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	<title>Sergio Bologna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Angeli del fango]]></category>
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		<category><![CDATA[Volontariato e cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Due fotografie una immagine Nel post dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due fotografie una immagine</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/">post</a> dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai <em>nuovi angeli del fango,</em> ovvero a quei ragazzi e ragazze andati a Genova per prestare il proprio aiuto. A loro deve andare tutta la nostra gratitudine.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-49226" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg" alt="angeli" width="986" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg 986w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-300x101.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-900x303.jpg 900w" sizes="(max-width: 986px) 100vw, 986px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi piace l&#8217;espressione &#8220;Angeli del fango&#8221;. Dico il suono della parola. Preferisco quella inglese, <span class="st">Mud <em>Angels, </em>per i giovani venuti da tutto il mondo a mettere</span> in salvo le opere di un patrimonio culturale sentito come universale, portare a braccio  i libri dalle cantine in cui il fango rischiava di ridurre all&#8217;oblio la memoria della comunità. Credo che in molti di noi la parola si associ quasi naturalmente alla<em> sequenza della ragazza che suona il pianoforte nel film &#8220;La meglio gioventù&#8221;;</em> la sequenza suggeriva anche la tesi verosimile della prossimità di quell&#8217;aggregazione spontanea con i fatti del &#8217;68 che seguirono poco dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volessimo trovare una risposta alla domanda sulle più remote ragioni che spingono un giovane dei nostri giorni a &#8220;partire e andare&#8221; difficilmente potremmo definirne una soltanto, valida per gli uni e per gli altri. Certamente il desiderio di condividere con altri qualcosa dove quel qualcosa è sicuramente l&#8217;esperienza e la consapevolezza di essere utile a qualcuno; l&#8217;idea di appartenere a una comunità. Qualcosa di simile all&#8217;euforia che ben conosce chi abbia partecipato a delle lotte politiche, studentesche o operaie, ai movimenti per la pace o per una qualsiasi altra causa abbastanza forte da travalicare il semplice tornaconto personale. Avviene come un distacco dalla ragione economica perfino quando il senso della mobilitazione si basa su delle istanze salariali, per esempio, o di costi del diritto allo studio. Ecco perché non vedo nessuna differenza tra un giovane d&#8217;oggi accorso a Genova per l&#8217;alluvione e il giovane che nel 2001 aveva raggiunto la città in occasione del G8. Questa gratuità che determina il lavoro di un volontario o di un militante è la stessa di cui parlo quando dico che la cultura sarà salvata dal volontariato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontaires et bénévoles</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ce qui compte</em><br />
<em> ne peut pas toujours</em><br />
<em> être compté,</em><br />
<em> et ce qui peut</em><br />
<em> être compté</em><br />
<em> ne compte pas forcément.</em> »<br />
[Albert Einstein]</p>
<p style="text-align: justify;">La frase di Einstein posta ad esergo di uno studio del 2011 sul bénévolat, sostenuto dal Ministère de la ville, de la jeunesse et des sports francese, suggerisce la traccia che vorrei mantenere lungo tutte queste riflessioni. &#8220;<em>Quando ciò che conta non può essere contato, e quel che può essere contato non necessariamente conta,&#8221;</em> la prima cosa da fare è capire fino a che punto il mondo cultura vada identificato con l&#8217;industria culturale ma soprattutto in che misura è nutrito da attività non retribuite.</p>
<p style="text-align: justify;">Il grande Battiato nel 1980 cantava &#8220;mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura&#8221; proprio attaccando l&#8217;industria culturale di tutte le epoche, le spesso inutili e autarchiche frange del potere culturale messe a difesa dello status quo del paese. Ma poi siamo sicuri che cultura sia soltanto l&#8217;industria culturale? Siamo proprio così certi che letteratura sia sinonimo di editoriale? Nello scorso post dedicato a questo argomento non mi ha affatto meravigliato la levata di scudi di alcuni professionisti della cultura,  travet del mondo editoriale, in difesa della propria dignità e proprietà intellettuale da contrapporre ai &#8220;dilettanti&#8221; delle lettere. Lobbisti contro hobbysti, mi è venuto da pensare leggendoli; come se scrivere fosse un hobby per uno scrittore e un lavoro per quanti, dal direttore editoriale fino alla telefonista della casa editrice, passando per la stagista addetta alle fotocopie e lo stagista assegnato all&#8217;ufficio stampa, avrebbero trasformato quell&#8217;hobby nel proprio lavoro. E lo dico con piena cognizione della necessità e del valore di ogni singolo ruolo all&#8217;interno di un progetto editoriale avendo piena esperienza di quanto un progetto, un romanzo, un libro, guadagni in qualità grazie al concorso di ogni singola competenza e capacità. E la qualità va pagata, tutta e subito. Quando dico cultura però io parlo anche d&#8217;altro. Dico tradizione di pensiero e idee che coprono quasi l&#8217;intero arco della nostra storia culturale strappando anno dopo anno alla ferrea legge dei copyright, <em>dei settant&#8217;anni dalla morte dell&#8217;autore,</em> capolavori dimenticati o diffusi in modo insufficiente. Quando dico volontario non intendo un lavoro che doveva essere retribuito e poi non lo è, nè tantomeno l&#8217;ancora più odiosa ambiguità di certi rapporti di lavoro, contratti, che di fatto legittimano forme di schiavismo tutte moderne.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per evitare malintesi ho pensato di sostituire alla parola volontario, di per sé ambigua, quella di bénévole e di rimettermi, quanto al suo significato, a quello che, per esempio, i francesi ci dicono a tale proposito in un rapporto di tre anni fa.</p>
<p><em>Le rapport du Conseil économique et social présenté par Marie-Thérèse Cheroutre définissait en 1993 le bénévole comme celui qui s’engage librement pour mener à bien une action non salariée, non soumise à l’obligation de la loi, en dehors de son temps professionnel et familial.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>En tant que tel, le bénévolat constitue un enjeu économique évalué à environ 935 000 emplois équivalents temps plein (ETP) dans les associations, concentré dans un petit nombre de secteurs dont quatre bénéficient de l’essentiel de la ressource bénévole, un quart assumant des fonctions d’animation ou d’encadrement d’activités :</em><br />
<em> Sports 29%</em><br />
<em> Culture et loisirs 28%</em><br />
<em> Action sociale, santé, humanitaire 23%</em><br />
<em> Défense des droits 10%</em><br />
<em> Économie, développement local 4%</em><br />
<em> Éducation, formation, insertion 4%</em><br />
<em> Autres 2%</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ipotizzando che tali cifre possano funzionare anche nel caso italiano la prima cosa che colpisce è come il settore culturale sia tra quelli più toccati da questo tipo di attività. Certo vengono accorpati <em>culture et loisirs</em>. Ma cos&#8217;è un loisir?</p>
<p style="text-align: justify;">La <a title="Organisation internationale du travail" href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Organisation_internationale_du_travail">Conférence internationale du travail di</a> Ginevra, del 1924 afferma nelle sue conclusioni: « L<i>a Conférence générale ha avuto per oggetto l&#8217;assicurare ai lavoratori, oltre alle ore di sonno necessarie, un tempo sufficiente per fare quel che gli piace, così come la indica l&#8217;origine etimologica del termine loisir ( dal latino licere, permettere) </i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-49299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg" alt="nd.11420" width="300" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420-245x300.jpg 245w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Questa apparente divagazione in realtà ci permette di identificare da subito tutto il &#8220;paradosso&#8221; del lavoro culturale che consiste nel volersi rappresentare come un lavoro vero e proprio <em>nonostante</em> il piacere che si provi nel farlo. Se nel mondo del lavoro manuale o tecnico, il piacere che si prova  nello svolgere una certa professione, la passione che si nutre dell&#8217;esercizio di un&#8217;attività sembra, e a torto, un optional, nel mondo culturale è difficile che quella voglia manchi. In altri termini ci sono in Italia migliaia di giovani e meno giovani  che giocoforza non potranno mai accedere a un lavoro, retribuito, regolare, di tipo culturale e non perché gli manchino talento, devozione, capacità, ma perché l&#8217;industria culturale non ha bisogno di tantissima gente e la poca di cui ci sarebbe bisogno, tolti i figli di, le amanti di, gli amici di, e i fortunati che erano al posto giusto nel momento giusto, non basta ad assorbire tutti. E poi, che follia pensare addirittura di fare un lavoro che piace! Così la nostra esperienza ci dice che sono tante, troppe le persone uscite da Lettere e Filosofia, Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Architettura, Sociologia, per non parlare della ricerca scientifica tout court, a gettare prima la spugna e poi il sangue in lavori spesso poco retribuiti, abbastanza infami ma soprattutto lontani anni luce dalle proprie aspirazioni, dalle competenze acquisite per passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna nostra e loro queste migliaia di persone nonostante tutto questo non si sono arrese; continuano a leggere, tradurre, recensire libri, presentarli, partecipare a convegni, festival, collaborare a riviste. Qualcuno dirà che lo fanno nel loro tempo di loisir, da bénévoles, esattamente come Primo Levi, James Joyce, Franz Kafka, Roberto <span class="st">Bolaño, ecc ecc.</span></p>
<p style="text-align: justify;">E allora? Allora io vorrei che qualcuno mi dicesse a quanto tutto questo corrisponda in termini percentuali sul lavoro culturale e soprattutto in che modo incida sulla qualità della produzione il fatto di essere sostanzialmente libera dal mercato. Per il momento di questa energia ne sento soltanto il profumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludo con un documento che mi sembra importante condividere per due ragioni. La prima per rimandare al mittente l&#8217;accusa di farmi promotore dello sfruttamento della forza lavoro culturale nelle imprese commerciali e dall&#8217;altra per ben marcare il passo su cosa non si deve assolutamente accettare che accada in una società civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontariato e profitto: appello di Sergio Bologna ai volontari dell&#8217;Expo di Milano</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Appello di Sergio Bologna: NO AL VOLONTARIATO DEI GIOVANI ALL&#039;EXPO" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/QFhDMpuTejk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>La vera lotta di classe non è quella di chi è dentro ma di chi è fuori</strong></p>
