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	<title>vincenzo latronico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Amori e disamori di Nathaniel P.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 May 2016 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adelle Waldman]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[vincenzo latronico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Adelle Waldman, Amori e disamori di Nathaniel P. , Einaudi, 2015 , 271 pag., traduzione di Vincenzo Latronico Dopo la laurea ad Harvard, figlio della piccola borghesia di provincia, e una carriera da giovane scrittore che vive in un appartamentino scarrupato a Brooklin e si mantiene grazie agli articoli e alle recensioni che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-61878" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/ADELLE-WALDMAN.jpg" alt="Adelle Waldman" width="680" height="309" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/ADELLE-WALDMAN.jpg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/ADELLE-WALDMAN-300x136.jpg 300w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p align="LEFT">di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Adelle Waldman, </b><i>Amori e disamori di Nathaniel P.</i> , Einaudi, 2015 , 271 pag., traduzione di Vincenzo Latronico</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo la laurea ad Harvard, figlio della piccola borghesia di provincia, e una carriera da giovane scrittore che vive in un appartamentino scarrupato a Brooklin e si mantiene grazie agli articoli e alle recensioni che pubblica sulle riviste culturali (beato lui!), Nate ha finalmente raggiunto il punto del non ritorno che ogni intellettuale radical chic desidera nel profondo: ricevere un sostanzioso anticipo da un editore (beato lui, di nuovo!) per la pubblicazione del suo primo romanzo.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;adolescente nerd oggi è un uomo sensibile, femminista, impegnato. Passa serate a discutere di politica e cultura con amici colti quanto lui, in locali cool, dove incontra coetanee belle e intelligenti che leggono Svevo o Bernhard.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che scopriremo leggendo <i>Amori e disamori di Nathaniel P.</i> è che dietro tutta questa apparente umanità e sensibilità si cela un ragazzo senza nerbo, vacuo, narciso. Le origini giudee o l&#8217;esperienza dei genitori in fuga dall&#8217;Europa dell&#8217;Est sembra non abbiano lasciato nulla nello spessore umano di Nate, che pensa solo a sé o a come portarsi a letto le ragazze che conosce, evitando però di sembrare maschilista. Adelle Waldman ci racconta l&#8217;incontro di Nate con Hannah. Il loro amore nascente e lo sfiorire, nel volgere di pochi mesi, del rapporto nell&#8217;abitudine, nell&#8217;insofferenza, nell&#8217;incapacità di creare un progetto che non sia basato solo sull&#8217;apparenza o sul sesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Il romanzo in sé non ha un vero centro e Nate stesso, alla fine del percorso narrativo, non è cambiato di un millimetro. Sembra, in questo senso, un romanzo irrisolto. La triste verità sta nel mondo descritto, nel paesaggio umano raccontato: che noia mortale dev&#8217;essere fare l&#8217;intellettuale trendy a NYC!</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> Cooperazione<em> numero 14 del 30 marzo 2015</em>)</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Vincenzo Latronico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 May 2010 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa-255x300.jpg" alt="" title="marialuisa" width="255" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-34630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa-255x300.jpg 255w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/marialuisa.jpg 511w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil…arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a> ecco le risposte di Vincenzo Latronico.]</p>
