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	<title>recensioni narrativa italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Luce del nord &#8211; tre disperazioni invisibili</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/22/luce-del-nord-tre-disperazioni-invisibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2020 06:16:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia «… secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, […] io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" class="alignleft size-medium wp-image-86749" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-300x250.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-250x209.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-200x167.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-160x133.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448.jpg 350w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«… <em>secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, […] io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la merda.</em>» Così inizia a raccontare la sua disperazione Frank, anziano e fallito stuntman che non riesce più a lavorare e ogni cosa gli va male. Ma Frank nella disgrazia non è solo, anche se questo non gli è di alcun aiuto. Sulla sua strada trova altri due “ultimi”, Eva e Cristian. Loro sono più giovani ma non per questo meno disperati di lui.<span id="more-86562"></span></p>
<p>Purtroppo quando sommi tante disperazioni non ottieni una speranza, non totalizzi una tranquillità. Così è per Eva, Frank e Cristian che sono poveri, senza qualche dente e soprattutto senza un futuro possibile. Attorno a queste tre voci è costruita la narrazione che riempie le pagine della <em><a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/luce-del-nord.html">Luce del Nord</a></em> (Rubbettino, 2020) di <a href="https://www.internazionale.it/notizie/francesco-erbani/2020/02/20/luce-del-nord-romanzo-bruni">Gianluigi Bruni</a> in questo suo primo romanzo segnalato al Premio Calvino e proposto da Antonio Pascale all’ultimo Premio Strega. Tre racconti paralleli che per tristi coincidenze, figlie della povertà e della marginalità quotidiana, si incrociano. Frank è violento, senza un soldo e con la moglie in coma in un letto di ospedale. Cristian è un ragazzo cacciato da casa che non riesce a parlare con la gente. Eva si sente brutta e grassa («<em>75 chili di mestizia</em>»), fondamentalmente “incompleta”, nonostante la sua intelligenza e la sua grande generosità. Ognuno di loro tre racconta le giornate tra case da lasciare, notti passate in stazione, palazzi sporchi e androni puzzolenti.</p>
<p>La lingua che usano i tre personaggi è imperfetta come loro. Dei tre soltanto Eva ama leggere e conosce bene l’italiano, ma la sua scrittura si porta dietro la sua infelicità. Sono tre narrazioni che vivono in simbiosi con le case che abitano. Umide, buie, disordinate. Sono tre invisibili che nessuno vuole vedere se non quando bisogna trattarli male, cacciarli via. Nel resto del tempo che passano tra loro si osservano, parlano, litigano, russano. Per gli altri non esistono, soprattutto non esistono i loro problemi, le loro ansie, i loro sentimenti. Quando Cristian rimane chiuso per molti giorni in un sottoscala fetido, soltanto gli altri due sentono i suoi lamenti e lo salvano. È questo l’evento che li mette insieme, ma tre sfortune non hanno la forza di invertire la sorte, nonostante la loro buona volontà. Frank si mette a scrivere una sceneggiatura improbabile, Eva si impegna a scrivere due libri e Cristian prova a tornare a casa dai suoi. Il potenziale produttore per il film muore, i libri stentano a decollare e i genitori di Cristian lo cacciano nuovamente di casa. Anche la scrittura che per Eva e Frank è la possibilità di ritorno tra i normali, la medicina per curare le loro disgrazie, non trova realizzazione, rimane un “non finito”.</p>
