Noi, buoni a nulla

di Simona Baldanzi

Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008

Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze. Mi avevano chiamata perché sette anni fa feci una tesi sui lavoratori della Tav, sul loro rapporto con la comunità locale e quindi avevo esperienza come ricercatrice sociale o come “ragazza dei questionari”, come mi chiamavano i lavoratori.

Ieri tre operai sono precipitati da un pilastro del viadotto dell’A1, lotto 13 della Variante di Valico proprio a Barberino. Due erano della ditta Toto e uno di una ditta subappaltatrice. A casa ho la lista dei loro nomi, a fianco mettevo una X e la data quando mi restituivano il questionario, solo per fare i conti di quanti li compilavano, perché poi le loro risposte erano anonime.

Quando ieri mi hanno chiamato al telefono per chiedere a me cosa fosse successo e io non ne sapevo nulla, ho rivisto le facce dei lavoratori quando salgono a squadre sui furgoni e ti salutano dal finestrino. Ho pensato a quell’elenco, ho pensato al mio paese, ho pensato alle imprese e ai sindacati, ho pensato al mio lavoro. Ho pensato che tutti quanti siamo dei buoni a nulla.

Il campo base della ditta Toto si trova dentro al cantiere. Quando ci sono stata la prima volta ho faticato a crederlo: come è possibile permettere che i lavoratori mangino, dormano, vivano sotto l’imbocco della galleria 24 ore su 24 nella polvere, nel rumore, nel lavoro nel 2008? Ho avuto subito la percezione che fosse peggio dei cantieri dell’Alta Velocità: se credevo che i cantieri della Tav fossero il punto di partenza per migliorare, mi ero sbagliata. Qua si torna indietro, si perdono diritti come cadono le foglie d’autunno, solo che poi i rami seccano e non nasce più niente.

Le ditte che hanno in appalto i lavori sono BTP (Baldassini Tognozzi Pontello), Todini e Toto. Per l’Alta velocità il committente era unico, il CAVET (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana). Sebbene per entrambe le opere ci siano miriade di subappalti, è chiaro che la frammentazione dei lavori in lotti e conseguenti ditte, rende più difficile anche una gestione unitaria della sicurezza: occorrono più controlli, si ha a che fare con più responsabili e con organizzazioni diverse.

La Variante di Valico è un’opera ritenuta ormai necessaria da tutti, non ha opposizione dalle forze politiche, non c’è conflitto intorno al progetto per cui non ci sono riflettori accesi, discussioni, informazione. Sull’Alta velocità non era così, soprattutto all’inizio dei lavori. Difatti, col proseguire dell’opera e l’attenzione diminuita, i turni sono peggiorati, la frammentazione del lavoro in subappalti cresciuta e le morti pure.

I lavoratori dell’Alta Velocità facevano turni che già ritenevo durissimi: il cosiddetto quarto turno con 6 giorni di lavoro e uno di riposo, 6 giorni di lavoro e due di riposo, 6 giorni di lavoro e tre di riposo, facendo così 48 a settimana in galleria. Già dal primo giorno di distribuzione dei questionari sulla variante di valico, ho capito che i turni qua erano ancora più duri: i lavoratori mi hanno parlato di 11, 12, 13 ore nei cantieri come orari “normali”. Alle 14 a mensa aspettavo le squadre dei turnisti che dovevano smontare. Non ne ho mai vista arrivare una. Nel questionario si chiede quante ore di lavoro fai mediamente al mese di straordinari. Alcuni lavoratori mi guardavano ridendo: la verità? Io li esortavo dicendo loro che il questionario era anonimo. Mi scrivevano 40, 50, 60 ore. Qualcuno mi ha confessato che oltre alla ditta dell’appalto lavora anche per la ditta in subappalto a nero e allora lì le ore si fa fatica anche a contarle.

Ho trovato lavoratori sempre più cinici, rassegnati e con uno sguardo crudo: cosa ci fai tu qui? Sicurezza? Un questionario a cosa può servire? E poi perché chiedete degli straordinari? Gli straordinari sono una cosa nostra, che c’entra con la sicurezza? Oppure: devi lavorare, se io riempio il questionario e dico la verità, poi che mi succede? Che la mia famiglia poi non mangia? Veniamo da paesi che di lavoro non ce n’è, almeno che non lavori per la mafia, quindi ci dobbiamo lamentare?

