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	<title>Hitler &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le assaggiatrici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
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		<category><![CDATA[Le assaggiatrici]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[rosella postorino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Staffa Le assaggiatrici, dieci giovani donne che ogni giorno entrano nella tana del lupo per assicurare che il grande dittatore non muoia avvelenato. Dieci cavie che attraverso il loro corpo garantiscono la salvaguardia del corpo del lupo e con esso quello del corpo sociale che lui rappresenta e ha creato. Dieci donne che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-73441" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Unknown.jpg" alt="" width="179" height="281" />di <strong>Francesco Staffa</strong></p>
<p><i>Le</i> <i>assaggiatrici</i>, dieci giovani donne che ogni giorno entrano nella <i>tana del lupo</i> per assicurare che il <i>grande dittatore</i> non muoia avvelenato. Dieci cavie che attraverso il loro corpo garantiscono la salvaguardia del corpo del <i>lupo </i>e con esso quello del corpo sociale che lui rappresenta e ha creato. Dieci donne che ingerendo cibo permettono la vita.</p>
<p>È tutto qui? Ovviamente no! Questo è solo uno dei livelli del romanzo di Rosella Postorino, ispirato alla vicenda di Margot Wölk, ultima sopravvissuta delle assaggiatrici di Hitler. L’autrice l’ha scoperta leggendo un trafiletto e quando è riuscita a trovare il suo indirizzo, intenzionata a incontrarla, ha avuto la triste notizia che nel frattempo la novantaseienne era deceduta. E probabilmente, non me ne voglia la povera Wölk, proprio questa è stata la <i>fortuna</i> del romanzo poiché Rosella ha potuto creare una narrazione di pura fantasia che le ha permesso di andare oltre la vicenda umana e scandagliare temi ben più profondi a partire da quello del corpo. Un corpo declinato in diverse sfumature: quello femminile, prima di tutto. <span id="more-73439"></span>Sono donne le assaggiatrici, sia perché gli uomini sono distanti, a combattere al fronte, ma soprattutto perché è il loro corpo che <i>naturalmente</i> garantisce il futuro, la vita appunto. E così, come crescono in grembo un figlio, allo stesso modo <i>assaggiano</i> il cibo che sarà destinato al Führer. Sono tedesche e “i Tedeschi amano i bambini”. Sono indispensabili, sono corpi che appartengono al Reich, sono <i>contenitori</i>, secondo la più beffarda e crudele visione paternalista. Sono corpi che non si ribellano, ma che per sopravvivenza obbediscono, rendendosi allo stesso tempo vittime e colpevoli, collusi a un regime che nel romanzo appare ferocemente folle nelle ossessioni del suo ideatore: come quella di ripopolare la foresta di ranocchi per permettere al lupo di poter dormire placidamente cullato dal loro gracidare. Ed è questa un&#8217;altra attestazione di forza della narrazione di Postorino: ridurre il regime non tanto alla sua <i>disumanità </i>(evocata nelle pagine dello sterminio), quanto alla sua <i>umana</i> demenza declinata nelle manie di Hitler che del resto non era un alieno. La guerra è lontana, se ne sentono solo gli echi; l’ambientazione è quella rurale e apparentemente pacifica che accende con sapienza le vibranti note della melodia ripetitiva di Heimatiana memoria. Scorrendo le pagine tornano, infatti, alla mente le immagini di quell’angolo di mondo che è la “piccola patria” di Reitz dove gli artigli della Storia lentamente affondano. E allo stesso modo affondano nel romanzo dove troviamo ancora un altro corpo, quello solidale che si viene a creare in situazioni di coercizione. Le dieci assaggiatrici si dividono in gruppi: da una parte le <i>esaltate</i> che indossano il <i>dirndl</i>, l’abito tipico austriaco, in onore del capo di stato, e sono quelle che ricevono premi per via del numero di figli di pura razza ariana che sono riuscite ad allevare; dall’altro c’è chi preferirebbe non salire ogni mattina sul pulmino, le donne che casualmente si ritrovano lì a sopravvivere. Però qualcosa le accomuna: la mancanza di scelta. Del resto non è contemplato che una donna si rifiuti di adempiere al volere di Hitler (e per estensione al volere dell’uomo?). È in questo secondo gruppo che figura Rosa, la narratrice che per assonanza possiamo confondere con l’autrice <i>Rosella</i>.</p>
<p>Rosa Sauer, la berlinese, la <i>straniera</i>, la donna che deve compiere un rito di passaggio per poter essere accettata dal gruppo. Un rito che sancirà il suo atto di ribellione: rubare il latte dal “corpo Reich” per darlo al “corpo gruppo” di cui vuole far parte. Un atto che non andrà a buon fine perché, scoperta, Rosa sceglierà (e forse questa sarà la sua unica scelta) di gettare quel nutrimento prezioso per i figli delle altre. “Nessuno doveva berlo. Volevo [&#8230;] negarlo a qualunque bambino non fosse mio, senza provare rimorso”. E Rosa figli non ne aveva perché il marito Gregor “diceva che mettere al mondo una persona significava condannarla alla morte”.</p>
<p>E allora scendiamo ancora di livello e abbandoniamo la solidarietà che vedrà alcune di queste donne adoperarsi per il benessere delle altre e ci troviamo di fronte al corpo di Rosa che agisce spesso in disarmonia dalla mente. I suoi desideri infatti la spingerebbero alla negazione, al rifiuto, alla ribellione, ma si comporta sempre obbedendo: alla fame, alla sopravvivenza, al regime, al volere del gruppo, dell’amica baronessa e di Ziegler, il capo delle SS che la sorvegliano. Vorrebbe essere altrove, inseguendo il suo amore Gregor, ma quando apprende che è ormai disperso, segue i dettami della carne che la spingono tra le braccia dell’aguzzino. Ed è il corpo desiderato e preso da quell’uomo che più della mente le darà la percezione di <i>esserci</i>. Rosa smetterà di sopravvivere e inizierà a vivere solo quando le mani di Ziegler la toccheranno.</p>
<p>Ma sarà proprio l’unione di quei corpi a instillare la colpa. Rosa si sente colpevole perché il suo corpo si nutre del cibo di Hitler e delle carezze di Ziegler, accettando inconsapevolmente che è comunque il Regime a darle vita.</p>
<p>E quando il regime crolla? Apparirà <i>l’ultimo corpo</i> del romanzo quello <i>sterile</i> di Rosa che, pur avendolo desiderato, non avrà figli. Come se essere sopravvissuta alla caduta del Reich la macchiasse di una colpa ancora più grave delle altre e per questo come una gallina Rosa “si è mangiata suo figlio” perché può succedere che “per sbaglio le galline rompono un uovo e d’istinto lo assaggiano. Siccome è gustoso, lo mandano giù”. Ritroviamo Rosa con le mani sulla pancia, la scaldano. Resta ferma, seduta. Aspetta un po’, poi si alza.</p>
<p>Forse alla fine si è ribellata con la mente e con il corpo. Non ha avuto figli anche se “I tedeschi amavano i bambini. Le galline mangiavano i propri figli”. Ma lei non è “mai stata una buona tedesca” e a volte le “facevano orrore le galline, gli esseri viventi”.</p>
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		<title>Bracciate #4 &#8211; Gianluca Garrapa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/bracciate-4-gianluca-garrapa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 12:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[al capone]]></category>
		<category><![CDATA[gandhi]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[madre teresa di calcutta]]></category>
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					<description><![CDATA[Il quarto racconto della rubrica  Bracciate è «Questo è il mondo», testo ingannevole e ipnotico di Gianluca Garrapa, nato nel 1975, in provincia di Lecce; conduttore radiofonico; comico; counselor all’ascolto ad orientamento psicoanalitico; collabora per Satisfiction e rivista Verde; sue cose su Gammm, Compostx, Nazione Indiana, Critica Impura, Il fatto quotidiano, Il sole24ore. &#160; Questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il quarto racconto della rubrica  <em><strong>Bracciate</strong></em> è «Questo è il mondo», testo ingannevole e ipnotico di Gianluca Garrapa, nato nel 1975, in provincia di Lecce; conduttore radiofonico; comico; counselor all’ascolto ad orientamento psicoanalitico; collabora per Satisfiction e rivista Verde; sue cose su Gammm, Compostx, Nazione Indiana, Critica Impura, Il fatto quotidiano, Il sole24ore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>Questo è il mondo</strong></p>
<p style="text-align: center">di Gianluca Garrapa</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-61794" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Schillaci-300x300.jpg" alt="Schillaci" width="406" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Schillaci-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Schillaci-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Schillaci-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Schillaci-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Schillaci.jpg 540w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
<li>I tralicci segnano partiture elettriche, un organismo informe in via di definizione e di putrefazione. L’organismo informe è nella testa d’un uomo che pedala lungo l’argine destro del fiume. La pista ciclabile è la base minore d’un terrapieno idealmente trapezoidale, la strada provinciale a est, le campagne e i casolari, lappate dal fiume, a ovest.</li>
</ol>
<p>Quanto all’uomo, la percezione d’essere organismo informe lo sfiora in questo momento: fermo, studia l’ansa del fiume persa a destra, nell’interiorità della campagna post-industriale: contempla il monocromatico prato, vasti orizzonti interrotti di gomiti, riallineati da una svolta opposta su un altro amplio orizzonte di strade. L’uomo spinge il pedale&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*hanno sistemato i cadaveri fuori. rifiuti di uomini morti. sillabe colorate, un tempo sguainanti sfumature, ora perse in una confusa regressione cromatica. materassi. matematica verticale del cencio. frasi rotte attorno a vestiti. erano vestiti. stracciati buchi ora. sono buchi. l’umano che non c’è. c’era. ci stava dentro. ora solo colori. colori, ma sempre buchi. mancanze. rifiuti cancerogeni travestiti di terra e fiori.*</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="2">
<li>Il bottone nero del gilet, sembra vestito alla francese, secondo un gusto, però, che è più quello d’un francese che si figuri d’essere italiano. Non si può dire, per questo, che scimmiotti i francesi e, d’altra parte, il viso tradisce discendenze inglesi ma ciò non basta a farne un inglese e l’osservatore scrupoloso non tarderebbe a scoprire che razza di sempliciotto provinciale celi il suo sembrare raffinato straniero, e nemmeno questo renderebbe giustizia all’indefinibilità del suo modo d’apparire, eppure, tanto vistosa alla fine d’un’accurata indagine, quanto inosservabile a un’occhiata superficiale, da quest’uomo trapela un’intelligenza vivace, un lampeggiamento di spirito sovente equivocabile per pazzia, una pazzia piacevole però, che sembrerebbe pura follia se ci si fermasse a considerare la semplicità del portamento sgraziato, fuggevole, evanescente, incomunicabile. Il peggio di costui, a un più attento vaglio interiore, si trasforma nel meglio e il meglio, procedendo oltre, diventa il peggio del peggio, e il peggio del peggio, non si sa come, lascia il posto ad altro ed eccoti il meglio del meglio, cosicché, a voler scandagliare la psiche demiurgica di deliri&amp;fobie, il profondo interiore inguainato nelle difese razionali della normalità, non si caverebbe un ragno dal buco se non cortocircuitando: dapprima un ragno che poi diventa un buco che poi diviene a sua volta un ragno. Un Hitler col cuore di Gandhi nel cui fondo di cuore c’è un Al Capone il cui recondito angolo cardiaco ospita una Madre Teresa di Calcutta che a sua volta è un Hitler e insomma non comprendi se le sue azioni si producano in seno a un’idea di bene o di male, non adegua la sua bontà o la sua cattiveria secondo l’interlocutore che ha di fronte: non è buono con i buoni, malvagio coi malvagi, né buono coi malvagi o malvagio coi buoni: costui agisce come gli pare, non per comodità, capriccio, utilità, o cosa, agisce e basta.</li>
</ol>
<p>Il ragazzo lo ascolta seduto per terra, rannicchiate le gambe al petto per potervi poggiare il capo sulle ginocchia, le parole dell’uomo insonorizzano l’ambiente attorno all’anima del giovane: ora è natura. Il fuoco borbotta una viva partecipazione, sfaccetta ombre intorno, lingue di fotoni, barbagli stroboscopici farfuglianti, trasformisti, peduncoli brillanti, glitter di clorofilla, luna, fiume, schiocchi di carta stagnola a opera di ben nutriti ratti, il tronco, osserva il tronco e&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li>Il ragazzo si sorprende a percepire, suo malgrado, un’immagine interiore del suo vissuto sovrapporsi al racconto dell’uomo&#8230;</li>
</ol>
<p>Il volto dell’uomo, l’intero aspetto psicofisico, pure il mondo intorno, è cangiante, sembiante prima l’albero, poi il tronco, la corteccia, la forma, il colore, un ovale, un volto, un mare minimo di segni, un simbolo, un colore puro, poi nero, poi il marrone, poi il rosso, poi sangue, la morte, poi un’altra cosa, poi rosa, poi carne e uomo e poi la pelle d’un serpente, il seno della donna, poi la mamma, poi si confonde al cielo, poi terra, poi tutto, poi nulla e l’uomo, in giri di frasi più lunghi, in tempi più torniti, in sospensioni di luce verbale più dilatata, guida, visibilmente sciamanico, nel trauma del reale, dietro l’irreale, nell’infrareale: il ragazzo non s’accorge che l’albero è fermo, poi sinuoso, poi deciso, poi marezzato, poi sciolto in scaglie d’oro&amp;sangue globulare, è il suo stesso esserci a divenire altro e a non ostacolare il guizzo folle dentro la persuasione.</p>
<p>L’uomo persuade.</p>
<p>Dissuade le forme, il contesto muta, muta pure il ragazzo nella deformazione del mondo, non s’accorge che l’albero è lì, muto, immobile, incurante a ogni presa di posizione onirica dell’uomo e l’uomo, eccolo lì, a scoppiettare informe: il nome dell’oggetto è tolto e rimesso: il ragazzo si figura <em>casa</em> e l’uomo parla magicamente e l’albero è una <em>casa</em>, la casa fa dell’uomo un padre e del ragazzo un figlio, poi il ragazzo è un ribelle.</p>
<p>Fuggire e disobbedire, e allora l’albero è una nave di primizie su un’isola lontana e l’uomo un allettante gran Lucignolo senza preveggenza asinina, senza colpa, né vendetta, né peccato, poi il ragazzo si pente in cuor suo e allora l’uomo diventa bonario e il ragazzo un prodigo figliol_ritornante e l’albero qualcos’altro per assecondare il ragazzo, lusingare, accompagnare, finire gli atti mentali e realizzarli, adeguarlo al&#8230;</p>
<p>Ecco, per farla breve: l’uomo e il tutto_intorno diventano ciò che il ragazzo desidera o teme suo malgrado; e come riesce l’uomo a trasformare il mondo adeguandolo alla mente del ragazzo? E come non si capacita il ragazzo che dietro le cose c’è uno specchio moltiplicato a esplodere le dimensioni? A confondere? L’uomo vede, è lo sguardo stesso del ragazzo, ecco: è un capacissimo medium, un parto continuo di visioni, indifferenti porzioni immaginarie di reale&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="4">
<li>Poi il momento giusto: il ragazzo scivola con naturalezza tra verità e falsità saltando da un luogo comune all’altro, il suo corpo prima coccolato, poi strappato.</li>
</ol>
<p>I suoi amici hanno visto lo stesso uomo in altre miliardi di forme: era un padre, poi una madre, poi un fratello, poi un nonno, una donna.</p>
<p>Ecco il mondo: il buon padre è un criminale pedofilo ma pure un angelo custode, poi una cattivissima madre picchia_brucia_mordicchia le braccia minuscolo del cucciolo umano,</p>
<p>ma è una dolcissima madonna pietosa, certo sarebbe morta, infatti morì, per mano del figlio ormai d’ossa rotte e unghie tolte vie di netto, ecco: l’uomo ha trasformato tutto, non c’è nulla di vero e di falso, nulla di nulla.</p>
<p>Impossibile definire quello che sembra non accadere e avviene.</p>
<p>Il ragazzo scopre l’inganno.</p>
<p>L’albero è un albero indipendente dalla mente dell’uomo, perché le cose dementi e sprovviste d’anima e sogni non puoi manipolarle, l’albero sta lì, immobile, zitto, e il nodo della corda cricchia, corsoio lieve, e ondeggia.</p>
<p>Sì, l’albero non mente, l’impostore galleggia, però.</p>
<p>Gli altri ragazzi s’oppongono, vogliono farsi abbindolare, staccare l’uomo dal pendolo ipnotico del nodo scorsoio, piangerlo, pregarlo, aspettare un altro_costui che di nuovo trasformi per loro il posto che desiderano,</p>
<p>omologare alberi e pianeti: il ragazzo che sa, è un bailamme d’organi gettato in pasto ai cani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="5">
<li>Non c’è significante e il significato indispone dispotico.</li>
</ol>
<p>Chi ha ragione? L’uomo impostore? Il ragazzo era o non era impostore?</p>
<p>Non so se i ragazzi_assassini e tumulanti l’uomo, non sappiamo se quei ragazzi, adesso: stanno ingannando, deviando il significato del termine <em>impostore</em> e ora <em>impostore</em> significhi l’opposto di ciò che volevo dire poco fa&#8230; fatto sta che qualcuno usa i vostri occhi: potreste ammazzare allegramente vostra madre senza saperlo, tagliare i testicoli a vostro fratello senza volerlo, c’è il nulla in voi e nessuna via d’entrata: siete fuori e il corpo va, agisce e voi&#8230; aspettate semplicemente la morte vostra o altrui.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Un ebreo americano nella Berlino di Hitler. Il diario di Abraham Plotkin (1932-1933)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2013 07:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Abraham Plotkin]]></category>
