<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>incisioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/categorie/incisioni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 01 May 2026 09:07:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 05:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro salariato]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[organizzazione del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119265</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia</em></p>
<p>Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (<strong>Cornelius Castoriadis</strong>, <em>L’institution imaginaire de la société</em>, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che <em>non </em>è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.</p>
<p>Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.</p>
<p>Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. <strong>È sfruttato</strong>: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore <strong>è anche alienato</strong>: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120227 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.</p>
<p>Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.</p>
<p><strong>Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro.</strong> Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.</p>
<p>Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. <strong>Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.</strong></p>
<p>Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.</p>
<p>Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.</p>
<p>(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori <em>autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione.</em> <strong>Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata</em></p>
<p>Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?</p>
<p>Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, <em>potrebbero</em> essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal <em>condizionale</em>, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.</p>
<p>La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, <em>non</em> sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. <strong>Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’<em>autonomia decisiva</em> su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120226 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.</p>
<p>In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.</p>
<p>(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)</p>
<p>Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un <em>lavoro non letterario</em>, per essere più libero, completamente libero, nell’<em>attività letteraria</em>. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale <em>in Italia</em>, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parizalmente della scrittura un lavoro, significa essere <em>seri</em>. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.</p>
<p>Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. <strong>La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia.</strong> Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona <em>realmente </em>il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o dl di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, <em>stranamente sociale</em>, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120229 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).</p>
<p>Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).</p>
<p><strong>Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico.</strong> Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni &#8211; lavoro nell&#8217;insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a <em>generalizzare</em>, perché è il capitale a imporre <em>generalmente</em> idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.)<strong> Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo.</strong> L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. <strong>Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Glossa</em></p>
<p>Autore, ti sei dimenticato il &#8220;che fare&#8221;! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l&#8217;autonomia in un&#8217;attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un&#8217;autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi <em>verificabile </em>sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si <em>riescono</em> a realizzare anche nell&#8217;attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120230 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.</em></p>
<p>*</p>
<p>Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un&#8217;esperienza collettiva, di quelle che rendono &#8220;reale&#8221; l&#8217;<em>attività letteraria</em> non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un&#8217;artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un &#8220;prodotto&#8221;, <a href="https://benwayseries.wordpress.com/2014/11/10/michael-batalla-alessandra-cava-jennifer-k-dick-laurent-grisel-mariangela-guatteri-andrea-inglese-anne-kawala-florence-manlik-renata-morresi-marc-perrin-gilles-weinzaepflen-le-moulin-14/">uno dei &#8220;Fogli&#8221; di Benway Series</a>, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).</p>