<p>Gianluigi Bruni usa una scrittura sincera e priva di artifici per prendersi cura dei suoi tre personaggi spiantati e affettuosamente umani. Legni storti che nessuno vuole accanto a sé perché sono uomini e donne come noi e nell’esserci simili ci fanno vergognare di noi stessi. Esseri imperfetti che hanno le stesse aspirazioni di tutti: un lavoro, una casa, qualche soldo, una famiglia, gli amici. Cose normali che per le loro deboli gambe sono montagne troppo ripide da scalare. Sono tre anime alla ricerca della luce, quella luce che Eva aveva amato nel diario di Fridtjof Nansen (l’esploratore che denunciò lo sterminio degli armeni da parte dei turchi e che compì molte azioni umanitarie): «<em>Ogni giorno e ogni notte le luci del nord con la loro meraviglia in eterno movimento, fiammeggiano al di là dei cieli</em>». Tre anime alla ricerca della bellezza della vita che a loro non è concessa.</p>
<p><em>La foto di Massimo Siragusa fa parte della mostra dedicata al suo lavoro sulle periferie romane che rimane aperta al <a href="https://www.oggiroma.it/eventi/mostre/roma-massimo-siragusa/54732/">Museo di Roma in Trastevere</a> fino al 10/1/2021.</em></p>
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		<title>Il vento attraversa le nostre anime, di Lorenza Foschini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/08/08/il-vento-attraversa-le-nostre-anime-di-lorenza-foschini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2020 06:01:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[lorenza foschini]]></category>
		<category><![CDATA[marcel proust]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Quanti siamo? Difficile dirlo. Non è mai stato realizzato un censimento. E poi siamo sparsi per il mondo. Il &#8220;Piccolo Popolo&#8221; degli amanti di Proust è transnazionale, variegato, ma unito da un aspetto singolare: abbiamo letto tutto di lui, o quasi, compreso Contro Sainte Beuve. Fu redatto come un libro singolo, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-85867" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-768x1180.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-250x384.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-200x307.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-160x246.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust.jpg 1000w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></p>
<p>Quanti siamo?<br />
Difficile dirlo. Non è mai stato realizzato un censimento. E poi siamo sparsi per il mondo. Il &#8220;Piccolo Popolo&#8221; degli amanti di Proust è transnazionale, variegato, ma unito da un aspetto singolare: abbiamo letto tutto di lui, o quasi, compreso <em>Contro Sainte Beuve</em>. Fu redatto come un libro singolo, in realtà è collegato con l&#8217;opera collettiva, come tanti altri raggi di luce che hanno nutrito la fotosintesi della <em>Recherche</em>. Sappiamo come il nostro autore abbia contestato il &#8220;metodo Sainte Beuve&#8221;, ovvero il collegamento stretto tra l&#8217;opera e il suo creatore; il critico deve studiare le sue abitudini, i suoi gusti, le sue amicizie. Letto e condiviso, eppure, curiosamente, agiamo esattamente in senso contrario. Vogliamo sapere TUTTO di Marcel Proust.<span id="more-85865"></span></p>
<p> Dove andava. Come parlava. Chi frequentava. Gli appartenenti al Piccolo Popolo sembrano affetti da una bulimia di dettagli e di storie che lo riguardano. Per cui <em>Il vento attraversa le nostre anime</em>, prima di aprirlo, potrebbe sembrare un regalo per questa fame chimica: la storia d&#8217;amore tra Marcel e il musicista Reynaldo Hahn.</p>
<p>In realtà il &#8220;metodo&#8221; non c&#8217;entra. Non vogliamo sapere cosa mangiava Proust per capire la <em>Recherche</em>. L&#8217;abbiamo già letta, ed è per quello che ci ha comunicato, per lo stupore, per l&#8217;ammirazione che abbiamo provato leggendo l&#8217;Opera immensa che vogliamo conoscere chi l&#8217;ha scritta. E il libro di Lorenza Foschini è un ulteriore capitolo che indaga sulla <em>vera</em> natura di Proust: il rapporto indissolubile tra l&#8217;opera e la vita del suo autore. Come Kafka, potrebbe affermare &#8220;Io sono letteratura&#8221;. Tutto il suo agire, il suo soffrire, il suo ossessionarsi, è finalizzato alla realizzazione, alla difesa e alla promozione dell&#8217;Opera. Lorenza Foschini, nel suo meticoloso cesello di citazioni, lettere, appunti mai apparsi in Italia, ma tradotti da lei stessa, entra nel merito della sua &#8220;ansia frenetica di mondanità&#8221; (pag. 62). Riporta una lettera di Reynaldo Hahn, che si stupisce per &#8220;l&#8217;inutile vita&#8221; di Marcel, che frequenta &#8220;i chiacchiericci&#8221; dei salotti (pag. 62). </p>