		<category><![CDATA[Alexanderplatz]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Questo racconto è la digestione del diario del sindacalista americano Abraham Plotkin (si veda la scheda alla fine), testimone dei giorni che precedettero la presa del potere dei nazisti in Germania, fino alla notte del 27 febbraio del &#8217;33, quando il Reichstag fu dato alle fiamme. QUI LA VERSIONE IN PDF ABRAHAM Plotkin alza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><em>Questo racconto è la digestione del diario del sindacalista americano Abraham Plotkin (si veda la scheda alla fine), testimone dei giorni che precedettero la presa del potere dei nazisti in Germania, fino alla notte del 27 febbraio del &#8217;33, quando il Reichstag fu dato alle fiamme.</em></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/plotkin.pdf" target="_blank">QUI LA VERSIONE IN PDF</a><br />
</em></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-46231" alt="Reichstag" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag1-1024x768.jpg" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag1-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag1-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag1.jpg 1500w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>ABRAHAM</strong> Plotkin alza il sipario. Impugnando la penna e sulla scena di carta che calpesterà, avanza Abraham Plotkin. Mostra il taccuino (di Plotkin) che resoconta l’avventura (di Plotkin) nella terra gestante mostri. Vive e scrive di vivere. Vede e descrive quel che vede, e l’atto del vedere. Il privilegio del diarista. Imprime una data. Il ventidue. Novembre. Mille novecento trentadue. Menziona un luogo, Berlino. Tu somma il luogo alla data e ricaverai l’intenzione di un folle: Abraham l’ebreo Plotkin, Abraham l’americano Plotkin ma ucraino di nascita, Abraham Plotkin il sindacalista viaggia nella Germania gravida di Hitler, s’intrufola nel collasso, nel sisma, nella colata. Dove volano proiettili e coltelli, lui desidera stare. Quando gli altri scappano, lui accorre: nell’inverno del continente e “per apprendere la crisi” &#8211; confida alla pagina &#8211; la ricetta del gulasch europeo, la pietanza tedesca di povertà, disoccupazione, rimedi, sussidi, quanto basta di Stato sociale, sindacato, socialdemocrazia; quel che non hanno in America: gli yankee Plotkin, i miserabili Plotkin. “Voglio conoscere. Gli strumenti. Per essere forte. Resistere alla depressione. Indossare il carapace. Che mi ripari dai tagli, dalle ferite e dal pus. Voglio portare in America. Il welfare tedesco”. Ma sarà il testimone di una storia diversa. Ma sarà un testimone.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p><strong>Novembre 1932</strong><br />
Viene da San Francisco dove ha perso il lavoro e adesso la stazione dello Zoo, Potsdamer Platz, una mansarda su Banhofstrasse, l’impossibilità del bagno caldo, i telefoni dei sindacalisti, i telefoni dei socialdemocratici, i nazisti sospetti, gli <em>Stahlhelm</em> di Hugenberg, i comunisti sospetti, Plotkin non ama i radicali e indossa la spugnosità del viaggiatore (abito cucito attorno ai pori ed elettrico), lo sguardo permeabile nella catena gerarchica verso la penna, verso la pagina. La ritenzione del diarista immortala l&#8217;odore del clima, della neve, delle strade e le carnagioni e gli stemmi della realtà. Non sono consentite perdite. Di realtà. La città subissa (con ciò che appare) Plotkin che ora, nell’hotel Adlon, sceglie un divano, s’addormenta e sogna. Ventitré milioni di tedeschi, nel sogno di Plotkin (arredato dall’eco dell’attualità), sopravvivono grazie agli aiuti di Stato. I fondi solidali. Le risorse del Land. Il sussidio della metropoli. Tre livelli d’aiuto. Prima che inizi la disperazione. «Come fa la Germania a sopportare un carico simile? Qual è il suo segreto?» e al risveglio, in questa città, un viandante assaggia e raffronta e sostiene che Alexanderplatz assomigli a Hell’s Kitchen ed espone «gli ebrei coi loro negozi di seconda mano, i banchi dei pegni, i bordelli, la folla» nell’istantanea del «quartiere che raccoglie la crema degli altri quartieri e la tramuta in feccia».</p>
<p>C’è un ristorante famoso. Si chiama Aschinger. E davanti al suo vetro una ragazza sta in piedi. Vende caramelle. Dieci centesimi a scatola. Indossa abiti estivi e un viso non operaio, disabituato al lavoro. Sviene. Plotkin la raccoglie. Plotkin la porta in un caffè. Le offre un pranzo. Ma la ragazza si spaventa, scappa. «La gente di Alexanderplatz non accetta aiuto da estranei». C’è un locale. E c’è un’altra ragazza. S’avvicina: «Ti va? Fanno due marchi». «No, grazie. Mi va la birra. M’interessa Wedding». «Wedding? Puah! Le donne di Wedding ci stanno per un pezzo di pane!» «Perché fai questa vita?» «Mi piace fare la vita. Prima dormivo in un letto che di giorno dovevo lasciare perché ci dormisse un altro. Risparmiavo su tutto. Ho perso il lavoro. Sono finita sopra una stalla. Non dormirò mai più in una stalla. Preferisco fare la vita. E quando finirà, sarà finita per me. Hai letto <em>Berlin, Alexanderplatz</em>? Sì? Ma guarda un po’, in America leggono Döblin! Hai presente quando dice che il tempo è un macellaio e noi fuggiamo dal suo coltello? Be’, quella sono io. Siamo tutti noi».</p>
<p>I prezzi stupiscono Abraham che può comprare un vestito a dieci dollari, un «buon cappello» con sei marchi e le scarpe più care non gli costeranno più di venti e dalla strada trasloca nel formicaio, sale una scala, percorre un andito, gli aprono una porta, gli offrono un tè nell’abitazione dell’ex menscevico, ex membro del Bund Abramovitch, che chiede: «Perché sei qui?», e Plotkin risponde: «Se succede qualcosa, voglio esserci. Sono stanco di leggere i fatti sui giornali» mentre un piccolo treno che sottrae il tempo allo spazio e somma le ore ai metri recapita Plotkin nella casa del sindacato, nella “patria del socialismo e del movimento operaio, dove tutto è ancora possibile”: rialzarsi, combattere, vincere, governare, riformare, consolidare la democrazia, contenere il nazismo, arginare la monarchia ma il sindacalista (che Plotkin è andato a trovare) dalla sua sedia, dal suo tavolo confessa: «Abbiamo paura della nostra ombra, per non parlare dell’ombra altrui»; ma il sindacalista promette: “Quest’inverno ci sarà agitazione. Forse nascerà un movimento rivoluzionario. Non una rivoluzione. Una rivoluzione in Germania è impossibile. Un movimento rivoluzionario, invece, è possibile. Chi lo guiderà? Chiunque prometterà pane al popolo. Ma stia certo: il nazismo andrà rapidamente in frantumi. Hitler ormai è disperato”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em>&#8211; Hitler in frantumi? Il nazismo, rapidamente, disperato? È quello che abbiamo sentito? È quello che hai letto? Seguitiamo. Come seguitano i mesi.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<figure id="attachment_46233" aria-describedby="caption-attachment-46233" style="width: 538px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-46233  " alt="Manifesto di propaganda nazista, inverno 1932. &quot;La nostra ultima speranza: Hitler&quot;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/hitler.jpg" width="538" height="717" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/hitler.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/hitler-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" /><figcaption id="caption-attachment-46233" class="wp-caption-text">Manifesto di propaganda nazista, inverno 1932. &#8220;La nostra ultima speranza: Hitler&#8221;</figcaption></figure>
<p><strong>Dicembre 1932</strong><br />
Il diarista è il disegno che disegna sé stesso per un’arte circolare dalla coda alla bocca del serpente. L’eiezione. La partecipazione. La rappresentazione. Della realtà. Lo coinvolgono come gesti di una trilogia che ha per titolo “Io, voi, la storia, la mia storia”. Il memorialista civetta col <em>journal intime</em>, conversa col futuro, racconta all’avvenire, ricatta il presente (“quanto mi dai, perché io ti consegni ai posteri?”). E il presente, complottando con la sua coscienza spugnosa, implora Plotkin che ci regali Herschel. Il giovane Herschel. L’ebreo Herschel. Impiegato in bottega. Povero. Risentito. Cresce ruggine tra la vita e Herschel, che chiede: «Anche a New York gettano gli ebrei giù dalla metro in corsa?», e poi sospira: “Noi siamo maledetti. Dall’antisemitismo. Che devasta i nostri negozi. Che ci spinge a chiedere pietà. Ma io non voglio carità. Io pretendo il diritto di vivere. Come giudeo. In questa terra. Con gli stessi diritti degli altri” e Plotkin annuisce, dubita, sottovaluta, incede nel couscous di Unter den Linden tra i volantini dei comunisti, la polizia a cavallo, gli elmetti, pattuglie di nazisti dalle «uniformi gialle sbiadite e i berretti color farina» e s’infila nel Tiergarten dietro al corteo di operai calmi che raggiungono il Reichstag dove all’improvviso “<em>Was ist los</em>? L’istinto della mandria, il fragore, il desiderio di fuga, qualcosa di mai visto, mai ascoltato, la carica della polizia, tuonano come tori, urlano rauchi come indiani”, lo colpiscono, strattonano, “perché quest’assalto? Eravamo pacifici!”, protesta Plotkin mentre il complotto riprende e il presente di nuovo bisbiglia: “Va’ a Wedding. Racconta Wedding” e tra la notte e il diurnale sorge rapido come il bambù un nuovo viaggio di Abraham: nel quartiere dei manovali e dei lumpen, dove sulle targhe di Kösliner Strasse è inciso il nome della fame.</p>
<p>Che nome ha la fame? Forse quello di Herr Gehrig la cui complessione mostra il disoccupato, quattro figli, la moglie, un pasto al giorno, patate, crauti, la domenica carne: una libbra in cinque. Nella strada del maggio di sangue le persone si dileguano dal corpo. Che nome ha la fame? Qual è il suo menu? Zuppa di lenticchie, minestra di latte, acqua e farina, novanta inquilini, solo cinque occupati, i numeri civici un calcolo per fossori, intonaci e porte già una necrosi, la mummificazione della classe operaia, macchie ipostatiche sul lavoro, un lutto ipocrita e falso, dalla bocca dei futuri cadaveri l’alito dei mestieri avariati e “questa è la stanza dove viviamo, mangiamo, dormiamo e spesso moriamo. Questa è la latrina per l’uso di nove famiglie. Questa è la stalla dove mungiamo le mucche e al di sopra del fieno e delle feci vivono i nonni, i nipoti, le madri di Wedding. Queste sono le cantine che abitano gli <em>Ausgeschlossen</em>, topi senza sussidio”. Questa è l’acqua marcia di Wedding dove soprannuotano muratori, meccanici, carpentieri, operai qualificati e “perché. Non possono. Essere messi. A costruire. Abitazioni decenti. Essere nutriti. Mentre lavorano?”, si chiede Plotkin che più tardi scopre dal medico Loewenstein di aver testimoniato solo l’ulcera di un cancro nascosto: “La povertà li ha sfiniti. Non hanno più forze. Negli ospedali non si riprendono. Prima della crisi avevano un’altra salute”.</p>
<p>Questa sera. Il palazzo enorme per giochi e adunate. Cresce sulla pietra e sul vetro. Incide il quartiere di Schöneberg. Una torta edile. Sul tavolo della conurbazione un dolce inscalfibile. Un anfiteatro per le arringhe dell’odio. Questa sera. Lo Sportpalast apre le porte ai nazisti. Un pubblico nazionalsocialista entra a migliaia, ad ascoltare Goebbels. Entra anche Plotkin, curioso e spugnoso. Siede in platea. Sulla tavolozza della vita berlinese: ragazze in uniforme, uomini in divisa, «la scena politica tedesca premia il business delle uniformi», le bandiere, il canto, il saluto teso, gli stendardi ma Goebbels lo delude e, deluso, Plotkin si conforta: “Avevo sentito dire che era bravo. Sì, Goebbels è bravo. Sa dare spettacolo. Ma il suo discorso. Non aveva un inizio. E non aveva una fine. Ha solo detto che c’è una tregua in Germania. E i nazisti mantengono la parola data. È tutta qui la minaccia? Cercavo una balena. Ho trovato un lattarino” ed esce prima che l’assembramento s’auguri la buona notte e a distanza di altre ore e altri metri (forse prima, forse dopo) il sindacalista Schultz rassicura Abraham il diarista Plotkin: “Noi socialdemocratici. Noi del sindacato. Abbiamo fiducia. Ci siamo liberati di von Papen. Ci stiamo per sbarazzare di Hitler. Schleicher lo seguirà. Infine avremo il campo libero”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em> &#8211; Hanno fiducia? Si sono liberati? Si stanno per? È quello che abbiamo sentito? È quello che hai letto? Seguitiamo. Come seguitano i mesi.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<figure id="attachment_46230" aria-describedby="caption-attachment-46230" style="width: 778px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-46230 " alt="Macht¸bernahme Hitlers" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Bundesarchiv_Bild_146-1972-026-11_Machtübernahme_Hitlers.jpg" width="778" height="542" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Bundesarchiv_Bild_146-1972-026-11_Machtübernahme_Hitlers.jpg 778w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Bundesarchiv_Bild_146-1972-026-11_Machtübernahme_Hitlers-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Bundesarchiv_Bild_146-1972-026-11_Machtübernahme_Hitlers-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 778px) 100vw, 778px" /><figcaption id="caption-attachment-46230" class="wp-caption-text">30 gennaio 1933. Hitler si affaccia dal palazzo della Cancelleria (foto di Robert Sennecke, fonte: Bundesarchiv, Wikipedia, http://commons.wikimedia.org/)</figcaption></figure>
<p><strong>Gennaio 1933</strong><br />
Uccidono il giovane Wagnitz. Walter dell’<em>Hitlerjugend</em> Wagnitz. Sul pallottoliere di Berlino: la polizia promette, a chi segnali il killer, cinquecento marchi. Sul pallottoliere di Berlino: sbarcano duecento – cinquanta – mila – disoccupati in più. Sulla scena palustre, brandeburghese, antisemita una donna apostrofa Plotkin: «Io non parlo con gli ebrei». Nel teatro xenofobo di regole e binari un poliziotto acciuffa Plotkin: “Come mai mi fermate? Perché sono americano? Perché sono giudeo?” Qualcuno ride tra la divisa e i mostrini. “Non hai il biglietto. Per questo ti fermiamo”.</p>
<p>E, questa sera, nello strudel di ferro, calcestruzzo e cristallo, nell’arena dello Sportpalast, di nuovo i nazisti, nuovamente Goebbels. Il testimone che si testimonia (Plotkin) racconta «spalti gremiti» &#8211; così «siedo in alto» &#8211; «entra un gruppo vestito di nero» &#8211; entra il lutto e nella coreografia si fa avanti «la madre di Wagnitz» &#8211; «tutti si alzano» &#8211; e «offrono il saluto nazista». Poi tocca a Goebbels che ha la «voce potente» e «trema» e «si contorce». “La tregua è finita. Riprende la lotta. I socialdemocratici hanno tradito la Germania”, ringhia il gerarca cui basta una menzione di Hitler perché la platea si scuota e applauda mentre Goebbels promette: “Noi siamo come i romani. Che combatterono. Anno dopo anno. Finché non distrussero Cartagine”, e il ducetto si chiede e risponde: “Chi è il colpevole della morte di Wagnitz? Gli ebrei”, e la platea spruzza anatemi. Sugli ebrei. Esce Plotkin, dal teatro dell’odio. Pensa Plotkin, al Ku Klux Klan. E spera: che il nazismo si sgonfi come i razzisti del sud. I nazi hanno perso mordente, ragiona Plotkin. I nazi si scaldano giusto aggredendo gli ebrei, considera Plotkin.</p>
<p>Ma sboccia una tolleranza diversa. Berlino consente gli oltraggi ai portatori di svastiche. Entra la provocazione. Non c’è serratura. Non c’è cancello. L’autorità indossa il mantello che rende invisibili; nella maschera del comandare, obbedisce; aiuta, agevola, osserva. Plotkin cade dalla sedia e annota: “I nazisti dimostreranno a Bülowplatz, dov’è la Karl-Liebknecht-Haus, dov’è la sede dei comunisti, la polizia ha dato il permesso, tutta la città ne parla, è una follia, scorrerà sangue nel quartiere operaio, nasceranno cortei non autorizzati a Neukölln, Wedding, Pankow, Charlottenburg, Lichtenberg, Schöneberg e marceranno sulla piazza dei comunisti, invasa dai nazisti”. Nei caffè gli uomini e le donne non discutono d’altro. La città si apre, sfiancata, rammollita come un’ostrica e il sindacalista Plettl tra una birra e un valzer di Strauss nel salone dell’Imperator, seduto comodo «sul bordo del vulcano» ammette: «La polizia è impazzita, oppure sta cambiando tutto».</p>
<p>Quel giorno. Il ventidue. Gennaio. Del trentatré. Plotkin non entra a Bülowplatz. Non ci riesce. Nessuno ci riesce. “Sedicimila nazisti. Sedicimila poliziotti a proteggerli. Le mitragliatrici sui tetti. I cortei di protesta: dispersi. La fermata della metro: chiusa”. Uno scudo recinta la presa del potere e Plotkin rincula sulla Alte Alenxanderstrasse nella dimostrazione di risulta, che gli toglie la facoltà d’essere «un individuo autonomo». “La folla mi porta. Canta l’Internazionale. Bestemmia. Mostra il dito ai gendarmi. A piedi o a cavallo, coi fucili a tracolla, sui camion <em>Tanz</em>, le mitragliatrici sul retro: sono i gendarmi. La folla si muove, mi muove. Crepita un fucile e la folla si ferma, mi ferma. Non sono più padrone del mio camminare. E non sono un vigliacco”.</p>
