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	<title>visioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sub-réel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2020 04:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Sharon Vanoli]]></category>
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		<category><![CDATA[visioni]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160;  di Sharon Vanoli &#160; Realtà – le orche&#160; L’incubo è che esistono due mondi. L’incubo è che esiste un solo mondo, questo. Susan Sontag – La coscienza imbrigliata al corpo. &#160; Stamattina ho fatto un disegno ad acquerello. Mi interessava sperimentare l’acqua, allora ho dipinto una palude. Sul punto di finire, ho fermato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncebter size-full wp-image-85049" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/cherepaha-600x293.jpg" alt="" width="800" height="400" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"> di<strong> Sharon Vanoli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Realtà – le orche</strong>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>L’incubo è che esistono due mondi.</em><br />
<em>L’incubo è che esiste un solo mondo,</em><br />
<em>questo.</em><br />
Susan Sontag – La coscienza imbrigliata al corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stamattina ho fatto un disegno ad acquerello. Mi interessava sperimentare l’acqua, allora ho dipinto una palude. Sul punto di finire, ho fermato la mano per controllare l’effetto. Il verde-azzurro della superficie era così placido, nella rarefazione, che non ho resistito al piacere di sbiadirlo ancora un po’. L’ho annacquato a lungo, con il pennello più grande che avevo, fino a quando il foglio si è ondulato e aveva un altro peso, a sollevarlo. L’ho lasciato seccare sopra al calorifero per tutto il giorno. Ora scricchiola; ma una pozza di colore è rimasta viva, al centro della palude, come una cavità evanescente.&nbsp;<br />
Ho sognato di entrarci dentro.<br />
&nbsp;<br />
Nel sogno, mi sveglio di notte e faccio per scendere dal letto. Al posto delle piastrelle fredde, incontro con la punta delle dita un fondo cedevole. Sprofondo una gamba e poi l’altra, lentamente, nella melma. L’acqua mi arriva alle cosce, adesso; percepisco sulle piante dei piedi il tessuto vegetale sopra una roccia. È soffice, questo muschio, come velluto. Provo a camminare, ma scivolo e cado lungo la parete verticale della pietra, trovo il vuoto: sono in mezzo all’oceano. Il blu che mi circonda è assoluto, lo osservo e nuoto, accanto alle correnti dei pesci. C’è un grande movimento nero, in lontananza, che si agita e non riesco a decifrare: mi spingo in quella direzione.<br />
In fila una accanto all’altra, decine di orche si tuffano in sincronia, sott’acqua – non si slanciano oltre la superficie. Poi tornano al punto di partenza, e ripetono.<br />
“Noi danziamo”, pronunciano in coro.<br />
“Non vi interessa mostrarvi al cielo?”, chiedo.<br />
“Noi danziamo.”<br />
“Ma vedete bene che c’è un altro mondo, là sopra.”<br />
“Noi danziamo.”<br />
Le lascio. Sto per procedere oltre, ma un frastuono mi trattiene. Un’orca, isolata vicino al fondo, si sta gettando con violenza contro la sabbia, come per conficcarsi all’interno. Ha il muso livido, gli occhi tumefatti. Mi avvicino per sfiorarle il dorso.<br />
“Lasciala stare”, dice qualcuno alle mie spalle.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Visione – le tartarughe</strong><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>La duplicazione dell’io nei sogni.</em><br />
<em>La duplicazione dell’io nell’arte.</em><br />
Sontag.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi volto in cerca della voce. Di fronte a me, lunghe file di tartarughe sono schierate in forma quadra, sul fondale oceanico. Perfettamente equidistanti, tengono gli occhi socchiusi, come per concentrare la vista. Una soltanto, davanti a tutte, ha il muso ritratto nel carapace, solcato e più scuro degli altri.<br />
“Lui è il saggio”, sento dire.<br />
Riconosco la voce di prima: proviene dalle ultime file. Le vado incontro. Ha gli occhi già rivolti nella mia direzione quando la raggiungo. Con le palpebre curve, mi scruta senza sorpresa. Io sono impaziente:<br />
“Che cosa faceva l’orca?”, chiedo.<br />
La tartaruga guarda di fronte a sé.<br />
“Fuggiva”, risponde piano.<br />
“Da cosa?”<br />
“Da se stessa.”<br />
Io esito per qualche secondo, prima di rispondere:<br />
“Credevo fossero felici di danzare per ammirarsi.”<br />
“Non ammirano se stesse: non vedono niente.”<br />
La tartaruga ruota il collo rigido di lato e torna a scrutarmi.<br />
“L’orca che hai visto impazzire – prosegue – si è tuffata fuori dall’acqua.”<br />
“Ha scoperto la realtà e ne ha avuto paura”, commento pronta.<br />
Vedo i suoi occhi a fessura farsi ancora più stretti.<br />
“Ha scoperto se stessa. – mi corregge – Alla fine del tuffo, prima di ricadere nell’oceano, si è vista riflessa sulla superficie. Siamo noi, la realtà.”<br />
“E voi, voi che cosa fate qui in schiera?”<br />
“Osserviamo.”<br />
“E il vostro saggio, là davanti, perché si nasconde nel guscio? Forse soffre?”<br />
“Lui non ha bisogno di osservare la realtà, per capire: vede ogni cosa dentro di sé.”<br />
Ora avverto come un canto, un suono gutturale, che si solleva basso dalle loro gole. Chiudono gli occhi in segno di preghiera. Io supero la schiera geometrica dei carapaci e procedo oltre. Nuoto affondando le mani tra i filamenti molli delle alghe. Intravedo due piccole tartarughe, sulla sabbia, ormai lontane dal gruppo; camminano a fatica, sbilenche, scontrandosi l’una contro l’altra. Nuoto più svelta per portarmi al loro fianco. Piego il collo di lato per rimirarle: sussulto. Non hanno occhi, ma grumi neri e torbidi – occhi bruciati, da cui stilla un fluido denso e scuro.&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>Creazione – il pescegatto</strong><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>L’estetica: vivere simultaneamente in molti luoghi + in molti tempi.</em><br />
Sontag.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Resto in sospensione in mezzo all’acqua, palpitante. Intanto le tartarughe proseguono con passo trascinato. Aspetto di calmarmi, poi riprendo a seguirle, tenendomi distante. C’è un luccichio vermiglio, in fondo al cammino che percorriamo: me ne arrivano i riflessi fluorescenti tra la densità del blu. Avanziamo, io e le tartarughe, in silenzio. Ora nuoto sopra ai loro corpi, sfioro con la pancia i loro gusci opachi. Avanziamo tutt’uno verso la luce rossa.<br />
La fluorescenza appartiene ai coralli. Disposti uno accanto all’altro, su due file, decorano il sentiero che conduce alla dimora del pescegatto: è una boccia in vetro, depositata sul fondale; alghe e licheni si intrecciano sulle sue pareti e la ricoprono. Dall’ingresso semibuio viene a intermittenza un bagliore grigio-giallo. Lui ci aspetta dentro. Irrequieto, scivola da un lato all’altro della boccia, senza mai sostare. Ci sono altri coralli, all’interno, che accendono l’ambiente; anche il profilo del pescegatto – le pinne dorate, il corpo argentato – scaglia pezzi di luce sulle pareti. Nuota, nuota. Ma lo sguardo è sereno: mi aspettava. Osserva me, poi le tartarughe. Contrite e in disparte, piangono il loro liquido nero, che una volta in acqua è come vapore, pervade lo spazio. A contatto con la mia pelle si fa di nuovo fluido. Torno a palpitare, cerco lo sguardo del pescegatto.<br />
“Le ho assistite fino a qui, conoscevano la strada. Che cosa puoi fare per loro?”<br />
“Forse è troppo tardi.”<br />
“Che cosa è successo ai loro occhi?”<br />
“Il vecchio saggio le ha punite.”<br />
“Perché?”<br />
