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	<title>Pasquale Panella &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Lucio Saviani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Sep 2021 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiana Bullita]]></category>
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<p><strong>Nota di lettura<br />
</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Cristiana Bullita</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’autorevole citazione che introduce il saggio di <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/lucio-saviani/">Lucio Saviani</a> “L’esercizio della filosofia”, Jankélévitch invita i filosofi di professione a “rompere con le idee date” e a “percorrere cammini nascosti e abbandonati”. Ebbene, chi conosce e segue Saviani sa che da sempre le sue proposte teoriche sono connotate da audace e brillante originalità e che, nel percorrere i suoi temi più cari –il linguaggio, il gioco, il limite, l’Altro, cui qui se ne aggiungono alcuni più evocativi del dramma pandemico: incertezza, distanza, convalescenza- egli è costantemente sostenuto dall’originario spirito <em>anarchico</em> della filosofia, che gli fa preferire i percorsi in ombra e in salita della speculazione più ardua e meno battuta.</p>
<p>La filosofia risulta essere infatti, per Saviani, “azzeramento delle certezze quotidiane e neutralizzazione dei significati già dati”. Se compito della filosofia è anche quello di spogliare il mondo dei significati tradizionalmente attribuiti alle cose, ciò non vuol dire naturalmente che in esso il senso si dilegui. Come efficacemente scrive l’autore, resta intatto un “orizzonte del senso”, che è il silenzio che partorisce i significati, maieuticamente interpellato dalla filosofia. Dal fondo melmoso e silenzioso dell’essere la rete del linguaggio tira in superficie succose zolle di significato. Dall’orda materiale e muta della <em>Realität</em> insospettabili segni, fattisi parola, bucano la superficie dell’irrilevanza fattuale ed esplodono in significati inediti.</p>
<p>La riflessione di Saviani sulla filosofia, qui e altrove, è sempre molto densa e articolata. La filosofia è conciliazione di affettività e logica, desiderio, passione, verità, dissenso, è cura della distanza ma è pure, con Merleau-Ponty, “l’utopia di un possesso a distanza”. Come in Platone è “rinuncia, ascesi, impegno, pratica quotidiana. È esercizio”. Da qui il titolo di questo saggio.</p>
<p>Tuttavia la filosofia, resasi conto che le scienze particolari si sono appropriate dei suoi abituali oggetti d’indagine (l’uomo, la natura, la storia), ha risposto articolando il discorso filosofico in discipline particolari. Tale tendenza e la permanente indeterminatezza dell’oggetto della riflessione filosofica sono forse all’origine di alcune frettolose sentenze di morte della filosofia da parte di non addetti ai lavori (Stephen Hawking), ma pure di sconsolate meditazioni di esperti (Ortega y Gasset, Dilthey, Simmel). Al punto che Pareyson, ci ricorda Saviani, evoca il paradosso di una filosofia che “dichiara essa stessa la propria fine”.</p>
<p>Non sfugga, sempre a proposito del ruolo della filosofia, l’irritata considerazione dell’autore sulla “continua erosione” delle ore d’insegnamento della materia nei licei e nelle università, che fa il paio con “l’odierna a volte pervasiva presenza della filosofia” in ambiti non consueti, cioè a festival, caffè, salotti, passerelle ideali per <em>intellettualoidi </em>post moderni, per dirla con Corinne Maier.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-92869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-300x218.png" alt="" width="421" height="306" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-300x218.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-768x557.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-150x109.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-696x505.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-579x420.png 579w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46-324x235.png 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.46.png 955w" sizes="(max-width: 421px) 100vw, 421px" />C’è poi, nel saggio, un’interessante riflessione sugli intellettuali e sulla dissoluzione della loro funzione politica e sociale. È tramontata l’epoca che Derrida definiva della “tentazione di Siracusa”, che è la stessa dei Lumi che, presso le corti settecentesche, consentivano importanti riforme e avanzamenti sociali. Tra gli altri, Ocone e Patella, opportunamente convocati da Saviani, ci mostrano il servilismo degli intellettuali odierni verso il potere di turno e la loro irrilevanza sui processi decisionali della società.</p>
<p>Due colossi del pensiero filosofico novecentesco attraversano questo saggio da cima a fondo e lo permeano di sé: uno è il più volte citato Jankélévitch, l’altro è Gadamer. La figura di Hans-Georg Gadamer è certamente uno dei capisaldi della formazione filosofica e umana di Lucio Saviani. Nelle parole riferite al maestro riecheggiano sempre ammirazione e riconoscenza. Nel saggio Saviani affida proprio a Gadamer il suggestivo racconto delle origini della filosofia, lo interroga sui concetti di esperienza e di tolleranza e gli affida il richiamo al compito politico dell’ermeneutica.</p>
<p>Al riguardo, è importante segnalare la militanza umana e filosofica dell’autore sui temi dell’accoglienza e del dialogo (quando non improntato alla retorica del “parlare a turno” e della “par condicio”): la trama profonda del reale implica un confronto costante e una relazione reciproca tra gli individui, che non sono monadi irrelate ma hanno sempre bisogno gli uni degli altri. Giova pure segnalare il ruolo implicitamente affidato alle opere pittoriche e alla scultura comprese nel saggio: in una società preoccupata di ribadire in modo ossessivo la sua presunta purezza identitaria e terrorizzata da ogni differenza, l’arte agisce come leva che scardina il modello rigido e chiuso della realtà e fa saltare ogni certezza precostituita.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-92870" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-300x205.png" alt="" width="401" height="274" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-300x205.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-768x525.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-150x103.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-218x150.png 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-696x476.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27-614x420.png 614w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Capture-décran-2021-09-13-à-15.25.27.png 996w" sizes="(max-width: 401px) 100vw, 401px" />Il saggio presenta anche alcune riflessioni tratte da una lezione alla Galleria La Nuova Pesa di Roma sul mito di Orfeo, con preziose citazioni di Rilke e Blanchot.</p>
<p>I versi di <em>Orfeo, un cantante</em>, di Pasquale Panella, concludono il libro, mostrando con indubbia efficacia quanto sia vero ciò che scrive Saviani a proposito della possibilità, non contemplata dal pensiero occidentale, di fare filosofia “<em>secondo</em> il racconto”, e non “<em>secondo</em> il ragionamento”. Infatti, il racconto/intuizione in prosa, versi o musica, con il linguaggio precipuo e non inferenziale dei grandi narratori, poeti, compositori, può affiancare con piena dignità –e sublime piacere dei fruitori– il tradizionale ragionamento/Logos, sul medesimo piano della riflessione filosofica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>E tu cantavi l’aria…</em></p>
<p><em>ossia nulla… ovvero tutto…</em></p>
<p><em>Perché è facile la confusione tra gli opposti…</em></p>
<p><em>Cantavi tutto ciò che è nulla,</em></p>
<p><em>cantavi tutto ciò che non è vero,</em></p>
<p><em>ma, non essendo vero, è commovente…</em></p>
<p><em>È tutto quel che manca all’esistente…</em></p>
<p><em>e, non essendo vero, è, appunto, eterno…</em></p>
<p>(P. Panella, Orfeo, Un cantante)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il piccolo (grande) teatro filosofico di Aldo Masullo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/01/il-piccolo-grande-teatro-filosofico-di-aldo-masullo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2020 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Masullo]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
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					<description><![CDATA[PROLOGO di Lucio Saviani Oggi si parla molto di dialogo, in ogni dove. Ne parlano in tanti. E anche troppo. Soprattutto i politici, quelli della burattinata politica televisiva, fatta di smorfie in camera, di voce grossa e di par condicio. Parlo io, poi parli tu, stessi minuti, stessi secondi. Ma quello, si sa, non è [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>PROLOGO</strong></p>
<p><strong>di Lucio Saviani</strong></p>
<p>Oggi si parla molto di dialogo, in ogni dove. Ne parlano in tanti. E anche troppo. Soprattutto i politici, quelli della burattinata politica televisiva, fatta di smorfie in camera, di voce grossa e di par condicio. Parlo io, poi parli tu, stessi minuti, stessi secondi. Ma quello, si sa, non è dialogo, è un parlare da soli a turno, senza nemmeno ascoltarsi.</p>
<p>Aldo Masullo ci ha insegnato che dialogo, prima ancora che parlare in due, è pensare in due, pensare insieme.</p>
<p>Quel pensare insieme che è come un viaggio verso qualcosa che da soli non si conosce e che da soli non si raggiunge.</p>
<p>Il dialogo è fatto naturalmente di parola; ma, prima ancora, di ascolto. E dunque di silenzio. Ma per dialogare non basta stare in silenzio: c’è bisogno di attenzione, apertura, e cioè ospitalità, accoglienza di un’altra visone delle cose. C’è bisogno della forza misteriosa – come per lo schiavo della caverna platonica – di chi si scioglie, di chi abbassa le difese e apre la porta di casa. Necessaria è una disposizione all’apertura, all’ospitalità, all’accoglienza dell’altro. Ma soprattutto significa disporsi ad accettare l’eventualità di cambiare, non solo idea, ma di sentirsi diverso, anche diventare un altro. Proprio per questo è così difficile fare davvero esperienza del dialogo, e invece così facile ritrovarselo così, come in maschera.</p>
<p>Dialogare insomma è la forza di mettersi in gioco, di accettare la possibilità di ritrovarsi diverso da prima che ci si aprisse al dialogo. In cerca di quella verità che o è un bene comune o non è. Per questo, Aldo Masullo ci ha insegnato che la filosofia nasce con la democrazia, due facce di una stessa medaglia: la filosofia con la sua vocazione agoretica, vocazione alla piazza, all’agorà, alla piazza degli scambi di merci e di opinioni.</p>
<p>Il dialogo perciò è esperienza. Masullo ricordava sempre la parola di Hegel: la vera esperienza è quella che modifica colui che la fa. Dopo un’esperienza non si è più gli stessi di prima. E così anche con il dialogo. E con il viaggio: dopo un vero viaggio non si torna mai uguali a come si era alla partenza.</p>
