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	<title>sindacato &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pietro Mirabelli è morto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 15:33:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E&#8217; una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo Figlia di una vestaglia blu. Pietro era un minatore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E&#8217; una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo <em>Figlia di una vestaglia blu</em>. Pietro era un minatore calabrese,  faceva gallerie, era un sindacalista che ha lottato, sempre. Pubblico la lettera che mi è arrivata da Simona Baldanzi, che due anni fa scrisse <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">qui</a> un testo che vale ancora, che vale ancora troppo, <em>Noi buoni a nulla</em>. Di seguito pubblico il capitolo di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067MKO4M/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067MKO4M&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Lavorare uccide</em></a> che dedicai  ai minatori della Tav, e a Pietro. E&#8217; poco, è niente, Pietro non c&#8217;è più, ma se i libri possono qualcosa è almeno far memoria, e la memoria prima o poi si usa. Sarebbe stato meglio usarla prima, però, e invece Pietro non c&#8217;è più. <em>marco rovelli</em>]</div>
<p>&nbsp;</p>
<div id="_mcePaste">
<div id="_mcePaste">E&#8217; morto stanotte Pietro Mirabelli in galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte mentre una squadra lavorava con il jumbo. È morto in ospedale nel Canton Ticino per troppe lesioni interne. Aveva di recente lavorato per un breve periodo alla Toto a Barberino, dopo il periodo di cassaintegrazione in seguito alla chiusura dei lavori dell’Alta Velocità. Aveva infatti lavorato dal 2000 in CAVET dove era stato RLS, RSU fino alla conclusione dell&#8217;opera. Pietro era un minatore calabrese, era un lancista, quello che sparava cemento al fronte della galleria, che aveva lavorato in una miriade di cantieri, per le grandi opere, per la velocità e il benessere del Nord, mentre a Pagliarelle, nella sua terra, dovevi fare quindici minuti di macchina per raggiungere la prima edicola. Mai prima di lui ho conosciuto qualcuno che ha fatto della dignità del lavoro una propria insostituibile missione. <span id="more-36712"></span>Un testardo dei diritti che ultimamente era rimasto ferito da questa Italia, dalla sua politica, dai sindacati e se ne era andato in Svizzera anche e soprattutto per questo. Pietro era un figlio d’arte, come lui stesso si definiva. Il padre è morto di silicosi in seguito al lavoro di galleria. Pietro, anche se non ci credeva, era riuscito però a infrangere un silenzio sulla condizione dei minatori moderni e aveva conosciuto e incontrato una miriade di persone, coinvolgendo tutti nella sua battaglia a partire dal quarto turno e dalla sicurezza. Aveva anche fatto incontrare la comunità montana del Mugello e quella del Crotonese e il monumento nella piazza sui caduti al lavoro a Pagliarelle frutto dell’incontro di due terre, lo si deve a lui. Aveva letto le lettere dei condannati a morte della resistenza per scrivere la frase che sta impressa sotto quell’uomo di bronzo che accecato dalla luce esce dalla galleria fatta di pietra serena di Firenzuola, da quel suo Mugello a cui ha dato tanto, persino il nome della via di casa sua, ai piedi della Sila.</div>
<div id="_mcePaste">Ora, non venitemi a parlare di cultura della sicurezza, perché Pietro ne era l’essenza. Non ci crediamo che sia potuto succedere a lui proprio perché lui ha lottato contro tutto questo per tutti gli altri, per tutti noi.</div>
<div id="_mcePaste">Non riesco ad aggiungere molto, sono stata indecisa se scrivere e cosa scrivere, ma alla fine mi sono detta, zitta no. Zitti non possiamo stare. Dobbiamo informare e far girare la notizia, fra quelli che lo conoscevano, fra quelli che conoscono la sua storia, fra quelli che non lo conoscono. Pietro era un uomo e un simbolo di lotta, di quelle rare che sembrano non esistere più. Le morti sul lavoro restano sotto lo zerbino  di case vuote e lasciano un dolore lacerante che ti toglie il fiato. Ti toglie l’anima se a morire è Pietro.</div>
</div>
<div style="text-align: center;">*********************</div>
<div style="text-align: center;"><strong>Altri nomadi</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>(da <em>Lavorare uccide</em>)</strong></div>