Ho trovato lavoratori sempre più nomadi e precari: lavorano per l’opera e poi alla ricerca di un altro cantiere. Lavoratori per la stragrande maggioranza dal Meridione e questo come alla TAV. “Sai di dove sono io? Sicuramente dalle mie parti non ci sei stata?” e io: “Perché?” e lui: “Sono di Casal di Principe, capisci?” e poi aggiungeva “A casa ho lasciato la mia famiglia. Non ho un figlio, ho una preoccupazione”

Compilavano il questionario forse più per sollecitazione della ditta, che noi sollecitavamo ogni volta, che non per l’interesse sulle conseguenze dei turni, sulle sopraffazioni dei capi, sull’abuso di alcol, sull’isolamento nei campi lontani da casa, dalle famiglie e dai paesi. Perché ieri mi chiedevo anche questo: io sono di Barberino, sono toscana, gli operai morti sono due calabresi e un campano. Di chi sono? Il lutto lo esprimono tutti, ma poi sarà delle loro famiglie e nient’altro. A Barberino non li conosceva nessuno o forse li hanno visti passare nei furgoni, in Piazza per un caffè, con quel loro accento di fuori, per qualche minuto. E quando tornano a casa, sono forse dei loro paesi? Non più, se ne vanno, perdono le radici, perdono territorialità e con questo le difese, familiari, sociali, politiche, di solidarietà. Anche questo c’entra con l’organizzazione del lavoro e con la sicurezza. E dopo la Tav che aveva fallito l’integrazione, non abbiamo imparato nulla per accoglierli, per andare a vedere chi fossero e di cosa avevano bisogno. Un lavoratore mi ha ringraziato tre volte perché gli ho dato indicazioni per dove andare in piscina, dopo il turno.

Quando eravamo un’infermiera e io a far compilare i questionari, ogni tanto arrivavano i funzionari dei sindacati. A volte erano gli stessi che venivano nei campi base della TAV, spesso ho dovuto io salutarli per ricordare loro chi fossi. Che ero di nuovo in giro nei cantieri, che poi ci avrei scritto, studiato, forse dava fastidio. Qualcuno so che ha fatto carriera, è passato di grado, nel sindacato, ma ho visto anche loro più spenti, grigi, senza nessun bagliore di conflitto, come fosse una cosa di cui vergognarsi e non una pratica di conquista, di messa in discussione del sistema. Un solo sindacalista mi parlava volentieri, mi ha detto che la sua organizzazione sindacale lo ha relegato nei cantieri perché dava fastidio da altre parti, era lì come una sorta di punizione. Lui è quello che ho visto più presente, che mi raccontava quello che vedeva, che ci provava, ecco, a difenderli quei lavoratori. Il resto un gran vuoto, tanta polvere e occhi nudi. Perché i lavoratori ti guardano come i bambini: non hanno timori a fissarti, quando arrivi, quando parli loro, quando gli dai una penna in mano, quando gli spieghi del questionario, quando ti raccontano il loro lavoro. Bisognerebbe trovare noi (tutti: ASL, sindacati, amministratori, politici, ricercatori, scrittori, altri lavoratori, cittadini) lo stesso coraggio di ricominciare a guardarli in faccia. Quando gli occhi sono stanchi, arrossati, brillanti, non quando sono spenti. Non quando sono morti. Altrimenti loro continueranno a lavorare e morire e noi a rimanere quello che siamo, buoni a nulla.

 

marco rovelli

Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone. 

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  23 comments for “Noi, buoni a nulla

  1. 3 ottobre 2008 at 14:11

    .

  2. Giocatore d'Azzardo
    3 ottobre 2008 at 14:19

    Chapeau!

    Blackjack.

  3. 3 ottobre 2008 at 16:11

    un tragico e drammatico “pallottoliere”. Conosco diverse persone che lavorano nell’ambito della sicurezza nei cantieri strozzate, appunto, da una burocrazia che “uccide” anche il loro modo di operare.

    Marco

  4. 3 ottobre 2008 at 19:15

    “…noi a rimanere quello che siamo, buoni a nulla”.

