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	<title>Ovidio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ovidio &#8211; Metamorfosi &#8211; Libro I</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 06:12:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[Aspirante filologo. Mitologia.]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Metamorfosi]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
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					<description><![CDATA[traduzione isometra di Daniele Ventre LIBRO I L’animo spinge a narrare di forme che in corpi diversi mutano; questa mia impresa, poiché foste voi a mutarle, voi sostenetela, dèi, e dal primo inizio del mondo riconducete continuo fin nella mia epoca il canto. Prima che il mare e la terra e il cielo che copre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>traduzione isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>LIBRO I</p>
<p>L’animo spinge a narrare di forme che in corpi diversi<br />
mutano; questa mia impresa, poiché foste voi a mutarle,<br />
voi sostenetela, dèi, e dal primo inizio del mondo<br />
riconducete continuo fin nella mia epoca il canto.<br />
Prima che il mare e la terra e il cielo che copre ogni cosa<br />
fossero, un unico volto ebbe in tutto il cosmo natura,<br />
quello che dissero caos: una grezza massa indistinta<br />
e nulla più che un gravame inerte e raccolte in un punto<br />
le discordanti semenze degli esseri male aggregati.<br />
No, non ancora sul mondo spandeva i suoi lumi un Titano,<br />
né riparava i suoi corni una Febe nuova crescendo<br />
e non pendeva la terra nell’aria diffusa all’intorno<br />
equilibrata nei suoi gravami e nemmeno sul lungo<br />
margine dei continenti stendeva le braccia Anfitrite;<br />
anzi, per come era lì sia la terra e il mare sia il cielo,<br />
era malferma la terra perciò, non guadabile l’onda,<br />
priva di luce anche l’aria; a nulla restava una forma<br />
sua, l’una all’altra poneva ostacolo, già, ché in un corpo<br />
unico il freddo lottava col caldo e con l’umido il secco,<br />
col duro il morbido e ciò che ha peso con quel che non pesa.<br />
Questo conflitto fu un dio, migliore natura, a sedarlo.<br />
Già, ché dal cielo le terre spartì, dalla terra poi l’onda,<br />
scisse anche il limpido cielo dall’etere caliginoso.<br />
Come spartì gli elementi e dal cieco ammasso li tolse,<br />
postili in luoghi diversi, li avvinse a una pace concorde;<br />
priva di peso la forza dell’etere cavo, infocata,<br />
si sollevò, si creò nelle somme altezze il suo luogo;<br />
resta per sua leggerezza e luogo a lei prossima l’aria;<br />
d’esse più densa attirò grossolane essenze la terra<br />
e dalla sua gravità fu compressa; invase le estreme<br />
sponde accerchiandole l’acqua e serrò la solida sfera.<br />
Come dispose così, chiunque egli fosse dei numi,<br />
e ripartì la congerie e spartita in membra la avvinse,<br />
sin dal principio alla terra, perché diseguale non fosse<br />
in ogni parte, assegnò d’un’enorme sfera l’aspetto;<br />
quindi ai marosi ordinò di spargersi, ai vènti d’alzarsi<br />
rapidi, e di circondare e accerchiare coste di terre;<br />
anche le fonti egli aggiunse e gli stagni immensi e poi i laghi,<br />
quindi recinse di ripe contorte i ruscelli in declino,<br />
quelli che in parte si assorbono in essa a seconda dei luoghi,<br />
parte pervengono al mare e raccolti in una distesa<br />
d’acqua più libera, battono a spiagge e non più contro ripe.<br />
E le pianure le fece aprire e le valli abbassarsi,<br />
boschi coprirsi di frondi, innalzarsi monti rocciosi;<br />
come due fasce dal lato di destra e altrettante a sinistra<br />
si ripartiscono il cielo e di esse è più ardente la quinta,<br />
sì, così in numero uguale divise la massa ivi inclusa,<br />
l’occhio del dio, e altrettante regioni hanno in terra uno spazio.<br />
È inabitabile per la calura quella che è in mezzo;<br />
due l’alta notte le occulta; piazzò fra le due altrettante<br />
e diede loro equilibrio, frammistavi al gelo la fiamma.<br />
Sopra di quelle sta l’aria, che è tanto più grave del fuoco,<br />
quanto del peso di terra è più lieve il peso dell’acqua.<br />
Anche le nebbie in quel luogo, in quel luogo ancora le nubi<br />
volle fissare e quei tuoni che smuovono gli animi umani<br />
e con i fulmini quelli che portano folgori, i vènti.<br />
Il costruttore del mondo a questi non diede che sempre<br />
imperversassero in aria: a forza ora a quelli si oppone,<br />
per come ognuno dirige su vario tragitto il suo soffio,<br />
che non dissolvano il mondo; tale è tra i fratelli contesa.<br />
Euro si volge all’Aurora, ai domini dei Nabatei,<br />
verso la Perside, ai gioghi esposti alla luce, al mattino;<br />
vespro e le sponde che sono scaldate dal sole al tramonto<br />
sono vicini di Zefiro; il cielo delle Orse e la Scizia<br />
a dominarli fu Bòrea che abbrivida: per le continue<br />
nubi e la pioggia la terra contraria è bagnata dall’Austro.<br />
Sopra ogni cosa poggiò, luminoso, privo di peso,<br />
l’etere, scevro com’è di qualunque scoria terrena.<br />
Tutto egli aveva così già diviso in limiti certi,<br />
quando le stelle che a lungo da oscura caligine oppresse<br />
eran rimaste, ecco presero a splendere ovunque nel cielo;<br />
e perché l’onda non fosse orbata dei propri viventi,<br />
tennero gli astri e le forme di dèi la dimora celeste,<br />
l’onde si aprirono a offrire una casa ai lucidi pesci,<br />
belve ne accolse la terra e la mobile aria gli uccelli.<br />
Altro più sacro animale, e più d’alto ingegno dotato,<br />
non c’era ancora, un vivente che avesse dominio sugli altri:<br />
l’uomo spuntò, o che l’avesse forgiato da un seme divino<br />
quell’artigiano degli enti, principio d’un mondo migliore,<br />
o che la terra recente, appena influenzata dall’alto<br />
etere, avesse serbato i semi del cielo congiunto.<br />
Terra frammista con acque piovane ne aveva plasmata<br />
il figlio d’Iàpeto, a effigie dei numi che reggono il tutto;<br />
mentre si volgono proni alla terra gli altri animali,<br />
fece che il volto dell’uomo si alzasse e scrutasse nel cielo<br />
e comandò che drizzasse lo sguardo a mirare le stelle.<br />
Ecco, la terra, che rozza era stata e priva di volto,<br />
si rivestì, tramutata, di nuove figure d’umani.<br />
Aurea nacque per prima un’età che fede e giustizia<br />
le venerò senza vindice o legge e per sua inclinazione.<br />
Pena e paura non c’erano e non si leggevano in bronzo<br />
fisso proclami a minaccia, né supplice folla temeva<br />
labbra di giudici, senza mai vindice vissero in pace.<br />
Dalle sue vette reciso a vedere mondi lontani,<br />
pino non era disceso ancora nel limpido mare,<br />
né conoscevano lido diverso dal proprio i mortali.<br />
Fosse precipiti ancora non c’erano intorno alle rocche;<br />
tromba di bronzo diritto o corna di bronzo ricurvo<br />
non ne esistevano, o elmi o spade, e le genti sicure<br />
senza bisogno di armati godevano placida pace.<br />
Anche la terra, illibata, immune al rastrello, da sola,<br />
non mutilata da vomere alcuno, arrecava ogni bene;<br />
gli uomini, paghi dei cibi creatisi senza forzarla,<br />
racimolavano i frutti dell’arbuto e fragole al monte<br />
e le corniole e le more aderenti agli aspri roveti<br />
e quelle ghiande cadute dall’albero grande di Giove.<br />
La primavera era eterna, gli Zefiri dolci di brezze<br />
calde blandivano fiori che nacquero senza alcun seme;<br />
subito ancora la terra inarata offriva il frumento,<br />
non rinnovato imbiondiva di gravide spighe il podere.<br />
Fiumi di latte scorrevano e fiumi di nettare insieme<br />
e gocciolavano biondi i mieli dal leccio in rigoglio.<br />
Quando Saturno però fu mandato al Tartaro oscuro,<br />
e sotto Giove fu il mondo, comparve la stirpe d’argento,<br />
meno pregiata dell’oro, più bella del bronzo rossigno.<br />
Giove contrasse gli spazi alla primavera ancestrale<br />
ed attraverso gli inverni e i calori e gli iniqui autunni<br />
e primavera fugace, forzò in quattro termini l’anno.<br />
La prima volta ecco l’aria, bruciata da torridi ardori,<br />
s’arroventò, poi la ghiaccia pendé condensata dai vènti;<br />
la prima volta dimore si eressero: case le grotte<br />
furono e fitti cespugli e verghe legate con fibre;<br />
la prima volta sementi di Cerere in solchi prolissi<br />
furono sparse e giovenchi gemerono oppressi dal giogo.<br />
Poi subentrò, dopo quella, per terza una prole di bronzo,<br />
fiera assai più di natura e più incline alle armi crudeli,<br />
né tuttavia scellerata. Fu l’ultima ferro spietato.<br />
Subito si scatenò nell’età di vena più vile<br />
ogni empietà, ne fuggì pudicizia e il vero e la fede;<br />
poi subentrarono in luogo di quelle le frodi e gli inganni<br />
e le violenze e le insidie, la rea bramosia di possesso.<br />
Vele spiegavano ai vènti, né bene in quel tempo il nocchiero<br />
li conosceva; carene, che a lungo sulle alte montagne<br />
si ersero, presero a correre a pelo di incogniti flutti;<br />
e con un lungo confine sollecito l’agrimensore<br />
segna la terra comune come aria e splendore di sole.<br />
E non soltanto le messi e alimenti debiti al ricco<br />
suolo venivano chiesti, in grembo alla terra si scese<br />
e le ricchezze che aveva celate e nascoste fra l’ombre<br />
stigie ne furono estratte, un’esca di scelleratezze.<br />
Ecco che il ferro nefasto e l’oro più infausto del ferro<br />
vengono fuori e ne nasce la guerra che d’ambi si sfrena<br />
e che solleva con mano cruenta il clangore dell’armi.<br />
Della rapina si vive né all’ospite l’ospite è fido<br />
e non il genero al suocero, è raro anche il bene fraterno.<br />
L’uomo prepara la morte alla moglie e questa al marito;<br />
mescolano le matrigne spietate il tremendo aconito;<br />
prima del tempo anche il figlio fa il conto degli anni del padre.<br />
Giace sconfitta pietà, la Vergine, lei, fra i celesti<br />
ultima, Astrea, si partì dalla terra intrisa di stragi.<br />
A che del suolo non fosse più certo anche l’etere immenso,<br />
dicono poi che i giganti minassero il regno celeste<br />
e cumulassero i monti levandoli in alto alle stelle.<br />
Ma il padre, l’onnipotente, infranse l’Olimpo scagliando<br />
folgori, quindi riscosse il Pelio dall’Ossa al di sotto.<br />
Come cedendo alla mole crollarono gli orridi corpi,<br />
inumidita dal sangue profuso dei figli la terra,<br />
dicono, venne pervasa, animò quel tiepido sangue<br />
e perché poi rimanesse una traccia della sua stirpe,<br />
lo tramutò nella specie degli uomini; tale semenza<br />
disprezzatrice dei superi e fiera era anch’essa violenta,<br />
tanto ebbe brama di strage: puoi intenderli nati dal sangue.<br />
Come dall’alto ebbe vista ogni cosa, il padre Saturnio<br />
si lamentò ripensando ai convivi orrendi del desco<br />
di quel Licàone, non noti ancora, e da poco accaduti.<br />
Ire tremende provò nell’animo, degne di Giove,<br />
quindi raccolse il concilio. Né indugio fermò i radunati.<br />
Passa sublime una via, palese nel cielo sereno,<br />
lattea è il suo nome, ben nota qual è dal suo stesso candore.<br />
Questo è il cammino dei superi al soglio del grande Tonante,<br />
alla regale dimora; a destra e a sinistra le sale<br />
delle gloriose deità si affollano, schiusi i battenti.<br />
Abita il volgo distinto per luoghi; in quel soglio i celesti<br />
sono padroni e superbi vi posero i loro penati.<br />
Questa è la casa che se si concede audacia al mio dire<br />
non temerei a chiamare la reggia del cielo spazioso.<br />
Come si furono assisi i superi al trono di marmo,<br />
egli in un luogo più alto, poggiando allo scettro d’avorio,<br />
fece ondeggiare tre volte e quattro sul capo la chioma<br />
terrificante, con cui muove il suolo il mare e le stelle.<br />
Dunque con simili accenti spiegò la sua voce indignata:<br />
“Per il dominio del mondo io non ho provato più angoscia<br />
sin da quell’epoca in cui ciascuno dei piedi di serpe<br />
