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	<title>pietro mirabelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>NON VACCINATI. Viaggio in Calabria fra i migranti delle grandi opere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 07:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Mugello sottospra]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[pietro mirabelli]]></category>
		<category><![CDATA[simona baldanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[[ Foto di Simona Baldanzi ] di ⇨ Simona Baldanzi E sognavo di partire di trovarmi in un bel posto per poter riaprire quel cassetto ormai nascosto Ma non ho più la mia città, Gerardina Trovato Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone. Natalia, Marzia e Stefano sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg" alt="" title="28" width="442" height="293" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></center></p>
<p align="center"><small>[ Foto di Simona Baldanzi ]</small></p>
<p align="center">di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/simona-baldanzi/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><small><em>E sognavo di partire</em><br />
<em>di trovarmi in un bel posto</em><br />
<em>per poter riaprire</em><br />
<em>quel cassetto ormai nascosto</em><br />
<em>Ma non ho più la mia città,</em><br />
Gerardina Trovato</small></p>
<p><em>Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone. Natalia, Marzia e Stefano sono miei compagni di università che hanno seguito le vicende dei lavoratori dei cantieri in Mugello e che vennero con me in Calabria nell’agosto 2006. ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/pietro-mirabelli/" target="_blank"><strong>Pietro Mirabelli</strong></a> a quel tempo era minatore lancista per Cavet, Rls e Rsu del cantiere il Carlone in Mugello.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong><span id="more-40415"></span></strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Appena passato il cartello di Nola, vedo una bandiera dell’Italia ormai lisa sopra un tetto, che sta per perdere un lembo, quello rosso. La serie di cartelli gialli dei lavori in corso ci riempie gli occhi. Guardiamo le gru che sono braccia nude e attaccati al filo i macchinari che ciondolano nel vuoto come enormi orecchini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Chissà perché sono sospesi» chiede Natalia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Perché sennò li rubano» risponde Marzia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Siamo sulla Salerno-Reggio Calabria, chilometri a una sola corsia con continue curve. Un cantiere serpente. Fa impressione leggere le innumerevoli targhe che indicano che i finanziamenti vengono dall’Unione europea.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sulla sinistra a un certo punto vedo Sarno e le ferite della sua montagna. Mi vengono in mente quelle morti e quel fango, che sembrava sbavare sullo schermo della televisione. La cappa del caldo mi preme sulla testa. Nell’auto non abbiamo l’aria condizionata. Marzia e io sediamo dietro. Stefano guida e non vuole cambio. Natalia sta davanti e fra le gambe tiene Divo, il suo cane, che ogni tanto si affaccia al finestrino per prendere aria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Usciamo a Cosenza. Girovaghiamo intorno all’università sbagliando strada. Alle rotonde vendono cappelli di paglia e tappetini e cerchioni per auto e mi domando chi è che si ferma in una strada che curva continuamente.Come può succedere senza incidenti? Come è che nessuno interviene?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi appunto i cartelli che leggiamo. «Alt! Menù del giorno. Ristorante Ciccio Mele. Sierra del Fiego. Elettrosud costruzioni elettriche. Maccarrone arreda. Casa protetta Carusa (casa di riposo)».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Sila è bella, con dei boschi fittissimi, il fresco e un’aria profumata che è tanto che non ne senti di odori così. Però poi avverti la prepotenza dell’uomo, i tanti obbrobri che ha costruito. Strade torte, senza tante insegne, ulivi, terra, vecchio asfalto, buche. Vediamo un uomo lungo il bordo della strada.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Marzia chiede: «Questo che fa, piange?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Natalia: «O piscia?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Stefano: «O tutte e due contemporaneamente?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La macchina è invasa da risate fragorose che poi vengono inghiottite da silenzi pensierosi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Arriviamo a Pagliarelle che è sera. Marzia, che non c’è mai stata, è attaccata ai finestrini a guardare il degrado delle case. Vede dove sono costruite, come rimangono non finite, con quelle colonne di ferro e cemento che paiono braccia a chiedere aiuto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paese è fatto di sali e scendi, di strade contorte senza seguire un disegno, una pianta. Stiamo per fare una piccola salita, ma sentiamo rumori di trombe e tutti uomini da un bar che si sbracciano, che ci fanno segno di fermarsi e aspettare. Arriva un tir senza rimorchio che non si sa come faccia a passare da quella stradina stretta. È un tir rosso fuoco con attaccati nastri bianchi. La sposa si affaccia salutando con la mano come fosse in carrozza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Riproviamo a fare la salita. Sfrecciano macchine e motorini, con sopra ragazzi senza casco. Passa un’altra auto. Noi ci fermiamo, ma loro vanno troppo spediti. E le due auto si sfregano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fermiamo. Guardiamo i danni, ma fortunatamente solo pochi graffi. Sono due ragazzi giovani. Stefano prova a dire ai due dell’auto che noi avevamo la precedenza, ma uno dei due ci guarda duro e ci dice: «È 24 anni che sto qua».