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	<title>Ucraina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Silenzio e bombe: quattro saggi dall&#8217;Ucraina in tempo di guerra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/04/silenzio-e-bombe-quattro-saggi-dallucraina-in-tempo-di-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2023 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Andreychykova]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ilya Kaminsky]]></category>
		<category><![CDATA[Ludmila Khersonsky]]></category>
		<category><![CDATA[Odesa]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Zarina Zabrisky]]></category>
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					<description><![CDATA[di<strong> Ilya Kaminsky, Ludmila Khersonsky, Zarina Zabrisky, Elena Andreychykova </strong>
Una città in cui la gente continua ad andare all'opera, alle letture di poesie, nonostante i colpi d’artiglieria; in cui uno zoo ha riaperto da poco e un numero enorme di persone fa la coda per isolati per poter entrare e salutare gli animali. Il giorno della riapertura, una mucca ha partorito davanti alla folla. Il piccolo l’hanno chiamato Javelin, come l’arma anticarro portatile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ilya Kaminsky, Ludmila Khersonsky, Zarina Zabrisky, Elena Andreychykova</strong></p>
<p>[Traduzione italiana di Pina Piccolo, dall’<a href="https://orionmagazine.org/article/ukraine-russia-war-invasion-essays-2022/" target="_blank" rel="noopener">articolo originale</a> in lingua inglese del 10 novembre 2022 apparso su <em><i>Orion: Nature and Culture</i></em> &lt;orionmagazine.org&gt;]</p>
<p>TRA POCHI MINUTI inizierà a suonare la sirena antiaerea. &#8220;Il bambino trascina i corpi dei suoi vicini&#8221;, dice Zarina. &#8220;Adulti, bambini, per tutta la mattina. Li trascina da sotto le macerie di un edificio bombardato. Gli rivolgo delle domande, ma non vuole parlare che di chiodi e del martello che gli servono per riparare la finestra. Non parla d&#8217;altro. Martello. Chiodi&#8221;.</p>
<p>Siamo seduti in un ristorante di via Kanatnaya a Odesa, in Ucraina. Zarina mi guarda dritto negli occhi.</p>
<p>&#8220;Trascinava nonne, mamme e bambini da sotto le macerie&#8221;.</p>
<p>Invece che correre al rifugio, Zarina mi chiede se desidero dell’altro cognac. È surreale che si continui a brindare e a cenare durante un bombardamento. Ma è proprio quello che facciamo.</p>
<p>&#8220;È la città stessa che ti aiuta a superare le cose&#8221;, afferma. &#8220;Cammini per strada e ti senti meglio&#8221;.</p>
<p>Zarina è una corrispondente di guerra. Sfiora con le dita il bordo del bicchierino di cognac e sussurra: &#8220;Ho detto alla mia famiglia che sarei andata a trovare degli amici in Europa. Continuo a inviare a casa foto di micetti&#8221;.</p>
<p>Il suo telefono vibra: un giornalista americano le chiede in prestito il suo giubbotto antiproiettile. Sta per andare in una zona di combattimento attivo, mi dice. Poi ordina gli antipasti.</p>
<p>Il giorno dopo mi ritrovo a una lettura di poesie a Odesa.</p>
<p>Non è esattamente una cosa che ti aspetti in una città con il coprifuoco e i sacchi di sabbia che fanno da barricata.</p>
<p>Le letture di poesia si svolgono tra gli allarmi delle sirene antiaeree. Servono il vino. Le ciliegie.</p>
<p>C&#8217;è anche Elena Andreychykova.</p>
<p>Qualche giorno fa Elena mi aveva organizzato una visita in macchina della città. L&#8217;Ucraina è una no-fly zone, quindi bisogna prendere un volo per la vicina Repubblica di Moldova e attraversare la frontiera con un qualche autoveicolo o a piedi.</p>
<p>Lei stessa ha lasciato l&#8217;Ucraina per mettere al sicuro sua madre e suo figlio, e poi è tornata.</p>
<p>&#8220;Nonostante tutto&#8221;, in una mail mi aveva scritto, &#8220;Odesa è così luminosa&#8221;.</p>
<p>Durante l&#8217;evento mi guarda e fa: &#8220;Odesa non è occupata come Kherson. Quindi andiamo insieme a leggere poesie. Si vive solo una volta&#8221;.</p>
<p>E così leggiamo insieme agli altri, le nostre parole scandite dalle sirene antiaeree.</p>
<p>A casa, ricevo una mail da Ludmila Khersonsky, fuggita dall&#8217;Ucraina qualche mese prima con il marito, il poeta Boris Khersonsky. Descrive la fuga dal paese, i primi giorni di bombardamenti. Parla di come abbia barricato le finestre coi suoi libri di poesia, in modo da evitare che le schegge di vetro schizzino per la stanza dopo l’esplosione di un razzo di artiglieria. Leggendo, mi viene in mente un verso di una delle sue poesie, scritta molti anni fa, ma sempre attuale: &#8220;Seppellito in un collo umano, un proiettile sembra un occhio, cucito dentro / un occhio che guarda indietro al proprio destino&#8221;.</p>
<p>Eccovi allora tre voci da una città sotto blocco navale, una città le cui strade continuano a essere sotto i bombardamenti mentre scrivo. I gatti randagi sono ovunque. Dormono in cima alle fortificazioni anticarro, tremando, mentre sfrecciano le auto militari e i taxi. È una città in cui la gente continua ad andare all&#8217;opera, alle letture di poesie, nonostante i colpi d’artiglieria; in cui uno zoo ha riaperto da poco e un numero enorme di persone fa la coda per isolati per poter entrare e salutare gli animali. Il giorno della riapertura, una mucca ha partorito davanti alla folla. Il piccolo l’hanno chiamato Javelin, come l’arma anticarro portatile.</p>
<p>Sono tre voci che si esprimono in una prosa fatta di silenzi, di momenti non detti, di momenti di terrore per ciò che viene fatto all&#8217;Ucraina mentre il mondo sta a guardare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211; Ilja Kaminsky</p>
<p>10 luglio 2022</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>GATTO SOTTO UN CIELO SENZA UCCELLI</p>
<p><em><i>Un saggio dall&#8217;Ucraina</i></em><em><i>,</i></em><em><i> di Ludmila Khersonsky</i></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ECCOLO LÌ, ORA. Un suono acuto dietro la finestra. Zz-z-z -sss-ss-bang! Il gatto fa un balzo e si nasconde sotto il letto, poi sotto il divano. Il mio gatto nero si nasconde nell&#8217;ombra. Il mio corpo trema.</p>
<p>Rifuggo dal pensiero che tutto questo possa continuare. Voglio essere forte. E voglio anche dormire. Ma come si fa a dormire dopo UNA COSA DI QUESTO GENERE? e se non riuscissimo più dormire? Cerco di immaginare le nostre notti insonni, senza mai appoggiare la testa.</p>
<p>L&#8217;esplosione. La Russia ha infine deciso che siamo cosa di così basso valore che la nostra vita e il nostro sonno poco importano. Così come poco importa che abbiamo animali domestici felici e bisognerebbe evitare di spaventarli.</p>
<p>Più tardi scoprirò che i gatti sentono il razzo con tre o quattro minuti di anticipo rispetto alla sua effettiva comparsa. Per sapere se si sta avvicinando un razzo vi basta guardare il vostro animale domestico. I gatti iniziano a correre avanti e indietro sgomenti, sbattendo il corpo contro i muri. Ho parlato con una donna libanese che mi ha detto che il suo gatto si comportava allo stesso modo prima del bombardamento dell’artiglieria: correva per la stanza, sbattendo senza sosta il corpo su e giù per le pareti e le finestre. Questo accadeva nel 2008, ha detto. È la stessa cosa che vedo nel 2022.</p>
<p>Per prima cosa, ascolto il mio corpo, il rumore dei miei denti che battono. Questo chiacchiericcio, paura animale, così vergognoso. Dovrei nascondermi anch&#8217;io sotto il divano e rimanere lì, piatta come una frittella? Un gatto si nasconde sotto il divano, ma dove può nascondersi una creatura umana quando la casa non è più sicura? Quanto tempo ci metto a sparire?</p>
<p>Vado in sala da pranzo.</p>
<p>Cerco di fare il caffè. Il mio primo caffè di guerra, alle quattro del mattino, subito dopo l&#8217;esplosione.</p>
<p>Questi razzi, pesanti pezzi di metallo mortifero, quanto pesano? Più tardi scoprirò che possono pesare fino a quattromila chili.</p>
<p>Non ho familiarità con niente che pesi così tanto.</p>
<p>Persino la credenza, quel mobile antico che abbiamo restaurato e riparato e riportato dentro con l&#8217;aiuto di tre uomini forti, non pesa così tanto. Inoltre, nessuna persona sana di mente si sognerebbe di lanciare una credenza a mo’ di razzo&#8230;</p>
<p>Vado fuori. Il cielo si schiarisce, l’azzurro e il bianco del cielo bellico di primo mattino, così vicino eppure così lontano. Ogni albero del giardino è testimone di quello che facciamo. Ho bisogno di testimoni affidabili per raccontare la storia dei razzi che esplodono di primo mattino.</p>
<p>La guerra ti erode il respiro. Diventa duro e friabile, come un terreno danneggiato. So che più tardi farò fatica a respirare. Il mio respiro diventerà irregolare, ansimerò e aspetterò prima di espirare. È così che il respiro resiste al dolore e alla disperazione. Osservando altre persone per vedere come respirano, si può capire subito se siano sconvolte o meno. Alcune persone adottano una respirazione impercettibile, come se non ci fossero più. Le guerre non sono adatte al respiro.</p>
<p>Mattinata bellica: tutto è diventato grigio. Anche i crochi luminosi non sono più così luminosi. Gli stessi fiori hanno un aspetto cinereo.</p>
<p>Ho sempre amato accendere il fuoco nel camino, l&#8217;odore della legna che brucia e la brace che alla fine muore, la cenere. Amerò questa azione tanto quanto prima?</p>
<p>Non posso dire cosa apprezzerò di più, perché la vita è divisa in due parti: prima della guerra e durante la guerra. Durante la guerra ho bisogno di concittadini che camminano per le strade. Ho bisogno di parlare con i tassisti, con gli impiegati di banca e con i commessi dei negozi. Parlando con la gente ritrovo la sensazione di essere viva, il piacere di essere normale. La vita si sforza di essere sana e la gente si alza e va a lavorare. Qualcuno prepara il pane.</p>
<p>Ci si alza, si fa la doccia, si lavora.</p>
<p>Non abbiamo un seminterrato dove nasconderci in caso di bombardamento. Né abbiamo un luogo che possa proteggerci dai razzi dell’artiglieria. Naturalmente la nostra casa potrebbe essere colpita direttamente da un razzo. Le possibilità di sopravvivenza sono molto basse, ma se esplodesse nelle vicinanze? Si frantuma il vetro delle finestre, le schegge volano ovunque intorno a noi, verso di noi.</p>
<p>Così stamattina la mia prima attività è costruire una barricata di libri sul davanzale della finestra. Sono libri scritti da me e da mio marito, copie extra che trovo in casa e che ora servono a proteggerci se la nostra strada viene bombardata. Questa è la stanza dove ci nascondiamo dai missili.</p>
<p>Come preparo la mia casa alla guerra? Di cos&#8217;altro ho bisogno? Coperte, lenzuola, scialli? Il mio scialle di cachemire preferito andrà bene? Ho bisogno di coprirmi in modo elegante contro questo incubo.</p>
<p>Rapide occhiate alle stanze della mia casa: tante cose belle che mi circondano sembrano ormai inutili. Bambole, perline, quadri, statuette, libri sugli scaffali. Ho bisogno di un riparo. Mi avvolgo lo scialle di cachemire intorno alle spalle.</p>
<p>Mia madre ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Lei capisce.</p>
<p>&#8220;Non uscire di casa&#8221;, mi dice. &#8220;Bombardano vicino casa tua?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Non lo so&#8221;, rispondo.</p>
<p>&#8220;Va bene, allora&#8221;, dice lei, &#8220;non uscire&#8221;.</p>
<p>Dopo l&#8217;inizio della guerra, ospitammo a casa nostra una &#8220;sfollata&#8221;, una donna alta e silenziosa con due bambini. I bambini erano magri. Erano molto poveri. La gente divideva con loro alimenti di base. Nessuno sapeva il suo nome. La chiamavamo &#8220;la sfollata&#8221;. Le persone che non hanno una casa perdono il loro nome.</p>
<p>Io ho ancora un nome. Mi chiamo Ludmila. Ho la mia casa, anche se sopra di essa volano dei razzi. Un tempo mi svegliavo e parlavo con gli uccelli in volo nel cielo. Ora gli uccelli non ci sono più. C&#8217;è troppo rumore perché possano stare sul nostro tetto. Riempio un davanzale di libri per proteggere mio marito e il nostro gatto dagli spargimenti di vetro durante i bombardamenti. Ho tappezzato di libri il davanzale. Ho usato le parole per protezione e sicurezza. Penso che sarà utile.</p>