si preparava a sferrare gli artigli sul cielo asservito.<br />
Anche se poi quel nemico era truce, eppure da un solo<br />
corpo e da un solo principio nasceva l’intero conflitto;<br />
ora per tutte le terre a cui intorno Nèreo risuona<br />
devo distruggere il seme mortale: io lo giuro sui flutti<br />
inferi sotto la terra che scorrono il bosco di Stige!<br />
Tutto ho dovuto provare, ma tanto è riottoso alla cura<br />
che va reciso di spada, non leda la parte sincera.<br />
Ho sotto me i semidei, ho le ninfe, rustici numi,<br />
e così fauni e poi i satiri e ancora i montani silvani;<br />
se non vogliamo degnarli ancora d’onore celeste,<br />
diamo che tengano in pace le terre che abbiamo concesse.<br />
Ma ritenete, o superni, che siano abbastanza al sicuro,<br />
se contro me, che posseggo e dominio il fulmine e voi,<br />
ha teso insidie Licaone, per sua crudeltà già famoso?”<br />
Ebbero un fremito tutti e con insistente veemenza<br />
chiesero chi poté tanto: così, quando sorse empia mano<br />
contro il cesareo sangue a spegnere il nome di Roma,<br />
dall’improvviso terrore di tanta rovina sgomento<br />
il seme umano rimase e ne inorridì tutto il mondo;<br />
né meno grato a te giunse, Augusto, l’affetto dei tuoi,<br />
di quanto fu il loro a Giove. Appena con voce e con mano<br />
ebbe calmato i clamori, mantennero tutti il silenzio.<br />
Spento il clamore, sedato dal gesto imperioso del sire,<br />
Giove riscosse il silenzio di nuovo con queste parole:<br />
“Egli pagò la sua pena, non datevi questo pensiero;<br />
vi svelerò a che si giunse e quale ne sia la vendetta.<br />
Era venuta alle nostre orecchie l’infamia dei tempi;<br />
desiderando smentirla, discendo dal sommo d’Olimpo<br />
e sotto umana sembianza io, un nume, attraverso le terre.<br />
Enumerare che grado di colpe abbia ovunque scoperto<br />
è lungo indugio: la stessa infamia era meno del vero.<br />
Ero passato oltre il Mènalo, orrendo di covi di belve,<br />
quindi oltre i picchi del freddo Liceo, al di là del Cillene:<br />
poi del tiranno d’Arcadia raggiungo le case, i palazzi<br />
inospitali, allorché trae notte il crepuscolo tardo.<br />
Diedi segnali che un dio giungeva e la folla si indusse<br />
a venerarmi; deride Licàone prima i pii voti,<br />
quindi proclama: “Con netto discrimine voglio provarlo,<br />
se è dio o mortale: né il vero sarà revocabile in dubbio”.<br />
Medita di trucidarmi con morte improvvisa, di notte,<br />
preso dal sonno; gli piace siffatta esperienza del vero;<br />
poi, non contento di ciò, a un ostaggio che la molossa<br />
stirpe gli aveva mandato, segò con la spada la gola,<br />
subito quindi bollì semivive in acqua le membra,<br />
parte; altra parte però ne arrostì ponendola al fuoco.<br />
Quando me n’apparecchiò la mensa, io con vindice vampa<br />
scaraventai sul padrone il palazzo, degni penati;<br />
egli atterrito ne fugge, venuto ai silenzi dei campi<br />
ulula, invano si sforza a parlare, ed ecco il suo volto<br />
alla sua rabbia si impronta per brama d’eccidio consueto,<br />
contro le greggi si volge e tuttora è sazio del sangue.<br />
Gli si tramutano in velli i vestiti, in zampe le braccia<br />
e si fa lupo, ma serba vestigio del vecchio sembiante;<br />
resta la stessa canizie, la stessa violenza nel volto,<br />
brillano identici gli occhi, è l’aspetto suo di ferocia.<br />
Solo una casa è caduta; non solo una casa era degna<br />
d’essere estinta: aspra Erinni governa dovunque le terre.<br />
Li crederesti votati al delitto! Paghino tutti<br />
subito il fio come han già meritato (tale è il decreto)”.<br />
Plaudono alcuni a gran voce al dire di Giove e all’irato<br />
recano stimolo, gli altri si aggregano dando l’assenso.<br />
Ma l’estinzione del seme umano procura dolore<br />
a tutti quanti, si chiede che forma verrebbe alla terra,<br />
se di mortali sia priva, chi mai coprirebbe di incensi<br />
l’are, se intenda lasciare le terre a sbranarsi alle belve.<br />
Questo si chiedono (avevano a cuore gli eventi a venire),<br />
ma il re dei superi vieta tremare e promette una stirpe<br />
da prodigiosa radice, diversa dal popolo antico.<br />
Già si accingeva a incendiare di folgori tutta la terra;<br />
ma paventò che da tutti quei fulmini l’etere sacro<br />
fosse pervaso di fiamme e che l’asse immenso ne ardesse:<br />
anche ricorda com’è destino che venga il momento<br />
in cui la terra, in cui il mare e l’infranta reggia del cielo<br />
si incedierà, soffrirà straziata la mole del mondo.<br />
Sono riposti quei dardi che mano forgiò di Ciclopi:<br />
piace una pena diversa: il seme mortale fra l’onde<br />
perderlo, precipitare dall’etere tutto le nubi.<br />
Prima di tutto rinchiude negli antri d’Eolia Aquilone<br />
e così tutte le brezze che fugano nembi addensati,<br />
poi sfrena il Noto. Ecco il Noto volare con ali piovorne,<br />
cupo com’è di nerigna caligine il volto spietato,<br />
grave di nembi la barba, scorre acqua ai capelli canuti,<br />
siedono in fronte le nubi, gli inondano le ali e la faccia.<br />
Come con mano robusta addensò le nubi incombenti,<br />
nacque fragore: ecco densi dall’etere piombano i nembi.<br />
Nunzia qual è di Giunone e cinta di vari colori,<br />
Iride d’acqua si intride, alle nubi reca alimento.<br />
Sono abbattute le messi, si perdono grazie implorate<br />
dal contadino, il lavoro di tutto un lungo anno è per nulla.<br />
Né del suo cielo contenta è l’ira di Giove e lo aiuta<br />
anche il ceruleo fratello, con le onde prestate in ausilio.<br />
Convoca i fiumi quel dio; entrati che furono in casa<br />
del loro principe, questi esclamò: “D’un lungo discorso<br />
ora non c’è più bisogno: sfrenate le vostre potenze;<br />
questo bisogna! Schiudete le case e agitando la mole,<br />
abbandonate del tutto le briglie alle vostre correnti!”<br />
Sì, così ingiunge: essi partono e schiudono ai fonti le foci<br />
e si rivolgono al mare con impeto senza più freno.<br />
Egli batté di tridente la terra: ecco allora che questa<br />
n’ebbe tremore e  dischiuse le vie ai tumulti dell’acqua.<br />
Corrono i fiumi in aperta campagna invadendo ogni spazio,<br />
con i poderi gli arbusti e con i pastori le greggi<br />
portano via, e le case e coi loro arredi i sacrari.<br />
Se resisteva una casa e se intatta aveva potuto<br />
reggere a tanta rovina, ecco un’onda, cresta più impervia,<br />
a ricoprirla, le torri spariscono oppresse dal fango.<br />
Già non avevano più distinzione il mare e la terra:<br />
tutto era mare e perfino al mare mancavano sponde.<br />
Chi si rifugia su un colle, chi siede in un gozzo ricurvo<br />
e muove i remi nel luogo in cui già spingeva l’aratro:<br />
altri al di sopra dei campi, d’un tetto di villa sommersa<br />
naviga, un altro sorprende un pesce sull’alto d’un olmo.<br />
L’ancora al prato in rigoglio s’infigge, ove sorte la guidi,<br />
contro sommersi vigneti si sfregano curve carene;<br />
dove smagrite caprette un tempo pascevano l’erba,<br />
ora in quei luoghi le foche deformi distendono i corpi.<br />
Fan meraviglia foreste e città e dimore sott’acqua<br />
alle Nereidi, i delfini invadono i boschi e sugli alti<br />
rami si aggirano e intanto percuotono e smuovono i tronchi.<br />
Nuota fra pecore il lupo e l’onda trae fulvi leoni,<br />
l’onda trascina le tigri; né forze di fulmine al verro,<br />
giovano né per il cervo travolto i veloci garretti,<br />
e ricercando gran tempo le terre a cui possa posarsi,<br />
piomba nel mare con l’ali sfinite il volatile errante.<br />
Anche sui tumuli vinse l’immensa violenza del flutto,<br />
e si frangevano nuovi marosi alle cime dei monti.<br />
È la più parte rapita dall’onda; e chi l’onda risparmia,<br />
con la mancanza di vitto lo stroncano lunghi digiuni.<br />
Gli Àoni dalle campagne dell’Eta la Focide esclude,<br />
terra ferace, finché fu terra, ma in quella stagione<br />
tratto di mare e distesa spaziosa dei subiti flutti.<br />
Con le due cime alle stelle un impervio monte vi sorge,<br />
a cui è nome Parnaso, i suoi picchi vincono i nembi.<br />
Qui, dove Deucalione (il resto fu il mare a coprirlo)<br />
con la compagna di letto viaggiò in legno angusto approdando,<br />
rendono onore alle ninfe Coricidi, dee di quel monte,<br />
e alla fatidica Temi, che allora il suo oracolo vi ebbe:<br />
uomo migliore di lui, o più innamorato del giusto<br />
non esisté, o altra più di lei timorata dei numi.<br />
Giove, allorché ricoperta di liquidi stagni la terra<br />
e di già tante migliaia superstite solo quell’uomo<br />
e di già tante migliaia superstite sola lei vide,<br />
privi di colpa ambedue e ligi ambedue degli dèi,<br />
schiuse le nubi, disperse le nuvole con aquilone,<br />
rese visibili il cielo alle terre e terra da cielo.<br />
L’ira del mare non monta, deposto il tricuspide dardo<br />
placa i marosi il sovrano del pelago, sù chi in profondo<br />
era rimasto, coperte di porpora innata le spalle,<br />
egli richiama, il ceruleo Tritone, e comanda che soffi<br />
nella sonora conchiglia e che i flutti e i fiumi trattenga<br />
al concordato segnale: la buccina cava egli prende,<br />
tortile buccina, quella che in largo da stretta voluta<br />
vortica, quella che appena trae l’aria nel mezzo del mare,<br />
riempie del suono le sponde che giacciono sotto i due Febi;<br />
sì, così, come al dio tocca le labbra di madida barba<br />
roride, come risuona al soffio le debite note,<br />
ecco, da tutti i marosi di terra e di mare è sentita,<br />
quindi i marosi da cui è sentita, tutti li frena.<br />
Subito il mare ha una sponda, un alveo li ha in sé i fiumi in piena,<br />
e si ritirano i fiumi, si vedono colli affiorare,<br />
Sorge la terra, ricrescono i suoli e decrescono i flutti,<br />
dopo una lunga giornata le selve palesano nudi<br />
vertici, ma fra le frondi trattengono il fango residuo.<br />
Ecco che il mondo tornava; ma appena lo vide deserto<br />
e desolate le terre giacere in profondi silenzi,<br />
Deucalione scoppiando in lacrime a Pirra si volse:<br />
“Ah, mia sorella, mia sposa, superstite unica donna,<br />
che la comune semenza, l’origine degli antenati,<br />
poi anche il letto a me unisce, e uniscono adesso anche i rischi,<br />
noi sulle terre, su quante ne vedono l’alba e il tramonto,<br />
noi siamo tutta la gente; il resto è in potere del mare.<br />
Questo conforto perfino alla nostra vita non resta<br />
saldo abbastanza; le nubi spaventano ancora il mio cuore.<br />
Quale sarebbe, se tu senza me ti fossi sottratta,<br />
alla rovina, il tuo animo, o misera? Come potresti<br />
sola soffrire l’orrore? Con quale compagno dolerti?<br />
Sì, poiché io (credi a me), se avesse anche te preso il mare,<br />
ti seguirei, moglie mia, e avrebbe anche me preso il mare.<br />
Ah, se con l’arte paterna quei popoli io li potessi<br />
ricostruire e soffiare respiro all’argilla plasmata!<br />
Ora rimane soltanto in noi due la stirpe mortale.<br />
Questo ai superni è piaciuto: restiamo esemplari dell’uomo!”<br />
Disse e piangevano entrambi. E vollero ai numi celesti<br />
volgersi, chiedere aiuto per mezzo di sacri responsi.<br />
No, non v’è indugio: s’accostano insieme ai Cefisidi flutti,<br />
pur se non limpidi ancora, ma resi già al corso consueto.<br />
Poi, non appena di stille si furono aspersi, a libare,<br />
tanto le vesti che il capo, rivolsero i passi ai sacelli<br />
della deità venerata, i quali mostravano il tetto<br />
bianco d’ignobile muschio, di fuoco eran privi gli altari.<br />
Solo a toccare i gradini del tempio, i due proni lì al suolo<br />
cadono, imprimono baci sul gelido sasso, sgomenti,<br />
quindi “Se a giuste preghiere” implorano “sanno addolcirsi,<br />
vinte, le divinità, se si piega l’ira dei numi,<br />
Temi, di’ l’arte con cui riparare il danno del nostro<br />
genere, al mondo sommerso, dolcissima, reca il tuo aiuto!”<br />
Vinta è la dea e fornisce un responso: “Uscite dal tempio,<br />
quindi velatevi il capo e le cinte vesti sciogliete,<br />
della gran madre le ossa gettatevi dietro le spalle!”<br />
Stettero a lungo stupiti: a voce il silenzio lo ruppe<br />
