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	<title>mercato editoriale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’editoria fra cartaceo e digitale: i numeri e le ragioni di una crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 12:28:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gino Roncaglia Venerdì scorso, nella sala monumentale della Biblioteca Casanatense di Roma, Gian Arturo Ferrari – Presidente del Centro per il libro e la lettura – ha presentato i dati del rapporto L’Italia dei libri realizzato da Nielsen Company e relativo al periodo ottobre 2010-dicembre 2011. Una sintesi dei risultati del rapporto è disponibile qui, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><a title="Gino Roncaglia" href="http://www.lingue.unitus.it/docenti/paginadocente.php?idDoc=46" target="_blank">Gino Roncaglia</a></em></p>
<p>Venerdì scorso, nella sala monumentale della Biblioteca Casanatense di Roma, Gian Arturo Ferrari – Presidente del Centro per il libro e la lettura – ha presentato i dati del rapporto <strong>L’Italia dei libri</strong> realizzato da Nielsen Company e relativo al periodo ottobre 2010-dicembre 2011. Una sintesi dei risultati del rapporto è disponibile <a title="sintesi" href="http://www.cepell.it/centrolibro/risorse/documenti/1332513141205I_L_Sintesi.doc" target="_blank">qui</a>, mentre <a title="slide" href="http://www.cepell.it/centrolibro/risorse/documenti/1332511271080I_L_Slide.pdf" target="_blank">queste</a> sono le slide utilizzate nella presentazione.</p>
<p>Il rapporto, basato sulle risposte di un panel di 9.000 famiglie e relativo alla fascia di età ‘over 14’, fornisce un quadro di grande interesse sulle abitudini di lettura e sull’andamento del mercato librario nel nostro paese. <span id="more-42041"></span> Trattandosi della prima indagine di questo tipo, un confronto diretto con altri dati non è facile. Il dato generale sul numero degli acquirenti (44%) e di lettori (49%) di almeno un libro all’anno è ragionevolmente coerente rispetto ai dati Istat, e conferma una tendenza di lungo periodo all’aumento della lettura, che – assai accelerata nel periodo 1960-1990 (nel 1965 i lettori di almeno un libro l’anno erano per l’Istat poco più del 16%) – sembra tuttavia rallentare nel periodo successivo, e in particolare negli ultimi quindici anni (dati più dettagliati sono forniti e discussi da Giovanni Solimine in un prezioso libretto pubblicato nell’ottobre 2010 da Laterza, <em><a title="L'Italia che legge" href="http://www.laterza.it/index.php?Itemid=103&amp;catid=35:universita&amp;id=275:litalia-che-non-legge&amp;option=com_content&amp;view=article" target="_blank">L’Italia che legge</a></em>). Il nostro paese, gravato nel primo secolo di vita da un forte ritardo nell’alfabetizzazione di base, ha dunque fatto nella seconda metà del XX° secolo enormi passi avanti, ma non sembra in grado di mantenere un tasso di crescita che consenta di colmare sul breve o medio periodo il gap rispetto ai paesi dell’Europa centrale e settentrionale (che viaggiano su cifre di una ventina di punti superiori alle nostre).</p>
<p>Conferme vengono dal rapporto anche rispetto ad altri dati che in linea di massima erano già noti: lo scarto di circa 10 punti percentuali fra lettrici e lettori (le donne leggono più degli uomini), la maggiore propensione alla lettura delle giovani generazioni rispetto alle fasce più anziane della popolazione, il forte scarto fra un piccolo nucleo di lettori forti e fortissimi (più di un libro al mese) e un largo numero di lettori deboli, con il 5% della popolazione che assorbe il 41% dei libri venduti. Enorme è la dipendenza della propensione alla lettura dal grado di istruzione: la percentuale dei lettori è tre volte più alta fra i laureati che fra chi ha solo la licenza elementare.</p>
<p style="text-align: center;"> <img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-42043" title="Acquirenti" alt="Acquirenti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image00.png" width="733" height="410" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image00.png 814w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image00-300x168.png 300w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></p>
<p>I dati meno prevedibili (pur se già bene avvertiti dagli operatori del settore), e quelli che hanno suscitato maggiori reazioni, sono tuttavia altri. In particolare, il vero e proprio tracollo delle vendite registrato fra il quarto trimestre 2010 e il quarto trimestre 2011. È su questi dati che vorrei proporre qualche commento. Con una indispensabile premessa: una indagine statistica come quella promossa dal Centro per il libro e la lettura offre dei dati, ma di per sé non ne suggerisce spiegazioni o interpretazioni. Cercare di spiegare quei dati, al fine di individuare strategie e politiche che possano aiutare a correggere le linee di tendenza che ci sembrano preoccupanti o negative, è compito nostro: degli operatori del settore, e in generale dell’opinione pubblica sensibile all’importanza della cultura, della lettura e del libro per la crescita del paese. L’analisi che proporrò è dunque un tentativo di interpretazione, che si basa sui dati che abbiamo a disposizione, ma che non è necessariamente l’unica possibile.</p>
<p>Partiamo dunque dai dati: il rapporto Nielsen ci dice tra il quarto quadrimestre 2010 e il quarto quadrimestre 2011 il numero di acquirenti di almeno un libro è diminuito del 10%, il numero di lettori di almeno un libro è diminuito del 6%. Ma ancor maggiore è la diminuzione per quanto riguarda i lettori forti (dai quali, come abbiamo visto, l’economia del libro dipende in maniera essenziale): meno 20% negli acquisti, meno 18% nella lettura. A queste tendenze si affianca quella all’acquisto di libri più economici (il prezzo medio dei libri acquistati scende anch’esso fra il quarto trimestre 2010 e il quarto trimestre 2011). L’insieme di questi fattori porta a una diminuzione complessiva del 20% nella spesa per l’acquisto di libri. Un calo che per il settore è catastrofico (molto spesso i margini che garantiscono la sostenibilità economica di editori e librerie sono ben più bassi del 10%).</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-42045" title="Alto acquirenti" alt="Alto acquirenti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01.png" width="649" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01.png 721w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01-300x207.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /></p>
<p>Cosa spiega – nello spazio di un solo anno – un calo così accentuato? Indubbiamente pesa anche la crisi economica, ma la diffusa tendenza ad attribuire il calo unicamente o prevalentemente al peso della crisi è a mio avviso una semplificazione assai poco convincente. La crisi, infatti, si è manifestata ben prima del 2011: non dimentichiamo che il calo ad oggi di gran lunga più grave del PIL italiano – ben più grave della variazione del quarto trimestre 2011, pari al -0,7% (e ancor più di quella relativa all’intero 2011, che ha comunque visto il PIL – pur se di poco – in terreno positivo) – si è avuto nel 2009, con un crollo del 5,1% (il peggior dato dal 1980, quando l’Istat iniziò a misurare in maniera uniforme la serie storica). Ebbene, nel 2009, nonostante la generalizzata percezione della gravità della crisi economica, il mercato del libro non ha dimostrato alcun calo, cosa che aveva portato diversi operatori del settore – ad esempio Stefano Sardo nell’intervista che trovate <a title="Stefano Sardo" href="http://www.ibuk.it/irj/go/km/docs/documents/PortaleIBUK/notizie/librometro/venduto/sardo.html" target="_blank">qui</a>, o lo stesso Presidente dell’AIE Marco Polillo, nell’intervento alla conferenza stampa di presentazione del Salone del Libro di Torino del 2010 che trovate riassunto <a title="Marco Polillo" href="http://www.pagina.to.it/index.php?method=section&amp;action=zoom&amp;id=5872" target="_blank">qui</a> – a ricordare il carattere anticiclico che ha sempre caratterizzato i settori del libro e dell’editoria. Ancora nel maggio 2011 Daniele Tinelli, direttore generale del gruppo Giunti, considerava in <a title="Daniele Tinelli" href="http://www.businesspeople.it/People/Protagonisti/Condannati-a-crescere_19848/Condannati-a-crescere-il-caso-Giunti-editore_19847" target="_blank">questa intervista</a> il carattere anticiclico del libro come una spiegazione della sostanziale tenuta del mercato trade.</p>
<p>Certo, gli effetti della crisi sono cumulativi e di lungo periodo. Ma è possibile che i lettori italiani si siano accorti improvvisamente, tutti insieme, della crisi economica proprio nell’ultimo trimestre del 2011, dopo averla ignorata nei tre anni precedenti, incluso il catastrofico 2009? E per quale motivo il libro sembra aver perso in pochi mesi quel carattere anticiclico che pure aveva mostrato di possedere in passato?</p>
<p>Premesso che – come argomenterò in seguito – non credo che questa sia né l’unica né la principale causa del calo nelle vendite, va detto che una curiosa e credo significativa coincidenza cronologica c’è: dal 1° settembre 2011 è infatti in vigore la Legge Levi, che impone un tetto agli sconti librari.</p>
<p>Ho già sostenuto altrove – prima in <a title="Legge Levi" href="http://dl.dropbox.com/u/3075864/leggelevi.doc" target="_blank">questo documento</a>, disponibile sul sito creato dall’<a title="Forum del Libro" href="http://www.forumdellibro.org/" target="_blank">Associazione Forum del Libro</a> per la redazione collaborativa di una legge di iniziativa popolare sulla promozione del libro e della lettura, e poi in un articolo apparso sul n. 3-4/2001 di <em>Libri e riviste d’Italia</em> (dovrebbe essere disponibile <a title="Libri e riviste d'Italia" href="http://www.cepell.it/WebDoc/" target="_blank">qui</a>, ma al momento il sito risulta non attivo) – che l’introduzione di una legge di questo tipo, forse sensata anni fa, quando legislazioni orientate alla limitazione degli sconti sono state introdotte in altri paesi europei, nella situazione attuale rischiava di risultare fortemente controproducente proprio per i soggetti che la legge si proponeva di tutelare: piccola e media editoria e librerie indipendenti. Purtroppo questa previsione sembra essere stata pienamente confermata. Non ripeterò qui tutte le argomentazioni già svolte in quelle sedi: mi limiterò a riassumere quella più rilevante per il nostro discorso.</p>