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qua vale la legge di chi da più tempo ci sta. Qua vale la loro legge. Qua noi non valiamo nulla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una piccola folla del paese si è adunata. Ci girano intorno con i motorini e le sgassate sono puzzolenti ruggiti. Qualcuno ci guarda masticando insistentemente un chewingum. Arriva Pietro. Vocia qualcosa in dialetto. Le espressioni di tutti cambiano. Pacche sulle spalle. Siamo diventati ospiti, non più estranei.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’auto la mettiamo nel garage a casa di Pietro. Salutiamo Mena, la moglie di Pietro, Walter e Gabriele, i due figli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ceniamo. Sapori che ricordavo: queste cipolle e questi pomodori così dolci, i supplì col riso, la carne, il vino della loro vigna, le olive. Mangio talmente tanto che qualcosa mi rimane sullo stomaco e la notte sogno di avere dei chiodi nella pancia e che togliendoli mi rimanevano i buchi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina andiamo in piazza Caduti sul lavoro. C’è fermento. Anche il monumento ai caduti sul lavoro è addobbato a festa: intorno ai pioli delle scalette ci sono attaccati tanti caschi da lavoro colorati. Sembra che lo sguardo del minatore di bronzo, mentre esce dalla galleria, sia più sollevato. La mano che usa per proteggersi dalla luce del sole pare una carezza al cielo e un saluto.</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg" alt="" title="29" width="404" height="669" class="aligncenter size-full wp-image-40417" style="border:4px solid #7F7F7F;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg 404w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Monumento ai caduti sul lavoro in miniera. <em>Foto di Simona Baldanzi</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alcuni uomini stanno montando una galleria di grate per entrare nella piazza. Qualcuno ci riconosce e ci saluta. </p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/30.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/30.jpg" alt="" title="30" width="259" height="369" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Preparazione della festa del minatore. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un lavoratore stappa una birra col metro da muratore, quello che usava mio nonno e che da piccola mi piaceva aprire per disegnare forme geometriche con quelle stanghette di legno bianche, gialle e rosse. Parcheggiato in piazza c’è un Fiat Lupetto verde del Comune di Petilia Policastro con un ferro di cavallo sulla grata, come un anello nel muso. Altri lavoratori arrivano con le canne di bambù, che servono da pali. Si muovono tutti velocemente, scherzano, vociano, ci stringono la mano. Non hanno bisogno delle nostre deboli braccia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro sta sistemando le bandiere. C’è l’arcobaleno della Pace, le bandiere della Cgil Fillea, quella dell’Italia, e quella blu dell’Europa che è un pugno allo stomaco su quel grigio.</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/31.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/31.jpg" alt="" title="31" width="257" height="368" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Pietro Mirabelli in piazza Caduti sul lavoro. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;I bambini fermano continuamente Natalia che ha Divo al guinzaglio. Le chiedono di che razza è e poi se è vaccinato. Solo dopo accarezzano il cane. Capiamo dopo il motivo della reticenza e delle domande: qua ci sono tanti cani randagi e hanno paura.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Facciamo un giro nel paese. Facciamo vedere a Marzia la scuola media e poi il campo da calcio scavato ai piedi di una collina, il Galaxi Stadium fatto di fango. Intorno al perimetro del campo hanno tirato su un muro basso di blocchi di cemento. Non serve a niente se non a giustificare un minimo i soldi che hanno preso per sistemarlo.</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/32.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/32.jpg" alt="" title="32" width="397" height="272" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Scuola media di Pagliarelle.<em> Foto di Simona Baldanzi</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro oggi è contento. È soddisfatto che arriverà un po’ di gente importante, amministratori e sindacati anche qua, in un paese lontano dalle decisioni. Ci mostra il manifesto della festa dei minatori. Ci mostra le spille che daranno a tutti. Pala e piccone incrociati: è il simbolo internazionale dei minatori. Ne metto una sulla maglia e mi chiedo perché non è mai diventato un simbolo di lotta come il martello, la falce, il pugno, le sagome delle fabbriche e delle ciminiere.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel cortile, assonnati e appesantiti dal pranzo, Stefano, Natalia, Marzia e io ci mettiamo a giocare scrivendo dei versi che Pietro vuole per la festa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Minatori di Paglierelle</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Di Paglia un tempo<br />