<p><em>Chiacchiericci. Vita Inutile.</em> Gilles Deleuze l&#8217;ha chiamato &#8220;Il tempo sprecato&#8221;. Marcel sembra buttare via il suo tempo, la sua vita. Trascura gli studi. Cerca di farsi ammettere nei salotti del Faubourg più esclusivi. Roland Barthes l&#8217;ha rilevato: &#8220;Prima di rinchiudersi per scrivere la Ricerca egli ha avuto una vita mondana estenuante, come un vero professionista, un virtuoso della mondanità: un militante&#8221; (pag. 22)</p>
<p>Lorenza Foschini, che abbiamo già apprezzato come studiosa proustiana <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/dentro-il-cappotto-di-proust/">qui</a>, lo segue, ci accompagna nelle sue peregrinazioni, con un effetto presenza straordinario, migliorato anche dall&#8217;uso del presente: da una matinèe nel tal salotto passa a un tè da Madame Lemaire, corre a una cena e poi a una prima teatrale, fino a notte fonda. Tutti i giorni. </p>
<p>Tutto è sopra le righe in Marcel. Come Grace di <em>Terminator destino oscuro</em>, è un essere umano potenziato. Porta avanti il suo ruolo di militante della mondanità con una tenacia che lascia stupefatti.</p>
<p>Perché sta lavorando. Sempre. Fin da ragazzo. Sta immagazzinando personaggi, dialoghi, colori, conflitti. Prepara l&#8217;enorme materiale che gli servirà per produrre l&#8217;Opera. Non ne è cosciente, non ancora, ma è un predatore. Un vampiro. L&#8217;amico pittore Jacques Emile Blanche sembra averne catturato la natura, in un famoso ritratto. Viso bianco come il marmo. Elegante e bello, come Lestat. Il vampiro gentile Marcel. L’Angelo della notte. E la sua preda è la vita.<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Blanche_Proust_1892-247x300.jpg" alt="" width="247" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-85866" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Blanche_Proust_1892-247x300.jpg 247w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Blanche_Proust_1892-250x304.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Blanche_Proust_1892-200x243.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Blanche_Proust_1892-160x195.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Blanche_Proust_1892.jpg 493w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" /></p>
<p>Proprio nel suo periodo più attivo, nel 1894, nasce la storia d&#8217;amore con Reynaldo. La Foschini traccia i personaggi, gli ambienti: &#8220;La sera del 22 maggio 1894 Proust ha davanti a sé un ambrato, incantevole ragazzo di diciannove anni, occhi scuri e malinconici&#8221; (pag. 25). Il salotto è la serra fiorita della ricchissima, tirannica Madame Lemaire. Lei, &#8220;La vedova&#8221;, li accoglie, li coccola, li protegge. Nella <em>Recherche</em> sarà Madame Verdurin, uno dei personaggi più potenti di tutta l&#8217;Opera, insieme al tremendissimo Charlus, il cui modello, Montesquiou, troviamo in varie situazioni nel libro.</p>
<p>Reynaldo Hahn è un enfant prodige, un personaggio di gran moda nei salotti, dove è conteso, vezzeggiato. Marcel è un giovane scrittore ancora sconosciuto. E&#8217; esuberante, ironico, come Reynaldo è tendenzialmente malinconico e pessimista. Si attraggono in maniera irresistibile. Nasce un amore clandestino, che durerà due anni, tra feste, vacanze, incontri segreti, sempre sotto l&#8217;ala di Madame Lemaire. &#8220;Ci sembra di vederli&#8221; scrive la Foschini, &#8220;instancabili, percorrere su e giù i boulevard a piedi o in fiacre per riparare dal freddo il fragile Marcel o per restare per qualche momento al riparo da sguardi indiscreti.&#8221;</p>