<p>Il Patico, termine e concetto così centrali nel cammino di pensiero di Masullo, hanno origine proprio in questo: esperire, esperienza vissuta, un passare, un attraversare, passare una prova, un provare, quel vissuto che non appartiene al piano della comunicazione dei concetti e dei significati.</p>
<p>Nel libro <em>Paticità e indifferenza</em> Masullo si chiede quale può essere ancora il ruolo della filosofia. La filosofia, risponde, è «saper assaporare i sapori della vita, gustare a fondo i sensi vissuti, …è la “sapienza del patico” ovvero, se si ricalca interamente l&#8217;etimo greco, è la “patosofia”».</p>
<p>Nei suoi lavori ricorre spesso il verbo greco <em>páskein</em>, che significa sì ‘‘vivere”, ma indica il ‘‘vivere” in senso transitivo. Indica cioè la vita come capacità di provare, avvertire, vivere l&#8217;esperienza: «Paticità è vivere provando, vivere assaporando».</p>
<p>È il senso, diceva Masullo.</p>
<p>E lo diceva con il senso che ha il dialogo: che è soprattutto attenzione, ascolto, apertura, (curiositas, come dicevano gli antichi), cura di sé, degli altri e anche delle parole: questo lo comprendono bene tutti quelli che ricordano, di Aldo Masullo, la costruzione, la sempre felice ricerca della giusta parola, l’esposizione del pensiero durante le sue lezioni, i suoi discorsi, le conferenze. E anche i suoi dialoghi.</p>
<p>Cura delle parole come cura di sé e degli altri. Attenzione e ascolto: per te, ma anche per le persone a te care, che per lui era come la stessa cosa; mi chiedeva di Luna, parlando del suo amore per i cani, e non ricordo una volta, nemmeno una, che non mi abbia chiesto di Ruzenka e lasciato i saluti per lei, fino a quell’ultima telefonata che ho fatto a lui per il suo compleanno, che era anche il giorno di Pasqua.</p>
<p>La filosofia, ci ricordava Masullo, è l’esercizio che ogni uomo è chiamato a fare dalla sua umanità per comprendere meglio non solo se stesso, ma il rapporto tra sé e il mondo, tra sé e gli altri. Insomma: “Conosci te stesso”. Ma Masullo ebbe modo di chiarire una interpretazione meno nota del motto di Delfi. E cioè: conosci te stesso perché solo così puoi sapere quale è la domanda più giusta da fare al dio Apollo. Lo scrisse ne <em>La libertà e le occasioni</em>. Lo chiamai subito dopo aver letto quel capitolo, ne parlammo a lungo. E io lo chiamavo proprio da Delfi, dove mi ero portato il suo libro. Ma questo glielo dissi solo alla fine.</p>
<p>Aldo Masullo ci lascia risposte che sono poi, come il lascito socratico, quelle che, contro la morte, danno vita: e cioè danno vita a tante domande.</p>
<p>È proprio in questo senso che possiamo dire che esistere è un essere in dialogo.</p>
<p>Un dialogo che continua anche chi non è più in vita: Aldo Masullo di risposte ne ha date tante, fino a quelle date ai giornali che gli chiedevano una riflessione sulla pandemia; ha dato tante risposte con le sue opere, con la sua opera: la sua vita, la sua vitalità, la sua esistenza.</p>
<p>Una lezione che è rimasta sempre inquietudine teoretica, pratica di libertà e di filosofia come libertà.</p>
<p>Ricordo i pomeriggi trascorsi insieme nel suo studio, verso la metà degli anni ’90, perché curavo la bibliografia da aggiornare dopo quasi vent’anni per la nuova edizione del suo fondamentale libro <em>Metafisica</em>, che avevo letto da studente e che sarebbe diventato un libro di riferimento per i miei studenti per molti anni. Masullo ha sempre seguito con passione i destini della scuola italiana: ancora mi ricordo la sua espressione di sconcerto, di divertita amarezza, quando qualche tempo fa ebbi a dirgli che oggi spesso nei documenti ufficiali i docenti sono chiamati “fornitori di docenza” e gli studenti sono chiamati “utenti”.</p>
<p>Aldo Masullo è stato per decenni un maestro e una guida per diverse generazioni di studenti, professori, filosofi e un esempio prezioso della vita civile, della politica più nobile e della cultura del nostro Paese.</p>
<p>Ne sono ricca e sempre presente testimonianza i suoi lavori degli anni sessanta e settanta sulla “intersoggettività” e sul “fondamento” e gli studi sul “tempo”, sul “senso” e sulla “paticità” degli anni ottanta e novanta.</p>
<p>Agli inizi degli anni novanta, Masullo aveva rappresentato un momento di grande speranza, di forza di rinnovamento, anzi di discontinuità nel panorama della politica nazionale italiana. Lo ricordiamo tutti protagonista delle “Assise di Palazzo Marigliano” e poi della inedita esperienza della “giunta del sindaco”, primo caso in assoluto in Italia. Poco tempo fa ebbe a dirmi che Napoli ama mettersi in maschera… E allora io mi ricordai di quella volta a Parigi. Alla fine di quel decennio di speranze e prime delusioni organizzai a Parigi, presso l’Istituto Italiano di Cultura, un convegno su Napoli dal titolo “Poros”. Al convegno di Parigi invitai filosofi, scrittori e artisti partenopei. A chiudere i lavori del convegno, invitai naturalmente Aldo Masullo.</p>
<p>Lui pronunciò un discorso di grande sensibilità politica e di autentica speranza per la città, per la cultura e per il futuro di Napoli. Ma soprattutto lasciò stupito il pubblico italiano e parigino iniziando così:</p>
<p>“E per dare a voi tutti, per lo meno ai non napoletani, un’immagine direi pre-filosofica dell’essere napoletano, dell’esistenza napoletana, vorrei evocare una figura che in genere nelle accademie filosofiche non trova posto: la straordinaria maschera di Pulcinella. (…)</p>
<p>“Si è fatto scuro, Lucio, ci ritiriamo?”, diceva spesso così, alla fine delle passeggiate che facevamo tra Pantheon, S. Eustachio e Piazza Navona negli anni del suo ultimo mandato da parlamentare, parlando di quella sua esperienza, tra vecchia passione e giovani delusioni. E io, a sentirlo parlare di crepuscolo mi ricordavo allora la salita delle rampe che mi portavano, da studente, al Cortile del Salvatore. Primi anni ’80, dopo il terremoto, in una Napoli che si avviava con un disastro a vivere un decennio disastroso. In quel cortile, nella penombra di una grande aula, cominciava di mattina presto la lezione di Masullo. Lui diceva che la filosofia vive sempre nella penombra. Io in quella penombra mattutina ho imparato ad amare la filosofia. A me ora piace pensare che quelle lezioni di Masullo siano continuate e arrivate fino a questa bella piazza e al nostro dialogo di questa sera.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-86405" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/5382685_1830_getimage-300x104.jpg" alt="" width="413" height="160" /></p>
<p><strong>“Il Parco in Maschera” &#8211; Rassegna a cura del Parco Archeologico dei Campi Flegrei</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>CASTEL DI BAIA</strong></p>
<p><strong>Martedì 4 agosto 2020, h. 19.00</strong></p>
<p><strong>PICCOLO TEATRO FILOSOFICO</strong></p>
<p><strong>In memoria di Aldo Masullo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Un prologo e un dialogo di e con</p>
<p><strong>PASQUALE PANELLA</strong> e <strong>LUCIO SAVIANI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A doppia piazza : Lucio Saviani e Pasquale Panella</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/07/doppia-piazza-lucio-saviani-und-pasquale-panella/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jan 2018 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Castellotti PIAZZE IN PIAZZA]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe De Rita]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Lucio Saviani   AGORETICA Sulla Piazza &#160; “Prendi niente, fai un cerchio ovunque in mezzo al niente, chiamalo ‘piazza’. E’ quello il centro. Anche del problema, ossia del grande anello tutt’intorno. Che adesso va riempito. Con che? Capisci che non puoi evitarlo, devi farlo. Hai voluto fare un cerchio nel nulla, adesso non puoi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-71892" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-12.27.12.png" alt="" width="380" height="535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-12.27.12.png 530w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-12.27.12-213x300.png 213w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Lucio Saviani</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>AGORETICA</strong></p>
<p>Sulla Piazza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Prendi niente, fai un cerchio ovunque in mezzo al niente, chiamalo ‘piazza’. E’ quello il centro. Anche del problema, ossia del grande anello tutt’intorno. Che adesso va riempito. Con che? Capisci che non puoi evitarlo, devi farlo. Hai voluto fare un cerchio nel nulla, adesso non puoi accontentarti che di tutto. L’invenzione del cerchio, come quella della ruota, (anzi di più) attiva meccanismi che vanno dalla carrucola ma anche dalla noia tonda tonda di uno stecco sulla sabbia ruotato da te, dal filo d’erba o di metallo intorno al polso, intorno alla caviglia, dalla corona, dall’aureola, fai tu, al disco rigido, liquido, volatile, nebuloso, anche al solito anello di fumo (ma anche oltre, fino a dove non sai dove). Insomma, l’anello va riempito. Di che? (leggo dal libro) ‘…di contenuti sociali: di segni, di funzioni, di attività, di beni’”.</p>
<p>È l’incipit del poema <em>La Piazza</em> di Pasquale Panella. Qual è il libro da cui Panella legge i “contenuti” coi quali va riempito l’anello? Si tratta di <em>Piazze in piazza</em> di Giampiero Castellotti (Spedizioni, Roma, 2016), di cui <img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-71900" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.16.32.png" alt="" width="380" height="660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.16.32.png 463w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.16.32-173x300.png 173w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />il poema di Panella costituisce la parte conclusiva. Nella prefazione al volume Giuseppe De Rita individua in un particolare aspetto, che traspare nelle righe del testo, il valore del libro di Castellotti: “La dimensione politica così profondamente scandagliata nel testo, in realtà rinvia alla natura delle relazioni tra le persone nelle varie fasi. Non è la piazza che fa le relazioni, ma viceversa è la natura delle relazioni a fare la piazza; la stessa dimensione politica della piazza dipende da queste relazioni e dal loro senso e contenuto e non viceversa. C’è una quotidianità della piazza che presiede ai tanti usi della stessa, inclusa quella politica”.</p>
<p>Secondo De Rita la ricostruzione storica, l’indagine sulla piazza e sull’evoluzione della sua funzione politica si offrono, all’interno del lavoro di Castellotti (dall’agorà greca e dal foro romano alla piazza rinascimentale, dalla piazza delle rivolte al centro commerciale), come pretesto per una riflessione più ampia. Segnali di rinnovata vitalità delle relazioni e delle nuove piazze in cui esse siano praticate emergono non nella funzione politica della piazza quanto nel ruolo che la piazza ricomincia a svolgere rispetto alla “domanda di relazionalità”.</p>
