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	<title>mass media &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:00:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Rizzo</strong> <br /> “Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno </em>consapevole<em> di doverle dire. a. i.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rizzo</strong></p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” </em>(Franco Fortini, febbraio 1991)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.&#8221; </em>(Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.”</em> (Aaron Bushnell, febbraio 2024)</p>
<p>Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati <em>dalla parte sbagliata della storia</em>?</p>
<p>Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. <em>Gaza, la scorta, mediatica</em> (People, 2024) di <strong>Raffaele Oriani</strong> è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il <em>Venerdì</em> di <em>Repubblica</em>. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole <em>di allora</em>, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con <em>il Venerdì</em>. Collaboro con il newsmagazine di <em>Repubblica</em> ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa<em> Repubblica</em> (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”</p>
<p>Eloquente il silenzio di <em>Repubblica</em> e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del <em>primo genocidio trasmesso e documentato in diretta<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.</p>
<p>Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di <em>7</em>, il settimanale del <em>Corriere della Sera</em>, viene presentato in sommario così:</p>
<p style="padding-left: 80px;">&#8216;Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.&#8217;</p>
<p style="padding-left: 40px;">Gli israeliani hanno subito una <em>strage</em>, i palestinesi vivono un <em>dramma</em>: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del <em>Corriere della Sera</em> metterà in sequenza lo «<em>scempio</em> inumano di Hamas», la «<em>carneficina</em> di Putin in Ucraina» e le «<em>operazioni</em> a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)</p>
<p>La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa <em>le nostre macerie morali</em>: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)</p>
<p>Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: <em>distorsione e spostamento</em> delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, <em>omissione di racconto e minimizzazione della violenza</em> (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. &#8220;Senza mai disturbare il carnefice&#8221;, come annota l&#8217;autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Quando il corrispondente di <em>Repubblica</em> Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di <em>Al Jazeera</em> scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)</p>
<p>Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)</p>
<p>Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.</p>
<p>Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.</p>
<p>“La carta stampata è l&#8217;arma più potente nell&#8217;arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d&#8217;Arabia nel suo <em>La guerriglia nel deserto</em>. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.</p>
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<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.</p>
<p>È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)</p>
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		<title>Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 12:30:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Il progetto irrealistico e catastrofico di Trump è da inquadrare nel declino dell'egemonia statunitense e della fine della tecnocrazia, come via privilegiata al sogno americano. Per una lettura attuale di "Caos e governo del mondo" di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[</em><em>I tempi sono oscuri e spaventosi. Non basta più stare dentro i ruoli assodati e fare bene il proprio lavoro. Ci sono strumenti da condividere e ci sono stili di pensiero e d’azione da salvaguardare. Non sappiamo ancora chi si servirà di cosa. Ma prepariamo il terreno. Ho cominciato la serie con </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/20/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-1/">questo pezzo</a>, pubblicato il giorno dell’investitura di Trump. a. i.]</em></p>
<p>di<b> Andrea Inglese</b></p>
<p><strong> </strong><strong> </strong></p>
<p>Il <strong>Trump</strong> del secondo mandato non è solo il nome del declino palese dell’egemonia statunitense e dell’ordine mondiale a essa connesso, ma ne è probabilmente anche il precipitatore, il fattore accelerante. Questo è almeno il quadro entro cui è leggibile la politica estera dell’attuale presidenza. Io vorrei, però, mettere in relazione questa <strong>gesticolazione imperialista degli Stati Uniti</strong> e una tendenza di fondo che emerge nella sua politica interna, ossia l’attacco nei confronti delle istituzioni scientifiche e del contropotere costituito dai media cosiddetti <em>mainstream</em>. Su tale fronte, di guerra dichiarata nei confronti dei “nemici interni”, l’azione di Trump indica una più generale modalità di governo, che potremmo anche chiamare di “populismo autoritario”, ma che s’iscrive, in sostanza, in una <a href="https://www.newyorker.com/magazine/dispatches/what-does-it-mean-that-donald-trump-is-a-fascist">concezione neofascista</a> dei rapporti tra potere dei governanti e popolazione. Pur emergendo all’interno delle istituzioni di una democrazia liberale, l’autoritarismo populista alla Trump aspira allo smantellamento puro e semplice dei vincoli legali e dei contropoteri effettivi, sociali e culturali, che prevengono e ostacolano un esercizio dittatoriale del potere. (Spiegherò in una glossa, perché non ho nessun imbarazzo a parlare di neofascismo, e a identificarlo come una tendenza manifestamente presente nell’azione di tutta una serie di capi di governo attuali – da Putin, ovviamente, a Netanyahu o Erdogan – che agiscono, “ufficialmente”, all’interno di regimi più o meno democratici.)</p>
<p>Se nel corso del Novecento, le <strong>istituzioni scientifiche</strong> (università, laboratori di ricerca, ecc.) sono state sottoposte a critica sociale, e più in generale a una critica delle loro inevitabili matrici ideologiche, ciò non toglie che la libertà accademica e tutta una serie di procedure, collettivamente discusse, di verifica e di prova, hanno permesso alle varie discipline di evolvere, rettificarsi, e creare anche i propri anticorpi nei confronti dei diversi poteri (economici, politici, religiosi, ecc.) che le possono condizionare. Ma questo è vero anche per il “quarto potere”, quello dell’informazione attraverso<strong> i media di massa (stampa e televisione)</strong>. Nella storia della controcultura statunitense degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio, i mass media sono rappresentati sia come delle macchine condizionanti e di propaganda, sia come degli strumenti di controllo democratico, in grado di denunciare le derive autoritarie sempre in agguato nelle politiche di governo. (Il caso Watergate rivelato dai giornalisti Woodward e Bernstein del quotidiano nazionale “Washington post” portò alle dimissioni di <strong>Richard Nixon</strong> dalla presidenza. L’inchiesta cominciò nel 1972, non impedì la rielezione di Nixon, ma lo scandalo che suscitò costrinse alla fine il presidente a dimettersi nel 1974.) Né la ricerca scientifica, né l’attività giornalistica sono di per sé baluardi della democrazia o pratiche al servizio della popolazione, ma lo possono diventare in seguito al diffondersi di una cultura democratica. E in ogni caso, la loro autonomia è sempre stata, almeno <em>in linea di principio</em>, difesa dalla maggioranza della classe politica affermatasi nel Dopoguerra.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Il </em>New Deal<em> internazionale e l’affermazione dell’egemonia statunitense</em></p>
<p>In un libro da poco uscito (<em>Pensare dopo Gaza</em>, Timeo, 2025) e di cui Nazione Indiana ha pubblicato un estratto, <strong>Franco Berardi “Bifo”</strong> scrive: “Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà”. Possiamo essere del tutto d’accordo che il massacro da parte israeliana della popolazione di Gaza e il progetto di pulizia etnica che lo accompagna costituiscano il fallimento completo del progetto dei paesi occidentali e degli Stati Uniti, in particolare, di farsi garanti, politicamente, economicamente, militarmente di un “universalismo della democrazia”, ossia di un diritto internazionale basato su principi democratici. È importante, però, al seguito di una tale affermazione, ricordare due cose: “l’universalismo della democrazia” s’impone in realtà a partire da una provincia specifica del mondo (gli Stati Uniti) e in un periodo storico preciso (dopo il 1945). In altri termini, con l’affermarsi a livello mondiale dell’egemonia statunitense su quella britannica, vi è anche un modello di “democrazia” (la democrazia cosiddetta liberale) interna agli Stati e nelle relazioni “interstatali” (basate sui principi del diritto internazionale) che si diffonde dal centro alla periferia, dal Nord al Sud del mondo. Che ci piaccia o no, questa forma di “democrazia” è storicamente legata alle vicissitudini dell’egemonia degli Stati Uniti, e non è un caso che, proprio questo paese, oggi la ritenga “sacrificabile”, dal momento che la sua supremazia mondiale è messa in discussione, almeno sul piano economico, sociale e culturale.</p>
<p>Mi riferisco qui al lavoro che <strong>Giovanni Arrighi</strong> e altri studiosi del capitalismo hanno realizzato intorno alla nozione di “economia-mondo” e alla sua evoluzione storica in relazione alla teoria dei cicli egemonici. Per quel che m’interessa qui mettere in luce è sufficiente rinviare a un libro che è stato recentemente ripubblicato: <em>Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari</em>, a firma di <strong>Arrighi e Beverly J. Silver</strong>. Nel 2024, Mimesis ha reso disponibile l’edizione italiana di questo lavoro apparso per la prima volta negli Stai Uniti nel 1999. Non ho intenzione di addentrarmi né nell’armamentario teorico-metodologico di Giovanni Arrighi né nella presentazione generale del libro appena citato. È sufficiente ricordare che, in controtendenza rispetto a quanto decantavano gli analisti di geopolitica in quella fine secolo (le Torri gemelle svettavano ancora solidamente nel cuore di Manhattan), i due autori annunciano i rischi di caos sistemico che sono inerenti alla perdita di egemonia delle superpotenza statunitense, nel momento stesso in cui essa sembra trionfare su qualsiasi altra nazione e modello politico-economico del pianeta.</p>
<p>La perdita di egemonia ovviamente non significa un indebolimento immediato della supremazia <em>militare </em>degli Stati Uniti. Per <strong>Gramsci</strong>, l’egemonia è quel sovrappiù di potere che un gruppo sociale dominante può accaparrarsi, quando convince che il perseguimento dei propri interessi favorisce anche gli interessi dei gruppi subordinati. Quando questa credenza viene meno nei gruppi subordinati, si ha un “dominio senza egemonia”. Il gruppo dominante s’impone sul resto della società in virtù esclusivamente della sua forza. Nel contesto dell’economia-mondo e della leadership internazionale, l’applicazione di tale teoria permette di descrivere come uno Stato riesca a persuadere gli altri non solo della sua maggiore forza (economica, militare), ma anche dei vantaggi “universali” che una sua leadership garantirebbe. Così Arrighi e Silver: “il termine ‘leadership’ è usato per descrivere il fatto che uno stato dominante guidi il <em>sistema</em> in una direzione voluta, e che sia opinione comune che facendo ciò persegua un interesse generale”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti soppiantano l’Europa e in particolare il Regno Unito nella “guida” del mondo, non lo fanno vendendo il semplice “sogno americano”, come pacchetto puramente inconsistente di illusioni. Se il sogno è stato venduto per almeno mezzo secolo, ciò vuol dire che esso riposava su qualche elemento concreto. Il sogno, in effetti, è accompagnato da alcune importanti <em>istruzioni per l’uso</em>, istruzioni che gli stessi Stati Uniti applicano in casa loro e s’impegnano ad applicare nei paesi che accolgono quel medesimo sogno. “L’esatta natura della riforma globale sostenuta dagli Stati Uniti fu molto influenzata dall’esperienza del New Deal. Il cuore della ‘filosofia’ del New Deal ‘stava nel fatto che solo un governo forte, benigno e tecnico poteva assicurare al popolo ordine, sicurezza e giustizia’ (Schurmann 1980, p. 56)’”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>Potremmo notare, rispetto alla citazione di Franz Schurmann, che il governo Trump 2 si presenta come debole (alcuni suoi decreti sono immediatamente ostacolati dalla giustizia a e dalla stessa amministrazione americana), malevolo (colpisce esplicitamente alcuni gruppi sociali che fanno parte della popolazione) e incompetente (l’équipe di governo ha già suscitato scandalo per attitudini dilettantesche e persino rischiose sul piano della sicurezza nazionale). Ma questo rovesciamento di attitudine è altrettanto palese sul piano della politica estera: minacce di estensioni territoriali, indebolimento o tradimento delle alleanze storiche, rappresaglie commerciali per trionfare nella partita della competizione mondiale. La classe politica che si è schierata con Trump ha preso atto che non solo il “New Deal” non è più realizzabile né a livello nazionale né a livello globale (la competizione sui mercati mondiali non lo permette, a fronte, per altro, di nuovi sfidanti), ma anche la riserva di “credibilità” in una guida statunitense del mondo considerata come “vantaggiosa” per altri Stati (del Nord o del Sud) si è del tutto consumata. Il sogno americano, una volta che le istruzioni per l’uso si sono rivelate inservibili o anacronistiche, appare come una pura illusione, un’insopportabile impostura. Se questa è la situazione del paese, allora i trumpiani si dicono che il governo dentro e fuori casa si farà con la pura forza: la minaccia poliziesca o quella militare.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Meno scienza e giornalismo, più Intelligenza Artificiale e piattaforme</em></p>
<p>Il secolo americano si aprì sullo sfacelo che il fascismo e la guerra mondiale avevano prodotto sia sulla borghesia capitalistica sia sulla popolazione dei lavoratori. A ciò si aggiungevano le tensioni non certo sopite che la rivoluzione comunista continuava a produrre nel mondo attraverso la sua portavoce principale, ossia l’Unione Sovietica. È solo in virtù di tale sfacelo, che le classi capitalistiche riconobbero l’utilità di tutta una serie di istituzioni scientifiche e giuridiche. Queste ultime potevano agire come elementi “risolutori”, sia sul piano delle politiche tra Stati (evitando nuove guerre mondiali) sia su quello delle politiche tra classi (evitando nuove rivoluzioni). Così Arrighi e Silver:</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’esperienza del New Deal non insegnò ai politici statunitensi soltanto l’importanza di un governo interventista; suggerì anche quale tipo di istituzioni governative fosse più adatto a disinnescare questioni sociali e politiche esplosive. La soluzione istituzionale preferita dal New Deal interno fu l’agenzia regolatrice “neutrale”, che reinterpreta i conflitti sociali e politici come problemi tecnici di efficienza e produttività. A livello globale, analogamente, gli Stati Uniti sostennero la proliferazione di organizzazioni regolatrici internazionali “neutrali” finalizzate ad affrontare una pletora di problemi sociali e politici potenzialmente esplosivi.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p>Siamo alle origini, quindi, di quella che si chiama <strong><em>tecnocrazia</em></strong>, e che all’inizio del XXI secolo è diventata l’alternativa “di sinistra” all’autoritarismo populista, pronto scivolare verso il neofascismo. Fin dall’inizio – Arrighi e Silver lo ricordano – la “sinistra istituzionale”, ossia quella “responsabile” e non rivoluzionaria, è associata al nuovo patto tra capitale e lavoro istituito dal New Deal. E ancora oggi è la sinistra, negli Stati Uniti e in Europa, a difendere quel modello di sviluppo e di rapporti tra governo della società e saperi scientifici. Il problema, però, risiedeva (e risiede) a monte del sogno americano, e stava nella sua fisionomia specifica, non tanto e non solo nelle sue “istruzioni per l’uso”. Il New Deal e la tecnocrazia potevano funzionare fintantoché si applicavano alla classe operaia bianca e maschile del Nord del mondo e alle eventuali élites del Sud del mondo. La fine dell’egemonia era già inscritta nel tipo di progetto egemonico che gli Stati Uniti avevano avviato nel Dopoguerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbandonando la promessa egemonica dell’universalizzazione del sogno americano, l’élite statunitense dominante non ha fatto che ammettere che la promessa era ingannevole. Come dice [<strong>Immanuel</strong>] <strong>Wallerstein</strong>, il capitalismo mondiale, così come è attualmente organizzato, non può soddisfare simultaneamente ‘le richieste combinate del terzo mondo (relativamente poco a persona, ma per molte persone) e della classe lavoratrice occidentale (relativamente poche persone, ma molto a persona)’.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p>