<p>Il carattere anticiclico del libro, come di molti altri beni, non è un dato di natura: è fortemente legato alla percezione che del valore e delle caratteristiche di quel bene hanno i consumatori. Ebbene, il messaggio che i lettori hanno percepito (indipendentemente dalle stesse previsioni di legge, che lasciavano comunque agli sconti tetti più alti di quelli presenti in altri paesi) è “non ci sono più sconti sui libri”. Questa percezione si trasforma facilmente – e poco importa che questo passaggio sia in realtà fallace – nell’impressione che con l’introduzione della legge i libri siano più cari. Le campagne di vendita iperscontate che hanno preceduto in rete e in molte librerie l’introduzione della legge hanno rafforzato questa percezione.</p>
<p>L’errore di strategia non poteva essere peggiore: proprio in un momento di crisi, in cui sarebbe stato essenziale rafforzare la percezione del carattere anticiclico del libro, si è data invece l’impressione di un giro di vite sui prezzi.</p>
<p>Si obietterà che solo una piccola percentuale di lettori era effettivamente a conoscenza dell’introduzione della legge Levi, e che il suo effetto non può essere stato così rilevante. Bisogna considerare, però, che a) come abbiamo visto, il nostro mercato editoriale dipende in maniera strettissima dai lettori forti. E ricordiamoci che fra i lettori forti il calo delle vendite è stato il doppio di quanto avvenuto fra gli altri lettori. Ora, i lettori forti sono esattamente quel 5% della popolazione che frequenta abitualmente le librerie, è ragionevolmente informato, e che probabilmente – per quanto distorta – una qualche percezione dell’introduzione della legge Levi l’ha avuta, se non altro per le campagne di vendita che l’hanno preceduta, all’insegna dello slogan “comprate adesso, perché fra pochi giorni i libri non saranno più scontati, e dunque costeranno di più…”; b) limitando gli sconti, la Legge Levi non ha effetti solo sul lettore che sa della sua esistenza: influenza anche il modo in cui il libro è presentato da chi lo vende. Supponiamo di avere da una parte il libro A, con un prezzo di copertina di 20 euro, che però il venditore propone con avvisi, banner, fascette che segnalano uno sconto del 40% portando il prezzo a 12 euro. E supponiamo di avere dall’altra parte il libro B, con un prezzo di copertina di 14 euro che uno sconto percentualmente inferiore (e dunque più difficile da enfatizzare) porta anch’esso a 12 euro. Di fatto, i due libri costano entrambi 12 euro. Ma nel primo caso il potenziale acquirente ha l’impressione – per quanto fallace essa possa essere – che il libro avesse originariamente un valore molto più alto, e che lo sconto possa quindi trasformare l’acquisto in un “affare”. Questa percezione manca di fronte al libro B. Una percezione analoga è indotta dalla presenza dello stesso libro con prezzi diversi su canali diversi: il fatto di trovare un libro con uno sconto maggiore su un canale di vendita (ad esempio, on-line) anziché su un altro avvantaggia certo slealmente quel canale di vendita danneggiando l’altro (spesso, le librerie indipendenti), ma facilita il passaggio dall’interesse all’acquisto, e dunque la vendita del libro. Oggi, il lettore si trova solo davanti a libri B: è orfano della sensazione che comprando quel libro a quel prezzo “fa un affare” (percezione che aiuta le vendite in particolare in una situazione di crisi economica). Anziché comprare di più nelle librerie indipendenti, compra semplicemente di meno. Non a caso, un risultato collaterale del tetto agli sconti è stato quello di esacerbare il meccanismo ‘Newton Compton’: per far percepire al lettore di aver fatto un buon affare, non avendo a disposizione la valvola degli sconti, si ricorre sempre più spesso a prezzi di copertina aggressivi, molto visibili ed esageratamente bassi, con il contrappasso spesso rappresentato dalla bassa qualità dei contenuti e del prodotto editoriale.</p>
<p>Non voglio affatto sostenere che l’applicazione ai libri di questi meccanismi psicologici – che siamo abituati a collegare ad altri settori merceologici culturalmente meno ‘nobili’ – sia positiva o desiderabile: sicuramente non lo è. Né voglio sostenere che la guerra degli sconti fosse di per sé desiderabile: indubbiamente favoriva le grandi catene e la vendita in rete rispetto alle librerie indipendenti. Mi limito a rilevare che in un momento di forte crisi economica, quando si sarebbe dovuta semmai sottolineare la capacità del libro di assicurare una soddisfazione protratta in cambio di una spesa relativamente bassa, si è invece finito per far percepire il libro come un bene costoso (o almeno, più costoso di quanto potrebbe essere, e più costoso di quanto era in passato). Non è vero, ma tant’è. Nel frattempo, il problema della sovrapproduzione editoriale – già presente in forma di ‘bolla libraria’ prima del crollo delle vendite – si è ulteriormente aggravato per l’impossibilità di usare se non in modo limitato la valvola degli sconti. L’impressione è che in questa situazione parecchi editori si libererebbero oggi volentieri della legge che hanno (quasi) unanimemente chiesto pochi mesi fa, se non ci fosse a trattenerli la forte dipendenza che attraverso il meccanismo delle rese lega il nostro sistema editoriale alla salute delle librerie fisiche, e l’idea – tanto diffusa quanto fallace – che la legge Levi rappresenti di per sé una difesa efficace dei canali di vendita trade più a rischio (a cominciare dalle librerie indipendenti).</p>
<p>Ho detto però che di non credere che il mix crisi economica – legge Levi sia la causa unica o principale del crollo delle vendite rilevato dal rapporto Nielsen. Credo sia una concausa, che contribuisce a spiegare alcune caratteristiche di questo crollo (inclusa, almeno in parte, la sua così precisa collocazione cronologica) ma non basta a spiegarne né l’apparente protrarsi, senza alcuna attenuazione, nei primi mesi del 2012 (evidente dai dati di molti operatori del settore) né la sua sostanziale coincidenza con analoghi fenomeni riscontrabili in altri mercati internazionali.</p>
<p>Va dunque considerata, credo, anche l’altra possibile (e plausibile) spiegazione della crisi nelle vendite, quella che lega la diminuzione delle vendite dei libri all’aumento del consumo di informazioni in formato digitale. Una spiegazione che dal punto di vista degli operatori di mercato risulta in un certo senso più preoccupante, perché strutturale e non congiunturale. Ma che potrebbe essere meno preoccupante dal punto di vista di chi guarda alla promozione della lettura… a condizione (non scontata) che l’informazione fruita attraverso le nuove piattaforme digitali sia qualitativamente paragonabile a quella che era tradizionalmente legata alla forma-libro.</p>
<p>Si è detto spesso – a ragione – che media diversi non sono necessariamente concorrenziali. Sappiamo che i lettori forti hanno in genere una dieta mediatica ricca e variata. Tuttavia occorre considerare anche le situazioni d’uso dei diversi media. Così, ad esempio, libro, televisione e cinema sono caratterizzati da situazioni di fruizione assai diverse. Il libro è leggero e facilmente trasportabile, televisione e cinema non lo sono. Posso portare un libro con me non posso farlo con televisione e cinema. Per questo una qualche concorrenza fra questi tre media può esserci nell’impiego del tempo, ma non a livello di situazioni d’uso.</p>
<p>Il nuovo ecosistema digitale offre però strumenti di accesso alle informazioni digitali e di rete fortemente mimetici rispetto al libro. Uno smartphone di ultima generazione o un iPad sono portatili come un libro, e si usano in molte situazioni in cui potremmo altrimenti leggere un libro. Questo può effettivamente creare una concorrenzialità fra lettura di libri e uso di altri contenuti digitali attraverso strumenti portatili. Credo che la diffusione di tablet e smartphone di ultima generazione possa effettivamente rappresentare una concausa rilevante della flessione che il mercato del libro ha conosciuto negli ultimi mesi.</p>
<p>Questa situazione sposta all’interno dei dispositivi portatili, e all’interno delle loro situazioni di fruizione, la ‘battaglia dei contenuti’ che la forma-libro deve affrontare. Perché sui dispositivi portatili si continuino a leggere libri (tradizionali o arricchiti), occorre riuscire a rendere molto più visibile, innovativo e concorrenziale il mercato degli e-book. Credo sia significativo osservare che, mentre il calo nelle vendite dei libri fisici – magari senza i picchi così concentrati che hanno caratterizzato la situazione italiana degli ultimi mesi – sta investendo in maniera diffusa tutte le principali economie industrializzate, nei paesi in cui il mercato e-book ha cominciato a svilupparsi in maniera più solida e con un’offerta più vasta e differenziata (principalmente negli Stati Uniti) la vendita di e-book – pur nell’ambito di un deciso mutamento nelle caratteristiche generali del mercato – sembra in grado di compensare il calo del cartaceo. Ma dove il mercato e-book è meno sviluppato, la perdita di lettori su carta non è compensata dall’aumento di lettori di libri elettronici. In altre parole: trovandosi davanti a un tablet come l’iPad, per il quale i libri elettronici disponibili in italiano sono ancora relativamente pochi, poco visibili, poco pubblicizzati e non necessariamente facili da acquistare e usare, l’utente si orienterà verso altre tipologie di contenuti digitali. Gli editori devono abituarsi ad affrontare la concorrenza fra libro e altri contenuti digitali all’interno dei dispositivi di lettura, e per ora non sembrano affatto attrezzati a farlo.</p>