Pirra per prima e a responsi di dea rifiutò di obbedire,<br />
chiede con pavido labbro le accordi il perdono, ha timore<br />
di sparpagliare quelle ossa e offendere l’ombra materna.<br />
Quindi rimeditano le parole oscure di arcani<br />
ciechi del dato responso, le pesano l’uno con l’altra.<br />
Il Prometeide però calmò la Epimetide a voci<br />
placide e disse “O è fallace la sollecitudine in noi,<br />
o (sono pii, non consigliano alcuna empietà quei responsi!)<br />
Terra è la gran genitrice: le pietre nel corpo di Terra<br />
indica, credo, come ossa; ci impone gettarle alle spalle”.<br />
È la Titania all’augurio del proprio consorte persuasa,<br />
ma la speranza è nel dubbio: così diffidavano entrambi<br />
d’ammonimenti celesti; ma che nuocerà poi tentare?<br />
Ecco, discendono: velano il capo, hanno tuniche indosso,<br />
gettano dietro, sui passi, le pietre a quel modo che è imposto.<br />
Rocce (chi lo crederebbe, non fosse il passato a provarlo?)<br />
di rigidezza e durezza prendevano allora a svestirsi<br />
e ammorbidire le moli, e molli ad assumere forma.<br />
Subito, appena cresciute, appena più mite natura<br />
le tramutò, come incerta può scorgersi, ma non del tutto<br />
netta, la forma dell’uomo e quasi cavata dal marmo,<br />
non abbastanza sbozzata, ben simile a rozza figura:<br />
pure la parte di roccia che intrisa di qualche umidore<br />
era, nonché di terriccio, è conversa all’uso di corpo;<br />
quanto n’è saldo e non può piegarsi, è mutato nell’ossa,<br />
quella che vena fu già, restò col medesimo nome,<br />
tanto che in piccolo spazio per cenno dei numi le rocce<br />
che gettò mano di maschio assunsero forma di maschi,<br />
mentre da lancio femmineo le femmine riebbero vita.<br />
Ecco perché siamo dura progenie ed esperta d’affanni,<br />
testimonianza rendiamo del seme da cui siamo nati.<br />
Gli altri animali la terra secondo le forme diverse<br />
li partorì di suo impulso, da che s’asciugò il vecchio umore<br />
sotto la vampa del sole e gli stagni molli di fango<br />
furono secchi all’arsura, e i fertili semi degli enti<br />
alimentati da zolla feconda o in un grembo di madre<br />
crebbero e consolidandosi assunsero qualche figura.<br />
Sì, così quando rilascia i campi il settemplice Nilo<br />
madidi, quando ritira il corso nel pristino letto,<br />
e si riasciuga per l’astro etereo il limo recente,<br />
i contadini voltando le zolle vi trovano bestie<br />
innumerevoli e alcune fra queste ora appena cresciute,<br />
proprio al momento di nascere, ne vedono altre incompiute,<br />
tronche nei loro segmenti, e spesso in un unico corpo<br />
ha preso vita una parte, altra parte è semplice terra.<br />
Già, non appena hanno assunto equilibrio umore e calore,<br />
germinano, da quei due elementi nasce ogni cosa,<br />
e poiché il fuoco è nemico dell’acqua, un acquoso vapore<br />
crea tutto quanto e concordia discorde equilibra i suoi frutti.<br />
Poi, non appena fangosa di fresco diluvio la terra<br />
si riasciugò per i soli eterei e i l’arsura profonda,<br />
innumerevoli specie creò; nelle antiche figure<br />
ne riplasmava una parte, e in parte formò nuovi mostri.<br />
Certo non volle così, ma te pure, immane Pitone,<br />
generò allora; e tu drago ignoto alla gente novella<br />
desti terrore: uno spazio tanto ampio occupavi del monte.<br />
Contro di lui il dio arcere, che ancora i suoi dardi letali<br />
non adoprò che sui daini e sui caprioli fuggenti,<br />
quasi svuotò la faretra, e con mille frecce l’oppresse<br />
e massacrò –n’era effuso alle nere piaghe il veleno.<br />
Non cancellasse la gloria del gesto il passare del tempo,<br />
egli allestì giochi sacri in un celebrato certame,<br />
che si chiamarono pitici, in nome del drago domato.<br />
Li chi fra i giovani avesse trionfato o col pugno o col piede<br />
o con il disco, dai rami dell’eschio otteneva corona.<br />
Lauro a quel tempo non c’era, e di tutti gli alberi dunque<br />
Febo cingeva le tempie graziose di lunghi capelli.<br />
Dafne Penia per Febo fu prima passione, che a lui<br />
non comminò cieca sorte, ma un’ira crudele d’Amore.<br />
Delio, superbo del drago sconfitto, da poco l’aveva<br />
visto piegare le corna dell’arco accostandone il nerbo<br />
e “Che ci fai con quest’arma possente, o lascivo fanciullo?”<br />
disse: “No, simile peso alle nostre spalle conviene:<br />
dare alle bestie alte piaghe e darne ai nemici è da noi,<br />
chi col pestifero ventre coprì tanti iugeri, noi,<br />
noi l’abbattemo con frecce infinite, il tronfio Pitone.<br />
Tu con la fiaccola tua sii contento d’essere l’esca<br />
di non si sa quali amori e non aspirare al mio onore!&#8217;<br />
Disse a lui il figlio di Venere: “O Febo, il tuo arco trafigga<br />
tutte le bestie e te il mio; quanto ogni altra forma vivente<br />
la cede a un dio, della mia la tua gloria è tanto minore”<br />
disse così, poi fendendo il cielo, agitando le penne,<br />
alacre sulla giogaia di Parnaso ombrata ristette,<br />
dalla faretra ricolma di frecce estraeva due dardi<br />
per due dissimili effetti: una fuga e l’altra crea amore.<br />
Quel che lo crea è dorato e di punta aguzza rifulge,<br />
quel che lo fuga è smussato e in punta allo strale ha del piombo.<br />
Questo alla ninfa Peneia il dio lo scagliò, con quell’altro<br />
giù fin nell’ossa trafitte ferì le midolla d’Apollo;<br />
perdutamente egli amò, d’amante ella fugge anche il nome,<br />
solo le latebre delle foreste e le spoglie di fiere<br />
intrappolate ha graditi, rivale di Febe illibata,<br />
d’infula cinge i capelli acconciati senza ornamento.<br />
Molti l’avevano chiesta, ma quei pretendenti li spregia,<br />
le che non soffre e non ha marito, aspre selve percorre<br />
che sia Imene e che Amore, che sia il connubio non cura.<br />
Spesso le disse suo padre: “Un genero, figlia, mi devi”,<br />
spesso le disse suo padre: “Creatura, mi devi i nipoti”;<br />
ella che come un supplizio rifugge le torce nuziali,<br />
di verecondo rossore soffuse le guance graziose,<br />
e con le tenere braccia stringendosi al collo del padre<br />
“Dammi, carissimo padre” esclamò “Che d’una perpetua<br />
verginità io sia paga! Ciò diede a Diana suo padre”<br />
Egli senz’altro esaudisce, ma a te la beltà non permette<br />
quello che vuoi, la tua grazia alla tua preghiera si oppone:<br />
Febo ama e brama il connubio con Dafni e l’ha appena veduta,<br />
quello che brama, lo spera, la sua previsione lo inganna,<br />
come le stoppie leggere si bruciano còlte le spighe,<br />
come le siepi son arse da torce, che a caso un viandante<br />
troppo vicine vi tenne o che lascia prima dell’alba,<br />
sì, così il dio tra quei fuochi bruciò, così in tutto il suo petto<br />
arde e alimenta col suo sperare uno sterile amore.<br />
Mira le chiome che senza ornamento cadono al collo<br />
e “Che mi importa? Son folte” si dice. I suoi occhi egli vede<br />
simili a stelle guizzare di fuoco, egli vede i suoi baci<br />
che non gli basta aver visto; ne loda le dita e le mani<br />
e le sue braccia e ben più che a metà i suoi omeri ignudi;<br />
quel che è nascosto lo crede migliore. Ella fugge più svelta<br />
d’aura leggera e ai richiami del dio che la invoca non resta:<br />
“Ninfa penea, te ne prego, sta’ qui! Non ti inseguo nemico;<br />
Ninfa, sta’ qui! Così al lupo l’agnella, al leone la cerva,<br />
e così all’aquila sfuggono in trepido volo colombe,<br />
e al suo nemico ciascuno: se io seguo te, è per amore!<br />
Misero me! Che tu prona non cada, ah, non segnino spini<br />
le gambe tue di ferita non degne, io non causi a te danno!<br />
Aspre i sentieri su cui ti avvii: te ne prego, più piano<br />
corri, trattieni la fuga, più piano ti inseguirò anch’io.<br />
Guarda a colui cui tu piaci però: non un uomo dei monti,<br />
non sono io un pastore, io d’armenti e greggi non sono<br />
l’irto custode quaggiù. Non sai, temeraria, non sai<br />
tu da chi fuggi e mi fuggi perciò: me la Delfica terra,<br />
me Claro e Tenedo e anche la reggia di Patara serve;<br />
è genitore mio Giove; quel ch’è e che sarà, quel ch’è stato,<br />
s’apre per me; sulle corde per me dànno i canti armonia.<br />
Vola sicuro il mio dardo, ma più del mio dardo sicura<br />
è la saetta che aprì nel mio cuore vuoto una piaga!<br />
La medicina fu mia invenzione, al mondo son detto<br />
il guaritore, è soggetta a me la potenza dell’erbe.<br />
Con nessun’erba, ahi, ahimè, si riesce a sanarlo l’amore,<br />
l’arti che giovano a tutti non giovano al loro padrone!”<br />
Altro diceva e però la Peneia in trepida corsa<br />
fugge e si lascia alle spalle con lui le parole incompiute:<br />
bella anche allora sembrò; snudavano i vènti le membra,<br />
e le smovevano i veli soffiandovi contro i rabbuffi,<br />
dietro spandeva soffusi la brezza leggera i capelli,<br />
cresce beltà nella fuga. Però non più oltre sopporta<br />
perderne il giovane dio le blandizie, e come ammoniva<br />
lo stesso Amore, ne segue con passo incalzante le tracce.<br />
Come un segugio di Gallia, se vede una lepre in un vasto<br />
campo e alla preda ha puntato col passo, essa cerca salvezza;<br />
simile a chi sta per giungere a segno, uno spera d’averla<br />
presa oramai, ne tallona col muso proteso le impronte,<br />
nell’incertezza è quell’altra, se sia catturata, e dai morsi<br />
già si sottrae, lascia indietro le fauci vicine a toccarla:<br />
per la speranza il dio è lesto così, la fanciulla al timore.<br />
E tuttavia lui che insegue sorretto dal volo d’Amore,<br />
è più veloce e non dà respiro, anzi incombe alle spalle<br />
della fuggiasca e sul crine effuso sul collo le spira.<br />
Ella perdute le forze è pallida e vinta da affanno<br />
per la sua rapida fuga, alle onde peneidi guardando<br />
“Padre, soccorso!” gridò “Se voi acque un nume celate,<br />
cambia e stravolgi l’aspetto per cui sono troppo piaciuta!&#8217;<br />
[Cambia e stravolgi l’aspetto che fa che io resti oltraggiata.]<br />
Greve un torpore, al finire del voto, occupò le sue membra,<br />
d’una sottile corteccia si vestono i molli precordi,<br />
e come frondi i capelli rampollano e in rami le braccia,<br />
già così lesto il suo piede aderisce a pigre radici,<br />
ha per suo culmine il viso: quel solo splendore in lei resta.<br />
Anche così l’ama Febo e poggiata al tronco la destra<br />
sente che trepida ancora il petto alla nuova corteccia,<br />
e come membra stringendo perciò fra le braccia quei rami<br />
preme sul legno i suoi baci; ma il legno dai baci rifugge.<br />
Dunque a lei il dio “Poiché tu non puoi diventare mia sposa”<br />
disse, “il mio albero,.sì, diverrai! Avranno per sempre<br />
te il crine mio, te la cetra e la mia faretra, te, lauro;<br />
Tu seguirai i condottieri del Lazio, ove lieta una voce<br />
canti il trionfo, ove scorga i lunghi cortei Campidoglio;<br />
presso le porte d’Augusto tu stesso fidissima scolta<br />
sopra i battenti starai, veglierai la quercia nel mezzo,<br />
e come giovane è sempre di intonsi capelli il mio capo,<br />
abbila sempre anche tu perpetua una gloria di frondi!”<br />
Disse Peana: l’alloro coi rami formati da poco<br />
acconsentì, parve muovere il culmine come una testa.<br />
C’è nell’Emonia un boschetto, che ovunque circonda intricata<br />
selva: lo chiamano Tempe; il Peneo per quella, sgorgando<br />
dalle radici del Pindo, si volge con onde spumose<br />
e con tonante cascata solleva foschie circondate<br />
da un fumigare sottile e la sommità delle selve<br />
bagna di stille e col tuono ben più che i dintorni affatica:<br />
ecco la casa, ecco il letto, ed ecco i sacrari d’un grande<br />
fiume, e in quei luoghi abitando in un antro aperto fra rupi,<br />
leggi imponeva egli all’onde e a ninfe abitanti fra l’onde.<br />
E si radunano là i populei fiumi da prima,<br />
né sanno più se allietarsi col padre o se dargli conforto,<br />
e lo Spercheo circondato di pioppi e l’Enipeo irrequieto,<br />
tanto l’Apidano antico che l’agile Anfriso e l’Aea,<br />