<div>In Italia ci sono intere comunità migranti, nomadi, senza fissa dimora. Vivono in baracche di legno o di lamiera, in venti per baracca. Di loro non si parla. Perché se ne stanno rintanate tra i monti. Fuori dalla vista.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro Mirabelli è uno di questi nomadi. Viene da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone. E sono molti i nomadi di Pagliarelle. Tutti figli d&#8217;arte, anche i padri spesso erano nomadi. E anche dei padri non ci se ne accorgeva, all&#8217;epoca. Il padre di Pietro emigrò nel 1950 per fare le autostrade: Liguria, Val d&#8217;Aosta, Trentino. Gli stessi luoghi li sta percorrendo Pietro, adesso. Questa è stata la sua eredità. Non ci sono più le autostrade da fare, adesso sono minatori galleristi. Negli ultimi undici anni Pietro è stato nel Mugello, sull&#8217;Appennino a nord di Firenze, a scavare la galleria da dove passerà la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità tra Firenze e Bologna. Il Mugello è il posto più vicino dove ha lavorato.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro ha 25 anni di anzianità. Ha scavato il Frejus, la Val di Susa, la galleria di Rivoli sotto Torino, la roccia sopra Sanremo per l&#8217;Aurelia bis, la Carnia e il Mottarone sopra Stresa per le nuove gallerie della Voltri-Sempione. Ogni tanto torna a Pagliarelle. Un paese di duemila persone su colline di pietra. La maggior parte sono minatori galleristi, e vivono la maggior parte della vita lontano da casa. A Pietro è nato un figlio. “Mio figlio cresce a spanne e la galleria a metri. Una settimana dietro l&#8217;altra nel ventre della terra a scavare percorsi per l&#8217;alta velocità mentre lui lontano da qui, e da me, sorride alla luce del sole ogni mese in modo diverso.”</div>
<div id="_mcePaste">Si scavano gallerie lunghissime. Quella del Mugello è lunga diciannove chilometri. Quando  incontro Pietro, davanti alla stazione di S. Piero a Sieve, la galleria è ormai finita, stanno posando i binari. E&#8217; facile pensare a quanto sia duro il lavoro. Minatore, autista, carpentiere, lancista. Pietro è un lancista esperto: spruzza il cemento sulle pareti della galleria, sulla roccia viva scavata dagli esplosivi o dagli escavatori, per impedirle di crollare. Solo che nel cemento c&#8217;è una miscela di derivati di silicato. La selce cristallina si attacca ai polmoni e non se ne va più. La silicosi è la malattia dei minatori. Molti che sono stati a minatori a vita li riconosci dalla tosse, dal fatto che se camminano si devono fermare per il respiro affannato. Anche il padre di Pietro è morto di silicosi.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo era anche lui di Pagliarelle. Anche lui era andato al cantiere del Carlone, per la galleria di Vaglia. Prima era stato al cantiere di Fiorenzuola, poi lo zio era riuscito a farlo trasferire al Carlone, per averlo vicino. Era arrivato da due mesi, aveva ventitré anni, è morto il 31 gennaio 2000, al primo giorno di lavoro nel ciclo continuo.</div>
<div id="_mcePaste">“Noi lo abbiamo sempre contestato il ciclo continuo”, dice Pietro. Passa un treno, intanto, e fra qualche anno di qui passeranno treni a trecento all&#8217;ora. “Turni di otto ore. Sei giorni di lavoro al pomeriggio e uno di riposo, poi sei di lavoro di notte e due di riposo, infine sei di lavoro di mattina e tre di riposo. Teoricamente riuscivi ad andare a casa in quei tre giorni, dunque una volta ogni tre settimane. Uno che non c&#8217;è mai stato in galleria forse non si rende conto. Tra fumi, polvere, acqua, umidità, rumore, sempre la luce artificiale. Quarantott&#8217;ore in una settimana lì dentro, o sei notti di seguito, sono massacranti. Ma nessuno ci ha dato ascolto. Né la classe politica né il sindacato.”</div>
<div id="_mcePaste">I rapporti tra Pietro e il sindacato, che aveva accettato il ciclo continuo, non sono stati ottimi. Tanto che Pietro, che aveva guidato la protesta dei lavoratori contro il ciclo continuo ed era stato eletto come loro rappresentante, nel marzo 2002 stava per venire escluso dalla lista dei candidati preparata dai sindacati. Ma com&#8217;è possibile, con tutto quello che Pietro aveva fatto, e con tutta la voglia di riscatto a cui dava voce, che il sindacato avesse pensato di escluderlo? Furono 59 compagni di lavoro a imporlo dal basso, e fu rieletto col 40% dei suffragi. Manola Cavallini, la segretaria provinciale della Fillea (per i galleristi vige il contratto edile), disse ai tempi che non era vero che gli operai lavorassero 48 ore settimanali. Che lo dicevano perché non ne sapevano fare la media, e in realtà ne lavoravano 41-45. A parte il fatto che tre ore non sembrano poi questa gran differenza, in un ciclo continuo del genere, fa impressione questo distacco tra certi sindacalisti e i lavoratori. Meglio dargli degli ignoranti piuttosto che ascoltarli.</div>