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		<title>Radio Kapital: Sergio Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2013 06:12:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Derive approdi]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderini piacentini]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Banche e crisi ( 2013, Derive Approdi) dal petrolio al container Prefazione di Sergio Bologna Quando Marx inizia la collaborazione con la “New York Daily Tribune” è alle prese con la prima stesura di quel nucleo d’idee che sarà sviluppato nei tre libri de “Il Capitale”. E’ un magma incandescente che prende forma pian [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/banche_e_crisi_COP.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-46401" alt="banche_e_crisi_COP" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/banche_e_crisi_COP-1024x501.jpg" width="700" height="342" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/banche_e_crisi_COP-1024x501.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/banche_e_crisi_COP-300x146.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Banche e crisi </strong><a href="http://www.deriveapprodi.org/2013/09/moneta-e-crisi/"><em>( 2013, Derive Approdi)</em></a></p>
<p><em>dal petrolio al container</em></p>
<p><strong>Prefazione</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong><br />
Quando Marx inizia la collaborazione con la “New York Daily Tribune” è alle prese con la prima stesura di quel nucleo d’idee che sarà sviluppato nei tre libri de “Il Capitale”. E’ un magma incandescente che prende forma pian piano, alimentato più che dalle conoscenze e dalle riflessioni sedimentate negli anni precedenti, dalla realtà di tutti i giorni dell’innovazione capitalistica. Non sappiamo come definire questa coincidenza. Un caso o in realtà non si tratta di coincidenza ma di genesi? Marx si è costruito propri schemi di lettura ma la realtà superava la sua immaginazione e lo aiutava a perfezionare i suoi schemi, a renderli più sofisticati, più calzanti. Mi è sembrato utile, quando scrissi questo saggio qui ripubblicato, capire meglio cosa stava accadendo in quel momento nel mondo, alla metà dell’Ottocento, piuttosto di scavare nell’intimità del processo di pensiero di Marx. Era cominciata la seconda rivoluzione industriale, non era una cosa da nulla, si stava facendo il passo decisivo verso la creazione di un mercato mondiale. Si agiva su due piani: sul piano immateriale, con la moneta, con la finanza, e sul piano fisico, con le infrastrutture, con i mezzi di trasporto.</p>
<p>La forma ‘società per azioni’, le banche d’affari, nascono per realizzare queste infrastrutture fisiche, il Canale di Suez, le reti ferroviarie, i porti. Uno dei principali partner finanziari dei fratelli Péreire, grandi protagonisti degli articoli di Marx per la ”Tribune”, è quel De Ferrari a cui si deve il lascito che ha permesso di costruire il porto moderno di Genova. Uno dei principali partner finanziari di Lesseps, non a caso da lui nominato Vicepresidente della Compagnia del Canale di Suez, è quel barone Revoltella al quale si deve la prima impostazione “logistica” del porto di Trieste. Grazie a lui la prima nave che attraversa il Canale è una nave partita dal porto di Trieste e battezzata non a caso il “Primo”. Nel ricostruire la storia economica di quegli anni ero guidato da un gigante della storiografia, David S. Landes, autore di uno dei più bei libri di storia mai scritti, quel Bankers and Pashas che riacquista oggi grande attualità con il protagonismo finanziario degli emiri del Golfo. Ma non mi bastava conoscere meglio la storia che Marx aveva sotto gli occhi e quindi, con il senno del poi, scoprirne altri aspetti a lui rimasti oscuri o ignoti, avevo bisogno di capire meglio quel che stava sotto i miei occhi. Non era concepibile, e non lo è per me nemmeno oggi, prendere in mano un testo di Marx senza essere immediatamente attratti dalla curiosità di capire ciò che succede intorno a noi in modo da verificare fino a che punto funziona lo schema interpretativo che Marx ci offre. Perché funziona sempre, in maggior o minor misura.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/piacentini.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-46402" alt="piacentini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/piacentini-1024x768.jpg" width="252" height="189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/piacentini-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/piacentini-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/piacentini.jpg 1600w" sizes="(max-width: 252px) 100vw, 252px" /></a></p>
<p>L’articolo su petrolio e mercato mondiale per i “Quaderni Piacentini” è parte integrante della lettura di Marx. Era stato preceduto da due altri articoli, sempre sui “Quaderni Piacentini”, riguardanti il Piano Chimico, un episodio non secondario della politica industriale italiana, quando ancora si faceva una politica industriale. Mi sembrava un esempio calzante di applicazione di quel concetto di “rivoluzione dall’alto” che Marx aveva cercato di definire negli scritti di quegli anni, nei Grundrisse e negli articoli per la “Tribune”. Coincidenza volle che nel ’73 scoppia la crisi petrolifera e allora quegli articoli mi appaiono in tutta la loro importanza. Altro che lavoretti per tirar su un po’ di soldi! Sono linee di lettura della realtà che permettono di capirla, di capire cosa ci sta sotto, né più né meno che “Le lotte di classe in Francia”, sono strumenti di una potenza interpretativa che regge benissimo anche oggi e che la ricerca storica successiva ha convalidato. Il fascino di quegli articoli sta anche nel semplice fatto di essere scritti da un tedesco allora non particolarmente famoso, costretto anzi all’esilio, per un giornale americano, come se il pensiero rivoluzionario fosse già in grado di avere un’estensione adeguata al mercato mondiale e i collegamenti tra gruppi e movimenti avessero già un campo d’azione intercontinentale. Le biografie di quelli che furono i primi “rivoluzionari di professione”, proletari come Weitling, sarto di mestiere, o di altri come lui, ci raccontano di uomini che si muovevano, per amore o per forza, da un paese all’altro. E questo orizzonte internazionale bisogna sempre tenerlo presente quando si legge Marx.</p>
<p>Non so quanto valgono oggi questi miei scritti del ‘73/’74, può darsi che siano da buttare nel cestino. Ma quello che sicuramente è ancora valido è il metodo che avevo seguito nell’avvicinarmi a quei temi: per leggere Marx occorre avere una forte tensione politica sul presente. Per leggere Marx occorre avere una forte partecipazione politica nelle lotte del presente, Marx non è roba per contemplativi, mistici e altre categorie affini. O per imbecilli (una quota non irrilevante di “marxisti” appartiene purtroppo a questa categoria). Per leggere Marx non occorre essere marxista, anzi è meglio non esserlo, occorre avere libertà di pensiero, tanta. Non avere pregiudizi, non avere schemi di pensiero predefiniti, non avere ideologie. Lui ti insegna a capire la ratio invisibile che sta dietro alle cose, non ha la pretesa di spiegartele. Ti prende semplicemente per il braccio e ti dice: “Vieni qua. Mettiti qua e alza gli occhi, guarda da questo angolo visuale”. Ti mette semplicemente nel punto giusto di osservazione e ti dice: “Da qui io vedo questo. E tu?” Non è prescrittivo, è maieutico.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/altan-2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-46403" alt="altan-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/altan-2.jpg" width="300" height="316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/altan-2.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/altan-2-285x300.jpg 285w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Io venivo dagli anni 60, dal maggio francese, dalle lotte dei tecnici, dagli scioperi selvaggi alla Fiat, e non avevo intenzione di tirare i remi in barca, volevo creare uno strumento di ricerca che contenesse, come programma, i valori espressi da quei movimenti di massa. Non volevo essere un intellettuale “organico”, ma volevo dimostrare di saper usare gli strumenti di lavoro degli intellettuali, in particolare gli utensili di uno dei mestieri cognitivi più belli e affascinanti, quello dello storico, per poterli usare in maniera diversa. “Militante” la chiamammo allora, Primo Moroni, Bruno Cartosio, Franco Mogni, Giancarlo Buonfino ed io, facendo sorridere di commiserazione gli storici accreditati e ancor più gli aspiranti tali. Così nasce la rivista “Primo Maggio”, il saggio su Marx appare, in forma ridotta, sul numero uno e apre un filone di ricerca che avrebbe fatto strada, quello sulla moneta. Lapo Berti, Andrea Battinelli, Franco Gori, Christian Marazzi, Marcello Messori, Serena Di Gaspare, Mario Zanzani ed altri raccolgono il testimone. Avevamo trent’anni, avessimo saputo che 35/40 anni dopo la finanziarizzazione avrebbe raggiunto il grado di mostruosità di oggi! Ancora una volta la realtà ha superato l’immaginazione. Noi a rivisitare con cautela Bretton Woods e quelli a preparare una bolla che vale undici volte il PIL mondiale! Siamo stati ingenui? Sì, ma alzi la mano chi è stato così “scafato” da capire tutto in anticipo.<br />
Diciamo allora che questa riedizione di vecchi testi serve solo a far capire oggi quanto fossimo ingenui allora? Per questo sfizio valeva la pena mangiarsi i soldi per la stampa? Eh sì, perché non sono affatto convinto che fossimo tanto ingenui e sprovveduti e per dimostrarlo ho voluto inserire due testi scritti oggi. Parlano del presente, di cose che tutti hanno sotto gli occhi e tutti possono giudicare se il modo in cui le interpreto è così superficiale o ingenuo o “ideologico”. Non ho adottato un diverso schema di lettura da quello che mi è servito per lo shock petrolifero, non mi sono messo da un angolo visuale diverso. Certo, non ho alle spalle anni di lotte ma sei lustri di lavoro nel settore, perlomeno posso dire che parlo con un’esperienza personale sul gobbo, mentre di petrolio ne sapevo poco o niente oppure quel poco che mi capitava di sentire alle riunioni del Comitato di lotta dell’ENI o Collettivo della Snam Progetti (tra l’altro, se non ricordo male, fu grazie a questi compagni che potei accedere alla biblioteca aziendale dell’ENI dove trovai molti materiali indispensabili alla stesura del saggio, gli altri li trovai alla biblioteca dell’USIS di Milano). Ho scelto d’inserire questi due saggi, scritti ora, sullo shipping e sui porti perché parlano anch’essi di mercato mondiale (oggi chiamato ‘globalizzazione’), di mezzi di trasporto, di infrastrutture e di banche, parlano dell’ultimo capitolo di quella storia cominciata con i fratelli Péreire e così lucidamente analizzata da Marx. Allora c’era da tagliare l’istmo di Suez, oggi si allarga il canale di Panama, allora il compito di rastrellare capitali presso le corti e le cancellerie d’Europa era svolto da spregiudicati banchieri d’affari, oggi il compito di racimolare soldi presso piccoli risparmiatori e di spennarli con investimenti sbagliati è distribuito tra una miriade di società finanziarie protette dallo Stato. Su questi temi ho chiesto a Gian Enzo Duci, giovane Presidente degli Agenti marittimi genovesi e docente all’Università di Genova, di scrivere qualcosa anche in contraddittorio con le mie opinioni. Lui è uno del mestiere, che sta dentro le cose, un operatore, non un osservatore esterno come, malgrado tutto, sono io. Ma ha sempre dimostrato interesse per quello che scrivo, pronto a rimettere in discussione qualche sua opinione consolidata e io ho imparato parecchio da lui. Lo ringrazio di aver accettato.</p>