subito quindi anche gli altri, che ovunque il loro impeto muova,<br />
versano giù dentro il mare i flutti affannati in meandri.<br />
L’Inaco solo non c’è, nascosto nel fondo d’un antro,<br />
l’acque di lacrime accresce, miserrimo, e piange sua figlia<br />
Io come fosse perduta: non sa se ella goda di vita<br />
o si ritrovi fra i Mani; ma lei che mai più non ritrova,<br />
crede che più non esista e teme nell’animo il peggio.<br />
Giove l’aveva veduta, allorché tornava dal corso<br />
del padre suo e “O fanciulla che meriti Giove e felice<br />
non si sa chi del tuo letto farai, tu va’” disse “fra l’ombre<br />
dentro il più folto dei boschi” (e indicava l’ombre dei boschi),<br />
“ora che è caldo e sta il sole altissimo a mezzo del corso!<br />
Se fra caverne di fiere paventi addentrarti da sola,<br />
i penetrali dei boschi vedrai, certa al cenno d’un dio,<br />
e non di un dio della plebe: io sono che stringo il superbo<br />
scettro celeste nel pugno, io che scaglio i fulmini erranti.<br />
Non mi sfuggire!” Fuggiva infatti. E già i prati di Lerna<br />
e le campagne Lircee degli alberi folte lasciava,<br />
quando quel dio, ammantata di nebbia la terra spaziosa,<br />
la ricoprì, ne frenò la fuga e violò il suo pudore.<br />
Ma nel frattempo scrutò in mezzo agli Argivi Giunone,<br />
di come nuvole erranti fingessero il volto di Notte<br />
nel chiaro giorno provò stupore, e campì che non d&#8217;acqua<br />
erano, che non le aveva emanate l’umida terra;<br />
quindi spiò dove fosse il suo sposo, come colei<br />
che del sorpreso marito svelò tante volte le tresche.<br />
Dopo che in cielo non l’ebbe trovato, “o mi sono ingannata,<br />
o mi si offende” si disse, dal sommo dell’etere scese<br />
e si fermò sulla terra e fece svanire le nubi.<br />
Egli avvertì la venuta di lei, la sua sposa, e in giovenca<br />
candida quindi mutò alla figlia d’Inaco il volto;<br />
bella è perfino da mucca. Benché la Saturnia sia in dubbio,<br />
di quella vacca gradisce l’aspetto, e da chi, da che luogo<br />
gli domandò, di che armento sia mai, come ignara del vero.<br />
Giove mentì che dal suolo era nata, a che del suo autore<br />
cessi l’indagine: in dono però la Saturnia la chiede.<br />
Come farà? Crudeltà l’offrire il suo amore in regalo,<br />
ma non donarlo è sospetto: persuade un partito il Pudore,<br />
ma lo dissuade l’Amore. Da Amore il Pudore sarebbe<br />
vinto, ma se alla compagna di stirpe e di letto negasse,<br />
piccolo dono, la vacca, non vacca potrebbe apparire!<br />
Ecco donata l’amante, però non del tutto la dea<br />
sveste il timore, ha paura di Giove, è angosciata del furto,<br />
tanto che al figlio di Arèstore, ad Argo la lascia in custodia.<br />
Argo di cento pupille aveva attorniata la testa,<br />
quindi nel loro alternarsi due occhi godevano quiete,<br />
gli altri vedevano e fissi restavano nel vigilare.<br />
Come che egli volesse appostarsi, ad Io sogguardava,<br />
anche volgendo le spalle, teneva Io davanti ai suoi occhi.<br />
Lascia che a giorno si pasca; se il sole sta giù sotto terra,<br />
egli la chiude e poi getta un laccio al suo collo innocente.<br />
Ella di arboree frondi e d’amaro sterpo si pasce.<br />
Come su un letto, su terra non sempre coperta dell’erba<br />
quell’infelice riposa s’abbevera a fiumi motosi.<br />
Anche volesse colei da supplice tendere ad Argo<br />
le braccia sue, non ha braccia che possa protendere ad Argo,<br />
dalla sua bocca sforzata al lamento effonde muggiti,<br />
teme quel suono però, dalla propria voce è atterrita.<br />
Corre anche al luogo in cui spesso soleva giocare, alle ripe<br />
d’Inaco: appena ebbe visto nell’acqua il suo muso e le nuove<br />
corna, rimane atterita e di sé sgomenta rifugge.<br />
E non lo sanno le Naiadi, e non lo sa Inaco stesso,<br />
chi sia costei; lei seguì suo padre e seguì le sorelle<br />
e si lasciò carezzare e s’offerse al loro stupore.<br />
Inaco antico le aveva offerto dell’erba raccolta:<br />
ella gli lecca le mani, dà baci sui palmi del padre<br />
e non trattiene le lacrime, e solo ne uscissero voci,<br />
gli chiederebbe soccorso, direbbe il suo nome e il suo caso;<br />
per le parole lo scritto, che un piede fra polvere scrive,<br />
offre l’indizio ferale del suo tramutato sembiante.<br />
“Misero me!” gridò il padre suo Inaco, e ancora dai corni<br />
della gemente giovenca e dal niveo collo pendendo,<br />
“Misero me!” ripeté; “Sei tu, figlia mia, che ho cercata<br />
per tutte quante le terre? Di te che rivedo più lieve<br />
lutto eri non ritrovata! Sei muta e non rendi alle mie<br />
voci risposta, soltanto sospiri dal chiuso del petto<br />
trai, e nell’unico modo che puoi, al mio dire rimugghi!<br />
E per te io, io, da ignaro apprestavo talami e torce,<br />
ebbi da prima speranza d’un genero, poi di nipoti.<br />
Ora da un gregge lo sposo, da un gregge ora un figlio tu avrai.<br />
Né con la morte m’è dato estinguere tanto dolore;<br />
l’essere un dio a me nuoce, preclusa la porta del fato<br />
fa che il mio lutto continui a durare un tempo infinito”.<br />
A quel lamento ridesta attenzione in Argo stellato,<br />
questi sottrae a suo padre la figlia e la guida in remoti<br />
pascoli. Quindi lontano, sul picco elevato d’un monte,<br />
siede, da dove sorveglia ogni angolo, lì appollaiato.<br />
Né il reggitore dei numi può più sopportare aspro lutto<br />
della Foronide e chiama suo figlio, di cui sgravò il parto<br />
la chiara Pleiade: a lui comanda che ad Argo dia morte.<br />
Breve è l’indugio: ali ai piedi e porre la mano possente<br />
sulla sonnifera verga e il suo copricapo ai capelli.<br />
Presa ogni cosa, dall’arce paterna il rampollo di Giove<br />
giù sulla terra calò; rimosse laggiù il copricapo,<br />
anche le penne depose, mantenne soltanto la verga:<br />
come pastore, con essa, fra impervie campagne avanzando<br />
guida caprette rapite e canta con canne congiunte.<br />
Presa dal canto stupendo, la guardia giunonia “senz’altro,<br />
tu, chiunque sia, puoi sederti con me sopra questa mia roccia”,<br />
Argo esclamò; “Per un gregge non c’è in altro luogo dell’erba<br />
più succulenta, e lo vedi, è adatta ai pastori qui l’ombra”.<br />
E l’Atlantiade si siede e fa indugio, a lungo parlando,<br />
con suoi discorsi al cammino del giorno e s’appresta cantando<br />
a soggiogare con canne congiunte i suoi vigili sguardi.<br />
Egli resiste però al cedere ai sonni soavi,<br />
e nonostante s’annidi in parte degli occhi il sopore,<br />
parte n’è sveglia comunque. Anche chiede (appena inventato<br />
era poi il flauto in quel tempo), di come si fosse inventato.<br />
Ecco che il dio cominciò “sotto i freddi monti d’Arcadia,<br />
celebre assai più dell’altre amadriadi nonacrine<br />
c’eran una naide: le ninfe l’avevano detta Siringa.<br />
Più d’una volta fuggì dai satiri tesi a inseguirla,<br />
e da qualunque altro dio cui la selva ombrosa e il ferace<br />
campo offre asilo. All’ortigia deità coi suoi sforzi e la stessa<br />
verginità fece onore; vestita alla foggia di Diana<br />
ingannerebbe e potrebbe sembrare Latonia, se il suo<br />
arco non fosse di corno e aureo quello di Diana;<br />
anche così ti ingannava. Tornava dal colle Liceo:<br />
la vide Pan, con il capo adorno di pino spinoso<br />
tali parole le disse…” Restava ridirne parole,<br />
come spregiò le preghiere, fuggì per vie impervie la ninfa,<br />
fino a che poi del Ladone arenoso il placido rivo<br />
ebbe raggiunto; qui l’onde le diedero impaccio alla corsa,<br />
lei le sue acquoree sorelle pregò, le mutassero forma,<br />
e così Pan, quando ormai già credeva presa Siringa,<br />
canne palustri afferrò, in luogo d’un corpo di ninfa,<br />
e mentre là sospirava, i soffi spirati alle canne<br />
resero un suono leggero e simile a querula voce.<br />
Dalla nuova arte è il dio preso e dalla dolcezza del suono,<br />
“Tale colloquio fra me e te rimarrà” così dice:<br />
della fanciulla serbarono il nome le canne ineguali<br />
ch’erano unite fra loro per mezzo d’un grumo di cera.<br />
Stava per dirgli così il Cillenio e vide che tutti<br />
gli occhi cedevano e i lumi già n’erano oppressi dal sonno;<br />
subito dunque trattiene la voce e rafforza il sopore<br />
con la sua verga incantata sfiorandogli i languidi lumi.<br />
E non v’è indugio, lo coglie che oscilla, col ferro falcato,<br />
là dove al collo s’attacca la testa, e cruenta sul sasso<br />
la fa cadere e di sangue insozza la rupe scoscesa.<br />
Argo tu giaci, e quel lume che in tanti tuoi lumi tu avevi,<br />
ecco che è spento, i cent’occhi un’unica notte li offusca.<br />
Questi li prese e alle penne al pavone poi la Saturnia<br />
li collocò, ne riempì di gemme stellate la coda.<br />
Presto la dea s’infiammò né più pose remore all’ira,<br />
quindi mandò spaventosa l’Erinni alla vista e alla mente<br />
di quell’argiva rivale e pungoli ciechi nel petto<br />
anche le infisse e per tutto il mondo la spinse fuggiasca.<br />
Ultimo tu rimanevi, o Nilo, al suo immenso vagare;<br />
subito, appena vi giunse, piegate sull’orlo del greto<br />
le sue ginocchia, crollò e in alto, piegando il suo collo,<br />
quello che solo poté, il suo volto, alzando alle stelle,<br />
ella fra gemiti e pianti e col lugubre suo muggito<br />
parve lagnarsi con Giove e implorare un termine ai mali.<br />
Questi, gettando le braccia al collo alla propria consorte,<br />
prega che termini infine la pena e le dice: “Deponi<br />
per il futuro il timore: per te mai più causa di doglie<br />
ella sarà” quindi impone che il fango di Stige l’ascolti.<br />
Come la dea fu placata, lei riebbe il suo pristino aspetto:<br />
torna così ciò che fu; le setole lasciano il corpo,<br />
anche le corna decrescono, è l’orbita all’occhio più stretta,<br />
e si restringe poi il muso, e braccia ritornano e mani,<br />
e in cinque unghie diviso lo zoccolo le si riparte:<br />
nulla di vacca in lei resta, se non di bellezza il candore.<br />
Della saldezza dei suoi due piedi appagata la ninfa<br />
s’erge e però di parlare ha timore e di rimuggire<br />
come giovenca, e paurosa riprova interrotte parole.<br />
Dea celeberrima adesso linigera folla la onora.<br />
Epafo nato da lei alla fine venne creduto<br />
seme di Giove possente e in città possiede sacrari<br />
presso sua madre. A costui fu eguale per anni e coraggio,<br />
figlio del Sole, Faetonte, che un giorno parlò con superbia<br />
e non a lui la cedeva, e fiero di Febo suo padre,<br />
né lo sofferse l’Inachio e gli disse “Folle tu affidi<br />
tutto a tua madre e sèi tronfio del volto d’un padre non tuo”.<br />
E Faetonte arrossì, sottomise l’ira al pudore,<br />
d’Epafo poi l’invettiva a sua madre, a Climene, espresse:<br />
“Ciò di cui più ti dorrai” disse “Madre, è che io, lo spavaldo,<br />
io, l’orgoglioso, ho taciuto! D’un simile obbrobrio ho vergogna,<br />
che si è potuto insultarmi e non si poté rintuzzare.<br />
E però tu, se davvero da stirpe celeste discendo,<br />
mostrami un segno di tanta semenza e congiungimi al cielo!&#8217;<br />
Sì, così disse e gettò al collo materno le braccia,<br />
per il suo capo e per quello di Merope e poi per le tede<br />
delle sorelle pregò desse un segno del suo vero padre.<br />
E non è certo se mossa più Climene dalle preghiere<br />
di Faetonte o dall’ira d’accusa a lei fatta, ambe al cielo<br />
tese le braccia e levando i suoi occhi ai raggi del Sole<br />
“Per questa luce” esclamò “gloriosa di raggi corruschi,<br />
io, figlio mio, te lo giuro, per lui che ci sente e ci vede,<br />
tu da quel dio che rimiri, dal dio che riscalda la terra,<br />
nasci, dal Sole; se dico il falso, egli neghi d’offrirsi<br />
alla mia vista e sia questa ai miei occhi l’ultima luce!<br />
Lungo travaglio non t’è vedere i paterni penati.<br />
Presso la nostra contrada è il tetto da dove egli sorge:<br />
mettiti in via, se ti spinge a ciò l’animo, chiedi a lui stesso!”<br />
subito allora felice per quelle parole di madre<br />
si sollevò Faetonte, all’etere in cuore già pensa,<br />
quindi agli Etiopi suoi e agli Indi, che sotto i celesti<br />