<p>A rafforzare la constatazione di Wallerstein, si è aggiunta la<strong> crisi climatica</strong>, nel momento in cui le istituzioni scientifiche sono finalmente uscite dalla condizione di pura neutralità, per reclamare delle azioni da parte della comunità internazionale. In altri termini, non soltanto il sogno americano è irrealizzabile a fronte delle diseguaglianze economiche e sociali che separano i paesi del Nord da quelli del Sud del mondo (e la considerazione del lavoro maschile rispetto a quello femminile), ma esso non è comunque ecologicamente (o <em>climaticamente</em>) sostenibile. Il vicolo cieco è doppio. E questa consapevolezza la dobbiamo alla <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, dove gli scienziati di più di cinquanta nazioni si sono trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dall’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Da allora sappiamo che il sogno americano di un “consumo mondiale di massa” è impossibile, senza condurre a catastrofi che potrebbero avere una portata molto superiore a quelle della Seconda Guerra Mondiale. Ma sappiamo anche che la lotta per preservare il consumo di massa nei soli paesi del Nord del mondo, non si limiterà a perpetrare le disuguaglianze attuali, ma le aggraverà di molto. In un tale contesto, è chiaro che il <strong>negazionismo</strong> e lo <strong>scetticismo climatico </strong>sono una componente ideologica fondamentale del “dominio senza egemonia” dell’era Trump 2.</p>
<p>Il modello “tecnocratico”, ossia l’idea che la scienza potesse svilupparsi in modo autonomo e interagire con le decisioni politiche dei governanti, è oggi abbandonato, perché venendo meno “il sogno” universalista, vengono meno anche “le istruzioni per l’uso” (lo sviluppo dei saperi per risolvere conflitti e problemi). D’un tratto, gli stessi scienziati statunitensi realizzano che il loro modello di scienza è frutto di <em>specifiche </em>circostanze storiche e ideologiche. Il 31 marzo, 1900 scienziati hanno firmato un appello pubblico (<a href="https://docs.google.com/document/d/13gmMJOMsoNKC4U-A8rhJrzu_xhgS51PEfNMPG9Q_cmE/edit?tab=t.0">Public Statement on Supporting Science for the Benefit of All Citizens &#8211; Documenti Google</a>), volto a denunciare lo smantellamento delle istituzioni scientifiche volute dalla nuova presidenza. Scrivono:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per oltre 80 anni, saggi investimenti da parte del governo degli Stati Uniti hanno costruito l&#8217;impresa di ricerca della nazione, rendendola invidiabile nel mondo intero. Sorprendentemente, l&#8217;amministrazione Trump sta destabilizzando questa impresa, tagliando i fondi per la ricerca, licenziando migliaia di scienziati, eliminando l&#8217;accesso pubblico ai dati scientifici e facendo pressione sui ricercatori affinché modifichino o abbandonino il loro lavoro per motivi ideologici.</p>
<p>Non è un caso, che gli scienziati oggi parlino di una continuità progettuale durata 80 anni, ossia risalente a quel New Deal avviato nel Dopoguerra. I licenziamenti massici di funzionari e ricercatori (siamo nell’ordine delle migliaia), assieme ai tagli sui finanziamenti delle università e delle agenzia statali, produrranno conseguenze gravi e difficilmente calcolabili, e non solo per gli Stati Uniti. Una delle agenzie più colpite è la NOAA, l’Amministrazione nazionale per l&#8217;oceano e l&#8217;atmosfera, che svolge compiti di sorveglianza climatica. La radicalità di Trump non ha precedenti. Fino a oggi, i conservatori guardavano con grande sospetto l’universo delle scienze sociali, accusato di rinunciare alla neutralità scientifica per ideali dubbi e perniciosi come l’uguaglianza sociale, la parità tra i sessi, l’interesse per le minoranze, ecc. E l’offensiva di Trump si è subito diretta contro questo settore della ricerca, attraverso la messa all’indice di circa 700 parole chiave, che sarebbero la spia dell’ideologia “woke” soggiacente ai programmi di studio. Ma nelle parole incluse nella lista oltre ad esserci “diversità”, “genere”, “trauma”, “donna”, &#8220;segregazione”, troviamo anche “cambiamento climatico”, “biais [nel senso di distorsione] implicito”, “energia pulita”, ecc. Le conseguenze riguardano anche programmi legati all’epidemiologia o al controllo delle specie invasive nell’ambiente. Per il presidente e i suoi seguaci <em>tutta la scienza</em>, sia quella sull’uomo sia quella sulla “natura”, va subordinata alle esigenze della sua politica estrattiva (“drill, baby, drill”). D’altra parte, egli ha già ripetuto più volte che il riscaldamento climatico è un’invenzione cinese, per rallentare nei paesi occidentali la crescita economica.</p>
<p><strong>Bruno Latour</strong>, in un libro del 2017, aveva già individuato la concezione di fondo del gruppo sociale che si riconosce in Trump. In <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique </em>(Dove atterrare? Come orientarsi in politica), uscito per La Découverte, scriveva:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per la prima volta, un movimento di grande ampiezza non pretende più di affrontare seriamente le realtà geopolitiche, ma si situa esplicitamente al di fuori di tutti i vincoli, letteralmente <em>offshore </em>– come i paradisi fiscali. Ciò che conta prima di tutto, è di non dover condividere con gli altri un mondo, che sappiamo non sarà mai più comune.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>Il <strong>neofascismo</strong> ha quindi ha che fare con due movimenti congiunti: la <em>secessione dei ricchi</em>, che pretendono di godersi il “fiore” del pianeta e delle risorse in esso custodite, e la <em>negazione delle prove di realtà</em>, che potrebbero mostrare come non soltanto questo progetto è iniquo socialmente, ma anche catastrofico sul piano ambientale. Si potrebbe pensare che un tale progetto sia <em>alla lunga</em> condannato, perché – salvo mettere Marte a disposizione – i ricchi di domani si troveranno seduti su un ramo ampiamente segato. In realtà, il progetto è fin dall’inizio <em>irrealistico</em>: una società, anche molto meno complessa della nostra, non può durare 30 giorni senza precipitare nel caos, se una eterogenea popolazione sociale fatta di giovani e meno giovani, donne e uomini, lavoratori qualificati e non qualificati, autoctoni e immigrati, miliardari e poveracci, non la manda avanti e la mantiene in piedi giornalmente, con lavoro remunerato (poco o tanto) e attività non remunerata. La secessione dei ricchi può funzionare <em>realisticamente</em> solo se riesce a reintrodurre un regime schiavistico non metaforico, secondo il vecchio stile coloniale. Ma ottanta anni di democrazia, seppure limitata, hanno diseducato gli spiriti, per cui non ci sono più gli schiavi di una volta: ci sono riottosi immigrati illegali, che alla fine è più semplice deportare che controllare. Le donne sono certo un altro grossissimo problema: nel corso soprattutto della seconda metà del Novecento, le quote di forza-lavoro femminile sono aumentate dappertutto, dal momento che il capitale andava in cerca di manodopera a basso costo. E questo fenomeno si è accompagnato con quello increscioso del femminismo. Insomma, è chiaro che la secessione dei ricchi rischia di essere un progetto chimerico. Nonostante tutti gli sforzi per realizzare delle perfette <em>gated community,</em> c’è sempre un povero che rientra dalla finestra, perché c’è da pulire il cesso, tagliare l’erba, aggiustare le telecamere di sorveglianza.</p>
<p>Bisogna inserire ora una terza componente per illustrare appieno il sogno neofascista che anima Trump e i suoi sostenitori: <strong>l’intelligenza artificiale</strong>. I soldi che Trump sottrae alla scienza, sospetta di fornire prove di realtà, li dirige, attraverso investimenti privati, nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale (il piano “Stargate” prevede l’investimento di 500 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni per realizzare le infrastrutture che supporteranno i progressi nel campo dell’IA). E ha ben ragione: se si hanno piani irrealistici e catastrofici come la secessione dei ricchi, attraverso il consumo “per pochi” dell’intero pianeta, meglio dotarsi di schiavi “affidabili”. E su questo punto, almeno, Trump conserva un’innegabile lucidità: nonostante tutti siano intenti a elucubrare sul giorno in cui lo scenario <em>Matrix </em>si realizzerà, il presidente conosce uno per uno gli imprenditori che tengono la macchina dalla parte del manico (OpenI, Oracle, Microsoft, ecc.). L’IA, almeno per ora, ha dei padroni certi e precisi. E un giorno robottini docili potranno pulire i cessi, tagliare il prato e aggiustare le telecamere di sorveglianza, senza che mano di povero, di lavoratore o lavoratrice non qualificata, intervenga. L’obiettivo ultimo dell’intelligenza artificiale generale forse non è un super Einstein, che mi aiuti a investire in modo più fruttuoso qualche milione di euro nel mercato azionario mondiale o un super oncologo che mi liberi genialmente da un tumore maligno, ma una super Esmeralda che gestisca con efficacia assoluta tutti i miei bisogni e capricci domestici, quelli sessuali inclusi <em>ça va sans dire</em>.</p>
<p>Disorganizzata la scienza, rimane da screditare il <strong>contropotere giornalistico</strong> dei media mainstream, che negli Stati Uniti, ricordiamolo, sono molto meno docili, prudenti e filogovernativi di molta stampa e TV europea. Anche su questo terreno Trump ha degli alleati “oggettivi”: le <strong>piattaforme</strong> e i <strong>social network</strong> che hanno aperto la strada a nuove forme di propaganda. Queste si basano su di un presupposto tipicamente populista: se i media di massa nascondono a volte delle cose, se mentono su alcune questioni (e non c’è dubbio, che sia così), allora i media di massa mentono sempre, nascondono tutto. La verità va cercata altrove, presso coloro che hanno il coraggio di gridarla e che ne sono i testimoni diretti. Qualsiasi sentore di mediazione, di articolazione discorsiva, di cautela, di pretesa neutralità e di messa a distanza del proprio oggetto d’interesse, viene percepito come la spia di una verità “debole”, poco affidabile. Più, invece, i propositi sono difesi violentemente, più sono autentici. Più l’opinione personale si esprime libera dal regime complesso della prova e dell’indagine, più essa è vicina al cuore pulsante della verità. In questo nuovo scenario, che vede prevalere l’intensità della comunicazione sull’ampiezza dell’informazione, l’estrema destra trionfa, favorita dagli algoritmi, dalla mancanza di moderazione, dall’uso spregiudicato dell’intelligenza artificiale. È la stessa <strong>Media Matters for America </strong>a confermarlo, una ONG statunitense fondata nel 2004. Uno <a href="https://www.mediamatters.org/google/right-dominates-online-media-ecosystem-seeping-sports-comedy-and-other-supposedly">studio recente</a> ha sottolineato che alla propaganda più faziosa e apertamente politica, l’estrema destra ne affianca una più subdola, portata avanti da personalità che realizzano video, podcasts, trasmissioni di vario tipo in rete non apertamente politiche, ma sportive e d’intrattenimento. Esistono anche quelle orientate a sinistra, ma l’estrema destra vince in modo evidente la battaglia delle cifre. Essa raggiunge un numero molto maggiore di followers.</p>
<p>In questi giorni, esimi economisti si sforzano di trovare o meno una coerenza nello scontro tra Trump e il resto del mondo sui dazi doganali. Quanto alla battaglia contro la ricerca scientifica e il giornalismo, essa presenta una rara coerenza. In ogni caso, nell’era (molto traballante) del “dominio senza egemonia” la tecnocrazia e la fabbricazione del consenso sono lussi che l’impero in declino non si può più permettere. <strong>La scommessa è la secessione dei ricchi verso un pianeta solo per loro</strong>. Ma perché il piano abbia successo, bisognerebbe che i poveri si limitassero, come fanno in parte ora, a sbranarsi fra di loro o a restare a casa impauriti di perdere quel poco di terreno che si sentono ancora sotto i piedi. Non è detto, però, che questo continui ad accadere. Non è detto che i movimenti sociali di contestazione, come hanno già fatto nel corso del Novecento, non siano in grado di guastare il delirio dei nuovi fascisti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, <em>Caos e governo del mondo</em>, introduzione al testo di S. Mezzadra, nota al testo di A. Arrighi, Mimesis, 2024 (1999), p. 57.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Idem, p. 263.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Idem, p. 266.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Idem, p. 278.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Bruno Latour, <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique</em>, La Découverte, 2017, p. 51.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Glossa sul “neofascismo”</strong></p>
<p>Molti si lamentano dell’affievolirsi, nella cultura italiana, dello spirito antifascista che è inscritto nella nostra costituzione e che dovrebbe aver orientato il progetto di società, in Italia, nel Dopoguerra. Altri, in seguito a questa constatazione, hanno concluso che l’antifascismo è sorpassato, è una postura nostalgica o anacronistica. In principio è bene essere antifascisti, ma i problemi attuali poco c’entrano con il passato storico, con le vicende del Ventennio fascista. Quindi richiamarsi a quel fascismo, oggi, non ha vero impatto, né mobilita delle forze vive. È una strana concezione dell’antifascismo, in quanto lo vede in un’ottica fondamentalmente <em>retrospettiva</em>. Io non comprendo perché l’antifascismo inscritto nella nostra Costituzione democratica dovrebbe avere senso solo nei riguardi di una minaccia fascista che prendesse le stesse forme del fascismo italiano del Ventennio. Ho avuto una discussione proprio qui, su NI, con <strong>Giorgio Mascitelli</strong> intorno a questo punto. E continuo a sostenere che l’antifascismo dev’essere retrospettivo (lavoro di memoria sulla nostra storia nazionale) e <em>prospettivo</em>, ossia capace di guardare alle forme di regime antidemocratico, che possono emergere all’interno delle nostre democrazie incompiute e limitate, ma comunque <em>democrazie</em>. (Non affronto qui il discorso del rapporto tra oligarchia e democrazia. Alcune cose fondamentali sono state dette in proposito da <strong>Jacques Rancière</strong> in un libro del 2005, intitolato <em>La haine de la démocratie</em> (La Fabrique). Le oligarchie del Nord del mondo devono fare costantemente i conti con <strong>un progetto democratico</strong>, che s’incarna in una cultura diffusa e in una serie di lotte sociali che a quella cultura fanno riferimento e che, nello stesso tempo, ridefiniscono continuamente.)</p>
<p>Tornando a Trump: una spia della tendenza neofascista è quella di trasformare chi contesta la sua politica e la sua visione ideologica, in <strong>nemici dello Stato e della Nazione,</strong> nemici quindi non riconosciuti né come avversari politici né come soggetti sociali legittimi con cui giungere a qualche forma di compromesso. Il nemico è una semplice minaccia da neutralizzare in tutti i modi che la gestione del potere governativo e il monopolio della violenza rendono possibili. I limiti di questa gestione e di questo monopolio non dipendono più, in questo scenario, dalle istituzioni o dalle leggi, ma dalla semplice volontà del capo e dei suoi accoliti.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La guerra come forma della pubblicità. Un breve poema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2022 06:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Caserza]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Guido Caserza</strong>
Non tutto è come sembra chiede cosa pensa della guerra cosa pensa un istante e ci vediamo non tutto è come sembra pote]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre> 
Di<strong> Guido Caserza</strong>

Non tutto è come sembra chiede
cosa pensa della 
guerra cosa pensa
un istante e ci vediamo
non tutto è come sembra pote
te sentire i boati sordi del
le esplosioni un paese di quaran
tamila persone comple
tamente sfollato quaran
tamila cadaveri potenziali
alla fine del
la pubblicità si sta combat
tendo buonasera Fabio Buccia
relli ho fotografato due corpi di ci
vili
uccisi mentre stavano scap
pando
ci sono bambini
molto bambini fra le vittime
per mostrare la crudeltà della guerra
non tutto è come sembra cosa
pensa lei della cosa pensa
sono saltati i corridoi umanitari
viviamo la velocità della guer
ra la velocità della super
fibra viviamo Amazon prime
nessuno è perfetto
a solo 9 euro virgola 92 al mese
ci vediamo dopo la guerra
un istante e ritorniamo
restate con noi 
                            quella ragazza
sulle labbra ha il vermiglio della passione 
                       la Russia ha ritrovato il grande Pietro
     morto da secoli sta ritto sul margine d’Europa
Questa è la mia terra!
