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	<title>a gamba tesa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La cultura offesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 12:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA['E Zezi]]></category>
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		<category><![CDATA[Ciro Marino]]></category>
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					<description><![CDATA[ a cura di <b>Francesco Forlani</b> <br />Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d'Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La conversazione</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani e Ciro Marino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23.png" alt="" width="597" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23.png 597w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-300x149.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-150x75.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-324x160.png 324w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></p>
<p>su <a href="http://Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d'Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l'utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest'anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l'ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d'Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all'associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di &quot;aver parlato male&quot; di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d'Arco e non voler avere più nulla a che fare con l'amministrazione comunale. continua su: https://www.fanpage.it/napoli/a-pomigliano-il-sindaco-blocca-il-flip-festival-i-promotori-voleva-cancellare-uno-degli-organizzatori-andiamo-via/ https://www.fanpage.it/">Fanpage</a> Antonio Musella scrive:<br />
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d&#8217;Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l&#8217;utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest&#8217;anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l&#8217;ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d&#8217;Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all&#8217;associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di &#8220;aver parlato male&#8221; di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d&#8217;Arco e non voler avere più nulla a che fare con l&#8217;amministrazione comunale.<br />
&#8220;O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival&#8221;</p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignright wp-image-121948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05.png" alt="" width="373" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05.png 535w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-253x300.png 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-354x420.png 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-150x178.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-300x356.png 300w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" />Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del <a href="https://flipfestival.it/">Flip Festival</a> della Letteratura Indipendente di Pomigliano d&#8217;Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?</em></p>
<p>Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.<br />
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d&#8217;Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.<br />
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.<br />
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall&#8217;assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.<br />
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell&#8217;amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.<br />
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="0PdgwdSV1qM"><iframe loading="lazy" title="Nacchere Rosse, Gruppo Operaio &#039;E Zézi, Folk D&#039;Asilia - Documento Rai 1975 (La Canzone di Zeza)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/0PdgwdSV1qM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p><em>Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità <strong>Leggimi forte</strong>, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell&#8217;uscita del mio &#8220;Parigi&#8221;. Nell&#8217;immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:</em></p>
<p><em>Ma nuje l&#8217;ajmm&#8217; capito</em><br />
<em>cagnamm&#8217; sti culuri</em><br />
<em>pigliammo a sti padrune</em><br />
<em>e mannammel&#8217; &#8216;affanculo.</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59.png" alt="" width="248" height="321" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59.png 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-232x300.png 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-325x420.png 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-150x194.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-300x388.png 300w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" />Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L&#8217;assessore alla cultura del comune di Pomigliano d&#8217;Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.</em></p>
<p>Si tratta di un&#8217;amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall&#8217;intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell&#8217;appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d&#8217;Italia, passando per la Lega e Forza Italia.<br />
Quanto all&#8217;eredità degli Zezi — ma ci metterei anche &#8216;A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.<br />
A Pomigliano non c&#8217;è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c&#8217;era soltanto il FLIP. C&#8217;è <a href="https://ilmanifesto.it/sguardi-ostinati">Sguardi Ostinati,</a> una rassegna di cinema d&#8217;autore preziosa; c&#8217;è <a href="https://www.camerafilm.eu/">Camera Film</a>; c&#8217;è il festival teatrale <a href="https://www.youtube.com/@inostrimitifestival">I nostri miti</a>; c&#8217;è <a href="https://www.itacacoloniacreativa.it/">Itaca – Colonia Creativa</a> e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.<br />
Anche il <a href="https://www.pomiglianojazz.com/">Pomigliano Jazz,</a> prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.<br />
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.<br />
<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24.png" alt="" width="288" height="352" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24.png 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-246x300.png 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-150x183.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-300x366.png 300w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un&#8217;altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l&#8217;attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.</p>
<p><em>Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?</em></p>
<p>La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.<br />
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.<br />
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all&#8217;idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.<br />
E poi c&#8217;è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54.png" alt="" width="686" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54.png 686w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-300x191.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-659x420.png 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-150x96.png 150w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La facoltà di non rispondere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/29/la-facolta-di-non-rispondere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi (Luigi) Spina]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Gigi Spina</b> <br />Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121856" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/images.jpg" alt="" width="225" height="224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/images.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/images-150x149.jpg 150w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Libertà di silenzio</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Gigi Spina</strong></p>
<p style="text-align: right;">A proposito delle cascate di note,<br />
come quelle del pianista Art Tatum,<br />
noto per la sua velocità, quella tecnica<br />
troppo piena, come diceva Gillo Dorfles,<br />
è un pericolo non solo nella musica,<br />
ma anche nel parlare e nello scrivere.<br />
In musica devi dare tempo alle persone<br />
di rielaborare il suono, perché il suono è<br />
infinito. Se non lasci spazio agli armonici<br />
di una nota, non la godi fino in fondo.<br />
In una città rumorosa come Milano,<br />
questo è difficile, gli armonici non li senti.<br />
Nel silenzio, invece, ci sono. Per questo<br />
mi sono dedicato molto anche al suono<br />
del silenzio. Anche il silenzio ha un suono,<br />
come diceva John Cage. Il silenzio, il suono,<br />
tutto entra in questo spazio e crea una<br />
musica particolare.</p>
<p style="text-align: right;">Intervista a Enrico Intra, <a href="https://www.musicajazz.it/musica-jazz-febbraio-2026/">“Musica Jazz”, febbraio 2026</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, nei film di ambientazione giudiziaria, magari pronunziata dopo un momento di sofferta riflessione. Un silenzio garantito sostanzialmente dalla Costituzione, nell’ambito del processo accusatorio, in cui tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Anche di questo abbiamo sentito parlare molto in Italia durante i dibattiti suscitati dal recente referendum sulla giustizia.<br />
Facoltà di non rispondere = libertà di silenzio (freedom of silence): l’equivalente, se non l’estensione, altrettanto significativa, della libertà di parola.<br />
Si ricorderà che, durante gli esami di maturità del 2025, alcuni/e candidati/e si rifiutarono di rispondere all’esame orale, come forma di protesta per la situazione della scuola in Italia. Dal 2026 questa pratica, la cosiddetta “scena muta”, viene sanzionata con la bocciatura.<br />
L’espressione “scena muta”, d’altra parte, se sembra nata proprio nell’àmbito dell’esperienza scolastica, vissuta o narrata, come involontaria mancata risposta per impreparazione a una domanda, ricopre anche l’àmbito teatrale, riferita a un momento nel quale i personaggi in scena non parlano.</p>
<p>Questa nuova, per certi aspetti, forma di liberà di silenzio potrebbe essere criticata per la scelta dell’occasione e la sproporzione fra il gesto e la punizione prospettata.<br />
Si ripropone, perciò, la valutazione del kairòs, del momento opportuno, proprio come in un noto frammento di Democrito (68 B 226 DK) che cito con una traduzione personale:<br />
Οἰκήιον ἐλευθερίης παρρησίη, κίνδυνος δὲ ἡ τοῦ καιροῦ διάγνωσις.<br />
La parrhesia sta di casa nella libertà. C’è un rischio, però: come si riconosce il momento opportuno per parlare?<br />
In gioco, per Democrito era proprio la parrhesia, la libertà di dire tutto ciò che si pensa e si crede. Fin dalla scoperta del termine antico, parrhesia, nato, per quello che ne sappiamo, sulla scena euripidea, è alla parola che preferibilmente si rende omaggio, assegnandole uno spazio non negoziabile, che solo i tiranni o i dittatori possono permettersi di mettere in dubbio. E, in genere, ne pagheranno le conseguenze, prima o poi.<br />
Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).<br />
Ma vorrei fare di nuovo un passo indietro nel tempo, cercando di suggerire come si possa cogliere questa novità rileggendo in forma diversa alcuni miti antichi. Uno, in particolare: quello delle Sirene.</p>
<figure id="attachment_121854" aria-describedby="caption-attachment-121854" style="width: 978px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121854" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0.jpg" alt="" width="978" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0.jpg 978w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-300x123.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-768x314.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-150x61.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-696x285.jpg 696w" sizes="(max-width: 978px) 100vw, 978px" /><figcaption id="caption-attachment-121854" class="wp-caption-text">La folla silenziosa mentre parla Berlinguer &#8211; foto di Mimmo Jodice</figcaption></figure>
<p>Le Sirene appaiono nel XII canto dell’Odissea, una delle ultime narrazioni che Odisseo fa, in prima persona, delle proprie avventure durante il difficile ritorno a Itaca. Naufragato sull’isola dei Feaci, su cui regna Alcinoo con la regina Arete e la figlia Nausicaa, Odisseo rivela alla fine il suo nome e risponde alla richiesta del re di raccontare, quasi come un aedo (il cantore che recitava a memoria i versi omerici per le comunità che visitava), la propria storia recente. Della quale fanno parte le Sirene, esseri ancora misteriosi nei versi omerici (poi saranno più esplicitamente donne-uccello e donne-pesce), capaci di affascinare col proprio canto i marinai che rimangono ad ascoltarle fino alla consunzione, dimentichi di essere sulla via del ritorno verso casa. Solo che Odisseo è stato avvertito da Circe di tale pericolo. La dea maga gli ha suggerito di spalmare di cera le orecchie dei marinai e di farsi legare all’albero della nave, durante il passaggio dinanzi all’isola delle Sirene, in modo che i marinai non le ascoltino e che lui, pur ascoltando, non ceda al loro fascino.</p>