<p>La Francia non è l&#8217;Inghilterra, dove gli omosessuali rischiavano i lavori forzati (come Oscar Wilde), o addirittura la gogna (il terrore di Byron), dove era facile restare sfigurati a vita, per il lancio di oggetti, escrementi, avanzi di pesce. Ma il pregiudizio resta. L&#8217;omosessualità (<em>pederastia</em>, la chiamavano) è un&#8217;onta. Ma nei salotti aristocratici non vige il pregiudizio della piccola borghesia. Oppure è la consapevolezza di casta, per cui a loro, gli eletti, tutto è concesso? In ogni caso sono due fuggiaschi, eroi nomadi romantici e un po&#8217; decadenti.</p>
<p>Lorenza Foschini li segue, attenta ai dettagli, alle lettere che si scrivono, nella prima fase, quella della scoperta e della conquista. Anche della felicità. Perché questa storia è forse l&#8217;unica, nella vita di Proust, a essere pienamente realizzata, nella lunga lista di rifiuti che collezionò. Ma la ricercatrice non si tira indietro quando la situazione inizia a deteriorarsi. Il carattere predatorio di Marcel, in un rapporto con inevitabili sfaccettature sado maso, finisce per rivolgersi alla malinconia di Raynaldo, deflagrando in una gelosia ossessiva, patologica. Vuole sapere tutto di lui, vuole continue confessioni, vuole vampirizzare anche il passato. Forse sa che sta per rovinare tutto. Oppure è nel destino, che Proust teorizza, per cui ogni amore è impossibile, perché il mistero dell&#8217;altro è insondabile, e a nulla valgono i nostri sforzi di possederlo. Ma non può farci nulla. E&#8217; la sua natura.<br />
Come lo è di Swann.</p>
<p>E qui sappiamo perché la storia di questa storia d&#8217;amore non è un semplice viaggio alla ricerca di reliquie di un autore idolatrato. Tutto è organico in Proust. Così l&#8217;avventura d&#8217;amore di Marcel e Reynaldo la ritroviamo, con impressionanti corrispondenze, in una sezione della <em>Recherche</em>, un libro nel libro: <em>Un amore di Swann</em>. La stessa esaltazione iniziale di Swann e Odette, la stessa felicità, la stessa invadenza di Madame Verdurin, e la stessa corruzione che avanza, la gelosia malata di Swann.</p>
<p>Lorenza Foschini collega eventi, messaggi, lettere, in un testo sciolto, sicuro di sé. E non si limita alla storia d&#8217;amore in sé, segue i due nel tempo, mentre diventano amici per la vita. Segue Proust nel successo, nella malattia, fino alla morte. Ricorda Maria Bellonci, quando, chiusa nelle biblioteche, intenta a esaminare antiche carte rinascimentali, socchiude gli occhi e viaggia con la macchina del tempo interna fin laggiù, tra le luci, i colori e gli odori del tempo perduto.</p>
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		<item>
		<title>Come della rosa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/31/come-della-rosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2017 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa Fiore]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziana Rinaldi Castro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Teresa Fiore Tiziana Rinaldi Castro Come della rosa Effigie edizioni, 2017, euro 19 La letteratura incentrata sull’esperienza degli Italiani all’estero ha una lunga, e spesso poco nota, storia, e al suo interno quella degli Italiani negli USA, e in particolare a New York, ricopre un ruolo importante, abbracciando storie antiche e nuove di partenza dall’Italia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Teresa Fiore</strong></p>
<p>Tiziana Rinaldi Castro <em>Come della rosa</em> Effigie edizioni, 2017, euro 19</p>
<p>La letteratura incentrata sull’esperienza degli Italiani all’estero ha una lunga, e spesso poco nota, storia, e al suo interno quella degli Italiani negli USA, e in particolare a New York, ricopre un ruolo importante, abbracciando storie antiche e nuove di partenza dall’Italia e di ricerca di uno spazio di vita in un altrove. <a href="https://effigiedizioni.wordpress.com/2017/04/26/come-della-rosa/"><em>Come della rosa</em></a> di Tiziana Rinaldi Castro (Effigie, 2017) s’inserisce in questa variegata galassia letteraria in maniera del tutto originale. Scardinando la convenzionale storia della tensione tra “casa” e “nuovo mondo” propone un romanzo di case multiple e mondi sincretici che si sviluppano