       sulle labbra ha il vermiglio della passione
temprata dal freddo del nord
            la Russia rievoca il dramma della redenzione
sulle labbra ha il vermiglio della passione
           la Russia immensa reca la forza
                     reca i suoi giovani si contorcerà
                            un po’ poi cadrà
      sulle labbra ha il vermiglio della passione un bel visino
sopra i capelli si mette le mani e geme
          Non può essere mio Dio non può essere!
fiera ed entusiasta del suo ruolo
             la conduttrice adorna coi suoi capelli
                     lo spettacolo della morte
                              questa è l’aria che tira
                                      una canèa in studio
                       sciocchi paci
             fisti avete sulle labbra solo
        parole d’amore una canèa
    parole senza scopo
un corpo scop
piato al margine della strada
una specie di scoop
l’amore serbiamolo
per i nostri fratelli che canèa
il fuoco dell’odio 
è nei nostri focolari
venite alla finestra
arriva la primavera i man
dorli sono in fiore siate
gentili con le donne in strada
le donne in festa
chiede a Cardini cosa pen
sa della guerra della guerra
cosa pensa nulla è come sembra
nulla come la guerra l’e
sercito russo si sta avvicinando
venite alle finestre
vivevano il tempo più bello
nella loro terra venite
dove palpitano le colombe
gli uomini cantano alle finestre
con la voce sopra le tombe
per dimenticare la morte
steli lunghi di dolore
un peccato scannarsi
venite è primavera
la più dolce la più colpevole
delle dimenticanze è impossi
bile raggiungere la linea del fronte
cosa pensa Alan Friedman questa
è la banca costruita intorno a te
un massacro senza fine
ci dobbiamo fermare per la
pubblicità ci vediamo dopo la
il depurativo Colon
san contro la diarrea
contrasta la crescita dei
batteri cattivi
non tutto è come sembra
Kinder cereali è come lo vedi
vedo da distante gli elmetti
lucci
canti al sole un mis
sile imprime l’aria
stinge la luce
segugio punto it un mas
sacro senza fine grazie Buccia
relli seguiremo ancora i tuoi rac
conti senza luce sen
za acqua senza fine un 
massacro costruito intorno a te

moltiplica gli uccelli in cielo 
          il suono della violista nel metrò
    qualcuno pensa primavera
      è in questo modo che vivono i cieli
un boschetto di limoni
         nelle orbite dei trapassati
il cevello dello zar 
    come un gigante si è levato 
         candidato col suo metro e settanta
all’obitorio per farla breve
quando sarà morto lo chiameranno 
l’idiota dalla bassa fronte
un istante di pubblicità        
piccolo stacco resta
te con noi
i cellulari non funzionano
il mondo ha perso i suoi confini
ci sono gli innamorati og
gi come allora inna
morati come noi
uomini donne bambini sot
to i colpi dei mortai
sussulta il cuore sus
sulta la terra
è quasi primavera
ci vediamo dopo la guerra

usciti dalle tombe dove
     troveranno le mani
             per suonare i vecchi ritornelli

hanno di nuovo decapitato il cielo
       la luna una grossa pancia
              in un cielo gremito di zecche
ci si può baciare nel giorno della morte?
       amore sì! col fuoco dei palazzi
                 con gli occhi morenti dei vecchi
                        col fiato raddoppiato dalla paura amore sì!
corrono in guerra morti vecchi di secoli
      escono dai canali di scolo
ci sono facce che recriminano occhi
      corpi che recriminano facce
   un circolo vizioso la mano 
        che cerca il braccio il braccio
che cerca la mano che cerca
  la gamba la gamba che cerca
     il corpo il corpo senza viso
fa qualche passo in avanti
      prima di cadere a terra
   deve andare in pubblicità
aspettate ogni morto ritorna
      fronte nuca petto e schiena
   bisogna ucciderli due volte
      un momento perfetto per aprire
controcorrente i tuoi soldi al riparo
     ogni morto ritorna ogni trincea
un boato sotto la luna un boato 
      nella pancia una mano nel cratere
a chi appartiene questa mano
         questa mano a chi la do
un boato che assorda ogni anno
        una persona su tre fa il con
trollo dell’udito i sanguinari com
        battenti della Cecenia
trenta minuti di rianimazione per entrambi
        non c’è stato niene da fare
   la bambina morta in una pancia morta
    su qualche ramo canta un uccello
l’orizzonte crepita lontano
    notte e giorno canta un uccello
l’orizzonte si fa vicino
i cannoni suonano a festa
    l’uccello non sa in quale campo combatte
scusate devo andare in guerra
     interrompo la pubblicità
ci vediamo vado in guerra e ritorno
un break bellico restate con noi
un’esplosione kinder festa
vado e torno
è un ritornello del vecchio mondo

         le belle studentesse morivano di voglia
avrebbero ceduto il cuore
     per una parola tenera
i bei corpi delle studentesse in fiamme
          il palazzo dell’università 
le gambe delle belle studentesse
            un missile per conquistarle
    ragazze così dolci
         le poesie di Verlaine sotto il braccio
     sulle labbra il vermiglio della passione
       il cuore trapassato dalla folgore
pensa alla dolcezza dei mattini 
     visini e corpi turgidi affiancati in letto
   non ti ho mai amato così tanto le dice
         con l’enfasi dell’apocalisse
affiancate le bare
                              altrove i cadaveri nelle fosse
   ci fermiamo un istante per andare in guerra
             decine di corpacci 
se muoiono sanno il perché
        in ogni grembo c’è sempre
 un cromosoma di morte
         la bambina nella pancia salvata
dalla tortura dell’ostetrica la grande
       levatrice il più grande degli orrori
vivere
      dolcemente dolcemente quel visino
se ne sta nella pancia nella pancia
         dolcemente dolcemente
       ben pasciuto ben nutrito
   dolcemente dolcemente dolcemente
tieni chiusi gli occhi o bel visino chiusi per sempre
      la bambina nella pancia la luna per sempre salvata
buongiorno al latte e al caffè
       buongiorno a chi più non è
un boato nel reparto maternità
     ho sentito un rumore strano in garage
c’è sempre un direttore che ordina
       contribuisce alla normale funzio
natalità della prostata
       ai musicisti di suonare dà 
               l’attacco con la bacchet
       ta imperiale impregnati di benzina
i musi 
           cisti sono pronti a esplodere basta  
   una scintilla questa è la musica più appassionante
la suspense del suono
       al mattino ci possiamo baciare
sì amore la terra è ormai nuda
       il sangue inonda chilometri di terra
l’armata del sangue
      il vento dei missili strappa facce e vestiti
povera vecchia dove dirigi i tuoi passi
    la spettacolare aurora dei traccianti su Baghdad
          appartiene alle vecchie coscienze d’Occidente
    questa è una guerra di trincea
            posizione contro posizione
                   una canèa in studio
  mamma mia che orrore dice 
       la bionda in studio le schegge
            delle cluster attraversano i muri
  mentre noi ragioniamo là si muuuoooore
giorno dopo giorno pubblicità! vi permetterò
    di ricevere un sistema di riposo com
          pleto offerta valida per tutto
                il mese di marzo arriva
                     la rigida primavera russa
       a piccole rate da diciannove euro
e novanta centesimi non perdere
        la possibilità di offrire ai tuoi cari
un posto sicuro dove dormire prima
    che sia troppo tardi questa
         è l’aria che tira
una cluster fa esplodere il materasso
   la poltrona all’incanto
     la cucina più amata dagli italiani

      So che avete bisogno di armi
              dice l’emissario cinese vestito da monaco
                     ma non avete più labbra per sorridere
i cecchini si divertono nella tempesta
      cantano le loro filastrocche a bassa voce
fra un tiro e l’altro
            a due chilometri di distanza
    fanno saltare un cervello
tutta la vostra vita non vale il peso di un bossolo
       rispondono in coro i morti
               è una specie di responsorio fra cecchini e morti
con parole a tratti molto liriche
a tratti molto assurde
             il visino di una bimba con lecca 
    lecca e fucile d’assalto
un altro di una bimba con archetto e viola
            la viola del mio amore
    amore sì il nonno è morto non piangere
         l’aria si fa chiara
raccontami sciocchezze fai sorridere 
        il mio visino amore sì
la storia del panettiere
         Amore andiamo a prendere il pane
Il panettiere è stato bombardato!
             Caro che lusso 
il pane integrale coi pollici!
             Amore sì.
Si sparano i mignoli vedi?
            La guerra che sciocchezza!
Un’altra storia amore sì
                Il nonno era venuto 
    con una bracciata di giocattoli
il nonno nell’esercito dei morti
      lo hanno afferrato con le scheg
ge di una bomba 
     suona per lui bella bimba
dobbiamo trovare un nonno
     che sia uguale a lui
un’amata per me del tempo di guerra
        al suono delle sirene in cielo
la bocca di Petrarca avrebbe balbettato
       nei carri Nato i motori
della nostra salvezza

nulla è come sembra
    sotto le macerie d’Europa
          ci sono i veri morti
i morti delle vecchie guerre
            escono dai canali di scolo
si prendono i nostri volti
      i nostri piedi
                una canèa in studio
il Gun Digest reclamizza un Remington 12 C
       la controparte del Winchester
             nel giorno del suo centenario
alati cadaveri escondo dai bassifondi della storia
        con le penne arruffate i volti sbigottiti:
                Di nuovo qui?

Un breve stacco! primavera! 
             Occhio alle precoci fioriture
un dentino avvelenato
          può guastare il più bello dei sorrisi
il più bel visino
       non trascurare i sintomi più lievi
   il sangue gengivale è un segno di
da tempo c’era fuoco sotto la cenere
un carcassone nel teatro di Odessa
      nulla è come sembra
    questi morti
         non sono reali bisogna 
       scavare un chilometro
sotto la terra per trovare quelli veri
    amici dei vecchi tempi
         con le sciabole snudate
              tornati a far baldoria
      sotto la cenere andare a frugare
 questo pubblico non è reale
           è l’inganno della primavera
    sotto terra scavare
              la baldoria della primavera

***
Nota

I versi “Amore andiamo a prendere il pane / Il panettiere è stato bombardato! / Caro, che lusso / il pane integrale coi pollici! / Amore sì. / Si sparano i mignoli vedi?” 
sono di Dario Meneghetti

</pre>
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		<title>Diario parigino 2. Colonia e il &#8220;fatto ultimativo&#8221;.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[[Diario parigino 1] di Andrea Inglese Cose inutili da fare: scrivere su una notizia consumata. &#160; La notizia l’ho letta in uno dei quei portali qualunquisti, su cui finisci quando ti colleghi ad internet. Potrei fare in modo di finire direttamente sul portale degli atei marxisti favorevoli alla letteratura sperimentale per il resto dei secoli, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">[<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/">Diario parigino 1</a>]</p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;"><i>Cose inutili da fare: scrivere su una notizia consumata.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notizia l’ho letta in uno dei quei portali qualunquisti, su cui finisci quando ti colleghi ad internet. Potrei fare in modo di finire direttamente sul portale degli atei marxisti favorevoli alla letteratura sperimentale per il resto dei secoli, ma ho paura poi di non avere più anticorpi nei confronti del razzismo, del qualunquismo e della disinformazione ambientali. <span id="more-59283"></span></p>
<p>Ci sono comunque delle notizie che non vuoi approfondire, ossia non vuoi andare al di là del titolo, anche perché buona parte delle notizie che ingurgitiamo si limitano alla lettura del titolo e del cosiddetto occhiello. Ebbene, io la notizia dei gruppi di maschi nordafricani e arabi che sono andati a molestare le donne in giro per Colonia durante la notte di capodanno non avevo davvero voglia di leggerla. Ci sono notizie come quelle relative alla bicicletta da corsa trovata nella pancia di uno squalo spiaggiato sulle coste australiane. Che la notizia sia stata gonfiata o meno, che sia poco o molto documentata, si sa già in partenza che intorno ad essa non si scatenerà un conflitto ideologico. Con la notizia sulla notte di Capodanno a Colonia si percepisce subito che non andrà così. Il contesto sociale e politico vuole che tale notizia sia considerata da una grande quantità di opinionisti una sorta di <em>prova di realtà</em> solenne e definitiva, come se si trattasse di un <em>fatto ultimativo</em>, dopo il quale nulla di convincente potrà accadere nel mondo che riguardi la condizione dei migranti e quella delle donne, o la struttura delle società europee e la fisionomia delle migrazioni nel primo secolo del nuovo millennio. Nessuno, insomma, se ne potrà stare tranquillo per qualche settimana, dal momento che è intorno alla lettura di quel fatto che si deve decidere il destino del mondo occidentale, della democrazia e dell’ordine sociale, dello statuto universale della donna e di quello dell’aggressore sessuale archetipico.</p>
<p>Ovviamente non c’è nulla di divertente in tutto questo. La notizia è brutta, da tutti punti di vista, e rende pubblico un fatto odioso. E uno non sempre è docilmente disposto a piombare nella tempesta ideologica per due o tre settimane. (Va detto, che se certe notizie assumono di colpo il carattere di <em>fatto ultimativo</em>, in modo altrettanto rapido spariscono poi dall’orizzonte dell’insonne opinione pubblica occidentale.) La mia riluttanza di fronte alla brutta notizia non era frutto di apatia e indifferenza, ma di una certa spossatezza, diciamo, ideologica. Come tutti, ho un’ideologia. (Molte persone credono che l’ideologia la abbiano solo gli altri, come l’avarizia o l’invidia. Gli adepti del pensiero liberal-liberista tacciano di “ideologica” ogni visione del mondo che porti con sé elementi di conflitto e non si accontenti di riconoscere l’economia capitalista come lo stadio ultimo e più razionale di organizzazione del mondo. D’altra parte, molti marxisti considerano che la loro visione del mondo sia senza filtri, cristallina, scientifica, mentre ovunque altrove siamo nel dominio della distorsione e della mistificazione. L’idea che le ideologie siano antropologicamente necessarie a connettere le società umane con se stesse e con il mondo non è ancora molto condivisa. E nemmeno è condivisa l’idea che se tutti abbiamo bisogno di un’ideologia, non tutte le ideologie si equivalgono.) E avere un’ideologia implica un incessante lavoro di aggiustamento tra le prove empiriche quotidiane e i principi dottrinari che, in qualche modo, sono le costanti, gli apriori del nostro sguardo sul mondo. Succede a noi, in piccolo, quanto succede agli scienziati con le teorie scientifiche e la trafila degli esperimenti che dovrebbero confermarle o falsificarle. Ci sono certi fatti che fanno male a certi nostri principi.</p>