<p>Devo trovare una torcia. E un borsone da afferrare al volo. Deve essere di dimensioni ridotte, ma deve poter contenere tutta la mia vita — tutto ciò che amo e apprezzo e tutto ciò di cui potrei avere bisogno: foto di famiglia, libri, documenti, cibo e acqua, medicine, cellulare, caricabatterie, soldi, la mia collana, i vestiti caldi, le nostre collezioni d&#8217;arte, il mio cuscino, il mio scialle di cachemire, il mio rossetto, gli occhiali di mio marito, la mia paura, il mio dolore, la mia rabbia e la mia speranza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>CERCASI DENTI DI CAPODOGLIO</p>
<p><em><i>Un saggio dall&#8217;Ucraina di Zarina Zabrisky</i></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>SCRIVO QUESTO TESTO alle sei del mattino del 16 luglio. Mi sono svegliata poco dopo le 5 quando Odesa è stata colpita da un altro missile d’artiglieria. Sulla città si è alzato un fumo nero. Non conosciamo ancora i dettagli. Ieri sera le sirene hanno suonate ripetutamente. Il loro lamento mi fa sempre pensare a un drago senile e assetato di sangue che emerge da una grotta buia e umida nelle profondità dell&#8217;oceano e si leva sfolgorante nel cielo bruciando la terra con il suo alito putrido. Vuole divorarci. Ci strappa i bambini. Perde i suoi denti arrugginiti.</p>
<p>Decido di andare centro benessere dell’hotel Duke per dimenticare tutto, per lavare via tutto. Negli Stati Uniti gli impianti termali aperti al pubblico, le spa, sono un qualcosa di esotico e legato a etnie specifiche, mentre invece sono un punto fermo nello spazio post-sovietico, in Europa e in Asia. Andare alla spa, al bagno pubblico o all’hammam, è un rito antico in Giappone, Turchia, Germania, Ungheria, Marocco e, sicuramente, a Odesa. Ovunque mi trovi, quando sono in difficoltà, vado in una di queste strutture. Ho affogato il mio dolore in terme coreane, marocchine e, sì, russe. Scrub al sale, impacchi al miele, vapore all&#8217;eucalipto e alla menta, saune alla lavanda e al pompelmo rosa, bagni panoramici, persino una sauna alla birra in Polonia. Gli slavi credevano alla magia delle acque termali: muori e vieni immerso prima in &#8220;acqua morta&#8221; e poi in  &#8220;acqua viva&#8221; e alla fine si torna in vita, tutti lucidi e nuovi, purificati. Ho bisogno di questo bagno di resurrezione per purificarmi dalla terra nera dei cimiteri bombardati, per non sentire più il lamento del drago.</p>
<p>Al centro benessere dell’hotel Duke c’ero già stata. Una donna senza età, simile a una sirena, la somma sacerdotessa della spa, con addosso un bikini turchese, ti piazza sul viso una pezza infusa all’essenza di quercia canadese e poi ti sferza con rami di betulla finché non senti il veleno uscire dai pori. Voglio tornare lì, tuffarmi nella vasca d&#8217;acqua gelida al ritmo di canti ucraini che si mescolano alle voci delle donne e agli schizzi, risuonando sotto il soffitto a volta. Voglio chiacchierare con gli sconosciuti. L&#8217;ultima volta che ci sono andata, una dottoressa del pronto soccorso si lamentava di essere diventata una celebrità di Odesa dopo che un paparazzo dilettante le aveva scattato una foto mentre prendeva il sole in topless in un parco cittadino e l&#8217;aveva condivisa sui social media. Abbiamo riso e bevuto kvas, una bevanda leggermente frizzante, con infuso al miele. Un bambino si tuffava nella piscina fredda perché gli mancava il Mar Nero. Qui il mare è minato e le spiagge sono chiuse.</p>
<p>Mi avvio verso il centro benessere facendo una lunga deviazione e passando davanti a una fila  di negozi di abiti da sposa: candidi pizzi, perle e diamanti, torte gigantesche, bandiere ucraine azzurre e gialle che garriscono al vento all&#8217;esterno. Molte cose a Odesa sono come le torte del famoso mercato di Privoz: il teatro dell&#8217;Opera, la schiuma del mare sulla spiaggia di Langeron, l&#8217;aria stessa che d&#8217;estate ha un profumo così dolce che viene voglia di mangiarla. Odesa fa venire fame. Forse è per questo che il drago si sta scatenando. Forse desidera Odesa come tutti, la bella sposa amazzone che non appartiene a nessuno.</p>
<p>Odesa non ha paura del drago. Mangia, beve, balla, canta e impazzisce tra un&#8217;incursione e l&#8217;altra. Vicino a casa mia, un gruppo rock suona una canzone sull&#8217;Ucraina, e gente in tuta mimetica allestisce un chiosco per vendere la pizza, stendendo la pagnotta bianca e morbida, accendendo il fuoco, facendo fondere il formaggio dorato e ballando al ritmo della musica. Nell’isola pedonale di via Deribaskovskaya, bambine con le tradizionali camicie ricamate ucraine cavalcano esuberanti pony adorni di nastri rosa sulla criniera, il tutto al ritmo delle sirene antiaeree. Gatti pigri e cani scontrosi dominano la strada, dormendo sull&#8217;acciottolato tiepido e accanto ai negozi sfitti. Vicino al mio edificio preferito, in stile Liberty dal colore verde insalata, una band suona canzoni ebraiche di Odesa e tutta la strada balla; i bambini rincorrono bolle di sapone giganti soffiate da una bella ragazza su una sedia a rotelle e un ragazzo abbronzato prepara lo zucchero filato, mentre il drago malato e assetato di sangue non la smette mai di ululare e le sirene non si fermano.</p>
<p>Passo davanti all&#8217;unico casinò patriottico che abbia mai visto al mondo: &#8220;Gloria all&#8217;Ucraina!&#8221; recita l&#8217;insegna elettronica, e le lettere si trasformano subito in &#8220;Nave militare russa vai a farti f***re&#8221;, davanti a un sexy shop aperto chiamato La pagnottella. (L’insegna sul portone contiene un doppio senso su <em>palianytsia</em>, parola ucraina che indica una pagnotta di pane e che nessun russo riuscirà mai a pronunciare correttamente).</p>
<p>&#8220;Nessuno ha cancellato il sesso&#8221;, dice un uomo ubriaco alla fermata dell&#8217;autobus.</p>
<p>Passo accanto a uno strip club chiuso, con la scritta &#8220;Giamaica, 26 febbraio&#8221; dipinta sulla finestra oscurata. La guerra è iniziata il 24 febbraio. Dei gatti neri mi fissano dal marciapiede. Sembrano i banditi ebrei dei racconti di Isaak Babel.</p>
<p>Una volta Babel scrisse: &#8220;Non c&#8217;è motivo per cui una storia ben congegnata debba assomigliare alla vita reale; la vita si sforza con tutte le sue forze di assomigliare a una storia ben congegnata&#8221;. A Odesa è certamente così. All&#8217;angolo di via Derybasivska (&#8220;Ebraica&#8221;), uomini dall&#8217;aspetto rozzo con massicce catene d&#8217;oro al collo parlano proprio come i carismatici gangster descritti dallo scrittore: frasi brevi e succose, slang carcerario e battute ironiche. Un uomo dell&#8217;ufficio del sindaco porta una pistola al fianco, i suoi occhi azzurri brillano mentre mi racconta che un tempo vendeva aringhe al mercato di Privoz. Anche lui potrebbe essere uscito da una storia di Babel. In un certo senso, queste storie sono ormai troppo riconoscibili, troppo stereotipate; l&#8217;Odesa intellettuale è alla ricerca di un&#8217;atmosfera diversa, di un altro strato della città, al di là del suo sciccoso gangster da cartone animato e delle chiacchiere da cabarettista.</p>
<p>Un ristorante chiamato Babel è aperto e le tende bianche per gli sfollati dall&#8217;altra parte della strada hanno l’aria di stand da sagra paesana.</p>
<p>Mentre cammino, leggo cartelli di compravendita scritti a mano e affissi ai muri e ai lampioni agli angoli. È un&#8217;arte speciale. &#8220;Cercasi denti di capodoglio&#8221;, c’è scritto in una di queste inserzioni, e io continuo a leggere: &#8220;Tazze da tè di porcellana fabbricate nella RDT. Lampadari di cristallo. Perline. Samovar. Medaglie&#8221;. RDT è la Repubblica Democratica Tedesca. Berlino Est. Sovietica. Prima del 1990. Un poster gigante con immagine dal musical <em><i>Dracula Vlad</i></em>, con sopra scritto &#8220;Cercasi capelli&#8221; e &#8220;Chiaroveggente Anna&#8221;. Altra offerta: &#8220;Assumo impiegata. Età Balzac. 4-6 ore&#8221; [<em><i>Ndt: “</i></em><em><i>Età Balzac”</i></em><em><i> si riferisce al concetto di donna matura, associato alla prima amante dello scrittore Balzac</i></em>].</p>
<p>Mi imbatto in un minuscolo negozio con la porta tappezzata di avvisi e cartelli di compravendita scritti a mano in pennarello nero: &#8220;Attenzione: Neonati di aringa dagli occhi blu di qualità sopraffine: femmine e maschi&#8221;, &#8220;Formaggio fresco di capra etiope dalle orecchie lunghe&#8221;, &#8220;È consentito l&#8217;ingresso con cani e coccodrilli&#8221; e &#8220;È severamente vietato l&#8217;ingresso senza maschera, coniglio, orso, volpe!&#8221;. All&#8217;interno, una signora di età balzachiana con una piramide di capelli mangia un pomodoro succoso affettato su una pagina di giornale &#8211; mi chiedo se sia la Pravda (&#8220;verità&#8221;), il giornale sovietico. Tutto ricorda una vecchia bottega di alimentari di epoca sovietica: &#8220;Caviale di melanzane&#8221;, zucchero, sale, pasta e carne di maiale conservata nello strutto. C&#8217;è persino l&#8217;odore povero e spento del passato. Dal soffitto pendono strisce appiccicose giallastre, con attaccate mosche morte. Ho la stessa sensazione che mi viene in Moldavia, cioè che noi, sfortunati abitanti del post-Mordor, non potremo mai sfuggire a quella falce insanguinata, a quel martello russo. Il drago carnivoro risorge dalle ceneri per divorarci, neonati di qualità sopraffine, maschi e femmine, dagli occhi spalancati, sott&#8217;aceto nel succo della storia. &#8220;Che facciamo, allora?&#8221;, dice la signora. &#8220;Meglio ridere, donna. Siamo a Odesa&#8221;.</p>
<p>Penso a ciò che mi è stato detto da un amico scrittore: &#8220;Odesa deve piangere ogni tanto&#8221;. Dov&#8217;è la tristezza? Come si fa a piangere all&#8217;aperto? Continuo a camminare ma, invece del centro benessere vedo il fumo nero che copre il cielo. Sono in via Babel e due bambini sghignazzanti sono alla ricerca di pezzi di missile russo sul marciapiede, accanto alle caselle segnate in gesso del gioco della campana. Mi chiedo se ne faranno dei &#8220;segreti&#8221; &#8211; denti di drago sotto il vetro &#8211; tiro fuori il mio cellulare e mi preparo a scattare istantanee della sfuggente, assurda, triste, buffa verità di Odesa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>RITORNO AL MARE</p>
<p><em><i>Un saggio dall&#8217;Ucraina di Elena Andreychykova</i></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GLI ESSERI UMANI SONO CREATURE STRANE. C&#8217;è l&#8217;opportunità di lasciare il proprio Paese, in cui è in corso una guerra crudele. C&#8217;è l&#8217;opportunità di andarsene e di vivere in sicurezza, di continuare a lavorare lì, di fare volontariato a distanza, di sperare da lontano che tutto questo finisca presto.</p>
<p>In realtà, sono partita nei primi giorni con mio figlio e mia madre, quando c&#8217;è stato un tentativo di attacco all&#8217;aeroporto di Odesa. Siamo andati in macchina a Istanbul e siamo rimasti lì per due mesi. Quando siamo partiti, non c&#8217;era tempo per pensare a come continuare a vivere. Avevo paura per mio figlio e mia madre; mi concentravo solo su come lasciare rapidamente l&#8217;Ucraina, perché alle frontiere le file erano chilometriche.</p>
<p>Sono tornata per una settimana a Odesa per vedere mio marito e mi sono resa conto di quanto mi sentissi straniera, lontana da casa. Sono solo di passaggio a Istanbul. Esisto e basta. Non amo il sapore del cibo, anche se prima il cibo turco mi sembrava sempre squisito. Non sento l&#8217;odore del verde che si risveglia dopo l&#8217;inverno. Mi costringo a guardarmi intorno e a distrarmi, ma i miei occhi tornano sempre al cellulare e alle notizie. Come faccio a costringermi a godermi questa città esotica quando l&#8217;unica cosa che voglio è essere a casa? C&#8217;è anche lo stesso Mar Nero, ma non fa per me. Ho bisogno del mio Mar Nero: delle mie spiagge, con la mia sabbia, su cui camminavo da bambina. I miei gabbiani gridano in modo diverso, le mie alghe hanno una maggiore concentrazione di iodio, le mie conchiglie hanno una forma diversa. Perché mai non l&#8217;ho apprezzata come la apprezzo ora?</p>