<p><strong>1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di  massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o  poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di  vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Non ho presente, nello specifico, le accuse mosse alla narrativa  italiana contemporanea (solo di quella mi sento di parlare); tendo,  programmaticamente, a diffidare un po’ di questa sorta di catastrofismo  dell’età dell’oro. Se anche la qualità media (ma ha senso, in questo  contesto, ragionare per “media”?) si è abbassata, ciò potrebbe essere  dovuto all’aumento esponenziale di romanzi sul mercato, o al fatto che  ad alcuni, indubbiamente non i migliori, vengono concesse vetrine e  attenzioni che rischiano di offuscare tutto il resto. Ma se penso agli  ultimi cinque o sei anni in rapporto con i precedenti (o anche andando  per decadi) non mi sembra, no, che manchino i libri profondi, potenti,  ambiziosi, o, più semplicemente, “buoni”. <span id="more-34625"></span><br />
<img title="Continua..." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><br />
<strong>2) Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente  dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>Non credo che la struttura delle case editrici come aziende, la loro  “industrializzazione”, si traduca necessariamente in una inferiore  qualità di ciò che pubblicano. Diffido molto di chi considera la qualità  letteraria un marchio di invendibilità, e anzi mi sembra che non ci  siano ragioni per cui un editore “industriale” debba privilegiare la  fiction scadente a scapito dell’opera di autori come Roth, Saviano,  Houellebecq o Bolaño: immagino, anzi, che ognuno sogni di trovare uno di  questi piuttosto che l’ennesimo astro della bancarella. Mi sembra però  che se, da una parte, molti editor tuttora inseguono, spesso con impegno  e attenzione, libri di questo genere, al loro operato si affianca  un’azione in senso contrario dell’apparato più propriamente “aziendale”  delle case editrici: una sezione commerciale che ha sempre più voce in  capitolo su cicli di vita e traiettorie promozionali, un’impostazione  manageriale che non differenzia strategicamente l’investimento su  romanzetti e su libri ritenuti di qualità, perché a breve termine si  rivela più lucrativo gettare indifferenziatamente nel mercato tutto ciò  che si ha sotto mano – a tutti i livelli – e stare a vedere chi, alla  fine, porterà i soldi a casa. Non credo, insomma, che  l’industrializzazione si traduca in minore qualità; ma che, questo sì,  generi un’atmosfera in cui è molto difficile che la qualità letteraria –  che pure appare – trovi respiro, visibilità, vita. È la stessa cosa?  Forse è pure peggio.</p>
<p><strong>3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei  settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra  letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>Sono d’accordo con le osservazioni di Christian Raimo: a volte ciò  che le pagine culturali rispecchiano meglio è lo stato dei nostri uffici  stampa. Ma – forse un po’ cinicamente – non mi sento di vedere in  questo una responsabilità specifica di chi si occupa di cultura nei  giornali, quanto un effetto di un problema più generalizzato della  stampa italiana (e non solo). Le pagine di politica rispecchiano in modo  soddisfacente lo stato della politica italiana? Discutono di idee e di  proposte, evitano i condizionamenti e le piaggerie, danno voce ai cani  da guardia del potere? Le pagine di economia analizzano e bacchettano le  politiche aziendali di una classe imprenditoriale largamente  responsabile di molti dei problemi del nostro paese? Certo, si sente  parecchio la mancanza di un equivalente del Times Literary Supplement;  ma questa, tristemente, mi pare solo un corollario della mancanza di un  equivalente del Times.</p>
<p><strong>4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane  facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon  livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità  (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Mi sembra, in parte, di aver già risposto a questa domanda. Ho avuto  la fortuna di conoscere molti editor appassionati e convinti del valore,  intellettuale e civile, della ricerca di testi e scrittori, e questo è  in larga misura rispecchiato da svariate uscite di alta qualità che si  possono trovare (anche se, va detto, cercando bene); ma cosa succede  dopo il lavoro di questi editor? I libri, di ogni livello, escono sul  mercato armati di un paio di recensioni, con un’anticipazione in  saccoccia e, quando va bene, due sottopancia su quotidiani nazionali; e  che se la cavino da soli, di lì in poi. E se non se la cavano? Pazienza;  i cercatori continueranno a cercare, i direttori a dirigere, i librai a  vendere, certe cose più, e altre meno. E nel giro di pochi mesi queste  ultime saranno maciullate da lame sottili e spappolate da mole finissime  e consegnate all’agire di composti chimici, e trasformate in qualcosa  che nessuno, in anticipo, potrà immaginare.</p>
