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	<title>Stalin &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il treno della storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 12:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Ringrazio Nori e la Marcos Y Marcos, che mi hanno permesso di presentare qui uno stralcio di un libro molto bello uscito quest’anno e intitolato Si sente?. Tre discorsi su Auschwitz. Nori prende le mosse dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, per una riflessione divagante intorno alla storia, e alle responsabilità di ognuno, all’interno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ringrazio Nori e la Marcos Y Marcos, che mi hanno permesso di presentare qui uno stralcio di un libro molto bello uscito quest’anno e intitolato</em> Si sente?. Tre discorsi su Auschwitz. <em>Nori prende le mosse dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, per una riflessione divagante intorno alla storia, e alle responsabilità di ognuno, all’interno di essa, dai carnefici del passato agli officianti di oggi dei riti laici della memoria. a.i.]</em></p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>E noi, come se fossimo tutti agli ordini di quella voce lì, quel giorno lì ci ricordiamo della shoah. E ne parliamo, siamo qua per quello no? E andiamo ad Auschwitz, che va benissimo, ma il fatto che non sia una decisione che ciascuno di noi ha preso per conto suo, ma che abbiamo <span id="more-49077"></span>risposto a una specie di ordine, e di permesso, a me fa venire dei dubbi.<br />
Cioè è come se noi fossimo un po’ al servizio di qualcuno, che si può chiamare, adesso sono argomenti enormi, però siamo qua per quello, per parlare di cose enormi, oggi abbiamo il permesso di parlare di cose enormi, e allora, scusatemi, io lo uso, è come se fossimo al servizio di qualcuno, o qualcosa, che si può chiamare: la storia.</p>
<p>Che quando succede, nel presente, adesso è una banalità, uno quando è dentro la storia, non se ne accorge, della storia. È come uno che vive di fianco alla ferrovia, i primi giorni non riesce a dormire, ma basta poi poco, qualche settimana, dopo qualche settimana non lo sente neanche, il rumore dei treni.<br />
Il rumore dei treni, per lui, non esiste. E così, per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono «Ti dà fastidio, il rumore dei treni?», ci vien da rispondere «Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?»<br />
Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore.<br />
E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.<br />
Non so, io, per esempio, l’anno scorso, quando ho fatto questo viaggio, mi ero appena accorto di un rumore di un treno che c’era sotto casa mia già da qualche anno, ma che era un treno che io non avevo mai individuato bene, lo confondevo, c’è un traffico, come si sa, il traffico ferroviario, a Bologna, e anche a Borgo Panigale, che è il posto dove abito io, in periferia, ma c’è anche la stazione ferroviaria, a Borgo Panigale, e c’è anche la fabbrica della Ducati, ma questo non c’entra, oggi c’è un traffico, come si sa, di treni, sia regionali, che interregionali che intercity che eurostar adesso hanno messo anche l’alta velocità, la freccia rossa, che è un treno che una volta, io, arrivando a Bologna con un interregionale proveniente da Parma, l’ho trovato fermo in attesa di entrare in stazione gli siam passati davanti noi poveretti dell’interregionale, eravam d’un contento, su quell’interregionale lì, le soddisfazioni dei poveretti, che si pagheranno con gli interessi negli anni a venire per esempio col fatto che le prossime volte che ci toccherà andare a Roma, o a Milano, o a Firenze, ci saran solo frecce rosse o come si chiamano, che anche lì, la freccia rossa, che fantasia, con i nomi, la freccia rossa tra l’altro era il nome di un treno notturno di lusso che collegava Mosca a San Pietroburgo che lì, almeno, l’Armata rossa, la piazza Rossa, un senso ce l’aveva, qui meno, mi sembra, ma lasciamo perdere.<br />
Ecco io l’anno scorso, dicevo, mentre stavo facendo questo viaggio, mi ero appena accorto di una cosa che durava da degli anni ma che io non avevo mai individuato bene per il suo verso.<br />
Cioè io mi ero accorto che l’anno scorso, in Italia, c’era pieno di gente che quarant’anni fa era atea e comunista adesso eran diventati cattolici, avevo pensato.<br />
Io, non lo so, ho pensato, se trovassi qualcuno che quarant’anni fa era cattolico e adesso è ateo e comunista, sarei curioso di andarci a cena insieme, con uno così, invece non esco mai di casa, praticamente.<br />
Ecco queste cose qua, praticamente, son cose anche belle, a guardarle. Cioè ci son delle conversioni, in questi anni, che a guardarle da fuori, dall’alto, dal settimo piano, son stupefacenti.<br />
Della gente che te mai e poi mai avresti detto che fossero cattolici, scopri che ti eri sbagliato, eran cattolici. Della gente che fino a vent’anni fa in tutti i cortei ti sembrava di averle viste sotto le bandiere del comunismo, improvvisamente scopri che non erano loro.<br />
O meglio, erano loro, ma allora, adesso no. Loro prima sì, andavan di lì, ma adesso no, vanno di qua. Han cambiato treno. Cioè non sono loro, che han cambiato treno, sono i treni che sono cambiati. Però, aspetta un attimo. Questa metafora dei treni, alla lunga non so se funziona. Mi sembra che si debba cambiare. Che è una cosa che un po’ mi dispiace perché i treni a me sono dei posti che mi piacciono molto. Io sui treni tra l’altro, se devo dire una cosa mia personale che probabilmente non interessa a nessuno, com’è giusto che sia, ma io sui treni, ho pensato in questi giorni, mi ci innamoro.<br />
Io mi innamoro in assenza, sui treni, quei momenti che non riesci a parlare e hai dentro la testa uno spazio che ti vien da pensare che sarebbe bellissimo, e poi subito dopo, Ma cosa vai a pensare?, ti vien da pensare, e sono momenti che tu, come si dice, sei cullato dal treno, e son dei momenti che non te li dimentichi finché scampi, come leggere un articolo di Šklovksij.<br />
Però la storia, ammesso che esista, e noi ammettiamo di sì, diversamente dai treni, io sui treni non è che mi ci innamoro per via di una particolare proprietà di quel treno, mi ci innamoro per degli altri motivi che adesso proprio non è il caso di specificare e non mi innamoro del treno, mi sto ingarbugliando, quello che voglio dire è che la storia, diversamente dal treno, ti fa far delle cose.<br />
È come se ti piegasse ai suoi fini, ammesso che la storia abbia dei fini. È come se ti desse degli ordini, mi viene da dire. Il treno è, come dire, il movimento, il vettore, ma chi ti obbliga a andare su quel treno lì, mi viene da dire, è la storia.<br />
Facciamo un esempio. Che poi era l’esempio che avevo in mente l’anno scorso quando ho fatto questo viaggio qua che faccio anche adesso.<br />
Io allora avevo appena finito di scrivere un romanzo dove uno dei temi principali era il rapporto tra intellettuali e potere, tra storia e letteratura, si potrebbe dire, e si faceva l’esempio di una celebre telefonata tra Stalin e Pasternak.<br />
Questa telefonata risaliva al 1933, e riguarda un altro poeta russo, Osip Mandel’štam, che in quell’anno, 1933, aveva scritto una poesia contro Stalin che faceva così:</p>
<p>Noi viviamo e non sentiamo più il paese, / I nostri discorsi non raggiungon dieci passi, / E dove c’è posto per mezza discussione, / Ti parlan sempre del montanaro del Cremlino. / I suoi ditoni sono grassi come vermi, / E le parole giuste, pesi di ginnasta, / I suoi occhiacci ridono / E i suoi gambali scintillano. // E intorno a lui della gentaglia fine di collo / Si trastulla con corvées da mezzi uomini. / Chi fischia, chi miagola, chi singhiozza, / Solo lui mazzuola e dà spintoni. / Come ferri di cavallo dà via decreti su decreti / Nell’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in faccia. / Ogni tormento è per lui una pacchia, / E ampio è il torace dell’osseta.</p>
<p>Questa poesia non era stata pubblicata, non credo fosse possibile, né immaginabile, nel 1933, pubblicare in Unione Sovietica una poesia contro Stalin, però Mandel’štam sembra che andasse da tutti i suoi conoscenti e gliela recitasse. Andava da un suo conoscente, da Anna Achmatova, per dire, e gliela recitava, poi rimaneva un po’ lì a sentire il silenzio che c’era e poi diceva: «Se lui lo sa, mi fa fucilare». Poi aspettava ancora un attimo, e scoppiava a ridere. Poi salutava, andava da un altro conoscente e la recitava. Poi aspettava un attimo, e poi diceva: «Se lui lo sa, mi fa fucilare». E scoppiava a ridere. E così via.<br />
C’è una critica russa che si chiama Emma Gerštein che dice che nessuno dei conoscenti di Mandel’štam dubitava del fatto che se Stalin, il montanaro del Cremlino, avesse saputo di quella poesia lì di Mandel’štam, l’avrebbe fatto fucilare.<br />
Quando poco dopo Mandel’štam venne arrestato, e quando si seppe che era stato condannato al domicilio obbligato in una piccola città, tutti pensarono che Mandel’štam era stato graziato, praticamente.<br />
E pochi giorni dopo l’arresto di Mandel’štam, a Pasternak arriva una telefonata di Stalin. Pasternak va al telefono pensando forse a uno scherzo e invece al telefono c’è proprio Stalin, che gli dice che loro (il governo, probabilmente) stavano esaminando l’affare Mandel’štam, e che tutto sarebbe finito bene.<br />
Poi Stalin chiede a Pasternak come mai lui, Pasternak, non si è rivolto a lui, Stalin, e non si è dato da fare per Mandel’štam. «Se io fossi un poeta» dice Stalin a Pasternak «e un mio amico fosse caduto in disgrazia, io avrei saltato i fossi per il lungo, per aiutarlo».<br />
Pasternak è confuso, è comprensibile, non sa cosa rispondere, dice che non è che Mandel’štam sia proprio un suo amico. Stalin chiede «Ma è un maestro?»<br />
Pasternak risponde «Ben ma, non è questo, il problema».<br />
«E qual è il problema?» chiede Stalin.<br />
Pasternak dice che gli piacerebbe parlare con Stalin, incontrarsi con lui.<br />
«Parlare di cosa?» chiede Stalin.<br />
«Della vita e della morte» risponde Pasternak, e Stalin dice «Credevo che lei fosse un grande poeta, invece è un grande mistificatore» e mette giù.<br />
Adesso io di questa telefonata, non c’è naturalmente una sbobinatura, non c’è una registrazione, o se c’è non è disponibile, io ho fatto un riassunto delle molte versioni che di questa telefonata han circolato, le ho trovate in vari libri di memorie pubblicati in questi ultimi cinquant’anni, e queste versioni su certi dettagli sono discordi, ma sono tutte versioni di persone alle quali Pasternak stesso aveva raccontato la telefonata, e sono tutte concordi nel dire che Pasternak era molto malcontento di sé, delle cose che aveva detto e soprattutto di quel riferimento finale a parlare della vita e della morte, e che connetteva a questa telefonata il fatto di essere caduto in disgrazia presso Stalin (sembra che fino a pochi mesi prima Stalin considerasse Pasternak il principale poeta sovietico, e sembra che anche Pasternak avesse una buona opinione di Stalin, se è vero che pochi mesi prima gli aveva scritto, in una lettera pubblica, pubblicata sulla «Literaturnaja gazeta», che pensava a lui profondamente e accanitamente, come a un artista, prima di tutto).<br />
Molti dicono che Pasternak piangesse, rievocando questa telefonata (Pasternak era molto sentimentale).<br />
Ecco io poco più di un anno fa, ho sentito uno per radio, in Italia, che parlava di Sciascia, e diceva che Sciascia gli aveva detto che si era convinto a entrare in politica pensando alla telefonata di Pasternak a Stalin.<br />
Una sera, aveva raccontato Sciascia, Pasternak aveva telefonato a Stalin e Stalin gli aveva chiesto «Cosa mi hai telefonato a fare?»<br />
E Pasternak gli aveva detto «Per parlare della vita e della morte».<br />
E Stalin, spaventato, aveva messo giù.<br />
Allora adesso, io non voglio dire Sciascia, a me Sciascia per esempio quando scrive dei romanzi mi piace, e molto, è uno che è bravissimo per esempio a usar la punteggiatura, che non è una cosa facile, io adesso non voglio dire, a me però quando ho sentito questa cosa è venuto in mente Calvino, che negli anni cinquanta, quando era stato mandato dall’«Unità» a fare dei reportage dall’Unione Sovietica, aveva scritto che in Unione Sovietica la gente bevevan solo dei succhi di frutta.<br />
Allora se consideriamo che in Russia, io ci son stato, ma non è necessario neanche andarci, basta conoscere il russo, si dice sempre che gli eschimesi hanno quaranta modi diversi di dire bianco, be’, i russi hanno quaranta modi diversi per dire ubriachezza, e dire che i russi bevon solo dei succhi di frutta è come dire che gli eschimesi davanti a casa han dei prati all’inglese e viene da chiedersi che bisogno c’era, di raccontar queste balle (e questa è, ufficialmente, una balla, anche Calvino qualche anno dopo riconoscerà che i russi bevevano, e che lui queste cose le aveva scritte così, per non far fare brutta figura all’Unione Sovietica).<br />
Allora, la cosa che un po’ mi vien da pensare è questa qua: Stalin era un tiranno, come dice oggi la storia, Pasternak era un grande poeta, come dice oggi la letteratura, allora a Stalin oggi bisogna sputargli in faccia sempre e comunque, Pasternak sempre e comunque elogiarlo.<br />
E, io non lo so, ma chi oggi la pensa così, secondo me sessant’anni fa avrebbe sempre e comunque elogiato Stalin e sempre e comunque sputato in faccia a Pasternak. Perché allora era quello che diceva la storia, e la letteratura.<br />
E allora bisogna poi stare attenti. Cioè secondo me il rischio è di trasformarci tutti in strumenti. Delle belle vanghe. Belle luccicanti. Son molto utili, le vanghe.<br />
Che adesso io non lo so, ma pensateci, c’è qualcuno di voi che nel 1940 si sarebbe preoccupato degli ebrei? Ecco, quei due o tre che se ne sarebbero preoccupati, ma preoccupati veramente, dico, son delle persone, gli altri, che siamo qui, siamo tutti delle vanghe. Perché quello che ci muove a andare a visitare i campi di concentramento oggi, quella cosa che sta in alto, e che ha istituito il giorno della memoria, nel 1940 ci avrebbe mosso in una direzione opposta e contraria e noi, esclusi due o tre, avremmo ubbidito.<br />
Tra le braccia della storia, avremmo fatto il nostro lavoro docili e utili come delle vanghe.<br />
Ecco. Sembra un’affermazione un po’ forte, alla quale si potrebbe obiettare «Ma cosa dici, io sono uno che penso con la mia testa». Beato te.<br />
Perché quella cosa lì, di pensare, è una cosa che, oggi, ma probabilmente è sempre stato così, io non so per voi, ma per me è molto difficile. Io per esempio non ho la televisione perché altrimenti le cose che sento dire dalla televisione mi entrano dentro la testa e mi si piantano nel cervello come dei pali intorno ai quali mi si arrotolano poi i pensieri, allora sono vent’anni che non ho la televisione e questa cosa qua, di non avere la televisione, e di non leggere i giornali, io non leggo neanche i giornali, e di sentire poco la radio, io se riesco sento poco anche la radio, produce degli effetti stupefacenti. Io, questa cosa la racconto spesso, un po’ di tempo fa, quando è morto l’ultimo papa, io di questa morte del papa, e del successivo convegno di cardinali per eleggerne un altro, l’avevo saputo per via che nel bar dove andavo a far colazione, sotto casa mia, a Bologna, eran diventati tutti dei vaticanisti.<br />
Un bar che fino a pochi giorni prima era frequentato da bancari, studenti, pensionati, commercialisti, idraulici, sarti, professori di ginnastica, tabaccai, ortopedici, musicisti, impiegati comunali, bidelli, avvocati, fisioterapisti, garagisti e bibliotecari, tutto d’un tratto, dans l’espace d’un matin, come si dice, era diventato il bar dei vaticanisti.<br />
E discutevano fra loro, e si dividevano in fazioni, e c’erano i bene informati e i male informati, e c’era chi assicurava che il giorno successivo tutto sarebbe finito, e chi diceva che no, che per altri tre giorni niente fumata bianca, e facevano anche le facce, come se si sforzassero di ragionare, e era in tutto e per tutto quello che un mio amico chiama la recita del pensare.<br />
Adesso come sapete una delle cose di cui si è parlato molto quest’anno è la crisi dell’Alitalia, e io, dieci giorni fa, il 17 gennaio, compiva gli anni mio fratello, sono andato a mangiare con la mia famiglia, che abita a Parma, i miei due fratelli e mia mamma, e i primi venti minuti che eravam lì a cena, non si è parlato altro che di trasporti aerei, e ne parlavano con dei termini, eran diventati come esperti di trasporti aerei, sapevano tutto, e, per me, sentirli discutere, era stupefacente, e dopo venti minuti ho detto a mia mamma «Mamma, te non hai mai preso un aereo nella tua vita, cos’è successo, hai fatto un corso?»<br />
Allora, pensare, come dicevo, è una cosa difficile, e io quando trovo quella che mi sembra una manifestazione di pensiero, è come se mi si allargasse il cuore, e a me questo effetto lo fa per esempio la manifestazione del pensiero di un signore che si chiama Sergej Dovlatov, che è uno scrittore russo che in Russia non ha mai potuto pubblicare, e che è emigrato in America e lì gli hanno pubblicato subito un racconto sul «New Yorker», e Kurt Vonnegut gli ha scritto una lettera dove lo salutava come uno dei migliori scrittori contemporanei, e in America ha poi fondato un giornale, e è diventato uno scrittore conosciuto e stimato, e a un certo punto, sul finire degli anni ottanta scrive:</p>
<p>&#8220;Io non discuto. Lo stato sovietico non è il posto migliore al mondo. E laggiù c’erano tante cose spaventose. Tuttavia c’erano anche cose che non dimenticheremo mai.<br />
Sgozzatemi, squartatemi pure, ma i nostri fiammiferi erano meglio di quelli americani. È una sciocchezza, tanto per cominciare.<br />
Andiamo avanti. La milizia a Leningrado agiva più operativamente.<br />
E non parlo dei dissidenti. Delle malefatte del KGB. Parlo dei normali, banali poliziotti. E dei normali, banali teppisti…<br />
Se si urla su una via di Mosca «Aiuto!», la folla accorre. Qui ti passano accanto.<br />
Là, in autobus, cedevano il posto agli anziani. Qui non succede mai. In nessuna circostanza. E va detto che ci siamo abituati in fretta pure noi.<br />
In generale c’erano molte buone cose. Ci si aiutava a vicenda un po’ più volentieri. E ci si azzuffava senza paura delle conseguenze. E ci si congedava dall’ultima banconota senza tormentosi indugi.<br />
Non sta a me criticare l’America. Io per primo sono sopravvissuto grazie all’emigrazione. E amo sempre di più questo paese. Cosa che non mi impedisce, penso io, di amare la patria che ho lasciato…<br />
I fiammiferi sono una sciocchezza. Sono altre le cose importanti. Esiste il concetto di pubblica opinione. A Mosca era una forza reale. Una persona si vergognava di mentire. Si vergognava di adulare le autorità. Si vergognava di essere venale, furba, cattiva. Le avrebbero chiuso le porte in faccia. Sarebbe divenuta uno zimbello, un reietto. E questo era peggio della galera.&#8221;</p>
<p>Ecco. Questa è la descrizione di una società dove si sarebbe realizzato un altro male assoluto del novecento, il male sovietico, e è un po’ diversa dalla vulgata contemporanea, sia in un senso che in un altro, non che bevessero solo dei succhi di frutta, ma non è che fossero neanche tutti delinquenti, o schiavi, o coglioni e questa descrizione mi è particolarmente cara perché parla di quel posto così come l’ho conosciuto io, un posto popolato da uomini che ne avevano viste tante, guerre civili, pogrom, culti della personalità, atrocità, dissacrazioni, falsità, riabilitazioni, nuove falsità, autocritiche, nuove riabilitazioni, nuovi culti della personalità, e che non avevano ormai nessuna fiducia nei loro governanti, e in un certo senso, nella vita di tutti i giorni, che non è poco, perché tutti i giorni son tutti i giorni, si governavano da soli, e non credevano più alle voci che venivano dall’alto.<br />