<p>*</p>
<p>Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/">qui</a> &amp; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/04/forma-lavoro-n1-nome-di-un-animale/">qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Portare la democrazia con le armi en marche! Arthur Rimbaud e Adriano Spatola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/31/portare-la-democrazia-con-le-armi-en-marche-arthur-rimbaud-e-adriano-spatola/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/31/portare-la-democrazia-con-le-armi-en-marche-arthur-rimbaud-e-adriano-spatola/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[adriano spatola]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia e colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Palmieri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118903</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giovanni  Palmieri</strong> <br /> Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni Palmieri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-118904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Rimbaud_Sheikh_Othman.jpg" alt="" width="299" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Rimbaud_Sheikh_Othman.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Rimbaud_Sheikh_Othman-150x126.jpg 150w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /></p>
<p><em>                                                                                           A Luciano Canfora</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Démocratie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>   “Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.<br />
</em><em> “Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.<br />
</em><em> “Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.<br />
</em><em> “Au revoir ici, n&#8217;importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C&#8217;est la vraie marche. En avant, route !”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Democrazia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>   &#8220;La bandiera traversa il paesaggio immondo e il nostro gergo soffoca il tamburo.<br />
</em><em>&#8220;Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.<br />
</em><em> &#8220;Nei paesi pieni di pepe e fradici d’acqua! &#8211; al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.<br />
</em><em>“A rivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, scafati per il confort; creperemo per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”<a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a>   </em></p>
<p>Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari. A parte le celebri poesie “comunarde”, l’illumination qui sopra riportata dal significativo titolo di Démocratie è un esempio di tale pensiero.</p>
<p>L’ironica denuncia dell’imperialismo ottocentesco o meglio del dispositivo linguistico che reggeva l’ideologia “progressista” e colonialista è infatti in questo testo d’immediata evidenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Chi parla?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla prima persona plurale e con un testo completamente chiuso dalle virgolette, appare chiaro che il discorso-orazione di tipo marziale (farcito infatti da ritmiche riprese anaforiche) che costituisce questa <em>illumination</em> appartenga non all’autore ma ai soldati, o meglio ai coscritti. L’effetto ironico consiste allora nel considerare i soldati emittenti e non destinatari di un messaggio che celebra il colonialismo e che nella realtà è stato loro rivolto, ma consiste anche e soprattutto nel ripercorrere un discorso altrui – quello ideologico dell’epopea colonialista – togliendogli però la maschera dell’ipocrisia edulcorante e dicendo semplicemente le cose come stanno.</p>
<p>Si sospetti sin da subito che sia i soldati (in genere mercenari) che l’autore stesso possano essere (stati) partecipi e indirettamente complici dell’inganno colonialista, come potrebbe indurre a pensare  anche il calcolato rovesciamento dei ruoli comunicativi cui abbiamo accennato prima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Contesto storico e biografia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo gli anni Trenta dell’Ottocento, la Francia aveva già occupato militarmente numerosi Paesi: l’Algeria, il sud della penisola indocinese, la Guyana francese, il Sénégal ecc. A località esotiche, infatti, sembra far riferimento il nostro testo parlando di “paesi pieni di pepe e infradiciati” (allusione ai monsoni). La critica ha opportunamente indicato al riguardo la politica colonialista del governo “repubblicano” francese uscito dalla sconfitta della Comune e in particolare la rivolta di massa nella Cabiria algerina del 1871 repressa nel sangue dall’esercito francese.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a>  Nella nostra <em>illumination</em>, però, il riferimento non è soltanto al colonialismo francese ma a tutti i colonialismi (“Au revoir ici, n’importe où”).</p>
