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	<title>Giuseppe Pinelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>esattamente 52 anni fa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/15/esattamente-52-anni-fa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Calabresi]]></category>
		<category><![CDATA[piazza fontana]]></category>
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					<description><![CDATA[«"Brigadiere apra un po' la finestra".
E ad un tratto Pinelli cascò.»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Giuseppe-Pinelli-202x300.jpg" alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-94704" width="202" height="300"/></p>
<p>«Quella sera a Milano era caldo.<br />
Ma che caldo che caldo faceva.<br />
&#8220;Brigadiere apra un po&#8217; la finestra&#8221;.<br />
E ad un tratto Pinelli cascò.»</p>
<p>E poi guardatevi questa:</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="AAkhdZi8-Bo"><iframe loading="lazy" title="Tre versioni sulla morte  di Pinelli  pt. 2" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/AAkhdZi8-Bo?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Intervista a Mario Calabresi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/01/intervista-a-mario-calabresi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2021 11:33:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pietrostefani]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Calabresi]]></category>
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					<description><![CDATA[Mario Calabresi, noto giornalista e in diversi periodi direttore dei quotidiani La Stampa e Repubblica, è figlio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 – secondo quanto accertato dalle successive indagini – da un commando di persone che facevano riferimento alla sinistra estrema di quegli anni. L’uccisione doveva vendicare il suo presunto ruolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/mario-calabresi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-90762" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/mario-calabresi-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/mario-calabresi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/mario-calabresi.jpg 369w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Mario Calabresi, noto giornalista e in diversi periodi direttore dei quotidiani <em>La Stampa</em> e <em>Repubblica</em>, è figlio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 – secondo quanto accertato dalle successive indagini – da un commando di persone che facevano riferimento alla sinistra estrema di quegli anni. L’uccisione doveva vendicare il suo presunto ruolo nella morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, illegalmente trattenuto in questura il 16 dicembre 1969, deceduto in seguito alla caduta da una finestra della questura milanese (“malore attivo” si disse!). Ora che vari componenti di questo commando sono stati arrestati in Francia come dai noti accordi intervenuti tra Draghi e Macron, Mario Calabresi (che aveva due anni quando il padre fu ucciso) è stato ovviamente intervistato in quanto figlio di una delle vittime; volentieri riporto qualche brano dell’intervista apparsa sul <em>Corriere della Sera</em>, perché mi sembra inaspettatamente interessante, pacata ed estranea alle polemiche varie tra giustizialisti e indulgenti.</p>
<p>[ . . . . . . . .]</p>
<p>D.: Invece qual è il suo sentimento privato e personale?<br />
R.: «Come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L’idea che un uomo anziano e molto malato [allude a Giorgio Pietrostefani, probabile mandante dell’uccisione] vada in galera non è di alcun risarcimento per noi».<br />
D.: La fuga in Francia non è stata una scelta ben precisa?<br />
R.: «Come no. Durante il processo di revisione a Mestre, un giorno mio fratello Paolo si rivolse a mia madre. Guardalo bene, le disse, che secondo me non lo rivedi più. Sapevamo che sarebbe successo».<br />
D.: Perché due anni fa decise di incontrarlo?<br />
R.: «Era giunto il tempo di guardarlo in faccia. Di fare una cosa per me stesso. Fu la prima cosa che gli dissi quando ci vedemmo in un hotel a Parigi. Sono qui non come giornalista, non come scrittore, ma come figlio del commissario Calabresi».<br />
D.: Ha trovato le risposte che cercava?<br />
R.: «Il nostro colloquio di quel giorno rimarrà sempre una questione privata, tra me e lui. Per me è stato un momento di pacificazione definitiva, che mi è servito molto. Credo che a livello emotivo non sia stato facile neppure per lui».<br />
D.: Che impressione le fece?<br />
R.: «Un uomo stanco e malato. Molto diverso dalla persona spavalda vista durante i processi. Oggi non provo livore o rancore nei suoi confronti».</p>
<p>[ . . . . . . . .]<br />
D.: Firmerebbe una eventuale domanda di grazia?<br />