era il tuo giaciglio<br />
partisti al Nord<br />
senza crescere tuo figlio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Tu minatore<br />
di roccia e di sudore<br />
scavi la terra<br />
per tornare al sole.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Tra piccone e martello<br />
la schiena pieghiamo<br />
ma la dignità del lavoro<br />
non la sacrifichiamo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro non pare entusiasta e neanche noi. Appallottoliamo il foglio. Non riusciamo a trovare altri versi. Marzia e Stefano vanno a fare un giro a Pagliarelle vecchia. Natalia e io abbiamo altri programmi, vogliamo farci i capelli. Appena sopra casa di Pietro c’è la parrucchiera. È in un garage. Ha un arredamento un po’ anni sessanta. Ha una bimba biondissima che sembra Riccioli d’oro e si chiama Naomi, come Naomi Campbell ci dice. La parrucchiera, ci spiega Mena, è di origine francese e qua ha imparato solo il dialetto. Aspettiamo un po’ sulle poltrone perché domani c’è un altro matrimonio e quindi i clienti abbondano. Il mese dei matrimoni qua non è maggio, ma agosto, quando tutti rientrano per le ferie e possono festeggiare. Agosto è da sempre un mese vivo, di ritrovo, di famiglia e di allegria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La parrucchiera mi fa accomodare. Mi lava i capelli velocemente. Mi chiede come li voglio. Sì, li vorrei tagliare. Lei fa una strana smorfia. Tagliare sì, ma non troppo. Le donne devono avere i capelli lunghi, corti non sono a modo. Me ne taglia un pezzettino e mi fa vedere se va bene. Scuoto la testa in un sì.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle pareti non ci sono le foto delle acconciature moderne, ma volti di donna disegnati, come andavano un tempo. L’aiutante, vicina di casa, spazza e commenta: «Adesso abbiamo anche i capelli di Firenze».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Natalia, che mi guarda dallo specchio, sorride.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;C’è anche Mena a vegliare sul nostro taglio di capelli. Ogni tanto riprende il dialetto della parrucchiera che sembra un po’ scocciata. «Perché chisto non si dice?».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;E Mena: «Questo, si dice questo!».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;I capelli vengono bene e quando paghiamo con dieci euro a testa sembra proprio che tutti qua stiano recitando su un set cinematografico di minimo quarant’anni fa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La sera c’è la festa, prima di quella ufficiale. Mangiamo la porchetta che si scioglie in bocca, tagliata direttamente dalle mani di tutti questi minatori emigranti al Nord, che hanno tirato su l’iniziativa insieme a Pietro. </p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/33.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/33.jpg" alt="" title="33" width="442" height="290" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></p>
<p align="center"><small>[ Volontari per la Festa del minatore di Pagliarelle. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sul palco si alternano cantanti e cabarettisti. Sembra che qua sappiano tutti cantare. Sembra di vedere quello che si vede negli spettacoli in tv. E proprio le bambine sono le più accanite. Natalia, Marzia e io siamo in gonna, ampia, che magari ci scappa una vecchia tarantella calabrese, ma invece niente. Tutti ci chiedono se siamo sposate e se abbiamo figli. Alla nostra età tutto il resto del paese è «sistemato». Non siamo né sposate né abbiamo figli. Non ci fanno altre domande, il resto non ha importanza. Solo, di nuovo, ci chiedono se il cane è vaccinato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una ragazza dal palco dedica una canzone a tutte le adolescenti del paese, quella di Gerardina Trovato, <em>La mia città</em>, che parla di una ragazza del Sud che emigra, ma le ragazzine vogliono tornare a ballare e non stanno attente. Poi ci dicono che vogliono andare a Roma, a Milano, su a Nord.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«E Firenze come è?» ci chiedono tutte eccitate.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Inaspettatamente canta anche Pietro e ci fa emozionare: <em>ti baciavo le labbra e io di rabbia morivo già</em>, e poi, <em>mi dispiace devo andare</em>. Due ragazzi cantano qualche canzone biascicata in inglese e anche <em>Bella Ciao</em>. Le donne sedute con noi sui gradini del monumento ci fanno un po’ da cordone, ci tengono «dentro» alla loro cerchia, mentre gli uomini stanno agli stand delle cibarie.