Io ti ricordo, Giuseppe Pinelli

di Massimo Zucchetti, dal Manifesto di ieri.

Oggi, ben quarantatre anni fa (sembra incredibile), moriva Giuseppe Pinelli, anarchico. Come è morto, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana, tutti lo sanno e nessuno lo può più dire. Una cosa è certa: Pinelli era innocente, ed è morto in Questura, a Milano, dove era trattenuto indebitamente da tre giorni, accusato a torto di aver commesso quella strage. Io voglio ricordare Pinelli, riportando alcuni episodi della sua vita, e ringrazio Anarchopedia per le fonti. E voglio ricordarlo mettendo la sua vita in parallelo a quella di mio padre, coetaneo di Pinelli. Due persone diverse: ma voglio così fare un po’ anche mia la storia di “Pino”.
Giuseppe ”Pino” Pinelli nasce a Milano, nel popolare quartiere di Porta Ticinese, nel 1928. La stessa età di mio padre, che nasce a Torino, tre mesi prima. Finite le elementari deve andare a lavorare, ma si fa una cultura come autodidatta, attraverso la lettura di centinaia e centinaia di libri. Mio padre invece può studiare e si laurea nel 1950 in ingegneria a Torino.
Nel 44/’45 Pinelli partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi e Malatesta. Mio padre è invece sfollato in Val di Lanzo, e va a Torino giornalmente per studiare al liceo.
Dopo la fine della guerra “Pino” Pinelli continua la sua attività politica nel movimento anarchico a Milano. Nel 1954 Pinelli vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. In quell’anno, mio padre entra in università come assistente volontario senza stipendio. L’anno successivo, 1955, Pinelli si sposa. Tre anni prima di mio padre.
Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo “Sacco e Vanzetti” di cui Pinelli è fra i fondatori: ma, il 1° maggio Pinelli è tra gli inauguratori di un nuovo circolo, il “Ponte della Ghisolfa”. Al nuovo Circolo si succedono cicli di conferenze e assemblee dei dei primi comitati di base unitari, i CUB, che segnano la prima ondata di sindacalismo di azione diretta, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali. “Pino” è tra i promotori della ricostruzione della sezione dell’Unione Sindacale Italiana (USI), l’organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Mio padre nel 1968, come Pinelli, compie 40 anni, però ha un figlio di sette (io) ed insegna come assistente all’università.
Il 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell’ufficio politico, al quarto piano della questura. Era la fine di una vita, l’inizio di una serie di inchieste e di menzogne. E nessuna verità.
In quei giorni di fine del 1969 – lo ricordo bene perché aveva meno tempo per giocare con me alla sera – mio padre prepara il concorso che lo farà diventare professore nel 1970. Nel 1972 i primi segni del morbo di Parkinson, che lo condurrà alla morte nel 1992 dopo vent’anni di lotta contro il male. Il figlio, nel frattempo, è diventato anarchico, per alcuni anni, e legge la storia di Pinelli insieme a quella di molti altri anarchici che contribuiscono alla sua formazione politica, virata poi verso l’anarco-comunismo. Mio padre tollera con pazienza e benevolenza le strane idee politiche del figlio.
Giuseppe Pinelli. Tutti sanno i nomi e cognomi degli assassini di Giuseppe Pinelli. Tutti sanno come è andata davvero, al di là delle versioni ufficiali. Ma ora quei nomi non si possono nemmeno più dire.
Non importa: io ti voglio ricordare, Giuseppe Pinelli, anarchico, assassinato il 15 dicembre 1969. Innocente.

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