Il pescegatto non mi dà ascolto, cambia linea di movimento. Ora fluttua dall’interno all’esterno della boccia, senza tregua. Lo seguo a fatica, mi confondo.<br />
“Perché lo fai?”, gli chiedo.<br />
Lui sospende la sua corsa e mi fissa, ma è un istante e subito riprende.<br />
“Il piacere sta sul confine”, risponde meditando.<br />
“Sul confine?”<br />
“Io non sono qui: sono sempre dentro e fuori.”<br />
“Cosa vuoi dire?”<br />
“Io non sono adesso: sono sempre prima e dopo.”<br />
Arriva un lamento, dalle tartarughe. Le guardo: piangono e gemono. Di nuovo palpito.<br />
“Perché il saggio le ha punite?”<br />
“Perché non osservavano.”<br />
“E cosa facevano?”<br />
“Immaginavano, sognavano. Sono state impazienti.”<br />
“Impazienti?”<br />
“Di capire. Hanno tradito la verità per la visione: sono state brave. Ma sognare non è ancora creare.”<br />
Io lo seguo con gli occhi, non rispondo. La mia pelle è sempre più nera, e sento freddo.<br />
Il pescegatto sembra riflettere. Solleva lo sguardo verso i licheni sopra la boccia, poi aggiunge:<br />
“Forse qualcosa è ancora possibile. Insegnerò loro a poetare. Non c’è bisogno di occhi per questo.”<br />
“A poetare?”<br />
“È ciò che desiderano: vivere di sogno.”<br />
“Io non capisco.”<br />
“Sognare non è ancora creare”, dice di nuovo.<br />
“E tu, pescegatto, che cosa crei?”<br />
“Creo me stesso.”<br />
“Sento freddo, pescegatto.”<br />
“Ti stai svegliando.”<br />
Ho l’impressione che la sua coda stia cambiando colore: non è più d’oro, è rossa. Rosso pallido, sempre più pallido. Ora mi sembra che tutto il suo corpo stia sbiadendo, e perda consistenza. Intravedo i coralli sul fondo della boccia, attraverso le sue squame. Sto per dirglielo, ma i gemiti delle tartarughe mi richiamano. Le guardo, guardo me: il nero scorre lungo la mia pelle e lascia macchie, come d’inchiostro.<br />
“Sento molto freddo, pescegatto.”<br />
“Sognare non è ancora creare.”<br />
Lo dice con voce debole. Improvvisamente si calma, pare stanco. È sempre più diafano. Lo vedo ondeggiare fino ai coralli rossi, afflosciarsi di fronte a loro. Da terra mi osserva per l’ultima volta, sorride. Poi chiude gli occhi e riposa. Faccio in tempo a vederlo scomparire, farsi corallo tra i coralli, prima di perdere la vista.<br />
Tra il sonno e la veglia precipito a testa in giù dall’oceano alla palude. Gli occhi chiusi, le mani sopra gli occhi – versano scie di liquido nero.<br />
Poi esco dall’acqua fangosa e li apro.</p>
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		<title>ELOGIO DELL&#8217;ECCEDENZA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/11/04/elogio-delleccedenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Nov 2016 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alchimia]]></category>
		<category><![CDATA[Androginia]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[Immaginario russo]]></category>
		<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[sciamanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Anna Tellini</b><br /><br />
Io invece, nel mio piccolo, quella mattina lo guardavo – assemblaggio imprevisto, apparizione onirica persino – come si vede il mondo la prima volta, e nella sua amabilità lui si offriva turgido della sua bellezza disparata: sei foglie, e non tre, come norma dispone, e per giunta ipertrofiche, e con un che di sanguigno ad orlarle. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/esafoglio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/esafoglio.jpg" alt="esafoglio" width="640" height="480" class="aligncenter size-full wp-image-65025" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/esafoglio.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/esafoglio-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><br />
&nbsp;<br />
<center>di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="right"><em>«Non ho bisogno che le persone capiscano,<br />
voglio solo che non siano scortesi»</em> <br />
«<em>”Le cose come sono” vogliono essere notate</em>» </p>
<p>&nbsp;<br />
Certo la cosa fu ben più complessa, ma per me – così disattenta agli scioglimenti &#8211; tutto aveva avuto inizio quando “<em>Ella</em>”, a contrastare “l&#8217;impoverimento affettivo che si verificava in lui”, gli aveva inviato in dono una piantina di trifoglio, quasi che la vita di questa unità di misura dell&#8217;insignificante coincidesse con quella del loro amore, e  “<em>Lui</em>” per un po&#8217; l&#8217;aveva curata, la piantina, ben consapevole delle attenzioni e protezioni che una creatura tanto debole e mite reclama.<br />
Poi però entrambi avevano deciso di “perderla in un vasto campo di trifogli”, perchè insopportabilmente simbolica, ormai: fu proprio allora che, di ritorno, “<em>Lui</em>” colse un&#8217;altra piantina, questa volta però scelta per il Dolore:<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:580px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #D0F0C0;">“E sembra che fu per quel che vedevo, per questa formulazione di tedio, di non senso delle cose, di   non finalità, di tutto è lo stesso, dolore, piacere, crudeltà, bontà, che si fece strada in me il pensiero di diventare il torturatore di una piantina”, così da “ottenere il suicidio del Cosmo per la vergogna che nel suo seno prosperasse una scena così ripugnante e codarda” </div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
Io invece, nel mio piccolo, quella mattina lo guardavo – assemblaggio imprevisto, apparizione onirica persino – come si vede il mondo la prima volta, e nella sua amabilità lui si offriva turgido della sua bellezza disparata: sei foglie, e non tre, come norma dispone, e per giunta ipertrofiche, e con un che di sanguigno ad orlarle. Secondo logica, un trifoglio mutante contagiato da un fungo – viceversa ai miei occhi un&#8217;esorbitanza, un&#8217;esuberanza di differenze non sconfitte, e cariche anche di tonalità affettive, sature di informazione.<br />
Abitatore di confine, creatura dei crocicchi, <em>monstrum</em> di belle speranze proliferante inquietudine e vita, forte della sua tara <em>il mio</em> esafoglio aveva potuto scartare dall&#8217;abitudinario, esibendo il cambiamento:<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:580px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #D0F0C0;">“la mutazione presuppone la diversa lettura di un messaggio – un errore? -, come se il lettore,  mancino, o il trascrittore, zoppo, avesse dato anche segni di strabismo”. </div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
E&#8217; logico dunque che in tempi andati sia stato un fabbro giustappunto strabico, nonché mancino (di quel di Tula), a riabilitare portentosamente l&#8217;onore degli artigiani russi agli occhi dello zar Nicola, quando questi si trovò in mano l&#8217;omaggio che il suo predecessore Alessandro aveva ricevuto in dono dagli inglesi: una pulce d&#8217;acciaio a grandezza naturale – custodita in una noce di brillante racchiusa in una tabacchiera d&#8217;oro contenuta in uno scrignetto di madreperla avvolto in un panno verde -, una pulce che, se opportunamente sollecitata da sette giri di una microscopica chiavetta, prendeva a saltare come si conviene. Solo lui, il fabbro strabico e mancino, poteva calzarne con scarpette <strong>d&#8217;oro</strong> le zampette pressochè invisibili, costruendone e ribattendone i chiodini tanto piccoli da dover essere osservati al microscopio&#8230; .<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:580px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #D0F0C0;">
 &#8211; Ora so cosa fare. Caricami, subito! Hai sentito o no, trasportami come un uccello!<br />
 &#8211; Dov&#8217;è che andiamo? &#8211; fece tristemente il diavolo.<br />
 &#8211; A Pietroburgo, dritti dalla zarina!, e il fabbro allibì dal terrore, sentendosi sollevare nell&#8217;aria.
