre piene di piena, autentica letteratura. Sono pagine scritte tre anni prima dell’inizio di quella spirale di morte e distruzione che ancora è là pronta a riesplodere, e dentro la quale il nome di Israele in larghi settori di quella sinistra che è anche la mia sembra diventato impronunciabile, se non per associarlo ai soprusi, alle bombe, al massacro dei civili – eppure, in queste pagine, lontane e vicine, c’è già tutto: Gaza, il fanatismo giudeocida e jihadista di Hamas, Hezbollah, l’Iran dietro le quinte, lo spostamento sempre più a destra di Israele insieme alla realtà (non solo il fantasma, anch’esso reale) di essere circondati da alcuni milioni di nemici mortali, il progetto messianico che minaccia da dentro, persino al di là della nuova catastrofe che incombe sui Palestinesi, la natura ebraica, nel senso umanista e “amisiano” del termine, e democratica della società israeliana che, fra mille apprensioni, è cara allo scrittore, e che non vuole, non può abbandonare (ma dalla quale teme, lui, di essere abbandonato&#8230;). Insomma, un rompicapo maledettamente complicato che Martin Amis esplora, di nuovo, con la sua arte, la letteratura, che procede più con le domande e i dubbi, che con le certezze e le semplificazioni. E io, sempre avanzando fra queste luci e ombre, avevo nella testa, insieme a una convinzione, una domanda (e mi sembra che ogni lettore / scrittore, soprattutto se di sinistra, progressista, dovrebbe naturalmente porsela): è certo lecito, che dico? doveroso, giusto, impegnarsi con determinazione contro un governo di estrema destra e messianico e la sua hybris guerriera e distruttrice, schierarsi a fianco, materialmente o idealmente, dei Palestinesi, nei tanti diversi modi propri a ciascuno, per cercare di difenderli da nuovi massacri, da ulteriori soprusi e finalmente, anche se oggi sembra più lontano di un’utopia, arrivare a una soluzione che permetta, a loro come agli altri, a tutti, di vivere liberamente e degnamente, in pace, e con uguali diritti  – ma come è possibile, cosa significa odiare in sé, nella sua complessità, un paese? <em>quel </em>paese?</p>
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		<title>Vivere è molto pericoloso&#8230; Conversazione immaginaria con Fabrizio Coscia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2025 05:27:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[borges]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Coscia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[marina cvetaeva]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir Jankélévitch]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà </strong> <br />
Suicidi imperfetti – questo almeno va brevemente rivelato – indaga, racconta, con ritratti più o meno brevi, diciannove morti volontarie di artisti, scrittori, soprattutto, ma anche cantanti, pittori, attrici e attori.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><em>A proposito di:Fabrizio Coscia, </em>Suicidi imperfetti,<em> Editoriale scientifica, 2024.</em></p>
<p>Vorrei invitare i miei amici, le persone che mi sento culturalmente, umanamente affini, a leggere <em>Suicidi imperfetti</em>, di Fabrizio Coscia, ma ecco che per motivare questo mio invito mi trovo preso in tenaglia fra due tentazioni opposte. Da un lato, non ho da dire che tre parole: &#8230; <em>perché è splendido!</em> Dall’altro, vorrei impiegare tutte le parole del suo libro, un po’ nella prospettiva del Pierre Menard di Borges che riscrive il <em>Quijote </em>arrivando a un testo nel contempo identico e differente. Perché non c’è una sola osservazione, idea, parola appunto, di Coscia, che non mi abbia riecheggiato, risuonato dentro, che non abbia sentito semplicemente <em>mia</em>, anche dandomi voglia di riprenderla, commentarla, prolungarla. È un’esperienza, questa, capitatami solo con pochi libri, che continuano ad accompagnarmi: come se leggendo io avessi senza interruzione dialogato con l’autore, interpellandolo con domande o riflessioni.</p>
<p>Qui, fra le due tentazioni, provo a realizzarne una terza, e percorro una via più moderata, adeguata: non ordinatamente riassumendo e commentando il libro (mi sembrerebbe, come si dice nell’attuale critica cinematografica, di fare un imperdonabile <em>spoiler</em>), ma semplicemente evocando, con voluto disordine, alcuni stralci di questo mio dialogo solitario, cioè immaginario, per cercare di restituirne lo spirito. E vorrei farlo esponendomi anche personalmente, sentimentalmente, come mi sembra giusto: perché lui, Coscia, non si nasconde mai dietro la parete dell’erudizione, dell’accademia; ma, anche se non parla mai direttamente di sé, con onestà e coraggio delinea in realtà un suo modo di stare al mondo e di intenderlo, di intenderne la bellezza e il dolore, in altri termini, di amare, insieme interrogando il nostro, ad ogni pagina – un po’ alla maniera di Proust o Montaigne che usano gli altri per indagare se stessi e, soprattutto, se stessi per indagare gli altri, l’anima umana. Ed ecco, per cominciare, la mia prima domanda immaginaria a Fabrizio (Coscia), che chiamo pur non conoscendolo per nome, come lui fa con i suoi personaggi, rendendoceli più vicini, quasi li avessimo conosciuti, fossero nostri amici… E dunque : Proust lo nomini una volta sola, ma subito, nella tua introduzione; di Montaigne parli solo attraverso Rachel: quanto hanno contato l’uno e l’altro per arrivare a questo modo ibrido di fare « saggistica » (ma forse il termine non è adeguato)?</p>
<p>Già, Rachel, che è Rachel Bespaloff: le pagine che la concernono sono uno dei picchi della mia lettura, anche perché, per altre vie, Rachel è una <em>mia </em>autrice. Insieme ad altre sue opere, fra cui appunto uno studio su Montaigne, c’è infatti la sua rivoluzionaria, preziosa interpretazione dell’Iliade, che lei intende, in sostanza, come attraversata da una speranza, una possibile alternativa alla guerra. Non nel senso di un facile pacifismo, però, che come l’esaltazione della forza è una sorta di scorciatoia ideologica… mentre la guerra è come la vita, come il mare, il suo « fragore » dev’essere accolto prima che giudicato, anzi (questo, anche, è l’Iliade&#8230;), nella sua esaltazione del combattimento, con i corpi in lotta, che a volte sembrano danze d’amore, può persino, a tratti, rifulgere, incantare con la sua bellezza; e tuttavia serve solo a produrre infinito dolore e finisce per svelarsi nella sua radicale inutilità… Ma ecco che <em>dentro</em> la guerra esiste il suo antidoto: lo troviamo nel « resistente » Ettore, nel suo privato spazio d’amore con Andromaca, ma anche nel suo spietato « nemico », Achille, il guerriero per eccellenza, anzi, il guerriero selvaggio che stravolto dall’ira e dallo spirito di vendetta brucia le regole dell’onore, della cultura, e però ama teneramente la madre Teti, e l’amico Patroclo, e si commuove di fronte a Priamo, cui ha ucciso il figlio che gli aveva ucciso il suo Patroclo, o ancora canta, suona la cetra, quasi fosse una fanciulla (del resto, in un certo senso, lo è stato, una fanciulla, prima di partire per la guerra, proprio per cercare di evitarla) … Bespaloff analizza l’Iliade incrociandola con <em>Guerra e pace </em>e ancor di più con la Bibbia, impegnate tutte e tre, ognuna a suo modo, a stigmatizzare la <em>hybris</em>, nel senso dell’« orgoglio umano e della volontà d’onnipotenza ». Come non riflettere allora sul fatto che il greco Omero prova identica compassione per i « suoi » Achei e per i « nemici » Troiani? Può questo orientarci, esistenzialmente prima che politicamente, nella tragica attualità che viviamo in questo periodo, con il suo viluppo di devastanti conflitti? Ma oramai non si tratta più di Coscia, e neanche di Bespaloff; in realtà, senza accorgermene, sono approdato fra le mie riflessioni e parole: è un esempio delle <em>risonanze</em> di cui dicevo all’inizio.</p>
<p>Coscia invece – e non ci avevo mai pensato prima, e mi sembra un accostamento più che adeguato, necessario – sviluppa la sua analisi mettendo in parallelo Rachel Bespaloff e Simone Weil: entrambe ebree, entrambe costrette a espatriarsi a New York (anche se Weil poi riparte per l’Inghilterra, dove muore, a trentaquattro anni, nel 1943), rileggono l’Iliade nello stesso periodo, cioè sul finire degli anni Trenta, dentro la guerra e le persecuzioni che incendiano l’Europa, « senza sapere l’una dell’altra » (ma veramente, Fabrizio? a me viene voglia di approfondirla, questa coincidenza, questa mancata comunicazione…): anche se Weil, a differenza di Bespaloff, ne fa il poema in cui si rivela in tutta la sua necessità «la violenza brutale della forza ». Eppure proprio Bespaloff, che nell’Iliade era riuscita a scorgere una possibile via d’uscita e, a differenza di Weil, era sopravvissuta alla guerra, e non solo, aveva potuto salutare con speranza la nascita di Israele nel 1948, si toglierà la vita, nel 1949. Impossibile non pensare a Stefan (Zweig), altro personaggio del libro, che pur al sicuro e <em>tranquillo </em>in Brasile, si toglie la vita nel 1942, nel cuore della tragedia, di cui pur non può ancora cogliere l’incommensurabile ampiezza. O anche a Walter (Benjamin) e a Primo (Levi), che nel libro non ci sono, ma cui il libro, con altri, altre, è dedicato, i quali si toglieranno la vita, l’uno nel 1940, mentre dalla Francia oramai nelle mani dei nazisti fugge verso la Spagna franchista, l’altro nel 1987, più di quarant’anni dopo la fine della guerra, nella sua <em>tranquilla </em>Torino. Come se prima o dopo, anche molto dopo, nel pericolo o al sicuro, oramai confortevolmente installati nella vita, la <em>catastrofe</em> non lasciasse mai scampo, fosse inevacuabile.</p>
<p>Eh sì&#8230; Rachel, Stefan, Primo e Walter (che pur non essendoci ci sono&#8230;). <em>Suicidi imperfetti</em> – questo almeno va brevemente rivelato, anzi, avrei forse dovuto farlo all’inizio – indaga, racconta, con ritratti più o meno brevi, diciannove morti volontarie di artisti, scrittori, soprattutto, ma anche cantanti, pittori, attrici e attori. Con una prima sorpresa, che rapidamente mi è apparsa come un’evidenza, qualcosa che non poteva che essere così: le pagine che via via leggiamo, anche le più dolorose, sono piene di luce. Sempre! – e mai neanche un’oncia di curiosità malsana, di morbosità. E, quasi da subito, mi è venuta in mente una frase di Vladimir Jankélévitch (estratta dal suo <em>La mort</em> – l’avevo tradotta, poi all’ultimo momento la riscrivo in francese, che i lettori di Nazione Indiana leggono per vocazione, perché è così che, a distanza di anni, canta nella mia memoria): <em>[La mort est] si simple que nous nous demanderons, le jour où nous saurons, comment nous n’y avions pas pensé plus tôt. </em>L’avevo annotata a metà degli anni Novanta, a Montréal, dove dispensavo una parte del mio insegnamento in storia delle religioni antiche al Centre d’études sur la mort, con studenti che erano per lo più tanatoprattori, malati terminali, persone fortemente colpite da un lutto, infermieri in strutture di cure palliative, etc., quasi sempre giovanissimi. E sono stati incontri straordinari, momenti, oggi ricordi, fra i più forti della mia vita. Più volte mi sono tornati in mente, leggendo il libro di Coscia. Ad esempio, con Norma Jeane, meglio conosciuta come Marilyn Monroe, ho ripensato a quella lontana notte d’inverno&#8230; Ero uscito dal corso con Stéphane e Chantal, che erano a metà dei loro vent’anni, lui malato di AIDS, lei di cancro, oramai avanzato, innamoratissimi, e si corrispondevano non corrispondendosi: Chantal era piena di desiderio, Stéphane, omosessuale, di tenerezza e d’amore, ma al di qua, o al di là, del sesso – <em>le voleva bene</em>. Durante il corso aveva nevicato, tutto era adesso coperto da una coltre bianca, e continuava a nevicare, il rumore dei nostri passi era completamente attutito, c’era uno spicchio di luna annebbiato, sembrava di stare dentro una fiaba – e Chantal, guardando me ma pensando a Stéphane, al suo amore felice-infelice, ha detto (quasi a prolungare Jankélévitch sul campo) qualcosa come:<em> La verità è che la morte è molto più semplice, tranquilla della vita, che non si capisce niente ma a volte, che meraviglia&#8230; </em>(Chantal è morta qualche mese dopo quella notte). Incontri, incontri pieni di grazia. La stessa grazia che ho ritrovato in ogni pagina del libro di Coscia, che è la grazia – anche se a volte dolorosa, tragica – della vita.</p>
<p>(Ma perché mai le pagine su Norma Jeane / Marilyn mi hanno riportato a quella notte montréalese? Perché cominciano con la neve, certo, ma, ben di più, perché sono fra le più fisiche, corporee, sanguigne del libro. Attraverso la scrittura la rivediamo, in una scena del suo ultimo film, abbracciare l’albero, ubriaca, disperata e poi improvvisamente, il suo volto ci sta di fronte, trasfigurata dalla luce, come in preda a un’insensata, infantile allegria – e sappiamo che ha dentro la morte, non come ce l’abbiamo dentro tutti, ma con l’urgenza di quel che sta già per avverarsi. E ci viene voglia – parlo al plurale, credo che gli altri lettori, in quel momento, hanno avuto, avranno lo stesso slancio – di abbracciare con lei quell’albero, o di abbracciarla da sola, ma non per via della sua indimenticabile, sensuale bellezza, ma perché sentiamo che la morte, dentro quell’improvvisa luce, è in agguato, e ci struggiamo di tenerezza, di agape, vorremmo potere, magicamente, rassicurarla, e scacciarla via, la morte&#8230; E appunto, ho ricordato che avrei voluto abbracciare, con lo stesso spirito, Chantal, anche se il suo agguato era diverso, ma sempre di morte si trattava&#8230;)</p>
<p>Questo è il punto, fondamentale. La morte, in questo libro, non è l’obiettivo, o lo è nel senso letterale, di una lente attraverso la quale si cerca di cogliere la vita, che è ben più complessa. « In fondo la vita è molto più illogica della morte », lo dice anche Coscia, anche se una volta sola, incidentalmente, ma trasuda da ogni sua frase. Perché – e penso sempre a Jankélévitch, e in particolare al suo <em>La mort</em>, ma anche agli anni trascorsi a Montréal, in cui con la morte, per così dire, dialogavo sul campo – il tabù della morte è in realtà un tabù della vita, la morte vivendo di un curioso paradosso: è <em>l’empêchement de vivre</em> ma anche <em>le moyen de vivre</em>; in questa prospettiva,  è il limite che dà forma e significato a quello ch’essa contiene, la vita. Così, siamo vivi, viviamo, solo perché siamo mortali, e in questo senso <em>il est bien vrai que ce qui ne vit pas ne meurt pas ; mais c’est parce que ce qui ne meurt pas ne vit pas</em>. Insomma, come ha detto Epitteto: « sia maledetta la vita senza la morte… » Come dire: chi nasconde la morte, nasconde la vita. Chi, invece, avendo pienamente vissuto, muore, accede all’unica – molto omerica – forma di immortalità, nel senso che, per citare di nuovo Jankélévitch, che è stata una delle principali scoperte libresche di quegli anni canadesi: <em>Celui qui a été ne peut plus désormais ne pas avoir été : désormais ce fait mystérieux et profondément obscur d’avoir vécu est son viatique pour l’éternité.</em></p>
<p>Ecco, nuova risonanza, forse la più risonante di tutte: perché mettendo a fuoco la storia della deliziosa (è l’epiteto che mi viene sempre, naturalmente, da incollarle dietro…) Jean (Seberg) Coscia – veramente alla Pierre Menard – atterra letteralmente sulla mia scrivania, dentro la mia pagina, con una scena su cui mi sono già più volte soffermato, e che fa di nuovo parte di un mio lavoro in corso. Con parole diverse ma identiche. E, attenzione, non si tratta qui di quell’insopportabile vanità da salotto per cui, parlando di altri, uno ne approfitta per parlare di sé, bensì dell’esatto contrario: rivelo questa coincidenza per dare valore alla scrittura di Coscia. Leggendo, mi è balzato il cuore in gola – e non ho appunto altro modo, per dare la misura di questa risonanza, che raccontarla, mischiando le nostre parole.</p>
<p>E dunque: Coscia introduce alla tragica morte della giovane Jean nella realtà, soffermandosi, nella finzione, sull’ultima scena di <em>À bout de souffle</em>, il film di Godard (ma c’è anche lo zampino fondamentale di Truffaut !) che in qualche modo l’ha resa famosa e, letteralmente, immortalata. A morire adesso, ucciso da una pallottola, è il protagonista, Jean-Paul Belmondo / Michel, nel film perdutamente innamorato di Jean / Patricia, che lo tradisce, ma prima di morire, sdraiato per la strada, agonizzante, lui dice, guardandola, e lei lo guarda, e il gioco degli sguardi è il fulcro di questo movimento di immortalizzazione: <em>Tu es vraiment dégueulasse…</em> « Sei veramente schifosa », e muore. Jean allora si guarda intorno (ancora sguardi), e chiede alle persone che si sono radunate cosa lui abbia detto, non ha capito, qualcuno glielo ripete, e lei soggiunge (con quel francese così esotico, <em>teinté</em> di americano): <em>Qu’est-ce que c’est dégueulasse ?</em> « Che cos’è ‘schifosa’ ?», e di nuovo guarda, ma dritto davanti a sé, come nel vuoto, attraverso la musica di Martial Solal, di fronte ci siamo oramai rimasti solo noi spettatori in sala che già da un pezzo ce ne siamo innamorati, di quegli sguardi, di quell’accento esotico, di quella sua bellezza deliziosamente androgina, e si passa un dito  sulle labbra carnose, e si volta per andarsene, mentre cala la parola <em>fin</em>… (Fabrizio, ma queste parole sono tue o mie? dov’è la frontiera? sono nostre?) Ma chi o cosa è <em>dégueulasse </em>? Jean / Patricia? La morte che sta per portare via Jean-Paul / Michel? O forse, entrambe… Così, ovviamente (ovviamente per me) questa scena mi rimanda all’altra, precedente, « mia » scena… Patricia / Jean intervista insieme a un gruppo di giornalisti e ammiratori il famoso insopportabile scrittore-filosofo Parvulesco, impersonificato da un perfetto Jean-Pierre Melville – e proprio alla fine della serie di domande e risposte torna a chiedergli (glielo aveva già chiesto qualche attimo prima, senza ricevere attenzione): <em>Quelle est votre plus grande ambition dans la vie ? </em>E questa volta lui, dopo un attimo di riflessione, sentenzia: <em>Devenir immortel, et puis&#8230; mourir ! </em>&#8230; ‘Un attimo di riflessione’, in cui prima di parlare si leva gli occhiali da sole che non aveva fino ad allora mai tolto, rivelando finalmente i suoi occhi; e dopo aver ascoltato la sua risposta, se li leva anche lei, bellissima, i loro sguardi, di nuovo gli sguardi, riempiono lo schermo, restando sospesi nell’aria, intrecciandosi, di nuovo, all’onnipresente musica di Solal, che comincia proprio in quel momento – e la scena finisce. Quel <em>puis </em>sarebbe in realtà un <em>anche</em>, una contemporaneità&#8230; Non a caso, ricordo che quando ho visto il film per la prima volta mi son ricordato di Nausicaa, con Ulisse (di nuovo, Omero), in uno sceneggiato televisivo del mio tempo bambino, preceduto dall’inconfondibile voce di Ungaretti, perché&#8230; anzi no, questo lo racconto in un’altra occasione, altrimenti, come a scuola, rischio di andare “fuori tema”, o almeno, di addentrarmi in un terreno troppo vasto. Così, tornando al libro di Coscia, mi limiterò a sottolineare che il modo in cui è disegnato il tragico itinerario di Jean S., che si suiciderà ad appena quarant’anni, mettendo una accanto all’altra vita e finzione, sovrapponendole persino – belle, struggenti le righe che analizzano uno dei suoi ultimi film, <em>Les Hautes Solitudes, </em>di Philippe Garrel – è uno splendido esempio di « morte immortale » (le virgolette includono parole mie), nel senso del « sigillo di verità [posto] alla propria opera » (le virgolette includono parole di Coscia). Chi ha visto una volta <em>À bout de souffle </em>non può non tornare a vederlo e a rivederlo, anche, soprattutto, per risprofondarsi in quello sguardo, in quei lunghi primi piani che scolpiscono il volto di Jean, quasi che la sua bellezza androgina – è l’immagine che per sempre ce ne resta – fosse il sintomo di una palingenetica armonia, rendendo palese il « viatico per l’eternità » di cui parla Jankélévitch.</p>
<p>Ora però, è esplicito, è ovvio, e non è un dettaglio da poco, in questi ritratti di vite osservate attraverso la lente-morte si tratta di una modalità particolarissima, e tutta umana, del morire, si tratta appunto di suicidi. Una sorta di deroga alla legge universale che caratterizza la morte: <em>mors certa, hora incerta.</em> Sappiamo che dobbiamo morire, non sappiamo quando: il che è la caratteristica fondante del nostro passaggio sulla Terra. E se l’incertezza del momento si rivela peggiore della certezza dell’evento, se è l’aspetto più insopportabile della nostra condizione di mortali, scegliendo noi il momento della morte è un po’ come se la scardinassimo, la morte, ce ne appropriassimo, acculturandola. Questa prospettiva che accomuna tutte le morti di cui si parla nel libro – o meglio, come dicevo, le vite che le hanno contenute – può ovviamente essere dettata da motivazioni diverse, a volte opposte: pura disperazione, megalomania, affermazione di libertà e / o verità, rivolta contro o rifiuto di accettare il male, impossibilità di sentirsi dentro la propria vita, fatica del vivere, incapacità, o semplicemente allergia all’incertezza, alla minaccia, alla sofferenza, fisica o morale, individuale o collettiva, paura, come quando la nave affonda e i topi si buttano a mare (ognuna di queste diverse situazioni mi rimanda all’una o all’altra delle vite raccontate nel libro&#8230;). Le analisi tipologiche, a partire da quella paradigmatica di Durkheim, non mancano certo, e varrebbe la pena di considerarne alcuni aspetti, se quello di Coscia fosse un libro sul Suicidio, ma non lo è&#8230; Non è neanche, lo ripeto, un libro sulla morte, se non in quanto solo la morte – non solo come « lato oscuro », ma anche come limpido contenitore – fa rilucere la vita.</p>
<p>In generale, scendendo nella tragica concretezza di quelle esistenze, al di là delle astratte disquisizioni tipologiche, possiamo forse – ma con modalità diverse, dal felicemente realizzato Stefan Zweig, con dentro la devastazione della tragedia che sta disumanizzando l’Europa, all’irrealizzata, radicalmente precaria Marina Cvetaeva – adottare per tutti gli itinerari raccolti nel libro la formula proprio di Marina C.: «Soffro, in generale, di atrofia del presente – aveva scritto a Boris Pasternak – non solo non ci vivo: non ci càpito neanche di tanto in tanto». Un altro picco, per altro, Marina C., ultimo ritratto del libro. Il più bello ? Non saprei, probabilmente quello che avrei scelto, se avessi voluto fare un semplice <em>compte-rendu</em>,   per illustrare la qualità e l’originalità della scrittura di Coscia, nel contempo sobria e struggente, asciutta e appassionata, lieve, capace in pochi tocchi di restituire gli strati più profondi di un itinerario di vita, impregnata com’è di un umanesimo non dogmatico in cui sento di riconoscermi. (Già, l’impossibile presente: come non pensare allora che il capolavoro del pieno di successo di Zweig sia <em>Die Welt von Gestern, « </em>Il mondo di ieri? »).</p>
