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	<title>Lidia Massari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Costumi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Massari]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lidia Massari</strong> <br />Lei impacchetta cose da anni: in fuga dalla guerra, in fuga dai campi profughi, in fuga da Dresda, in fuga dal terremoto, si impara a capire che l’essenziale può essere non solo il caricatore del cellulare, ma una foto, una spilla. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lidia Massari</strong></p>
<p><em>Tolentino, 2020 </em></p>
<p>Il sole delle due proietta sullo spiazzo il rettangolo nero dell’insegna “FALLIMENTI”. Il silenzio è graffiato dalle ruote della batmobile che un bambino guida tra le maglie della recinzione metallica, buche provocate dalle bombe lanciate del nemico contro l’eroe concentrato sulla missione del giorno: raggiungere il mare promesso.</p>
<p>«Mamma, quando andiamo?».</p>
<p>La donna esce dalla porta di uno dei container che riempiono il cortile: parallelepipedi grigi rialzati da terra, pezzi di Lego giganti accostati a formare una sorta di edificio, incandescente, a quell’ora, nella torrida conca tolentinate. Ha in mano una bottiglia d’acqua da due litri; guarda il figlio sorridendo ma senza rispondere, e comincia ad innaffiare con cura lenta le piante di menta, rose, basilico, origano e petunie che occupano rigogliose i contenitori sistemati ai lati della soglia, latte di olio di semi e barattoli di passata in confezione famiglia.</p>
<p>Il bambino rientra di corsa, deve essere certo che oggi sarà un giorno di treni e di mare: la sorella, cinque anni, le gambe magre e tanti capelli neri, ha già addosso il costume, e sale senza fiatare sul passeggino trasformato in una carriola che contiene di tutto, acqua, panini, asciugamani, secchielli e mutande pulite per dopo. Lei impacchetta cose da anni: in fuga dalla guerra, in fuga dai campi profughi, in fuga da Dresda, in fuga dal terremoto, si impara a capire che l’essenziale può essere non solo il caricatore del cellulare, ma una foto, una spilla. Solo da poco ha smesso di tenere vicino alla porta un borsone pronto per scappare in caso di emergenza. Controllando se abbia dimenticato qualcosa, si ferma l’hijab intorno alla testa con gesti sicuri. Un ultimo sguardo al cucinino, il regalo della famiglia che abitava lì, e che se n’era andata da poco: due fuochi, contro ogni norma, ma basta poco per credere un’oasi quella scatola di metallo in una zona invisibile alla città, mimetizzata fra i capannoni industriali, senza servizi, senza bus, con la gente del posto che ha paura di passare vicino a quell’isola ecologica di rifiuti umani.</p>
<p>Il bambino stringe in una mano la macchinina, nell’altra un lembo dell’ampia veste della madre: ha otto anni e ancora tanta paura, mentre nel bianco della calura affrontano la salita verso il negozio dove lavora il padre, e poi ci sarà la stazione, finalmente. Il cielo è colmo del canto assordante delle cicale; incombe sui tre un enorme manifesto che annuncia grandi svendite dei costumi prodotti nello stabilimento Arena, a due passi da lì: una ragazza esce grondante acqua da una piscina con un costume intero in cui tagli strategici mostrano porzioni abbondanti della sua pelle ambrata, il ventre piatto, gli occhi azzurri che guardano un punto lontano con aria sfidante.</p>
<p>Il padre li aspetta già pronto sul retro del negozio 24/7 dove lavora come tuttofare, gli occhi che rivelano un’eccitazione infantile: alza le mani occupate da sacchetti di plastica da cui spuntano foglioline flosce di piante aromatiche invendute.</p>
<p>«Ancora?» fa lei, e ride, e sa che è inutile opporsi: già fa spazio nella retina del passeggino, tra i giochi dei bambini, attenta a che la terra non sporchi.</p>
<p>Nel 2015, la sera prima della fuga dalla loro casa di Aleppo, aveva cucito nell’orlo dei vestiti i semi della rosa che cresceva in cortile. Avevano progettato tutto con cura, sotto i bombardamenti: avevano preparato gli zaini, chiuso a chiave la porta di casa. Ogni piano però si era dissolto quando, usciti dalla città, videro le vie, le strade e persino i sentieri fusi in un labirinto incomprensibile. Marciarono in direzione sud per settimane, a volte unendosi a gruppi di altri in fuga, loro con la figlia neonata e il figlio di appena due anni. Il campo di Zaatari che li accolse in Giordania era grande come una città, con i negozi, il panettiere, e persino un piccolo giardino. Erano lì da una decina di giorni, quando lui si unì al piccolo