<p>Si consideri anche la dimensione economica che la politica colonialista portava con sé e gli scandali politico-finanziari che ne derivavano e che sono ricordati, ad esempio, in <em>Bel ami</em> (1885) di Maupassant.</p>
<p>Ma veniamo a Rimbaud che, a ventun anni, il 18 maggio del 1876 presso il consolato dei Paesi bassi di Bruxelles si arruolò come mercenario nell’esercito coloniale olandese per andare a combattere la guerriglia che infuriava nelle foreste dell’ex sultanato di Aceh nell’isola di Giava. Presto disgustato dai massacri degli indigeni compiuti dall’esercito olandese (“massacrerons”), Rimbaud diserterà poco dopo riuscendo a sfuggire alla cattura e ritornando rapidamente in Europa.</p>
<p>Scrive Robb che “l’esercito coloniale olandese era un’organizzazione moderna ed efficiente che, negli ultimi tre anni [1873-1876], aveva sventato piccole rivolte che minacciavano di interrompere il flusso di prodotti coloniali dalle Indie orientali olandesi.”<a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a></p>
<p>Seguendo lo sviluppo del discorso della nostra <em>illumination</em>, aggiungerei che in seguito alla repressione militare, il colonialismo olandese instaurò un sistema di lavoro forzato per i contadini giavanesi (“révoltes logiques”), sviluppando in seguito una colonizzazione privata da cui derivò un’imponente serie di investimenti internazionali di capitale.</p>
<p>Se l’esperienza giavanese  – come ritengo – è alla base del <em>poème en prose</em> che sto analizzando, allora il testo deve essere stato scritto nel 1876 o oltre. <em>Les illuminations</em> saranno edite solo nel 1886.</p>
<p>De Graaf ha scoperto sulla stampa neederlandese di Bruxelles del 1876 un annuncio pubblicitario, scritto da un sedicente agente reclutatore dell’esercito coloniale olandese (un certo Vignix), che invitava all’arruolamento giovani uomini di un’età compresa tra i ventuno e i trentasette anni “che non avessero lavoro, né impiego, né famiglia, né soldi” o che fossero “grandi amanti dei viaggi e curiosi di vedere il mondo”.<a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a> Di quale mondo si trattasse realmente è stato detto&#8230;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Nel testo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il titolo <em>Démocratie</em> comporta nel lettore che arriva in fondo al testo l’immediata deduzione che la “democrazia”, nonché i “valori” portati dai colonizzatori europei, siano esattamente quelli espressi dalle “belle” gesta a cui i soldati inneggiano. Che il rovesciamento e dunque la parodia del dispositivo linguistico-ideologico che legittimava le varie aggressioni imperialiste, siano le procedure retoriche fondamentali del nostro testo è del resto confermato sin da subito.</p>
<p>L’esercito non viaggia traverso paesaggi esotici meravigliosi (forse così reclamizzati dai reclutatori) ma “immondi” (come ad esempio la giungla) e il linguaggio della retorica e della propaganda colonialista (“notre patois”) soffoca e non permette di sentire il rumore della guerra e delle armi (il tamburo). Insieme alla prostituzione e ai massacri delle rivolte più giustificabili, i soldati affermano di portare con sé la “feroce” filosofia civilizzatrice del progresso: quella dei Lumi e della sedicente democrazia.</p>
<p>Particolarmente interessante la funzione conativa espressa nell’antifrasi di tipo evangelico “Conscrits du bon vouloir” dove il poeta si comprende e l’evangelica buona volontà nonché le buone intenzioni consistono nella sopraffazione armata e nel massacro.</p>
<p>Infine la “crevaison” finale non fa riferimento ad un’auspicata morte per il mondo del progresso e per la missione civilizzatrice dell’Occidente ma piuttosto si riferisce alla morte (questa sì una vera marcia!) che coglierà i soldati al servizio del “mondo che va”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Vittime ma complici</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sia i soldati, refrattari alla conoscenza (alla “scienza”) ma sensibili ai confort, che l’autore non sono solo vittime delle guerre coloniali e dei massacri d’una filosofia feroce ma ne sono anche complici nella loro supina accettazione del “mondo che va”, per usare le parole del poeta.</p>
<p>Un saluto come “Au revoir ici, n’importe où” non si riferisce solo all’onnipresenza dell’imperialismo coloniale ma è anche per Rimbaud un azzeccato pronostico personale. Infatti, com’è noto, dopo l’esperienza giavanese, il poeta sarà mercante d’armi (e di schiavi, il che era lo stesso) in Africa. Insomma non credo che Rimbaud in questo <em>poème en prose</em> si escluda totalmente dal gruppo dei soldati e proprio da questa sottile ambiguità proviene una parte non minore del fascino di questo testo.</p>
<p>Nella sezione <em>Mauvais sang</em> della <em>Saison en enfer</em> (1873), tre anni prima dell’esperienza coloniale a Giava, Rimbaud aveva infatti profeticamente scritto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Allons ! La marche, le fardeau, le désert, l’ennui et la colère.<br />
</em><em> À qui me louer ? [&#8230;] Quelle mensonge doit-je tenir ? – Dans quel sang marcher ?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera.<br />