<p>Mi si può dire che dietro i miei scritti di allora c’era l’offensiva operaia, era quella che mi dava la credibilità. Mi si può dire: “il valore delle tue analisi non era dato dal metodo o dall’ispirazione marxista, bensì da una congiuntura di particolare contestazione del sistema capitalistico. Oggi chi lo contesta? Oggi dove sono le lotte operaie? Oggi dov’è la classe operaia? Proprio tu con i tuoi scritti sul postfordismo ci hai riempito la testa sul tramonto della classe operaia!”<br />
Un momento. Sarà finita la classe operaia come soggetto politico importante, ma non la forza lavoro da cui estrarre qualcosa che avevamo chiamato plusvalore. E poi chi vi dice che la lotta operaia nelle sue forme tradizionali è estinta? Proprio lo sciopero dei portuali di Los Angeles del dicembre 2012, di cui parlo nel secondo dei due scritti, dovrebbe far riflettere, soprattutto per alcune sue modalità non meramente “difensive”. Dalla California l’agitazione nei porti americani si è estesa alla costa orientale ed è andata avanti per mesi. Il 28 marzo di quest’anno sono entrati in sciopero i portuali di Hong Kong ed hanno tenuto duro per un mese, accampandosi davanti ai terminal, così, senza una dirigenza sindacale, senza un comitato di lotta formalmente costituito. E se qualcuno avesse la pazienza di seguire le riviste di settore dei trasporti che informano settimanalmente o giornalmente su quanto succede nel mondo, si accorgerebbe che la conflittualità nei porti, negli aeroporti, sulle autostrade, sui traghetti, nelle piattaforme logistiche, è molto elevata, senza confronti con gli altri settori industriali o commerciali. In questo filone s’inseriscono anche i due scioperi generali, ben riusciti, indetti dai Cobas nei magazzini e nelle piattaforme della logistica in Italia nei primi mesi di quest’anno 2013. Non si tratta soltanto di “segnali” ma di una condizione strutturale propria di un settore dove lo sciopero, ancora, per ragioni tecnico-organizzative, può “far male” e dove la forza lavoro ha ancora un potere d’interdizione quasi intatto. Non è fantascienza dire che uno sciopero dei trasporti e della logistica bene congegnato, anche con poche forze, può mettere in ginocchio un paese nel giro di un paio di giorni.<br />
Trasporti e logistica non li ho scoperti adesso o quando, espulso dall’Università, mi sono messo a fare il consulente. Erano già un tema all’ordine del giorno della rivista “Primo Maggio”, che nel 1978 pubblica un articolo sulla storia del container e nello stesso anno un intero Dossier sulle lotte nel settore dei trasporti di merce. Un secondo Dossier della rivista sarà dedicato alla moneta. Finanza e trasporti, i due filoni del discorso di Marx negli articoli per la ‘Tribune’, ci hanno dettato l’agenda.<br />
Non c’è molto altro da dire. Spero con queste righe di aver dimostrato che i saggi qui pubblicati, benché i loro titoli possano far pensare il contrario, non sono scollegati tra loro, anzi, per certi versi sono interdipendenti. Il che non li rende migliori ma almeno fa capire benissimo l’autore da che parte sta. “Dalla parte del torto”, direbbe Piergiorgio Bellocchio, che con Grazia Cerchi ha fondato e diretto i “Quaderni Piacentini”, una splendida rivista, dove l’intellettualità italiana ha avuto, per un ventennio, modo di riscattarsi.</p>
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		<title>Errorismo di Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 05:16:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Bologna Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato. Laterza, Bari 2010. Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36801" title="63966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, <strong>Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato</strong>. Laterza, Bari 2010.<br />
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre autori di questa nuova prova della miseria italiota vanno oltre il negazionismo. L’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Nel libro in questione Toni Negri appare invece come un criminale dal volto ancora sconosciuto, grazie alla “copertura” dei servizi di Stato deviati e golpisti. “Getti la maschera” continua a gridargli Calogero, “scopra finalmente il suo volto”, “esca dal suo nascondiglio”! E questo lo grida a un uomo bersagliato per mesi da titoli cubitali dei giornali come l’ispiratore di 17 omicidi (così recitava il primitivo mandato di cattura stilato da Calogero), a un uomo del quale sono stati gettati in pasto alla folla affetti personali e appunti sul notes, agende telefoniche e abitudini quotidiane. Toni Negri tra galera e domicili coatti si è fatto 11 anni. E qui viene definito come uno che lo Stato ha colpevolmente protetto.<br />
Sono passati poco più di trent’anni da allora e trent’anni esatti dalla sconfitta della classe operaia Fiat dopo l’occupazione durata 35 giorni. Trent’anni lungo i quali tanti fili si sono spezzati, tante sequenze sono state interrotte, tranne una sola: l’umiliazione del lavoro. A leggere oggi certe testimonianze su come vengono trattati i giovani laureati negli stages, a scorrere le cronache sui 35 operai morti nelle pulizie delle cisterne, a navigare sui blog dove centinaia di giovani italiani raccontano d’essersene andati da un Paese per loro invivibile, viene da dire: “Sono stato di Potere Operaio e ne sono orgoglioso”.<br />
<span id="more-36800"></span><br />
 Potere Operaio voleva dire che il lavoro non si deve lasciar umiliare, e se qualcuno – chiunque sia – vuole umiliarlo, il lavoro deve ribellarsi, deve alzare la testa. E’ l’unica condizione perché in un Paese ci sia democrazia. E’ l’unica condizione perché un Paese possa valorizzare le sue risorse umane, è l’unica condizione perché nell’impresa ci sia innovazione, è l’unica condizione perché il servizio pubblico sia rispettoso dei cittadini, è l’unica condizione che permette alla maggioranza di vivere meglio. Perché la maggioranza dei cittadini di questo Paese vive del proprio lavoro.<br />
Ma forse c’è un’altra sequenza che non si è mai interrotta: la disinformazione. Non si è mai fermato il degrado dell’informazione quotidiana, un degrado morale e linguistico. Basta poco, basta sfogliare un grande quotidiano italiano e un grande quotidiano tedesco, britannico, francese, americano, spagnolo. C’è un abisso. “Il ritorno dei cattivi maestri”, titolava l’altro giorno in prima pagina “La Stampa” l’articolo di un suo giornalista. Torna la solfa dei cattivi maestri. E torna non a caso in un momento di crisi politico-istituzionale che apre una fase oscura, inquietante, dove quel poco di Stato che ancora esiste ed esiste perché c’è della gente che ci dedica tutti i suoi talenti, le sue energie, gente che cerca di arginarne lo sfascio, rischia di sgretolarsi. Si fregano le mani in tanti che Berlusconi sia al tramonto, ma troppi tra questi hanno dato una spinta perché il lavoro venisse umiliato. Non solo c’è un’opposizione inesistente ma anche quella che sembra più intransigente, ci marcia con la solfa dei cattivi maestri, affonda le mani in questa melma.<a href="http://www.youtube.com/watch?v=tquP3Gg169s&#038;feature=channel"> Sul blog di Beppe Grillo</a> si poteva da settimane leggere le affermazioni di un giornalista, un certo Fasanella non nuovo a questa bravate, che anticipava le tesi di Calogero e accostava le “coperture” di cui avrebbe goduto l’Autonomia padovana a quelle che rendono ancora insoluto il mistero di Ustica. Abbiamo perduto amici, alcuni dei quali erano come fratelli, morti prematuramente, logorati dalla persecuzione giudiziaria, da carceri preventivi: Luciano Ferrari Bravo, Emilio Vesce, Augusto Finzi, Sandro Serafini, Guido Bianchini. Non possiamo tollerare che le loro tombe vengano insozzate in questo modo!<br />
E’ un brutto momento e può succedere di tutto. Se è vero che l’imbeccata di questa nuova campagna contro i “cattivi maestri” è venuta da alte cariche dello Stato c’è da stare in guardia, vuol dire che la crisi politico-istituzionale è più grave di quanto appaia. Proprio in questi giorni esce nelle librerie l’edizione completa, digitalizzata, della rivista “Primo Maggio”. Ecco il volto dei cattivi maestri, ecco le loro parole. Volete scoprire la loro faccia? Leggete, banda di miserabili. A 30 anni di distanza quei lavori di ricerca, di analisi, quelle inchieste, conservano la loro dignità intellettuale e spesso sono ancora attuali. Abbiamo saputo prendere le distanze allora da pratiche e discorsi dell’Autonomia e dei partiti armati. Lo abbiamo fatto per coerenza d’idee, non per opportunismo, ed è questo che determina oggi l’interesse di tanti giovani per i nostri scritti di quel tempo. Il filone di pensiero che parte dall’operaismo è uno dei pochi che ha dimostrato di resistere alla sfida della globalizzazione e del postfordismo, è rimasto al passo dei tempi. Forse perché al fondo aveva un principio saldo ed elementare: il lavoro non deve lasciarsi umiliare. Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo. Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale. Per questo dobbiamo affrontare le infamie della carta stampata a viso aperto, anzi, a brutto muso.</p>
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		<title>Radio Kapital: Sergio Bologna (come un&#8217;invettiva)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 11:36:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di sciopero]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap-300x205.jpg" alt="" title="radiokap" width="300" height="205" class="aligncenter size-medium wp-image-35912" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap-300x205.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap.jpg 594w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<em>immagine di effeffe</em></p>
<p><strong>Grêveries</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).<br />
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong><br />
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?<br />
<span id="more-35911"></span><br />
 La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale. Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose. Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”. L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale. Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione. E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.</p>
<p>Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza). Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato). Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza.</p>
<p>Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro. E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15. Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni). E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario). E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?). E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione. L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese. La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina. Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note. Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated? Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
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		<title>Radio Kapital: Romano Alquati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 08:25:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Hommage di Sergio Bologna Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2-300x225.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-32643" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2.jpg 810w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Hommage</strong> <br />
di<br />
<a href="http://www.lumhi.net">Sergio Bologna</a></p>