<p><em>L’intelletto dell’uomo deve scegliere: la perfezione della vita o quella dell’opera</em>, ha detto Yeats. Eppure, gli itinerari descritti da Coscia sembrano in qualche modo dire il contrario, vita e opera sono intrecciate, si scambiano continuamente i ruoli, in un percorso in cui sofferenza e felicità, assenza e pienezza, persino estasi, sono spesso separate da un millimetro, a volte sovrapposte. Non è del resto questa estrema vicinanza del buio e della luce, della presenza e della nostalgia una delle caratteristiche più imprescindibili dell’amore, la cui scintilla ogni volta fa ricominciare il mondo dall’inizio, come se fosse la prima volta? <em>I never felt magic crazy as this, </em>«Non ho mai provato una magica follia come questa », o anche, ancor più a fior di pelle, <em>Non mi sono mai sentito così magicamente folle</em>, come canta in <em>Northern Sky</em> Nick (Drake), in quella che Coscia definisce, a ragione, «tra le più belle canzoni d’amore mai scritte »; Nick che muore a ventisei anni, stroncato da « un’overdose di Tryptizol » – di nuovo, di quel fragile, breve percorso Coscia ricostruisce i sottili fili, l’equilibro doloroso fra insuccesso e purezza – ma io mi chiedo anche se quella spasmodica capacità di sentire ed esprimere l’amore, quasi Nick fosse mancato di pelle, di protezione, e l’amore gli fosse arrivato dritto dentro il cuore, non sia l’altra faccia dell’incapacità di difendersi dal male. E cosa dire allora, con un richiamo numerologico che dà i brividi, delle tre J della mia adoloscenza? Anche loro inizio anni Settanta, e vissuti solo qualche mese in più, accomunati dalla maledizione dei 27 anni: Jimi, Janis, Jim … – e cosa di Amy, vero e proprio amore della mia « maturità », morta nel 2011, anche lei a 27 anni? Non c’è niente da fare, il libro di Coscia induce alla confessione, all’eruzione dei nostri propri amori artistici e non solo, ed è parte non secondaria del suo fascino… Così, in equilibrio fra l’esaltazione dell’amore, nel senso del fantasma-passione, del sogno-illusione di pienezza, non dell’agape, e il suo potere distruttivo, mi viene da pensare anche all’insostenibile viaggio sentimentale a tre di Lou (Salomé, con di nuovo la magnetica, inafferrabile androginia), Paul (Rée) e Friedrich (Nietzsche) – ancora una volta restituito da Coscia con pochi tocchi, tutti indovinati con millimetrica giustezza. L’intenso momento di felicità, di pienezza, e il dolore, la perdita, il senso di abbandono, sono dunque così vicini da passare necessariamente dagli uni agli altri?  Chiunque abbia vissuto, viva con intensità le proprie emozioni, i propri sogni, capisce di cosa si parli, qui – forse perché il dolore come il piacere appartengono alla vita, non alla morte, che è sempre più semplice, e in definitiva rassicurante. Del resto il gioco, proprio quando ci confronta con il rischio, non è l’esperienza più inebriante, più <em>divina</em> di cui siamo capaci noi umani? Il libro di Coscia, in questo senso, sembra anche una variazione di quel che dice e ridice Riobaldo, nel <em>Grande Sertão</em>: « Vivere è molto pericoloso. »</p>
<p>In questo, anche, mi sembra risiedere la chiave di <em>Suicidi imperfetti. </em>« Imperfetti – spiega Coscia – perché nessun suicidio, nemmeno il più lucido e programmato, si compie in una perfezione d’intenti », nel senso che le tracce del dubbio, cioè della vita, vi si insinuano sempre. Ma anche perché, mi verrebbe da aggiungere con Riobaldo, è la vita stessa a essere imperfetta, insicura, pericolosa appunto, ed è solo da dentro la vita, dunque imperfettamente, che si può decidere di sabotare, di governare la morte, bloccandone per anticipazione la sua indeterminatezza fondatrice. Eppure, è proprio nella sua imperfezione, cioè, molto concretamente, nel suo suo essere limitata dalla morte che, come si è già detto, la nostra vita umana accede a una sorta di immortalità: il limite infatti è anche « il viatico »…. Sì, la morte esalta la vita, la ferma, la rende <em>per sempre</em> (ricopio qui una frase annotata dentro il libro, alla fine dell’itinerario di Cesare&#8230;).</p>
<p>Del resto, a proposito di Cesare, cioè Pavese&#8230; No, qua mi devo proprio fermare! Perché mi rendo conto che sono scivolato nella sindrome di Pierre Menard, con la tentazione di riscrivere lo stesso libro, quello di Fabrizio Coscia, a modo mio; ogni itinerario mi suscita un ventaglio di riflessioni, di risonanze, e io non ne voglio rivelare più nulla, lasciando all’eventuale lettore il piacere di scoprirne gli itinerari, i risvolti ancora inesplorati. Tuttavia, al di là delle tante altre cose che appunto rinuncio a dire, almeno uno spunto, l’ultimo, il più urgente, vorrei molto velocemente accennarlo, a partire dal personaggio che più di tutti mi ha acceso il desiderio di « riscrivere la stessa storia ».</p>
<p>Nell’itinerario di Paul/ 1 (Celan – Paul/ 2 è, come si è visto, Rée), Coscia mette finemente in rapporto la poesia <em>Corona </em>con la prima <em>sefirah </em>della Cabala ebraica, Keter, appunto « corona », che nella prospettiva della gematria può rinviare al numero 20 (è il valore della lettera Kaf), il quale ricorre nel racconto di Coscia come importante strumento esegetico e anche, per così dire, calendariale (c’è fra altri l’enigmatico « 20 gennaio » che sarebbe inscritto in ogni poesia, di cui Celan parla in occasione del premio Büchner, attribuitogli nel 1960, e che Coscia cerca intelligentemente di interpretare; e il 20 aprile 1970, in cui il poeta si toglie la vita…). In particolare, il 20 « rimanda al Nulla prima della creazione », la quale, di fatto, proprio in quanto « esilio di [da] Dio » introduce alla Storia, al male (e ometto, sia pure a fatica, i momenti cruciali della vita di Celan, ricomposti nel libro, che sostanziano drammaticamente questa prospettiva diciamo <em>astratta</em>). Concretamente, « come continuare a fare poesia dopo Auschwitz »? e per di più nella lingua degli aguzzini? Marina Cvetaeva ha detto che « tutti i poeti sono ebrei », e Coscia la cita, proprio a proposito di Celan, per avvalorare il fatto che « la poesia porta il segno non solo della follia schizofrenica, dell’ine­vitabile dissociazione dall’Altro, ma anche il segno incancellabile dello sterminio. »</p>
<p>Ecco, da qui in poi (l’itinerario di Celan è fra i primi del libro) un pensiero mi si è affacciato nella mente, e si è via via arricchito. Delle diciannove vite di artisti che Coscia sceglie di restituire, tredici sono di scrittori (nel senso di scrittori e scrittrici, ovviamente, e includendo in questa categoria anche i poeti). Per alcuni di essi il legame con l’ebraismo è racchiuso nella biografia, è ovvio, e a volte irrompe prepotentemente nel progetto di scrittura; ma per altri, me ne sono reso conto ad esempio leggendo l’itinerario di Virginia (W&#8230;), sembra esistere in modo sotterraneo, sfumato (ci sarebbe da fare una caccia al tesoro attraverso gli indizi che Coscia – Fabrizio, volontariamente? – dissemina nelle pagine che la concernono; in particolare, fra altri temi, mi ha colpito la tensione fra la parola, la parola scritta, con la sua capacità di rendere reale il mondo, sia pur frammentariamente, quindi illusoriamente&#8230;, e il silenzio). Da qui, la domanda che mi sono fatto, e faccio anche a te, Fabrizio: non si potrebbe dire, come a continuare l’affermazione di Marina Cvetaeva, che, almeno nel mondo che a torto o a ragione chiamiamo Occidentale, « tutti gli scrittori sono ebrei », o se preferisci, per uscire dalle formule ad effetto, che hanno un legame inevitabile con l’ebraismo, come una sorta di luce che illumina la radicale solitudine in cui ogni scrittore si trova ? Lo dico non per fare una <em>boutade </em>ma, molto semplicemente, perché non conosco, sicuramente non alle origini del nostro percorso Occidentale (che molto deve anche alla straordinaria Grecia dell’« oralità »), un’altra cultura che abbia messo la parola scritta così « religiosamente » al centro della propria identità collettiva, trasformando il leggere e lo scrivere in veri e propri atti sacri, inventando, alimentando lo studio, il commento infinito, e nel contempo questionando il proprio rapporto ai testi. E poi, ripensando sul finire del tuo libro al mistico Celan, e al male della Storia che inevitabilmente accompagna la creazione, mi è tornato in mente il Midrash Rabbah, con un’immagine a commento del primo versetto della <em>Genesi </em>che dà le vertigini: « [In principio] Dio guardava nella Torah e creava il mondo ». Il Libro insomma preesisterebbe e dirigerebbe la Creazione! Nella prospettiva del tuo libro, la scrittura mi è dunque apparsa come un ponte verso il Prima del Tempo, o se preferisci verso il Nulla vagheggiato da Celan, un mezzo capace di penetrare il complesso groviglio di felicità e dolore che caratterizza l’esistenza umana, come anche, potendo idealmente posizionarsi prima della Creazione, di ricominciare a creare, mondi nuovi, diversi, che meglio ci si adattano rispetto a quello in cui ci è stato dato di nascere – in ogni caso, luoghi inventati, impalpabili ma ben reali, che ci orientano, ci aiutano, e ci permettono di vivere. Per altro, il testo, ogni testo, non è solo « creazione », ma anche dialogo, confronto, riscrittura, ricerca di significato…. Insomma, in questo senso, non è lecito pensare che ogni qualvolta ci mettiamo a scrivere, anche senza saperlo, partecipiamo di questo paradigma?</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><em>P.S.</em> L’appendice, le liste. I 19 artisti di Coscia, di cui come nel suo indice, indico solo i nomi, alcuni sono già sciolti qua sopra, altri dovrebbero, credo, potersi indovinare, per i restanti si potrà eventualmente leggere il libro (già, Fabrizio, perché in quest’ordine? non alfabetico, non cronologico, né per nascita o per morte… forse solo nell’ordine in cui li hai pensati ?): David, Cesare, Francesca, Paul/ 1, Enrique, Virginia, Nick, Yasunari (con Yukio), Philipp, Jean, Stefan, Paul/ 2, Sarah, Emilio, Rachel, Marilyn, Hart, Mark, Marina. Gli artisti che nel libro non ci sono ma avrebbero potuto esserci e a ai quali, con tanti altri, il libro è dedicato: Vitaliano, Sergej, Luigi, Sylvia, Lucio, Walter, Kurt, Violeta, Guido, Stig, Primo, Amelia, Vincent. Alcuni (solo alcuni) degli altri artisti di cui avrei voluto leggere o scrivere io (fra suicidi reali o solo in parte o chi lo sa) : Jimi, Janis, Jim, Salvador, Ingeborg, Hans <em>alias</em> Jean, Simone, e Franz, anche se fisiologicamente muore di malnutrizione e tubercolosi in un sanatorio vicino Vienna, poco prima di compiere quarantun anni, perché più di tutti incarna quel paradigma profondo di cui ho detto alla fine di questo mio testo.</p>
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		<title>La trappola e il diniego. Riflessioni a margine della guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Dec 2023 13:22:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese </strong> <br /> Appare oggi evidente che Israele, come progetto politico nazionale, è prigioniero di una trappola. Ma questa trappola si è andata costruendo fin dall’inizio della sua storia, ed è stata rafforzata attraverso tappe successive. Una trappola costruita da Israele stesso, ma con l’ampia collaborazione delle sue forze nemiche, gli Stati arabi e i palestinesi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>[Questo testo fa parte di un dialogo innescato da Giuseppe A. Samonà in risposta a un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">mio intervento</a> del 17 ottobre. La <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/26/le-diverse-ragioni-del-silenzio-lettera-ad-andrea-inglese/">sua replica scritta</a> è apparsa il 26 ottobre. Ma lo scambio è continuato per mail e di persona. La capacità di salvaguardare un ascolto reciproco, di continuare a ragionare, pur nel frastuono delle voci della propaganda e delle immagini di morte e distruzione, è qualcosa di importante, anche se appare derisorio di fronte alla potenza dell’accecamento collettivo. Questo è un ulteriore episodio del dialogo, e una riflessione sulla pace a margine della guerra.]</em></p>
<ol>
<li><em>La trappola di Israele</em></li>
</ol>
<p>Caro Giuseppe,</p>
<p>questo mio intervento non vuole limitarsi a un appello generico alla pace o alla nostra comune umanità, per ricordare che, nell’attuale guerra tra Hamas e Israele, le atrocità contro i civili e i crimini contro il diritto internazionale sono perpetrati da entrambi gli attori del conflitto. Spiegherò più avanti perché questo approccio, nella situazione attuale, mi sembra necessario, ma non sufficiente a comprendere quello che sta accadendo. Nemmeno voglio, però, limitarmi a condannare Israele, in nome del sacrosanto diritto all’autodeterminazione dei popoli, ribadendo, come già ti dissi, che non posso non essere filopalestinese. Quanto al giudizio sui bombardamenti indiscriminati e sistematici su Gaza, è stato chiaramente espresso dalle più importati istituzioni internazionali come dalle popolazioni in piazza in una gran quantità di paesi non solo arabi. Le grandi manifestazioni della gioventù di sinistra proprio in Occidente (Stati Uniti, Regno Unito, ecc.) mostrano, per altro, quanto sia difficile giustificare, nel XXI secolo, uno Stato che porta avanti una politica di colonizzazione. Come potrebbe essere altrimenti, visto che da anni ormai uno dei temi progressisti all’ordine del giorno è la lotta contro le discriminazioni perpetrate da individui o istituzioni che, in modo consapevole o inconscio, si arrogano il privilegio della piena umanità, fabbricando un altro da sé disumanizzato? La condanna nei confronti della politica israeliana non ha niente a che fare ovviamente con la negazione del diritto di Israele a esistere, ma vuole anzi essere un invito a una definitiva “normalizzazione”, cioè a divenire uno Stato come qualsiasi altro, fissando una volta per tutte <em>i suoi confini</em> secondo le norme condivise del diritto internazionale.</p>
<p>Il punto che voglio affrontare è comunque più specifico e riguarda non tanto la politica dei dirigenti israeliani – che mantiene per altro una triste continuità nonostante le alternanze di governo – ma la <em>cultura </em>dei cittadini che quei dirigenti hanno bene o male fino ad ora sostenuto. Ma sarò ancora più esplicito: voglio capire come sia possibile, ad esempio, che degli israeliani di sinistra, dei “liberal”, che hanno fino a ieri contestato il governo Netanyahu come corrotto e antidemocratico, oggi lo appoggino in un’azione militare dalle finalità dubbie e dalle conseguenze politiche disastrose, che per di più scredita Israele sul piano del diritto internazionale, a causa dei continui massacri della popolazione di Gaza. C’è qualcosa di assurdo nell’ascoltare editorialisti di “Haaretz” (il più grande quotidiano di sinistra) affermare, da un lato, che la risposta militare contro Hamas è per ora inevitabile (costi quello che costi in termini di vite civili) ma che, dall’altro, finita la guerra, i cittadini israeliani faranno i conti con il primo ministro, la cui politica è risultata disastrosa sul piano della sicurezza nazionale. Questa incongruenza, però, ha una storia ben più lunga, e io l’ho constatata anche, come ti dissi Giuseppe, nelle parole di amici ebrei italiani o francesi di sinistra. Per alcuni di loro, al di là delle malefatte più o meno gravi del governo israeliano in carica, la guerra con i palestinesi appare come una sorta di maledizione, di fatalità, dal momento che il desiderio profondo del popolo israeliano, o di una maggioranza di esso almeno, sarebbe la pace. Senza il nostro dialogo non avrei compreso appieno la natura di questa contraddizione, che riguarda – lo ripeto – non tanto la politica dei dirigenti israeliani, ma la <em>cultura politica della società</em> che li ha in maggioranza eletti e legittimati. Alcuni di questi dirigenti – lo si è visto da quando l’estrema destra è al potere – non hanno alcun problema a rifiutare apertamente qualsiasi ragionevole soluzione di pace, predicando l’estensione ulteriore delle frontiere di Israele sui territori palestinesi. La difficoltà sorge in quella parte della società israeliana che afferma di <em>volere la pace</em> e riesce però a convivere quotidianamente con uno Stato colonialista. Perché una tale situazione si stabilizzi, come è accaduto nella storia di Israele, è necessario introiettare diffusamente un’attitudine sistematica al <em>diniego</em>. Ed è questo, mi sembra, il male più grave della società israeliana, anche di quella parte laica e “liberal” che poco o niente ha da spartire con i fanatici religiosi e con i fascisti che Netanyahu ha portato al governo.</p>
<p>Appare oggi evidente che Israele, come progetto politico nazionale, è prigioniero di una trappola. Ma questa trappola si è andata costruendo fin dall’inizio della sua storia, ed è stata rafforzata attraverso tappe successive. Una trappola costruita da Israele stesso, ma con l’ampia collaborazione delle sue forze nemiche, gli Stati arabi e i palestinesi* (<em>vedi glossa a fine pezzo</em>). Oggi, quella che è stata giustamente definita la “trappola di Hamas”, la trappola in cui Hamas ha trascinato Israele, è possibile anche perché a monte vi è una trappola più vasta e dalle strutture storicamente profonde, che minaccia Israele <em>dal proprio interno</em>. L’ho già scritto nel mio primo intervento, l’ho ripetuto a te voce, ma lo riscrivo qui a scanso di equivoci. Comunque si voglia definire Hamas come entità, quello che ha fatto il 7 ottobre è un atto terroristico, sicuramente un crimine di guerra, che nessuna forma di occupazione coloniale o guerra giustifica né moralmente né militarmente. Nella formula di George Orwell (in un articolo del 1943): “Un&#8217;atrocità è un atto terroristico senza un autentico obiettivo militare”.</p>
<p>Ma ritorniamo alla trappola di cui Israele e la sua società sono oggi prigioniere. In una formula estremamente succinta: Israele ha deciso, nella sua storia, in modo più o meno consapevole, di assicurare la difesa del proprio popolo <em>attraverso la forza</em> piuttosto che attraverso il diritto. La trappola è questa. E la storia ha già dimostrato, e purtroppo dimostra ancora, che si tratta di una postura controproducente e distruttiva (per i palestinesi certo, ma anche per gli stessi israeliani). Essa, infatti, presenta due linee di fuga, due prospettive, due tendenze, e nessuna di esse è destinata ad assicurare la pace (e quindi la sicurezza) a lungo termine. La prima tendenza sfocia nella situazione propriamente <em>tragica</em> nella quale Israele si trova attualmente. Uso questo termine, estrapolandolo dalla riflessione che fa Peter Szondi nel suo <em>Saggio sul tragico</em>. Szondi, a un certo punto, analizzando l’<em>Edipo Re</em>, afferma che “l’uomo soccomb[e] proprio percorrendo quella strada che ha imboccato per sottrarvisi”. Quello che soccombe nell’attuale situazione in cui si trova Israele nella guerra con Hamas, non è Israele stesso, ma l’obiettivo che si è dato fin dall’inizio: garantire la sicurezza dei suoi cittadini, e questo – ne conveniamo credo tutti – non può avvenire sul lungo periodo che attraverso una situazione di pace <em>condivisa</em>. Non certo lasciando dietro di sé una scia di odio e disperazione, per l’enormità delle vittime civili prodotte tra la popolazione palestinese, come accade oggi.</p>
<p>Vi è una seconda tendenza, che potrebbe imporsi a partire dalla medesima situazione bloccata, una tendenza priva, in questo caso, di ombre o ambiguità. Non sembra tragica, ma puramente criminale: è la soluzione dell’estrema destra più dura, che sogna l’espulsione definitiva dei palestinesi dalla Cisgiordania ed eventualmente anche da Gaza. L’estrema destra israeliana, così come gli elettori che la sostengono, da tempo non fa mistero dei propri obiettivi. Bisogna riconoscere che, anche se nessun “liberal” israeliano è disposto ad accettarla, questa soluzione ha una sua logica stringente: l’unico modo per <em>non</em> concedere ai palestinesi ciò che vogliono – uno Stato – e per continuare a occupare le loro terre <em>in totale sicurezza</em>, è quello di allontanarli definitivamente da Israele e dagli israeliani.</p>
<p>Ho già detto che considero quest’ultima un’opzione non realistica, ma anche se lo fosse, in definitiva, non sarebbe che una variante più spaventosa della situazione <em>tragica</em>: senza i palestinesi alle proprie porte (perché espulsi altrove), gli israeliani potrebbero essere al sicuro, ma non certo tutti gli ebrei sparsi nel mondo e gli israeliani stessi al di fuori del “loro” territorio fortificato. Il terrorismo islamista e antisemita avrebbe sicuramente un lungo futuro di fronte sé al di fuori di Israele.</p>
<p>In termini storici è chiaro che il sionismo è responsabile di questa cultura che affida alla forza piuttosto che al diritto la salvaguardia di Israele, ed è per questo motivo che una critica del sionismo è necessaria per creare i presupposti “realistici” della pace. Una tale critica, per Israele, non avrebbe alcun bisogno di presentarsi come una negazione di sé, ma condurrebbe a una difficile ma sana demistificazione rispetto al mito delle proprie origini e al riconoscimento delle ingiustizie e degli orrori che fanno parte della propria storia nazionale. È un processo questo, d’altra parte, che ha riguardato e riguarda ancora una gran quantità di nazioni nel mondo, a partire dagli Stati Uniti d’America. Insomma, anche in questo Israele non avrebbe né privilegi ma neanche colpe eccezionali: sarebbe una nazione “normale” come tante altre, con un “romanzo nazionale” da sottoporre, in una fase avanzata della sua storia, a lucida revisione critica. (Lavoro di revisione critica, che diversi studiosi e storici israeliani hanno per altro già cominciato.)</p>
<p>Vorrei aggiungere una considerazione sulla scelta del sionismo di scommettere sulla legge del più forte piuttosto che sulla legge del diritto internazionale. E si tratta di un attenuante che va riconosciuta agli ebrei che direttamente o indirettamente hanno contribuito alla nascita dello Stato israeliano in Palestina. Due terzi degli ebrei d’Europa furono sterminati sotto il regime nazista, in virtù di <em>leggi dello Stato</em>, che permettevano di discriminarli, di spogliarli di tutti i diritti civili, d’impossessarsi di tutti i loro beni materiali, di deportarli in massa, di separare le loro famiglie, di farli morire di fatica, di fame, o assassinandoli direttamente. Nessuna <em>legge umana</em>, fuori o dentro la Germania nazista, poté salvaguardare, proteggere, le vite degli ebrei. (E varrebbe qui la pena di ricordare che fu soprattutto la <em>pietà fuorilegge </em>a contribuire in Europa alla salvezza di un certo numero di vite ebree.)</p>
<ol start="2">
<li><em>Perché ci interessiamo della guerra tra Israele e i palestinesi?</em></li>
</ol>