<div id="_mcePaste">I lavoratori avevano firmato un contratto per fame di lavoro. Ma poi c&#8217;era quella vita in galleria, da fare, senza  riposo domenicale, con la turnazione di sei notti consecutive che non è possibile in nessun altro settore produttivo. Le squadre teoricamente erano di quindici uomini, ma molti si ammalavano o erano vittima di piccoli infortuni, e siccome il lavoro non poteva avere pause le squadre di intervento arrivavano a essere composte anche da solo cinque uomini, che devono garantire lo stesso risultato.</div>
<div id="_mcePaste">Così, a casa ci si va poco, tre giorni ogni tre settimane. Ma il sabato e la domenica, quando puoi davvero stare con la famiglia, capitano una volta ogni cinquantadue giorni. Era stata deciso così al tavolo concertativo tra Cavet (il consorzio che realizza i lavori, di proprietà per il 76% di Impregilo, ovvero Fiat, con una partecipazione all&#8217;11% della “cooperativa rossa” Cmc, la stessa che si è divisa con l&#8217;azienda di Lunardi i lavori della TAV della Val di Susa), Tav, governo, sindacato, enti locali (quando i sindaci andarono a Roma e firmarono tutto senza consultazioni popolari). I lavoratori erano abituati altrimenti, avrebbero voluto un orario normale, cinque giorni più due, come era sempre stato. E a casa ci si andava lo stesso, bastava un giorno di permesso, che poi si recuperava magari con lo straordinario, e almeno si era a casa sempre il sabato e la domenica.</div>
<div id="_mcePaste">Il bello è che il pretesto del ciclo continuo è stato quello di accelerare i tempi, ma poi la data di consegna è slittata due volte, dal 2005 al 2009. Con le spese triplicate, a totale carico dei contribuenti, rispetto alle previsioni iniziali di finanziamenti privati. Nonostante questo l&#8217;Ispettorato del Lavoro ha contestato alla Cavet violazioni alle norme sull&#8217;orario di lavoro e sui riposi settimanali per centinaia di lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">“I nostri uomini ridotti a delle macchine, solo lavoro mensa e sonno, e a casa mai” scrissero al presidente della repubblica Ciampi le donne degli operai del Carlone. “Noi diciamo basta. Il contratto-capestro, che tratta i nostri uomini della Calabria peggio di animali o macchine per i quali si ha cura e rispetto, de ve cessare.” Chiedevano riposo, “perché possano essere nelle nostre famiglie come reale presenza e non saltuaria apparizione e sparizione a causa di un lavoro che li schiavizza”. Ma il ciclo continuo non è cessato. Anzi, è stato esteso alle altre grandi opere.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo venne chiamato in galleria sul lato Bologna. Avevano bisogno di un elettricista. Stava guidando una jeep, tornando verso il fronte di scavo. A trenta all&#8217;ora, eppure la jeep si ribaltò, e lui venne schiacciato. Non si è mai capito il perché.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale è stato il primo morto nella galleria di Vaglia, il primo morto del ciclo continuo. Fu dopo la sua morte che cominciò la protesta dei lavoratori contro quell&#8217;organizzazione del lavoro.</div>
<div id="_mcePaste">Nella galleria di Vaglia ne sono morti altri tre. Prima Giovanni Damiano, 42 anni, carpentiere. Stava gettando il cemento sull&#8217;arcorovescio, che sarebbe la parte inferiore della volta, ed un ferro gli si è infilato nel cervelletto. Poi Pasquale Adamo, 55 anni, che ebbe il tempo di vedere la sua morte, accorgendosi che la trivella che stava bucando Monte Morello aveva agganciato il suo giubbotto e lo stava trascinando con sé.  Infine un metalmeccanico di un subappalto, che stava lavorando ai casseri per la volta, schiacciato tra due lastre di metallo.</div>
<div id="_mcePaste">Finito questo lavoro, Pietro dovrà cercarsene un altro. Il contratto a tempo indeterminato dura finché dura il cantiere. Nel frattempo c&#8217;è la disoccupazione speciale lunga, una specie di cassa integrazione. E sarà ben difficile che il Cavet lo riassuma, dopo i fastidi che Pietro gli ha dato. E non sarà facile nemmeno che lo prenda un&#8217;altra ditta, le informazioni girano velocemente.</div>