<p>Un episodio, questo, che ha avuto una fortuna straordinaria, nel senso che ha attraversato i secoli e le culture suggerendo allegorie, interpretazioni e simbologie le più varie, nonché riscritture anche originali. Finché nel 1917 Franz Kafka non esitò a stravolgere il mito stesso. Partiva da una annotazione che precedeva un racconto breve. L’amico Max Brod lo pubblicò col titolo Das Schweigen des Sirenen: Il silenzio delle Sirene. Kafka, in realtà, voleva ricavare dall’esperienza di Odisseo una massima di vita anche per la modernità: «Dimostrazione del fatto che anche mezzi insufficienti, anzi infantili, possono servire alla salvezza». Il riferimento era, ovviamente a cera e corde, anche se Kafka seguiva una variante del mito già diffusa, secondo la quale anche Odisseo aveva le orecchie spalmate di cera ed era legato all’albero della nave. Ma poi attribuiva alle Sirene una scelta contro corrente (antimitica, potremmo dire), quasi fossero stanche di quella routine che le costringeva a cantare per affascinare tutti i marinai di passaggio. Le Sirene avevano infatti un’arma più potente del canto, il loro silenzio, come forma spiazzante su quel nuovo avversario che passava dinanzi alla loro isola provvisto di mezzi infantili. Lascio a Kafka (e ai suoi lettori) lo sviluppo concettuale del breve racconto: mi accontento di annotare come la mossa spiazzante delle Sirene possa diventare un ottimo esempio di risposta altrettanto spiazzante a una libertà di parola (di canto) che sembra diventare, nel nostro mondo sempre collegato e intercomunicante, più che una libertà o un diritto, un obbligo, con esiti spesso non positivi.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121853" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia.jpeg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-696x522.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1068x801.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-265x198.jpeg 265w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Se, in qualche modo, il free speech è stato anche responsabile, nonostante la sua storia gloriosa, delle derive wokiste, della semplificazione sloganistica, dell’armamento delle parole, della inevitabilità della polemica al ribasso e al peggio, è solo il free silence che può aiutare a invertire la rotta, dopo aver messo un freno all’ipocrita rivendicazione della libertà di parola anche quando una responsabile valutazione del kairòs suggerirebbe di tacere.<br />
Il free silence andrebbe praticato a partire dai singoli individui negli spazi della loro intercomunicazione attraverso i social. Quasi una bandiera di rottura della routine e della trafila sconsiderata: affermazione forte – risposta provocatoria – controprovocazione ancora più forte.<br />
Ultimamente, a proposito di temi sensibili come le guerre in corso, è stata spesso usata la tecnica del blocco dei commenti a post con prese di posizioni esplicite. Lo so, mi riferisco a un social da anziani, facebook, ma sono convinto che non si possa ancora rinunziare a un mezzo che “ha fatto anche molte cose buone”. Certo, in questo caso il silenzio, nel senso di impossibilità di risposta, è imposto, ma può servire anche a indurre un momento di free silence che serva a mettere da parte la trafila prima indicata e rimettere lo scambio di parole su nuove basi.<br />
E poi, oltre alle scelte individuali, dovrebbero esserci le scelte di gruppi, comunità, collettivi, e perché no, partiti, istituzioni formative, sedi parlamentari, fino agli stessi media, che potrebbero scegliere in particolari circostanze non l’inutile “minuto di silenzio”, ma quote significative di free silence finalizzato a scopi ben precisi. Insomma, una sorta di manifesto nel quale si rivendichi, nei momenti opportuni (a ciascuno il proprio kairòs) e da parte di ciascuna collettività anche politicamente non omogenea, la difesa insieme del free speech e del free silence come nuove frontiere di una democrazia e di una convivenza mature.<br />
Come ci si esercita nel discorso, così ci si potrebbe esercitare nel silenzio: ripeto, sia a livello individuale che collettivo, perché se ne colgano le positività e li si possa continuare a rivendicare entrambi liberi e non irreggimentati.<br />
Sì, perché non si può solo “mettere a tacere”, si può anche “mettere a parlare”: costringere a una presa di posizione, a un pronunciamento quando ancora non ci sono le condizioni, la consapevolezza. Si può anche costringere a parlare, e non certo sotto tortura; ostentando gerarchie, poteri avvolgenti e mascherati, fedeltà mal riposte, unanimismi in realtà inesistenti.<br />
Bisogna evitare, naturalmente, che in questa nuova ecologia della comunicazione il silenzio si identifichi con l’assenso. No, il free silence potrà anche essere assenso, ma il più delle volte dovrà essere un’inversione della direzione presa da una comunicazione malata, violenta, provocatrice.<br />
Pensateci, pensiamoci: abbiamo i mezzi, le tecnologie, fino all’IA, che spesso possono anche “fare cose buone”.</p>
<p align="justify"><strong><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Consigli di lettura.</span></strong></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ho preferito comporre il mio intervento come un esempio di <i>free speech</i>, senza note. Quelle che seguono, ora, sono note di <i>free silence</i>, che servono a prendersi una pausa per meditare meglio e per riacquistare la voglia e la curiosità di informarsi per decidere meglio, per prendere meglio posizione sullo stesso <i>speech</i>.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Sul silenzio, di recente, Nicoletta Polla Mattiot, che lo studia da anni: <i>Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita</i>, Einaudi, Torino 2026. Qualche cenno ai silenzi nell’antichità: Giorgio Ieranò e Luigi Spina, <i>Antichi silenzi</i>, Mimesis, Udine-Milano 2015.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Su Democrito e tanto altro, rinvio a un mio intervento inedito, pdf scaricabile dal sito <span style="color: #0563c1;"><u><a href="http://www.luigigigispina.altervista.org/">www.luigigigispina.altervista.org</a></u></span>: sezione Retorica, n. 341.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Sulla <i>parrhesia</i> ho cominciato a scrivere in anni lontani: <i>Il cittadino alla tribuna. Diritto e libertà di parola nell’Atene democratica</i>, Liguori, Napoli 1986; vedi anche L.S., <i>Parrhesia e retorica: </i><span style="color: #000000;"><i>un</i></span><i> </i><span style="color: #000000;"><i>rapporto difficile</i></span><span style="color: #000000;">, “Paideia” 60, 2005, pp. 317-346. Alcuni temi sono stati recuperati nel mio recente volume </span><span style="color: #000000;"><i>Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee</i></span><span style="color: #000000;">, prefazione di Laurent Pernot</span><span style="color: #000000;"><i>, </i></span><span style="color: #000000;">Damiani, Milano 2026.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="color: #000000;">Sul mito delle Sirene e su Kafka rinvio al volume: Maurizio Bettini e Luigi Spina, </span><span style="color: #000000;"><i>Il mito delle sirene</i></span><span style="color: #000000;">, Einaudi, Torino 2007.</span></span></p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>“Ahimè, non ci sono più i poeti di una volta!” Su di un topos intramontabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 05:23:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong>  <br />La lamentazione per la nullità della poesia contemporanea è un luogo comune assodato. Ho tentato di smontarlo, a  partire dalla formulazione recente che ne ha dato Fabrizio Maria Spinelli, parlando della sua generazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Una volta c’erano i poeti veri (con le palle?), oggi ormai ci sono solo i quaraquaquà”. Il piagnisteo poetico è senz’altro una forma espressiva, una forma prediletta ovviamente da poet* – e, secondo me, più dai poeti che dalle poete –, ma un forma espressiva ampiamente codificata, ossia è un topos, un luogo comune, una struttura retorica più che la formulazione di un’esperienza singolare. E ci si rende conto di questa dimensione “strutturale”, di forma collettiva e ben sedimentata di pensiero, in quanto gli argomenti e i motivi agitati nel piagnisteo sono incredibilmente simili da poeta a poeta, nonostante la diversità di età, esperienze e contesti specifici in cui la lamentazione poetica avviene. Di certo nessuno esprime il piagnisteo attraverso la metafora virilista che ho citato nell’incipit, anche perché ormai ampiamente sorpassata – almeno nell’ambiente poetico presumibilmente progressista. Ma il senso è quello di un decadimento di virtù, che una volta appartenevano a “veri”, “autentici” poeti, e che ormai sono rimpiazzate da patetiche debolezze, ben dissimulate però da nuove generazioni di millantatori in versi. Da noi, uno dei grandi codificatori del topos, è stato senz’altro <strong>Alfonso Berardinelli</strong>. Ma qualcuno di più giovane è già pronto a ergersi come principale continuatore dell’esercizio – <strong>Matteo Marchesini </strong>credo sia tra i candidati di spicco, ma confesso che non ne sono un lettore, dunque vado per sentito dire, e per qualche suo post, in cui mi sono malauguratamente imbattuto sui social. Di certo, come ho già ricordato <a href="https://alfabetadue.it/2012/06/07/berardinelli-o-il-talento-dello-scavafosse/">altrove</a>, Berardinelli ne ha fatto una matrice generativa di veri e propri libri. Ma il topos in sé circola più modestamente, ma anche più trasversalmente. Soprattutto alligna con gran facilità in rete. D’altra parte, cosa c’è di più virale di un “luogo comune”, una bella somma di piastrelle ben calpestate su cui con fiducia posare il piede del proprio discorso, e prendere slancio per darsi voce? Tipico del luogo comune è che si manifesta anche nelle migliori famiglie, e negli ingegni più vivi e perspicaci. Anche lo spirito più tonico e addestrato ha i suoi momenti di rilasciamento: e lì interviene il luogo comune, come uno sgabellino infilato sotto il sedere dell’atleta in pausa.</p>
<p>Recentemente, un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/04/04/da-ecfrasi/">autore</a> che stimo per intelligenza e talento, <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong>, ha dedicato un <a href="https://napolimonitor.it/il-poeta-come-outsider-un-ricordo-di-nanni-cagnone/">meritorio omaggio</a> a <strong>Nanni Cagnone</strong>, poeta, intellettuale, traduttore, editore, che ha lavorato molto e bene, ma fuori dalla più tipica e contemporanea agitazione autopromozionale. Ebbene Spinelli, in questo omaggio a Cagnone, ad un certo punto, anche lui purtroppo, ha sentito il bisogno d’infilarsi sotto il sedere lo sgabellino della lamentazione. E lo ha fatto raccogliendo in un ampio paragrafo quasi tutti i migliori e più tipici motivi, che ne costituiscono appunto la struttura. Lo voglio citare questo paragrafo, e commentare brevemente, suddividendolo in due macro-motivi: A) i miei contemporanei sono solo l’ombra (la maschera inautentica), B) di una passata grandezza (autenticità).</p>
<p>Andiamo con il macro-motivo A:</p>
<p>“Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola.”</p>
<p>Lettura ravvicinata.</p>
<p>1) <strong>“Per quanto riguarda la mia generazione”.</strong> Spinelli decide di darsi un limite: “parlo dei miei, di quelli o quelle che conosco”. Vedremo però che, analizzando la seconda parte del suo ragionamento, la questione delle generazioni emerge in termini più confusi. Per me, la categoria “generazione” è sempre scivolosa, anche se capisco che è in parte utile, per tentare di articolare un campo poetico dato. Inoltre, nel topos, il riferimento generazionale serve per evitare indebite generalizzazioni. Ma la generazione è di per sé una categoria generalizzante! (A proposito: Spinelli è un millenials o generazione Y, quindi sono chiamati in causa tutti i pretendenti o le pretendenti all’arte poetica, compresi tra il 1981 e il 1996.)</p>
<p>2)<strong> “Non ci sono outsiders”</strong>, ossia – secondo Treccani – “chi opera in campo letterario, artistico e sim. al di fuori di ogni scuola o movimento”. Quindi i millenials scriventi in versi son tutti intruppati dentro correnti, scuole, movimenti. Qui non se ne cita nessuno in particolare, ma nella seconda parta del topos, sembra che alla fine si riducano “a due canoni”. Anticipo: i due canoni dominanti (prima e dopo il cambio di secolo) sono quello lirico-espressivista e quello sperimentale-di ricerca. Siam passati dalle scuole e movimenti ai canoni dominanti. E al di fuori dei due canoni dominanti, tra i millenials, nessuno oserebbe inoltrarsi.</p>
<p>3) <strong>La poesia non solo è un genere di nessun interesse culturale e estetico-letterario</strong> (“Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva”), ma non è neppure in grado di “incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale”. Ora, è pur vero che io ho un po’ più di fiducia nella poesia di Spinelli, ma pretendere proprio da essa un qualche impatto salvifico “sul corpo moribondo del mercato editoriale”, mi sembra troppo pretendere, troppo caricarla d’un tratto di superpoteri – lei che trionfava, invece, di tutti i vizi. Interessante è certo constatare che il mercato editoriale, non certo imperniato sul genere poesia, sia anch’esso moribondo, ma stavolta per vizi suoi specifici, che poco hanno a che vedere con quelli “poetici”. Di questa condizione ha parlato in tempi recenti e abbastanza impietosamente Francesco Quatraro (<a href="https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/">Mai più libri &#8211; Il Tascabile).</a></p>
<p>4) <strong>La poesia non solo può far ben poco per salvare il mercato editoriale</strong>, monopolizzato dal romanzo, ma non è neppure in grado di “fare egemonia”, produrre “comunità”, che non sia quella dei soli poeti. Ora chi è un po’ familiare con la storia della poesia, almeno dalla modernità e dai romantici in poi, sa che fare egemonia e produrre comunità non è una delle caratteristiche più felici e comprovate del genere. Ci sono circostanze in cui questo è sembrato accadere: i poeti come voci della nazione, nell’Ottocento; i poeti come voci della rivoluzione, nel primo novecento per certe avanguardie.  Ma queste tendenze aggreganti, che intersecano percorso poetico e politico, con tutti i rischi e le meraviglie del caso, hanno sempre convissuto con le tendenze “disaggreganti”, ma non nella logica atomizzante di qualche individualismo borghese, bensì in quella che <strong>Jacques Rancière</strong> definisce <em>dissensus</em>. Affinché emerga un al di là della comunità borghese, o di altre identità collettive, il lavoro della poesia “anti-egemonico”, “de-condizionante” può essere prezioso.</p>