<p>I fatti di Colonia facevano male a certi miei principi. Il reazionario della porta accanto potrebbe venire a dirmi: “Certo, non vuoi guardare in faccia la realtà. Vuoi rimanere nel tuo buonismo di persona di sinistra, ecc.” In realtà, quando un <em>fatto ultimativo</em> viene presentato dai media, come Facebook insegna, siamo tutti chiamati a un dovere impellente: <em>ci dobbiamo costruire un’opinione</em>. Inoltre, non sempre sappiamo che opinione farci a partire da un fatto ultimativo. L’ideologia serve per tradurre un fatto in un’opinione, e permetterci di andare avanti per la nostra strada, saldi sulle certezze non dico dell’altro ieri, ma almeno di ieri. Se il fatto di primo acchito non è riducibile in modo automatico a un’opinione, se non siamo nella semplice conferma di ciò che già sappiamo o crediamo di sapere, c’è un minimo lasso di tempo, in cui siamo chiamati a ragionare con la nostra testa più del solito. E questo comporta un certo dispendio di energie e di tempo. Nel caso della notizia sulle aggressioni di Colonia, si è costretti a gettarsi innanzitutto in una ricostruzione critica del fatto, confrontando fonti diverse, aggiornandole, cercando di fare una tara delle suggestioni giornalistiche, ecc. (È quello che ho visto fare, ad esempio, a l’amica Helena Janeczeck sulla sua pagina Facebook, mentre redigeva <a href="http://www.pagina99.it/2016/01/17/colonia-l-attacco-di-capodanno-e-il-sessismo-in-bianco-e-nero/">un articolo </a>che sarebbe apparso su <em>pagina 99</em>. E Helena, per di più, conosce la lingua e la realtà sociale tedesca. Ma se mettiamo assieme lavoro di ricostruzione e lavoro di demistificazione sul fronte dei media, l’impegno richiesto è davvero notevole. Se ne può avere un’idea leggendo un lungo pezzo apparso <a href="http://www.valigiablu.it/colonia-i-fatti-le-indagini-le-reazioni-il-dibattito/">qui</a>.) E tutto questo nel tentativo di giungere il prima possibile ad una valutazione della notizia, dal momento che la finestra temporale per partecipare alla tempesta ideologico-mediatica è strettissima. Tre settimane se va bene. Quindi uno deve farsi un’opinione il più possibile personale – leggi: in accordo con la propria ideologia – e, nello stesso tempo, deve realizzare una piccola inchiesta per cercare di chiarire le circostanze del fatto stesso, sulle quali poi si baserà la suddetta opinione. Lo spettro delle attitudini intellettuali nei confronti di una notizia comprende poi vari gradi di prudenza critica. (Agli estremi dello spettro, i complottismi opposti. Per gli uni, i gruppi di aggressori erano in realtà figuranti stipendiati dai servizi segreti americani, ungheresi o israeliani; per gli altri, gli aggressori erano in realtà gli esecutori di un vasto programma d’aggressione contro la civiltà Occidentale, perpetrato direttamente dai rifugiati.) Quando alla fine si ha conquistato una propria opinione, il grosso del lavoro è fatto, e la notizia entra subitamente in una fase, diciamo, “digestiva”.</p>
<p>Da dove viene questa ingiunzione a farsi un’opinione, e eventualmente a difenderla sui social network, in quello spazio ibrido tra privatezza e spazio pubblico, in cui siamo ormai largamente immersi? Innanzitutto c’è una sorta di dovere di contro-propaganda. Il tasso ordinario di mistificazione della realtà intorno a certe questioni chiave che assillano l’Europa è in crescita costante. L’impotenza politica dell’Europa di fronte all’emergenza storica provocata dal flusso migratorio di questi ultimi anni, aggravato dai diversi scenari di guerra nel mondo arabo, non fa che alimentare esorcismi di propaganda. Ciò appare chiaro nel caso italiano, dove anche organi d’informazione tradizionalmente moderati come “La Stampa” e “La Repubblica” possono permettersi interventi allineati con la peggiore stampa razzista. Ma soprattutto è importante cogliere l’aspetto caratteristico di un discorso propagandistico che viaggia costantemente sul filo dell’esorcismo, del diniego della realtà. Esso non può che rimestare l’immaginario, il pozzo dei fantasmi, tutto ciò che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi che dovrebbero essere della politica, ossia il lavoro di mediazione tra istanze diverse, contradditorie, articolate. L’esorcismo di propaganda deve compensare questa mediazione fallita con un’immediatezza di successo. Esso deve sostituire alla difficile ragione politica, che agisce sul terreno della realtà storica, dosi di immaginario galleggiante in limbi senza tempo. Deve opporre al dialogo complesso tra soggetti, circostanze sociali e culture diverse finzioni semplici e rassicuranti. Non c’è allora da stupirsi che emerga, in Italia, un prepotente immaginario colonialista datato anni Trenta-Quaranta, che se ne stava solo provvisoriamente addormentato.</p>
<p>La stanchezza ideologica, di cui parlavo all’inizio, dipendeva appunto da questa necessità di “saltare” il fatto specifico – un alto numero di aggressioni sessuali e di furti realizzati da gruppi di uomini in gran parte nordafricani e mediorientali contro delle donne in giro per Colonia durante la notte di Capodanno – per concentrarsi sulla decostruzione della propaganda nutrita di vecchi fantasmi colonialisti e razzisti. Il paradosso del “fatto ultimativo” è che ti spinge costantemente verso il limbo dell’immaginario, dove sei ogni volta confrontato con spettri del passato, senza mai poterti concedere il lusso di pensare non di rimbalzo, non per fare, con la tua opinione più o meno sana, da contrappeso all’opinione malata. Ciò che ho apprezzato nell’intervento di Žižek (<a href="http://www.newstatesman.com/world/europe/2016/01/slavoj-zizek-cologne-attacks"><em>Gli attacchi di Colonia erano una oscena versione del carnevale</em></a>) è proprio la sua volontà di perforare l’effetto rimbalzo, per cercare di cogliere – come lui stesso scrive – l’elemento di verità specifico dei fatti di Colonia, basandosi sulla ricostruzione documentaria al momento più plausibile. Nello stesso tempo, a voler essere davvero ottimisti, mi dico che il lavoro di rimbalzo nei confronti della propaganda, soprattutto di questo tipo di propaganda agitatrice di biechi fantasmi culturali e nazionali, costituisce anche un’occasione importante di misurare la maturità, almeno, di una parte delle società europee.</p>
<p>Non era nel ’46 né nel ‘48 che la coscienza degli Italiani si sbarazzava una volta per tutte di un immaginario coloniale, in cui era rimasta a bagno per decenni. L’oblio della Prima Repubblica ha permesso, come sempre accade in casi simili, di conservare i fantasmi ideologici del passato in forma letargica, ma dotati di una perdurante freschezza. Appena li si sollecita, infatti, dilagano con estrema virulenza. Guardando, però, anche solo dallo spioncino nostro, nazionale, si vede come la contropropaganda sui fatti di Colonia sia stata fatta in prima persona da donne, variamente e lucidamente armate contro il sessismo – di casa o d’importazione – e da persone che sono nate in epoca post-fascista, e che hanno avuto modo di dissipare con strumenti storici e critici i fantasmi e le mitologie dell’epoca coloniale.</p>
<p>Ecco, ho scritto dell’altrove, ora dovrei – per rispetto allo schema diaristico preso da Kafka – parlare della <em>mia</em> lezione di nuoto. Dovrei parlare del mio <em>qui</em>. Del posto dove sto, dove abito, delle ore che passo in questo posto, di come è fatto, con tanti angoli, ma non troppi, e delle strade, fuori casa, che percorro, sempre le stesse, della monotonia, che è una monotonia da paradiso terrestre, con i caloriferi caldi, sia nel soggiorno-cucina che in camera, e anche nel piano di mezzo, perché dovrei parlare di una casa che non è null’altro che una serie di stanze aggrappate a una scala, perché abito in una casa-scala, con molte finestre, ma sono poi le stesse finestre, con gli stessi paesaggi stagionali, e in questa monotonia c’è ogni giorno la doccia con l’acqua calda, e poi ci sono le ore di lavoro, la monotonia del lavoro, che fortunatamente c’è, mese dopo mese, senza doverlo rincorrere e costruire ogni giorno, ed è questa la <em>prima</em> realtà, assolutamente insufficiente, una fantasmagoria di oggetti che si prendono in mano e si posano ogni giorno, come un bicchiere o un coltello. C’è tutta una serie di cose, di persone, di incontri, che stanno in questa vicinanza, come l’armadio con dentro i vestiti, un elegante armadio anni settanta, comprato usato, di legno pregiato – quale? – con delle maniglie rettangolari di metallo, questo armadio è sempre lo stesso, per delle ore intere, giorno dopo giorno, una montagna di ore, quell’armadio entrato qui dentro, entrato nella camera da letto che è anche il mio studio, è lo stesso, impassibile, anche se qualcosa pure in lui invecchierà, non si scorge nulla ad occhio nudo, sì, della polvere, che si deposita sulla parte superiore, l’unica cosa che lentamente si muove, si accumula, ne modifica appena la fisionomia.</p>
<p>Perché mai ho voluto scrivere di Colonia? Il fatto ultimativo è già stato consumato. Quando queste pagine acquisteranno una prima forma pubblica sul blog collettivo a cui collaboro, i fatti di Colonia saranno già passati nella fase digestiva, perché nel mondo, e persino nella piccola Italia, esistono centinaia di fatti che fanno notizia ogni giorno sopra uno straordinario mareggiare di fatti che non fanno alcuna notizia e, tra i fatti che fanno notizia, ce n’è sempre qualcuno che verrà scelto per assumere le fattezze del fatto ultimativo, in cui si gioca il destino di un’intera civiltà. D’altra parte questa scrittura è nata in ritardo, e sarà sempre in ritardo, e la sua insufficienza è anche ciò che ne costituisce il programma. Ho parlato delle aggressioni di Colonia, perché il fatto ultimativo mi permette di agganciare lo sterminato e spettrale “qui” della vita quotidiana a queste sporgenze di realtà, una realtà in maiuscolo, solenne, cotta al calor bianco del conflitto ideologico. Questa cosa è difficile da dire, me ne rendo conto. Vi è la continuità di vita, con una vicinanza di affetti che possono essere fortissimi, ma anche la presenza di piccoli tormenti, sentiti come attraverso un sistema d’amplificazione, le configurazioni familiari del mondo dentro cui stiamo ed evolviamo materialmente, fisicamente, ogni giorno. Tutto questo si svolge in una dimensione incalcolabile del tempo, che a volte acquista la luce ferma, definitiva, della morte, mentre lontano da noi qualcosa assume la forza di un accadimento perentorio, dentro cui sembriamo essere trasportati e trasfigurati, come nel corso di una cerimonia. È l’accadimento che promette mondo, e realtà più luminosa, incandescente. Ritroviamo appartenenze, corpi collettivi, e un unico territorio, dentro cui delle vicende sembrano delinearsi non troppo lontano da noi, in una zona che pare malleabile per un istante alle nostre possibilità d’azione. A volte invece, più silenziosamente, più raramente, siamo semplicemente catturati tra due visioni spettrali: la vicinanza di tutto ciò che controlliamo quotidianamente, e che ci controlla in modo inesorabile, e la lontananza di ciò a cui vorremmo appartenere, un mondo reale, popolato, saturo di senso, che che tende a dissolversi non appena il nostro officiare si fa più stanco, disorientato, disilluso.</p>
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		<title>Tanto baccano per una strage</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2015 13:32:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[13 novembre 2015]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Perché tanto baccano per le stragi del 13 novembre a Parigi, che hanno fatto solo 130 morti? La domanda è legittima, se uno considera che la copertura mediatica di queste stragi è stata particolarmente intensa a livello mondiale. A ciò bisogna aggiungere le reazioni di solidarietà espresse sia dalle istituzioni sia dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Perché tanto baccano per le stragi del 13 novembre a Parigi, che hanno fatto solo 130 morti? La domanda è legittima, se uno considera che la copertura mediatica di queste stragi è stata particolarmente intensa a livello mondiale. A ciò bisogna aggiungere le reazioni di solidarietà espresse sia dalle istituzioni sia dai cittadini di un gran numero di paesi, e ulteriormente amplificate dai media. Certo, una strage di civili inermi realizzata da un’organizzazione terroristica è una fatto che suscita sempre emozione, e solleva una quantità di questioni sulle conseguenze politiche e sociali, ma l’impressione che alcuni hanno avuto è che a Parigi una strage terroristica abbia uno statuto <i>speciale</i>. Ci si è chiesto, insomma, se l’attenzione mediatica, l’empatia e le espressioni di solidarietà non siano <i>selettive</i>, e non finiscano, in questo modo, per delegittimarsi o, addirittura, per apparire un po’ oscene. Questa critica può assumere svariate forme. Elenchiamone alcune.<span id="more-58322"></span></p>
<p align="JUSTIFY">I francesi si sentono sempre al centro del mondo, ma perché i loro morti dovrebbero pesare di più dei morti che altri paesi europei hanno conosciuto per simili cause, sia che si trattasse di terrorismo di matrice islamista o di matrice politica e nazionalista? I 130 morti europei contano più dei 224 in gran parte russi, provocati dall’esplosione di un aereo turistico due settimane prima, rivendicata dallo Stato Islamico? L’eurocentrismo impedisce ai cittadini europei e non musulmani di considerare che le vittime più numerose delle diverse organizzazioni del terrorismo islamista sono persone di religione musulmana che risiedono al di fuori dei confini europei? Gli europei non si rendono conto che, nel mondo, vi sono molteplici guerre in atto, di cui si parla pochissimo ma che sono responsabili ogni giorno di innumerevoli morti tra la popolazione civile? Tutto questo è vero, ed è importante ricordarlo. È importante che qualcuno ci ricordi, quanto sia <i>selettiva</i> la nostra compassione e la nostra attenzione nei confronti delle vittime innocenti della guerra e del terrorismo, e di tante altre cause prodotte da scelte umane e non da leggi fatali della natura. Dobbiamo, però, anche essere coscienti che la nostra compassione non potrà mai essere che selettiva. Innanzitutto, è assurdo ipotizzare l’esistenza di un tribunale neutrale e sovrastorico in grado di calcolare il grado di copertura mediatica assoluta che un evento dovrebbe ottenere in virtù del suo carattere intrinseco. In secondo luogo, non è possibile, umanamente, rispondere empaticamente a tutte le sofferenze terrestri, siano pure quelle più ingiuste ed evitabili. In una tale circostanza, tranne i pochi che raggiungerebbero una condizione prossima alla santità, gli altri si getterebbero in breve tempo dalla finestra. Vi è poi un fatto semplice da ricordare: Parigi è la capitale del turismo di massa, del turismo mondiale, in un testa a testa con Londra per il conteggio dei milioni di turisti che la percorrono ogni anno. Ed è stata proprio l’esperienza turistica (inautentica per eccellenza) a costituire per molte persone, anche geograficamente e culturalmente lontane da Parigi, un elemento di prossimità, un’occasione di empatia e riconoscimento con le vittime e i superstiti. Perfidia della storia vuole che la rivelazione di un possibile terrorismo di massa si realizzi proprio nella città del turismo di massa.</p>
<p align="JUSTIFY">Se con gli attentati nei confronti dei vignettisti di <i>Charlie</i> e i clienti ebrei dell’<i>Hyper Cacher</i> si profilava ancora una violenza di carattere ideologico, le sventagliate di kalashnikov contro delle persone sedute ai tavolini di un bar o riuniti in una sala da concerto hanno perso per noi un plausibile contorno motivazionale. Si apre uno scenario inedito: qualsiasi francese può sparare, in qualsiasi occasione, su qualsiasi altro francese. Quello che sappiamo (abbastanza poco) sulle biografie dei terroristi e, più in generale, delle reclute francesi dello Stato Islamico, permette di affermare almeno una cosa: la non omogeneità del profilo sociologico e la rapidità del percorso di radicalizzazione del futuro jihadista. E i candidati al viaggio iniziatico in Iraq o Siria, con relativo <i>stage</i> di guerra civile e razzia, non sono solo individui con un passato di esclusione sociale, delinquenza e prigione, ma anche giovani rappresentanti delle classi medie, alcuni dei quali convertiti, in quanto provenienti da famiglie cattoliche o atee. Qualcosa di molto spaventoso si è intravisto nelle pieghe di un avvenimento già sufficientemente orribile e sconcertante. Qualcosa che, in Europa, potrebbe diffondersi oltre i confini della sola Francia o del solo Belgio, e acquisire la frequenza di un evento banale. (Qualcosa, inoltre, che ricorda lo spettacolo truce che i protagonisti di <i>Salò </i>di Pasolini, nella scena finale del film, osservano attraverso un binocolo da una finestra della villa, dove hanno inscenato il loro teatro di sevizie.)</p>