<div id="_mcePaste">Eppure al momento di firmare i contratti i minatori sapevano che sarebbero stati ricollocati. Il ponte di Messina. Ma anche la Salerno-Reggio Calabria, dove i lotti disponibili sono già stati assegnati a persone di fiducia degli amministratori.</div>
<div id="_mcePaste">Prima di andarmene vado con Pietro al campo base del Carlone, asserragliato entro una gola. Una fila di baracche di lamiera, ognuna di ventidue persone. Caldo torrido in estate, freddo in inverno. Stanzette da due, separate da una parete inesistente, e quando stai dormendo il compagno di stanza arriva dal suo turno e ti sveglia. Bagni e docce in comune, armadietti microscopici. E&#8217; qui che che questi minatori devono abitare per anni interminabili. Ma sono minatori del resto, è già una grazia per loro averlo, questo lavoro. Gli impiegati, però, le singole con bagno e docce ce l&#8217;hanno, vedi un po&#8217; te dove passa a volte la differenza di classe, in un taglio di gola.</div>
<div id="_mcePaste">“Solo in questo campo base, mi dice Pietro, siamo in un centinaio di Pagliarelle. Facciamo queste opere, ma da noi c&#8217;è ancora la ferrovia che fece Mussolini, la Catanzaro-Crotone. Un paese di duemila abitanti a novecento metri d&#8217;altezza, senza un&#8217;edicola, un distributore, una banca. Due squadre di calcio senza un campo sportivo, il più vicino, senza erba, è a venticinque chilometri. Nelle scuole ci sono quaranta bambini per classe perché mancano le aule. L&#8217;ospedale più vicino è a cinquanta chilometri di curve. Le strade sono dissestate, l&#8217;asfalto a chiazze. E ogni volta torniamo, e ogni volta non cambia”.</div>
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		<title>Sul ponte sventola bandiera bianca [scuola /3]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-9495" title="batteriocine1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/batteriocine1.jpg" alt="" width="293" height="319" /></a><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio e al loro potenziale riciclaggio</em>.<br />
Z. BAUMAN, Vite di scarto</p>
<p><em>Marginalizzazione dalla attività lavorativa?</em><br />
In effetti sì.</p>
<p><em>Svuotamento delle mansioni?</em><br />
Abbastanza, ma nemmeno rosso di sera… come si dice?</p>
<p><em>Mancata assegnazione dei compiti lavorativi con inattività forzata?</em><br />
Sì, si può dire così…</p>
<p><em>Mancata assegnazione degli strumenti di lavoro?</em><br />
Eh! Mica da oggi! Perdoni l’euforia…</p>
<p><em>Ripetuti trasferimenti ingiustificati?</em><br />
Beh… ingiustificati… comunque sì, sì…</p>
<p><em>Prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto?</em><br />
Mi fa ridere sa dottore? Mi perdoni, Mi fa ridere e mi perdoni… ha mai compilato una domanda di immissione in una graduatoria per le supplenze scolastiche?</p>
<p><em>Impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie?</em><br />
Mi sta chiedendo se mi fido del sindacato?</p>
<p><em>Esclusione reiterata del lavoratore rispetto a iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale?</em><br />
Su questo in particolare avrei qualche parolina…</p>
<p><em>Dottoressa, mi dispiace, lei ha il mobbing…</em><br />
È molto grave?<br />
<span id="more-9491"></span><br />
Prima di contrarre il mobbing non avevo mai avuto nemmeno un raffreddore. Non uno starnuto buono bianco e senza muco di quelli da far esclamare a uno sconosciuto in treno Salute signorina! tanto da prendermi sulle guance, come un buffetto nonno, la benevolenza e gli auguri del mondo. Niente, sono andata all’università sono rimasta all’università e adesso insegno a scuola. Il passaggio non è stato immediato però. Se il mobbing fosse una malattia a trasmissione sessuale io non l’avrei presa durante quegli anni perché studiavo troppo né devo averla contratta oggi perché il dottore continua a ripetere preoccupato che la malattia ha già fatto grossi danni ai canali lacrimali, alle nocche e all’amor proprio.</p>