<p>Le note che seguono intendono muoversi nella direzione di quella riflessione più ampia annunciata dalle pagine introduttive del libro di Castellotti e dall’inizio del poema di Pasquale Panella.</p>
<p>La Piazza è spesso intesa come il luogo della nascita e della vita sociale della città. Eppure, “adombrato” dalla prospettiva filosofica, il concetto di piazza fa venire alla luce l’evento di un’altra, altrettanto fondamentale, nascita.</p>
<p>Lo Stato fa la sua apparizione nel mondo come integrarsi delle differenti, riconosc<img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-71898" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.08.34.png" alt="" width="388" height="620" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.08.34.png 461w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.08.34-188x300.png 188w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" />iute volontà individuali nella universalità di un volere comune. Con la nascita dello Stato ha inizio la Storia. La città greca, come è noto, è il luogo, il momento e la modalità della nascita dello Stato, e dunque della Storia. Ma la città greca, allo stesso modo, è il luogo e il momento della nascita di una inedita, nuova, rivoluzionaria, inquieta funzione del pensiero che, nel tempo, avrebbe acquisito il nome di “filosofia”.</p>
<p>La città greca, dunque, a fondamento della comparsa dello Stato, della nascita della storia e dell’inizio della filosofia. La piazza, a sua volta, è un elemento fondamentale nella storia della città occidentale. Sede, di volta in volta, di assemblee pubbliche, fiere e mercati, cerimonie e rappresentazioni religiose, la piazza è stata una componente essenziale nella definizione della forma dell’ambiente collettivo. Nell’antichità, con il nome di <em>agorà</em> e di <em>forum</em>, la piazza concentrava in sé le varie funzioni pubbliche, commerciali e religiose. <em>Agorà</em>, originariamente è “adunanza” e poi “discorso”, da <em>aghèiro</em>, ossia “convoco, raduno” e questo a sua volta da <em>ago</em>, cioè “muovo, vado, mi reco, conduco”, anche “agisco”, nel senso principale di <em>agěre</em>: andare, condurre, spingere. Molto importante per il nostro discorso è, come vedremo, questo legame con l’agire.</p>
<p>Il <em>forum</em> era il luogo centrale della città romana, con i principali edifici pubblici, in cui si teneva il mercato e si facevano affari. Indicativo del suo carattere fondamentale per la città è che il forum si apriva all&#8217;incrocio del <em>cardine</em> con il <em>decumano</em> massimo, le due strade cittadine principali.</p>
<p>Alla peculiare complessità che la nascita del Comune assegnò alle funzioni della vita associata, la città medievale corrispose con una moltiplicazione degli spazi pubblici ed un’articolata specializzazione delle funzioni. <img loading="lazy" class="wp-image-71899 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.08.51.png" alt="" width="391" height="417" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.08.51.png 461w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Schermata-2018-01-03-alle-13.08.51-282x300.png 282w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" />Nacquero così le piazze civili, dominate dal Palazzo, le piazze del mercato e le piazze religiose, che si aprivano intorno al Duomo. Nel Quattrocento, le piazze civili non ebbero più come riferimento il palazzo comunale bensì il Palazzo del Principe ed ospitarono sempre meno assemblee popolari quanto piuttosto cerimonie di corte e parate militari. Nelle città barocche, il mutamento fu ancora più profondo: da espressione dei valori della comunità la piazza divenne, attraverso il controllo prospettico e l’uniformità delle quinte, l’immagine stessa del potere assoluto, la “scena urbana” in cui il potere si rappresentava e da cui era esclusa ogni partecipazione dello “spettatore”.</p>
<p>Una “scena urbana” che è quasi palcoscenico, come ne <em>Le muse inquietanti</em> di De Chirico in una delle sue celebri “Piazze d’Italia”. Una platea paradossale.</p>
<p>“Piazza” deriva dal latino <em>Platěa</em>, a sua volta dal greco <em>Plateia</em> formatosi su <em>platỳs</em>, “ampio, spazioso” o anche dal latino <em>Plattea</em>, da <em>Plattus</em>, “largo, schiacciato”. La radice più robusta e profonda dunque di questo concetto rimanda ad un luogo piatto, come una spiaggia (<em>plax</em>, <em>plaga</em>), vuoto, aperto, come una radura, ma anche chiuso, racchiuso, circondato. Ci fa insomma pensare alla platea del teatro, detta così perché del teatro è il luogo più basso e ampio, ma anche chiuso e circondato dagli spalti, dalle gallerie, dai loggioni e dal palcoscenico. Tuttavia, la Piazza è una platea in cui si assiste, ma al tempo stesso si dà spettacolo. Si va in piazza a guardare, ma anche a mettersi in mostra: si è attori e spettatori. Ci si accomoda ai lati, ma anche ci si espone.</p>
<p>La filosofia, dicevamo, fa la sua apparizione con la nascita della città greca. Come “pratica sociale”, la filosofia vive nella <em>polis</em> e assume l’<em>agorà</em> come metafora di impegno civile in una scena sociale democratica. Nell’Atene del V secolo a. C. la filosofia inizia il cammino con la sua vocazione di fondo che resterà fino a noi come vocazione politica, o “agoretica”.</p>
<p>La pratica del filosofare è, in questo senso, radicalmente legata alla pratica democratica: esercizio di una cittadinanza democratica ed esercizio sociale della filosofia come due facce di una stessa medaglia. Alla “piazza” la filosofia giunge come “via, strada”: un cammino che si incrocia con altre vie, un incontro che è la sua destinazione più propria. Il dialogo, la condivisione, il confronto, anche il rischio e il <em>pòlemos</em>; insomma, il ritorno che lo schiavo liberatosi dalle catene compie verso la caverna, tra i compagni ancora così incatenati da poterlo mettere a morte.</p>
<p>Lo straniamento della filosofia, come insegnato da Socrate e dal gruppo di suoi amici della verità, è nell’immergersi nell’abitudine, nella piazza, nelle vie della città per tirarne fuori ogni volta quella estraneità che la abita da sempre. Anche nei riguardi della città, nel destino di fare la nostra conoscenza, scopriamo che lo straniero non viene da fuori, ma abita nascosto in noi, e si comporta da padrone di casa.</p>
<p>Praticando la politica più alta, seguendo la vocazione alla vera “legalità”, quello sparuto gruppo di amici della verità e delle leggi mise in subbuglio una città. Lo fecero semplicemente accettando chiunque si sentisse coinvolto, ma accogliendolo in un luogo scomodo, non accomodante, quello della ignoranza consapevole. Non il luogo del potere, delle tecniche, delle pratiche: per quello bastava rivolgersi ai sofisti, maestri di politicanti, di governatori regionali, di segretari cittadini.</p>
<p>L’originaria paradossalità della filosofia risiede nel suo essere riflessione e pratica, azione (<em>agorà</em>, da <em>agěre</em>, come dicevamo), <em>platea paradossale</em>, fondale scenico della caverna ma anche discussione e subbuglio, spiazzamento, <em>déplacement</em>. Di nuovo, questo luogo assume i lineamenti della plateale interiorità della Piazza.</p>
<p>Oggi, nel tempo in cui i centri commerciali – moderne “catene” del mito – vanno delineandosi come le nuove “piazze”, la pratica filosofica si trova a reclamare un diritto di cittadinanza in un mondo assolutamente diverso da quello messo in subbuglio dallo sparuto gruppo di amici della verità. Spesso, purtroppo, senza escludere spettacolarizzazioni della filosofia che svuotano di senso la sua agoreticità, la sua nascita in piazza, proprio organizzando manifestazioni in cui vengono riempite piazze con spettatori di “eventi” filosofici, ovvero di discorsi a cui le migliaia di persone restano nell’impossibilità di prendere parte attiva se non, appunto, come spettatori davanti ad uno schermo o ad una vetrina.</p>
<p>Auspicabile è, invece, il moltiplicarsi di quelle vie attraverso le quali la pratica filosofica oggi cerca di corrispondere all’evento epocale della radicale trasformazione dei mezzi di produzione, elaborazione e comunicazione dei saperi rappresentata dal mondo della Rete, delle sue “piazze virtuali”, comunità di ricerca, gruppi di dialogo, “forum” di riflessione, odierna <em>agorà</em> della filosofia come pratica sociale. Si tratta, in definitiva, della possibilità di un corrispondere autentico della filosofia alla sua nascita “in piazza” e dunque, seguendo l’invito di Platone nella VII Lettera, a “restare fedeli alla filosofia”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-71894" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/laplace.jpg" alt="" width="1041" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/laplace.jpg 1041w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/laplace-300x122.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/laplace-768x314.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/laplace-1024x418.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1041px) 100vw, 1041px" /></p>
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		<title>Pensiero ballabile: Lucio Saviani e Pasquale Panella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 07:26:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Bisori]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
		<category><![CDATA[Voci di confine. Il limite e la scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[Il mio amico filosofo Lucio Saviani ha pubblicato qualche tempo fa una riedizione di un libro di cui conosco bene la genealogia, il suo farsi e disfarsi. Voci di confine. Il limite e la scrittura (Moretti &#38; Vitali). Il compositore di parole, Pasquale Panella e il musicista Gianni Bisori   a queste pagine si sono ispirati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42047" title="image" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/image.jpg" alt="" width="200" height="291" />Il mio amico filosofo Lucio Saviani ha pubblicato qualche tempo fa una riedizione di un libro di cui conosco bene la genealogia, il suo farsi e disfarsi. <strong>Voci di confine. Il limite e la scrittura</strong> (Moretti &amp; Vitali). Il compositore di parole, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/12/20/anteprima-sud-n°10-pasquale-panellalucio-saviani/">Pasquale Panella</a> e il musicista Gianni Bisori   a queste pagine si sono ispirati per un nuovo lavoro, <strong>Pensiero ballabile,</strong> ovvero “<em>Tredici canzoni nuove e chiacchiera danzante intorno, da e circa le Voci che girano al limite del vivere, del pensare e dello scrivere, quindi al limite del ballo, nel libro Voci di confine di Lucio Saviani. Musiche: Gianni Bisori. Libretto e testi: Pasquale Panella”.</em></p>