<p align="JUSTIFY">Si è voluto a tutti i costi parlare di &#8220;guerra&#8221;, per descrivere l’impatto eccezionale di questi fatti. Ma le stragi del 13 novembre illustrano un’azione di perfetto terrorismo, una semplice e impietosa rappresaglia nei confronti del nemico, che non ha alcun valore strettamente militare, ma solo propagandistico. (Il successo degli attentati, sia nei confronti della Francia che della Russia, non dà allo Stato Islamico alcun vantaggio militare, anzi lo costringe a far fronte ad un’intensificazione dei bombardamenti aerei. Il successo, quindi, viene riscosso su di un altro fronte, quello della battaglia mediatica per il prestigio.) Evocare uno scenario di &#8220;guerra&#8221; significa proiettare nel futuro quanto è accaduto nel presente, andando a costruire una serie immaginaria. È solo in questo modo, d’altra parte, che la maggior parte di noi europei, cresciuti in un tempo di pace, finisce con il fare un’esperienza diretta della guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fatto ha diversi risvolti. Il primo riguarda il risveglio di coloro che, in qualsiasi punto della scala sociale, per interesse cinico o pulsione oscura, sono attirati dallo scenario dello scontro bellico e mortale. Un altro aspetto, con un significato ben diverso, può essere espresso dalla formula: &#8220;i francesi (gli europei) <i>scoprono </i>cosa davvero è la guerra, dopo averne seguite una gran quantità sui giornali e in TV, e dopo aver legittimato i propri governi a farne un certo numero <i>a distanza</i>, tramite l’esercito professionale&#8221;. Alcuni commentano in modo sarcastico questa &#8220;scoperta&#8221;. Ma non vi siete accorti che viviamo in uno stato di guerra permanente, che sono più di una quarantina le guerre in corso e che esse fanno sempre più vittime nella popolazione civile? Voi prendete coscienza della barbarie della guerra perché un giorno centotrenta persone vengono ammazzate per le nostre strade? Bè, questo potrebbe essere un inizio. Una cognizione dell’orrore della guerra potrebbe, allora, nascere dalla paura che si ripresenta puntuale salendo su di un mezzo pubblico o camminando per una stazione ferroviaria. E forse anche proiettando una scena televisiva di massacro in un luogo che abbiamo conosciuto e amato in qualità di meri &#8220;turisti&#8221;. Tutto questo potrebbe avere almeno come effetto quello di renderci <i>la guerra patita dagli altri qualcosa di più reale</i>, di più vicino a noi e dunque più intollerabile. Il paradosso di molta popolazione europea e occidentale sta nel fatto di essere, da un lato, molto poco propensa a morire in guerra, in quanto troppo &#8220;educata&#8221; ai vantaggi di un lungo periodo di pace ma, dall’altro, tale familiarità con la pace ci rende indecifrabile, e in qualche modo irreale, ogni forma di guerra che si svolga al di fuori delle nostre frontiere.</p>
<p align="JUSTIFY">Le sventagliate di kalashnikov non sono i mezzi più idonei a risvegliare le coscienze, né lo sono le emozioni che nascono da loro ricordo. L’odio chiama l’odio, e l’agguato terroristico risveglia le vocazioni belliche (il sito dell’Esercito francese ha conosciuto vette di traffico, con un aumento di domande di arruolamento nei giorni che hanno seguito l’attentato). Per non parlare di quanto sia opportuna, sul piano politico, una miscela di odio e paura. Eppure questa visione spaventosa, di autentica guerra quotidiana, intravista attraverso le stragi del 13, forse può renderci consapevoli del disastro di ampia portata, nel quale noi occidentali continuiamo a camminare, indenni per il momento, ma in genere corrucciati a causa di contrarietà secondarie o decisamente futili. La comparsa di questo odio distruttore e indiscriminato dei terroristi dello Stato Islamico emerge all’intersezione di diverse orbite di crisi. Per questo ogni tentativo, seppure animato da un forte tasso di volontà critica, di leggerlo in termini di semplice causalità sociale o come frutto inevitabile di più globali peccati dell’Occidente, finisce per mancare la complessità di strati, che di quest’odio costituisce il terreno germinativo.</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo gli attentati di gennaio, io stesso scrivevo, come anche altri, che &#8220;lo jihadismo dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly non è un problema musulmano, non è un problema di differenze etnico-culturali, ma è un problema <i>repubblicano e francese</i>, perché nasce dentro la società francese e dentro le istituzioni repubblicane&#8221;. Oggi mi risulta chiara l’insufficienza di una tale visione. Gli attentatori e il loro odio si trovano oggi all’incrocio di una crisi sociale della società francese (ed europea) e di una crisi sociale e politica del Medio Oriente (e delle società arabe in generale). Queste due crisi geograficamente lontane e nate in contesti storici molto diversi sono entrate d’un tratto in una sorta d’intima risonanza, e si alimentano a vicenda. Da un lato, abbiamo tutto ciò che di deleterio produce una sofferenza sociale provocata dalla mancata o incerta integrazione, una sofferenza, per altro, che non trova sbocchi per esprimersi politicamente, se non nella forma estrema ed effimera del tumulto; dall’altro, abbiamo i frutti dell’onda destabilizzante delle rivolte arabe, che hanno costituito come un prisma in grado di scomporre anni di sofferenza e risentimento cumulati in diversi paesi del Maghreb e del Machrek. Ma queste due orbite &#8220;di crisi&#8221; sono a loro volta intersecate da altre orbite &#8220;critiche&#8221;: quella del fallimento del &#8220;governo mondiale&#8221; a guida statunitense, che in Medio Oriente prima e soprattutto dopo l’11 settembre 2001 ebbe la sua tragica celebrazione. In tale scenario di violenta destabilizzazione, realizzata in questo caso attraverso l’azione militare, le due potenze locali che hanno incarnato maggiormente una continuità politica, ma in senso eminentemente negativo, sono state l’Arabia Saudita, con il suo sostegno a tutto campo del rigorismo musulmano (il <span style="color: #545454;">wahabismo</span>) e Israele, con la prosecuzione della sua politica d’occupazione e di rappresaglia militare in Palestina e in Libano. Infine vi sono due vuoti ideologici che si guardano frontalmente, quello della crescita economica di stampo occidentale, come velleità di un capitalismo insaziabile e autodistruttore, e quello del ritorno al califfato, come sostituto mitico a un vuoto ideologico e di progetto sociale delle popolazioni arabe, dopo la fine del panarabismo e dei movimenti di liberazione nazionale.</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro questo inanellamento di crisi di portata storica, ogni facile tentativo di lettura e di taglio, d’iniziativa drastica e risolutrice non può che incrementare il caos e l’entropia, il livello di violenza e il disorientamento ideologico. Non si tratta, certo, d’indossare i panni poco attraenti degli esperti geopolitici o geostrategici. Si tratta di situare gli eventi d’attualità negli scenari e nelle serie storiche sufficientemente ampie per permetterne una lettura non riduttiva, parziale, esorcistica. Solo in questo modo possiamo realizzare in quale condizione tragica ci troviamo, come cittadini di paesi europei e occidentali. I nostri governanti, infatti, propongono soluzioni e vie di fuga, che sono ulteriori sprofondamenti e trappole. Un articolo recente di Helena Janeczek proprio su NI s’intitolava <i>Il trappolone</i>. Ecco, dentro questo inanellamento di crisi di medio e lungo periodo le trappole sono molteplici ed esse saranno tanto più efficaci, quanto più semplici, spettacolari e unilaterali saranno le soluzioni proposte.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>NoTAV e lo spazio comunicativo delle istituzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 08:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
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		<category><![CDATA[No Tav]]></category>
		<category><![CDATA[Val di Susa]]></category>
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					<description><![CDATA[Valsusa: dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei duri e delle frange estreme da senzasoste.it La resistenza è sempre possibile. Ma dobbiamo impegnarci nella resistenza sviluppando prima di tutto l’idea di una cultura tecnologica. Nonostante tutto, ai nostri giorni, quest’idea è enormemente sottosviluppata. Per esempio abbiamo sviluppato una cultura artistica e letteraria. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Valsusa: dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei <em>duri</em> e delle <em>frange estreme</em></strong></h2>
<p style="text-align: right;"><em>da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it" target="_blank">senzasoste.it</a></em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La resistenza è sempre possibile. Ma dobbiamo impegnarci nella resistenza sviluppando prima di tutto l’idea di una cultura tecnologica. Nonostante tutto, ai nostri giorni, quest’idea è enormemente sottosviluppata. Per esempio abbiamo sviluppato una cultura artistica e letteraria. Ma gli ideali di una cultura tecnologica rimangono sottosviluppati e, per questo motivo, al di fuori della cultura popolare e degli ideali pratici di democrazia. Ecco perché la società come insieme non ha controllo sugli sviluppi tecnologici. E questo rappresenta una delle più gravi minacce alla democrazia nel prossimo futuro”.</em> Paul Virilio (Intervistato da John Armitage in “The Kosovo War Took Place in Orbital Space” in C Theory, 18, 2000)</p>
<p><span id="more-41820"></span><strong>1.</strong></p>
<p>Parlare delle Valsusa citando un passaggio di questa intervista a Virilio di John Armitage, che fa parte di una lunga serie di colloqui tra i due autori praticamente sconosciuta in Italia, può sembrare un giochetto estetico quanto il curioso titolo preso da questo colloquio del 2000. Che rifletteva l’idea che uno dei più sanguinosi conflitti etnici in Europa dalla fine della guerra fredda, quello del Kosovo, trovasse un piano strategico di espressione nello spazio orbitale della comunicazione via satellite delle televisioni generaliste e non solo. Alla fine, nonostante il ‘900 avesse già dato ampiamente notizia del fenomeno, in anni più recenti, dall’inizio del secolo, ci si è giocoforza attestati sulla convinzione che <strong>i conflitti si vincono, e si perdono, su due piani solidamente intrecciati: il terreno fisico di conflitto e lo spazio digitale comunicativo</strong>. Non solo, quest’ultimo spazio è decisivo, dal punto di vista politico, per ampliare o ridurre la portata delle vittorie come delle sconfitte. Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Grecia, le stesse rivolte inglesi sono lezioni che ruotano attorno a questo insegnamento. Se infatti vogliamo applicare queste lezioni non alla guerra ma ai conflitti sociali la vicenda della disconnessione del risultato dei referendum del 2011 dallo spazio mediale ufficiale è paradigmatica. L’esito di una battaglia, per quanto sia senza morti e feriti, se disconnesso velocemente dallo spazio mediale ufficiale può prendere direzioni di significato persino opposte rispetto al suo risultato originario. L’effetto giuridico e politico, che questo risultato originario aveva prodotto sul campo, finirà quindi prima per ridursi poi per dissolversi.</p>
<p>E qui Paul Virilio, che ha dedicato una vita al tema del rapporto tra accelerazione dei conflitti e sviluppo tecnologico, non a caso non parla tanto di dimensione mediale ma di necessità, per salvaguardare la democrazia, di saldatura tra cultura tecnologica e cultura popolare. Perché ai movimenti, per governare l’intreccio indissolubile tra terreno fisico e spazio digitale di comunicazione che genera l’esito dei conflitti, non basta l’alfabetizzazione di massa ma necessitano altri passaggi. Necessari quanto l’alfabetizzazione lo era per le prime organizzazioni operaie dell’ottocento e del primo novecento che infatti si auto-organizzarono per spingersi ad un livello di acculturazione che la scuola liberale non rendeva possibile. <strong>Oggi i movimenti che non fondono consapevolmente, e con il senso della strategia politica, cultura tecnologica e cultura popolare non vanno lontano</strong>. Intendiamoci: nessuno dice a nessun altro di fare quello che fa già (twitter, clouds, youtube, blog, list etc.) ma è auspicabile, oltre che a creare un perimetro di comunicazione e sapere nel proprio campo di connessione, saper neutralizzare le armi pesanti usate nel campo avversario.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>A questo punto della vicenda Tav, prima di tutto <strong>è necessario rendersi conto che c’è in atto una consapevole guerra di propaganda che si è sovrapposta al conflitto sul territorio della Valsusa</strong>. E’ condotta dal mainstream e può determinare il corso di questo conflitto e persino rovesciare le sconfitte sul campo in vittorie di fatto.<br />
Su quanto sta avvenendo sul territorio davvero poco da eccepire. Il movimento della Valsusa ha saputo evitare il feticcio della violenza come quello della non violenza saldando territorio a solidarietà antagonista. Immaginario valligiano e immaginario metropolitano. La stessa produzione scientifica spontanea, quella che sposta il giudizio collettivo su un’opera complessa, ha letteralmente azzerato quella a favore sulla Tav. A parte chi è direttamente pagato per sostenere la Tav (giornalisti, consulenti, ceto politico) è praticamente impossibile trovare in rete un sostegno spontaneo, certificato dal basso alle ragioni di questa grande opera. E’ stato operato così un preziosissimo, quanto strategico, lavoro di confutazione scientifica delle ragioni ufficiali di un progetto che dimostra quanto l’intelligenza collettiva, che si produce in rete e nei nodi fisici di connessione sociale, operi in modo decisivo, quanto troppo spesso sottovalutato, per la dinamicità e l’efficacia dei movimenti.</p>
<p>Anche la controinformazione ha lavorato bene, connettendo sia socialmente che sul piano della produzione di argomentazioni etiche spendibili su tutti i piani del conflitto.<br />
Il punto nodale sta nel modo con il quale si riproduce lo spazio digitale comunicativo delle istituzioni e del mainstream. Quello, situazione sul terreno a parte, è l’elemento di forza sul quale la democrazia coloniale delle grandi opere e del project financing punta per arrivare ad imporre un inutile mostro tecnologico ad una intera popolazione che non ne vuole giustamente sapere. E, di conseguenza, per ribadire il primato della democrazia del cemento e delle operazioni ad alta complessità finanziaria per un paese che ha bisogno di un modello di sviluppo radicalmente opposto. Se sul terreno il consenso non c’è le istituzioni evocano il consenso generale, anzi de “la Nazione” come scrive la ministro Cancellieri, per costruire il campo di forza comunicativo per operare poi militarmente.</p>
<p>E qui, quali sono i punti di debolezza di questo spazio comunicativo digitale delle istituzioni?</p>
<p>Per capirlo non ci si deve lasciar prendere dalle emozioni. Copertine come quelle del Giornale o dichiarazioni come quelle della Finocchiaro del PD, con la calorosa lode ai carabinieri, lasciano il tempo che trovano. Perché convincono la fascia di opinione pubblica minoritaria che è già convinta. Quella per cui chi protesta è un disperato oppure che, se si muovono i carabinieri, l’Arma ha sempre ragione.</p>
<p><strong>Per portare fino in fondo l’operazione Tav lo spazio comunicativo digitale delle istituzioni ha quindi bisogno connettere una porzione di società più ampia</strong>. Già, ma come funziona lo spazio comunicativo digitale delle istituzioni?</p>
<p>Le istituzioni, ancor più delle imprese, sono infatti dispositivi che funzionano in modo autoreferenziale. Nelle società neoliberali si sono sganciate da interessi collettivi che non siano quelli dell’impresa. In poche parole, le istituzioni funzionano perché hanno blindato gli interessi che emergono dal basso, che non sarebbero in grado di soddisfare, e hanno imparato a specializzarsi in questo modo di funzionamento completamente autoreferenziale lungo tutto il ventennio neoliberista. Si sono sganciate dal governo dei territori tanto che partiti, sindacati, associazionismo paraistituzionale si sono praticamente dissolti o comunque ridisposti in modo da rendere inutile l‘espressione “governo diretto del territorio&#8221;. Siccome governano su una società hanno però bisogno di un dispositivo che dia loro comunque l’impressione di governarla. Che sia indice di un governo effettivo, o comunque efficace, della connessione sociale.</p>
