Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti

di Giuseppe A. Samonà

Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.

Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti (Rais,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da diventare vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.

Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.

Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico… Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo… Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita… Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico… Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia…  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza…), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.

Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.

Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.

Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive tout court. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “… di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura…” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).

Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “socialsmente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come downshifting (riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (Adesso basta, 2009; Avanti tutta, 2011; L’Altra Via, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di Rais, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia… – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con Rapsodia mediterranea (2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.

Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni attività, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato Rais, come anche nella stessa prospettiva L’estate del disincanto, 2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi Rapsodia mediterranea appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e Atlante delle isole del Mediterraneo, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni…) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’… Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.

Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale… Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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