Adesso la cosa è cambiata anche là, sembra.</p>
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		<title>Biografia anelastica di Felice Chilanti (1914-1982)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 14:27:49 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg" alt="chilanti01" width="700" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><i>(Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. Scoprì la mafia dei corleonesi, che risposero con una bomba al tritolo. Ma non fu la mafia a ucciderlo)<span id="more-45276"></span></i></p>
<p><strong>IL GIORNO</strong>, il mese, l’anno. Il ventidue. Marzo. Mille novecento quarantadue. Galeazzo Ciano. Un diario. Lo scrupolo. La nota. La memoria nella cartuccia sull’inchiostro lungo la penna per sgorgare sulla pagina. Il diario come un pannolino per assorbire eiezioni di memoria. Essiccamenti di memoria riciclabile destinata ai posteri: di Galeazzo Ciano. L’ha “chiamato al telefono un giovanotto”. Ricorda, imprime, si preoccupa. Per dirgli cosa? Che la sua vita è in pericolo. La vita del figlio del regime, genero del. Regime. La vita di Ciano. Il confidente (attraverso la memoria, l’inchiostro, la pagina) rivela che “un giornalista, tal Felice Chilanti”, l’ha avvicinato e invitato al banchetto dei cospiratori nel “movimento rivoluzionario” che si propone di</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“eliminare</p>
<p style="text-align: right;">gli elementi di destra<br />
e conservatori</p>
<p style="text-align: justify;">del Partito</p>
<p style="text-align: right;">e</p>
<p>di imporre</p>
<p style="text-align: right;">al Duce</p>
<p>una</p>
<p style="text-align: right;">energica</p>
<p>politica</p>
<p style="text-align: right;">socialista”.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Tutto era previsto: attacco, arresto dei ministri, morte di Ciano” per interrompere lo sperma del potere ma sulla pagina l’inchiostro rassicura l’Io, non i posteri:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>“Con un po’ di confino</p>
<p style="text-align: right;">o anche di carcere</p>
<p>l’ardore</p>
<p style="text-align: right;">di questi giovani</p>
<p>verrà raffreddato.</p>
<p style="text-align: right;">Però</p>
<p>non si può fare a meno</p>
<p style="text-align: right;">di chiedersi:<br />
perché tutto questo?</p>
<p>Non potrebbe trattarsi</p>
<p style="text-align: right;">di un inizio</p>
<p>di antifascismo?”</p></blockquote>
<p><i> <img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45278" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg" alt="chilanti02" width="700" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02.jpg 1720w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></i></p>
<p>L’episodio, il perno attorno al quale ruota la giostra. Sta in mezzo a un’esistenza e la spiega. Quella che successe, quella che accadrà. Nell’ultimo atto. Del fascismo. Un cospiratore. Fascista che vuole uccidere fascisti. Antifascista? Neanche lui sa la risposta. Ancora no.</p>
<p>Ventotto anni fa. Nell’Alto Polesine. È nato. Da contadini, braccianti. Mangia carne tre volte l’anno. Spesso ha la famiglia</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«senza pane,</p>
<p style="text-align: right;">né crusca</p>
<p>per il maiale</p>
<p style="text-align: right;">né granturco</p>
<p>per anatre e galline».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sua casa d’infanzia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Nere travi</p>
<p style="text-align: right;">sopra i nostri sacconi</p>
<p>pieni di foglie</p>
<p style="text-align: right;">di granturco</p>
<p>e le lenzuola</p>
<p style="text-align: right;">gialle di canapa</p>
<p>tessute al telaio</p>
<p style="text-align: right;">dalla nonna malata.»</p>
<p style="text-align: right;">
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il clima: la denutrizione, l’odore di sterco campestre, l’erba macchiata, l’argilla, latrine all’aperto, le ascelle materne, la flanella del padre. I sabotaggi della povertà. Eppure cresce. Ne ha già quattordici. Prende un treno per Roma. Studierà ragioneria? Non completa gli studi. Trova un lavoro. Presso l’Unione. Provinciale. Fascista. Agricoltori. È già «fascistello». Sta con le sue idee nell’universo chiuso. La coerenza, l’incoerenza, rivoluzione, borghesia, Partito, monarchia, Vaticano, proletariato, ministeri, uniformi, Fiat, il Lungotevere, la carbonara fascista, i saltimbocca fascisti, i preservativi di budello: fascisti, le nuvole col profilo del Duce.</p>
<p><i>Ascolta l’epoca. Io non c’ero. Neppure tu. Ma questo non vuol dire. Che non sia possibile. Esperienza. Col mio lavoro e nella mia voce, tu fai esperienza. Nell’archivio, nel libro: la mia esperienza. Il critico con la barba bianca istruisce la giovane scrittrice: “lascia stare i libri e la storia. Fa’ esperienza”. Ma la stella che ci appare è una stella morta. Noi guardandola la rimettiamo in vita. La carta d’archivio è il fossile. Vita morta che rinasce. Io rivendico il mio diritto. Ad ascoltare. Il passato. A immaginarlo. Nel racconto della carta, della polvere, del libro.</i></p>
<p>Le giberne. I gabbiani. Un Campidoglio stinto. Brecce nel marmo. I rifugi del Ghetto. Montecitorio obbedisce. La passamaneria, il negozio di bottoni, il cotone di regime, il rayon di regime, Felice Chilanti giovane in camicia nera a considerarsi rivoluzionario e infatti lo guidano ex sindacalisti, ex socialisti, ex fondatori del Pci. Nicola Bombacci. Edmondo Rossoni. Una rivista: <i>La Stirpe</i>. Dicembre. Mille novecento trentaquattro. Il pubblicista ventenne scrive che il borghese è</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«il nostro avversario<br />
naturale»</p>
<p>e la rivoluzione corporativa<br />
dev’essere</p>
<p style="text-align: right;">una «rivoluzione<br />
antiborghese».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spirito, Spampanato, Fantini, Orano. Il fascismo sociale. Nella testa. Di Chilanti.</p>
<p>La sua Roma intanto…</p>
<p><iframe loading="lazy" title="La sua Roma" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/xA_-mpuOYP0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille novecento trentacinque. Lascia Roma. «Come a prova del senso collettivo della vita.» Il servizio di leva. La terza compagnia. Chimica. Per l’uso dei gas. «In distaccamento solitario nella valle alta dell’Adige.» Qui si canta un inno:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«noi con</p>
<p style="text-align: right;">l’iprite</p>
<p>e l’aggressivo</p>
<p style="text-align: right;">non ne lasciamo</p>
<p>nessuno vivo».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi. L’addestrano. Maneggia l’arma di sterminio. Noi. Intuisce le vescicazioni? Le piaghe sul corpo di uomini, donne, bambini? Noi. Il nostro volo. Il nostro scarico. La nostra guerra senza guerra d’Etiopia. Il nostro impero. I cadaveri effetto di noi. La nostra storia. Il nostro oblio. Abbiamo dimenticato <i>noi</i> sull’altipiano d’Africa. Chilanti apprende noi. Il nostro fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna. A Roma. Fa il giornalista. Scrive che si distribuisca. Ricchezza. Scrive che si recuperi. La funzione. Rivoluzionaria. Del sindacato. È rissoso. Anticapitalista. Antitutto. Scalpita nella leva del frondismo. Di Bottai. Nell’universalfascismo. Di Zangrandi. Nella cospirazione sonnambula. Dei Littoriali. La guerra. Vicina. Il fiato. Di Hitler. Il dissenso nell’acquario. L’orizzonte di cartone. Il pianeta dei pupazzi. Ma non è l’ora di uscire. A rivedere le stelle. Entra la colpa. Mille novecento trentotto. In un libercolo. La firma di Chilanti. La promessa:</p>
<blockquote><p>“i lavoratori</p>
<p style="text-align: right;">seguiranno</p>
<p>il Regime</p>
<p style="text-align: right;">nella politica</p>
<p>razziale,</p>
<p style="text-align: right;">con tutto l’amore e</p>
<p>tutta la fedeltà</p>
<p style="text-align: right;">necessaria ad essere</p>
<p>più forti, degni</p>
<p style="text-align: right;">e capaci di vincere.</p>
<p>E della razza saranno</p>
<p style="text-align: right;">i più<br />
intransigenti</p>
<p>e i più<br />
accaniti difensori.</p>
<p style="text-align: right;">Nei figli vorranno<br />
che la razza</p>
<p>sia sempre più pura”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La macchia. Lo insozza. Perché l’ha scritto? Ne ha ventiquattro. <i>Io, a ventiquattr’anni, mi laureavo. Studiavo l’Ottocento. Votavo. Perdevo. Ma non ero costretto. All’apartheid. Nessuno mi chiedeva. Di sbagliare. Non responsabile. Come Telemaco. Per questo. Solo per questo. Il marginale Io. L’inefficace, non storico Io. Non riesce a condannare. Ma è dispiaciuto. </i>Lui, a ventiquattro, per fortuna, almeno tace sugli ebrei:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«non scrissi<br />
di razze superiori<br />
o inferiori<br />
né la parola ebreo<br />
bensì che esistendo<br />
una razza italiana<br />
bisognava unificarla<br />
abolendo<br />
la divisione<br />
in razza di ricconi<br />
e razza di<br />
diseredati».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso risale. La corda nel pozzo. La presa. Le mani ferite. Le punte dei piedi: premono. Sulla roccia. Il fiato. E il gemito. Per liberarsi nella metamorfosi esigendo sangue, offrendo sangue. Mille. Novecento. Quaranta. La guerra. Chilanti in Grecia e Albania. Fonda una rivista con Pratolini e Gatto. <i>Il domani</i>. Scrive corrispondenze dal fronte. I fascisti la chiudono. Ritorna. A Roma. Ha deciso. I fascisti: un danno. Lingua in bocca con la monarchia. Lingua in bocca con la curia. Lingua in bocca con Hitler. Liberarsi. Uccidere il fascismo. Complotta. Coinvolge qualcuno. Il dieci. Aprile. Mille novecento quarantadue. L’arrestano. L’Ovra. L’accusa. Di aver macchinato l’omicidio di. Ciano, Starace, Farinacci. Sei mesi a Regina Coeli per il torchio e lui risponde:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«il conte e<br />
qualche altro conte,</p>
<p style="text-align: right;">sì signor commissario</p>
<p>gridavo fra i miei amici,</p>
<p style="text-align: right;">dovevamo liquidarli</p>
<p>e catturare</p>
<p style="text-align: right;">Mussolini</p>
<p>di notte</p>
<p style="text-align: right;">in un aeroporto,</p>
<p>ma sì, appunto,</p>
<p style="text-align: right;">come nei film,</p>
<p>puntandogli le pistole</p>
<p style="text-align: right;">alla schiena».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Lipari. Il confino. Le pietre nere. Contento per l’esilio. Si libera. Espettora il fascismo. Nell’isola. Con l’aiuto dei capperi. Delle olive. Fa la lavanda gastrica. Lontano da Mussolini. Che nel frattempo cade. Otto. Settembre. Mille. Novecento. Quarantatré. Per avventura rientra a Roma. Adesso partigiano accessorio. Laterale. Aderisce a Bandiera Rossa<i>.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Trozkisti,</p>
<p style="text-align: right;">anarchici,</p>
<p>comunisti espulsi<br />
e radiati;</p>
<p style="text-align: right;">fuori e contro il Cln.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antibadogliani, antimonarchici, anti svolta di Salerno. Forti nei quartieri proletari. Tra loro. Milita. Giuseppe Albano. Il Gobbo del. Quarticciolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Accarezzava</p>
<p style="text-align: right;">il suo mitra<br />
e mi fissava,</p>
<p>da ragazzo serio<br />
che uccide:</p>
<p style="text-align: right;">ho saputo<br />
che eri un fascistone.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli scervellati cui Felice si affratella.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Io approdai<br />
a Bandiera Rossa<br />
da un vero naufragio,<br />
solo all’ultimo “riscattato”<br />
con una carcerazione<br />
che fu per me<br />
la prima “libertà”.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45279" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg" alt="chilanti03" width="700" height="537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-300x230.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ventiquattro. Marzo. Mille novecento quarantaquattro. Il dolore. Molti compagni rastrellati. Interrati. Alle Fosse. Ardeatine. Lui stesso fugge con gli altri</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«scavalcando mura,</p>
<p style="text-align: right;">calandoci lungo tubature,</p>
<p>e anche,<br />
al momento necessario,</p>
<p style="text-align: right;">impugnando un’arma</p>
<p>a sommità d’una scala,</p>
<p style="text-align: right;">decisi a morire</p>
<p>senza viltà</p>
<p style="text-align: right;">e lasciando un segno</p>
<p>della nostra</p>
<p style="text-align: right;">partecipazione</p>
<p>di combattenti</p>
<p style="text-align: right;">a quella guerra».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse il naufrago ha trovato la rada. Avanza nel nuovo mondo postfascista. Asciuga i piedi sulla sabbia. Sveste gli abiti zuppi. Roma è libera. Poi il resto d’Italia. Quando dal mare. Un tentacolo. Afferra Chilanti. Per tirarlo indietro. Nell’acqua di ieri. Una foto che qualcuno gli mostra. Un plotone. D’esecuzione. I fucilati di Dongo. Gerarchi. Passati per le armi. Il ventotto. Aprile. Mille novecento quarantacinque. Pensa di svenire. Riconosce gli amici. Di un tempo. I camerati. Bombacci. Ernesto Daquanno. Molti altri. Sparati. Presto cadaveri. Poi vede chi comanda. Il plotone. Anche quello. Un amico. Un compagno. Di Bandiera Rossa. <strong>Amici tra chi fucila. Amici tra chi muore. Dove si metterebbe lui, nella foto?</strong> La guerra civile. In una foto. In una vita. Nella somma. Delle biografie. Di Felice Chilanti.</p>
<p>Ma non c’è tempo. Il tempo finisce. Riparte. La lotta. Sopravvivere. Prendere partito. L’avventura del mondo. Chilanti trova lavoro. Un po’ dappertutto. <i>Il Tempo.</i> <i>Milano-Sera.</i> <i>Il Corriere della Sera</i>. Oltre a entrare. Nel Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Là condotto,</p>
<p style="text-align: right;">al principio,</p>
<p>da senso di colpa</p>
<p style="text-align: right;">e spirito ribelle</p>
<p>convergenti,</p>
<p style="text-align: right;">paura e convinzione</p>
<p>mescolate</p>
<p style="text-align: right;">in unico</p>
<p>magma</p>
<p style="text-align: right;">tenace,</p>
<p>resistente:</p>
<p style="text-align: right;">torbido.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per lui inizia l’epoca&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Per lui inizia l&#039;epoca" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/eKrcdtCLds0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Quarantanove. Si associa. Alla fondazione. Di <i>Paese Sera</i>. Togliatti vuole. Un giornale borghese. Che sembri borghese. Con il sesso. Il sangue. Il denaro. Ma «dentro ci mettiamo i nostri ideali».</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Per quella<br />
difficoltosa<br />
battaglia<br />
fummo chiamati noialtri<br />
giornalisti esperti,<br />
rotti al mestiere,<br />
per rovesciare i fatti<br />
addosso alla società.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le sue inchieste. Importanti. Chi è il mandante. Della strage. Di Portella? Chi stava. Nella banda. Di Giuliano? Chi è il mafioso Calogero Vizzini? Illumina. Zone scure. Di realtà. Col suo andare in giro. Domandare. Investigare. Scopre Liggio. Scopre la mafia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Sono stato</p>
<p style="text-align: right;">fortunato</p>
<p>ed anche incosciente.</p>
<p style="text-align: right;">Oggi non andrei</p>
<p>in giro</p>
<p style="text-align: right;">per i viottoli<br />
di Corleone,</p>
<p>non entrerei nelle case</p>
<p style="text-align: right;">a chiedere notizie</p>
<p>di Luciano Liggio.</p>
<p style="text-align: right;">Sono stato</p>
<p>aiutato,</p>
<p style="text-align: right;">guidato,</p>
<p>informato</p>
<p style="text-align: right;">principalmente<br />
dai comunisti</p>
<p>di Corleone,</p>
<p style="text-align: right;">giovani e vecchi.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella tipografia de <i>L’Ora</i> di Palermo. Scoppia una bomba. Al tritolo. Ma non ferma Chilanti che scappa dal passato, divora il presente, corre incontro a&#8230; Dirà tempo dopo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«avevo per anni<br />
indagato,</p>
<p>interrogato esperti,</p>
<p style="text-align: right;">poliziotti,</p>
<p>intuito dedotto collegato</p>
<p style="text-align: right;">argutamente</p>
<p>indizi rapporti riservati,</p>
<p style="text-align: right;">affari racket e omicidi,</p>
<p>ero stato minacciato</p>
<p style="text-align: right;">di morte».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Viaggia in Cina. In Russia. Racconta il disgelo. Poststaliniano. I crimini del. Totalitarismo. Una notte lo chiamano. Dall’<i>Unità. </i>Sconvolti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ti rendi conto,</p>
<p style="text-align: right;">frughi</p>
<p>coi ferri roventi</p>
<p style="text-align: right;">dentro la pupilla</p>
<p>degli occhi nostri,</p>
<p style="text-align: right;">non abbiamo</p>
<p>altri occhi».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questo è lui. Questo è il materiale. Anelastico. Non morbido. Del quale è fatto. Felice Chilanti. Ha conosciuto i fascisti. Poi li ha combattuti. Adesso i sovietici. Non sa tacere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Di me non potevano</p>
<p style="text-align: right;">fidarsi</p>
<p>per l’anarchismo</p>
<p style="text-align: right;">di tutta la mia vita</p>
<p>non sapevo</p>
<p style="text-align: right;">prendere ordini.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Cinquantasei. L’Ungheria. E lui che ne ha compiuti quarantadue, fa il punto. Raffronta. Discerne. Pensa che prima o poi parlerà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Io li avevo amati</p>
<p style="text-align: right;">quei capi</p>
<p>dell’antifascismo,</p>
<p style="text-align: right;">per anni</p>
<p>non osai</p>
<p style="text-align: right;">pensare</p>
<p>a loro complicità</p>
<p style="text-align: right;">nei crimini</p>
<p>di Stalin e di Beria»,</p>
<p style="text-align: right;">ma «il partito</p>
<p>ufficiale</p>
<p style="text-align: right;">cominternista</p>
<p>portava<br />
in Comitato centrale,</p>
<p style="text-align: right;">in parlamento</p>
<p>i più disponibili,</p>
<p style="text-align: right;">gli smemorati;</p>
<p>noi, i pochi<br />
in rimorso consapevole</p>
<p style="text-align: right;">eravamo<br />
strumento cieco».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg" alt="chilanti05" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05.jpg 1557w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un fatto medico. Il commiato del corpo. Lo spinge a vuotare il sacco. Prima che sia troppo tardi. L’ultima avventura. Reggio Emilia. Mille. Novecento. Sessanta. Chilanti s’ammala mentre</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ragazzi in blue jeans<br />
feriti uccisi<br />
non si arrendono,<br />
le mie corrispondenze<br />
le detta il cronista locale,<br />
la stenografa non ode<br />
più<br />