gruppo che stava seguendo una lezione sulla coltivazione idroponica. Si sedette con gli altri, si passò una mano sulla coscia: riusciva a sentire attraverso la stoffa della camicia la forma rotonda delle bacche, le teche dei semi. Ne tirò fuori una, ne incise con l’unghia la superficie, la aprì, svelando all’interno la polpa dolciastra che ospita i piccoli semi. Si alzò e raccolse da terra un vaso di plastica, bucato sul fondo, le parole dell’istruttore solo rumore di fondo. Prese da un sacco una manciata di ciottoli di argilla, da un altro due palette di terra, ora si muoveva nella dimensione in cui le sue mani riuscivano a infondere vita, a emanare la potenza generativa che rendeva rigogliose le piante, fertile la sua donna. Coprì i semi con un velo di terra, ci spruzzò sopra un po’ d’acqua con le dita, e lasciò il vaso a un compagno, «Take care, roses».</p>
<p><em>Dresda, 2015</em></p>
<p>La donna si lascia cadere sulla sedia di un locale nella piazza del Mercato vecchio, scostando appena il caftano a grandi fiori, occhiali scuri sotto il cappello nero a falde larghe. Ordina un caffè, e intanto tira fuori dalla borsa un bicchiere di carta col logo del caffè Borbone, un rossetto dal colore acceso e il cellulare: si trucca con pochi gesti precisi, poi imprime le labbra sul bicchiere, paga la consumazione e si avvia, bicchiere in mano, verso il monumento che occupa una parte della grande piazza.</p>
<p><em><i>Vennero scavate molte buche. Nessuno sapeva cosa si sarebbe trovato.</i></em></p>
<p>Dresda: pacifica città dedita alla produzione di farmaci e saponi, abitata per la maggior parte da civili e lontana dai fronti di guerra: dopo le bombe non c’è rimasto più niente.</p>
<p><em><i>La maggior parte delle buche non serviva a niente: si arrivava all’asfalto, o a macigni impossibili da spostare. Non c’erano mezzi meccanici, né cavalli né muli né buoi.</i></em></p>
<p>Osserva il memoriale che celebra le migliaia di cadaveri cremati.</p>
<p><em><i>Arrivarono finalmente a una rete di travi, come una specie di cupola. Aprirono un varco nella rete. Sotto c’era buio e spazio vuoto.</i></em></p>
<p>Una specie di grande panchina quadrata, pensa; alle spalle, un ascensore di cristallo, e la P blu che segnala la presenza di un parcheggio sotterraneo.</p>
<p><em><i>Un soldato tedesco si calò con una pila; quando tornò su disse che lì sotto c’erano dozzine di corpi.</i></em></p>
<p>Un’iscrizione ricorda la rappresaglia degli Alleati contro le forze del Male- cancellare la colpa sterminando una città: ha senso?</p>
<p><em><i>Furono aperte qua e là centinaia di miniere di cadaveri. In principio non puzzavano, poi i corpi cominciarono a corrompersi e a liquefarsi, e c’era un odore di iprite e di rose. Così va la vita.</i></em></p>
<p>La donna tira fuori dalla borsa una reflex e un libro, e comincia ad arrangiare la sua scena sul marmo bianco. Si è inventata un mestiere, in fondo: pubblica su YouTube recensioni di libri che ambienta in luoghi evocativi, generatori di corrispondenze capaci di toccare l’animo di lettrici non giovani. Uno dei suoi ultimi post -la foto sgranata del romanzo di una esordiente accanto a un vaso di peonie color vaniglia, con una tazza vittoriana sullo sfondo- ha avuto migliaia di like, e ha attratto lo sponsor che le ha pagato il viaggio in Germania. Una variazione in una vita che scorre senza scosse fra collaborazioni, qualche traduzione, consulenze di editing, tutti lavori con cui non arriverebbe nemmeno a pagarsi la spesa, se non ci fosse l’entrata fissa di un paio di affitti, lascito di genitori che avevano avuto l’accortezza di spegnersi quasi all’unisono, e senza l’agonia di lunghe malattie invalidanti.</p>
<p>Apre il libro, <em><i>Mattatoio n. 5</i></em>, lo appoggia a faccia in giù, gli mette accanto il bicchiere sponsorizzato, guarda il tutto attraverso il mirino della reflex, spiando il momento in cui un raggio di sole trapelerà dalle nuvole: questo sarà il <em><i>coup de theatre</i></em> che farà schizzare in alto il numero delle visualizzazioni del libro in promozione, uno di quei volumi sulla Shoa che ingolfano librerie e supermercati appena finisce l’Epifania. Mentre scatta, sente salire la nausea, pensa che beve troppi caffè e dorme troppo poco, e che in Germania non mangiano abbastanza verdura. Alza gli occhi, la piazza si è svuotata: grosse gocce si schiantano sulla copertina del libro, prima rade, poi, di colpo, fitte e dure come aghi.</p>