R.: «Non siamo nel Medioevo. Non sono le famiglie delle vittime a dover decidere, ma le istituzioni. Si tratta di un percorso e di decisioni da prendere nell’interesse generale. Al netto delle condizioni di salute di Pietrostefani, penso piuttosto a un provvedimento generale, che arrivi alla fine di un percorso collettivo. Qualcosa di simile alla Commissione per la verità e la riconciliazione presieduta da Desmond Tutu in Sudafrica. Clemenza, in cambio della verità su quegli anni».<br />
D.: O dell’ammissione delle proprie colpe?<br />
R.: «Non mi aspetto alcun autodafé. Ma credo che queste persone ci debbano qualcosa. Ci devono pezzi di verità. Sono uomini e donne che hanno partecipato a delitti che hanno segnato la storia di questo Paese. Ci mancano ancora dettagli, e soprattutto le loro voci per ricostruire quei fatti così tragici. Penso che dovrebbero assumersi le loro responsabilità».<br />
D.: E se lo facessero?<br />
R.: «Sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza nei loro confronti. Credo che oggi raggiungere una verità definitiva abbia molto più valore che tenere quelle persone in galera per il resto della loro vita. All’improvviso abbiamo una occasione inattesa e irripetibile per fare un bilancio compiuto, con il contributo degli ultimi latitanti arrestati in Francia. Se si riuscisse a coglierla, sarebbe quasi doveroso un provvedimento che sancisca la fine di quella».</p>
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		<title>Pino Pinelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Comune di Milsno]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Baj]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[questura di Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani oggi 15 dicembre 2018 è l&#8217;indimenticato anniversario (quest&#8217;anno quarantanovesimo) della strana morte di Giuseppe Pinelli, nei locali della questura di Milano Il 13 febbraio scorso Stefania Consenti pubblicava sul quotidiano &#8220;Il Giorno&#8221; questa proposta: L&#8217;idea è alquanto suggestiva. E sarebbe un vero regalo alla città. È questa: esporre in modo permanente nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h5><strong>di Antonio Sparzani</strong></h5>
<h3 style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-77058" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Bai-su-Pinelli.jpg" alt="" width="660" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Bai-su-Pinelli.jpg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Bai-su-Pinelli-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Bai-su-Pinelli-250x139.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Bai-su-Pinelli-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Bai-su-Pinelli-160x89.jpg 160w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /><br />
<strong>oggi 15 dicembre 2018 è l&#8217;indimenticato anniversario (quest&#8217;anno quarantanovesimo) della strana morte di Giuseppe Pinelli, nei locali della questura di Milano</strong></h3>
<p>Il 13 febbraio scorso Stefania Consenti pubblicava sul quotidiano &#8220;Il Giorno&#8221; questa proposta:</p>
<p>L&#8217;idea è alquanto suggestiva. E sarebbe un vero regalo alla città. È questa: esporre in modo permanente nel salone dell’anagrafe comunale di via Larga l’opera &#8211; dimenticata &#8211; di Enrico Baj, “I funerali dell’anarchico Pinelli”. Opera di dimensioni monumentali, di tre metri di altezza e 12 di lunghezza, con 18 figure ritagliate nel legno e unite con la tecnica del collage. Da anni in cerca di una collocazione definitiva, appartiene alla Fondazione Marconi che proprio in questi giorni la espone nelle sue sale.</p>
<p>A dirlo, intervenendo in Consiglio comunale, è stato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno: «Stiamo cercando di capire se è fattibile questa ipotesi di esporre il quadro nel salone di via Larga, che ha un valore simbolico per la vicinanza a piazza Fontana ed è frequentato da tantissimi cittadini». Per Del Corno «questa sarebbe la collocazione migliore». Terminata nel 1972 , l’opera racconta la storia di una moglie e due figlie che hanno perso un marito e un padre, sospettato ingiustamente di essere l’autore della strage di piazza Fontana. Allora Baj disse: «Mi si reclamava una rappresentazione e rappresentazione ho fatto, affinchè testimonianza resti del fatto, di lui, delle violenze subite, del dolore di Licia, di Claudia e di Silvia». Fu donata a Licia, la vedova di Pinelli, che non sapeva dove tenerla, così l’artista riuscì a venderla alla Fondazione Giorgio Marconi, donando il ricavato alla famiglia Pinelli.<br />