<p>Il mainstream generalista (tv, stampa, siti di entrambi gli old media), in forte ristrutturazione tecnologica, è questo dispositivo. Se le istituzioni hanno l’impressione che questo dispositivo funziona, crea consenso, vanno avanti su qualsiasi tema come carri armati. Perché è il dispositivo sovrano di governo degli ultimi trent’anni: crea consenso a favore delle istituzioni oppure getta nella spirale del silenzio chi è contrario spezzando la sua capacità relazionale, rendendolo minoritario. Si tratta di un piano di rappresentazione mediale che mostra tutta la sua concreta efficacia politica.</p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p>Come dicevamo, per capire il punto sensibile dello spazio comunicativo digitale delle istituzioni sulla Valsusa è inutile soffermarsi sul Giornale o sulla Finocchiaro, uniti in un livello di disperazione esistenziale perfettamente bipartisan.</p>
<p><strong>Il punto, nello spazio comunicativo digitale delle istituzioni, su cui il conflitto si vince o si perde è quello dell’opinione pubblica di centrosinistra</strong>. Perché è il terreno più mobile, dove il settore di opinione pubblica decisivo, per completare la rappresentazione della legittimazione istituzionale, può ritirare il consenso all’operazione oppure far emergere la propria protesta. E se quel terreno non tiene (non dimentichiamo che per i partiti l’opinione pubblica si misura in voti e per i media in audience e fatturato pubblicitario, tutta roba concreta) le istituzioni non sono in grado di attivare quel dispositivo autoreferenziale, che genera l’impressione del consenso, che permette loro di funzionare come carri armati. Invece che rappresentare i notav come spaccati le istituzioni finirebbero per rappresentare, e in modo spettacolare, le proprie spaccature. Cessando di funzionare come dispositivo istituzionale, paralizzandosi nella capacità di azione.</p>
<p>Per dare a sé stessi l’impressione di controllo dell’opinione pubblica di centrosinistra <strong>le istituzioni devono operare quindi su due distinte, e correlate, operazioni di propaganda. La prima è dimostrare la correttezza di procedure dell’operazione Tav, oltre alla necessità economica, la seconda è di far emergere dagli anti Tav quante più figure spaventose possibili</strong>.</p>
<p>Nella suo romanticismo culturale il movimento pacifista del passato il problema l’aveva intuito. Ma risolvendolo dalla parte sbagliata. Ovvero facendosi quanto meno spaventoso possibile e quanto più compatibile con i desideri dei media. Ma quando questo accade è il momento in cui non solo sei governabile ma anche quello in cui la tua visibilità è decisa dalle redazioni. Non puoi essere altro, perché temi i media, e così quando sei rappresentabile secondo i loro canoni sono i media che decidono quando e se vai in onda. Un processo di metabolizzazione visto con i pacifisti degli anni ’80 e ’90, con i noglobal, con i “rappresentanti” dell’Onda che vanno da Napolitano, e in miriadi di altri esempi.</p>
<p>Con l’attuale scontro sul terreno, ma anche grazie alla delegittimazione scientifica dal basso della tav, è quindi chiaro che il mainstream ha una sola carta in mano. Quella di produrre quante figure, e storie, più spaventose e disperate possibili dal movimento notav.</p>
<p><strong>Una guerra di propaganda è una guerra di narrazioni, non dimentichiamolo</strong>. Per cui, qualsiasi cosa accada, scatta la costruzione della mitologia negativa fatta per delegittimare l‘avversario e renderlo isolato e quindi silenzioso. Per cui qualsiasi evento accada, anche di segno opposto, secondo il mainstream non può che fare il gioco dei “duri”, delle “frange estreme” di un movimento rappresentato sempre in procinto di “spaccarsi”. Si vuol creare un effetto scenografico tale, in questa guerra di propaganda, per cui l’opinione pubblica di centrosinistra si ritrae inorridita perché non vede una valle compatta, desiderosa di vivere, contro un mostro tecnologico ma un volteggiare di “falchi”, di “duri”, di “frange estreme”. Siccome questa è l’unica vera carta in mano che il mainstream possiede, reiterare questa rappresentazione per dare l’impressione a sé stesso che sta funzionando, la si gioca qualsiasi cosa succeda.</p>
<p><strong>La drammatica vicenda di Abbà è paradigmatica di questa paranoia</strong>, risultato dell’autoreferenzialità insistita, nel rappresentare la questione Valsusa facendo uscire, come da un film dell’orrore per adolescenti frequentatori di multisale, sempre personaggi e comportamenti rappresentati in modo ansiogeno come “falchi”, “frange estreme” e “duri”.</p>
<p>Abbà non solo non ha aggredito nessuno, al contrario, ma è vittima del comportamento delle forze dell’ordine. Eppure, per coprire il rilievo della vicenda, nel mainstream si è scatenata un’ondata di opinioni e commenti sul “questa vicenda può favorire i duri”, “le frange estreme ne trarranno giovamento” arrivando ad rovesciamento della realtà, quasi come Abbà avesse aggredito qualcuno, in un dispiegamento di media corale e degno di altro genere di regimi. E si era all’indomani di una grande manifestazione pacifica di una intera valle. E’ evidente che le istituzioni più tengono questo piano di rappresentazione più sentono, o credono, di governare la situazione. Perché rappresentano quell’astrazione chiamata opinione pubblica di centrosinistra come sotto controllo, inorridita dai “falchi” come un adolescente al cinema che si inquieta di fronte agli effetti speciali di un horror per bassa fascia d‘ètà. E se tiene questa rappresentazione, a parte la situazione sul campo, la Tav passa. Non a caso infatti la ministro degli interni, dopo la vicenda Abbà, prova a costruire la rappresentazione della superiorità morale delle istituzioni offrendo il simulacro di un dialogo. Rappresentando il volteggiare dei falchi nel campo avverso assieme all’offerta di dialogo cerca di completare la costruzione, dopo quella della mitologia negativa, della superiorità morale delle istituzioni. Ed è questa tutta la dimensione da decostruire, come è stato fatto dal basso per la legittimazione scientifica del progetto Tav.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p><strong>Ma che qualcosa non funzioni affatto in questo campo di forza dello spazio comunicativo digitale istituzionale ce lo mostrano le stesse parole di Ezio Mauro, direttore di Repubblica</strong>.</p>
<p>Ezio Mauro chiede che i partiti entrino in campo nel processo di rilegittimazione della Tav. E’ evidente che, con i sensori che ha (studio dell’audience) ha capito che questa strategia della costruzione di una mitologia negativa sulla Tav ha grossi difetti. E chiede a supporto la messa in campo di eserciti, i partiti, che non esistono più.<br />
Questo fatto è un grosso elemento di debolezza sul punto più sensibile, dare a sé stessi l’impressione di governare l’opinione pubblica di centrosinistra sulla Tav, per tenere unito il campo di forza comunicativo che legittima quest’operazione di democrazia del cemento e del project financing.</p>
<p>Come dicevamo, sia sul terreno che nella delegittimazione scientifica dal basso della Tav il movimento ha lavorato bene. Per chiudere la partita a favore non solo di una valle ma delle stesse democrazia e libertà in questo paese, nonché di un vero e sano modello di sviluppo, si tratta di quindi unire il terreno fisico di conflitto a quello dello spazio digitale della comunicazione. Allora puoi combattere ad armi pari e persino vincere. Come si capisce non è solo problema di controinformazione in rete, che è un processo maturo da anni. Ma proprio di saper agire, su tutti i piani di realtà nessuno escluso, in modo da rendere non rappresentabile il tipo di spettacolo che, secondo le istituzioni e il mainstream, rende legittima e praticabile l’operazione Tav.</p>
<p>Perché quando Ezio Mauro confezionerà un giornale che saprà che perderà lettori e credibilità (nonché vendite e pubblicità) grazie alla posizione protav la democrazia coloniale neoliberista avrà perso. Quando il tg3 piemontese e nazionale si sentiranno in difficoltà, e vedranno l’audience calare (e la pubblicità), perché sulla tav fanno solo ridere le istituzioni neoliberiste, del cemento e delle operazioni finanziarie avranno perso.</p>
<p>Quando la Stampa sentirà che avrà perso terreno, lettori e credibilità, Passera se ne accorgerà. Perché c’è un piano, molto discreto, in cui le redazioni dei grandi media e il ceto politico istituzionale si parlano. E’ lì che avviene la misurazione, discreta e poco filtrata all’esterno, del successo o meno di campagne di costruzione del consenso. Fondamentali per il funzionamento autoreferenziale delle istituzioni.</p>
<p>Se la dimensione del terreno fisico saprà quindi saldarsi in questo modo con lo spazio della comunicazione digitale, allora la vicenda Tav si concluderà positivamente. Fissando uno spartiacque storico non solo per la vita di una valle ma anche per la democrazia reale di questo paese e per la costruzione di un modello di sviluppo che rompa con cemento, grandi opere e primato delle corporation. E anche per saldatura tra cultura tecnologica e cultura popolare, essenziale per il funzionamento delle democrazie reali del XXI quanto l’alfabetizzazione è stata necessaria, a partire dall’Ottocento, per l’imporsi del movimento operaio e dei diritti fondamentali di libertà e cittadinanza.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
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		<title>Progressismo e sottocultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 15:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Luca Lenzini “Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” La domanda posta da Massimiliano Panarari a p.122 di L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi) riguarda l’ultimo trentennio di storia patria, e merita attenzione. Secondo l’autore, docente di “analisi del linguaggio politico” all’università, quel periodo ha visto il trionfale instaurarsi nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In.jpg"><img loading="lazy" title="Cadillac-Drive_In" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p>“Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” La domanda posta da Massimiliano Panarari a p.122 di L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi) riguarda l’ultimo trentennio di storia patria, e merita attenzione.</p>
<p>Secondo l’autore, docente di “analisi del linguaggio politico” all’università, quel periodo ha visto il trionfale instaurarsi nel corpo sociale della sottocultura dell’intrattenimento e del gossip, funzionale all’“episteme della contemporaneità postmoderna” (p.9): diffusa in modo molecolare attraverso i media e coerente con il progetto reazionario del “pensiero unico neoliberale” ovvero del “fondamentalismo di mercato” (p.5), per Panarari essa ha saputo conquistare quegli ampi strati della popolazione che la sinistra non è stata più capace di coinvolgere, a partire dagli anni ottanta, e che perciò dell’ideologia neoliberista – con il suo corredo di individualismo, darwinismo sociale e primato assoluto dell’economia – hanno subito l’incontrastata egemonia.</p>
<p><span id="more-37443"></span>Nel nostro paese, in questa prospettiva la data di svolta non è il 1989, bensì il più prosaico 1983: l’anno in cui, sulla rete privata Italia 1, andò in onda la trasmissione Drive In, a cui il libro dedica diverse pagine. Ora, si dirà che identificare in un programma televisivo il momento di una rottura epocale equivale a scambiare gli effetti con le cause (e per di più in chiave localistica); ma il libro di Panarari non è un saggio di storia contemporanea, quanto un pamphlet – lo dimostra con evidenza il linguaggio, fin troppo mimetico rispetto al gergo mediatico-modaiolo il cui background ideologico è sottoposto a critica – e, come tale, si muove per schemi polemici finalizzati a promuovere un dibattito, a provocare la riflessione su un tema che non è affatto di solo costume, ma tocca l’oggi e il futuro stesso della sinistra (non a caso nell’Epilogo è chiamata in causa direttamente l’attuale leadership del Partito democratico). Gli si possono concedere, quindi, alcune ruvide semplificazioni o approssimazioni, come il troppo rapido consuntivo delle vicende del Partito comunista italiano (e della cultura della sinistra italiana in genere); mentre assai più efficaci (e condivisibili) sono le parti dedicate all’analisi dei singoli programmi, da Striscia la notizia ad Amici e via dicendo, che costituiscono i bracci armati della vincente sottocultura. Del resto, non mancano i contributi in grado di confermare il quadro delineato da Panarari sul ruolo centrale giocato dai media nella storia recente del nostro paese (anzi forse ce ne sono fin troppi).<br />
In base all’interpretazione proposta da L’egemonia sottoculturale, che mette in primo piano, come recita il risvolto editoriale, la “costruzione del nostro immaginario contemporaneo”, Drive In è la spia o il sintomo locale di un progetto globale, che fuori d’Italia prendeva piede negli anni di Reagan e Thatcher, ma che poi si distingue, da noi, per alcuni fenomeni specifici e porta infine a rovesciare il senso della egemonia gramsciana. Se quest’ultima, in quanto progetto politico, vedeva negli intellettuali i portatori di “un’ideologia liberatoria e di emancipazione che potesse innescare la rivoluzione, una visione con ambizioni altissime, universali, in grado di sgombrare le teste degli individui dalle ‘idee spontanee’, corrispondenti in realtà al software che vi era stato introdotto lungo i secoli e i decenni, e vi si era sedimentato e stratificato al punto da dare la sensazione che così andassero, da sempre, le cose” (p.16), ecco che con l’avvento della dilagante sottocultura la funzione degli intellettuali è “scaltramente recuperata e reinventata” (p.129) per fare di essi gli agenti di una “distrazione di massa” che veicola la visione essenzialmente cinica della società propria del Pensiero Unico, società in cui la disuguaglianza è appunto una di quelle cose che vanno così “da sempre” (e in realtà si amplifica a dismisura, a livello planetario). Non più emancipazione, ma adesione ai palinsesti del potere dominante, in una versione aggiornata (o “ironica”) del “panem et circenses” (p.68): la libertà è ormai solo quella del Mercato e del Consumo e l’emancipazione, semmai, consiste nel poter fruire dello spettacolo serale delle procaci “ragazze-fast food”, aspirare a un quarto d’ora da divo o più semplicemente poter irridere senza complessi coloro che hanno avuto una sorte peggiore della propria.<br />
L’occhio di Panarari è rivolto agli intellettuali e agli operatori culturali che in questo rovesciamento hanno svolto un ruolo di primo piano, inaugurando una Modernità il cui luccichio fin dall’inizio è sotto il segno del trash. Finalmente distanti sia dai modelli tradizionali proposti dall’establishment conservatore (cattolico e pre-catodico), sia da quelli di una sinistra in cronico ritardo, ancorata alla cultura crocio-gramsciana e capace sì di amministrare città e regioni, ma non di padroneggiare in senso innovativo gli strumenti dei media, a cui la nuova stagione delle tv private apriva (in Italia) territori inesplorati, i prodotti della sottocultura che spiazza e rimpiazza la seriosa, noiosa e statalizzata cultura della società vetero-televisiva vengono confezionati da una “pattuglia” di “inventori (e pensatori) italiani di Tv” (p.59) la cui genealogia culturale è fatta risalire al Situazionismo (che ufficialmente nasce nel ’58, in quel d’Imperia, per poi svilupparsi soprattutto in Francia, ma non solo, intorno al Maggio). E qui il discorso – chiaramente esplicitato sin dalla Premessa eroicomica (pp.4-5) – si fa interessante e paradossale, perché se tali sono le origini dei nuovi “pensatori di Tv”, ci troviamo di fronte a un ambito politico e di pensiero dichiaratamente di sinistra e consapevolmente sovversivo (di colorazione anarchica), erede delle Avanguardie storiche, che diventa lo strumento di una restaurazione in piena regola.<br />