<p>Soffermiamoci per un momento proprio sugli e-book. Il rapporto Nielsen fornisce al riguardo dati sorprendenti, che forse – nel concentrarsi dell’attenzione sul dato certo più eclatante della crisi delle vendite – non sono stati adeguatamente messi in risalto.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-42046" title="Carta / Ebook" alt="Carta / Ebook" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02.png" width="671" height="469" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02.png 746w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" /></p>
<p>Innanzitutto, la percentuale di lettori che hanno acquistato almeno un e-book nel corso del 2011 è dell’1,1%. E’ una percentuale che suggerisce, già a livello di vendite, una penetrazione dell’e-book circa doppia rispetto a quella stimata finora per il 2011 dalla maggior parte degli osservatori (attorno allo 0,5%; <a title="Libri digitali" href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cultura/2011/10/11/pop_mercato-libri-digitali.shtml" target="_blank">qui</a> un esempio). Certo i dati non sono immediatamente confrontabili, perché da un lato si misura il numero dei lettori che hanno acquistato e-book, dall’altro la quota di mercato. Ma i dati disponibili relativamente a paesi in cui la penetrazione degli e-book è più alta che da noi suggeriscono che chi legge e-book tende, con il passaggio alla lettura digitale, ad aumentare e non a diminuire il numero di titoli acquistati, lasciando stabile o semmai aumentando la spesa complessiva. Dunque il dato fornito dalla ricerca commissionata dal Centro per il libro è comunque interessante, perché suggerisce che almeno una parte del fenomeno e-book sfugga alle tradizionali analisi di mercato. Come mai?</p>
<p>Una spiegazione almeno parziale di questo fenomeno può essere data da una caratteristica dell’evoluzione del mercato editoriale che merita credo una specifica attenzione: la tendenza a una separazione sempre più chiara fra due editorie radicalmente diverse, o, se preferiamo, due strategie completamente diverse nel rispondere alle sfide del digitale.</p>
<p>La prima editoria è quella tradizionale: una editoria che in Italia è tutto sommato forte (anche, come abbiamo visto, non in buona salute, sia per la già ricordata crisi delle vendite sia per la notevole dipendenza dal sistema del credito e – su un altro versante – dal mercato librario tradizionale), ha una lunga tradizione, marchi riconoscibili, proposte editoriali che almeno fino a qualche anno fa erano in media ragionevolmente interessanti e differenziate. Questa editoria vede nel digitale una forte minaccia; nella maggior parte dei casi ha avviato la distribuzione di contenuti digitali più per sollecitazione esterna che per effettiva convinzione, e lo ha fatto in maniera estremamente cauta (scarsa promozione, scarsa attenzione alla qualità tecnica, scarso investimento in competenze specifiche), nel tentativo di squilibrare il meno possibile il funzionamento tradizionale della filiera e di danneggiare il meno possibile la distribuzione libraria.</p>
<p>La seconda editoria è quella nata nel e grazie al nuovo ecosistema digitale. Una editoria fortemente innovativa, strettamente legata al mondo del social reading e dei social network, che sperimenta strade nuove sia rispetto alla selezione e all’organizzazione dei contenuti (in genere relativamente brevi) sia rispetto ai modelli di prezzo, e fa largo uso di vendite in bundle e di giornate promozionali con prezzi fortemente scontati. Al suo interno sono presenti molte realtà di microeditoria spesso al confine con il self-publishing, accanto a qualche esperimento più strutturato, come <a title="40k books" href="http://www.40kbooks.com/" target="_blank">40K</a> e <a title="Quinta di copertina" href="http://www.quintadicopertina.com/" target="_blank">Quintadicopertina</a>, e a singole collane sperimentali di pochi fra gli editori più affermati.</p>
<p>Se rispetto al mercato editoriale complessivo le quote di questa microeditoria digitale sono davvero minime, rispetto al mercato editoriale digitale – come abbiamo visto, in Italia comunque ancora assai limitato – sono relativamente alte. Si tratta di realtà che probabilmente in molti casi – nonostante l’assenza di spese legate a sedi fisiche, magazzini, tipografia ecc. – non possono essere considerate economicamente autosufficienti o rappresentative di modelli sostenibili sul lungo periodo. Ma si tratta comunque di realtà interessanti, che nello spazio lasciato volontariamente quasi senza presidio dall’editoria tradizionale si sono conquistate un proprio ruolo e una propria visibilità, soprattutto in rete. E’ possibile che le analisi tradizionali sulla diffusione degli e-book abbiano sottostimato il peso di questa ‘seconda editoria’, e che questo contribuisca a spiegare la percentuale certo ancora assai bassa ma sicuramente più alta del previsto di lettori che hanno acquistato e-book nel corso del 2011 (probabilmente senza che a questo acquisto corrispondesse un aumento altrettanto significativo nel valore delle vendite, dato che i modelli di prezzo della ‘seconda editoria’ prevedono in genere prezzi assai più bassi di quelli degli e-book venduti dagli editori tradizionali).</p>
<p>La questione veramente delicata è capire se questa divisione del mercato editoriale digitale – pur nei suoi piccoli numeri – in due realtà fra loro poco o nulla comunicanti non rischi di rappresentare un pericolo per l’evoluzione di un ecosistema digitale maturo. L’editoria digitale ha bisogno insieme di capacità editoriali consolidate e di forti capacità di innovazione: dividere queste competenze in soggetti radicalmente eterogenei, poco capaci di sinergie, potrebbe sul medio periodo costituire un problema notevole, che rischia di indebolire il nuovo ecosistema digitale.</p>
<p>Ma torniamo ai dati relativi alla diffusione degli e-book forniti dal rapporto Nielsen – Centro per il libro. Un dato ancor più sorprendente è quello relativo non già all’acquisto ma alla lettura di e-book: secondo il rapporto, ben il 2,3% dei lettori ha letto un e-book nel corso del 2011. Cosa spiega il salto enorme fra l’1,1% di acquirenti e il 2,3% di lettori? Gian Arturo Ferrari ha indicato, credo a ragione, due cause di questa differenza. Da un lato la forte diffusione di e-book fuori diritti (alcuni dei quali sono peraltro spesso offerti in bundle con i dispositivi di lettura), dall’altro la forte incidenza della pirateria. Pirateria facilitata anziché ostacolata, aggiungerei, dall’uso da parte dei maggiori editori di meccanismi ‘duri’ di protezione dei diritti, inutilmente penalizzanti nei confronti dell’utente senza essere veramente efficaci. Se l’e-book pirata è non solo più economico ma anche più comodo da usare di quello legale, il pericolo che la pirateria metta fortemente a rischio la sostenibilità del lavoro editoriale si trasforma in certezza.</p>
<p>Incapace di creare strati di servizio che rendano gli e-book legali più appetibili di quelli pirata, impegnata più a rallentare che a gestire il passaggio al digitale, ostacolata da una crisi che riduce le risorse utilizzabili per lavorare in maniera innovativa nel nuovo ecosistema, poco lucida nelle scelte dei meccanismi di protezione, l’editoria sembra caduta nella più tipica delle ‘self-fulfilling prophecy’: il digitale, guardato come un pericolo, si trasforma effettivamente in un pericolo; gli errori commessi negli anni ’90 dal mercato discografico nel suo incontro con il digitale, evocati con terrore, vengono poi di fatto pedissequamente ripetuti.</p>
<p>La differenza fra e-book acquistati ed e-book letti è dunque un pessimo segnale per l’editoria: il massiccio ricorso agli e-book fuori diritto non corrisponde a una prodigiosa riscoperta dei classici, ma piuttosto alla povertà che continua a caratterizzare l’offerta digitale ‘mainstream’ (la percentuale di libri in commercio disponibile in formato e-book si aggira intorno al 2%) e alla progressiva espansione della distribuzione pirata, facilitata dagli errori di quella legale. A mitigare solo in parte queste poco confortanti considerazioni sono forse altri due fattori che credo vadano aggiunti ai due indicati da Gian Arturo Ferrari: da un lato, la novità rappresentata dai dispositivi di lettura elettronici determina probabilmente una situazione in cui in una famiglia difficilmente è presente più di un e-reader. In molti casi, il nuovo dispositivo e i titoli che vi si trovano saranno dunque usati da più persone. Dall’altro, la novità rappresentata dall’offerta digitale ha spinto molti fra gli editori che si sono affacciati su questo terreno a offrire gratuitamente alcuni titoli d’assaggio. Non tutti gli e-book gratuiti sono dunque necessariamente fuori diritti: molti possono essere stati offerti gratuitamente per una precisa strategia promozionale.</p>
<p>L’insieme delle considerazioni fin qui svolte suggerisce che, in una situazione di profonda crisi del mercato editoriale, la promozione del libro e della lettura richieda da un lato azioni trasversali capaci di interessare sia il mercato editoriale tradizionale sia quello digitale, dall’altro azioni mirate su ciascuno di questi due mercati. Trasversalmente occorre restituire al libro, alla lettura e ai lettori quel riconoscimento sociale che si è negli ultimi anni fortemente indebolito, con iniziative mirate soprattutto al mondo della scuola. Il nostro sistema educativo sembra costituzionalmente incapace di far percepire il piacere della lettura, e finisce per trasformarla in un obbligo; iniziative come la settimana della lettura <a title="Roberto Casati" href="http://shadowes.org/24/?p=695" target="_blank">proposta da Roberto Casati</a> potrebbero aiutare a cambiare questa situazione. L’esistenza di biblioteche scolastiche funzionanti, concepite non come semplici punti di distribuzione di oggetti fisici ma come sede e strumento di vere e proprie campagne di information literacy, di alfabetizzazione e aggiornamento informativo, capaci di coinvolgere insegnanti e studenti, di frequentare i diversi canali comunicativi e di parlare i diversi linguaggi delle giovani generazioni, non può più essere un lusso limitato a poche scuole privilegiate: deve trasformarsi in una realtà diffusa, risultato di un investimento specifico di energie e di risorse. Così come lo deve essere il funzionamento del sistema bibliotecario nel suo insieme (il 16% dei libri letti, ci dice il rapporto Nielsen, sono presi in prestito dalla biblioteca: un dato che conferma la centralità delle biblioteche come presidio del libro e della lettura in un periodo di crisi).</p>