<p>Il dottore sembra una brava persona e non si perde in metafore e infatti quando gli ho chiesto Dov’è l’amor proprio? mi ha domandato Da quanti giorni non ha un momento per pensare a sé?. Io dovrei avere quasi tutti i pomeriggi per pensare a me perché insegnare a scuola è un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie. Non è un contributo necessario alla formazione di una classe di donne e uomini pensanti e critici, non un divertimento, non un arricchimento e nemmeno un mestiere, no. È un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie pagate. Questo è quello che tutti sanno, che i giornali e la televisione raccontano, che mi rinfacciano talvolta gli studenti con genitori che sfoggiano arte e parte, e che tutto sommato, ma senza nessuna accezione saprofita o ansie classificatorie, è.</p>
<p>Se avessi contratto il mobbing in un’aula scolastica l’allarme avrebbe suonato più forte e coperto il trillo della campanella delle tredici e trenta. Perché io ascolto molto. Ma no, poi l’insegnamento è troppo recente per i danni che elenca il dottore e infatti ha supposto che io abbia contratto il mobbing in quel periodo al quale mi ero riferita con <em>il passaggio non è stato immediato</em>.</p>
<p>La scuola di specializzazione in didattica.<br />
È pur vero che io ci sono arrivata in età da ripetente, perché avevo investito quattro anni in un dottorato di ricerca a tasso di interesse meno quattro virgola cinque, e la maggior parte dei colleghi da imberbi laureati, ma è altrettanto che quando si parla di studio e riflessione e insegnamento la curiosità, la trasversalità e la competenza dovrebbero essere addendi da mettere a fattor comune e a beneficio di tutti. Cosa che non è semplice in un posto dove sei costretto ad attestare la presenza con una firma e dove le firme false, per necessità o malavoglia, sono più importanti di quello che puoi imparare.</p>
<p>Se in parlamento ci sono i pianisti perché in altre aule dovrebbe essere diverso? Mi dica dottore!. Comunque, mi sono trovata a dover vivere nascostamente ogni nozione appena sopra la media. Anche qualche altro. E non per il solito malcelato, e a volte posticcio, understatement mi creda dottore!, Le credo, ora continui.</p>
<p>I docenti della scuola dei specializzazione sono quasi tutti professori universitari. Anche questo dovrebbe essere un valore e lo sarebbe se non vivessimo in una società nominalista. Che significa?, Che se io la chiamo dottore penso che lei possa curarmi, La ringrazio per la fiducia, Non è fiducia, è alfabetizzazione, sto leggendo sul suo badge, Oh!, è vero.</p>
<p>Il (pregio e il) difetto principale dell’università è quello di lavorare alacremente perché tutto rimanga esattamente com’è. E infatti solo un paio di docenti, in due anni di scuola, hanno rimodulato i corsi accademici su quelle che potevano essere le esigenze di una platea che l’indomani, non immediato, avrebbe insegnato a scuola. Entravano in classe e ripetevano le lezioni universitarie. I professori universitari non considerano l’insegnamento come un fenomeno da studiare in sé, affatto. Questo è quando andava bene. Quando andava male il tempo era perso in senso proprio, nemmeno nelle inani ripetizioni. Ma non voglio fare polemica, non so come avrei reagito io se fossi stata ex cathedra, so come ho reagito tra i banchi, cioè, il dottore lo sa. Mi ha detto che il mobbing è un batterio che vive gregario nelle sacche di coscienza di tutte le indoli versate all’interpretazione, come la mia, come una taenia, e che si sviluppa quando percepisce eccessiva diversità tra il sé e il mondo e divora i canali lacrimali, le nocche e l’amor proprio, come è successo a me. La diversità che io ho percepito durante quegli anni, che ora so di incubazione, riguardava la loro mancanza di curiosità intellettuale e il mio avercela in eccesso, il mio non capire che avrei dovuto sfoderare misericordia e il mio continuo accanirmi a far arrossire relatori e assistenti di laboratorio e colleghi furbi o solo intenti a preservarsi in una struttura oscura e più potente del singolo. Il dottore mi ha detto che la prima conseguenza dell’essere infettati dal mobbing è l’inibizione del concetto di Noi e la conseguente mancata secrezione linguistica del pronome.</p>