<p>5) <strong>“La maggior parte dei poeti sono professori associati o ordinari di letteratura</strong>; quelli che non lo sono, insegnano italiano nelle scuole secondarie.” Spinelli ha senz’altro ragione di notare, sul piano sociologico, che i poeti appartengono al comparto umanistico, e quindi trovano lavoro più “naturalmente” nel mondo dell’insegnamento – finite le assunzioni da Olivetti o, più generalmente, come copywriter durante i begli anni Sessanta! Solo che realisticamente dovrebbe invertire la distribuzione tra università e scuola secondaria. Gli universitari non precari sono comunque una minoranza a fronte di una gran quantità di poeti che insegnano nella secondaria. È senz’altro vero che il poeta-professore universitario ha su tutti gli altri poeti, impegnati a campare in altri ambiti più o meno prestigiosi, più o meno remunerativi, dei vantaggi: lui o lei, in breve, è sia giudice che parte in causa. Inoltre, può costruirsi delle reti d’influenza all’interno della corporazione, ecc. Alla lunga, però, questo vantaggio è assai relativo. I dipartimenti delle università sono zeppi di ordinari con raccolte di versi o romanzi nel cassetto, o direttamente in mano a qualche editore. Ma quando l’ordinario va in pensione, le sue reti d’influenza perdono di saldezza ed estensione, e restano i libri soli a difenderlo. Se consideriamo l’insegnamento nella scuola secondaria, non vedo quali siano né i “vantaggi” corporativi né le controindicazioni d’ordine estetico-creativo. Il precariato, inoltre, riguarda anche la scuola secondaria e, in via generale, conosciamo tutti le condizioni non particolarmente favorevoli di questo mestiere in Italia. (Per altro, grandi poeti e poete hanno insegnato per tutta la loro vita nelle aule di licei, istituti tecnici o persino scuole medie.)</p>
<p>6) <strong>“Le persone credono fin troppo nella letteratura, a causa dell’insegnamento scolastico della letteratura”</strong>. Questa è una variazione interessante e particolarmente paradossale del solito topos: se non ci sono lettori per comprare i libri di poesia (o anche gli ultimi romanzi) è perché nei programmi scolastici ci si ferma a Ungaretti (o Moravia). Spinelli propone di rovesciare di segno il luogo comune: la scuola ha sempre torto, ma stavolta perché “trasmette fede nella letteratura”. Interessante. Questo, in effetti, bisognerebbe rispondere al piagnisteo, che addossa tutte le colpe delle “mancate vendite” di poesia (ma ormai anche di romanzi) alla scuola. Nel mondo attuale in cui viviamo, che vuole imporre senza quartiere la logica del profitto economico come unica forma di razionalità umana, l’insegnamento della letteratura è qualcosa di irragionevole e obsoleto. Trasmettere “fede nella letteratura” è qualcosa di arretrato e pernicioso. LA GENTE NON DEVE AVERE GRILLI PER LA TESTA. Deve capire come sia possibile fare soldi nel modo più efficace possibile per consumare nel modo più intenso possibile. End of the story. Fortunatamente per il capitalismo, ma purtroppo per noi, il sistema &#8220;tiene&#8221; grazie al fatto che un sacco di persone non applicano alla lettera i suoi principi e che un sacco di forme di vita non rispondono alla sua logica. Se così fosse la società capitalista collasserebbe con gran rapidità. E questi tempi ahimè lo mostrano: più la società cerca di conformarsi all’immagine che lo specchio capitalista le rinvia, più rischia di implodere tra guerre civili e guerre interstatali, tra profezie di controllo definitivo e inefficienze proliferanti. Insomma, che ci piaccia o no, la <em>precondizione culturale</em> perché esista qualcuno interessato a leggere e scrivere poesia nella nostra società è la frequentazione della scuola secondaria.</p>
<p>Passiamo al macro-motivo B, formulato da Spinelli:</p>
<p>“Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano <strong>Sanguineti</strong>, <strong>Zanzotto</strong>, <strong>Rosselli</strong> e <strong>Zeichen</strong>, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, <em>espressivista</em>, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno <em>colto</em> –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come <strong>Vito</strong> <strong>Riviello</strong>, <strong>Giuliano Mesa</strong> e <strong>Emilio</strong> <strong>Villa</strong>, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di <strong>Nanni</strong> <strong>Cagnone</strong>, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in <strong>Liguria</strong> e morto a <strong>Bomarzo</strong>, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia.”</p>
<p>Lettura ravvicinata.</p>
<p>1). <strong>I poeti hanno rilevanza quando vanno in televisione. Oggi non ci vanno più, non hanno rilevanza. </strong>Non so per quali numeri di spettatori (e/o lettori) avessero rilevanza Zanzotto e Rosselli, di certo la televisione degli anni Settanta non è quella post-berlusconiana. Considerando la <em>televisione così come è</em> realmente oggi, in Italia, mi sorprenderebbe vedervi poeti o poete, a meno che ess* non abbiano già fatto un notevole sforzo per adeguarsi al codice televisivo, cancellando da sé tutta una serie di incompatibilità. Naturalmente qualcuno griderà all&#8217;elitarismo! Solo che io non sostengo che poesia e televisione, come medium di massa, siano di per sé incompatibili: sostengo che <em>questa televisione italiana lo sia</em>, per come è costruita sulla propaganda, sullo scandalo, sull&#8217;obbiettivo d&#8217;infantilizzare lo spettatore.</p>
<p>2) <strong>Oggi la poesia si riduce a due “canoni dominanti”, quello lirico-espressivista e quello di ricerca-sperimentale. </strong>Più che canoni mi sembrano categorie molto lasche che servono a stabilire un primo orientamento nella galassia certo gassosa della poesia contemporanea. Non nego che queste categorie abbiano un loro fondamento teorico-critico, ma mi sembrano in sé insufficienti a riassumere la ricchezza di posizioni nel campo. Se cominciamo ad avvicinare chi scrive, e i differenti libri che pubblica, ci troviamo confrontati a itinerari più complessi e sfumati, rispetto a queste due categorie “orientative”. A tal punto, che sono avvantaggiati, nel discorso divulgativo sulla poesia contemporanea, coloro che tengono posizioni di netta riconoscibilità: il lirico-lirico, o la sperimentale-sperimentale. Ma ciò è frutto sia di inevitabile schematizzazione, sia di pigrizia critica.</p>
<p>3) <strong>Tutti i poeti interessanti degli ultimi trenta, quarant’anni, sono stati degli outsiders rispetto a queste due categorie (scuole, canoni, correnti?), e per altro sono tutti scomparsi. </strong>Qui Spinelli mette assieme degli autori indubitabilmente molto importanti, con storie editoriali complicate – parlo almeno per Villa e Mesa, che conosco meglio. Ma non appartegono alla medesima generazione. Si tratta per Riviello, Villa e Cagnone di autori della generazione precedente a quella dei boomers, mentre Mesa fa parte dei cosiddetti boomers. L’autore che conosco meglio è Mesa, perché eravamo amici, e non c’è dubbio che lui fosse un outsider, ma nel senso sociologico del termine. Sul piano della parabola biografica, Mesa, di origini popolari e senza titoli di studio universitari, è stato un puro autodidatta. Inoltre, è vero anche che, pur essendo ben riconducibile all’area sperimentale, aveva una naturale diffidenza per le scuole e i gruppi costituiti, fattore, ad esempio, che lo ha tenuto lontano dal gruppo 93, nonostante le tante prossimità “ideologiche” e di amicizia.</p>
<p>Facciamo ora un bilancio, che vorrei intitolare:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Consiglio a un* giovane poeta</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, conﬁgurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso).</p>
<p style="text-align: right;">Nanni Cagnone, <em>Sans gêne</em></p>
<p>Siamo grati a Spinelli per l’omaggio realizzato a un poeta davvero “inclassificabile” come Nanni Cagnone, scomparso lo scorso aprile. E ne approfitto per segnalare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/28/da-sans-gene/">un post</a> che avevo dedicato a uno dei suoi ultimi libri proprio su Nazione Indiana. (Ero in contatto con lui, ma non conoscevo le sue condizioni di salute.) Cagnone possiamo considerarlo un maestro in effetti, un maestro discreto, perché oggi l’arte di scrivere – che è anche un&#8217;arte di pensare, e di vivere – non si può “trasmettere” che nella penombra. Le battaglie ideologiche importanti si possono, e per certi versi si devono fare in piena luce. Nel caso dell’arte, le cose funzionano diversamente. E chi pensa che &#8220;nella penombra” stia a indicare una postura elitaria, è davvero ottuso o ben farcito ormai dall’ideologia dominante. La penombra di cui parlo ha molto a che fare con<a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/07/06/da-en-exergue-in-esergo/"> la “granularità”, come la intende il poeta statunitense Guy Bennett</a>, ma come in fondo la intendono tutti coloro che hanno una frequentazione sufficientemente lunga e tenace con il fatto letterario (il leggere e lo scrivere). In un’epoca come la nostra, dove l’azione di comunicare è inglobata capillarmente dal mercato, e subisce quindi inevitabili processi di standardizzazione o di rarefazione “lussuosa” a seconda dei casi, la trasmissione dell’arte (di <em>leggere</em> – lo ribadisco – e di scrivere) avviene per itinerari singolari, <em>granulari</em>, individuo per individuo.</p>
<p>Ora, a differenza però dalla lamentazione che Spinelli ha finito per infilare nel suo sacrosanto omaggio a Cagnone, io avrei da dire questo:<strong> considerate la poesia, oggi, come un genere fantasma</strong>, dall’esistenza incerta. È incerto che la poesia esista, è incerto che esista chi la legga, ed è incerto che esista chi la produca. Eppure un amico poeta e documentarista ha fatto ieri una battuta: “quand tout fout le camp comme aujourd’hui, la seule chose qui monte c’est la poésie” / quando tutto va in malora come oggi, la sola cosa che cresca è la poesia. L’ho già ripetuto in varie occasioni: i poeti e le poete palestinesi lo insegnano. In un territorio reso fantasma, e popolato di fantasmi assassinati, scrivere mantiene paradossalmente la tenacia indistruttibile di un’apparizione ossessionante, che sembra, nella sua condizione ectoplasmatica, incapace di modificare qualcosa nella realtà, eppure costringe gli esseri reali a sollevare il capo e a guardarla. Ma come: è ancora qui? Una voce (singola o collettiva) ancora perdura? Un discorso che ha la singolarità di un volto? Ma come! La distruzione armata non ha cancellato tutte le condizioni organiche e simboliche della sua esistenza?</p>
<p>E nel nostro caso, nel caso del tempo di &#8220;relativa pace&#8221; capitalista, si dirà: Ma come! Malgrado la realtà del mercato e delle supertecnologie, la si incrocia di tanto in tanto questa cosa poco vendibile, poco funzionale, poco spettacolare? Certo, si cercherà di imbarcarla, di darle un abitìno all&#8217;ultimo grido, per mostrare che anche lei tiene il passo coi tempi, ecc. Ma la forza degli spettri nasce dalla loro dissociazione temporale, dalla loro non contemporaneità. Abitìno all&#8217;ultimo grido o meno, se c&#8217;è una potenza della poesia, essa passa per qualcosa di meno vistoso, ma più imprevedibile, più carico di sorprese.</p>
<p>È del tutto comprensibile che, ad ogni nuova generazione, qualcuno si avvicini alla poesia spinto da desideri contraddittori: brillare, lasciare una traccia, imparare un’arte, emanciparsi da una certa eredità culturale, ecc. Ed è comprensibile, rendersi conto un giorno che l’arte del leggere e dello scrivere “poesia” (e forme affini) non soddisferà alcuni di questi desideri. Ed è questo un buon motivo per dedicarsi ad altro, ma non c’è bisogno per questo di rinnegare quella pur discreta, ectoplasmatica, esistenza, trascinando nel proprio disincanto e nella propria rinuncia tutti i propri coetanei, un’intera generazione di poeti e poete. Chi sceglie questa forma di comunicazione oggi, e chi la sceglie attraverso la tortuosità e difficoltà dell’arte, sarà confrontato a varie ingratitudini e frustrazioni. Ma anche a qualche tesoro fiabesco. A patto però di accettare i limiti e la forza del genere fantasma. In un mondo dove persino un genocidio può essere visionato, senza che questo provochi nella realtà sociale e politica grandi conseguenze, o comunque conseguenza “palpabili”, i fantasmi poetici hanno una loro forza. (Mentre scrivevo questo, da un ripiano alto della scrivania di fronte a me è precipitato un libro di Massimo Rizzante, <em>Frontiere erranti</em>, facendomi schizzar via dalla scrivania la tazza di caffè per fortuna vuota. Non aggiungo altro.) È la forza dei sinonimi che si trovano nel termine francese “hanter” e in quello inglese “haunt”. Tutto ciò ha a che fare con quello che <strong>Italo Testa</strong> ha più volte sottolineato come il potere contro-fattuale della poesia.</p>
<p>“Sono tutta la realtà, bevimi fino alla feccia”, intima lo Spirito del tempo.</p>
<p>“Non ti credo”, risponde sghignazzando o assorto su un dettaglio secondario, lo spettro poetico, <em>anteriore</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Monumento Mori. La rimozione coloniale dell&#8217;Europa.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/12/monumento-mori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 12:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[black lives matter]]></category>
		<category><![CDATA[Eurafrique]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria La Piola]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Martellozzo]]></category>
