Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro
Di Andrea Inglese
Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.
Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia
Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un’attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.
Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.
Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. È sfruttato: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore è anche alienato: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.

Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.
Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.
Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.
Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro. Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.
Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.
Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.
Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.
(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione. Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.)
Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata
Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?
Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, potrebbero essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal condizionale, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.
La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, non sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’autonomia decisiva su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.

Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.
Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.
In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.
(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)
Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un lavoro non letterario, per essere più libero, completamente libero, nell’attività letteraria. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale in Italia, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parzialmente della scrittura un lavoro, significa essere seri. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.
Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia. Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona realmente il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o al di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, stranamente sociale, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.

Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.
In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).
Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).
Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico. Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni – lavoro nell’insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a generalizzare, perché è il capitale a imporre generalmente idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.) Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo. L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.
Glossa
Autore, ti sei dimenticato il “che fare”! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l’autonomia in un’attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un’autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi verificabile sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si riescono a realizzare anche nell’attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.

Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.
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Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un’esperienza collettiva, di quelle che rendono “reale” l’attività letteraria non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un’artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un “prodotto”, uno dei “Fogli” di Benway Series, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).
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Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche qui & qui.

Il capitalismo trasforma tutto ciò che tocca: Risorse naturali, lavoro umano, tempo, relazioni, informazioni, cultura, sonno in merce, assegnando a ciascuna un valore economico PERCEPITO finalizzato al profitto.
la chiave è la parola percepito
Bello questo pezzo, onesta e condivisibile la postura.
Senza pretendere una risposta, devo ammettere che è un discorso da cui mi viene fuori un bel dubbio. Uno si chiede, ingenuamente, quanto il “senso di sé” di una persona che scrive (quella cosa che le permette di tenere una posizione eretta nel mondo) derivi dalla sua funzione riconosciuta attraverso il denaro (quindi il lavoro salariato) e quanto invece dalle cose scritte, poco o mal pagate. Quando scrittura e lavoro non coincidono, come in questo caso.
A me pare che, in un mondo che disconosce sempre di più la lettura profonda, per effetti abbastanza visibili e osservati anche dalle neuroscienze, il “senso di sé” delle persone che scrivono – presenti esclusi, come si dice, a meno che non si includano da sé – sia in profonda crisi. Mi chiedo anche che ne sarà di questo “senso di sé” in un mondo che, annichilita probabilmente la lettura, non avrà nemmeno più bisogno del lavoro, e lo manterrà magari in forme sostanzialmente inutili a scopo di sorveglianza sociale. Oltretutto: morto il lavoro, defunta cognitivamente la lettura (profonda), da cosa ci si potrà mai rendere autonomi? Mancherà un termine di confronto.