intorno a un’identità aggregativa, fatta di incontri, esplorazioni e di ricerca interiore. Bruna di Michele, soprannominata Lupo, lascia il Sud d’Italia per la Grande Mela negli anni Ottanta: il suo percorso di fotografa freelance e donna in lotta contro la dipendenza dall’alcol s’intreccia a quello del cubano Emiliano Westwood, narcotrafficante e fornitore d’armi alla guerriglia salvadoregna, mentre le loro vite s’intrecciano ai riti del culto yoruba guidati da Mama Adebambo, sacerdotessa del tempio di Harlem. Il loro itinerario, fatto di pena e guarigione, così come di rivelazioni e segreti, è anche un viaggio fisico, non solo attraverso le strade crude del sud del Bronx o della Brooklyn di quell’epoca, ma anche negli spazi sterminati del sudovest degli Stati Uniti e persino del Messico. Ma <em>Come della rosa</em> è soprattutto un viaggio attraverso miti, letteratura, arte e musica che si fanno lingua, per scoprirsi e capirsi attraverso le citazioni e la costante affabulazione.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Più che un romanzo fluviale, come è stato definito da Pier Luigi Razzano nelle pagine di <em>Repubblica</em>, l’ultimo libro di Tiziana Rinaldi Castro è un rizoma, direi. Il fiume parte da un punto e procede allontanandosene, mentre il rizoma è l’estensione sotterranea del fusto di una pianta che si sviluppa soprattutto in orizzontale, in molteplici direzioni, e gemina nuove piante. Questo concetto di natura botanica è ben in sintonia con un libro che vuole essere un roseto, come suggerisce la similitudine del titolo, nella sua inconsueta sintassi: la rosa &#8211; simbolo d’amore, amicizia, morte, terapia, iniziazione – qui regala tanto profumo quante spine. Ma ritorniamo all’altro concetto di natura botanica, il rizoma: per riprendere il significato attribuitogli da Deleuze e Guattari, che a loro volta lo riprendevano da Jung, il rizoma rappresenta un continuo flusso di energia creativa, anche se sotterranea e a volte non visibile, che non segue leggi gerarchiche né paradigmi antitetici, ma si muove, prospera e crea in senso plurimo. Il concetto di rizoma è per definizione legato alla creolizzazione, e mi è venuto in mente leggendo il romanzo di Tiziana Rinaldi Castro che, creola lei, non poteva che scrivere un romanzo creolo e rizomatico, appunto, tessendolo attraverso una scrittura addensante, cagliata, per usare un termine sciasciano. Le valli del Cilento che si associano alle strade della metropoli newyorkese, le frasi in dialetto campano di nonna Angiolina a cui fanno eco le battute in spagnolo cubano di Emiliano, le pozioni terapeutiche yoruba che convivono con il ricordo delle tradizioni cattolico-pagane del Meridione italiano. E poi gli infiniti richiami artistici e mitici senza confini che si fondono tra loro: da Edgar Allan Poe ad Antonio Machado e José Martí, passando per Parsifal e Dioniso fino a Miles Davis, dalle poesie di Garcia Lorca … a  quelle della nonna in Italia, mentre le massime di Mama, che chiede a Bruna ed Emiliano di raccontare e di raccontarsi per guarire, sono come le congas della narrazione, ne scandiscono il ritmo profondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tanti cercano i parallelismi tra le storie del romanzo e la storia dell’autrice, che, originaria di Sala Consilina (Salerno), si è trasferita a New York nel 1984, e qui è diventata sacerdotessa yoruba nella comunità Lucumì. Ma è proprio nella trasposizione di un’esperienza in materia narrativa intrisa di letteratura e narrazione che va ricercato il senso di <em>Come della rosa.