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andiamo a letto e il grillo che sento cantare nel corridoio rimbomba. Capisco tutto l’odio di Pinocchio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina ci svegliamo presto. La meta è il mare, verso Steccato di Cutro. Gabriele e il suo amico Pasquale ci indicano la strada, poi proseguono per andare a prendere un giornalista della Rai che viene alla festa. Pietro è rimasto a organizzare tutto, ad accogliere le autorità e la gente che conta per la serata.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fermiamo a comprare della frutta e il giornale perché a Pagliarelle non c’è edicola, non ci sono negozi. Mena ci ha detto che va a Crotone al centro commerciale a fare la spesa, a 40 minuti da casa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Parcheggiamo in una pineta a ridosso della sabbia. Chilometri di spiaggia libera. Il mare è una tavola verde-azzurra bellissima. Non si muove neanche una piccola onda. Una cartolina immacolata. Mi va di nuotare e muovermi, ora che c’è un orizzonte vasto, ora che qua niente soffoca e niente si nasconde. Il sole batte, ma anche la spiaggia è un piacere, fatta di piccolissima ghiaia. Sentiamo intorno a noi solo accento calabrese. Sembra non esserci nessun turista tranne noi. L’acqua è un continuo richiamo, ma notiamo che alcuni si avvicinano fin troppo alla riva con moto d’acqua e motoscafi senza alcun controllo, così decidiamo di uscire dall’acqua e non tuffarsi più. Ci dicono che vanno così le cose, che non c’è molto rispetto su questa spiaggia. Per ferragosto hanno buttato giù qualche pino per fare il falò.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andiamo verso la punta, a Le Castellana. Fa molto caldo. Stefano guidando passa da alcuni muretti semicrollati e commenta che a tratti gli sembrano strade di Bagdad. Arriviamo al paesino. Il castello è bello, qua è riserva marina e un po’ di turisti ci sono. Guardiamo nei negozi, prendiamo un gelato, ma la cappa continua a schiacciarci. Compriamo una pianta per Mena. Trovo le maschere che scacciano gli spiriti maligni e un anello con tanti peperoncini di vetro attaccati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Torniamo a Pagliarelle. Facciamo la doccia e siamo di nuovo in piazza. È irriconoscibile. Ci sono più bandiere del giorno prima, un nuovo palco per la Tavola rotonda sotto la statua dei minatori, un palco incredibilmente grande per il concerto, un tavolone dove porteranno da mangiare. Sarà infatti sommerso da quello che porta la gente; come ha esortato ieri sera dal palco Pietro: «Vengono tanti da fuori. Pagliarelle non deve scomparire, facciamogli vedere!». Riconosco l’orgoglio dei minatori calabresi. Sui pannelli in piazza c’è una mostra di foto e documenti, sia dei lavori dell’alta velocità nel Mugello, sia dei lavoratori del passato. A confronto vecchi e nuovi migranti dalla Calabria. In giro si continua a bere la Brasilena, la bevanda al caffè tipica calabrese. Arrivano sindacati e amministratori. Un parlamentare dal palco usa parole che non sentivo dagli anni cinquanta: «Grazie ai vostri suffragi mi capita a Roma di fare cene con imprenditori…». I sindacalisti promettono lavoro, indicando la salvezza nelle grandi opere: «Più buchi, più gallerie per tutti».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tutti hanno la spilla con il piccone e la pala e sento che si parla di <em>modernità</em> come di uno straccio magico che toglie la polvere. Vedo gente immobile che ascolta. Una corona poggiata al monumento e poi l’inno d’Italia. Suona la banda, composta tutta da donne perché gli uomini per provare non ci sono mai. Lavorano tutti lontano dalla Calabria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La festa è un subbuglio. Si mangiano cose buonissime e piccantissime. Adoro il prosciutto col peperoncino. Vino e ancora vino. Un minatore mi riconosce e mi dice che me ne sto sempre seduta in terra, come quando andavo da loro a mensa, e mi fermavo fuori sui marciapiedi a intervistarli per la mia tesi. Gli sorrido. Una donna mi chiede se sono straniera. Secondo lei parlo italiano con uno strano accento.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il concerto inizia e poi anche i fuochi d’artificio, fatti partire proprio appena sotto la piazza, da dietro il nastro adesivo a pochi metri dalla folla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina seguente lasciamo Pagliarelle. Salutiamo Pietro. Lui partirà la notte successiva, per tornare a lavorare dalle nostre parti. Fa impressione pensare che fa quella strada una volta ogni tre settimane, quando ha tre giorni liberi per scendere dalla Toscana alla Calabria. A noi invece ci basterà come esperienza per parecchio tempo. Il nostro viaggio infatti sarà un incubo di 14 ore di caldo, sete, code, sudore, attesa, stanchezza. Ripensiamo alla Calabria che continua a emigrare, alla Salerno-Reggio Calabria come un gigantesco tapis roulant rotto che li vede passare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Divo ansima, ma pare resistere. Noi non siamo vaccinati a tutto questo. Ci verrebbe da mordere.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mugello-sotosopra_big.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mugello-sotosopra_big.jpg" alt="" title="mugello-sotosopra_big" width="150" height="221" class="alignleft" style="border:0px solid #7F7F7F;"/></a><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