  5. matteo
    3 ottobre 2008 at 19:32

    e noi ci viaggiamo anche con quei treni o con i low-cost, e siamo contenti che ci siano, ci fanno viaggiae con pochi soldi o più velocemente.
    e ci sentiamo innocenti quando accade qualcosa.
    aiuto, non la trovo, qualcuno può darmi una definizione di innocenza?

    matteo

  6. Alcofribas A.Q.
    3 ottobre 2008 at 19:35

    Complimenti!Trovare sui media un bel racconto così sulla vergognosa realta’ del lavoro,non è facile, in questa italietta che perde tempo dietro alle puttane,ai neri cattivi.
    Pregasi inviarlo alla Triplice sindacale,ormai complice dei Padroni(chiamateli pure im/prenditori ma la sostanza è la medesima).Sperando che inizino a fare i sindacalisti.
    E per doverosa conoscenza alla Signora-padrona Marcegaglia.Questa donna è tosta,dura di testa,attenta al portafogli…Pardon!Al profitto.Ci mancherebbe.
    Senza tralasciare la classe politica italiota,italiena, imbelle,sia destrorsa che mancina,altro tumore inveterato.

    Saluti dal nord-est…

    (iscritto alla cgil..sigh!)

  7. Giovanna
    3 ottobre 2008 at 19:35

    Ho letto il tuo “figlia di una vestaglia blu” la descrizione delle vite dure degli operai lontani dalle proprie famiglie per lavorare nel Mugello per far passare il treno ad alta velocità… e rileggendoti qui posso dire che si, io sono proprio una buona a nulla, tu no.
    Una abbraccio, Giovanna.

  8. Francesco C.
    3 ottobre 2008 at 19:51

    Complimenti.

  9. maria(v)
    3 ottobre 2008 at 20:28

    grande, davvero, simona baldanzi!

  10. gena
    3 ottobre 2008 at 20:55

    A me pare incredibile, che questa cosa sia accaduta ad una cinquantina di kilometri da casa mia.
    Di non come non esista più la dignità del lavoro, ma solo una scia di lutti sempre più frequente.

  11. 3 ottobre 2008 at 21:24

    bellissimo articolo, davvero, come bello era il libro.
    L’ho postato anch’io. Mi sono permessa di correggere “cambi base” in “campi base”, se ho sbagliato segnalatemelo
    geo

  12. soldato blu
    4 ottobre 2008 at 08:21

    Ma che cosa sta sucedendo veramente?
    Che cosa ci sta succedendo?

    Fortuna che qualcuno, ogni tanto ce lo fa toccare con mano.
    Dobbiamo ringraziare Simona Baldanzi per quello che dice
    e per quello che fa. Per quello che sa fare.
    Non è certo alla mancanza di capacità che si può attribuire
    l’inefficacia del suo impegno.

    Il Moloch dell’economia, di questo capitalismo che si torce,
    che ci torce come un immane boa constrictor, ha assunto
    la figura di un Dio Assoluto iroso, irato e violento ancora di più
    del vecchio dio dell’Antico Testamento.
    Sono cambiati solo i modi di comportamento dei suoi sacerdoti:
    melliflui, al limite gentili e così pulitamente razionali nel difendere
    le ragioni del Mostro.
    Dando per scontato cosa siano i sacerdoti dell’ordine internazionale,
    iniziando da Bush, per quanto riguarda casa nostra, tutti quelli che
    operano per la conservazione dell’ordine capitalistico, dell’Ordine
    Sanguinario di Moloch, anche nelle sue versioni riformistiche, vanno
    considerati dei Carnefici: Marcegaglia, Berlusconi, Veltroni…

  13. Barbara
    4 ottobre 2008 at 17:19

    Grazie.

  14. 4 ottobre 2008 at 19:22

    sono stata per due anni viceresponsabile dell’ufficio personale in un grosso cantiere navale che produce imbarcazioni da diporto.
    I miei ragazzi, gli operai, lavoravano in condizioni impossibili, con turni massacranti ed aria irrspirabile per la resina, i collanti, le vernici.
    Andavo in ufficio, differentememnte dalle altre “impiegate”, in jeans e scarponcini: ogni giorno un’emergenza, un infortunio.
    Ma sempre tutto taceva. ufficio del lavoro, ispettorato, sindacati…
    erano 400 operai, uno è morto cadendo da un muletto, sotto gli occhi, ricordo la corsa in ospedale, ma niente, non c’è stato niente da fare.
    dopo due anni di lotte e gastrite, mi hanno spostata alle relazioni estere, ero l’unica impiegata che fosse iscritta alla CGIL, mi chiamavano “la sindacalista del personale”, come se volere che le cose fossero “giuste” equivalesse ad un reato ad una macchia.
    la sicurezza sul lavoro, mi viene da ridere amaramente, in fabbrica non esiste la sicurezza sul lavoro
    anche le semplici forniture di scarpe anti urto e guanti e mascherine, era un costo da limitare, per non parlare degli aeratori, impianto antincendio, etc.
    ma la cosa che mi dava la nausea erano gli ispettori, venivano con l’aria dei giustizieri e se ne andavano con le facce sorridenti… mi chiedo come mai, me lo chiedo ancora.

    grazie.