Mio padre avrebbe piacere di regalarla al Comune &#8211; interviene il figlio, Giò Marconi dell’omonima Fondazione &#8211; e sarebbe un bellissimo regalo alla città. Siamo disponibili a fare tutte le valutazioni con l’assessore Del Corno circa la collocazione in via Larga e la tutela dell’opera. Se ne parla da diverso tempo e penso che anche alla famiglia di Giuseppe Pinelli farebbe piacere. Un modo per non dimenticare e trasmettere una vicenda storica ed umana alle nuove generazioni». Nel 2012, dopo 40 anni, l’opera fu esposta a Palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, per iniziativa di Giuliano Pisapia.</p>
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		<title>15 dicembre 1969 : Giuseppe Pinelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Dec 2013 10:30:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Bartolomeo Vanzetti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Joan Baez]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Dukakis]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Sacco]]></category>
		<category><![CDATA[piazza fontana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Il 15 dicembre 1969, quarantaquattro anni fa, Giuseppe Pinelli moriva precipitando da una finestra nel cortile della questura di Milano, illegalmente trattenuto senza mandato, in merito alla bomba scoppiata tre giorni prima alla Banca dell&#8217;Agricoltura di piazza Fontana, a Milano. Innocente. La voce di wikipedia, pur nella sua anodina compostezza, racconta abbastanza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="7oday_Fc-Gc"><iframe loading="lazy" title="Joan Baez - Here&#039;s to you, Nicola and Bart" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/7oday_Fc-Gc?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Il 15 dicembre 1969, quarantaquattro anni fa, Giuseppe Pinelli moriva precipitando da una finestra nel cortile della questura di Milano, illegalmente trattenuto senza mandato, in merito alla bomba scoppiata tre giorni prima alla Banca dell&#8217;Agricoltura di piazza Fontana, a Milano.<br />
Innocente. <span id="more-47153"></span><br />
La <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli">voce</a> di <em>wikipedia</em>, pur nella sua anodina compostezza, racconta abbastanza fedelmente le circostanze dell’assassinio e il vergognoso e contraddittorio comportamento della questura milanese dell&#8217;epoca nel suo complesso.<br />
Pinelli era vicino alla sezione anarchica <strong>Sacco e Vanzetti</strong>, di via Murilio, a Milano: scelgo quindi quest’anno (l&#8217;anno scorso pubblicavo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/12/16/io-ti-ricordo-giuseppe-pinelli/">questo</a> bel ricordo di Massimo Zucchetti), per rendergli omaggio, di ricordare i due anarchici, cittadini italiani, vittime anch&#8217;essi innocenti di uno dei più ignobili processi e trattamenti della storia della giustizia in un paese sedicente civile e democratico.<br />
<strong>Ferdinando Nicola Sacco</strong> (Torremaggiore (Foggia), 22 aprile 1891 – Charlestown (Ma), 23 agosto 1927) e <strong>Bartolomeo Vanzetti</strong> (Villafalletto (Cuneo), 11 giugno 1888 – Charlestown (Ma), 23 agosto 1927) vennero arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica, accusati dell’omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio Slater and Morrill. Sulla loro colpevolezza vi furono subito molti dubbi; ma la prevenzione di giudice e giuria nei confronti degli immigrati italiani, per di più anarchici dichiarati, prevalse anche sulla confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che scagionava i due, oltre che sulle numerose testimonianze che fornivano loro dei chiari alibi.<br />
Esattamente cinquanta anni dopo la loro esecuzione, il 23 agosto 1977, furono ufficialmente riabilitati dall’allora governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, che dichiarò: «Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti »<br />
Dal discorso di Bartolomeo Vanzetti il 19 aprile del 1927: </p>
<blockquote><p>« Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano» </p></blockquote>
<p>Mosaico di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ben_Shahn">Ben Shahn</a> a ricordo di Sacco e Vanzetti all&#8217;Università di Syracuse (N.Y.), particolare:<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/SaccoVanzetti3.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/SaccoVanzetti3.jpg" alt="Sacco&amp;Vanzetti3" width="673" height="459" class="aligncenter size-full wp-image-47155" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/SaccoVanzetti3.jpg 673w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/SaccoVanzetti3-300x204.jpg 300w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Io ti ricordo, Giuseppe Pinelli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/12/16/io-ti-ricordo-giuseppe-pinelli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2012 07:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Zucchetti]]></category>