<p>Non ha tempo per il rendiconto notturno. Esprime appena un pensiero dalla penna alla carta al rileggersi («i nazisti» – «controllano» – «Berlino») che il giornale annuncia il nuovo governo con Hugenberg, von Papen e con Hitler. Plotkin chiama l’amico, che ride: “Non avranno il coraggio di resuscitare von Papen, l’uomo più odiato in Germania”. Plotkin chiama un altro amico, che consiglia: “Lascia perdere i giornali”. Plotkin chiama il corrispondente del <em>Chicago Tribune</em>, Herbert Kline, che annuncia: “Preparati. Tutto è possibile”. Dov’è finito l’argine della SPD? In quale polvere si sgretola il cemento operaio?, si chiede Plotkin. In un parco, di fronte a ventimila uomini, Franz Künstler getta un urlo socialdemocratico: “Il <em>Fronte di Ferro</em> ha già salvato la repubblica. E la salverà ancora. I nazisti non passeranno. I monarchici non passeranno”. Ma su Margrafenstrasse i nazisti, in effetti, passano, e Plotkin li vede, e Plotkin li annota: con le fiaccole, nella festa, con lo strepito disciplinato della porcilaia in casacca, vanno al Kaiserhof Hotel dove Hitler, adesso cancelliere, alloggia. Eppure con due capriole che traducono i giorni (poco prima, poco dopo, poco importa) il sindacalista Bading, il socialista Bading rassicura l’uomo che vive e scrive di vivere: “Hitler non risolverà la disoccupazione. Hitler aggraverà. La disoccupazione. E quando i tedeschi l’avranno capito, inizierà il suo declino”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em> &#8211; Hitler aggraverà il proprio declino? Hitler non risolverà i tedeschi? È quello che abbiamo sentito? È quello che hai letto? Seguitiamo. Come seguitano i mesi.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46242" alt="Reichstag" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag2.jpg" width="652" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag2.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag2-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/reichstag2-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></p>
<p><strong>Febbraio 1933</strong><br />
L’elenco delle proibizioni è il ricettario della cattiva cucina. Istruzioni del veleno e il disgusto, sul diario di Plotkin. Una gastronomia carnivora, cannibale per i morti accoltellati, sparati, il saccheggio della Karl-Liebknecht-Haus, il divieto di stampa comunista, la censura della stampa socialista e comizi, cortei, discorsi pubblici: sono proscritti. Il decreto sulla stampa tedesca, il decreto sulla stampa estera, la marea edittale, la marea violenta. Finisce lo studio dello Stato sociale. Cambia l’abito del viaggio di Plotkin. I fatti derubano Plotkin che adesso arretrando, un po’ sbandato, percettore di allarmi, assordato dalla minaccia ultrasonica, troppo storica, visita il comitato centrale dei cittadini ebrei. Se li aspettava già dileguati nell’oggetto duro presente; invece li trova che stanno tranquilli: “Doveva accadere, prima o poi, che Hitler andasse al governo. Non potrà danneggiarci, con mezzi ufficiali, più di quanto non abbia già fatto con mezzi ufficiosi. Anzi è meglio. Che la fiamma di Hitler. Si consumi. Il prima possibile”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em> &#8211; La fiamma di Hitler non potrà governarci, non potrà bruciarci: è questo che dicono? L’hanno detto davvero?</em></p>
<p>Otto Wels mette le briglie al discorso al Lustgarten; non vuole innescare lame e fucili sull’SPD che presiede, ma dice che il <em>Fronte di Ferro</em> “è vivo, è pronto”, ma dice: “Berlino resta rossa”. Poi Hartig il sindacalista conforta l’alieno Plotkin e spaesato: “Abbiamo vissuto altre crisi così. È vero, questa sembra più seria. Ma non oseranno la monarchia. Dia tempo al tempo. Presto Hitler sguainerà la spada. Presto Hugenberg impugnerà la spada. Si uccideranno tra loro”. Plotkin, però, non sembra convincersi e dall’insonnia cava bruciori, domande gastralgiche che in una foresta rivolge poi a Plettl, il sindacalista: “Se Hitler farà questo, come reagirete? Se Hitler farà quest’altro, cosa risponderete?” Nel bosco Plettl è calmo e sorride, e spiega: “Abbiamo valutato. Tutti gli scenari, ogni possibilità. Siamo preparati. In caso di emergenza. La grande macchina del sindacato. Saprà reagire. Entro un’ora. L’intera organizzazione. In ogni parte della Germania. Reagirà. Ma non si preoccupi, non ci sarà una dittatura. Hindenburg non lo consente”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em> &#8211; L’ingenuità di Plettl svetta sulle conifere, sradica persino l’edera. Tra due settimane il Reichstag brucerà. Tre mesi e mezzo e il sindacato terminerà. Tre mesi e mezzo e arrestano Plettl, il candido. Tra quattro mesi svapora l’SPD. Da questo bosco prende il volo una miopia che impedisce al sé di riconoscere l’altro e sé stesso in relazione con l’altro. Ogni previsione sarà sconfessata. Ogni speranza, delusa. Ogni gesto non agito sarà rimpianto.</em></p>
<p>Nella riunione di un consiglio di fabbrica il delegato sindacale Shtupe (testimoniato da Plotkin, l’uomo che racconta alla carta) s’alza, prende la parola ed esige che: il movimento operaio &#8211; appoggi la creazione &#8211; di un fronte antifascista &#8211; tra comunisti e socialisti. Ragiona sereno, ma l’uditorio si agita. “È tempo di riunire tutti i gruppi. Per la guerra inevitabile. Tra fascismo e lavoratori”. Poi parla il sindacalista Lehman, il dirigente: “Di quale fronte dici? Se uniamo i tedeschi per la Germania, si può fare. Ma unirli in nome di una filosofia estranea, non importa quanto seducente, è impossibile. Ci telefoni, la direzione comunista, e uniremo il fronte. Per la Germania, non per la Russia. Ma tu pensi che la socialdemocrazia tedesca, che viene dal Quarantotto, che ha sconfitto Bismarck ed è sopravvissuta al terrore post bellico, accetti le condizioni dei comunisti? Davvero lo pensi? È assurdo auspicarlo. È umiliante”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em> &#8211; Questo ha detto: assurdo e umiliante.</em></p>
<p>La mattina del quindici Plotkin scrive d’aver capito: «La Germania è sull’orlo di una dittatura. Di che genere? Quale il tiranno? Non è chiaro. Ma che stia arrivando è una dura, fredda realtà». “Alle prossime elezioni. Del cinque marzo. I tedeschi. Terrorizzati. Non opporranno resistenza. All’ascesa di Hitler. Resta solo da comprendere l’esito. Monarchia o fascismo?” L’inverno, le marce, le strade di pietra, la mandria dei berlinesi erbivori (senza casa, senza stufa né luce – per questo all’aperto); i provvedimenti che il potere, vestito da realtà, prende contro il dominato, nell’abito della realtà; l’attesa, la considerazione di ipotesi sul corso degli eventi, la ruminazione di un esilio. Da questo mucchio selvaggio (una pasta di cemento) risulta una mano, poi l’altra mano e il volto di Plotkin: sporco, infangato dalla democrazia che crolla, apre la bocca e respira nella torta funebre, nel dolce scaduto dello Sportpalast la notte del ventisette per “l’ultima – assemblea – socialdemocratica”.</p>
<p>«C’è qualcosa nell’aria», considera Plotkin. «Troppa polizia», annota. «Fuori e dentro lo Sportpalast». Apriamo la scatola del passato, ascoltiamo la voce, leggiamo la storia: sale sul palco il Coro socialista. «Cinquecento persone intonano canzoni di rivolta che ti mettono voglia di sfidare e osare. Sono grato del loro canto» e l’uditorio s’alza in piedi, stringe i pugni e urla “libertà”. L’ultima ora. Di libertà. Hanno preso il soprabito, e sono usciti, per la sfida al vento dei fucili. Per gridare. Un’ultima volta. “Libertà”. Friedich Stampfer, giornalista socialdemocratico, vuole parlare. Ma un poliziotto, un funzionario, si fa avanti e gesticola. È l’ingresso in scena della proibizione. Stampfer esita. Il poliziotto pronuncia: “<em>Aufgelöst</em>”. La proibizione. L’assemblea è sciolta. L’uditorio grida: “Polizia assassina”. Si leva una voce: “Berlin bleibt rot” (è rosso il colore prediletto degli illusi) ma già tutti escono nel clima delle uniformi e del ferro, nel controllo poliziesco e notturno.</p>
<p>Plotkin adesso si lascia trasportare da un’ora. Può essere una carrozza, o anche un tassì: un’ora. Può avere le ruote, i pedali oppure i binari: un’ora di tempo e Plotkin si ferma da Aschinger a bere un caffè e riflette e riposa.<em> Dall’intenzione del viaggio non ricavo nulla. Dalla fatica, dalle interviste per apprendere, scaturiscono inezie. Tutti questi sindacalisti erano morenti. Questa socialdemocrazia aveva il male incurabile. Non c’è di che esportare, né importare. Non c’è. Sono stanco. Sono. Solo</em>. Adesso: qualcuno entra nel locale e grida: “Brucia!”. Cos’è che brucia? Ancora e di nuovo, nel ciclo continuo del cammino e del resoconto, Plotkin è costretto a testimoniare il cappotto, la sciarpa, la strada. Esce. S’arrampica su Charlottenstrasse, verso un chiarore. Anche la folla, che lo circonda e accompagna, vede vampate. Un fuoco nel cielo. Una morte che vive. I bagliori come spermatozoi che fecondano il domani di cenere. Oggi brilla, domani sarà carbone e la domanda (di Plotkin) ritorna: “Cos’è che brucia?” Poi la risposta (di Plotkin): “Accidenti, è il Reichstag che brucia”.</p>
<p><em>Coro</em><br />
<em> &#8211; Salutate Plotkin. Per via delle fiamme noi ci fermiamo. Sopravviviamo, finendola qui.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p><strong>SCHEDA<br />
</strong></p>
<figure id="attachment_46236" aria-describedby="caption-attachment-46236" style="width: 272px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-46236" alt="Plotkin 1892-1988" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Plotkin-1892-1988.jpg" width="272" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Plotkin-1892-1988.jpg 756w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Plotkin-1892-1988-221x300.jpg 221w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /><figcaption id="caption-attachment-46236" class="wp-caption-text">Plotkin 1892-1988</figcaption></figure>
<p>Abraham Plotkin visse a Berlino tra l’inverno del 1932 e la primavera del 1933. Il suo diario (<strong><a href="http://www.press.uillinois.edu/books/catalog/53eqm8tc9780252033612.html" target="_blank">An American in Hitler’s Berlin. Abraham Plotkin’s Diary</a></strong>, 1932-33, a cura di Catherine Collomp e Bruno Groppo, University of Illinois Press, Urbana and Chicago, 2009) è una testimonianza preziosa dei mesi cruciali che precedettero la presa del potere nazista.</p>
<p>Malati di posterità, siamo abituati a considerare l’ascesa di Hitler un fatto inevitabile in quanto accaduto. L’attitudine ha una sua logica, non lo nego. Ma i contemporanei &#8211; come ci mostra Plotkin con le sue pagine, i suoi ragionamenti, le sue valutazioni e congetture politiche – usavano una logica diversa, ipotizzavano scenari che non avrebbero dato esiti, eppure altrettanto verosimili, se non probabili, del cupo avverarsi del totalitarismo. In quei mesi, in Germania, tutto era a tal punto possibile che un sindacalista americano, ed ebreo, sceglieva di trasferirsi a Berlino per imparare le tutele dello Stato sociale, le protezioni assicurate ai disoccupati (aiuti inesistenti negli Stati Uniti), e decideva di apprenderle sui banchi di scuola dell’organizzazione dei lavoratori più evoluta del mondo: il sindacato tedesco.</p>
<p>Il volume pubblicato nel 2009 raccoglie una parte dei diari di Plotkin, conservati integralmente presso il Kheel Center for Labor-Management Documentation and Archives, Martin P. Catherwood Library, Cornell University, Ithaca. Plotkin frequentò molte personalità della classe dirigente socialdemocratica e sindacale berlinese, testimoniandone la caduta, la debolezza, la miopia. Nella primavera del 1933 tornò negli Stati Uniti, dove lanciò l’allarme sulla distruzione del movimento operaio tedesco. Riprese quindi la sua attività di dirigente nel sindacato tessile nordamericano.</p>
<p><strong>I brani riportati tra virgolette “ &#8230; ” sono di mia invenzione, o rielaborazioni di passi di Plotkin. I brani riportati tra virgolette « &#8230; » sono citazioni di Plotkin.</strong></p>
<p><strong>LINK</strong>:<br />
<a href="http://weimar.facinghistory.org/">http://weimar.facinghistory.org/</a><br />
<a href="http://www.press.uillinois.edu/books/catalog/53eqm8tc9780252033612.html">http://www.press.uillinois.edu/books/catalog/53eqm8tc9780252033612.html</a></p>
<p style="text-align: left;">[<strong><a href="http://www.gvsu.edu/liberalstudies/melanie-shell-weiss-70.htm" target="_blank">Melanie Shell-Weiss</a></strong> ha ricostruito un altro episodio: <a href="http://users.wfu.edu/caron/ssrs/shellweiss.doc" target="_blank">users.wfu.edu/caron/ssrs/shellweiss.doc</a>. Vent’anni dopo, all&#8217;inizio degli anni Cinquanta, troviamo Plotkin a Miami, Florida, dove assieme a un altro sindacalista, Robert Gladnick, sgomina una sedicente agenzia per l&#8217;impiego, la <a href="http://www.florida-companies-info.com/caribe-employment-agency-inc-k5y7/" target="_blank">Caribe Employment Agency</a>, in realtà un’organizzazione che trafficava donne e uomini da Porto Rico schiavizzandoli nell’industria tessile e agricola della Florida. Le operaie, segregate in una camera d’albergo, venivano scortate con le armi al lavoro in fabbrica. Plotkin e Gladnick ne salvarono molte e riuscirono a far chiudere l’agenzia.]</p>
<p>(<em>Una versione più breve del racconto è stata pubblicata sul <strong>Manifesto il 4 agosto 2013</strong></em>)</p>
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		<title>Biografia anelastica di Felice Chilanti (1914-1982)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/03/biografia-anelastica-di-felice-chilanti-1914-1982/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 14:27:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio (Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg" alt="chilanti01" width="700" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><i>(Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. Scoprì la mafia dei corleonesi, che risposero con una bomba al tritolo. Ma non fu la mafia a ucciderlo)<span id="more-45276"></span></i></p>
<p><strong>IL GIORNO</strong>, il mese, l’anno. Il ventidue. Marzo. Mille novecento quarantadue. Galeazzo Ciano. Un diario. Lo scrupolo. La nota. La memoria nella cartuccia sull’inchiostro lungo la penna per sgorgare sulla pagina. Il diario come un pannolino per assorbire eiezioni di memoria. Essiccamenti di memoria riciclabile destinata ai posteri: di Galeazzo Ciano. L’ha “chiamato al telefono un giovanotto”. Ricorda, imprime, si preoccupa. Per dirgli cosa? Che la sua vita è in pericolo. La vita del figlio del regime, genero del. Regime. La vita di Ciano. Il confidente (attraverso la memoria, l’inchiostro, la pagina) rivela che “un giornalista, tal Felice Chilanti”, l’ha avvicinato e invitato al banchetto dei cospiratori nel “movimento rivoluzionario” che si propone di</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“eliminare</p>
<p style="text-align: right;">gli elementi di destra<br />
e conservatori</p>
<p style="text-align: justify;">del Partito</p>
<p style="text-align: right;">e</p>
<p>di imporre</p>
<p style="text-align: right;">al Duce</p>
<p>una</p>
<p style="text-align: right;">energica</p>
<p>politica</p>
<p style="text-align: right;">socialista”.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Tutto era previsto: attacco, arresto dei ministri, morte di Ciano” per interrompere lo sperma del potere ma sulla pagina l’inchiostro rassicura l’Io, non i posteri:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>“Con un po’ di confino</p>
<p style="text-align: right;">o anche di carcere</p>
<p>l’ardore</p>
<p style="text-align: right;">di questi giovani</p>
<p>verrà raffreddato.</p>
<p style="text-align: right;">Però</p>
<p>non si può fare a meno</p>
<p style="text-align: right;">di chiedersi:<br />
perché tutto questo?</p>
<p>Non potrebbe trattarsi</p>
<p style="text-align: right;">di un inizio</p>
<p>di antifascismo?”</p></blockquote>
<p><i> <img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45278" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg" alt="chilanti02" width="700" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02.jpg 1720w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></i></p>
<p>L’episodio, il perno attorno al quale ruota la giostra. Sta in mezzo a un’esistenza e la spiega. Quella che successe, quella che accadrà. Nell’ultimo atto. Del fascismo. Un cospiratore. Fascista che vuole uccidere fascisti. Antifascista? Neanche lui sa la risposta. Ancora no.</p>
<p>Ventotto anni fa. Nell’Alto Polesine. È nato. Da contadini, braccianti. Mangia carne tre volte l’anno. Spesso ha la famiglia</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«senza pane,</p>
<p style="text-align: right;">né crusca</p>
<p>per il maiale</p>
<p style="text-align: right;">né granturco</p>
<p>per anatre e galline».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sua casa d’infanzia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Nere travi</p>
<p style="text-align: right;">sopra i nostri sacconi</p>
<p>pieni di foglie</p>
<p style="text-align: right;">di granturco</p>
<p>e le lenzuola</p>
<p style="text-align: right;">gialle di canapa</p>
<p>tessute al telaio</p>
<p style="text-align: right;">dalla nonna malata.»</p>
<p style="text-align: right;">
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il clima: la denutrizione, l’odore di sterco campestre, l’erba macchiata, l’argilla, latrine all’aperto, le ascelle materne, la flanella del padre. I sabotaggi della povertà. Eppure cresce. Ne ha già quattordici. Prende un treno per Roma. Studierà ragioneria? Non completa gli studi. Trova un lavoro. Presso l’Unione. Provinciale. Fascista. Agricoltori. È già «fascistello». Sta con le sue idee nell’universo chiuso. La coerenza, l’incoerenza, rivoluzione, borghesia, Partito, monarchia, Vaticano, proletariato, ministeri, uniformi, Fiat, il Lungotevere, la carbonara fascista, i saltimbocca fascisti, i preservativi di budello: fascisti, le nuvole col profilo del Duce.</p>
<p><i>Ascolta l’epoca. Io non c’ero. Neppure tu. Ma questo non vuol dire. Che non sia possibile. Esperienza. Col mio lavoro e nella mia voce, tu fai esperienza. Nell’archivio, nel libro: la mia esperienza. Il critico con la barba bianca istruisce la giovane scrittrice: “lascia stare i libri e la storia. Fa’ esperienza”. Ma la stella che ci appare è una stella morta. Noi guardandola la rimettiamo in vita. La carta d’archivio è il fossile. Vita morta che rinasce. Io rivendico il mio diritto. Ad ascoltare. Il passato. A immaginarlo. Nel racconto della carta, della polvere, del libro.</i></p>