<p>Infila la reflex in borsa, corre verso l’ingresso del parcheggio, che è lì a pochi passi: il corpo pesante fatica, il grande cappello si intride di pioggia e le bagna i capelli. Scende le scale di corsa, ha l’impressione che lì sotto sia buio come in una grotta, sente l’odore di gomma e di diesel, di cassonetti colmi di rifiuti alimentari putridi. I led di un’auto squarciano la notte infernale, proiettando sulla parete di fondo sagome di oggetti che non riconosce più. In fondo, fra una centralina elettrica e un bidone, scorge qualcosa che la attira come una visione: accanto a due borsoni, una madre, protetta da un uomo e da un bambino, allatta un neonato minuscolo.</p>
<p><em>Porto Recanati, 1975</em></p>
<p>Rimane da sola, lungo la linea del bagnasciuga, prima o poi succede che le amiche di città, quelle che passano l’estate in provincia nelle case dei nonni, la prendano in giro; fa male, ma per lei le chiacchiere su Roma e Milano sono l’esca che incendia i suoi sogni da ragazzina in fuga. Sogni invernali, peraltro: perché nulla può incrinare la perfezione di quei tre mesi d’estate, niente compiti, solo libri da leggere, niente regole, fatto salvo il rispetto rigidissimo degli orari del pranzo e della cena. I ragazzi sono tutti più o meno coetanei: i loro genitori erano in gran parte cresciuti insieme al paese, poi si erano sposati e trasferiti altrove. Solo i suoi  genitori erano rimasti in provincia, condannandola al bovarismo tipico dei marchigiani.</p>
<p>Vanno tutti in spiaggia dopo le 11, senza ombrellone, gli asciugamani lisi, sempre gli stessi da anni, induriti dai lavaggi come carta vetrata, con un costume preso a caso, a volte uguale per maschi e femmine: il pezzo sopra era per le donne fatte, e poi chi lo voleva il segno bianco del costume? Pochi giorni prima la madre però l’aveva portata a fare compere nella boutique più fornita del paese: “prenditi un due pezzi, hai 12 anni, è ora che la smetti di fare il maschiaccio”. E il giorno dopo era arrivata in spiaggia con questo microscopico bikini di cotone a righine bianche e blu, tenuto su da laccetti rossi sui fianchi e intorno al collo: per la prima volta aveva sentito su di sé gli sguardi ammirati delle amiche della madre.</p>
<p>Cammina a testa bassa, ha quasi raggiunto gli altri: li sente parlare di FGCI e collettivi, e capisce la metà delle cose che dicono, dei dischi che ascoltano, e sente la rabbia salirle alla testa. La sagoma nera, enorme, del capannone Montecatini è ormai vicinissima: le gambe e i piedi si coprono di una polvere chiara con riflessi violacei −residui di quale mistura chimica?−, i sassi sono neri di chiazze di catrame che si appiccica alle piante dei piedi e che solo la trielina riuscirà a mandar via. Sono ormai all’ombra dell’edificio, cattedrale industriale ormai in disuso, l’enorme arcata a sesto acuto sorretta da piloni di cemento armato da cui fuoriescono ferri arrugginiti. Qualcuno ha divelto i grandi portoni di legno dell’ingresso.</p>
<p>«Entriamo? O hai paura?» chiede il ragazzo, che si è staccato dal gruppo e la sta aspettando, gli occhi celesti e la pelle scura. Lei non risponde, i piedi ancora nell’acqua, mentre da un baretto lì vicino arrivano le note della sigla di Alto gradimento.</p>
<p>Intorno al capannone crescono ciuffi di piante azzurrognole dalle foglie larghe come piccole mani palmate, e a posto delle unghie, le spine.</p>
<p>«Ahia!» strilla lei, ma il ragazzo le afferra la mano e la trascina nella pancia del mostro.</p>
<p>«Siamo nella balena!».</p>
<p>Lì non si sente il rumore del mare, solo l’aria greve di un odore acre. Si fermano, la pelle che brilla nel buio. Lui allunga una mano, le sfiora un orecchio e la nuca, lasciata libera dalla coda di cavallo; con un gesto da bambino tira un capo del fiocco che tiene su il reggiseno. I due piccoli triangoli si ribaltano, lasciando scoperti i due seni, i capezzoli ancora ciechi.</p>
<p>«Deficiente!», ride lei, e sposta il suo peso come per buttarlo per terra, per lottare come gattini, ma lui le afferra i polsi, la avvicina a sé. La ragazza si blocca, immobile sull’orlo di una terra inesplorata. Lui intreccia le dita dietro la schiena di lei; i loro corpi sono uniti, le pance, sudate, si toccano. Lei sente qualcosa premerle sulla parte alta del pube, proprio lì dove ogni tanto sente una fitta, e poi un liquido caldo, vischioso, le cola giù per la gamba. Non è roba sua. Scatta via schifata, si allaccia il costume correndo, la luce del giorno sembra lontanissima alla fine del tunnel, in un attimo è in acqua, e comincia a nuotare. Uno, due, tre, quattro, cinque sei, verso il largo, sono spariti i ghirigori di sabbia sul fondo. Nuota e sente il corpo leggero nell’elemento che le è proprio, è un pesce, lo dice sempre suo padre, e affonda le braccia nell’acqua turchese. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, avverte le piccole correnti d’acqua gelida, sta attenta alle onde che increspano la superficie come ciglia bianche su occhi invisibili. Conosce bene quel mare, sa dove deve giare la testa per evitare di bere. Uno, due, tre, quattro… i lacci delle mutandine le sfiorano le cosce, il mare ha sciolto i fiocchetti. Uno, due, tre… un’onda le finisce in bocca, beve, si ferma di botto. Tossisce, ma è già capitato, sa che deve respirare e stare calma: niente panico, lascia che la vescica si liberi: il respiro si fa regolare. La riva è lontana: gli uomini come formiche, e il capannone un cilindro di liquerizia mezzo coperto dalla sabbia. La cupola della basilica di Loreto galleggia nel cielo come un’astronave aliena. La ragazza rovescia la testa all’indietro, lascia che il mare le sorregga i fianchi, penetri ogni orifizio del suo corpo: adesso è pulita.</p>
<p><em>Porto Recanati, 2020</em></p>
<p>L’ennesimo sbarco dall’ennesimo viaggio: la donna decide di cambiare programma, dal parcheggio dell’aeroporto punta la macchina verso il mare; si acqueta solo quando scorge la sagoma familiare del capannone Montecatini, relitto spiaggiato ormai inglobato nei palazzi figli di un’architettura linda e prevedibile. Si siede sui ciottoli, si toglie il suo assurdo cappello; poi si alza, fa qualche passo e immerge i piedi nell’acqua con tutti i sandali.</p>
<p>Loro arrivano dopo le sei, senza ombrellone, solo una borsa con dentro teli da doccia e un sacchetto da cui sbucano piante. Lui si butta in acqua senza aspettare, lasciando una breve scia di abiti da lavoro. Lei, in pantaloni e casacca verde acqua, il capo velato, aiuta il figlio maschio a togliersi la maglietta: lui vola in acqua, dal padre, si schizzano, si tuffano, annaspano. Le altre famiglie chiudono gli ombrelloni tra le urla isteriche dei piccoli. Lei armeggia intorno a un passeggino, fa scendere una bambina gracile, dai grandi occhi scuri.</p>
<p>Appena più in là un&#8217;altra donna velata, tutta vestita di nero, accoglie fra le braccia un bambino di forse dieci anni, stringendolo a sé mentre gli asciuga i capelli. Gli mette in mano un panino, poi si avvicina alla riva. Mette i piedi nell&#8217;acqua, le piccole onde lambiscono il bordo della veste. Il marito e il figlio giocano: i nomi diventano un gorgoglio, adesso l&#8217;acqua le arriva alle ginocchia, sarà bagnata fino alla pancia, il vestito è di garza.</p>
<p>I raggi radenti ingrandiscono la figura della donna in verde, che si alza a guardare meglio la scena. La figlia, in costumino e maglietta, corre verso la riva, vuole andare dal padre, ride quando le onde le bagnano le cosce. Il marito dice qualcosa, più allegro dell&#8217;allegria infantile dei figli. La donna entra nell&#8217;acqua senza rispondere, abbassa lo sguardo verso la donna in nero, dritta, nel sole, come un’icona, la mano d’istinto sul ventre.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>una rete di storie STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/24/rete-storie-storie-del-trauma-del-terremoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[emanuela baldi]]></category>
		<category><![CDATA[Festa di Nazione Indiana 2017]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Massari]]></category>
		<category><![CDATA[Mediateca Montanari]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO]]></category>
		<category><![CDATA[una rete di storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Storie del trauma del terremoto</b><br />
di <b>Renata Morresi</b><br />
La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 170px;">di <strong>Renata Morresi</strong><br />
Venerdì non è successo niente. Eravamo in classe, parlavamo di come si fanno le domande in inglese. C’erano le finestre aperte, si sentivano le ruspe e i camion lavorare lì accanto, dove sorgeranno le ‘casette’ per chi è sgombrato da Camerino quasi un anno fa. I ragazzi del quarto durante la prima ora scherzavano sul compito di filosofia, compito scritto, proprio come l’anno scorso nel giorno della scossa grossa – non sarà mica la prof che ce la tira, ecc.  Scherzavano un po’ per scaramanzia, un po’ per nervosismo. Un anno è lungo, e l’allerta dei primi tempi, quella che ci teneva pronti, mobilitati, solidali, si è trasformata in una specie di abitudine, una tensione cronica sempre sull’orlo del cortocircuito. Quasi nessuno di chi ha perso tutto l’ha ritrovato. Ma tutto è tanto da ritrovare, e nel frattempo siamo cambiati, è cambiata la nostra vita, siamo andati altrove, fatti altri progetti, e via così. Abbiamo scoperto delle cose: che una terra che si abita non è solo un luogo neutro, vuoto, e poi pieno e poi svuotato e poi riempito. Un luogo non è una scatola. E che persino uno dei luoghi più antropizzati d’Italia com’è questo si può rivelare poco pensato, vissuto acriticamente. La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.<br />