<p>Alla fine di aprile comunico a tutti i miei parenti il mio ritorno. Anche mio figlio, che ha undici anni, chiede di tornare a casa di sua nonna, che ha un seminterrato. &#8220;Sai, sono un ragazzo coraggioso&#8221;, dice. Anche mia madre insiste per il suo ritorno. Ha la sua argomentazione: suo figlio (mio fratello) è a casa; lei stessa non ha più paura. Ma in realtà vuole solo andare al nostro mare.</p>
<p>A maggio riprendiamo il cammino. Passiamo per la Turchia, la Bulgaria, la Romania. Pare che il Mar Nero sia anche questo. Lo vediamo quando facciamo le nostre soste; anche questo è piacevole e quasi sostituisce l&#8217;immagine tanto attesa della nostra costa.</p>
<p>Ma no.</p>
<p>Queste coste mi ricordano le nostre. Fanno battere il cuore un po&#8217; più forte. Ti inducono a credere che sei vicino, che presto sarai a casa. Presto potrai avvicinarti all&#8217;acqua che per composizione salina è simile al tuo sangue. La tua potenza desossiribonucleica.</p>
<p>Arriviamo a Odesa il 6 maggio. La prima cosa che faccio è andare al mare.</p>
<p>Sono a casa.</p>
<p>È incredibile. Nonostante le sirene, il rumore delle esplosioni, mi sento molto contenta qui. È uno stato d’animo stupido, contraddittorio, lacerante.</p>
<p>Non ha senso mentire, soprattutto a se stessi. Ho paura come tutti gli altri. Sono triste come tutti gli altri. Odio, mi arrabbio, soffro e precipito nella disperazione.</p>
<p>Contenta non per qualcosa, ma nonostante.</p>
<p>Ancora di più che nell&#8217;infanzia. Anche se la mia infanzia è stata assolutamente felice.</p>
<p>E sicuramente più che in gioventù. Anche se ci sono anche molti episodi all’insegna della dopamina.</p>
<p>E qualsiasi altro giorno prima dell&#8217;inizio della guerra. Perché non sapevo come apprezzarla, la felicità.</p>
<p>Un mio amico mi ha detto: &#8220;Non hai di che vantarti. La tua felicità è arrivata a tempo scaduto&#8221;.</p>
<p>Stavo per sentirmi in colpa, ma ho cambiato idea.</p>
<p>Forse ha ragione. Probabilmente. Più che probabile. Ovunque c&#8217;è dolore. Tanto dolore. Dentro. Fuori. E in profondità. E trasversalmente.</p>
<p>Ma sono felice. Disperatamente felice. Solo per il fatto che riesco a sentire qualsiasi sentimento. E posso ammetterlo. Perché non avrò un&#8217;altra occasione. Per esempio, andare al mare. E ci vado oggi. Perché chissà cosa succederà domani?</p>
<p>Gli odessiti, ovviamente, sono degli ottimisti invincibili. Ogni mattina, quando vado al mare, incontro molti amici e conoscenti. Quasi tutte le spiagge sono chiuse, ma loro trovano modi per aggirare l’ostacolo. Non si può nuotare; la probabilità di incontrare una mina è più alta che quella di imbattersi in una medusa. Ma quando i cittadini di Odesa lo desiderano davvero, riescono a farlo. Una specie resiliente, che perfino adesso ride.</p>
<p>&#8220;Cara, se vuoi nuotare, vieni prima delle nove del mattino&#8221;, mi insegna un vecchio abbronzato. &#8220;Così presto, a quell’ora, la polizia non c&#8217;è. Ho controllato&#8221;.</p>
<p>La mattina dopo seguo il suo consiglio.</p>
<p>Non ho mai visto un&#8217;acqua così limpida nel Mar Nero. Pulita, scintillante al sole. Branchi di pesci impavidi. Dicono che anche i delfini e i piccoli squali hanno iniziato a nuotare molto vicino alla riva. È probabile che siano stupiti dalla sparizione dei bagnanti. Il mare è calmo, luminoso, sereno. Guarda con saggezza l&#8217;umanità e scuote leggermente le onde.</p>
<p>&#8220;Tutto passerà&#8221;, dice. &#8220;Tutto passerà, ma io resterò&#8221;.</p>
<p>E noi lo sentiamo.</p>
<p>Ogni mattina vengo qui per ricevere questa saggezza e questo potere. Tornando a casa, raccolgo le amarene del vicino. Stringo leggermente le labbra, ma poi sorrido. La sento in questo momento. Sento la vita. E in questo momento non c&#8217;è niente di più importante. Mai avrei voluto che la guerra mi insegnasse questa sorta di edonismo. Ma è già successo, non si può cambiare nulla.</p>
<p>Spero che la guerra finisca presto e che la mia capacità di dissolvermi in sfumature di sapori, odori e suoni rimanga con me. E avrò ancora la possibilità di nuotare lontano? E di pescare? Amo la pesca fin dall&#8217;infanzia. Immagino come catturare un secchio di ghiozzi e portarli a casa per friggerli. Assaporo questo gusto con tutta la forza di una rinnovata capacità di apprezzare la vita. Con tutta la mia potenza desossiribonucleica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>

<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vasyl’ Stus e Marina Cvetaeva</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/25/vasyl-stus-e-marina-cvetaeva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2022 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[annelisa alleva]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Lavieri]]></category>
		<category><![CDATA[DieciXuno]]></category>
		<category><![CDATA[marina cvetaeva]]></category>
		<category><![CDATA[Mucchi Editore]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia russa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia ucraina]]></category>
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		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[valerio magrelli]]></category>
		<category><![CDATA[Vasyl’ Stus]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani</strong> <br /> Nella collana DieciXuno di Mucchi dedicata alla traduzione poetica [...] è uscito stavolta un volumetto dedicato non a uno ma a due poeti: l'ucraino Vasyl' Stus insieme a Marina Cvetaeva]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_98188" aria-describedby="caption-attachment-98188" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-98188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino.jpg" alt="" width="800" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-768x427.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-150x83.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-696x387.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-755x420.jpg 755w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-98188" class="wp-caption-text">Vasyl’ Stus</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<div class="page" title="Page 68">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;"><em>Nessuna lingua è madrelingua.<br />
</em>M.C.</p>
</div>
</div>
</div>
<p>Nella collana DieciXuno di Mucchi dedicata alla traduzione poetica, di cui ho già parlato in questa sede, è uscito stavolta un volumetto dedicato non a uno ma a due poeti: l&#8217;ucraino Vasyl&#8217; Stus insieme a Marina Cvetaeva. Due poesie, prima tradotte da Annelisa Alleva, poi variamente riscritte da Fabrizio Bajec, Massimo Bocchiola, Paolo Febbraro, Roberto Deidier, Rosaria Lo Russo, Paola Loreto, Valerio Magrelli, Annalisa Manstretta ed Edoardo Zuccato.<br />
Come scrive Alessandro Achilli nell&#8217;introduzione,</p>
<div class="page" title="Page 31">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>la possibilità di invitare i lettori ad accostarsi, in un unico volume, alla poesia di Vasyl’ Stus e Marina Cvetaeva ci consente non solo di cominciare a trattare la civiltà letteraria ucraina alla pari delle altre civiltà letterarie europee, ma anche di accompagnare una riflessione di carattere culturale e politico al piacere della poesia e, naturalmente, alla riflessione sulla traduzione poetica e alle sue straordinarie risorse.</p></blockquote>
<p>La nota finale di Antonio Lavieri, direttore della collana, fornisce a chi legge le specifiche di queste operazioni linguistiche e testuali:</p>
<div class="page" title="Page 68">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>La tensione esegetica che scaturisce da questi versi di confine – che Gianfranco Folena avrebbe probabilmente chiamato, come fece per I<em>l ladro di ciliegie</em> di Fortini, «paesaggi di transpoesia» – ci suggerisce che l’incontro/scontro fra due poetiche diverse non può escludere la scoperta e la sperimentazione, che poesia e traduzione non possono eludere il nesso poietico fra imitazione e invenzione, o tralasciare la congiunzione simbolica che lega linguaggio, storia e soggettività. Fra queste pagine, lettore, ti ritroverai in mezzo a ri-scritture in bilico, anamorfiche, eccentriche, oblique, dove scrivere vuol dire già tradurre, dove tradurre vuol dire già scrivere.</p></blockquote>
</div>
</div>
</div>
<p>Pubblico in anteprima <em>Dentro di me sta già nascendo Dio</em> di Vasyl&#8217; Stus nella traduzione interlinguistica di Alleva e nella riscrittura di Paolo Febbraro, e <em>Inimitabile mente la vita</em> di Cvetaeva nelle riscritture di Rosaria Lo Russo e Valerio Magrelli (Magrelli definisce la sua versione una &#8220;estroflessione&#8221;, spiegando il termine in nota:</p>
<div class="page" title="Page 55">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>Alla fine ho deciso di chiamarle “estroflessioni”: infatti in biologia, cito, estroflettersi, nell’intransitivo pronominale, sta per «svilupparsi, espandersi verso l’esterno, evaginarsi, di un organo anatomico da un primitivo stato di invaginazione, o di un tessuto da una superficie uniforme». E allora perché non immaginare il testo originale come il primo stato di un processo del genere, destinato a persistere in una sua latenza illimitata, attendendo il compiersi di sempre nuove, possibili “estroflessioni”?)</p></blockquote>
<p>___</p>
<div class="page" title="Page 40">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Vasyl’ Stus / Annelisa Alleva</p>
<p>Dentro di me nasce già Dio,<br />
memorabile e trascurabile,<br />
né fuori né dentro di me, ma al limite della morte,<br />
dove un vivo — nipote mio o antenato —<br />
sopravvivrà finché io morirò.<br />
Noi viviamo in due. In due esisto<br />
se non c&#8217;è nessuno. Tuona la sciagura,<br />
come una cannonata. È lui la salvezza,<br />
io con labbra bianche lo invoco: salvami,<br />
mio Signore. Salvami per un istante,<br />
che poi mi salverò da solo. Me — da me.<br />
Vuole uscire fuori da me.<br />
Per salvarmi cerca di annientarmi,<br />
affinché nella corrente, nelle tempeste di vento,<br />
io esca fuori da me stesso, come la sciabola<br />
esce dal fodero. Vuole andarsene affinché<br />
si spenga la candela del dolore. Affinché<br />
la tenebra della sottomissione salvi me<br />
con un’altra vita. Un’altra vita. Con un nome<br />
ormai improprio: eccola, quella massa,<br />
la governa quel dio impazzito<br />
che ama nascere dentro di me<br />
(e io accenderò quella candela,<br />
perché non si offuschi anzitempo,<br />
candela nera di strada chiarissima,<br />
come una vittoria ottenuta in segreto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="page" title="Page 46">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Vasyl’ Stus / Paolo Febbraro</p>
<p>Eccolo, Dio nasce, mezzo presente<br />
mezzo passato, non proprio dentro me,<br />
ma in limine mortis, luogo infrequentato<br />
dai parenti, giovani e vecchi, mi attende<br />
finché sarò spirato. In due con lui son vivo,<br />
e quindi esisto quando sono assente.<br />
E suona la sventura, e vengo bombardato.<br />
Però è salvezza, e con la bocca pura<br />
dico sei il signore, salva un solo istante<br />
e poi placato salverò me stesso,<br />
l’identico me stesso ormai trovato.<br />
Ma lui è l’uscente, salva andando<br />
poiché distrugge, vuole che io cada;<br />
che nella tempesta, nel correre dell’aria,<br />
come dal fodero fuoriesce la spada,<br />
io da me stesso fugga. E lui fuggire vuole<br />
perché si estingua la candela del dolore.<br />
E il nero sottomettermi mi salvi<br />
con un esistere altro, con un nome<br />
scaltro, non più mio. Ecco l’ingombro,<br />
il corpo maneggiato da quel dio<br />
che dentro me rinasce come matto<br />
(e io dichiaro santa la candela<br />
così che il buio accada ma non presto.<br />