<p>Veniamo ora, Giuseppe, ad alcune questioni di cui abbiamo parlato, e che mi preme chiarire anche per iscritto, pubblicamente. Perché siamo qui a parlare di Hamas e Israele, perché seguiamo i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza, e non ci occupiamo con altrettanta attenzione della guerra che continua ormai da una trentina d’anni nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio? Una guerra che ha prodotto, secondo stime recenti (fine ottobre) un numero di sfollati interni pari a quasi sette milioni di persone. La domanda è pertinente, e la risposta dev’essere chiara. Il destino di israeliani e palestinesi m’interessa molto da vicino <em>per ragioni storiche</em>, è un dato di fatto. Sono un italiano, nato in un paese che ha prodotto il fascismo e ospitato i nazi-fascisti. Ho letto Primo Levi, un italiano ebreo, che dai nazi-fascisti è stato spedito nei campi di sterminio. Vivo attualmente in un paese dove è esistito il regime di Vichy, che ha collaborato alla deportazione nei Lager di decine di migliaia di uomini, donne e bambini ebrei. Più in generale, sono la storia lunga dell’antisemitismo europeo, oltre a quella breve e devastante della Shoa, e infine la storia del colonialismo europeo (inglese, in particolare) a determinare la nascita dello Stato di Israele nella Palestina mandataria. Inoltre, sono un occidentale, impregnato di cultura statunitense, e gli Stati Uniti sono il principale alleato politico e militare di Israele. Tutti questi elementi, oltre alle mie amicizie con ebrei francesi o italiani, fanno sì che la mia attenzione nei confronti degli orrori e delle guerre nel mondo si rivolga in modo prioritario a quanto accade laggiù. Inoltre, intorno a questa ennesima fase di una guerra mai sopita, si gioca un’altra cosa che mi riguarda: la credibilità di quell’Occidente a cui culturalmente appartengo. Le contraddizioni e le ipocrisie di Israele, degli Stati Uniti, dell’Europa non fanno che indebolire quei valori, che all’interno dell’eredità occidentale, m’interessa difendere come cittadino e scrittore.</p>
<ol start="3">
<li><em>L’approccio umanista e la pietà selettiva</em></li>
</ol>
<p>Nel tuo intervento uscito il 23 ottobre su NI, Giuseppe, scrivevi: “è la questione umanista, prima che politica, che mi opprime, mi annoda lo stomaco, e che è importante capire, sciogliere, per poter tornare a parlare e fare politica”. E aggiungevi in un passo successivo: “Laggiù per altro, da una parte e dall’altra, sono comprensibilmente troppo pieni dei propri lutti, della propria paura, per poter pienamente abbracciare i lutti e i dolori degli altri: noi, più distanti, abbiamo il dovere di farlo”.</p>
<p>Ora condivido del tutto quest’ultima frase, e il tuo discorso, più in generale, è stato per me importante, in quanto mi ha costretto a confrontarmi anche con le<em> mie</em> tentazioni di pietà selettiva. Malgrado ciò rivendico l’idea che non sia possibile disgiungere pietà e giustizia, nel momento in cui ci sforziamo di comprendere quanto accade oggi. Non posso quindi limitarmi a un discorso che si appelli alla nostra <em>umanità</em>, di fronte alla minaccia di tutta quella <em>disumanità </em>che vediamo all’opera nel corso di questa guerra tra Israele e Hamas. Naturalmente possiamo tentare di fare questo gesto comunicativo, possiamo tentare di risvegliare in noi – esseri umani, testimoni del conflitto e più o meno coinvolti in esso – possiamo, dicevo, tentare di risvegliare la nostra umanità, e possiamo farlo additando la disumanità, la mancanza radicale di pietà e compassione, esibita dagli attori di questa guerra. Ma la nostra umanità sedicente universale – senza bandiera e colore della pelle, senza appartenenze nazionali e specifiche credenze religiose – appena si pronuncia su questa guerra, vede <em>certe</em> disumanità, ma non <em>certe altre</em>, riconosce le atrocità di Hamas, ma non quelle dei bombardamenti israeliani sulla popolazione di Gaza, oppure riconosce il massacro israeliano dei bambini palestinesi, ma non quello di Hamas sui civili inermi del 7 ottobre. Dove non avviene una sorta di aprioristica selezione, dove i testimoni si pretendono più spassionati, entra in gioco il criterio <em>gerarchico</em>: in questo caso si riconoscerà che alcune disumanità <em>sono più necessarie di altre</em>. Vista la situazione senza via d’uscita del blocco di Gaza (dal 2007) e dell’occupazione palestinese della Gisgiordania (dal 1967), i militanti di Hamas sono stati costretti a commettere delle atrocità; visto l’attacco barbaro del 7 ottobre contro i civili israeliani, Israele è costretto a difendersi militarmente, procurando ingenti perdite civili, nonostante la sua volontà di perseguire unicamente i combattenti di Hamas. Insomma, l’appello alla comune umanità non funziona come l’appello a un superiore e ultimo tribunale, un tribunale senza confini nazionali, esteso ovunque sulla terra, e nello stesso tempo ben custodito nel cuore di ognuno. Il grado di tolleranza nei confronti della disumanità – quella disumanità che ovviamente si esprime vigorosamente in ogni guerra – varia a seconda delle nazionalità, delle convinzioni politiche, delle appartenenze religiose. Questo non significa che un discorso sulla nostra capacità di umanizzarci o disumanizzarci non sia importante, anche riguardo all’attuale conflitto di cui molti di noi sono, nel migliore dei casi, testimoni esterni.</p>
<p>Trovo in un pezzo scritto da Antonio Prete su “doppiozero” (“I corpi, le vittime, la pace” <a href="https://www.doppiozero.com/i-corpi-le-vittime-la-pace">I corpi, le vittime, la pace | Antonio Prete (doppiozero.com)</a>) un approccio consonante con tuo. Egli scrive:</p>
<p>“L’insidia dell’astrazione talvolta può operare togliendo alla <em>pietà</em> la sua propria natura, quella di non avere collocazione di parte, perché prossima alla verità dei corpi, al loro respiro, al loro sentire. È invece da questa presenza corporea della vittima, una presenza singolarmente definita, che può muovere sia l’indignazione contro le forme di potere che portano alla distruzione delle vite umane sia la ricerca delle cause, queste sì politiche, che hanno preparato giorno dopo giorno la scena del disastro.”</p>
<p>Non si potrebbe esprimere meglio il legame che esiste tra <em>pietà </em>e <em>deliberazione politica</em>, ma perché questo nesso funzioni, dev’essere possibile uscire dall’astrazione e avvicinarsi alla singolarità dei corpi. Ed è proprio questo che è difficilissimo fare. Chi è in grado e come è possibile accedere a quello che Prete chiama “la presenza corporea della vittima”? In realtà non vi è nulla di meno trasparente, di meno evidente, di tale presenza. Ne è prova proprio la diffusa <em>empatia selettiva</em>, di cui è impossibile non fare esperienza sia nelle ordinarie discussioni che in ciò che si scrive sui giornali o si dice in televisione. Possono le immagini dell’orrore ovviare a questo? Dobbiamo anche noi, semplici cittadini, vedere il video che l’esercito israeliano ha mostrato ai media internazionali, 44 minuti d’immagini montate appositamente a partire dalle centinaia di ore filmate dai telefonini delle vittime e dei soccorritori, dalle telecamere di videosorveglianza installate nei kibbutz, dalle bodycam rinvenute sui cadaveri degli assalitori uccisi? E basteranno i tre quarti d’ora d’eccidi per avvicinarci alla singolarità dei corpi delle vittime? O dovremmo visionare qualcosa di più “vero”, dal momento che ogni montaggio è una inevitabile forma di manipolazione, d’intervento soggettivo, sulla presunta oggettività di un’immagine documentaria? Dovremmo insomma sottoporci alla visione integrale di tutto quanto è stato filmato il 7 settembre, da vittime, carnefici, occhi elettronici? E i morti di Gaza, i cadaveri dei civili, delle donne, degli anziani, dei bambini soprattutto? Dovremo senz’altro cominciare a guardare anche in direzione di quelle vittime, ma in quale proporzione? Il 22 novembre, ad esempio, le agenzie di stampa riportano la cifra fornita dal governo di Hamas: 14532 persone uccise, delle quali 6000 sono minorenni e 4000 donne. Questi numeri, ovviamente, ci tengono prigionieri della più insopportabile astrazione: ma quante immagini di palestinesi morti sotto i bombardamenti dobbiamo vedere, per convincerci della disumanità della risposta militare israeliana? Basterà passare venti minuti di fronte agli schermi di Al Jazeera, ogni giorno, per visionare tutti i filmati che fanno da sottofondo agli aggiornamenti sulla situazione della popolazione a Gaza o costituiscono specifici reportage su nuovi massacri causati dall’aviazione israeliana? Ma dovremo dare credito a un’emittente televisiva araba, e che, per di più, ha sede in Qatar, nazione che ospita la direzione politica di Hamas?</p>
<p>Fare un discorso che si pretenda innanzitutto capace di percepire il dolore di tutte le vittime non è per nulla facile, anche se è doveroso incitare le persone ad agire in questo senso. Ma anche quando riuscissimo a riconoscere le sofferenze (e le memorie traumatiche) dell’uno e dell’altro popolo, non saremmo di per sé in grado d’immaginare una qualche soluzione del conflitto. Se alla fine tutti sono stati sia vittime che carnefici, tutti sono al contempo responsabili e innocenti. Ma una tale prospettiva, seppure è in parte giustificata, non permette di progredire verso la pace. Inevitabilmente, la questione della <em>giustizia</em> dev’essere sollevata e non rinviata a un secondo momento.</p>
<p><em>4. Il diniego</em></p>
<p>Non è necessario entrare ogni volta in un dibattito specialistico sulle occasioni di pace perse tra i dirigenti israeliani e le autorità palestinesi, per constatare un fatto che ho ricordato all’inizio del mio intervento. L’inarrestabile processo di colonizzazione della Cisgiordania, ossia dei territori occupati nel 1967, non è lontanamente giustificabile in termini militari, di sicurezza, ed è la prova che Israele, sia sotto governi di sinistra che di estrema destra, non considera vincolanti le norme del diritto internazionale, nel rispetto delle quali solo potrebbe avere senso una pace duratura. Nello stesso tempo, io credo che una parte della popolazione israeliana <em>voglia </em>la pace, voglia la sicurezza per sé e per i propri figli. Ma com’è possibile volere e non volere la pace nello stesso tempo? Questa domanda riguarda soprattutto i cittadini israeliani, e non i loro dirigenti, dal momento che quest’ultimi hanno perseguito e perseguono i loro obiettivi con triste lucidità. L’unico modo per comprendere una tale situazione assurda è quella di riconoscere che un <em>diniego </em>diffuso abiti la popolazione israeliana e che questo diniego sia un fatto culturale oltre che politico.</p>
<p>Un esempio lampante di questo diniego l’ho riscontrato in un’intervista a una coppia di coloni di Cisgiordania (Oranit), presentata in un documentario di Arte <em>Israele: le strade dell’annessione </em>del 2021 (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=guUU-izHqN8">Israël : les routes de l’annexion | ARTE Reportage &#8211; YouTube</a>).</p>
<p>La coppia in questione non corrisponde per nulla al ritratto del colono fanatico religioso o apertamente fascista, che difende l’idea del Grande Israele ed è favorevole all’espulsione dei palestinesi dalle terre che il dio biblico ha assegnato al popolo eletto. Le motivazioni che hanno spinto questi israeliani a installarsi a Oranit sono semplici e del tutto pragmatiche: sono a venti chilometri da Tel Aviv, possono accedere a strade veloci che percorrono i territori occupati ed entrano in Israele (“Se non ci sono ingorghi, in venti minuti sei a Tel Aviv”), il prezzo al metro quadro è straordinariamente conveniente rispetto all’affollatissima e carissima metropoli israeliana. La zona è più amena e priva d’inquinamento che la periferia di una metropoli.</p>
<p>In poche frasi, che riporto qui, marito e moglie esibiscono, in modo innocente ed esemplare, il sintomo della trappola coloniale e dell’attitudine al diniego che permette di tollerarla. Ecco il passaggio dell’intervista, al minuto 16 e 20 del documentario:</p>
<p><em>&#8220;Il marito:</em></p>
<p>Non siamo qui per realizzare il comandamento divino di popolare la terra di Israele, Non diciamo: abbiamo conquistato questa terra e ci appartiene, e non ci muoveremo. Qui potrete trovare ogni tipo di persona, dei religiosi, dei laici, di tutto.</p>
<p><em>La moglie: </em></p>
<p>Questo non ha niente a vedere con la politica. Nessuno qui pensa al fatto che siamo nei territori [palestinesi occupati]. Quotidianamente non ci accorgiamo di nulla, quando torno a casa non vedo nessuno sbarramento, nessuno mi chiede un lasciapassare, o da dove vengo e dove vado, nulla di tutto questo.&#8221;</p>
<p>Non è un caso che un’associazione israeliana che milita <em>veramente </em>per la pace si chiami: “Guardare in faccia l’occupazione”. Un semplice proverbio riassume la trappola che Israele ha costruito per sé: volere la botte piena e la moglie ubriaca. I francesi dicono: volere il burro e i soldi per il burro. In questo caso è ancora più parlante. Gli israeliani voglio approfittare delle magnifiche occasioni immobiliari della Cisgiordania e nello stesso tempo vogliono la pace con i palestinesi. La trappola delle colonie, d’altra parte, coinvolge nella contraddizione gli stessi palestinesi. Chi lavora per costruire le superstrade che permettono concretamente l’annessione sempre maggiore delle terre della Cisgiordania? Gli stessi operai palestinesi, che hanno delle famiglia da sfamare, e che vivono in una sorta di limbo territoriale privo di economia e lavoro.</p>
<p>Nessuno può negare che l’orrore del 7 ottobre ha finito con il configurare anche un’allegoria macabra. L’allegoria di una guerra che non solo è sempre e ancora presente, ma che è in grado di assumere (di nuovo) le manifestazioni più estreme e atroci. E tale guerra emerge inaspettata, colpendo magari proprio coloro che siccome non la vogliono vivere, neppure la vogliono vedere. Una testimonianza mi ha particolarmente colpito, di quelle relative a parenti di vittime del massacro di Hamas. Viene da un giovane ragazzo israeliano di ventuno anni che sia chiama Noy Katsman. Interviene in un documentario girato da un altro giovane israeliano, trasmesso sempre da Arte nelle settimane scorse: <em>Israele: vivere dopo il terrore</em> (<a href="https://www.youtube.com/watch?v=j4wTtD2Usb4">Israël : Vivre après la terreur | Tracks East | ARTE &#8211; YouTube</a>). Noy ha perso suo fratello maggiore nell’attentato di Hamas, un fratello che era un attivo militante per la pace. È breve il suo spazio di parola, ma in qualche minuto dice l’essenziale (dal minuto 21): “Il mio governo non è stato in grado di garantire la mia sicurezza, né quella di mio fratello né quella di tutte le altre persone che vivono in Israele. Ma il nostro governo non vuole riconoscere i propri errori e preferisce attaccare Gaza e commettere delle atrocità che non ci fanno minimamente progredire. (…) Israele bombarda la regione, ma non vedo in che modo questo ci aiuterà a instaurare la pace né a costruire una vita migliore”. Se qualcuno è davvero interessato alla pace (e non, ad esempio, alla vendetta), non vedo come le sue parole possano essere confutate. Certo, non è facile rinunciare alla vendetta, ma Toy mi sembra dire che, ad un certo punto, devi scegliere: o la vendetta o la pace. Non puoi avere entrambe, e soprattutto non puoi dire che t‘interessa la pace, ma adesso bisogna lasciare spazio alla vendetta. La trappola tragica di Israele finisce, però, per colpire anche quelli dei suoi figli che vorrebbero neutralizzarla. È il caso del fratello di Toy, ucciso a pochi chilometri da Gaza, lui che aveva militato sempre contro l’occupazione in Cisgiordania e aveva collaborato con i palestinesi.</p>
<p>Sulla bacheca della sua pagina Facebook trovo oggi un post di una sua amica sulla questione degli ostaggi. Una frase in traduzione risulta del tutto comprensibile: “La più grande minaccia attualmente che galleggia sulle teste dei rapiti è un&#8217;operazione militare per salvarli.” Già, un’altra manifestazione della medesima trappola.</p>
<p>E con questo Giuseppe, per ora, passo e chiudo. Senza conclusioni. Senza troppe speranze, se non quella incarnata da gente come Toy, o da quegli ebrei francesi che, in questi giorni, a Parigi, protestano contro l’azione israeliana a Gaza, nell’incomprensione dei molti altri ebrei francesi, che sostengono invece il governo.</p>
<p style="text-align: center;">⇔</p>
<p>*</p>
<p>Non si vuole ignorare il peso delle aggressioni che Israele, fin dalla sua nascita, ha subito da parte sia degli Stati arabi che dai Palestinesi. Ma la difesa di Israele, fin dalla guerra del 1948-49, ha legittimato un uso della forza che ha spinto Israele al di là dei confini stabiliti delle Nazioni Unite.</p>
<p>Sulle diverse interpretazioni della specificità del &#8220;colonialismo&#8221; israeliano da parte di diversi storici, fuori e dentro Israele, è possibile consultare un articolo che ritengo equilibrato su Mediapart: <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/141223/de-quel-colonialisme-israel-est-il-le-nom">De quel colonialisme Israël est-il le nom ? | Mediapart</a></p>
<p>Infine, qualsiasi critica nei confronti di Israele, del sionismo, della politica coloniale e persino dei bombardamenti disumani su Gaza, non deve implicare l&#8217;idea di una fantomatica riparazione, attraverso l&#8217;espulsione degli ebrei dai territori israeliani oggi riconosciuti (quelli legalmente riconosciuti). Come scrisse in modo chiaro e del tutto condivisibile Alain Gresh, in <em>Israele, Palestina. La verità su un conflitto</em> (trad. Einaudi 2014):</p>
<p>&#8220;D&#8217;altra parte, anche se è stato fondato su un&#8217;ingiustizia, Israele è ormai uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale, dalle Nazioni Unite. Pensare, come è stato fatto e alcuni continuano a fare, che si possano &#8216;espellere&#8217; gli israeliani, rispedirli &#8216;a casa loro&#8217;, non è moralmente difendibile né politicamente realistico. Un&#8217;ingiustizia non si puo&#8217; riparare con un&#8217;altra ingiustizia. Vivono ormai in Terra Santa due popoli, uno israeliano, l&#8217;altro palestinese.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: Absalon, &#8220;Cell. n° 5&#8221;, 1992.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Le diverse ragioni del silenzio. Lettera ad Andrea Inglese&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2023 06:13:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Caro Andrea, ho come altre volte letto con grande attenzione e interesse il tuo articolo, tanto più che il titolo individua una prospettiva che mi trova completamente d’accordo. E sento il bisogno di risponderti, su un punto in particolare, ma non so ancora, nel momento in cui inizio a scriverti, se pubblicherò questa lettera o se te la invierò in forma privata]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Giuseppe A. Samonà è uno scrittore che ho stimato prima di conoscere di persona, ed è oggi un amico, anche in ragione di una comune condizione di espatriati a Parigi. Ed è un amico di “Nazione Indiana”, avendo già contribuito alla vita del blog con interventi importanti. Il giovedì 19 ottobre, mi ha inviato una breve mail, dove tra l’altro scrive: “All&#8217;aeroporto di Atene, dove abbiamo fatto scalo, c&#8217;erano alcune giovanissime donne israeliane in fuga con bambini piccoli verso Parigi, mentre Gaza cominciava già a essere in fiamme: e ho pensato, chissà cosa pensa A. di questo ulteriore impazzimento dell&#8217;umanità. Fino a ieri ho lavorato come un pazzo per recuperare il ritardo, stamattina ho aperto NI e ho visto<a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/"> il tuo articolo</a>. Di getto questo pomeriggio ho scritto una risposta. La lascio dormire su word, incerto se mandartela come breve articolo o lunga risposta, o non mandartela affatto, e parlarne a voce.” Prima ancora che me la inviasse e la leggessi, ho pensato che la sua riposta avrebbe potuto avere un interesse pubblico. Per due motivi. Quando ho scritto il mio pezzo del 17 ottobre percepivo – non so se a torto o ragione – uno strano silenzio, non tanto sul piano dei mass-media ma delle conversazioni private e degli scambi su social. Naturalmente il silenzio era per molti versi comprensibile, ma io penso che troppo silenzio faccia male, e veniamo tutti da un lungo silenzio sulla situazione tra Israele e i palestinesi. Il secondo motivo riguarda la possibilità d’instaurare con l’amico Giuseppe un dialogo che non è basato su una sorta di accordo preventivo o ipotetico, ma su affetti e stima personali che ci dovrebbero mettere al riparo dal peggiore dei vizi del dibattito pubblico: la tendenza a screditare la persona piuttosto che a confrontarsi, e magari dissentire, con le eventuali idee che difende. Non so ovviamente se questo dialogo porterà a qualcosa, ci aiuterà entrambi a capire meglio ciò che sta accadendo, ma forse il nostro “modo” potrebbe essere, nel migliore dei casi, un’indicazione su come uscire dal silenzio o dalla pura rabbia. Insomma, ovviamente con il suo accordo (e un titolo), ecco qua “pubblica” la lettera che mi aveva inviato Giuseppe. <strong>Andrea Inglese</strong></em></p>
<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Caro Andrea,</p>
<p>ho come altre volte letto con grande attenzione e interesse il tuo articolo, tanto più che il titolo individua una prospettiva che mi trova completamente d’accordo. E sento il bisogno di risponderti, su un punto in particolare, ma non so ancora, nel momento in cui inizio a scriverti, se pubblicherò questa lettera o se te la invierò in forma privata: la prima cosa che mi interpella nel tuo pezzo è infatti il silenzio che lo circonda, a parte Francesco F., con 3 (tre!) parole neutre, nessuno ha osato veramente intervenire, eppure immagino che molti, se non tutti quelli che gravitano intorno a Nazione Indiana siano come te, come me, invasi da quel che è successo e sta succedendo. Questo silenzio – parto da me, immagino che sia così anche per altri – ha sicuramente a che fare con l’impotenza, la paralisi di fronte all’orrore, la sensazione che qualunque parola risulti, di fatto, inadeguata. Ma – e parto sempre da me – questo silenzio viene da più lontano, e ha a che fare sempre con le parole: che di necessità avvicinandola semplificano la realtà, almeno dal punto di vista di chi le legge, e in una realtà come quella medio-orientale, o più precisamente israelo-palestinese, che ho imparato essere paradigmaticamente complessa, ciò rischia di farle torto. Di fronte a questa complessità le discussioni finiscono quasi sempre per ridursi in formule: “sto con gli Israeliani” / “sto con i Palestinesi”: che spazio può trovare – ma di nuovo impiego una formula semplificatoria (!), che non rende del tutto giustizia a come percepisco le cose, nella mia avversione di fondo per tutte le forme di nazionalismo – chi “sta con entrambi”, vede le ragioni (e i torti) di entrambi? Nel passato ho bruciato alcune amicizie in discussioni sterili e violente con persone dell’uno come dell’altro “io sto con&#8230;”, e ho finito con lo sposare appunto il silenzio, al di fuori di coloro di cui già conosco una sensibilità vicina alla mia. Inoltre, ed è forse il silenzio più sofferto, ci sono alcuni amici direttamente implicati, israeliani o esuli palestinesi, persone splendide e aperte, ma comprensibilmente <em>à vif </em>in un momento come questo, di fronte ai quali ogni parola, tanto più se pubblica, che non sia di semplice solidarietà, affetto, mi sembra di troppo, o troppo facile, monca, e dunque possibilmente <em>blessante</em>, e tutto vorrei oggi salvo ferire. È come se questa situazione fosse una bolla incandescente che non si riesce ad avvicinare da nessuna parte. Ma ecco, mi colpisce il senso di responsabilità, la ragionevolezza – nel senso del “ragionare”, di cui c’è tanto bisogno, al di fuori del “tifo” – con cui hai scelto di intervenire, e d’altro canto mi dico che non si può restare muti di fronte all’orrore, anche per quello che si prepara da noi (penso fra altre cose, oltre ovviamente alle tensioni <em>comunitarie</em>, alla stretta sull’immigrazione già in programma): la parola, il dialogo, magari proprio su punti in cui si è meno d’accordo, sono il primo, se non l’unico strumento che abbiamo. Ci provo, con te, ci sto già provando: vedrò, vedremo insieme cosa farne.</p>