		<category><![CDATA[strage di stato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Zucchetti, dal Manifesto di ieri. Oggi, ben quarantatre anni fa (sembra incredibile), moriva Giuseppe Pinelli, anarchico. Come è morto, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana, tutti lo sanno e nessuno lo può più dire. Una cosa è certa: Pinelli era innocente, ed è morto in Questura, a Milano, dove era trattenuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Zucchetti</strong>, dal <a href="http://blog.ilmanifesto.it/scienziato/">Manifesto</a> di ieri.<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli-201x300.jpg" alt="" title="Pino Pinelli" width="201" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-44359" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli-201x300.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli-64x96.jpg 64w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli-25x38.jpg 25w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli-144x215.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli-86x128.jpg 86w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Pino-Pinelli.jpg 269w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /><br />
Oggi, ben quarantatre anni fa (sembra incredibile), moriva Giuseppe Pinelli, anarchico. Come è morto, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana, tutti lo sanno e nessuno lo può più dire. Una cosa è certa: Pinelli era innocente, ed è morto in Questura, a Milano, dove era trattenuto indebitamente da tre giorni, accusato a torto di aver commesso quella strage.<span id="more-44358"></span> Io voglio ricordare Pinelli, riportando alcuni episodi della sua vita, e ringrazio <a href="http://ita.anarchopedia.org/Giuseppe_Pinelli">Anarchopedia</a> per le fonti. E voglio ricordarlo mettendo la sua vita in parallelo a quella di mio padre, coetaneo di Pinelli. Due persone diverse: ma voglio così fare un po’ anche mia la storia di “Pino”.<br />
Giuseppe ”Pino” Pinelli nasce a Milano, nel popolare quartiere di Porta Ticinese, nel 1928. La stessa età di mio padre, che nasce a Torino, tre mesi prima. Finite le elementari deve andare a lavorare, ma si fa una cultura come autodidatta, attraverso la lettura di centinaia e centinaia di libri.  Mio padre invece può studiare e si laurea nel 1950 in ingegneria a Torino.<br />
Nel 44/’45 Pinelli partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi e Malatesta. Mio padre è invece sfollato in Val di Lanzo, e va a Torino giornalmente per studiare al liceo.<br />
Dopo la fine della guerra “Pino” Pinelli continua la sua attività politica nel movimento anarchico a Milano. Nel 1954 Pinelli vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. In quell’anno, mio padre entra in università come assistente volontario senza stipendio. L’anno successivo, 1955, Pinelli si sposa. Tre anni prima di mio padre.<br />
Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo “Sacco e Vanzetti” di cui Pinelli è fra i fondatori: ma, il 1° maggio Pinelli è tra gli inauguratori di un nuovo circolo, il “Ponte della Ghisolfa”. Al nuovo Circolo si succedono cicli di conferenze e assemblee dei dei primi comitati di base unitari, i CUB, che segnano la prima ondata di sindacalismo di azione diretta, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali. “Pino” è tra i promotori della ricostruzione della sezione dell’Unione Sindacale Italiana (USI), l’organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.<br />
Mio padre nel 1968, come Pinelli, compie 40 anni, però ha un figlio di sette (io) ed insegna come assistente all’università.<br />
Il 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell’ufficio politico, al quarto piano della questura. Era la fine di una vita, l’inizio di una serie di inchieste e di menzogne. E nessuna verità.<br />
In quei giorni di fine del 1969 – lo ricordo bene perché aveva meno tempo per giocare con me alla sera – mio padre prepara il concorso che lo farà diventare professore nel 1970. Nel 1972 i primi segni del morbo di Parkinson, che lo condurrà alla morte nel 1992 dopo vent’anni di lotta contro il male. Il figlio, nel frattempo, è diventato anarchico, per alcuni anni, e legge la storia di Pinelli insieme a quella di molti altri anarchici che contribuiscono alla sua formazione politica, virata poi verso l’anarco-comunismo. Mio padre tollera con pazienza e benevolenza le strane idee politiche del figlio.<br />
Giuseppe Pinelli. Tutti sanno i nomi e cognomi degli assassini di Giuseppe Pinelli. Tutti sanno come è andata davvero, al di là delle versioni ufficiali. Ma ora quei nomi non si possono nemmeno più dire.<br />