</em><em>A chi darmi in affitto? [&#8230;] Quale menzogna devo reggere? In quale sangue marciare?</em><a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ancora:</p>
<p><em>Assez ! voici la punition. – En marche !</em><br />
<em>Ah ! Les poumons brûlent, le temps grondent [&#8230;]</em><br />
<em>Où va-t-on ? Au combat ?</em></p>
<p><em>  </em></p>
<p><em>Basta! Ecco la punizione. – In marcia!</em><br />
<em>Ah! I polmoni bruciano, le tempie scoppiano [&#8230;]</em><br />
<em>Dove si va? A combattere?</em><a href="#_edn6" name="_ednref6">[6]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al di là di qualche ripetuto episodio di dissipazione esistenziale, etilica e sessuale, vivere la vita come programma poetico e scrivere poesie come esclusivo programma di vita fu il vero e fallimentare progetto del poeta della <em>Saison</em> che registrò tale fallimento nelle forme di una radicale e precoce rinuncia ai versi.</p>
<p>Il fatto è che Rimbaud ha scritto poesie ma non si è mai “scelto” come letterato. Non era e non volle mai essere un <em>homme de lettres</em>. Quindi ciò che abbandonò, nelle forme di un’autopunizione crudele, non fu la letteratura ma semplicemente lo scrivere poesie. Cosa – tutto sommato – più semplice. Baudelaire, invece, che letterato fu, venne per questo aspramente criticato da Rimbaud che pure lo considerava un dio!</p>
<p>Va anche tenuta in debito conto l’amara delusione che il poeta provò nei confronti di valori che la società sedicente democratica e in marcia verso il progresso aveva di fatto “svenduto”, a cominciare dal valore della vita umana. In <em>Solde</em> (<em>Liquidazione</em>), cioè in quella <em>illumination</em> che a molti appare l’autentico congedo del poeta, Rimbaud nello stile degli annunci pubblicitari (“À vendre” è la ripresa anaforica fondamentale del testo) elenca una serie di valori e stati di cose che ormai devono essere svenduti. Si tratta di valori che nella società delle merci valgono sempre meno e perciò vanno “liquidati”, venduti sottocosto. Tra questi troviamo le vite di esseri umani identificate metonimicamente nel loro essere soltanto semplici corpi senza valore:</p>
<p><em>À vendre les Corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de tout sexe, de toute descendance ! Les richesses jaillissant à chaque démarche ! Solde de diamants sans contrôle !</em></p>
<p><em>Svendesi i Corpi senza prezzo, al di là d’ogni razza, di ogni mondo, di ogni sesso, di ogni origine! Le ricchezze che sgorgano da ogni scorreria! Svendita incontrollata di diamanti!</em><a href="#_edn7" name="_ednref7">[7]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che si tratti qui delle vite, dei corpi che non valgono più nulla degli indigeni uccisi nelle <em>démarche</em> coloniali dell’Occidente che producono ricchezze, mi sembra evidente ma è anche comprovato dall’accenno alle speculazioni sui diamanti estratti nelle colonie francesi dell’Africa sud equatoriale.</p>
<p>Rimane da dire che insieme ai valori liquidati sottocosto dalla società, qui è lo stesso Rimbaud che, prima di partire, annuncia a se stesso la svendita dei suoi propri valori&#8230;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La democrazia nei versi di Adriano Spatola</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Diversi accorgimenti</em> (Geiger ed., Rivalba -Torino &#8211; 1975) è una delle più significative raccolte poetiche di Adriano Spatola (1941-1988), non a caso accompagnata da una importante <em>Nota critica</em> di Luciano Anceschi (pp. 75-77). Nella sezione intitolata <em>Che giorno è oggi</em> (pp. 41-45) si trovano cinque poesie numerate, dedicate ognuna al concetto di democrazia. Il titolo complessivo della raccolta fa invece riferimento a differenti modi di difesa poetica dagli istituti tradizionali del discorso in versi. Per concludere, mi è sembrato opportuno e suggestivo trascrivere e commentare la terza poesia di Spatola accostandola all’<em>illumination</em> di Rimbaud.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3.</p>
<p><em>Democrazia una parola</em><br />
<em>ovviamente trascurabile origine</em><br />
<em>             scopertamente risibile</em><br />
<em>e irrisibile il peso della menzogna</em><br />
<em>             la confessione</em><br />
<em>riconducibile alle radici</em><br />
<em>precaria amarezza</em><br />
<em>o teodulia.</em> (p. 43 ed. cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il testo è composto con una tecnica “cubista” nella distribuzione dell’ordine delle parole e nella spezzatura dei versi. Da qui il seguente esercizio di lettura: “democrazia” è ovviamente (soltanto) una parola; la sua origine (‘potere del popolo’) è trascurabile e cioè di nessuna importanza. La sua origine suscita palesemente il riso ma la gravità della menzogna è cosa che può essere derisa ma  non è cosa da ridere; la confessione (della menzogna) che riconduce alle origini (etimologiche) suscita precaria amarezza o asservimento onniplanetario e divino alla parola democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> Cito il testo francese da Arthur Rimbaud, <em>Opere</em>, a cura di Diana Grange Fiori, Milano, Mondadori 1975, pp. 350-352. La tr. it. è mia.