&nbsp;<br />
Un anno è lungo a vedere i militari che presidiano la zona rossa, le macerie e i detriti ancora sparsi sui sampietrini. Un anno è breve: venerdì non è successo niente di importante, ma a un tremolare dei vetri, a un sussulto fioco, i ragazzi si erano già infilati sotto i banchi, qualcuno di quelli rimasti sulla sedia era sbiancato, un altro si sentiva svenire. In brevi attimi siamo scivolati fuori, in silenzio, per lo più in fila indiana, qualcuno si teneva per mano. Poi fuori, al sole, dopo le telefonate di rito, hanno cominciato a cantare.<br />
&nbsp;<br />
Domenica 29 ottobre, alle dieci e trenta alle mediateca di Fano ci ritroviamo a parlare con artiste, autrici, attivisti, poeti, di terremoto, dei suoi traumi, e dei nostri compiti.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con<strong> Emanuela Baldi, Lidia Massari, Renata Morresi, Adelelmo Ruggieri, Anna Tellini</strong><br />
&nbsp;<br />
*<br />
&nbsp;<br />
<strong>Emanuela Baldi </strong>è un&#8217;artista che considera l’arte come uno strumento per promuovere lo sviluppo e la trasformazione sociale, valorizza le differenze e facilita lo scambio cross-culturale.  Esperta di dialogo interculturale, networking e dinamiche di gruppo nel settore pubblico e privato, idea progetti artistici per il dialogo tra le culture, conduce laboratori sulla condivisione di processi collettivi e iniziative “making together”. Utilizza la creatività manuale come mezzo di dialogo ed espressione collettiva, coinvolgendo persone di ogni età ed origine, accorciando le distanze tra i vari target sociali e  valorizzando l’espressione del singolo nel collettivo. Viaggiatrice e sperimentatrice ricerca continuamente nove collaborazioni e scambi con artisti e professionisti di altre discipline, poiché crede nella ricchezza delle differenze e della molteplicità di sguardi.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Lidia Massari</strong>, nata nel paese leopardiano circa mezzo secolo fa, si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d&#8217;amore nella poesia latina. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti didattici, con risultati alterni. Accanita lettrice, fece voto di non tediare gli altri con i propri scritti, ma negli ultimi tempi sta venendo meno alla promessa. Fra le altre cose, collabora saltuariamente alla rivista &#8220;Artapartofcul(ure)&#8221; e gestisce due pagine Facebook che usa a mo&#8217; di blog, “Diverso viaggiare” e “Cronache mesopotamiche”, quest&#8217;ultima dedicata al territorio maceratese duramente colpito dal recente terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Renata Morresi</strong> vive e lavora nel maceratese, si occupa di poesia, traduzione e letteratura anglo-americana. Sue poesie sono apparse in rivista (<em>Poesia</em>, <em>Semicerchio,</em> <em>Il Caffè illustrato</em>, <em>Alfabeta2, Il nostro Lunedì, </em>ecc.) e<em> </em>nelle raccolte <em>Cuore comune</em> (peQuod 2010), <em>Bagnanti</em> (Perrone 2013), <em>La signora W</em>. (Camera verde 2013). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (<em>Dieci bozze</em>, Vydia 2012); nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Quest’anno ha scritto una serie di poesie, ancora inedite, che ha chiamato “anti-smismiche”, ispirate alle retoriche aberranti del post(?)-terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Adelelmo Ruggieri</strong> (1954) abita a Fermo, nelle Marche. Per peQuod ha pubblicato le raccolte di poesia: <em>La Città lontana</em>, 2003; <em>Vieni presto domani</em>, 2006; <em>Semprevivi</em>, 2009 e 2010. Del 2016 è il fascicolo <em>Habitat</em>. Le sue prose sparse sono raccolte nei libri <em>Porta Marina &#8211; Il Poggio</em> (peQuod, 2008); <em>I tetti sono semplici a Sali</em> (Capodarco Fermano Edizioni, 2012); <em>Subito o domani. Non è la stessa cosa</em> (Italic, 2013). Dal 2011 collabora al sito letterario “Le parole e le cose”.