<p>Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, quando anch’io bene o male stavo imparando da lui e dai compagni che avevano messo in piedi i “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Quaderni_Rossi">Quaderni Rossi</a>”. Ho detto in altre testimonianze e debbo ribadirlo anche adesso che alle riunioni generali dei “Quaderni” non ricordo di aver mai aperto bocca, parlando solo se interpellato, poi magari nel gruppo milanese mi davo abbastanza da fare ma in sostanza gli anni dei “Quaderni” sono stati per me Bildungsjahre.</p>
<p>Conricerca quindi. Non è mica facile dire che significato aveva questa parola. Perché certamente si tratta di una tecnica ma non formalizzata e forse non formalizzabile. Possiede lo stesso carattere sfuggente se la chiamiamo metodo, approccio. Quindi proviamo a procedere per esclusione. L’inchiesta sociologica può essere formalizzata, anzi può essere ridotta a procedura, c’è un metodo alle spalle, un sistema di pensiero. Il metodo della storia orale anch’esso può esser formalizzato in una serie di prescrizioni, anzi, dal punto di vista della tecnica può essere ridotto a manuale.<br />
<span id="more-32642"></span><br />
E’ chiaro che nessuno di questi approcci poteva interessare Romano anche se li conosceva bene e ne prelevava tutti gli elementi utili. Ma qualunque approccio disciplinare gli sarebbe stato troppo stretto perché lui e molti di quella generazione più che un bisogno di strumenti di conoscenza avevano un bisogno identitario prepotente e sofferto, quello di liberarsi dalla stretta della storia ormai conclusa del conflitto fascismo-antifascismo, dell’Italia repubblicana, della DC e del PCI. I conflitti erano altri, il ciclo mondiale era un altro, era una cosa grossa, pesante come sarebbe stata anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Per capire i contorni del nuovo ciclo storico e trovarvi piena cittadinanza (questo intendo per bisogno identitario) Romano e prima di lui Danilo Montaldi, al quale a mio avviso Alquati deve moltissimo, scelsero di indagare<em> “l’uomo che verrà”</em>, per riprendere il titolo di un film fortunato. Cosa intendo dire? Quando Danilo parla con il militante politico di base che le ha fatte tutte o con i personaggi inurbati delle periferie milanesi, o quando Romano parla con un operaio delle Ferriere, anch’esso ancora legato più o meno al mondo contadino, mettono in moto un sistema complesso di conoscenze, memorie, sensazioni, affetti, brandelli di letture, esperienze, schiudono un piccolo “vaso di Pandora” trabordante di indicazioni su “chi siamo”, “come funziona adesso la baracca”, “chi e che cosa ci impedisce di essere liberi”, “chi ci sta raccontando delle balle”, “quali sono le cose serie, che anche tra trent’anni ci troveremo tra i piedi”, “la tecnica da che parte la prendiamo, ci opprime soltanto o ci mette in mano degli strumenti”, “quanta parte della tua memoria mi porto dentro senza saperlo”, “per cavarmela, per difendermi io ho imparato questo e questo” ecc., ecc.. Cose che possono essere riassunte nella definizione “ricerca della soggettività altrui”, io penso invece che fossero in primo luogo un modo per chiarire a se stessi la propria identità, per trovare la propria cittadinanza dentro un mondo i cui contorni si chiarivano man mano che il dialogo e la partecipazione alla vicenda operaia andavano avanti. Chi attiva veramente conricerca non si sente mai “un ricercatore”, non percepisce mai se stesso come tale, non sente mai di essere qualcosa di diverso, di “altro&#8221; dalla persona con cui sta parlando. Pertanto non ha come bisogno primario quello di conoscere i tratti formali di una disciplina, di un metodo di ricerca. Il suo bisogno primario è quello di assumere un comportamento, uno stile di relazione, un’affettività, una complicità. E’ un gesto dove mette in gioco tutta la propria fragilità e insicurezza, dove le idee confuse sulla propria identità e collocazione storica si chiariscono poco a poco. Dev’essere un gesto alla pari e al tempo stesso di distanza, niente di peggio che un rapporto vischioso, il rispetto per gli altri esige distanza. E qui, inutile girarci attorno, c’è chi ci riesce e chi no, chi ha la struttura umana, la sensibilità, l’intelligenza, la passione e chi non le ha oppure riesce ad esprimerle in altri campi. Qui c’è l’uomo e Romano era quest’uomo, inimitabile.</p>
<p>Così riusciva a vedere quel che altri non vedono, riusciva ad attribuire un valore a cose che gli venivano trasmesse che altri non sarebbero stati in grado di cogliere o che fraintendevano. Un esempio: l’analisi della passività operaia. Per gli sciocchi militanti tradizionali gli operai esistevano solo quando lottavano. Leggere in senso positivo o, meglio ancora, ambivalente i lunghi periodi di passività della classe operaia è stato un forte passo avanti, anche per indagare meglio certi periodi storici (si pensi al problema del consenso durante il fascismo). Quindi Romano ci ha insegnato a cogliere le sfumature, le sfaccettature, le enormi differenziazioni all’interno del corpo della classe operaia. Da qui nasce il concetto di composizione di classe, che poi si è rivelato assai utile per non incorrere in quelle generalizzazioni senza senso che sono la negazione stessa sia dell’indagine che dell’iniziativa. Il conflitto industriale infatti parte sempre da una situazione specifica. Dalle condizioni generali di sfruttamento (salari, ritmi, orari, ambiente, rischio), che costituiscono per così dire la piattaforma costante del conflitto, per arrivare al dunque c’è sempre bisogno di qualcosa di specifico, di esemplare.</p>
<p>Ancora due cose vorrei aggiungere. Romano non solo ci ha insegnato a non assumere il ruolo di “ricercatore” facendo conricerca, non solo ci ha insegnato a mettere da parte un ruolo professionale formalizzato per raggiungere obbiettivi più alti e a più lunga scadenza, ma ci ha anche insegnato a sostituire il concetto di “direzione” con quello di “servizio”. Non ha mai pensato di voler essere né di voler formare “dirigenti” della classe operaia, rompendo in tal modo il cordone ombelicale con la cultura e la tradizione comuniste. Aveva però chiaro in testa che c’è chi è in grado di tirare, chi ha le idee più chiare degli altri, chi vede più lontano e chi no. Non gli importava un fico secco di “scrivere per tutti”, aveva sviluppato un linguaggio tutto suo, uno stile di scrittura inimitabile, chi era in grado di seguirlo bene, chi lo trovava astruso, peggio per lui. Segno evidente di un caratteraccio, come si dice in gergo. Ma proprio per questo coloro che lo hanno conosciuto non solo cercavano di ascoltare i suoi insegnamenti, ma anche gli volevano bene. </p>
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		<title>Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[bulk cargo]]></category>
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		<category><![CDATA[Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>
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		<category><![CDATA[sistema portuale]]></category>
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					<description><![CDATA[Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti. S.B. Intervista, che potete trovare anche qui a Sergio Bologna su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale. Egea Editore, Milano 2010, pp. 325 Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="298" class="aligncenter size-medium wp-image-32285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg 631w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a>   a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica. Questo tuo nuovo libro, “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale”, ha a che fare con quella esperienza? </em></p>
<p>Direi di no, la parte dedicata ai porti italiani è una parte marginale. Per ritrovare dei collegamenti con la mia attività di ricerca si dovrebbe risalire piuttosto agli Anni 70, alle inchieste sul settore trasporto merci di “Primo Maggio” – la rivista che dirigevo allora e la cui collezione completa tra poco sarà disponibile su CD presso Derive&#038;Approdi. In un numero del 1976 già si tentava di abbozzare una “Storia del container”. Un altro mio saggio di quei tempi, la cui impostazione in un certo senso anticipa quella delle multinazionali del mare, è “Petrolio e mercato mondiale”, pubblicato su “Quaderni Piacentini” nel 1974 sull’onda del primo shock petrolifero. </p>
<p><em>Nel senso che tra la crisi attuale e la crisi petrolifera del 1973 tu trovi delle analogie?</em></p>
<p>Nel senso che si tratta di fenomeni globali, la cui portata si avverte in ogni angolo del mondo. Il settore dello shipping è per sua natura un settore globale, anzi è una delle forze motrici della globalizzazione. La novità, che io cerco di analizzare in questo libro, è che questa caratteristica si è estesa anche all’attività portuale, che per sua natura invece ha un carattere municipale.  Oggi esistono grandi organizzazioni che controllano terminal portuali in tutto il mondo. E’ un fenomeno assai recente, esploso negli Anni Novanta.<br />
<span id="more-32278"></span><br />
Non c’è un solo porto italiano di rilievo che non sia controllato da queste organizzazioni, da Gioia Tauro a Genova, da Trieste a Taranto, da La Spezia a Napoli. Sono cinesi, tedesche, di Singapore, di Dubai, vere e proprie multinazionali che impiegano le tecnologie più avanzate e portano quindi un livellamento degli standard di servizio e delle pratiche organizzative in qualunque parte del globo. L’area maggiormente interessata da questi investimenti oggi è l’Africa Occidentale. L’altra novità, anch’essa assai recente, è che le compagnie marittime, tradizionali clienti dei porti, hanno cominciato ad investire anche loro in terminal portuali, quindi è saltata la secolare divisione del lavoro tra chi trasporta la merce (il vettore marittimo) e chi fa il carico e lo scarico nei porti. La nave e il porto sono sempre stati in un certo senso antagonisti: la nave voleva fare in fretta, il porto cercava di rallentare. Oggi i porti, soprattutto nei terminal container, lavorano secondo tempi ed esigenze della nave, là dove il porto e la compagnia marittima fanno parte dello stesso gruppo c’è una perfetta integrazione tra le due fasi principali del ciclo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-214x300.jpg" alt="" title="bologna" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-32279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-732x1024.jpg 732w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna.jpg 1321w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p><em>Ma quando dici che queste organizzazioni multinazionali, queste società, controllano un porto o un terminal portuale, vuoi dire che ne sono proprietarie, come funziona la cosa?</em></p>
<p>Nella grande maggioranza dei casi sono concessionarie, ottengono cioè la possibilità di gestire in esclusiva per un lungo numero di anni una determinata banchina in cambio di un canone annuo. L’infrastruttura però rimane di proprietà dello Stato o della municipalità, le quali consegnano al concessionario delle infrastrutture che corrispondono agli standard richiesti e spesso ne sostengono i costi della manutenzione. Man mano però, visto che gli Stati, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non avevano risorse, le multinazionali si sono impegnate anche a sostenere una parte dei costi per portare a standard l’infrastruttura portuale, cioè per fare una banchina in grado di sopportare certi pesi, per approfondire i fondali, per consolidare le opere marittime. In genere lo fanno secondo il sistema pubblico-privato del project financing, che coinvolge quindi istituzioni finanziarie private e organismi internazionali come la Banca Mondiale che forniscono i capitali o le garanzie bancarie allo Stato povero di risorse. In questo caso il canone può essere ridotto a una cifra simbolica, si tratta di vedere chi sopporta i costi della manutenzione, alla fine della concessione tutto ritorna allo Stato. Ma ci sono anche casi, la Gran Bretagna è quello più famoso, dove la multinazionale diviene proprietaria dell’infrastruttura portuale. </p>