Questo solo per dire che, nonostante tutto, in momenti di pessimismo ossia di lucidità, il nostro mi pare paradossalmente il migliore dei mondi ancora possibili. E questa è una cosa po’ disperante, se posso dirlo.
(Non significa deporre le armi, o le parole, o quel che si ha di utile per le mani. Però è il momento in cui bisogna forse lottare avendo in mente un mondo auspicabile, e non più possibile. Lottare per l’impossibile, anche se suona già retorico. Puntare molto, ma molto in alto, dico).
Leggendo questo testo ho avuto la sensazione che il punto non sia tanto la contrapposizione tra lavoro salariato e scrittura, ma il luogo in cui uno riesce ancora a non negoziare. E, leggendo, mi sono accorta che quel luogo è molto più ristretto di quanto vorrei ammettere.
Il passaggio che mi ha colpito di più non è tanto quello sullo sfruttamento o sull’alienazione, ma quello sullo svuotamento del lavoro. Il fatto che il problema non sia solo lavorare tanto o male, ma non poter più fare bene ciò che si sa fare. Che qualcuno cambi continuamente le regole, tolga senso, renda il lavoro più stupido. Questo lo riconosco. Ed è lì che capisco perché la scrittura, anche non pagata, possa diventare uno spazio da difendere.
Ma proprio qui si apre una frattura. Perché quella libertà che la scrittura promette non ha verifica. Non passa dal denaro, non passa dal riconoscimento, a volte non passa nemmeno dal lettore. Nel testo ritorna come dubbio: esisto come autore? esistono i lettori? E questa non è solo una condizione da accettare. È una zona pericolosa, perché può diventare indistinguibile dall’irrilevanza.
Qui per me il testo non regge del tutto: quanto disturba davvero una scrittura che non entra in nessun circuito di valore? Non rischia di essere, proprio per questo, perfettamente tollerabile?
E allo stesso tempo, quella separazione così netta — compromesso nel lavoro, autonomia nella scrittura — è difficile da sostenere senza produrre una scissione. Come se la libertà fosse possibile solo in uno spazio laterale, e mai dove si gioca davvero la propria posizione.
Forse è proprio questo che il testo mette in gioco: non una via d’uscita, ma una tensione che non si risolve. E che, una volta vista, non si lascia più chiudere.
A Michela:
“È una zona pericolosa, perché può diventare indistinguibile dall’irrilevanza. (…) Qui per me il testo non regge del tutto: quanto disturba davvero una scrittura che non entra in nessun circuito di valore? Non rischia di essere, proprio per questo, perfettamente tollerabile?”
Hai perfettamente ragione Michela. Non a caso, ad un certo punto, parlo della “libertà del pazzo”. Ma il problema non credo che sia: una scrittura, una produzione, “tollerabile” in quanto marginale, di minoranza, innocua. La scrittura non ha pretese, per quanto mi riguarda, di cambiare il mondo, ma di cambiare il nostro modo di vederlo. E’ un principio che ho formulato da giovane scrittore, e che trovo ancora valido oggi. L’immaginario capitalistico, in tutte le sue diramazioni anche più intime, preclude lo spazio stesso del pensiero, della parola, dell’immagine, rivolta a qualcosa che sfugga alla sua logica. Far esistere questo spazio è importante. E malgrado la sua marginalità, lo statuto di una parola letteraria, anche se non “visibile”, di “successo”, è uno statuto “pubblico”. Potenzialmente ognuno puo’ appropriarsene, farla sua. Ho un esempio estremo da fare, ma è un esempio drammaticamente chiaro: Israele ha la strapotenza delle armi, che rende irrilevanti non le idee, ma le stesse “persone” palestinesi. Cio’ nonostante i palestinesi e le palestinesi scrivono “poesia”. E questa poesia è irrilevante oggi, rispetto ai bombardieri israeliani, ma fondamentale oggi e domani, per la “realtà” del popolo palestinese, la sua identità, la sua voce, il suo immaginario. Chi scrive poesia sotto le bombe, malgrado le bombe, sta dando lezione a tutti i poeti, a tutti i lettori di poesia.
“Forse è proprio questo che il testo mette in gioco: non una via d’uscita, ma una tensione che non si risolve. E che, una volta vista, non si lascia più chiudere.”
Anche qui hai ragione. Non ho soluzione. Né dico che bisognerebbe mettere una pietra sopra le lotte per mutare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, e conquistare più autonomia nel lavoro salariato. Ma questo è lavoro collettivo. E’ un orizzonte collettivo, e io mi sono limitato a fotografare la mia esperienza individuale, di persona che sia scrive sia lavora. E questa tensione credo chenon solo mi accompagnerà, ma definisce la mia identità di individuo storico. E penso che posso condividere questa condizione con parecchie altre persone.
Grazie Daniele del tuo intervento. Scrivi: “Uno si chiede, ingenuamente, quanto il “senso di sé” di una persona che scrive (quella cosa che le permette di tenere una posizione eretta nel mondo) derivi dalla sua funzione riconosciuta attraverso il denaro (quindi il lavoro salariato) e quanto invece dalle cose scritte, poco o mal pagate. Quando scrittura e lavoro non coincidono, come in questo caso.”