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anna Tellini </strong>ha insegnato letteratura russa presso l&#8217;Università de L&#8217;Aquila, e considera sua somma fortuna l&#8217;essere stata allieva di Angelo Maria Ripellino. Si è occupata prevalentemente del Novecento, con una particolare predilezione per la tragica figura di Vs. E. Mejerchol&#8217;d, di cui ha curato l&#8217;edizione italiana de <em>Il Revisore </em>(Monteleone, 1997) e de <em>Il ballo in maschera </em>(Bulzoni, 2003). Dopo la distruzione della sua Facoltà ad opera del terremoto ha continuato l&#8217;insegnamento in posti di fortuna. Fa parte del Centro Antiviolenza per le donne de L&#8217;Aquila, che quest&#8217;anno festeggerà il suo decennale, e che, insieme alla rivista “Leggendaria” e altre associazioni della sua città nell&#8217;ottobre 2010 ha costituito il Comitato TerreMutate (<a href="http://www.laquiladonne.com/">www.laquiladonne.com</a>), che ha organizzato nel maggio 2011 un grande incontro nazionale di variegate realtà femminili &#8220;perchè potessero vedere L&#8217;Aquila con uno sguardo diverso – lo sguardo delle donne, appunto -, creare una rete solidale e recare semi di ricostruzione e di rinascita, da gettare nella terra tutte insieme&#8221;.<br />
*<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cronache mesopotamiche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/23/cronache-mesopotamiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Massari]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lidia Massari Forse i paesi collinari si assomigliano tutti, non so. Io questi conosco, per esserci stata deposta, per caso, alcuni decenni fa; “per caso”, nel senso che i miei giovani genitori, che vivevano altrove, al mio apparire pensarono che sarebbe stato un bene piantare le tende al paese di origine di uno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-70701 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-1024x522.jpg" alt="" width="720" height="367" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-1024x522.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC-768x391.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/MC.jpg 1754w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Lidia Massari</strong></p>
<p>Forse i paesi collinari si assomigliano tutti, non so. Io questi conosco, per esserci stata deposta, per caso, alcuni decenni fa; “per caso”, nel senso che i miei giovani genitori, che vivevano altrove, al mio apparire pensarono che sarebbe stato un bene piantare le tende al paese di origine di uno dei due, Recanati, appunto, senza in realtà aver ben chiaro il loro futuro, credo. (Da qui nessuno di noi si è più mosso).</p>
<p>Dicevo: sembra facile, la geografia, con tutti quei fiumiciattoli paralleli. E invece no: ogni collina sembra un pallone pieno d&#8217;acqua, fai un buco e sgorga una fonte. Le colline sono solcate da rigagnoli (fossi) che appaiono e scompaiono, formano avvallamenti, diventano pericolosi come torrenti quando piove tanto. Per arrivare a Recanati da Macerata c&#8217;è un ponte sopra un fantomatico (perché l&#8217;acqua non c&#8217;è) “fosso Rica&#8217;”: che tutti noi da bravi bambini traducevamo in buon italiano “fosso dei cani”, e che invece ha a che fare con l&#8217;antico toponimo di qui, “Ricale”. Ne parla pure Leopardi. No, non “quello”, che tutti qui chiamano Giacomo, ma suo padre Monaldo [1].</p>
<p>Dicevo: in linea d&#8217;aria i paesetti collinari all&#8217;intorno sembrano a portata di mano, di fatto inerpicarsi su per i colli rende ogni vetta una conquista: le strade o sono dritte, brevi e con pendenze alpine, o procedono a zig zag, contorcendosi come serpenti e rendendo distanze minime (apparentemente), lunghissime. Quando nevica (e nevica tutti gli inverni) e le strade sono ghiacciate, capita di rimanere isolati. I paesetti tanto carini si stanno svuotando: molto più comoda la costa, ampi parcheggi, mega centri commerciali, autostrada. Insomma: il paese è bello, ma non ci vivrei.</p>
<p>Le strade che seguono i corsi d&#8217;acqua, dalla costa all&#8217;interno, sono battutissime oggi, come lo erano un tempo. Come la regina delle strade, la strada Regina, bellissima storpiatura: il nome deriva da “Rècina”, Helvia Rècina, la città romana che sorgeva ai piedi della collina dove oggi su cui oggi è distesa Macerata. Fiume, strada: e in fondo, sul mare, Potentia, fondata nel 184 a.C. Per dare terre coltivabili a chi aveva combattuto la seconda guerra punica. A proposito, Potentia nel 56 a.C. fu squassata da un tremendo terremoto, e fece fatica a riprendersi. Tanto per non dimenticare.</p>
<p>Poi ci sono strade, anch&#8217;esse antichissime, che servono per andare al di là. Le strade che valicano, e i paesi che fanno da sentinella. Siccome, come si è capito, io descrivo quello che vedo dalla finestra, per me la sentinella naturale verso l&#8217;altra valle è Montelupone, a guardia della mia Mesopotamia, e custode della Mesopotamia sorella, quella fra il Potenza e il Chienti.</p>