<p><em>Il ruolo della finanza, i modi di operare dell’investitore, pubblico o privato, mi sembrano aspetti importanti del tuo libro. Come mai questa forte attenzione al fenomeno finanziario</em>?</p>
<p>Sono contento che tu l’abbia colto, questo aspetto, perché lo considero il filo conduttore del mio libro, non solo nel capitolo dedicato esplicitamente alla finanza dello shipping. Intanto distinguiamo la finanza che si occupa di navi e quella che si occupa di porti. La prima raccoglie e convoglia i capitali necessari alla costruzione delle navi. Capitale mondiale di questo settore della finanza è la Germania. Quindi mi è parso opportuno dedicare un intero capitolo allo straordinario sviluppo di questo settore, ma anche alle follìe che ha commesso durante l’ultima fase del ciclo economico mondiale, quella che precede la crisi, con dei comportamenti che sono stati molto simili a quelli sui derivati e con conseguenti crolli che hanno dato un severo colpo alla stabilità del mondo bancario tedesco nel suo insieme, pubblico e privato. La massima parte di questi investimenti sono stati realizzati per costruire navi portacontainer di dimensioni sempre maggiori. Con la crisi, una parte di queste navi sono state bloccate nei cantieri, un’altra, appena varata, è stata messa in disarmo. Si valuta che l’11,6% della flotta mondiale di navi portacontainer sia ferma per mancanza di carico. “Le navi come titoli tossici”, recita infatti uno slogan di noti analisti finanziari. </p>
<p><em>Quindi questo mercato finanziario si è fermato? Le banche sono state risanate dagli Stati, sono fallite? Oppure gli investimenti si sono diversificati?</em></p>
<p>Esattamente. Assistiamo a un fenomeno interessante di diversificazione, che ho cercato di analizzare nel capitolo “non si vive di solo container”. Le navi portacontainer sono una delle tante tipologie di navi in circolazione e non sono state le uniche ad essere colpite severamente dalla crisi, per esempio le car carrier, specializzate nel trasporto di veicoli, sono state investite dalla crisi del settore dell’auto in maniera ancora più pesante, così come le bulk carrier per il trasporto di rinfuse solide (carbone, altri minerali). Invece gli investimenti oggi si orientano verso le navi multipurpose che possono trasportare prodotti di ogni genere, ma anche container, stivati su ponti diversi, oppure sulle navi per il trasporto di pesi eccezionali, le cosiddette heavy lift autoaffondanti. Dal punto di vista del mercato della logistica si dice che questo è il segmento del project cargo, molto remunerativo. Lo spostamento dell’interesse dell’armamento e della finanza verso questo settore è simboleggiato dalla costituzione, nella primavera del 2009, del cosiddetto Heavy Lift Club, un’Associazione, a fini di lobbying evidentemente, cui partecipa una dozzina di compagnie marittime specializzate in questo tipo di traffici. Analoga diversificazione si verifica anche negli investimenti portuali ed io ho dedicato un’analisi particolare a un caso specifico, quello del fondo d’investimenti Babcock&#038;Brown, giunto sull’orlo del fallimento, che ha dovuto cedere i suoi asset portuali a una grande società finanziaria canadese, la Brookfield Asset Management, specializzata nelle energie alternative e nella costruzione di pubbliche utilities. Il criterio dell’investimento è stato quello di scegliere terminal portuali non di container, ma bensì terminal specializzati nelle rinfuse o nel cargo tradizionale, nella filiera della carta e così via. In conclusione, sia la finanza specializzata nella costruzione di navi, sia l’armamento, sia la finanza specializzata negli investimenti in utilities sta abbandonando il settore del container e si orientano decisamente verso il settore del general cargo cosiddetto “tradizionale”, che nel frattempo però ha avuto uno straordinario sviluppo d’innovazione tecnologica nel disegno delle navi, per cui chiamarlo “tradizionale” è un modo con cui si rischia di falsificare la realtà. I porti italiani, che invece sono ossessionati dal container e progettano tutti investimenti faraonici in banchine dedicate al container, dovrebbero tener conto di questa tendenza e non percorrere la strada suicida della monocultura del container.</p>
<p><em>Mi sembra che nel tuo libro ci sia anche il tentativo di dare una spiegazione a questo fenomeno della diversificazione. In particolare tu parli di un possibile spostamento dei flussi di traffico dalle rotte est-ovest verso le rotte nord-sud a seguito della crisi. La relazione tra questi due fenomeni non è chiara immediatamente, per chi non è addentro nel settore. Potresti provare a spiegarla in modo che sia percepibile anche al lettore non specializzato?</em></p>
<p>La sequenza del ragionamento a me pare assai limpida, mi dispiace di non esser riuscito nel libro, evidentemente, ad essere chiaro. Primo passaggio: lo sviluppo del traffico container è stato trainato dai consumi delle società avanzate (Nordamerica ed Europa) di prodotti fabbricati in Cina o in altri Paesi del Far East. I volumi sulle direttrici est-ovest hanno avuto una crescita spettacolare tra il 2002 e il 2007, il cosiddetto “super ciclo”. La crisi è stata determinata dalla caduta dei consumi nel Nordamerica e ingigantita dall’avventurismo della finanza. Secondo passaggio: i Paesi avanzati (Nordamerica ed Europa) forse non raggiungeranno mai più i livelli di consumo di questi anni, la Cina ha cambiato il suo modello di sviluppo, non più export oriented ma tutto concentrato sullo stimolo della domanda interna. Quindi il mercato del container sulle rotte est-ovest è destinato a restare stagnante per molti anni a venire, Drewry valuta che nel Sudeuropa solo nel 2013 si raggiungeranno di nuovo i volumi del 2008, per crescere poi a tassi molto meno elevati che nel periodo 2002-2007. Terzo passaggio: quali sono invece le prospettive positive dei traffici? Quelle generate dalla domanda dei Paesi dell’Asia (India in primo luogo), dell’America Latina (Brasile soprattutto) e dell’Africa, una domanda non tanto di beni di consumo ma soprattutto di beni d’investimento nella ingegneria civile, nella ricerca di fonti energetiche, nell’impiantistica, tutte merci che vengono trasportate su navi multipurpose o heavy lift su rotte nord-sud. A questo si aggiungono nicchie di mercato che sono tutt’altro che secondarie, la sostituzione delle piattaforme off shore divenute obsolete, per esempio. Intendiamoci, questo mercato non avrà la forza sostitutiva per riempire il buco del container, però sarà una grande occasione di business per operatori logistici, compagnie marittime e investitori. L’armamento italiano tra l’altro dispone di due specialisti del settore: Grimaldi per le multipurpose e Messina per le rotte nord-sud, mentre nel settore heavy lift l’industria italiana dispone di un grande operatore logistico come Fagioli. Mancherebbero all’appello solo i porti italiani, che non vedono altro che container e crociere.</p>
<p><em>Conoscendoti, i tuoi lettori si sarebbero aspettati un libro focalizzato più sul lavoro portuale che sulla finanza.</em></p>
<p>E’ vero, è un libro che guarda al capitale più che al lavoro. Tuttavia mi pare di aver lanciato qua e là degli spunti di riflessione. Innanzitutto nel porre l’interrogativo se un terminal portuale può essere ridotto alla logica della catena di montaggio. Ho risposto di no, il lavoro in un terminal portuale è sottoposto a tante incognite che non sarà mai possibile averne la certezza del funzionamento quanto in una catena di montaggio. Attenzione: questa imprevedibilità, che richiede quindi decisioni prese al momento da parte del fattore lavoro, persiste anche in presenza di una forte automazione del ciclo di sbarco e imbarco. Amburgo e Rotterdam oggi presentano dei terminal container con il massimo di automazione possibile allo stato attuale della tecnologia eppure l’incognita quotidiana richiede sempre un intervento umano decisivo. L’altro spunto che ho offerto riguarda proprio il settore multipurpose e dei carichi eccezionali. Nel presentarsi alla stampa, il Club Heavy Lift appena costituito, ha lamentato apertamente che nei porti, a causa della monocultura del container, siano andate perdute molte professionalità specializzate nello stivaggio di navi “tradizionali”. Anche i capitani delle navi ormai hanno perduto questa capacità, abituati al fatto che nel container tutto è programmato da un piano di carico fatto al computer. Infine uno spunto è stato proposto nella parte riguardante i costi operativi delle navi portacontainer. Il costo dell’equipaggio è ancora la voce più importante (sul 35% in media del totale) ma la voce di costo che è andata aumentando di più negli ultimi anni è quella maintenance and repair. Perché il prezzo dell’olio lubrificante è andato alle stelle? Non prendiamoci in giro: perché la forza lavoro sulle navi è sempre meno qualificata e non sa effettuare operazioni anche elementari di manutenzione e riparazione, ma soprattutto perché le tabelle d’armamento sono ridotte all’osso, il numero di marinai presente sulla nave è il minimo richiesto, non ha nemmeno il tempo di effettuare operazioni di manutenzione e riparazione. Negli anni del “super ciclo” lo sfruttamento in termini di ritmi di lavoro è stato davvero pesante e altrettanto la sollecitazione cui sono stati sottoposti i motori e le apparecchiature ausiliarie. Tra l’altro, le tecnologie impiegate sulle navi sono sempre più sofisticate e quindi la forza lavoro dovrebbe essere all’altezza di questi progressi. Purtroppo spesso accade il contrario.</p>
<p><em>Nel primo capitolo, memore della tua passata attività di storico, ti sei concesso un divertimento sul passato di Trieste, oppure è solo un omaggio alla tua città natale?</em></p>
<p>Né l’uno, né l’altro. Ho voluto sottolineare l’importanza della finanza nello sviluppo delle grandi infrastrutture di trasporto. Bene o male sia Genova che Trieste sono nate come porti moderni grazie a due uomini di finanza. Il Canale di Suez e le linee ferroviarie dell’Ottocento sono state finanziate grazie a delle operazioni bancarie azzardate ma innovative. La banca d’affari moderna nasce dal Crédit Mobilier dei fratelli Péreire, le società per azioni nascono in quel contesto. Anche qui c’è un collegamento con la mia attività di ricerca degli Anni 70 ed in particolare con il mio saggio sugli articoli di Marx per la “New York Daily Tribune”, fondamentali per comprendere la sua teoria del credito e illuminanti sulla natura delle crisi finanziarie moderne. Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</p>
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		<title>A gamba tesa: Sergio Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 14:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[recessione economica]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata. Effeffe ps Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata</em>. Effeffe<br />
ps<br />
Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste qui. Tanto per cominciare,<br />
Centro Studi Franco Fortini ovvero <a href="http://www.ospiteingrato.org/Interventi_Interviste/Bologna_68_Siena.html">l&#8217;Ospite Ingrato</a><br />
a seguire:</p>
<p><a href="http://georgiamada.splinder.com/post/19040293#more-19040293">Georgiamada</a><br />