<p>Condivido, ti dicevo, il bisogno di contestualizzazione: solo che sulla sua strada, sulla strada della narrazione, bisogna avere la pazienza, il coraggio di andare sino in fondo, perché una contestualizzazione lasciata a mezza via non funziona, anzi, acquista lo statuto di menzogna, soprattutto in quella regione del mondo, dove appunto – per chi senza pregiudizi ideologici abbia voluto studiarla – la storia dei torti e delle ragioni, degli errori, appare maledettamente intricata, complessa, e questi – mi verrebbe da aggiungere, dietro l’evidenza della ragione e del torto diciamo “originali” e sempre più attivi – ben distribuiti, aggrovigliati attraverso le due parti (e su questa “distribuzione”, su questo “groviglio”, c’è purtroppo una terribile ignoranza, soprattutto a sinistra, in alcune sue frange spesso pronta a sposare una visione manichea della questione, con una volontà di “giustizia assoluta” che la storia ci dimostra diventare inevitabilmente pericolosa, e sostanzialmente ingiusta, se non terrificante  – e anche solo questa frase, se pubblicata, mi varrà furiose rimostranze di diverse persone a me care&#8230;). In realtà è come se nella regione israelo-palestinese (come vogliamo chiamarla?) la contestualizzazione fosse infinita, e dovessimo semplicemente disporci in questa prospettiva di apprendimento continuo, aperto, prendendo atto che una soluzione “di parte” non c’è: solo il dialogo, la via della pace per tutti ha senso, è possibile – anche se oggi sembra tragicamente impossibile&#8230; Non me la sento qui, nello spazio di una risposta, di riprendere i diversi aspetti che sollevi e che, a mio avviso, andrebbero approfonditi, ma sarò lieto, se ti andrà, di parlarne a voce. Sento però di commentare, e completare, almeno una tua affermazione: “è davvero troppo pericoloso farsi guidare in un conflitto da un partito di estrema destra.”, etc. Giusto, con una precisazione, forse scontata: nel passato di Israele sono stati a volte proprio alcuni politici di destra – certo di una destra meno “estrema” e corrotta, e più pragmatica – a tentare alcuni passi verso la pace. Bisognerebbe meglio dire dunque: da questo governo di estrema destra, la destra più estrema che abbia mai governato Israele, chiazzata se non dominata dal razzismo e dal fondamentalismo religioso e territoriale, e per di più la più corrotta, cinica. La verità è che oramai il conflitto è sfuggito alla politica. Ma soprattutto, appunto, vorrei accennare a un “completamento”: questa tua giusta, magari da precisare, osservazione dev’essere applicata anche dall’altra parte. Inorridisco quando qua e là sento, nelle diverse piazze occidentali che manifestano “per la Palestina e la sua liberazione”, inneggiare a Hamas, o lo leggo su qualche blog, su qualche bacheca Facebook, magari non direttamente, ma più soavemente, semplicemente sminuendo, giustificando, relativizzando i suoi crimini (come a suggerire che certo, quelle cose là non si fanno, ma gli ebrei un poco se la sono cercata&#8230;). Quale “liberazione” può essere rappresentata da tali efferatezze? E soprattutto, politicamente, come si può, da sinistra, inneggiare a un gruppo di estrema destra (!), fanaticamente integrista, che ha combattuto e in buona parte liquidato tutto quel che c’era di sinistra e progressista nel campo palestinese? E ancor più soprattutto: l’obiettivo di Hamas non è la “liberazione” della Palestina, ma la “guerra santa” con la distruzione di Israele e la costruzione di uno stato teocratico etc. Hamas in questo senso tiene in ostaggio, oltre ad alcuni israeliani, anche l’intera sua popolazione, i cui soggetti si ritrovano doppiamente vittime: di Israele e dei propri cinici, spietati dirigenti. Certo (quispiam dixerit&#8230;), Hamas è stato inizialmente “aiutato” da alcune politiche governative israeliane proprio con lo scopo di dividere i palestinesi e indebolire la sinistra; certo, Hamas ha sfruttato lo spazio creato dal cronico fallimento della politica per la Palestina; certo, Hamas ha prosperato nella mancanza di Stato e servizi, con un insediamento di tipo caritativo ma ancor di più mafioso – e potrei continuare: ma di nuovo per capire com’è stato possibile che la più laica cultura araba della regione si sia avvitata dentro il più fanatico degli integrismi religiosi non basta guardare fuori, bisogna entrare, con pazienza, con coraggio, dentro alcuni nodi complessi della storia palestinese, e della contigua galassia arabo-musulmana. (E certo, c’è anche un significativo gioco di rispondenze fra la “destrizzazione” e la “fanatizzazione” in senso religioso delle due società che meriterebbe un’attenta analisi: sono ben più intrecciate di quel che si crede, queste due società). Ma questa è solo l’indispensabile (per me) anche se troppo breve premessa, e forse avrei invece dovuto saltarla, perché non è di politica che volevo parlare, magari lo faremo a voce – il motivo per cui ho sentito il bisogno di risponderti è un altro: è la questione umanista, prima che politica, che mi opprime, mi annoda lo stomaco, e che è importante capire, sciogliere, per poter tornare a parlare e fare politica (e solo la politica potrà costruire una soluzione, un itinerario per porre fine a questa violenza insensata), e che non trovo neanche nelle tue righe, o meglio, la trovo ma è implicita, sottotono, e deve invece essere secondo me al centro del nostro pensare: sono ovviamente, come te, come molti, sgomento, raccapricciato per quel che si sta scatenando su Gaza (e certo e va detto il governo israeliano ne è responsabile, ma anche Hamas, che proprio questo perversamente e astutamente cercava, cioè il martirio della propria popolazione da utilizzare ai propri fini: i nemici dei palestinesi sono due&#8230; – e poi andrebbe anche detto che certo, la guerra deve fermarsi, ma da ambo le parti&#8230;); ma anche ero e resto profondamente inorridito dall’attacco del 7 ottobre – e mi dà pena, mi toglie voglia persino di parlare, l’indifferenza con cui una parte della sinistra ha accolto quel massacro, che non ha nessuna possibile giustificazione: Grossman, critico implacabile di Netanyahu e della “leadership corrotta” alla testa del paese prima e dentro questa guerra, da sempre in prima fila per i diritti dei palestinesi, evoca a proposito di quel 7 ottobre il concetto di “gerarchia della malvagità”, questo fa riflettere, ci dovrebbe parlare. (Già, me ne rendo conto scrivendoti, il mio e di altri silenzio è anche una reazione all’indifferenza, a quell’altro, pubblico, selettivo silenzio&#8230;) Anch’io come te non ho suggerimenti “positivi” da dare agli israeliani, come potremmo? – ma ne ho timidamente da dare a noi stessi, ai miei amici, a sinistra, qui in Europa, in Occidente: se non siamo capaci di provare orrore e compassione a 360 gradi, se non siamo capaci di esprimerlo, separando drasticamente la “liberazione” della Palestina da Hamas, se anzi non siamo capaci di capire che certo, Hamas è nato e ha prosperato sul fertile terreno del fallimento pluridecennale di una soluzione al problema palestinese, ma che quel massacro di civili non come danni collaterali, ma proprio perché civili, proprio perché donne, proprio perché bambini (la logica genocidaria&#8230;) non è un prodotto del conflitto per la terra (questo è il punto! ), né dell’espansiva, odiosa e ingiusta occupazione, con l’aggressiva moltiplicazione delle colonie – perché, ho bisogno di dirlo? ritengo che la dominazione di Israele sui palestinesi sia odiosa, ingiusta, e debba cessare –   ma affonda le sue radici in un odio che li precede (l’occupazione, il conflitto), un odio non dettato dalla collera, ma freddo e ragionato, a priori, preparato, un odio antico, ecco, se non capiamo tutto questo, se non siamo capaci, anche, di rompere l’ignoranza, i pregiudizi che in una zona della sinistra “propalestinese” impediscono questa compassione (terribile, il “da una parte e dall’altra”, questo tifo da stadio, per quando una sinistra “pro-umanità”&#8230;?), allontanandoci da coloro che nei loro pregiudizi ci vogliono restare, perché in realtà sono anch’essi antichi e riflettono qualcosa che con la sacrosanta causa palestinese non ha nulla a che vedere, insomma, se non ci addossiamo questo compito, se non favoriamo questa comprensione, questa empatia integrale, uscendo dalla perversa logica della concorrenza dei dolori, <em>en se renvoyant en continuation l’ascenseur</em> come si dice in Francia, non possiamo da intellettuali, da semplici umani, batterci per la pace, per la giustizia, non possiamo rivolgerci né agli israeliani né ai palestinesi, né a tutti quelli che patiscono di questa situazione. Laggiù per altro, da una parte e dall’altra, sono comprensibilmente troppo pieni dei propri lutti, della propria paura, per poter pienamente abbracciare i lutti e i dolori degli altri: noi, più distanti, abbiamo il dovere di farlo. (E per Dio, vorrei tanto che dal campo palestinese, pur appunto nella comprensibile fase di bollente emotività e sofferenza, delle voci si elevassero forte in questa direzione, per fare chiarezza, quindi per individuare altre vie, altre guide&#8230; Mi sono a volte ritrovato a pensare che di Gandhi, o anche Mandela, ne nasce uno ogni cent’anni, e lì – sognavo – ce ne vorrebbero due, uno per parte&#8230; Ma oggi, vedendo, sentendo le capitali di molti paesi arabi esplodere di odio e di rabbia, constatando anche qui, da mille segni, l’esistenza di una diffidenza bilaterale, di un odio profondo, mentre laggiù impazzisce la spirale di guerra, mi sembra impossibile persino sognare. E nel mezzo di tutte queste urla, di questi slogan, riemerge la tentazione del silenzio, e un intimo senso di solitudine&#8230;). Ne parleremo insieme.</p>
<p>Ti abbraccio. G.</p>
<p>[19 ottobre 2023]</p>
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		<title>Gente che chiacchiera, che mormora, che cincischia:  una lettura di &#8220;Ridondanze&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2023 05:12:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Celati]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Malerba]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Bàino]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Ecco, Morelli chiacchiera, anzi, strachiacchiera, stracincischia, e in generale stra-perde-tempo: è un fiume in piena, ma appunto sommesso, come se mormorasse al vento. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Mentre leggevo <em>Ridondanze </em>(anzi, <em>/</em> <em>ri.don.dànze /</em>, Exòrma, 2022), strampalata – a prima vista – raccolta di storie romane, o meglio testaccine,  composte da Paolo Morelli, mi è tornata in mente la mia polverosa insegnante di greco del ginnasio (ahimè, agli antipodi dei rari insegnanti, che poi ci sono stati, capaci di incendiare d’amore i ragazzi per questa splendida lingua), la quale, al chiacchiericcio mormorato ma continuo che opponevamo alla rigida noia che lei cercava di instaurare, esplodeva con il mantra: <em>cosa? cosa? gente che chiacchiera, che mormora, che cincischia</em>&#8230;. Ecco, Morelli chiacchiera, anzi, strachiacchiera, stracincischia, e in generale stra-perde-tempo: è un fiume in piena, ma appunto sommesso, come se mormorasse al vento. La letteratura, molto spesso (non sempre) racconta storie e ogni tanto, nel raccontare, divaga, ma in questo libro è la divagazione a regnare sovrana, è il centro della narrazione, e sembra essere la vera direttrice del tutto.</p>
<p>Spesso parlando dei suoi libri (e anche di questo) si è chiamato in causa Manganelli (di cui ricorreva nel 2022 il centenario della nascita, e ancora non si è spento l’eco delle commemorazioni, arte in cui la necrofila critica italiana eccelle) o Celati (morto anche lui, proprio nel 2022, e il delizioso <em>In viaggio con Gianni, Celati</em>, Tic 2021, appunto di P. Morelli, ne è stato una sorta di profetica, anticipatrice – rieccola&#8230; – commemorazione), o ancora Malerba. E cominciando il libro si potrebbe anche essere tentati di scomodare il Moravia un po’ bozzettistico dei <em>Racconti romani</em>, o ancora il Benni di <em>Bar sport</em>, che il bozzettismo lo immerge in una surreale comicità; un po’ più avanti nella lettura, e per certi versi all’opposto, si penserà magari a Campanile o a Ionesco, per l’uso devastante che fanno della surrealtà (per altro ben più profondo di quello di Benni).</p>
<p>Questi possibili punti di riferimento però sono come scontati, persino banali: Morelli infatti non li imita, neanche li cerca, anche se certo li conosce, e (almeno i primi sunnominati) li ha senz’altro assunti e digeriti, disciolti nella sua prosa – che non in essi tuttavia trova la chiave della propria originalità. Così, mentre avanzavo nella lettura, è un altro lo scrittore che mi si è delineato all’orizzonte, il più grande di tutti e, mi verrebbe da dire, il Maestro dello straparlare e del divagare: Miguel de Cervantes. Intendiamoci, non è che voglia paragonare Morelli al genio spagnolo (e universale), del resto è probabile che lo stesso Morelli non lo abbia neanche pensato come esplicito punto di riferimento (ma forse sì, mi piacerebbe chiederglielo); voglio semplicemente dire  che mentre mi perdevo nelle pagine di <em>/ ri.don.dànze /</em>, inizialmente anche esasperandomi per questo filo che perdevo e ritrovavo in continuazione, mi è tornata in mente la lunga, dapprima faticosa, poi appassionante, insostituibile lettura del <em>Qujote</em>. E di più: quando mi è venuta in mente mi sono reso conto che mi si era già affacciata dentro – ma come un’ombra, come quelle associazioni che non riusciamo a compiere sino in fondo, e restano allo stato larvale – leggendo più o meno un anno prima <em>Il cielo per Roma </em>(2021), di Mariano Bàino, sempre edito da Exorma.</p>
<p>Ora questi due libri sono diversissimi, e mai sarei stato probabilmente tentato di confrontarli: il primo (Bàino) è infatti aereo, come fantascientifico, letteralmente intergalattico, in quanto capace di viaggiare attraverso le epoche, e garbatamente ma intensamente dotto; il secondo (Morelli) è terrestre, avvitato al suo spazio, e ancor di più al suo (mitico) tempo, ai suoi riferimenti ristretti, rionali, anche se dottissimo anche lui, pur se in modo molto più nascosto, e ironico. Ma ecco: per poterli seguire veramente, l’uno come l’altro, si deve accettare di perdercisi dentro. Voglio dire: ci sono libri, la maggior parte di quelli che si impongono oggi nel mercato, in cui il filo, l’incastro dei dettagli, quel che vi si racconta, sorprese incluse, sono programmati secondo schemi precisi, il lettore deve solo restare concentrato, per navigare tranquillo (tranquillo anche nelle sorprese), e per carità! evitare di perdere colpi, battute,  altrimenti non capirà più nulla: se però giustamente resta attento, il risultato è garantito. Altri libri, appunto come quelli di Bàino e Morelli, richiedono invece pazienza, rilassatezza più che concentrazione, anzi la concentrazione (ansiosa), l’attenzione ossessiva al dettaglio, al filo, l’intreccio, porta il lettore inevitabilmente alla resa. Fanno parte insomma di quella categoria di libri che più che meticolosità logica richiedono abbandono, persino distrazione, e un consapevole, paziente atteggiamento di <em>lasciar venire</em>. (Immagine: andare a vedere un film di Tarantino, aspettandosi Antonioni o Bergman, o anche – il che è forse peggio – viceversa&#8230;).  Per l’appunto (ed ecco il collegamento): pazienza, abbandono, gusto per la distrazione etc. sono i requisiti indispensabili – nella mia esperienza – per gustare a fondo il capolavoro dello scrittore spagnolo, che a sua volta sviluppa ulteriormente queste disposizioni, insegnando in un certo senso ad esercitarle nella vita, è leggendo il <em>Qujote </em>che mi ci sono per la prima volta consapevolmente confrontato.</p>
<p>Dice (di nuovo la mia professoressa di greco): <em>dice? dice? ma che dice? gente che chiacchiera&#8230;</em> (io), etc&#8230; È vero, sto straparlando, sto divagando anch’io – ma lo faccio per scelta, nel senso che un po’ di straparlìo divagante è il modo migliore per avvicinarlo, questo libro, prima di dire cosa concretamente racconti. In due parole, si tratta di una dozzina di storie, dodici variazioni (più una premessa e un’appendice), tutte ambientate nel “rione”, cioè il Testaccio, e tutte rocambolesche: tre amici, appunto testaccini, fanno un incidente di macchina sulla strada del ritorno, da cui segue un’improbabile gita sulle montagne della Maiella per vedere in una cappella  gli affreschi di un improbabile pittore che rappresentano il Ciclo delle quattro notti (e ogni personaggio, ogni cosa, ogni Notte, entra in una nuova scatola, con un meccanismo alle <em>Mille e una notte</em>, dove le storie sembrano non aver quasi nulla a che fare l’una con l’altra, invece&#8230;); uno  <em>sconvoltone</em> (la droga&#8230;) esce ogni giorno dal rione in bicicletta e passa sempre alla stessa ora di fronte a un antico monumento dove centinaia di turisti scattano sempre la stessa foto e lui ci si ritrova dentro sino a diventare, come il monumento, eterno; due nemici-amici, fortunato l’uno, sfortunato l’altro, vittorioso e sconfitto, riuscito e fallito (dove la riuscita è, alla Cossery, fare un lavoro che permetta di non lavorare, elevando la <em>scioperataggine </em>a virtù civile<em>&#8230;</em>), mettono retoricamente le loro vite a confronto; sempre al rione si confrontano i destini paralleli degli artisti e dei topi, che prima erano grassi e pochi (e morti di fame, perché la fame paradossalmente li ingrossa, gli artisti e i topi) adesso molto più numerosi ma rimpiccioliti; il redattore di una rivista di viaggi trova la formula per narrare e difendere dall’assalto delle folle i posti belli ancora da scoprire (il dilemma: solo il silenzio protegge la bellezza, ma la bellezza scoperta dà voglia di parlare, soprattutto al Testaccio, dove nessuno viaggia ma sono tutti gran chiacchieroni – appunto&#8230; Ma è ancora possibile viaggiare? Esistono ancora i posti belli? Ecco, sto divagando&#8230;) – e segue il suo racconto&#8230; etc. O forse si dovrebbe meglio dire: non storie testaccine, ma variazioni dello stesso Testaccio, sinfonia della sua essenza. Di tempo e appunto di musica più che di spazio: di fatto  chi cercasse nel libro di Morelli (ed ecco un altro punto di contatto con quello, pur diversissimo, di Bàino) tracce concrete del Testaccio, e di Roma, vie, piazze, monumenti, descrizioni, rimarrebbe molto deluso. Il Testaccio di Morelli è un’utopia, è un luogo che non esiste, o se vogliamo una realtà derealizzata, fatta di sogni, di ricordi, di speranze, di pura immaginazione anche, di suoni – come la lingua che si avvita in alcune ruggenti cadenze romanesche, verosimili più che vere, opera di fina letteratura più che di riproduzione vernacolare (viene ovviamente da pensare al romanesco di Gadda), o ancor più semplicemente come i nomi dei personaggi, Pocaluce, Volume, Battiscopa, Merdara Rognoso, Ritorti, Sarchioni, Ruggero Maglione&#8230; Non sarà inutile, in tal senso, notare che il libro di Morelli come quello di Bàino non solo sono editi dalla stessa casa editrice, ma anche appartengono alla stessa collana: <em>quisiscrivemale </em>(questo è il suo nome!), che antifrasticamente evoca una letteratura libera dai generi omologati e lisci – quelli che dominano il mercato, insomma, anche grazie alla loro facile fruibilità – ma ossessivamente attenta alle parole, allo stile.</p>
<p>Dice (di nuovo lei, l’insegnante, che avrebbe probabilmente fulminato Morelli): <em>gente che parla, gente che ripete.</em> Ma senza ripetizione (e diciamolo, ossessività) non c’è arte. Così, la chiacchiera, il ritornare sugli stessi incatenamenti variandoli all’infinito – e in questo senso straparlano i personaggi non meno del loro autore – dirige il libro e lo fa rigurgitare di parole, come un fiume in piena, un delirio febbricitante, come quando qualcuno ti attacca un implacabile bottone che non la finisce più – ma a un certo punto (lo dicevo, occorre pazienza), ci si accorge che quella febbre ha un senso, e il fiume in piena comincia a scorrere maestoso, persino educato, calmo. Le storie si sciolgono l’una nell’altra, alcuni personaggi (la ripetizione) riaffiorano qua e là, forse è un romanzo? no, piuttosto un ipnotizzante esercizio zen – per questo occorre non cercare di afferrarsi a un ramo, a un dettaglio, ma semplicemente lasciarsi trasportare  – che finalmente, come se di colpo si alzasse la nebbia, fa emergere nitidi i contorni, il senso di tanto raccontare. Sì, c’è un mondo, fatto di cose, di gesta, di emozioni, ma noi in realtà non lo vediamo, ne vediamo solo la crosta, la sua vera vita si dispiega al di là di quella: il (rac)contatore  ci permette appunto di coglierla.</p>
<p>Gli antichi Greci esaltavano, in alternativa alla logica della visione/immagine, quella dell’audizione/parola, che dava accesso al misterioso universo del mondo-tempo: non a caso il cantore che trasportava il pubblico era antonomasticamente cieco – le orecchie vedono, non gli occhi. Ecco, è in questo senso profondo che Morelli mescola l’Oriente lontano con l’antica tradizione epica Occidentale,  in cui l’immaginazione e il raccontare sono più importanti dei fatti raccontati, anzi questi fatti, ora glorie e trionfi ora disgrazie, sono distribuiti dagli dèi agli uomini affiché altri uomini futuri possano svelarle nel canto, e solo in questo canto, o racconto, acquistano finalmente senso. Insomma (se esiste, è questa la morale del libro) raccontare è tutto, raccontare e divagare (perché non si può raccontare senza divagare), a resuscitare tramite la parola mondi, gratuitamente, dando fondo all’immaginazione, ridendo e danzando, appunto, ridon-dan(zan)do: per diventare liberi. Cioè per conquistare pienamente la propria umanità.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>1922-2022: tre piste di riflessione dopo il voto del 25 settembre in Italia # 3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2023 06:21:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza italiana]]></category>