<p>Ma servono anche iniziative specifiche e differenti indirizzate al mercato dell’editoria su carta (che non scomparirà in pochi anni, e che nel breve e medio periodo conserverà un’importante funzione di produzione e diffusione della cultura, ma che conoscerà difficoltà crescenti e probabilmente ristrutturazioni radicali e dolorose) e a quello del digitale. Nel primo campo, serviranno iniziative che vadano in una direzione ben diversa da quella della Legge Levi: occorre tornare a far percepire il carattere anticiclico del libro, ad esempio attraverso una settimana della lettura fortemente pubblicizzata a livello nazionale e durante la quale il limite agli sconti sia eliminato su tutti i canali di vendita. Occorre aumentare la presenza del libro in televisione (i libri presentati da Fazio conoscono un immediato picco delle vendite; non sarebbe il caso di promuovere presentazioni di libri anche all’interno di altre trasmissioni televisive, garantendo nel contempo una maggiore varietà dei titoli presentati?). Occorre prevedere meccanismi di sgravio fiscale per l’acquisto di libri, in particolare da parte di categorie come insegnanti e studenti. Occorre aiutare le librerie in difficoltà semplificando, ad esempio, l’organizzazione di banchi volanti di vendita di libri presso cinema, teatri, uffici postali, scuole e università.</p>
<p>Quanto al mercato digitale, va ricordato che di per sé la disponibilità di buoni strumenti di lettura e di buoni contenuti da leggere (e-book, riviste, quotidiani, blog, ecc.) in ambiente elettronico non costituisce necessariamente uno strumento di promozione della lettura, ma solo una precondizione per evitare una perdita di lettori. Senza e-book, c’è il forte rischio che le nuove generazioni – abituate a un universo comunicativo interamente digitale – percepiscano il libro come una sorta di corpo estraneo, lontano dal mondo delle loro esperienze e dei loro interessi. Ma il fatto che gli e-book ci siano non basta a garantirne la diffusione. Occorre che gli e-book siano ben visibili nell’ecosistema digitale, e che si lavori a promuoverne – e non a ostacolarne – la diffusione e l’uso. Ma occorre anche che si lavori subito per costruire intorno ai contenuti digitali un ecosistema usabile, produttivo e sostenibile (e, aggiungerei, capace di ‘presentarsi bene’, evitando scivoloni d’immagine). Se non si riesce a farlo, e a farlo in tempi rapidi, il rischio è quello di indebolire l’attenzione verso il libro e la lettura, e di minare strutturalmente il funzionamento del mercato editoriale – già in difficoltà sul cartaceo – anche nel nuovo ecosistema digitale.</p>
<p>Il mondo della testualità digitale è complesso e articolato, ancor più di quello della carta stampata. Vi sono e-book tradizionali ed e-book arricchiti, quotidiani che in elettronico restano organizzati in forma tradizionale e quotidiani che sperimentano nuove tipologie di contenuti e nuove forme di organizzazione dei contenuti, riviste tradizionali e riviste interattive, blog, contenuti costruiti per aggregazione a partire dai social media, ecc. Credo che la promozione della lettura debba riguardare tutte queste forme di testualità, ma che all’interno di questo panorama la forma-libro, in tutte le sue articolazioni, debba conservare una qualche centralità, in quanto caratterizzata da un’attenzione specifica verso la costruzione di contenuti (argomentativi o narrativi) complessi e articolati. Nel mondo digitale la forma-libro non è più l’unica forma della complessità, ma rimane – almeno per il prevedibile futuro – quella per molti versi più significativa ed efficace. Agli operatori del settore, ma anche alla società civile interessata al futuro del nostro paese, spetta il compito di salvaguardarne il ruolo, rispondendo nel modo migliore a sfide culturali, tecnologiche e di mercato certo non facili.</p>
<p>[da questo articolo<a href="http://www.ultimabooks.it/review/product/list/id/33699" target="_blank"> è stato tratto un ebook</a> per Ledizioni con una selezione di commenti, una conclusione e tre brevi articoli su testi scolastici, diritto d&#8217;autor/copyright, prestito bibliotecario ]</p>
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		<title>Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 04:37:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[La prima parte di questo post è uscita su &#8220;il manifesto&#8221; del 5/09/2010] di Andrea Inglese Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione. Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-36565" title="rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-300x129.jpg" alt="" width="300" height="129" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-300x129.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-1024x441.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[La prima parte di questo post è uscita su &#8220;il manifesto&#8221; del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso. Difficile, certo, definirlo questo tema, che deve la sua forza catalizzatrice forse al suo carattere ambiguo: questione politica, etica, letteraria, o di costume? Di certo, questa volta, esso ha suscitato prese di parola da parte dei più diversi e autorevoli tra scrittori, critici, intellettuali, oltre che da parte di una combattiva popolazione di commentatori in rete. Nonostante alcuni effetti di spossante monotonia, sono state dette, in tale occasione, anche cose interessanti, intelligenti, a volte persino molto divertenti (la scena di Luca Casarini accolto a Segrate rimarrà memorabile, quanto i primi passi di Marcel nel salotto dei duchi di Guermantes).<span id="more-36535"></span></p>
<p>Sacrificando molte sfumature, verrebbe da dire che il dibattito ruota sull’opportunità o no di boicottare da parte di scrittori ad essa affiliati la casa editrice Mondadori. Alcuni si spingono a sostenere un boicottaggio nei confronti di ogni prodotto editoriale Mondadori (purché il consiglio di classe del loro figlio non adotti il libro di matematica o italiano di una casa editrice scolastica facente capo a Segrate!). Se si parla di boicottaggio, si parla di una campagna politica. Un boicottaggio, per avere senso, deve darsi degli obiettivi pratici, ben definiti e ad esso adeguati.</p>
<p>Immagino io, che se si lancia una campagna contro la Mondadori, essa fa parte della più ampia battaglia politica che una fetta importante di italiani ha ingaggiato contro il governo e la politica di Silvio Berlusconi, una battaglia che ha un chiaro obiettivo: non farlo rieleggere, sottrargli quei poteri politici, che gli permettono, ad esempio, di creare leggi per depenalizzare frodi fiscali che qualche sua azienda ha potuto o potrebbe realizzare. Questa battaglia politica si può concretizzare di volta in volta in campagne specifiche: la campagna per il ritiro della legge-bavaglio, la campagna contro i tagli alla scuola e alla ricerca universitaria proposti dalla riforma Gelmini, e così via. Di ogni campagna politica, così come della battaglia più generale in cui essa confluisce, si può chiaramente dire 1) se abbia raggiunto o meno i suoi scopi; 2) se abbia adottato o meno le forme più efficaci e adeguate per essere perseguita. Quali sono gli scopi verosimili, plausibili, di una campagna per il boicottaggio della Mondadori propugnata da autori che, fino a ieri, erano nel suo catalogo? L’indebolimento (magari il crack) dell’impero economico di Berlusconi? Ma il rendere Berlusconi un po’ meno ricco, non sembra un obiettivo politico, a meno di immaginare che le pressioni esercitate dalla campagna di boicottaggio su una delle sue aziende non lo inducano ad abbandonare il governo o a cambiare politica. Tattica alquanto tortuosa e, date le circostanze, poco realistica nei suoi esiti.</p>
<p>Ma qualcuno dirà che, in effetti, non si tratta di una campagna politica, bensì di una campagna moralizzatrice. Non contano più gli obiettivi concreti, conta la capacità degli autori Mondadori di fare dei gesti esemplari, che hanno valore in sé, in quanto testimoniano di un’opposizione intransigente, capace di giungere sino al sacrificio di vantaggi materiali. Qui sembra che il nemico non sia più Berlusconi, ma “il berlusconismo”, ossia il lato Berlusconi di ognuno di noi. Il significato di una campagna moralizzatrice è grosso modo questo: se Berlusconi ha vinto è perché <em>tutti noi</em> (elettori o meno di Berlusconi) abbiamo ceduto al “berlusconismo”. Qui siamo passati, però, dalla battaglia politica (non fare rieleggere Berlusconi, bloccare i provvedimenti del suo governo) a una battaglia culturale (cacciare fuori dalla nostra pelle e dalle nostre menti il “berlusconismo”). Ma che cos’è questo “berlusconismo”? Non è la forma propriamente italiana, quella più aggiornata, della mercificazione sempre più estesa della vita che tutti i paesi del capitalismo avanzato conoscono? O meglio, il “berlusconismo” non è che uno dei nomi di questa cultura da tutti condivisa – una volta si diceva “ideologia dominante” – in quanto essa, nonostante le differenze negli stili di vita, ha permeato la nostra formazione o il nostro invecchiamento sociale sia a destra che a sinistra. Non siamo tutti quanti a bagno nella merce, sia essa solida o digitale, in forma di beni o di servizi? Così va il nostro mondo, nell’epoca in cui siamo venuti al mondo. E questo non significa certo né che questa cultura del tardo capitalismo sia l’unica cultura di riferimento né che sia impossibile, per noi che vi siamo nati in mezzo, sottoporla a critica anche radicale.</p>