Hai colto un punto importante della mia riflessione. Quale identità (postura, sentimento di sè) puo’ rivendicare chi, oggi, in un ambito a bassa istituzionalità come la letteratura (non lo studio universitario della letteratura), produce in qualche forma pubblica (libri, testi sul web, ecc.), senza la sanzione positiva del mercato? Per certi versi, è un problema vecchio, già esistito, nella forma tradizionale dell’artista o dello scrittore non riconosciuto. Ma oggi è complicata dalla pretesa propria del libro di essere un prodotto di massa, e quindi l’unica logica “oggettiva” che alla fine s’impone in questo ambito (letterario o artistico) come in altri, è: vende? Promette di vendere? Si lascia vendere?
E su questo nulla da dire, se non che il perseguimento di questa unica logica “oggettiva” sta spingendo l’industria editoriale, non solo italiana, contro il muro.
Ma torniamo a noi, a tutti quelli, e sono tanti, che non sono intronizzati nel “mestiere” dello scrittore. Tutti quelli che vivono nella penombra, in una zona dubbia, di dubbia realtà, di dubbia qualità, ecc. Io credo, saggezza della vecchiaia, che dobbiamo smetterla di negare questo statuto incerto, per scomodo che sia, e accettarlo come un punto di forza: la nostra poca esistenza, la nostra poca realtà, è una piccola, ma non irrilevante leva, contro la realtà dell’organizzazione capitalistica del mondo. Non è solo una questione di mera testimonianza, come se fossimo mute insegne di qualche passato più glorioso o solo più decente. Stiamo lavorando secondo un’altra logica, secondo un altro immaginario. E qusta è la forza di quella cosa che possiamo chiamare non so, arte della parola, arte del discorso, poesia, o altro, e che esiste, in Occidente, + o – dal VII secolo avanti cristo – Daniele Ventre mi corregga. Pradossalmente, noi che leggiamo ancora l’Iliade e i lirici greci, e li leggiamo perché ne facciamo qualcosa nelle nostre vite, apparteniamo anche a una temporalità che precede il capitalismo, a un “tipo antropologico”, direbbe Castoriadis, che esiste prima del capitalismo, e che potrebbe esistere dopo il capitalismo.
Sulle prospettive per il futuro non mi pronuncio. Le minacce non solo in ambito letterario, culturale, sono tali e tante, che è difficile misurarle. E certamente preservare l’autonomia dello scrivere non promette in alcun modo di per sé di far fronte a queste minacce, che richiedono azioni collettive, di carattere propriamente politico.
Grazie, Andrea, per la risposta approfondita e molto risuonante. Ci rifletto un po’ su.
Solo un’inquietudine. Non sono uno storico ma, quando penso ai vertici pre-capitalistici della letteratura, mi vengono in mente la schiavitù, la servitù e, insomma, il privilegio di nascita. Presupposto dell’istruzione e del fare letteratura, esclusa la tradizione orale popolare. Se penso alle ipotesi post-capitalistiche non so a cosa penso, perché i transumanisti hanno oscurato con grande forza l’immaginazione del futuro (in senso non desiderabile, ovviamente, almeno per me). Gli scenari di “abbondanza radicale” possono prevedere il superamento del capitalismo solo in ragione del superamento umano, e immaginare la letteratura lì dentro mi è veramente difficile.
Grazie Andrea. La tesi dell’autonomia è persuasiva; tuttavia, se posso portare un esempio personale, quando vengo pagato (quasi sempre) per le attività mediazione letteraria – moderazioni, prefazioni, traduzioni ecc. – che svolgo “a nord di Salorno”, come si definisce dalle mie parti l’inizio del mondo ufficialmente trilingue e poi di lingua tedesca, non mi sento parte di un trattamento (e quindi di uno sfruttamento) capitalistico del mio lavoro, bensì lo vivo piuttosto come un riconoscimento monetario, entro un sistema di valori più democratico, del mio peculiare apporto alla vita culturale di una collettività la cui vita economica è basata sul denaro (e non, che so, sul baratto). Il che porta in primo piano la tua idea di una società che “sa cosa farsene” del lavoro letterario (lo chiamo così intenzionalmente). La società nel campo di lingua italiana lo sa?
Quanto al resto, ricordo che una ventina d’anni fa o più, su queste stesse colonne e all’interno di una discussione animata come ve n’erano allora, proposi giusto una postura nella quale “fare sul serio senza prendersi troppo sul serio”: incassai una reazione contrariata da Carla Benedetti, che se non ricordo male sull’idea di “prendersi [invece] sul serio” ci fece poi un intero post.
Stefano (Z) siamo onesti: neppure io mi sento alienato se faccio una traduzione o una conferenza (se pagate come si deve); e nessuno si sogna che il problema sia lo scambio monetario, che esiste storicamente ben prima del capitalismo. Il problema mio, come penso tuo, è: potremmo “fare gli scrittori” (romanzieri, poeti, traduttori, critici, prefatori) “a tempo pieno”, se ci permettessero di “vivere”, con la retribuzione conseguente, “a tempo pieno”. Ma io né in Italia e neppure in Francia posso permettermelo, per cio’ ho un altro lavoro. E se ho ben capito tu pure sei costretto ad avere un altro lavoro. Il problema grosso è, per me, quest’altro lavoro. Ed è un problema perché nel mondo trasformato da decenni di neoliberismo, pochi lavoratori sono salvaguardati da contratti decenti e pagati decentemente. Una gran quantità no, e questo non perché esiste la moneta o lo scambio economico, ma per certi processi tipicamente capitalistici basati sulla crescita della produttività, dei rendimenti, ecc. ecc.
Poi ben venga che in una zona di frontiera, ci si renda conto dell’importanza di quel che fa vivere una lingua.
Quanto a vent’anni fa, si poteva ancora credere seriamente di potersi prendere sul serio nel mondo delle lettere. Ora è già un miracolo se uno riesce almeno a fare sul serio :)