<p><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/B_J_w6XmYfw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>CONTRAPPUNTO.</strong></p>
<p><strong>LIEVI CONTRASTI D&#8217;APPARENZE</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Lucio Saviani</strong></p>
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<p style="text-align: right;"><em>“La mia visione è così retta,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> così pura è la mia sensazione,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> la mia conoscenza è così perfettamente completa, </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>così acuta, così netta è la mia rappresentazione</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> e la mia scienza è così perfetta </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>che io mi comprendo dall&#8217;estremità del mondo</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> fino alla mia parola silenziosa;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> e dall&#8217;informe </em>cosa <em>che si desidera alzandosi, </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>lungo le fibre note e gli ordinati centri,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> io mi sono, io mi rispondo, io mi rispecchio e mi rifletto,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> io fremo dell&#8217;infinità degli speccbi –</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> io sono di vetro”. </em></p>
<p style="text-align: right;">P. Valéry</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Guardi una persona e la vedi da parte a parte </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>quasi fosse una sfera di cristallo </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>che tu stesso hai appena gonfiato con un soffio.</em></p>
<p style="text-align: right;">V. Nabokov</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ABISSI SUPERFICIALI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dov&#8217;è più, nel fondo, la trasparenza? Il fondo può essere osservato, raggiunto soltanto grazie a un <em>trans-</em>,<em> </em>un attraverso, grazie a cui apparire, essere visto o pensato. Abita sempre dietro, o sotto; ha l&#8217;abitudine di non essere mai sottomano né a prima vista. Così il fondo è da raggiungere, svelare, avanzando o scavando. (Lo si avvicina per passione ma poi lo si tocca per disperazione. E poi qualcuno, una volta toccato il fondo, comincia a grattare&#8230;). Non è mai apparente, cioè sospetto; in due parole, è sempre “profondo”o, il che molte volte è lo stesso, &#8220;alto&#8221; (come sentimenti, i pensieri, le intenzioni). Un po&#8217; come la verità…</p>
<p>Ilfondo dice allora anche la superficie, o una stratificazione di superfíci. Superficie e fondo si rendono<em> </em>a vicenda, uno dà conto dell’altra. E’ da questo rendere conto, ritorno <em>redditizio</em>, che ci si abitua a dare fondo ad ogni energia, ad ogni distanza, per &#8220;rendere&#8221; trasparente una superficie: ritorno <em>d&#8217;immagine. </em>Eppure fin da qui qualcosa, qualche conto, comincia a non tornare.</p>
<p>Trasparire è dunque &#8220;apparire, essere visibile attraverso un corpo diafano oppure translucido&#8221;. Ma già questo apparire manifesta un certo gioco di complicità, attese e tradimenti. Sentimenti, pensieri, intenzioni possono <em>rivelarsi </em>attraverso qualche indizio: una felicità, non detta, può trasparire dagli occhi mentre da tante parole può trasparire una noia scaltra. Ma poi, la stessa cosa si può sempre far trasparire e lasciar indovinare&#8230; <em>Tra </em>cose velate e rivelazioni involontarie, <em>tra </em>il<em> </em>mostrare e il nascondersi, appare a prima vista come l&#8217;antico gioco erotico della seduzione (e) della verità.</p>
<p>Ma allora, ciò che traspare e il trasparente? E invece no, per il momento ciò che viene alla luce, che traspare, è solo apparente (ma qui, una volta tanto l&#8217;apparente sta dietro, sul fondo, non davanti, sulla superficie). Trasparente è invece un corpo o un <em>mezzo </em>(una superficie) che si lascia <em>attraversare </em>dai raggi della luce: a volte si può dire anche del cielo, o di un colore che non abbia <em>corpo. </em>Addirittura si può parlare, in modo trasparente: si lascia intuire (trasparire) il vero  significato di un sentimento, di un pensiero, di una intenzione senza <em>rivelarli </em>esplicitamente. Si può cioè parlare esponendo, contemporaneamente, la filigrana del discorso. In effetti, più che con le parole, la trasparenza ha a che vedere con l&#8217;occhio: guardare in controluce ponendo la superficie tra l&#8217;occhio e, nel fondo,<sub>`</sub>la sorgente di luce.</p>
<p>Un aspetto curioso della trasparenza viene qui a chiarire, ma per poi complicarlo molto, il discorso sullo sguardo: &#8220;trasparente&#8221; è il nome di un elemento tipico dell&#8217;architettura barocca, che consiste in un <em>diaframma </em>(che può essere un inestricabile intarsio di marmi, bronzi, balconi e capitelli come nella cattedrale di Toledo) dall&#8217;esuberante decorazione che ha la funzione di far trasparire in modo surreale, tra la navata e il coro, l&#8217;altare. Dunque, ancora una volta, stratificazioni di superfici e lì, nel fondo, traspare la Verità.</p>
<p>Ad ogni modo, in un rapporto meno stratificato di sguardi, la trasparenza rimane <em>soprattutto </em>questione di limite e di superficie: in un corpo trasparente, proprio grazie alla trasparenza, &#8220;sono individuabili due superfici limite, una di entrata, l&#8217;altra di uscita. La trasparenza del corpo sarà maggiore o minore secondo che sia maggiore o minore il rapporto tra la luce uscente e la luce entrante&#8221;. Dunque, all&#8217;interno della stessa superficie, traspaiono ora due superfici limite: di nuovo, per incanto, una stratificazione.</p>
<p>Si ritorna, così, al fondo; e a quel ritorno redditizio, di immagine, da cui parte quel lavoro incessante, quella passione e quell&#8217;oscuro desiderio di &#8220;rendere&#8221; chiara, trasparente, ogni<em> </em>superficie.</p>
<p><em>E’ probabilmente da questo fondo che traspaiono le ragioni autentiche di un fallimento. L&#8217;utopia occidentale dell&#8217;assoluta &#8220;autotrasparenza”,  dal programma hegeliano della realizzazione dello spirito assoluto, della piena autotrasparenza della ragione, </em><em>all’</em>Aufklärung &#8211; <em>in tutte le sue direzioni: condizione emancipata e disalienata </em><em>dell&#8217;uomo, annullamento del limite tra teoria e prassi, dell&#8217;intervallo tra fatto e valore &#8211; ha scoperto  l’impossibilità della propria definitiva realizzazione proprio nella società contemporanea in cui, paradossalmente, la tecnologia sembra da una parte rendere possibile il &#8220;punto di vista di un soggetto centrale&#8221; &#8211; la trasparenza di una storia universale &#8211; costituendo invece, per una sorta di entropia, una moltiplicazione e stratificazione di centri di storia, cioè di sguardo e di discorso. </em>Probabilmente &#8220;autotrasparenza&#8221; (trasparenza da sé) è un termine paradossale: sembra incantarsi, cioè sospendersi, l&#8217;eterno gioco di fondo e di superfici, quel movimento seduttivo di trasparire e lasciar apparire. Sembra ci si avvicini, invece, a un fondo senza superfici e dunque anche senza fondo. Avvicinarsi sembra anzi un falso movimento. Ciò che è in superficie è il fondo: una superficie-fondo.</p>
<p>L&#8217;autotrasparenza è dunque l&#8217;ideale che sottende alla fatica di &#8220;rendere&#8221; trasparente ogni superficie (limite, schermo, filtro) e di raffinare, illuminare, assottigliare ogni opacità.</p>
<p>L&#8217;ideale di una superficie-fondo in cui il limite tra ciò che lascia apparire e ciò che traspare non si dia più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>SIPARI FONDALI. DI LÀ DAL VETRO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se dallo sfondo viene emergendo come ragione di fallimento e di caduta, l&#8217;ideale dell&#8217;autotrasparcnza appare in superficie, in tutta evidenza, nelle ben diverse sembianze della <em>perfetta</em> <em>trasparenza. </em>La trasparenza perfetta rimane infatti  l&#8217;estrema luce di quel limite che si tende a far svanire: il fondo ri-esce visibile attraverso una superficie che &#8220;renda&#8221; tutto del fondo, ma che<em> resista </em>in quanto superficie. Ad essere trasparente rimane sempre la sola superficie, ma così essenziale al fondo stesso.</p>
<p>Questa idea di perfetta trasparenza sembra intantosubito assumere, a prima vista, due sembianze e prendere due direzioni diverse: la <em>sovrapposizione </em>(più che l&#8217;illuminazione e il rischiaramento) e la <em>seduzione. </em>La sovrapposizione (ancora stratificazione) di una superficie trasparente ad un&#8217;altra superficie che diventi fondo appare immediatamente poggiata su di un discorso di <em>utilizzabilità </em>(l&#8217;unico, pare, praticabile). Perché, infatti, far aderire una superficie perfettamente trasparente su di un&#8217;altra? E poi, quale può essere la sua <em>funzione?</em></p>
<p>L&#8217;uso del trasparente appare troppo comune per non pensare ad un lavoro di schermatura, difesa, protezione; ri-paro e custodia per ciò che, di sotto, appare. Dalle vetrine dei negozi, dei mobili, delle sale di esposizione alle veline e alle sovraccoperte trasparenti dei libri, al vetro o al cellophane per alimenti si evidenzia (così come si usa evidenziare, per frammenti, un discorso fra le righe tramite tratti di colore trasparente) una <em>cura, </em>un&#8217;attenzione tutta tesa a preservare una integrità, purezza e <em>pulizia. </em>(A<em> </em>loro volta queste superfici sono sempre minacciate dalla polvere che, a strati, attenta alla trasparenza &#8211; esibita spesso anche come pulizia. Insomma, vanno <em>curate </em>e lucidate). Nitore, pulizia e integrità restano in primo piano anche nell&#8217;uso di <em>lucidi, </em>veline e trasferibili per ricalcare un disegno, in particolare frammenti e mancanze &#8211; come nei rilievi archeologici.</p>