<p>Se comunque è questa la battaglia culturale in cui siamo ingaggiati, è evidente che è altamente difficile definire obiettivi circoscritti e verificabili. A questo punto diventa arduo decidere se sia più opportuno ed efficace, per uno scrittore, realizzare la sua battaglia contro la mercificazione abbandonando la casa editrice Mondadori o scrivendo per la Mondadori un libro che manifesta, nell’onda lunga della ricezione, altri valori, altre possibilità di vita più degne e umane di quelle offerte dalla società presente. L’esemplarità riguarda sia il gesto concreto di un individuo, al cospetto del gruppo sociale che ne legge il senso, sia il messaggio complesso e stratificato di un testo letterario che agisce sulla visione del mondo di ogni lettore.</p>
<p>Molti scrittori, intervenuti nel dibattito in corso, si sono mostrati convinti, pur in maniera diversa, che boicottare la Mondadori non è un passo decisivo nella battaglia culturale per una società meno mercificata. (L’argomento più sensato fatto al riguardo segnala gli svantaggi di un tale atteggiamento: accelerare un processo di omogeneità ideologico-culturale forse già avviato ai vertici dell’azienda.) Io aggiungerei una cosa soltanto. Boicottare l’editoria capitalista sarebbe un passo decisivo in questo senso, dedicandosi interamente a forme di editoria digitale autoprodotta e finanziata da lettori altrettanto impegnati in tale boicottaggio. Se esistono scrittori, che hanno convinzioni anticapitalistiche radicali, essi senz’altro staranno battendo questa strada. Un gesto davvero utopico e di sfida non potrà limitarsi, per chi è un autore noto, al passaggio da un’azienda del capitalismo tracotante ad un’azienda del capitalismo temperato. Dove starebbero, in tal caso, il coraggio e il sacrificio esemplari? Che un autore da 50.000 copie decida di autoprodursi il proprio libro in rete, finanziandosi con una sottoscrizione di lettori, questo sì che sarebbe un gesto capace di scuotere le coscienze e di sconvolgere le odierne pratiche editoriali.</p>
<p><em>Autonomia dello scrittore e logica di mercato</em></p>
<p>La confusione tra battaglia politica e campagna moralizzatrice (o battaglia culturale) fa girare non poco a vuoto la discussione. Se il problema della Mondadori è Berlusconi, allora il conflitto deve giocarsi chiaramente sul terreno politico. (E questo vuol dire salvaguardare ogni voce dissenziente, tanto più se viene da autori dell’azienda di cui è Berlusconi è proprietario.) Se il problema della Mondadori riguarda una serie di atteggiamenti, riconducibili alla logica dell’odierna azienda culturale, che pone il profitto e i mezzi per realizzarlo al di sopra di qualsiasi altra considerazione, allora la Mondadori non è l’unico problema, in quanto tutte le grandi case editrici adottano la medesima logica. La campagna moralizzatrice, nata intorno alle peggiori ombre che si addensano sulla casa editrice di Berlusconi (casa editrice fraudolenta, monopolista, acquisita illegalmente, macchina ulteriore di consenso), dovrà investire alla fine lo statuto più generale dello scrittore al cospetto del mercato editoriale e porgli la domanda cruciale: tu che sei giunto ad un vasto pubblico grazie a una casa editrice che riconosce economicamente il tuo mestiere, ti permette di essere presente nelle librerie e ti offre una sufficiente pubblicità, sei nonostante tutto <em>autonomo</em>, <em>indipendente</em>, <em>libero</em> in quello che scrivi?</p>
<p>Questione non di poco conto, perché è sicuramente vero che lo scrittore, in un certo senso, è responsabile solo delle sue parole, ma ciò non va inteso in maniera riduttiva. Non credo sia sufficiente dire: “Nel mio libro non c’è stata censura, nel mio libro dico peste e corna del capo del governo”, ecc. Questo discorso vale finché si parla di battaglia politica, ma se la battaglia in cui uno scrittore degno di questo nome è ingaggiato riguarda soprattutto la cultura dominante e la mentalità che essa favorisce, allora vale l’osservazione che fece Giulio Mozzi in un’intervista su NI proprio sul tema della responsabilità dell’autore: “mi convinco che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria non solo frena la pubblicazione di opere non adatte a essere pubblicate da un’editoria caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente, ma ne frena addirittura l’apparizione, e prima ancora il concepimento, e prima ancora il desiderio”.</p>
<p>La campagna moralizzatrice contro il “berlusconismo” si scontra qui con la battaglia solitaria che ogni aspirante scrittore realizza, fin da giovanissimo, per adeguare la sua vocazione agli standard della merce editoriale di largo consumo, in quanto è l’assimilazione di tali standard che promette di ridurre ampiamente i rischi di rifiuto editoriale. Ciò non deve stupirci, in quanto una battaglia culturale è sempre una battaglia contro un nemico che è innanzitutto <em>interno</em>: un habitus mentale e pratico.</p>
<p>Il grande sospetto che la compagna moralizzatrice suscita verte su questo inevitabile compromesso tra scrittore e mercato del libro. Pur di raggiungere il pubblico, e confezionare come gli è richiesto un prodotto commerciale, e trarne tutti i vantaggi conseguenti, lo scrittore non rischia di rinunciare alla propria opera, alle proprie ossessioni, alla propria sintassi, al proprio pensiero? Possibile che un tale sospetto cada solo su quegli scrittori che pubblicano per Mondadori, e che potrebbero autocensurarsi nel momento in cui stanno utilizzando o hanno utilizzato una figura come “nano peronista”?</p>
<p>Gli effetti di censura di carattere politico, quando davvero esistono sulla scrittura di un autore contemporaneo, almeno in Italia, sono senz’altro quantitativamente molto limitati rispetto agli effetti di censura che derivano da altri imperativi, come quello della vendibilità e della leggibilità, della leggerezza e della facilità. Peggio di un libro scomodo politicamente, che vende bene, c’è solo un libro, politicamente indecifrabile, che non vende.</p>
<p>Ora, se davvero si vuole porre in modo radicale la questione dell’<em>autonomia dell’autore</em>, non si può fare a meno di legarla alla questione dell’<em>autoproduzione</em>. Ma ciò tira in ballo non più solo lo scrittore e la sua “coscienza”, ma anche il <em>lettore</em> e le sue <em>responsabilità</em>. Tutto questo risulta chiaro per chi sia familiare con il genere della poesia. La poesia è un tipo di scrittura che non riesce ad elevarsi al cielo della merce editoriale. Poiché gli estimatori di poesia non costituiscono un numero sufficiente di compratori per essere qualificati come pubblico, si dice che la poesia non ha pubblico. Ed è vero che un poeta può avere, in certe circostanze, non più di otto o dieci lettori. Questi lettori non saranno tanti quanto quelli di cui un editore ha bisogno per pubblicare un libro senza perderci, ma possono essere sufficienti a legittimare l’esistenza del genere poetico e, in alcuni casi, di opere poetiche molto importanti. Mi rendo conto che è divenuto impossibile ai più concepire l’idea che qualcosa valga, nell’ambito dell’arte della parola scritta, anche se non interessa immediatamente (nel giro di sei mesi) un numero cospicuo di persone. Chi si trova a frequentare l’universo delle scritture poetiche è portato più facilmente di altri a infrangere il tabù che assegna valore a un testo scritto in proporzione alla quantità di pubblico che è disposto ad acquistarlo in forma di libro. (Naturalmente nessuno si sogna di difendere l’idea che sia vera l’equazione inversa: meno pubblico = più valore. Forse le equazioni di questo tipo non sono semplicemente pertinenti.) [Si veda su questo argomento, quanto scritto <a href="http://slowforward.wordpress.com/2010/09/04/precisando/ ">qui</a> da Marco Giovenale, poeta e, come altri poeti, impegnato in forme di autoproduzione.]</p>
<p>Se esiste qualcosa come l’autonomia di uno scrittore, deve poter consistere anche nel voler scrivere un testo, nonostante si corra il rischio che esso non corrisponda a un prodotto editoriale immediatamente vendibile (i famosi sei mesi). E qui l’esame di coscienza degli autori – è ciò cui abbiamo assistito durante queste settimane –, pur non essendo inutile non è sufficiente. L’esame di coscienza lo facciano anche i <em>lettori</em> e partendo dalla stessa questione: che cosa favorisce l’autonomia, in ambito culturale e letterario?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La responsabilità dei lettori </em></p>
<p>L’onda lunga delle battaglie politiche altermondialiste, inaugurate a Seattle nel 1999, ha preso la forma di una campagna moralizzatrice, che ha influito sulle abitudini pratiche e mentali dei cosiddetti consumatori. Gli obiettivi politici più ambiziosi come la Tobin tax sono rimasti per ora lettera morta, ma alcuni obiettivi culturali sono stati realizzati: dalle forme di commercio equo e solidale alle pratiche inerenti allo Slow Food. Insomma, una fetta di consumatori si è fatta <em>responsabile</em> almeno quando mangia o acquista una lavatrice. Non sarebbe possibile estendere questa responsabilità anche al consumo dei prodotti culturali? Il tema della <em>bibliodiversità</em> dovrebbe essere all’ordine del giorno, quando si discute di scrittori e di editoria oggi. Ma facciamo un passo avanti: può questo discorso ricadere esclusivamente sulle spalle degli autori più intransigenti e innovativi, o degli editori indipendenti e audaci? Il discorso sulla bibliodiversità è ovviamente complesso e tira in causa diversi fattori, da quello della produzione del libro sino a quello della sua distribuzione e vendita. Oggi, inoltre, ampliando la visuale a tutto il mondo occidentale, nuovi giganti del monopolio (Amazon e Google) si affacciano sul mercato editoriale, pronti ad occuparlo nella sua forma più avanzata, elettronica e telematica.</p>
<p>Una cosa è certa. Qui ed ora esistono pratiche che permettono l’estensione dell’indipendenza e dell’autonomia dello scrittore, e degli stessi progetti editoriali. Ma tale estensione non può che farsi in forma di reale cooperazione tra i diversi soggetti implicati: autori, editori, traduttori, grafici, lettori. Il lettore che voglia “far la morale” è poi disposto, lui per primo, a cambiare alcune abitudini, a compiere qualche sacrificio?</p>