Non importa: io ti voglio ricordare, Giuseppe Pinelli, anarchico, assassinato il 15 dicembre 1969. Innocente.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Pino Pinelli, quarantadue anni fa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 07:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[bomba di piazza Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[strage di stato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Giuseppe Pinelli, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
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<p><strong>Giuseppe Pinelli</strong>, nato a Milano il 21 ottobre 1928 fu durante la Resistenza, data la giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta, e fu poi ferroviere, e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Pressantemente interrogato in merito alla bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, cadde da una finestra del quarto piano della questura di Milano il 15 dicembre 1969, quarantadue anni fa, e arrivò in ospedale già morto. Era trattenuto in questura illegalmente, dato che erano passati più di due giorni dalla strage. Il questore di Milano era Marcello Guida, il responsabile dell’ufficio politico della questura era Antonino Allegra e il commissario interrogante era Luigi Calabresi.</p>
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		<title>Il volo di Giuseppe Pinelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[bomba di piazza Fontana]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar Il dolore è diventato fitto, come se il mio corpo stesse aprendo varchi e crepe gigantesche dentro di sé. Prendo in mano una busta che mi ha appena consegnato Angela, triste come non mai. Ha fatto l’errore di affezionarsi a un moribondo, e ora ne paga le conseguenze. E l’attende una sorta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Giuseppe-Pinelli.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Giuseppe-Pinelli.jpg" alt="Giuseppe Pinelli" title="Giuseppe Pinelli" width="160" height="216" class="alignleft size-full wp-image-27503" /></a></p>
<p>Il dolore è diventato fitto, come se il mio corpo stesse aprendo varchi e crepe gigantesche dentro di sé. Prendo in mano una busta che mi ha appena consegnato Angela, triste come non mai. Ha fatto l’errore di affezionarsi a un moribondo, e ora ne paga le conseguenze. E l’attende una sorta di lutto, che vorrei tanto risparmiarle, anche perché non merito il dolore degli altri. Apro la busta e trovo il catalogo della mia ultima mostra. A Ravenna. Trenta dipinti, raccattati in collezioni private di un certo prestigio, dei miei inizi. “Starting Fabio Bucchi”, si chiama la mostra, Trenta quadri a macedonia, gli inizi furibondi e caotici di un artista che ancora non si sente tale, che annaspa nel gelo di una vita impiegatizia, tra la nebbia di una Milano anni 60 che il boom lo calpesta, lo vede per modo di dire. C’è anche il quadro dei Casati ̶ Stampa, recuperato chissà dove, a chiudere. E vari tentativi di informale, a rifare alla mia cruda maniera il Morlotti della Brianza. Due quadri così, dove metto insieme in un informale esasperato un paesaggio di campagna brulla e casermoni, sopra, come nell’incollaggio di due realtà del tutto diverse. E poi vedo la foto di un quadro che mi fa male rivedere: “Il volo di Pinelli”. <span id="more-27501"></span>Ecco, rappresentai l’anarchico Pinelli che viene gettato da una finestra della questura di Milano come un fantoccio, un manichino grigio. Niente occhi, niente tratti nel viso. Un fantoccio di pezza che cade da una finestra dipinta sommariamente, grigi su grigi, come sottovuoto. L’impressione è terribile. E’ un gran quadro, quello: non perché lo abbia dipinto io, so che allora dovevo ancora trovare una strada, so che facevo ancora fatica ad avere una personalità mia. Ciononostante quel quadro è l’opera di un maestro che ancora non sa di esserlo, anzi che non lo è; è un colpo di genio probabilmente involontario, la raffigurazione di un pensiero terribile, mortale, senza pietà. Io allora, giovane fascista senza forza in me stesso, pensavo che Pinelli si fosse davvero ucciso, si fosse davvero buttato da quella finestra. Accettando la versione della legge, accettavo quella morte come volontaria di uno che aveva avuto responsabilità nella strage di Piazza Fontana. Quel giorno avevo dormito nel mio letto, febbricitante, senza sapere di nulla. Verso le otto di sera m’ero ripreso, e, non avendo mangiato nulla per tutta la giornata, mentre mia madre veniva spesso nella mia stanza per offrirmi il conforto di una scodella di minestrone, io chiamai al telefono il Catelani, il pizzaiolo più avanti, e ordinai quattro delle sue pizze cotte sul forno elettrico, ma davvero buone, rotonde e un po’ alte, e meno larghe di quelle napoletane da pizzeria classiche. E il suo garzone ce le portò ancora belle calde, così che sbranai due pizze, una dietro l’altra, e mio padre la sua e mia madre la sua appresso. A un certo punto mio padre accese la televisione, e al telegiornale della notte appresi della strage alla Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana. Ce ne vergognammo, ognuno dalle sue sponde. “Ecco, ora daranno la colpa alla sinistra!” esclamò il mio vecchio. Continuai a mangiare la mia seconda pizza, arrabbiato. “Non hai niente da dire, eh?” mi disse mio padre, mentre deglutivo ormai a fatica l’ultimo boccone. Me ne andai in camera mia, evitando lo scontro.</p>