<p>La vita stessa può entrare tutta in una sfera di cristallo in cui pochi occhi, purtroppo, riescono a intravedere gli oscuri percorsi del destino e del futuro. Quando invece interessa guardare attenti nelle oscurità e tra le veline del presente e del passato (le cataratte del potere o i suoi fantasmi, trasparenti e invisibili) è la politica a mostrarsi cristallina, pulita, <em>trasparente, </em>dallo sguardo lucido e dai Palazzi di Vetro. Qui le idee, i programmi e i discorsi si propongono chiari nella sostanza e trasparenti nella forma, come in quei souvenir in cui entrano città da ammirare e capovolgere o come, ancora meglio, negli oggettini di vetro soffiato, fatti solo d&#8217;aria e di superficie trasparente. Invece della materia oscura, il &#8220;soffio creatore&#8221; modella ora il vetro, l&#8217;aria stessa sembra coprirsi di vetro assumendo forme precise: pensieri soffiati, idee divenute cristallo fragile <em>(La fragilità</em> <em>diventa poi fatalità quando si pensa alle bolle di sapone&#8230;). </em>Insomma, la politica diventa trasparente per chi &#8220;non ha nulla da nascondere&#8221;, per chi non prevede doppiezze e occultamenti (<em>Il</em> <em>doppio fondo rimane sempre cosa da ladri, illusionisti e contrabbandieri: inganno e custodia di refurtiva. Hanno molto successo, intanto, quegli orologi da polso il cui vetro non protegge più il fondo-quadrante ma lascia trasparire, come la sabbia nella clessidra, tutta la verità degli ingranaggi e dei meccanismi&#8230;). </em>Ma c&#8217;è un&#8217;occasione, niente affatto rara, in cui la trasparenza come sovrapposizione di superfici si incontra con l&#8217;altro sembiante, la <em>seduzione (di nuovo, l&#8217;eterno gioco assenza/presenza: del resto, cos&#8217;è la seduzione se non il lasciarsi desiderare e, contemporaneamente, sviare, allontanare e confondere?), </em>l&#8217;altra delle due direzioni che, a prima vista, l&#8217;idea di perfetta trasparenza sembrava andare assumendo.</p>
<p>Nell&#8217;uso di tessuti trasparenti, o di un complicato gioco di aderenze, velature e trasparenze (di nuovo, la pelle-superficie diventa sfondo) l&#8217;assenza/presenza, il mostrarsi e il ritrarsi diventano la verità di un corpo che si racconta (contro la nuda, carnale verità della pelle). Qui, nel gioco di assenza e presenza in cui ci<em> attira </em>la trasparenza, le due (a prima vista) direzioni della sovrapposizione e della seduzione rivelano invece un unico senso. E questo si fa evidente in uno strano, ma decisivo, differimento di senso: dallo schermo/riparo allo schermo/sipario. In realtà è proprio lo schermo che, qui, diventa centrale e su cui si proietta tutto il discorso sulla trasparenza, perfetta e seducente: da scudo, ostacolo, filtro lo schermo diventa ora <em>tramite</em> trasparente, una leggera e consistente barriera trasparente, (come un sipario sempre calato ma allo stesso tempo sempre aperto).</p>
<p>Nella &#8220;civiltà del plexiglas&#8221; lo schermo è il vetro del televisore, del monitor, di un microscopio, oppure il telone di proiezione al cinema, ma è anche il vetro dell&#8217;obiettivo fotografico (le diapositive, le loro immagini e poi le pellicole trasparenti del &#8220;mondo della celluloide&#8221;), la lastra di una radiografia <em>(trasparenza compiuta?) </em>e, perché no, i finestrini di un treno o di un pullman per viaggi organizzati. Lo schermo trasparente è <em>schermo</em> proprio in quanto nello stesso tempo avvicina e separa, rende visibile e irraggiungibile, allontana un  mondo proprio mentre rende una visione ben chiara, se non familiare e quotidiana: appunto il darsi/celarsi di un mondo. Il plexiglas permette di instaurare un rapporto con le cose fondato sulla familiarità con l&#8217;intangibile, sull&#8217;avvicinare contemporaneamente mondi lontanissimi con particolari effetti (<em>trans</em>fert) sulla nostra percezione del tempo e dello spazio, del nostro desiderio e del suo dileguarsi.</p>
<p>(A volte basta sfiorare uno schermo con un dito che si aprono davanti agli occhi orizzonti fantastici<em> </em>e mondi remoti). Probabilmente è per questo che il vetro che <em>protegge</em> la Pietà in San Pietro o<em> </em>il Papa durante le uscite in automobile bianca,più che sicurezza e custodia sembra <em>riflettere </em>questo particolare movimento di avvicinamento e separazione, familiarità e distanza nei confronti di un altro mondo, quale è la dimensione del sacro.</p>
<p>Ad ogni buon conto, per il plexiglas, schermo trasparente, il riflesso fa problema proprio come l&#8217;opacità e la polvere: nei vetri antiriflesso per quadro e dei più recenti televisori, nella cura per la massima trasparenza dello schermo, traspare il conflittuale rapporto tra sguardo e specchio (Sono <em>speculari</em>, in questo caso, da una parte il riflesso curioso di una vetrina che mostra l&#8217;interno<em> </em>ma anche l&#8217;altrettanto curioso sguardo del passante, oppure la fastidiosa attrazione di un paio di occhiali a specchio; dall&#8217;altra, l&#8217;imbarazzo e l&#8217;inquietudine che suscita l&#8217;attore che &#8220;guarda la in camera&#8221;). L’ “anima maledetta”, così superficiale e non trasparente, degli specchi <em>rende, </em>più che lo sfondo, una profondità che <em>ritorna</em> alle spalle di chi guarda: di nuovo, ma in un senso pervertito, un ritorno d’immagine (ai luna park, di paura si ride molto di più nei labirinti di specchi<em> </em>che non in quelli di semplici vetri trasparenti<em> &#8230; ).</em></p>
<p>Ma anche qui, allo specchio, arriva un&#8217;occasione di incontro, ancora una volta, tra schermo, trasparenza e protezione. La scena è quella di un individuo, abbastanza sospetto, che parla davanti a uno specchio rivelando particolari, forse confessando senza saperlo. Dietro lo specchio, finto, al <em>riparo</em> di una trasparenza il testimone oculare si schermisce, vede e ascolta, non visto, l&#8217;individuo da riconoscere&#8230;</p>
<p>Dell&#8217;antico e innocente gioco della verità e del mondo, dell&#8217;apparire e del nascondersi, rimane un superficiale inganno. E, più in là, sullo sfondo, un criminale sospetto.</p>
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		<title>Pensieri ballabili : Lucio Saviani e Pasquale Panella</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/pensieri-ballabili-lucio-saviani-e-pasquale-panella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 May 2011 14:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Abruzzese]]></category>
		<category><![CDATA[casa delle Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[cesare cuscianna]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuela Fiorelli]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Magliulo]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Radi]]></category>
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		<category><![CDATA[Voci di Confine]]></category>
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					<description><![CDATA[Roma, 10 maggio 2011, ore 18.00 Casa delle Letterature, Piazza dell’Orologio 3 Presentazione del libro di Lucio Saviani Voci di confine. Il limite e la scrittura e Anteprima nazionale dell’opera Pensiero ballabile di Pasquale Panella e Gianni Bisori, ispirata a Voci di confine di Lucio Saviani In programma, la presentazione del libro di Lucio Saviani Voci di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/biglietto-invito-definitivo-10-maggio.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-38998" title="biglietto invito definitivo 10 maggio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/biglietto-invito-definitivo-10-maggio-142x300.jpg" alt="" width="142" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/biglietto-invito-definitivo-10-maggio-142x300.jpg 142w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/biglietto-invito-definitivo-10-maggio-487x1024.jpg 487w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" /></a></p>
<p>Roma, 10 maggio 2011, ore 18.00</p>
<p>Casa delle Letterature, Piazza dell’Orologio 3</p>
<p><strong>Presentazione del libro di<a href="www.luciosaviani.it"> Lucio Saviani</a><em> Voci di confine. Il limite e la scrittura </em>e Anteprima nazionale dell’opera <em>Pensiero ballabile</em> di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/26/valery-vartan/">Pasquale Panella</a> e Gianni Bisori, ispirata a <em>Voci di confine</em> di Lucio Saviani</strong></p>
<p>In programma, la presentazione del libro di Lucio Saviani<em> Voci di confine. Il limite e la scrittura </em>(Moretti &amp; Vitali). Ne parlano, insieme all’Autore, Alberto Abruzzese, Cesare Cuscianna e Nicola Magliulo).</p>
<p>A seguire, in anteprima nazionale, Pasquale Panella e il musicista Gianni Bisori eseguono dal vivo brevi estratti da <em>Pensiero ballabile</em>, ovvero “Tredici canzoni nuove e chiacchiera danzante intorno, da e circa le Voci che girano al limite del vivere, del pensare e dello scrivere, quindi al limite del ballo, nel libro <em>Voci di confine </em>di Lucio Saviani. Musiche: Gianni Bisori. Libretto e testi: Pasquale Panella”.</p>
<p><span id="more-38996"></span></p>
<p>Nel libro di Lucio Saviani le figure del limite (la soglia, il labirinto, lo specchio, lo sguardo, la trasparenza, l’altro, la definizione&#8230;) e le sue traduzioni (l’intervallo, l’intermittenza, la sospensione, la crisi, la frattura, il confine&#8230;) si richiamano a vicenda, attraverso le “voci” di una scrittura di confine che si muove tra diversi stili e generi, incrocia più discipline, esponendosi a gradi diversi di lettura.</p>
<p>A testimonianza di questa peculiare “apertura” della scrittura di <em>Voci di confine</em>, la serata alla Casa delle Letterature si arricchisce dell’intervento degli artisti romani <strong>Emanuela Fiorelli</strong> e <strong>Paolo Radi</strong> che, con<em> Immagini al confine della visibilità</em>, espongono tre opere ispirate al libro di Lucio Saviani.</p>
<p>Del 2008 è il dialogo <em></em><em>Valéry Vartan. L’idea fissa che fa zum</em>, scritto insieme a Pasquale Panella e con lui portata in scena. </p>
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		<title>Blog Notes: Magritte, les belges, Libero e i cavalli scossi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/blog-notes-magritte-les-belges-libero-e-i-cavalli-scossi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 14:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Bruxelles National Airport]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[i cavalli scossi]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Balassone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani 1.lo stupro costante delle nostre menti Quando passi attraverso le case, le luci, i cieli, soprattutto i cieli, delle opere esposte, qui, nel museo Magritte, è tutta una successione di ricordi e sogni sognati. Una realtà che rimane tale per pochi attimi, l&#8217;affiche acquistata al Pompidou vent&#8217;anni prima e che si stacca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/0_498_550.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-29738" title="0_498_550" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/0_498_550-271x300.jpg" alt="" width="271" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/0_498_550-271x300.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/0_498_550.jpg 498w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /></a><br />
di <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>1.<strong>lo stupro costante delle nostre menti</strong></p>