<a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/post/19062801/A+gamba+tesa:+Sergio...">In sonno e in veglia</a><br />
<a href="http://scriptavolant.net/blog/index.php/luniversita-il-caos-lidentita/">Scriptavolant</a><br />
<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1198.html">Il primo amore</a><br />
<a href="http://bellaciao.org/it/spip.php?article21967">Bellaciao</a><br />
<a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&#038;file=article&#038;sid=5244&#038;mode=thread&#038;order=0&#038;thold=0">Come Don Chisciotte</a><br />
<a href="http://annaritabriganti.blog.dada.net/archivi/2008-11-14">Annarita Briganti</a><br />
<a href="http://rivistatabard.blogspot.com/2008/11/toxic-asset-toxic-learning.html">Tabard</a><br />
<a href="http://article.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3241">GMANE</a><br />
<a href="http://www.scrittinediti.it/blog/tag/sergio-bologna/">Scritti inediti</a><br />
<a href="http://roma.indymedia.org/taxonomy/term/4142">Roma Indymedia</a><br />
<a href="http://caparossa.noblogs.org/post/2008/11/15/a-gamba-tesa-sergio-bologna-sull-onda">Caparossa</a><br />
<a href="http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/sergio-bologna-a-gamba-tesa-sugli-studenti-2.html">Senza soste</a><br />
<a href="http://biancamadeccia.wordpress.com/2008/11/13/sergio-bologna-a-gamba-tesa-su-nazione-indiana/">Bianca Madeccia</a><br />
<a href="http://melpunk.splinder.com/post/19040900/Sergio+Bologna+a+gamba+tesa">Melpunk</a><br />
&#8230;e tanti altri che invito a segnalarsi nei commenti. Grazie a tutti.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/jYPDfvDxSDc&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><strong>Toxic asset – toxic learning</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
<em>Nello spirito del ’68 – senza nostalgie nè tormentoni</em><br />
(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)</p>
<p>State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.<br />
Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto.<br />
Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.</p>
<p>Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’ di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all’ultimo minuto perché richiamato d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.<br />
<span id="more-10870"></span></p>
<p>Ma voi vi occupate – giustamente – dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono, docenti in testa e politici d’opposizione e magari anche qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto sommato tira un’aria di consenso attorno a voi. Non era così nel ’68, forse perché allora un po’ di violenza c’era, in parte provocata dal comportamento dello stato o delle forze dell’ordine. Ma quel che di buono c’era allora, di eccezionale, era la grande voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più, volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa succedeva nei paesi comunisti, o nell’America Latina dove sei mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che cos’era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un ospedale e come venivano trattati i malati. E’ questa grande voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo tra di voi. O, meglio, che all’esterno non si vede, non si percepisce.</p>
<p>Volete salvare l’Università, così com’è? Spero di no. Com’è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si taglia malamente, d’accordo, ma ieri si è speso peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo. L’Università si è allargata  come un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po’ dinamico riusciva ad avere il suo pezzetto d’Università. L’Università come retail. Alla qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non fosse – come ci raccontavano – animato dalla nobile intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti precari e malpagati. Se non temessi d’essere frainteso vi direi: “La difendano loro questa Università, i professori”. Voi che c’entrate? Avete mai avuto modo di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla base della configurazione dell’Università com’è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il miglioramento. “Mangia questa minestra o salta da quella finestra”. E quasi uno studente su due salta, il tasso di abbandono nell’Università italiana – leggo sul sito www.lavoce.info – è vicino al 50%. E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva “E’ uno spostato”.<br />
“Gli studenti italiani potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i servizi che offrono”, scrive Roberto Perotti, nel libro L’Università truccata (Einaudi, Torino 2008) – un libro che spero tutti voi abbiate almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle scarse risorse dedicate in Italia all’Università. Sono scarse se si calcola l’ammontare della spèsa diviso per il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a tempo pieno, l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.</p>
<p>Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma di alta politica. E come nel ’68 gli studenti francesi avevano lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così quarant’anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l’uno alto alto, rigido e solenne come una statua di cera, l’altro piuttosto basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa è l’alta politica che vi spinge all’azione mi sentirei in tutta franchezza di dirvi “scegliete un percorso diverso” perché altrimenti rischiate di farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della signora Gelmini ma un pensiero economico bipartisan che non ha mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un mercato ma tutto assomiglia a un gioco d’azzardo con i soldi dei lavoratori e della middle class che vive del proprio lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella storia recente. Un sistema la cui follìa era già evidente a tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e plusvalenze. Un sistema che in nome dell’efficienza e della competitività distruggeva soprattutto le competenze, il capitale umano (quando si licenzia per diminuire l’incidenza dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite, cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella società le abissali differenze di reddito esistenti nelle grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha ridotto l’Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come ben testimonia l’indagine Bankitalia sulle famiglie italiane. Un sistema che ha consentito<br />
“a chi lavorava nella finanza di guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più rispetto agli altri settori” – scrive Esther Duflo, che insegna al MIT di Boston &#8211; e aggiunge:<br />
“Il problema delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che in un’ora guadagnavano 17mila dollari”,</p>
<p>e conclude il suo intervento con queste parole:<br />
“Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata. L’unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati”. </p>
<p>Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l’opinione corrente è unanime nel dire: “E’ accaduto un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un afroamericano”. Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti della politica. Queste elezioni sono state importanti perché dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del proletariato, ma della middle class (di cui fanno parte anche strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio che per più di un secolo ha fatto da collante alla credibilità dell’american dream e che da alcuni anni – proprio in conseguenza dei processi scatenati da una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di avventurieri e di giocatori d’azzardo – ha subìto un processo d’impoverimento che non trova paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza alla disgregazione sociale e all’impoverimento della middle class hanno cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi, stucchevoli, “politicamente corretti” leader della cosiddetta Sinistra, di “quote rosa”, di gay, non ha parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette, è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i giovani, che al 70% hanno votato per lui. Ha colto la grande tendenza dell’epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l’ultimo mio libro si intitolava “Ceti medi senza futuro?” e non se l’è filato nessuno).</p>
<p>Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro sistema di pensiero, per procurarvi strumenti critici in grado di capire com’è accaduto quel che è accaduto e quali sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi vent’anni hanno dominato l’economia, senza che venissero contestati né da Destra né da Sinistra – a parte qualche voce isolata di studioso. “Un sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities” &#8211; recitava la litania liberista in questi anni. Balle! Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso di “cantare”, di svelare gli imbrogli. Una “gola profonda” è stata all’origine di tutto, non certo l’FBI!  Negli anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui l’Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade, Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo stesso se non peggio potrebbe dirsi di Telecom), suggellando il suo “golpe bianco” con l’accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i Colaninno, i Gavio – li ritroviamo tutti guarda caso oggi nella vicenda Alitalia. L’Università di Siena ha la reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è una solita crisi ciclica, forse un po’ più acuta ma in sostanza è tutto normale, razionale, un po’ di eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo, è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema, questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è l’esatto contrario della knowledge economy di cui si riempiono la bocca, l’esatto contrario di un sistema meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a farvi flebo d’ideologia liberista – allora mandateli loro a protestare nelle piazze per i tagli all’Università.<br />
Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di autoformazione. </p>
<p>Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai accaduto nell’ultimo secolo e cioè che istituzioni e persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche pubbliche come la Landesbank della Baviera).<br />
C’è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna?<br />
Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa si poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi anni immaginare una società diversa che non fosse un’utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo anch’io: costruendo percorsi comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione all’isolamento, dall’individualismo e soprattutto dall’illusione che “una buona preparazione universitaria”, corredata magari da qualche corso o master post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o dall’umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un puro costo.<br />
In un paese dove i salari d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani riacquistano  un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro oppure l’università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e meschina la strategia del padronato italiano da vent’anni a questa parte. Squallido il mondo dell’informazione che su questa realtà tace o si sofferma di sfuggita. Quarant’anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne presenti l’occasione! Usate la grande risorsa del web per procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.<br />
Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro, quando escono dall’Università. Frequentate i blog dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi seriamente se val la pena di studiare in un’Università com’è fatta oggi oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un’estetica della protesta, efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio d’anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi stancamente, parole d’ordine che sono ormai diventate banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene nulla in testa?</p>
<p>Ho insegnato all’Università per quasi vent’anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni d’insegnamento li ho passati all’Università di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo definitivo dall’insegnamento e andava in pensione un anno prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato, com’è d’uso, alla lectio magistralis. E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo. “ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà verso gli studenti”. Quanti docenti italiani farebbero lo stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra. Malgrado l’Università italiana sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull’obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità, svincolati dall’obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.</p>
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		<title>&#8220;eppur si muore&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Bologna Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/beghelli.jpg" alt="beghelli.jpg" /></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
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		<title>Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 07:31:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, Parole sante. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, in movimento di molte delle riflessioni che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/cipputi2jp.jpg' alt='cipputi2jp.jpg' /><br />
Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q3zdxkxsRVI"><em>Parole sante</em></a>. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, <em>in movimento</em> di molte delle riflessioni che hanno animato quella straordinaria scuola di pensiero politico e sociale che è stata <a href="http://multitudes.samizdat.net/spip.php?rubrique544">l&#8217;operaismo</a>, e per certi versi determinate analisi del mondo attuale scaturite da quelle tesi. Insomma, gli ho detto: &#8221; Sergio, devi assolutamente vedere <em>Parole Sante</em>&#8220;.</p>
<p> La mia tesi è  che Ascanio Celestini, tra tutti gli autori che in Italia si sono occupati di lavoro precario-  e a loro va comunque riconosciuto il merito di essersi rivolti a quei cambiamenti- è riuscito a &#8220;raccontare&#8221; più che semplicemente descrivere o <em>croniquer</em> le mille trappole del lavoro precario e lo ha fatto da una prospettiva distante anni luce dal miserabilismo e dalla compiacente mortificazione delle persone asservite all&#8217;ideologia del &#8220;posto fisso&#8221; secondo una logica e visione dei sindacati &#8220;attuali&#8221; in Italia. La storia di <strong>Parole sante</strong>, del resto, non è una storia di parole, ma di esperienze. E per osservare un&#8217;esperienza bisogna mettere le facce di chi l&#8217;esperienza la fa, soprattutto sulla propria pelle. E non smette di sorridere nemmeno quando è nel pieno della battaglia. </p>
<p><strong>Innanzitutto </strong>cos&#8217;è l&#8217;operaismo?<br />
Scrive Mario Tronti*<br />
<span id="more-5426"></span></p>
<p>&#8220;E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e pratica della politica, in un ambito determinato, quello della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte, la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in crisi il meccanismo della produzione capitalistica. Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di giovani forze intellettuali che si incontravano con le nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi fabbriche dalla fase taylorista e fordista dell’industria capitalistica.</p>
<p>Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In Italia, c’è in quel periodo il decollo di un capitalismo avanzato, il passaggio da una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo. Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione sociale con welfare State, modernizzazione politica con governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69, contestazione giovanile più autunno caldo degli operai, quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere direttamente sul profitto.</p>
<p>E questo poté avvenire, anche perché c’era stato l’operaismo, con il richiamo alla centralità della fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza politica che ha contato storicamente, cioè in una situazione storica determinata.<br />
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica, alla contraddizione fondamentale. Questa veniva individuata all’interno stesso del rapporto di capitale, quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava, se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di linea, l’operaio alla catena di montaggio, nell’organizzazione fordista del processo produttivo e nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo. Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo lavoro.</p>
<p>Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del capitale, capitale variabile distinto dal capitale costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì, l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.<br />
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di movimento della società capitalistica, andavamo a studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo capitalistico, hanno costretto il capitale all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento sociale. La classe operaia non è classe generale. Così l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx: il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta l’umanità.</p>
<p>Questo processo è già avvenuto, limitato al solo Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione, benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice, a un processo di stabilizzazione del sistema capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo, ordine mondiale di dominio che scende dall’alto dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una servitù volontaria.</p>
<p>L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna. Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.<br />
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale senza accentramento statale delle monarchie assolute. La storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose diverse la conquista del potere e la gestione del potere, per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il consenso.</p>
<p>Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e nazista, la sintesi della democrazia liberale ha stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E adesso siamo nella fase della esportazione del modello a livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è il mondo.La “grande trasformazione”, per usare l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di interesse.</p>
<p> E’ difficile appassionarsi alla politica con i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato, quella società industriale, che era stata la ragione e lo strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia, nel classico passaggio dalla fabbrica alla società. </p>
<p>La domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?<br />
E’ di questo che dobbiamo discutere.<br />
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al movimento comunista delle origini che alle socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.<br />
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione &#8211; delle figure di lavoratori si possa tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e organizzazione delle forze alternative. E non ho una risposta.</p>
<p>So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto sociale capace di battere l’avversario di classe senza forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità della grande storia del movimento operaio, per portarla avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.<br />
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti bisogna fare paura.<br />
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del <a href="http://www.comitatotinamodotti.it/img/falce.jpg">comunismo</a>.</p>
<p>&#8211; continua / à suivre con<br />
<em>Scritti sul lavoro, in corso </em>di <strong>Claudio Franchi</strong>, seconda parte<br />
<em>Santissime parole</em> . Note sul lavoro di Ascanio Celestini, di <strong>Francesco Forlani</strong> terza parte</p>
<p>* dal<a href="http://www.globalproject.info/art-10513.html#top"> testo</a> in rete, della conferenza tenuta al convegno internazionale &#8220;Historical Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory&#8221;, Londra 8-10 dicembre 2006.</p>
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		<title>La Classe non è Acqua! (bis)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 17:11:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dopo la pubblicazione di questo articolo qui Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le cosedicasanostra sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" title="camion.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" alt="camion playmobil" /></a></p>
<p>Dopo la pubblicazione di questo articolo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/" alt="uscire dal vicolo cieco - di Sergio Bologna" title="uscire dal vicolo cieco">qui </a> Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le <strong>cosedicasanostra</strong> sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come questo, gli interventi dei commentatori in casi simili, mi incoraggiano a credere che anche nei blog siano possibili gli approfondimenti.<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<h3><strong>Ragionare sui numeri: colpa dei camionisti anche i rincari prenatalizi?</strong></h3>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, mentre gli autotrasportatori paralizzavano con la loro protesta una parte del Paese e costringevano industrie come Fiat e Barilla a fermare gli impianti, sono stato interpellato da diversi organi d’informazione perché esprimessi un giudizio sulla vertenza.<br />
Mi sono rifiutato di farlo perché non avevo sottomano sufficienti elementi quantitativi, dei “numeri”, da poter proporre alla riflessione. Il mio giudizio sulla vertenza valeva ben poco, avrei fatto qualcosa di utile se fossi stato in grado di far circolare semmai delle informazioni.</p>
<p><span id="more-5129"></span><br />
Tuttavia, mi sono deciso di uscire dal silenzio di fronte a esternazioni come quelle del Presidente di Confindustria (“un Paese fai da te”), ma soprattutto di fronte alla volgare campagna d’opinione che intende attribuire i rincari di certi generi alimentari ai costi di trasporto.<br />
Che l’Italia fosse un Paese “fai da te” non c’era bisogno che ce lo ricordasse il Presidente di Confindustria, ce lo avevano già fatto capire in maniera più rigorosa le statistiche. Che questa situazione si sia creata in seguito al continuo trasferimento del rischio ai soggetti più deboli lungo una catena di esternalizzazione e di subappalti che ha prodotto un’incredibile miniaturizzazione dell’impresa, lo sapevamo.<br />