<p>Una strada antica è quella che congiunge Montelupone con San Claudio. C&#8217;è un posto magico, da quelle parti, fai cento metri e ti si apre ora la valle del Potenza, ora quella del Chienti, e tu sei lì, in alto, e vedi tutto, dal Conero fino ai monti d&#8217;Abruzzo, nessuna casa, ma, però, un&#8217;orribile carrozzeria (cofani arrugginiti pneumatici e quel senso d&#8217;incuria delle vecchie officine). Questi posti proprio non hanno la vocazione al sublime.</p>
<p>Il Chienti è proprio un grande fiume (nell&#8217;ordine delle misure nostrane, si capisce, mica sto parlando del Po; comunque nelle Marche è il secondo), deturpato, violentato, antropizzato quasi selvaggiamente. La zona verso il mare è quella più ricca di insediamenti industriali (zona di scarpari). Il suo corso è bloccato e irregimentato da due dighe importanti (formano i laghi di Polverina e Caccamo). Riceve le acque di un piccolo corso d&#8217;acqua con due nomi Fiastrone/Fiastra: alla confluenza sorge un&#8217;abbazia famosa. Anche sul Fiastrone c&#8217;è una diga. Il punto in cui comincia il Chienti segna anche il confine con l&#8217;Umbria: Serravalle.</p>
<p>Inutile dire che anche lungo questo fiume corre una strada parallela, una strada di grande comunicazione il cui tratto più recente, che arriva a Foligno, è stato inaugurato da Renzi nel luglio del 2016. La violenza perpetrata sul fragile territorio dell&#8217;entroterra dal lungo serpente d&#8217;asfalto è stata già raccontata da altri [2].</p>
<p>Proprio passando per quelle strade, più di quarant&#8217;anni fa, papà ci portava sui monti. Lui, che era nato e cresciuto in città, che aveva passato le estati della dolce vita a Riccione, ma aveva conosciuto le Dolomiti, scopriva la bellezza e il mistero delle nostre montagne. E scopriva con meraviglia la ricchezza delle acque, gli spazi intatti, e il silenzio. E decideva di costruire lì il suo secondo nido, in un piccolo borgo di cui dovrò parlare (per quanto sia doloroso, oggi).</p>
<p>Non so se la mappa illustra a sufficienza le mie parole: noi che stiamo qui, invece, abbiamo chiarissima l&#8217;idea di tutto quello che il terremoto ha mandato in malora. Perché non è affatto sicuro che “tutto tornerà come prima”.</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/cronachemesopotamiche/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Io di questo vorrei parlare</a>, ora forse si capisce meglio perché.</p>
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<p>1.</p>
<p><em>Diario di una testimone &#8211; Fiastra, 2016-2017</em></p>
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<p>5 settembre 2016</p>
<p>Torno in paese per la prima volta. Noto crepe che prima non c&#8217;erano, qualche pietra per terra, oggetti caduti. La chiesa, la ragione di esistere di questo borgo, sembra integra (era stata riaperta nel 2015 dopo il restauro post terremoto &#8217;97), ma un&#8217;ordinanza dice che è inagibile, chiusa. È comparsa una tenda blu della protezione civile, ma non ci dorme nessuno, perché, come disse la vicina di casa, “se nun dovemo dormi&#8217;, almeno sto nel letto mio”. Tutto quasi normale, insomma. È andata bene, un po&#8217; peggio che nel &#8217;97, ma è andata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>17 novembre 2016</p>
<p>Mi ricordo la fuga in montagna, dopo due settimane dalle scosse terribili, due settimane di totale paralisi e paura di fronte alla distruzione che non ha ancora trovato degne parole. Le strade interrotte, le deportazioni degli abitanti. L&#8217;urgenza che ho sentito, impellente, di raccontare. E mi ricordo il pudore che mi ha impedito di scattare foto delle macerie del paese, e della chiesa. Conservo l&#8217;immagine di una delle case di legno (senza acqua né riscaldamento né servizi igienici) donate dal comune di Cesate. Lì dormiranno i miei vicini per tutto il gelido inverno 2016/2017.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>8 marzo 2017</p>