<p><strong>5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di  fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea?  E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>Ho un piccolo aneddoto, a questo proposito. Anni fa, un amico mi ha  inoltrato per e-mail il capitolo iniziale di un libro, che mi ha colpito  come una delle narrazioni più forti e originali che avessi letto negli  ultimi anni: Neuropa, di Gianluca Gigliozzi. Seguendo i link, sono stato  portato a una presentazione del romanzo, proprio su Nazione Indiana, e  di lì ho rintracciato il blog dell’autore – e nel giro di quattro e-mail  e una decina di giorni ho avuto il romanzo fra le mani. Nulla di tutto  questo, penso, sarebbe stato possibile solo cinque anni prima.</p>
<p>Detto questo, il libro l’ho letto su carta. Non credo che il web  abbia influito in modo rilevante sulle modalità di fruizione della  nostra letteratura (ma parlo solo della narrativa), almeno per ora. La  questione della diffusione mi sembra, appunto, diversa; alcuni siti (di  cui Nazione Indiana è uno degli esempi più importanti) hanno sostituito a  tutti gli effetti i canali di informazione culturale prima  rappresentati dai quotidiani &#8211; almeno per me, e a quanto ne so per molti  lettori “forti”. Questo mi sembra un passo importante verso una  maggiore ricchezza e pluralità della diffusione letteraria; ma, certo,  resta comunque un canale rivolto a una nicchia, ampia quanto si vuole,  di specialisti, o perlomeno di appassionati. Probabilmente questa è  destinata ad ampliarsi parecchio nei prossimi anni. Devo ammettere che,  per quanto in apparenza meno rilevante dal punto di vista culturale,  sono molto fiducioso nelle possibilità offerte dalla vendita di libri  on-line, che a tutti gli effetti allunga la vita commerciale di molti  libri ed amplia di molto la loro capacità di trovare dei lettori. Certo,  è sempre necessario che prima siano i lettori a trovare questi libri;  ma, insomma, mi pare che ci si stia lavorando.</p>
<p><strong>6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero  sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p>Penso di no. Il sostegno della letteratura deve venire dai lettori;  in mancanza di quelli, ogni sovvenzione rischia di intrappolarla in un  meccanismo di vegetazione artificiale in cui la garanzia di  sopravvivenza estirpa ogni esigenza di rinnovamento, di sconfinamento,  di apertura. Potranno mai finire i lettori? Credo, spero, sono convinto  di no; se dovesse accadere, tuttavia, vorrà dire che finiranno anche i  libri.</p>
<p><strong>7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia  (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica  di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una  risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori  italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche  peso?</strong></p>
<p><strong>8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti  sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che  avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p><strong>9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e  mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi  effetti?</strong></p>
<p>Rispondo alle tre domande che mi vengono poste con un&#8217;unica articolata risposta, perchè le sento collegate tra loro. Mi sembra che gli scrittori abbiano, sì, modo di dire la loro, nella  misura in cui ciò che fanno – scrivere – è più contiguo all’intervento  civile o politico rispetto a molte altre attività, intellettuali o meno.  Immaginare che questo tipo di intervento debba prendere la forma del  manifesto, della dichiarazione politica o dell’appello mi sembra molto  riduttivo nei confronti di ciò che può fare la letteratura; mi sembra,  anche, abbastanza inefficace: se anche hanno modo di parlare, certo ciò  che gli scrittori dicono ha spesso un effetto molto ridotto (come,  d’altro canto, ha un effetto ridotto ciò che dicono gli organi di  garanzia istituiti dalla nostra costituzione, i politologi di tutto il  mondo, gli osservatori della democrazia…). Ma questo fa parte del  compito degli scrittori? Non credo: fa parte del compito dei cittadini;  gli scrittori si limitano ad avere, per dir così, un canale naturale in  cui prendere questa posizione. Uno scrittore la cui opera è funzionale a  questa situazione non è per ciò stesso un pessimo scrittore,  esattamente come un soldato che firma volontariamente per partecipare  all’invasione dell’Iraq non diventa con ciò un pessimo soldato: più che  il valore “professionale”, o letterario, mi pare che in gioco ci sia  quello umano.<br />