Nera candela di splendente strada —<br />
per me vittoria tenue, di soppiatto).</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 51">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Marina Cvetaeva / Rosaria Lo Russo</p>
<p>Come nessuno la vita sa ingannare<br />
Oltre ogni illusione, oltre ogni speranza,<br />
Ma dal fremito nelle vene la riconosci,<br />
È proprio lei, la tua vita.</p>
<p>Siamo sdraiati sull’erba di grano.<br />
Calore, colori, cielo, terra, suoni<br />
(Finzione? E allora?) Nel caprifoglio<br />
Vibra l’estro di cento pungiglioni.<br />
Felicità! E il tuo richiamo!</p>
<p>Non mi rimproverare, amore, se i nostri<br />
Corpi ottundono l’anima a tal punto<br />
Che mi casca la fronte dal sonno.<br />
È perché sei tu a cantare!</p>
<p>Nel libro bianco dei tuoi silenzi<br />
Nella creta selvaggia dei tuoi sì<br />
Lenta abbasso alta la fronte<br />
Sulla tua mano viva.</p>
<div class="page" title="Page 55">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p>Marina Cvetaeva / Valerio Magrelli</p>
<p>La vita è palmo, menzogna,<br />
tremore di tutte le vene,<br />
e l’anima crolla nel sogno.<br />
I tuoi sì sono argilla selvaggia.<br />
Grano, erba, azzurro, afa:<br />
sei stato tu a cantare,<br />
sei stato tu a chiamare!</p>
<p><figure id="attachment_98189" aria-describedby="caption-attachment-98189" style="width: 659px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-98189" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva.jpg" alt="" width="659" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /><figcaption id="caption-attachment-98189" class="wp-caption-text">Maria Cvetaeva</figcaption></figure></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
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</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dichiarazione sulla guerra in Ucraina di studiosi di Genocidio, Nazismo e Seconda Guerra Mondiale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/02/dichiarazione-sulla-guerra-in-ucraina-di-studiosi-di-genocidio-nazismo-e-seconda-guerra-mondiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 15:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir Putin]]></category>
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					<description><![CDATA["Respingiamo fermamente il cinico abuso del termine genocidio da parte del governo russo, della memoria della Seconda Guerra Mondiale e dell'Olocausto e l'equiparazione dello stato ucraino con il regime nazista per giustificare la sua aggressione non provocata."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[ ricevo dall&#8217; ⇨ <a href="https://arolsen-archives.org/en/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Archivio dell&#8217;Olocausto di Bad Arolesen</strong></a> e volentieri rilancio ]<br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>DICHIARAZIONE</strong></big></center><br />
&nbsp;<br />
Dal 24 febbraio 2022, le forze armate della Federazione Russa sono impegnate in un&#8217;aggressione militare non provocata contro l&#8217;Ucraina. L&#8217;attacco è la continuazione dell&#8217;annessione della penisola di Crimea da parte della Russia nel 2014 e del suo forte coinvolgimento nel conflitto armato nella regione del Donbas.</p>
<p>L&#8217;attacco russo è arrivato sulla scia delle accuse del presidente russo Vladimir Putin di crimini contro l&#8217;umanità e genocidio, presumibilmente commessi dal governo ucraino nel Donbas. La propaganda russa presenta regolarmente i leader eletti dell&#8217;Ucraina come nazisti e fascisti che opprimono la popolazione locale di etnia russa, che sostiene debba essere liberata. Il presidente Putin ha affermato che uno degli obiettivi della sua &#8220;operazione militare speciale&#8221; contro l&#8217;Ucraina è la &#8220;denazificazione&#8221; del Paese.</p>
<p>Siamo studiosi del Genocidio, dell&#8217;Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale. Trascorriamo le nostre carriere studiando fascismo e nazismo e commemorando le loro vittime. Molti di noi sono attivamente impegnati nella lotta contro gli eredi contemporanei di questi regimi malvagi e coloro che tentano di negare o gettare un velo sui loro crimini.</p>
<p>Respingiamo fermamente il cinico abuso del termine genocidio da parte del governo russo, della memoria della Seconda Guerra Mondiale e dell&#8217;Olocausto e l&#8217;equiparazione dello stato ucraino con il regime nazista per giustificare la sua aggressione non provocata. Questa retorica è di fatto sbagliata, moralmente ripugnante e profondamente offensiva per la memoria di milioni di vittime del nazismo e di coloro che hanno combattuto coraggiosamente contro di esso, compresi i soldati russi e ucraini dell&#8217;Armata Rossa.</p>
<p>Non idealizziamo lo stato e la società ucraini. Come ogni altro paese, ha estremisti di destra e gruppi xenofobi violenti. L&#8217;Ucraina dovrebbe anche affrontare meglio i capitoli più oscuri della sua storia dolorosa e complicata. Eppure niente di tutto ciò giustifica l&#8217;aggressione russa e la grossolana errata caratterizzazione dell&#8217;Ucraina. In questo fatidico momento siamo uniti all&#8217;Ucraina libera, indipendente e democratica e respingiamo fermamente l&#8217;uso improprio della storia della Seconda Guerra Mondiale da parte del governo russo per giustificare la propria violenza.</p>
<p>[Questa dichiarazione è stata originariamente pubblicata dal ⇨ <a href="https://jewishjournal.com/news/worldwide/345515/statement-on-the-war-in-ukraine-by-scholars-of-genocide-nazism-and-world-war-ii/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Jewish Journal</strong></a>)]</p>
<p>Eugene Finkel, Johns Hopkins University</p>
<p>Izabella Tabarovsky, Washington D.C.</p>
<p>Aliza Luft, University of California-Los Angeles</p>
<p>Teresa Walch, University of North Carolina at Greensboro</p>
<p>Jared McBride, University of California-Los Angeles</p>
<p>Elissa Bemporad, Queens College and CUNY Graduate Center</p>
<p>Andrea Ruggeri, University of Oxford</p>
<p>Steven Seegel, University of Texas at Austin</p>
<p>Jeffrey Kopstein, University of California, Irvine</p>
<p>Francine Hirsch, University of Wisconsin-Madison</p>
<p>Anna Hájková, University of Warwick</p>
<p>Omer Bartov, Brown University</p>
<p>Barbara Kirshenblatt-Gimblett, New York University and POLIN Museum of the History of Polish Jews</p>
<p>Christoph Dieckmann, Frankfurt am Main</p>
<p>Cary Nelson, University of Illinois at Urbana-Champaign</p>
<p>Waitman Wade Beorn, Northumbria University</p>
<p>Jeffrey Herf, University of Maryland</p>
<p>Timothy Snyder, Yale University</p>
<p>Jeffrey Veidlinger, University of Michigan</p>
<p>Hana Kubátová, Charles University</p>
<p>Leslie Waters, University of Texas at El Paso</p>
<p>Norman J.W. Goda, University of Florida</p>
<p>Jazmine Conteras, Goucher College</p>
<p>Laura J. Hilton, Muskingum University</p>
<p>Katarzyna Person, Jewish Historical Institute, Warsaw</p>
<p>Tarik Cyril Amar, Koc University</p>
<p>Sarah Grandke, Neuengamme Concentration Camp Memorial/denk.mal Hannoverscher Bahnhof Hamburg</p>
<p>Jonathan Leader Maynard, King’s College London</p>
<p>Chad Gibbs, College of Charleston</p>
<p>Janine Holc, Loyola University Maryland</p>
<p>Erin Hochman, Southern Methodist University</p>
<p>Edin Hajdarpasic, Loyola University Chicago</p>
<p>David Hirsh, Goldsmiths, University of London</p>
<p>Richard Breitman, American University (Emeritus)</p>
<p>Astrid M. Eckert, Emory University</p>
<p>Anna Holian, Arizona State University</p>
<p>Uma Kumar, University of British Columbia</p>
<p>Frances Tanzer, Clark University</p>
<p>Victoria J. Barnett, US Holocaust Memorial Museum (retired)</p>
<p>David Seymour, City University of London</p>
<p>Jeff Jones, University of North Carolina at Greensboro</p>
<p>András Riedlmayer Harvard University (retired)</p>
<p>Polly Zavadivker, University of Delaware</p>
<p>Aviel Roshwald, Georgetown University</p>
<p>Anne E. Parsons, University of North Carolina at Greensboro</p>
<p>Carole Lemee, Bordeaux University</p>
<p>Scott Denham, Davidson College</p>
<p>Emanuela Grama, Carnegie Mellon University</p>
<p>Christopher R. Browning, University of North Carolina at Chapel Hill (emeritus)</p>
<p>Katrin Paehler, Illinois State University</p>
<p>Raphael Utz, Deutsches Historisches Museum Berlin</p>
<p>Emre Sencer, Knox College</p>
<p>Stefan Ihrig, University of Haifa</p>
<p>Jeff Rutherford, Xavier University</p>
<p>Jason Hall, The University of Haifa</p>
<p>Christian Ingrao, CNRS École des Hautes Études en Sciences Sociales, CESPRA Paris</p>
<p>Hannah Wilson, Nottingham Trent University</p>
<p>Jan Lanicek, University of New South Wales</p>
<p>Edward B. Westermann, Texas A&amp;M University-San Antonio</p>
<p>Maris Rowe-McCulloch, University of Regina</p>
<p>Joanna B. Michlic, University College London</p>
<p>Raul Carstocea, Maynooth University</p>
<p>Dieter Steinert, University of Wolverhampton</p>
<p>Christina Morina, Universität Bielefeld</p>
<p>Abbey Steele, University of Amsterdam</p>
<p>Erika Hughes, University of Portsmouth</p>
<p>Lukasz Krzyzanowski, University of Warsaw</p>
<p>Agnieszka Wierzcholska, German Historical Institute, Paris</p>
<p>Martin Cüppers, University of Stuttgart</p>
<p>Matthew Kupfer, Organized Crime and Corruption Reporting Project</p>
<p>Martin Kragh, Uppsala University</p>
<p>Umit Kurt, Van Leer Institute, Jerusalem</p>
<p>Meron Mendel, Frankfurt University of Applied Science, Anne Frank Center Frankfurt</p>
<p>Nazan Maksudyan, FU Berlin / Centre Marc Bloch</p>
<p>Emanuel-Marius Grec, University of Heidelberg</p>
<p>Khatchig Mouradian, Columbia University</p>
<p>Jan Zbigniew Grabowski, University of Ottawa</p>
<p>Dirk Moses, University of North Carolina, Chapel Hill</p>
<p>Amos Goldberg, Hebrew University of Jerusalem</p>
<p>Amber N. Nickell, Fort Hays State University</p>
<p>Tatjana Tönsmeyer, Wuppertal University</p>
<p>Thomas Kühne, Clark University</p>
<p>Thomas Pegelow Kaplan, Appalachian State University</p>
<p>Amos Morris-Reich, Tel Aviv University</p>
<p>Volha Charnysh, Massachusetts Institute of Technology</p>
<p>Stefan Cristian Ionescu, Northwestern University</p>
<p>Donatello Aramini, Sapienza University, Rome</p>
<p>Ofer Ashkenazi, The Hebrew University of Jerusalem</p>
<p>Roland Clark, University of Liverpool</p>
<p>Mirjam Zadoff, University of Munich &amp; Munich Documentation Centre for the History of National Socialism</p>
<p>John Barruzza, Syracuse University</p>
<p>Cristina A. Bejan, Metropolitan State University of Denver</p>
<p>Isabel Sawkins, University of Exeter</p>
<p>Benjamin Nathans, University of Pennsylvania</p>
<p>Norbert Frei, University of Jena</p>
<p>Stéfanie Prezioso, Université de Lausanne</p>
<p>Olindo De Napoli, Università degli Studi di Napoli Federico II</p>
<p>Eli Nathans, Western University</p>
<p>Eugenia Mihalcea, University of Haifa</p>
<p>Rebekah Klein-Pejšová, Purdue University</p>
<p>Sergei I. Zhuk, Ball State University</p>
<p>Paola S. Salvatori, Scuola Normale Superiore di Pisa – Università degli Studi Roma Tre</p>
<p>Antonio Ferrara, Independent Scholar</p>
<p>Verena Meier, Forschungsstelle Antiziganismus, Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg</p>
<p>Frédéric Bonnesoeur, Zentrum für Antisemitismusforschung, TU Berlin</p>
<p>Sara Halpern, St. Olaf College</p>
<p>Irina Nastasa-Matei, University of Bucharest</p>
<p>Michal Aharony, University of Haifa</p>
<p>Michele Sarfatti, Fondazione CDEC Milano</p>
<p>Frank Schumacher, The University of Western Ontario</p>
<p>Thomas Weber, University of Aberdeen</p>
<p>Elizabeth Drummond, Loyola Marymount University</p>
<p>Jennifer Evans, Carleton University</p>
<p>​​Sayantani Jana, University of Southern California</p>
<p>Gavriel D. Rosenfeld, Fairfield University</p>
<p>Snježana Koren, University of Zagreb</p>
<p>Brunello Mantelli, University of Turin and University of Calabria</p>
<p>Carl Müller-Crepon, University of Oxford</p>
<p>Grzegorz Rossolinski-Liebe, Freie Universität Berlin</p>
<p>Amy Sjoquist, Northwest University</p>