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> Vd. in internet il commento a <em>Démocratie</em> presente nel sito <em>Arthur Rimbaud le poète</em>: <a href="http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm">http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm</a> (consultato l’ultima volta il 13 febbraio 2026).</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Graham Robb, <em>Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto</em>, tr. it. di Melania Mascarino e Andrea Palladino, Roma, Carocci, 2002, p. 257.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> Daniel-Adriaan De Graaf, <em>Arthur Rimbaud, sa vie et son œuvre</em>, Van Gorcum &amp; Co., Assen-Pays Bas, 1960, p. 263 e 281, n. 24. Mia la tr. it.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a> Arthur Rimbaud, <em>Opere</em>, cit., pp. 216-217. Tr. it. mia.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[6]</a> Ivi, p. 224. Tr. it. mia.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[7]</a> Ivi, p. 334. Tr. it. mia.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/31/portare-la-democrazia-con-le-armi-en-marche-arthur-rimbaud-e-adriano-spatola/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/27/gaza-la-scorta-mediatica-di-raffaele-oriani/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/27/gaza-la-scorta-mediatica-di-raffaele-oriani/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autocensura]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Il Venerdi]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rizzo]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[propoganda]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele Oriani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119461</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Marco Rizzo</strong> <br /> “Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno </em>consapevole<em> di doverle dire. a. i.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rizzo</strong></p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” </em>(Franco Fortini, febbraio 1991)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.&#8221; </em>(Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.”</em> (Aaron Bushnell, febbraio 2024)</p>
<p>Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati <em>dalla parte sbagliata della storia</em>?</p>
<p>Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. <em>Gaza, la scorta, mediatica</em> (People, 2024) di <strong>Raffaele Oriani</strong> è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il <em>Venerdì</em> di <em>Repubblica</em>. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole <em>di allora</em>, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con <em>il Venerdì</em>. Collaboro con il newsmagazine di <em>Repubblica</em> ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa<em> Repubblica</em> (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”</p>
<p>Eloquente il silenzio di <em>Repubblica</em> e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del <em>primo genocidio trasmesso e documentato in diretta<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.</p>
<p>Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di <em>7</em>, il settimanale del <em>Corriere della Sera</em>, viene presentato in sommario così:</p>
<p style="padding-left: 80px;">&#8216;Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.&#8217;</p>
<p style="padding-left: 40px;">Gli israeliani hanno subito una <em>strage</em>, i palestinesi vivono un <em>dramma</em>: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del <em>Corriere della Sera</em> metterà in sequenza lo «<em>scempio</em> inumano di Hamas», la «<em>carneficina</em> di Putin in Ucraina» e le «<em>operazioni</em> a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)</p>
<p>La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa <em>le nostre macerie morali</em>: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)</p>
<p>Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: <em>distorsione e spostamento</em> delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, <em>omissione di racconto e minimizzazione della violenza</em> (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. &#8220;Senza mai disturbare il carnefice&#8221;, come annota l&#8217;autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Quando il corrispondente di <em>Repubblica</em> Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di <em>Al Jazeera</em> scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)</p>
<p>Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)</p>
<p>Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.</p>
<p>Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.</p>
<p>“La carta stampata è l&#8217;arma più potente nell&#8217;arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d&#8217;Arabia nel suo <em>La guerriglia nel deserto</em>. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-119471 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-818x1024.jpg" alt="" width="696" height="871" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-818x1024.jpg 818w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-768x961.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-1227x1536.jpg 1227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-336x420.jpg 336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-150x188.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-300x375.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-696x871.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza-1068x1336.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Giornalisti-uccisi-a-Gaza.jpg 1440w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.</p>