fuochi dimorano, passa sollecito e ai campi paterni</p>
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		<title>RICORDO DI ALLEN MANDELBAUM</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 18:08:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926. A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926.<br />
A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu quanto di più naturale. Già giovanile traduttore di poeti italiani di lingua ebraica quali Refael da Faenza, Agnelo Dato, Immanuel Romano, i fratelli Frances, negli anni Cinquanta egli si volse con naturalezza all&#8217;apprendistato a Dante, a Virgilio, a Omero, a Ovidio. Da gloss a comment, da comment a interpret, da interpret a expound, da expound a translate.<br />
Come da un&#8217;ideale cassaforte (Mandelbaum adorava Roberto Murolo) fuoriescono oggi gli impressionanti tomi della traduzione integrale dell&#8217;Eneide (con testo a fronte, California U.P., 1972), delle tre Cantiche della Commedia: l&#8217;Inferno nel 1980, il Purgatorio nell&#8217;82, il Paradiso nell&#8217;84 (dapprima presso California, poi con Bantam Books); e ancora l&#8217;Odissea integrale nel 1990, e nel &#8217;93 Le Metamorfosi.<br />
Per illustrare l&#8217;influenza che tali opere ebbero sul pubblico colto di lingua inglese, credo sia sufficiente ricordare la motivazione con cui venne conferito a Mandelbaum nel 1973 il National Book Award per la traduzione dell&#8217;Eneide: &#8220;Magistrale la prosodia di Mandelbaum al servizio di un verso inglese energico ed estremamente duttile, adatto al nostro tempo per l&#8217;implicita consapevolezza dell&#8217;impatto che Virgilio ebbe sulla storia della lingua e della poesia inglese&#8221;.<span id="more-40492"></span><br />
Il modo in cui il poeta riesce a penetrare nella fucina di Dante, di Virgilio e di Omero e a riforgiarne il verso nel novecentesco linguaggio poetico anglo-americano ha del &#8220;miracoloso&#8221;. Lo ha scritto un poeta tra i maggiori della generazione successiva a quella di Mandelbaum, Charles Simic, con specifico riferimento alla traduzione dell&#8217;Odissea: &#8220;A miracle. A lesson in the art of translation and a model (an encyclopedia) for poets. The full range and richness of American English is displayed as never before&#8221;.<br />
Ma leggiamo almeno qualche verso dal IX Libro:</p>
<p>I am Odysseus, Laértës’ son.<br />
Men know me for many stratagems.<br />
My fame has reached the heavens. And my home<br />
Is Ithaca, an island bright with sun.</p>
<p>Esempio più esplicito di ciò che teoricamente si intende per approccio intertestuale all&#8217;atto traduttivo non potrebbe darsi. L&#8217;Omero e il Dante di Mandelbaum sono diventati modello di linguaggio e palestra per chi scrive poesia in ambito nord-americano. Perché versioni come queste sono fatalmente destinate a lasciare l&#8217;impronta nella lingua letteraria, e quindi tout court nella civiltà culturale a cui sono volte. Mandelbaum non considera i classici come monumenti immobili nel tempo: marmorei testi di partenza ai quali contrapporre una moderna versione nella cosiddetta lingua d&#8217;arrivo. (E colgo l&#8217;occasione per proporre che le espressioni &#8220;lingua di partenza&#8221; e &#8220;lingua di arrivo&#8221; vengano definitivamente abolite dal lessico di ogni gentiluomo). Egli vede in un continuo fluire nel tempo Dante, Virgilio e Omero, e in quel costante movimento del linguaggio inserisce il proprio processo traduttivo.<br />
Di veri e propri incontri &#8220;poietici&#8221;, con costruttive intersecazioni tra poetica del tradotto e poetica del traduttore, si può a pieno titolo ancora parlare per le versioni di Mandelbaum che hanno permesso al pubblico di lingua inglese di conoscere l&#8217;opera di Ungaretti (a partire da Vita di un uomo &#8211; Life of a Man &#8211; apparsa nel 1958 presso New Directions), di Quasimodo, di Montale, e ancora di Cardarelli, Giudici, Zanzotto. E sempre attentissimo Mandelbaum a rifuggire da quello che egli stesso in un memorabile saggio definisce il sublime &#8220;clandestino&#8221;. Esemplificandolo magari in una parola breve ma insidiosissima: &#8220;tutto&#8221;/&#8221;all&#8221;. E andandolo a scovare anche in autori grandissimi, da Montale (&#8220;perché tutta la vita e il suo travaglio&#8221;) a Wordsworth: &#8220;And all that mighty heart is lying still&#8221;.<br />
Da un lato quindi &#8211; per Mandelbaum &#8211; il valore della memoria e della storia &#8211; consegnato alle generazioni future per permettere loro di riflettere su ciò che è stato; dall&#8217;altro i dettami di una ferrea disciplina etica e lavorativa, di una &#8220;regola&#8221; capace di insegnare come canalizzare l&#8217;energia creativa, perché il savantasse non oscuri con il dito la luna e il sapiente possa continuare a penetrare l&#8217;universo &#8220;nel ciel che più de la sua luce prende&#8221;.<br />
Ad Allen Mandelbaum ero legato da profonda amicizia fin dal 1988, quando egli partecipò in qualità di guest-speaker al convegno “La traduzione del testo poetico” che organizzai presso l’Università di Bergamo, dove all’epoca ero professore associato. L’incontro con Allen fu determinante per le mie successive scelte di ricerca e accademiche, con la fondazione della rivista Testo a fronte, e Allen nel Comitato Direttivo sin dalla fondazione. E i suoi preziosi consigli che negli anni sono continuati a giungere, anche se ultimamente solo da Oltreoceano.<br />
Emblematico di quei primi anni di vita della rivista fu l’invito che insieme a Emilio Mattioli ricevemmo da Gianfranco Folena a Monselice nel 1992 per presentare Testo a fronte e illustrarne i primi numeri. Siedevamo noi quattro dietro quell’imponente tavolo in una domenica mattina di primavera e io – lo ricordo bene – per qualche istante fui perfettamente felice. Folena, al termine delle relazioni, ci confessò: “Ormai resisto solo cogli analgesici”. E fu il primo ad abbandonare la partita. Seguito da Mattioli. E ora da Mandelbaum.<br />
Potete dunque immaginare la mia commozione, oggi. Ricordo che, quando nel 2003, a Santo Stefano Belbo, mi venne attribuito il Premio Cesare Pavese per il volume Del maestro in bottega, il pensiero che in quelle stanze, con quelle stesse persone, due anni prima lo stesso Allen era stato, mi accompagnò per tutta la giornata. Quella era stata la sua ultima volta in Italia. Poi il cuore non gli permise più di varcare l’oceano in aereo.<br />
E proprio con un testo poetico di Allen che porta un’epigrafe da Cesare Pavese, desidero concludere questo mio ricordo.</p>
<p>SLOWLY</p>
<p>“Nail Drives Out Nail, but Four Nails Make a Cross”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Slowly,<br />
he amassed<br />
his poverty:<br />
of faith and hope, of courage and<br />
of caritas,<br />
wrote I.<br />
O. U.’s to<br />
everyone;<br />
of his own<br />
substantial<br />
capital,<br />
uncertain:<br />
where it<br />
lay hid,<br />
or whether<br />
it existed</p>
<p>LENTAMENTE</p>
<p>“Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Lentamente<br />
Accumulò<br />
La sua povertà<br />
Di fede speranza coraggio e carità,<br />
Firmando<br />
A tutti<br />
Cambiali<br />
E pagherò.<br />
Del suo<br />
Sostanzioso<br />
Capitale,<br />
Incerto:<br />
Dove stesse<br />
Nascosto<br />
O tanto meno<br />
Se esistesse.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>VISIONI in TRALICE [IV] Cum dederit dilectis suis somnum</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 08:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
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		<category><![CDATA[Antonio Vivaldi]]></category>
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		<category><![CDATA[DOGVILLE di Lars Von Trier]]></category>
		<category><![CDATA[Engelbert Humperdinck]]></category>
		<category><![CDATA[Hänsel und Gretel]]></category>
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		<category><![CDATA[Muta quies habitat]]></category>
		<category><![CDATA[Nisi Dominus RV 608 IV]]></category>
		<category><![CDATA[Omino del Sonno]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
		<category><![CDATA[VISIONI in TRALICE]]></category>
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					<description><![CDATA["Grace si addormentò lungo la strada maestra grazie alla sua sana capacità di allontanare da sé qualunque sgradevolezza. Un Dio generoso l’aveva benedetta con un raro talento: il potere di guardare avanti e solo avanti."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<center></p>
<div style="width:640px;"><div style="width: 640px;" class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-39702-1" width="640" height="272" loop="1" autoplay="1" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4">http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4</a></video></div></div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-39702-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc"><em>Cum dederit dilectis suis somnum.</em></span><br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc">IV. <em>Largo</em> da &#8220;Nisi Dominus&#8221; RV 608<br />
ANTONIO VIVALDI [ 1678 &#8211; 1741 ] </span></center><br />
<center><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">di <strong>Orsola Puecher</strong></span></center></p>
<blockquote><p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Grace si addormentò lungo la strada maestra grazie alla sua sana capacità di allontanare da s&eacute; qualunque sgradevolezza. Un Dio generoso l&#8217;aveva benedetta con un raro talento: il potere di guardare avanti e solo avanti.</em></span></p>
<p align="right"><span style="font-size:9pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ da DOGVILLE  di Lars Von Trier ]</span></p>
</blockquote>
<p align="right"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em><span id="more-39702"></span></em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/126.png"/></center><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La cantata sacra <strong>Nisi Dominus</strong> per contralto e archi in 8 movimenti sul testo del Salmo 126 [127], fu scritta nel 1738, insieme ad altre tre, per l&#8217;Orfanatrofio di Santa Maria della Pietà di Venezia. E&#8217; uno degli ultimi ritrovamenti, nel 2003, di spartiti vivaldiani.  Giaceva, ignorato e attribuito da un copista a Baldassarre Galuppi, nella ⇨ <a href="http://www.deutschefotothek.de/obj87710404.html" target="_blank"><strong>Biblioteca di Stato di Dresda</strong></a> fra sue altre opere acquistate dalla Corte della città tedesca, all&#8217;epoca una delle più colte e raffinate d&#8217;Europa. Il <em>Largo</em>, sui versi 10, 11 e 12 del Salmo, si culla nella ripetizione di un&#8217;unica figura musicale, un semplice trocheo [ <strong>— ∪</strong> ], che traspare ipnotico nelle sfocataure delle sordine degli archi &#8211;  ⇨ <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=620,height=582,scrollbars,resizable'); return false;"href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a7/ViolinMute.jpg" target="_blank"><strong>sordine con piombi</strong></a>  &#8211; richieste espressamente da Vivaldi, che, conferendo al timbro un alone irreale, del sonno e del sogno restituiscono l&#8217;abbandono.</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>L&#8217;antro del sonno</strong><br />
&nbsp;<br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/07/12/muta-quies-habitat/" target="_blank">Muta quies habitat; </a>saxo tamen exit ab imo<br />
rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens<br />
invitat somnos crepitantibus unda lapillis.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;<em>Una muta quiete l’abita; solo sgorga alla base della roccia<br />
&nbsp;&nbsp;un rivolo del fiume Lete e fluente il mormorio<br />
&nbsp;&nbsp;dell’onda invita al sonno con crepitio di sassolini.</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Ovidio</strong> <em>Metamorfosi</em> [ libro XI, vv. 603 -605 ]</span></p></blockquote>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" style="width:90%;" CELLPADDING="20" CELLSPACING="20" CLASS="" >