<p>Il Noi non esiste più, ci sono, sempre più presenti e contrapposti l’Io e il Loro. In decenni di aggregazione, anche di tipo banda armata come i settanta, in effetti c’era terrorismo politico ma non mobbing. Anche se spesso da quando l’ho contratto mi viene voglia di colpirne uno per educarne cento. Il dottore dice che è molto anomalo perché l’interpretazione è un fattore di sviluppo del mobbing almeno quanto è un vaccino per il terrorismo. O se non di colpirlo almeno di farlo saltare in aria. Il dottore dice che nonostante la nostra democrazia sia rappresentativa, il rappresentante del sistema non è il sistema. Mah. Che intrico. Io ho preso il mobbing quando loro, quelli che sapevano come me qualcosa più del luogo comune, hanno cominciato a dire Ma perché te la prendi così tanto?, Pensa alla salute!, Ma che ti frega che abbiamo pagato e dovrebbe essere una scuola professionalizzante?, Ma tu ci pensi che ce ne andiamo a lavorare?, È l’ultimo brandello di posto statale!, A me piace insegnare e lo farò a ogni costo e senza perderci la testa come te!. Io ho preso il mobbing quando le persone intelligenti che mi stavano intorno si sono vestite da stupide per andare avanti e la qualità s’è trasformata in sopravvivenza. E questo è tutto dottore mio.</p>
<p>[a latere] <strong>Insegnare stanca (chi segue) </strong></p>
<p>DICOTOMIA: <em>Divisione in due parti | (filos.) Divisione di un concetto in due concetti contrari che ne esauriscono l’estensione</em>.<br />
IL NUOVO ZINGARELLI, Vocabolario della Lingua Italiana</p>
<p>Se chi sa fa e chi non sa insegna… chi insegna a insegnare… che fa?</p>
<p>All’inizio di questo anno accademico e di questa nuova avventura nella scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario mi divertivo appena snobisticamente a glossare il vecchio insulso detto. Stare tra i banchi a studiare e leggere è la seconda cosa che vorrei fare nella vita e me la tengo di solito ben stretta come un velocista che sappia di poter correre i cento metri in non più di undici secondi. Non un campione ma un buon diavolo da corsia otto. Così ascoltavo e glossavo, e ne ridevo con gli altri nella stessa barca. Anche se la barca non è mai la stessa. Prendevo appunti ligia come uno studentello imberbe che comunque beccheggia tra il curioso e lo sdegnato. Penna nera e matita. Ogni pomeriggio dalle quattro alle cinque ore intenta a corsi di area specialistica che quando è andata bene erano ripetizioni accurate di lezioni accademiche e solo in tre o quattro casi, cicli di interventi mirati a sviluppare curiosità e competenze nei discenti a uno e a due gradi di separazione. Io e la mia aula a venire insomma. La scuola di specializzazione si paga e cara, e le due sensazioni preponderanti, sibilanti tra i malumori e gli snack tampona-ansia, sono quelle di comprarsi l’accesso a un posto fisso malpagato e socialmente molto femminile e molto mal visto ma che comunque consente due mesi interi di ferie, e la sensazione di spreco. Le motivazioni per cui ci si iscrive non sono importanti perché l’obiettivo comune è lavorare.</p>
<p>Il Cincinnatus di Nabokov suggeriva che il senso dello spreco, la tragedia dello spreco, è il sintomo primo ed evidente del trovarsi in un regime di tirannide.<br />
La scuola di specializzazione a Napoli, specialmente nei corsi di area comune- luogo comune (insegnamenti di pedagogia e varie), ti lascia addosso un senso di spreco che ha dell’immorale. Se categorie come morale ed etica ed estetica hanno ancora valore in un posto dove le cattedre di area comune capitano sotto le mani nervose di individui privi di qualsiasi spessore culturale e di qualsiasi attitudine all’interlocuzione e al dibattimento.<br />
Qualunquismo e improvvisazione.</p>
<p>Ci sarà un bando ci saranno titoli ci saranno motivazioni. Ma c’è anche da ammettere Visti i soggetti figuriamoci il resto.</p>
<p>Scrivo questo senza astio, con molto senso della realtà e ancora senso di spreco. E appena di impotenza perché chiunque di essi, il più millantatore, potrebbe schermare la sua difesa con un Lei non sa di cosa sto parlando come può discriminare su contenuti che non appartengono al suo cursus studiorum. La platea alla quale questi loschi figuri si rivolge è fatta di persone laureate in discipline scientifiche, il linguaggio con cui qualcuno di essi si rivolge è offensivo e costituito da non più di cinquecento parole con la scusa Altrimenti non capite. Supporre la stupidità e l’ottundimento linguistico nell’interlocutore è pericoloso e molto gramo. Io mi sono iscritta perché mi piace insegnare, non che sia significativo o lodevole ma è la terza cosa che vorrei fare nella vita e spesso mi ci aggrappo con la pervicacia borghese piccola piccola di voler contribuire con qualcosa di produttivo per me stessa e per gli altri intorno.</p>
<p>A scuola non c’è posto sulla cattedra ma tra i banchi pare di sì. In uno di questi corsi, il giorno della registrazione dell’esame, il professore mi ha detto Le ho messo ventisei perché ha grossi problemi con la grammatica.</p>