la mia voce».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45281" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg" alt="chilanti04" width="700" height="927" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg 773w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-226x300.jpg 226w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un cancro. Alla laringe. Gliel’asportano tutta. «Nella ferita della coltellata.» Mettono. «La cannula per respirare.» Al posto della parola un raschio. Là dov’è il collo un foulard. Non può più intervistare, domandare, dettare. Smette. Di essere. Inviato. Dopo lo spavento. Dopo la crisi. Decide di farsi. Scrittore.  Di sé stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Scriverò</p>
<p style="text-align: right;">romanzi</p>
<p>d’ora in poi</p>
<p style="text-align: right;">per essere uomo</p>
<p>debbo diventare</p>
<p style="text-align: right;">scrittore.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella narrazione, il riscatto. Pubblica tre libri. Col disordine del flusso. Di coscienza. Illustra il bambino che fu. Il giovane e l’adulto. Terminata la fatica, chiarirà:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ho voluto</p>
<p style="text-align: right;">proprio</p>
<p>“spiegare il fascismo”</p>
<p style="text-align: right;">cercandolo</p>
<p>in me</p>
<p style="text-align: right;">nella mia autobiografia.</p>
<p>Ormai sono giunto<br />
al convincimento</p>
<p style="text-align: right;">che in Italia</p>
<p>nessuno</p>
<p style="text-align: right;">può</p>
<p>onestamente</p>
<p style="text-align: right;">“parlare d’altro”</p>
<p>accantonando</p>
<p style="text-align: right;">la propria storia,</p>
<p>la propria persona».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’errore, l’entusiasmo, l’energia, prima del pensiero, il rimorso. La separazione. Dal potere. Dagli strati di grasso. Di comodo. Dalla protezione. Anche culturale. Della borghesia. L’inerme. Generazione. Che nacque nella caverna. Fascista. Il telefono tace. Qualcuno gli toglie il saluto. Ma lui insiste. Coi libri, le pagine, la denuncia del sé e del noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Non fummo lebbrosi<br />
né delinquenti,</p>
<p style="text-align: right;">andammo alla guerra<br />
di liberazione</p>
<p>ma udimmo qualcuno<br />
che disse:</p>
<p style="text-align: right;">hanno scelto<br />
il cavallo vincente.</p>
<p>Li osservavo<br />
ai loro tavoli,</p>
<p style="text-align: right;">a via delle<br />
Botteghe Oscure</p>
<p>e nei loro sguardi</p>
<p style="text-align: right;">quel sedimento<br />
indistruttibile»</p>
<p>di sospetto.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno. Nella libreria Rinascita. Entra. Un funzionario del Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«vecchissimo,</p>
<p style="text-align: right;">mummificato».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chilanti lo indica. Al collega Fidia Gambetti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«quando lui era</p>
<p style="text-align: right;">comunfascista</p>
<p>al tempo del patto</p>
<p style="text-align: right;">con Hitler,</p>
<p>noi eravamo</p>
<p style="text-align: right;">fasciocomunisti</p>
<p>e volevamo finirla</p>
<p style="text-align: right;">col capitalismo».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Generazione. Contro. Generazione. Colpevoli, censori, sacrificati. Chilanti accusa. Neppure voi. Avete combinato. Granché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Chi ero adesso</p>
<p style="text-align: right;">al banco</p>
<p>di questo tavolo?</p>
<p style="text-align: right;">Non avevo catturato<br />
Mussolini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel 1941 (…);</p>
<p style="text-align: right;">non avevo ammazzato<br />
i grandi capitalisti</p>
<p>di Roma</p>
<p style="text-align: right;">la mattina della<br />
liberazione</p>
<p>coi miei compagni<br />
di Bandiera Rossa (…).</p>
<p style="text-align: right;">In fondo, dissi (…)</p>
<p>io sono Praga.»</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resoconto. Senza vincitori. La profezia delle macerie. Della sinistra. Lui però s’alza dal bugigattolo ed è fiero:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ora sono<br />
proprio sicuro<br />
che un verso,<br />
un periodo<br />
di narrativa<br />
sono atti<br />
della resistenza<br />
dell’uomo:<br />
la resistenza permanente».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrive l’ultimo articolo. Su <i>L’Ora</i>. Il titolo. <i>Città della speranza</i>. Un racconto. Del ventinove. Novembre. Mille novecento ottantuno. A Palermo. I giovani in piazza contro i missili. Di Comiso. Tre mesi dopo. A Roma. Il ventisei. Febbraio. Mille. Novecento. Ottantadue. Chilanti muore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Riferimenti bibliografici minimi<br />
</b>I periodi tra virgolette « » sono tratti dai tre romanzi autobiografici di Felice Chilanti (<i>Ponte Zarathustra</i>, <i>Il colpevole</i>, <i>Ex</i>), raccolti in <i>La paura entusiasmante</i>, Milano 1971; e dai <i>Carteggi 1942-1978</i>, a cura di Gloria Chilanti e Sergio Garbato, Rovigo 2004.</p>
<p>Chi vuole approfondire la biografia di Chilanti può consultare le voci a lui dedicate in: <i>Dizionario biografico degli italiani</i>, vol. 34, 1988, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, pp. 721 sgg.; <i>Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza</i>, vol. 1, Milano 1968, p. 537. Per il complotto si veda Galeazzo Ciano, <i>Diario. 1937-1943</i>, Milano 1980, p. 602. Sui giovani e il dissenso nel fascismo si vedano il classico di Ruggero Zangrandi, <i>Il lungo viaggio attraverso il fascismo</i>, Milano 1962 (1948); e poi Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini e Renato Calmieri (a cura di),<i> La generazione degli anni difficili</i>, Bari 1962; Marina Addis Saba, <i>Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista</i>, Milano 1973; Ugoberto Alfassio Grimaldi, <i>Cultura a  passo romano: storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte</i>, Milano 1983; Aldo Grandi, <i>I giovani di Mussolini: fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti</i>, Milano 2001; Paolo Buchignani, <i>La rivoluzione in camicia nera: dalle origini al 25 luglio 1943</i>, Milano 2006. Si veda anche il dibattito apertosi sulle pagine del<i> Corriere della Sera</i> dopo la pubblicazione del saggio di Mirella Serri (<i>I redenti</i>, Milano 2005), del quale mi limito a citare l’intervento di Luciano Canfora, <i>Togliatti fu il primo a capire gli intellettuali in camicia nera</i> del 15/9/2005. Le affermazioni di Chilanti sulla razza italiana sono tratte da ID. <i>La missione della razza italiana</i>, in P. Orano, <i>Inchiesta sulla razza</i>, Roma 1938, p. 85 (citato in Serri, <i>I redenti</i>,  p. 69).</p>
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		<title>L&#8217;estetica sovietica e il corpo sequestrato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2011 11:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Pompeo A proposito di due mostre Pensare l’estetica sovietica, ovvero la facciata celebrativa del regime, come semplice frutto di una decisione presa dai vertici del PCUS o da Stalin in persona rappresenta una semplificazione che nasconde un errore di valutazione. Più correttamente andrebbe considerato un concorso di circostanze e di persone che la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG-300x202.jpg" alt="" title="IMG" width="300" height="202" class="alignleft size-medium wp-image-39010" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG-1024x692.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG.jpg 1670w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><strong>di Lorenzo Pompeo</strong></p>
<p><strong>A proposito di due mostre</strong></p>
<p>Pensare l’estetica sovietica, ovvero la facciata celebrativa del regime, come semplice frutto di una decisione presa dai vertici del PCUS o da Stalin in persona rappresenta una semplificazione che nasconde un errore di valutazione. Più correttamente andrebbe considerato un concorso di circostanze e di persone che la edificarono in modo non sempre premeditato. L’opera della scultrice Vera Muchina realizzata per l&#8217;Esposizione Internazionale «Arts et Techniques dans la Vie moderne» (1937) di Parigi,  <em>L’operaio e la Kolchoziana</em>, divenne una vera e propria icona dell’epoca sovietica (fu scelta anche come simbolo della Mosfilm, la più importante casa di produzione cinematografica della Russia sovietica) e del realismo socialista.<span id="more-39009"></span> L’affermazione di quell’icona fu immediata e perentoria, mentre il premio Stalin fu assegnato all’autrice nel 1941.<br />
Analogo discorso vale per alcuni quadri di Aleksander Deineka, pittore a cui il Palazzo delle Esposizioni ha recentemente dedicato un&#8217;importante mostra. Nato a Kursk nel 1899 nella famiglia di un impiegato delle ferrovie, Deineka non fu solo un pittore, ma anche uno sportivo, come si evince anche dalle sue tele. Praticò il calcio, il nuoto,  e anche il pugilato. Frequentava il circolo pugilistico del VChUTEMAS (gli Atelier superiori artistico-tecnici di Mosca, la più importante accademia d’arte in Russia, dove aveva studiato fino al 1925 e dove insegnò a partire dal 1928). Il suo allenatore diceva che se non avesse mostrato talento per la pittura, sarebbe diventato un buon pugile. Non è un caso, evidentemente, se nel suo autoritratto del 1948 lo si vede proprio nelle vesti di un pugile.<br />
A partire dal 1928, anno in cui il suo celebre quadro <em>La difesa di Pietrogrado</em> fu esposto nei locali del VChUTEMAS in occasione del primo anniversario della Rivoluzione, Deineka, divenne l’artista più rappresentativo dell’Unione Sovietica. Nel 1929 alcuni suoi lavori di grafica vennero esposti a New York nella mostra ufficiale <em>Exhibition of Contemporary Art of Soviet Russia</em> e l’anno seguente alcune sue tele furono presentate alla XVII Biennale di Venezia. In qualità di ambasciatore dell’arte sovietica, ebbe la possibilità di viaggiare molto. Nel 1935 trascorse sei mesi all’estero, tra Stati Uniti ed Europa (fece tappa a Parigi, e passò anche per l’Italia).  Corpi di atleti ed episodi legati allo sport sono uno dei suoi temi prediletti e anche ai suoi allievi raccomandava di praticare gli sport.<br />
Sarebbe un grave errore considerare Deineka come un mero esecutore delle direttive artistiche del regime. Al contrario, fu Deineka  stesso che contribuì, con le sue opere, a codificarle. Anche a lui si deve il passaggio  dai temi legati al mito del proletariato, della fabbrica e della miniera, ai giganteschi corpi degli sportivi che, in sintonia con le tendenze artistiche degli altri regimi totalitari europei, riempirono i quadri e i monumenti negli anni ’30.<br />
Il realismo socialista divenne “dottrina ufficiale” nel Primo congresso degli scrittori sovietici del 1933. Successivamente, nel 1935 (fu l’anno in cui, a seguito dell’assassinio di Kirov, cominciarono le epurazioni in ogni settore della società e nei vertici del partito) venne lanciata una campagna contro i cosiddetti “formalisti”, che fece piazza pulita di ogni forma di espressione artistica e culturale non conforme alle direttive ufficiali. Venne promulgata anche una legge che puniva severamente la produzione e il possesso di immagini pornografiche. Ne fece le spese il celebre fotografo Aleksandr Grinberg, il quale fu condannato a cinque anni di reclusione per alcune sue foto di nudo che erano state esposte nella mostra I maestri dell’arte fotografica sovietica. Da quel momento in poi non sarebbe stato più possibile esporre foto di nudo in Unione Sovietica per parecchi decenni. Proprio in quello stesso anno, a luglio, si organizza sulla Piazza Rossa, a Mosca, una parata ginnica. Una collezione di foto che documenta in modo dettagliato questi fenomeni è stata esposta in una recente mostra, <em>Nudo per Stalin</em>, organizzata dalla Fondazione Internazionale Accademia Arco presso la Sala Santa Rita di Roma. Nell’agosto del ’35 il minatore Stakanov stabilisce un record nell’estrazione del carbone dal quale ebbe origine il fenomeno dello stacanovismo.<br />
L’anno successivo, il 1936, venne promulgata la costituzione sovietica, scritta quasi interamente dallo stesso Stalin, che sanciva alcuni diritti e libertà dei cittadini proprio nel momento in cui il terrore stava raggiungendo il culmine (si calcola che in quegli anni circa 8 milioni di cittadini fosse ai lavori forzati). In quello stesso anno, come racconta Mario Alessandro Curletto nel suo recente saggio <em>I piedi dei Soviet. Il futbol dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin</em>: «Mentre Semën Timošenko girava il film che avrebbe ufficialmente sancito l’ingresso del futbol nell’immaginario collettivo sovietico, fu compiuto un passo storico. Il 26 marzo il presidium del Consiglio Superiore della Cultura  Fisica presso il Comitato Centrale Esecutivo dell’URSS approvò un decreto che prevedeva la disputa del primo campionato sovietico di squadre di club» (Il melangolo, Genova 2010). Il quadro di Deineka <em>Calciatore</em>, del 1932, aveva preceduto questa storica decisione di quattro anni. La monumentale tela <em>Il portiere</em>, del 1934, di due.<br />
Nell’articolo <em>Un genere proibito</em>, contenuto nel catalogo della mostra <em>Nudo per Stalin</em>, Aleksej Loginov scrive: «I giovani fotografi sovietici avrebbero scoperto a modo loro il tema del “corpo emancipato”, immortalando le parate sportive in cui ragazzi e ragazze marciavano sotto giganteschi ritratti di Stalin. (..) Partecipando alle parate, il singolo si trasformava in un membro del collettivo, annullando la propria individualità e sviluppando nel contempo la propria coscienza sociale. Negli anni venti e trenta lo sport diventa parte fondante della politica statale finalizzata all’educazione dell’individuo alla bellezza e alla salute fisica. (..) L’obiettivo dichiarato era il perfetto controllo sul corpo» (<em>Nudo per Stalin</em>, Gangemi, Roma 2009). Sempre nel 1936, venne promulgato un nuovo codice familiare e matrimoniale: il divorzio divenne molto più complicato e fu vietato l’aborto (venne nuovamente consentito nel 1955, due anni dopo la scomparsa di Stalin).<br />
Lo sport, nelle sue rappresentazioni e nella sua pratica, sia attiva che passiva, divenne un elemento fondamentale nella vita culturale, nella propaganda e nell’estetica del regime. Il corpo dell’<em>Homo sovieticus</em>, stacanovista o sportivo, doveva essere offerto alla causa. Le giovani Kolchoziane corrono nude nelle acque di uno stagno nel quadro di Deineka <em>Mezzogiorno</em> (1932), si asciugano sorridenti in <em>Bagnanti</em> (1933) e fanno ginnastica nude in <em>Giocando a palla</em>. Il desiderio e l’erotismo appare del tutto rimosso. Malgrado ciò (o forse proprio per questo) appaiono felici.   </p>
<p>Nota<br />
La foto è di R. Diament, <em>Parata sportiva a Kiev</em>, 1935, coll. P. Khoroshilov, Mosca, da: <em>Nudo per Stalin. Il corpo nella fotografia sovietica negli anni venti</em>, Gangemi, 2009 Roma</p>
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		<title>[2] LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI di Vaclav Janovič Dvoržeckij</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 14:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[il teatro del Gulag]]></category>
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					<description><![CDATA[[ ⇨ parte prima ] Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975] Opus 40 Cello Sonata No. 2 in D min [1934] I Allegro non troppo Introduzione, traduzione e cura di ⇨ Anna Tellini &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;Capitolo XII: Libertà-Schiavitù &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;E’ difficile descrivere le agitazioni e le ansie degli ultimi giorni. Anno 1937! Arrivano “fittamente” nuovi convogli sotto scorta. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<p align="center"><small>[ ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/" target="_blank"><strong>parte prima</strong></a> ]</small></p>
<p><center></p>
<div style="width:502px;">
<table style="border:1px solid #ffffff;" align="center" width="502" border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" bgcolor="#ffffff" style="border:3px solid #ffffff;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;"><center><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/22389613?autoplay=1&#038;loop=1&#038;color=ffffff&#038;title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="500" height="398" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></center></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-38764-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3</a></audio></div>
<p><span style="color: #000000; font-size:10pt;"><strong>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975]</strong><br />
Opus 40 <em>Cello Sonata No. 2 in D min</em> [1934] I Allegro non troppo</span></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Introduzione, traduzione e cura</em><br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Capitolo XII: Libertà-Schiavitù</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ difficile descrivere le agitazioni e le ansie degli ultimi giorni. Anno 1937! Arrivano “fittamente” nuovi convogli sotto scorta. Inizia una nuova “ondata” di avvenimenti. C’è ansia… impossibilità di capire, le voci sono diverse: “fanno tornare quelli che sono liberati”, “non libereranno l’articolo 58”, “aggiungono nuovi termini, tolgono gli sconti di pena…”. </span> <strong><span id="more-38764"></span></strong><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Signore! Né sonno, né cibo! Un giorno! Un’ora! Un minuto! sono come anni! Finalmente, chiamano: “Col bagaglio, sei libero!”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Voi avete mai sentito queste parole?! Ormai non ci credi… No! Non può essere!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho firmato. Ho ricevuto il PASSAPORTO! Quinquennale! Denaro, una razione di quattro giorni (l’ho detto, che sono felice!)… Firmare ancora.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E questo cos’è? “Meno cento”! Non si può, dice, abitare nelle grandi città, vicino al confine, vicino ai porti marini, nei centri industriali…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma dove abitare? Là, dove concederanno la residenza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il biglietto l’hanno dato fino a Kiev. Sono partito…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come ho viaggiato? Come nella nebbia… Un torpore tale, come se non fossi io, come se tutto questo accadesse a qualcun altro. Mi stupivo soltanto, quando le guardie verificavano i documenti… Alcune volte prima di Leningrado. Leningrado, Mosca, Kiev, IRPEN’! A CASA!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mio padre… Mia madre… I pini intorno al podere. Come sono cresciuti! Li ho messi a dimora io dodici anni fa. Qui mamma è venuta spesso, li ha innaffiati di lacrime… è cresciuto un bosco! Signore!!! Sono a casa!… Ecco i miei disegni degli attori del cinema: Mary Pickford, Gloria Swanson, Harry Piel.  La collezione di banconote, libri, libri… Sfiorare… toccare. Mio padre è molto vecchio chissà perché… eppure, mi pare, non ha ancora 70 anni.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Libertà! Non ci sono abituato affatto, affatto… Dunque, puoi andare dove ti pare? L’ho fatto! Sono andato per la strada, sono passato per un campo, per un bosco, mi sono steso nell’erba, ho fissato l’eterno cielo azzurro, le nuvole vive, che si liquefanno. Mi sono alzato, ho camminato di nuovo. Sono andato avanti, senza scopo, senza guardia, senza scorta, senza sorveglianza, senza permesso!…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di sera mia madre mi ha detto chissà perché  sussurrando: “Qui, quando ancora non c’eri, sono venuti dei tipi, hanno chiesto…”. Hanno chiesto… Eccoli, i “brividi all’addome” che conosci bene! Senza permesso di soggiorno… Sì… Eccoli per te anche senza scorta…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di notte sono andato in un campo, ho rubato della paglia, l’ho portata per un giaciglio, ho falciato dell’erba per la capra. Dovrei legare la capra su una radura al piolo – la corda non c’è… Aspettate, miei cari, miei familiari, tutto sarà, farò tutto!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non ho fatto niente, <em>assolutamente</em> niente…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A Kiev il capo della direzione cultura mi ha detto che da noi non ci sono disoccupati, nei teatri invece per me non ci sarà più posto. Sono andato a Belaja Cerkov’, cento chilometri da Kiev, là è permessa l’iscrizione all’anagrafe. Mi sono proposto a teatro. Sono contenti. Sono andati all’NKVD a chiarire… Hanno chiarito… E’ possibile, ma… ma il regista non vuole rispondere di me:  ha famiglia… A Irpen’ sono venuti di nuovo in mia assenza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono andato a Bariševka. Mi sono sistemato a lavorare come meccanico in un’officina di riparazioni. Dopo un mese la padrona, dove affittavo un angolo, me ne ha privato: erano venuti dalla milizia. Sono tornato ad Irpen’: “Figlio caro, vattene! Qui chiedono di te in continuazione. Tutta Irpen’ sa che sei tornato. Hanno chiesto dove sei, ma io non lo so”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono partito per Charkov. Là studiava nell’istituto di educazione fisica mia sorella, viveva nella casa dello studente. Andai dal capo della direzione cultura.<br />