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" CLASS="" style="width:90%;">
<p STYLE="text-align: justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;">Non si fidava  [ <em>da bambina </em> ] di lasciare al sonno le cose del giorno. E se al risveglio non le avesse più ritrovate? Con che cuore abbandonarle al buio, che nel suo mantello di mago potrebbe farle sparire?  [ <em>solo le anime quiete chiudono gli occhi e s&#8217;addormentano appena appoggiata la testa sul cuscino</em> ]  Spenta la luce, nella tana tiepida delle coperte, tutto diventa un nero senza fondo, senza pareti, porte e finestre. Vasto spazio scuro, con le stelle, i satelliti, i pianeti e le galassie più remote che ruotano intorno al letto e il mondo intero che entra nella stanza. I tram che sferragliavano lontani, ora corrono sul soffitto, incrociandosi veloci, e ci sono intere città adagiate sul pavimento, con le finestrine illuminate che brillano. Tutto lo stivale che sta sul sussidiario e i due emisferi dell&#8217;Atlante, tutti lì a pigiarsi, a spingersi, ad affollarsi. Tra le gambe delle sedie, scorre un fiume largo e lento, solcato da battelli a ruota e sampan di pirati malesi armati fino ai denti e certi farfarelli con i campanelli sulle punte dei cappelli fanno cucù dall&#8217;armadio e sbattono per dispetto ante e svuotano cassetti. Sotto la scrivania una balena bianca infilzata di arpioni, fra onde e sbuffi d&#8217;acqua, salta con tremendi colpi di coda e un veliero beccheggia, prigioniero nel cestino della carta straccia. Un esercito di bambini di tutte le razze e i colori fa un baccano infernale: chi gioca al mondo sui riquadri della coperta, chi fa il girotondo intorno al cuscino, chi tira biglie. A un certo punto si allungano con zampe di ragno le gambe del letto che inizia a ballare a tempo di Walzer. E se non arrivasse, volando appeso al suo ombrello, l&#8217;Omino Del Sonno, un Mago Sabbiolino benevolo, quel pandemonio durerebbe per tutta la notte. Lui è piccolo, un grillo, con un cappuccetto a punta da gnomo e sulle spalle porta un sacco legato che sfavilla un alone luminoso. </span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-39702-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3</a></audio></div>
<p></center><br />
<center><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc"><em>Nel bosco c&#8217;è un ometto gentile e bello,<br />
di porpora ha il farsetto ed il mantello.<br />
Chi sa dir chi sia l&#8217;ometto<br />
che nel bosco sta soletto<br />
con quel grazioso mantelletto?<br />
&nbsp;<br />
Sta ritto quell&#8217;ometto sovra un solo piè<br />
in testa ha un cappuccetto color caffè<br />
Chi sa dir chi sia l&#8217;ometto<br />
che nel bosco sta soletto<br />
con quel grazioso cappuccetto? </em></span>  <br />
&nbsp;<br />
</center><br />
&nbsp;</p>
<p STYLE="text-align: justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;">Si insinua dalle fessure delle finestre, dalla cappa dei camini, siede sui pomoli dei letti o sulle maniglie dei comodini ed estrae dal sacco un pizzico di Polverina del Sonno, la mette sul palmo della mano e la soffia piano ed essa si posa, in una nuvola dorata, sulle ciglia e sulle palpebre che cominciano a chiudersi, pesanti come battiti d&#8217;ali di farfalle notturne [ <em>dormi &#8211; dormi &#8211; sono stato dovunque attraverso il buio e il silenzio e solo tu ormai sei rimasta sveglia </em> ] e racconta dei suoi viaggi, a far dormire i paesi lontani, di pianure, mari calmi, tempeste di neve fra gli igloo e le steppe, montagne altissime, grattacieli e capanne, e mai non riesce a finire, che tutto s&#8217;acquieta e in punta di piedi il mondo se ne torna fuori, al suo posto.</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/magosabbiolino.png" style="border:2px solid #c0c0c0;"/></center><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>ora &#8211; invece &#8211; la tristezza e l&#8217;inquietudine le si trasformano in una specie di benefico torpore &#8211; smemorato e provvidenziale &#8211; seppur simile &#8211; per certi versi &#8211; alla &#8220;morte bianca&#8221; degli alpinisti &#8211; degli esploratori artici &#8211; del reduci del Generale Inverno coperti di stracci legati che si lasciano cadere nella neve &#8211;  dolcemente vinti da una stanchezza profonda &#8211; annebbiati dal desiderio di non proseguire più &#8211; di lasciarsi andare senza raggiungere nessuna vetta &#8211; nessuna salvezza &#8211; ma soltanto di dormire &#8211; di dormire un sonno senza sogni da bambino stanco e felice &#8211; la mamma che ti spoglia nel dormiveglia  e le membra che ne assecondano i movimenti &#8211; sonnambule &#8211; mentre ti copre e lascia accesa una piccola luce per la notte.</em><span></span></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<center><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">a Febbraio<br />
pensò che non avrebbe più riso<br />
&nbsp;<br />
[ <em>mortificata </em>]<br />
&nbsp;<br />
che non sarebbe mai più riuscita a dormire<br />
a lasciare solo quel dolore<br />
&nbsp;<br />
e invece il sonno venne<br />
&nbsp;<br />
[ <em>come il  sasso silenzioso<br />
della caduta dei gravi nel vuoto<br />
che tocca terra insieme alla piuma</em> ]<span></span></span></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-39702-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3?_=3" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">come <em>fusa</em> di gatto arcano e beato</span></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" style="width:80%;" CELLPADDING="20" CELLSPACING="20" CLASS="" >
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" style="width:80%;" CLASS="" >
<blockquote>
<pre>
 <span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">    <strong>Lebenslauf [1798]</strong>
In jüngern Tagen war ich des Morgens froh,
  Des Abends weint ich; jetzt, da ich älter bin,
    Beginn ich zweifelnd meinen Tag, doch
      Heilig und heiter ist mir seine Ende.
&nbsp;
       <strong>Il corso della vita</strong>
<em>In più giovani giorni di mattina ero allegro,
  Di sera piangevo; ora che sono più vecchio,
    Comincio dubbioso il mio giorno, ma
      sacra e serena è per me la sua fine.</em></span></pre>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Friedrich Hölderlin</strong></span></p>
</blockquote>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">* al canto: <strong>Gerard Lesne</strong>, contralto, con <em>Il Seminario Musicale</em> e  <strong>Renate Hoff </strong>, <em>Gretel</em>, soprano<br />
** alle fusa: la gatta  ⇨ <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=814,height=458,scrollbars,resizable'); return false;"  href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/mizzi.jpg" target="_blank"><strong>Principessa Mizzi</strong></a>, basso continuo, esperta di <a href="http://archive.wikiwix.com/cache/?url=http://ura1195-6.univ-lyon1.fr/articles/jouvet/jcnrs/paradoxal.html" target="_blank"> ⇨ <strong>sonno paradossale</strong></a></span><br />
&nbsp;<br />
<center>_____________ ,\\&#8217; _____________</center><br />
&nbsp;<br />
<script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script></p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>VISIONI in TRALICE</strong></span></p>
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/tralice.png"/></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/07/15/visioni-in-tralice-i-cant-hide-you-the-rock-cried-out/" target="_blank">VISIONI in TRALICE <em>I can’t hide you the rock cried out</em></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/07/24/visioni-in-tralice-ii-but-doth-suffer-a-sea-change/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [II] <em>But doth suffer a sea-change…</em></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/visioni-in-tralice-iii-e-abito-sempre-nel-mio-sogno/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [III] <em>&#8230; e abito sempre nel mio sogno&#8230;</em></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/visioni-in-tralice-iv-cum-dederit-dilectis-suis-somnum/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [IV] <em>Cum dederit dilectis suis somnum </em></a></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>la Fenice: 1. il bennu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Alan B. Lloyd]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani &#8220;Come l&#8217;araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa&#8221; C’è un libro che riguarda miti e che è ormai diventato mitico per me, ed è Il mulino di Amleto ‒ Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, scritto negli anni sessanta dello scorso secolo da Giorgio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter" title="la Fenice" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f7/Fenix_bennu.jpg" alt="" width="389" height="282" /></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">&#8220;Come l&#8217;araba Fenice,<br />
che vi sia ciascun lo dice,<br />
dove sia nessun lo sa&#8221;</p>
<p style="text-align: left;">C’è un libro che riguarda miti e che è ormai diventato mitico per me, ed è <em>Il mulino di Amleto ‒ Saggio sul mito e sulla struttura del tempo</em>, scritto negli anni sessanta dello scorso secolo da <strong>Giorgio De Santillana</strong> (1902 ‒ 1974) e da <strong>Hertha von Dechend </strong>(1915 ‒ 2001). <br />
Credo sia un grande libro, ma non riesco a parlarne qui con sufficiente competenza e con la dovuta ampiezza. Lo cito perché affronta un tema che trovo da sempre affascinante, quello dei miti che hanno accomunato e ancora accomunano tante civiltà tra loro diverse e lontane. E lo trovo un tema affascinante perché è di quelli che, molto profondamente, fanno sentire tutti noi donne e uomini di questo pianeta, un po’ concretamente fratelli e sorelle, discendenti da un qualche unico ceppo; popoli che affondano le proprie radici giù nello stesso humus. Una sensazione identitaria che a me provoca una certa gioia. Quando ne sarò capace parlerò di questa straordinaria ricerca che ha portato i due studiosi a individuare nella precessione degli equinozi la radice profonda di tanti miti.<br />
Qui invece mi accontento di un tema molto più limitato, e leggero, quello del mito della Fenice, che tuttavia, di mano in mano che ci si avventura alla cerca delle sue origini, spunta inaspettatamente in diverse forme in luoghi della terra molto diversi e distanti tra loro.<span id="more-36913"></span></p>
<p style="text-align: left;">Quei versi leggeri citati in esergo provengono dal poco noto dramma <em>Demetrio</em>, di Pietro Metastasio (atto II, scena III), e contengono quell’aggettivo <em>araba</em> che sposta subito il centro dell’attenzione in territori non europei. Nel bacino del Mediterraneo il mito della Fenice arriva dall’Egitto dei Faraoni, dove questa straordinaria creatura veniva chiamata <strong>bennu</strong> (più correttamente: <em>bnw</em>, la “e” viene inserita talvolta nelle trascrizioni per indicare una approssimata pronuncia, ma non esisteva nell’alfabeto egizio), dal verbo <em>benu</em>, splendere.</p>
<p style="text-align: right;">“Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei del Duat.<br />
Che mi sia concesso entrare come un falco,<br />
ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino”.</p>
<p style="text-align: left;">Di esso abbiamo notizia fin da <strong>Esiodo</strong> ‒ siamo intorno al 700 a. C. ‒ che la menziona come uccello straordinariamente longevo, con questa peculiare scala, pronunciata da una ninfa dei fiumi, una Naiade, che asserisce che la cornacchia gracchiante vive nove volte la vita di un mortale splendente di giovinezza (mettiamo 30 anni, a quei tempi), il cervo vive quattro volte la cornacchia e il corvo tre volte il cervo; e infine la fenice (<em>phoinix</em>) nove volte il corvo; a furia di moltiplicare, 30 x 9 x 3 x 4 x 9 salta fuori 29160, che certo è un ragguardevole numero di anni per questo benefico uccello, ; la ninfa aggiunge peraltro che «noi ninfe dalle belle trecce, figlie di Zeus egìoco, viviamo dieci volte tanto» (Hes. fr. L, citato da Plutarco, <a href="http://books.google.it/books?id=EYITAAAAQAAJ&amp;pg=PA190&amp;img=1&amp;zoom=3&amp;hl=it&amp;sig=ACfU3U0RScAdRYMN2RDco00zkmoYBPhG3g&amp;ci=110%2C869%2C847%2C606&amp;edge=0">qui</a>, per chi voglia toccare con mano), comunque meno di trecentomila anni, uno scherzo per i tempi geologici, le Naiadi di oggi videro i Neanderthal e poco più.</p>