		<category><![CDATA[post colonial? alla Maison de l'histoire éuropéenne]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Francesco Forlani</b> <br />Le due anime dell'Europa, la sua evidente schizofrenia, nel pensarsi come il migliore dei mondi possibili senza al contempo rinunciare al peggiore dei modi possibili di esistere come potere economico grazie al suo passato e presente coloniale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-120898" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48.png" alt="" width="455" height="319" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48.png 715w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48-300x210.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48-599x420.png 599w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48-150x105.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48-696x488.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Capture-décran-2026-06-03-à-11.01.48-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Monumento Mori</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: left;">Mentre camminavamo per le strade del quartiere europeo di Bruxelles ho chiesto al mio amico Renzo dove potessi comprare delle sigarette. Lui mi ha indicato un negozietto poco distante da noi e promettendogli che avrei fatto in fretta mi sono involato verso la mia quotidiana dose di Tabacco. Il fatto è che nulla lasciava intendere all&#8217;avventore che vi si vendessero le adorate Lucky Strike nè tanto meno le altre marche. Non v&#8217;era nulla che ricordasse anche lontanamente la tradizionale carotte rouge, insegna dei <em>bureaux de tabac parisiens</em>. <span class="x193iq5w xeuugli x13faqbe x1vvkbs xlh3980 xvmahel x1n0sxbx x1lliihq x1s928wv xhkezso x1gmr53x x1cpjm7i x1fgarty x1943h6x xudqn12 x3x7a5m x6prxxf xvq8zen xo1l8bm xzsf02u" dir="auto">La carota? Vi chiederete voi ed eccovi spiegato l&#8217;arcano. I primi pacchetti di sigarette, di tabacco, si ottenevano usando le foglie arrotolate e legate in modo da ottenere proprio la forma di una carota.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-120905" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.38.46.png" alt="" width="325" height="348" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.38.46.png 665w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.38.46-280x300.png 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.38.46-392x420.png 392w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.38.46-150x161.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.38.46-300x322.png 300w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" /></p>
<p>Non v&#8217;erano le carote parigine, dunque, e nemmeno i bastoni in forma di fascio delle amministrative regie insegne italiane. Ad ogni modo se da fuori nulla lasciava pensare che vi vendessero le sigarette in quel negozio, dentro andava anche peggio perché di marche e pacchetti non v&#8217;era nessun segno tangibile. Ho dovuto chiedere allora alla negoziante ed è a quel punto che il muro di pannelli dietro di lei, come certe scarpiere metalliche grigie modello Le Roi Merlin, si è aperto mostrando l&#8217;oggetto, proibito, del desiderio mio e di tanti altri, ça va sans dire. Un nascondiglio perfetto che avrebbe reso felici gli intrepidi scafisti blu, marinai e contrabbandieri che sfrecciavano negli anni Settanta e Ottanta davanti al golfo di Napoli inseguiti dai finanzieri.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55.png" alt="" width="808" height="608" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55.png 808w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-300x226.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-768x578.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-558x420.png 558w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-150x113.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-696x524.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.28.55-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 808px) 100vw, 808px" /></p>
<p>Per una sintetica ma approfondita storia del tabacco si rimanda qui alla voce <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/tabacco_(Enciclopedia-Italiana)/">Treccani </a>che ci racconta perfino l&#8217;origine della parola sigaretta: <em>Ma i Maya avvolgevano anche le foglie di tabacco nei teneri involucri delle pannocchie del mais, e le fumavano: davano a questi rotoli il nome di sicar, donde è derivata la parola &#8220;sigaro&#8221;, nome che più o meno modificato si trova in tutte le lingue europee. </em>Da non crederci. Di certo non avrei mai immaginato che quest&#8217;esperienza mattutina straniante mi avrebbe permesso di capire meglio quel che sarebbe successo nel pomeriggio</p>
<p><strong>Il fatto</strong></p>
<p>La mostra <a href="https://historia.europa.eu/fr/expositions-et-evenements/expositions-temporaires/postcolonial">Post colonial?</a> alla Maison de l&#8217;histoire éuropéenne ( curatori Kieran Burns, Ayoko Mensah, Simina Badica and Joanna Urbanek ) me l&#8217;aveva indicata la mia amica Francesca, organizzatrice della presentazione dell&#8217;Amico Spagnolo alla Piola, libreria animata da Jacopo e sodali. Tabacco e colonialismo, da sempre legati a doppio filo, corde con cui si legavano milioni di schiavi per lavorare nelle piantagioni, si presentavano a me dunque in una strana sincronicity. In questa incursione a Bruxelles la verità della storia andava cercata in un labirinto che a differenza di quelli impervi e classici della tradizione si poteva  risolvere soltanto in un modo, ovvero aprendone le pareti come la gentile e sorridente tabaccaia aveva fatto con me in mattinata. In altre parole solo frugando tra i <em>rimossi</em> riposti nei cassettoni dell&#8217;inconscio collettivo di un continente poco kantiano nei fatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120907" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.41.14.png" alt="" width="748" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.41.14.png 748w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.41.14-300x199.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.41.14-633x420.png 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.41.14-150x99.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-03-à-11.41.14-696x462.png 696w" sizes="(max-width: 748px) 100vw, 748px" /></p>
<p>Ci sono stato dunque con Remie, amica parigina originaria della Martinica, che mi ha fatto da guida in quella cartografia del dolore, senza perdere quella leggerezza caraibica che attraversa le storie danzando. Era impossibile non ritrovarsi in ceppi davanti a ognuna di quelle isole documentarie, prigionieri di un passato in cui l&#8217;essere bianchi o neri di pelle non è un dettaglio ma l&#8217;interstizio, la ferita senza cicatrice e insieme spiraglio di luce di fronte a un arcipelago di rimozioni. Due sono state le storie che mi hanno particolarmente colpito e per ragioni differenti. La prima sulla questione dei monumenti da abbattere o imbrattare in nome di una riscrittura della storia da parte dei vinti,come nel movimento <a href="https://anthropoliteia.net/category/pedagogy/black-lives-matter-syllabus-project/">Black lives matter</a>  e la seconda sul progetto <a href="https://www.contretemps.eu/union-europeenne-projet-colonial-eurafrique/">Eurafrique  </a>che pochi conoscono- io per esempio ne ignoravo totalmente la portata &#8211; ovvero la matrice coloniale come fondamento dell&#8217;origine della Storia dell&#8217;Unione Europea.</p>
<p><strong>La rimozione</strong></p>
<p>C&#8217;è <a href="https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/quando-cadono-le-statue-memorie-contestate-e-counter-heritage-nelle-proteste-di-black-lives-matter/">un articolo</a> di Nicola Martellozzo, pubblicato in <em>Dialoghi Mediterranei n. 45, settembre 2020,</em> che si interroga a mio avviso in modo molto esaustivo sulla questione dell&#8217;anti monumentalismo. Particolarmente felice per esempio la distinzione che lo studioso riprende  tra memoria storica e patrimonio:<em> Occorre fare una netta distinzione tra la Storia, intesa come tentativo sistematico di descrizione del passato, e patrimonio, come assemblaggio contemporaneo ottenuto dalla Storia attraverso processi selettivi e interpretativi che chiamano in causa la memoria pubblica</em> ( Kisić, Višnja, 2016, <i>Governing Heritage Dissonance</i>, Amsterdam: European Cultural Foundation). Mentre osservavo la galleria fotografica dei monumenti imbrattati, sbullonati, decapitati dai collettivi della Counterculture, ho tentato di mettere ordine nelle esperienze e nella memoria legata ai monumenti.  Particolarmente al modo in cui il popolo, la gente, le persone potevano difendersene attraverso operazioni situazioniste di <em>détournement,</em> come il famoso e delicato storytelling popolare dei re immortalati davanti al Palazzo Reale di Napoli.</p>
<figure id="attachment_121008" aria-describedby="caption-attachment-121008" style="width: 759px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121008" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-11.55.05.png" alt="" width="759" height="277" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-11.55.05.png 759w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-11.55.05-300x109.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-11.55.05-150x55.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-11.55.05-696x254.png 696w" sizes="(max-width: 759px) 100vw, 759px" /><figcaption id="caption-attachment-121008" class="wp-caption-text">Chi ha fatto pipì per terra?”        “Io non ne so niente”          “Sono stato io, e allora?”     Sguainando la spada: “Eviriamolo!”</figcaption></figure>
<p>Ne esistono centinaia, forse migliaia di azioni collettive di &#8220;trasformazione&#8221; del messaggio dotati della stessa capacità dissacratoria dell&#8217;imperdibile e ben più hard intervento commesso  sul Monumento dell’Armata rossa a Sofia, 18 giugno 2011. L’iscrizione significa: «al passo con i tempi» [foto Ignat Ignev &#8211; CC-BY-SA 3.0].</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30.png" alt="" width="968" height="527" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30.png 968w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30-300x163.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30-768x418.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30-771x420.png 771w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30-150x82.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.08.30-696x379.png 696w" sizes="(max-width: 968px) 100vw, 968px" /></p>
<p>Propongo questo esempio perché utilizzato in un altro interessante articolo di Elena Pirazzoli, <a href="http://Sul piedistallo della storia. Statue innalzate, contestate, difese e demolite dalla Rivoluzione francese a oggi">Sul piedistallo della storia. Statue innalzate, contestate, difese e demolite dalla Rivoluzione francese a oggi</a>. Nel saggio si fa riferimento, tra i molti autori citati, a colui che credo abbia rivoluzionato più di tutti il rapporto alla grandeur, attraverso l&#8217;invincibile arma dell&#8217;humour romanesque: Robert Musil.</p>
<p>A proposito dei monumenti ci offre forse la migliore via d&#8217;uscita al dilemma su cosa fare dei monumenti indegni ma ancor di più di quelli degnissimi:</p>
<p><em>[&#8230;] la cosa più strana dei monumenti è che non si notano affatto. Nulla al mondo è più invisibile. Non c’è dubbio tuttavia che essi sono fatti per essere visti, anzi, per attirare l’attenzione; ma nello stesso tempo hanno qualcosa che li rende, per così dire, impermeabili, e l’attenzione vi scorre sopra come le gocce d’acqua su un indumento impregnato d’olio, senza arrestarvisi un istante.</em></p>
<p>Robert Musil, <em>Monumenti, </em>1927</p>
<p>Non occorre dimenticare i monumenti, ci suggerisce l&#8217;autore dell&#8217;<em>Uomo senza qualità</em>, perché di fatto i monumenti sono fatti proprio per non ricordarsene. La mia proposta, da questo punto di vista potrebbe allora essere di eliminarli tutti preservandone però il basamento, come nella splendida maglietta di Banksy creata in difesa dei quattro attivisti che avevano sbullonato la statua del celebre mercante di schiavi Edward Colston durante il <a href="https://www.cnn.com/style/article/uk-statues-protest-movement-scli-intl-gbr/index.html" target="_blank" rel="noopener">Black Lives Matter protests</a> nel 2020, maglietta esposta nella mostra, lasciando all&#8217;immaginazione di tutti di posarvi chiunque ai suoi occhi meriterebbe tale riconoscimento. Accompagnato dalla dicitura: è fortemente raccomandato di non posare sul piedistallo per evitare deiezioni di piccioni.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121010" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.33.12.png" alt="" width="653" height="655" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.33.12.png 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.33.12-300x301.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.33.12-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-05-à-12.33.12-419x420.png 419w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></p>
<p><strong>Europei, brava gente. La ligne claire.</strong></p>
<p>Ed eccoci al secondo punto, forse più importante o quantomeno sorprendente di questa mia incredibile <em>histoire belge</em>. Lo farò partendo da Hérgé ovvero Georges Rémi che pare si vantasse di essere insieme a Simenon il Georges più famoso in Belgio. Nella mostra <em>Postcolonial? </em>ci imbattiamo a un certo punto proprio sulle avventure di Tintin in Congo pubblicato per la prima volta nel 1931. Hergé, quasi coetaneo del creatore di Maigret, ha ventitré anni, Il Congo è stato &#8220;donato&#8221; al Belgio da Re Leopoldo II.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-121013" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3.jpg" alt="" width="447" height="591" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3.jpg 1600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-227x300.jpg 227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-774x1024.jpg 774w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-768x1016.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-1161x1536.jpg 1161w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-1549x2048.jpg 1549w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-318x420.jpg 318w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-150x198.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-300x397.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-696x920.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/couverture-tintin-au-congo_v3-1068x1412.jpg 1068w" sizes="(max-width: 447px) 100vw, 447px" /></p>