</div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-65024-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Polonaise.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Polonaise.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Polonaise.mp3</a></audio></div>
<p><strong>Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov </strong><br />
da <em>La notte prima di Natale</em> [1894-1895]<br />
<em>Polonaise</em> [Atto Terzo Scena III] </center><br />
D&#8217;accordo che “le storie non hanno pretese di dimostrazione né di verità” , il fatto è che Vakula si riprende ben presto, tanto da divertirsi a canzonare il diavolo &#8211; che tra l&#8217;altro non fa che tossire e starnutire -,  e a  stupire qua e là uno stregone e varie streghe che come lui stanno volando per l&#8217;aria trasparente, <strong>salvo fermarsi a guardarlo</strong>, prima di ritornare alle loro faccende; e che, una volta toccata terra, e messosi il diavolo in tasca, si rivolge con linguaggio alato alla sovrana (dama alquanto pingue, incipriata e sorridente), lodandone  i piedini di puro zucchero, e deliziandola con la sua richiesta; e che, infine, potrà tornare trionfante al villaggio con <strong>le scarpette d&#8217;oro</strong> della zarina, conquistando una buona volta il cuore della riottosa Oksana. <br />
&nbsp;<br />
Esilio di qualunque tassonomia, di ogni razionalità surcigliosa, queste figure – figlie dell&#8217;iperbole &#8211; a mio parere invitano, impudenti, ad entrare nel regno dell&#8217;indecidibile, nell&#8217;oltrepassamento dei confini dell&#8217;appropriato.<br />
&nbsp;<br />
“Fenditure e varchi via via aperti verso i possibili” <br />
una cartografia azzardosa e in espansione<br />
uno spartito di eventualità estensive<br />
uno spazio poetico di scambi e di intaglio, fitto anche di cespi di dissennatezza.<br />
In questa topografia dai margini incerti – dove gli ostacoli esistono solo per essere superati -, anche se lo ignora il mancino di Tula – che pure ha perfezionato nell&#8217;oro della sua opera il ben più vile acciaio della pulce -, può vantare impegnative ascendenze, e contiguità strabilianti: “nati nello stesso nido”, a fabbri e sciamani si riconosceva un tempo la padronanza di tecniche esoteriche e, in particolare ai primi, il “potere di guarire e perfino di predire l&#8217;avvenire” &#8230;  Non solo: possedendo il dominio del fuoco, erano loro a forgiare gli ornamenti metallici essenziali per il costume rituale degli sciamani.<br />
La forgia dunque, fortemente simbolica, assume anche un aspetto iniziatico, mentre la “magia dei metalli”, che come il fuoco dimorano nelle viscere della terra, mette potenzialmente i fabbri in contatto con le potenze demoniache, dando loro la reputazione di “temibili stregoni”&#8230;. e intanto lì, nascosti sotto il suolo, nella loro crescita lenta<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:580px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #D0F0C0;">“i metalli stessi desiderano ardentemente di ritornare allo stato superiore dal quale sono decaduti” ,</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
pronti perfino alla propria tortura e messa a morte, pur di “perfezionarsi” e trasformarsi in oro, il che equivale a dire l&#8217;elemento iniziatico dell&#8217;alchimia, oltre che il punto di incontro della fede di antichi metallurghi e alchimisti nel carattere vivo e sacro della materia, e nella possibilità di operare una sua trasmutazione, tramite il fuoco.<br />
E se<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:580px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #D0F0C0;">“l&#8217;alchimia è l&#8217;arte del fuoco e gli alchimisti, come molti testi ripetono, sono &#8216;artisti del fuoco&#8217;” ,</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
l&#8217;incombustibilità degli sciamani rivela che essi hanno superato la condizione umana, che essi partecipano ormai della condizione degli spiriti.<br />
Di più: come il linguaggio alchemico con le sue opposizioni tipiche da ricondurre a congiunzione, anche quello sciamanico si nutre di un pensiero dell&#8217;iperbole e del  paradosso, di un&#8217;articolazione dalle conseguenze estreme.<br />
Durante i rituali lo sciamano mette in gioco simultaneamente le sue diverse identità, ed è insieme guaritore e stregone, umano e divino, uomo e animale, e, grazie al processo di androginizzazione, maschio e femmina, per “giungere, attraverso mezzi concreti, fisiologici, a una totalità paradossale dell&#8217;essere umano” . A una sua trasmutazione.<br />
L&#8217;androginia non è la ricerca del controllo del rapporto tra gli opposti, è semplicemente il procedere tra di essi: “non c&#8217;è bisogno di cavalcare la corrente, si può diventare la corrente” .<br />
Dal canto suo &#8211; deragliando dai parametri della riconoscibilità, sfuggendo al principio di non contraddizione e alla coercizione degli opposti -, nel suo sporgersi dal mito tra di noi “l&#8217;androgino lascia che la vita sia non intenzionale, che le cose accadano” :<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:620px; float:center; text-align:center; color:#000000; font-size:16px; background-color: #D0F0C0;">“Non sono un maschio, pensavo di esserlo perchè non sono interamente una femmina”<br />
“Non sono un maschio o una femmina. Sono non binario, sono nel mezzo”<br />
“Dunque non sei nessuno dei due?”<br />
“Non credo. Io sono entrambi” </div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
		
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		<item>
		<title>Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni per Federico e Lucia ### Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di Federico Gori è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2615/4014723839_580d43bec0.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>per Federico e Lucia</em></p>
<p>###</p>
<p>Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di <a href="http://www.federicogori.it"><strong>Federico Gori </strong></a>è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. <span id="more-24444"></span>Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, che si aprono nell’intimo mentre si cammina, si osserva l’esterno. Alberi &#8211; sono la materia prima su cui Federico lavora, ma una volta che l’opera è finita non sono più alberi ciò che attraversiamo. È piuttosto la dimensione spirituale a mostrarsi,  il potere evocativo dei luoghi che si  fa tratto pittorico, si trasforma in un alfabeto essenziale, intraducibile in una qualsiasi lingua parlata. Un fortissimo impatto emotivo. Un’epifania. Tutto in questa selva è già trascorso.</p>
<p>###</p>