&#8211;	Serve un attore?<br />
&#8211;	Certo! Ora vi presento al direttore e al primo regista di un buon teatro -. Telefonò:  &#8211; Vi ho trovato un buon attore. Venite!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vennero: il direttore Čigrinskij, il regista Mal’vin.<br />
&#8211;	Benissimo. Potete andare in tournée?<br />
&#8211;	Dove volete!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono andato. Aveva tutta l’aria che mi avesse raccomandato il capo della direzione cultura! Non mi hanno chiesto niente. Ed io non ho detto niente. Il teatro operaio-colcosiano n°4 (RKT-4). Lavoro!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Kupjansk, Debal’cevo, Doneck. <em>Anna Karenina</em>. <em>Slava</em>. Ricevo una paga! Vivo! Ai genitori non scrivo. Sanno che sto a Charkov, da mia sorella. Mamma ormai non piange. Là ha un nipote, Leopol’dik, di 5 anni, e la nonna il suo cuore l’ha dato interamente a lui – è una consolazione. Grazie a dio!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Passò un mese, arrestarono quello che mi aveva raccomandato. Mi invitò il direttore.<br />
&#8211;	Da dove venite?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Io raccontai tutto.<br />
       &#8211; Per amor del cielo, andatevene! Prendete due settimane di paga e andatevene.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Partii per i sobborghi di Mosca, fermata del metro “Insegnamenti di Il’ič”, là abitava una mia cugina, mi ospitò. Guadagnavo qualcosa nelle dacie. Riparavo i tetti, le staccionate, spaccavo la legna. Una volta ho messo il dito sulla carta geografica dell’Urss, cercando di puntare più in alto e più a destra, e sono capitato ad Omsk.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come sono andato e come mi sono organizzato è impossibile dimenticarlo!… Nessun bagaglio, tutto addosso, denaro – tre biglietti da cinque in tasca, un biglietto per un vagone collettivo. Tre giorni nella cuccetta di sopra. La cugina mi aveva rifornito di alimentari per il viaggio. Niente da dire. Bene.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il treno arrivò di notte. 30 sottozero. Portavo degli stivaletti, un cappotto “foderato di vento”, in testa un cappello…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La stazione è strapiena di passeggeri, non c’è da sedersi. Fino alla città, salta fuori, sette chilometri. Un tram. L’ultimo. Bisogna andare. Non c’è, si capisce, nessun indirizzo. Non importa: l’”angelo custode” aiuterà! Le pareti del tram sono coperte di uno spesso strato di ghiaccio. Le porte non si chiudono. I piedi gelano, bisogna pestarli tutto il tempo. Il tram è vuoto. Siamo arrivati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Buio. Non c’è nessuno. In lontananza un lumicino. Di corsa là! Salta fuori che è una bettola! Non è ancora chiusa! Le sedie sui tavoli con le gambe all’insù – puliscono. In un angolo qualcuno dorme dietro il tavolo… L’inserviente al banco fa schioccare il pallottoliere.<br />
&#8211;	Chiuso! Chiuso!<br />
&#8211;	Un minuto soltanto! Permettetemi di riscaldarmi! Forse c’è del the?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’avventore dietro al tavolino cominciò a rianimarsi.<br />
&#8211;	Amico!… Bevi con me! Tutti i parassiti mi hanno abbandonato! Ma che, non sono un uomo?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In generale, con lui ho bevuto e mangiato un boccone e sono andato a passar la notte da lui. Venne fuori che era il gestore della Casa del colcosiano. Non l’ho più visto, ma ho vissuto gratis in questa Casa una settimana intera! Ecco che miracoli fa l’”angelo custode”!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ad Omsk mi registrarono, e mi presero al TJUZ</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, benché avessi raccontato tutto di me.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ormai declamavo nel seggio elettorale:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Conosciamo gli uomini e i fatti li vediamo,<br />
Ma la verità col cuore la sentiamo.<br />
Per il cammino di Stalin, diritto come una freccia,<br />
Noi tutti, come un sol uomo, votiamo!</em></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da “Insegnamenti di Il’ič” ricevetti una lettera. Salta fuori che ormai chiedevano anche là…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel teatro di Omsk ho lavorato molto e con successo. Ad Omsk mi sono sposato. Nel 1939 è nato mio figlio Vladislav. Ad Omsk avevano un buon atteggiamento nei miei confronti, ma… far amicizia con me era cosa non encomiabile, che devo dire, non particolarmente “prestigiosa” e priva di rischi… Di me sapevano tutto. Io non ostentavo niente, ma non nascondevo neppure. Nei questionari scrivevo la verità: “Provenienza sociale: nobile”. “Fedina penale: Commissione speciale dell’OGPU</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, articolo 58, condanna a 10 anni”. Ciò fa di te non un Eroe del Lavoro Socialista, non un decorato, ma un “nemico di classe non fucilato”, è evidente. Molti, soprattutto i dirigenti, la pensavano così: “Meglio che mi accusino di eccesso di vigilanza, che di assenza di senso di classe”. Tempi cupi. Era annunciato un “inasprimento della lotta di classe”, per questo agli “elementi estranei” si riferivano, per dirla eufemisticamente, in modo non molto benevolo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Partii per Taganrog: sempre Siberia, Nord, freddo – tanti anni! E’ comprensibile il desiderio di riscaldarsi al mare del sud. Là ho lavorato un anno con successo! Mi chiamarono alla milizia, cancellarono il passaporto e ordinarono, in quanto “trasgressore della legge”, di andarmene dalla città in ventiquattro ore. “Mi sono scaldato”. Risulta che la città è diventata “chiusa”! Pensare che lavoravo bene, con successo, in modo interessante. Ero regista ed eroe a teatro! Che fare, grazie di non avermi messo dentro…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il “trasgressore” ritornò ad Omsk. TJUZ, teatro del dramma. Di nuovo un lavoro interessante, creativo, successo, l’amata famiglia, possibilità di aiutare i genitori. Prospettive!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E d’un tratto la guerra! Sfollati, razione insufficiente, mercato vuoto. Genitori e sorella a Kiev, il legame è perso… Ma in teatro va meravigliosamente bene! Sono impegnato in tutto il repertorio:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>“Mio figlio”, “Fiandra”, “Uriel Acosta”, “Kutuzov”, “La notte degli errori”, “Un ragazzo della nostra città”, “Primavera a Mosca”</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Partner nuovi, magnifici: Vachterov, Jačnickij, Luk’janov. Il teatro Vachtangov è nel nostro edificio. I registi sono Simonov, Dikij, Ochlopkov</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Gli spettacoli vanno in scena a giorni alterni: da loro <em>Kutuzov</em>– da noi <em>Kutuzov</em>, da loro la prima di <em>Molto rumore per nulla</em>, da noi la prima de <em>La notte degli errori</em>. E poi il circolo dei dilettanti, e anche a casa c’è molto da fare. Mia moglie è maestra di ballo a teatro e nella Casa dei pionieri. Vladik ha due anni. Era difficile, ma interessante e bello…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Abitavamo nel parco. Alla lettera. L’ex casa del governatore è la Casa dei pionieri, e nel parco della Casa dei pionieri c’è l’ex casetta del giardiniere del governatore. Una buona casetta, di due stanze, un piano, senza acqua corrente, con riscaldamento a stufa. Una stanza la cedemmo agli sfollati. La cucina era comune. A noi questo “appartamento” l’avevano dato perché guidavamo i circoli della Casa dei pionieri: drammatico e di danza. (Ricordo, facevo le prove di Sneguročka di Ostrovskij. La piccola Veročka: “Mamma! Voglio un amore! Un amore da fanciulla!”. La direttrice della Casa dei pionieri insorse: “Vietato”. Ora questa Veročka  Michajlina è un’artista del popolo).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco là ricevetti la citazione: “Lasciare la città in 48 ore”. La dirigenza del teatro si è agitata: il repertorio minacciato di fiasco.<br />
&#8211;	Andate, datevi da fare! Chiedete che non vi sloggino! (Ma loro non lo fanno: temono quel che ne potrebbe derivare).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A farla breve, scrissi una dichiarazione con preghiera di concedermi di restare in teatro. Ho preso, dico, piena coscienza di tutto, mi sono corretto, non lo farò più…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma bisognava partire. Per la provincia. Arrivare-recitare! Non sono stato capace di combinare le cose…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vennero di giorno. In tre. Stavo lavando il bambino in una bacinella. Ordinarono di sedermi da parte. Perquisizione. Il ragazzino bagnato piange.<br />
&#8211;	Permettetemi di vestire il bambino!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Venne la suocera, portò Vladik in cucina. (Lo vedrò solo dopo 5 anni). Durante la perquisizione sparpagliarono tutti i libri, si impadronirono delle lettere dei genitori e delle fotografie… della moglie. Nuda. Aveva un fisico magnifico, quale doveva avere una ballerina, passata attraverso la scuola del teatro Bol’šoj. La fotografavo io stesso, avevo una “Fotokor”. C’erano molte pose, ma queste, “sconvenienti”, le conservavo in un libro. Presero anche quelle. Ho protestato: “Non avete il diritto! E’ una cosa personale, intima, non riguarda nessuno!…”. Poi il giudice istruttore coi suoi aiutanti ha guardato e riguardato queste pose, si è scambiato impressioni e annotazioni ciniche… Non ho potuto dargli un pugno in faccia – ero legato alla sedia. Potevo solo piangere per l’impotenza. E lo ricordo! Lo ricordo per tutto il tempo, per tutti gli anni di pene, tormenti, dolore – lo ricordo e non perdono! Non posso perdonare questa offesa! Se mi avessero battuto con un flagello di gomma per il fatto che avevo pronunciato una parola non russa, a loro incomprensibile – “riabilitano” -, si potrebbe perdonarli: sono degli ignoranti! E poi, proprio loro non ammettevano il non riconoscimento della colpa!  “E’ una calunnia contro gli organi! Da noi non arrestano per niente!”. Per questo, se dichiaravi di non essere colpevole di niente era già pronta sia la condanna, che l’articolo… Tutto questo è barbaro, raccapricciante, doloroso…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di nuovo l’articolo 58, di nuovo la “commissione speciale”, la differenza è solo nella condanna: la prima volta condannato a dieci anni, ora a cinque.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di nuovo la cella di isolamento.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E, per quanto strano possa sembrare, di nuovo questo sorprendente sentimento di libertà interiore. A dispetto delle inferriate, le pareti, gli interrogatori, le false accuse, le minacce, i tormenti. Io tutto il tempo cercavo e trovavo in me la possibilità di osservare tutto questo appena appena “a parte”, di vedere la “<em>mise en scène</em>”, il “dialogo”, lo “sviluppo dell’azione”, di sentire me stesso nelle “circostanze date”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma cosa vale la sola coscienza del fatto che tu stesso sei libero di disporre della tua vita! Libero di decidere se vivere o non vivere. Al recluso non danno una scelta del genere:  confiscano la cinghia, le bretelle, tagliano i bottoni di metallo, tolgono le stringhe, mantengono l’illuminazione perenne, osservano attraverso lo spioncino, perquisiscono  costantemente, non permettono di dormire di giorno, di notte molestano. E tutto questo, per quanto sembri strano, per privare il recluso della possibilità di suicidarsi. Ed ora immaginiamo che si sia riusciti (è inverosimile!) a nascondere da qualche parte, mettiamo, nella manica, nel polsino della camicia, le lamette da barba! Sì? Ciò creerà un esultante senso di indipendenza! E’ una sensazione di libertà illimitata! “Con tutte le vostre forze mi tenete in prigione e non sapete che io in qualunque momento, dipendente solo da me, posso liberarmi dal vostro potere e andarmene per sempre!”. Effettivamente io ero riuscito a nascondere qualcosa nel polsino della camicia: sulle scarpe un tempo c’erano dei gancetti metallici per le stringhe. Al momento del controllo i gancetti erano stati strappati. Uno casualmente era rimasto. L’ho tolto, raddrizzato, affilato sull’impiantito di cemento, l’ho nascosto e sono diventato <em>indipendente</em>. Cosa? Avevo molta voglia di morire? Niente affatto! Io volevo vivere. Ma non volevo che questo dipendesse da qualcuno. “Io!”. “Io stesso! Io voglio così! Io <em>posso</em>!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi muovevo molto – misuravo cinque, dieci chilometri al giorno. Lavoravo senza fallo. Come? Ad esempio, rammendavo i calzini. Un’occupazione? Oh, era una procedura complessa e interessante! In primo luogo, occorre trovare e conservare un “ago” – una lisca adatta. In secondo luogo, estrarre dei fili da questo stesso calzino, smagliando un po’ la parte superiore. Quindi il calzino si indossa su un cucchiaio di legno, poi con l’”ago” si fa un buchetto nel punto necessario, il filo con la punta lo passi con molta attenzione nel buchetto e lo tendi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Poi la stessa cosa – al rovescio. E ancora… E ancora… Molte volte. E poi trasversalmente si costruisce una trama a quadrettini. Infine, dopo molti rimaneggiamenti, il classico rattoppo  è pronto, di 5 centimetri per 5. E sono passati dieci giorni! Anche questa era una forma particolare di protesta, una forma di sfida: non era permesso lavorare. Il recluso doveva sentirsi tutto il tempo irrimediabilmente oppresso, solo, schiacciato, impotente, debole, colpevole di tutto, di qualunque cosa lo incolpasse il giudice istruttore! Sistema infernale di azione sulla psiche del prigioniero! Mentre qui, improvvisamente, c’è una persona sicura di sé! Si distrugge il sistema! Ciò aiutava a sopravvivere, a conservare la dignità  umana, ad essere pronti ad affrontare qualunque difficoltà, qualunque imprevisto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando, sei mesi dopo la fine dell’istruttoria e l’annunzio della sentenza della commissione speciale (cinque anni di lager), mi trasferirono in un “carcere di transito”, dov’erano raccolti più di un centinaio di <em>zeki </em>i più diversi, subito “interpretai” il ruolo dello <em>starosta</em> [rappresentante dei detenuti, <em>N.d.T</em>.] e non senza sforzi, s’intende, “afferrai il potere”. Mi sistemai sul tavolo (con due aiutanti di sotto)! – l’unico posto, dove si poteva giacere. Mentre tutti gli altri sedevano sul pavimento, schiena contro schiena, com’è abitudine.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A dire la verità, dopo dieci giorni, quando mi convocarono per un trasporto sotto scorta composto di ulteriori quaranta persone, ma poi dopo due ore mi fecero tornare per il solito “inadempimento” (o non erano bastati i mezzi di trasporto, o non c’era la scorta), il “potere” nella cella era stato già preso, e io sedetti sul pavimento ancora per una settimana, finché con il convoglio seguente non mi cacciarono infine in colonia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel “carcere di transito” c’era la possibilità di far conoscenza con degli uomini. Per la maggior parte – intellighenzia. Attempati. Pedagoghi, ingegneri, militari. Molti tedeschi, evidentemente, dalla regione. Malati, sporchi, spaventati, affamati…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’istruttoria non fu brutale, come un tempo. Furono ammesse persino delle “chiacchiere”. Il giudice istruttore “condiscese” a raccontare gli avvenimenti al fronte, in particolare la disfatta dei tedeschi sotto Mosca.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;D’un tratto mi diede lettura delle deposizioni dei miei amici-attori. Tutti mi condannavano e calunniavano: “… diceva che sui giornali scrivono che in Germania distribuiscono cento grammi di burro, mentre da noi, dice, questo non c’è …diceva che il nostro comando inetto non aveva saputo organizzare la difesa …come ha potuto Stalin permettere l’inatteso attacco dei fascisti …diceva che al mercato non ci sono più patate…”. Ricordo che la sola Nadja Sacharnych, attrice del TJUZ, aveva detto solo bene di me. Il giudice istruttore mi scherniva: “Su! Leggi! E’ la tua amante, eh?”. E mi ha “affibbiato” la diffusione di “voci disfattiste” e l’“agitazione contro il potere sovietico”. Ma io mi sono meravigliato, a che gli serviva la testimonianza della Sacharnych? La lasciarono nel “fascicolo”. A che pro?…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di tremendo durante l’istruttoria ci fu una cosa soltanto: la finestra alle spalle del giudice… La stanza è al quinto piano. Sedia, tavolo, giudice, e dietro la sua schiena una grande<em> finestra</em>. Ecco sono proprio là, dietro questa finestra, tutto il mio tormento e il mio dolore. Il giudice non sospettava nulla, l’ho privato di questa soddisfazione… Il fatto è che la “casa grigia” dell’NKVD si alzava come farlo apposta di fronte al giardino della Casa dei pionieri. Nel giardino – una <em>casetta</em>, nella casetta – una <em>finestrella,</em> e nella <em>finestrella</em>  &#8211; una <em>luce</em>… Vedo – è casa mia! E’ la mia luce. Là c’è Vladik… Gli ho appena fatto il bagnetto in una bacinella…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Signore</em>! Sopporterò anche questa prova! Bisogna vivere! Assolutamente bisogna vivere!<br />
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&nbsp;<br />
<strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Capitolo XIII: gli ITLK</strong></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">  di Omsk.<br />