<p>Le giberne. I gabbiani. Un Campidoglio stinto. Brecce nel marmo. I rifugi del Ghetto. Montecitorio obbedisce. La passamaneria, il negozio di bottoni, il cotone di regime, il rayon di regime, Felice Chilanti giovane in camicia nera a considerarsi rivoluzionario e infatti lo guidano ex sindacalisti, ex socialisti, ex fondatori del Pci. Nicola Bombacci. Edmondo Rossoni. Una rivista: <i>La Stirpe</i>. Dicembre. Mille novecento trentaquattro. Il pubblicista ventenne scrive che il borghese è</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«il nostro avversario<br />
naturale»</p>
<p>e la rivoluzione corporativa<br />
dev’essere</p>
<p style="text-align: right;">una «rivoluzione<br />
antiborghese».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spirito, Spampanato, Fantini, Orano. Il fascismo sociale. Nella testa. Di Chilanti.</p>
<p>La sua Roma intanto…</p>
<p><iframe loading="lazy" title="La sua Roma" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/xA_-mpuOYP0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille novecento trentacinque. Lascia Roma. «Come a prova del senso collettivo della vita.» Il servizio di leva. La terza compagnia. Chimica. Per l’uso dei gas. «In distaccamento solitario nella valle alta dell’Adige.» Qui si canta un inno:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«noi con</p>
<p style="text-align: right;">l’iprite</p>
<p>e l’aggressivo</p>
<p style="text-align: right;">non ne lasciamo</p>
<p>nessuno vivo».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi. L’addestrano. Maneggia l’arma di sterminio. Noi. Intuisce le vescicazioni? Le piaghe sul corpo di uomini, donne, bambini? Noi. Il nostro volo. Il nostro scarico. La nostra guerra senza guerra d’Etiopia. Il nostro impero. I cadaveri effetto di noi. La nostra storia. Il nostro oblio. Abbiamo dimenticato <i>noi</i> sull’altipiano d’Africa. Chilanti apprende noi. Il nostro fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna. A Roma. Fa il giornalista. Scrive che si distribuisca. Ricchezza. Scrive che si recuperi. La funzione. Rivoluzionaria. Del sindacato. È rissoso. Anticapitalista. Antitutto. Scalpita nella leva del frondismo. Di Bottai. Nell’universalfascismo. Di Zangrandi. Nella cospirazione sonnambula. Dei Littoriali. La guerra. Vicina. Il fiato. Di Hitler. Il dissenso nell’acquario. L’orizzonte di cartone. Il pianeta dei pupazzi. Ma non è l’ora di uscire. A rivedere le stelle. Entra la colpa. Mille novecento trentotto. In un libercolo. La firma di Chilanti. La promessa:</p>
<blockquote><p>“i lavoratori</p>
<p style="text-align: right;">seguiranno</p>
<p>il Regime</p>
<p style="text-align: right;">nella politica</p>
<p>razziale,</p>
<p style="text-align: right;">con tutto l’amore e</p>
<p>tutta la fedeltà</p>
<p style="text-align: right;">necessaria ad essere</p>
<p>più forti, degni</p>
<p style="text-align: right;">e capaci di vincere.</p>
<p>E della razza saranno</p>
<p style="text-align: right;">i più<br />
intransigenti</p>
<p>e i più<br />
accaniti difensori.</p>
<p style="text-align: right;">Nei figli vorranno<br />
che la razza</p>
<p>sia sempre più pura”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La macchia. Lo insozza. Perché l’ha scritto? Ne ha ventiquattro. <i>Io, a ventiquattr’anni, mi laureavo. Studiavo l’Ottocento. Votavo. Perdevo. Ma non ero costretto. All’apartheid. Nessuno mi chiedeva. Di sbagliare. Non responsabile. Come Telemaco. Per questo. Solo per questo. Il marginale Io. L’inefficace, non storico Io. Non riesce a condannare. Ma è dispiaciuto. </i>Lui, a ventiquattro, per fortuna, almeno tace sugli ebrei:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«non scrissi<br />
di razze superiori<br />
o inferiori<br />
né la parola ebreo<br />
bensì che esistendo<br />
una razza italiana<br />
bisognava unificarla<br />
abolendo<br />
la divisione<br />
in razza di ricconi<br />
e razza di<br />
diseredati».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso risale. La corda nel pozzo. La presa. Le mani ferite. Le punte dei piedi: premono. Sulla roccia. Il fiato. E il gemito. Per liberarsi nella metamorfosi esigendo sangue, offrendo sangue. Mille. Novecento. Quaranta. La guerra. Chilanti in Grecia e Albania. Fonda una rivista con Pratolini e Gatto. <i>Il domani</i>. Scrive corrispondenze dal fronte. I fascisti la chiudono. Ritorna. A Roma. Ha deciso. I fascisti: un danno. Lingua in bocca con la monarchia. Lingua in bocca con la curia. Lingua in bocca con Hitler. Liberarsi. Uccidere il fascismo. Complotta. Coinvolge qualcuno. Il dieci. Aprile. Mille novecento quarantadue. L’arrestano. L’Ovra. L’accusa. Di aver macchinato l’omicidio di. Ciano, Starace, Farinacci. Sei mesi a Regina Coeli per il torchio e lui risponde:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«il conte e<br />
qualche altro conte,</p>
<p style="text-align: right;">sì signor commissario</p>
<p>gridavo fra i miei amici,</p>
<p style="text-align: right;">dovevamo liquidarli</p>
<p>e catturare</p>
<p style="text-align: right;">Mussolini</p>
<p>di notte</p>
<p style="text-align: right;">in un aeroporto,</p>
<p>ma sì, appunto,</p>
<p style="text-align: right;">come nei film,</p>
<p>puntandogli le pistole</p>
<p style="text-align: right;">alla schiena».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Lipari. Il confino. Le pietre nere. Contento per l’esilio. Si libera. Espettora il fascismo. Nell’isola. Con l’aiuto dei capperi. Delle olive. Fa la lavanda gastrica. Lontano da Mussolini. Che nel frattempo cade. Otto. Settembre. Mille. Novecento. Quarantatré. Per avventura rientra a Roma. Adesso partigiano accessorio. Laterale. Aderisce a Bandiera Rossa<i>.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Trozkisti,</p>
<p style="text-align: right;">anarchici,</p>
<p>comunisti espulsi<br />
e radiati;</p>
<p style="text-align: right;">fuori e contro il Cln.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antibadogliani, antimonarchici, anti svolta di Salerno. Forti nei quartieri proletari. Tra loro. Milita. Giuseppe Albano. Il Gobbo del. Quarticciolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Accarezzava</p>
<p style="text-align: right;">il suo mitra<br />
e mi fissava,</p>
<p>da ragazzo serio<br />
che uccide:</p>
<p style="text-align: right;">ho saputo<br />
che eri un fascistone.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli scervellati cui Felice si affratella.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Io approdai<br />
a Bandiera Rossa<br />
da un vero naufragio,<br />
solo all’ultimo “riscattato”<br />
con una carcerazione<br />
che fu per me<br />
la prima “libertà”.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45279" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg" alt="chilanti03" width="700" height="537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-300x230.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ventiquattro. Marzo. Mille novecento quarantaquattro. Il dolore. Molti compagni rastrellati. Interrati. Alle Fosse. Ardeatine. Lui stesso fugge con gli altri</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«scavalcando mura,</p>
<p style="text-align: right;">calandoci lungo tubature,</p>
<p>e anche,<br />
al momento necessario,</p>
<p style="text-align: right;">impugnando un’arma</p>
<p>a sommità d’una scala,</p>
<p style="text-align: right;">decisi a morire</p>
<p>senza viltà</p>
<p style="text-align: right;">e lasciando un segno</p>
<p>della nostra</p>
<p style="text-align: right;">partecipazione</p>
<p>di combattenti</p>
<p style="text-align: right;">a quella guerra».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse il naufrago ha trovato la rada. Avanza nel nuovo mondo postfascista. Asciuga i piedi sulla sabbia. Sveste gli abiti zuppi. Roma è libera. Poi il resto d’Italia. Quando dal mare. Un tentacolo. Afferra Chilanti. Per tirarlo indietro. Nell’acqua di ieri. Una foto che qualcuno gli mostra. Un plotone. D’esecuzione. I fucilati di Dongo. Gerarchi. Passati per le armi. Il ventotto. Aprile. Mille novecento quarantacinque. Pensa di svenire. Riconosce gli amici. Di un tempo. I camerati. Bombacci. Ernesto Daquanno. Molti altri. Sparati. Presto cadaveri. Poi vede chi comanda. Il plotone. Anche quello. Un amico. Un compagno. Di Bandiera Rossa. <strong>Amici tra chi fucila. Amici tra chi muore. Dove si metterebbe lui, nella foto?</strong> La guerra civile. In una foto. In una vita. Nella somma. Delle biografie. Di Felice Chilanti.</p>
<p>Ma non c’è tempo. Il tempo finisce. Riparte. La lotta. Sopravvivere. Prendere partito. L’avventura del mondo. Chilanti trova lavoro. Un po’ dappertutto. <i>Il Tempo.</i> <i>Milano-Sera.</i> <i>Il Corriere della Sera</i>. Oltre a entrare. Nel Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Là condotto,</p>
<p style="text-align: right;">al principio,</p>
<p>da senso di colpa</p>
<p style="text-align: right;">e spirito ribelle</p>
<p>convergenti,</p>
<p style="text-align: right;">paura e convinzione</p>
<p>mescolate</p>
<p style="text-align: right;">in unico</p>
<p>magma</p>
<p style="text-align: right;">tenace,</p>
<p>resistente:</p>
<p style="text-align: right;">torbido.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per lui inizia l’epoca&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Per lui inizia l&#039;epoca" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/eKrcdtCLds0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Quarantanove. Si associa. Alla fondazione. Di <i>Paese Sera</i>. Togliatti vuole. Un giornale borghese. Che sembri borghese. Con il sesso. Il sangue. Il denaro. Ma «dentro ci mettiamo i nostri ideali».</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Per quella<br />
difficoltosa<br />
battaglia<br />
fummo chiamati noialtri<br />
giornalisti esperti,<br />
rotti al mestiere,<br />
per rovesciare i fatti<br />
addosso alla società.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le sue inchieste. Importanti. Chi è il mandante. Della strage. Di Portella? Chi stava. Nella banda. Di Giuliano? Chi è il mafioso Calogero Vizzini? Illumina. Zone scure. Di realtà. Col suo andare in giro. Domandare. Investigare. Scopre Liggio. Scopre la mafia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Sono stato</p>
<p style="text-align: right;">fortunato</p>
<p>ed anche incosciente.</p>
<p style="text-align: right;">Oggi non andrei</p>
<p>in giro</p>
<p style="text-align: right;">per i viottoli<br />
di Corleone,</p>
<p>non entrerei nelle case</p>
<p style="text-align: right;">a chiedere notizie</p>
<p>di Luciano Liggio.</p>
<p style="text-align: right;">Sono stato</p>
<p>aiutato,</p>
<p style="text-align: right;">guidato,</p>
<p>informato</p>
<p style="text-align: right;">principalmente<br />
dai comunisti</p>
<p>di Corleone,</p>
<p style="text-align: right;">giovani e vecchi.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella tipografia de <i>L’Ora</i> di Palermo. Scoppia una bomba. Al tritolo. Ma non ferma Chilanti che scappa dal passato, divora il presente, corre incontro a&#8230; Dirà tempo dopo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«avevo per anni<br />
indagato,</p>
<p>interrogato esperti,</p>
<p style="text-align: right;">poliziotti,</p>
<p>intuito dedotto collegato</p>
<p style="text-align: right;">argutamente</p>
<p>indizi rapporti riservati,</p>
<p style="text-align: right;">affari racket e omicidi,</p>
<p>ero stato minacciato</p>
<p style="text-align: right;">di morte».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Viaggia in Cina. In Russia. Racconta il disgelo. Poststaliniano. I crimini del. Totalitarismo. Una notte lo chiamano. Dall’<i>Unità. </i>Sconvolti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ti rendi conto,</p>
<p style="text-align: right;">frughi</p>
<p>coi ferri roventi</p>
<p style="text-align: right;">dentro la pupilla</p>
<p>degli occhi nostri,</p>
<p style="text-align: right;">non abbiamo</p>
<p>altri occhi».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questo è lui. Questo è il materiale. Anelastico. Non morbido. Del quale è fatto. Felice Chilanti. Ha conosciuto i fascisti. Poi li ha combattuti. Adesso i sovietici. Non sa tacere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Di me non potevano</p>
<p style="text-align: right;">fidarsi</p>
<p>per l’anarchismo</p>
<p style="text-align: right;">di tutta la mia vita</p>
<p>non sapevo</p>
<p style="text-align: right;">prendere ordini.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Cinquantasei. L’Ungheria. E lui che ne ha compiuti quarantadue, fa il punto. Raffronta. Discerne. Pensa che prima o poi parlerà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Io li avevo amati</p>
<p style="text-align: right;">quei capi</p>
<p>dell’antifascismo,</p>
<p style="text-align: right;">per anni</p>
<p>non osai</p>
<p style="text-align: right;">pensare</p>
<p>a loro complicità</p>
<p style="text-align: right;">nei crimini</p>
<p>di Stalin e di Beria»,</p>
<p style="text-align: right;">ma «il partito</p>
<p>ufficiale</p>
<p style="text-align: right;">cominternista</p>
<p>portava<br />
in Comitato centrale,</p>
<p style="text-align: right;">in parlamento</p>
<p>i più disponibili,</p>
<p style="text-align: right;">gli smemorati;</p>
<p>noi, i pochi<br />
in rimorso consapevole</p>
<p style="text-align: right;">eravamo<br />
strumento cieco».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg" alt="chilanti05" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05.jpg 1557w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un fatto medico. Il commiato del corpo. Lo spinge a vuotare il sacco. Prima che sia troppo tardi. L’ultima avventura. Reggio Emilia. Mille. Novecento. Sessanta. Chilanti s’ammala mentre</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ragazzi in blue jeans<br />
feriti uccisi<br />
non si arrendono,<br />
le mie corrispondenze<br />
le detta il cronista locale,<br />
la stenografa non ode<br />
più<br />
la mia voce».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45281" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg" alt="chilanti04" width="700" height="927" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg 773w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-226x300.jpg 226w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un cancro. Alla laringe. Gliel’asportano tutta. «Nella ferita della coltellata.» Mettono. «La cannula per respirare.» Al posto della parola un raschio. Là dov’è il collo un foulard. Non può più intervistare, domandare, dettare. Smette. Di essere. Inviato. Dopo lo spavento. Dopo la crisi. Decide di farsi. Scrittore.  Di sé stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Scriverò</p>
<p style="text-align: right;">romanzi</p>
<p>d’ora in poi</p>
<p style="text-align: right;">per essere uomo</p>
<p>debbo diventare</p>
<p style="text-align: right;">scrittore.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella narrazione, il riscatto. Pubblica tre libri. Col disordine del flusso. Di coscienza. Illustra il bambino che fu. Il giovane e l’adulto. Terminata la fatica, chiarirà:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ho voluto</p>
<p style="text-align: right;">proprio</p>
<p>“spiegare il fascismo”</p>
<p style="text-align: right;">cercandolo</p>
<p>in me</p>
<p style="text-align: right;">nella mia autobiografia.</p>
<p>Ormai sono giunto<br />
al convincimento</p>
<p style="text-align: right;">che in Italia</p>
<p>nessuno</p>
<p style="text-align: right;">può</p>
<p>onestamente</p>
<p style="text-align: right;">“parlare d’altro”</p>
<p>accantonando</p>
<p style="text-align: right;">la propria storia,</p>
<p>la propria persona».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’errore, l’entusiasmo, l’energia, prima del pensiero, il rimorso. La separazione. Dal potere. Dagli strati di grasso. Di comodo. Dalla protezione. Anche culturale. Della borghesia. L’inerme. Generazione. Che nacque nella caverna. Fascista. Il telefono tace. Qualcuno gli toglie il saluto. Ma lui insiste. Coi libri, le pagine, la denuncia del sé e del noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Non fummo lebbrosi<br />
né delinquenti,</p>
<p style="text-align: right;">andammo alla guerra<br />
di liberazione</p>
<p>ma udimmo qualcuno<br />
che disse:</p>
<p style="text-align: right;">hanno scelto<br />
il cavallo vincente.</p>
<p>Li osservavo<br />
ai loro tavoli,</p>
<p style="text-align: right;">a via delle<br />
Botteghe Oscure</p>
<p>e nei loro sguardi</p>
<p style="text-align: right;">quel sedimento<br />
indistruttibile»</p>
<p>di sospetto.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno. Nella libreria Rinascita. Entra. Un funzionario del Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«vecchissimo,</p>
<p style="text-align: right;">mummificato».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chilanti lo indica. Al collega Fidia Gambetti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«quando lui era</p>
<p style="text-align: right;">comunfascista</p>
<p>al tempo del patto</p>
<p style="text-align: right;">con Hitler,</p>
<p>noi eravamo</p>
<p style="text-align: right;">fasciocomunisti</p>
<p>e volevamo finirla</p>
<p style="text-align: right;">col capitalismo».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Generazione. Contro. Generazione. Colpevoli, censori, sacrificati. Chilanti accusa. Neppure voi. Avete combinato. Granché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Chi ero adesso</p>
<p style="text-align: right;">al banco</p>
<p>di questo tavolo?</p>
<p style="text-align: right;">Non avevo catturato<br />
Mussolini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel 1941 (…);</p>
<p style="text-align: right;">non avevo ammazzato<br />
i grandi capitalisti</p>
<p>di Roma</p>
<p style="text-align: right;">la mattina della<br />
liberazione</p>
<p>coi miei compagni<br />
di Bandiera Rossa (…).</p>
<p style="text-align: right;">In fondo, dissi (…)</p>