<p>Voglio concludere questa riflessione con due casi molto concreti, uno riguarda un autore francese che in Italia è quasi sconosciuto, l’altro riguarda Nazione Indiana. In entrambi i casi, le scelte e il coinvolgimento dei lettori è decisivo per promuovere l’autonomia e l’indipendenza degli autori.</p>
<p>Partiamo da Paul Jorion. Jorion ha una formazione multidisciplinare, in antropologia e filosofia, ma anche nelle scienze cognitive e nell’economia. Unisce riflessione teorica ed esperienza sul campo. È autore di diversi libri importanti, quali  <em>Investing in a Post-Enron World </em>(McGraw-Hill 2003), <em>La crise du capitalisme américain </em>(La Découverte 2007), <em>La crise. </em><em>Des subprimes au séisme financier planétaire</em> (Fayard 2008) e <em>Comment la vérité et la réalité furent inventées </em>(Gallimard 2009). Sul mondo della finanza statunitense, Jorion ha conoscenze di prima mano. Dal 2005 al 2007, ad esempio, ha lavorato presso Countrywide, l’azienda principale dei prestiti ipotecari negli USA. Dal 2007 Jorion dirige un <a href="http://www.pauljorion.com/blog/">blog,</a> attraverso il quale ha realizzato una sorta di diario della crisi finanziaria statunitense ed europea giorno per giorno, spostandosi continuamente dal piano dell’attualità a quello dell’analisi critica. Ma gli argomenti in esso trattati spaziano dalla filosofia della scienza all’ecologia, dalla letteratura all’intelligenza artificiale.</p>
<p>A mio parere Paul Jorion incarna la figura di quello che definirei un intellettuale post-universitario, riallacciandomi ad una riflessione fatta in <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell’intellettuale/">questo articolo</a> sull’eclissi dell’intellettuale universitario. Jorion, pur avendo insegnato in diverse università (Bruxelles, Cambridge, Paris VIII, l’Università di Californie a Irvine), ha deciso alla fine di collocarsi al di fuori dell’istituzione accademica. I materiali del blog, che confluiscono nei suoi libri, hanno per certi versi le caratteristiche di corsi universitari. Rispondono ad una doppia esigenza: quella di far circolare dei saperi, impegnandosi in un lavoro serio di esposizione e divulgazione, e quella di approfondire questi saperi, nel rispetto del rigore scientifico e di una piena indipendenza intellettuale.</p>
<p>Ciò che permette al lavoro di Jorion di realizzarsi in completa autonomia sono le libere sottoscrizioni dei suoi lettori. In una sezione del blog intitolata “Donazione”, l’autore scrive: “Voi avete la bontà di affittare la mia indipendenza: non lavoro infatti per un’azienda, non insegno neppure più, né voglio beneficiare della pubblicità. Vivo esclusivamente dei miei diritti d’autore e dei vostri contributi. Rifiuto di operare tra di voi una selezione in funzione dei soldi: voglio che l’accesso ai miei testi resti gratuito, perché continuerò a rivolgermi a coloro per i quali tutto ciò che non è gratuito è troppo caro. E ciò mi obbliga a contare su altri, che potrebbero contribuire di più, ma su una base strettamente volontaria. Perché non ci sia abuso da parte mia, pubblicherò i miei conti tutti i mesi, in modo che possiate valutare come utilizzo i miei fondi.”</p>
<p>Jorion ha anche chiarito che la cifra mensile ottimale, che gli permette di dedicarsi interamente al suo lavoro, è pari a 2.000 euro mensili. Tutto ciò che raccoglie in più, è utilizzato per finanziare altri autori indipendenti, associandoli al suo progetto. Abbiamo qui una pratica realmente alternativa di produzione e circolazione del sapere, che è interamente funzionale a rafforzare l’autonomia e l’indipendenza dell’autore. Essa si basa sulla cooperazione instaurata con i lettori, che gli permette di salvaguardare il principio etico della gratuità e la necessità materiale di finanziare le proprie ricerche e il proprio lavoro. Il blog di Jorion continua ad essere a tutt’oggi attivo e a richiamare un pubblico deciso a scegliere come spendere il denaro in strumenti di conoscenza del mondo.</p>
<p>Veniamo ora a Nazione Indiana. Le motivazioni che animano un blog collettivo come il nostro possono essere diverse, ma tra di esse la spinta a realizzare uno spazio di espressione autonomo e indipendente si è rivelata nel tempo fondamentale. Questa autonomia si è per altro rafforzata nel confronto spesso rude e impietoso con i gruppi di commentatori, che nel contesto orizzontale della rete non si ponevano certo in un atteggiamento di ricezione passiva e docile. Va però chiarito meglio in che senso un blog letterario come il nostro amplia gli spazi di pensiero autonomo. Spesso si tende a sottolineare che i membri di un blog investono tempo ed energie, cioè lavoro, al fine di proporre dei materiali d’interesse collettivo, e ciò avviene gratuitamente, in una forma che ricorda il volontariato o la militanza politica. Tutto ciò è vero. Dietro ogni post di Nazione Indiana c’è del lavoro, e del lavoro non remunerato. Ma il punto cruciale non è ancora questo. La maggior parte di noi, anche al di fuori degli articoli nati esclusivamente per il blog, nelle collaborazioni a riviste specializzate, convegni, o addirittura pagine culturali sui quotidiani, ha scritto molto spesso, e in molti casi continua a scrivere, gratuitamente o quasi. Il problema è generale: i soldi investiti nella cultura sono pochi, e quei pochi, quando ci sono, possono ridurre drasticamente gli spazi di autonomia. La novità del blog non sta quindi nel lavoro gratuito che lo tiene in piedi, ma nel lavoro gratuito <em>autogestito</em> dagli autori, fuori dalle mediazioni e dai vincoli imposti dalle redazioni, dalle firme autorevoli, da qualche autore influente o redattore privilegiato. Questa situazione ha rotto parecchi equilibri, almeno su due fronti: quello delle riviste specializzate, molte delle quali legate all’università, e quello delle pagine culturali dei quotidiani o di altri periodici nazionali. Entrambe queste realtà, che funzionano in base a gerarchie abbastanza rigide, sono state costrette a fare i conti con una serie di soggetti, che si sono costituiti un’identità culturale e un’autorevolezza soprattutto in rete, nel confronto diretto con i lettori.</p>
<p>Non tutti i membri di un blog come Nazione Indiana possono essere considerati dei <em>parvenu</em>, dei nuovi arrivati, in quanto molti autori sono presenti anche in contesti diversi e più tradizionali, come appunto redazioni di riviste specializzate o pagine culturali di quotidiani. Ciò che però li accomuna è una certa insofferenza verso questi contesti, e la convinzione che il lavoro in rete sia in qualche modo più appagante e più libero, <em>a parità di svantaggi materiali</em>.</p>
<p>Oggi però il nostro blog si propone di realizzare un passo ulteriore, richiamando anche i suoi lettori ad un esercizio di responsabilità. La decisione di inaugurare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">“Murene”</a>, ossia una collana legata al blog e inizialmente autofinanziata dai suoi membri, auspica una piccola rivoluzione nel rapporto con i fruitori del blog. Anche in questo caso diverse sono state le motivazioni a spingerci su così perigliosa china. Di certo le nostre ambizioni non sono quelle di creare una nuova piccola casa editrice. L’aver poi optato, invece che per un e-book, per il vero e proprio libro, con tutta la cura e l’arte (di Mattia Paganelli) che ciò comporta, credo sia da ascrivere ad uno spirito provocatorio. Non vogliamo prendere scorciatoie tecnologiche, ma accettare la sfida di produrre il più classico degli oggetti culturali: il libro. E non ci accontentiamo soltanto del fatto che il libro sia materialmente bello, vogliamo anche che sia espressione di un’arte della parola intransigente, audace, intelligente, come quella che esercitano i primi tre autori da noi scelti. (Non proponiamo pane, ma brioches. E brioches a prezzi popolari.)</p>
<p>Qual è il senso ultimo di questa provocazione? Io, rispondendo anche per gli altri indiani, lo riassumerei in una frase: <em>smettiamola con il lamento, e cominciamo a costruire la nostra autonomia</em>. Ma un progetto come questo non può funzionare senza la complicità e il sostegno dei lettori. È un progetto rischioso, ma assolutamente realistico. Con 200 abbonamenti copriamo le spese di stampa e spedizione. Oggi siamo a quota 87, e questo è un segnale già molto positivo; 87 persone hanno contribuito a realizzare una pratica culturale inedita. Una pratica che è parte della battaglia contro il “berlusconismo”, i monopoli editoriali, la mercificazione estrema della nostra vita. Sottoscrivere un abbonamento di 20 euro per tre titoli è un atto di fiducia, ma fondamentalmente un atto di fiducia nei confronti della nostra autonomia di scelta. Vi proponiamo dei testi che nascono da un innamoramento forte, e che giungono a voi passando per il difficile corpo a corpo della traduzione. Abbiamo infatti privilegiato autori stranieri, sempre più convinti che il confronto con altre lingue esperienze culture sia per noi, oggi, fondamentale. Infine, abbiamo scelto di dare spazio a generi diversi, quali la poesia, il saggio e il racconto, consapevoli della complessità del fatto letterario, che tende ad essere ricondotto troppo spesso all’unico genere redditizio per il mercato editoriale, ossia il romanzo.</p>
<p>Aggiungo solo che la nostra piccola proposta, pur andando nella direzione dell’autoproduzione, resta imperfetta riguardo ad un’importante questione. Se raggiungiamo i 200 abbonamenti la nostra scommessa è vinta. Significa che non esiste solo “il lettore medio”, il “pubblico”, “il mercato del libro”, ma che esistono singoli lettori consapevoli e capaci di modificare le loro abitudini, di sperimentare forme di produzione culturali diverse e indipendenti. Ciò nonostante non abbiamo ottenuto ancora quella situazione pienamente soddisfacente, per cui la forza-lavoro intellettuale presente in un prodotto culturale viene adeguatamente ricompensata. Affinché si riuscissero non solo a coprire le spese di stampa e spedizione, ma anche a retribuire il lungo lavoro dei traduttori e curatori (in questo caso Raos, Rizzante, Zangrando), gli abbonamenti dovrebbero almeno raggiungere il numero di 400. Ma <em>a parità di svantaggi materiali</em>, la proposta di una collana attraverso degli abbonamenti per sottoscrizione ci sembra davvero il modo migliore per buttare la palla nel campo di voi lettori e di misurare anche la vostra di responsabilità.</p>