<p>Io mi limiterò a citarvi le testimonianze antiche sulla Fenice, che non sono poche, questa creatura affascinava poeti, storici e scienziati, e ne sceglierò un paio: anzitutto <strong>Erodoto</strong>, che nel secondo libro delle <em>Storie</em>, quello dedicato all’Egitto, così si esprime:</p>
<blockquote><p>«1. C’è anche un altro uccello sacro: si chiama Fenice. Io, però, l’ho visto solo in pittura. Di rado infatti compare tra di loro: come dicono gli abitanti di Eliopoli, ogni cinquecento anni. 2. Dicono che venga quando gli muore il padre. Se è come lo si dipinge, ha queste dimensioni e questo aspetto: alcune delle sue piume sono dorate, altre rosse; nella sagoma e per la grandezza somiglia moltissimo a un’aquila. 3. Dicendo cose per me incredibili, raccontano che la fenice compia questa impresa: muovendo dall’Arabia, porta il padre tutto avvolto in mirra nel santuario di Helios, e lo seppellisce in quello stesso santuario. Lo porta così. 4. In primo luogo modella un uovo di mirra tanto grande quanto gli è possibile portarlo; quindi prova a portarlo; dopo che ci è riuscito, svuota l’uovo e ci mette dentro il padre; con altra mirra ricopre la parte dell’uovo da cui ha praticato la cavità per introdurvi il padre; quando il padre è nell’uovo, si riproduce il peso di prima. Dopo aver avvolto il padre così, lo porta in Egitto nel santuario di Helios. Ecco l’impresa che questo uccello, a loro dire, compie.» Erodoto, <em>Le Storie</em>, II, 73. 1 ‒ 4, ed. Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori 1989).</p></blockquote>
<p>E questo è il commento assai ricco e accurato di <strong>Alan B. Lloyd</strong> (che cura, introduce e annota il volume) </p>
<blockquote><p>«nonostante il comportamento straordinario, dell’uccello, è chiaro dal testo di Erodoto che egli lo considerava un essere che esisteva come la <em>Chenalopex</em> del capitolo precedente. Il termine φοῖνιξ deriva dall’egiziano «<em>uccello bnw</em>» con assimilazione al nome Φοῖνιξ [che è già presente in Omero (<em>Odissea</em>, XIV) a indicare un fenicio, abitante della Fenicia, <em>a.s.</em>]. In contesti egiziani era originariamente un piccolo uccello simile alla cutrettola d’acqua, ma le sue rappresentazioni a partire dal Medio Regno lo mostrano come un airone purpureo o come un airone grigio.[ &#8230; ] la classica leggenda della fenice, che si è arricchita nell’antichità di elementi sempre più fantastici, va considerata come la rielaborazione greca di un mito egiziano. Nella mitologia egiziana, il <em>bnw</em> era associato alla collina primordiale, la fonte di tutte le cose create, e come tale era spesso considerato la manifestazione di <em>Ra‒Atum</em>, il grande dio creatore di Eliopoli. A Eliopoli era anche associato all’albero <em>̓išd</em> sulle cui foglie secondo la leggenda erano incisi grandi eventi, come le successioni regali: un rapporto che portò alla sua connessione con il trascorrere del tempo [ &#8230;]  In Grecia la prima menzione della fenice risale al corpus esiodeo [ &#8230; ] a partire dal quinto secolo furono introdotti nella leggenda il ritorno ciclico, il colore vivace dell’uccello, la connessione con l’Arabia, la palla di mirra e il rapporto con il padre. E possibile che molto di tutto questo avesse radici in fonti egiziane, benché in esse non appaia esplicitamente. Le aggiunte successive includono in particolare l’idea che la fenice periodicamente fosse consumata nel fuoco e da esso rinascesse, e che fosse eterna, nozione accolta con entusiasmo dalla chiesa cristiana [ &#8230; ] il ciclo classico della fenice è calcolato normalmente in 500 anni»</p></blockquote>
<p> e, per quel che riguarda la presenza dell&#8217;uovo, Lloyd nota inoltre che </p>
<blockquote><p>«nella mitologia egiziana l’uovo ricorre spesso come simbolo di nascita e di rinascita. Esiste perfino una rappresentazione di un <em>bnw</em> che emerge da un uovo.»</p></blockquote>
<p>Nella lingua egiziana antica ci sono almeno una novantina di geroglifici che rappresentano uccelli diversi e un’altra ventina per le loro parti del corpo. La caratteristica dell’immagine della Fenice è che da dietro la testa dell’uccello rappresentato partono due nastri orizzontali diritti, così: <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/fenice1.gif"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-36914" title="fenice" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/fenice1.gif" alt="" width="60" height="50" /></a></p>
<p>Ne parla, in ambiente latino, <strong>Plinio il Vecchio</strong> (Gaio Plinio Secondo, I° secolo d. C.) nella sua monumentale <em>Naturalis Historia</em>, (10.2.2, 3), ripetendo e adornando con ulteriori particolari colorati le versioni a lui pervenute (chi vuol vedere l’originale latino vada <a href="http://la.wikisource.org/wiki/Naturalis_Historia/Liber_X#2">qui</a>, al numero 2), ma io trascriverò qui soltanto la versione di <strong>Ovidio</strong> (Publio Ovidio Nasone, I° sec. a. C.) che non poteva certo trascurare l’argomento, assai interessante per le  sue <em>Metamorfosi</em>, per quella capacità unica della Fenice di autoriprodursi, oltre che per il fascino orientale delle molteplici spezie che curano il suo nido:</p>
<blockquote><p>«Tutti gli esseri viventi, comunque, traggono origine da altri;<br />
l&#8217;unico a nascere riproducendosi da sé è un uccello<br />
che gli Assiri chiamano fenice. Non di erbe o di frumento vive,<br />
ma di lacrime d&#8217;incenso e stille d&#8217;amomo,<br />
e quando giunge a cinque secoli di vita,<br />
se ne va in cima a una tremula palma e con gli artigli,<br />
col suo becco immacolato si costruisce un nido tra il fogliame.<br />
E non appena sul fondo ha steso foglie di cassia, spighe<br />
di <a href="http://www.gardencenterejea.com/fotos/productos/detalle/3330-1.jpg">nardo</a> fragrante, cannella sminuzzata e bionda mirra,<br />
vi si adagia e conclude la sua vita fra gli aromi.<br />
Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo<br />
di fenice, che è destinato a vivere altrettanti anni.<br />
E quando l&#8217;età gli ha dato le forze per reggere alla fatica,<br />
libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido,<br />
religiosamente prende con sé la culla, sepolcro del padre,<br />
e, giunto sull&#8217;alito dell&#8217;aria alla città di Iperione,<br />
davanti alle porte sacre del suo tempio la posa.»<br />
[Ovidio, <em>Metamorfosi</em>, 15, 391 ‒ 407, testo originale <a href="http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lsante01/Ovidius/ovi_me15.html#02">qui</a>]</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p>Lo stesso mito torna, come dicevo, in ambienti diversi, come quello cinese, di cui dirò nella prossima puntata. </p>
<p>La fama della Fenice “<em>non istinge negli evi</em>”, direbbe Gadda: la capsula benedetta nella quale 33 minatori cileni sono stati da pochi giorni riportati alla vita si chiamava <strong>Fenix</strong>!</p>
<p>[l&#8217;immagine del nardo è stata presa dal sito: <a href="http://www.gardencenterejea.com/">http://www.gardencenterejea.com/</a>]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>L’amore a due</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/09/16/l-amore-a-due/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2008 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrè Gorz]]></category>
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					<description><![CDATA[di Linnio Accorroni &#160; Christoph Willibald Gluck, “Philémon &#38; Baucis” Ditte Andersen,  Aria Il Mio Pastor Tu Sei &#160; Tra le tante storie raccontate nelle Metamorfosi ovidiane ce n’è una in particolare che stranisce e turba: sta nell’ottavo libro delle Metamorfosi dove si narra la vegetale trasformazione dei due anziani sposi Filemone e Bauci: “A [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><center></p>
<div style="width:560px;"><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/IE0luQg-SqY" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center></p>
<p style="text-align: center;"><small>Christoph Willibald Gluck, “Philémon &amp; Baucis”</small><br />
<small>Ditte Andersen,  Aria <em>Il Mio Pastor Tu Sei</em></small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Tra le tante storie raccontate nelle Metamorfosi ovidiane ce n’è una in particolare che stranisce e turba: sta nell’ottavo libro delle Metamorfosi dove si narra la vegetale trasformazione dei due anziani sposi Filemone e Bauci: “A un tratto Bauci vide Filemone mettere fronde, mentre il vecchio Filemone, dal canto suo, vedeva le membra di Bauci irrigidirsi e metter fronde anch’esse. Intanto che la cima degli alberi cresceva, i due sposi si scambiavano parole di saluto, fino a quando fu loro possibile.&#8221;<em>Addio, sposo mio</em>&#8221; si dissero a un tempo. In quello stesso momento le loro labbra scomparvero sotto la corteccia”. Così vedevano realizzarsi, in finale di vita, il loro desiderio: essere trasformati in una quercia ed in un tiglio, uniti per il tronco perché insieme avevano trascorso tutta la vita: “<em>che io non debba vedere il sepolcro della mia sposa, né essere da lei sepolto</em>”. <span id="more-8217"></span>Riletto oggi, nell’epoca in cui i rapporti di coppia si sciolgono con l’ineludibile obbligatorietà di un rito di passaggio, questo mito pare, più degli altri, come avvolto da un alone di follia e di insensatezza che esula da ogni logica corrente. Un affresco che magari suscita commozione, ma è comunque incastonato in un tempo remotissimo, non assimilabile al nostro, in cui tutto (anche i rapporti sentimentali) deve essere consumato in maniera convulsa e spasmodica. “Au suivant”- Avanti un altro, come in quella canzone di Brel . L’amore a due è, oggi, una moneta che suona falsa: nel <em>recto</em> le melensaggini infinite di Moccia &#038; C, nel <em>verso</em>, quasi per contrappeso, la ferocia tranchant di giudizi cinici e sentenziosi. Molti ricorderanno, per esempio, quello spietato di Cioran che individua nella miseria della contabilità ragionieristica del do ut des la base di ogni rapporto duale: &#8220;il dubbio travaglia a tal punto gli esseri umani che per rimediarvi essi hanno inventato l&#8217;amore, patto tacito tra due infelici per sopravvalutarsi, per elogiarsi sfacciatamente”. “Mistificando”(?) Cioran, ho sempre ritenuto che in questo aforisma si celasse invece una specie di sotterranea empatia verso quella allegria di naufraghi che induce un uomo ed una donna (o due uomini o due donne) a mettere insieme, per un tempo più o meno lungo, i pezzi scomposti delle loro individuali solitudini, i frammenti della loro infelicità al singolare. Questa stessa ossimorica allegria di naufraghi agisce da basso continuo nelle pagine di due libri usciti recentemente e molto diversi fra loro, ognuno dei quali, a suo modo, esalta ciò che di più impermanente e caduco esista nel mondo, ovverosia l’amore a due. Il primo, edito da Sellerio, è ‘Lettera a D.’ dove D. sta per Dorine, compagna di Andrè Gorz (nom de plume di Gerhard Hirsch che, da giornalista, si faceva chiamare Michel Bosquet), filosofo esistenzialista, direttore di ‘Le temps modernes’ e fondatore di ‘Le Nouvelle Observateur’, allievo ed intimo di Sartre, ebreo austriaco, archetipo novecentesco della figura del ribelle. Questo suo libro (che, come dice il sottotitolo ‘Recit’, è, contemporaneamente, una narrazione ed un bilancio) si differenzia, per stile e contenuto, dalla fluviale retorica dei suoi ponderosi saggi filosofici. È infatti una lettera d’amore coniugale scritta alla sua compagna, colpita da una malattia degenerativa