<p>La partenza è una fotografia. Federico scatta personalmente le foto nei boschi del suo luogo natio – tronchi, ramaglie, quel caos ordinato in cui spesso crediamo di riconoscere volti e figure. Ma la fotografia perde presto il suo sembiante: subisce vari passaggi attraverso i quali viene scomposta, distrutta, traslata in gesti pittorici. L’artista usa la tecnica del <em>transfert</em>, portando l’immagine da un materiale all’altro: la fotografia viene fotocopiata, l’inchiostro del processo di copia si scioglie in pittura su di un altro supporto di alluminio. Quello che ottiene è la traccia base su cui agisce manualmente, distorcendola, traendone fuori qualcosa di imprevedibile. Del suo intervento Federico dice: “Dipingo in parte per addizione, grazie agli inchiostri e agli smalti, ed in parte per sottrazione, per via dei solventi chimici con cui bagno continuamente i lavori. Ad un certo punto, succede sempre fortunatamente, trovo qualcosa in quelle immagini a cui affezionarmi, questo significa che l&#8217;opera è finita”.</p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4014723385_bde8aabb0d.jpg" alt="" /></p>
<p>Sulla superficie appaiono ora grafie, simboli ignoti, come se tutti i rumori di un bosco, gli scricchiolii, i versi degli animali, la brezza, si trasformassero in un tratto visibile, un linguaggio non decodificabile, in qualche modo estraneo allo stesso autore, a sua volta un tramite umano piegato all’ascolto. Tracce in cui si intravedono spiriti, note musicali, zampe di volatili, scheletri di foglie. Si torna allora alle pitture rupestri della preistoria, quella tensione primordiale a essere (restare), testimoniare di ciò che si è visto e amato. Conoscere la lingua del mondo attorno, la sua bellezza ruvida e totalizzante, prima di creare la comunicazione, volgere tutto all’uso e alla necessità. Siamo in quello spazio dove accogliere è ancora più importante che capire. Un universo che ci stranisce, perché mentre ci esalta ci annulla, c’investe del peso della nostra assenza.<br />
Penso a due versi di <strong>Osip Mandel’stam</strong></p>
<p><em>Scoli via la fanghiglia dell’istante:<br />
rimarrà il caro disegno, intatto.</em></p>
<p>L’esperienza diventa tempo ed il tempo viene dilavato a segno nel luogo abitato, una fessura nella quale viaggiamo più volte in percorsi complessi, mai lineari. Ogni ritorno coincide con una scoperta.</p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3489/4015486448_399f4dab81.jpg" alt="" /></p>
<p>Nell’immagine non c’è niente di umano. Ci attrae proprio per questa mancanza: ci invita ad essere esplorata, ma ci avverte anche di vivere in un luogo impossibile, la terra di un’immaginazione che si dissolve o sprofonda nelle ombre del bianco e nero. Questo luogo è una terra ideale, dove non siamo divisi dal resto – l’essere umano è secondario, non riconoscibile, partecipa di una pienezza della quale non è il centro. Dobbiamo procedere dove non siamo attesi né previsti. Ci trasformiamo nella vegetazione che appare in ogni dove sul cammino. Le piante sono fatte di linfa, di pensiero, di memorie, di paesaggi a venire. Come in quello strano libro di <strong>Werner Herzog, <a href="http://www.ibs.it/code/9788877467096/herzog-werner/sentieri-nel-ghiaccio.html"><em>Sentieri nel ghiaccio</em></a></strong>, in cui il regista intraprende un viaggio a piedi, partendo da Monaco di Baviera, dentro un’Europa vecchia,  ma imprevedibile  &#8211; ora che sta nella lentezza di un cammino &#8211;  convinto così di prolungare la vita di una cara amica che lo attende nella sua casa di Parigi. <em>“Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti”. “I tronchi degli alberi fumano come esseri viventi”. “Discesa per un bosco solitario, il cammino attraversato ad ogni passo da abeti rossi abbattuti, i rami grondano”. “Fosca,  severa solitudine del bosco intorno”. “Ho camminato, camminato, camminato”</em>. Nel suo andare diventa solo sguardo, consumazione di tutto l’esistere in quella natura che da sempre ci è sostanza e antagonista, anche quando noi crediamo di essere  gli unici con il diritto di dimenticare. <em>“Fa bene la solitudine? Si fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche”</em>.  La prospettiva della solitudine è questo scomparire. Essere dimenticati dal mondo. E il mondo dimentica continuamente quello che noi invece non possiamo che ricordare – l’immagine vortica e s’infrange: rami esili, filamenti in frantumi verso l’aria. Questo posto che si ricorda è per l’artista l’infanzia. Un’infanzia dove nessuno è mai entrato, un altrove primitivo, al riparo dal futuro, come dal passato (dal sapore morto delle cose). L’arte è allora quell’ammettere un vuoto dove si affacciano il sapere e l’inventare da un cerchio di fatica, protezione. </p>
<p> ###</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3092/4014722561_583252c63b.jpg" alt="" /></p>
<p>Tutto è così terso nell’attesa che sembra quasi di percepire un cenno di stelle &#8211; anche se è giorno, anche se l’aria tende all’incolore &#8211; di <em>oltrevita</em>. Davanti a questi segni ora si ascolta. Come si vedono le parole, le poesie, così si possono ascoltare i quadri, le opere “visive”. Perché quando si entra in quel vuoto, una musica ci viene incontro, ci toglie il sillabario della lingua. E varie sono le suggestioni musicali del lavoro di Federico, dai <strong>Radiohead</strong> agli islandesi <strong>Sigur Rós </strong>o ai loro conterranei <strong>Múm</strong> – tutte esperienze artistiche nelle quali tramite gli strumenti, la voce, la purezza dell’elettronica (un suono non umano, un suono ‘altro’),  si tende contemporaneamente all’idea di sparizione e ad una presenza emotiva dentro chi ascolta. In particolare i Sigur Rós, che hanno un legame profondo con la loro terra originale e cantano in <em>Vonlenska</em>, da <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hme5jf2Z_ow"><em><strong>Von</strong></em></a>: speranza. Un amalgama sonoro, dove la voce si rende al tutto, ai molti esseri inconoscibili che stanno come noi in un paese – siano animali, vite minerali, la tempra dell’erba o delle piante, le forme astratte dei desideri. </p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4015485586_fd0c36e0c0.jpg" alt="" /></p>
<p>L’ultima parola è sacrificio. Si scava a fondo ai piedi degli alberi, nelle radici divelte e risospinte nel terreno. Quel sacrificio che se non salva, rende almeno dignità all’occhio, al dirsi parte, al trattenere di ogni passaggio un segno. Il nucleo che è nel lavoro d’artista, quel sentire male dentro, quello scrivere un proprio spazio e perderlo negli altri. Il farsi con costanza traduzione di ogni tempo sperato. Il sacrificio del tendere al nulla e tuttavia flettersi alla salita come nei tronchi un nutrimento d’acqua in cerchi fino a toccare le foglie – uscire. Respirare. </p>