</em> Nella implicita biblioteca borgesianamente babelica del libro hanno uno spazio speciale i testi della tradizione americana, così cari alla scrittrice, e per certi versi motore del suo viaggio oltreoceano, frutto di letture giovanili rinvigorite da esperienze di vita negli USA, sia negli spazi urbani che in quelli aperti della natura, e dall’amore per il jazz. E seppur resti praticamente assente la tradizione letteraria italiana in questo romanzo scritto in italiano all’estero e pubblicato in Italia, il libro affronta e in maniera non convenzionale l’emigrazione, che per quanto scelta, pone sempre quesiti sul senso di appartenenza. Quando Emiliano incita Bruna a diventare sacerdotessa yoruba, lei rivela la sua esitazione: “forse dimentichi che appartengo a un’altra cultura.” E in un momento ancora più indicativo, Bruna, arrivata dall’Italia da pochi anni, si identifica con gli italoamericani – fenomeno raramente riscontrabile &#8211; quando Jean Michel Basquiat (sì, proprio lui) fa ridere a crepapelle Emiliano imitando Don Vito Genovese, e lei confessa: “Io li guardavo un po’ scucita, incerta se ridere con loro…. perplessa nel vedere la mia gente insultata.” Ma la titubanza rispetto al senso di distanza da una cultura non è affatto ricerca di purismo nella vicenda raccontata da Tiziana Rinaldi Castro; è semmai cauto e riverente avvicinamento nella propensione ad accogliere, ad aggregare appunto, perché il vero ritorno per chi parte è in effetti impossibile.</p>
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<p>Ma proprio in questa sua ricerca esistenziale, <em>Come della rosa</em>, forse inconsapevolmente, s’inserisce nel corpus della letteratura degli italiani d’America &#8211; come il poeta di inizio secolo Emanuele Carnevali, “vagabondo  seminatore di parole da un buco della tasca”, per citare un suo famoso verso  &#8211; e anche nella ricca tradizione degli scrittori italoamericani come Kym Ragusa, autrice di <em>The Skin Between Us: A Memoir of Race, Beauty and Belonging</em>, incentrato sulla ricerca del passato siciliano per capire il presente di italoafroamericana, partendo dal rapporto con e tra le nonne, figure chiave anche nel romanzo di Tiziana Rinaldi Castro, che con scrittori come Ragusa s’incontra e pubblica saggi. Schivando con sensibile intelligenza il rischio della ricerca, talvolta improduttiva, dell’identità enico-culturale nel rapporto lineare tra terra di partenza e terra di approdo, l’autrice di <em>Come della rosa </em>predilige gli altrove che si incontrano e ci fanno loro tanto quanto noi li rendiamo nostri. Come la New York, creola e molteplice anche lei, vero teatro del tortuoso cammino spirituale dei protagonisti. Un luogo che Bruna “cammina” à la de Certeau, scardinando le norme di controllo del sistema. Sono tra le pagine più liriche del romanzo quelle sulle passeggiate per New York, al tempo stesso esplorazione di luoghi da documentare con la fotografia, scoperta di sé, medicina contro la dipendenza. E assumono un valore ancora più pregnante in questa fase storica di frenetico boom edilizio, il più intenso e aggressivo nella storia di una città che distrugge e crea costantemente, giorno e notte, perché non dorme. Come dice con sguardo perspicace la voce narrante del romanzo di Tiziana Rinaldi Castro: “È una prerogativa di questa città vedersi demolire dinanzi agli occhi il fondale di stagioni della vita: ospedali, chiese, scuole, cosa che altrove accadrebbe soltanto in ragione di una guerra o una calamità naturale e che qui fa dire già al ventenne: ‘Ai miei tempi lì c’era…’” E in questo senso, <em>Come della rosa</em>, è un documento e un omaggio a una New York di cui avere nostalgia, ma che la città stessa non dà il tempo di rimpiangere, se non attraverso la letteratura (e il cinema, e l’arte in generale). Tra i tanti “cammini” di una città che Bruna definisce “generosa”, ma con la quale in tanti hanno un rapporto di odio e amore per questa “cosa viva”, ci sono i passaggi sui ponti, luoghi simboli del collegamento. Bruna li scala, malgrado i divieti, anche di notte, per sentirli vibrare, per vibrare dentro, per da lì cogliere nuovi punti di vista sulla città con la sua macchina fotografica. È in questi ponti che si ritrova il senso del viaggio e della ricerca, intellettuale, emotiva, spirituale &#8211; umana – raccontato da <em>Come della rosa</em>, un ponte che per essere costruito distrugge qualcosa, che crea nel presente il futuro, legando il passato che già esiste, e che invita a cercare delicati equilibri tra terraferma, isole, correnti marine e venti. Come della vita.</p>
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