 ⇨ <a href="http://www.simonabaldanzi.it/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a><br />
 ⇨ <a href="http://www.simonabaldanzi.it/Mugello-sottosopra.html" target="_blank"><strong>MUGELLO SOTTOSOPRA</strong></a><br />
<em>Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere</em><br />
[ pag. 112-124 ]<br />
 ⇨ <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> [ 2011 ]<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/in-ricordo-di-pietro-mirabelli-minatore-calabrese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 18:41:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[riccardo rombi]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli amici di Pietro in Toscana insieme al Teatro Corsini Barberino di Mugello (FI) organizzano 7 dicembre 2010 ore 21.00 In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese Ingresso: 8 euro (studenti e disoccupati 5 euro). L’incasso sarà devoluto in un fondo a memoria di Pietro Mirabelli per azioni e studi per la salute e sicurezza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli amici di Pietro in Toscana insieme al Teatro Corsini Barberino di Mugello (FI) organizzano<br />
7 dicembre 2010 ore 21.00<br />
In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</strong></p>
<p><strong>Ingresso: 8 euro (studenti e disoccupati 5 euro). L’incasso sarà devoluto in un fondo a memoria di Pietro Mirabelli per azioni e studi per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.</strong></p>
<p><strong><br />
Info: Teatro Corsini 055/ 841237 055/ 331449. </strong></p>
<p><a href="http://www.pietromirabelli.it"><strong>www.pietromirabelli.it</strong></a></p>
<p>Lo scorso 22 settembre è morto sul lavoro Pietro Mirabelli, un operaio, un minatore. <span id="more-37440"></span>Stava costruendo, per conto di una ditta italiana, quello che sarà un primato mondiale: il progetto Alptransit del San Gottardo, la galleria più lunga del mondo. Pietro Mirabelli e&#8217; stato un delegato RSURLS della FILLEA CGIL, addetto alla formazione e al controllo della sicurezza nei cantieri e aveva più di trenta anni di esperienza. Lavorando per il consorzio CAVET, era stato per oltre dieci anni sul fronte di scavo della costruzione dei tunnel dei Treni ad Alta Velocità che passano sotto il Mugello e collegano Bologna a Firenze e prima di patire per la Svizzera, anche nei cantieri della Variante di Valico con la ditta TOTO. Negli anni che ha trascorso in Toscana, Pietro ha lottato con tutte le sue forze contro turni di lavoro a ciclo continuo che davano pochissima tregua ai lavoratori spesso scontrandosi anche con i sindacati e con la politica. Pur soffrendo della lontananza da casa, una delle caratteristiche salienti di questo tipo di lavoro, Pietro ha però lottato anche contro le distanze culturali che ancora dividono l’Italia veloce del Nord da quella lenta e quasi immobile del Sud. La sua forza stava nel trascinarsi dietro persone tanto diverse tra loro, come scrittrici e scrittori, giornalisti, registi, studenti, ricercatori universitari, lavoratori di altri settori, perfino comitati e associazioni per la tutela dell’ambiente: Pietro infatti capiva le preoccupazioni delle popolazioni che vedevano sventrati i loro territori, ma credeva che soltanto saldando i diritti di chi lavora nelle gallerie con la tutela del territorio su cui si insiste, si poteva far progredire sia i diritti degli abitanti che quelli dei lavoratori. La sua umanità era travolgente e non lasciava mai indifferente chi l’ascoltava. Parlava malvolentieri della n&#8217;drangheta, il cancro della sua terra. Ma non si nascondeva dietro a un dito e sapeva che ogni migrante è sempre l&#8217;esito di una battaglia persa dallo Stato contro la criminalità organizzata. Eppure questo minatore pur spesso deluso da tanti, credeva nelle istituzioni. Nel Presidente della Repubblica vedeva il simbolo di un’Italia unita, solidale, giusta. Capiva che era il massimo rappresentante della Repubblica fondata sul lavoro. Come uomo, come cittadino italiano, come lavoratore e come calabrese conosceva e amava la Costituzione italiana, si riconosceva in quel testo chiaro, limpido e tagliato sui bisogni concreti di milioni di uomini e donne, argine sul quale poggiare per costruire, in democrazia, un benessere per tutti. Aveva letto le lettere dei “condannati a morte” della Resistenza, di quei partigiani che poco prima di morire vergarono in poche righe il senso di tutta la loro vita. Da una di quelle lettere aveva tratto ispirazione per scrivere la frase che si trova ora ai piedi della statua del minatore, che fu lui a far edificare nella piazza dei “Caduti del lavoro” di Pagliarelle unendo la provincia di Crotone con il Mugello. Il monumento è fatto di pietra serena di Firenzuola. Pietro ha rappresentato e rappresenta l&#8217; uomo di un Sud che non vuole perdere la speranza, ma anche di un’Italia che vuole ritrovare negli esempi di uomini semplici e giusti dei modelli a cui guardare senza paura, capaci di unire i cittadini nel nome della dignità del lavoro e del coraggio per difendere i diritti dei lavoratori. Per tutto questo il 7 dicembre 2010 lo ricordiamo in una serata al teatro di Barberino di Mugello, paese dove avrebbe voluto abitare. Una storia per unirne tante: &#8220;Questa non è la mia storia. E&#8217; anche la mia storia, ma è la storia di tutti quelli che fanno la vita che faccio io&#8230;&#8221;. È la voce di Pietro Mirabelli nei quindici minuti della video intervista che verrà proiettata, dopo lo spettacolo “Lavorare da morire” testo e regia di C. Rombi, con Jacopo Gori. Durante la serata sarà lanciata una raccolta firme per una lettera da inviare al Presidente della Repubblica, nella quale, oltre a raccontare la storia di Pietro e delle sue lotte, si chiederà a Napolitano una pubblica presa di posizione che riconosca l’impegno di Pietro in nome della sicurezza sui posti di lavoro.