<p>###<br />
 <em><br />
11 ottobre 2009, Torri (Volotto) per T.</p>
<p>Cosa succede quando entriamo in un bosco. La sensazione del silenzio umano che acuisce i rumori. L’odore del terriccio e delle cortecce umide. Invisibili tracce animali, ovunque. Nella radura, ci concentriamo sulle castagne a terra, sui ricci che si aprono tra le prime foglie cadute, secche, e l’affiorare delle radici. Gli alberi. Ma noi non li vediamo davvero. Vediamo invece  pezzi di tronchi, il bellissimo grigio cenere dei castagni con poche macchie verdastre, o in alto tutto il cielo a strappi nelle fronde. Noi scorgiamo frammenti di un alfabeto arboreo che non sappiamo decifrare e che tuttavia ci suggerisce continuamente suoni, sguardi. Sono gli stessi alberi di quando le foglie allungate, ovali erano penne indiane per fare un copricapo e nascondevo segreti in un tronco cavo. Ora sentiamo soltanto il cadere dei ricci dalle chiome, il modo in cui inciampano tra i rami, trovano terra. Tu ed io chini a riempire le mani e le ceste, in un mondo attutito, poco distante dalla strada. Vorrei portarti indietro in questi stessi boschi, dove stavo sul finire dell’estate. Vorrei che amarti fosse tenerti dentro un’infanzia. Cosa è reale? Quale passaggio di tempo? E quando andremo via si ricorderanno di noi gli alberi? Qui. È tutto molto limpido. Non dobbiamo parlare. Noi non siamo mai stati.</em></p>
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		<title>Visionari &#8211; Professor Bad Trip, Gianluca Sbrana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 11:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[              di Marco Rovelli   Gianluca Lerici, in arte Professor Bad Trip, è stato un grandissimo artista dell&#8217;underground nel campo dell&#8217;illustrazione. Pittura acrilica su tela (la maggior parte della sua produzione), disegno a china o fumetto, cartoncino o metallo &#8211; nulla restava immune dal suo genio creativo, dalla sua &#8220;arte mutante&#8221;. Ha traversato psichedelia, punk [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-15746" title="badtrip" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/badtrip.jpg" alt="badtrip" width="208" height="140" />              <img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-15747" title="199320120x8520madonna20birbi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/199320120x8520madonna20birbi-231x300.jpg" alt="199320120x8520madonna20birbi" width="185" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/199320120x8520madonna20birbi-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/199320120x8520madonna20birbi.jpg 424w" sizes="(max-width: 185px) 100vw, 185px" /></p>
<p>di <strong><a href="http://alderano.splinder.com">Marco Rovelli</a></strong></p>
<p> </p>
<p><span>Gianluca Lerici, in arte Professor Bad Trip, è stato un grandissimo artista dell&#8217;underground nel campo dell&#8217;illustrazione. Pittura acrilica su tela (la maggior parte della sua produzione), disegno a china o fumetto, cartoncino o metallo &#8211; nulla restava immune dal suo genio creativo, dalla sua &#8220;arte mutante&#8221;. Ha traversato psichedelia, punk e cybercultura, si è ispirato a Burroughs (una delle sue opere più conosciute è il Pasto Nudo) e Ballard, così come a Robert Crumb, dando vita a una sua cifra personalissima, mettendo in scena creature dickiane, mostri spaziali, vulcani in eruzione, fabbriche inquinanti e disastri (i libri della sua arte e dei suoi fumetti sono pubblicati da Shake edizioni). <span id="more-15740"></span>Bad Trip è morto nel 2006, e adesso sul web sta girando una petizione, promossa da Gomma Guarneri</span><span> e da Andrea Campanella, che chiede che gli venga dedicata una sala del CaMec, il Museo di Arte Contemporanea della sua città, La Spezia. La petizione può essere firmata qui: <a href="http://www.firmiamo.it/diamounacasaalgeniodelprofbadtrip">www.firmiamo.it/diamounacasaalgeniodelprofbadtrip</a>. </span></p>
<p><span>In una città vicina, Massa, abita un altro artista visionario, Gianluca Sbrana. Il suo sito</span><span> (<a href="http://www.sbrana.org">www.sbrana.org</a>) squaderna le sue visioni. Gianluca Sbrana crea universi paralleli, popolati da figure fantastiche &#8211; strani, perturbanti accostamenti e bricolage figurali. E&#8217; la disposizione allo stupore, la cifra. Così, occorre lasciarsi stupire dal &#8220;paese all&#8217;ora di cena&#8221;, con le sue molte &#8220;aperture&#8221; &#8211; le finestre accese o le molte lune in cielo che siano; dalla &#8220;casa sulla foce&#8221;, blu come un varco a un giardino segreto e subacqueo; dallo &#8220;scarecrow&#8221;, spaventapasseri in postura sacrificale in un cantuccio oscuro, azzannato dai cani. E poi le cifre più specificamente fumettistiche, che ricordano da vicino la &#8220;lowbrow art&#8221; americana: definita anche – e il termine mi pare molto adeguato alle opere di Sbrana &#8211; &#8220;Pop surrealism&#8221;. E poi le sculture, o le installazioni luminose: anche quelle, decisamente, surrealismo pop.</span></p>
<p><span><em>(Pubblicato su l&#8217;Unità, 14/3/2009)</em></span></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;» Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica. La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto tempo Demetrios Capetanakis La pianta del loto e il loto Tu sei la pianta mistica che mi ha condotto fin qui nel mezzo del crudele febbraio. La pianta che mi ha nutrito con il suo latte innocente l’anno scorso. Tu sei la pianta del loto e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
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		<title>Delle spietate purezze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/delle-spietate-purezze/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 10:34:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[cesare cuscianna]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
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					<description><![CDATA[La materia del dire su Spietate purezze di Cesare Cuscianna (commentario) di Lucio Saviani ma la vera materia duole e non sa dire Quello che chiamano realtà altro non è che il pallore dei fatti, la loro patina insapore solo quando la luce tace viene il mostrarsi delle cose tiepido effondersi tra le vite contro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/scansione.jpg' title='scansione.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/scansione.thumbnail.jpg' alt='scansione.jpg' /></a></p>
<p><strong>La materia del dire</strong><br />
su <em>Spietate purezze</em> di <strong><a href="http://www.anteremedizioni.it/?q=search/node/cuscianna">Cesare Cuscianna</a></strong> (commentario)<br />