		<category><![CDATA[emigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[ius sanguinis]]></category>
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		<category><![CDATA[società multirazziale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giuseppe A. Samonà </strong> <br /> Bisognerebbe insomma ripensare nel profondo la legge che regola il diritto di cittadinanza dei discendenti degli antichi emigranti partiti dall’Italia e degli attuali immigrati che ci sono arrivati negli ultimi trenta quarant’anni e continuano ad arrivarci...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>.</p>
<p>[La prima parte di questo intervento si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/05/tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-1/">qui</a>. La seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/12/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-2/">qui</a>.]</p>
<ol start="3">
<li><strong>Lo <em>ius sanguinis </em>e lo <em>ius soli</em> </strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<p>Ma chi sono questi italiani all’estero?</p>
<p>Innanzitutto, come dicevo, sono i molti giovani che hanno lasciato il paese a partire dagli anni 80/90, mentre l’Italia da terra d’emigrazione di massa cominciava sempre di più a mutarsi in una meta d’immigrazione, anche se poi, lo si è accennato, nel corso degli anni Duemila i flussi in uscita hanno ripreso a crescere, fino a superare quelli in entrata. Questa nuova emigrazione è essenzialmente volontaria, intellettuale, composta di persone per lo più laureate e in patria prive di sbocchi, il che ha generato la grottesca, patetica formula di <em>fuga dei cervelli</em>, come a distinguere questi emigrati del terzo millennio da quelli che li avevano preceduti, costretti a partire dalla miseria, e <em>ignoranti</em>, i quali avrebbero esportato semplicemente le loro braccia: come se dall’Italia non fossero sempre partiti individui <em>completi</em>, muniti di cervello <em>e</em> di braccia, e gambe, cuore, storie&#8230; Con l’Italia, questi nuovi emigrati, hanno nel corso degli anni mantenuto un rapporto più o meno stretto, anche se molti di loro, com’è il mio caso, sono diventati cittadini anche di altri paesi o hanno comunque rifatto interamente la loro vita altrove e in Italia, per viverci, non torneranno più; ma resta comunque un legame di affetti, tra amici e familiari che ancora ci vivono: e si tratta, sia pur da fuori, di un legame reale, che li porta a seguire con una certa implicazione quel che vi succede.</p>
<p>Ma c’è appunto un’altra categoria di italiani all’estero, creata da uno <em>ius sanguinis</em> singolare, sofferto, che affonda le sue radici nelle caratteristiche originarie del paese. L’Italia è nata in un certo senso&#8230; svuotandosi: fra il 1861 – data battesimo del Regno d’Italia –  sino alla fine degli anni Venti emigrarono in più ondate una ventina di milioni di italiani. Il periodo fascista segnò una pausa, per via delle restrizioni imposte dal regime, insieme a quelle decise dalla maggior parte dei paesi di destinazione: partire divenne molto più difficile, e di fatto non rimase attiva che l’emigrazione politica. Subito dopo la seconda guerra mondiale tuttavia il flusso in uscita riprende con ritmi elevati, e conta sino alla fine degli anni Settanta sette otto milioni di emigrati, per un totale complessivo di circa 30 milioni in poco più di un secolo di storia, dei quali due terzi non sarebbero più ritornati in patria, distribuiti in molti e molto diversi fra loro paesi d’adozione: in Europa (la Francia, la Germania, il Belgio, la Svizzera, ma anche il Regno Unito, la Finlandia etc.), in Sud America (l’Argentina, il Brasile, ma anche l’Uruguay, il Cile, etc.) e in Nord America (gli Stati Uniti, il Canada), e poi l’Australia, e in misura minore anche altri paesi. L’emigrazione, un’emigrazione di necessità – la povertà, la crisi del mondo agricolo, l’indigenza del proletariato in generale ne sono state il motore –  costituisce dunque una caratteristica fondamentale dell’Italia: ed è stato di conseguenza inevitabile, e giusto, che la prima legge globale sulla cittadinanza, <strong><a href="http://www.amblima.esteri.it/resource/2007/03/12736_f_amb61Legge13giugno1912n_555sullacittadinanzaitaliana.htm">la n. 555 del 13 giugno del 1912</a></strong>, ne tenesse particolarmente conto, assicurandola al figlio di padre italiano, indipendentemente dal luogo di nascita, o più precisamente a chi avesse una discendenza italiana per via paterna (poi la Costituzione del 1948 eliminerà la discriminazione patriarcale, equiparandole la discendenza per via materna). Insomma, come a risarcire la memoria di coloro che erano stati costretti ad abbandonare il paese, i loro discendenti, senza limiti di generazioni, e con la sola riserva che la catena di trasmissione non si fosse interrotta per esplicita rinuncia alla nazionalità, mantenevano intatta la possibilità di ritornarci da cittadini. Ed era doveroso che questo tragico esodo – perché di fatto di questo si è trattato – non fosse dimenticato, e venisse, venga sempre riconosciuto, come anche, concretamente, che restasse aperta la porta al ritorno. Per altro, questo grande movimento di emigrazione ha mischiato fra loro, sia pure fuori dall’Italia, le diverse zone del paese, il Nord e il Sud, contribuendo a forgiare un’identità (nel senso concreto di <em>esistenza</em>) nazionale e non più regionale&#8230; E di più: sempre dal di fuori, gli italiani all’estero si sono proficuamente mischiati, loro malgrado (non sarebbero voluti partire&#8230;), con le popolazioni dei paesi che li accoglievano, influenzando, creando nuovi prodotti culturali che a loro volta hanno profuicamente fecondato la madrepatria, e viceversa (influenze, prodotti non sempre positivi, a dire il vero: basti pensare alla mafia siculo-americana). Parlano in me anche i ricordi: di questi discendenti di italiani, fra Montréal e Buenos Aires, mi sono appassionato a raccogliere diverse storie.</p>
<p>Solo che poi il contesto è cambiato: in particolare, nel corso degli anni Ottanta, l’emigrazione esauriva il suo slancio, mentre l’Italia diventava appunto una terra di immigrazione. La legge <strong><a href="http://www.amblima.esteri.it/resource/2008/05/21970_f_amb61Legge5febbraio1992n91.doc"> n. 91 del 5 febbraio 1992</a></strong> avrebbe dovuto ripensare la cittadinanza alla luce di questa trasformazione del paese in senso multietnico. Ora di fatto ha confermato tale e quale l’impianto della normativa del 1912: italiani si è o si diventa <em>iure sanguinis</em>, e anzi le pratiche d’acquisizione della cittadinanza per chi sia nato all’estero da avo italiano risultano estremamente semplificate; lo <em>ius solis</em> invece è sostanzialmente limitato a chi nasce sul territorio da genitori ignoti o apolidi, mentre l’itinerario verso la cittadinanza di tutti gli altri immigrati o figli di immigrati resta inspiegabilmente complesso. Non solo: la legge abolisce il criterio di cittadinanza esclusiva, cioè stabilisce che la cittadinanza italiana non preclude il possesso di altre cittadinanze. Dal punto di vista che ci interessa qui, è una vera rivoluzione: fino al 1992 lo straniero discendente da avo italiano poteva diventare italiano solo rinunciando alla sua prima cittadinanza (argentina, statunitense, canadese, etc.) e quindi non si prevaleva praticamente mai di questo diritto, a meno di non decidere di cambiare vita trasferendosi nel Belpaese; dopo questa data invece qualunque argentino, americano, australiano etc. che abbia un avo italiano può, conservando la propria, prendere la cittadinanza dell’Italia, anche senza mai venirci a vivere, o addirittura senza mai neanche metterci piede. Curiosamente le statistiche esatte dell’acquisizione di nazionalità per discendenza anno per anno mancano – o almeno io non sono riuscito a trovarle – come manca la possibilità di distinguere, nella comunità degli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE, creata con una legge del 1988, ed entrata in funzione nel 1990), fra chi proviene dall’Italia e ha come sua prima cittadinanza quella italiana (o un’altra: dall’Italia partono anche alcuni “nuovi” italiani di origine straniera), e chi proviene proprio dal paese estero in questione, di cui possiede la sua prima cittadinanza e in cui ha ottenuto ulteriormente quella italiana, appunto per meriti <em>di sangue</em>; senza considerare poi che molti italiani residenti all’estero non sono iscritti all’AIRE: ma è comunque significativo che gli iscritti a questa anagrafe siano passati nel giro di una trentina d’anni (1990-2022) da neanche un milione a quasi sei – e di nuovo ricordo, fra i miei amici e conoscenti canadesi e argentini di origine italiana, come la nuova normativa sulla nazionalità dinamizzò le domande di cittadinanza.</p>
<p><em>Last but not least</em> alla fine del 2001 veniva varata la legge sul voto estero fortemente voluta dal ministro degli Italiani nel mondo (sic) del governo Berlusconi, Mirko Tremaglia, di salda fede missina (lo stesso che aveva ideato la legge del 1988 sull’Anagrafe estera), facente seguito alla modifica di alcuni articoli costituzionali ad essa collegati effettuata a inizio 2000 e inizio 2001 (il 48, con la creazione della circoscrizione Estero, il 56 e il 57, con il rimando ai deputati e senatori ivi eletti – che secondo l’ultimo aggiustamento, in seguito al recente taglio del numero dei parlamentari, sono passati rispettivamente a 8 e 4, di cui 3 e 1 nella ripartizione Europa). Prima di quella data gli italiani all’estero potevano votare (è un diritto sancito dalla Costituzione), ma per farlo dovevano tornare al loro comune elettorale di appartenenza in Italia, con un’agevolazione per il prezzo del biglietto, ma solo per la parte che riguardava lo spostamento dentro i confini nazionali (in altri termini chi ad esempio avesse voluto tornare per votare dall’Australia, doveva sostenere i costi del viaggio fino alla frontiera italiana, e solo dopo sarebbe intervenuta la riduzione del biglietto, per il tratto nazionale sino al suo comune di origine!). Ecco insomma che, al di là delle buone (o meno) intenzioni, si è venuta a creare una situazione sbalorditiva e profondamente iniqua. Si provi a immaginare, per meglio capirla, un’ipotetica legge che permettesse agli abitanti della Louisiana e del Québec di prendere la nazionalità della Francia e decidere, attraverso il voto, della sua politica – bene, la situazione reale dell’Italia è peggiore: perché i discendenti degli italiani nel mondo, quelli che un tempo si chiamavano gli oriundi, sono molto più numerosi di quelli della Louisiana e del Québec riuniti, si calcolano fra i 60 e gli 80 milioni, cioè più numerosi della stessa popolazione che vive nell’originaria madrepatria, l’Italia appunto, che non arriva a 60 milioni, e tutti possono diventarne cittadini, anche senza senza averci mai vissuto o conoscerne la lingua, la cultura, o avendone una conoscenza puramente memoriale, mitologica – lo ripeto, fra Buenos Aires e Montréal ho raccolto tante storie, non di rado commoventi, piene di poesia: ma possono queste storie tradursi in diritti e voto e decidere del destino di chi in Italia ci vive? Per altro, questa mitologia spinge la maggior parte delle numerose associazioni che gestiscono gli interessi delle comunità di emigrati e loro discendenti all’estero ad assumere, per quel che concerne la cittadinanza, posizioni retrivamente puriste e agli antipodi della loro storia di fecondo metissaggio: penso ad esempio all’USEI (Unione Sudamericana Emigrati Italiani), che ho avuto modo di studiare più da vicino, opposta a qualunque forma di <em>ius soli</em> perché con questo – per citare le parole del suo presidente Eugenio Sangregorio – <em>l’Italia non sarà più degli italiani&#8230; </em>(Ricordiamo per inciso che lo <em>ius soli</em> è ciò che permise agli emigrati italiani di prendere radici nel Sud come nel Nord America, o ancora in Australia&#8230;). Viceversa, capita anche non di rado che la nuova nazionalità ottenuta da questi “discendenti” sia intesa in modo del tutto strumentale, e soprattutto abbia ben poco a che vedere con l’Italia: ad esempio è, semplicemente, un modo per potere risiedere in un altro paese dell’area Schengen&#8230; Tutto ciò suona ancora più scandaloso se si pensa ai milioni di stranieri che in Italia ci vivono da molti anni, ci lavorano, ci hanno fatto le scuole, sono concretamente italiani ma, per via di questo questo miscuglio di <em>ius sanguinis</em> abnorme e <em>ius soli</em> praticamente inesistente, si vedono preclusi voto e nazionalità. E dire che la riforma della cittadinanza varata nel 1992, che superava la legge del 1912, avrebbe dovuto essere il dispositivo al servizio di un’Italia che – per dirlo con le parole dell’allora ministra dell’Immigrazione, Margherita Boniver – <em>nel giro di una generazione diventerà una società multietnica, multirazziale, multiculturale&#8230; </em>Ed è appunto quello che è successo, solo che la legge è andata nella direzione contraria, ribadendo di fatto quella del 1912, ma in un contesto completamente mutato: i discendenti degli emigrati italiani, diverse generazioni dopo, sono oramai stabilmente cittadini dei loro (non più) nuovi paesi, e non sono loro ad aver bisogno di essere protetti dall’Italia, in cui non contano certo di ritornare. Ho sentito spesso criticare, e spesso con ignorante superficialità, la legge del ritorno israeliana: cosa dire allora di quella, ben più radicale, italiana? Israele infatti garantisce la cittadinanza israeliana alle persone di discendenza <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ebraica">ebraica</a> nel mondo, <em>purché</em> si trasferiscano in Israele, per viverci e restarci, con un bouquet di diritti e doveri, fra cui – se l’età lo permette – il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Forze_armate_israeliane">servizio militare</a>, della durata di quasi tre anni per gli uomini e di due per le donne; l’Italia invece la garantisce a tutti i <em>suoi </em>discendenti che ne facciano domanda, anche qualora decidessero di non metterci mai neanche piede: un diritto gratuito, senza doveri e, oggettivamente, fortemente discriminatorio nei confronti di chi in Italia ci vive.</p>
<p>Bisognerebbe insomma ripensare nel profondo la legge che regola il diritto di cittadinanza dei discendenti degli antichi emigranti partiti dall’Italia e degli attuali immigrati che ci sono arrivati negli ultimi trenta quarant’anni e continuano ad arrivarci, e ancor prima, a tal fine, rivoluzionare la prospettiva culturale e politica che la sottende: ma a farlo non sarà certo questo governo, con la sua mistica della patria e del sangue&#8230; Ecco, uno dei nodi di resistenza – quella resistenza che in tanti, dentro e fuori dall’Italia auspichiamo – e di speranza per i destini del paese mi sembra, culturalmente, politicamente, passare proprio da qui: recuperare il ricco patrimonio della diaspora – che si tratti di nativi italiani o di italiani di recente cittadinanza – attraverso una sua diversa orientazione, creando cioè un ponte, una trama di sintonie, fra le mescolanze diasporiche e quelle che in Italia si sono formate in questi ultimi anni, un ponte se vogliamo fra i meticci fuori dal paese e i meticci di dentro. Solo questo, a mio avviso, potrà sottrarre l’Italia all’odierna tristezza e decadenza che vanno di pari passo con lo spegnersi della sua demografia.</p>
<p style="text-align: center;"><em>FINE</em></p>
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		<title>1922-2022: tre piste di riflessione dopo il voto del 25 settembre in Italia # 2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/12/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 06:17:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[elettori italiani all'estero]]></category>
		<category><![CDATA[estrema destra]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[norma rangeri]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[stragi]]></category>
		<category><![CDATA[voto 25 sedttembre 2022]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giuseppe A. Samonà </strong> <br /> La democrazia italiana è solida. Giudicare sulla base di un aggettivo (solido o il suo contrario) implica inevitabilmente un certo grado di soggettività – mi limitero dunque a elencare alcuni fatti: le trame nere di cui si diceva poco sopra; i tentativi di golpe; le stragi, nelle piazze, nei treni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>[La prima parte di questo intervento si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/05/tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-1/">qui</a>.]</p>
<ol start="2">
<li><strong>La democrazia</strong></li>
</ol>
<p>Ancora formule ricorrenti.</p>
<p><em>La democrazia italiana è solida</em>. Giudicare sulla base di un aggettivo (solido o il suo contrario) implica inevitabilmente un certo grado di soggettività – mi limitero dunque a elencare alcuni fatti: le trame nere di cui si diceva poco sopra; i tentativi di golpe; le stragi, nelle piazze, nei treni, a tutt’oggi rimaste irrisolte; le organizzazioni criminali (Mafia, Sacra Corona Unita, ‘Ndrangheta, Camorra) che controllano ampie zone del territorio nazionale, in modo incomparabile con gli altri paesi europei; la corruzione, anch’essa incomparabilmente più alta rispetto agli altri paesi d’Europa. La storia della cultura italiana consta di molti secoli, quella della Repubblica di pochi decenni, e costruita sulle basi fragili di un antifascismo che in realtà non è mai stato condiviso consapevolmente dalla maggioranza della popolazione. Ne avevano ben coscienza i cosiddetti Padri Costituenti, che crearono un testo, un quadro, la Costituzione appunto, che aveva fra altri compiti quello di disinnescare le possibili tentazioni autoritarie del paese – e che adesso, anche con alcune sponde al di fuori della propria maggioranza, Renzi in particolare ha già dato la sua piena disponibilità, come anche Calenda, la destra si appresta a riformare.</p>
<p><em>Ma gli italiani hanno votato democraticamente</em>. Appunto: in certo senso non è proprio questo voto “democratico”, liberamente espresso, la nota dolente? (sulle virgolette dirò qualcosa più sotto) Non voglio tanto ritirar fuori l’antico ritornello sulle peggiori dittature del Novecento arrivate al potere <em>democraticamente</em> (ma sarà bene comunque non dimenticarlo), quanto sottolineare come queste elezioni siano solo il riflesso del profondo mutamento che si è maturato nella società civile negli ultimi due o tre decenni. È per così dire “la banalità” del voto – come e chi ha votato questa destra, come ha reagito, o per meglio dire non reagito, chi non l’ha votata – che colpisce, inquieta, più del voto stesso.</p>
<p><em>L’esito di un copione già scritto da anni&#8230; ce lo aspettavano&#8230; il risultato era già annunciato da tempo&#8230; </em>Così diversi amici abbacchiati hanno appunto spiegato, a volte persino giustificato, la sostanziale indifferenza, apatia, distrazione con cui ampi settori storicamente, culturalmente a sinistra, o almeno, opposti alla destra, hanno accolto il suo trionfo. Ma il fatto che non sia stata una sorpresa, che questi risultati maturassero da tempo dentro la società, non mi sembra possa costituire un’attenuante, anzi: indica appunto, al di là del voto, l’esistenza di alcuni spostamenti profondi. Ed è quel che avvilisce di più. La mia impressione è che anche l’apatia, se non la depressione, in cui versa l’un tempo combattiva società italiana sia&#8230; un copione già scritto da anni.</p>
<p><em>La destra è divisa&#8230; è a pezzi.. non ha la maggioranza</em>&#8230; <em>il governo non durerà&#8230; è solo un voto di protesta&#8230; la rissossità e il trasformismo pasticcione all’italiana ci proteggeranno anche dalla destra</em>,  sino all’iperbolico: &#8230; <em>le forze democratiche, progressiste e di sinistra, che sono maggioranza in Italia&#8230; </em>– secondo le parole, riportate alla lettera, di un editoriale del &#8220;Manifesto&#8221; a firma <strong>Norma Rangeri</strong> nei giorni immediatamente successivi al voto. E confesso che ho dovuto rileggerle due o tre volte, queste parole, perché non riuscivo a crederci: ma poi, in diverse varianti, le ho rincontrate anche in altri autorevoli e stimabilissimi rappresentanti della sinistra, ad esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini. Intendiamoci, diversi giornalisti del &#8220;Manifesto&#8221; – per altro il quotidiano che da sempre più seguo e sostengo – e la stessa Norma Rangeri, come anche Landini, hanno espresso altrove piena coscienza della gravità della situazione; e del resto le parole che mi hanno fatto per così dire sussultare fanno parte di un ragionamento più complesso, sfumato, sulla composizione della società, il poco democratico meccanismo elettorale, il grado di astensione record etc., per molti versi condivisibile. Ma dal mio punto di vista lontano-vicino restano sbalorditive – e non sono altro che la punta di diamante di un’attitudine diffusa, tendente a sminuire la vittoria della destra, a farne una mera questione elettorale, dovuta ad accidentali circostanze, che non rifletterebbe in nulla <em>il paese reale</em> (altra mini-formula misteriosa); o ancora, secondo questa stessa attitudine, il problema della sinistra, appunto molto più in salute di quanto non si creda, sarebbe solo di non sapere trovare uno sbocco politico-istituzionale&#8230; O forse, questo continuo parlare delle debolezze dell’avversario, anche esaltando le presunte virtù del proprio campo politico, è una sorta di rovescio del <em>non c’è pericolo fascista</em> di cui si diceva prima, sia pur questa volta con lodevoli intenzioni: rianimare le proprie truppe, incitarle, sottrarle alla depressione, mostrando il bicchiere mezzo pieno. Resta comunque una percezione molto diversa, al di là della politica, della società italiana, a seconda che la si guardi dal di dentro o dal di fuori: perché a me, come a molti altri italiani che da anni non abitano più in Italia, quel bicchiere appare quasi interamente vuoto – è innanzitutto proprio il “paese reale” a inquietarci. La lontananza-vicinanza ci indurrebbe a prendere un abbaglio?</p>