<p>io sono Praga.»</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resoconto. Senza vincitori. La profezia delle macerie. Della sinistra. Lui però s’alza dal bugigattolo ed è fiero:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ora sono<br />
proprio sicuro<br />
che un verso,<br />
un periodo<br />
di narrativa<br />
sono atti<br />
della resistenza<br />
dell’uomo:<br />
la resistenza permanente».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrive l’ultimo articolo. Su <i>L’Ora</i>. Il titolo. <i>Città della speranza</i>. Un racconto. Del ventinove. Novembre. Mille novecento ottantuno. A Palermo. I giovani in piazza contro i missili. Di Comiso. Tre mesi dopo. A Roma. Il ventisei. Febbraio. Mille. Novecento. Ottantadue. Chilanti muore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Riferimenti bibliografici minimi<br />
</b>I periodi tra virgolette « » sono tratti dai tre romanzi autobiografici di Felice Chilanti (<i>Ponte Zarathustra</i>, <i>Il colpevole</i>, <i>Ex</i>), raccolti in <i>La paura entusiasmante</i>, Milano 1971; e dai <i>Carteggi 1942-1978</i>, a cura di Gloria Chilanti e Sergio Garbato, Rovigo 2004.</p>
<p>Chi vuole approfondire la biografia di Chilanti può consultare le voci a lui dedicate in: <i>Dizionario biografico degli italiani</i>, vol. 34, 1988, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, pp. 721 sgg.; <i>Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza</i>, vol. 1, Milano 1968, p. 537. Per il complotto si veda Galeazzo Ciano, <i>Diario. 1937-1943</i>, Milano 1980, p. 602. Sui giovani e il dissenso nel fascismo si vedano il classico di Ruggero Zangrandi, <i>Il lungo viaggio attraverso il fascismo</i>, Milano 1962 (1948); e poi Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini e Renato Calmieri (a cura di),<i> La generazione degli anni difficili</i>, Bari 1962; Marina Addis Saba, <i>Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista</i>, Milano 1973; Ugoberto Alfassio Grimaldi, <i>Cultura a  passo romano: storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte</i>, Milano 1983; Aldo Grandi, <i>I giovani di Mussolini: fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti</i>, Milano 2001; Paolo Buchignani, <i>La rivoluzione in camicia nera: dalle origini al 25 luglio 1943</i>, Milano 2006. Si veda anche il dibattito apertosi sulle pagine del<i> Corriere della Sera</i> dopo la pubblicazione del saggio di Mirella Serri (<i>I redenti</i>, Milano 2005), del quale mi limito a citare l’intervento di Luciano Canfora, <i>Togliatti fu il primo a capire gli intellettuali in camicia nera</i> del 15/9/2005. Le affermazioni di Chilanti sulla razza italiana sono tratte da ID. <i>La missione della razza italiana</i>, in P. Orano, <i>Inchiesta sulla razza</i>, Roma 1938, p. 85 (citato in Serri, <i>I redenti</i>,  p. 69).</p>
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		<title>Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 09:50:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[1968]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo MAria Ripellino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Maria Ripellino [ Si pubblica l&#8217;eccezionale testimonianza di Ripellino sull&#8217;invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio Dietro il muro di Praga («L&#8217;Espresso», XIV, 35 &#8211; 1° settembre 1968), adesso raccolta nel volume L&#8217;ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est (1963-1973). A cura di Antonio Pane, Le Lettere, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Maria Ripellino</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg" alt="" title="primavera-di-praga" width="500" height="375" class="alignnone size-full wp-image-7453" /></a></p>
<p><small>[ Si pubblica l&#8217;eccezionale testimonianza di Ripellino sull&#8217;invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio <em>Dietro il muro di Praga</em> («L&#8217;Espresso», XIV, 35 &#8211; 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume <em><a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&#038;TS02_ID=1341">L&#8217;ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est (1963-1973).</a></em> A cura di Antonio Pane, Le Lettere, Firenze 2008. ] </small></p>
<p>Sono tornato da Praga con disperazione e con rabbia. Dopo aver vissuto per due mesi le speranze e le apprensioni di un popolo, alla cui cultura ho dedicato gran parte della mia esistenza. Tanto più amaro è il mio ritorno in quanto questo magnifico popolo è stato offeso e schiacciato dall&#8217;esercito di un altro paese, della cui letteratura io sono da lunghi anni testimonio ed amico in scritti e lezioni. È tempo di liberarsi ormai di tutte le illusioni e di tutti gli inganni nei riguardi della Russia. È chiaro che la presente avventura sovietica, coperta del solito leucoplasto ideologico, con le sue brutalità e i suoi colpi di teatro, questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile e come se i cecoslovacchi fossero i tartari della città di Kazan&#8217;, da lui conquistata.<br />
Del resto sia pure così: Kazan&#8217;, dicono le cronache del Cinquecento, era una marmitta dentro cui il popolo ribolliva come acqua.<span id="more-7446"></span><br />
Ho trascorso dunque questi due mesi nel Castello degli Scrittori vicino Praga, in continuo contatto coi redattori di <em>Literární Listy</em>, e devo dire che, nonostante l&#8217;ottimismo di alcuni corrispondenti occidentali, le brevi schiarite non hanno mai dissipato dagli animi cecoslovacchi la pesante inquietudine, specie dopo il prolisso ed ambiguo documento di Bratislava. Un orecchio attento coglieva nel tono vagamente rassicurante dei discorsi di Svoboda, Dubček, Smrkovský reticenze e circonlocuzioni pervase di angoscia. Ci si aspettava da un giorno all&#8217;altro l&#8217;invasione, e lo scetticismo non si offuscò nemmeno quando fu annunziato dalla stampa che le truppe straniere venute per le manovre se ne erano andate definitivamente. Ci pareva, la notte, riuniti nella sala da pranzo del Castello, di udire un infausto rotolìo di carri armati nel silenzio sulla provinciale che lo costeggia. Specie dopo il 18, quando si sparse la voce che i cosiddetti ‘alleati&#8217; preparavano nuove manovre in territorio cecoslovacco, eravamo certi che una notte ci avrebbe svegliati una nera realtà senza scampo.<br />
E infatti così è avvenuto: nella notte tra il 20 e il 21, appena si seppe che lo straniero avanzava con tutta la sua mostruosa ferraglia e calava dal cielo sull&#8217;aeroporto praghese, gli amici mi convinsero a partire in fretta, prima che fosse troppo tardi, e a dirigermi per strade marginali e poco battute verso il valico di Rozvadov, che porta a Norimberga. Mi dissero: vattene subito, è meglio per tutti noi, potrai meglio aiutarci di fuori che restando qui, in gabbia.<br />
Sembra di fare del pathos, ma il congedo dagli scrittori che erano allora al Castello in subbuglio, pieni di astio per la tracotanza dei falsi ‘alleati'[<em>,</em>] è stato infinitamente triste, e indimenticabile. In soli trent&#8217;anni la seconda occupazione, con lo stesso fragore di carri pesanti e la stessa tecnica che russi e tedeschi si trasmettono in una gara di emulazione, e questa volta in nome di una ‘fratellanza&#8217;, su cui è ormai posta dai cecoslovacchi una croce. Fratelli: ho finito per odiare questa parola. Correndo in macchina tra le fitte spalliere di boschi della Boemia occidentale, ripensavo alle lunghe, estenuanti discussioni al Castello, durante le quali cercavamo di spiegarci l&#8217;insania sovietica; ripensavo agli intellettuali a me cari, che avrebbero ora subìto nuove persecuzioni; ripensavo alla solitudine di questo popolo nel cuore dell&#8217;Europa, spezzata in due da una lacerazione irrimediabile. Mi tornava in mente un passo di Jan Procházka nel libro <em>Politica per ognuno</em>, uscito da poco: «Ci dicono che stiamo turbando i rapporti con l&#8217;Unione Sovietica e le altre nazioni socialiste, come se contraddicesse il socialismo il fatto che non vogliamo esser sudditi di alcun padrone né padroni di alcun suddito, ma libera terra tra popoli uguali in un mondo giusto. Solo reggendoci sulle nostre gambe, diritti e liberi, possiamo esser buoni amici di amici buoni e disinteressati alleati di alleati disinteressati».<br />
Ma a che è servita questa ininterrotta sequela di assicurazioni, di formule cerimoniali, di asserzioni di fede, di ammansimenti? Tutta questa strategia di cautele e di attese e di reiterate profferte di amicizia? Aveva avuto ragione il caricaturista di <em>Literární Listy</em> a raffigurare, in un disegno non pubblicato, Brežnev come un rapace Nembo Kid, che si avventa su Praga. Con la ripresa degli attacchi sui giornali della Santa Alleanza marxista si erano accresciute la diffidenza e l&#8217;inquietudine. Il giorno prima dell&#8217;invasione correvano oscure notizie sui movimenti degli aggressori ai confini e sul fatto che Dubček era stato convocato d&#8217;urgenza da Brežnev e che gli alleati tornavano a esigere che il governo cecoslovacco imbavagliasse la stampa e la televisione, spauracchi dei miopi gerarchi, persuasi che l&#8217;umanità debba essere una torpida accolta di servi. È ricominciata, affermavano gli amici, la politica dello spianatoio e del ferro da stiro che livella tutto, risparmiando magari gli anticomunisti, per dissolvere i comunisti dissidenti.<br />
Ciò nonostante, e con l&#8217;ansia di far presto, mi ero ingegnato di avere un incontro col capo del governo Černík, e questi mi aveva promesso di concedermi un&#8217;intervista per <em>L&#8217;Espresso</em>. E una vaga promessa avevo ottenuto anche dal segretario di Dubček per un colloquio, se Dubček, dopo la partenza di Ceauşescu da Praga, avesse avuto un momento di calma. A Černík il suo consigliere culturale, uno studioso mio amico, aveva trasmesso le quattro domande che qui riporto, come testimonianza di un&#8217;intervista mancata:<br />
1. Ho ascoltato alla tv alcuni suoi discorsi, signor Primo Ministro, e ne ho ammirato la tagliente freddezza e il tono concreto. Eppure molti documenti cecoslovacchi di questi mesi peccano di vuota fraseologia. Non le sembra, signor Primo Ministro, che uno dei principali problemi della nuova società cecoslovacca sia quello di liberarsi dalle vuote frasi roboanti?<br />
2. Gli ultimi avvenimenti hanno rimesso in luce le connessioni europee della Cecoslovacchia. Qual è la sua opinione, signor Primo Ministro, sul problema Cecoslovacchia-Europa?<br />
3. Dallo scorso gennaio il socialismo cecoslovacco sembra riprendere i temi masarykiani dell&#8217;umanità e della tolleranza. Vede lei, signor Primo Ministro, un nesso tra la dottrina di Masaryk e il nuovo corso?<br />
4. Durante la prima Repubblica i rapporti culturali tra Cecoslovacchia e Francia furono più intensi che tra Cecoslovacchia e Italia, soprattutto a causa del fatto che nel nostro paese regnava il fascismo. Pensa, signor Primo Ministro, che la rinnovata Repubblica, nel clima di libertà, cercherà un avvicinamento più stretto con la  Repubblica italiana?<br />
Come sembra ozioso tutto questo dinanzi al precipitare delle circostanze. Del resto tutti sentivamo nell&#8217;aria che le cose stavano precipitando. Tra i ‘misteri&#8217; della città d&#8217;oro c&#8217;è anche questo: che le notizie e gli indizi vi si diffondono magicamente, in un attimo. Si sussurrava che i russi, aizzati da Ulbricht e da Gomułka avrebbero fatto di tutto per ostacolare il congresso straordinario del partito. Ci  si lamentava che Dubček, troppo fiducioso, non curasse di più la sua incolumità personale: quando si recò a Čierna, gli fu chiesto da redattori della tv di farsi proteggere, date le tradizioni sovietiche, ma egli rispose che gli sembrava superfluo, era pronto a tutto. E come lui il popolo, quasi per scaramanzia, voleva evitare ogni misura precauzionale. D&#8217;altronde la coscienza del pericolo non è mai così assoluta, da cancellare del tutto la speranza di salvezza.<br />
Ora lo sdegno verso i russi (gli altri occupanti sono considerati cani al guinzaglio) avrà toccato le stelle. Ma già negli ultimi giorni della mia permanenza in Cecoslovacchia si veniva mutando in sordo astio l&#8217;indignazione del popolo, sospeso nel vuoto dopo il documento di Bratislava ed esposto, come su un calvario, a salve di calunnie e menzogne. E l&#8217;indignazione è macchina di saldezza per questo popolo, un tempo considerato un&#8217;accolta di piccoli uomini birrosi e tranquilli, da Biedermeier, di figurette da racconti di Čapek, e oggi interprete di un dramma eroico che desta lo stupore del mondo e maestro nella tecnica della pazienza e della difesa non violenta. Un popolo che gli aggressori tenteranno di sfaldare, giuocando sui vecchi rancori di famiglia tra cechi e slovacchi, rancori che tuttavia si sono assopiti d&#8217;incanto nell&#8217;ora della minaccia.<br />
Ricordo alcune conversazioni del giorno 20, le ultime. Un amico scrittore paragona il comunismo sovietico a una cipolla: «L&#8217;abbiamo sfogliata per vent&#8217;anni, nonostante il cattivo odore e fingendo che fosse un aroma paradisiaco, nella speranza di giungere un giorno al bulbo, poiché sotto le apparenze negative volevamo toccare la sostanza. E alla fine, con le lacrime agli occhi, ci accorgiamo che anche il bulbo è rozzo e disgustoso». Un romanziere asserisce: «Non tarderanno a lungo, vedrai. Gli ultimi articoli nei loro giornali sono trombe di guerra. Del resto il meccanismo della dittatura totalitaria non ha altra via d&#8217;uscita. Un regime-laboratorio che estingue l&#8217;intelligenza, riducendo l&#8217;uomo a un numero obbediente, come nel romanzo utopistico <em>Noi</em> di Zamjatin, non può consentire che un piccolo popolo, pur restando fedele al socialismo, deragli dai dogmi e dagli schemi di pietra. E, presumendo di essere l&#8217;eletto, manipola la verità a suo piacimento e offende ogni diritto e vuol essere per di più riconosciuto protettore e fratello. Che differenza c&#8217;è tra Brežnev e Hitler? Ti dirò di più: Hitler ha appreso la tecnica da loro, dai sovietici, i quali furono i primi ad aprire i lager e a far professione di intolleranza».<br />
Un poeta mi espone nervosamente una sua forse assurda teoria: «Non mi garba», dice, «questo andirivieni dei capi di paese in paese; questa continua locomozione non promette nulla di buono. Finiranno col prendersi noi e la Jugoslavia e la Romania, giungendo sino ai confini albanesi. Risolveranno tutto in una volta. E sarà la loro fine». Un altro scrittore mi cita un passo profetico d&#8217;un giornalista ceco del secolo scorso, Hubert Gordon Schauer, il quale, chiedendosi che cosa sarebbe avvenuto se l&#8217;impero austriaco si fosse frantumato e se i tedeschi avessero minacciato la Boemia, scrisse nel 1886 le parole seguenti: «Molti dicono che ci salverebbe la Russia. Ma la Russia è davvero uno Stato amico, sono i russi davvero nostri fratelli, disposti a difenderci ad ogni costo? E se invece ci sacrificassero al germanesimo, se ci barattassero con assoluta freddezza in cambio della Galizia o dei Balcani? E se, per un curioso corso della sorte, fossimo loro assegnati e, come fanno ora coi polacchi, ci russificassero o, come coi bulgari, ci privassero dell&#8217;autonomia politica? So che vi sono alcuni, i quali gioiscono a questo pensiero, ma altri che rifuggono dalla russificazione così come dal germanismo, e per i quali il giogo fraterno è altrettanto sgradevole e forse anche più ripugnante di quello straniero. Vi sono uomini i quali, se si presentasse il dilemma: tedeschizzarsi o russificarsi, rifletterebbero con sangue freddo da qual parte verrebbe maggior giovamento culturale&#8230;».<br />
Il problema è certo cambiato e, dopo l&#8217;invasione sovietica, si pone in termini nuovi: né con gli uni né con gli altri. Ecco perché dall&#8217;inizio delle manovre e ancor più negli ultimi giorni i cecoslovacchi, con risoluzioni e dibattiti, insistono sulla totale neutralità del paese. Fatto è che per almeno cento anni il ricordo dei russi (per non parlare dei bulgari e dei polacchi) sarà equivalente a quello dei nazisti, e la stella rossa uguale alla croce uncinata: l&#8217;inconsulta goffaggine dell&#8217;impero sovietico, che si regge sui cingoli e sui cannoni, fingendo di essere eternamente insidiato da eterne controrivoluzioni, ha messo in forse l&#8217;esistenza stessa del comunismo in un paese che poteva diventare il modello di una moderna società comunista. A meno che non si debba concludere che democrazia e comunismo siano inconciliabili.<br />
Ma, in questo duello tra Davide e Golia, la corazzata ottusità dei sovietici si è scontrata con l&#8217;inerme tenacia di un popolo che sa essere saldo e compatto come un muro di piombo, uno dei più caparbi popoli della terra, che non tornerà indietro in nessun caso. C&#8217;è da augurarsi che il Golem sovietico dai piedi ferrati abbia il buon senso di ritirarsi e che non perda del tutto la ragione. Se lo straniero dovesse restare nel territorio cecoslovacco, si troverà come nel deserto: la capacità di sabotaggio e di difesa passiva della nazione cecoslovacca è infinita.<br />
Siamo agli inizi di una nuova resistenza: scioperi, ostentato disprezzo per gli occupanti, caccia spietata ai collaborazionisti, proliferazione di libere trasmittenti. Una resistenza che si vale delle risorse dei tempi dell&#8217;Austria e del periodo del protettorato nazista e si arricchisce di nuovi trucchi e di strabilianti invenzioni, come il colloquio coi carristi stranieri, per insinuare nei loro animi il dubbio, la distruzione di sigle, targhe, numeri e nomi di strade e cartelli, la segnalazione delle auto degli agenti segreti, e riesce talvolta, con una tecnica collaudata nei giorni del nazismo, persino ad avvisare coloro che stanno per essere arrestati. Nella sua <em>Idea di uno Stato austriaco</em> lo storico ceco Palacký (1865) affermò: «Siamo stati prima dell&#8217;Austria, saremo ancora dopo di essa». Potremmo sostituire alla parola ‘Austria&#8217; la parola ‘Unione Sovietica&#8217;.<br />