di<br />
<strong>Lucio Saviani</strong> </p>
<p>                                                                                                                          <em>ma la vera materia duole<br />
                                                                                                                                                 e non sa dire</em></p>
<p><strong>Quello che chiamano realtà<br />
altro non è che il pallore dei fatti,<br />
la loro patina insapore<br />
solo quando la luce tace</p>
<p>viene il mostrarsi delle cose<br />
tiepido effondersi tra le vite<br />
contro l&#8217;azoto e i metalli del giorno</strong></p>
<p>Esiste un versante notturno della parola; la regione buia, silenziosa, dai bordi vacillanti, incerti come il debole appartenersi della piccola fiamma e del suo cuore, oscuro e intangibile.<br />
Questo versante nell&#8217;opera poetica è &#8211; nel suo senso più profondo &#8211; inquieto. E&#8217; all&#8217;opera, scorre, pulsa, emerge, sprofonda e, lasciando emergere la parola, la pronuncia e passa sotto silenzio.<br />
<span id="more-5513"></span><br />
Il profilo notturno della parola appartiene all&#8217;ordine diurno dei significati, delle cose visibili e certe, ma alla luce dii quest&#8217;ordine non si epone. La &#8216;notte&#8217; della parola è toccata dai bagliori di senso, dalle visioni oscure del sogno, più che dal calmo accondiscendere della memoria  a quanto accaduto alla luce del sole.<br />
Proprio come la fiamma inquieta intorno al profilo indistinto del suo centro opaco ma intangibile &#8211; pena la luce e la vita stessa della fiamma &#8211; intorno al cuore notturno della parola si addensano la chiarezza dei significati, dei nomi, e l&#8217;abbagliante prova dei fatti &#8211; la realtà delle cose<br />
Inoltrarsi a passo incerto, tentando di penetrare con lo sguardo le tenebre di questa notte è come cercare di attingere a quel silenzio intorno al quale ogni discorso si rischiara e si dispone.<br />
Talora la parola poetica scopre questo silenzio ma, a custodirlo, lo avvicina e lo lascia emergere proprio sprofondando in esso: &#8220;la solemnité de la nuit, comme un fleuve&#8221;, come confessa Baudelaire.<br />
Da questo silenzio la parola poetica è circoscritta e attraversata. Essa tende verso il silenzio da cui sorge; un silenzio doppio, di origine e destino, di annuncio e di ritorno.<br />
Proprio in questo suo sottrarsi, il versante notturno della parola si inscrive nel linguaggio e, lasciando il suo segno, riesce a dire in profondità.</p>
<p>Nei suoi Saggi eretici, usciti clandestini a Praga, Jan Patocka scorgeva gli sciagurati tratti di decadenza del mondo moderno nell&#8217;abbagliante volontà di dominio di un &#8220;pensiero diurno&#8221;: volontà di dare nomi, calcolare, prevedere e chiarire fatti, separando con folle metodo l&#8217;abbaglio delle certezze dalle profondità del buio.<br />
Cesare Cuscianna condivide e accoglie l&#8217;invito di Patocka ad allungare lo sguardo, quasi chiudendo gli occhi, fino alle soglie di quell&#8217;oscurità, a scorgere l&#8217;appartenere della luce alla tenebra.<br />
Nelle parole di Patocka, la Notte è &#8220;l&#8217;apertura verso ciò che fa vacillare&#8221; il suo invito è ad aprirsi all&#8217;esperienza della perdita del senso, al lampo di tenebra di un vuoto che si apre e in cui  precipita il pieno del senso; l&#8217; oscura &#8220;fonte dei nomi&#8221;, diceva Heidegger: &#8220;il complesso delle cose, il mondo, sprofonda nel buo insieme all&#8217;io, che porta all&#8217;estremo lembo della propria terra&#8221;.<br />
Luce e oscurità, silenzio e parola, vuoto e pieno. Quando la parola poetica lascia avvicinare la propria &#8216;notte&#8217;, fa intravedere le cose e il destino che le stringe ai loro nomi, in un senso che fa vacillare e che, di nuovo, ritorna a passare sotto silenzio.</p>
<p>++++++++++++++++++</p>
<p><em>Rubavamo il furore votato altrimenti<br />
noi eravamo concordanze cupe<br />
ed altere<br />
ma eravamo noi,<br />
spietate purezze.</p>
<p>Dal nostro apprendere fuggiasco di brividi<br />
mentre tutto diventa parola<br />
ed epigrafe<br />
il ricordo è svanito.</em></p>
<p>Un tempo la &#8220;pietanza&#8221; era il nome del cibo che veniva offerto ai poveri. La parola, così come il gesto, prendeva origine dalla pietà.<br />
La pietà, come parola e come gesto, è un nome proprio del sentire, prima che un atto del pensiero. E&#8217; soffrire la sofferenza e l&#8217;infelicità dell&#8217;altro, insieme all&#8217;altro<br />
Pensare la pietà è pensare, senza scampo, all&#8217;essere insieme, tra le cose e con gli altri, nel mondo. E&#8217; pensare l&#8217;ineludibilità di un rapporto con se stessi e con gli altri.<br />
Proprio in forza di questo suo ineludibile senso, la pietà è anche il nome di un sentimento di rispetto, di un senso dell&#8217;appartenenza E dell&#8217;appartenenersi. Nella teologia morale, la pietà è un versante della giustizia: il rispetto che si deve ai congiunti per sangue o per matrimonio.<br />
Un rispetto verso la famiglia, le consuetudini, le leggi, i doveri propri; la cura per le tracce di chi ci ha preceduto, laciato, amato.<br />
La &#8220;pietas&#8221; dei latini era l&#8217;atteggiamento delle persone pie, rispettose &#8211; prima ancora che degli dei &#8211; dei vincoli di parentela &#8211; prima di tutti, tra genitori e figli. Questo vincolo era sentito come relazione originaria. Fondata su tale vincolo, la pietas era vissuta come religio naturale, senso di appartenenza al mondo.</p>
<p>L&#8217;idea stessa di mondo è pensata in una relazione, a sua volta originaria, con l&#8217;idea di purezza. Il &#8220;mundus&#8221; è il purificato. Esso nasce da un&#8217;idea di riduzione, di semplificazione e purificazione da anomalie e da disordine. Per i pitagorici, che della purificazione  non indicarono il solo pensiero, il mondo era già stato &#8220;kosmos&#8221;, universo ordinato e armonico.<br />
La purezza, così come è pensata nel mondo dei significati quotidiani (e diurni) è di ciò che non è unito ad altro che ne possa alterare la qualità &#8211; come per l&#8217;acqua, da cui tutto viene &#8211; oppure di ciò che è libero da impurità &#8211; come per l&#8217;aria che respiriamo Così, se non subisce alcuna contaminazione, è considerato puro anche uno stle, o una lingua. La poesia stessa è detta pura quando si pensa svincolata da ogni aderenza al reale; anche qui, un&#8217;idea di riduzione: &#8216;unicamente&#8217; e &#8216;solamente&#8217; poesia. E&#8217; quanto, a sua volta, la filosofia pensa dii una sostanza pura: ciò che non contiene in sé nulla di estraneo alla propria natura. Così accade talora alla verità stessa, di essere pura e ancor più evidente se anche &#8220;semplice&#8221;.<br />