<p>In una bella intervista pubblicata su Philomag la ricercatrice <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Felwine_Sarr" target="_blank" rel="noopener">Felwine Sarr </a><a href="https://www.philomag.com/articles/comment-decoloniser-tintin-au-congo?check_logged_in=1">&#8211; Comment décoloniser Tintin au Congo </a>&#8211; prova a rispondere alla domanda dell&#8217;intervistatore che non riesce a spiegare il successo in Congo di questo album, ritirato dall&#8217;editore Casterman per molti anni a partire dagli anni sessanta e oggetto ancora oggi di accuse di razzismo. A un certo punto la mia amica Remie me lo ha perfino detto che la semplice vista della copertina in bacheca le aveva dato il voltastomaco.</p>
<p><em>È un fenomeno strano. Non credo che si possa spiegare con un ribaltamento dello stigma, in virtù del quale Tintin dovrebbe incarnare la stupidità dell&#8217;impresa coloniale. Propendo piuttosto per l&#8217;ipotesi che degli africani abbiano interiorizzato lo sguardo dell&#8217;Occidente. Al momento dell&#8217;indipendenza del Congo nel 1960, divenuto poi lo Zaire, il generale Mobutu rivendicava una politica dell&#8217;autenticità africana che camuffava a fatica la dittatura. Il che ha sicuramente contribuito a creare una coscienza divisa. Come evidenzia lo scrittore <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Albert Memmi</span></span> nel libro </em><span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Portrait du colonisé</span></span><em>, pubblicato nel 1957, il colonizzato interiorizza lo sguardo che viene posato su di lui: desidera assimilarsi, ma poiché non viene accettato, si ribella e ritorna a una originaria forma di autenticità; eppure non riesce a coincidere a pieno con la propria identità. È quindi scisso: descritto dal colono secondo il modello della mancanza e del deficit (di ragione, di tecnica, ecc.), nell&#8217;emanciparsi vuole innanzitutto rassomigliare a colui che si presenta come uno a cui non manca nulla. Ma questo non funziona: viene rigettato dall&#8217;altro. Di conseguenza, nel tentativo di ritrovare se stesso, finisce per rivestire l&#8217;identità che gli è stata assegnata dallo sguardo del colono. Questi continui andirivieni sono al cuore della coscienza postcoloniale e può aver avuto un ruolo nella ricezione positiva di Tintin au Congo in Africa. </em></p>
<p>Come dicevamo prima, <em>Le avventure di Tintin in Congo </em>sono contemporanee alla cessione di un territorio ottanta volte più grande del Belgio e soprattutto al periodo di più grande violenza di matrice coloniale. Ecco perché nella mostra tra i &#8220;monumenti&#8221; molestati e imbrattati con la vernice rossa vi è anche quello del regnante belga.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121014" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06.png" alt="" width="1117" height="753" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06.png 1117w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-300x202.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-1024x690.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-768x518.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-623x420.png 623w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-150x101.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-696x469.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-12.46.06-1068x720.png 1068w" sizes="(max-width: 1117px) 100vw, 1117px" /></p>
<p>Quel che rimane confuso nella percezione che abbiamo di noi, italiani, a questo punto europei brava gente, non ha ragione di esserlo di fronte alle prove fattuali e storiche di violenza disumana perpetrata dai nostri concittadini, compatrioti, familiari in molti casi, sulle popolazioni di Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia dal 1882 al 1960, peraltro evocate nella mostra in questione.</p>
<p><em>La ligne est claire</em>, verrebbe da dire con una piccola allusione allo stile di Hergé, molto amato da Simenon. E la linea era non solo profondamente chiara per i paesi europei coinvolti nella fondazione dell&#8217;Europa, ma potremmo dire fondante del potere economico che voleva darsi. <a href="https://www.contretemps.eu/union-europeenne-projet-colonial-eurafrique/"><em>L’Union européenne fut aussi un projet colonial </em></a>è il titolo di un dossier curato da <a href="https://www.contretemps.eu/author/peo-hansen/">Peo Hansen</a> e <a href="https://www.contretemps.eu/author/stefan-jonsson/">Stefan Jonsson</a> per Contretemps.</p>
<p>Si tratta in realtà del capitolo introduttivo al volume <a href="https://www.editionsladecouverte.fr/eurafrique-9782348055560">Eurafrique </a>pubblicato dalle éditions de la découverte ( sarebbe importante che un editore italiano trovasse il coraggio di tradurlo e pubblicarlo anche da noi) e credo che bastino questi passaggi a comprendere la portata di una scoperta, personale, da non addetto ai lavori a dir poco sconvolgente almeno per due ragioni. La prima perché ci fa capire meglio le due anime dell&#8217;Europa, la sua evidente schizofrenia, nel pensarsi come il migliore dei mondi possibili senza al contempo rinunciare al peggiore dei modi possibili di esistere, grazie al suo potere coloniale, per rendere chiara e credibile la terza via in quel mondo del dopoguerra ormai dominato dai due blocchi, americano e sovietico. Tale schizofrenia è ravvisabile anche in questa opera meritoria, l&#8217;ideazione di una mostra del genere nel cuore dell&#8217;Unione Europea, ovvero nell&#8217;istituzione che ne custodisce la memoria e la storia. La seconda ben più preoccupante è il disegno che si sta sempre più delineando di una rinnovata alleanza, postcoloniale, per rispondere alla drammatica questione di grande attualità di accesso alle risorse energetiche e alle materie prime indispensabili per queta nuova era tecnologica, senza dover per forza ricorrere alle altre potenze economiche, a Russia, India, Cina e Stati Uniti. In poche parole liberarci dagli uni per sottomettere gli altri, ovvero il continente africano. Seguono alcuni passaggi a mio avviso estremamente illuminanti, rivelatori di qualcosa che non va mostrato, tenuto lontano dagli occhi e del cuore, come pacchetti di sigarette che senbrano preoccupare più i non fumatori dei fumatori, e infatti me ne accendo una, a questo punto.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-121016" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560.jpg" alt="" width="511" height="833" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-184x300.jpg 184w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-628x1024.jpg 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-768x1252.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-258x420.jpg 258w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-150x245.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-300x489.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9782348055560-696x1134.jpg 696w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></p>
<p><strong>Brani tratti dall&#8217;introduzione al volume Eurafrique ( edizione francese)</strong></p>
<p>(&#8230;)Non deve affatto sorprenderci il fatto che la versione ufficiale della storia dell&#8217;Unione europea promossa da Bruxelles insista sul consenso popolare che avrebbe accompagnato la sua fondazione all&#8217;indomani della Seconda guerra mondiale, periodo durante il quale i leader politici avrebbero cercato, attraverso l&#8217;integrazione europea, di favorire la pace e la cooperazione per così superare le rivalità nazionaliste e le aspirazioni imperialiste. Il che emerge chiaramente dalla promozione, da parte della Commissione Europea, di diverse narrazioni relative alle tappe storiche della costruzione europea, ai padri fondatori e ad altre storiche figure retoriche, tutte destinate a offrire ai cittadini europei di oggi l&#8217;immagine di un&#8217;organizzazione impegnata in una nobile causa e con il solo fine storico di provvedere al bene comune. Una tale strategia è risultata particolarmente evidente durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell&#8217;UE  nel 2007. L&#8217;assegnazione del Premio Nobel per la Pace all&#8217;Unione europea nel 2012 non ha fatto altro che rafforzare ulteriormente tale immagine.</p>
<p>(&#8230;)Lo storico <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Mark Gilbert</span></span> solleva una questione importante quando propone l&#8217;idea che gli Studi europei (<em data-start="1270" data-end="1288">European Studies</em>) non sono ancora riusciti a liberarsi da una visione finto ingenua della storia del proprio tema. Troppo spesso, infatti, gli studi europei assumono come principio il fatto che l&#8217;integrazione europea sia un fenomeno dettato da uno spirito e da una teleologia progressisti, proprio come in passato gli intellettuali nazionalisti  si rifiutavano di osservare con uno sguardo critico le origini storiche dei progetti nazionali. La sostituzione del mito alla storia è pericolosa. Si insegna a studenti e al grande pubblico a considerare il progetto europeo in una maniera che, in realtà, è ben poco «europea», se lo si separa da una delle poste in gioco più importanti della storia europea: il progetto imperialista.</p>
<p data-start="2007" data-end="2412">(&#8230;) Nello specifico, intendiamo mettere in luce un progetto politico e una costellazione geopolitica troppo a lungo dimenticati, o rimossi, che ci sembrano indispensabili per comprendere a fondo la storia dell&#8217;integrazione europea e le storie intrecciate di Africa e Europa nel XX secolo. Questa costellazione portava il nome di <strong data-start="2347" data-end="2360">Eurafrica</strong>, ed è questa la storia che ci accingiamo a raccontare.</p>
<p data-start="2414" data-end="3001">Mostreremo come l&#8217;Eurafrica, pur passando dallo status di rappresentazione geopolitica dai tratti utopistici negli anni Venti a quello di <em>realpolitic</em> negli anni Cinquanta, sia sempre stata il luogo per eccellenza in cui l&#8217;interesse per l&#8217;integrazione europea coincideva con le ambizioni colonialiste. Secondo il principio dell&#8217;Eurafrica, l&#8217;integrazione europea poteva realizzarsi soltanto attraverso uno sfruttamento coordinato dell&#8217;Africa, e l&#8217;Africa poteva essere sfruttata efficacemente solo se gli Stati europei avessero cooperato unendo le loro competenze economiche e politiche.</p>
<p>(&#8230;)Vedremo come l&#8217;Eurafrica abbia assunto una forma politica concreta con la fondazione, nel 1957, della <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Comunità Economica Europea</span></span> (CEE), antenata dell&#8217;attuale <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Unione Europea</span></span>. Al momento della sua creazione, la CEE comprendeva non soltanto Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Ovest, ma anche i principali possedimenti coloniali dei suoi Stati membri. Nel linguaggio ufficiale, questi ultimi erano designati come «Paesi e territori d&#8217;oltremare» (PTOM) e comprendevano principalmente il <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Congo Belga</span></span>, l&#8217;<span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Africa Occidentale Francese</span></span> (AOF) e l&#8217;<span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Africa Equatoriale Francese</span></span> (AEF). L&#8217;<span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Algeria</span></span>, che allora faceva parte integrante della Francia metropolitana in quanto insieme di dipartimenti, era ufficialmente integrata nella CEE, pur restando esclusa da alcune clausole del trattato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121017" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/hansen-jonsson.png" alt="" width="570" height="458" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/hansen-jonsson.png 570w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/hansen-jonsson-300x241.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/hansen-jonsson-523x420.png 523w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/hansen-jonsson-150x121.png 150w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></p>
<p data-start="3923" data-end="4540">(&#8230;) «Verso l&#8217;Eurafrica», si poteva leggere in prima pagina sul quotidiano <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Le Monde</span></span> il 21 febbraio 1957, il giorno successivo alla conclusione con successo dei negoziati preliminari al <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Trattato di Roma</span></span> da parte dei sei leader europei. Pochi giorni dopo, il presidente del Consiglio francese <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Guy Mollet</span></span> scese dal suo aereo a Washington per incontrare il presidente americano <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Dwight D. Eisenhower</span></span> e annunciargli che non solo gli europei avevano deciso di unirsi, ma che era nata anche «un&#8217;unione ancora più grande: l&#8217;Eurafrica».</p>
<p data-start="4542" data-end="5279">(&#8230;)«All&#8217;epoca nessuno chiese il loro parere sulla questione, perché non disponevano di una voce autonoma», scriveva nel 1962 Schofield Coryell sulle pagine della rivista <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Africa Today</span></span>. Tuttavia prevalse la maggioranza europea, sotto l&#8217;impulso di convinti sostenitori dell&#8217;Eurafrica come il capo del governo francese Guy Mollet, il ministro degli Esteri belga <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Paul-Henri Spaak</span></span> e il cancelliere della Germania Ovest <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Konrad Adenauer</span></span>. La nuovissima CEE venne così istituita nella forma di ciò che la rivista <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Business Week</span></span> definì, in un reportage pubblicato dopo le cerimonie della firma del trattato a Roma, «un New Deal per il continente nero».</p>