E tutta la fede nella durata e nella rinascita di questo paese, che non vuol vivere, come diceva Masaryk, «sul conto degli altri, dell&#8217;altrui coscienza», non attenua l&#8217;angoscia per una situazione che, se durasse troppi anni, farebbe della Cecoslovacchia una muta ombra, uno stagno insidioso ma spento, riducendo la sua vita a parvenza di vita, tarpando i suoi impulsi e immiserendo ancor più la sua economia già immiserita da vent&#8217;anni di disastri. Senza pensare ai massacri che deriverebbero da eventuali scoppi di disperata rivolta. Ascoltando ora ogni sera la meravigliosa catena di stazioni cecoslovacche che oppongono la voce della libertà a quella nauseante delle stazioni ‘collaborazioniste&#8217; e ‘piratiche&#8217;, ripenso agli amici[<em>,</em>] alle loro parole: «Tu tornerai in Occidente, ma noi&#8230; chissà che cosa ci aspetta». Vorrei nominarli ad uno ad uno, tutti coloro vicino ai quali ho trascorso i mesi più caldi della loro rivoluzione, giornalisti e scrittori, quelli che già lavorano nel sottosuolo e organizzano la lotta clandestina e quelli che sono stati rapiti con metodi da Gestapo. Vorrei rassicurarli del nostro affetto e della nostra ammirazione, dir loro: voi siete la coscienza del mondo. Ma so che le parole, guaste e caricate da troppi abusi, non valgono più nulla.</p>
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		<title>Lettera agli amici italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jul 2008 13:04:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Karl Betz Cari amici: Giovanni cattivo (quello di Porto Torres), Giovanni buono (quello di Alghero), Nicola, Lia, Laura, Guido, Adda, Maria-Antonietta, Giancarlo (fiero pastore), Daniel, posso raccontarvi qualcosa della mia famiglia? 50 anni fa una sorella di mio padre, zia Rosl, è emigrata in Australia. Là vive, sposata con un greco, John Anagnostou. Sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Karl Betz</strong></p>
<p>Cari amici<strong>:</strong> Giovanni cattivo (quello di Porto Torres),  Giovanni buono (quello di Alghero), Nicola, Lia, Laura, Guido, Adda, Maria-Antonietta, Giancarlo (fiero pastore), Daniel,</p>
<p>posso raccontarvi qualcosa della mia famiglia?</p>
<p>50 anni fa una sorella di mio padre, zia Rosl, è emigrata in Australia. Là vive, sposata con un greco, John Anagnostou. Sono sempre stato orgoglioso di avere uno zio greco, anche se acquisito, perché il greco, al liceo, è sempre stata la mia materia preferita. Quei due zii però, non li ho mai conosciuti personalmente. Parlando al telefono con  zia  Rosl si sente ancora chiaramente lo spiccato dialetto francone (della zona di Würzburg), frammisto all&#8217;accento inglese.</p>
<p>Tra vecchie carte, pagelle scolastiche ecc, zia Rosl ha scoperto un documento che per me possiede un alto valore sentimentale.  Ora me lo ha spedito per raccomandata dalla Tasmania:</p>
<p>Si tratta dell&#8217;<em>Entlassungsschein</em> (foglio di scarcerazione) di mio padre <strong>Alphons Betz</strong>, dal campo di concentramento di Dachau, reparto prigionieri politici.<span id="more-6502"></span></p>
<p>In una trattoria di Monaco  aveva inveito ad alta voce contro Hitler. Poi sentì una mano stretta sulla spalla<strong>:</strong> &#8220;Mi segua!&#8221;. Fu messo dentro per tre mesi. E pensare che si era agli inizi, nel 1934!  Se avesse espresso le stesse critiche un paio d&#8217;anni dopo, al più tardi dopo il 1939, sarebbe stato senz&#8217;altro ammazzato. Anche il Centro di Commemorazione del campo di concentramento di  Dachau mi ha fatto pervenire copia della lista dei detenuti.  Mio padre aveva il numero 4871.</p>
<p>Mio padre era un beone ed un furfante fortunato. Ma adesso ho almeno qualcosa  per  cui  posso essere fiero di lui. Morì giovane d&#8217;infarto, a soli 48 anni, domenica 13 agosto 1961, giorno in cui fu eretto il muro di Berlino.</p>
<p>Se permettete, vi allego copia dell&#8217;<em>Entlassungsschein. </em>È firmato dall&#8217;allora comandante del campo, Mutzbauer.  Ecco!</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/1.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-6504 aligncenter" title="1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/1-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p align="center"><!--[if gte vml 1]> < ![endif]--><img loading="lazy" src="file:///C:/DOCUME%7E1/miku/IMPOST%7E1/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image001.jpg" alt="" width="542" height="364" /></p>
<p>Passo bruscamente ad altro<strong>:</strong> in Germania c&#8217;è da un paio d&#8217;anni un ben noto moderatore televisivo di nome Johannes B. Kerner<strong>:</strong> tipo leccato, beniamino di tutte le suocere, sempre grondante correttezza politica. Onnipresente. Impossibile sfuggirgli.</p>
<p>Nel 2007 nel suo talk-show mise in scena uno spettacolo decisamente di dubbio gusto.</p>
<p>Aveva invitato una scrittrice di grido, tale Eva Herman <em>(Das Eva Prinzip)</em> per cacciarla poi di scena a telecamere accese, con un grande effetto di pubblico, mettendosi così in mostra quale sincero antifascista e democratico. Eva Herman propugna un&#8217;immagine della donna rivolta al passato, a cui si orientava in parte il modello femminile dell&#8217;epoca nazista. Con ciò  &#8211; chiaro! chiaro! &#8211;  Eva Herman giustifica anche l&#8217;eccidio di milioni di ebrei e di zingari, l&#8217;aggressione alla Polonia e alla Russia e tutti gli altri efferati delitti.</p>
<p>Vergognosamente devo, miei cari amici, riconoscere di essere anch&#8217;io nazista<strong>:</strong> amo Mozart (lo suono anche molto volentieri). Anche Heinrich Himmler amava Mozart, anch&#8217;io dunque sono nazista.</p>
<p>In Germania abbiamo più che mai bisogno di  Hitler;  perché  effettivamente, a sentire quel che dice Willi Winkler, giornalista della Süddeutsche Zeitung:<strong> &#8220;Hitler è particolarmente adatto per le confessioni prive di conseguenze e per far continua mostra di principi profondamente antifascisti&#8221;. </strong>Ecco il lato piacevole della cosa<strong>:</strong> oggi l&#8217;antifascismo lo si  può avere gratis.</p>
<p>Un comico tedesco, Harald Schmidt,  ha presentato nella sua trasmissione televisiva un apparecchio da lui chiamato <em><strong>nazimetro</strong>. </em>Per mezzo di un nazimetro sarebbe stato possibile, secondo lui, provare la tendenziosità politica e morale delle parole.</p>
<p>L&#8217;apparecchio reagì prontamente alle parole &#8220;cucina a gas&#8221;, naturalmente anche alla parola &#8220;autostrada&#8221;. Con la costruzione di autostrade Hitler aveva infatti rimesso in moto l&#8217;economia nazionale ed eliminato nel corso di pochi anni la grave disoccupazione.</p>
<p>Ovviamente politici e dirigenti televisivi si mostrarono subito indignati nei confronti del nazimetro.</p>
<p>Per favore, mi si permetta ancora un breve sguardo retrospettivo sul mio mestiere, il concertista<strong>:</strong> i nazisti avevano condannato/proibito l&#8217;arte contemporanea, sia nella musica che nella pittura, indipendentemente dal talento dell&#8217;artista.</p>
<p>Trovarsi però nella stessa barca insieme ad illustri artisti, come per esempio Paul Cézanne, significava per molti, dopo il 1945, la possibilità di un riconoscimento tardivo e di una fama inaspettata, anzi insperata.</p>
<p>La discriminazione da parte dei nazionalsocialisti non è certo prova di qualità per l&#8217;artista discriminato. E invece proprio questa fu l&#8217;argomentazione: &#8220;I nazisti mi hanno rifiutato, tu mi rifiuti, quindi tu sei nazista&#8221; (cfr. Heinrich Himmler amava Mozart, io amo Mozart, quindi sono nazista).</p>
<p>In un modo veramente insopportabile sono state saldate fra loro, in un&#8217;equazione, cose che non avevano nulla a che fare l&#8217;una con l&#8217;altra. L&#8217;equazione dice:</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>atonale o rispettivamente astratto/informale =  democratico e progressista</strong></p>
<p><strong>tonale o rispettivamente concreto/formale =  fascista e reazionario.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Nessuno e tantomeno un artista che volesse aver successo, avrebbe potuto permettersi di trovare orribile un quadro astratto o un brano di musica atonale.</p>
<p><strong>Una professione di fede per la musica seriale o rispettivamente per la pittura astratta era diventata il banco di prova dei principi democratici.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Grande influsso sulla generazione dei sessattottini ebbe Theodor Adorno, il più importante sociologo del dopoguerra. L&#8217;eccentrico gergo ieratico e arzigogolato  di quest&#8217;uomo è stato fatale per un&#8217;intera generazione di studenti.</p>
<p>Nel 1934 aveva recensito nella rivista Melos un ciclo di  poesie messe in musica (<em>La bandiera dei perseguitati</em>) di Baldur von Schirach, <em>Reichsjugendführer </em>(capo della gioventù del Reich), lodandone il suo &#8220;chiaro marchio nazionalsocialista&#8221;. Nello stesso articolo Adorno rievoca l&#8217;immagine di un nuovo Romanticismo nei sensi del &#8220;Romanticismo d&#8217;acciaio&#8221; del Ministro del Reich Joseph Goebbels.</p>
<p>La data di questa dichiarazione di sudditanza è importante<strong>:</strong> 1934. Un paio d&#8217;anni dopo, altri dovettero fare simili dichiarazioni per salvare sé stessi o la loro famiglia. Nel 1933/34 non era ancora necessario. Chi già nel 1934 volle accattivarsi i nazisti lo fece per opportunismo o per effettiva convinzione.</p>
<p>Dopo la guerra Adorno divenne il Grande Inquisitore dell&#8217;arte moderna. Di pittori non astratti fece tutt&#8217;un mazzo definendoli sarcasticamente <em>Lega di pittori di quadri per alberghi</em></p>
<p>Certo, ci sono anche tali pittori, ma valeva la pena di parlarne?.</p>
<p>Si potrebbero citare innumerevoli altri nomi<strong>:</strong> signori, spesso i più influenti nella vita culturale della Repubblica Federale, che qualche anno prima erano stati strumenti in mano all&#8217;ideologia nazista sostenendola contro il &#8220;bolscevismo culturale&#8221; nella musica e contro l&#8217;<em>entartete</em> (degenerata) pittura, ora invece si prostravano riverenti, trasformatisi in ferventi e zelanti propugnatori dell&#8217;arte moderna,  dinnanzi a qualsiasi rete metallica dadaista.</p>
<p>Torno ancora una volta a Johannes B. Kerner ed instauro un rapporto fittizio tra lui e la mia nonna materna (nata nel 1894) che, essendo morta nel 1986, Johannes B. Kerner purtroppo non poté conoscere.</p>
<p>Mia nonna, Margarete Buchner, sarebbe stata clamorosamente cacciata fuori da un talk show del signor Kerner. Le sue massime reazionarie avrebbero fatto rizzare i capelli a chiunque. Però questa stessa persona nella primavera del 1945 nascose un fuggiasco dal campo di concentramento di Dachau, gli salvò la vita, rischiando la sua, sinché   &#8211; finalmente &#8211;  arrivarono gli americani. &#8220;Li riconoscerete dai loro frutti!&#8221;.</p>
<p>Il nascondiglio era una capanna nel bosco esattamente nel luogo dove ora sta la mia casa (dal territorio del campo di concentramento di Dachau  a casa mia ci sono 30 km).</p>
<p>Georg Buchner, mio nonno, nato nel 1890, mastro fornaio, proibì espressamente a sua figlia Lydia, mia madre, di iscriversi al BDM (Lega delle ragazze tedesche).</p>
<p>Era inusitato, inaudito<strong>:</strong> tutti i ragazzi (tranne i ragazzi ebrei) erano membri di una qualche organizzazione giovanile nazista, sia che fosse la HJ (Gioventù hitleriana) o appunto il BDM.</p>
<p>La ragione per cui mio nonno potesse permettersi una tale resistenza ha cause diverse<strong>: </strong>era un veterano invalido della Grande Guerra (occhio di vetro); le autorità naziste locali erano state suoi compagni di scuola;  godeva di alta stima in paese.</p>
<p>Avvenne un fatto che fu sulla bocca di tutti in paese, creando scandalo<strong>:</strong> tutte le compagne di scuola di mia madre erano allineate in fila per l&#8217;appello dell&#8217;alzabandiera, quando mia madre passò in bicicletta con la racchetta da tennis nel portapacchi.</p>
<p>Certo, non si può chiamare mio nonno un resistente, ma il suo atteggiamento era almeno coraggioso, quasi altrettanto coraggioso quanto le fervide dichiarazioni di Johannes B. Kerner e di altre personalità contro il fascismo e a favore della democrazia.</p>
<p>Con suo figlio Karl, nato nel 1921, mio nonno ebbe minor fortuna. Mio zio si presentò volontario e cadde, diciannovenne,  nel 1941 durante l&#8217;aggressione alla Polonia, a Lemberg.</p>
<p>Io  nacqui  sei anni dopo e mi fu imposto il nome Karl in sua memoria.</p>
<p>Al funerale di mio nonno, nel marzo del 1968, il parroco Lorenz Grimm di Pfaffenhofen/Ilm tenne l&#8217;orazione funebre. Davanti alla fossa aperta disse  &#8211; davvero &#8211;  <em>&#8220;</em>&#8230; e suo figlio Karl sacrificò la sua giovane vita nell&#8217;eroica lotta contro il bolscevismo&#8221;.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Avevo pur sempre 21 anni e fino ad oggi non riesco a perdonarmi di non aver tappato la bocca a quel signore venerando.</p>
<p>Permettetemi, per favore, di allegare una foto di mio zio del 1940.</p>
<p align="right"><!--[if gte vml 1]> < ![endif]--></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/clip_image0021.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-6506 aligncenter" title="clip_image0021" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/clip_image0021-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" /></a></p>
<p>Nato sei anni dopo la sua morte, non l&#8217;ho mai conosciuto.</p>
<p>Purtuttavia, sempre, fin dall&#8217;infanzia, ne ho sentito, struggente, la mancanza.</p>
<p>Vi saluto molto cordialmente, il vostro KARL,</p>
<p>Lunedì,  7 &#8211; 7 &#8211; 2008  (5° compleanno del signorino Carl Emilio Betz).</p>
<h5>KARL BETZ, pianista, è nato a Monaco di Baviera nel 1947. Dal 1979 numerose registrazioni presso tutte le emittenti radiofoniche tedesche e molte straniere. Nello stesso anno ha avvio un&#8217;attività concertistica di livello internazionale. Le sue  interpretazioni di Liszt e di Schubert ottengono notevole risonanza. Dal 1980 al 1986 docente incaricato al Richard-Strauss Konservatorium di Monaco.  Nel 1986  professore  alla Hochschule für Musik  di  Freiburg. Dal 1994 è professore ordinario di pianoforte alla  Hochschule für Musik  di  Würzburg. Karl Betz vive  con  la  sua  famiglia  nelle vicinanze  di  Pfaffenhofen/Ilm.</h5>
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		<title>Elogio del risentimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Linnio Accorroni “(…) Evitiamo l’oltraggio della cordialità; voilà! Un improperio e uno sputo per ciascuno, sì, questo è un addio serio, un’onesta partenza.(…) da “All’ “ambiente” di Vittorio Gassman Curo e coltivo i miei odi con l’accanimento e la devozione d’un giardiniere tenace ed appassionato. Ogni tanto, poi, me li ripasso scrupolosamente uno ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di  <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft" style="float: left; margin: 10px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/2sv-ira-vl.jpg" alt="Ira_Giotto_Cappella degli Scrovegni_Padova" width="211" height="642" />“(…) <i>Evitiamo l’oltraggio della cordialità; voilà! Un improperio e uno sputo per ciascuno, sì, questo è un addio serio, un’onesta partenza.</i>(…)<br />
<small>da “All’ “ambiente” di Vittorio Gassman</small></p>
<p>Curo e coltivo i miei odi con l’accanimento e la devozione d’un giardiniere tenace ed appassionato. Ogni tanto, poi, me li ripasso scrupolosamente uno ad uno; li rimedito e li rivivo, scandendo al ralenti tutti i passaggi, indugiando su dettagli e frammenti. Tutti fondanti, tutti necessari. Il timore è che la damnatio memoriae possa cancellare, per distrazione o sciatteria, questo o quel frammento del passato, questo o quel particolare: se ciò avvenisse l’amara felicità dell’astio, che non sa né vuole dimenticare, e la gioia, ontologicamente postuma, del risentimento, sarebbero irrimediabilmente guastati. I miei odi ed i miei risentimenti, con il passare degli anni, invece di attenuarsi e stiepidirsi, diventano sempre più convulsi ed irredimibili. È una specie di ‘capitale morale’ che conservo gelosamente. Poi, per far aggallare tutto l’odio che cova dentro, mi basta rivedere o sfiorare chi m’ha offeso, anche se in un tempo lontano. Lontano per lui; non certo per me. Come in un racconto di Kafka, sono il malato che protegge e conserva la piaga e la ferita. Sono Filottete che custodisce con voluttà malsana il puzzo nauseabondo della sua piaga.<br />
Mi dicono: dimentica e perdona, quel che è stato è stato. Farlo, per me, sarebbe come rinunciare ad ogni principio etico, sarebbe come abdicare ad una specie di ineludibile umanesimo radicale.</p>
<p>Che cosa avrebbe detto Hans Mayer di questo?<br />
<span id="more-6256"></span></p>
<p ALIGN="center">[ <em>dal Corriere della Sera dell’8 giugno 2008 </em>]</p>