Semplice come chi è considerato innocente, onesto e leale, o dal cuore puro; dunque fedele, in cui si può confidare, aver fiducia.<br />
Intanto, sappiamo che si può rendere semplice una persona purificandola, rendendola pura, con atti rituali; in modo da renderla degna di entrare in contatto con ciò che è sacro. Nei riti di purificazione l&#8217;idea di impurità viene oggettivata in tanti modi; ma nel rito della confessione l&#8217;oggettivazione della memoria avviene mediante la parola che nomina il peccato: la parola pronunciata è come eliminata dalla persona che la pronuncia, e con la parola sono eliminati l&#8217;impurità e il peccato designato dal nome.</p>
<p>&#8220;La poesia nomina ciò che è innominabile, dà nome a ciò che altrimenti resterebbe senza nome. Ma quel nome non è il vero nome. La verità dei poeti è una verità ambigua, una verità che vorrebbe essere sempre qualche altra cosa&#8221;.<br />
Cesare Cuscianna ama ricordare la &#8220;Nominazione&#8221; di Mario Luzi e l'&#8221;Ospitalità&#8221; di MIlosz:</p>
<p><em>Non detto. Non detto<br />
e non dicibile. Giocava<br />
esso a nascondersi<br />
dai nomi. Andava<br />
e veniva tra le nubi<br />
della nostra conoscenza,<br />
			      indenne<br />
sgusciava dalle reti<br />
calate dagli scribi&#8230;<br />
			Non era<br />
lui fedele alla sostanza<br />
nè alla sua trasformazione<br />
e forse per questo era lo spirito<br />
&#8211; questo, di questa nostra epoca<br />
o l&#8217;unico? &#8211; comunque era lo spirito<br />
non raggiunto dalla parola,<br />
non fucilato dal vocabolo.<br />
</em><br />
Nei versi di Cesare Cuscianna i nomi di due esperienze, colte insieme nel loro lacerante rapporto e nella loro ineludibile, originaria familiarità con la poesia, riescono a farci scorgere, grazie alla parola poetica, il loro versante notturno. Da questa loro &#8216;notte&#8217; emerge un senso dell&#8217;identità, per alcuni versi, ospitalità e accoglienza dell&#8217;altro e, per altri versi, come percorso, via, viaggio verso se stesso in cui non c&#8217;è cammino, dove il percorso è tracciato dai propri passi. Non c&#8217;è intercessione.<br />
E&#8217; un cammino dove non c&#8217;è più modo di inter-cedere, di fare un passo &#8216;tra&#8217; due realtà, verso una purezza o mossi dalla sofferenza. Si tratta piuttosto, di nuovo, di una &#8220;apertura vero ciò che fa vacillare&#8221;. Ma tale apertura è anche l&#8217;inaggirabile versante notturno della poesia stessa. E&#8217; lo spazio aperto dall&#8217;orizzonte del senso che, ad ogni passo, porta all'&#8221;estremo lembo della propria terra&#8221;.<br />
Grazie a questi passi, infine, riesce ogni tanto a risuonare, sotto la &#8220;propria terra&#8221; la cavità oscura del mondo nascosto della scrittura che commente, del &#8220;commentario&#8221; che, nella lingua dei ipoeti compagni di strada di Cuscianna  della &#8220;nuit&#8221; di Baudelaire, dell'&#8221;étran-je&#8221; di Jabès e della &#8220;recerche&#8221; di Proust suona &#8220;come tacere&#8221;. </p>
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		<title>Vita di Evasio Stoppani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2008 08:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca sbrana]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
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					<description><![CDATA[(Pubblico questo frammento di una più ampia e delirante scrittura di molti anni fa, anni di gioiose dissipazioni, facendolo dialogare con le opere di Gianluca Sbrana, visionario pittore massese, che all&#8217;epoca avevo trasfigurato nel personaggio di Fausto). di Marco Rovelli &#38; Gianluca Sbrana Quando mancavano venti minuti alla sesta ora, quella dello humour nero, Fausto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><em>(Pubblico questo frammento di una più ampia e delirante scrittura di molti anni fa, anni di gioiose dissipazioni, facendolo dialogare con le opere di <strong>Gianluca Sbrana</strong>, visionario pittore massese, che all&#8217;epoca avevo trasfigurato nel personaggio di Fausto).</em></p>
<p><em> </em><a href="http://alderano.altervista.org/SCARECROW.jpg"><em><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/SCARECROW.jpg" style="width: 183px; height: 262px" border="0" height="300" width="208" /></em></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> &amp; <strong>Gianluca Sbrana</strong></p>
<p>Quando mancavano venti minuti alla sesta ora, quella dello humour nero, Fausto era sulla soglia del sonno. Accanto a sé, una ragazza della quale non ricordava il nome (in realtà, non lo aveva mai conosciuto). Lei dormiva da pochi minuti, e fino a un attimo prima l&#8217;aveva osservata minuziosamente, con sguardo da entomologo in preda a mistico furore. L&#8217;aveva trovata divina. <em><span id="more-5489"></span></em>Le ultime parole che gli attraversarono la mente prima del sonno furono: <em>Madame Edwarda</em>. Stava scivolando in un altro incubo indotto dalle sue letture confuse e sovraeccitate. (Cosa questa che, forse più di ogni altra, lo accomunava a Evasio).</p>
<p><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/ANUBIS-Visita.jpg" border="0" height="354" width="500" /></p>
<p>Il sonno, se ci fu, non durò che pochi attimi. Squillò il telefono. Fausto si sentì trapanare da quell&#8217;orribile suono, rispose unicamente perché quella tortura avesse una fine. Il silenzio all&#8217;altro capo del cavo lo tramortì. Fissò il quadrato di luce che si stampava sul soffitto e rimase abbagliato. La testa ricominciò lentamente a far ripartire i motori. <em>Frère Jacques, Frère Jacques. </em>Le palpebre non s&#8217;incollavano più. Riattaccò.</p>
<p><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/FORESTINO.jpg" border="0" height="600" width="448" /></p>
<p>Guardò l&#8217;orologio. 11.41. Ricordò che la notte precedente aveva visto le lancette nella stessa posizione quando era in casa di Evasio. Si era sentito male all’osteria, Evasio, tremava dal freddo. Fausto lo aveva riportato alla sua casa di montagna e vegliato come un cadavere. Si era messo a sfogliare una vecchia edizione di <em>Minima moralia</em>, mentre sullo schermo televisivo scorreva lo spettacolo del sabato sera. Non resse a lungo tale schizofrenia. Lasciò libro e tv. Rimaneva la veglia. Non sono suo padre. Dorme. Vado via. Ma potresti almeno&#8230; Vado via. Lui dorme. E se avesse bisogno di qualcosa? Dorme. Non c&#8217;è acqua in questa camera. Naturale. Elixir dell&#8217;eremita. Malvasia. Regaleali. Niente acqua. Solo alcool, pupazzi e maschere. Potrebbe buttare via metà delle cose che sono qui dentro. Ritenzione. Fase anale. Il dottor Freud sarebbe orgoglioso di lui.</p>