<p data-start="5281" data-end="5855">In altre parole, l&#8217;immagine che l&#8217;Europa offre di se stessa e le narrazioni che produce riguardo al proprio rapporto con l&#8217;Africa si incrinano non appena vengono messe a confronto con gli archivi storici. Questi ultimi, ricchi di una documentazione esplicita e eloquente, delineano infatti la storia di un soggetto europeo che, preoccupato per la propria futura sostenibilità economica e geopolitica, si rivolge all&#8217;oggetto africano per ritrovare nuova vitalità. Come osservava un analista nel 1955, due anni prima della creazione della CEE: «È in Africa che l&#8217;Europa si farà».</p>
<p data-start="5857" data-end="6307">(&#8230;) Il capitolo 3 si apre con il rilancio dell&#8217;integrazione europea avviato dalla <span class="hover:entity-accent entity-underline inline cursor-pointer align-baseline"><span class="whitespace-normal">Conferenza di Messina</span></span> del 1955, che conduce due anni più tardi alla creazione della Comunità Economica Europea e alla concretizzazione dell&#8217;Eurafrica attraverso l&#8217;associazione al mercato comune dei territori coloniali degli Stati membri. L&#8217;analisi si conclude con la realizzazione del regime associativo eurafricano sancita dal Trattato di Roma del 1957.</p>
<p data-start="5857" data-end="6307">Tornando in serata dal mio amico Renzo, ho esitato per un attimo davanti alla sua bellissima casa. Come in un quadro di Magritte, ho pensato. La realtà oltre ogni principio di realtà. Ci sono radici nascoste come pacchetti di sigarette, di alberi che sovrastano le case in cui abitano i sogni.</p>
<p data-start="5857" data-end="6307"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121020" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-00.47.26.png" alt="" width="498" height="458" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-00.47.26.png 498w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-00.47.26-300x276.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-00.47.26-457x420.png 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-06-04-à-00.47.26-150x138.png 150w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nichilismo quotidiano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/04/nichilismo-quotidiano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 05:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Agnoletti</strong> <br /> Sospetto che lo stesso stia avvenendo in molte città d’Italia, grandi e piccole. Chissà, forse accade in ogni città del mondo. Ho tentato di abbozzare una protesta. Il dirigente scolastico allora mi ha detto che gli alberi erano “pericolosi”. Solo una parola, “pericolosi”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Agnoletti</strong></p>
<p></p>
<p>Maggio 2025</p>
<p>La guida che accompagna le scolaresche durante le escursioni è ormai vicina alla pensione. Però racconta ancora le favole ai bambini per sensibilizzarli ai problemi ambientali; coi ragazzi più grandi, invece, si dilunga sui dettagli geologici della regione. Ma è molto più cupo rispetto all’ultima volta. Durante una pausa, mi parla del suo passato di attivista. Racconta le proteste contro il nucleare, le battaglie per ripulire l’acqua del fiume, per tutelare il paesaggio. “L’ambiente ormai si difende solo a parole, ma in realtà non gliene frega più niente a nessuno. E adesso siamo tornati a parlare di armi, di nucleare. E io…” – conclude quasi con imbarazzo – “Anch’io non ci credo più. Se si vogliono distruggere, non ci posso fare nulla. Sono passato dall’attivismo di quando avevo vent’anni al nichilismo di oggi”.</p>
<p></p>
<p>Settembre 2025</p>
<p>Davanti alla scuola c’era una lunga fila di altissimi tigli. Un giorno, senza alcun preavviso, il comune ha iniziato ad abbattere gli alberi. In classe, il rombo delle seghe elettriche si è udito per giorni. I bambini all’inizio ridevano, eccitati. Poi si sono abituati.</p>
<p>Uscendo dalla scuola, ho chiesto a uno degli uomini che portavano via i tronchi quanti anni avessero gli alberi. Non ha saputo rispondermi.</p>
<p>Sospetto che lo stesso stia avvenendo in molte città d’Italia, grandi e piccole. Chissà, forse accade in ogni città del mondo. Ho tentato di abbozzare una protesta. Il dirigente scolastico allora mi ha detto che gli alberi erano “pericolosi”. Solo una parola, “pericolosi”. Ho osservato a lungo la catasta di tronchi recisi. Enormi, bianchi, perfetti.</p>
<p>Credevo che gli abitanti avrebbero protestato. Nulla, non una parola.</p>
<p>Ho provato a parlarne in classe. Niente, l’argomento non interessa quasi a nessuno. Solo una bambina, su ventuno alunni, si è mostrata sensibile.</p>
<p>Eppure i bambini sono abituati a discutere di tematiche ambientali. Due volte l’anno il comune organizza un gioco per convincere gli alunni a venire a scuola a piedi. Anche la letteratura per l’infanzia parla spesso di ambiente: quest’anno in classe abbiamo letto un libro piuttosto noto, che racconta la storia di un gruppo di bambini che si attiva per impedire l’abbattimento dell’albero davanti alla scuola.</p>
<p>Allora, perché nessuno si scandalizza, nessuno alza la testa, nessuno sembra notare che gli alberi non ci sono più?</p>
<p>Poi ho capito. Ho capito che stiamo abituando i bambini all’ipocrisia, e che la cappa di indifferenza che ci circonda li riguarda più di noi adulti.</p>
<p>Un’associazione locale che si occupa di tutela ambientale mi ha confermato che lo stesso sta accadendo un po’ ovunque. A parole, gli alberi ad alto fusto dovrebbero essere tutelati. Ma nei fatti prevalgono le esigenze legate alle nuove tecnologie, quelle della mobilità urbana e soprattutto la volontà di eliminare ogni rischio dovuto a cadute accidentali o fisiologiche.</p>
<p>Qualche tempo dopo ho saputo che la scuola, rappresentanti dei genitori e docenti, aveva richiesto l’abbattimento anche dei pochi alberi residui.</p>
<p>Per ragioni di sicurezza.</p>
<p>Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>– Bambini, il Neolitico è passato da un pezzo! Capito? Gli uomini primitivi credevano agli spiriti e agli dèi perché non avevano la scienza. Noi invece la scienza ce l’abbiamo, eccome! La realtà è fredda e dura come il marmo. Non c’è nessun altrove, nessuno! C’è la vostra esistenza, che un filosofo importante ha chiamato “nuda”, sapete perché? No, non ridete. Non perché si è tolta le mutandine. La nostra vita è nuda perché non ha alcun senso, oltre il mero… cioè <em>oltre il solo sopravvivere</em>.</p>
<p>Un bambino si agita sulla sedia.</p>
<p>– Martino…?</p>
<p>– E Dio? Mia nonna va in chiesa tutte le settimane.</p>
<p>– Che bello! Che grande consolazione, per chi ci crede!</p>
<p>– Uhm… ma insomma… ma allora che viviamo a fare?</p>
<p>– Ma che domanda da bambino triste, Martino! Ma se la vita è bellissima! Pensa a tutte le scoperte che hanno fatto le scienziate e gli scienziati! Pensa alle poetesse e ai poeti che hanno scritto i libri, alle politiche e ai politici che hanno cambiato il mondo! Tu non vuoi fare queste cose?</p>
<p>– Uhm… sì, credo di sì.</p>
<p>– E cosa vorresti fare?</p>
<p>– Mah… forse… l’astronomo.</p>
<p>– Allora, vedi che vuoi vivere! E quindi d’ora in poi cerca di non stare sempre col naso per aria e comincia ad impegnarti, perché ce la puoi fare! Devi mettercela tutta per <em>realizzare il tuo grande sogno!</em></p>
<p>Se la società della prestazione tardo-moderna riduce noi tutti alla nuda vita, allora non solo gli uomini ai margini della società o nello stato di eccezione, dunque non solo gli esclusi, ma tutti noi siamo – senza eccezioni – <em>homines sacri</em>. In questo senso, però, gli <em>homines sacri</em> hanno la particolarità di non essere assolutamente uccidibili, bensì assolutamente inuccidibili. Essi sono, per così dire, dei morti viventi (<em>Untoten</em>).<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a></p>
<p></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giorgio Agamben, <em>La nuda vita e il vaccino</em>, 16 aprile 2021: <a href="https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-nuda-vita-e-il-vaccino">https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-nuda-vita-e-il-vaccino</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> B.-C. Han, <em>La società della stanchezza</em>, nottetempo, Roma 2012 pp. 33-4.</p>


<p></p>
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		<title>«Bisogna riscrivere i classici?»: dèmoni e fate della riscrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> «Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia? Eppure questa non è la versione originale della fiaba, bensì un piccolo esempio delle infinite vite della riscrittura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><figure id="attachment_120663" aria-describedby="caption-attachment-120663" style="width: 1276px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120663" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32.png" alt="" width="1276" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32.png 1276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-300x101.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1024x344.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-768x258.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1249x420.png 1249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-150x50.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-696x234.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1068x359.png 1068w" sizes="(max-width: 1276px) 100vw, 1276px" /><figcaption id="caption-attachment-120663" class="wp-caption-text">Untitled (Roses), 2008. ©Cy Twombly Foundation, Photo: Elisabeth Greil, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Museum Brandhorst, Munich</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia o antipatica? La fiaba appartiene da sempre al nostro immaginario, strettamente collegata allo schema di un rapporto governato dall’invidia, in cui un’adulta non riesce a sopportare di essere meno bella di una bambina dalla pelle candida. Che choc psicologico, dunque, scoprire che, nella prima versione dei fratelli Grimm (1812), la donna non è la matrigna di Biancaneve, bensì la madre. Funesto è stato per lei il desiderio di avere una figlia «bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano», perché da quel momento, alla domanda «Specchio mio che stai sul muro/sono io la più bella, è sicuro?», lo specchio non farà che rispondere: «Regina signora, siete la più bella in questa stanza/ma Biancaneve vi supera a oltranza!»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Divorata dalla gelosia, la madre tesse varie trame infanticide. Probabilmente troppo «estrema», la stesura originale sarà modificata dagli autori già nell’edizione del 1819, trasformando il personaggio crudele da madre in matrigna, così da rendere il suo odio più “moralmente sostenibile”. Eppure è questa narrazione «aggiornata», modificata, che – almeno per il momento – è passata alla storia, influenzandone la ricezione, generando <em>topoi</em> e finanche clichés linguistici.</p>
<p>È un piccolo esempio dei tanti percorsi della riscrittura: chi fruisce di narrazioni vive immerso in una costellazione di versioni diverse, edizioni scorciate o modificate, traduzioni più o meno infedeli, interpretazioni radicali, che si sovrappongono, sostituiscono o coesistono in un movimento incessante e in buona parte imprevedibile, dimostrando, come diceva Borges, che «il concetto di testo definitivo appartiene soltanto alla religione o alla stanchezza»; e, si sa, Borges ha quasi sempre ragione.</p>
<p>La questione della riscrittura è tornata alla ribalta del dibattito contemporaneo per via del caso Roald Dahl, scoppiato nel 2023 a seguito della decisione, da parte della Puffin Books, di proporre delle edizioni dei suoi libri purgate del lessico suscettibile di urtare la sensibilità del pubblico per motivi di ordine razziale, sessuale o legati alla rappresentazione del corpo. Se ne è molto discusso e nell’arco dell’ultimo anno sono apparsi in Francia due libri che esplorano gli universi delle riscritture.</p>
<p>Il primo è un volumetto tascabile della storica Laure Murat, intitolato <em>Toutes les époques sont dégueulasses </em>(Verdier 2025): distinguendo la «réécriture» (riscrittura creativa, a fini artistici: un esempio su tutti, la <em>Phèdre </em>di Racine, che riprende il mito greco per trasformarlo in una delle opere più belle della letteratura francese) dalla «récriture» (il rimaneggiamento di un testo per ragioni morali o comunque non estetiche: il caso Dahl, appunto), l’autrice sottolinea come la seconda sia quasi sempre dovuta a esigenze di mercato e, proponendo una casistica editoriale varia, evidenzia anche il ruolo politico-culturale importante che hanno e avranno le case editrici negli anni a venire: decidere quali pratiche adottare e quali non (vale, peraltro, anche per l&#8217;uso delle IA). Per Murat, contestualizzare (attraverso paratesti, prefazioni, postfazioni, ecc.) e problematizzare (ad esempio a lezione, ampliando lo spettro di letture somministrate) i classici che possono urtare la sensibilità degli studenti è senz’altro una via percorribile, tenendo a mente che la portata delle «récritures», cioè delle riscritture a fini non estetici, è sì da tenere sott’occhio, ma non va confusa col nemico vero e proprio, che è altro ed è rappresentato dalla censura – termine del quale a suo avviso si abusa in tempi di guerre culturali. «Al XXI secolo tocca raccogliere la sfida di questo conflitto fra arte e morale. E questo non può avvenire falsificando le opere, cioè mettendo la polvere sotto al tappeto, ma dando prova di lucidità rispetto al canone, di coraggio intellettuale e, soprattutto, di creatività». Una creatività che può consistere nel trovare nuove maniere di dialogare con testi problematici, come ha fatto Percival Everett con <em>James</em>, in cui ripercorre <em>Le avventure di Huckleberry Finn </em>di Mark Twain dal punto di vista dello schiavo Jim. In occasione di un incontro svoltosi all’università Sciences Po di Parigi lo scorso gennaio, Murat, che è autrice di un precedente saggio sulla Cancel Culture intitolato <em>Qui annule quoi? </em>(Seuil 2022), ha evocato l’idea di interagire col passato coloniale non cancellandone le tracce, ma rispondendovi, come è stato fatto ad esempio a Nancy, dove, piuttosto che abbattere la statua del sergente Blandan, figura chiave della colonizzazione in Algeria, è stato commissionato un «contro-monumento», la <em>Table de désorientation</em>, che ora fronteggia e mette in discussione il monumento precedente. Insomma, nelle sue parole, «eliminare ciò che oggi disturba perché lo si ritiene offensivo significa privare gli oppressi della loro oppressione».</p>