Detto questo, non so esattamente come si distribuiscano le colpe, o le  responsabilità, o cosa costituisca l’una o l’altra; ma sono piuttosto  certo che tale distribuzione sia possibile unicamente a posteriori – e  mai come ora questo “ posteriori” appare lontano e fantasmatico. Sono  abbastanza convinto, però, che vi siano parecchie sfumature fra il  pamphlet politico – che forse spetta ai politici, e non agli scrittori –  e la narrazione ornata, orlata e aproblematica, serena e distaccata,  “di svago”, raffinata o superficiale e “popolare” che sia. E credo che  scegliere spensieratamente, in tempi come questi, quest’ultima via – la  via, oggi piuttosto battuta, dell’iconcina sobria, organica, profonda e  retroflessa, del narratore che si trincera dietro un “io sono solo uno  che racconta storie”, senza prendere atto che chi racconta le storie  sceglie quali storie raccontare, e che questa scelta è una scelta  morale  – credo che questo sarà visto, a posteriori, come un atto di  viltà. Ma, forse, mi limito a sperarlo ardentemente.</p>
<p><strong>10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti  democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero”  e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un  paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei  confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe,  razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che  portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>Da un certo punto di vista, la domanda mi sembra malposta. Il punto,  credo, non è tanto dove si scrive, ma cosa: quando si cita l’esempio di  Pasolini che scriveva per il Corriere, ci si dimentica che non scriveva  certo recensioni delle ultime uscite o cronache letterarie, ma articoli  di denuncia e critica civile. Nessuno si sognava di considerarlo un  compromesso – semmai, era evidente che a scendere a compromessi era la  linea editoriale del Corriere. Quando si parla di “libertà  dell’intellettuale”, o “dell’artista”, ci si riferisce implicitamente  alla libertà di denunciare, o far riflettere, alla visionarietà, alla  capacità di critica. Se questo fosse ciò che viene fatto da quelle  pagine, ben venga! Potrebbe essere, addirittura, un canale di diffusione  ben più efficace (perché in territorio “ostile”) rispetto a molti  altri, in cui a volte si ha l’impressione di predicare ai convertiti.  Non mi pare, però, che sia tale il caso che si ha in mente; in questo  caso, mi sembra che le evocazioni della libertà dell’intellettuale e  dell’estro creativo siano più che altro mistificazioni, per coprire un  compromesso.</p>
<p>Questo, però, dovrebbe indurre a un altro ragionamento. Assumendo che  uno scrittore di convincimenti democratici faccia questo compromesso, è  ragionevole presumere che esso arrivi solo dopo alcuni tentativi di  esplorare altre strade. Mi sembra naturale, ad esempio, che in un caso  del genere lo scrittore in questione avrebbe preferito pubblicare su  Repubblica (cosa che pure, a mio avviso, richiede certo pelo sullo  stomaco, anche se non certo una foresta come in altri casi), o su  testate meno lontane dalla sua prospettiva civile. Perché questo non è  successo? Perché certo sistema culturale antidemocratico ha tanta  facilità ad offrire opportunità a scrittori insoddisfatti (anche solo  dal punto di vista economico) delle alternative? So – per esperienza di  offerte ricevute, e rifiutate – che la porta, in certi posti, è sempre  aperta. Come mai è aperta solo lì? Certo, fa parte di una strategia di  appropriazione culturale. Certo, è una strategia finanziata da enormi  capitali investiti a perdere nel conflitto intellettuale. Ma ho la  sensazione che la controparte, la stampa “democratica”, faccia molto  poco per rispondere a questa strategia, contando appunto sulla “alienità  da compromessi” degli scrittori ad essa vicini, contando sullo “spirito  di sacrificio” dell’intellettuale, e poi condannando chiunque scavalchi  con riluttanza la barricata attratto da tutto ciò che essi stessi si  sono rifiutati di offrire.</p>
