Da “Sans-gêne”
di Nanni Cagnone
[Tre estratti da Sans-gêne, La Finestra Editrice, 2022]
Non mi va di ridurmi a una cosa sola. Ma in tal caso dovrei dirmi poeta, non potendo provare interamente me stesso se non dichterisch – entro quella terra di nessuno priva d’orientamento, povertà non bisognosa.
Dunque in alcun modo stride, il meditare; ombre specchiate in altre ombre, senza il respiro maggiore, o parole venute dalla veglia, già stanche. Troppa luce, troppe dichiarazioni, che in un mondo mettono discordia, e non avranno pace.
Sappiatelo: «altro non scrivo / se non ciò che m’ha raggiunto». Non ho obbligazione alcuna – in me, né doppiezza né risentimenti. Perciò, sotto un cielo tempestoso un cielo stropicciato un cielo, posso parlare aperta-mente, e con naturalezza approvare o disapprovare. Troppi, dissimulatori di sé, vivono ombrosamente.
Tommaso Campanella: «il viver sporca chi per viver finge». D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, configurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso). In tal modo, si fa rasura dell’individuo, ci si unisce all’opacità senza rimedio delle masse. L’unica ambizione che sono in grado d’apprezzare è quella di pensare e agire liberamente. Peccato che a molti di noi non s’adattino queste parole di Honoré de Balzac: «Parlez, monsieur, […] je ne suis pas sottement prude, je puis tout écouter».
Alfine ci misura il morire, e nel giorno del ricongiungimento – giorno-universo –, tra l’aver vinto il Nobelpriset e l’essere stati segnalati al Premio Vaginella, scarsa differenza. Invece, una domanda: sono o non sono in pace?
Questi libri intorno, questo pane raffermo. Non c’è solo povertà, in solitudine. Vi si nasconde l’incerto vanto dell’intimità: quella monotona percezione di sé, e assiduo quasi-pensare—interminato mormorío che non porta a nulla. E fuori di sé si cercano appigli—oggetti amichevoli, superstiziosi a volte. Pienezza e vuoto si alternano confondono, e specialmente: da sé non si può uscire, non si può riposare. Solitudine, fortilizio oscuro ove un tacito monologo troppo rumoroso, prepara un vuoto. Non si giudichi malamente chi rinuncia al consorzio dei vivi per deperir da solo, se guardando ampiamente può tener con sé quei mondi possi-bili che la società vieta o trascura, e non misurarsi con manierate usanze, il che fa della solitudine una tacita obiezione al malessere sociale, la mossa difensiva d’uno che verrà detto sociopatico.
Uno scrittore che non sia capace di generosa solitudine, che non si voglia appartato indipendente silenzioso, eppure pronto a congiungersi ai viventi, è destinato a frivolezza: le convenzioni del milieu, e il colportage di recensioni premi pubblicazioni scambi di favori variati riconoscimenti, gli tolgono nutrimento, fanno di lui un servitore di cose estranee, destinato al malanno dell’autocensura.
Non si tratta d’elogiare la solitudine, d’esporne le difficoltà o dubitare del suo valore; si tratta di colmarla, facendo d’una terra inaridita ’erets, terra coltivata. «Anche una rosa / fiorisce da sola.»
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L’onore delle colline. 2015. Novalis, in Blütenstaub: «Freunde, der Boden ist arm, wir müßen reichlichen Samen|Ausstreun, daß uns doch nur mäßige Erndten gedeihn» (Il terreno è sterile, amici, si dovrà spargere semente | in abbondanza, e certo per noi modesti raccolti).
A vendicare, nel tempo presente, la delusione dei nostri raccolti, un libro d’Angelo Lumelli: Bianco è l’istante.
Mi rivolgo agli ammiratori di Ponge Cioran Jabès, non perché sminuiscano i loro amati ma perché rinuncino a far assegnamento, per una volta, sui benevoli effetti della loro notorietà. Se mi dessero retta, raffronterebbero con coloro il Lumelli di questo libro, che ha l’aspetto della prosa e pur corteggia sfrontatamente la poesía (naturalmente, me ne fotto dei generi; tutte per quei lettori, le mie preoccupazioni).