<p>Non si tratta comunque di parlare male dell’Italia, né di spiegarla in qualche frase o ancor meno di metterle un voto: le società, le culture sono sempre organismi complessi, intrecciano qualità e difetti in una percentuale più o meno equivalente, con fasi alterne, tendenze e controtendenze, e ci vorrebbe un libro per mettere a nudo Il Belpaese. Per altro tutte le formule sopra riportate sono anche in parte vere; ed è vero in particolare che la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, fortemente voluto da Renzi quando era a capo del Pd – è ingiustamente viziata, se non del tutto incostituzionale: impossibilità di scegliere i candidati, che sono imposti dalle segreterie dei partiti; quasi il 40% dei seggi determinato con il maggioritario secco, il che per altro – con un invisibile meccanismo perverso – falsa anche il circa 60% determinato con il proporzionale; penalizzazione dei piccoli partiti, in nome del mito della governabilità che tende a favorire le coalizioni (anche se poi i partiti di queste coalizioni sono liberi dopo le elezioni di rompere e di allearsi con altri, persino con i loro avversari!). Concretamente, da un lato la destra già ampiamente vittoriosa è stata ulteriormente gonfiata, vedendosi attribuire un 16% in più per via dell’uninominale, di fatto un premio di maggioranza nascosto; dall’altro la ridimensiona ancor più radicalmente il livello record di astensione – oltre il 36%, cui va aggiunto poco meno d’un milione di schede bianche fra Camera e Senato e quasi due milioni di schede nulle, sintomo anche questo, probabilmente, di un sistema elettorale poco attraente, democraticamente parlando. Ma bastano questi elementi a banalizzare il suo inarrestabile avanzare anno dopo anno? e soprattutto l’avanzare delle sue idee, della sua visione del mondo <em>dentro</em> la società?  I giornali, la televisione, la gente, sembrano non interessarsi che alla crosta, discutendo all’infinito sulla longevità o meno del governo, di questa o quella alleanza, etc. Quasi nessuno tuttavia sembra soffermarsi più di tanto sul diffondersi  dentro la società del razzismo e dell’estero-diffidenza, dell’omofobia e della transfobia, dell’antifemminismo; e questo, benché la lotta a questi atteggiamenti sia oramai parte del discorso ufficiale delle democrazie occidentali, Italia compresa, e nonostante il fatto – i paradossi della politica non finiscono mai – che sia proprio una donna, per la prima volta, a guidare la destra come Presidente del Consiglio. E nessuno, soprattutto, sembra inquietarsi della letargia-dissoluzione della sinistra, cui accennavo prima.</p>
<p>In questo senso vorrei indicare un “piccolo” fatto concernente le elezioni estere, che intreccia il problema del vizio democratico e quello appunto di questa particolare forma di distrazione.  Breve ma necessaria premessa. Avevo deciso di votare, qui a Parigi, per l’Unione Popolare. Non che condivida tutto di questo progetto, anzi: diverse sono le cose che non mi convincono, o di cui almeno mi piacerebbe discutere, a cominciare dal nome. Ritenevo giusto però, dal mio punto di vista, contribuire a far superare la soglia di sbarramento a un movimento federatore esplicitamente di sinistra con un reale programma alternativo: che l’Italia fosse l’unico paese europeo a non avere nel suo parlamento neanche un rappresentante di tale sinistra mi sembrava infatti molto pericoloso, non per la sinistra in sé ma per la società tutta, un ulteriore sprofondamento nella crisi sociale e democratica che va avanti da molti anni. Sia chiaro: di sinistra, sono diversi stimabili candidati del Partito Democratico – sempre meno numerosi, a dire il vero – come anche ovviamente i candidati di Sinistra Italiana e Verdi – ma il PD che ha oramai da tempo perso qualunque carica alternativa mi sembrava, mi sembra oramai irriformabile, e la scelta di Sinistra Italiana di aggregarsi al carro proprio del PD, invece di rischiare un’alleanza con Unione Popolare, non mi ha persuaso. Ero e resto convinto che per rilanciare una prospettiva di alternativa viabile, che metta di nuovo insieme le battaglie per l’ecologia e i diritti civili con quelle da troppo tempo dimenticate contro le disuglianze sociali, sia necessaria una sorta di rivoluzione culturale dentro la società, e che per questa servano nuove aggregazioni politiche.</p>
<p>(Gli storici dei movimenti politici fra qualche anno studieranno probabilmente l’originale processo tutto italiano che ha fatto sì che la rifondazione di quello che fu il Partito Comunista si sia trasformata nella rifondazione della fu Democrazia Cristiana, magari a partire dalla sua ala più democratica: una sorta di compromesso storico che tuttavia ha condotto alla progressiva espulsione della ex-componente comunista&#8230; Espulsione mi verrebbe da dire quantitativa e anche qualitativa: il PD, oltre a funzionare a fasi alterne persino sui diritti civili, oramai da molti anni non comprende più nulla di quel avviene negli strati più bassi, <em>popolari</em>, della società – in questo senso il paradosso di cui dicevo prima, e cioè che a guida della destra ci sia una donna, o meglio, una donna del<em> popolo</em>, almeno in apparenza, è tutt’altro che anodino&#8230;)</p>
<p>Devo per altro precisare che in questa scelta ero anche confortato da un lato (molto) dal fatto che per la prima volta il contesto generale, già fermamente orientato a destra, paradossalmente restituiva la libertà appunto di <em>scegliere</em>, sottraendo gli elettori al ricatto del voto “utile”, o almeno, facendo apparire quel voto utile come “inutile” in una prospettiva di reale alternativa; dall’altro, dal quadro internazionale e nazionale che sosteneva e sostiene il programma di Unione Popolare (Podemos, Union Populaire, Friday for Future, etc; ma curiosamente – ed è stata un po’ una delusione – il Manifesto, invece di dare spazio a tutte le componenti della sinistra, ha espresso una decisa simpatia per Sinistra italiana e Verdi, o persino per i pochi esponenti di sinistra dentro il PD, e dentro i 5 Stelle: di fatto Unione Popolare è stata oscurata). Infine vorrei sottolineare che a questa scelta ero arrivato, a torto o a ragione, più per un personale calcolo di prospettive che per un autentico senso di appartenza: del resto non ho mai cercato di convincere né ho contestato gli amici che in Italia avevano scelto di votare l’Alleanza Sinistra Verdi, o anche il Pd, o il Movimento 5 Stelle – su cui sarebbe necessario fare un discorso a parte – perché anzi vorrei che tutti quelli, molti, che votando per difetto questi partiti sono orientati a sinistra animassero questo nuovo soggetto politico.</p>
<p>Ma ecco – per arrivare finalmente al “piccolo” fatto di cui dicevo sopra – che ho ricevuto a casa le mie due schede elettorali: le ho aperte, le ho esaminate e riesaminate, per constatare con sorpresa che il simbolo di Unione Popolare non c’era. Di fronte all’ignoranza degli amici più politici in Italia, ho cercato nei giornali nazionali, e anche là non ho trovato nulla. Il solo aiuto è stato uno scheletrico articolo sull’Indipendente [<a href="https://www.lindipendente.online/2022/09/09/elezioni-5-milioni-di-italiani-allestero-non-potranno-votare-per-i-partiti-anti-sistema/">Elezioni: 5 milioni di italiani all&#8217;estero non potranno votare per i partiti anti-sistema &#8211; L&#8217;INDIPENDENTE (lindipendente.online)]</a>, per mezzo del quale ho rintracciato diverse norme e decreti legge principalmente sulla Gazzetta Ufficiale. Molto velocemente, la storia è questa: per presentarsi alle elezioni ogni partito doveva raccogliere, in una trentina di giorni a cavallo fra luglio e agosto, poco meno di 37000 firme per la Camera e quasi 20000 per il Senato; tuttavia una disposizione del testo unico delle leggi elettorali prevedeva che <em>i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi </em>fossero dispensati dalla raccolta – solo che in seguito, di emendamento in chiarimento, di chiarimento in cavillo, etc., di tale esenzione hanno finito per beneficiare tutti i gruppi che avessero anche solo un deputato in parlamento, anche se nel frattempo avevano cambiato di nome e collocazione, all’esclusione di tutti gli altri – cioè i diversi partiti e formazioni frettolosamente ammucchiati sotto l’etichetta di “antisistema”. L’allora presidente del Consiglio Draghi è stato anche insistentemente sollecitato perché fossero autorizzate, come succede già per i Referendum, le firme elettroniche, per almeno attutire questa iniqua disparità di trattamento; ma non c’è stato niente da fare: è stato necessario, fra luglio e agosto, che i cittadini tornassero al loro comune di residenza e firmassero di persona, e che le firme fossero autenticate da un pubblico ufficiale, nel pieno del periodo estivo, con le città deserte e gli uffici non di rado chiusi &#8230; Così, alcuni partiti (ad esempio i radicali dell’Associazione Luca Coscioni) non ce l’hanno fatta; altri, fra cui appunto Unione Popolare, sì. Ma, per rendere il tutto ancor più ingiusto, questi nuovi gruppi, pur essendosi finalmente guadagnati il diritto di partecipare alle elezioni sul territorio nazionale, dovevano andare a caccia di firme anche nella circoscrizione Estero – apparentemente  poche (250 per ripartizione), ma in tempi ristrettissimi e in condizioni ancora più proibitive: come allestire la raccolta in piena estate in un paese straniero?  Risultato: nella lista elettorale estera europea c’erano solo i partiti già con un piede in Parlamento, comprese le miniformazioni come quella di Di Maio, morta prima ancora di nascere. <em>What more is there to say?</em></p>
<p>Eppure quel che sarebbe dovuto suonare come uno scandalo flagrante, sia pur all’interno di una legge elettorale di per sé già scandalosa anche se in modo diciamo più garbato, è filato via nella più totale indifferenza. Se gli italiani con cui ne ho parlato a Parigi erano effettivamente indignati (e per altro già sapevano), la maggior parte di coloro con cui ne ho parlato in Italia, anche i più di sinistra, hanno accolto la notizia con sostanziale disinteresse, ed erano peraltro all’oscuro di tutta la faccenda. Non è un caso: l’apatia è stata appunto il sentimento predominante con cui la maggior parte della sinistra italiana – nel senso della base, di coloro che continuano a essere orientati in tal senso – ha vissuto il voto del 25 settembre e la nuova situazione che questo ha determinato. <strong>Ed è proprio questa apatia generale, questa indifferenza, alternata con un’intristita rassegnazione,</strong> questa mancanza di entusiasmo, che mi ha spinto a scrivere queste righe: perché mi sembra la caratteristica più saliente e peculiare, la più dolente, della società italiana oggi, a sinistra e anche al di là.</p>
<p>Ora si potrebbe dire – me lo hanno già detto – che la destra estrema avanza ovunque in Europa e che ovunque, parallelamente, la sinistra è in crisi: l’Italia insomma non farebbe altro che inserirsi nella scia e non meriterebbe una particolare attenzione. Ma non è così, e ci sono diversi motivi per guardare con un occhio particolarmente attento quel che succede in Italia. Certo, la progressione della destra più radicale è indiscutibilmente fenomeno europeo – persino la civilissima Svezia&#8230; – anzi mondiale; ma che, ben al di là di una crisi, la sinistra, la sua gente, si sia trasformata e assopita, dissolta, in modo altrettanto radicale, è un fenomeno più originale e tutto italiano, e che molto ha a che fare con il mutamento profondo che ha rimodellato il partito che tradizionalmente ne raccoglieva, nelle istituzioni, buona parte delle aspirazioni: nel PD, il governismo come nuova cultura politica, il progressivo ma convinto appropriarsi della prospettiva neoliberista, la timidezza se non peggio persino per quel che riguarda i diritti civili (includendo anche la posizione sui migranti, sullo <em>ius soli</em> etc.), fino all’assunzione di una gestione unicamente normativa della crisi covid (che ha permesso alla destra di assumere strumentalmente quella vigilanza sulla democrazia e la libertà che negli altri paesi è stata patrimonio della sinistra) sono andate di pari passo con lo spegnersi della sua base dentro la società. E forse lo snodo decisivo che anche spiega l’ascesa irresistibile di questa destra e delle sue idee è la crescente perdita di senso dell’antifascismo cui negli ultimi anni ha contribuito anche una parte della dirigenza progressista. (Fra i tanti episodi di questa perdita di senso e del revisionismo storico che l’accompagna vorrei ricordarne almeno uno, di cui mi sono occupato da vicino ne <em>La frontiera spaesata </em>[<a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/la-frontiera-spaesata/">La frontiera spaesata &#8211; Exorma (exormaedizioni.com)</a>]: la riscrittura semplificata e parziale delle complesse vicende del confine orientale, oramai diventata storia ufficiale della Repubblica, che è sfociata nel subdolo avvicinamento del Giorno del ricordo al Giorno della memoria, con l’aberrante equiparazione, sempre più proposta, tra foibe e Shoah). Ma appunto – ripensando a Piero Gobetti, a Carlo Levi – l’antifascismo che ha fondato la Repubblica italiana è qualcosa che va al di là di questa o quella stagione politica: è l’antidoto strutturale, culturale prima ancora che politico, fondante appunto, a una tentazione ricorrente, e anch’essa ahimè strutturale, della storia nazionale. E poi c’è la capacità che l’Italia possiede di farsi nel bene e nel male laboratorio, contagiando con le sue idee l’Europa, il che è ancor più vero oggi che nel passato, considerando l’importanza che detiene di suo come paese fondatore del progetto europeo: l’hanno ben capito i governi di Ungheria e Polonia, e poi il Rassemblement National, Vox, Alba Dorata, che hanno festeggiato la vittoria di Fratelli d’Italia come se fosse la propria. Insomma, le elezioni italiane più che essere nella scia tracciano un percorso e valgono il doppio, hanno avuto da subito una dimensione internazionale. E vale il doppio anche la dolorosa apatia che le ha accompagnate, e ne accompagna il seguito.</p>
<p>Quando sui miei vent’anni sono arrivato per i miei studi a Parigi mi ha molto colpito una frase di Cocteau: <em>les italiens sont des français de bonne humeur</em>. Per qualche tempo è diventata per me una sorta di mantra, che mi confortava non solo sull’incontenibile allegria e spontaneità dei miei compatrioti italiani, ma anche sulla scontrosità, sulla formalità ingessata dei francesi: la battuta insomma si era gonfiata in una sorta di minianalisi sociologica. Attraverso questo e altri simili stereotipi, positivi o negativi, ho felicemente viaggiato per anni, per piano piano, inconsapevolmente, eroderli, sfumarli, da un lato e dall’altro. E oggi, se dovessi fotografare con un’istantanea la mia  percezione dei due paesi – ma questa volta so che si tratta di una battuta, di uno stimolo di partenza, non di un’analisi sociologica: le culture sono come si è detto organismi complessi e pieni di contraddizioni – mi verrebbe da rovesciarla, la frase di Cocteau: sono gli italiani a risultarmi tristi, a volte cinici, i francesi, tra i quali vivo, più gioiosi, più sognatori e pugnaci – soprattutto i giovani, che costituzionalmente rappresentano il futuro: la Francia del resto, come altri paesi d’Europa, è piena di centinaia di migliaia di ragazzi italiani, che in Italia mancavano appunto di prospettiva.</p>
<p>(Donne, uomini e bambini che escono dall’Italia, donne, uomini e bambini che ci entrano: ho passato giorni e giorni a leggere statistiche, numeri, uno diverso dall’altro e tutti meritevoli di essere analizzati. Tutti comunque, impietosamente, arrivano a una stessa conclusione: l’emigrazione italiana è in costante crescita, e sfiora oramai i livelli dell’immediato dopoguerra, ma soprattutto è di gran lunga superiore, anno dopo anno, all’immigrazione – il che, anche considerando il costante calo demografico che fa dell’Italia uno dei paesi più vecchi al mondo, spiega bene, al di là della propaganda, quale sia la vera emergenza del paese e come questo avrebbe bisogno non di respingere ma di accogliere, di più e meglio, se si vuole rilanciare, se non vuole scomparire&#8230;).</p>
<p>Dei tanti aspetti di questa apatia, di questa distrazione, uno mi stupisce e mi interroga particolarmente: a parte qualche salutare eccezione, gli intellettuali italiani tacciono. O meglio, alcuni si sono specializzati a dibattere nei talkshow, la cui portata si esaurisce per definizione all’interno della chiacchiera teletrasmessa, altri si occupano delle loro cose, cioè del loro lavoro, e magari si isolano, si barricano dentro di quello, alcuni esercitando una sorta di antifascismo interiore. Intendiamoci, quel lavoro sa ancora essere di grande qualità, la cosiddetta letteratura critica continua a produrre opere, articoli originali che sorprendono, fanno riflettere – tuttavia, non a caso, da qualche anno a questa parte ha accentuato la propria tendenza necrofila: si moltiplicano le commemorazioni e i tour per celebrare questo o quello scrittore dei bei tempi andati, ma non per proiettarlo nella vita – come i bravi professori cercavano di fare a scuola –  ma per trincerarcisi dentro, come per sfuggire, difendersi dal tempo presente. Quasi mai infatti la parola degli intellettuali, che sia direttamente o indirettamente politica, è concepita per uscire dal cerchio dei propri pari e adepti, il loro legame con la società è sostanzialmente spezzato, persino il sapere critico elaborato dentro le università, che dovrebbero essere luoghi aperti per eccellenza, resta confinato tra le mura sempre più ispessite dell’accademia, separato dal mondo di fuori. Fuori circolano invece fra la gente, con inesauribile vitalità, le imitazioni, le satire, i guizzi dei comici, alcuni geniali: ma possono i comici sostituire la riflessione e la politica? Insomma, vista dalla Francia, l’Italia mi sembra un paese che si chiude in se stesso, nutrendosi di un edonismo stanco, per cui l’aperitivo con gli amici diventa l’obiettivo della giornata: come se la famosa dolce vita italiana, la capacità di perdere tempo e di scherzare, di ridere, lo straordinario senso dell’umorismo, quello star seduto al bar, quel passeggiare chiacchierando liberamente, gratuitamente, rivelassero improvvisamente il loro lato tragico, anche oscuro&#8230; L’Italia si diverte ed è depressa, i giovani sognano di scappare. E a volte, sempre di più, tornandoci mi sembra che sia stato un sogno, un’illusione, il paese che mi ha formato ed educato, quello che mi hanno trasmesso i miei genitori: e che comunque non esista più. (Scrivendo questo paragrafo avevo per così dire l’impressione che Leopardi stesse seduto sulla scrivania e soggiungesse: <em>lo vedi? già scrivevo più o meno le stesse cose, esattamente due secoli fa&#8230;</em>)</p>
<p>Qualche eccezione, lo dicevo, qualche scintilla c’è, fra gli intellettuali come fra la popolazione in generale, ma il quadro complessivo – rispetto al resto d’Europa – è singolarmente avvilente, esangue: basti pensare a com’erano diversamente reattivi la sinistra, i sindacati – sia pur sulla via dell’evaporazione – ancora durante il ventennio berlusconiano. E credo che chi aspira a riorganizzare una sinistra frantumata, o appunto evaporata, dovrebbe poter nominare questo problema, guardarlo in faccia, e partire da là. A me, a ogni ritorno, o semplicemente ogni volta che ci ho a che fare attraverso i tentacoli di un’amministrazione che non di rado perseguita i suoi <em>soggetti</em> anche all’estero, la società italiana appare come una palude (Pontiggia&#8230;), avvolta da una sospensione incantata, e strangolata dall’eterno labirinto legislativo della sua ipertrofica burocrazia (Manzoni&#8230;): sembra che nulla succeda – succedono in realtà molte cose, ma subìte – mentre sotto avanzano, s’infiltrano le idee velenose, come se niente fosse&#8230; Comunque mai come adesso, in questo ragionamento, sarei felice di sbagliarmi, di essere appunto vittima di un’illusione ottica prodotta dal mio lontano-vicino, e scrivo anche nella speranza che qualche amico mi dica, mi dimostri, che le eccezioni, le scintille, sono molto più numerose e vivaci, e che le buone idee escono fuori dai luoghi del sapere e circolano nella società molto di più di quel che vedo io, dalla Francia. In ogni caso non scrivo per parlar male, o lamentarmi, ma perché credo che sia necessario, dentro e fuori l’Italia, riannodare tutti i fili che possano animare un progetto di resistenza e di speranza.</p>
<h3 style="text-align: center;">⇓</h3>
<p style="text-align: center;"><em>Continua&#8230;</em></p>
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		<title>1922-2022:  tre piste di riflessione dopo il voto del 25 settembre in Italia # 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 06:13:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
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		<category><![CDATA[Movimento Sociale Italiano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><span style="background-color: #ffffff; color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Ho vissuto in Italia i primi vent’anni della mia vita, e altrove i successivi quaranta: ma in Italia sono tornato regolarmente, almeno una volta l’anno, soprattutto per via di alcuni affetti preziosi che ancora ci vivono, registrandone attraverso il tempo mutamenti più o meno significativi. È questa distanza partecipe che ha orientato le mie impressioni sul voto del 25 settembre, sulla campagna elettorale che lo ha preceduto e sulle reazioni, o i silenzi, che ha provocato nelle settimane che lo hanno seguito, in particolare imponendomi all’attenzione questioni che nella discussione italiana sono meno o per nulla considerate, o comunque facilmente risolte con formule che a me, da questo mio punto di vista lontano-vicino, appaiono spesso come luoghi comuni. Vorrei condividere queste impressioni, questi abbozzi di riflessione, forse più antropologiche – o persino in parte sentimentali – che politiche, con gli amici italofili o italiani che come me non abitano in Italia, e con quelli che continuano ad abitarci.</p>
<ol>
<li><strong>Il fascismo</strong></li>
</ol>
<p>In Italia c’è da tempo un gran ripetere che non esiste più un pericolo fascista. Anno dopo anno sempre più forte e aggressiva nella società come nel parlamento, lo ha frequentemente ripetuto la destra radicale, dapprima suadente poi via via più sprezzante, fiera: <em>Non siamo fascisti</em>, volentieri precisando che non possono esserlo perché il fascismo non esiste più, non ha più senso (e dunque, va da sé, non ne ha più neanche l’antifascismo&#8230;). Ma, sia pur in una diversa prospettiva, lo han ripetuto non pochi dei loro avversari a sinistra, o per dir meglio, nel campo che si richiama al progressismo: <em>Non sono fascisti, il fascismo non può tornare</em>,<em> appartiene alla storia</em>, spesso precisando che la destra va combattuta, certo, ma il voto deve essere rispettato, la democrazia è solida, etc. Per i primi, si è trattato innanzitutto di un modo di farsi accettare, di rassicurare – più l’Europa che l’Italia, dove la parola <em>fascismo</em> oramai non crea più il rigetto di una volta – nella loro marcia trionfale verso il potere, e del resto il ritornello sta nel contempo mutando di colore e perdendo in intensità ora che al potere ci sono arrivati; per i secondi, viceversa, si è trattato di un modo di rassicurare se stessi, di addomesticare la possibile sconfitta, con il ritornello che si è intensificato nel mentre quella sconfitta assumeva i contorni dell’apocalisse, quasi che il negare il pericolo ne dissolvesse la realtà: un po’ come quando si evita di pronunciare il nome di una grave malattia, perché il semplice nominarla la renderebbe irreversibile, costringendoci a cambiar vita per combatterla.</p>