</p>
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		<title>Pietro Mirabelli è morto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 15:33:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E&#8217; una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo <em>Figlia di una vestaglia blu</em>. Pietro era un minatore calabrese,  faceva gallerie, era un sindacalista che ha lottato, sempre. Pubblico la lettera che mi è arrivata da Simona Baldanzi, che due anni fa scrisse <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">qui</a> un testo che vale ancora, che vale ancora troppo, <em>Noi buoni a nulla</em>. Di seguito pubblico il capitolo di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067MKO4M/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067MKO4M&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Lavorare uccide</em></a> che dedicai  ai minatori della Tav, e a Pietro. E&#8217; poco, è niente, Pietro non c&#8217;è più, ma se i libri possono qualcosa è almeno far memoria, e la memoria prima o poi si usa. Sarebbe stato meglio usarla prima, però, e invece Pietro non c&#8217;è più. <em>marco rovelli</em>]</div>
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<div id="_mcePaste">E&#8217; morto stanotte Pietro Mirabelli in galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte mentre una squadra lavorava con il jumbo. È morto in ospedale nel Canton Ticino per troppe lesioni interne. Aveva di recente lavorato per un breve periodo alla Toto a Barberino, dopo il periodo di cassaintegrazione in seguito alla chiusura dei lavori dell’Alta Velocità. Aveva infatti lavorato dal 2000 in CAVET dove era stato RLS, RSU fino alla conclusione dell&#8217;opera. Pietro era un minatore calabrese, era un lancista, quello che sparava cemento al fronte della galleria, che aveva lavorato in una miriade di cantieri, per le grandi opere, per la velocità e il benessere del Nord, mentre a Pagliarelle, nella sua terra, dovevi fare quindici minuti di macchina per raggiungere la prima edicola. Mai prima di lui ho conosciuto qualcuno che ha fatto della dignità del lavoro una propria insostituibile missione. <span id="more-36712"></span>Un testardo dei diritti che ultimamente era rimasto ferito da questa Italia, dalla sua politica, dai sindacati e se ne era andato in Svizzera anche e soprattutto per questo. Pietro era un figlio d’arte, come lui stesso si definiva. Il padre è morto di silicosi in seguito al lavoro di galleria. Pietro, anche se non ci credeva, era riuscito però a infrangere un silenzio sulla condizione dei minatori moderni e aveva conosciuto e incontrato una miriade di persone, coinvolgendo tutti nella sua battaglia a partire dal quarto turno e dalla sicurezza. Aveva anche fatto incontrare la comunità montana del Mugello e quella del Crotonese e il monumento nella piazza sui caduti al lavoro a Pagliarelle frutto dell’incontro di due terre, lo si deve a lui. Aveva letto le lettere dei condannati a morte della resistenza per scrivere la frase che sta impressa sotto quell’uomo di bronzo che accecato dalla luce esce dalla galleria fatta di pietra serena di Firenzuola, da quel suo Mugello a cui ha dato tanto, persino il nome della via di casa sua, ai piedi della Sila.</div>
<div id="_mcePaste">Ora, non venitemi a parlare di cultura della sicurezza, perché Pietro ne era l’essenza. Non ci crediamo che sia potuto succedere a lui proprio perché lui ha lottato contro tutto questo per tutti gli altri, per tutti noi.</div>
<div id="_mcePaste">Non riesco ad aggiungere molto, sono stata indecisa se scrivere e cosa scrivere, ma alla fine mi sono detta, zitta no. Zitti non possiamo stare. Dobbiamo informare e far girare la notizia, fra quelli che lo conoscevano, fra quelli che conoscono la sua storia, fra quelli che non lo conoscono. Pietro era un uomo e un simbolo di lotta, di quelle rare che sembrano non esistere più. Le morti sul lavoro restano sotto lo zerbino  di case vuote e lasciano un dolore lacerante che ti toglie il fiato. Ti toglie l’anima se a morire è Pietro.</div>
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<div style="text-align: center;"><strong>Altri nomadi</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>(da <em>Lavorare uccide</em>)</strong></div>