<p style="padding-left: 50px;"><strong>La dolce vita da pensionato di Milivoj Asner</strong>. Soprattutto, la vita emozionante da tifoso di Milivoj Asner. Come un ultrà qualunque, questo pensionato 95enne ha dato il benvenuto alla sua squadra del cuore, la nazionale croata, in trasferta a Klagenfurt (Austria), dove sta partecipando con ottimi risultati agli Europei di calcio. Asner, mano nella mano con la seconda moglie, Edeltraut, ha passeggiato per il centro della città (qui vive dal 2006), si è unito ai compatrioti per cantare gli inni in sostegno del fenomeno Luka Modric e compagni. È entrato nei bar per discutere gol, azioni e magari errori arbitrali. […] Milivoj Asner è un criminale di guerra sfuggito finora a tutti i tentativi di portarlo di fronte a un tribunale. È un (ex?) nazista che durante l&#8217;ultimo conflitto mondiale ha vestito la divisa di capo della polizia ustascia — quando la Croazia era alleata di Hitler — e si è reso responsabile della deportazione, e quindi della morte, di migliaia di ebrei, serbi e zingari della regione di Slavonska Pozega. Tanto che nella «lista di Wiesenthal», l&#8217;elenco dei dieci maggiori criminali nazisti ancora latitanti, Asner è indicato al numero quattro. Prima di lui ci sono solo Aribert Heim, John Demjanjuk e Sandor Kepiro. Pensava ormai di essere al sicuro, un intoccabile. Pensava che l&#8217;Austria, per lui Felix, dove vive sotto falso nome, avrebbe continuato a erigere un muro contro chi ne chiedeva l&#8217;estradizione (nel 2005, di fronte a una richiesta delle autorità di Zagabria, la risposta era stata: «Non è in condizione di rispondere a interrogatori o entrare in un&#8217;aula di tribunale»). Evidentemente non immaginava di poter essere pizzicato da un semplice reporter del Sun di Londra che, come un segugio, lo ha seguito passo passo nella sua Klagenfurt.</p>
<p style="padding-left: 50px;" align="center">
<p style="padding-left: 50px;"><strong>Lo ha fotografato vicino ai tifosi arrivati da Zagabria</strong> con il loro corredo di bandiere e inni irripetibili, conosciuti dalle polizie di tutto il mondo perché scimmiottano quelli in voga ai tempi degli ustascia. «È un ardente patriota, un nazionalista — ha dichiarato un testimone al Sun, spiegando come sia conosciuto da tutti, a Klagenfurt, come &#8220;l&#8217;uomo delle SS&#8221; —. Non c&#8217;è dubbio che il suo pensiero vada alla vittoria finale della Croazia. Vuole che vincano, sempre». La moglie Edeltraut ha confermato: «È un grande fan della Croazia. Guarda tutte le partite». Avvicinato dal giornalista britannico, Asner ha però negato decisamente di aver preso parte alle deportazioni: «Non sono un criminale di guerra: è tutto ridicolo, una barzelletta. Non ho avuto nulla a che fare con tutto ciò. Il mio unico ruolo? Ero un funzionario del dipartimento di Giustizia, un avvocato. Non ho mai fatto male a nessuno ». […] Ieri, il Centro Simon Wiesenthal ha chiesto nuovamente l&#8217;estradizione al ministro della Giustizia di Vienna Maria Berger. Asner «si sta godendo la vita che ha negato a centinaia delle sue vittime, mandandole a morire — ha detto Efraim Zuroff, direttore del Centro —. L&#8217;Austria ha sempre avuto la reputazione di un paradiso dei nazisti e ora sono stati colti in fallo. Per loro è tempo di fare ciò che è giusto, aiutando a portare i criminali di guerra nazisti davanti alla giustizia». Certo, difficile che gli austriaci possano giustificare un nuovo rifiuto con le «precarie condizioni di salute» di Asner. Per quanto in là con gli anni, l&#8217;ex capo della polizia ustascia e spia della Gestapo è apparso in salute, arzillo, in grado di muoversi senza l&#8217;aiuto di un bastone. «Tutti i giorni si fa una camminata», ha confermato chi lo conosce bene. «Se quest&#8217;uomo è in grado di passeggiare e sorseggiare vino nei bar — ha detto ancora Zuroff — sarà in grado anche di sostenere un processo».</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Jean Améry era il nom de plume di Hans Mayer: la scelta di questo pseudonimo-anagramma addita, come in un motto araldico, la parabola di un destino tragico. Di famiglia ebraica, assimilato nell’impero austroungarico, nel 1938 all’epoca dell’Anschluss emigra in Belgio e si unisce alla resistenza. Torturato e poi internato per due anni ad Auschwitz. Suicida nel 1978 a Salisburgo. Sulla sua tomba ha voluto fosse inciso il numero con il quale era stato marchiato nel Lager. Il ricordo irremovibile dei volti indifferenti dei tedeschi che, senza muovere ciglio, avevano visto accatastare su una stretta banchina i cadaveri scaricati dai carri bestiame, la memoria incancellabile dell’orrore della tortura (“Chi ha subito la tortura non può più sentire suo il mondo. L&#8217;onta dell&#8217;annientamento non può essere cancellata. La fiducia nel mondo crollata in parte con la prima percossa, ma definitivamente con la tortura, non può essere riconquistata. Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scrutare verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all&#8217;angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui”), il fatto che gli aguzzini nel lager urlassero ordini e minacce nella stessa lingua che era stata la fonte prima della sua formazione intellettuale e culturale, la fallibilità dell’Heimat, cioè di quella patria che non era stata capace di preservare la sua dignità di uomo e cittadino, la naturale ribellione ad ogni forma di ortodossia religiosa, motivata dalla palese insensatezza del mondo che non consente teodicee possibili, trasformarono Hans Mayer in Jean Améry. Un apolide; un senza patria, per scelta e destino.<br />
Nel suo ‘Intellettuale ad Auschwitz’ Améry al risentimento dedica un intero capitolo: “coltivavo i miei risentimenti. È, dato che non posso e non voglio disfarmene, sono costretto a conviverci e ho il dovere di motivarli a coloro contro i quali sono rivolti”. Ri-sentimento: cioè sentire di nuovo, raddoppiare l’intensità di ciò che si è provato e sentito; rivivere il dolore di chi, umiliato ed offeso, ha perso la fiducia nel mondo e la conseguente impossibilità di poter sentirsi accolto “nell’idillio industriale della nuova Europa, nelle maestose sale del mondo occidentale”. Améry sa che il risentimento porta ad una specie di rottura nell’ordine consueto del tempo perché il futuro non è più contemplabile. Si è sempre fermi lì, in quella scena primaria: si vorrebbe tornare à rebours verso il già vissuto, si vorrebbe annullare ciò che è stato. È una posizione, se si vuole, innaturale e contraddittoria perché esige che l’irreversibile sia rovesciato e l’accaduto annullato, ma è l’unica dimensione concessa a chi rifiuta un qualsiasi parallelismo fra il proprio percorso e quello dei propri persecutori: “Le montagne di cadaveri che mi separano da loro non possono essere spianate”. Una forma possibile di risarcimento potrebbe consistere “nel procurare a mia volta dolore, nel sanguinario delirio di poter essere ripagato per quanto ho subito”. Ma l’uomo dei risentimenti sa che all’orrore non c’è mai fine; si accontenterebbe, magari, di una soddisfazione meschina e misera: quella, per esempio, di sapere in galera il carnefice. Certo non si vorrebbero che a lui fossero dedicate strade e vie, magari proprio nella capitale del proprio paese, come sta accadendo per Giorgio Almirante. Giorgio Almirante  cioè il segretario di redazione della rivista antisemita “La difesa della razza”, capo di gabinetto del Ministro Mezzasoma nei giorni eroici della repubblica di Salò, firmatario anche del bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti, fondatore del Movimento sociale italiano &#8211; che si richiamava sin dal nome alla Repubblica sociale. E poi , come giustamente si domandava Massimo Raffaeli sul Manifesto di qualche giorno fa, “C&#8217;è, per caso, a Roma una via intitolata a Simon Wiesenthal?”</p>
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<p><small>[  <em>immagine : L&#8217;Ira, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova</em> ]</small></p>
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		<title>Hitler di Giuseppe Genna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 09:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Genna]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Kitsch]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Cortellessa Non è inopportuno scrivere un romanzo su Adolf Hitler (magari si potrebbe evitare di farlo uscire il Giorno della Memoria, ma questo è un altro discorso). Mai come oggi, infatti, vediamo che Hitler ci riguarda. Come dice Georges Didi-Huberman nel libro ora tradotto da Fazi, Il gioco delle evidenze, questa storia guarda [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="hitler-genna.jpg" href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585277/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585277&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft" alt="hitler-genna.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hitler-genna.jpg" width="200" height="304" /></a>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>Non è inopportuno scrivere un <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585277/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585277&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">romanzo</a> su Adolf Hitler (magari si potrebbe evitare di farlo uscire il Giorno della Memoria, ma questo è un altro discorso). Mai come oggi, infatti, vediamo che Hitler <em>ci riguarda</em>. Come dice Georges Didi-Huberman nel libro ora tradotto da Fazi, <em>Il gioco delle evidenze</em>, questa storia guarda noi che la guardiamo. È insomma un test: perché, per quanto la si esorcizzi, è la <em>nostra storia</em>. <span id="more-5306"></span><br />
Più che la letteratura è il cinema a offrirci, sull’Argomento, esempi-guida. Ai due estremi Hans-Jürgen Syberberg con Hitler. <em>Un film dalla Germania</em> (1978) e Aleksandr Sokurov con <em>Moloch</em> (1999). Sokurov è l’unico ad aver mostrato davvero la <em>banalità del male</em> (ispirandosi forse, per le sue riprese decolorate e quasi in trance, a quelle fatte al Berghof da Eva Braun): così riportando il Male Assoluto a una psicopatologia del quotidiano che, con un brivido, scopriamo appartenere a ciascuno di noi. Attaccatissimo a Hitler, Sokurov realizza un’opera «minimalista»: agli antipodi dalla <em>grandeur</em> pacchiana del pittore fallito che, nelle battaglie decisive, continua a baloccarsi col sogno della Berlino Millenaria. Syberberg è invece «massimalista». Per lui la biografia non è che un’allegoria. Quello che chiama «Hitler» è lo Spirito Tedesco, Occidentale, dunque appunto «nostro»: il Romanticismo Ideale Eterno. Tanto più vicino, dunque, a quel fascino dell’Estremo di cui Hitler fu atroce parodia: sino a giustificare il sospetto di aver ceduto al suo «contagio».<br />
Campo minato se ce n’è uno, insomma. E giustificate le cautele di Giuseppe Genna su quelli che chiama «protocolli di rappresentazione». Dice per esempio di aver voluto evitare qualsiasi invenzione; ed è davvero un equivoco definire «romanzo», come fa la copertina, quanto non è altro che la sceneggiatura della biografia di Joachim Fest. Anche se l’<em>osceno</em>, con ambiguità tipica dell’autore, è negato all’atto stesso di perseguirlo: la perversione cui Hitler indulgeva in compagnia di Geli Raubal non vellica certo di meno il voyeur perché – ridicolmente –la voce narrante dice di fermarsi dietro alla porta chiusa (registrando però le istruzioni dello zio alla nipotina). Non è l’unico scivolone nel comico involontario (quando il capo omosessuale delle SA Ernst Röhm confessa al Führer «Io ti voglio bene», per esempio, non si può non pensare ai <em>Blues Brothers</em>).<br />
Più in generale, il libro sconta la dismisura fra le ambizioni di Genna e la limitatezza delle sue risorse stilistiche. La pagina più interessante è l’ultima: nella quale a Hitler, dopo il wagneriano Crepuscolo nel Bunker, appaiono colossali le sue Vittime. È qui intuita la via forse maestra alla demitizzazione che – Genna lo sa bene – è il vero compito di una «rappresentazione» responsabile del Mito Nazi. Qui Hitler viene <em>rimpicciolito</em>: contrappasso alle sue smanie di Colossalità, di Eternità, di Eccezionalità. È quanto ha fatto, con ambiguità più interessante (perché consapevole), Maurizio Cattelan col suo mini-Hitler in ginocchio al Castello di Rivoli, <em>Him</em>. (In questi giorni è in scena uno spettacolo del gruppo Fanny e Alexander, ispirato all’opera.) Ma nel resto del libro Genna, come il Führer col Lupo Fenrir, si fa prendere la mano dal suo Cattivo Demone. È il demone dell’Enfasi a produrre la stucchevole marea paratattica che infesta il libro: ogni frase scandita come Clausola Definitiva, Marmorea. Ma che risulta invece Gesso e Stucco, appunto. Il vertice è il Meta-Kitsch delle descrizioni dal <em>Trionfo della volontà</em> e da <em>Olympia</em> di Leni Riefenstahl: tutto è Gigantesco, Sublime, Tremendo. La parola-chiave, infinite volte ripetuta, è esorbitante. «Esorbita» di continuo Hitler, e con lui i «suoi» artisti-demiurghi; ma è costretto a «esorbitare», poverino, anche Jesse Owens.<br />
Sostiene di voler distruggere il Mito di Hitler Titano e Dèmone, Genna. Ma quel che leggiamo è: «Hitler si avventa, è il lupo che stringe alla giugulare, è il drago che sfiata fiamme di metano, è la Medusa che impietrisce tagliando la sala con lo sguardo gelido» (è un’ossessione, questa dello sguardo: un paio di volte grottescamente lo definisce da husky, tre volte parla di «pupille cerulee»… <em>pupille</em>?). Uomo non stupido ma scrittore improbabile, Genna ha capito che la via intelligente era quella di Sokurov, ma il suo animo <em>pompier</em> l’ha irresistibilmente portato a tentare Syberberg. Così ripetendo il destino Kitsch del suo avatar: scimmiottare il Sublime con mezzi Miserabili.</p>
<p>(pubblicato su <em>tuttolibri</em>, 2/2/2008)</p>
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		<title>Il lato oscuro della forza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2003 14:32:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Questa guerra palesa una cosa che non avevo mai visto prima. Non l’avevo mai vista così.In tutte le occasioni precedenti in cui mi era capitato di interpretare le notizie e le immagini pervenute da una guerra, di rifletterci o di riflettere su guerre passate, di cercare informazioni su una delle molte guerre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Questa guerra palesa una cosa che non avevo mai visto prima. Non l’avevo mai vista così.In tutte le occasioni precedenti in cui mi era capitato di interpretare le notizie e le immagini pervenute da una guerra, di rifletterci o di riflettere su guerre passate, di cercare informazioni su una delle molte guerre invisibili che si trascinano in ogni parte del mondo senza arrivare nei mezzi di comunicazione di massa più di massa a partire dalla tv, questo aspetto, questa cosa che si manifesta nella guerra, mi era sfuggita. Ripeto volutamente la parola guerra, perché la guerra è guerra e questa guerra, considerata nella sua sostanza, verrebbe a dire nella sua materia cruda di guerra, è una delle molte. Però solo questa guerra mi ha fatto saltare all’occhio la sua malvagità.<br />
<span id="more-12"></span><br />
Ma guarda cosa scopre questa, direte voi, sembra  arrivata ieri dalla luna. Mai visto quadri intitolati <em>Guernica </em>o <em>Desastres de la guerra</em>? Mai letto <em>Johnny get your gun</em>, <em>Niente di nuovo in Occidente</em>, le poesie di Robert Owen<em>? Apocalype Now </em>dice niente? <em>Full Metal Jacket</em>? Neanche de Gregori quando canta “che la guerra è bella anche se fa male”, con l’ironia che capisce pure un cretino, perché la guerra non è bella, è orrenda, è orrenda e fa male, è orrenda perché fa male. E questa, per giunta, è una guerra unilaterale, fuori dalla legalità internazionale, una guerra d’aggressione, una guerra ingiusta.</p>
<p>Il fatto è che anch’io mi sono sempre mossa fra questi termini: la ferocia, la brutalità, l’orrore della guerra e  poi le considerazioni sulla sua legittimità o illegittimità, sempre tenendoci vicino l’altro lato, quello che afferma che la guerra, anche la più giusta della guerre,  è orribile e fa male.</p>
<p>Non sono mai stata una pacifista in senso stretto, cioè una persona che rifiuta la guerra in modo assoluto e non lo sono neanche ora, neanche se ora mi ritrovo con lo sguardo fisso sul male  mostrato da questa guerra. Che è il male presente in tutte le guerre. Però di solito quel male si nasconde. Si camuffa dietro esattamente questi due volti: quello della guerra che fa male e quello della guerra giusta o ingiusta.</p>
<p>Il male di cui parlo è un&#8217;altra cosa. Non coincide con la quantità di distruzione e morte disseminata, né con l’ingiustizia e l’illegalità. Non ha nemmeno, in senso stretto, i nomi e le facce di Bush e dei suoi strateghi, generali, ideologi e alleati. Tantomeno è l’America.<br />
E allora attenzione! Stiamo lasciando il territorio ragionevole della politica, geopolitica, storia ed economia globale! Qui si  parte per la metafisica del Male!</p>
<p>Di solito, e anche in questo caso, si riempiono la bocca della retorica del Male quelli che ne sono gli agenti. Non ne parlano gli intellettuali e gli specialisti autorevoli, con l’eccezione, questa volta, del papa, al quale si riconosce la qualifica di specialista autorevole, autorizzato a ricorrere alla parola “male”. Il papa si oppone a questa guerra con il suo linguaggio, per le ragioni espresse con quel linguaggio e per altre non espresse, così come con altri discorsi ritagliati sulle loro competenze, i loro ruoli e orientamenti fanno Cacciari, Chomsky e Chirac. Il che, nell’economia globale della divisione dei saperi e delle competenze, relativizza l’uso di quella parola facendo della nozione del male un sapere parziale, un punto di vista come un altro.</p>
<p>Fra i tanti campi del sapere specialistico trascurati da quelli che vengono definiti intellettuali c’è anche quello del male. E’ giusto, o perlomeno inevitabile che sia così, che del male possa parlare solo un papa notoriamente non progressista, i suoi vescovi più decrepiti e i suoi esorcisti, e semmai, in termini molto più generici, qualche dottore in teologia e in filosofia? E’ possibile ragionare sul male, sul male che emerge in una concreta circostanza storica, da non specialisti? Da non aderenti ai dogmi di una o di un’altra religione? Non dico da “laici”, perché è un termine di cui mi sfugge sempre di più il senso.</p>
<p>Oggi è necessario, anche se un ragionamento del genere non può approdare a nessuna spiegazione, perché il male comincia a manifestarsi precisamente nel punto dove non reggono più le spiegazioni.<br />