delle ossa. Un tragico calvario di dolori e sofferenze che solo la morte avrebbe placato: “Stai per compiere 82 anni. Sei rimpicciolita di 6 centimetri, non pesi che 45 chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono 58 anni che stiamo insieme e ti amo più che mai”. A tormentare Gorz c’era poi la ricorrenza di un sogno in cui lui vedeva un uomo dietro una carro funebre: “quell’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri”. Nella soffitta parigina dove vivevano però non c’erano né Zeus, né Eros a regalare per loro un’uscita di scena clamorosa quale quella riservata a Filemone e Bauci. Meglio allora il veleno per tutti e due, alcune lettere per gli amici, un cartello in cui si diceva alla domestica di avvisare la polizia. Era il 22 settembre 2007. Due giorni dopo su ‘Le Monde’ un annuncio non firmato, ma sicuramente redatto da loro, in cui si comunicava il decesso e l’appuntamento per coloro che avrebbero voluto assistere all’ incinerazione. Ma anche se vi fosse stato un altro finale, magari meno ultraromantico, magari meno eros/thanatos, questo ‘Lettera a D.’ colpisce perché è una lucida meditazione su come un’esistenza, irriducibilmente ‘singolare’, si possa trasformare in ‘duale’. L’altro libro è ‘Tempi supplementari’ di Grytzko Mascioni (Bompiani), poeta, narratore e saggista di razza. I ‘tempi supplementari’ del titolo consistono in pochi mesi di vita, quelli che l’autore è riuscito a strappare dopo un trapianto di fegato, atto terminale di una dolorosa odissea ospedaliera di speranze, attese, delusioni. Il carcinoma maligno epatocellulare che gli era stato diagnosticato non consentiva altre soluzioni. Il 22 settembre 2002 l’intervento: l’esito positivo gli permette di sbrigare alcuni ‘impicci’ prima della morte: un libro, un matrimonio, qualche conferenza,&#8230; Un anno dopo, il 13 settembre 2003, appare sul  ‘Corriere della sera’ questo necrologio in cui eleganza, stile, cultura, riserbo e stoicismo sembrano darsi convegno tutt’assieme: “A cose fatte Grytzko Mascioni avverte amici e conoscenti di non esserci più. A chi gli ha voluto bene assicura che la vita che si è lasciato alle spalle è stata così ricca ed avventurosa che a dispetto di ogni guaio, ostilità e noncuranza, non vale la pena compiangerla”. Anche in questo libro che, a modo suo, è come ‘Lettera a D.” un’elegia del rapporto di coppia, c’è una figura femminile che, nonostante appaia quasi sempre di sguincio, domina la scena in virtù della grazia, del pudore, del decoro con cui questa donna ha saputo accompagnare il suo amato in quello scorcio d’esistenza che gli era stato concesso. Per lei Mascioni scrisse questa poesia testamento di cui val la pena citare almeno la parte finale: “[…] : tu che vai nel sole,/ ricorderai le bizze dei delfini, / l’orso polare, i passeri d’Apollo, / Delfi e il castello nerofumo a Praga,/ ogni tratto di strada. Ancora a lungo/ sarò con te come il foulard che svola/ dal collo nella brezza che il profilo/ ti carezza gentile: e tu, polena,/ frangi altro mare, vai, / non ti voltare.”.  Per D., invece, Gorz aveva scritto nelle ultime righe di “Lettera a D.”: “Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo un seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.</div>
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		<title>Muta quies habitat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 05:05:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Benjamin Britten]]></category>
		<category><![CDATA[Fantaso]]></category>
		<category><![CDATA[Fobetoro]]></category>
		<category><![CDATA[Iride]]></category>
		<category><![CDATA[Metamorfosi]]></category>
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		<category><![CDATA[Sonno]]></category>
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					<description><![CDATA[Ovidio Metamorfosi [ libro XI, vv. 592-649 ] NIOBE di Benjamin Britten [1913-1976] da Six Metamorphoses after Ovid Op 49 per Oboe solo V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi, un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno, in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì, né al tramonto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:14pt; font-family: Garamond"><strong>Ovidio</strong><br />
<em>Metamorfosi</em><br />
[ <em>libro XI, vv. 592-649</em> ]</span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6377" title="antro del sonno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/courbet.gif" alt="" width="500" height="399" /></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-6370-4" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3?_=4" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3</a></audio>
</div>
<p><strong>NIOBE</strong> di <em>Benjamin Britten</em> [1913-1976]<br />
da <em>Six Metamorphoses after Ovid</em> Op 49<br />
per Oboe solo</center><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: Garamond"></p>
<p style="padding-left: 10px;"><em>V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi,<br />
un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno,<br />
in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì,  né al tramonto<br />
il Sole riesce a filtrare: nebbie miste a caligine<br />
esalano dal suolo in un crepuscolo dalla luce incerta.<span id="more-6370"></span><br />
Qui nessun volatile dal capo crestato con i suoi canti<br />
evoca l’Aurora, né con la loro voce rompono i silenzi<br />
i cani da guardia,  né l’oca dei cani ancor più scaltra;<br />
non suoni di fiere, non di armenti, non di rami mossi dal vento<br />
e schiamazzi di lingue umane vi eccheggiano.<br />
Una muta quiete l’abita; solo sgorga alla base della roccia<br />
un rivolo del fiume Lete e fluente il mormorio<br />
dell’onda invita al sonno con crepitio di sassolini.<br />
All’ingresso dell’antro una distesa fiorita di papaveri<br />
ed un’infinità d’erbe, e dalla loro linfa il sopore<br />
estrae l’umida Notte e lo sparge sulle terre oscure.<br />
Una sola porta per cui stridio di cardini risuoni<br />
in tutta la dimora non c’è,  nessun guardiano sulla soglia;<br />
al centro dell’antro sta un alto letto d’ebano,<br />
con piume, d’ugual colore, coperto da un velario scuro,<br />
in cui giace il dio stesso con le membra sciolte dal languore.<br />
Attorno a lui alla rinfusa nelle molteplici forme che imitano<br />
giacciono vaghi Sogni, tanti quanti le spighe delle messi,<br />
le fronde delle selve, la sabbia sospinta sulla spiaggia.<br />
Ed appena entrò la vergine [Iride] scostando con le mani  i Sogni<br />
che glielo impedivano, al fulgore della sua veste s’illuminò<br />
la sacra dimora e il Dio socchiudendo gli occhi pesanti dal sonno<br />
a stento e ancora e ancora ricadendo<br />
con il mento ciondolante che gli sbatteva sul petto<br />
si riscosse infine e sollevandosi sul gomito,<br />
(la riconobbe dunque) le chiese perché fosse venuta, e lei:<br />
“Sonno, quiete delle cose, placidissimo, Sonno, fra gli dei<br />
pace dell’animo, che  fughi gli affanni, che i corpi spossati<br />
dai faticosi doveri accarezzi e recuperi alla fatica,<br />
a quelli fra i Sogni, che sanno imitare le forme vere,<br />
ordina che con l’aspetto del re Alcione<br />
vadano a Trachine  patria di Ercole<br />
e simulino le sembianze di un naufrago.<br />
Lo comanda Giunone.&#8221; Appena assolto il compito<br />
Iride scappò via: che non poteva oltre sopportare<br />
la forza del sopore, al sentire il sonno nelle membra,<br />
fuggì  risalendo sull’arcobaleno com’era giunta.<br />
Allora il padre dalla marea dei suo mille figli<br />
svegliò l’artefice ed imitatore di figure<br />
Morfeo: nessun altro è più abile di lui<br />
nel ricalcare l’incedere e il volto e il suono della voce;<br />
ed anche le vesti e il modo di parlare;<br />
ma imita solo gli uomini  e un altro<br />
si trasforma in fiere, uccelli o un serpente dal lungo corpo<br />
questi gli dei chiamano Icelo, i comuni mortali Fobetoro;<br />
c’è anche un terzo con diversa capacità<br />
Fantaso: quello in terra e roccia e acqua e tronco,<br />
in una qualsiasi cosa inanimata si muta con l’inganno;<br />
questi a re e condottieri  il  volto sono soliti<br />
mostrare la notte, altri si aggirano fra il popolo e la plebe.<br />
Il vecchio Sonno li tralasciò e tra i tanti fratelli il solo<br />
Morfeo prescelse per eseguire gli ordini della figlia di Taumanide,<br />
poi sciogliendosi di nuovo in molle languore<br />
reclinò il capo e sprofondò sotto le coltri.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 10px;">Est prope Cimmerios longo spelunca recessu,<br />
mons cavus, ignavi domus et penetralia Somni,<br />
quo numquam radiis oriens mediusve cadensve<br />
Phoebus adire potest: nebulae caligine mixtae<br />
exhalantur humo dubiaeque crepuscula lucis.<br />
Non vigil ales ibi cristati cantibus oris<br />
evocat Auroram, nec voce silentia rumpunt<br />
sollicitive canes canibusve sagacior anser;<br />
non fera, non pecudes, non moti flamine rami<br />
humanaeve sonum reddunt convicia linguae.<br />
Muta quies habitat; saxo tamen exit ab imo<br />
rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens<br />
invitat somnos crepitantibus unda lapillis.<br />
Ante fores antri fecunda papavera florent<br />
innumeraeque herbae, quarum de lacte soporem<br />
Nox legit et spargit per opacas umida terras.<br />
Ianua, ne verso stridores cardine reddat,<br />
nulla domo tota est, custos in limine nullus;<br />
at medio torus est ebeno sublimis in antro,<br />
plumeus, atricolor, pullo velamine tectus,<br />
quo cubat ipse deus membris languore solutis.<br />
Hunc circa passim varias imitantia formas<br />
Somnia vana iacent totidem, quot messis aristas,<br />
silva gerit frondes, eiectas litus harenas.<br />
Quo simul intravit manibusque obstantia virgo<br />
Somnia dimovit, vestis fulgore reluxit<br />
sacra domus, tardaque deus gravitate iacentes<br />
vix oculos tollens iterumque iterumque relabens<br />
summaque percutiens nutanti pectora mento<br />
excussit tandem sibi se cubitoque levatus,<br />
quid veniat, (cognovit enim) scitatur, at illa:<br />
Somne, quies rerum, placidissime, Somne, deorum,<br />
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris<br />
fessa ministeriis mulces reparasque labori,<br />
Somnia, quae veras aequent imitamine formas,<br />
Herculea Trachine iube sub imagine regis<br />
Alcyonen adeant simulacraque naufraga fingant.<br />
Imperat hoc Iuno. Postquam mandata peregit,<br />
Iris abit: neque enim ulterius tolerare soporis<br />
vim poterat, labique ut somnum sensit in artus,<br />
effugit et remeat per quos modo venerat arcus.<br />
At pater e populo natorum mille suorum<br />
excitat artificem simulatoremque figurae<br />
Morphea: non illo quisquam sollertius alter<br />
exprimit incessus vultumque sonumque loquendi;<br />
adicit et vestes et consuetissima cuique<br />
verba; sed hic solos homines imitatur, at alter<br />
fit fera, fit volucris, fit longo corpore serpens:<br />
hunc Icelon superi, mortale Phobetora vulgus<br />
nominat; est etiam diversae tertius artis<br />
Phantasos: ille in humum saxumque undamque trabemque,<br />
quaeque vacant anima, fallaciter omnia transit;<br />
regibus hi ducibusque suos ostendere vultus<br />
nocte solent, populos alii plebemque pererrant.<br />
Praeterit hos senior cunctisque e fratribus unum<br />
Morphea, qui peragat Thaumantidos edita, Somnus<br />
eligit et rursus molli languore solutus<br />
deposuitque caput stratoque recondidit alto.</p>
<p></span></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 10px;"><small>[ traduzione di Orsola Puecher ]</small></p>
<p align="center">
<p><small>[ immagine <strong>Gustave Courbet</strong>, Ruscello boscoso del Puits-Noir (1860-1865), olio su tela, Cone Collection, Baltimore Museum of Art, Baltimora ]</small><br />
<small>[ musica da Britten &#8211; Chamber Works, track 2, (6) Metamorphoses after Ovid, oboe Eric Speller, Ambroisie, 18 Aug 2002 ]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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