<div>In Italia ci sono intere comunità migranti, nomadi, senza fissa dimora. Vivono in baracche di legno o di lamiera, in venti per baracca. Di loro non si parla. Perché se ne stanno rintanate tra i monti. Fuori dalla vista.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro Mirabelli è uno di questi nomadi. Viene da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone. E sono molti i nomadi di Pagliarelle. Tutti figli d&#8217;arte, anche i padri spesso erano nomadi. E anche dei padri non ci se ne accorgeva, all&#8217;epoca. Il padre di Pietro emigrò nel 1950 per fare le autostrade: Liguria, Val d&#8217;Aosta, Trentino. Gli stessi luoghi li sta percorrendo Pietro, adesso. Questa è stata la sua eredità. Non ci sono più le autostrade da fare, adesso sono minatori galleristi. Negli ultimi undici anni Pietro è stato nel Mugello, sull&#8217;Appennino a nord di Firenze, a scavare la galleria da dove passerà la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità tra Firenze e Bologna. Il Mugello è il posto più vicino dove ha lavorato.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro ha 25 anni di anzianità. Ha scavato il Frejus, la Val di Susa, la galleria di Rivoli sotto Torino, la roccia sopra Sanremo per l&#8217;Aurelia bis, la Carnia e il Mottarone sopra Stresa per le nuove gallerie della Voltri-Sempione. Ogni tanto torna a Pagliarelle. Un paese di duemila persone su colline di pietra. La maggior parte sono minatori galleristi, e vivono la maggior parte della vita lontano da casa. A Pietro è nato un figlio. “Mio figlio cresce a spanne e la galleria a metri. Una settimana dietro l&#8217;altra nel ventre della terra a scavare percorsi per l&#8217;alta velocità mentre lui lontano da qui, e da me, sorride alla luce del sole ogni mese in modo diverso.”</div>
<div id="_mcePaste">Si scavano gallerie lunghissime. Quella del Mugello è lunga diciannove chilometri. Quando  incontro Pietro, davanti alla stazione di S. Piero a Sieve, la galleria è ormai finita, stanno posando i binari. E&#8217; facile pensare a quanto sia duro il lavoro. Minatore, autista, carpentiere, lancista. Pietro è un lancista esperto: spruzza il cemento sulle pareti della galleria, sulla roccia viva scavata dagli esplosivi o dagli escavatori, per impedirle di crollare. Solo che nel cemento c&#8217;è una miscela di derivati di silicato. La selce cristallina si attacca ai polmoni e non se ne va più. La silicosi è la malattia dei minatori. Molti che sono stati a minatori a vita li riconosci dalla tosse, dal fatto che se camminano si devono fermare per il respiro affannato. Anche il padre di Pietro è morto di silicosi.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo era anche lui di Pagliarelle. Anche lui era andato al cantiere del Carlone, per la galleria di Vaglia. Prima era stato al cantiere di Fiorenzuola, poi lo zio era riuscito a farlo trasferire al Carlone, per averlo vicino. Era arrivato da due mesi, aveva ventitré anni, è morto il 31 gennaio 2000, al primo giorno di lavoro nel ciclo continuo.</div>
<div id="_mcePaste">“Noi lo abbiamo sempre contestato il ciclo continuo”, dice Pietro. Passa un treno, intanto, e fra qualche anno di qui passeranno treni a trecento all&#8217;ora. “Turni di otto ore. Sei giorni di lavoro al pomeriggio e uno di riposo, poi sei di lavoro di notte e due di riposo, infine sei di lavoro di mattina e tre di riposo. Teoricamente riuscivi ad andare a casa in quei tre giorni, dunque una volta ogni tre settimane. Uno che non c&#8217;è mai stato in galleria forse non si rende conto. Tra fumi, polvere, acqua, umidità, rumore, sempre la luce artificiale. Quarantott&#8217;ore in una settimana lì dentro, o sei notti di seguito, sono massacranti. Ma nessuno ci ha dato ascolto. Né la classe politica né il sindacato.”</div>
<div id="_mcePaste">I rapporti tra Pietro e il sindacato, che aveva accettato il ciclo continuo, non sono stati ottimi. Tanto che Pietro, che aveva guidato la protesta dei lavoratori contro il ciclo continuo ed era stato eletto come loro rappresentante, nel marzo 2002 stava per venire escluso dalla lista dei candidati preparata dai sindacati. Ma com&#8217;è possibile, con tutto quello che Pietro aveva fatto, e con tutta la voglia di riscatto a cui dava voce, che il sindacato avesse pensato di escluderlo? Furono 59 compagni di lavoro a imporlo dal basso, e fu rieletto col 40% dei suffragi. Manola Cavallini, la segretaria provinciale della Fillea (per i galleristi vige il contratto edile), disse ai tempi che non era vero che gli operai lavorassero 48 ore settimanali. Che lo dicevano perché non ne sapevano fare la media, e in realtà ne lavoravano 41-45. A parte il fatto che tre ore non sembrano poi questa gran differenza, in un ciclo continuo del genere, fa impressione questo distacco tra certi sindacalisti e i lavoratori. Meglio dargli degli ignoranti piuttosto che ascoltarli.</div>
<div id="_mcePaste">I lavoratori avevano firmato un contratto per fame di lavoro. Ma poi c&#8217;era quella vita in galleria, da fare, senza  riposo domenicale, con la turnazione di sei notti consecutive che non è possibile in nessun altro settore produttivo. Le squadre teoricamente erano di quindici uomini, ma molti si ammalavano o erano vittima di piccoli infortuni, e siccome il lavoro non poteva avere pause le squadre di intervento arrivavano a essere composte anche da solo cinque uomini, che devono garantire lo stesso risultato.</div>