<p>Quando passi attraverso le case, le luci, i cieli, soprattutto i cieli, delle opere esposte, <a href="http://www.musee-magritte-museum.be/Portail/Site/Typo3.asp?lang=FR&amp;id=languagedetect">qui,</a> nel museo Magritte, è tutta una successione di ricordi e sogni sognati. Una realtà che rimane tale per pochi attimi, l&#8217;<em>affiche</em> acquistata al Pompidou vent&#8217;anni prima e che si stacca dal muro trascinando con sé un pezzo di intonaco insieme alle due strisce di scotch, a croce, nel mezzo della cameretta. Sono soprattutto i colori delle gouaches appese ai titoli, onirici e <em>rreali</em> del &#8221; saboteur tranquille&#8221;: la voix du sang, la lettrice spaventata, chambre d’écoute, e provi estrema dolcezza di visione dall&#8217;utopia sospesa del fantastico  Château des Pyrenees. &#8220;<em>J&#8217;aime l&#8217;humour subversif, les taches de rousseur, les genoux, les longs cheveux de femme, le rêve des jeunes enfants en liberté, une jeune fille courant dans la rue.&#8221;</em> Magritte scrive di amare l&#8217; Humour sovversivo, le guance arrossite, le ginocchia, i capelli lunghi delle donne&#8230;  Per questo il piccolo quadro, in bianco e nero, <em>le viol,</em> &#8211; una parola che è una beffa, dolce come un colore, leggera da evocare volo &#8211; è un inferno. Un&#8217;opera che nessun Maurizio Costanzo Show &#8211; ricordate le copertine magrittiane usate durante le trasmissioni per i consigli per gli acquisti?- avrebbe potuto mettere a fuoco e in pasto ai <em>famosi milioni</em>, di telespettatori. Pensi a  Munch, Goya, con quel volto, faccia che diventa corpo, i seni sono occhi pestati, il naso ritratto nel volto, affossato da un pugno, e la bocca, cucita a silenzio, un orifizio muto.<br />
<span id="more-29737"></span><br />
<strong>2. La vie secrète des belges</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/IMG_3317.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-29741" title="IMG_3317" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/IMG_3317-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/IMG_3317-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/IMG_3317-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>(Bruxelles National Airport)</strong> Il sogno di uno scrittore è di ritrovare il proprio libro tra gli scaffali della libreria di un aeroporto.</p>
<p><strong>3. Libero di correre</strong> (ma non per Libero, oh!)</p>
<p>Ospite di Stefano Balassone, a <a href="http://www.redtv.it/">Redtv</a>, tra le varie cose che ci siamo detti, alla sua domanda su chi fossero oggi i soldati blu e chi gli indiani, (le immagini mostravano le rispettive cavallerie)  a proposito delle recenti polemiche scoppiate  su questo blog, m&#8217;è venuto di rispondere che  Nazione Indiana, per me, era, erano i cavalli scossi. </p>
<p><em>E i sogni si allontanano<br />
come i cavalli scossi,<br />
caduti i sognatori;<br />
bocconi tra le fragole, ma<br />
più dolci e più rossi,<br />
ridotti a dolenti spifferi.<br />
E docili incompetenti<br />
nella lotta incerta<br />
tra il ridire e il fare<br />
l&#8217;amore colloquiale.<br />
</em></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/_6yEdJfEZ8w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lampo di genio: Pasquale Panella</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/01/25/lampo-di-genio-pasquale-panella/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jan 2008 10:43:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho mentito che t&#8217;amavo Capiscimi avrei voluto versarmi sul tuo viso, sul tuo petto come crema umana invece la mia voce parlava Avrei voluto tu fossi fango, una melma nella quale affondare soffocando Invece, restando in superficie, ci dicevamo a parole l&#8217;amore come due vacanzieri nuotando (nell&#8217;acqua le bracciate sono come all&#8217;asciutto gli abbracci: ci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lampo.jpg' title='lampo.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lampo.jpg' alt='lampo.jpg' /></a></p>
<p>Ho mentito che t&#8217;amavo<br />
Capiscimi<br />
avrei voluto versarmi<br />
sul tuo viso, sul tuo petto<br />
come crema umana<br />
invece la mia voce parlava<br />
Avrei voluto tu fossi<br />
fango, una melma<br />
nella quale affondare<br />
soffocando<br />
Invece, restando in superficie,<br />
ci dicevamo a parole l&#8217;amore<br />
come due vacanzieri nuotando<br />
(nell&#8217;acqua le bracciate<br />
sono come all&#8217;asciutto<br />
gli abbracci: ci fanno<br />
galleggiare&#8230;Anche le gambe<br />
tu a delfino io a rana,<br />
e nella stessa acqua)<br />
<span id="more-5212"></span><br />
Avrei voluto speronarti<br />
entrando in te,<br />
le braccia nelle braccia,<br />
le gambe nelle gambe<br />
come in una tuta<br />
da meccanico con la chiusura<br />
lampo serrata come il mare<br />
sul nostro affondamento<br />
Invece vociavo senz&#8217;acqua<br />
nella bocca, anzi, ricordo,<br />
poi, dopo, bevevamo<br />
da una bottiglia l&#8217;acqua<br />
che, fresca, accanto a noi<br />
si intiepidiva sapendo<br />
di temperatura umana&#8230;<br />
Con l&#8217;acqua in bocca per volerla bere<br />
perdemmo l&#8217;occasione di annegare<br />
e di tacere&#8230;</p>
<p><strong>Pasquale Panella</strong><br />
da <em>poema bianco</em>(<strong>IriEd, Roma</strong>)</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lo sguazzo dell’ardire e dell’osare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/06/03/lo-sguazzo-dell%e2%80%99ardire-e-dell%e2%80%99osare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jun 2007 16:29:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Battisti]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Dopo l‘estate, quando l’autunno è giovane e ancora soleggiato, non tanto rassodato e ingrigito, l’appuntamento era fisso: se era un anno pari, dal 1986 al 1994, usciva un disco di Lucio Battisti, con parole di Pasquale Panella. Fu un’epopea recente della nostra musica leggera, in principio sottovalutata, poi vissuta con culto carbonaro. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/apparenza.jpg' alt='apparenza.jpg' />  di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Dopo l‘estate, quando l’autunno è giovane e ancora soleggiato, non tanto rassodato e ingrigito, l’appuntamento era fisso: se era un anno pari, dal 1986 al 1994, usciva un disco di Lucio Battisti, con parole di Pasquale Panella. Fu un’epopea recente della nostra musica leggera, in principio sottovalutata, poi vissuta con culto carbonaro. Solo post-mortem esplosa tardivamente e riconosciuta in tutto il suo valore. Perché fu una tribù, quella battistian-panelliana. <span id="more-3888"></span>I critici più acclamati faticavano a seguire quella scia discografica rarefatta, senza note di copertina, senza indicazioni, senza testi, tutto a sottrarre, mentre il mondo si contraddistingueva per una sovrabbondanza chiassosa e superflua. Senza interviste e senza lo straccio di un’apparizione. Senza televisione! Battisti-Panella era una cittadella a sé stante, in cui vigevano altre regole rispetto al resto del mondo. Copertine bianche e spoglie, otto-brani-otto e mai uno di più, che te li immaginavi divisi tra lato A e lato B anche nell’era digitale. Musiche elettroniche, prodotte per lo più al synth e alle tastiere (ma non solo), un’algebra musicale che avvolgeva testi cervellotici, immaginifici, folli. Groove elettronici che ti obbligavano a muoverti, impasti sonori e ritmici debitori alla musica da club, alla house, alla techno. Ma con quella voce. Sconcertante.<br />
In principio fu “Don Giovanni”, nel 1986, e fu l’unico a uscire in marzo e non d’autunno. Poi seguirono, a distanza biennale infallibile, “L’apparenza”, “La sposa occidentale”, “C.S.A.R. &#8211; Cosa succederà alla ragazza”, “Hegel”. Il 1994 fu l’anno del sipario chiuso. Non ci furono altri dischi di Battisti, l’eccitante rito degli anni pari autunnali si arrestò tristemente. È stata una delle ultime liturgie legate alla musica leggera. Poi, il 1996 non arrivò nulla, Lucio aveva altro a cui pensare che pubblicar canzoni. Da lì in poi l’avventura discografica di Battisti non avrebbe avuto seguito; in breve, anche l’avventura umana. Con straordinaria fedeltà, gli eredi non fanno uscire sul mercato il materiale in loro possesso. Battisti non lo aveva pubblicato, dunque non desiderava che fosse pubblicato.<br />
Quella cinquina di album fu realizzata in complicità con lo scorbutico poeta Pasquale Panella, che né prima né poi – a onta della gloria e di collaborazioni prestigiose – avrebbe più visto esaltare i suoi testi da tanta voce. Battisti poteva cantare usando metriche impensabili e parole assai inconsuete, precluse ai più: otturatore, saldatore, schiumogeno, sesquipedale, alabastrina, passamanerie, cialdone, ricettario, predellino, barbaglio, impastatrice, sbatacchio, scandaglio, discobolo, in bocca a lui, sono termini del tutto plausibili, quasi di comune uso, degni di cittadinanza. In un festival di onomatopee, calembeur, allitterazioni, equivoci voluti, enjambement, nelle canzoni dell’era panelliana trovano posto l’euforia da giardino, l’arioso colosso pugilatore, la giravolta degli oggetti, aggettivi catarifrangenti infranti e lucenti, calzoni dal volto umano, termometri contraddittori, ballabili mammelle, pose inesplose, la musica camusa, lo sguazzo dell’ardire e dell’osare, l&#8217;ultima papilla la farfalla e la lingua la spilla, nature morte virtuosamente, la carrozza anacronistica, il rosso mormorìo di un acquitrinio, l&#8217;inquilino in bocca stuzzicante e decine di altre immagini di straordinaria libertà espressiva. Compresa anche una manciata di neologismi (gialleggiante, buessa&#8230;).<br />
Erano dischi allegri e dispettosi, quelli dell’ultimo Battisti. In diretta furono in molti a prenderne le distanze (ma che vuol dire? è impazzito? vuol far l’originale a tutti i costi?), rimpiangendo i falò sulla spiaggia delle strofe d’un eterna adolescenza mogoliana, le bionde trecce e i campi di grano, a te che sei il mio presente in fondo all’anima sei sempre tu. La pigrizia &#8211; anche di molto giornalismo specializzato, che senza mai osare stroncarlo si barcamenava tra aggettivi equidistanti (ostico, curioso, scontroso) &#8211; mise in ombra il fatto che quelle erano, a tutti gli effetti, <em>canzoni di Lucio Battisti</em>. Con la loro solita, meravigliosa, cantabilità: scomponibili fino a poterle suonare alla chitarra, gioiose, belle da squarciagola, popolari anche nella loro apparente astrusità, che usavano la musica come divertimento eversivo perché erano partorite da puro genio melodico. Cantate con quella voce squillante, cristallo lucente da ventenne, anche a 50 anni. “Una lametta da barba”, la definì l’altro Lucio, Dalla. Probabilmente non si tollerava di Battisti l’indipendenza dai media (anacronistica, empia, inaccettabile), dalla cultura del pettegolezzo e della marchetta, della promozione obbligatoria. La reclusione impenetrabile del cantante di Boggio Bustone era ardua da penetrare e ancor più da mandare giù. Pubblicava questi lavori originalissimi, di biancore accecante, ogni due anni, spedendoli come missive altere o messaggi a senso unico, sapendo sempre dove trovarvi, mentre voi non potevate mai trovare lui altrove che nelle sue canzoni. Era stato un idolo giovanilistico, mentre ora negava il suo corpo totalmente: era diventato solo voce.<br />