<p>Indubbiamente questo, perlomeno ai miei occhi, non giustifica il  compromesso, che resta inaccettabile. Accettarlo significa, per me,  accettare una sconfitta di se stessi e ciò in cui si crede. Varrebbe la  pena considerare, però, che non è una sconfitta solo per chi lo accetta,  ma anche per tutti quelli che, in modo più o meno diretto, potevano  fare sì che ci fossero delle alternative meno compromettenti, e non  l’hanno fatto.</p>
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		<title>Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 08:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va. A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.<br />
	A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a due editori, che sono anche amici. Mi hanno risposto dopo un paio di settimane, con due giudizi articolati che mi hanno sorpreso perché identici, benché i due editori non si conoscano, appartengano a generazioni diverse e abitino in città lontane l’una dall’altra.<br />
	Il testo era valido, dicevano, e uno, il più anziano, affermava di averlo “bevuto”, di non riuscire più a smettere. Non ho dubitato della sua sincerità. Non aveva alcun interesse a mentire. Però, hanno detto entrambi, purtroppo era impubblicabile perché “troppo datato” (testuale nelle due mail).<span id="more-19605"></span><br />
	Personalmente questa definizione, “datato”, era per me un complimento. E’ una storia ambientata in tempi antichi, ma non antichissimi, inserita negli stili dell’epoca. Il fatto che sia così datata significa che sono riuscito a raccontare una favola nel tempo perduto, con personaggi quasi da sogno, che era il mio obiettivo.<br />
	Ma non è questo il punto. Anche perché è irrilevante la mia opinione, se il testo viene rifiutato perché impubblicabile, e quindi non commerciabile.<br />
	Sono soddisfatto e me lo tengo nel cassetto, anzi, nella memoria del pc. Una soddisfazione magra e frustrante. La soddisfazione della sconfitta, il mito dei “belli e perdenti” di cui molti della mia generazione hanno subito il fascino perverso.<br />
	Intanto ho sospeso le proposte. In questo momento “non va”, ma può darsi che fra tre anni vada. Oggi sappiamo che, in barba alla demagogia sul liberismo e la concorrenza, la qualità del prodotto in sé non costituisce un plusvalore assoluto. Il fotografo Endre Ernő Friedmann a Parigi non batteva chiodo, nessuno gli comprava le foto e faceva la fame. Poi la sua compagna, una ragazza molto sveglia, un giorno disse: è il tuo nome che non va. Nessuno lo ricorda. Ora lo cambiamo. Da questo momento tu sei: Robert Capa. E diventò uno dei fotoreporter più famosi di tutti i tempi.</p>
<p>	Invece un altro romanzo, di taglio del tutto diverso, ha appena avuto la risposta di tre editori. Questo funziona, è dunque un genere che in questo momento “va”. Uno dei tre ha detto che contiene “un’idea” vincente.<br />
	Sto cercando di capire cosa funziona in questo testo secondo il trend della “filiera” editoriale. Come sto ancora cercando di capire cosa non funziona nell’altro.<br />
	Ma credo che rinuncerò. Non ho gli strumenti per questo tipo analisi.<br />
	E poi, ancora una volta, non è questo il punto.<br />
	Qualcuno può obiettare – e di fatto obietta – che questo concetto di letteratura come parte di una catena, di un segmento di filiera, equivale a svilire l’opera, e a fare del libro un “prodotto” da supermarket dell’immaginario, dell’intrattenimento. E minaccia, a lungo andare, la stessa creatività.<br />
	Anche una critica letteraria come Carla Benedetti ha parlato, sull’Espresso (ripreso dal primo amore <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1522.html">qui)</a> in termini critici, del confezionamento dei romanzi come prodotti di un’editoria che ormai è quasi del tutto industriale. E come tale deve puntare alla produzione, all’occupazione degli spazi produttivi attraverso i cataloghi. Il pericolo per la creatività starebbe anche nell’interiorizzazione più o meno consapevole da parte degli autori della figura dell’editor (cioè un ibrido di nuova generazione tra scrittore ed editor), un segmento dell’evoluzione editoriale che in questo momento è soprattutto privato (cioè agenzie letterarie che propongono forme di packaging invasive ai romanzi), ma che ha “propaggini nelle case editrici e radicine sparse fin dentro alle scuole di scrittura”.<br />