Perché il governo americano ha scatenato questa guerra?<br />
Per il petrolio? .<br />
Per vocazione imperiale o imperialista?<br />
Per controllare i Turchi e i Sauditi più da vicino?<br />
Per la sicurezza nazionale che sarà tutelata solo quando si sarà agito in modo analogo contro altri Stati Canaglia quali, a secondo delle priorità e preferenze del momento, sono Corea del Nord (che non c’entra col terrorismo islamico), Siria e Iran?<br />
Che razza di conti ci sono dietro all’ultima di queste possibili spiegazioni, quella più accreditata dai discorsi e piani e teoremi filogovernativi americani e dei loro alleati?<br />
Li avranno fatto i loro wargames preliminari calcolando il <em>worst possible scenario </em>del quale cerco di riprodurre solo alcuni aspetti, dal <em>loro </em>punto di vista:</p>
<p>1) ulteriore aumento dell’odio nel mondo islamico con sicurissimo incremento delle reclute al  terrorismo.<br />
2) indebolimento di tutti i governi musulmani amici, variabile a seconda della durata e in genere dell’andamento della guerra con un rischio che va dalle rivolte all’allargamento del conflitto a tutta l’area, con necessità di mandare anche lì i propri soldati.<br />
3) impossibilità di poter calcolare le perdite fra le proprie truppe dal momento in cui si decide per un invasione da terra.<br />
4) calo dei consensi in relazione alla difficoltà di conseguire la vittoria e al numero di morti fra i civili iracheni e, soprattutto, dei propri soldati durante questa guerra, per non parlare di quelle ancora “programmate” per completare il piano.<br />
5) impossibilità di controllare l’informazione ai livelli della guerra del ’91 per la diffusione globale di reti arabe, di internet ecc.<br />
6) possibilità di contraccolpi con qualche rimasuglio delle famose armi non convenzionali e altissima probabilità che quegli arsenali siano stati smembrati con spostamenti fuori dall’Iraq finendo nelle mani di Al Quaeda e simili, ovunque essi abbiano le loro coperture e le loro basi, cioè possibilmente in tutto il mondo islamico e non solo.<br />
7) conflitto turco-curdo: o la Turchia si prende una parte di Kurdistan iracheno e continua a reprimere i curdi del suo territorio o l’autonomia dei curdi iracheni rivitalizza il nazionalismo curdo e crea problemi all’alleato turco.<br />
8) costi della guerra e della ricostruzione, peso di questi costi sull’economia americana, contraccolpi dell’andamento bellico sulle borse e sull’economia in generale.<br />
9) amministrazione del paese conquistato, dei suoi conflitti etnici e religiosi oltre a quelli elencati al punto precedente. Legami e aiuti fra sciiti iracheni e Iran.<br />
10) il rischio che se veramente si arrivasse a un sistema democratico, questo potrebbe far vincere la corrente che gode di maggiore consenso nell’area, cioè quella islamista. Quindi probabile impossibilità di mantenere una promessa fatta all’opinione pubblica in cerca di consenso per la guerra.</p>
<p>Tutti questi rischi e molti ancora che non mi vengono in mente o che non conosco, quelli che hanno deciso per questa guerra li conoscevano e hanno deciso di correrli o di ignorarli, così come hanno deciso di non modificare i loro piani in reazione all’opposizione dell’ONU, dell’Europa, del parlamento turco, del papa, dei centinaia di milioni di oppositori occidentali a questa guerra, inclusi quelli del loro paese. Perché?</p>
<p>Perché sono i soliti americani ignoranti e strafottenti, che standosene lontani sul loro mezzo continente e avendo visto troppi dei loro film non capiscono un accidente del resto del mondo? Questi luoghi comuni sembrano incarnarsi alla perfezione nel testimonial più in vista del campo americano, ovvero in George Bush, ma l’evidenza che il presidente abbia quell’aspetto da fantoccio poco intelligente e poco istruito, rende anche più visibile il fatto che la guerra non l’abbia decisa lui da solo.</p>
<p>Dietro alla decisione concreta c’è un gruppo di persone, un gruppo di persone <em>finito</em>, anche se non se ne conoscono probabilmente tutti i componenti – magari è importantissima la mamma di Rumsfeld &#8211; né il loro peso e le sfumature delle loro singole motivazioni. E dietro a questo gruppo fra cui non mancano quelle di intelligenza e di cultura o di competenza specifica c’è tutto l’apparato di servizi segreti, esperti, consiglieri e così via che messi insieme avranno fornito e continuano a fornire informazioni sovrabbondanti, non univoche e persino erronee, che però le forniscono senz’altro.</p>
<p>Ma sostenere che la guerra è stata decisa da un gruppo di persone significa qualcosa in più. Significa scavalcare, in questo ragionamento, ogni interpretazione di tipo complottistico per cui – faccio le esempio più rozzo e più lampante- la guerra la farebbero le compagnie petrolifere. Perché anche se tre quarti dell’attuale governo vi sono effettivamente implicati, non sono quelle ad aver dato l’ordine di attacco. E significa pure ritenere che l’impossibilità di stabilire quale fra le ragioni per la guerra sopra elencate sia quella “vera”, non costituisca un ostacolo per rifletterci sopra, visto che ognuno di quelli coinvolti nella decisione avrà avuto le sue “priorità”. La sola cosa importante che questa opacità di motivi fa vedere è il fatto che non si tratta di un azione completamente razionale, se includiamo nel razionale anche le ragioni più abiette e predatorie, quelle che tradizionalmente sono all’origine delle guerre: accapparrarsi le risorse del paese x, conquistare uno sbocco a mare ecc.</p>
<p>La figura che in questi anni ha più di ogni altra rappresentato il male per l’immaginario collettivo è una creazione della letteratura e del cinema americano che si chiama serial-killer. Certo che esiste nel mondo qualche maniaco solitario e compulsivo, ma basta guardare alle modalità con cui in ogni parte vengono commessi molti dei crimini, inclusi gli assassinii, di stampo pedofilo (sempre per stare in un campo ritenuto emblematico del male) e ci si accorge che il serial-killer è un mito che copre una realtà molto più diversificata e inquietante. La gran parte della violenza più terribile nasce da azioni di gruppo. Per l’esattezza: non sorgerebbe nemmeno senza una collettività, dalla più elementare dei gruppi paragonati al “branco” alle più sofisticate e strutturate organizzazioni..</p>
<p>Nel primo caso i fatti appaiono semplici: le singole persone si fondono in un&#8217;unica forza d’aggressione, in cui letteralmente l’unione fa la forza, senza residui, senza premeditazione. Ma ripensando ad alcuni dei più celebri delitti italiani recenti, si vede che le cose spesso non vanno proprio così: gli assassini della ragazza di Leno avevano deciso prima che dovevano “darle una lezione”; Erika e Omar rimuginavano da anni su come risolvere il problema della mamma oppressiva; le ragazze che hanno ammazzato la suora di Sondrio erano incollate da certi loro interessi satanisti anche solo musicali. In breve, tutti si erano creati una qualche sovrasstruttura collettiva, per quanto debole o delirante.</p>
<p>Questa digressione valga per sottolineare due aspetti che rendono più pericolose le azioni di gruppo.<br />
Il primo – banalissimo &#8211; è che in gruppo ci si sente, anzi si è più forti.<br />
Il secondo è più interessante perché è all’apparenza all’opposto del primo. Per programmare lo scatenamento della forza in gruppo, per agire come un branco, esseri umani distinti devono mettersi d’accordo, devono trovarsi delle “ragioni” condivise. Una volta raggiunto questo consenso, diventa difficile tirarsi indietro perché è stato fondato un soggetto collettivo.</p>
<p>Questa digressione non vuole stabilire un paragone piatto fra governanti americani e assassini adolescenti italiani, tantomeno fungere da espediente retorico per una condanna morale. Che chi ha la facoltà di mandare degli esseri umani a uccidere e farsi uccidere, possa essere definito “assassino”, è la scoperta dell’acqua calda. Sono assassini anche i predecessori di Bush, Blair e compagni che decisero lo sbarco in Normandia, anzi assassini più feroci perché le atomiche su Hiroshima e Nagasaki e i bombardamenti a tappeto delle città tedesche e quelli meno terrificanti delle città italiane furono azioni deliberate. Infatti non si giustificano, perché i mezzi non giustificano il fine, ma il fine obiettivo di quell’entrata in guerra resta un altro. Mia madre sarebbe morta in un campo di sterminio, io non sarei mai nata senza l’intervento americano. E’ solo un esempio, scusate se è personale. Però aiuta a ribadire meglio: io devo la vita agli americani, ma neanche ai soldati di allora devo l’adesione semplice, la giustificazione assoluta.</p>
<p>Non sono antiamericana: non solo per il debito di sopra, non per il consueto apprezzamento di non so quanti prodotti della cultura americana, dalla Coca-Cola a Don de Lillo, ma perché distinguere, valutare distinguendo è possibile e importante. Fino a quando è possibile: è importante puntare il dito sulle vittime tedesche e giapponesi deliberatamente bruciate nelle loro città, mentre il fatto che Hitler, prima di scatenere la guerra, aveva risolto il problema della disoccupazione, non ha più peso. C’è una quantità di male che rende ogni residuo del suo contrario talmente piegato e asservito da risultare irrilevante, di fatto, non solo nel giudizio morale. Il mio discorso non avrebbe alcun senso se non fossi convinta che Bush non è Hitler, né l’America di oggi la Germania del ’33. Anche nelle elaborazioni più preoccupanti non c’è traccia di un’ideologia simile a quella nazista, né piani che vi corrispondono, e il popolo americano, per quanto pattriotico, non mostra collettivamente segni di fanatismo. Guardando solo alle vittime civili, potremmo anche concludere che questi americani sono in realtà più buoni e più leali di quelli mai visti prima, perché cercano effettivamente di limitarne il numero e mandano il loro esercito ad agire apertamente, col rischio di sacrifici, anziché affidare i propri interessi a una giunta o a un tiranno senza scrupoli, fra cui figura chiaramente lo stesso Saddam Hussein. Ma quanto sta emergendo prepotentemente con questa guerra è allarmante, più del maccartismo, più del Vietnam, più del mezzo secolo abbondante di porcherie in politica estera, più di tutto questo messo insieme: l’idea e la prassi del dominio esercitato attraverso la forza, di un dominio ritenuto legittimo e virtuoso, tende per sua natura a strangolare lentamente ogni idea e prassi di libertà, di svuotare dall’interno la democrazia, di pervertire l’America .</p>
<p>L’immagine più compatta e complessa dell’America che io abbia in mente è quella mostrata di recente da <em>Gangs of New York</em>, che rivela la violenza nuda e cruda della lotta per il controllo di un piccolo pezzo di territorio cittadino fra i newyorkesi venuti prima e gli immigrati venuti dopo. Questa violenza sta alla base non dello spirito del West dove i cowboys ammazzano gli indiani, ma della città per noi tutti sinonimo della America cosmopolita, colta, multietnica e urbana. Martin Scorsese ha fatto questo film perché ha riconosciuto la propria esperienza di adolescente italo-americano del Bronx nel libro di Herbert Ashbury che ritraeva la città un centinaio di anni prima, perché ha riconosciuto che la sua esperienza non era che la riproduzione di un’esperienza pregressa, la ripetizione di una violenza originaria, anzi fondativa. Secondo René Girard, che ne ha coniato l’espressione, la raffigurazione, lo svelamento della violenza fondativa, la sua rappresentazione piena, è già l’inizio della crisi del suo funzionamento basato invece sull’occultamento mistificatorio.</p>
<p>Oggi un figlio di immigrati molisani gira a Cinecittà un epos che si misura e in tal modo relativizza i classici <em>La nascita di una nazione </em>e <em>La conquista del West</em> girati da registi WASP. Scorsese modella il suo racconto epico – e qui sta un&#8217;altra complicazione- sia sui canoni più aggiornati del kolossal hollywoodiano (la battaglia trucolentissima iniziale, obbligatoria ca. dai tempi di <em>Braveheart </em>e del Soldato Ryan; la citazione di un mondo da <em>Conan il Barbaro</em>) che sui capolavori feuilleton del ottocento, creando un film pomposo, ripetitivo, povero di finezze psicologiche e privo, pur con tutta la sua spettacolarità, di coperture estetiche, sociologiche, storicistiche ecc. alla  violenza che è l’unico suo contenuto. Non si vedono buoni e cattivi da nessuna parte: polizia ed esercito ammazzano i poveracci in rivolta contro la leva i quali impiccano ogni negro trovato per strada, colpevole di trascinarli in guerra. In questo, è molto diverso dal cinema di denuncia degli anni settanta che rifaceva il western dalla parte degli indiani o di molti grandi film sul Vietnam: non, in senso stretto, un’opera di denuncia, ma semplicemente una dimostrazione di ciò che è stato. Proprio per questo è un segnale importante, un segno che riflette in maniera precisissima l’ambiguità dei potenziali di una società capace di rappresentarsi in questo modo. Noi, in Europa, non saremmo stati in grado di produrre qualcosa di analogo non tanto perché ci mancano i maestri del cinema ex-teppisti, ma perché, anche se li avessimo, l’origine violenta del nostro mondo non la tocchiamo più. Inutile precisare che siamo diventati pacifici da poco.</p>
<p>Secondo Girard la crisi che permette lo svelamento della violenza fondativa non coincide affatto con una  sua diminuzione, anzi: quando il sangue che garantiva una certa stabilità non la garantisce più, ce ne vuole altro e altro ancora. Forse l’America è entrata in questo tipo di fase e tutta la sua parte libertaria, autocritica, e egalitaria, una parte che dal tempo del movimento per i diritti civili, pur con qualche contraccolpo, non ha fatto altro che crescere e consolidarsi, vi è tragicamente implicata.  Ma è ancora una partita ambigua, una partita aperta, in cui bisogna entrare e lottare perché si tratta anche di noi. Se Bush, i suoi compari e padrini e il loro humus alla lunga vincessero non solo in Iraq o in altri luoghi remoti, ma nel loro paese – dove stanno già ampiamente demolendo le tradizionali libertà &#8211; , subiremmo tutti una perdita così terrificante da rendere obsoleta ogni postura d’orgoglio antiamericano. Stiamo ragionando sul nostro futuro e sulla nostra pelle.</p>
<p>Torniamo al punto di partenza. Qual è il male che si manifesta in questa guerra? E’ il disegno degli ideologi <em>neoconservative</em>, è la scoperta di piani per l’egemonia americana nel mondo che prevedono l’invasione in Iraq e che sono stati elaborati anni prima dell’undici settembre dallo stesso gruppo di persone che, trovandosi oggi al potere, ha cominciato a metterli in atto?</p>
<p>Secondo me è qualcosa che si trova ancora un po’ più sotto, qualcosa di molto semplice e banale, come è il male definito da Hannah Arendt. Se non fosse così banale nei suoi meccanismi, farebbe meno danni.<br />
Da quando assisto sgomenta ai notiziari quotidiani della guerra, mi ronza in testa una stranota espressione che deriva da uno dei film-mito del cinema americano: il lato oscuro della forza.<br />
In <em>Guerre Stellari </em>(il cui titolo non a caso fu ripreso per battezzare uno dei più costosi progetti di riarmo statunitense) si combattono il Bene e il Male ben distinti, con trionfo finale del Bene; solo che i signori del Male un tempo erano anch’essi campioni del Bene, cavalieri Jedi. Ma a un certo momento sono stati pervertiti, come direbbe il papa, dal lato oscuro della forza. La forza, quella sempre invocata – “che la forza sia con te!” – è una sola. Il suo lato oscuro – sarebbe meglio dire: parte oscura – si manifesta quando sfugge al controllo di chi la esercita, quando cerca di imporre un dominio infinito, fine a se stesso.</p>
<p>Lo so che è banale sostenere che il motore dell’attuale politica americana, il collante del gruppo al potere, il sostrato sotto la coperture ideologica delle teorie <em>neoconservative </em>sia “il lato oscuro della forza.“ Ma appare altrettanto evidente come tutti coloro abbiano creduto eccessivamente, quasi misticamente – non a un <em>God On Our Side </em>cristiano fondamentalista – ma alla loro forza: militare e tecnologica in primo luogo, poi economica e politica. E’ lo strapotere della loro forza che li ha convinti tutti a passare dal piano della teoria e dei giochi preliminari all’azione, dalla fantasia alla realtà, con la disinvoltura alienata che di solito si attribuisce ai ragazzini rintronati dai videogame, facendo apparire trascurabile fino all’inconsistenza ogni altro aspetto, a cominciare dalla mortalità e vulnerabilità psicologica dei propri soldati.</p>
<p>Robert Kagan, uno dei teorici di area <em>neoconservative </em>a mia saputa non coinvolto con l’amministrazione Bush e tutt’altro che un ignorante e cretino in un intervista di confronto con Daniel Cohn-Bendit allo <em>Spiegel </em>diceva più o meno così, perfettamente serio: “se uno ha un bel martello forte, gli viene da picchiarlo sui chiodi e per forza poi qualcuno non lo colpisce bene o gli entra storto”.<br />
Quel martello citato in rappresentanza degli armamenti più sofisticati e costosi del pianeta mette in luce come non ci sia nemmeno da avere troppo timore reverenziale della tecnologia, perché il mito tecnologico non si rivela altro che una copertura per il solito meccanismo d’espansione della forza.<br />
Quelli che credono di dominarla per dominare ne sono a loro volta dominati.  E’ un’altra costatazione per niente nuovo, ma tenerla d’occhio sotto l’armatura pesantissima e terrificante di tecnologia e ideologia, aiuta a <em>sentire meglio </em>il pericolo in cui ci troviamo, noi esseri umani né dominatori né dominati.</p>
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