<p>Sebastian Vîrtosu, Universitatea Națională de Arte “G. Enescu”</p>
<p>Stanislao G. Pugliese, Hofstra University</p>
<p>Ronald Grigor Suny, University of Michigan</p>
<p>Antoinette Saxer, University of York</p>
<p>Alon Confino, University of Massachusetts, Amherst</p>
<p>Corry Guttstadt, University of Hamburg</p>
<p>Vadim Altskan, US Holocaust Memorial Museum</p>
<p>Evan B. Bukey, University of Arkansas</p>
<p>Elliot Y Neaman, University of San Francisco</p>
<p>Rebecca Wittmann, University of Toronto Mississauga</p>
<p>Benjamin Rifkin, Hofstra University</p>
<p>Vladimir Tismaneanu, University of Maryland</p>
<p>Walter Reich, George Washington University</p>
<p>Jay Geller, Case Western Reserve University</p>
<p>Atina Grossmann, Cooper Union</p>
<p>Francesco Zavatti, Södertörn University</p>
<p>Eliyana R. Adler, The Pennsylvania State University</p>
<p>Laura María Niewöhner, Bielefeld University</p>
<p>Elena Amaya, University of California-Berkeley</p>
<p>Markus Roth, Fritz Bauer Institut, Frankfurt</p>
<p>Brandon Bloch, University of Wisconsin-Madison</p>
<p>Monica Osborne, The Jewish Journal</p>
<p>Benjamin Hett, Hunter College and the Graduate Center, CUNY</p>
<p>Volker Weiß, Independent Scholar</p>
<p>Manuela Consonni, The Hebrew University of Jerusalem</p>
<p>Svetlana Suveica, University of Regensburg</p>
<p>Todd Heidt, Knox College</p>
<p>Volha Bartash, University of Regensburg</p>
<p>Jakub Drábik, Slovak Academy of Sciences</p>
<p>David Hamann, Freie Universität Berlin</p>
<p>Matthew Kott, Uppsala University</p>
<p>Piotr H. Kosicki, University of Maryland, College Park</p>
<p>Ole Frahm, Independent Scholar</p>
<p>Carlo Gentile, University of Cologne</p>
<p>Mihaela Serban, Ramapo College of New Jersey</p>
<p>Tobias Ebbrecht-Hartmann, The Hebrew University of Jerusalem</p>
<p>Doina Anca Cretu, Masaryk Institute and Archives of the Czech Academy of Sciences</p>
<p>Peter Gross, The University of Tennessee</p>
<p>Anna Ullrich, Leibniz Institute for Contemporary History, Munich</p>
<p>Benjamin Grilj, Institut für Jüdische Geschichte Österreichs</p>
<p>Harry C. Merritt, Amherst College</p>
<p>Richard Steigmann-Gall, Kent State University</p>
<p>Mats Deland, Mid Sweden University, Sundsvall</p>
<p>Judith Vöcker, University of Leicester</p>
<p>Florian Kührer-Wielach, IKGS at LMU München</p>
<p>Hikmet Karcic, University of Sarajevo</p>
<p>Susan Rubin Suleiman, Harvard University</p>
<p>Mikko Ketola University of Helsinki</p>
<p>Gerald J. Steinacher, University of Nebraska-Lincoln</p>
<p>Charlotte Schallié, University of Victoria</p>
<p>Peter Davies, University of Edinburgh</p>
<p>Laurien Vastenhout, NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, Amsterdam</p>
<p>Dave Rich, Birkbeck, University of London</p>
<p>Magdalena Marsovszky, Independent Scholar</p>
<p>Susanne Heim, Freie Universität Berlin</p>
<p>Sarah Rembiszewski, Tel Aviv University</p>
<p>Giovanna D’Amico, Università degli Studi di Messina</p>
<p>Susanne Urban, University of Marburg</p>
<p>Anika Walke, Washington University in St. Louis</p>
<p>Martin Clemens Winter, Leipzig University</p>
<p>Alexander Korb, University of Leicester</p>
<p>Tobias Freimüller, Fritz Bauer Institut, Frankfurt am Main</p>
<p>Polina Sparks, Manchester</p>
<p>Jonathan Skolnik, University of Massachusetts Amherst</p>
<p>Sascha Feuchert, Justus-Liebig-Universität Gießen</p>
<p>Henning Borggraefe, Arolsen Archives – International Center on Nazi Persecution</p>
<p>Sarah Jewett, London School of Economics and Political Science</p>
<p>Charlotte Kitzinger, Justus-Liebig-University, Gießen</p>
<p>Natalia Aleksiun, Touro College</p>
<p>Miriam F. Elman, Syracuse University</p>
<p>Bill Niven, Nottingham Trent University</p>
<p>Benny Morris, Ben-Gurion University (emeritus)</p>
<p>Raisa Ostapenko, Sorbonne University</p>
<p>Don H. Doyle, University of South Carolina</p>
<p>Donna Robinson Divine, Smith College and University of Haifa</p>
<p>Moritz Föllmer, University of Amsterdam</p>
<p>Lidia Zessin-Jurek, Czech Academy of Sciences</p>
<p>Jayne Persian, University of Southern Queensland</p>
<p>Susannah Heschel, Dartmouth College</p>
<p>Judith Wechsler, Tufts University</p>
<p>Gerald Steinberg, Political Science, Bar Ilan University</p>
<p>Yanina Di Croce, Universidad Nacional de La Plata</p>
<p>Jamie L. Wraight, The University of Michigan-Dearborn</p>
<p>Zigmas Vitkus, University of Klaipėda</p>
<p>Alana Holland, American University</p>
<p>Kobi Kabalek, Penn State University</p>
<p>Anika Binsch, Justus-Liebig-University, Gießen</p>
<p>Kurt Tweraser, University of Arkansas</p>
<p>Ilan Troen, Ben-Gurion University</p>
<p>Lawrence Baron, San Diego State University</p>
<p>Helen Epstein, Independent Scholar</p>
<p>Nicholas Terry, University of Exeter</p>
<p>Gayle Zachmann, University of Florida</p>
<p>Shelley Baranowski, University of Akron</p>
<p>Andrei S. Markovits, University of Michigan</p>
<p>Wolfgang Freund, Universite du Luxembourg</p>
<p>Jeffrey Blutinger, California State University, Long Beach</p>
<p>Joanna Sliwa, Independent Scholar</p>
<p>John-Paul Himka, University of Alberta</p>
<p>Philippe Blasen, Romanian Academy, Iasi</p>
<p>Alvin H. Rosenfeld, Indiana University</p>
<p>Samuel Miner, University of Dayton</p>
<p>Christopher Gilley, The Wiener Holocaust Library</p>
<p>Günther Jikeli, Indiana University</p>
<p>Rena Molho, Independent Scholar</p>
<p>Srdja Pavlovic, Wirth Institute. University of Alberta</p>
<p>Geraldien von Frijtag Drabbe Künzel, Utrecht University</p>
<p>Goldie Morgentaler, University of Lethbridge</p>
<p>Trevor Erlacher, University of Pittsburgh</p>
<p>Sol Neely, Heritage University</p>
<p>Hans-Rudolf Meier, Bauhaus-Universität Weimar</p>
<p>Theron Snell, Independent Scholar</p>
<p>Daniel Jonah Wolpert, University of Cambridge</p>
<p>LF Graf Chodkiewicz Chudzikiewicz, International Research Institute, Macon, Georgia</p>
<p>Olga Karasik-Updike, Kazan Federal University and Higher School of Economics, Moscow</p>
<p>Paul Garfinkel, Simon Fraser University</p>
<p>Lauren Faulkner Rossi, Simon Fraser University</p>
<p>Claire Aubin, University of Edinburgh</p>
<p>Federica Pannocchia, Un ponte per Anne Frank</p>
<p>Thomas Schad, Humboldt University Berlin</p>
<p>Björn Krondorfer, Northern Arizona University</p>
<p>Martin Jander, Berlin Campus of Stanford University</p>
<p>Mehnaz Afridi, Manhattan College</p>
<p>Jochen Hellbeck, Rutgers University</p>
<p>Moshe Zimmermann, Hebrew University Jerusalem</p>
<p>Anna Lipphardt, Universität Freiburg</p>
<p>Sybille Steinbacher, Fritz Bauer Institut</p>
<p>Christopher Smith, Coventry University</p>
<p>James Bjork, King’s College London</p>
<p>Michaela Pohl, Vassar College</p>
<p>David N. Myers, UCLA</p>
<p>Monique Rodrigues Balbuena, University of Oregon</p>
<p>Franziska Exeler, University of Cambridge and Free University Berlin</p>
<p>Mark Harrison, University of Warwick</p>
<p>Magda Teter, Fordham University</p>
<p>Hershy Orenstein, International School of Holocaust Studies, Jerusalem</p>
<p>Charlie Laderman, King’s College, London</p>
<p>Karin Kvist Geverts, The Institute for Holocaust Research in Sweden</p>
<p>Alvin Rosenfeld, Weill Cornell Medical College</p>
<p>Harold Marcuse, University of California, Santa Barbara</p>
<p>Sarah Cramsey, Leiden University</p>
<p>Michel Gherman Federal University of Rio de Janeiro</p>
<p>Bobbi Zahra, Independent Scholar</p>
<p>Rabbi Jeanette Friedman Sieradski</p>
<p>Paradise Valley, PA</p>
<p>Darcy Buerkle, Smith College</p>
<p>Melissa Kravetz, Longwood University</p>
<p>Gareth Pritchard, University of Adelaide</p>
<p>Gail Erlick Robinson, University of Toronto</p>
<p>Dominic Williams, Northumbria University</p>
<p>Ido de Haan, Utrecht University</p>
<p>Emanuel Plopeanu, Ovidius University, Constanța</p>
<p>Alti Rodal, Ukrainian Jewish Encounter</p>
<p>Vanni D’Alessio, University of Naples Federico II</p>
<p>Daniel Rickenbacher, University of Basel</p>
<p>Stéphane Bruchfeld, Uppsala University</p>
<p>Joanna Ostrowska, Independent Scholar</p>
<p>Irina Shikhova, Chisinau, Moldova.</p>
<p>Karel Berkhoff, NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, Amsterdam</p>
<p>Georgiy Kasianov, Marie Curie-Sklodowska University, Lublin, Poland</p>
<p>Michael Becker, University of Jena, Germany</p>
<p>Ana Bărbulescu, Institutul Național pentru Studierea Holocaustului din România “Elie Wiesel”</p>
<p>Janine Fubel, Department of History, Humboldt University Berlin</p>
<p>Anton Weiss-Wendt, Norwegian Center for Holocaust and Minority Studies</p>
<p>Adina Babesh-Fruchter, KU Leuven</p>
<p>Andreas Körber, Universität Hamburg</p>
<p>Joshua Shanes, College of Charleston</p>
<p>Anne Lepper, Free University Berlin</p>
<p>Sebastian Weitkamp, Esterwegen Memorial</p>
<p>Martin Koers, Esterwegen Memorial</p>
<p>Andrej Umansky, Georgetown University</p>
<p>Silvia Goldbaum Tarabini Fracapane, Independent Scholar</p>
<p>Ray Brandon, Independent Scholar, Berlin</p>
<p>Carol A Bernstein, Albert Einstein College of Medicine</p>
<p>Silke von der Emde, Vassar College</p>
<p>Ranen Omer-Sherman, University of Louisville</p>
<p>Franziska Koch, University of Potsdam</p>
<p>Wendy Lower, Claremont McKenna College</p>
<p>Anette Homlong Storeide, Falstadsenteret/Memorial Falstad Centre</p>
<p>Benjamin Lapp, Montclair State University</p>
<p>Carlos Alberto Haas, Ludwig Maximilian University</p>
<p>Jeanette Friedman Sieradski, Independent Scholar</p>
<p>Antonella Tiburzi, University of Bolzano</p>
<p>Marco Carynnyk, Independent Scholar</p>
<p>Sandra Alfers, Western Washington University</p>
<p>Elena Makarova, Independent Scholar</p>
<p>Shulamit S. Magnus, Oberlin College</p>
<p>Mikhail Edelstein, Moscow State University</p>
<p>Laura Jockusch, Brandeis University</p>
<p><strong>Se sei uno studioso e desideri aggiungere la tua firma all&#8217;elenco, invia un&#8217;email a<br />
efinkel4@jhu.edu.</strong></p>
<p>Alla lista dei firmatari</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Orrore, vergogna, odio.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/02/orrore-vergogna-odio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 11:50:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Baglioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sergej Gandlevskij]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Sergej Gandlevskij</strong><br />Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sergej Gandlevskij</strong> (traduzione di <strong>Elisa Baglioni</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.</p>
<p><em>Orrore</em> perché l’essere umano è destinato dalla nascita a un orrore — la propria morte, mentre il resto è determinato dalle circostanze. Più di una volta ho affermato che la nostra generazione era caduta in piedi, perché era riuscita a evitare una grande guerra e il terrore di stato. Invece ero nel torto, anche se avevo in mente la Grande guerra patriottica con il suo eroismo e la sua “nobile furia” e non questa sporca guerra scatenata dalla Russia all’alba del 24 febbraio!</p>
<p><em>Vergogna</em> perché sento la responsabilità personale per quanto accaduto. Noi in massa siamo stati cattivi cittadini e per quattro soldi abbiamo consegnato il voucher della nostra libertà, che ci è caduta come una tegola in testa, nelle mani di furfanti e criminali. E poi, mi vergogno di fronte agli ucraini per bene con cui ho legami stretti o che conosco alla lontana, agli ucraini vivi e ai morti…</p>
<p>E, naturalmente, <em>odio</em> verso l’uomo che con modi da attendente ha combinato questo guaio sanguinario sfogando i propri difetti e rancori sul mondo intero.</p>
<p>Oltre mezzo secolo fa, alla fine del primo anno di scuola superiore ho trascorso due mesi di vacanze estive a Selišče, in Ucraina, sulle rive del Bug meridionale vicino Vinnica. Ogni giorno facevo il bagno nelle acque impetuose del fiume, mi ingozzavo di ciliegie nel giardino del Kolchoz e al tramonto me ne stavo seduto sulla panchina con le ragazze del luogo, mangiando semi di girasole e facendole ridere perché non capivo una parola delle loro chiacchiere. Mi era piaciuta in modo particolare Nina P., che con mio spavento e sorpresa si era presentata all’appuntamento. Era come in un libro: notte di luna, le rovine della cappella (che lì chiamavano con una parola polacca) e una ragazza di quindici anni che fino all’alba aveva evitato, ridacchiando, le avances di un molesto sbarbatello di Mosca.</p>