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&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;1942. Lager. OLP-2 (Punto lager distaccato n° 2). Quadro usuale, conosciuto. Le stesse baracche, i tavolacci… Gli stessi controlli, cambi sentinelle, ritirate, “perquisizioni”. La stessa razione e la stessa brodaglia. Moltissime persone. Affollamento, sporcizia, freddo, fame. La zona è illuminata dall’elettricità, e nelle baracche – lanterne “pipistrello”, piccole stufe di ferro, tavolacci a tre piani, pagliericci. Gli uomini sembrano tutti identici, vestiti male, coperti di sporcizia in modo identico. Poche persone colte, pochi criminali. L’impressione che non si tratti neppure di uomini – “bestiame” abbrutito, privo di volontà. Non è d’uso chiedere: “Per cosa?”. Ed è così chiaro che qui non ci sono né assassini, né rapinatori, né in generale criminali – questi o li fucilano, o li tengono in un altro posto, qui è un lager di lavoro, “lavoro coatto”. Lavori comuni: scarico dei vagoni ferroviari, scavi sotto le fondamenta degli edifici, costruzione di depositi di ortaggi, strade, terrapieni, sistemazione dei tubi della fogna.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel lager ci sono molti tedeschi. (Nella regione c’erano delle colonie tedesche). Molti scansafatiche, “malversatori”. Erano in vigore severi <em>ukazy</em> sia del tempo di guerra, che del sette agosto – un <em>ukaz</em> in base al quale per la raccolta delle spighe piccole dopo la mietitura davano dieci anni! Servivano degli operai gratuiti. Deboli risultavano questi operai… La guerra, la fame susseguente. Nel lager solo parole d’ordine: “Tutto per il fronte!”. Ma di pane ne davano 200 grammi e la brodaglia – acqua e cavolo. Si gonfiavano per la fame. Si muovevano a fatica. C’erano moltissimi “scarti”, non erano capaci di sollevarsi dai tavolacci, morivano. La baracca dell’ospedale non conteneva tutti. Pellagra e scorbuto falciavano la gente. Non si faceva in tempo a portar fuori i morti. Cominciarono a “mettere agli atti” – lasciar andare i <em>dochodjagi </em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> in libertà, ma loro non possono muoversi! Non fa niente, purchè oltre il portone… I locali tuttavia talvolta li raccoglievano i parenti, ma i forestieri così rimanevano là, dove avevano fatto in tempo a strisciare, di loro ormai si occupava un altro servizio. E la crudeltà era giustificata dalla “situazione bellica nel paese”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Accadeva che, andando al lavoro, una colonna passasse accanto a un deposito di ortaggi. I rimasugli di una patata marcia biancheggiano nell’oscurità per l’amido essiccato, tutti fissarono con avidità, arditi – uno, un altro – si slanciano, raccattano questo putridume, lo cacciano dentro le tasche, in bocca… Gli sparano addosso: “Indietro!”. La scorta esegue il suo compito: “Un passo a destra, un passo a sinistra – l’arma viene usata senza preavviso…”. Qualcuno rimase là, squarciato da una pallottola. Non fa niente – “mettono agli atti”. Anche questo è fronte, solo che ai loro cari il  “telegramma”  non lo inviano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il lager è non lontano dalla città, si vede la luce, si sentono le sirene delle officine. Per il cambio è presto – fa ancora buio. Tempaccio, pioggia. Dove si va oggi? Non si sa. Vanno in silenzio. Strascinano i passi, respiro pesante, tosse…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E all’improvviso dall’oscurità una voce femminile lontana:   “Ko-olja-a”, e ancora:”Ko-o-o-olja-a!”, e ancora una: “Iva-a-an!”. Quello che va davanti ha alzato la testa, si è fermato:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Ohi… Marija! Lei…”. E là: “Iva-a-an!” – “Ma-ša-a!”. “Interrompere le conversazioni!”. Sono andati oltre a trascinarsi nello sporco… E’ finito l’”appuntamento”. Ma arriva ancora: “Iva-an!” – “Ko-o-lja-a!” – “Že-e-enja-a!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come vivono, là, le mogli? Come se la cavano? E i marmocchi? Visite non ne concedono, e le lettere le permettono solo dopo un semestre.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono arrivati. Scaricare laterizi!  Bene. Scavare l’argilla bagnata è più difficile. Ma le gambe alle ginocchia si piegano con difficoltà – sono tumefatte… L’alba. “Comincia!”. “Davàj!”. Parola pesante, dolorosa questa: “Davàj!”. E si è radicata questa parola come un flagello tale nel nostro linguaggio, nella nostra vita di forzati! “Davàj!”. Con tutta l’oscenità del lager, con la bestemmia, attraverso tutti gli sterri e i disboscamenti, come appello al “radioso avvenire”: “DAVÀJ!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qui c’è la garitta dell’addetto allo scambio, la stufa, il carbone c’è, fa caldo. La guardia ha permesso di andare a riscaldarsi. Hanno trovato un secchio, dell’acqua. Gli uomini hanno portato un cagnolino. Lo hanno attirato: “Cagnetto! Cagnettino!” – lo hanno vezzeggiato, carezzato col palmo, e… ucciso. Semplicemente: con la testa contro una rotaia. L’hanno scuoiato – e nel secchio! In cinque: uno cuoce, gli altri lavorano, a turno. Il sale l’hanno trovato dall’addetto allo scambio. L’hanno cotto, mangiato tutto in cinque e di brodo ne hanno mangiato mezzo secchio senza pane. Come li invidiavano tutti!! Che c’è? Con i cani bolliti, si dice, gli uomini curano la tubercolosi. E gli <em>zeki</em> affamati mangiano quel che vuoi! Gli <em>zeki</em> sono uomini anche loro!…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In tutto mi è toccato passare quattro mesi ai lavori comuni. Il ripartitore “ha trovato” me e mi ha mandato come disegnatore nell’officina Tupolev. Eravamo dieci là. Due soldati di scorta ci portavano quotidianamente in uno studio vuoto, dove disegnavamo vari dettagli su indicazione di un ingegnere senza scorta che veniva da noi raramente. Dal lager cinque chilometri. La passeggiata di due-tre ore era molto utile. Sul posto ci cuocevamo da soli una zuppa di “razione secca”. Non c’era verso che potessimo rispettare la norma – mangiavamo in due giorni tutto quel che era assegnato per dieci. Ma la <em>kaša</em> del mattino e della sera ce la davano nel lager, il pane pure. Vivevamo. Tupolev non l’abbiamo visto neanche una volta, il cognome dell’ingegnere-costruttore non lo ricordo, ricordo l’ingegner Otten, che anche lui veniva da noi. Era dello CAGI</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> , recluso già da quindici anni, ma nel lager di Omsk era venuto di recente.  Ho lavorato come disegnatore per tre mesi, finché non ho organizzato una cultbrigata.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La cultbrigata centrale si è creata per gradi. Il KVČ talvolta promuoveva delle iniziative nel club. Che bisognasse dar lettura di una qualche ordinanza, o fare una relazione, ciò doveva finire sempre con un’attività artistica dilettantistica. Una volta mi sono prodotto in una lettura di Majakovskij e proprio allora ho adocchiato alcuni partecipanti. Kan-Kogan, il direttore del KVČ, mi ha elogiato. Ed io gli ho proposto di preparare un programma per l’anniversario dell’Ottobre. Fui liberato per una settimana da qualsiasi lavoro, scelsi gli interpreti, misi insieme un programma e cominciai le prove. Ivan Tuljakov, suonatore di armonica, Vitalij Bamnych, Lida Tarasova, Šešin: ecco il nucleo della futura cultbrigata. Dopo alcune esibizioni fortunate seguì l’ordinanza del direttore “sulla  creazione di una cultbrigata centrale sotto la guida dello <em>zek</em> Dvoržeckij”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci liberarono del tutto dai lavori comuni, assegnarono una baracca a parte, distribuirono un nuovo corredo, mi concessero di scegliere le persone da tutti i nuovi convogli, di comporre il repertorio e di agire.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E noi cominciammo ad agire. Cinque. Dieci. Venticinque persone! Riunii degli attori, dei musicisti, dei letterati, dei cantanti, dei danzatori (uomini e donne, giovani e vecchi), e, non per vantarmi, dirò che ho conquistato sia il lager, che la direzione. Ci elogiarono, incoraggiarono, premiarono e, certo, sfruttarono senza riguardo, ci inviarono in “tournée” in tutti i lager e le colonie della direzione di Omsk. Questo non ci disturbava. Eravamo necessari – questa è la cosa principale!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci esibivamo dappertutto con successo, ci aspettavano dappertutto. Questo mi procurava gioia, vedevo che la nostra attività alleggeriva la vita alle persone recluse.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci esibivamo nelle baracche, nei reparti, nei cantieri, sui campi durante i lavori agricoli, nei club, nei cambi, all’andata e al ritorno della gente dal lavoro. Sempre di più e di più mi sono introdotto nell’organizzazione dell’esistenza quotidiana dei reclusi. Loro lo vedevano, lo sentivano e lo apprezzavano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Già dopo, quando la nostra brigata si era fatta più consistente, comparve “Zio Klim”. Ben presto diventò non solo il numero più popolare, ma si trasformò in un “richiamo”, come dire, diventò un “difensore”, un “simbolo di verità”. A “zio Klim” si rivolgevano per aiuto, minacciavano di chiamare “zio Klim”, aspettavano un suo intervento e un suo sostegno. Era un <em>raëšnik</em></span> )<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, inventato da me sui temi attuali e cocenti del posto.  Ogni volta ex novo. Di solito proprio nel finale dell’esibizione tiravo fuori dalla tasca una carta e dicevo: “Ecco ho ricevuto di nuovo una lettera da Zio Klim!”. E già nella sala applausi, strilli, risate… Comincio a leggere:</span><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Buongiorno zeki, amici cari!<br />
Siete degli uomini, non dei somari…<br />
Presto a voi auguro la libertà,<br />
In pochi ormai sono rimasti là.<br />
Oltre la zona la fila c’è<br />
Per venir da noi, chissà perché.<br />
Male, si vede, là vive la gente,<br />
Che qui si sta meglio le viene ormai in mente.<br />
Ma penso – e ognuno di voi lo capirà:<br />
Si vive male sia qui che là.<br />
Che la guerra ci opprime quattr’anni son già!<br />
Finirà la guerra – verrà la libertà!</em><br />
[…………………………………………………]</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Col tempo il mitico “Zio Klim” si trasformò in una persona reale: in me. Cominciarono a chiamarmi zio Klim, mi scrivevano lettere, si rivolgevano a me con reclami…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli aspri interventi critici dal palcoscenico (ai buffoni e ai commedianti tutto è permesso) aiutavano a migliorare da qualche parte il cibo, ad alleggerire il regime e così via. Io francamente mi astraevo dalla consapevolezza di trovarmi in un lager, di essere senza colpa alcuna, ingiustamente strappato alla famiglia, privato della libertà, del teatro… Io vivevo! Mi occupavo della cosa preferita. Credevo, vedevo che stavamo aiutando a superare il sentimento di disperazione, il senso di <em>schiavitù</em>. Rincuoravamo le persone e noi stessi acquisivamo un senso di libertà. Tutto per il fronte, tutto per la vittoria, sinceramente, compatibilmente alle proprie forze e possibilità!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il lager si trasformò in due anni!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Furono create due baracche modello, portata l’elettricità, ottenuta la biancheria da letto, fatte stufe in muratura. Costruita ancora una baracca con l’infermeria. Apparvero medicamenti e dottori. Agli operai migliori al momento del cambio cominciarono a distribuire latte e pane supplementare. Ogni giorno suonava l’orchestra, io mi rivolgevo con dei discorsi:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Amici! Compagni! I nostri figli, fratelli, padri si battono al fronte, versano il loro sangue, difendendo la Patria! Noi con il nostro lavoro siamo tenuti ad aiutare…” ecc. “Noi siamo reclusi, è una disgrazia, ma ricordate che la sventura più tremenda è la guerra! I nostri cari in libertà fanno anch’essi la fame, ma lavorano e offrono tutte le loro forze per aiutare l’Armata Rossa a battere il nemico…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In ogni situazione cercavo e trovavo la possibilità della creazione, la possibilità di un’attività utile – ciò mi aiutava a conservare la dignità umana.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Col tempo la nostra cultbrigata si rafforzò e si ampliò. Ci aiutavano il direttore del KVO e il capocontabile della direzione Mazepa, che creò un’orchestra d’archi di strumenti popolari. In questo non mi orientavo assolutamente, tuttavia imparai a suonare la <em>domra</em>-viola. Nel solo primo anno il nostro collettivo si esibì 250 volte nei club di diversi punti-lager, e, se permettete, altrettante nelle baracche, nei campi e nei cantieri. Fu in verità un lavoro colossale. Toccava comporre, provare, raccogliere materiale, leggere, scrivere molto. Dodici nuovi programmi l’anno! E bisogna ricordare che eravamo in un lager, che eravamo dei reclusi, legati, come tutti gli <em>zeki</em>, dal regime, dalle severe leggi del lager – verifiche, perquisizioni, ritirate, lavate di capo, scorte, ecc.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi era stata concessa la corrispondenza una volta al mese e la consegna di un pacco una volta al mese. Mia moglie mi mandava i libri e le miniature di teatro da varietà</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">  che chiedevo. Visite non ci furono mai. Era un tormento sentire costantemente la propria impotenza, sapendo che facevano la fame, che Vladik era malato, che mia moglie, uscendo per il lavoro, chiudeva il bambino a chiave, che una volta lui aveva mangiato il sapone, che era malvestito, che nell’appartamento non riscaldavano. Il bambino aveva già cinque anni! Mi riuscì qui di cucirgli due costumi  &#8211; uno bianco da marinaio (pantaloncini, giubba con spalline, berretto col granchio) e uno dell’armata rossa (pantaloni protettivi, giubba con spalline, bustina con piccola stella, piccoli stivali di tela incatramata e perfino una stelletta d’oro di eroe). Cucirono per noi un’uniforme, di materiale ce n’era molto, e i sarti con piacere soddisfecero la mia richiesta. Più difficile fu trasmettere tutto questo. Affrontò il rischio di aiutarmi lo stesso direttore del KVČ, Kan-Kogan.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qui, ad Omsk, Kan-Kogan, Sof’ja Petrovna Tarsis, ispettore del KVČ, aiutavano molto. Ma in modo particolare  Marija Vasil’evna Gusarova, ispettore del KVO, non solo riforniva costantemente la nostra brigata di letteratura, di materiale, non solo era la nostra protettrice nei momenti difficili, ma esaudiva anche le nostre frequenti commissioni e richieste, non sempre prive di pericolo per lei. Non si può dimenticare che il regime del lager vietava qualunque legame dei liberi salariati , direzione compresa, con i reclusi dell’art. 58.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella cultbrigata non c’erano persone cattive. Ljusja Sokolova – poetessa, attrice, scriveva molto su mio incarico: stornelli, “reprise”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. La “commissione speciale” le comminò dieci anni per il verso: “Stalin è l’ombra, che ricopre il sole sulla Russia…”, o qualcosa del genere. E l’ex redattore della “Pravda di Omsk” (non ricordo il cognome, l’ho scoperto nel convoglio sotto scorta di turno, malato, gonfio, quasi cieco – aveva perso gli occhiali, i denti rotti, sporco, ammuffito: un incubo!) per tre mesi l’abbiamo nutrito, lavato, curato, vestito. Ottimo giornalista! Dieci anni – “commissione speciale”. Lui, guardate un po’, sosteneva che il patto con la Germania era un errore. E Vasilij Pigarëv! Uomo dall’enorme talento! Ingegnere. Dieci anni – “commissione speciale”. Dal 1937 era  rinchiuso in diversi lager. Maestro a 360°, musicista, compositore, meccanico, inventore, attore. Quando io fui liberato, lui diventò direttore. Persona meravigliosa, buona, colta! A Taganrog gli era rimasta la famiglia… Matvej Fridman – musicista, suonava il sassofono in modo superbo, direttore della nostra orchestra… Ebbe cinque anni dalla “commissione speciale” perché una volta aveva sospirato: “Oh!  Ma quando finirà!…”. Marysja Vojtovič, attrice polacca, nel 1939 era venuta a Leningrado a far visita ai parenti, rimase impantanata là, quando cominciò la guerra. Espresse indignazione e fu mandata a Išim, e di là nel lager per dieci anni per il fatto che aveva simpatizzato con i soldati polacchi internati. Imparò a parlare in russo. Magnifica attrice, cantante, donna affascinante. Da noi c’era anche un violinista dell’orchestra di Eddie Rozner</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Succedeva che non ci stancassimo di ascoltare – fino alle lacrime… Gromov, magnifico interprete di romanze antiche, basso. Kolja Esin, artista del circo. Nadja Gorbačëva, Mickevič, Šešin, Lida Tarasova, Vanja Tuljakov – anima del collettivo, suonatore di armonica, un talento, compositore, lavoratore instancabile! Vitalij Bannych! Componeva ed eseguiva delle clownerie, partecipava alle danze, agli sketch, suonava la <em>domra</em>. A parte questo, Vitalij era un artista! Curava l’allestimento dei nostri “concerti”, disegnava i programmi di sala, scriveva le parole d’ordine, i manifesti, i giornali murali. Tanja Sugrobova, la Petrovskaja, Korčagin, Maša Škabura: ragazzi straordinari, i miei compagni di brigata!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma un lager è un lager. Ci trovavamo costantemente sotto la sorveglianza del plenipotenziario e del comandante. E ci mettevano in cella di rigore per “inosservanza del regime”, e le perquisizioni le organizzavano non di rado, e nei convogli sotto scorta ci spedivano, e alle prove non mancavano mai. Tutto c’era. Dopo la ritirata anche a noi non permettevano di spostarci sul territorio, di trattenerci nel club, alle donne di stare nella baracca degli uomini. In qualche modo riunii tutti e lessi <em>La principessa sogno </em>di Rostand  : </span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Amo il mio sogno bellissimo,<br />
La mia principessa dagli occhi chiari,<br />
Sogno caro, confuso,<br />
Lontano… </em></span> </p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ascoltavano i ragazzi, piangevano… Era già molto tardi. Irruppero gli operativi e portarono tutte le donne in cella di rigore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fu un altro caso durante un “concerto”. In qualità di conduttore annunciai: “In sala c’è il mio amico Saša Akčurin. Oggi è il suo compleanno. Gli dedico la mia interpretazione della poesia di Maksim Gor’kij <em>Canto del falco</em>:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Oh, falco audace! Coi nemici in battaglia ti sei dissanguato!<br />
Ma tempo verrà, e le gocce del sangue tuo ardente<br />
Come scintille divamperanno nell’oscurità della vita<br />
E molti cuori audaci accenderanno<br />
Con folle brama di Libertà, di Luce!</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Subito dopo il “concerto” mi portarono in cella di rigore per cinque giorni! Saša Akčurin è un nemico del popolo! “Commissione speciale”, art. 58, dieci anni. Ma io a lui:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Anche se sei morto, nel canto degli audaci e dei forti di spirito<br />