<p><em>Toutes les époques sont dégueulasses</em> mira a distinguere le pratiche di riscrittura, a osservarle caso per caso – ce lo insegna, del resto, l’infinita pratica di riscrittura che è la traduzione, un campo nel quale la frase mantra è «dipende dal contesto»; è un saggio breve che si prefigge di discernere gli scopi puramente commerciali di alcune riscritture, dietro le quali può annidarsi una strumentalizzazione di pur sacrosante rivendicazioni identitarie.</p>
<p>Se Murat invita dunque a non polarizzare il discorso, a uscire dallo schema pro/contro la riscrittura, il recente libro di Tiphaine Samoyault, <em>Toutes sortes de Misérables </em>(Seuil 2026), va oltre e spariglia le carte, facendo esplodere lo stesso concetto di riscrittura in una miriade di frammenti che tutti attraversano la galassia letteraria. Pur ammettendo che il neoliberismo si traduca anche in una pluralità di versioni pensate <em>ad hoc</em> per un certo mercato, l’autrice evidenzia come il movimento della riscrittura abbia una portata molto più ampia: considerarne le diverse declinazioni significa ragionare sulle dinamiche arborescenti e complesse della «repubblica mondiale delle lettere».</p>
<p>Il punto di partenza è ancora una volta Borges: in quanto «fatto mobile», il testo è in continua evoluzione, anche il cosiddetto «testo originale». Questa idea, che presiede all’intera poetica borgesiana e si presta a proficue applicazioni nel campo traduttologico<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, va intesa non tanto alla lettera, ma piuttosto come una direzione ideale; la sua <em>mise en abyme</em> perfetta è il racconto <em>Pierre Menard, autore del Chisciotte</em>, che in <em>Dopo Babele</em> Georges Steiner definiva «probabilmente il commento più acuto e più denso che sia mai stato proposto al problema della traduzione».</p>
<p>Le opere letterarie non sono immutabili, annuncia dunque in apertura Samoyault, ma anzi, nel considerare le loro numerose evoluzioni, sembra che i classici diventino tali anche per via delle loro riscritture, che, pur nella loro diversità tipologica, l’autrice vede come «il contrario della cancellazione», perché sempre serbano memoria dell’originale e contribuiscono in qualche modo a tenerlo in vita. Possono comportare una messa in discussione dell’autorità (patriarcale, coloniale o puramente letteraria, del canone), ma si inseriscono in un movimento tutt’altro che mortifero e raccontano, semmai, una contro-storia.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Mi sono innamorata della letteratura divorando edizioni ridotte – comincia l’autrice – e non permetterò a nessuno di dire che quella non era la vera vita […]. È proprio per aver letto <em>I Miserabili </em>in una versione per ragazzi che poi l’ho letto e riletto in edizione integrale. È un libro che ho amato fin dal primo momento, e fin dal primo momento leggerlo ha rappresentato per me un’esperienza.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
</blockquote>
<p>I primi due capitoli, che costituiscono una sorta di preludio al saggio, sono dedicati al racconto di tre diverse letture di questo stesso romanzo, senza mai trascurare la «lettre du texte», cioè sempre immergendosi nell’analisi di estratti puntuali del testo nelle varie edizioni. Nel primo capitolo vengono ripercorse le «mille e uno» versioni di <em>Cosette</em>, personaggio dei <em>Miserabili </em>di Hugo, periodicamente presentato dagli editori come un romanzo autonomo: in verità si tratta di versioni abbreviate per l’infanzia, il cui close-reading non è privo di sorprese, quando ad esempio si prendono in esame le implicazioni della rimozione di un’esclamazione dalla forte impronta religiosa. Al netto dei cambiamenti effettivi operati nel testo, della sua incredibile <em>mobilità</em>, Samoyault evidenzia inoltre come, ad ogni rilettura, entri in gioco anche la soggettività di chi legge, trasformando di volta in volta l’opera in questione, perché la sensibilità e l’esperienza mutano col tempo; ci ritorno più avanti.</p>
<p>Questa concezione aperta, borgesianamente irriverente, del sistema letterario dialoga molto bene con ciò che l’autrice definisce una teoria «euforica» della traduzione, meno preoccupata cioè dal rimpianto dell’impossibile fedeltà al testo di partenza, ma piuttosto curiosa e stimolata dal rapporto che le varie traduzioni intessono fra loro; in fondo, se la traduzione <em>dipende </em>dall’originale, è pur vero che l’originale diventa tale solo nel momento in cui viene tradotto. La traduzione finisce per essere la condizione stessa dell’esistenza di un’opera, sicché «un testo dev’essere considerato come l’insieme di tutte le sue traduzioni significativamente diverse»: nel citare il poeta e traduttore Léon Robel, Samoyault compie un passo ulteriore verso un’analisi del testo, dei testi, alla luce di due sue caratteristiche fondamentali, ossia la pluralità e la capacità di cambiamento. Lo si vede nel paragrafo intitolato <em>Voyages lointains </em>e dedicato alle traduzioni di Hugo in Cina, Giappone e Russia. Un caso clamoroso è quello del componimento <em>Les pauvres gens</em>, tradotto in russo da Tolstoj, ritradotto poi in cinese e in questo paese diffuso, fino a tempi recenti, come un’opera di paternità tolstojana, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della ricezione: nondimeno, <em>Les pauvres gens </em>ha circolato anche in Cina. A cosa serve ritracciare queste traiettorie? Serve a mettere a fuoco che, se al centro del sistema letterario restano i testi, la loro permanenza nel tempo e nello spazio non dipende da una loro presunta immutabilità, da una «materia inalterabile», ma al contrario da una grande capacità di trasformazione.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ciò che definisce un classico o un autore mondiale, non meno della sua presunta atemporalità, è che si tratta di un’opera infinitamente ripresa, citata, fatta propria, modificata, in una parola, riscritta. Per cui la domanda «bisogna riscrivere i classici?» è una falsa domanda, perché i classici sono tali proprio nella misura in cui vengono costantemente riscritti.</p>
</blockquote>
<p>Dunque, più un autore è mondiale, più i suoi libri conosceranno variazioni, e viceversa. Non tutte le variazioni hanno un interesse, né sono «neutre» (così come non lo sono le traduzioni: la stessa autrice ne ha ampiamente discusso nel precedente saggio <em>Traduction et violence</em>, Seuil 2020). Tuttavia, è auspicabile vedere la moltiplicazione dei testi come un’addizione piuttosto che una sottrazione: le variazioni sarebbero così come onde collaterali, che non hanno certo la pretesa di sommergere il testo di partenza. Si può amare la letteratura alla follia nei suoi testi «originali», scrive Samoyault, ammettendo però che i testi circolino seguendo dinamiche varie: è inevitabile quanto confortante, perché testimonia di una condizione non stagnante della letteratura.</p>
<p>Ora, uno degli spettri che la riscrittura porta con sé è, come si accennava, la messa in discussione di un’autorità. L’autrice lo dimostra attraversando una varietà di testi: si comincia con il contro-esempio costituito dalle versioni della <em>Bella e la bestia</em>, successive all’originale e inscrittesi nell’immaginario collettivo perché corrispondenti all’ordine sociale dominante (la storia della fanciulla prigioniera), mentre, nella sua prima apparizione in Francia nel 1740 ad opera di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve, la Bella ha un potere sulla bestia e non è intrappolata nel castello, può andarsene quando vuole; «la riscrittura patriarcale delle fiabe trasforma il soggetto della storia tanto quanto una riscrittura femminista. Ma siccome impone una versione che corrisponde all’ordine sociale dominante, non ha alcuna difficoltà a essere considerata come originale». Si passa poi dalla <em>Medea </em>di Christa Wolf (esempio di riscrittura come sovvertimento dell’autorità maschile) al già citato <em>James </em>di Percival Everett (riscrittura come sovvertimento dell’autorità coloniale): queste ultime due opere non mirano a sostituirsi agli originali, ma a instaurare con essi un dialogo. La casistica è ampia e le scelte potenzialmente illimitate: anche rispetto alle traduzioni epurate di termini lesivi di alcune sensibilità, pur definendo «ridicole e inutili» le manipolazioni sui testi di Dahl, Samoyault ritrova nella storia della letteratura esempi di traduzioni persino più razziste degli originali: se queste sono state ammesse, si potrebbe forse concepire anche l’eventualità di traduzioni che lo siano meno.</p>
<p>La memoria culturale non è immobile, come l’autrice ricorda ancora attraverso le parole di Borges: non si rilegge mai un libro allo stesso modo, come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume; le acque si muovono così come si muovono e cambiano lettori e lettrici, già soltanto rispetto a sé stessi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ho fatto la scelta, forse discutibile, di utilizzare lo stesso termine «riscrittura» per parlare ora di riscritture <em>ad usum delphini</em>, ora di adattamenti ludici mirati a sovvertire le versioni canoniche, ora di riprese autoriali di testi del passato. Queste ultime attengono spesso al campo dell’arte, a differenza delle edizioni censurate o dei rimaneggiamenti moralizzanti. Ma l’importanza sociale della letteratura sta soprattutto nel confondere le categorie d’arte e discorso, nell’essere oggetto di usi diversissimi, che non sempre hanno uno scopo estetico. Nella pratica è molto difficile distinguere con certezza cosa ha a che vedere con l’invenzione e cosa le è estraneo. Sebbene alcuni casi siano indiscutibili, molto altro resta nell’indeterminatezza.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta di un libro ricchissimo di esempi e spunti di riflessione, che spaziano, oltre a quanto già detto, dagli adattamenti teatrali a dei casi di studio finali legati al campo dell’arte, oggetto di considerazioni su cosa sia davvero l’<em>effacement</em>, la cancellazione, e su quale sia anche il suo potere immaginifico. Ma <em>Toutes sortes de Misérables </em>è soprattutto un saggio che invita a non aver paura delle riscritture, a ragionare sul ruolo sociale della letteratura, a pensarla come un sistema in continuo movimento, in cui la collusione fra le trasformazioni a fini estetici e quelle a fini commerciali è in fondo sempre esistita. Inoltre, per l’autrice un testo manipolato perché diventi più appetibile sul mercato è ancora una maniera di far esistere il libro «originale» nello spazio pubblico, uno spazio che tende sempre più a trascurarlo; è molto probabile che desacralizzarlo consenta di farne meglio circolare la linfa vitale, di declinarne in maniera multipla il valore sociale. Le «variazioni» di un testo possono quindi essere interpretate in senso musicale: non comportano mai la scomparsa del tema, ma forse assicurano, attraverso continue metamorfosi, la vitalità della letteratura, che resta in ogni caso «lo spazio della critica di tutte le istituzioni», come detto in chiusura.</p>
<p>Mentre il testo di Murat si presta più immediatamente a una completa adesione da parte di chi legge, perché separa in modo piuttosto netto ciò che è artistico da ciò che è commerciale, ciò che è intellettualmente interessante da ciò che non lo è, il saggio di Samoyault induce a una messa in discussione continua dei propri assunti e rappresenta dunque una lettura che invita all’impegno, nel senso formativo e politico del termine – che invita cioè a interrogarsi profondamente: cosa ci aspettiamo da una riscrittura o da una traduzione, quali sono le funzioni e i parametri che attribuiamo alla letteratura, che ruolo crediamo rivesta nel mondo di oggi?</p>
<p>Questi due libri, diversi per ambizione (come si è detto, un testo breve da un lato e un saggio molto più ampio dall’altro) e per impostazione del discorso, sono interessanti da leggere anche in un’ottica complementare, così com’è stato arricchente ascoltare le due autrici discuterne in occasione della già citata conferenza di gennaio, in un dialogo da cui emergeva un rispettoso e parziale – non completo – disaccordo. È in fondo questo ciò che ci si aspetta dalla vera critica: che non dimentichi le grandi questioni, che non le polarizzi in dibattiti sterili, ciascuno arroccandosi sulla propria posizione da difendere a tutti i costi, ma che apra piuttosto a nuovi e appassionanti modi di guardare alle opere letterarie, più o meno consacrate, sempre mutabilissime e dotate di vite infinite.</p>
<p>____</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cito da <em>Tutte le fiabe</em> (prima edizione integrale 1812-1815), traduzione e cura di Camilla Miglio, Donzelli 2015. Ringrazio Bruno Berni, che mi ha suggerito questa lettura a margine del suo intervento al convegno «Tradurre il trauma», Università per Stranieri di Siena, 5-7 dicembre 2023.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ricordo sempre volentieri un ricco saggio sull’argomento: Sergio Waisman, <em>Borges e la traduzione. L’irriverenza della periferia</em>, trad. Alessio Mirarchi, Arcoiris 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Trad. mia per tutte le citazioni.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>She is the Weaker</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/she-is-the-weaker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Nawaal al-Saadawi</b> <br />(traduzione di <b>Simona Kaldas</b>)<br />Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119499" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images.jpg" alt="" width="183" height="275" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images-150x225.jpg 150w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></p>
<p>di <strong>Nawaal al-Saadawi</strong></p>