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		<title>Il superfluo della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 07:38:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[:duepunti]]></category>
		<category><![CDATA[editoria indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[mercato editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[roberto speziale]]></category>
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					<description><![CDATA[[Si pubblica un frammento dal blog rospe in frantumi, camera di collaudo e taccuino di un editore. d.p.] di Roberto Speziale Cosa ci si aspetta dagli editori, soprattutto se giovani? Gli editori devono essere agguerriti, devono usare metafore agonistiche, preferibilmente calcistiche o rubate all’immaginario gladiatorio dei filmoni in sandali e perizoma. Non si concede volentieri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Si pubblica un frammento dal blog <a href="http://rospeinfrantumi.blogspot.com/">rospe in frantumi</a>, camera di collaudo e taccuino di un <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/page/editoriale/index.htm">editore</a>. d.p.]</em></p>
<p>di <strong>Roberto Speziale</strong></p>
<div>Cosa ci si aspetta dagli editori, soprattutto se giovani? Gli  editori devono essere agguerriti, devono usare metafore agonistiche,  preferibilmente calcistiche o rubate all’immaginario gladiatorio dei filmoni in  sandali e perizoma. Non si concede volentieri fiducia a chi contravviene a  queste pratiche consuetudinarie. Posso anche capirlo, in fondo, è tempo di  slogan (e quando non lo è), è tempo di dimostrare che i libri non sono cartacce  raccolte a prendere polvere sugli scaffali. È tempo che i libri siano  qualcos’altro, anche se non vengono letti. Questo è il tempo dei giovani  editori. Ci si aspetta che i giovani editori sappiano cosa fare. I libri sono  sacrificabili, non si vendono libri, si vende il resto.<span id="more-6281"></span></div>
<div>
<p>Come appare  evidente, alla seconda rilettura di quello che precede, non ho le idee molto  chiare su ciò che ci si possa aspettare sensatamente da noi. Personalmente più  che fuggire le battaglie preferisco astenermi dal celebrarle&#8230; e se questo è  vero per tutto ciò che riguarda le sfide continue contro il mercato, gli indici  di lettura, i distributori che non si capisce se giocano contro o a favore, i  ritardi nelle spedizioni, i tipografi che capiscono il contrario di quello che  sta scritto nero su bianco&#8230; non altrettanto “onesto” è il silenzio sotto cui  lascio passare altre competizioni e i loro catastrofici esiti. Mi viene da  domandarmi: ma un giovane editore è tenuto ad essere pienamente onesto? E questo  vuol dire “per forza” andar fieri delle proprie vittorie come delle  sconfitte?</p>
</div>
<p><img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5128742572390267058" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://bp2.blogger.com/_WUvdHc6kAV8/Ryz0MkO-uLI/AAAAAAAAATM/IqQ6VbC6-Jw/s400/2007_naima-on-the-balls_01.jpg" border="0" alt="L'anima di :duepunti è sportiva (rospe, 2007)" /></p>
<div>Dal momento che sono stufo di cautele, reticenze e ipocrisie  vuoterò il sacco e proverò a dire ciò che dai giovani editori non ci si aspetta:  la verità, accettandone le conseguenze. Anche questa è una prova di coraggio  imprenditoriale. :duepunti nasce un po’ come una specie di ritrovo  dopolavoristico, con l’obiettivo insano di trovare la giusta valvola di sfogo  per la creatività repressa di un minuscolo gruppo di amici, uniti da letture  comuni e ambizioni straordinarie, quanto improbabili e sconclusionate. Prima dei  libri è il tempo in cui si rimugina su riviste ed esperimenti di vario genere,  alcuni pretestuosamente letterari altri dichiaratamente ludici. Un lungo periodo  di apprendistato ha visto consacrarsi uno dei riti apotropaici fondativi della  nostra poetica: il calcio totale. A questa esplosione di violenza immotivata ma  liberatoria non meno di quella descritta dal <em>Fight club</em> di Palahniuk,  segue il raffinarsi di regole, mai davvero cristallizzate e per tanto ambigue e  transitorie. Dal cercare di uccidersi – sportivamente – inseguendo una  “palletta” (qualsiasi cosa può essere designata come “palletta”, inclusi esseri  umani) le nostre regole (“non ci sono regole”) transitano attraverso molteplici  forme, così si passa al golf da ufficio, alla palla a cestino, alle prove di  stabilità (ancora imbattuto il primato di Alc, che percorre ben cinque metri  sotto il peso di dodici rocchetti di nastro isolante impilati sulla testa&#8230; il  tutto nel più assoluto disinteresse generale), per finire nella più nobile delle  tenzoni: il tennis totale da tavolo tondo.</div>
<p><img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5128197296227268754" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://bp0.blogger.com/_WUvdHc6kAV8/RysERUO-uJI/AAAAAAAAAS8/auaMDcu-MbE/s400/2007_duepunti-on-the-balls_.jpg" border="0" alt="Riposare e ragionare (rospe, 2006)" /></p>
<div>:duepunti ha un animo sportivo. Le prove sono battaglia,  guerra aperta, ricerca estetica del bel gesto, triviale bisogno di  sopraffazione, e scempio della – residuale – dignità umana concessa al termine  di lunghe riunioni farcite di cultura, sigarette, vino rosso, amari amarissimi e  buone intenzioni. Concedersi un tuffo nelle memorie d’infanzia in prima istanza  era sembrato un modo saggio per rimanere con i piedi per terra, un modo per non  prendersi troppo sul serio, anzi un esercizio serissimo di autoironia. I  propositi, soprattutto quelli migliori, sono il più delle volte delle  guarnizioni leziose per nascondere un arrosto carbonizzato o una tortina  asfittica. Il cuoco sa quando mettere mano agli schiumogeni. :duepunti, invece,  non teorizza, non ci riesce. E un poco per volta le varianti delle nostre  competizioni hanno finito con il sopraffare tutto il resto. Periodi lunghissimi  della nostra vita sono segnati dal ritmo delle partite a ping-pong, periodi  lunghissimi che possono essere caratterizzati dall’insorgere di nuovi malumori  persistenti come le frustrazioni che avrebbero, sempre in teoria, dovuto  mitigare. <em>Mens sana in</em>&#8230; a dire il vero oltre ai rancori tra vincenti  e perdenti, si registrano anche slogature, sgraffi, sbucciature, strappi e  lacerazioni che si ripropongono trasfigurati nel nostro lavoro di ogni giorno.  Nessuno saprà mai come sia stata imposta quella copertina&#8230; al tie-break. Ma  chi abbia vinto, chi abbia perso, non importa&#8230; fintanto che tutto resta  all’interno delle dinamiche del gruppo storico. Ma non sempre :duepunti affronta  :duepunti, non sempre le vittorie si equilibrano con le sconfitte.</p>
<p>È  questa la prova di coraggio – non richiesto – che da giovane editore (ed è pur  sempre una giovinezza equivoca) voglio affrontare: le sconfitte insanate e le  conseguenti aspirazioni livorose di rivincita che ci animano di continuo. E sì,  perché il saper perdere appartiene al vero sportivo, ma l’astenersi  sistematicamente dalla vittoria compromette irreparabilmente il proprio buon  umore.</p>
</div>
<p><img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5128196596147599458" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://bp1.blogger.com/_WUvdHc6kAV8/RysDokO-uGI/AAAAAAAAASk/T7afuvem1rM/s400/2006_duepunti-on-the-balls_.jpg" border="0" alt="Ospiti e disfide (rospe, 2007)" /></p>
<div>L’elenco è lungo e potrebbe apparire sfoggio  autolesionistico, per questo mi limiterò a ripercorrere i più brucianti episodi  che mi tornano in mente. Una volta ho sentito, o letto, qualcosa che suonava  su per giù così: le vittorie si dimenticano, le sconfitte generano nuove  relazioni. Il primo ricordo è annebbiato dai fumi dell’alcol. Siamo alla Festa  di Liberazione, come :duepunti abbiamo realizzato un’istallazione giocattolo in  forma di scatola alta due metri e quaranta per due. Un scatola di ferro e  cartone ricoperta interamente da graffiti, collage e giochi  olfattivo-visivo-tattili che è passata nel più generale disinteresse dei giovani  sinistrorsi. Un workinprogress durato per tutto il tempo della festa, dalla posa  dei tralicci metallici, fino allo smontaggio, non meno macchinoso. Unica  soddisfazione la curiosità imprudente degli immancabili bimbetti sfuggiti alle  madri distratte da comizi pallosissimi. Loro vittima prediletta da sempre  :duepunti ha un conto aperto con i bimbetti selvaggi. Ma comunque, archiviata la  pratica e sparito l’ultimo bullone ci siamo ritrovati davanti lo scenario  devastato degli irriducibili che dopo essere stata decretata la chiusura  ufficiale della manifestazione si davano alla gozzoviglia più sfrenata. Nello  spirito di servizio che ci contraddistingue partecipiamo alle operazioni di  travaso degli ultimi ettolitri di birra rimasti sul groppone del simpatico  compagno addetto ai vettovagliamenti. Anche se non propriamente compagni ci  prodighiamo. Al termine delle operazioni ci ritroviamo di fronte un altrimenti  posato intellettuale accademico (che chiamerò Andrea Cozzo, per evitare di  nuocere ad alcuno). Costatate le sue condizioni generali accettiamo la simpatica  tenzone: una pacifica sfida Sinistri contro Monarchici. Noi coronati (il  sottoscritto e Gs), soprassediamo sullo squilibrio delle forze in campo (due  contro uno che non si regge in piedi). Perdiamo ignominiosamente e siamo  costretti a sopportare per almeno venti minuti l’esultanza del Sinistro. Giorni  dopo veniamo a sapere che gli spettatori non meno bevuti della squadra vincente,  hanno mantenuto un nitidissimo ricordo dell’accaduto. Sono passati sette anni  circa e devo ancora astenermi dal frequentare la macchinetta del caffè di  Lettere.</p>
</div>
<div><img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5128742568095299746" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://bp1.blogger.com/_WUvdHc6kAV8/Ryz0MUO-uKI/AAAAAAAAATE/o2EvvFaVO_o/s400/2007_on-the-balls_04.jpg" border="0" alt="Un giovane amico a modo (rospe, 2006)" /></p>