Il legante di ordine teorico e concettuale tra i Situazionisti veri e propri e le loro propaggini post-moderne e peninsulari di fine secolo non è tuttavia l’oggetto di L’egemonia sottoculturale, che si concentra sull’operazione psicosociale dispiegatasi a partire dagli anni ottanta (a p.123 si parla di “guerra psichica”) e giunta a piena fioritura con le due cooperanti Fini, delle Ideologie e della Storia, motivi ipnotici il cui stretto rapporto con la manipolazione dei media è giustamente sottolineato da Panarari (p.127). Nel libro viene comunque evidenziato come il capitale di conoscenza critica sulla “società dello spettacolo” fornito dai padri ribelli sia messo a frutto dai brillanti successori nostrani per confezionare spettacoli “carnevaleschi” (p. 68) e parodie (p. 69) capaci di sedurre e vellicare i gusti del pubblico televisivo, usando spregiudicatamente la “bassa cultura” in ordigni mediatici che presuppongono lo sguardo disincantato del lucido manipolatore. In proposito è lecito avanzare qualche riserva: non tanto sulla frequentazione, da parte della “pattuglia”, dei testi dei Situazionisti storici, e nemmeno sulla spregiudicatezza dell’operazione, quanto sul fondamento storico-culturale dell’approccio “parodico” e “carnevalesco”, che appartiene a una tradizione di lunga durata, e quindi a una zona ben più ampia e collaudata della Modernità. E più in generale, è davvero così imprescindibile l’apporto dei Situazionisti per ribaltare il progetto di emancipazione che fu di Gramsci (e prima di lui, di numerosi altri), o appunto di ciò i professionisti della distrazione si sono da sempre occupati? Ma accettiamo senza ulteriori cautele il discorso di Panarari: chi sono, allora, gli scaltri e tralignanti eredi di Debord e Vaneigem?<br />
Tralasciando soubrettes, divetti e entertainers di vario ordine e grado, i “pifferai magici al servizio dell’egemonia sottoculturale” (p.9) sono indicati da Panarari in alcune figure esemplari: Antonio Ricci, Carlo Freccero, Alfonso Signorini, tutti ideatori e promotori di trasmissioni e pubblicazioni di largo successo (naturalmente al servizio del “Cavaliere”: di chi altro?). Pare, per inciso, che qualcuno degli interessati si sia risentito, a leggere il libro: ma non si capisce perché, a ben vedere, essendo loro complessivamente accordato, nelle pagine dell’Egemonia sottoculturale, un’importanza e uno spessore culturale persino eccessivi, per chi ha lavorato esclusivamente di seconda o terza mano e sfruttato elaborazioni critiche di almeno trent’anni prima. Nondimeno, essi restano senz’altro personaggi assai significativi del mutamento e del crinale storico di cui si occupa il libro, e un ampio numero di esponenti della stessa generazione (ognuno ne conosce qualche dozzina, famosi o meno, assessori o meno) ha condiviso i redditizi sviluppi dell’“episteme della contemporaneità postmoderna”: non conta quindi il cocktail di disinvolte banalità e aggiornati luoghi comuni che i Freccero e i Ricci, nelle interviste o negli interventi in qualità di esperti della “comunicazione”, hanno dispensato e continuano a dispensare; contano, invece, l’operazione culturale e l’armamentario ideologico che ne costituisce (non senza dosi omeopatiche di Foucault, Deleuze o Baudrillard) il lievito fondante e pervasivo, capace di attrarre soprattutto i giovani (l’ampliamento costante del target in tal senso è strutturale nella società di massa, e gioca un ruolo decisivo). Conta il bilancio finale, per cui l’elemento “liberatorio” e il dominio, la finta trasgressione e la corruzione vanno a braccetto.<br />
È a questo punto che si può tornare alla domanda citata all’inizio: “Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” Panarari risponde che la Sinistra non c’era e se c’era, dormiva (“ma non il sonno dei giusti”), oppure “condivideva responsabilità poco commendevoli” (p.123). Non molti anni fa, a chi avesse discusso di Sinistra e di Progressismo in termini così generici, senza distinguo e precise pezze d’appoggio, non sarebbero mancati aspri rimproveri: i tomi con le diatribe storiche e ideologiche sui due ambiti occupano, in effetti, intere biblioteche. Quelle biblioteche, però, sono state sommerse dai detriti del Crollo del Muro, e se un libro che sin dal titolo si richiama a Gramsci può identificare tout court Sinistra e Progressismo e allo stesso tempo sperare, a buon diritto, in un rinnovamento della cultura che renda ognuno “protagonista della propria esistenza secondo un sistema di valori che non si fondi sull’individualismo selvaggio e la dittatura del consumo” (p.130), è perché la rimozione è stata così vasta da seppellire qualsiasi alternativa, e da far sì che il presente rimodelli il passato a sua immagine e somiglianza. Proprio questo, anzi, rappresenta il vero successo di quel che Panarari chiama la “congiura” dei “conservatori” (pp.122-123), necessario risvolto dell’affermazione capillare del Pensiero Unico e della visione aziendalistica del mondo. Di nuovo, però, restiamo al tema, e mettiamo meglio a fuoco l’osservazione secondo cui la Sinistra Progressista (ovvero, “di governo” e “riformista”) ha condiviso con i propri avversari “responsabilità poco commendevoli”.<br />
Il discorso, qui, sarebbe lungo e il catalogo assai ricco di titoli (vedi “liberalizzazioni”, “privatizzazioni”, “scuola e università”, “guerra umanitaria”…), e lo stesso Panarari non nasconde di essersi espresso in termini eufemistici. Non ha invece il rilievo che merita, nel libro, l’annotazione secondo cui si è data in Italia una “Bicamerale dell’immaginario televisivo” (p.93): una verità per nulla scontata né di ordine incidentale. Come non è certamente casuale né secondario che della pattuglia le cui gesta hanno allietato i nostri uggiosissimi anni (tra Balcani, Golfo, Cecenia, Twin Towers, Afghanistan, Gaza e tanti altri reality di consumo globale) non facessero parte i soli Freccero e Ricci, ma anche, come ricorda l’autore (p.59), Enrico Ghezzi e Marco Giusti, i numi tutelari della programmazione colta di Rai 3, “la rete più sperimentale” (ibidem) del bistrattato “servizio pubblico” (in quanto tale, almeno in Italia, rigorosamente lottizzato). Si noti bene: nel capitolo La controrivoluzione televisiva Panarari cita Il processo del lunedì (1980) di Aldo Biscardi come il programma che, appunto su quella rete, “allo scoccare del fatidico decennio (…) legittimava in maniera solenne (…) gli animal spirits del tifo calcistico” (pp.24-25). Vale qui ricordare che precisamente dal calcio ebbe inizio l’irresistibile pubblica ascesa di Silvio Berlusconi? Il passaggio è esemplare, in quanto fa da apripista a tutta una serie di analoghe operazioni, fondate sul principio così descritto da Panarari: “Stop a sensi di colpa superflui e fuori luogo, il Super-Ego è mio e me lo gestisco io, e quindi via libera alla visione di qualsiasi prodotto televisivo mi aggradi” (p.25). Il gergo è intenzionalmente “sessantottesco”, e infatti una delle tesi del libro è che “il neocapitalismo ha trasformato in pulsione irrefrenabile al consumo e in bisogno di affermazione (più o meno vitalistica) a ogni costo” per l’appunto “il nostro desiderio illimitato, sdoganato e celebrato dal Sessantotto” (p.126): dove, per inciso, l’interpretazione della cesura rappresentata da quel momento storico coincide con la versione (interessatamente parziale, ma non senza legittimazioni da sinistra) che ne viene data dal qualunquismo conservatore; ma il punto, in chiave mediatica, è che nella nuova edizione del Nazional-Popolare lo sdoganamento dell’“Arcitaliano” – nel senso precisato nel libro: del ragionier Fantozzi di Paolo Villaggio (p.25), indiscusso alfiere del trash –, poteva sfruttare la scia dei programmi di larghissima audience del monopolio televisivo per aggiungervi (decisivamente) il format processuale, sbracato-pluralista, destinato a straordinarie fortune negli anni successivi.<br />
Questo è tuttavia soltanto un lato della medaglia, in quanto la sperimentazione della Sinistra Televisiva non si è mossa su un solo terreno: mentre con Biscardi si puntava al bersaglio grosso, inseguendo miti e passioni di larghissimo consumo, l’altro filone che caratterizza la produzione di Rai 3 è quello colto-ironico che, oltre a patrocinare la “satira”, ha la sua espressione più efficace e giustamente famosa in Blob (1989): programma che, scrive Panarari, “si avvale direttamente della tecnica debordiana del détournement, ossia del recupero di materiali culturali e del loro reindirizzamento verso un fine differente da quello di partenza” (p.59). Infatti Blob (titolo di un film di dozzinale fantascienza del ’58, sottotitolo Il fluido mortale) riassume in sé, come un manifesto o forse, più propriamente, come un’allegoria, il duplice sperimentalismo di Rai 3: la melassa invadente (la “bassa cultura”) trattata con ironia, e l’ironia condannata a convivere per sempre con la melassa, che infine tutto – alto e basso, sotto e sopra, kitsch e cult – senza scampo avvolge e travolge. Ed anche qui, all’operazione arride il successo: in pochi anni lo “share” del Terzo canale Rai passa dal due al dieci per cento. Sono gli anni (1987-1994) della direzione di Angelo Guglielmi, personalità per nulla assimilabile – lui proveniente dalle fila del Gruppo 63 e della cosiddetta Neoavanguardia – alle grigie eminenze del sottogoverno o dell’ingessato giornalismo che prima avevano occupato le poltrone dirigenziali della televisione di stato (durante la sua direzione sono prodotti Quelli che il calcio, La TV delle ragazze, Avanzi, Samarcanda, Blob, Telefono giallo, Mi manda Lubrano, Chi l’ha visto? e Un giorno in pretura). Che nel libro di Panarari non se ne parli, stupisce assai e fa pensare che lo strapotere del trash e l’annesso primato spettacolare delle reti private abbiano finito per mettere in ombra, nella prospettiva del critico, il ruolo e il progetto di una parte tutt’altro che trascurabile della Sinistra erede del partito di Gramsci. Il fatto che quella Sinistra si presentasse (e tuttora si presenti) attraverso un canale pubblico e ufficialmente appaltato all’Opposizione va letto in stretto parallelo con il vittorioso affermarsi della “congiura” sul versante delle tv commerciali, il cui appeal pseudo-emancipante era molto più funzionale al “nuovo ordine” fondamental-liberista – o meglio “neoliberalista”, secondo l’importante correzione di Luciano Gallino, p.5 – ormai diventato ideologia di massa: la dialettica che s’instaura tra i due poli tende infatti alla legittimazione reciproca, ma alla parte “statale” tocca la carta perdente proprio perché situata nel blocco conservatore, connotato nel senso della “vecchia politica”. Dir questo non significa, però, equiparare semplicisticamente l’operazione culturale tentata dalla Sinistra al “colpo di stato perfetto, soft e postmoderno” (p.4) dell’ideologia trionfante, né sottovalutarne l’importanza, quanto piuttosto rimarcarne i limiti, le complicità e le debolezze costitutive.<br />
La sinistra non dormiva: guardava la televisione. L’enfasi esclusiva posta da Panarari sui mass-media ripete la centralità e insieme riflette specularmente, in chiave critica, l’appiattimento del discorso (non solo teorico ma fattuale) del riformismo post-comunista e (per l’appunto) progressista su forme e contenuti della “modernizzazione”. All’esclusività dell’attenzione rivolta ai media qui corrispondono zone sempre più vaste di rimozione, alla cui riuscita contribuisce non poco l’entusiasmo dei neofiti che cercano una sanzione pubblica del proprio disincantato superamento delle arcaiche, deprimenti ideologie del Secolo Breve: l’identificazione del fronte dei mass-media come l’unico decisivo consente, d’altronde, di saldare la vecchia concezione “dall’alto” della politica (intesa come lotta per il Potere) con i nuovi strumenti di manipolazione e mistificazione della sfera pubblica, in una spirale di auto-accecamento che toglie il terreno sotto i piedi a una vera pratica riformista. Così mentre la società cambiava in profondo, mentre il lavoro si trasformava e con esso le forme dello sfruttamento, mentre la democrazia italiana assumeva tratti per un verso sudamericani (vedi l’origine argentina della P2), e per un altro inseguiva confusamente la caricatura del modello statunitense, la sinistra non trovava di meglio che farsi complice preterintenzionale dei propri avversari. Neanche il fenomeno che nell’Egemonia sottoculturale è visto come proprio dell’ambito televisivo, l’opinionismo, è stato infatti un’invenzione dei congiurati di destra, bensì uno dei prodotti di punta del Progressismo: la patria dei “fast thinkers” (per sfruttare la citazione di Panarari da Pierre Bourdieu), in altre parole degli “intellettuali produttori di idee precotte e confezionate, da consumare velocemente come in un fast food” (p.116), non sono soltanto i salotti televisivi; anzi essi, con la loro mimica del conflitto, sono il corrispettivo “animato” di quanto viene quotidianamente offerto (e sempre più “gridato”) sulla stampa. Anche in questo la Sinistra ha svolto una funzione di aggiornamento a cui solo in un secondo tempo la Destra italiana, attardatasi a lungo su moduli legati a vecchi schemi di comportamento, ha finito per adeguarsi.<br />
Opinionismo, intrattenimento, gossip e quant’altro non sono, del resto, fenomeni locali, né recenti. Nonostante nel suo libro il contesto globale e la circostanza storica in cui tutto ciò si colloca sia indicato a chiare lettere in apertura – cioè il momento di “sbarazzarsi (da parte dell’‘establishment’ obbediente alle ‘élite’ e alle ‘superclassi’) del vecchio compromesso socialdemocratico e dello Stato sociale”, p.5 – l’ottica prevalentemente nazionale di Panarari finisce per evitare alcune scomode domande: per esempio, in quanti paesi le varie sinistre hanno saputo proporre un uso dei media, e in particolare della televisione, tale da opporsi validamente a quella che egli chiama Sottocultura? Quante emittenti si sono dimostrate capaci di fornire un’informazione non conforme agli standards e ai format spacciati su scala globale? E non è forse vero che le eccezioni positive si sono date per lo più nell’ambito dei “servizi pubblici” meno condizionati dalle partitocrazie? Quest’ultima osservazione dovrebbe pur indurre a qualche ragionamento, e magari a ripensare la nozione stessa di Sottocultura (si ricordi la Teoria della Halbbildung di Adorno, 1959, di recente riproposta da Giancarla Sola per Il Melangolo). A farla breve: poco c’entra, in questa storia, il sonno della ragione che genera mostri evocato da Panarari (p.123), e c’entra molto di più, invece, l’assenza di un progetto riguardante la società nel suo complesso, così come la mancata riflessione su cosa esattamente sia la democrazia nell’era dei media: di qui, l’adesione ai modelli dell’avversario con l’ingenua pretesa di volgerli a proprio vantaggio, insediandosi negli spazi concessi e accettando come naturali la pratica della spartizione e del compromesso. Alla caduta del Muro, era già troppo tardi: il Pensiero Unico non aveva rivali e nemmeno veri interlocutori, ma solo cauti produttori di sfumature, lodatori del tempo andato e ilari liquidatori dell’eredità di qualche secolo di lotte per l’uguaglianza. Non sarà unicamente per questo che la deriva del liberismo ha finito per travolgere i progressisti, ma parlare di “congiura” – espressione usata da Panarari con giudiziosa riserva – può essere un modo per non approfondire le ragioni e i micidiali sviluppi di un fallimento tanto vasto quanto pericoloso, che ha riaperto le porte alle forme più arcaiche di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.<br />