<p>(traduzione di Simona Kaldas)</p>
<p>Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. &#8211; Le mie dita&#8230; &#8211; Cos’hanno che non va? &#8211; Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla &#8211; Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano&#8230; Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio&#8230; leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava&#8230; Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto&#8230; Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore&#8230; Nessuno sapeva la verità&#8230; tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa&#8230; La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.</p>
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		<title>Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/08/racconti-di-guerra-degli-iraniani-sotto-i-bombardamenti-ce-chi-intravede-un-futuro-migliore-e-chi-solo-distruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da Teheran al Mazandaran </strong></p>
<p>“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.</p>
<p>“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da Isfahan a Bandar Abbas</strong></p>
<p>“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.</p>
<p>“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.</p>
<p>“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sui tetti di Teheran</strong></p>
<p>“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.</p>
<p>“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Perché la guerra di Trump e Netanyahu in Iran è illegale e viola il diritto internazionale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/06/perche-la-guerra-di-trump-e-netanyahu-in-iran-e-illegale-e-viola-il-diritto-internazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />

Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna...]]></description>
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<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna, è importante chiarire che non esistevano delle prove di un attacco imminente da parte iraniana contro altri paesi. La possibilità che Teheran fosse nell’imminenza di lanciare missili contro l’Europa o addirittura più lontano non è sostenuta da alcuna prova reale. Lo stesso si può dire della possibilità che l’Iran stesse per realizzare un’arma nucleare, smentita dallo stesso direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), Rafael Grossi.</p>
<p><strong>Perché i raid statunitensi e israeliani sono illegali</strong></p>
<p>I raid di Usa e Israele, inclusi quelli della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, sono illegali e violano il diritto internazionale. Per Marko Milanovic, docente di diritto internazionale all’Università di Reading, “i raid sono chiaramente una violazione delle norme delle Nazioni Unite che proibiscono l’uso unilaterale della forza tra gli stati”. “L’autodifesa è la sola possibile eccezione a questo divieto ma non è applicabile al caso dei raid statunitensi e israeliani”, ha aggiunto il docente.</p>
<p>L’articolo 2 delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza con l’eccezione di due casi: se c’è l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per autodifesa, e se un attacco avviene contro uno stato membro delle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>L’autodifesa</strong></p>
<p>Il Consiglio di Sicurezza Onu non ha autorizzato i raid del 28 febbraio scorso, lasciando aperta la sola possibilità che si trattasse di autodifesa. Il diritto internazionale criminalizza anche l’uso della forza se non nei casi detti prima.</p>
<p>E così chi ha autorizzato questo tipo di raid può essere processato dai tribunali internazionali per crimini di guerra. L’aggressione è uno dei quattro crimini secondo la Corte penale internazionale, con il genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia, nessuno dei tre paesi in conflitto ha sottoscritto il trattato fondativo della Corte penale internazionale.</p>
<p>Un attacco preventivo per autodifesa è possibile solo quando è previsto un attacco imminente. Molti paesi rifiutano completamente la possibilità che siano ammessi attacchi preventivi perché sono basati su false percezioni di minacce. Un esempio in questo senso può essere l’attacco in Iraq contro Saddam Hussein del 2003, sebbene non avesse, come è stato poi dimostrato, le cosiddette armi di distruzione di massa, usate come pretesto per fare la guerra.</p>
<p><strong>La minaccia nucleare è stata costantemente esagerata</strong></p>
<p>Con il tempo sarà ancora più evidente fino a che punto sia stato Israele a spingere gli Stati Uniti, nonostante le smentite di Trump, a entrare in questa guerra così come è successo lo scorso giugno. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha suggerito questa interpretazione quando ha spiegato che intervenire in seguito avrebbe aumentato i rischi di perdere vite umane statunitensi.</p>
<p>È plausibile che la decisione di attaccare sia arrivata durante l’ultimo incontro tra Trump e Netanyahu di mesi fa a Washington. Quello che è certo è che Israele ha impedito che i negoziati sul nucleare venissero presi seriamente da parte degli Stati Uniti, ha sempre ostacolato qualsiasi possibilità di dialogo tra i due paesi per evitare una guerra che va principalmente nell’interesse di Tel Aviv. E così mentre si negoziava, Israele e Stati Uniti erano già pronti ad ammassare truppe per attaccare l’Iran.</p>
<p>Non solo, lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, il principale mediatore nel negoziato, aveva formalmente assicurato che l’Iran “non avrebbe mai usato l’uranio arricchito per creare una bomba”. E poi esiste una fatwa in questo senso dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, uccisa nei bombardamenti, che vieta l’arma nucleare.</p>
<p>Non solo, lo stesso Trump aveva assicurato dopo gli attacchi di giugno alla centrale di Fordow e in altre località che le capacità nucleari del paese fossero state completamente cancellate.</p>
<p><strong>Non è un’operazione proporzionata</strong></p>
<p>E poi quando si parla di imminenza di un attacco si fa riferimento a una finestra temporale ben precisa e molto ristretta che non esiste nel caso della guerra all’Iran.</p>
<p>Come ha continuato Milanovic, l’uso della forza deve essere comunque proporzionato. “Attaccare l’Iran durante i negoziati è difficile che possa essere considerato un atto di difesa”. Si tratta di una chiara violazione di qualsiasi principio di fiducia reciproca, come sottolineato da Teheran.</p>
<p>Poi bisognerà valutare l’estensione della risposta militare iraniana per analizzarne la proporzionalità. Teheran ha deciso di coinvolgere il più possibile i paesi arabi vicini attaccando basi statunitensi ed europee nella regione, attivando le milizie sciite in Iraq e Libano, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Sono 1400 i morti iraniani al sesto giorno di guerra, e poche decine le vittime di Israele e sei i soldati statunitensi.</p>
<p><strong>Crimini di guerra</strong></p>
<p>Nonostante la percezione dei Repubblicani negli Stati Uniti, animati da una vera e propria iranofobia, dell’aggressività regionale iraniana che ha spinto Trump nel 2018 a stracciare l’accordo sul nucleare, voluto dall’ex presidente Barack Obama, l’Iran non ha mai tentato di esportare il modello rivoluzionario post-khomeinista. Se altri paesi hanno seguito gli schemi decisionali iraniani o hanno permesso alle milizie sciite di essere attive in altri paesi, lo hanno fatto nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nella regione dopo il loro ritiro.</p>
<p>D’altro canto, fin qui gli attacchi al palazzo del Golestan, patrimonio Unesco, l’uccisione delle piccole studentesse nella scuola Minab, oltre 160, l’attacco all’ospedale Ghandi di Teheran possono davvero essere inquadrati come crimini di guerra di Israele e Stati Uniti.</p>
<p><strong>L’intervento a sostegno delle masse</strong></p>
<p>Se poi l’intervento Usa è stato motivato dalle mobilitazioni di piazza che hanno portato migliaia di iraniani a protestare contro la Repubblica islamica, a partire dallo scorso 28 dicembre, come spesso sostenuto da Israele, bisogna finalmente ammettere che si tratta davvero di un protesto che si è volatilizzato in pochi giorni.</p>
<p>La possibilità per gli iraniani di scendere per strada e manifestare contro il regime c’è sicuramente stata dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Ma non si è mai concretizzata, gli iraniani non hanno mai “preso il controllo del paese”, come auspicato dallo stesso Trump. In altre parole, la maggioranza degli iraniani è contraria a questa guerra ingiustificabile. E per chiudere il conflitto con la fine del regime sarà necessario l’invio di truppe di terra trasformando l’Iran in una guerra logorante che potrebbe essere peggiore del pantano iracheno. Proprio l’opposto delle richieste che venivano in campagna elettorale dalla base Maga di Trump. E poi, in ogni caso, anche questa guerra, come nel caso dell&#8217;Afghanistan, conferma che è impossibile esportare la democrazia con le bombe.</p>
<p>La guerra di Stati Uniti e Israele è illegale e contraria al diritto internazionale. È vista negativamente dal popolo iraniano e potrebbe determinare accuse di crimini di guerra per le autorità statunitensi e israeliane che l’hanno avviata. Purtroppo, l’escalation del conflitto è arrivata a un punto di non ritorno che difficilmente può riportare in pochi giorni le parti a un negoziato per evitare un’estensione indefinita del conflitto. Eppure il dialogo e la soluzione pacifica delle controversie dovrebbero essere sempre la sola carta possibile per evitare massacri e distruzione, soprattutto in una regione già dilaniata dai conflitti com’è il Medio Oriente.</p>
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		<title>In difesa della rivoluzione del Rojava</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/26/in-difesa-della-rivoluzione-del-rojava/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Rojava]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Xanim Serencelik Gianolla</strong> <br />
Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!]]></description>
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<p><strong>di Xanim Serencelik Gianolla</strong></p>
<p>Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!</p>
<p>Non è mai casuale quali siano i diritti sospesi durante le guerre, i conflitti e i periodi di crisi. Da sempre, i primi diritti a essere presi di mira sono quelli legati al corpo, all’identità e alla differenza. Le donne ne sono le vittime più visibili e più gravemente colpite.</p>
<p>Ciò che sta accadendo in Rojava rende questa realtà ancora una volta chiaramente evidente. Il corpo senza vita di una combattente donna gettato dal tetto di un edificio davanti alle telecamere; i capelli tagliati di un’altra donna esposti come “bottino di guerra”; le conversazioni su a chi “donare” due donne curde fatte prigioniere: tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del mondo, in una simultanea testimonianza globale.</p>
<p>Questi atti costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Questi atti sono, allo stesso tempo, una forma esplicita di violenza contro le donne. Le donne curde sono il bersaglio diretto di questa violenza. I responsabili sono miliziani jihadisti appartenenti all’Esercito nazionale siriano.</p>
<p>A questo punto è inevitabile porsi una domanda fondamentale: che cosa rivela il silenzio di fronte a questa violenza evidente, documentata e pubblicamente esibita contro il corpo delle donne?</p>
<p>Le reazioni — o le mancate reazioni — alla brutalità perpetrata nel Rojava funzionano come una cartina di tornasole per comprendere l’atteggiamento dei poteri politici nei confronti dei diritti delle donne e delle loro conquiste storiche. L’indifferenza mostrata di fronte alla violenza di genere è essa stessa una presa di posizione politica.</p>
<p>Il fatto che le strutture jihadiste prendano di mira le donne curde non è casuale. È il risultato di un’ostilità ideologica verso un modello di vita in cui le donne sono soggetti attivi, fondato sull’uguaglianza e sulla libertà. Gli attacchi contro la resistenza delle donne curde non sono limitati a una specifica area geografica: queste pratiche preannunciano la violenza che domani potrebbe colpire le donne in altri contesti.</p>
<p>In Medio oriente sono in corso da tempo conflitti, rivolte e lotte contro regimi oppressivi. Tuttavia, oggi non domina solo una retorica di guerra regionale, ma una narrativa bellica su scala globale. In un’epoca in cui l’autoritarismo viene legittimato attraverso i discorsi sulla sicurezza, la sopravvivenza dello stato e la necessità militare, sappiamo quanto rapidamente i diritti conquistati dalle donne possano essere messi in discussione e cancellati. È proprio per questo che oggi è necessario riflettere due volte, essere più vigili e prendere sul serio i segnali precoci.</p>
<p>La documentazione e la diffusione mediatica della violenza contro il corpo delle donne sono atti politici. Attraverso questi meccanismi, la violenza maschile militarista viene resa visibile, normalizzata e riprodotta all’interno di un sistema di impunità. Eppure, colpisce l’assenza di una posizione chiara e netta da parte dei governi e delle élite dirigenti che si definiscono difensori della democrazia e dei diritti umani di fronte a questa barbarie. Ancora una volta, assistiamo a come la violenza contro le donne venga ignorata quando entrano in gioco interessi imperiali.</p>
<p>Questo quadro rappresenta una soglia politica per le organizzazioni femminili, i movimenti delle donne e le donne con rappresentanza democratica.</p>
<p>Perché sappiamo che i diritti non esistono solo nel momento in cui vengono conquistati, ma esistono nella misura in cui vengono praticati e difesi. Il silenzio, il più delle volte, non è neutralità: apre spazio all’espansione della violazione.</p>
<p>La normalizzazione odierna della violenza antifemminile in un territorio, la vita di quali donne dovrà colpire un domani affinché venga finalmente compreso che si arriva ad agire tardivamente?</p>
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