Suppongo che – qualora le opere dei quattro autori appena evocati di-venissero anonime fra loro timide mani – stenterebbero a giudicare superiori al quarto i primi tre. Superfluo dire che potrà giovarsi di tale giudizio soltanto chi, azzardando indipendenza, si sottragga alle ingiunzioni storiografiche e alle leggende editoriali.
Non intendo affatto far gareggiare Lumelli. Chiedo che si provi a leggere con la dovuta neutralità questo libro aspro scontroso testardo, opera d’un accanito coltivatore di parole—coltivatore diretto, e non allontana-to da un eccesso di letteratura. Di Lumelli si sente anzitutto la ritrosía, poi che s’avvera in lui il disagio e risentimento delle parole, la gelosía del-la lingua. La sua logica – che sarebbe piaciuta all’Alfred Korzybski di «the map is not the territory» – difetta per fortuna di linearità, d’ovvie discordie e somiglianze; muove aggirando o rasentando, tornando sui suoi passi, trascurando le vie a favore di delicati sentieri.
Qui si assiste a una circolazione analogica del senso, e a sue inusitate proporzioni. Scaltrezza d’una nudità senza ornato, d’un rivoltoso acume che rovescia le parole. Si dubita dell’ultima parola proferita, e la si tenta ancora. La sostanza di Lumelli è in un’errabonda fermezza. Egli guarda alle istituzioni letterarie come i Picts dovevano guardare al Vallum Hadriani: una proterva interruzione, un sopruso, un arbitrario osta-colo. Dunque, non c’è edificio alcuno lungo il suo cammino; invece, intatte rovine a cui interrogando si rivolge. Ci sono, neonate-ogni-volta, innocenza e fiducia nel pensare, nella fantasticata terrestrità di chi è fermo a sua terra e intimamente migrante—entro ’adam sedentario, un nomade, in quel ch’è noto colpito e illeso, avventurato e perduto. E con lui, nel suo «viaggio contromano», sempre «la premura dello sguardo».
Angelo è l’onore delle colline, che «nessuna coniugale pianura capirà»; è l’esperienza d’un antico, amoroso sguardo che trova fuori tempo la sua voce. Ora, forse per somigliar d’infanzie, penso al rimbalzar sull’acqua di sassi piatti. Potrebbe piacervi sapere che un certo Russell Byars è riuscito a farlo per cinquantun volte, al Riverfront Park di Franklin, Venango County, Pennsylvania.
Non diversamente da noi, quei sassi – dopo aver sfidato piú volte la bella superficie – dovranno sprofondare. Ma intanto è dulzura la loro ebbrezza, lor festoso sconfitto slancio.
«Ascolta la tua collina | – nessun altro – |che fa crusca e cenere | per altri millenni.» «La tua collina, primizia di tutte le stagioni—no, non la tua collina: la tua devozione.»
Quando fai prevalere la mite ingiustizia d’una predilezione, ricorda che altri si commuovono diversamente, e ognuno di noi fa quel che può—nel migliore dei casi, quel che deve.
Non c’è alcuna profondità in poesía. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie.
Inappropriati, i doveri e l’entificata volontà. Si confidi invece nell’aver riguardo, nell’aver voglia.
Il vecchio antropocentrismo sottomise, a vantaggio della specie umana, il mondo animale. A loro volta, gli oggetti sono screditati dall’usa-e-getta, da loro voluta precarietà e prematuro pensionamento. Allora, quale relazione con gli animali e le cose? Talora, le corrispondenti predilezioni hanno un esito maniacale (ventitré gatti, sei cani e un cercopiteco nel-la caotica abitazione di Paul Léautaud, o frenetiche forme di collezionismo), ma comunque orrenda l’oppositiva incuria.
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Cognizione d’Emilio Villa, 1. 1990. Quando un uomo parla d’un altro che non sa più parlare, le sue parole rischiano diventare sacrosante. E allora indebolitele, queste parole, affinché si possa pensare a Emilio Villa in modi che non síano i miei.