Dopo la morte di Battisti fu rivalutato, non subito e non da tutti, anche il corpus panellianus del periodo 1986-1994. 40 canzoni, dischi autunnali, dal mood inconfondibile, ma ognuno con una sua precisa fisionomia: “Don Giovanni”, il primo atto (un po’ sopravvalutato), ha il merito di avere aperto la strada, anche se ancora non osa come i successivi; “L’apparenza” è un disco di musica sinfonica leggera, sontuoso e avvolgente; “La sposa occidentale” è come uno spiritello viola, mercuriale e giocoso; “C.S.A.R.” mostra qualche spigolo in più, è come uno specchio infranto luminescente; “Hegel” sigilla la lunga inafferrabile storia di Battisti, cripticamente.<br />
E proprio nel periodo in cui uscivano i suoi dischi, in un incipiente autunno degli anni pari, ma più triste e precoce, se ne andò lui: 9 settembre 1998.</p>
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		<title>Abbattendo gli alibi del Caso #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 May 2004 15:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
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					<description><![CDATA[un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella Massimiliano Governi: &#8230;Marta è stata colpita alla nuca e noi siamo stati colpiti in fronte, nella elaborazione del pensiero della sua morte&#8230; Pasquale Panella: &#8230;con eventi del genere si è molto vicini a certe urgenze, a certe necessità, a certe movenze della letteratura&#8230; anche l’organizzazione di ciò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un dialogo fra <strong>Massimiliano Governi</strong> e <strong>Pasquale Panella</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/martrus1.jpg" alt="martrus1.jpg" align="left" border="0" height="123" hspace="4" vspace="2" width="96" /><strong>Massimiliano Governi</strong>: &#8230;Marta è stata colpita alla nuca e noi siamo stati colpiti in fronte, nella elaborazione del pensiero della sua morte&#8230;<br />
<span id="more-443"></span><br />
<strong>Pasquale Panella</strong>: &#8230;con eventi del genere si è molto vicini a certe urgenze, a certe necessità, a certe movenze della letteratura&#8230; anche l’organizzazione di ciò che uno scrive è un po’ così&#8230; si parte da qualcosa che si crede casuale e poi si procede all’abbattimento degli alibi del Caso, per determinare quella cosa lì che nessuno te l’ha chiesta&#8230; passava di là quel foglio di carta, passava di là quel computer&#8230; tu l’hai colpito, tu hai colpito quelle parole&#8230; è molto vicino alla letteratura un evento del genere&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;e invece questo evento vogliono farlo passare per una cosa molto umana, terrena, tutti sapevano e tutti tacevano, si difendevano uno con l’altro, una specie di complotto&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: E’ un complotto, ma non un mero complotto, un complotto umano: questo, se vogliamo largheggiare, è un complotto <strong>universale</strong>&#8230; allora uno potrebbe dire che, categorie come “l’universale”, vanno usate qui&#8230; più qui che in filosofia&#8230; finalmente possiamo dire, “complotto universale”&#8230; che è una categoria difficilissima, durissima, da utilizzare, alle volte inutile e troppo sonante&#8230; ma qui invece possiamo usarla&#8230; un “complotto universale” che coinvolge persino le miniere nelle quali fu estratto il piombo, quel piombo, l’industria nella quale è stato legato il bronzo per la culatta, per il bossolo&#8230; tutto&#8230; bisognerebbe denunciare la fabbrica d’armi perché l’arma non si è inceppata&#8230; ma che denunci solo perché la pistola non spara?</p>
<p><strong>MG</strong>: Un complotto umano era quello progettato per uccidere <strong>Kennedy</strong>, a <strong>Dallas</strong>&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>:  Certo, alla fine si potrebbe dire questo&#8230; che il caso di Marta potrebbe avere delle somiglianze con l’assassinio di <strong>Kennedy</strong>: anche lì fu sparato da una finestra, anche lì fu sparato da una biblioteca, anche lì fu sparato alla nuca di una persona che passava&#8230; Ora però, bisogna distinguere&#8230; questo di <strong>Marta Russo</strong> è il vero complotto, molto più che in <strong>Kennedy</strong>, moltissimo di più: lì veramente si consumava la ridicola presunzione da parte dell’uomo, da parte di un gruppo, di intervenire sulla <strong>Storia</strong>, la ridicola presunzione, veramente come far sentire la canzoncina a chi è in coma&#8230; (lì si faceva ascoltare un proiettile a chi era in vita, ma insomma era uguale)&#8230; allora, uno stabilisce che, date delle somiglianze tra il Caso di Marta e quella di Kennedy, dov’è che innerva, dov’è il denominatore proprio di base, nel complotto?&#8230; altro che Caso, il complotto è qui universale, lì di gruppo, complotto presuntuosamente umano&#8230; lì il complotto della presunzione, qui universale&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Qui è tutto un reticolo, come dicevi tu l’altra volta: un reticolo stretto, forte, potente, l’idea del Caso dovrebbe essere qualcosa di volatile&#8230; che vola&#8230; volava prima, vola durante e vola dopo&#8230; qui invece si instaura una rete fenomenale&#8230; una rete di irretimenti, se vogliamo&#8230; si stringe la rete&#8230; si sente la stretta&#8230; laddove la rete prima c’era e non si vedeva adesso si vede&#8230; questo si può dire&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;Una morte così ti fa vedere una rete che prima non vedevi, come per i pesci&#8230; le reti migliori, quasi tutte sono invisibili a mare, nel momento però in cui il pesce c’entra è visibile&#8230; allora il pesce dovrebbe chiedersi ma chi ce l’ha messa questa rete?</p>
<p><strong>MG</strong>: Ma chi l’ha fabbricata questa cazzo di rete? Ma chi ha deciso di poggiarla?</p>
<p><strong>PP</strong>: Per esempio le reti di passo, quelle che vengono messe laddove i pesci passano al tramonto. Ma a chi è venuto in mente di posarla proprio qui, questa rete? Quanto ci guadagna da me il pescatore? Cento lire? Io divento una sua sigaretta&#8230; La rete non la vedi, poi a un certo punto la vedi&#8230; vagli a dire che è un caso&#8230; sì, ma un caso è troppo poco&#8230; esiste un mondo che si organizza perché questa rete venga calata, esiste un mondo che si organizza perché quel proiettile colpisca quella nuca&#8230;</p>
<p><em>2 – fine</em></p>
<p>________________________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a <strong>Archivi per mese – maggio 2004</strong></p>
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		<title>Abbattendo gli alibi del Caso #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 May 2004 22:21:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
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					<description><![CDATA[un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella &#8220;tiziano, il 9 maggio è l&#8217;anniversario della morte di marta russo. 7 anni. io scrissi, all&#8217;epoca, una cosa, mai pubblicata perché volevo tenermela buona, inedita, per un progetto più ampio. io e pasquale panella avevamo in mente di commentare i delitti romani al telefono. trovai anche un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un dialogo fra <strong>Massimiliano Governi</strong> e <strong>Pasquale Panella</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/martrus.JPG" alt="martrus.JPG" align="left" border="0" height="223" hspace="4" vspace="2" width="171" /><em>&#8220;tiziano, il 9 maggio è l&#8217;<strong>anniversario della morte</strong> di <strong>marta russo</strong>. 7 anni. io scrissi, all&#8217;epoca, una cosa, mai pubblicata perché volevo tenermela buona, inedita, per un progetto più ampio. io e <strong>pasquale panella</strong> avevamo in mente di commentare i delitti romani al telefono. trovai anche un titolo per il libro: <strong>crimini al telefono</strong> (tipo <strong>favole al telefono</strong> di <strong>rodari</strong>). ne (tra)scrissi tre o quattro di telefonate, poi smisi. quella che ti mando è la telefonata (sbobinata) su marta russo. si intitolava <strong>abbattendo gli alibi del caso</strong>. sono due le telefonate, veramente. &#8216;abbattendo gli alibi del caso 1&#8217;, &#8216;abbattendo gli alibi del caso 2&#8217;. potrebbe essere interessante pubblicarla il 9 maggio. ciao, e grazie. massimiliano&#8221;</em><br />
<span id="more-439"></span><br />
_________________________________________</p>
<p><strong>Massimiliano Governi</strong>: &#8230;chissà dov’era lei quando fu costruito quel proiettile, chissà dov’era, se era nata, cosa faceva nel momento in cui quel proiettile, quella pistola fu o modificata o non modificata, quella pistola nacque, come si chiamava la pistola, chissà quale è stata nella vita la distanza minima tra lei e quello che poi l’ha uccisa&#8230;</p>
<p><strong>Pasquale Panella</strong>: &#8230;magari il killer abitava all’<strong>Alberone</strong>, allo <strong>Statuario</strong>, magari sulla <strong>Salaria</strong>&#8230; cominciamo a provare ad abbattere gli alibi del Caso, e cominciamo a dire, quanto tempo ha perso lei sulla porta, sull’ultima porta precedente, quanto ne ha guadagnato per trovarsi lì in quel punto esatto, in quel  momento esatto&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Io, a volte, molto ingenuamente, perdo tempo a casa, cambio strada pensando che potrei avere un incontro con qualcosa&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Questo è il grande scatenamento sempre sotto specie di scrittura&#8230; ma non soltanto sotto specie di scrittura&#8230; perché la chiave è questa: “smantellare gli alibi del Caso”&#8230; e allora questo ci si può chiedere&#8230; è consueto che lei camminasse a destra, e l’amica a sinistra, il che non vuol dire nulla perché se fosse stata l’amica sarebbe stato uguale&#8230; non si sarebbe chiamata <strong>Marta</strong> però si sarebbe chiamata <strong>Jolanda</strong>&#8230; Oppure <strong>Jolanda</strong>, forse, camminando al suo posto avrebbe mosso la testa in un altro modo&#8230; qui entrano in gioco i comportamenti&#8230; oppure qual era la differenza d’altezza delle due&#8230; il bossolo la prendeva in un altro punto&#8230; e poi può darsi che c’entra anche quel professore che ha detto “ma io non l’ho neanche sfiorata”, però lei magari vedendo il professore venirle incontro può darsi che s’è spostata un po’&#8230; perché quando ti viene incontro una persona capitano queste cose&#8230; è un dato importante&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;se lo viene a sapere il professore gli viene una crisi di coscienza&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;può essere, sicuramente ha influito vedersi venire una persona di fronte&#8230; perché