<div id="_mcePaste">Così, a casa ci si va poco, tre giorni ogni tre settimane. Ma il sabato e la domenica, quando puoi davvero stare con la famiglia, capitano una volta ogni cinquantadue giorni. Era stata deciso così al tavolo concertativo tra Cavet (il consorzio che realizza i lavori, di proprietà per il 76% di Impregilo, ovvero Fiat, con una partecipazione all&#8217;11% della “cooperativa rossa” Cmc, la stessa che si è divisa con l&#8217;azienda di Lunardi i lavori della TAV della Val di Susa), Tav, governo, sindacato, enti locali (quando i sindaci andarono a Roma e firmarono tutto senza consultazioni popolari). I lavoratori erano abituati altrimenti, avrebbero voluto un orario normale, cinque giorni più due, come era sempre stato. E a casa ci si andava lo stesso, bastava un giorno di permesso, che poi si recuperava magari con lo straordinario, e almeno si era a casa sempre il sabato e la domenica.</div>
<div id="_mcePaste">Il bello è che il pretesto del ciclo continuo è stato quello di accelerare i tempi, ma poi la data di consegna è slittata due volte, dal 2005 al 2009. Con le spese triplicate, a totale carico dei contribuenti, rispetto alle previsioni iniziali di finanziamenti privati. Nonostante questo l&#8217;Ispettorato del Lavoro ha contestato alla Cavet violazioni alle norme sull&#8217;orario di lavoro e sui riposi settimanali per centinaia di lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">“I nostri uomini ridotti a delle macchine, solo lavoro mensa e sonno, e a casa mai” scrissero al presidente della repubblica Ciampi le donne degli operai del Carlone. “Noi diciamo basta. Il contratto-capestro, che tratta i nostri uomini della Calabria peggio di animali o macchine per i quali si ha cura e rispetto, de ve cessare.” Chiedevano riposo, “perché possano essere nelle nostre famiglie come reale presenza e non saltuaria apparizione e sparizione a causa di un lavoro che li schiavizza”. Ma il ciclo continuo non è cessato. Anzi, è stato esteso alle altre grandi opere.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo venne chiamato in galleria sul lato Bologna. Avevano bisogno di un elettricista. Stava guidando una jeep, tornando verso il fronte di scavo. A trenta all&#8217;ora, eppure la jeep si ribaltò, e lui venne schiacciato. Non si è mai capito il perché.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale è stato il primo morto nella galleria di Vaglia, il primo morto del ciclo continuo. Fu dopo la sua morte che cominciò la protesta dei lavoratori contro quell&#8217;organizzazione del lavoro.</div>
<div id="_mcePaste">Nella galleria di Vaglia ne sono morti altri tre. Prima Giovanni Damiano, 42 anni, carpentiere. Stava gettando il cemento sull&#8217;arcorovescio, che sarebbe la parte inferiore della volta, ed un ferro gli si è infilato nel cervelletto. Poi Pasquale Adamo, 55 anni, che ebbe il tempo di vedere la sua morte, accorgendosi che la trivella che stava bucando Monte Morello aveva agganciato il suo giubbotto e lo stava trascinando con sé.  Infine un metalmeccanico di un subappalto, che stava lavorando ai casseri per la volta, schiacciato tra due lastre di metallo.</div>
<div id="_mcePaste">Finito questo lavoro, Pietro dovrà cercarsene un altro. Il contratto a tempo indeterminato dura finché dura il cantiere. Nel frattempo c&#8217;è la disoccupazione speciale lunga, una specie di cassa integrazione. E sarà ben difficile che il Cavet lo riassuma, dopo i fastidi che Pietro gli ha dato. E non sarà facile nemmeno che lo prenda un&#8217;altra ditta, le informazioni girano velocemente.</div>
<div id="_mcePaste">Eppure al momento di firmare i contratti i minatori sapevano che sarebbero stati ricollocati. Il ponte di Messina. Ma anche la Salerno-Reggio Calabria, dove i lotti disponibili sono già stati assegnati a persone di fiducia degli amministratori.</div>
<div id="_mcePaste">Prima di andarmene vado con Pietro al campo base del Carlone, asserragliato entro una gola. Una fila di baracche di lamiera, ognuna di ventidue persone. Caldo torrido in estate, freddo in inverno. Stanzette da due, separate da una parete inesistente, e quando stai dormendo il compagno di stanza arriva dal suo turno e ti sveglia. Bagni e docce in comune, armadietti microscopici. E&#8217; qui che che questi minatori devono abitare per anni interminabili. Ma sono minatori del resto, è già una grazia per loro averlo, questo lavoro. Gli impiegati, però, le singole con bagno e docce ce l&#8217;hanno, vedi un po&#8217; te dove passa a volte la differenza di classe, in un taglio di gola.</div>
<div id="_mcePaste">“Solo in questo campo base, mi dice Pietro, siamo in un centinaio di Pagliarelle. Facciamo queste opere, ma da noi c&#8217;è ancora la ferrovia che fece Mussolini, la Catanzaro-Crotone. Un paese di duemila abitanti a novecento metri d&#8217;altezza, senza un&#8217;edicola, un distributore, una banca. Due squadre di calcio senza un campo sportivo, il più vicino, senza erba, è a venticinque chilometri. Nelle scuole ci sono quaranta bambini per classe perché mancano le aule. L&#8217;ospedale più vicino è a cinquanta chilometri di curve. Le strade sono dissestate, l&#8217;asfalto a chiazze. E ogni volta torniamo, e ogni volta non cambia”.</div>
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