<p>La vita è quasi del tutto trascorsa. E ora Nina, se è ancora viva, ha forse paura che suo nipote morirà difendendo il proprio paese dalla Russia. Perché una tale disgrazia deve ricadere su una donna non più giovane? E perché un giovane che potrebbe essere mio nipote diventerà l’assassino di suo nipote o al contrario morirà per mano dell’altro?</p>
<p>Orrore, vergogna, odio.</p>
<p>(24 febbraio 2002)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sergej Gandlevskij</strong> è poeta e prosatore. Esponente della dissidenza underground negli anni di Brežnev, sotto il regime sovietico ha diffuso i suoi versi attraverso il canale clandestino del <em>samizdat</em>. Ha vinto numerosi premi letterari in Russia e all’estero ed è stato ospite del Festival delle letterature di Mantova (2011) e  della Fondazione Brodskij (2013). Tradotto in numerose lingue, in italiano si possono leggere le raccolte poetiche <em>La ruggine e il giallo</em> (Gattomerlino, 2014), <em>Festa e altre poesie </em>(Passigli, 2017) e il romanzo NRZB (Elliot, 2020).</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Frau Sahra Wagenknecht, la rossa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/24/frau-sahra-wagenknecht-la-rossa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2015 12:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sahra Wagenknecht]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Sahra Wagenknecht (Jena 1969 –) vicepresidente di Die Linke, partito della sinistra tedesco Angela Dorothea Merkel, nata Kasner (Hamburg 1954 –) cancelliera federale tedesca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="XhiROKHXzuk"><iframe loading="lazy" title="“Frau Merkel, con gli USA non andiamo da nessuna parte”" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/XhiROKHXzuk?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Sahra Wagenknecht (Jena 1969 –) vicepresidente di Die Linke, partito della sinistra tedesco<br />
Angela Dorothea Merkel, nata Kasner (Hamburg 1954 –) cancelliera federale tedesca</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>cinéDIMANCHE #16 HÉLÈN CHÂTELEIN Nestor Machno, un paysan d&#8217;Ukraine [1995]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/22/cinedimanche-16-helen-chatelein-nestor-machno-un-paysan-d-ukraine-1995/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Feb 2015 13:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinéDIMANCHE]]></category>
		<category><![CDATA[Hélène Chatelain]]></category>
		<category><![CDATA[Nestor Makhno]]></category>
		<category><![CDATA[Nestor Makhno un paysan d'Ukraine]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<em>... una forma più alta di socialismo antiautoritario e antistatale, che si manifesta nell'organizzazione di una struttura libera, felice e indipendente della vita dei lavoratori, nella quale ciascun individuo, così come la società nel suo complesso, possa costruirsi da sé la propria felicità ...</em>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/YKfCh1SdJSw" title="YouTube video player" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen="" width="700" height="393" frameborder="0"></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
⇨ <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/H%C3%A9l%C3%A8ne_Ch%C3%A2telain" target="_blank" rel="noopener"><strong>Hélène Châtelain</strong></a>, indimenticabile volto de ⇨ <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/La_Jet%C3%A9e" target="_blank" rel="noopener"><strong>La Jetée</strong></a> di ⇨ <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Chris_Marker" target="_blank" rel="noopener"><strong>Chris Marker</strong></a>, ricostruisce la vicenda della rivoluzione contadina di ⇨ <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Nestor_Makhno" target="_blank" rel="noopener"><strong>Nestor Machno</strong></a>, ricordando e riabilitando la sua figura, a lungo dimenticata e travisata.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #ff0000; background-color:#ffffff; padding: 15px 15px 1px 15px;">
<p align="right"><strong>Sezione Culturale-Educativa dell&#8217;Esercito degli Insorti [Makhnovisti]</strong><br />
27 aprile 1920</p>
<p><strong>1. Chi sono i makhnovisti e per che cosa si battono?</strong><br />
&nbsp;<br />
I Makhnovisti sono operai e contadini che insorsero fin dal 1918 contro la tirannia del potere della borghesia germano-magiara, austriaca e hetmanita in Ucraina. I Makhnovisti sono quei lavoratori che per primi innalzarono lo stendardo della lotta contro il governo di Denikin e tutte le altre forme di oppressione, di violenza e di menzogna, qualunque fosse la loro origine. I Makhnovisti sono quei lavoratori sulla cui fatica la borghesia in generale, ed ora quella sovietica in particolare, ha costruito il proprio benessere ed è divenuta grassa e potente.<br />
&nbsp;<br />
<strong>2. Perché ci chiamiamo Makhnovisti?</strong><br />
&nbsp;<br />
Perché per la prima volta durante i giorni più oscuri della reazione in Ucraina, abbiamo visto tra noi un amico leale, Makhno, la cui voce di protesta contro ogni forma di oppressione dei lavoratori risuonò per tutta l&#8217;Ucraina, esortando alla lotta contro tutti i tiranni, i malfattori e i ciarlatani della politica che ci ingannavano, Makhno, che ora marcia deciso al nostro fianco verso la mèta finale, l&#8217;emancipazione del proletariato da ogni forma di oppressione.<br />
&nbsp;<br />
<strong>3. Che cosa intendiamo per emancipazione?</strong><br />
&nbsp;<br />
Il rovesciamento dei governi monarchici, di coalizione, di repubblicani, socialdemocratici e del partito comunista bolscevico, cui deve sostituirsi un ordine indipendente di soviet dei lavoratori, senza più governanti né leggi arbitrarie. Perché il vero ordine dei soviet non è quello instaurato dal governo socialdemocratico-comunista bolscevico, che ora si definisce potere sovietico, ma una forma più alta di socialismo antiautoritario e antistatale, che si manifesta nell&#8217;organizzazione di una struttura libera, felice e indipendente della vita dei lavoratori, nella quale ciascun individuo, così come la società nel suo complesso, possa costruirsi da sé la propria felicità e il proprio benessere secondo i principî di solidarietà, di amicizia e di uguaglianza.<br />
&nbsp;<br />
<strong>4. Come consideriamo il sistema dei soviet?</strong><br />
&nbsp;<br />
I lavoratori devono scegliersi da soli i propri soviet, che soddisferanno i desideri dei lavoratori &#8211; cioè, soviet amministrativi, non soviet di stato. La terra, le fabbriche, gli stabilimenti, le miniere, le ferrovie e le altre ricchezze popolari devono appartenere a coloro che vi lavorano, ovvero devono essere socializzate.<br />
&nbsp;<br />
<strong>5. Attraverso quale via i Makhnovisti potranno realizzare i loro obiettivi?</strong><br />
&nbsp;<br />
Con una rivoluzione senza compromessi e una lotta diretta contro ogni arbitrio, menzogna ed oppressione, da qualunque fonte provengano; una lotta all&#8217;ultimo sangue, una lotta per la libertà di parola e per la giusta causa, una lotta con le armi in mano. Solo attraverso l&#8217;abolizione di tutti i governanti, distruggendo le fondamenta delle loro menzogne, negli affari di stato come in quelli economici, solo con la distruzione dello stato per mezzo della rivoluzione sociale potremo ottenere un vero ordine di soviet e giungere al socialismo.<br />
&nbsp;</p></blockquote>
<p><center><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/cinedimanche/" target="_blank" rel="noopener"><big>⇨ <strong>cinéDIMANCHE</strong></big></a></center>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/cd.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49116" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/cd.gif" alt="cd" width="100" height="94"/></a>Nella pausa delle domeniche, in pomeriggi verso il buio sempre più vicino, fra equinozi e solstizi, mentre avanza Autunno e verrà Inverno, poi &#8220;<i>Primavera, estate, autunno, inverno&#8230; e ancora primavera</i>&#8220;, riscoprire film rari, amati e importanti. Scelti di volta in volta da alcuni di noi, con criteri sempre diversi, trasversali e atemporali.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Forse Esther&#8221; di Katja Petrowskaja</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/08/forse-esther-di-katja-petrowskaja/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[babij jar]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuel carrère]]></category>
		<category><![CDATA[Forse Esther]]></category>
		<category><![CDATA[katja petrowskaja]]></category>
		<category><![CDATA[kiev]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Bernhard]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Ornella Tajani «[…] E io pensai che fosse stato il charleston a far tornare in mente a Rosa Trockij e la sua mucca: in punta di piedi lei s’addentrava ballando nella storia universale». È in punta di piedi e con una splendida grazia narrativa che Katja Petrowskaja entra nella storia del Novecento e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50303" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover-190x300.jpeg" alt="forse esther cover" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover-190x300.jpeg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover.jpeg 650w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«[…] E io pensai che fosse stato il charleston a far tornare in mente a Rosa Trockij e la sua mucca: in punta di piedi lei s’addentrava ballando nella storia universale». È in punta di piedi e con una splendida grazia narrativa che Katja Petrowskaja entra nella storia del Novecento e compone un mosaico di vicende storiche e frammenti autobiografici, un tappeto della memoria intessuto di documenti d’archivio, ricordi personali e alcune fotografie in bianco e nero, che sin dalle pagine iniziali richiama il Sebald di <em>Austerlitz</em>.</p>
<p><em>Forse Esther</em> (Adelphi, trad. di Ada Vigliani) è il primo romanzo dell’autrice e giornalista, nata a Kiev nel 1970 e trapiantata a Berlino. Il tedesco, imparato alle soglie dei trent’anni «a suo rischio e pericolo», è la lingua che Petrowskaja adotta per la scrittura, la «lingua del nemico» che rappresenta al contempo una via di fuga, un amore inesauribile e un modo solo apparentemente illogico per riallacciarsi alle proprie radici, quasi come una «bacchetta del rabdomante». La genealogia tentacolare della famiglia sovietica in cui l’autrice cresce è un crocevia delle culture russa, ucraina, tedesca ed ebraica: è per questo che l’indagine intrapresa alla ricerca dei suoi avi non può che essere anche una ricostruzione storica composita, un viaggio attraverso Germania, Russia, Polonia e Austria, fino a quei luoghi bui dell’anima che gulag e lager sono per ogni europeo.<br />
L’indagine e l’attenzione alla lingua come strumento d’analisi sono condensati già nel dubbio onomastico del titolo: Esther è forse il nome di una bisnonna mai conosciuta dall&#8217;autrice; suo padre tuttavia non ne è certo perché l’ha sempre chiamata semplicemente«babuška». Accanto a Esther, però, Petrowskaja traccia i ritratti di vari membri di una famiglia in cui «c&#8217;era di tutto. Un contadino, parecchi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta. Un rivoluzionario e un eroe di guerra, ma in particolare c&#8217;erano leggende». Gli insegnanti sono perlopiù logopedisti e forse è proprio da loro che l’autrice ha ereditato un legame viscerale con la lingua («per gli ebrei la parola è tutto»). D’altronde per gli scrittori le cui radici si snodano attraverso diversi paesi è naturale che la narrazione di sé si accompagni a una intensa riflessione linguistica, come se alcune tracce del vissuto si nascondessero fra le parole usate, in modi di dire dimenticati e recuperati che vanno a costituire un <em>Erlebnis</em> polifonico; si pensi, ad esempio, al complesso rapporto con il russo che Emmanuel Carrère dimostra di avere in <em>Un roman russe</em>, altro romanzo che è un viaggio verso le proprie origini, nel quale la difficoltà di ricordare la lingua imparata da bambino è un’eco della confusione in cui è avvolto il passato.<br />