<p>Ora il pericolo, anzi, il fascismo, in Italia esiste, non è mai morto, e non è mai stato tanto florido come oggi – anche se certo non si tratta del fascismo storico, quello del manganello e dell’olio di ricino, perché la storia non si replica: e su questo ha buon gioco Giorgia Meloni a ridicolizzare l’accusa che le è, sempre di meno per altro, rivolta. Ma di cosa si tratta, allora?</p>
<p>Innanzitutto, a un livello più profondo, sotterraneo, va considerato quello che Carlo Levi ha definito &#8220;l’eterno fascismo italiano&#8221; [<a href="https://altritaliani.net/leterno-fascismo-italiano/">L’eterno fascismo italiano (altritaliani.net)</a>], e su cui hanno aggiunto del proprio tanti altri scrittori e artisti (Sciascia, Consolo, Camilleri, Fellini, etc. per non citare che quelli che ho avuto modo di riavvicinare negli ultimi tempi): il lungo Ventennio mussoliniano ne è stato solo uno straordinario momento di compiuta apoteosi; i molti anni di Berlusconi (di nuovo, più o meno un ventennio&#8230;) e quelli più recenti e meno numerosi di Salvini lo hanno prepotentemente riportato alla luce, con le sue pulsioni, i suoi tic, i suoi luoghi comuni&#8230; Il termine “eterno” tuttavia non deve trarre in inganno: non rimanda a una presunta italianità innata, quanto a un terreno, a una predisposizione culturale composita che si è formata in un largo movimento della storia e i cui tratti hanno finito con l’infiltrare – come se fosse appunto da sempre – la società italiana.</p>
<p>Del resto è Manzoni, con <em>I</em> <em>promessi sposi</em>, a offrirne una delle più acute e inalterabilmente attuali descrizioni, come se questo romanzo del XIX secolo (la versione finale è del 1840) che retrocede l’azione nella pre-Italia del XVII avesse acquisito, attraverso l’immortalante caratterizzazione dei personaggi che mette in scena, la capacità di navigare attraverso il tempo, anticipando il futuro: che si pensi fra i più significativi al mediocre tiranno Don Rodrigo e alla corte dei mediocri e cinici asserviti che gli gira intorno, dal frivolo conversatore cugino Attilio al cialtronesco avvocato Azzecca-garbugli, con l’incomprensibile intrico di <em>grida</em> leggi e pene che lo aiuta e aiuta in generale l’oppressore contro l’oppresso, affermando tutto e il contrario di tutto; o ancora al vanesio e ridicolo politicante Conte zio, gonfio del proprio vano prestigio, o al Griso, al Nibbio, allo Sfregiato e agli altri <em>bravi</em>, gli scherani del potente don Rodrigo o dell’ancor più potente Innominato; e soprattutto a Don Abbondio, il prete codardo e <em>arrangione</em>, disposto a sottomettersi a qualunque potente in cambio della sua piccola ed egoista tranquillità domestica (il cattolico – convertito – Manzoni è stato vicino al pensiero illuminista e al protestantesimo versione giansenista e non esita ad denunciare il vizio insito nella struttura ecclesiastica), non a caso è Alberto Sordi, vera e propria incarnazione della viltà furba e meschina della <em>piccola </em>Italia, a rappresentarlo nel celebre sceneggiato televisivo della fine anni Ottanta. (Ovviamente nei <em>Promessi Sposi</em>, come anche in Italia, oltre ai <em>vizi </em>ci sono le <em>virtù</em>: ma, nonostante il lieto fine, Manzoni è decisamente più abile nell’eternizzare i primi che le seconde: forse perché i primi esistono veramente, le seconde sono soprattutto delle aspirazioni.).</p>
<p>Anzi, pochi anni prima dei <em>Promessi </em>Sposi – o se se si preferisce parallelamente alle prime versioni del romanzo – alcuni di questi <em>vizi </em>insieme ad altri li aveva già descritti Leopardi, con identica capacità di navigazione attraverso le epoche, anche se su un piano più filosofico, nel<em> Discorso sopra lo stato presente del costume degli Italiani</em> (1824 – e si noti che sia Manzoni che Leopardi pensano e scrivono <em>prima </em>della nascita istituzionale dell’Italia&#8230;). Ora, appunto, non sono più i personaggi emblematici a parlare, ma lo scheletro stesso della nazione, in modo ancora più crudo, attraverso alcune sconvolgenti <em>generalità</em>: in primis, quella da cui derivano tutte le altre, la mancanza di <em>società stretta</em>, la società cioè considerata nel senso del rapporto <em>più intimo</em> che gli individui hanno fra di loro, nella quale ognuno tiene conto di tutti gli altri – e dietro appunto, di conseguenza, la generale assenza di centro, la poca cura che si ha verso il proprio onore, l’indifferenza all’opinione pubblica, il cinismo sociale, la forte predisposizione a ridere di tutto e di tutti che va insieme all’incapacità politica etc. Con una radicalità assoluta: le possibili <em>virtù</em> stanno infatti sullo sfondo, sono ombre che accompagnano i <em>vizi</em>, in un certo senso li definiscono, non hanno esistenza propria, non interessano comunque Leopardi; e in realtà non si dovrebbe neanche parlare di <em>vizi </em>e <em>virtù</em>, ma semplicemente di incurabili peculiarità, analizzate con l’impassibile occhio clinico del chirurgo, o dell’entomologo. Qui insomma non è previsto nessun lieto fine.</p>
<p>Andrebbero entrambi riletti, il romanzo di Manzoni e il <em>discorso </em>di Leopardi, insieme agli scritti storico-politici di Piero Gobetti, che interpretò il fascismo – per riassumerlo con la sua celebre formula – come l’<em>autobiografia della nazione</em>. Se dovessi molto liberamente, anche attraverso la griglia storica che mi viene dai miei studi, intrecciarli insieme tutti e tre (anzi tutti e quattro, con Carlo Levi), direi: l’Italia, arroccandosi  sulla Controriforma, o meglio, non essendo neanche sfiorata dalla Riforma – una Controriforma senza Riforma insomma! – è rimasta più o meno impermeabile alla modernità, immatura, strutturalmente dominata dall’ideologia piccolo-borghese, caratterizzandosi con una mancanza di autonomia, di vita libera, o più semplicemente di società autentica, nel senso del vivere insieme, anche per via di una disposizione (nel senso collettivo della <em>polis</em>, del vivere insieme) alla servitù volontaria e al cinismo, all’indifferenza per il bene comune – il che significa anche la preminenza del senso comico rispetto a quello civico – al quale sempre si preferiscono le diverse forme di famiglia&#8230; In questa direzione, il fascismo è una malattia soggiacente, cronica, una vocazione culturale prima ancora che politica, che come l’araba fenice sempre può rinascere dalle sue ceneri. E l’antifascismo la cura, l’antidoto – anch’esso per fortuna appartenente alla storia italiana! – l’unica possibilità di riscatto&#8230;</p>
<p>Va quindi considerato un secondo elemento, più drammaticamente concreto e squisitamente storico, nel senso della storia più vicina, breve. La Resistenza, che ha appunto permesso di riscattare la vergogna del Ventennio, ha di fatto, soprattutto ai suoi inizi, mobilitato un’esigua minoranza di italiani in una piccola parte del paese, facendosi più consistente solo dopo l’evidenza della disfatta. In questo senso, guardando indietro nel tempo attraverso quasi ottant’anni di vita nazionale (che in tutto, lo si ricordi, ne conta poco più di centocinquanta), non si può non constatare che questa gloriosa pagina della storia italiana è stata anche la foglia di fico che in qualche modo ha permesso di non vedere, di evitare un reale lavoro di memoria: l’Italia, vuoi per adesione vuoi per indifferenza, era stata globalmente fascista, e il fascismo, i suoi uomini, non si sono evaporati per magia dopo il 1945, ma – anche grazie a consistenti provvedimenti di amnistia – sono materialmente passati dentro gli apparati pubblici, la burocrazia, i luoghi di lavoro della nascente Repubblica italiana – ed è stata un’infiltrazione capillare, profonda. E poi c’è stato il Movimento Sociale Italiano (MSI), fondato da reduci della Repubblica Sociale Italiana e del Regime, Giorgio Almirante in testa, un partito consapevolmente, volutamente fascista, anti-democratico, anche se via via con qualche aggiustamento più di facciata che di sostanza, che <em>costituzionalmente</em>  sarebbe dovuto essere fuorilegge – ricordate? articolo 12 delle disposizioni transitorie e finali:  <em>È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista</em> – e invece è stato sin dall’inizio presente nel Parlamento, nonché dentro la società, più o meno oscuramente legato alle diverse trame nere che hanno avvelenato la vita del paese. Berlusconi ha avuto per così dire il merito di ridare legittimità, forza, blasone a questa destra radicale e a idee, gesti, simboli, che nella Prima Repubblica erano ufficialmente fuori dal cosiddetto arco costituzionale, e di annacquare il termine “fascista”, al suo posto trasformando “comunista” in insulto (i comunisti, lo ricordiamo, ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza, e poi nella scrittura della Costituzione). Quella che un tempo si chiamava maggioranza silenziosa è tornata, e rumorosamente, a parlare, è diventata la spina dorsale del paese. Ed ecco, come a compiere la parabola iniziata nel 1994 con la prima vittoria del Cavaliere, che oggi a vincere le elezioni c’è un partito che se, va ripetuto, non si richiama al Ventennio, si vuole esplicitamente diretto erede, financo in alcuni suoi elementi chiave, del MSI, a cominciare dall’assunzione come suo simbolo rappresentativo dell’infausta fiamma tricolore. Con un sintomatico rovesciamento: se un tempo il partito di Berlusconi ha guidato, come elemento principale, coalizioni di centrodestra in cui rappresentava la destra, oggi fa parte di una coalizione di cui rappresenta, come partitino comprimario, il centro moderato – di conseguenza sarebbe forse più chiaro parlare di coalizione di “estrema destra-destra”. E c’è anche, come emblematica ciliegina sulla torta, il ritorno in senato di Berlusconi in persona, nove anni dopo la sua decadenza per via della legge anti-corruzione detta Severino (che ora la destra a lui più vicina vorrebbe non a caso cambiare nella sostanza).</p>
<p>Insomma, il fascismo del 1922 non è tornato né sta per tornare, ma se questa destra governerà per qualche anno – e non vedo nell’immediato cosa potrebbe impedirglielo – la Repubblica nata dalla Resistenza, l’antifascismo con i suoi simboli, a partire da diversi nomi delle strade, delle piazze, dei ministeri, etc., i libri di testo nelle scuole, la Costituzione, e dietro tutte le battaglie per i diritti civili e sociali, saranno (già lo sono) oggetto di un attacco costante, e senza precedenti: anche se probabilmente tale attacco, considerando la notevole intelligenza politica e retorica di chi questa destra la dirige, non si farà in modo lineare e frontale, ma come dire, dal di dentro, localmente (i segni già si moltiplicano&#8230;) sotto la spinta di una subdola e questa sì senza mezzi termini riscrittura della Storia: cambiare il passato per regnare sul presente – il discorso di insediamente del(la) neo-nominat(a) Presidente del Consiglio è in questa prospettiva esemplare. L’Italia in altri termini non si avvia – probabilmente – a essere fascista, ma si avvia decisamente a non essere più antifascista, risvegliando valori, parole, gesti, simboli evidentemente soltanto sopiti, in totale antitesi con quelli che nei cinquant’anni successivi alla guerra hanno fatto, socialmente, civilmente, culturalmente, la forza di un paese avido di futuro, e sino a qualche anno fa ancora avvolti dalla vergogna. Il mutamento è epocale, antropologico, ben più che politico – si provi a immaginare, secondo scenari ovviamente molto diversi, se la Francia si svincolasse dalla Rivoluzione del 1789, o la Germania dalla pregiudiziale anti-nazista, o ancora gli Stati Uniti dichiarassero che la lotta al razzismo non ha più senso&#8230; – e come tale non è certo istantaneo, matura da tempo. Di fatto, quelle parole, quei gesti, simboli e valori circolano già da diversi anni, diventando più forti, più banali a ogni giro di calendario, e rivelandosi anche nei più piccoli dettagli: le esternazioni di un barista romano o palermitano, i malumori della gente al mercato, o in qualche luogo di lavoro, con ricche variazioni di esterofobia, gli scambi, le chiacchiere ad alta voce di sempre più numerosi turisti nel metro parigino, o in fila per prendere l’aereo che li riporti a casa o per salire al Partenone di Atene (cito a caso ricordando episodi di cui sono stato testimone e che negli anni si sono fatti sempre più frequenti). È come se l’immagine dell’italiano medio stesse cambiando colore – la leggendaria bonomia lascia gradualmente il posto a un livoroso incattivimento&#8230; – e il paese si isolasse sempre di più, si avvitasse su se stesso: nel senso di quell’<em>autobiografia della nazione</em> di cui dicevo prima. Tuttavia un paese non è mai un paese solo, ma molti: così, mentre la nuova-antica Italia si andava via via risvegliando, l’altra Italia, quella diciamo della <em>Repubblica nata dalla Resistenza</em>, o almeno dei suoi settori più a sinistra, ha via via perso la sua capacità collettiva di resistere, di manifestare il dissenso, di progettare il futuro, sino a cadere in una sorta di rassegnata letargia, se non direttamente a scomparire. Ecco, in questa prospettiva le ultime elezioni sono semplicemente il sigillo, la sentenza che rende ufficiale una situazione già esistente, come anche un’ulteriore, significativa scossa, un poderoso squillo di tromba, le cui conseguenze non sono ancora misurabili.</p>
<p>Questa <em>nuova destra al passo coi tempi </em>(formuletta&#8230;) ormai dichiara apertamente di voler cambiare in profondità l’Italia, anzi, la Nazione; molti suoi avversari sdrammatizzano dicendo – è una formula anche questa – <em>non cambierà nulla, come sempre! </em>E da un certo punto di vista è vero perché, come scriveva Giuseppe Pontiggia, l’Italia è il paese delle <em>Sabbie immobili</em> – anche nel senso di quel che scriveva nel <em>Gattopardo</em> Lampedusa: <em>Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi&#8230; </em>Si tratta tuttavia, per così dire, di un’immobilità dinamica e pericolosa, perché riafferma un’antica e radicata prospettiva della storia nazionale. Eh già&#8230;: <em>Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta&#8230; </em>(O anche appunto, per qualificare questo <em>risveglio </em>con un’epentesi: &#8230; <em>s’è dest</em><strong>r</strong>a&#8230;)</p>
<p><em>[Continua&#8230;]</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Le virtù dimenticate del silenzio: i social, il covid, la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 04:29:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Giuseppe A. Samonà </strong><br />Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo: ne ho anche scritto in un paio di occasioni proprio su questo sito (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/">L’INVOLUZIONE DIGITALE | NAZIONE INDIANA</a>; e poi in risposta a un ottimo articolo di Andrea Inglese, che peraltro solleva molti dei temi a me più cari: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/">Umanisti del nuovo secolo e sottomissione tecnologica | NAZIONE INDIANA</a>). Se dovessi riassumere con una formula la mia (e di altri) prospettiva – ma attenzione, il mini-abstract “parla” solo a chi ha già avuto modo di interessarsi a questi temi, altrimenti suona come un lungo, incomprensibile slogan – direi: questa “rivoluzione”, con l’accelerazione e le promesse di comunicazione totale ch’essa implica, non costituisce l’ineluttabile progresso, ma una delle sue possibili vie, come strumento primo e indispensabile del progetto dell’ultimo capitalismo neoliberale, in cui la supposta gratuità dei mezzi si fonda sulla concreta schiavitù degli utenti che producono profitto alienato, e la promessa libertà illimitata è uno specchietto per le allodole che organizza sotterraneamente un feroce controllo sociale.</p>
<p>Ora fra i tanti aspetti di questo complesso sistema, il quale costituisce oramai l’indispensabile scheletro che tiene insieme gli scambi attraverso il mondo umano, ce n’è uno che di recente, prima con la pandemia e dal febbraio 2022 con la guerra, ha assunto un rilievo straordinario, operando un vero e proprio salto di qualità (e mentre scrivo mi accorgo che questo processo aveva cominciato a delinearsi già con l’emergenza terrorismo): la bipolarizzazione della realtà, della sua comprensione, semplificata e organizzata come se fosse uno scontro fra due fazioni radicalmente opposte che si affrontano dentro uno stadio, la cui posta in gioco è l’annientamento dell’una o dell’altra, con gli utenti-spettatori tutt’intorno che da un lato non possono che fare fanaticamente il tifo, dall’altro entrano loro stessi in campo a dar manforte all’una o all’altra squadra&#8230; Il virus ha esercitato una sorta di fascinazione, anche per via del linguaggio di guerra che è stato forgiato per contrastarlo (e per altro non è improbabile che si ricominci), proliferando facilmente attraverso un mezzo, i social, che per propria natura inducono alla compulsione e alla dipendenza; e adesso che la guerra, quella vera, si combatte nel cuore dell’Europa (uno dei curiosi effetti della nostra fedeltà al Patto Atlantico sta nel farci percepire i paesi dell’Est “ai margini” del nostro continente, di cui invece geograficamente e culturalmente fanno parte a pieno diritto), quella fascinazione è diventata ipnosi: perché la guerra, da sempre, ipnotizza chi la osserva dal di fuori, ed è anche contro questo rischio che dovremmo lottare, pensare, per non lasciarci risucchiare dentro. In questa pericolosa prospettiva, come e ancor più di prima con il virus, quasi tutti dentro i social si sentono obbligati a dire quotidianamente la loro su questa orrenda guerra, a commentarla, classificarla, stigmatizzarla, con una sorta di vociare ininterrotto che risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria presenza: <em>Attenzione, ci sono anch’io</em>, come se l’esprimersi senza sosta equivalesse a una concreta azione di resistenza e il restare silenziosi – silenziosi nei social&#8230; – un’inconcepibile resa. Intendiamoci, nei social esistono mille posizioni, in Facebook ad esempio leggo a volte alcuni post di amici che mi aiutano a capire, insieme ad alcuni utili articoli che diversamente mi sfuggirebbero: ma il problema è che il flusso ininterrotto, i titoli messi in avanti per fare uscire la testa fuori dal flusso, per attirare l’attenzione, la coda delle discussioni che rapidamente si fanno rissa, organizzano comunque il mondo in due. Sugli opposti slogan si “discute”, ci si azzanna, non sulle idee, sulle analisi: del resto nessuno, là dentro, ha veramente la possibilità, o la voglia, di confrontare le proprie, non c’è dialogo, solo applauso o riprovazione.</p>
<p>(<em>Ma come?</em> – si potrebbe dire – <em>ma allora lo usi?</em> Sì, lo confesso, un paio di volte a settimana torno su Facebook: da un lato, appunto, come terreno di indagine sociologica; dall’altro, più sobriamente, come veloce rassegna stampa, o come dicevo per andarmi silenziosamente a leggere quei preziosi quattro o cinque amici, e articoli&#8230; Tuttavia, proprio da quando è cominciata la pandemia, mi sono imposto di non usarlo più per discutere, e di pubblicarci solo quello che è direttamente connesso con il mio lavoro, per esempio, adesso, questo pezzo. Certo, può capitare che il post di un amico/a mi trovi d’accordo, mi stimoli: ma allora, anche se è assai più lento, gli/le scrivo in privato; viceversa, può succedere, succede assai spesso, che alcuni commenti mi facciano venire il sangue agli occhi, e il dito mi pruda: ma mi freno, ed esco fuori, convinto come sono della totale inutilità, anzi, <em>dannosità</em>, di qualunque “discussione” là dentro – e anche del rischio, proprio ad ogni ex fumatore che ogni tanto si concede qualche tiro, di ricadere nell’antica droga&#8230;)</p>
<p>Il covid e la guerra dunque hanno esasperato la tendenza alla bipolarizzazione insita nel modo di funzionare dei social; e di più, hanno spinto questa bipolarizzazione a esondare dal suo campo di azione virtuale, contagiando più o meno ampi settori della società. Il fenomeno è internazionale: tuttavia, in tale direzione, l’Italia ha costituito un laboratorio particolarmente fecondo, nel senso che questa bipolarizzazione si è letteralmente impossessata dei principali mezzi di comunicazione tradizionale, giornali e televisione (la radio si è protetta di più); questi, di conseguenza, hanno assunto toni di una violenza inimmaginabili altrove nel mondo Occidentale, di fatto soffocando sul nascere – com’è appunto proprio dei social – qualunque vera analisi e discussione. Non saprei dire se questa esasperazione del dibattito pubblico italiano risponda a caratteristiche proprie al paese, per via di un suo atavico carattere melodrammatico, o se invece in questo l’Italia costituisca una sorta di avanguardia, persino un modello – nel bene e nel male non sarebbe la prima volta – di qualcosa che è destinato ad affermarsi su larga scala, una sorta di nuovo modo di fare informazione: sia come sia, in queste due crisi mondiali, giornali e televisioni di altri paesi storicamente vicini hanno meglio difeso la propria autonomia di linguaggio. Preciso anche che questa è un’ipotesi che si è affacciata alla mia mente cammin facendo, e non ha nulla di definitivo né di esaustivo, limitandosi a un numero ridotto anche se già significativo di paesi e di media: si è andata formando durante i due anni di pandemia, nel confronto – ecco, dichiaro le mie fonti – tra i giornali italiani “classici” (principalmente La Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera, ed altri più recenti come Il Foglio, il Fatto Quotidiano, etc., con l’encomiabile eccezione del Manifesto e – per me è stata una scoperta – dell’Avvenire) e alcuni loro omologhi francesi (principalmente Le Monde, Libération, poi Le Figaro e altri), spagnoli (principalmente El País, elDiario.es), britannici (The Guardian, The Indipendent, poi The Times), statunitensi (The New York Times, The Washington Post), che ho l’abitudine quotidiana se non di leggere almeno di consultare, soprattutto quando ci sono eventi cruciali; infine, quando l’ipotesi aveva cominciato a prendere corpo, ho allargato il confronto a telegiornali, reportage e dibattiti televisivi, sia pur con ineguale frequentazione (Rai 1, 2, 3, La 7; TF1, France 2, France 5, C 8, Arte; La 1, La 2, La Sexta; CNN e BBC – va detto che generalmente non guardo la televisione: si è trattato dunque di una vera e propria, e molto faticosa, ricerca sul campo, con brevi e saltuari “assaggi” per il covid, e una più lunga intensa immersione di una decina di giorni consecutivi per la guerra).</p>