La prima volta che lo vidi (1964), abitava in via Oderisi da Gubbio, nel séguito disordinato di Trastevere: una casa a lui non somigliante, elogio condominiale del geometra mediterraneo, noto persecutore dell’Aphrodítē di Mílos. Aveva cinquant’anni, ed io sapevo di lui da pochi mesi sol-tanto. Quel che avevo letto, non faceva per me: disperava ogni lingua, affaticando il senso o fuorviandolo con frequenti calembours. I miei sentimenti erano diversi: del linguaggio, interrogavo più la qualità ieratica che non l’affanno, e pensavo che le avanguardie fossero – dopo tutto – elusive.
Un corpo senza eufemismi. Un vólto disposto a commedie plautine, che s’atteggiava non diversamente da quello del bluesman B.B. King. Non ricordo cosa disse, ricordo che mi parve stranamente animatore; le interminate carte e i libri sciupati e confusi che vedevo, per svegliarsi a-spettavano lui, che andava veniva con facile affetto e distrazione incompleta, ma certo disponendo un luogo intorno a sé.
Lo rividi mesi dopo, quando tornai a vivere a Roma. A quel tempo, abitava con aria sempre transitoria in via Monterone, presso largo Argen-tina. Una casa grande e occupata solo in parte, una casa in cui divagare. Talvolta, ci si vedeva a cena—da lui, da Leoncillo o Agustarello. Con la stessa esuberanza con cui parlava, cucinava cose selvatiche, sature di sapore. Mangiare e bere gli procuravano un tale godimento da far impalli-dire qualsiasi letteratura. Quando – da vecchio annusatore dei Semiti – prese parte alla produzione d’un film di Huston (The Bible: In the Beginning), unico suo vanto al ritorno fu una marmellata di petali di rosa riportata dall’Egitto.
Credo non gl’importasse molto del mondo, se si eccettuano il vino, le donne, gli alberi improvvisi, le pietre parlanti, i bucatini fetenti, la coda alla vaccinara. Parlava con impeto – o rallentando-dissimulando un suo mite sarcasmo – come un romano assimilato; difficile, pensare a lui co-me a un giovane lombardo poveramente invischiato in seminario.
Aveva un’intelligenza sontuosa, capace di chiamar d’ogni dove le cose più disparate – riti arcaici, congetture scientifiche o stridule solennità del momento – e farle gentilmente convergere entro il cratere d’un vulcano, affinché più che altro ruttassero. Sovente rideva, dopo le parole, al modo in cui avrebbero riso i Ciclopi, se ne avessero avuto il baritonale talento.
A quel tempo, dopo aver generato alcune riviste di letteratura e arti visive, in Italia e Brasile, s’applicava a fare una discontinua rivista di poesía, intitolata Ex. Consisteva d’un raccoglitore per grandi fogli ripiegati, dispiegando i quali si aveva l’impressione che il proprio testo venisse ap-plaudito. S’arrangiava a vivere, Emilio—qualche quadro da rivendere, qualche litografia, ottenuti scrivendo presentazioni ad artisti. Non l’ho mai sentito parlare di denaro. Elusivo com’era, non m’ha insegnato niente—niente di definito, per lo meno. D’altronde, noi non si parlava di letteratura, ma di tutt’altro. Non dimentico il modo in cui fece apparire a noi il tempio di Poseidōn a Pæstum, prima d’abbandonarlo, per intervenuta commozione, al ricordo d’un ristorante di pesce in Agropoli. La qualità più impressionante d’Emilio (per me, che in troppi poeti riconoscevo animi stentati) era l’entusiasmo. Non ho incontrato altri che avessero quella sfrenata simpatía per l’esistenza, quella magnifica avida propensione per qualunque cosa. Sapeva meravigliosamente rimescola-re tutto—esser ugualmente felice per Delphói e Honolulu, tradurre Ta-nàkh e Odýsseia e corrispondere con Burroughs Rothko Duchamp, apprezzare i modi beceri delle osteríe e l’elegante stravaganza di Raymond Roussel.
Emilio era insieme onnivoro e immangiabile. Divorava il mondo da lontano, e spesso aveva relazioni oblique. Se posto innanzi a qualcuno – non essendo riuscito a svignarsela –, poteva apparirne incantato, esendo del tutto indifferente. Tale attitudine esonerava ogni forma di coraggio —una vaga affabilità era maschera sufficiente.