È questo legame che porta Petrowskaja a farle notare come, nei pressi della chiesa di San Cirillo a Kiev, non lontano da dove ebbe luogo il massacro di Babij Jar, una targa reciti «<em>Anche</em> qui nel 1941 furono fucilati degli uomini»: le tombe non autorizzate si riconoscono da una congiunzione. O che le fa sottolineare come, in quello stesso anno, i manifesti che richiamavano all’adunanza si rivolgessero a «tutti» gli ebrei in russo, e a «tutti senza eccezione alcuna» in tedesco, quasi che nella traduzione si fosse perso un grano di enfasi omicida.<br />
Così ogni movimento, ogni «andò» diventa epico. La <em>babuška</em> Rosa, Esther, poi il nonno che fu fatto prigioniero e tornò dai gulag dopo quarant’anni, e il misterioso prozio Judas Stern, processato nel ‘32 in seguito al tentato omicidio di un diplomatico tedesco: questi lontani parenti, magnifici personaggi, danzano nella mente dell’autrice «al ritmo della storia universale», mentre lei prova a tenere i fili di ogni vita al fine di visualizzare un centro, capire qual è il suo posto all’interno della narrazione. Per tessere la sua tela Petrowskaja si avvale degli strumenti più vari: Google, miti greci, fiabe tradizionali, contatti Facebook, letture assortite, tra cui Thomas Bernhard; tutto diventa «materiale storico» che per lei somiglia a «velluto, raso, crêpe de Chine». Ma allora dov’è il centro? Che sia quel ficus al quale sostiene di dovere la vita, un ficus che appare d’improvviso verso la fine del libro, abbandonato in mezzo a un marciapiede vuoto, sulle note di Šostakovič, e che, salvando la vita al padre, si trasforma per lei in una specie di angelo custode? Può darsi, ma in questo romanzo – il titolo era esplicito – la memoria è un fantasma intermittente: il padre non ricorda nessun ficus, così la pianta diventa per l’autrice un «oggetto letterario», o piuttosto un correlativo oggettivo della Storia.<br />
Il viaggio che Petrowskaja compie travalica i confini temporali e geografici, lo dimostra un lapsus nelle ultime pagine: mentre l’autrice è diretta a Mauthausen, una passeggera del treno la saluta dicendole «Gute Weltreise!», <em>Buon giro del mondo</em>, invece di «Gute Weiterreise», <em>Buon proseguimento</em>. Di nuovo la lingua offre un indizio; «Così […] ha messo a nudo la mia megalomania», commenta l’autrice. Ma più probabilmente ciò che spinge alla ricerca ha origine non tanto dalla megalomania, quanto da un irriducibile istinto alla sopravvivenza: «Facciamo tutto nel tentativo di allontanare la morte a colpi di interpretazione, come se non si trattasse di scomparire, ma solo di accogliere e giungere alla meta». La meta non può che essere fantasmatica: nell’ultimo frammento una donna anziana e sconosciuta, avvolta dal candore, sparisce a un semaforo di Kiev, subito dopo aver sorriso all’autrice, lasciando un’epifania di luce a sigillare con mistero questo racconto bello e profondamente europeo.</p>
<p>Katja Petrowskaja<br />
<em>Forse Esther</em><br />
(tit. or. <em>Vielleicht Esther. Geschichten</em>)<br />
Traduzione di Ada Vigliani<br />
Adelphi, 2014</p>
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		<title>L&#8217;Ucraina e le icone della guerra necessaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2014 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Fine della storia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Impero del male]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Il settantacinquesimo  anniversario della seconda guerra mondiale è stato ricordato dal mondo politico occidentale con una serie di paragoni e allusioni alla guerra civile in Ucraina e in particolare alla minaccia rappresentata dalla Russia: si può citare in questo senso il discorso a Danzica del presidente tedesco Gauck, sorprendente perché finora le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Il settantacinquesimo  anniversario della seconda guerra mondiale è stato ricordato dal mondo politico occidentale con una serie di paragoni e allusioni alla guerra civile in Ucraina e in particolare alla minaccia rappresentata dalla Russia: si può citare in questo senso il discorso a Danzica del presidente tedesco Gauck, sorprendente perché finora le dichiarazioni dei responsabili tedeschi erano sempre state molto caute, ma anche  una serie di dirigenti polacchi, baltici e anglosassoni ha evocato il ritorno di una minaccia nazista. Anche dall’altro lato non sono mancati riferimenti a quel conflitto: per esempio Putin con  esagerazione ha paragonato all’assedio di Leningrado condotto dai nazisti l’attacco delle truppe di Kiev contro Donetsk ( sia detto con il massimo rispetto per le sofferenze della città, che ha pagato un prezzo altissimo in termini di morti e distruzioni , paragonabili in Europa dopo la seconda guerra mondiale soltanto a quelle subite da Sarajevo).</p>
<p>E’ comprensibile che sia così non solo per la rilevanza storica di questo conflitto, che lo rende ancora sentito, ma anche perché la seconda guerra mondiale dal punto di vista di simbolico ha il pregio di presentare un nemico certo, aggressivo e contro il quale era inevitabile fare la guerra.  Sul piano retorico l’evocazione della seconda guerra mondiale e delle sue lezioni è quello che potremmo chiamare un’icona della guerra necessaria. Tra l’altro questo spiega perché la prima guerra mondiale, di cui pure cade il centenario, abbia avuto meno spazio nei discorsi ufficiali: si tratta di una guerra  le cui cause sono più articolate e riconducibili nella coscienza comune a un misto di veti incrociati, giochi diplomatici finiti male, nazionalismi e imperialismi reciprocamente diretti. Eppure, a volerle vedere con un po’ più di precisione anche le cosiddette lezioni della seconda guerra mondiale sono un po’ più inquietanti di quanto i richiami attuali facciano: infatti gli unici a dichiarare guerra alla Germania dopo l’invasione della Polonia furono Francia e Gran Bretagna ossia i paesi normalmente indicati come i portatori del funesto spirito pacifista europeo  che aveva lasciato la Cecoslovacchia a Hitler senza fermare il conflitto. Stalin era convinto che dopo il patto Ribbentrop- Molotov  Hitler non lo avrebbe più attaccato, nonostante l’anticomunismo fosse al pari dell’antisemitismo uno dei pilastri ideologici del nazismo. Gli Stati Uniti entrano in guerra nel dicembre del 1941, solo dopo che il Giappone aveva cominciato a minacciare i loro interessi diretti nel Pacifico, Churchill aveva respinto l’invasione dell’Inghilterra e iniziato a suonarle agli italiani in Africa e la Germania aveva aggredito l’URSS.  Tra l’altro senza l’attacco della Germania e dei suoi numerosi alleati nell’Europa centrorientale ( la Slovacchia, l’Ungheria e la Romania, oltre naturalmente all’Italia ), l’Unione Sovietica non avrebbe mai avuto l‘occasione  di sottomettere quella parte di Europa che le fu assegnata poi con gli accordi di Jalta.</p>
<p>Mi trovo costretto a ricordare queste ovvietà, visto che nel discorso politico e mediatico molti sembrano credere che la storia ci offra delle lezioni belle e pronte da applicare per ogni circostanza.  I fatti storici diventano delle icone che rappresentano un comportamento  o un valore da sostenere in quel momento e vengono agitati a quel fine per essere depositati nello scaffale una volta terminata la loro funzione, come i vestiti di carnevale.</p>
<p>Non che sia una novità: Valerio Massimo nel I secolo d.c. aveva scritto proprio una raccolta di exempla storici ( fatti e aneddoti che mettevano in luce determinati vizi e virtù morali) che dovevano servire all’oratore a seconda della tesi da sostenere, ma almeno nelle classi dirigenti romane c’era l’idea che questo tipo di uso della storia era puramente retorico e che per capirla veramente bisognava leggere Tacito.</p>
<p>Non sembra esserci nel nostro tempo una simile precauzione forse perché la fine della guerra fredda e l’inizio della globalizzazione sono stati percepiti nelle  classi dirigenti occidentali come una fine della storia, aldilà anche di quello che Fukuyama intendeva impiegando questa vecchia espressione hegeliana. La storia insomma è diventata semplicemente una serie di immagini utili tutt’al più utili a fornire motivazioni esemplari per determinati comportamenti nel presente;  così se qualcosa ostacola il processo di globalizzazione guidato dagli Stati Uniti, esso non può essere nient’altro che il passato che ritorna.</p>
<p>Per esempio, l&#8217;ex premier slovacco, nonché fondatore della Democrazia Cristiana in quel paese, Jan Čarnogursky in un&#8217;intervista concessa al quotidiano di Bratislava <em>Sme</em> del 16 agosto scorso dichiarava a proposito della crisi ucraina che la posizione di Putin era comprensibile e legittima. Tra le molte cose interessanti che quell&#8217;intervista contiene vi è anche una domanda degli intervistatori che chiedono a Čarnogursky come sia possibile che uno che come lui, che è stato dissidente e ha lottato contro il comunismo nella Cecoslovacchia sovietizzata, sia filorusso. Al che l&#8217;intervistato ha avuto un gioco fin troppo facile nel ricordare che essere anticomunista e antirusso non siano la stessa cosa. E’ chiaro che per quei giornalisti, e non solo per loro, l’unico motivo per cui si può comprendere la posizione dei russi è il desiderio che l’Unione Sovietica ritorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche il presidente Obama ha più volte parlato della Russia come di un paese fuori dalla storia ancorato al passato, alludendo in occasione della crisi ucraina alla sua incapacità a risolvere i conflitti se non con la violenza. Bisogna chiedersi allora  perché un uomo politico indubbiamente intelligente come Obama non si sia reso conto che questa sua dichiarazione si presti alla banale obiezione che negli ultimi venticinque anni nessun paese più degli Stati Uniti sia ricorso alla guerra.  L’unica risposta è che evidentemente Obama non considera quelle condotte dagli Stati Uniti delle guerre, sia che le consideri operazioni di polizia che servono a mantenere il nuovo ordine mondiale della globalizzazione, nato dalla fine della storia, sia che le consideri avvenimenti accidentali incapaci di mutare la sostanza di un mondo pacifico e globalizzato.</p>