Sarai sempre un esempio vivo, un orgoglioso appello alla libertà, alla luce!</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Neanche il direttore del lager Bondarčuk poté liberarmi: cinque giorni! Meno male che non mi aumentarono la pena.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E tuttavia portammo la luce in questo regno delle tenebre, grazie a dio! Accadeva: entriamo in una baracca, sporca, buia, fetida… Una lanterna al soffitto, il fumo di una stufetta, tanfo di pezze da piedi consumate. Ma le persone non si vedono. Stanno sdraiate, sedute delle ombre, un silenzio di tomba. Accendiamo quattro lanterne, l’armonica ha cominciato a suonare, una bella ragazza si toglie la giubba e resta con un abito chiaro scollato, ad alta voce intona “Ljubuška”. “Amici! Ragazzi! Non abbattetevi! Presto sarete liberi! Bisogna vivere! Ci aspettano in libertà, mogli, madri, amici!”. E le persone aprono gli occhi, le persone morenti si alzano, si risollevano, sorridono… Sono vivi! “Manca poco ormai! La guerra finirà – libereranno tutti!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Non manca molto ormai!”. La guerra è finita. Non hanno liberato tutti, ma la mia pena è arrivata al termine.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E di nuovo la libertà! Libertà?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono finite le mie “vie dei grandi convogli”. Ma io ho continuato a sentire la nostra vita come un grande Lager, grande come tutto il nostro paese.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con sorprendente successo abbiamo distrutto fino alle fondamenta il vecchio tradizionale sistema di vita, e abbiamo costruito il sistema dei lager.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E il gergo del lager, e la sfiducia reciproca, e il principio morale: “Prendi tutto quello che è mal custodito”  e “Picchia l’altro, finché non ha avuto il tempo di picchiare te”. E ancora – parassitismo bestiale: “Diranno quel che occorre; daranno quel che occorre; manderanno dove occorre; decideranno come occorre… Taci! Aspetta! In caso estremo – chiedi. E sii grato!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Sii grato per tutto! Sempre “grazie”!».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie al grande Stalin…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie al caro partito…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie al caro collettivo perché ci ha allevato e preservato…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie per la nostra infanzia felice!”. “Grazie per la nostra allegra gioventù!”. “Grazie per la nostra vecchiaia materialmente assicurata!”. (Vien voglia di dire: “Grazie per il posto nel cimitero”, ma questo al posto tuo lo diranno i parenti).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie!”?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando invece ogni uomo ha diritto a tutto questo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando invece ogni uomo è una <em>persona</em>. Irripetibile!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono passati più di sessanta anni dall’epoca della mia condanna “per propaganda e agitazione controrivoluzionaria”, ma anche adesso sono pronto a condurre la stessa “agitazione” in nome della vera libertà e dell’emancipazione della persona.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E, in fede mia, sono pronto a percorrere di nuovo, se questo ci aiuterà, LE TAPPE DI UN GRANDE CAMMINO.</span><br />
&nbsp;<br />
 ⇨ <span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/" target="_blank"><strong>[1] LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI di Vaclav Janovič Dvoržeckij</strong></a></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:16pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>NOTE</strong></span><br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>[1] LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI di Vaclav Janovič Dvoržeckij</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 14:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975] Opus 107 Cello Concerto No. 1 in E flat major [1959] Moderato Introduzione, traduzione e cura di ⇨ Anna Tellini Noi non eravamo terroristi, anarchici: noi leggevamo &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;Cinque ragazzi di 18-19 anni si riunivano la sera per leggere ad alta voce Hegel, Schopenhauer, Spencer, I demoni. Per parlare di libertà di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><center></p>
<div style="width:502px;">
<table style="border:1px solid #ffffff;"  align="center" width="502" border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" bgcolor="#ffffff" style="border:3px solid #ffffff;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;"><center><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/22343776?autoplay=1&#038;loop=1&#038;color=ffffff&#038;title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="500" height="398" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></center></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-38120-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3</a></audio></div>
<p><span style="color: #000000; font-size:10pt;"><strong>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič</strong> [1906-1975]<br />
<em>Opus 107 Cello Concerto No. 1 in E flat major</em> [1959] Moderato</span></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Introduzione, traduzione e cura</em><br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></span></p>
<p align="right"><em><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Noi non eravamo terroristi, anarchici: noi leggevamo</span></em></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cinque ragazzi di 18-19 anni si riunivano la sera per leggere ad alta voce Hegel, Schopenhauer, Spencer, <em>I demoni</em>. Per parlare di libertà di pensiero; di libertà di coscienza, di parola e di stampa. Nessun programma, nessun piano.</span> <strong><span id="more-38120"></span></strong><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fu per questa via che Vaclav Janovič Dvoržeckij, futuro attore di teatro, e poi di cinema e  televisione, entrò a far parte di quella disfunzionale setta di refrattari che per alcuni decenni affollarono – involontariamente, certo – i campi del Gulag sovietico.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Frutto dell’inesausta selezione staliniana, i lager raccoglievano – è Dvoržeckij a sostenerlo, in una delle sue ultime interviste – le persone migliori del paese, il fior fiore della scienza, la maggior parte dell’élite creativa, nonché una “enorme concentrazione di onestà, coraggio, bontà e libertà”. Distaccare questo resto inammissibile e inassimilabile  &#8211; puro scarto di non appartenenti – dalla comunità dei nominabili rientrava, come si sa, nelle procedure previste dall’”utopia modernizzante di un’ingegneria sociale purificatrice e civilizzatrice perfettamente controllata” (N. Werth). Di questo principio precario, debole e indocile, in cui rientravano a buon diritto anche i settari, che sopportavano senza opporsi, con l’entusiasmo dei fanatici, tutte le sofferenze, e morivano infine come andassero in paradiso, di questo fuori-potere gli intellettuali erano probabilmente i più inadeguati, inadatti com’erano a un lavoro fisico pesante, e per giunta vulnerabili spiritualmente.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di contro, è proprio il lager a svelare al diciannovenne Dvoržeckij la sua piena adeguatezza, la sua capacità di ribaltare l’orrore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intanto, individuato nel corpo il sito di una possibile linea di resistenza, a dispetto delle circostanze stridenti egli ne veglia l’igiene e l’efficienza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Rifugge la disperazione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pianifica costantemente la fuga.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Soprattutto, rischiara il caos con la passione dell’assurdo: “Il mio destino – sosterrà molti anni dopo – mi pare abbia preso una piega eccezionalmente felice. Là ho osservato molto, molto ho visto e compreso”. <em>Là</em> Dvoržeckij percepisce la misteriosa circolazione tra i differenti livelli di un’esistenza che pare aver congedato ogni senso. <em>Là</em> ha inizio la sua biografia scenica: “Io sono attore. Sempre, ovunque e in tutto: un attore. Di nascita, per vocazione. Dovunque io sia stato, di qualunque cosa mi sia occupato, quel che mi circondava l’ho sempre recepito in un modo particolare”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il lager gli insegna gli elementi fondamentali del “sistema”: intuizione ferma, attenzione e concentrazione piena. E lo straniamento: “A tutto quel che mi accadeva io guardavo per così dire <em>a parte</em>”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Occorreva sviluppare una ricca immaginazione, una solida fede interiore e avere un grande <em>supercompito</em>, per sopportare quel che ha sopportato… Senza contare che la capacità di osservare, ascoltare, ricordare e immedesimarsi lo aiutarono nel concreto delle situazioni: all’occorrenza, entrando in una baracca sconosciuta Dvoržecki poteva, utilizzando brani di conversazioni sentite, possedendo alla perfezione il gergo della malavita, improvvisare l’<em>étude</em> “io sono dei vostri, sono un capo”…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di fatto, le sue memorie sono per così dire non tanto scritte, quanto dette dalla scena: una sorta di monologo, appassionato e a tratti pensoso, tramato di discorso diretto e di dialoghi, talvolta con se stesso. Non prosa, ma drammaturgia: un minimo di didascalie, un massimo di repliche (Lazar Šereševskij).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Infine, un’annotazione. A differenza di Solženicyn, per troppo tempo incarnazione simbolica del <em>lagernik</em>, quasi interprete unico di tutte le altre vittime, o di Nadežda Mandel’štam, che scrissero sostanzialmente <em>per l’Occidente</em>, i massimi scrittori non conformisti sovietici preferivano rapportarsi al lettore patrio. Šalamov, ad esempio, pensava che puntare sull’opinione pubblica occidentale fosse cosa profondamente amorale, indegna di uno scrittore russo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche Dvoržeckij fa qui un discorso tutto interno, che mira evidentemente a un disegno di autorigenerazione non modellata su valori altrui, né da altri supportata. Il che non gli impedirà, dopo aver sollecitato i detenuti a combattere con i “liberi” contro il nazismo, di apporre una chiusa piuttosto amara alle sue memorie, né tantomeno di rilevare – nell’intervista di cui si diceva – come, una volta liberato, avesse trovato all’intorno “la stessa <em>zona</em>, solo di dimensioni maggiori, e con un numero minore di persone eccellenti…”.</span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Vaclav Janovič Dvoržeckij (1910-1993), di famiglia nobile, subisce un primo arresto nel 1929, con relativa condanna a 10 anni di detenzione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un secondo arresto, questa volta con condanna a 5 anni, interviene nel 1941.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Padre di Vladislav e di Evgenij, attori anch’essi, debutta nel cinema a 56 anni.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ riabilitato – ma solo dalla prima condanna – a un anno dalla morte.</em></span><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:15pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Vaclav Janovič Dvoržeckij<br />
LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI</strong></span> </p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Capitolo X: Medvežka</strong></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Il teatro dei servi della gleba all’epoca del lavoro forzato</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carelia. Città di Medvež&#8221;egorsk. 1933. Qui c’è la direzione del BBK NKVD: canale del Mar Bianco – Mar Baltico del Commissariato del popolo agli Affari interni. La “tenuta” centrale. La città di per sé è piccola, ma la “tenuta” è un territorio enorme, edificato con uffici, depositi, offcine, baracche, cucine, magazzini munizioni e viveri, bagni, palazzine dei capi. E proprio qui c’è l’edificio del TEATRO.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un vero teatro, grande, confortevole! Una scena magnificamente attrezzata, sala, foyer, servizi dietro le quinte &#8211; tutto! Anche la troupe è una vera troupe, grande, professionale: un direttore, un regista principale, amministratori, registi, attori, cantanti, artisti del balletto, musicisti, scenografi: tutti detenuti. Anche gli spettatori lo sono. A dire il vero, le due prime file sono separate per i liberi salariati, e i due palchi laterali sono per i capi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel lager niente sorveglianti, niente scorta. Una tenuta centrale modello, “libera” e… il regime duro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli attori alloggiano in una baracca a parte, tutti insieme. Le attrici separatamente, nella zona femminile. Ordine esemplare. Per qualunque infrazione al regime o la cella di rigore, o la traduzione ai lavori comuni. Muoversi sul territorio è vietato. E’ permesso recarsi in un ordine organizzato al lavoro: a teatro e ritorno. Si mangiava in baracca. Il comandante destinava dei piantoni, che insieme agli uomini di servizio portavano nelle marmitte il cibo e subito lo distribuivano. Mattina, pomeriggio e sera. Anche il pane lo portavano loro: le “razioni”. Poi nella mensa dell’ITR</span>  <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">era individuato il luogo e il momento per “la nutrizione” degli artisti. Non ci si metteva in fila fuori per l’”appello” comune; era l’uomo di servizio del lager ad entrare nella baracca ogni mattina e a ricontare tutti. Avere rapporti coi “liberi” era vietato. I contatti coi detenuti delle altre baracche erano ammessi solo per esigenze di servizio  sotto la responsabilità del caposquadra (il regista), con il permesso del comandante. Non c’era steccato o zona reticolata. Il servizio di guardia e il controllo del rispetto del regolamento si notavano poco, ma erano organizzati alla perfezione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;C’erano anche gruppi di baracche nelle zone chiuse, con vedette e sorveglianza.  Anche in bagno si andava in modo organizzato, seguendo un grafico. Il settore approvvigionamento aiutava il teatro con l’organizzazione degli spettacoli. La dirigenza principale (“Ministero della Cultura”) era nel KVO (sezione educativo-culturale), un cui rappresentante presenziava sempre alle prove, come anche quello della “terza parte” – un plenipotenziario operativo dell’NKVD.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella baracca per gli attori, in cui alloggiavano fino a cento persone, trovavano posto anche i lavoratori della redazione del giornale “Perekovka”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Tra di loro c’erano persone straordinariamente interessanti: letterati, filosofi, scienziati. Mi è rimasto impresso in modo particolare l’artista Vasilij Vasil’evič Gel’mersen, ex bibliotecario dello zar, un vecchietto piccolo, magrolino, sui 90, sempre sorridente, affabile, spiritoso, energico. Un tempo membro onorario di varie accademie straniere, Gran Maestro, dottore in filologia, possedeva liberamente molte lingue straniere, conosceva in modo sbalorditivo  la storia di tutti i tempi e di tutti i popoli, poteva citare a memoria per ore capitoli della Bibbia, declamava Deržavin, Puškin, Blok e per di più  ritagliava dalla carta nera delle silhouette stilizzate dall’<em>Evgenij Onegin</em>: Tat’jana, Ol’ga, Lenskij… ad occhi chiusi! Si trovava nei lager dal 1920&#8230; Era stato alle Solovki.</span> <br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Reclutare qualcuno per il teatro era possibile solo col permesso del comandante del lager, su istanza del regista e dell’ispettore del KVO. Gli spettacoli erano di alto livello.  Le scenografie erano costruite in modo eccellente, si cucivano dei costumi degni di questo nome, di buona fattura, sulla base degli schizzi di un artista. L’illuminazione, come in qualunque teatro della capitale, era sotto la guida di specialisti di alta qualificazione. E tutti gli altri elementi, come i campanelli, il gong, il sipario, le ouverture, e il resto, tutto era autentico, come in un teatro “libero”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rigoroso direttore del teatro, Kachidze, abitava a parte, nella baracca dell’ITR  e mangiava in mensa. Correlazione con la dirigenza: il repertorio, il rifornimento, le “missioni”, la composizione della troupe, i premi, le sanzioni, tutto era nelle sue mani. Il direttore poteva mandare qualunque attore nella squadra ai lavori comuni, poteva intercedere per la concessione di un colloquio con i familiari, permettere di inviare una lettera in più liberamente  (era concessa non più di una lettera ogni due mesi), richiedere la diminuzione della pena o la liberazione anticipata di un lavoratore  del teatro. (Naturalmente, questo poteva riguardare solo i condannati per gli articoli comuni e accessori. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;All’articolo 58</span>   <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">non era mai applicata nessuna agevolazione).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci sono stati dei casi eccezionali, quando lo stesso direttore del BBK Rappoport personalmente, dimostrativamente, alla presenza di molti testimoni ha dato disposizione di ridurre il periodo di reclusione a qualche eminente specialista. Quali siano stati i risultati definitivi non si sa, ma ciò ha prodotto su tutti gli astanti un’impressione molto forte. Mentre per quanto concerne l’”elemento socialmente vicino” – ladri e prostitute, Rappoport molto spesso ordinava di liberare un “lavoratore d’assalto”, una “lavoratrice d’assalto del Grande cantiere” come “emendatisi prima del termine”. Su questo immediatamente si facevano uscire “giornali murali”, “titoli strillati”, e i giornali “Perekovka” e “Zapoljarnaja perekovka” ospitavano i ritratti dei lavoratori d’avanguardia, che il giorno prima con un consapevole lavoro d’assalto avevano meritato la libertà! La patria li aveva perdonati! Che tutti prendano esempio da loro! Il lavoro è una questione d’onore!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche a teatro, nei “concerti”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> (ed erano frequenti), celebravano questo avvenimento. Mentre al cantiere gli istruttori del KVO organizzavano un meeting. Si esibivano i “liberati” e da un pezzo di carta leggevano “discorsi infiammati”, tipo: “Ho rubato per tutta la vita, non sono sgattaiolato via dalle carceri e così: grazie al potere Sovietico, grazie al compagno Stalin, che mi hanno insegnato a lavorare onestamente e a diventare un uomo utile. Ho deciso di restare nella mia cara brigata ancora  un mese per dimostrare a tutte le canaglie, ai nemici del popolo, che nessun loro sabotaggio impedisce a noi, classe operaia, di realizzare il piano con successo e portare a termine il grande cantiere del comunismo   &#8211; il nostro caro Belomorkanal [canale del Mar Bianco – Mar Baltico <em>N.d.T</em>.]! Chiamo tutti a non perdere di vista la vigilanza e a smascherare i sabotatori, che anche qui si sono annidati e vogliono mandare a monte i nostri piani. Viva il compagno Stalin! Viva il nostro direttore del cantiere, compagno Rappoport!