<p>Io ho sorriso incredula e forse supponente all’uomo che pochi secondi prima aveva detto Dicotomia significa contraddizione.</p>
<p>[Questo racconto è stato scritto per <a href="www.bloggers.it/farelibri/index.cfm?blogaction=archive&#038;file=blog_4_2007.xml "> Fare Libri, Laboratorio di tecniche</a>]</p>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle morti sul lavoro, di morti bianche – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di omicidi bianchi. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807171619/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807171619&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
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		<title>Noi, buoni a nulla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 11:43:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Simona Baldanzi Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008 Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze. Mi avevano chiamata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto.jpg"><img loading="lazy" class="size-thumbnail wp-image-9158 aligncenter" title="foto-viadotto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p align="right">Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008</p>
<p align="justify">Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze. Mi avevano chiamata perché sette anni fa feci una tesi sui lavoratori della Tav, sul loro rapporto con la comunità locale e quindi avevo esperienza come ricercatrice sociale o come &#8220;ragazza dei questionari&#8221;, come mi chiamavano i lavoratori.</p>
<p>Ieri tre operai sono precipitati da un pilastro del viadotto dell’A1, lotto 13 della Variante di Valico proprio a Barberino. Due erano della ditta Toto e uno di una ditta subappaltatrice. A casa ho la lista dei loro nomi, a fianco mettevo una X e la data quando mi restituivano il questionario, solo per fare i conti di quanti li compilavano, perché poi le loro risposte erano anonime.</p>
<p>Quando ieri mi hanno chiamato al telefono per chiedere a me cosa fosse successo e io non ne sapevo nulla, ho rivisto le facce dei lavoratori quando salgono a squadre sui furgoni e ti salutano dal finestrino. Ho pensato a quell’elenco, ho pensato al mio paese, ho pensato alle imprese e ai sindacati, ho pensato al mio lavoro. Ho pensato che tutti quanti siamo dei buoni a nulla. <span id="more-9157"></span></p>
<p>Il campo base della ditta Toto si trova dentro al cantiere. Quando ci sono stata la prima volta ho faticato a crederlo: come è possibile permettere che i lavoratori mangino, dormano, vivano sotto l’imbocco della galleria 24 ore su 24 nella polvere, nel rumore, nel lavoro nel 2008? Ho avuto subito la percezione che fosse peggio dei cantieri dell’Alta Velocità: se credevo che i cantieri della Tav fossero il punto di partenza per migliorare, mi ero sbagliata. Qua si torna indietro, si perdono diritti come cadono le foglie d’autunno, solo che poi i rami seccano e non nasce più niente.</p>
<p>Le ditte che hanno in appalto i lavori sono BTP (Baldassini Tognozzi Pontello), Todini e Toto. Per l’Alta velocità il committente era unico, il CAVET (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana). Sebbene per entrambe le opere ci siano miriade di subappalti, è chiaro che la frammentazione dei lavori in lotti e conseguenti ditte, rende più difficile anche una gestione unitaria della sicurezza: occorrono più controlli, si ha a che fare con più responsabili e con organizzazioni diverse.</p>
<p>La Variante di Valico è un’opera ritenuta ormai necessaria da tutti, non ha opposizione dalle forze politiche, non c’è conflitto intorno al progetto per cui non ci sono riflettori accesi, discussioni, informazione. Sull’Alta velocità non era così, soprattutto all’inizio dei lavori. Difatti, col proseguire dell’opera e l’attenzione diminuita, i turni sono peggiorati, la frammentazione del lavoro in subappalti cresciuta e le morti pure.</p>
<p>I lavoratori dell’Alta Velocità facevano turni che già ritenevo durissimi: il cosiddetto quarto turno con 6 giorni di lavoro e uno di riposo, 6 giorni di lavoro e due di riposo, 6 giorni di lavoro e tre di riposo, facendo così 48 a settimana in galleria. Già dal primo giorno di distribuzione dei questionari sulla variante di valico, ho capito che i turni qua erano ancora più duri: i lavoratori mi hanno parlato di 11, 12, 13 ore nei cantieri come orari &#8220;normali&#8221;. Alle 14 a mensa aspettavo le squadre dei turnisti che dovevano smontare. Non ne ho mai vista arrivare una. Nel questionario si chiede quante ore di lavoro fai mediamente al mese di straordinari. Alcuni lavoratori mi guardavano ridendo: la verità? Io li esortavo dicendo loro che il questionario era anonimo. Mi scrivevano 40, 50, 60 ore. Qualcuno mi ha confessato che oltre alla ditta dell’appalto lavora anche per la ditta in subappalto a nero e allora lì le ore si fa fatica anche a contarle.</p>