Nell’ottobre del 2006 l’ISTAT aveva reso pubblici i dati relativi alla distribuzione degli occupati in Italia per classe dimensionale delle imprese, anno 2004. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavorava in imprese al di sotto dei 10 dipendenti. Di queste, 6.179.000 lavoravano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti.<br />
Questa situazione si è riprodotta all’estremo nel settore del trasporto, dove nel 1995, secondo i dati della Confetra, la maggiore organizzazione padronale del settore, su 213.765 imprese attive 137.744 erano imprese “individuali”. Dieci anni dopo, su 193.445 imprese attive quelle « individuali » sono 134.749, dunque la loro incidenza sul totale è aumentata.<br />
Quali siano i livelli di reddito in questo settore si può desumere indirettamente da questa tabella, riportata nell’ultima edizione del “Conto Nazionale Trasporti”.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" title="Redditi medi annui lordi di personale dipendente"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" alt="Redditi medi annui lordi di personale dipendente" /></a></p>
<p><strong>Clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
Se si tiene conto che il reddito medio annuo lordo di un dipendente spesso è superiore a quello dell’indipendente, del cosiddetto “padroncino”, si ha un’idea della situazione in cui si trovano a vivere e lavorare questi cittadini italiani il cui nastro lavorativo giornaliero può toccare anche le 18 ore (il dipendente, teoricamente, dovrebbe avere un orario di lavoro “normale”).</p>
<p>Ma la sorpresa maggiore, dalla lettura del “Conto Nazionale Trasporti” viene dai dati relativi all’occupazione nei diversi segmenti del settore “servizi di trasporto”. Quello relativo al trasporto merci su strada nel 2006 contava 686.600 occupati – il 50% dell’intero settore – mentre il segmento della logistica ne contava 323.500, su un totale (passeggeri e merci, aereo, marittimo e ferroviario compresi) di 1.368.300 effettivi, dipendenti e indipendenti. Quindi più di 1 milione di persone sarebbero occupate in Italia a distribuire, manipolare, gestire le merci (molto inferiore la stima degli addetti fatta dall’Ufficio Studi di Confetra: 445.901, ma non sono stati calcolati gli indipendenti).<br />
Poiché il “Conto Nazionale Trasporti”, da dove abbiamo tratto questi dati, è pubblicato a cura del Ministero dei Trasporti, sarebbe lecito pensare che qualcuno nei corridoi romani si sia preso la briga di leggere queste cifre e magari di farci su qualche riflessione, se non altro perché si tratta di un universo che rappresenta più dell’80% della forza lavoro occupata nel comparto di competenza del Ministero stesso. Ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi. Nei documenti che il Ministero ha lasciato circolare in questi mesi prima di presentare, non più di due mesi fa, la versione definitiva di quelle che vengono definite “Linee Guida del Piano della Mobilità” – finora il più importante atto di programmazione del Governo Prodi in materia di servizi di trasporto – si sono lette frasi del tipo: “il costo della logistica in Italia pesa sul prodotto industriale per una quota variabile tra il 12 e il 20% con punte del 28% per i prodotti deperibili”. Dunque è questa la fonte originaria dell’attuale campagna che attribuisce ai costi di trasporto il rincaro dei prezzi dei generi alimentari sotto Natale?<br />
Ragionando di buon senso, prima di esaminare qualche “numero”, si dovrebbe concludere che gli imprenditori italiani sono degli irresponsabili oppure dei generosi dispensatori di beni alla collettività – se fossero vere le cifre contenute nel documento del Ministero. Se infatti l’incidenza dei costi logistici sul prodotto fosse del 20%, in Italia l’inflazione dovrebbe salire a due cifre, per l’aumento dei prezzi dei generi di consumo, dovuti ai costi della distribuzione. Invece l’inflazione non ha un andamento anomalo nel nostro Paese, si mantiene abbastanza sui valori medi europei, non solo, ma è generata soprattutto dai prezzi e dalle tariffe praticate dai settori protetti, i quali, com’è noto, hanno un’incidenza dei costi logistici sul fatturato a dir poco ridicola.<br />
Per rispondere alle accuse di essere i primi responsabili dei rincari, Assotir, un’Associazione di autotrasportatori prevalentemente impiegati nel “refrigerato”– esclusa dal tavolo delle trattative – ha prodotto le seguenti cifre, che qui si portano a conoscenza con l’avvertenza che non sono state sottoposte dallo scrivente a un lavoro di verifica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" title="costi di trasporto prodotti in camion"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" alt="costi di trasporto prodotti in camion" /></a></p>
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<p>Come si vede l’incidenza del costo del trasporto per unità di vendita va da un massimo del 4,19% per una lattuga proveniente dall’area di Salerno e venduta in un supermercato di Milano a un minimo di 0,95% per dei pomodori pelati venduti al supermercato di Roma (mentre per gli stessi venduti a Milano l’incidenza è di 1,90%). Per le acque minerali l’incidenza è del 3,97% &#8211; compreso il ritorno a vuoto &#8211; e per una carne d’agnello proveniente dall’Irlanda e venduta al supermercato a Milano è dell’1,58%. In attesa che queste cifre vengano smentite, noi continueremo a pensare che quei lavoratori, in gran parte autonomi, costretti a stare decine di ore al giorno al volante in un traffico sempre più caotico, grazie ai quali l’apparato produttivo e distributivo di questo Paese può funzionare, rappresentano ancora uno dei segmenti del lavoro più sfruttati e disprezzati. Ma poiché nel nostro Paese il grottesco non ha limiti, prima di concludere vorrei ricordare alle anime belle che nei giorni del fermo dei camionisti si sono chieste “perché le merci non viaggiano sul treno?”, che questo Governo un anno fa, con un tratto di penna, ha abrogato gli incentivi al trasporto di merci su ferrovia (cosiddetto trasporto “combinato” strada-rotaia), erogati dal Governo Berlusconi dopo una lunga trattativa con l’Unione Europea, in ottemperanza al Piano Generale dei Trasporti e della Logistica che era stato elaborato dai governi di centro-sinistra ed approvato dal Parlamento. Come dire che il centro-sinistra ha remato contro se stesso.</p>
<h3>Chi si lamenta del “Paese fai da te”</h3>
<p>Voci più autorevoli di quelle di Montezemolo avevano messo a nudo i disastrosi effetti che la miniaturizzazione dell’impresa ha prodotto sulla produttività del lavoro.<br />
Ricordiamo che, parlando agli studenti dell’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre del 2006, il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, aveva affermato:</p>
<p>“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un<br />
punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno<br />
è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è<br />
aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema<br />
economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei<br />
fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).</p>
<p>Il 25 maggio scorso, in una relazione presentata  all’Associazione Italiana Economisti del Lavoro, il prof. Tronti, dirigente dell’ISTAT, ha presentato le tabelle qui accluse:<br />
<img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="tabella ISTAT produttività oraria" /></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" title="produttività oraria 1995-2005"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="produttività oraria 1995-2005" /></a></p>
<p><strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong></p>
<p>Il crollo della  produttività oraria nelle dimensioni riportate in tabella è, come si vede, un fenomeno unico tra i paesi industriali.<br />
Questa è la drammatica anomalia del sistema italiano, dovuta in gran parte alla lunga stagnazione delle retribuzioni di fatto ed alla struttura dimensionale delle imprese.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" title="retribuzioni e produttività tabella"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" alt="retribuzioni e produttività tabella" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
Dal 1995 il valore aggiunto per occupato in Italia cala in maniera pressoché costante e precipita nel 2005/2006.<br />
Aggiunge il prof. Tronti nella sua relazione: “Quando esperti, politici e rappresentanti delle parti sociali parlano di produttività, la intendono quasi sempre come un problema che nasce <em>fuori dai cancelli delle fabbriche e dagli uffici</em>: deficienza di infrastrutture, carenza di qualità dell’istruzione, inefficienza della P.A., regole poco flessibili nel mercato del lavoro. Tuttavia, un voluminoso filone di studi documenta che i fattori interni all’impresa prevalgono nettamente su quelli esterni. Secondo un importante studio americano (Black e Lynch, <em>Economic Journal</em>, 2004), la crescita annua dell’1.6% nella produttività totale dei fattori delle imprese americane è riconducibile nella misura dell’1,4% (equivalente all’89%) <em>alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro</em> e alle <em>nuove pratiche di lavoro</em>”.<br />
Mentre l’universo della microimpresa, cioè il settore più debole, “il fai da te”, negli ultimi anni traina la domanda di lavoro ed i ritmi occupazionali, (il 50% è attribuibile al settore delle costruzioni), il “nocciolo duro” del sistema d’impresa italiano, quelle 2010 imprese di successo analizzate dalla ricerca Mediobanca-Unioncamere del 2006, ha ridotto “ininterrottamente” il proprio personale nel decennio 1996-2005. La media impresa italiana, quella che è la protagonista involontaria della retorica del <em>made in Italy</em> ha un’incidenza assai modesta sull’insieme del fatturato. L’economia italiana si regge sui settori protetti e sulle rendite (ENEL, ENI, Telecom, banche, assicurazioni), non certo sull’impresa che compete sui mercati internazionali.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" title="retribuzioni reali e produttività del lavoro"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" alt="retribuzioni reali e produttività del lavoro" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong></p>
<p>Il 26 ottobre 2007, intervenendo a Torino al Congresso della Società Italiana degli economisti, il Governatore Mario Draghi ha affermato, tra l’altro:<br />
“Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea. Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati nel 2001-02, la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. (…) Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate”.<br />
Non è da meravigliarsi quindi se il reddito disponibile pro capite in Italia ristagna, come emerge da questa tabella acclusa al discorso del Governatore:</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" title="reddito e conssumi famiglie"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" alt="reddito e conssumi famiglie" /></a><br />
<strong>clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
E nell’ultimo numero del “Bollettino Economico” della Banca d’Italia si ricorda che dal 2003 al 2007 l’indebitamento delle famiglie italiane è passato dal 13% al 49%.  Che abbiano tutti fatto un mutuo per la casa?<br />
Aspettiamo i consuntivi dello shopping natalizio per vedere se gli Italiani hanno tanti o pochi soldi da spendere, se ormai si sono “americanizzati” e s’indebitano fino al collo pur di mantenere lo standard di consumi da fare invidia al vicino oppure sono tornati alle antiche pratiche sparagnine.<br />
Ma se non dovessero spendere come Dio comanda, non date la colpa ai camionisti.</p>
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