<p>Poi sorprendentemente siamo editori, giovani editori  ovviamente. La casa editrice, nella sua accezione di casa, comincia ad essere  frequentata da ospiti di riguardo, o per lo meno che sembrano avere dei riguardi  verso di noi. Siamo editori, per bacco! Così un giovane a modo viene a farci  visita e ci parla del suo interesse per il nostro lavoro. Lusinghe a parte il  giovane si dimostra compito e soprattutto accondiscende a passare da un Voi  formale ad un altrettanto formale Tu. Le cose precipitano nel momento in cui il  giovane ospite viene designato a vittima sacrificale sull’altare del tavolo  tondo di ping-pong totale. La certezza del successo è data dalla assoluta  impraticabilità del campo e dalla più ingiustificata proliferazione di regole  inventate all’impronta per sconcertare l’ospite condizionando l’esito della  competizione. Vince la prima partita stentando contro di me. Io mi dico: ma  perché sono sempre così ospitale! Tocca a Gs che viene sfracellato con una  crescente sicurezza. Allora guardo con rassegnazione Gs e dico: ma perché è  sempre così maledettamente geniale, troppo geniale! Ultima risorsa l’assoluta  mancanza di sportività di Alc. Viene beffardamente annichilito&#8230; poi guarda la  racchetta e dice qualcosa del tipo che il grip non è adatto, che era in controluce, che il giorno prima aveva bevuto latte acido, ecc. Mi dico: e che cazzo!  Il giovane amico – di recente laureato dottore in filosofia – continua a venirci  a trovare ogni volta che torna a Palermo lasciando sguarnita la pisana <a href="http://viarigattieri.blogspot.com/" target="_blank">Via Rughettari</a> del  loro capo. Ogni volta avvertiamo il portiere di informare il giovane amico che  non ci siamo, che la ditta ha cambiato indirizzo ecc. Ma lui si ripresenta&#8230; e  le cose finiscono su per giù sempre allo stesso modo.</p>
</div>
<p><img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5128749092150622402" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://bp0.blogger.com/_WUvdHc6kAV8/Ryz6IEO-uMI/AAAAAAAAATU/5lDI7cunlCQ/s400/2006_schifocavallo_01.jpg" border="0" alt="Eppure verrà il giorno della rivincita (rospe, 2006)" /></p>
<div>Tornando a Pisa con la memoria devo ricordare l’ultimo  episodio di questo breve excursus. Siamo ancora editori, siamo alla nostra prima  fiera libraria ufficiale, siamo presenti in qualità di giovani editori (e chissà  per quanto ancora lo saremo). Abbiamo portato con noi Patrik Ourednik, il nostro  scrittore ceco (<em>Europeana</em> e adesso anche <em>Istante propizio.  1855</em>), ci pavoneggiamo perché tutti ce lo invidiano. È preceduto dalla fama  di essere un eccentrico, un intellettuale del tutto fuori dagli schemi, persino  da quelli degli intellettuali eccentrici. Concordiamo. Pantagruelico, arguto,  sottilmente crudele, irrispettoso delle forme vuote, a suo modo disegnatore e  allevatore di poliedri, abbiamo imparato ad apprezzarlo per la vastità dei suoi  interessi e per l’inestinguibile sete: solo vino rosso, possibilmente più di  quello che è pensabile si possa bere rimanendo lucidi. Il giorno della nostra  presentazione, durante una pausa di senso, informa il pubblico della prossima  uscita per :duepunti del suo primo romanzo. Noi non ne sappiamo niente e a dire  il vero non siamo del tutto sicuri che quel libro esista o esisterà mai (ad ogni  modo oggi è l’undicesimo volume della nostra collana Terrain vague). Un po’  sorpresi nel dopo cena proviamo a chiedergli esattamente che cosa intendesse.  Date le difficoltà linguistiche, lui è ceco, esule in Francia, di madre italiana  (ma anche su questo non ci giurerei), ci propone di prendere un altro bicchiere  di vino. Io sono diventato astemio forse in reazione agli ultimi esiti  disastrosi delle performance agonistiche di :duepunti (vedi disfida a palletta,  Sinistri vs. Monarchici). Bevendo su una terrazza attrezzata ad arte per una  fiera del libro di respiro internazionale (PisaBookfestifal, alla Stazione  Leopolda), ci avvediamo della inquietante presenza di un bigliardino  abbandonato. «Dai!» mi fa Gs. «Ma io non so giocare!». E lui: «ma hai visto  quanto ha bevuto? E poi lo facciamo giocare con Alc». «Allora si può fare». Per  inteso Alc è filosofo e grecista&#8230; e ad eccezione del frisbee, delle prove di  stabilità con rotolini di scotch e simil è buono solo a ping-pong (ma dati i  risultati precedentemente esposti&#8230; neanche tanto). La celebrazione della  stipula virtuale del nuovo contratto si gioca a calcio balilla: :duepunti contro  confederazione slava&#8230; ossia esponente esule della Repubblica Ceca e infiltrato  di moglie bulgara. Alc si dimostra all’altezza delle nostre aspettative, Gs è  tanto geniale da evitare i miei ripetuti tentativi di autogol e Patrik&#8230; ci  disintegra. Al termine ci proporre di brindare.<br />
Se c’è una cosa che a noi  giovani editori non manca è la voglia di metterci in gioco. Ma verrà il  giorno&#8230;</div>
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		<title>Ma il cielo è sempre più blu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2005 16:57:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[ma il cielo è sempre più blu]]></category>
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					<description><![CDATA[[Alcuni giorni fa, Lello Voce segnalava via e-mail la pubblicazione sul suo sito di un&#8217;antologia di poesia italiana contemporanea curata da lui e Aldo Nove. Il suo comunicato veniva ripreso da varî blog (ad esempio quello di Loredana Lipperini). Non so nulla di quelli, fra gli altri membri di NI, che suppongo abbiano ricevuto il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Alcuni giorni fa, <b>Lello Voce</b> segnalava via e-mail la pubblicazione sul suo <a href="www.lellovoce.it">sito</a> di un&#8217;antologia di poesia italiana contemporanea curata da lui e <b>Aldo Nove</b>. Il suo comunicato veniva ripreso da varî blog (ad esempio quello di <a href="http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/blog">Loredana Lipperini</a>).<br />
Non so nulla di quelli, fra gli altri membri di NI, che suppongo abbiano ricevuto il messaggio di Voce. Quanto a me, ho esitato a pubblicarlo per due motivi : il primo era un istintivo (nonché un po&#8217;  infantile, lo riconosco) imbarazzo, dato che sono fra gli antologizzati. Il secondo è lo choc che mi ha procurato apprendere un fatto che ignoravo, cioè che, in vista dell&#8217;eventuale pubblicazione, era stata commissionata un&#8217;indagine di mercato per testare la vendibilità del prodotto. Questa notizia mi ha spinto a iniziare la scrittura di una riflessione sulle forme e le possibilità &#8220;alternative&#8221; per l&#8217;editoria di poesia contemporanea, che spero di ultimare in tempi brevi. Nel frattempo, ecco il testo di Voce. a.r.]<br />
<span id="more-975"></span><br />
Questa e&#8217; la storia di un&#8217;antologia rifiutata. Un&#8217;antologia poetica, curata da Lello Voce e Aldo Nove, che raccoglie testi di 45 autori. Fra gli altri, Gabriele Frasca, Mariano Baino, Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Isabella Santacroce, Giulio Mozzi, Gian Mario Villalta, Aldo Nove, Lello Voce, Biagio Cepollaro, Elisa Biagini, Florinda Fusco, Tommaso Ottonieri, Giuliano Mesa, Rosaria Lo Russo, Fabrizio Lombardo, Christian Raimo, Sara Ventroni, Frankie Hi NRG, Elio e Le Storie Tese, Stefano Raspini, Tommaso Labranca, Marco Berisso, Paolo Gentiluomo, SparaJurij Lab, Giuseppe Caliceti, ecc.<br />
E&#8217; costruita in questo modo: &#8220;Pur essendo, a conti fatti, la prima antologia di poesia del nuovo millennio, in realtà si tratta di un testo costruito in modo molto particolare e che poco ha a che fare con il modello tradizionale di un&#8217;antologia di poesia. Diviso in dieci capitoli tematici (Le rovine, I ruoli, Il lavoro, La discoteca, Il sesso, La memoria, La violenza, L&#8217;amore, Le merci, La lingua ) preceduti da un&#8217;introduzione di Nove e Voce, il volume riunisce i testi dei poeti collegandoli tra loro grazie a una serie di inserti in prosa dei curatori, facendo in maniera tale che le singole poesie si integrino in un discorso collettivo (in una &#8216;storia&#8217;) senza perdere nulla dei propri caratteri individuali&#8221;.<br />
E&#8217; stata, si diceva, rifiutata piu&#8217; volte. Spiega Lello Voce: &#8220;Il mensile Kult mi chiese nel 2001 di curare un&#8217;antologia poetica che avrebbe dovuto uscire come supplemento del mensile. Io invitai Aldo ad unirsi all&#8217;impresa e concepimmo l&#8217;idea di fare un&#8217;antologia che fosse anche una fotografia del presente italiano, al di là di stili e poetiche&#8230;Terminato il lavoro (che è stata un&#8217;esperienza indimenticabile per intensità) iniziano le disdette. Kult perde improvvisamente lo sponsor che garantiva l&#8217;uscita del supplemento. L&#8217;operazione si blocca, ma la Direzione, generosamente, stampa comunque 500 copie del libro per permetterci di distribuirlo durante il festival &#8220;romapoesia&#8221;. Metà delle copie è però fallata da errori marchiani di impaginazione ed è da buttare.  Cerchiamo allora di proporla ad altri. Tutti sono interessatissimi (contattiamo Mondadori, Sironi, Einaudi Stile Libero) ma alla fine, chi per una ragione, chi per un&#8217;altra, tutti si tirano indietro.<br />
Tento allora la carta dei quotidiani: creo una joint-venture tra Unità e Sossella editore. Il coraggiosissimo Sossella tratta per mesi, vengono fatti sondaggi (tutti ultra-positivi) per verificare la vendibilità del prodotto, viene anche realizzata una prova grafica del libro, davvero bellissima &#8230; Tutto inutile. Anche quella strada, inspiegabilmente si chiude e Sossella deve ritirarsi dall&#8217;impresa. L&#8217;antologia viene allora presa da Testo Immagine, ottimo editore torinese. Purtroppo, da un momento all&#8217;altro, la proprietà cambia, e con lei anche la politica editoriale. L&#8217;antologia viene nuovamente rifiutata. Siamo a fine 2004. La storia finisce qui&#8221;.</p>
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