<p>Ho trovato lavoratori sempre più cinici, rassegnati e con uno sguardo crudo: cosa ci fai tu qui? Sicurezza? Un questionario a cosa può servire? E poi perché chiedete degli straordinari? Gli straordinari sono una cosa nostra, che c’entra con la sicurezza? Oppure: devi lavorare, se io riempio il questionario e dico la verità, poi che mi succede? Che la mia famiglia poi non mangia? Veniamo da paesi che di lavoro non ce n’è, almeno che non lavori per la mafia, quindi ci dobbiamo lamentare?</p>
<p>Ho trovato lavoratori sempre più nomadi e precari: lavorano per l’opera e poi alla ricerca di un altro cantiere. Lavoratori per la stragrande maggioranza dal Meridione e questo come alla TAV. &#8220;Sai di dove sono io? Sicuramente dalle mie parti non ci sei stata?&#8221; e io: &#8220;Perché?&#8221; e lui: &#8220;Sono di Casal di Principe, capisci?&#8221; e poi aggiungeva &#8220;A casa ho lasciato la mia famiglia. Non ho un figlio, ho una preoccupazione&#8221;</p>
<p>Compilavano il questionario forse più per sollecitazione della ditta, che noi sollecitavamo ogni volta, che non per l’interesse sulle conseguenze dei turni, sulle sopraffazioni dei capi, sull’abuso di alcol, sull’isolamento nei campi lontani da casa, dalle famiglie e dai paesi. Perché ieri mi chiedevo anche questo: io sono di Barberino, sono toscana, gli operai morti sono due calabresi e un campano. Di chi sono? Il lutto lo esprimono tutti, ma poi sarà delle loro famiglie e nient’altro. A Barberino non li conosceva nessuno o forse li hanno visti passare nei furgoni, in Piazza per un caffè, con quel loro accento di fuori, per qualche minuto. E quando tornano a casa, sono forse dei loro paesi? Non più, se ne vanno, perdono le radici, perdono territorialità e con questo le difese, familiari, sociali, politiche, di solidarietà. Anche questo c’entra con l’organizzazione del lavoro e con la sicurezza. E dopo la Tav che aveva fallito l’integrazione, non abbiamo imparato nulla per accoglierli, per andare a vedere chi fossero e di cosa avevano bisogno. Un lavoratore mi ha ringraziato tre volte perché gli ho dato indicazioni per dove andare in piscina, dopo il turno.</p>
<p>Quando eravamo un’infermiera e io a far compilare i questionari, ogni tanto arrivavano i funzionari dei sindacati. A volte erano gli stessi che venivano nei campi base della TAV, spesso ho dovuto io salutarli per ricordare loro chi fossi. Che ero di nuovo in giro nei cantieri, che poi ci avrei scritto, studiato, forse dava fastidio. Qualcuno so che ha fatto carriera, è passato di grado, nel sindacato, ma ho visto anche loro più spenti, grigi, senza nessun bagliore di conflitto, come fosse una cosa di cui vergognarsi e non una pratica di conquista, di messa in discussione del sistema. Un solo sindacalista mi parlava volentieri, mi ha detto che la sua organizzazione sindacale lo ha relegato nei cantieri perché dava fastidio da altre parti, era lì come una sorta di punizione. Lui è quello che ho visto più presente, che mi raccontava quello che vedeva, che ci provava, ecco, a difenderli quei lavoratori. Il resto un gran vuoto, tanta polvere e occhi nudi. Perché i lavoratori ti guardano come i bambini: non hanno timori a fissarti, quando arrivi, quando parli loro, quando gli dai una penna in mano, quando gli spieghi del questionario, quando ti raccontano il loro lavoro. Bisognerebbe trovare noi (tutti: ASL, sindacati, amministratori, politici, ricercatori, scrittori, altri lavoratori, cittadini) lo stesso coraggio di ricominciare a guardarli in faccia. Quando gli occhi sono stanchi, arrossati, brillanti, non quando sono spenti. Non quando sono morti. Altrimenti loro continueranno a lavorare e morire e noi a rimanere quello che siamo, buoni a nulla.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><font face="Arial" size="2"></font><font face="Arial" size="2"><span lang="IT"> </p>
<p></span></font></span><font face="Arial" size="2"></font></span></span></p>
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