<p>Negli anni ottanta Reagan prese a chiamare l’Unione Sovietica come l’Impero del male. Si trattava di una definizione fortunata non solo perché sfruttava il successo internazionale della saga di Guerre Stellari,  semplificando il messaggio ideologico della Guerra fredda, ma perché la gerontocrazia che dominava l’Unione Sovietica dette un suo contributo decisivo al successo dell’espressione, mostrandosi capace soltanto di invadere, reprimere e mandare in rovina l’economia dei paesi a essa soggetti. L’espressione usata da Reagan non costituiva soltanto una spettacolarizzazione dello scontro tra blocchi e dunque una banalizzazione politica, ma rispetto a formule di tipo più politico, che so impero totalitario o stato comunista  tirannico, spostava il confronto dal concreto tempo storico a quello indeterminato e rituale della saga. Del resto anche la sfumatura religiosa contenuta nella nozione di Impero del male contribuiva a portare il confronto su un piano astorico, sul piano dell’eterna lotta tra le forze del Bene e quelle delle Tenebre, arricchendo oltre tutto di un carattere di teodicea ( la vittoria finale del Bene)  questo tempo fuori del tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’Impero del male nel giro di pochi anni collassò, venendo sostituito secondo la spiritosa espressione dello scritto russo Pelevin, che si riferiva agli anni di Eltsin, da una repubblica delle banane del male, e quindi questo modo di dire cadde in disuso.  Tuttavia  la nozione di Impero del male non era una pura e semplice forma di propaganda, al contrario essa veicolava un modo astorico di guardare alle vicende storiche  che, nato dalla persistenza di vecchi archetipi  mitico-religiosi  presenti nell’inconscio culturale anche degli occidentali più laici, si sposava perfettamente con le matrici neoliberiste e neopositiviste della cultura e delle tecniche di governo statunitensi e poi occidentali. Infatti questo sguardo astorico è sopravvissuto al declino dell’Impero del male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prova ne sia che anche la globalizzazione è stata narrata preventivamente come fine della storia o come fase storica incommensurabilmente nuova di grande pace e prosperità, cioè con quegli aspetti paradisiaci che devono per forza seguire la sconfitta delle forze delle tenebre.  Non è un caso che proprio in questa fase storica prenda piede l’espressione Stati canaglia per indicare quelle nazioni che non accettano le regole del diritto internazionale scaturito dal nuovo ordine. E’ un’espressione che ha il suo apice, ricorda Derrida nel suo libro su di essi, con la presidenza di Bill Clinton.  Ora anche la nozione di Stato canaglia rimanda a un immaginario che non ha a che fare con la storia: la canaglia è quella fascia di popolazione criminale o connivente che vive in ogni epoca ai margini della vera e propria società. Si tratta di un metafora sociologica e moraleggiante che ancora una volta esclude la possibilità di una storicità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora più interessante è la definizione di Stato canaglia che uno dei collaboratori di Clinton, docente di studi internazionali, Robert S. Litwak ( cito sempre da Derrida) fornisce: Stato canaglia è qualsiasi stato che gli Stati Uniti ritengono tale. Se ci si pensa, una simile definizione attribuisce agli Stati Uniti un ruolo da Leviatano hobbesiano che è al di fuori delle leggi per farla rispettare e infatti coerentemente gli Stai Uniti non riconoscono la giurisdizione di quel tribunale internazionale dell’Aia, al quale pure hanno contribuito a deferire numerosi esponenti di Stati canaglia.  Il curioso è che una concezione del genere presuppone la fine del tempo storico, l’idea cioè di vivere in un’epoca che non porterà cambiamenti se non un perenne arricchimento grazia alla scienza e alla libertà economica. Dal punto di vista del divenire storico questa idea di un superstato controllore è pericolosissima perché porterebbe al conflitto non appena apparisse all’orizzonte uno stato di dimensioni tali da sottrarsi al controllo del benevolo Leviatano statunitense e che pretendesse che i propri interessi concorrenti fossero riconosciuti nei modi delle tradizionale diplomazia tra stati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel concreto il richiamarsi al passato , sovietico o nazista o talvolta entrambi, evocato astoricamente come un’icona del male è stato il modo in cui l’occidente ha letto la vicenda ucraina. Ancora  una volta questa lettura richiama il tempo mitico della saga nella variante dell’Impero che colpisce ancora. Una prospettiva storicizzante invece avrebbe sconsigliato di sostenere in un paese composito etnicamente e il cui principale atout economico è di essere una porta per il mercato russo un movimento nazionalista antirusso: è chiaro che una scelta del genere significa condannare per decenni un paese così grande a un’instabilità politica e a una dipendenza dall’estero paragonabili o superiori a quella della Bosnia pacificata dopo la guerra civile. Ma tutto ciò per il tempo mitico nel quale nuotano le categorie politiche delle èlite politiche e culturali dell’occidente globalizzato non conta nulla. Non è un caso che in queste èlite gli unici a esprimere preoccupazione per il modo in cui l’occidente aveva approcciato la crisi ed era intervenuto in Ucraina sono stati due dirigenti novantenni come Kissinger e Helmut Schmid, e ciò non per saggezza senile, ma perché ai loro tempi era impossibile non avere una prospettiva storica nelle scelte politiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se poi questo modo di vedere è pericoloso per gli Stati Uniti, che infondo hanno sempre come via d’uscita estrema la possibilità tecnica dell’isolazionismo, per l’Europa, in cui tutto ci condanna a essere dentro la storia, è una forma di autolesionismo addirittura letale.</p>
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		<title>Rap news: Media war games</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 17:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Crimea]]></category>
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<p>Consigliati schermo pieno e volume alto.</p>
<p>Vedi: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Rap_News" target="_blank">https://en.wikipedia.org/wiki/Rap_News</a></p>
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		<title>Si vis bellum, para bellum</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2014 07:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Fine della storia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[guerre umanitarie]]></category>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Il 4 marzo scorso il Corriere della sera ha pubblicato il discorso tenuto dall’illustre nuovo filosofo Bernard-Henry Lévy in piazza Maidan a Kiev. L’iniziativa del quotidiano di via Solferino non è rimasta isolata: a me è capitato di vedere la versione tedesca sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e suppongo che versioni in altre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p>Il 4 marzo scorso il Corriere della sera ha pubblicato il discorso tenuto dall’illustre nuovo filosofo Bernard-Henry Lévy in piazza Maidan a Kiev. L’iniziativa del quotidiano di via Solferino non è rimasta isolata: a me è capitato di vedere la versione tedesca sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e suppongo che versioni in altre lingue europee siano apparse in sedi altrettanto prestigiose.</p>
<p>In questo discorso Lévy afferma che il popolo della Maidan è costituito da veri europei, da veri figli di Voltaire che  hanno versato il sangue per combattere la tirannide; che le accuse di nazismo o antisemitismo non solo sono false, ma da rivolgere ai russi che occupando la Crimea si sono comportati come Hitler con la Cecoslovacchia ( che invase l’intero paese nel 1938 con il pretesto di portare soccorso alla minoranza tedesca che viveva nel sud-ovest); che Klitschko, il capo del partito di centrodestra Udar, è il nuovo Danton; che bisogna intervenire in soccorso dei fratelli dell’est dell’Ucraina. Il testo non è privo di qualche passaggio involontariamente comico come quando il celebre filosofo invita l’Europa a comportarsi con Putin come si è comportata con Yanukovich: ecco che in un solo colpo vengono confermati due capisaldi della propaganda del Cremlino, negati con forza dalle cancellerie occidentali,  ossia il fatto che Yanukovich sia stato rovesciato dall’azione di forze esterne al paese e che ciò è stato fatto per minacciare la Russia.</p>
<p>Da circa vent’anni ormai capita di leggere/sentire in occasione di crisi internazionali discorsi analoghi a cura dello stesso Lévy o di qualche suo collega. Si tratta con evidenza di discorsi propagandistici caratterizzati da un impianto retorico non troppo dissimile da quello dei discorsi che andavano in voga intorno al 1914. L’aspetto più particolare è che tali testi vengono pubblicati in sedi che di solito si contraddistinguono per ospitare analisi e ragionamenti pacati e argomentati, dunque conferendo implicitamente a essi un valore di rappresentatività dell’ethos occidentale.</p>
<p>Lo schema è  grosso modo sempre  il medesimo: evocazione di principi universali in modo abbastanza astratto, loro opinabile applicazione alla situazione concreta rifiutando qualsiasi analisi della sua formazione storica e degli interessi politici ed economici presenti, richiamo alla necessità di agire rapidamente e unilateralmente per non diventare conniventi di un crimine contro l’umanità, assimilazione del nemico di turno a Hitler, implicita o esplicita classificazione di tutti gli scettici o avversari come potenziali collaborazionisti o utili idioti del nemico.  Naturalmente qualche variante c’è sempre: per esempio lo stesso Lévy in occasione della guerra in Libia sosteneva il diritto per le nazioni straniere a intervenire nel territorio di un altro paese.</p>
<p>Il cattivo gusto letterario di questi discorsi è l’indice della loro grossolanità e miopia politiche. In fondo la base di autolegittimazione politica che Putin ha usato per quell’occupazione della Crimea, che fa incazzare così tanto Lévy, gli è stata fornita da lui stesso in anni di teorizzazioni del diritto all’ingerenza umanitaria. Poi naturalmente non si può assolutamente paragonare questo intervento con quelli occidentali: in Crimea finora non è stato sparato un colpo, né è stata distrutta una casa o un’infrastruttura.</p>
<p>Questo discorso ha fatto progressivamente breccia in tutti settori delle società occidentali, grazie anche alla loro crescente depoliticizzazione,  e influenza il modo di osservare le cose anche in chi avrebbe strumenti culturali per osservare in maniera più articolata la situazione. Prova ne sia che l’uso dei diritti civili, per esempio delle donne, degli omosessuali o delle minoranze etniche, come grimaldello politico per attaccare certi paesi per tutt’altri motivi, benché sia dannosissimo per quelle cause, non solleva ormai obiezioni di sorta; o ancora il totale disinteresse per la sorte dei paesi che hanno beneficiato di un intervento bellico umanitario, una volta che questo si sia concluso con le elezioni: il fatto che in questi paesi non esista più uno straccio di vita civile e  che per molti dei loro cittadini la democrazia sia sinonimo semplicemente della pallottola vagante che ti può ammazzare mentre stai andando al mercato non ha suscitato nessun serio dibattito.</p>
<p>Non basta però la forza mediatica della propaganda per spiegare questa accettazione quasi unanime di un discorso così impregnato di una logica di guerra. Esso nasce da una sincera convinzione, da un’idea dominante nella società  che si sviluppa a partire dagli anni novanta: è l’idea che la vittoria sul comunismo fa dell’occidente non solo la guida del mondo, ma in qualche modo la sua verità e la sua razionalità in termini assoluti. Ciò che è buono per l’occidente è buono per il mondo.</p>
<p>Questa idea è presente implicitamente in varie formulazioni famose da quelle trionfalistiche di Fukuyama sulla fine della storia a quelle sulla missione statunitense di pacificare il mondo.  Si inscrive a pieno titolo in questo modo di pensare anche Obama quando ha detto, due o tre giorni fa,  che la Russia si trova dalla parte sbagliata della storia. Se però ci chiediamo quale senso abbia questa affermazione non possiamo certo pensare che si riferisca al fatto che la Russia abbia invaso un’altra nazione, visto che questa è un’attività che hanno fatto più spesso gli USA negli ultimi anni;   né che Mosca sostenga un sistema economico ormai superato, visto che l’impopolarità di Yanukovich è cominciata proprio con il suo tentativo di fare quelle riforme di mercato che la Timoshenko o chi per essa sarà chiamata a fare; né che la Russia non rispetti i governi democraticamente eletti, viste le giravolte di Obama in Egitto. L’unico significato plausibile di questa affermazione è che Mosca va contro la storia perché va contro ciò che gli Stati Uniti ritengono essere giusto. E’ inutile sottolineare che questa logica è perfettamente speculare a quella putiniana del rinascente nazionalismo russo.</p>
<p>In questa storia la ragione non sta da nessuna parte: la ragione è uscita un attimo a prendere le sigarette e poi non è più tornata.</p>
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