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non lontano dal teatro si trovava una casa a due piani: l’”albergo”. Là si fermavano i forestieri, e là portavano i reclusi per un’ora, un giorno, una settimana – quel che avrebbe autorizzato la dirigenza. Per incontrare l’attore di operetta Armfel’d è venuto da Leningrado Jurij Michajlovič Jur’ev, famoso attore dell’Aleksandrinka</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. E’ rimasto una settimana intera. Entrare nella baracca degli attori non gli era permesso. Ogni giorno conducevano Armfel’d all’appuntamento. A quanto pare, Jur’ev non ha frequentato anche gli spettacoli. Tutti sapevano che era qui, ma nessuno è riuscito a vedersi con lui, eppure Rachmanov, Svorožič e Litvinov erano suoi buoni conoscenti. Anche Aleksej Grigor’evič Alekseev, direttore artistico, conosceva bene Jurij Michajlovič. Alekseev abitava insieme a tutti nella baracca comune, mangiava anche insieme a tutti,  ma spesso riceveva pacchi da Mosca, si distingueva sia per il vestiario che per il comportamento. Non era “accessibile a tutti”, non  ammetteva rapporti da “amiconi”, nè bestemmie, scurrilità e villanie. Era un regista colto, fine, intelligente e di talento. Di solito gli “abitanti della baracca degli attori” discorrevano poco dell’articolo [in base al quale erano stati condannati, N.d.T] e del periodo di pena. Era noto che tra gli attori non c’erano né ladri, né assassini. C’era l’art. 58 e la pena di 10 anni. Tutti giudicati dalla “commissione speciale”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, tutti nell’identica situazione, e le sfumature del caso personale, del “foglio matricolare”, i “punti” non hanno alcun significato. Punto 6: spionaggio; 8: terrore; 10: agitazione; 11: organizzazione; 12: mancata delazione.  E’ noto che non c’era niente di questo, e questo non stupiva nessuno. C’era ancora semplicemente il 58: “corruzione dell’armata e della flotta”. Era comico, dato che si riferiva a peculiarità fisiologiche o ad anomalie biologiche, e più precisamente agli omosessuali. In teatro queste persone non si distinguevano in niente dalle altre, solo, probabilmente, subivano di più per sorrisetti d’occasione e allusioni prive di tatto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Spesso partivamo  con  i “concerti” per zone lontane. Partivamo col treno per Belomorsk, Segeža, Sosnovec e perfino Kem’, benché là ormai non ci fosse un canale, ma una base di trasbordo, una base di legname. In treno andavamo senza scorta, accompagnati dal plenipotenziario operativo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per tutta la linea ferroviaria – una sorveglianza occulta. Acchiappavano i fuggiaschi. Gli <em>zeki</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> sono visibili da lontano: rapati, magri, puzzano di zolfo. In treno il controllo e la verifica da Murmansk a Petrozavodsk è incessante, non te la svignerai, e da qualunque parte – continuamente dei lager – dove nascondersi? Dei delinquenti sono scappati. Li hanno acchiappati, percossi, fatti ritornare. Se invece scappava un 58 lo fucilavano, appendevano il “ritratto”: un ammonimento. E per quelli che dormivano sul tavolaccio accanto ai fuggitivi – cella di rigore, cella di isolamento, inchiesta, supplemento di pena per “collaborazione”, per “mancata delazione”. Avevamo paura. Ci sorvegliavamo l’un l’altro… Se scappavi dalla squadra – tutta la squadra in cella di rigore. Responsabilità! Ordine!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ venuto Gor’kij, Aleksej Maksimovič. Quel giorno la brodaglia fu senza cavolo marcio e rassettarono i letti nelle baracche. Ma lui non è andato da nessuna parte. Al meeting al cantiere fece un intervento proprio qui, accanto all’ultima chiusa, accanto al golfo di Povenec. Ha pianto. Per la commozione…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Parlava di grande entusiasmo, della trasformazione della natura, di accerchiamento capitalistico, di emulazione socialista, del fatto che il lavoro nobilita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli attori hanno declamato <em>La procellaria</em>, e tutti gridavano: “Gloria a Stalin!”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non è venuto, Gor’kij, nemmeno in teatro: dicevano che fosse partito per Apatity o per le Solovki… Ma in teatro per lui avevano preparato un programma speciale con brani dagli spettacoli <em>La madre</em> e <em>Egor Bulyčëv</em>, con <em>Il canto del falco</em>, ma poi questo programma è andato in scena anche senza di lui. Nell’introduzione si diceva: “E’ dedicato al grande scrittore proletario”, e la sala sempre piena urlava “Gor’kij urrah!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo spettatore era bravo, diretto, avido, affamato di spettacoli, multiforme e insaziabile.  Bisognava vederla questa “babele”! In genere molti erano a teatro per la prima volta. Tutte le repubbliche sovietiche, dell’Unione e autonome. Tutte le età. Tutti gli articoli del codice penale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Va in scena lo spettacolo <em>Anche il più saggio ci casca</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. La sala reagisce tempestosamente. Con inverosimile entusiasmo sostiene Glumov! Fischi, risate fragorose, esplosioni di risate, e all’improvviso… silenzio totale… Meraviglioso spettatore!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli spettacoli del “teatro dei servi della gleba” a Medvežka erano sempre una festa, sia per gli spettatori che per gli attori.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco i cognomi (l’elenco è ben lungi dall’essere completo) di coloro che nel 1933-34 lavoravano a Medvežka:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Direttore artistico</em>: Aleksej Grigor’evič Alekseev.<br />
<em>Direttore</em>: Kachidze.<br />
<em>Attori</em>: Nikolaj Parfent’evič Litvinov, Konstantin Grigor’evič Svorožič, Rachmanov, Viktor Remarovič Armfel’d, Vasilij Il’ič Lichačëv, Michail Filippovič Nadol’skij, Michail Vasil’evič Subbotin, Michail Markovič Ančarov, Ivan Efimovič Bogoslovskij, Nikolaj Romanov, Ivan Bomčinskij, Michail Molodjašin, Leonid Molodjašin, Ivan Nikolaevič Rusinov, Vladimir Fëdorovič Peleckij, Vaclav Janovič Dvoržeckij, Nikolaj Alekseevič Volynskij, Igor’ Sergeevič Alander, Dmitrij Petrovič Polkovnikov, Vasilij Aref’evič Mazenkov.<br />
<em>Attrici</em>: Marija Ivanovna Garčinskaja, Zinaida Aleksandrovna Malachova, Nina Bržozovskaja.<br />
<em>Artisti del balletto</em>: Georgij P. Tamancev, Leo Zass, Fëdor Polujanov, Vadim Kozin, Rybakov, Grivkov, Vejs, Dukstul’skij, Pšibyševskij, Frejdman.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questo teatro era anche per così dire “di corte”. Molto spesso venivano degli “ospiti”. Molti capi del GULAG, il governo, commissioni varie, corrispondenti, e perfino degli stranieri capitavano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I capi del BBK ostentavano tutte le “bellezze del luogo”, compresa la principale: il teatro. Per rappresentanza abbigliavano gli attori in modo conveniente, e tutto aveva un’aria “comme il faut”! Provavamo <em>L’intervento</em> e<em> La rottura</em>, recitavamo <em>Il treno blindato 14-69</em> e <em>La riforgiatura</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> ecc., e inoltre concerti dell’orchestra sinfonica, arte vocale e divertissement.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel marzo 1934  a partire dalla compagine della troupe fu formata una brigata culturale, con alla testa l’ex regista del MChaT2</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> Igor’ Alander, per una spedizione nel nuovo cantiere del BBK – la stazione idroelettrica di Tuloma. Così ebbe inizio un nuovo teatro, il teatro sulla Tuloma, “Tu-Teks”, come lo chiamavano per scherzo gli attori, “Tulomskaja Teatral’naja Ekspedicija” (Spedizione teatrale della Tuloma).  </span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Capitolo XI: la Tuloma.</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Tuloma è un fiume nella penisola di Kola, non lontano da Murmansk, stazione Kola, villaggio Murmaši. Il cantiere è a quaranta chilometri dal villaggio, non c’è strada.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La prima impressione: molta gente. Moltissima! Centinaia di migliaia. Costruiscono baracche, alloggiano in grandi tende disposte dappertutto. Cucine da soldati, da campo, piccoli vagoni per i capomastri, i dirigenti, una nuova grande casa appena costruita per il direttore del lager. Tutto questo su un terreno tutto buchi, come impennato, di massi e di ceppi, in un’enorme gola tra rocce e pini radi, vicino a un fiume freddo, rapido. Si costruisce un lager.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La prima estate passò interamente nella costruzione degli alloggi. Lavoravamo tutti. Ma erano richiesti interventi della brigata culturale per “sollevare lo spirito”. C’era qualcosa del repertorio pronto: letture, l’armonica, canto, chitarra, ma qualcosa  bisognava prepararlo d’urgenza “sul materiale del posto”. Per la preparazione davano dapprima un giorno a settimana, poi due. Scrivevamo e provavamo in una tenda, di materiale riforniva  l’ispettore della KVČ</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Ci si esibiva all’aria aperta, su un palcoscenico provvisorio, se il tempo lo permetteva.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Estate. Zona artica. Fa luce a lungo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Verso l’inverno già si traslocò in una baracca, e il club era pronto, ma faceva un freddo tremendo. Gli spettatori siedono con le giubbe, i cappelli, pestano i piedi – si scaldano. Il vapore di centinaia di respiri  e il fumo della cattiva stufa si alzano al soffitto, c’è nebbia in sala; le deboli lampadine illuminano timidamente, come in un bagno a vapore. Sulla scena non c’è nessuna luce : ardono delle lampade, ma lo stesso non si vede niente. Davamo un vaudeville. L’attrice con l’abito scollato si congelò i capezzoli  (poi ci furono degli ascessi). La temperatura sulla scena arrivava a 20 gradi sottozero (in strada meno 35 e tormenta). E l’indomani al lavoro, allo sterro, a scavare la roccia, a portare le carriole.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gelo, tormenta, notte polare, falò per illuminare e scaldare. Caricare, trasportare è ancora tollerabile, ti muovi, ci si può riscaldare, ma ecco la trivellazione: è molto difficile. Sei accovacciato, tieni in mano la trivella-scalpello (è una verga d’acciaio lunga un metro, a forma di esaedro, come un piccone, affilato in punta), la tieni nelle manopole, certo, verticalmente, mentre il compagno colpisce con una grande mazza questa trivella: tu giri, e lui colpisce. Le mani intirizziscono. Poi tu vuoti con un apposito “cucchiaino” la polvere dal buco, e di nuovo colpisci ancora, finché il buco non diventerà profondo mezzo metro. Così facevano i “trivelli” nella roccia, per poi caricarci l’ammonale e far brillare. Tutto il giorno caricano nelle carriole e portano via le pietre, quelle grandi le spezzano con la mazza, e dopo il cambio fanno brillare i “trivelli” preparati nella giornata. L’indomani di nuovo tutto daccapo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il profondo scavo per la deviazione delle acque l’hanno fatto in due anni. Ma poi divenne difficile portar fuori gli strati. La carriola è pesante, le passerelle strette, su una sola tavola, si scivola, la carriola salterà via, si ribalterà, e tu dietro di lei… Ma qui c’è la “norma”. Il computista annota tutto: se la norma non è realizzata, non riceverai la razione piena. Per gli attori la “norma” è la metà. E lavoravamo solo tre, ma anche due giorni a settimana (ecco qual è la gioia!).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci sono moltissimi operai nello scavo – un formicaio! Il terzo anno ci fu un crollo. Alcune migliaia di uomini restarono sotto i rottami, sei mesi dopo li disseppellirono, li estrassero a pezzi. Spiegarono agli zeki: “Sabotatori! Dappertutto sabotatori!”. E ancora: “Le grandi imprese non mancano di vittime!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fucilarono l’ingegnere capo. Fecero venire un nuovo convoglio sotto scorta. Il lavoro continuò.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La maggior parte dei reclusi erano non russi: uzbeki, tadžiki, karakalpaki, moltissimi basmači</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. D’altronde, chissà perché, ritenevano tutti i non russi dei basmači… I delinquenti, come sempre, lavoravano male, i contadini, come sempre, lavoravano bene. La zona</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> si trovava lontano oltre il bosco, e non era permesso avvicinarcisi – sparavano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il primo anno, finché non ci fu il club, trasportavano la cultbrigata nelle filiali del lager vicine, “in tournée”. Una volta eravamo a Kem’. Là avevano appena portato un convoglio di “cannibali” dall’Ucraina</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Donne di tutte le età, selvagge, semifolli, magre o gonfie, cupe, silenziose. Si diceva che ci fossero quelle che avevano divorato i propri figli. Come se ragionassero così: “O moriremo tutti, o io sopravviverò e genererò di nuovo…”. Ne portarono molte.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Là, a Kem’, subito scomparve il chitarrista della cultbrigata. Dopo due ore lo trovarono nella baracca femminile… Lo avevano violentato. Giacque in ospedale per due settimane, proprio là, a Kem’.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche sulla Tuloma succedevano dei “portenti”. Ora si rinverrà una ragazza appesa a un ramo per i piedi, la gonna legata sulla testa, e là è pieno di sabbia e schegge. Ora un ragazzo nudo nel sottotetto, il ventre massacrato, imbottito di stracci, aveva cominciato a puzzare. Alle carte i delinquenti perdevano, “punivano”, una volta persero perfino l’appartamento del direttore del lager’</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Nessuna guardia venne in aiuto – di notte svaligiarono l’appartamento. Anche le prostitute “lavoravano”, nessun ufficio di amministratore poteva farvi fronte, nessuna cella di rigore era di aiuto. Una ragazza in qualche modo si preparava alla libertà, decise di “arrotondare”, si organizzò nella toilette ai margini della zona. Prendeva cinquanta copeche o un pacco di <em>machorka</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Quando la arrestarono c’erano già dieci pacchi di <em>machorka</em> e 15 rubli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E la bestemmia! Una costante, quotidiana ingiuria… Parolacce sporche erano la normale lingua del lager’. Il gergo della malavita, i modi, sono un tremendo contagio per tutti i reclusi. L’atmosfera del lager “tirava dentro” tutti! Era difficile preservare se stessi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rapporto quotidiano, prolungato con i criminali, i delinquenti, la feccia depositava invincibilmente un’impronta anche su persone beneducate, colte, intellettuali.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il teatro in verità condusse una battaglia ininterrotta contro questa bruttura – per la cultura, per la bellezza! Era incredibilmente difficile preservare quest’”oasi”. Ma ancor più difficile rendere il teatro finalizzato e combattivo. Da una parte    è complicato  trovare un linguaggio comune con gli spettatori, per essere comprensibili e accettati, e dall’altra c’è l’incessante e meticoloso controllo del KVČ e del plenipotenziario, che tentava di mantenere il teatro in un “certo alveo”. Bisogna considerare anche il contingente: all’incirca 10% di criminali – recidivi – lo strato più influente e corruttore, 10% di intellighenzia – la parte più isolata e oppressa, e 80% di “sgobboni” – contadini analfabeti e “minoranze nazionali”. Per giunta nella stessa troupe del teatro c’erano solo 15 attori e intellettuali, gli altri erano criminali anch’essi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non sempre si riusciva a superare le abitudini, i modi, le “complessità” del linguaggio dei nostri artisti dilettanti. Una volta in <em>Chirurgia</em> di Čechov l’interprete del ruolo del dottore “fece un errore di lingua”, suscitando la reazione entusiasta degli spettatori. Cavando un dente al Sagrestano, doveva dire: “Questo, fratello, non devi leggerlo nel coro!”. Ma l’attore a voce alta e con temperamento esclamò: “Questo, troiona, non devi leggerlo nel poro!”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Tuono di applausi! I marinai nella scena di massa de <em>La rottura</em> bestemmiavano furiosamente! Era molto organico…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Girare per il lager di sera era  pericoloso. Dopo gli spettacoli accompagnavamo le attrici insieme al comandante. E… tuttavia non preservammo la nostra Julija! Era una meravigliosa, tenera, bella studentessa diciottenne di Leningrado. I genitori, “nemici del popolo”, li avevano fucilati, e lei l’avevano deportata nel lager – né articolo, né termine, una specie di libera-deportata, una specie di reclusa. L’avevamo presa con noi. Era arrivata senza bagaglio, con un cappottino leggero… cappello, scarpette, guanti, borsetta. Julija Jacevič. Era con noi da due anni. Provava, interpretava delle parti, ma non poteva in nessun modo liberarsi del trauma, non poteva abituarsi alla situazione. Ai lavori comuni non la mandavano. Noi la proteggevamo e salvaguardavamo in ogni modo. Ma non ci riuscimmo… La violentarono dieci canaglie: l’avevano persa a carte. Di notte dalla zona femminile la trascinarono imbavagliata nel cortile (le altre donne videro tutto, avevano paura di suonare l’allarme!).  La mattina la scoprirono priva di conoscenza, dietro le cataste di travi… In ospedale dopo una settimana si impiccò. Con un fazzoletto da testa alla spalliera del letto. La portarono nella discarica. Così non la vedemmo… Cara Julija.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco, in questa situazione si mettevano in scena gli spettacoli. Il club diventò più caldo, anche se come prima gli spettatori sedevano in sala vestiti. Misero a punto l’illuminazione. Si costruivano autentiche scenografie. Si aggiunsero molte persone di talento: musicisti, scenografi, letterati, attori.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco l’elenco degli attori e dei collaboratori del teatro del cantiere della Tuloma GES BBK NKVD (anni 1934-1937).</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Direttore artistico</em>: Igor’ Sergeevič Alander.<br />
<em>Regista, attore</em>: Vladimir Fëdorovič Peleckij.<br />
<em>Attori</em>: Nikolaj Alekseevič Volynskij, Vaclav Janovič Dvoržeckij, Vasilij Aref’evič Mazenkov, Dmitrij Petrovič Polkovnikov.<br />
<em>Maestro di ballo</em>: Georgij P. Tamancev.<br />
<em>Artisti del balletto</em>: Leo I. Zass, Fëdor Polujanov.<br />
<em>Attore, regista</em>: Nikolaj Ivanovič Gorlov.<br />
<em>Attori</em>: Panna Ivanovna Vremenskaja, Marija Ivanovna Garčinskaja, I. N. Čečel’nickij, A. D. Volodčenko, V. I. Kasjukov, Julija Ju. Jacevič, Z. I. Galibina, N. V. Starostina, L. V. Grozmani, A. Kločkov, G. A. Tartakov, L. A. Michajlova, N. M. Rassadina, V. A. Kulikov, I. O. Fingrut, V. A. Bogdanov, E. G. Gruznova, I. A. Romanovič, P. P. Suslova.<br />
<em>Direttore dell’orchestra a fiat</em>i: V. A. Suchodol’skij.<br />
<em>Pianista, compositore</em>: N. P. Zabelin.<br />
<em>Scenografo</em>: Z. I. Chajkin.<br />
<em>Chitarrista</em>: P. V. Korčakovskij.<br />
<em>Pianista</em>: V. N. Kurnykov.<br />
<em>Scenografo</em>: B. A. Varn-Ekk.<br />
<em>Altri collaboratori del teatro</em>: I. A. Černjaev, S. Cejtlin, S. M. Kotikov, V. Z. Eršov, I. M. Sabirov, A. G. Nesterov, M. S. Bukatov, A. M. Rabinovič. </span></p>