	Sull’argomento interviene (<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1528.html">qui</a>) anche uno scrittore che si chiama Vincenzo Latronico, autore di un libro per Bompiani dal titolo <em>Ginnastica e rivoluzione</em>, che scrive (dopo avere portato la sua personale esperienza – positiva – con l’editing): “Ho sentito di autori che si consultano con gli editor (o gli agenti) addirittura sulla trama di ciò che scrivono, così abdicando persino al ruolo, già mesto e ridotto di suo, di fornitori di idee da scrivere in uno stile altrui. In questo caso la metafora industriale trova il suo compimento perfetto”. </p>
<p>Una volta un critico della vecchia guardia, da alcuni giudicato “un trombone”, che andai a trovare nella sua villa in Versilia, mi disse che la letteratura è sempre stata ostaggio dell’industria editoriale. Dostoevskij, disse, era schiavo del mercato, eppure ha scritto <em>I Demoni</em>.<br />
	Però l’anziano critico non era del tutto consapevole, credo, di questa faccenda del “genere che non va” che oggi sembra di pesatura così elevata. Forse il mercato è cambiato, si è come indurito, e oggi si cerca l’idea, la trovata che spacca, il riferimento ai gusti del pubblico che legge, l’attualità, le mode.<br />
	Se questa è una regola, o quanto meno una tendenza maggioritaria, un pensiero si fa strada, un dubbio: non saremo di fronte all’estinzione di un concetto letterario novecentesco, in cui molti di noi hanno creduto, quello della letteratura senza tempo?<br />
	Si credeva nell’esistenza di una interiorità per così dire interclassista e transculturale, sepolta dalle regole sovraordinate, dalle diverse morali, dai vari tipi di Super IO Territoriali indotti e costruiti; questa interiorità è l’IO Non Territoriale, che può venire toccato dalla creazione artistica, e quindi letteraria, quando l’autore riesce a ripulire la sua opera da tutte le scorie generate dalla società, dai pregiudizi, dall’aggressività ecc. Quando questo accade, pensavamo, un’opera letteraria può essere letta e apprezzata da persone molto diverse per cultura, per storia. E quindi non può esistere letteratura “datata”, perché oggi possiamo leggere <em>La certosa di Parma</em>, che è ambientata durante il periodo napoleonico, come se fosse un libro scritto oggi, perché il personaggio di jeune homme creato da Stendhal è senza tempo, viene riconosciuto dagli jeune hommes che sono dentro di noi, uomini e donne del XXI secolo.<br />
	Ci abbiamo creduto, ma è vero?<br />
	Oggi questo concetto sembrerebbe in via di superamento. La letteratura si lega al periodo, ai generi, alle manifestazioni esteriori e temporanee del costume e della storia.<br />
	Forse è questo il punto. Al di là delle considerazioni sul mercimonio letterario, che sono in qualche modo superflue, perché è il sistema che sta a monte – una società post capitalista segnata dalla retorica della meritocrazia – a segnare ogni aspetto della nostra vita, compresa la letteratura, trovo interessante – e inquietante – questo superamento della condivisione di sensazioni espresse dall’IO Non Territoriale. L’immaginario, oggi, sembra spezzettato e diviso in settori, in bande, in subculture dominate dalla pubblicità e dalla retorica; sembra segnato da una ricerca di conferme, di ri-letture, di ri-visioni, di ri-ascolti; cerchiamo libri già letti, film già visti, che ci rassicurino, che ci confermino che le nostre abitudini e i nostri stili sono salvi, protetti e confermati. E questi editor di seconda generazione, tecnici della “fecondazione assistita”, sono lì per confezionare questi prodotti.<br />
	Insomma, saremmo di fronte a un transito dell’IO nel Super Io; l’umanità ancestrale espressa dalla letteratura, che tutto unisce, viene frammentata, temporalizzata.<br />
Saremmo di fronte al tramonto dell’idea – o la speranza – che non è sempre la società a generare Edipo, e quindi la sovrastruttura che condanna l’individuo a sottostare fin dalla nascita alle sue regole e alle sue follie, ma può avvenire il contrario: con un processo rivoluzionario sarà il sociale a essere generato da Edipo.<br />
	Ma se tutto questo è perduto, a chi apparterrà il futuro?</p>
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