<p>Tre giorni dopo, il 15, l’anarchico Pinelli volò dalla finestra. Io, nella mia demenza giovanile, credetti subito al suicidio. E mi misi al cavalletto, per fare con furia quel quadro strano. Dipinto da un fascista che però sotto sotto rimaneva affascinato dalla rabbia di verso opposto di suo padre, l’ex fascista e ora comunista credente, suo padre, che gli disse: “Sono stati loro, l’hanno ammazzato perché non parlasse! I fascisti hanno messo le bombe, lì e anche a Roma, dove hanno fatto poco danno, solo feriti… Ma da noi… Morti,  morti!”  Eccoli, i nomi degli assassinati dalla bomba di piazza Fontana : <strong>Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti</strong>. Io, sconosciuti morti, ora provo a pregarvi, io che non ho mai creduto in nulla, pensando a quel mio vecchio padre che aveva creduto perlomeno in voi, nel vostro tacere senza speranza. E che quando per un caso era entrato nella mia stanza e aveva visto il mio quadro che rappresentava la caduta del povero Pinelli aveva rivolto subito il suo sguardo severo ai miei occhi, e mi aveva puntato nelle pupille come a chiedersi perché, perché quel figlio tristemente fascista e ribelle potesse poi dipingere il male così appropriatamente; perché lui – me lo disse il giorno dopo – in quel quadro ci vedeva la verità, quella dell’omicidio, e quel fantoccio che volava verso lo sfracello e la morte era la rappresentazione della spersonalizzazione di un uomo, già ucciso  a sangue freddo prima di quel volo. Così, senza volerlo, avevo dipinto l’ingiustizia della nostra legge, e così quel quadro veniva adesso descritto. Ne ero ricompensato, sentivo da qualche parte lo sguardo severo di mio padre che redimeva tutto quel mio periodo di giovanile follia. Quel quadro in qualche modo l’avevo fatto dipingere a lui, e ora, che i miei giorni erano finiti, perlomeno qualcosa di nostro continuava a vivere in una sala, davanti a dei visitatori, a degli appassionati della mia pittura. </p>
<p>(<em>Vedi anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/10/06/pinelli-manichini-a-dicembre/">qui</a>.</em>, a.s.)</p>
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		<title>12.12.1969 &#8211; Stragedìa della tensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 07:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[strage di piazza Fontana]]></category>
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					<description><![CDATA[Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/0Y55aftcLAk&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).<br />
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.</p>
<p><span id="more-27434"></span><br />
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.<br />
Io so i nomi del &#8220;vertice&#8221; che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli &#8220;ignoti&#8221; autori materiali delle stragi più recenti.<br />
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).<br />
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l&#8217;aiuto della Cia (e in second&#8217;ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l&#8217;aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.<br />
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l&#8217;altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l&#8217;organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).<br />
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.<br />
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.<br />
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.<br />
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.<br />
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l&#8217;arbitrarietà, la follia e il mistero.<br />
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell&#8217;istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il &#8220;progetto di romanzo&#8221; sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.<br />
Tale verità &#8211; lo si sente con assoluta precisione &#8211; sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè<br />
non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.<br />
<strong>Pier Paolo Pasolini</strong><br />
Bologna, 5 marzo 1922 &#8211; Ostia, Roma, 2 novembre 1975<br />
<em>Testo tratto dal &#8220;Corriere della sera&#8221; del 14 novembre 1974, con il titolo &#8220;Che cos&#8217;è questo golpe?&#8221;; testo poi confluito in Scritti corsari, Garzanti 1975 </em></p>
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