Non è davvero il caso, pertanto, di farsi prendere in giro dai nipotini dei Situazionisti e dai loro trucchi da apprendisti stregoni, assai meno originali di quanto dica la leggenda. Una volta riconosciute le complicità come i meriti (quando ci sono: per esempio il giornalismo d’inchiesta di ambito Rai, che ha una sua solida tradizione), sarebbe più istruttivo rivisitare gli scenari storici offerti dal secolo trascorso, traguardando dal crinale attuale gli altri crinali della nostra eternamente incompiuta, feroce e tragica modernizzazione. Omettendo l’apporto del nostranissimo Fascismo, tra l’epoca di “Politecnico” (“nata nel 1945 e defunta nel giro di poco, nel 1947, lasciando un segno tuttavia rilevante”, scrive en passant Panarari, p.18) e quella di Drive in, un passaggio cruciale è negli anni sessanta, l’epoca del primo Neocapitalismo: è lì che alcuni dei nodi ideologici di fondo sul tema dello “sviluppo”, sulla “industria culturale” e sul riformismo affiorano e s’intrecciano in modo esemplare tra equivoci, intuizioni e contraddizioni tuttora irrisolte (chi oggi volesse farsi un’idea tanto delle qualità che dei limiti del progetto progressista italiano in materia di Comunicazione, può farlo rileggendo Apocalittici e integrati di Umberto Eco, 1965, assai più influente per la Sinistra in questione che non Debord). A quegli anni risale anche un’altra ambigua e interessata rimozione, operata da sinistra mediante la citazione a titolo di aristocratico e nichilista rifiuto del progresso: quella del pensiero critico e di tutta una straordinaria tradizione di pensatori che aveva vissuto l’avvento della società di massa e visto dispiegarsi la potenza dei media, tra l’Europa degli anni trenta e gli Usa dei quaranta e oltre; non solo la Scuola di Francoforte ma Simmel, Kracauer, Benjamin, Arendt, Anders e numerosi altri, molti dei quali allenati a lavorare in équipe, soggetti di un lavoro collettivo che si sviluppò a stretto contatto di insigni istituzioni capitalistiche e all’interno di non meno famose imprese statunitensi. Se si prova a pensare a qualcosa di analogo, in Italia, bisogna fare i casi di esperienze tra loro diverse, ma entrambe ignorate o addirittura ostracizzate dalla sinistra ufficiale: il lavoro intellettuale svolto nell’ambito di “Comunità” e della Olivetti, e quello del gruppo di “Quaderni Rossi” di Renato Panzieri. In questo senso, va preso sul serio l’appello conclusivo del libro di Panarari a riabilitare la funzione degli intellettuali (“coloro la cui sola esistenza desta la reazione rabbiosa e la bava alla bocca del neopopulismo che si è pesantissimamente insinuato nel corpo sociale nazionale”, p.128); ma non basta ora, come non è mai bastato, saper fare “in maniera capace e creativa il (…) lavoro di inventori di architetture simboliche alternative a quelle vittoriose e tracotanti dell’egemonia sottoculturale” (p.130). Più che alle architetture (e alle “narrazioni” tanto di moda), è alle fondamenta che si deve lavorare, nei luoghi visibili e invisibili dove i segni della contraddizione vanno conosciuti e interpretati ex novo, lontano dalle abbaglianti locations del potere e dai suoi giullari di destra e sinistra, così simili tra loro.<span id="_marker">  </p>
<p><em>[pubblicato su &#8220;Lo straniero&#8221;, N. 126-127, dicembre-gennaio 2010/11]</em></span></p>
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		<title>In tutta evidenza. Sakineh ci &#8220;riguarda&#8221; davvero?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 10:13:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Sakineh-Mohammadi-Ashtiani.jpg_415368877.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36578" title="Sakineh-Mohammadi-Ashtiani.jpg_415368877" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Sakineh-Mohammadi-Ashtiani.jpg_415368877-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Poche cose appaiono alla nostra coscienza più ripugnanti della pratica della lapidazione, con quella brutalità che istituzionalizza e legittima la violenza di una comunità verso un capro espiatorio, eletto in quanto debole e diverso, e lo fa con modalità che ci viene spontaneo chiamare “barbare”, ovvero totalmente, radicalmente “altre”, un’irruzione  di una pre-umanità che vorremmo dimenticare, e che invece si ripresenta nella sua ferocia, installata al cuore dell’umano. E’ una ripugnanza universale, e in queste settimane si moltiplicano gli appelli, di intellettuali e di persone comuni, comprese intere squadre di calcio: e in rete, che in questo è uno specchio degli umori della società, il nome di Sakineh ha riempito le pagine dei social network. <span id="more-36577"></span>L’articolo di Giuliana Sgrena sul <em>manifesto </em>è sottoscrivibile non una ma mille volte. L’orrore per una lapidazione è totale, prende alla gola (e basta andare su qualche video che gira su youtube per sentirlo fisicamente, quell’orrore).  Insomma c’è un’evidenza assoluta, in questa vicenda.  Ecco, è questa evidenza che si tratterebbe di interrogare, questa unanimità di prese di posizione. E chiedersi se sono davvero prese di posizione. Mi spiego. L’etica implica una scelta tra differenti opzioni, e scegliere, prendere posizione, significa partecipare della scelta fino in fondo, fino alle conseguenze che quella scelta ha in serbo per noi. La scelta ci deve riguardare:  deve essere a portata di sguardo, ovvero avere a che fare con noi, implicare scelte di vita “nostre”, che si attivino nella nostra quotidianità. Altrimenti non è che una paradossale espressione di indifferenza. Nell’unanime coro per Sakineh mi pare invece non ci sia scelta: la scelta, qui, è già fatta. E’ la posizione che “si” prende da sé: per chi aderisce è sufficiente una generica enunciazione contro la barbarie, e il gioco è fatto, e l’approvazione sociale ottenuta. E’ un bel gesto a buon mercato, facile facile, che non implica nulla che ci riguardi direttamente, visto che stiamo parlando di un mondo “totalmente altro”. Ci si scaglia contro una ferocia che non ci riguarda, e dunque questa scelta non ci impone di riconsiderare la “nostra” vita per scorgerne gli aspetti feroci e barbari installati in essa. In questo senso rischia di diventare una scelta consolatoria, deresponsabilizzante (attenzione, ribadisco che non sto dicendo che è una scelta sbagliata, tutt’altro, è ovviamente – evidentemente &#8211; necessaria: propongo di considerare l’ambiguità inscritta in questa necessità, in questa evidenza). Questo aspetto della questione si intreccia poi con l’altro aspetto, quello più propriamente politico: ovvero, la sovraesposizione di questo caso rispetto ad altri, la sua iper-mediatizzazione. Come sempre avviene, le ostilità contro il Nemico globale vengono aperte, nella nostra era, da questioni umanitarie. E allora, l’Iran (che con la sua odiosa casta “clericofascista” si offre certo facilmente all’avversione: ma come dicono gli intellettuali come Akbar Ganji, che scontano il dissenso sulla propria pelle, non è l’irruzione violenta dell’Occidente che può far migliorare le cose – come si è visto in Iraq). Lo stesso trattamento non viene però  riservato ad esempio nei confronti dell’Arabia Saudita, alleato da tener buono, che prevede e pratica la lapidazione come pena per le adultere. Insomma, continuare a lottare per la salvezza di Sakineh è necessario, e si tratta di farlo con tutti i mezzi, fino in fondo. Dopodiché vorrei che chi si è speso per lei, per esempio un’intera squadra di calcio, come passo successivo e consequenziale prendesse posizione anche su una serie di fatti che ci riguardano direttamente, come per esempio su tutte le Sakineh rinchiuse nei Cie in attesa di essere deportate e magari mandate a morire nel deserto, in violazione dei più elementari diritti umani.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em>, 09/09/2010)</em></p>
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		<title>Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 04:58:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Amore criminale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese In millecinquecento battute ieri su Repubblica Enrico Deaglio ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i media avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro dibattito politico. In realtà, sia l&#8217;informazione che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>. In realtà, sia l&#8217;informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di <em>cancellare</em> dalle nostre menti (o rendere <em>irrilevanti</em>) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe. </p>
<p>In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l&#8217;opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?<br />
<span id="more-19488"></span><br />
Ieri, con il titolo “Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda”, appariva a pagina 8 di <em>Repubblica</em> l&#8217;articolo di Deaglio che, al suo interno, conteneva il brano cruciale. Mi sono preso la briga di ricopiarlo e di metterlo in rete, favorendo quanto possibile una ridondanza dell&#8217;informazione. </p>
<p>Un intervento simile, infatti, non ha solo il pregio di trattare notizie scomode, come quelle che sta affrontando <em>Repubblica</em> in questi giorni sul “patto” tra Cosa Nostra e Stato (1992-1994). Ma realizza anche quella indispensabile sintesi, che offre la possibilità di pervenire a un giudizio e a una deliberazione. Quella sintesi e <em>visione d&#8217;insieme</em> degli avvenimenti che l&#8217;intero sistema dell&#8217;informazione quotidianamente cancella, per calcolo politico (propaganda) o insipienza professionale (irresponsabilità). </p>
<p>Chiunque, in qualsiasi paese cosiddetto “civile”, avanzasse tali questioni in un ambito pubblico, tramite un quotidiano di importanza nazionale, dovrebbe scatenare un dibattito politico acceso e ad ampio raggio. Questi dovrebbero essere temi di cui discutere per mesi, dentro e fuori il parlamento. Ma in realtà dovremmo dire, questi sono i temi di cui si dovrebbe discutere <em>da anni</em>. E invece magicamente, appena essi emergono, spariscono poi con grandissima velocità dalle scene. Uomini di governo, uomini dell&#8217;opposizione, giornalisti, opinionisti, tutti riusciranno immediatamente a frantumare lo scenario, per agitare ognuno un suo frammento avulso, o per semplicemente far calare un altro paesaggio, più rassicurante o semplicemente più slegato dalla realtà politica e dalle sue responsabilità.</p>
<p>Da <em>Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda</em> di <strong>Enrico Deaglio</strong> [<em>La Repubblica</em>, 23 luglio 2009, p. 8]</p>
<p>&#8220;1) Cosa Nostra siciliana negli anni &#8217;70 è protagonista del più grande successo capitalistico italiano. Praticamente monopolista del mercato americano dell&#8217;eroina, la sua finanza invade l&#8217;economia italiana. 2) Per decenni protetta da Giulio Andreotti, subisce un pesante smacco dalla legge Rognoni La Torre (1982) che prevede la confisca dei suoi beni e, subito dopo dalle indagini del giudice Giovanni Falcone che trova in Tommaso Buscetta l&#8217;uomo che gli spiega tutto. 3) La Sicilia è il maggiore destinatario della spesa pubblica italiana. Le principali aziende del nord stringono patti diretti con Cosa Nostra per ottenere appalti.<br />
E, per quello che ho capito, andando nei particolari, Raul Gardini (1986) entra ufficialmente in borsa con la Calcestruzzi Spa al 50 per cento con la famiglia Buscemi di Palermo, emissaria di Riina. Silvio Berlusconi (anni 80-90) viene finanziato da Cosa Nostra nella costruzione delle sue televisioni e nel 1994, nella funestra prospettiva di un governo di sinistra in Italia, viene convinto da Cosa Nostra a metterci la faccia; la Confindustrai siciliana (inizio anni 90) firma un patto con Cosa Nostra per aggiudicarsi gli appalti miliardari della Sicilia, versando “un&#8217;addizionale Riina” di appena lo 0,80 per cento e si giunge al punto che al suo massimo esponente nell&#8217;isola viene scortato da uomini di Cosa Nostra. Il Pds (allora si chiamava così) è abbastanza afono, anche perché le cooperative di Ravenna che si aggiudicano, tramite la Calcestruzzi di Gardini, buoni lavori in Sicilia, lo finanziano.&#8221;</p>
<p>*</p>
<p>Ieri sera, dopo mesi che non vedevo la televisione, ho assistito a un inquietante programma di Rai Tre, una docu-fiction intitolata <em>Amore criminale</em>. Il programma era dedicato alla vicenda reale di una giovane donna perseguitata e infine assassinata dal suo marito tossico e violento. Alternava commenti della conduttrice, interviste dei genitori della vittima e degli avvocati, e ricostruzioni con attori e scenari verosimili. Mi chiedo come sia possibile che trasmissioni del genere siano trasmesse da una TV pubblica, da quella TV che dovrebbe dar voce ai giornalisti meno cinici e opportunisti, meno proni alle esigenze propagandistiche del governo. Mi chiedo come delle persone adeguatamente pagate possano lavorare per produrre qualcosa di così profondamente guasto, storto. Se un programma così è possibile, allora l&#8217;intera corporazione giornalistica vive in un regime d&#8217;irresponsabilità quasi totale. </p>
<p><em>Amore criminale</em> è un programma disgustoso non solo perché, banalmente, crea spettacolo a partire da un fatto di cronaca, mettendo in scena il sangue, la morte, il dolore, la ferocia, nella loro forma più bruta. Non solo perché le sue ricostruzioni infettano la comprensione della realtà, diffondendo ad ogni passo stereotipi del tutto irreali (lo stereotipo del tossico, del violento, della donna martire, ecc.). Non solo perché, in modo razzistico, mette i sottotitoli in italiano ai monologhi dei genitori reali della vittima, due persone senza istruzione, che parlano un italiano scorretto e con inserti dialettali, ma perfettamente comprensibile. Non solo perché mette in scena avvocati e pubblici ministeri e carabinieri che entrano completamente nelle forme del racconto così come è richiesto dal tipo di trasmissione, tutto incentrato sugli effetti emotivi e su una psicologia d&#8217;accatto. La cosa peggiore è ciò che <em>lateralmente</em> emerge dalla storia narrata, qualcosa che non è minimamente tematizzato dagli autori del documentario né dai testimoni reali della vicenda. Il fatto scandaloso che affiora – per sbaglio – dalla docu-fiction è che, in Italia, una donna, nonostante abbia denunciato il marito per lesioni, con tanto di espliciti referti medici, non riceve alcuna efficace protezione nei confronti del marito aggressore. Ciò che emerge e riempie d&#8217;indignazione è il fatto che risulti del tutto normale che un uomo possa continuare a minacciare e terrorizzare una donna, dopo essere stato da questa denunciato per un&#8217;aggressione violentissima e documentata presso i carabinieri. Ciò che dunque si ricava dalla docu-fiction è che, in un paese che non fa altro che cianciare dalla mattina alla sera di “sicurezza”, una donna massacrata di botte dal proprio marito sia dalle istituzioni in piena conoscenza di causa lasciata indifesa di fronte al suo aggressore, fino al tremendo epilogo dell&#8217;assassinio. E di questa notizia, che è l&#8217;unica notizia importante che avrebbe rilevanza pubblica, il docu-fiction non dice nulla, e neppure nessuno dei testimoni reali invitati a parlare, carabinieri e magistrati compresi. Questa trasmissione esemplifica la piena ignoranza, inconsapevolezza, e inciviltà del nostro paese, e in particolare del nostro sistema giornalistico.</p>
<p>È grazie anche al giornalismo dei docu-fiction come <em>Amori criminali</em>, che l&#8217;opinione pubblica è sollecitata ad una quotidiana <em>amnesia</em>, ed è grazie a questa amnesia sempre rinnovata, che &#8211; come diceva Deaglio &#8211; la classe politica può cancellare dall&#8217;agenda i capitoli più scandalosi e oscuri in cui è stata coinvolta, o di cui, comunque, dovrebbe occuparsi.</p>
<p>Che sia poi ancora una volta un&#8217;inchiesta giudiziaria a sollecitare il mondo politico, e a mostrare la sua inadeguatezza (l&#8217;inchiesta della Procura di Palermo dei pm Di Matteo e Ingroia sulla “trattativa”  tra Cosa nostra e lo Stato) non può sorprendere. Ha scritto lo storico del Mezzogiorno <strong>Salvatore Lupo</strong>:</p>
<p>“la contaminazione tra piano politico e piano giudiziario non deriva da manovre, né da strumentalizzazioni, né da particolari scelte interpretative di alcuno, ma dalla stessa evoluzione dei fatti: è stata la politica a spostarsi al di fuori ovvero al di sotto di se stessa, nella sfera d&#8217;azione della magistratura penale, in una situazione in cui l&#8217;illegalità (affaristica, terroristica, mafiosa) non è stata solo uno strumento del potere, quanto uno dei campi di esercizio del potere stesso. La nostra non è tanto (non è solo) una nazione più corrotta di altre, o più corrotta di quanto fosse prima – in età liberale, ad esempio; è una nazione nella quale alcune delle transazioni e degli avvenimenti fondamentali della vita collettiva si sono realizzati nell&#8217;illegalità e nella segretezza, in stanze sotterranee che indubitabilmente sono qui di vastità inusitata rispetto ad altre situazioni e ad altri tempi.” [da <em>Andreotti, la mafia, la storia d&#8217;Italia</em>, Roma, Donzelli, 1996, p. 26.]</p>
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