<p><a href="http://alderano.altervista.org/2005_20150x100_20PAESE_20ORA_20DI_20CENA.jpg"><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/2005_20150x100_20PAESE_20ORA_20DI_20CENA.jpg" border="0" height="358" width="550" /></a></p>
<p>Vediamo in cucina. Acqua minerale voglio, non di rubinetto. Altrimenti vado. Aprì il frigorifero. Vuoto. Mezzo limone rinsecchito, un pacchetto di salsicce aperto, una fetta di formaggio ammuffita, una fotografia formato tessera. Sul retro Evasio aveva vergato faticosamente una scritta: <em>Arianna, ti amo. Dioniso.</em> Presuntuoso. Se la ricordava bene, quella foto. Dopo aveva dovuto sorbirsi per lungo tempo i deliri di Evasio. Lo stava ancora facendo. Gli tornò in mente la canzone che in quegli atri giorni risuonava tra quelle pareti: <em>She&#8217;s hit</em>. <em>Ev&#8217;ry little bit</em>. Quando Nick Cave si ubriacava col sangue del papa. Non c&#8217;è nulla da bere, qui. Fausto aprì ad uno ad uno gli scaffali. Buio. Facile il confronto con gli scaffali della zia di Evasio, sempre pieni. L&#8217;anno dell&#8217;Iraq si era comprata tutto il supermercato. In fondo sono uguali. Non fanno che ammassare cose. E poi anche lei parla da sola. Oppure si rinchiudono nel loro silenzio, e non c’è verso di smuoverli. <em>Il mio pozzo è sotto l&#8217;incantesimo di un fiore di ipomea, vi chiedo umilmente un pò d&#8217;acqua</em>. Basta, me ne vado.</p>
<p><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/2005_20150x100_20PULCIONI.jpg" border="0" height="375" width="550" /></p>
<p align="justify">Squillò il telefono, Fausto uscì da quelle memorie recenti e rientrò fuori di sé. Rispose ancora più rapidamente di prima, pronto a bestemmiare. Di nuovo il silenzio. Bestemmiò. Pensò ad Evasio. Aveva riso quando se lo era ritrovato davanti in discoteca. Miracolo. Tornò nel sonno.</p>
<p>Un’antica sovrana risplendeva nel suo lucore notturno. Una stella la incoronava, un mantello trasparente la ricopriva, lasciando visibili le scaglie che ricoprivano il suo corpo fino al seno. In una mano, un bastone ricoperto di spine e rubini. Il braccio sinistro cadeva lungo il fianco, e da quella mano si dipartiva un sentiero costellato di fuochi, in fondo al quale s&#8217;intravedeva un castello di vetro. Dentro, un elefante. D’un tratto questi prese a barrire, il rumore si fece insopportabile, finché il castello andò in frantumi, e la sovrana si dileguò. Fausto, angosciato, si svegliò. Si accorse che qualcuno si era appiccicato al campanello, mentre la sveglia segnava il mezzodì.</p>
<p><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/1993_20120x85_20MADONNA_20BIRBI.jpg" border="0" height="550" width="424" /></p>
<p>Era Evasio, chi altri. Aveva una maschera di tigre sulla faccia, una mano stringeva una clava di plastica, l’altra una bottiglia di tequila comprata in un bar sfuggendo al discorrere fangoso dei concittadini. Nemmeno il sassolino di Padre Pio era stato sufficiente salvacondotto. Adesso, intendeva santificare a suo modo il giorno del Signore. &#8220;Un paio di Margarita, prima di pranzo&#8221;. Con quel simulacro di mezcal, pareva la brutta copia del Geoffrey Firmin di <em>Sotto il vulcano</em>. (Evasio aveva uno strano rapporto con i libri di Malcolm Lowry: se li era letti più e più volte, giungendo &#8211; nei suoi momenti più tragici, quando si scopriva incapace di ridere &#8211; quasi ad un rapporto di identificazione con l’autore. Ma quello almeno aveva Margerie).</p>
<p><em>Is it luck?:</em> le note ipersincopate del basso di Les Claypool scudisciavano le cuffie che Evasio posò sulle orecchie di Fausto. Buongiorno. Fausto tornò alle maledizioni. Quel giorno pareva destinato al turpiloquio. &#8220;Ho sonno. Voglio andare a dormire. E poi di là c’è un’amica con me&#8221;. &#8220;Se non mi fai entrare, vado a rubare un caprone, lo porto qui e lo sgozzo davanti alla tua porta. Poi mi ammazzo&#8221;. Che Evasio ricorresse a simili rozze immagini, ciò stava a testimoniare della sua necessità di avere un sostegno pur che fosse. Così Fausto mosse a compassione. Senza indugiare oltre Evasio s’inoltrò nella casa. S’inerpicò su per le scale, innalzandosi sul grande stanzone dove Fausto dava vita a tutte le sue diavolerie luminose e ai suoi quadri dove echeggiavano memorie di Fuchs e Bosch. Tra loro, un quadro che Fausto stava dipingendo per Evasio, a sua insaputa: questi era raffigurato come un mostro sopra una nuvola, ed una fanciulla gli stava mangiando il cuore.<em> Alma presa</em>, era il titolo. Evasio si diresse verso la cucina, lanciando una rapida occhiata attraverso la porta socchiusa della camera. Riconobbe la ragazza distesa, ma non vi fece accenno di sorta, da gentiluomo qual era. Soprattutto, avrebbe dovuto far riferimento al passato e a un possesso, ma né prima né mio erano due lemmi articolabili in tale condizione di spirito. Si sedettero al tavolo, davanti al camino acceso. Tra le fiamme una scultura ischeletrita dai rossi occhi globosi. Fausto attendeva. Evasio parlò senza togliersi di dosso la maschera di tigre.</p>
<p>&#8211; Ho visto il padrone, fuori&#8230; Mi ha licenziato. Dovevo andare al ristorante, ieri sera&#8230;. Ma lo avevo dimenticato&#8230;</p>
<p align="justify">Fausto s’irrigidì, ché ancora una volta avrebbe dovuto farsi recettore delle libere associazioni cui Evasio dava vita quasi necessario lavacro. Costretto a ridar motura al cerebro, Fausto articolò lentamente i pensieri più lesti ad affiorare in superficie, senza troppo badare alla forma.</p>
<p>&#8211; Credevo avessi preso le ferie&#8230; altrimenti te lo avrei detto&#8230;Sei fatto a rovescio, Evasio&#8230; Dimentichi quel che dovresti ricordare&#8230; e ricordi quel che dovresti dimenticare&#8230;</p>
<p>(Il dimenticare di Evasio, in realtà, altro non era che la sua presunzione d’innocenza).</p>
<p><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/2005_2070x50_20PONTE_20TRA_20MONTI.jpg" style="width: 550px; height: 409px" border="0" height="410" width="550" /></p>
<p align="justify">&#8211; Comunque sia&#8230; non pianto in asso le mie azioni, io&#8230;</p>
<p>Evasio pronunciò quest’ultima frase con un tono deciso, declamatorio, quasi stesse sostenendo una parte. Ciò che in effetti faceva. Si tolse giaccone e camicia. (La maschera, rimase sul volto). Sulla t-shirt, una scritta della quale non si percepiva immediatamente il reale valore poetico: <em>Io sono il gruviera</em>.</p>
<p><img loading="lazy" src="http://alderano.altervista.org/2006_20100X150_20CASA_20SULLA_20FOCE.jpg" border="0" height="380" width="550" /></p>
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