<p>Insomma, in Italia in modo ben più netto e uniforme che altrove, giornali e televisioni hanno ripreso e amplificato la bipolarizzazione propria dei social, li hanno inseguiti, sono diventati in certo senso più social dei social; più che altrove, durante la pandemia, si è data forma di categoria a una vasta galassia di sensibilità, opinioni, riflessioni diversissime fra di loro: che si pensasse che dentro il vaccino ci fosse sciolto un microchip attraverso cui Bill Gates o Soros avrebbero controllato il mondo, e che magari il covid non esistesse, o fosse opera dei Cinesi per dominare l’Occidente, etc., o invece che, pur essendo vaccinati e convinti della sciagurata esistenza del virus, etc., ci si interrogasse sulla necessità della terza o quarta dose, o sull’efficacia di questa o quella misura di contenimento, e sul suo possibile danno per la democrazia, per l’equilibrio psicologico degli individui, o ancora sui profitti delle case farmaceutiche, etc., nel giro di pochi scambi si finiva di fatto per essere più o meno esplicitamente stigmatizzati come No-vax. Certo, le bufale, le falsificazioni, che esistono da sempre, sono state moltiplicate, diffuse dai social come mai prima – e di più: su un tale terreno straordinariamente propizio, le fake news (secondo la terminologia ormai in voga) hanno finito per modificare in profondità lo stesso rapporto che la società intrattiene con la realtà: se un’opinione, per il semplice fatto di essere espressa, diventa appunto un fatto, la comprensione, la ricerca della verità sono destinate sul nascere a naufragare. Questa confusione, come le idee realmente negazioniste e complottiste che l’alimentano, vanno ovviamente combattutte, col ragionamento, con l’analisi, con la difesa dei fatti, dei dati, e sempre deve insospettire in tal senso ogni discorso che inizia criticando la  narrazione “ufficiale” o il “mainstream”: le stesse espressioni anzi dovrebbero scatenare una sana urticaria. Tuttavia durante la crisi del covid, insieme alla moltiplicazione delle fake, si è anche creata una pietrificazione delle idee, del pensiero oggetto di critica da parte di tali fake: da riflessivo, eventualmente pedagogico, appunto analitico, questo si è fatto dogmatico, coercitivo, arrogante, con un irrigidimento ideologico, una sicurezza di giudizio insofferente a qualunque critica, sfumatura, dubbio, anche ragionevole – e i media, anche fuori dai social, più che informare, analizzare, problematizzare (questo dovrebbe essere il loro compito) si sono spesso ritrovati a scandire ingiunzioni, farsi portavoce delle “linee guida” (altra espressione da urticaria) sanitarie o governative, alimentare la paura, far montare l’emotività, anche abusando di termini come “negazionismo” o “complottismo” distribuiti con troppa facilità (il terribile vocabolario della Shoah necessiterebbe un uso accorto, meditato&#8230; non a caso ora che c’è la guerra un altro termine a rischio di uso improprio è “genocidio”&#8230; ): e il dibattito, quello che avrebbe dovuto essere il dibattito, utile a far ragionare la gente, si è trasformato in una vera e propria guerra di religione – con la conseguenza, fra altre, di contribuire alla radicalizzazione di chi complottista e negazionista lo era veramente.</p>
<p>Lo dicevo, l’esondazione è una tendenza internazionale, ma in Italia ha assunto livelli inimaginabili in altri paesi (non a caso il movimento No-vax è stato più violento ed esasperato che altrove&#8230;), anche aiutandosi con la creatività deamicisiana propria del Belpaese (ho battezzato il file in cui ho raccolto i titoli più significativi in periodo di pandemia con le prime parole di un titolone di Repubblica, bello grande in prima pagina: <em>La mamma in agonia al figlio No-vax: “mettiti la mascherina&#8230;”</em>). Succedeva insomma anche negli altri paesi, ma con più misura, con meno fanatismo, con più possibilità di contraddittorio: per esempio, tanto per mischiare un po’ l’ieri con l’oggi, Jean-Luc Mélenchon, presidente del primo partito della sinistra francese, che ha sfiorato il passaggio al secondo turno delle presidenziali, si è opposto a diverse misure di lotta contro il virus, fra cui il pass sanitario e ancor di più vaccinale, ha difeso il vaccino ma lo ha qualificato di racchetta bucata, ha denunciato l’opacità delle case farmaceutiche, e come lui diversi altri intellettuali, senza che nessuno dei grandi giornali o televisioni li abbia attaccati come complottisti o negazionisti&#8230;</p>
<p>Piccolo stacco, o parentesi, prendendo in prestito e riassumendo, adattando, una riflessione che avevo elaborato in un convegno su Sciascia tenutosi a Parigi nel 2019 (<em>La letteratura come </em>non <em>menzogna, </em>Todomodo, X, 2020: 108-118). Esiste una tensione scrittura-oralità, un’ambivalenza nei confronti della parola scritta che corre lungo tutta la cultura Occidentale. Anzi, da Platone a Lévi-Strauss, passando per Rousseau, esiste una vera propria ostilità nei confronti della scrittura, che ucciderebbe la vita, ogni suo segno significante costituendo una sorta di tomba che blocca la parola viva. Così Platone, i cui scritti rappresentano uno dei momenti più alti della storia umana, nutriva per la marmorea morta scrittura un’argomentata diffidenza, al punto che – secondo alcune interpretazioni – avrebbe affidato alla vitale multiforme “parola alata” la parte più preziosa del suo insegnamento. Ma si potrebbe andare ancora più indietro, ricordando che la prima menzione di scrittura della nostra cultura si trova nell’”oralissimo” Omero, con il celebre mito di Bellerofonte messaggero in Iliade VI (poi ripreso da Rousseau, Lévi-Strauss, Derrida&#8230;), in cui le “parole mortifere” impresse nella tavoletta che ha il compito di consegnare al re della Licia dovrebbero appunto sentenziarne la morte. In questa prospettiva i dialoghi di Platone, con la loro struttura (appunto dialogica), sarebbero un tentativo di aggirare, attutire la durezza del marmo, creando una parola che pur essendo scritta, cioè intombata, possa avere la levità, l’apertura della parola alata&#8230; Ecco, durante il covid, ho cominciato a pensare che i social avessero in un certo senso operato una rivoluzione simile, ma con finalità opposte: ora si doveva creare una parola che avesse la stessa velocità della parola alata, o quasi, ma che potesse colpire con la stessa durezza della parola scritta. Dalle mail collettive ai gruppi whatsapp  fino all’apoteosi delle discussioni  su Facebook, in molti abbiamo sperimentato quanto questo tipo di parola possa infiammare le “discussioni”, ferire, portare a rotture e contrapposizioni violente anche fra amici, molto di più di quanto non possa farlo quella “orale”, attorno a una tavola: perché parlando è sempre possibile tornare indietro, aggiustarsi, correggersi, mentre nella scrittura c’è qualcosa di irreversibile. Con un’eccezione importante (ma che rischia di essere contagiosa): la parola dei social, traccia scritta che si è ispirata alla velocità della comunicazione orale, ha imposto il suo stile, la sua rocciosità binaria, non solo alla maggior parte dei giornali, ma anche, con una sorta di ritorno alla sua fonte <em>alata</em>, a molta informazione televisiva, che oggi si caratterizza per un’accresciuta violenza e logica della bipolarizzazione. In particolare i talk show, che sono in senso proprio uno show della parola: di nuovo, questi non sono un’esclusività dell’Italia, ma mentre in altri paesi sono confinati ad alcune zone meno prestigiose della televisione, o comunque non sono loro che gestiscono l’informazione, in Italia ne costituiscono, trasversalmente a tutti i più importanti canali nazionali, il vettore principale, almeno sugli argomenti cruciali. <span style="text-decoration: line-through;"> </span></p>
<p>In questo senso, fa impressione come lo stesso impianto di discussione delineato per il covid, e spesso con gli stessi protagonisti ad occupare la scena, sia passato, senza soluzione di continuità, a occuparsi della guerra, raggiungendo in maniera del tutto appropriata l’acme della violenza e della bipolarizzazione: perché di questo è fatta l’ipnotica guerra. Per descrivere, analizzare un fenomeno non è necessario assumerne il linguaggio, anzi, la distanza, il non risonare insieme (come avvertiva il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto De Martino: <em>Mitsingen ist verboten&#8230; </em>) è fondamentale per capire. Ma, fatto straordinario, ecco che in Italia – un’anche rapida comparazione delle informazioni e dibattiti televisivi attraverso diversi paesi è da questo punto di vista veramente istruttiva – la stessa coreografia delle trasmissioni in cui si discute di guerra evoca la guerra, la tensione, la tenzone, anche con l’aiuto di un ricorso alle immagini ben superiore a quel che avviene altrove: quello che sembra ricercarsi, alla televisione come nei principali giornali, non è il confronto, la comprensione, ma lo scontro o viceversa (come avveniva per il covid) il consenso religioso a una visione del mondo, l’approvazione.</p>
<p>Naturalmente i negazionisti, i complottisti esistono anche in guerra, come sempre, per più o meno esplicitamente servire con i loro caratteristici rovesciamenti la parte “sbagliata”: l’aggressore diventa l’aggredito, la vittima il carnefice, gli eccidi un’invenzione. In questo senso, ad esempio, ha giustamente scandalizzato chi, per il massacro di Bucha, ha parlato di “messa in scena”,  lasciando intendere che quelle morti violente non fossero mai avvenute, fossero state prodotte a bella posta, etc. Eppure, al di là dello scandalo, andrebbe anche ricordato a un altro livello che, in senso stretto, un’immagine, una foto, un video, sono sempre una <em>messa in scena</em>: solo la loro analisi può renderli veramente significativi. Ora, soprattutto dalla prima guerra in Irak in poi, l’uso massiccio delle immagini annebbia più che chiarisce; anzi – basti pensare fra altri al loro uso nel conflitto medio-orientale – sono diventate esse stesse armi, fondamentali, con cui le parti si combattono per convincere delle proprie ragioni l’opinione pubblica interna ed esterna. La loro analisi, insomma, è indispensabile: ed è quella appunto che manca nell’informazione televisiva italiana, in cui le immagini arrivano senza filtro, per emozionare, commuovere (e anzi, spesso ci sono le immagini delle immagini: il volto commosso di questo o quell’invitato in studio che appare in un angolo dello schermo, mentre guarda questa o quella immagine&#8230;., con il pubblico, da casa, che guarda insieme, in una spirale di emozione, l’uno e l’altra&#8230;). Come non pensare, del resto, che il più spaventoso genocidio della nostra storia, la Shoah, si sia dimostrato, affermandosi come un’incontrovertibile evidenza, praticamente in assenza di immagini?</p>
<p>Intendiamoci, per non creare equivoci: emozionarsi, commuoversi, indignarsi di fronte all’ingiustizia, all’orrore, è giusto, è necessario, anche per poter capire – ma sovrapporre emozione, umanità, considerazioni geopolitiche, analisi storica, come se fossero una cosa sola porta inevitabilmente a considerazioni errate, quanto meno per i tempi, i modi, i toni: perché c’è un modo e un tempo, un tono per dire le cose. La parola, le parole “<em>social</em>izzate” – aggettivo, da social – dei dibattiti televisivi italiani, anche se a volte, come nei social stessi o nei giornali, veicolano individualmente contenuti realmente interessanti, magari utili, sono sempre stonate: per via del contesto (ci si faccia attenzione: gli studi televisivi sembrano già predisposti alla guerra!), dell’urlo sempre in agguato che si sovrappone a un intervento per introdurre, imporre il successivo, del ritmo frenetico con cui questi interventi si succedono e si sovrappongono, impedendone di fatto la loro attenta considerazione, la loro <em>digestione</em> – per altro, anche chi dice cose assennate assume troppo spesso il ruolo di personaggio di una sgangherata recita collettiva, peggio, finisce per essere ridotto a macchietta, stereotipo, slogan, diventa, pur se assennato, ridicolo, grottesco, macinato com’è nel teatro delle urla (e anche lui urlante), nel bombardamento di immagini e interventi volti a incendiarci il cuore con l’emozione, mai a farci ragionare. (A proposito di ridicolo: alcuni degli invitati di questi talk show sono chiamati al banco per nome e cognome, altri – soprattutto se donne e giovani – solo per nome, altri ancora come “professore”, “dottore”, “dottoressa”, “professoressa”, “onorevole”, etc., in una voluttà luccicante di titoli, gradi e distinguo che ci ricorda che l’Italia è sempre quella de <em>I promessi sposi&#8230;</em>). Insomma, più che i singoli contenuti, ad essere sballato è soprattutto l’impianto, il palcoscenico che permette loro di circolare e moltiplicarsi.</p>
<p>Quanto al negazionismo, al complottismo, vanno anche qui, come sempre, fermamente combattuti, con l’analisi, con la forza dei fatti e del ragionamento, ma per farlo occorre che queste categorie siano usate propriamente. Ora, questo furore religioso (di nuovo, come ai tempi del covid), alimenta il conflitto invece che la comprensione, creando un fantomatico “campo avverso” (come appunto in guerra, eppure&#8230; <em>mitsingen ist verboten&#8230;</em>), e aspirandovi dentro chiunque si discosti dalla linea diciamo principale (in questo caso “interventista”, senza se e senza ma), magari semplicemente per sostare e interrogarsi. La sosta, l’interrogativo, comunque non funzionano nel dibattito <em>coram populo</em>, dove con rarissime eccezioni – che però finiscono col farsi da parte – si deve  correre, parlare forte e spiattellare certezze: <em>occore fare questo</em>, <em>occorre fare quello</em>. Per altro, in un’apparente splendida democrazia, in televisione tutte le posizioni sono rappresentate, anzi, i “pacifisti” spesso alzano la voce più degli altri: servono appunto ad infiammare il dibattito, o meglio, uno scontro (siamo in guerra&#8230;) in cui ognuno arriva con le sue certezze e non ha nulla da imparare, da ascoltare dagli altri – in un certo senso è il rovesciamento della logica platonica di cui si diceva sopra: i dialoghi, ispirandosi alla malleabilità della parola alata, dovevano attraverso il confronto costruire una possibile soluzione di un problema, o meglio, un possibile accordo; i dibattiti televisivi in Italia, ispirandosi alla durezza della scrittura social, mettono in scena uno scontro di certezze già costruite: per un pubblico che da casa fa le ore piccole assistendo a quelle ipnotiche discussioni, che della guerra sono in qualche modo una trasposizione, una drammatizzazione. Poi, in una sorta di <em>chassé-croisé</em>, ci pensano i social, e ancor di più i giornali, a fissare i contorni del mostro da abbattere, a partire dalle urla televisive, o altre opinioni, riflessioni anche pacatamente espresse, in una spirale di violenza e di semplificazione senza pari, che mette i pochi putiniani veri (che esistono, soprattutto a destra ma anche a sinistra, e sono ben conosciuti, anche perché spesso occupano o occupavano posizioni importanti nel governo e in parlamento, e di Putin si dicevano amici, ci facevano affari etc.) insieme con le molte persone che sono da sempre radicalmente contro Putin, ma pensano che la guerra non si possa fermare con una corsa al riarmo: anzi, curiosamente, sono questi ultimi, molto più dei primi, i principali oggetti della stigmatizzazione. Qualche titolo, qualche formula. “Io non sto con Putin, però”, perfido e assai diffuso: dove il “però” indica il tentativo di ricostruire il contesto della guerra, che si tratti di chiamare in causa la precedente guerra nel Donbass, l’espansione a est della Nato etc., perché – secondo questa formula – tali spiegazioni sarebbero di per sé giustificazioni, un modo per alleggerire le colpe di Putin o, addirittura, per trasformarlo da carnefice in vittima, facendosene di fatto alleati. (Ma allora i nostri vecchi manuali scolastici, quando ad esempio spiegavano che l’umiliazione inflitta alla Germania dopo la prima guerra mondiale era stata il terreno sui cui si era sviluppato il nazismo, cercavano di giustificare gli orrori di Hitler? Abbiamo imparato, a scuola, facendo politica, che prendere il tempo di capire non ostacola la necessaria scelta di campo, anzi la rende più consapevole, più forte&#8230;). C’è il più glaciale, e un po’ maccartista con le sue liste di nomi, “la cosa putiniana” – anche inquietante: “Come agisce la cosa putiniana?” C’è, sullo stesso slancio, la “federazione negazionista che fa il gioco di Putin”. O ancora, più puntualmente, ci sono oscenità del tipo l’“Associazione Nazionale <em>Putiniani</em> d’Italia”, cioè l’ANPI&#8230; A parte il fatto che, indipendentemente dal cosa si pensi rispetto al complessissimo problema di come intervenire in questa guerra (perché è complessissimo, e ci si dovrebbe auto-vietare di spiattellare certezze ad uso di chi, sul campo, combatte, soffre e muore veramente), è difficile non fremere di indignazione, di disgusto, nel vedere decenni e decenni di coraggiose e nobili lotte per il disarmo e per la pace, per altro con un ventaglio di posizioni e sensibilità spesso molto diverse, ridotte a una tale ridicola e menzognera rappresentazione: i pacifisti, o meglio (altra formula) i “putin-pacifisti” sono o appunto amici di Putin o “vigliacchi” (altro epiteto ricorrente) che hanno paura di combattere, o volentieri l’una e l’altra cosa. Fino al colmo del grottesco: a tratti sembra che la guerra si combatta non in Ucraina, ma sul suolo italiano, e che il nemico non sia più Putin, ma il disegnatore o il dirigente dell’ANPI di turno&#8230; (Variante di raccordo: i No-vax di un tempo adesso sarebbero putinisti&#8230; Ma oggi come allora questa categorizzazione del dissenso su vasta scala, senza distinzioni, in un’omogenea notte in cui tutte le vacche sono nere, da un lato intimidisce e taglia fuori dal dibattito le molte persone che sono nel contempo convintamente indignate, inorridite, e bisognose di interrogare la realtà, dall’altro conduce ahimè alla proliferazione del negazionismo e del complottismo, quello vero, che esiste ed è pericolosissimo&#8230;)</p>
<p>Ed ecco, è in questi ultimi mesi che con dolcezza mi si è imposto alla mente il silenzio, come un amico prezioso. Il silenzio è fondamentale dentro la scrittura come nella musica, ne fa parte: i sospiri, le pause, le attese, rendono la frase viva, intelligibile. Il silenzio è fondamentale prima e dopo un concerto, un’esecuzione musicale, ne fa ancora parte, e questo vale anche per la scrittura: perché la scrittura è per vocazione ad alta voce, anche quando è appunto muta. Il silenzio insomma è pieno, parla, è indispensabile per farci stare al mondo, per farcelo capire. Il silenzio sono le passaggiate, reali o sedute (con la mente, vagando), in cui digeriamo il pezzo che abbiamo letto, imponendoci di non leggerne subito un altro. Il silenzio sono i giorni, le settimane, i mesi in cui, scrittori, scegliamo di non scrivere, perché qualche cosa deve maturare diversamente, magari traducendosi in azioni. Il silenzio è semplicemente “prendere il tempo di&#8230;”, l’avere il coraggio di disconnettersi per trovare distanza, lucidità, in una prospettiva che è agli antipodi dell’incessante e rumoroso flusso continuo dei social o dei talk show <em>social</em>izzati, e della loro sinistra filosofia dell’esser sempre connessi. Il silenzio è resistenza attiva da opporre all’ipnosi della guerra in immagini e parole, che l’intrattiene, la guerra, non la neutralizza, e intrattenendo finisce per abituare, assuefare, e anestesizzare: del resto, almeno sui social, l’assuefazione nei confronti della guerra sta già arrivando, prima di quanto non sia accaduto con il covid, probabilmente perché a differenza di quello ancora non ce la si sente (a torto) dentro casa. (E però, che atmosfera pesante&#8230;) Il silenzio è capire che adoperarsi per la pace, qualunque sia la propria idea sul come ci si possa arrivare, non implica distribuire verità e consigli a chi muore combattendo sul campo. Perché qui, concretamente, parlo innanzitutto del silenzio pubblico, <em>social</em>izzato, individualizzato, che libera energia e tempo per altre parole-azioni, anche se non destinate a lasciare una traccia firmata: possiamo discutere con gli amici, con gli Ucraini e i Russi che già si sono rifugiati nei nostri paesi, con gli studiosi di quelle aree, non per sbandierare il nostro punto di vista, ma prima di ogni altra cosa per ascoltare, e per insieme costruirne uno; e poi, soprattutto, possiamo aiutare, ognuno secondo i propri mezzi, i molti che stanno arrivando qui, e hanno bisogno di tutto: di imparare la lingua del posto, di cibo, di soldi, di un letto – in quell’azione non ci si assuefa, non ci si abitua, e ogni giorno la guerra, questa guerra (come, mi si permetta di dirlo, tutte le altre), appare sempre di più per quel che è: inaccettabile.</p>
<p>In questo senso, mi ha molto colpito un post che, mi sembra, esemplifica un altro degli aspetti dei social che ha assunto in questi ultimi tempi un rilievo straordinario: la parcellizzazione solitaria della protesta, nel miraggio di essere connessi agli altri – il suo autore dichiarava di essersi arruolato nelle file della resistenza ucraina&#8230; su Facebook, perché era l’unico posto dove era possibile farlo! Ora, al di là delle anonime azioni concrete di cui ho appena detto e che sono, oltre che possibili, necessarie, c’è un meccanismo globale che va sottolineato: com’è stato ampiamente dibattuto (fra altri, nei due articoli che menzionavo all&#8217;inizio), questa parcellizzazione virtuale è direttamente proporzionale all’appassimento della protesta e dei dibattiti reali, realmente collettivi, fatti dell’incontro di persone vere, con le loro idee, le loro emozioni, i loro corpi. Eccolo, di nuovo, il silenzio: volgere la nostra attenzione altrove, far appassire il rumore dei social, dei dibattiti televisivi, disertare i giornali dai toni troppo guerrieri, per travasare questa energia nelle piazze e condannare l’aggressione, chiedere a gran voce la pace, a sostegno di coloro che resistono in Ucraina e in Russia, con una pressione costante – potesse essere questa la gran forza di contagio che aiuti (com’è stato per altre guerre passate) ad imporla, la pace. E magari intanto, che si sia credenti o anche atei, unirsi ai Russi e agli Ucraini che vivono già fra noi, per silenziosamente pregare insieme a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Yves KLEIN, Monochrome vert sans titre (M 75), vers 1955]</p>
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