  15. 5 ottobre 2008 at 12:26

    ragazzi però correggete l’errore di stampa, correggete il *cambi* base (sempre che sia un errore e non invece un termine tecnico che non conosco), va beh che la borsa, i cambi, i mutui, occupano le nostre menti, ma io credo sia malgrado tutto proprio ancora campi base … un pezzo così bello che sta circolando in rete è un peccato che circoli con un errore (sempre che di errore si tratti)

  16. simona baldanzi
    5 ottobre 2008 at 14:59

    è campi base, sì. scusate, ma l’ho scritto in fretta.
    ci sono molte cose che mancano in questo articolo. un fatto lo aggiungo qui.
    il 20 ottobre 1958 in quello stesso punto, per un pilone che sta a fianco perchè la variante di valico assieme alla terza corsia allarga l’A1, alle 8.40 della mattina persero la vita tre operai: uno di Barberino, uno di San Piero, uno di Forlì. 50 anni dopo, maledettamente esatti, succede la stessa cosa. me l’hanno raccontato degli anziani che lavoravano in quel cantiere.
    del ragazzo più giovane ho visto la foto, l’ho riconosciuto. mi aveva compilato il questionario con gentilezza, senza lamentarsi come avevano fatto altri.
    ecco perchè uno si sente buono a nulla.

  17. 5 ottobre 2008 at 15:17

    che tristezza!

  18. alessandra
    5 ottobre 2008 at 17:10

    bravissima, mi sono permessa di diffonderlo.
    complimenti per il tono lucido e razionale, mai pietistico.
    Buono a nulla è chi sta a guardare senza ritegno e senza vergogna.
    Ciao Ale

  19. staff meetup barberino
    5 ottobre 2008 at 21:42

    simona,
    non posso che quotarti, in pieno!

  20. Annamària
    6 ottobre 2008 at 13:37

    quando ho visto le immagini mi è venuto un colpo al cuore e ho pensato subito alle loro famiglie perchè mi è tornato in mente quello che è accaduto nel cantiere TAV dove io sono impiegata, qui a Reggio Emilia i campi base erano organizzati bene, con attenzione verso le persone che sono venute a lavorare ma nonostante tutto erano sempre uomini lontani da casa dalle loro famiglie dove tornavano una volta al mese. i turni di lavoro non erano così massacranti perchè non ci sono state gallerie da costruire ma lavorare con ogni condizione di tempo soprattutto d’inverno non è uno scherzo!
    non dovrebbero mai succedere ma in nome del progresso? le nostre vite non contano più niente.
    sono molto triste per quanto accaduto ma quando mai avrà termine questa catena di morti sul lavoro? quando i sindacati torneranno a fare il loro mestiere e non saranno più una casta? quando apriremo gli occhi e le nostre coscienze si risveglieranno?
    speriamo che non avvenga troppo tardi.

  21. 7 ottobre 2008 at 15:13

    Grazie pe ril tuo bellissimo articolo…
    Se ci fosse un’informazione aleno decente le storie degli abusi sul lavoro occuperebbero tuti gli spazi oggi occupati dai clandestini e la gente avrebbe (giustamente) piu’ paura dei datori di lavoro che degli extracomunitari.

    Diffusa attraverso http://www.obiettivo.info/FabioNews … lista InfoLavoro e NoTav News

    Ciao
    Fabio

  22. 8 ottobre 2008 at 07:02

    ripartire dalle cose, dai fatti.
    ricominciare l’osservazione, separarla dalla teoria, dall’opinione, dall’ideologia.
    ri-proporre i fatti.
    costruire sui fatti, impegnarsi su quelli, diffonderli.
    lavorare nel senso della connessione, dell’aggregazione dei fatti.

  23. 9 ottobre 2008 at 09:22

    come si fa?
    g

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