<p> &nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Producevamo un nuovo spettacolo all’incirca ogni due mesi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco il repertorio del teatro del cantiere della Tuloma GES dall’aprile 1934 al giugno 1937:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Don Chisciotte, Avanti, tempo!, Il bambino degli altri, La lega meravigliosa, I soldati della Tuloma,  Afrodite, L’avocat Pathelin, Il principe Mstislav Udaloj, Platon Krečet, Colpevoli senza colpa, Slava, Vassa Železnova, La rottura, La locandiera</em>, e altre</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Vaudevilles</em>:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Gli zigzag dell’amore”,”Quando appare una fanciulla”, “Il bravo soldato Švejk”, “L’amico segreto”, “L’uniforme”, “La strega”, “Il cappello verde”, “Il lilla persiano”, “Chirurgia”, “GTO”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E ancora decine di programmi da “concerto”: canti, danze, lettura, scenette, sketch, una presentazione costruita su temi locali di attualità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il direttore del cantiere GES, Vladimir Andreevič Sutyrin, aiutava molto il teatro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Bisogna ammetterlo, Sutyrin era una personalità eccezionale. Funzionario del partito con pratica prerivoluzionaria, nella guerra civile comandava una divisione, più tardi in altri tempi aveva guidato la RAPP</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Scrittore, poeta, drammaturgo, amico personale di Kiršon e Afinogenov, fu inviato negli organi dell’NKVD, in un cantiere del piano quinquennale. Si può immaginare come si rapportasse al teatro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Presenziava sempre alla consegna degli spettacoli insieme al plenipotenziario dell’NKVD e al dirigente del KVČ, e talvolta compariva anche alle prove. Si avvertiva sempre il suo appoggio, il suo patrocinio (benché fosse proibito rivolgersi personalmente a lui, solo con una domanda scritta attraverso il dirigente del KVČ).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mettevamo in scena gli spettacoli una volta la settimana, talvolta due, mentre “concerti” e singoli interventi nelle baracche li davamo quasi quotidianamente.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel lager esisteva il “sistema di competizione e lavoro d’assalto”… I “premi” per i vincitori erano attribuiti sotto forma di “consegna” di prodotti alimentari o di un nuovo “vettovagliamento vestiario”: scarponi, giubbotti militari, giubbe. Anche alla cultbrigata toccavano riconoscimenti e ricompense. Consegnavano “diplomi”, “libretti di lavoratore d’assalto”, registravano il cognome sulla “bacheca rossa”, collocavano il ritratto nella Bacheca dei lavoratori d’avanguardia, sul giornale “Zapoljarnaja perekovka”. Tutto come in libertà!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel dicembre 1935 morì Igor’ Sergeevič Alander, direttore del teatro. Si suicidò, gettandosi in un bacino di scarico delle acque. Aveva allora 32 anni. Uomo di talento, intelligente, bello, meraviglioso!  Tutti lo amavano. A Mosca aveva una famiglia, moglie e un figlio. Pare che all’inizio ci fossero delle lettere, poi però un lungo intervallo. Infine, dicono, ricevette la notizia che la moglie l’aveva rinnegato, aveva divorziato, si era sposata e aveva cambiato cognome al figlio. Tutto questo fu scoperto dopo, dopo la sua morte, ed era incerto, basato su delle voci. Per il teatro fu una grande perdita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Regista principale divenne Nikolaj Ivanovič Gorlov. Era un “confinato-libero”,  ma viveva con tutti qui, nel lager, solo in un’altra baracca. Era regista e attore professionista. Mise in scena alcuni spettacoli di successo, gli attori lo rispettavano, ma Alander rimase nei cuori per sempre.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E qui capitò un’altra disgrazia: a tutti gli articoli 58 fu dato un supplemento di durata, abolirono cioè gli “sconti di pena”. Questa fu, come spiegarono, la risposta agli attacchi dei “nemici di classe”, dopo l’assassinio di Kirov nel dicembre 1934</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Allora, né più né meno, aggiunsero <em>due anni</em> a Dvoržeckij, Volynskij, Peleckij. Ad alcuni aggiunsero un anno, a qualcun altro un anno e mezzo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel periodo inquieto, in cui si avvicina la fine della pena, in cui ti prepari alla libertà – ogni giorno dura un anno, ogni ora e ogni minuto sono occupati dai pensieri su ciò che sarà. Come sarà? Dove andare? Che ne è di casa?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando disegni nella tua immaginazione i quadri della futura vita libera così a lungo attesa, di notte non dormi, di giorno non vedi l’ora – all’improvviso sei convocato dal plenipotenziario. Di corsa, con un sentimento di felicità… pronto ad abbracciare il mondo intero!<br />
&#8211;	Salve!<br />
&#8211;	Firmate.<br />
&#8211;	Dove? Qui? – ho firmato -. Di che si tratta?<br />
&#8211;	Leggete…<br />
&#8211;	“… su delibera della commissione dell’NKVD… togliere gli sconti… riconsiderare i periodi di reclusione… aprile 1937…”<br />
&#8211;	Non ho capito niente!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho capito.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cuore di ghiaccio: ancora due anni.<br />
&#8211;	Andate. Il prossimo!…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco tutto. Passarono sei anni. Ho lavorato, atteso, sperato. Sul Vajgač</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> due anni di lavoro infernale tuttavia sono stati ripagati da tre anni di sconto. E qui, nella zona artica, ci sono stati gli sconti: un giorno per uno e mezzo. Dove sono mai tutti questi giorni, mesi, anni stentati, sofferti, calcolati uno a uno? Ancora due anni! Aspetta… ma non quattro, dunque, qualcosa tuttavia è rimasto?! Ecco quali pensieri, ecco quali sentimenti… Ma che fare? Bisogna andare a lavorare. E giudicare e ragionare di meno. Qualcuno “busserà”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> – e toglieranno gli sconti residui.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Meno male che c’è il teatro. IO STESSO VOGLIO RESTARE IN QUESTO TEATRO, nella cerchia dei miei buoni amici. E meno male che non va peggio, che non sono ai lavori comuni pesanti, che è possibile occuparsi della cosa preferita ed aiutare con l’arte gli uomini a restare uomini, a mantenere o acquisire la dignità, a non abbrutirsi definitivamente,  a non trasformarsi in bestie! Ditemi se non è la felicità! E’ una missione sacra! Non bisogna tradire la causa cui si è chiamati dal DESTINO! Bisogna lavorare!<br />
&nbsp;<br />
<strong>La seconda parte con i capitoli XII E XIII uscirà lunedì 18 aprile 2011 alle ore 16</strong></span><br />
&nbsp;</div>
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		<title>LENIN ON-LINE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 17:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Vissarionovič Džugašvili]]></category>
		<category><![CDATA[Lenin]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
		<category><![CDATA[testamento di Lenin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Nel 1924, a quest’ora e in questo giorno 21 gennaio, moriva Vladimir Ilyich Ulyanov, in arte Lenin, dopo una lunga malattia, il primo attacco della quale si manifestò nel maggio 1922, anche come conseguenza della pallottola che gli era rimasta nel collo dopo l’attentato del 1918. Io qui non tento neppure di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Assalto-al-palazzo-dinverno.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Assalto-al-palazzo-dinverno-300x223.jpg" alt="" title="Assalto al palazzo d&#039;inverno" width="300" height="223" class="alignleft size-medium wp-image-29016" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Assalto-al-palazzo-dinverno-300x223.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Assalto-al-palazzo-dinverno.jpg 461w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Nel 1924, a quest’ora e in questo giorno 21 gennaio, moriva <strong>Vladimir Ilyich Ulyanov</strong>, in arte <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lenin"><strong>Lenin</strong></a>, dopo una lunga malattia, il primo attacco della quale si manifestò nel maggio 1922, anche come conseguenza della pallottola che gli era rimasta nel collo dopo l’attentato del 1918.<br />
Io qui non tento neppure di parlarne (ho linkato la voce di wikipedia che mi pare piuttosto informativa, come pure la sua versione francese), limitandomi ad affermare che, per quel che pare a me, la sua prematura morte fu una vera sciagura per le future sorti del comunismo.<br />
Invito se mai, a rileggere <a href="http://www.marxists.org/italiano/lenin/1922/12/testamento.htm">qui</a>, dato che in tempi calamitosi come i nostri rinfrescarsi qualche memoria fa bene alla salute, il documento noto come <em>testamento di Lenin</em>, su cui riporto qualche notizia e di cui trascrivo due brevissimi stralci.<span id="more-29015"></span></p>
<p>La Lettera al Congresso, conosciuta sotto il nome di &#8220;Testamento&#8221; fu dettata da Lenin dal 23 al 26 dicembre 1922 e il &#8220;supplemento alla lettera del 24 dicembre 1922&#8221; il 4 gennaio 1923.<br />
Al pari delle lettere pubblicate più oltre, <em>Sull&#8217;attribuzione di funzioni legislative al Gosplan</em> e <em>Sulla questione delle nazionalità o dell&#8217;autonomizzazione</em>, questa lettera ha ‒ come gli ultimi scritti di Lenin, <em>Pagine di diario</em>, <em>Sulla cooperazione</em>, <em>Sulla nostra rivoluzione (A proposito delle note di N. Sukhanov)</em>, <em>Come riorganizzare l&#8217;ispezione operaia e contadina? (Proposta al XII Congresso del partito)</em>, <em>Meglio meno, ma meglio</em>, che egli dettò nel gennaio-febbraio 1923 e che furono pubblicati dalla <em>Pravda</em>, un&#8217;importanza di principio. Lenin riteneva indispensabile che dopo la sua morte la lettera fosse portata a conoscenza dell&#8217;imminente congresso del partito.</p>
<p>Ne fu data lettura ai delegati del XIII Congresso che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924. Il congresso decise all&#8217;unanimità di non pubblicarla, considerando che, essendo rivolta al congresso, non ne era stata prevista la pubblicazione sulla stampa.<br />
Per decisione del CC del PCUS, e per iniziativa del primo segretario del partito Nikita Sergeevič Chruščëv queste lettere di Lenin furono portate a conoscenza dei delegati del XX Congresso del PCUS e poi delle organizzazioni del partito. Nel 1956 furono pubblicate nel n. 9 del <em>Kommunist</em>  e poi raccolte in un opuscolo di grande tiratura.</p>
<p>La lettera al Congresso è un insieme di documenti dettati da Lenin a sua moglie Nadežda Krupskaya e alla sua stenografa Maria Volodicheva tra il dicembre del 1922 e il gennaio del 1923, durante il suo soggiorno nella casa di cura di Gorky. Nella prima parte della lettera Lenin avanzò la necessità di aumentare l&#8217;effettivo del Comitato Centrale facendovi entrare operai e contadini (50-100 membri) e delineò i ritratti dei maggiori esponenti del partito candidati alla sua successione. Nella seconda parte del testo, Lenin propose esplicitamente al Congresso la rimozione di Stalin (giudicato &#8220;troppo grossolano&#8221;) dalla carica di segretario generale del partito.<br />
Questi sono due stralci a proposito di <strong>Iosif Vissarionovič Džugašvili</strong>, in arte <strong>Stalin</strong>.</p>
<p>« Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D&#8217;altro canto, il compagno Trotsky come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del commissariato del popolo per i trasporti, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell&#8217;attuale CC. »	</p>
<p>« Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell&#8217;ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell&#8217;impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotsky, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un&#8217;importanza decisiva.»</p>
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		<title>Il male minore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Eyal Weizman]]></category>
		<category><![CDATA[hannah arendt]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[Mary McCathy]]></category>
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					<description><![CDATA[[più che volentieri pubblico questo pezzo uscito su La Stampa il 28 agosto &#8220;ispirato&#8221; &#8211; come mi annota nella email di accompagnamento l&#8217;autore &#8211; &#8220;alla vicenda del barcone dei migranti annegati e alla vicenda della legge ipocrita sulle badanti, penso all&#8217;Italia del male minore (e del terrorismo passato). G.B.] di Marco Belpoliti Eyal Weizman è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>più che volentieri pubblico questo pezzo uscito su</em> La Stampa <em>il 28 agosto &#8220;ispirato&#8221; &#8211; come mi annota nella email di accompagnamento l&#8217;autore &#8211; &#8220;alla vicenda del barcone dei migranti annegati e alla vicenda della legge ipocrita sulle badanti, penso all&#8217;Italia del male minore (e del terrorismo passato).</em> G.B.]<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/eichmann-in-jerusalem.jpg" alt="eichmann-in-jerusalem" title="eichmann-in-jerusalem" width="454" height="298" class="alignnone size-full wp-image-21358" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/eichmann-in-jerusalem.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/eichmann-in-jerusalem-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Eyal Weizman è un architetto israeliano. Insegna a Londra alla University of London ed ha scritto un saggio,<em> Architettura dell’occupazione </em>(Bruno Mondadori) che ha fatto molto discutere, dedicato alla costruzione del Muro che separa Israele dai Territori palestinesi. In un piccolo librino, edito invece da poco da Nottetempo, intitolato <em>Il male minore</em>, Weizman ha invece posto un problema di grande attualità di questi tempi, la cui formulazione è: Se vi trovate di fronte a due mali, è vostro dovere optare per il minore. La questione del “male minore” l’ha sollevata in modo critico per la prima volta un’ebrea migrata in America per sfuggire al nazismo, Hannah Arendt, in una conferenza del 1964, dedicata a “La responsabilità personale sotto la dittatura”. <span id="more-21253"></span><br />
Pochi anni prima la filosofa tedesca s’era interrogata, nel corso del processo contro Eichmann, grande organizzatore della deportazione, sulle ragioni della cooperazione offerta dai Consigli Ebraici nelle nazioni occupate ai nazisti, atto rimosso da molti, e subito contestato alla Arendt: ebrei eminenti avevano collaborato con i massacratori con l’intento di salvare se stessi e  altri ebrei, e per questo avevano lasciato che moltissimi di loro venissero deportati e gasati. Il male minore, appunto, argomento che circola anche nelle affermazioni del criminale nazista nel corso del processo: Siamo scesi a patti col diavolo senza vendergli l’anima. Oppure: Noi che figuriamo colpevoli oggi, siamo però stati i soli a restare al nostro posto per evitare che le cose andassero anche peggio, mentre coloro che non hanno fatto nulla si sono sottratti alle loro responsabilità, pensando solo a se stessi, alla salvezza delle loro anime. Come ci ricorda Hannah Arendt, chi sceglie il male minore dimentica troppo in fretta che sta scegliendo il male.<br />
Weizman sottolinea come nella nostra post-utopica cultura politica contemporanea il termine “male minore” è diventato oggi un fatto quasi naturale, e viene invocato in contesti incredibilmente diversi tra loro: dalla morale individuale al diritto internazionale, dalle economie della violenza nel contesto della “guerra al terrore” agli attivisti umanitari dei cosiddetti “diritti umani”, portati a destreggiarsi in mezzo ai paradossi dell’assistenza – parola che sembra aver preso il posto precedentemente riservato al termine <em>bene</em>. Sono spesso proprio i totalitarismi a usare l’argomento del male minore, dice l’architetto israeliano, che cita un altro scritto della Arendt , “Le uova alzano la voce”, dove viene ricordato il detto di Stalin, il solo contributo originale del capo sovietico alla dottrina marxista: “Non puoi rompere le uova senza fare una frittata”. Ovvero, che non si può edificare il regime della vera giustizia tra gli uomini senza grandi sacrifici di vite umane. Una convinzione che ha portato anche da noi, in Italia, negli anni Settanta, diversi miei coetanei, ad accettare il principio dell’omicidio politico come strumento rivoluzionario – e a sostenerlo anche oggi come un portato inevitabile dell’epoca.<br />
Mary McCathy, la scrittrice amica della Arendt, ha smascherato la fallacia del male minore: “Se qualcuno ti punta addosso una pistola e ti dice ‘Uccidi il tuo amico o io uccido te’, ti sta semplicemente <em>tentando</em>”. Quando nient’altro è possibile, scrive Weizman, “quando fare <em>niente</em> è l’ultima forma effettiva di resistenza, e le conseguenze pratiche del rifiuto, e perciò del caos, sono quasi sempre migliori, se abbastanza persone rifiutano”. Quando la filosofa tedesca aveva articolato questo tema non era ancora operante la razionalità dei computer, la logica del calcolo, che ha portato alle estreme conseguenze la questione nel capitalismo finanziario: introdurre il modello economico nei giudizi etici. Il calcolo e la misurazione dei beni e dei mali considerati come algoritmi – trend statistici delle scienze sociali, o aspetti di un problema computazionale – riducono di fatto la responsabilità personale e di giudizio. Weizman ci ricorda che quando le questioni vengono pensate in termini economici ed espresse in numeri, “esse possono essere cambiate e sviate infinitamente”. L’architetto ripercorre nel suo saggio la storia del “male minore” nel pensiero occidentale, attraverso Agostino che rompe con l’assolutismo del manicheismo (meglio le prostitute dell’adulterio, meglio uccidere un aggressore prima che questi uccida un passante innocente). Il male minore come prevenzione è un concetto che ha fatto molta strada presso di noi passando anche per il marxismo e i suoi interrogativi: il cambiamento deve comportare la riduzione o l’intensificazione della sofferenza? <em>La politique du pire</em> ha lastricato i sentieri di Utopia negli ultimi settant’anni sino ad arrivare agli ex maoisti francesi passati alla causa dei Diritti Umani degli anni Novanta, o alla “guerra al terrore” di Guantanamo, tutti esempi in cui il calcolo costi e benefici si modella non in relazione al male che si produce ma a quello che si previene.<br />
Qual è dunque l’antidoto a questa politica della menzogna? La responsabilità, scrive la Arendt, che è sempre un fatto individuale e non collettivo. Qualcosa di assolutamente soggettivo che invece i regimi totalitari, e quelli che aspirano a diventarlo, cercano di negare annacquando tutto nel “collettivo” dei sondaggi e delle opinioni mutevoli. L’autenticità dell’atteggiamento soggettivo, dice la filosofa, “si può misurare solo dalla caparbietà nell’affrontare eventuali sofferenze”. Non ci sono dunque regole generali, ma a tutti verrà, prima o poi chiesto, come a Eichmann: Perché hai obbedito? Perché hai dato il tuo <em>sostegno</em>? Lì è il momento di verità di ciascuno, per quanto sarebbe sempre meglio non arrivarci. Per questo bisogna pur far qualcosa affinché la logica del “male minore” non trionfi oggi, qui tra noi.</p>
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