<p>Non provo rimorso per non aver scattato foto, a novembre. Quelle di marzo sono identiche: tutto uguale, salvo qualche pietra in più per terra, qualche buco più largo, qualche muro più imbarcato. Quando arrivo quassù, dopo un mese e mezzo, le strade hanno ancora, ai lati, cumuli di neve (e nevischio scende dal cielo in una giornata livida e fredda). Sono quattro mesi che “Cronache” racconta, e l&#8217;obiettivo si fa un po&#8217; più coraggioso, spia fra le crepe. Non l&#8217;obiettivo, ma l&#8217;occhio torna a guardare la chiesa, osserva con rispetto e sconforto quel che rimane della casa del prete, che ha perso il tetto e la parete laterale. La vista oscena di un letto, un tavolo, una scansia con dei libri. Una trapunta rossa che il tempo sta pian piano facendo sbiadire Non pubblico niente, mentre i media sparano immagini di neve-neveemacerie-lupivaganti-pecoresottolaneve senza che sul fronte dei decisori pubblici cambi una virgola. Tanto i terremotati stanno al mare, fa freddo, cosa si potrebbe fare? Pochi, pochissimi resistenti trascorrono l&#8217;invernata così, in condizioni inimmaginabili, arrangiandosi e nel silenzio, perché intanto, sciolta la neve, di pecore&amp;macerie non importa più niente a nessuno. Passa così, nel nulla, una primavera lunghissima di attese e ritardi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>24 agosto 2017</p>
<p>Qualcosa si muove, in effetti. E qualcuno, anche. Per esempio, si sono mossi in tanti, durante l&#8217;estate, per venire qua a fare festa, o a discutere e tentare di fare comunità, come è accaduto con “Terreinmoto” o “Borgo Futuro”. Ci sono stati momenti in cui folla e allegria sembravano quelle di trent&#8217;anni fa, quando tutte le seconde case erano piene di villeggianti. Nel prato dietro casa sono comparse due enormi tensostrutture, finalmente: una stalla e un deposito di fieno, già pieno fino in cima. La stalla è vuota: le bestie stanno sul Ragnolo al pascolo (e al fresco). Hanno passato l&#8217;inverno scorso in una stalla inagibile e rischio crollo perché non c&#8217;era un&#8217;alternativa. Ora andrà meglio. Qui, tra Fiastra e Acquacanina (fusi da gennaio in un unico comune) sono due le aree già urbanizzate in cui i lavori per le abitazione d&#8217;emergenza sono a buon punto. A Fiastra le prime case sono state consegnate il 23 agosto, e già nelle settimane precedenti era stata completata la piccola area commerciale nella parte alta del paese. Il sindaco ha annunciato il restauro di San Paolo e San Lorenzo, due delle chiese storiche. Dell&#8217;Abbazia di Santa Maria di Meriggio, e di altri monumenti di qui, non si parla ancora. Come non si parla -perché è tutto vago e fumoso- dei tempi di recupero di prime e seconde case, come torna incerta l&#8217;apertura della scuola di Fiastra, visto che le indagini geologiche pare che non siano incoraggianti. E intanto i cronisti che il 24 sono tornati qui continuano a parlare di “casette” e ricostruzione come se fossero sinonimi, come se la consegna dei villaggi SAE fosse la pietra tombale che chiude questa storia di gente “rancorosa” [3].</p>
<p>Sul sagrato della chiesa in dieci minuti si fermano due macchine: gente che scende, fa le foto alle macerie, e se ne va. Forse non è solo turismo macabro, forse è un bene che si cominci a guardare. Forse. Il nastro biancorosso che circondava la chiesa si è sciolto. Ci sono rifiuti, e un vago odore di urina. Qualcuno ha lasciato sotto l&#8217;arco della porta una bottiglia di birra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ottobre 2017, a quasi un anno dalle scosse tremende.</p>
<p>Consegnano SAE col contagocce, ma le inaugurazioni fanno molto rumore. Ne mancano due terzi: più di duemila case provvisorie da consegnare, e la Corte dei Conti che comincia a invocare chiarezza, e ditte costrette a lavorare 14 ore al giorno, e operai sfruttati in subbuglio. Perché le colpe dei politici ricadono, come sempre, sui soggetti più deboli. È cambiato il commissario straordinario, a settembre, ma quasi nulla è cambiato, nemmeno fossimo a Donnafugata. Sono cambiate le persone, le persone hanno cambiato luoghi e abitudini, nel frattempo. Siamo cambiati noi che raccontiamo. Non è venuta meno la voglia di testimoniare, con onestà, e con ostinazione.</p>
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<p>[&#8230;]</p>
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<p>Note</p>
<p>[1] Monaldo Leopardi, <em>Serie dei vescovi di Recanati, con alcune brevi notizie della città e della chiesa </em><em>di</em><em> Recanati raccolte dal conte </em><em>Monaldo Leopardi, </em>Recanati, 1828</p>
<p>[2] Loredana Lipperini, <em>Questo trenino a molla che si chiama il cuore. La Val di Chienti, le Marche, lungo i confini</em>, Laterza 2014</p>
<p>[3] http://www.cronachemaceratesi.it/2017/07/06/symbola-stringe-sulla-ricostruzione-nellarcipelago-del-sisma-carancini-servono-leggi-chiare/984502/</p>
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>CONFERMATE LA VOSTRA PRESENZA!<br />
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