difficilmente tu tieni la via quando incroci una persona&#8230; difficilmente tieni la via precisa&#8230; allora a quel punto la ragazza, faceva sì la schermitrice, magari era un tipo abbastanza fermo in sé, magari la sua fermezza di non cedere il passo, di non spostarsi invece l’ha destinata a quel colpo, oppure no, oppure s’è spostata&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: E lo chiamano Caso&#8230; è nato apposta quello lì per farti spostare, è diventato professore apposta, dal tuo punto di vista di morta, Marta&#8230; ci è nato, ha guadagnato o ha perso un parcheggio per arrivare in quel momento lì, ha litigato o no con sua moglie per alzarsi a una certa ora, o no&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>:&#8230;non ha incontrato un’adescatrice magari che l’avesse tenuto fuori dal perimetro&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;non si è slogato una caviglia&#8230; non gli hanno sparato a lui, prima che sparassero a Marta&#8230; e qui si può arrivare a capire dal punto di vista di Marta, perché noi stiamo parlando “dalla vittima”: dal suo punto di vista è assolutamente secondario che la vittima predestinata fosse lui&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: E’ vero&#8230; c’entra moltissimo, però è assolutamente secondario dal momento che è stata colpita lei, perché, se la vittima destinata era lui poteva essere lui, doveva essere&#8230; doveva essere colpito&#8230; e invece no&#8230; a questo punto si è tutto spostato&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;alle volte si arriva anche a pensare, addirittura si va indietro: quando è stato costruito quel bagno, e se l’avessero costruito in un’altra maniera&#8230;dal suo punto di vista (dal punto di vista di Marta) questo conta&#8230; conta che la Città Universitaria sia stata costruita lì, conta che quel viale sia stato costruito così&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;conta, e se è casuale, ora si parla di un’angolazione, conta pure la planimetria del bagno perché se per esempio, ci fosse stato un muro (ammettiamo sia casuale lo sparo&#8230; cioè che lì dentro stavano a fare del tiro sportivo, del tiro da deficienti, e il colpo se n’è uscito dalla finestra)&#8230; se per esempio alle spalle di chi tirava invece c’era un muro, lui non poteva porsi con quell’angolatura lì&#8230; quindi c’entrano pure le planimetrie&#8230; allora a un certo punto scopri che il Caso non può avere alibi, non si può concedere alibi&#8230; e allora il Caso alla fine non si può concedere nemmeno l’alibi di essere casuale&#8230; esiste come una determinazione nelle cose&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Per assurdo, se proprio bisogna essere punitivi, se proprio bisogna perseguire i colpevoli, andrebbe perseguito anche l’architetto dell’Università&#8230; ma questo non dal punto di vista né poliziesco, né giuridico, né legale&#8230; né dell’attribuzione delle colpe&#8230; ma dal punto di vista dell’organizzazione, dell’essere e poi non esserci al mondo, questo sì&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;per lo meno va detto&#8230; e per lo meno dirlo letterariamente parlando significa veramente entrare tutti a far parte del Crimine&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;è stata innestata l’ogiva sopra al bossolo&#8230; è stato caricato&#8230; chi l’ha venduto il proiettile che l’ha uccisa, dove è stato comprato, in quale Armeria, in quale Caccia e Pesca, quanto tempo è rimasto fermo nella scatola prima che qualcuno lo innestasse&#8230; ti rendi conto? Questo proiettile i giri che fa, le mani che lo toccano, la mano che lo mette dentro, quando lo avranno innestato nella pistola? Lei dov’era quando l’hanno innestato? Era un proiettile che giaceva nella pistola da due mesi, oppure la mattina mentre lei faceva colazione, oppure la sera prima mentre lei dormiva, oppure non dormiva&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;il famoso crimine organizzato è questo&#8230; è il Caso&#8230; è il Caso e l’abbattimento dei suoi alibi, soprattutto&#8230; perché al caso si concedono troppi alibi&#8230; questa volatilità, questa fugacità&#8230; da una parte, dall’altra questa determinazione stabilita&#8230; con il Caso abbiamo sempre fatto i conti anche quando eravamo <strong>greci</strong>&#8230; ossia, questa determinazione del Caso rinviata agli Dei eccetera&#8230; perché col Caso si è avuto sempre a che fare i conti&#8230; E va aggiunto anche che era bella, la ragazza&#8230; e va aggiunto perché conta&#8230; avrebbe contato anche se era brutta, ma in un altro senso&#8230; ma questo conta perché guardandola uno ci fa i suoi pensieri e poi pensa di non poterli fare più, perché viene in mente il cadavere, la putrefazione&#8230; e quanti ragazzi improvvisamente, quelli che la hanno molto avvicinata, improvvisamente si trovano nella condizione di non poterci fare più un pensiero o di essere imbarazzati nel farcelo, chi la desiderava per esempio&#8230; chi la desiderava fortemente, onanisticamente, magari il giorno prima, il giorno dopo come si mette? magari aveva pratica di desiderio abbastanza frequente&#8230; dov’è il Caso?</p>
<p><strong>MG</strong>: Non abbiamo accennato per esempio alle centinaia di persone che hanno lasciato bigliettini, poesie e messaggi di solidarietà sul punto in cui Marta è stata colpita. Per non parlare delle migliaia che si sono radunate in un corteo per Marta&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Certo, qui continua la beffa: il corteo, parlando in maniera antipaticamente antropologica, era un corteo rituale, e con il corteo rituale tutti i partecipanti in realtà (a prescindere dalla dimostrazione rivolta, vuoi dalle destre a una presunzione di colpa sinistra, vuoi dalla sinistra a una presunzione di colpa destra, destrorsa, o quello che sia), in realtà erano rivolti contro il Caso, cioè quel corteo, per dirla in maniera bassamente antropologica, <strong>ritualizzava l’evento</strong>, quindi ne faceva stemma, cammeo, emblema, ossia cercava di districarlo, di toglierlo dalle mani del Caso, mentre invece lì si moltiplicavano&#8230; qui è la potenza autogenerativa del Caso, di questa cosa chiamata Caso&#8230; che è invece un complotto universale&#8230; lì invece si moltiplicavano per ognuno dei partecipanti (moltiplicato tutte le persone che ognuno dei partecipanti avrebbe poi incontrato)&#8230; si moltiplicava la fantasia, chiamiamola così, la potenza fantastica, generativa del Caso&#8230; è questo&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Migliaia di persone che mai avrebbero pensato un certo giorno poi di andare a fare quel corteo&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: …però loro nel momento in cui pensavano di ritualizzare l’evento e quindi di dargli dei connotati certi, precisi, ossia non casuali, ma dei connotati precisamente e presuntivamente umani, in quel momento, dicevo, una catena di eventi si è messa in moto&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Mi chiedo: dove non andarono per andare al corteo, dove andarono per essere poi andati al corteo, a corteo chiuso&#8230; quanti di loro, poi, a corteo finito, si rincontrarono e conclusero nelle birrerie, nelle discoteche, dove gli pare, dove non sarebbero andati&#8230; che mosse hanno preso le giornate&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Quindi, laddove questi umani decisero che il Caso potesse essere abbattuto simbolicamente, metaforicamente, ritualmente, in realtà, erano loro a fornirsi, a darsi, come vittime progressive, generative del Caso&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Ah, un’altra cosa: il grande innesco è scattato anche nei tifosi laziali&#8230; qualche domenica fa, ora che ricordo,  hanno alzato allo stadio uno striscione che diceva <strong>Ciao Marta, romanista nel cuore del laziali</strong>&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Certo, anche loro hanno vissuto una presunzione di affetto, di dolcezza, di calore, di sospensione di brutalità del tifo&#8230; pare una stupidaggine, ma sono eventi che, sappiamo bene, sono difficilissimi a realizzarsi&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: E poi non abbiamo detto la cosa più importante&#8230; che sono stati donati degli organi&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Be’, qui c’è solo da accennare&#8230; mi pare ovvio&#8230; sennò uno qui rischia il <strong>marinismo</strong>, rischia la maniera, il barocco a questo punto, e invece va detto semplicemente come l’hai detto tu: “e poi sono stati donati degli organi.” Punto. Basta. Fine.</p>
<p><strong>MG</strong>: Il cuore di Marta batte a <strong>Catania</strong>&#8230; il fegato trapiantato a un ragazzo di diciassette anni&#8230; i reni, finiti a due giovani di 26 e 31 anni, e le cornee hanno permesso a un ragazzo rumeno e a un giovane romano di riacquistare la vista&#8230; il pancreas verrà utilizzato per estrarre l’insulina da destinare alle banche dati di <strong>Palermo</strong> e <strong>Perugia</strong>&#8230; Gli organi di Marta rivivono in sette, otto posti del mondo&#8230; e qui è come se dicessi: vediamo un po’ che succederà lì&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Già, cosa succederà lì&#8230; il Caso, questa potentissima organizzazione, che arriva ovunque, millimetricamente&#8230; ci vuole il microscopico ad altissima definizione per le cornee e il Caso arriva in quel miscoscopio&#8230; in quel millesimo di millimetro, sulla punta di un ferro chirurgico&#8230; questo è il finale, c’è poco da ricamarci: ed è fin troppo plateale&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: No, questo è il sottofinale&#8230; il finale è quando io andrò a portare questo articolo al giornale&#8230; cioè, cosa succederà in quel quarto d’ora di viaggio in motorino&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: E qualcosa succede&#8230; succede che vai, se c’è il sole c’è il sole, se piove piove, se ti bagni ti bagni, se non ti bagni non ti bagni, assimilerai del sole, assimilerai dell’ossigeno misto a smog, perderai delle cellule, altre te ne nasceranno, brucerai dei neuroni, però sotto quella bandiera lì&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Allora, non rimane che attivarci&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Siamo già <strong>attivati</strong>&#8230; non possiamo farci niente&#8230; il Caso non lo fermi&#8230; l’unica cosa che l’uomo può fare, credimi, è abbattergli gli alibi intorno: perché una volta deve decidersi di affrontarlo di petto, un po’ quasi metafisicamente, ma comunque affrontarlo&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Allora vado&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Vai&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Ciao&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Ciao&#8230;</p>
<p>_________________</p>
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