<p>È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/27/gaza-la-scorta-mediatica-di-raffaele-oriani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pagatə per scrivere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 06:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[ariosto]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gaia Benzi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[precarietà]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118330</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Gaia Benzi</strong> <br /> Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/30/di-lavoro-non-ne-parliamo-per-favore/">nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa</a>, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/19/leggi-scrivi-crepa-3-articoli-sulla-crisi-editoriale/"> periodici soprassalt</a>i. E ho quindi invitato Gaia Benzi a rompere il ghiaccio, ben sapendo sia io che lei che non si salta fuori angelicamente dalla contraddizione, e che, diabolicamente, come accade su questo sito, si finisce per scrivere di ciò che più ci preme gratuitamente, dal momento che quando siamo pagati, invece,</em> siamo al servizio, <em>meno liberi nei tempi, nei modi, nei temi. a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Gaia Benzi</strong></p>
<p style="padding-left: 160px;">Apollo, tua mercé, tua mercé, santo<br />
collegio de le Muse, io non possiedo<br />
tanto per voi, ch&#8217;io possa farmi un manto.</p>
<p style="padding-left: 160px;">«Oh! il signor t&#8217;ha dato&#8230;» io ve &#8216;l conciedo,<br />
tanto che fatto m&#8217;ho più d&#8217;un mantello;<br />
ma che m&#8217;abbia per voi dato non credo.</p>
<p style="padding-left: 160px;">[…]</p>
<p style="padding-left: 160px;">Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta<br />
con la lira in un cesso, e una arte impara,<br />
se beneficii vuoi, che sia più accetta.</p>
<p style="padding-left: 160px;">Ludovico Ariosto, <em>Satira I</em>, vv. 88-93; 115-117</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È il 1517 e Ludovico Ariosto si lamenta con il fratello Alessandro e il collega Andrea Marone delle ristrettezze del lavoro culturale, e in particolare dell’ingratitudine del loro comune datore di lavoro, il Cardinale Ippolito d’Este, che apprezza la sua penna più per la burocrazia che gli risparmia in qualità di Segretario che per i versi che lo renderanno celebre.</p>
<p>Saper scrivere, d’altra parte, non significa per forza fare gli scrittori. Anzi, non lo significa praticamente mai, se per <em>fare gli scrittori</em>, o le scrittrici, intendiamo qui trarre un reddito completo e soddisfacente dalle attività afferenti al “collegio de le Muse”, per dirla con Ariosto, e non a quelle, forse meno auliche ma sicuramente meglio pagate, relative al fare cose con le parole, come dare vita a copy, bandelle, brochure, pitch, abstract, report, unità didattiche, e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Per essere gente che si guadagna da vivere scrivendo, comunque, non sembriamo aver letto molto, perché quando si tratta di parlare del nostro lavoro diciamo sempre le stesse cose. Sull’industria culturale ha già detto tutto quello che c’era da dire un suo campione indiscusso, Honoré de Balzac, che al tema ha dedicato la gemma della sua <em>Comédie</em>. In <em>Illusioni perdute</em> la parabola devastante di Lucien de Rubempré ci racconta della mercificazione del lavoro culturale, delle illusioni che suscita e delle altrettanto cocenti delusioni a cui conduce i giovani ingenui, con la testa piena di libri e le tasche vuote di soldi.</p>
<p>Nella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9FMcfER_qys">trasposizione cinematografica di qualche anno fa</a> l’editore a cui Lucien si rivolge appena arrivato a Parigi è interpretato da un particolarmente disgustoso Gerard Depardieu che, dopo avergli rifiutato la raccolta di poesie giovanili perché la poesia, a detta sua, non vende (non vendeva già all’epoca, pare, e ci si chiede a questo punto se abbia mai venduto) alla domanda se ritenesse il suo ultimo successo commerciale un libro che valeva veramente la pena leggere risponde: “Ah, ma che ne so io, sono analfabeta!” Una forzatura, certo, rispetto a un Dauriat già abbastanza arrogante e insopportabile sulla carta, ma una forzatura che rende bene il disprezzo balzachiano per gli editori e i direttori di giornali. Balzac, che giornalista lo era stato davvero, dipinge il ritratto di un Lucien prontamente adottato dalla panacea delle riviste dopo il rifiuto delle <em>belles lettres</em>, che utilizza due nomi diversi per firmare un giorno una recensione entusiasta e il giorno dopo una stroncatura dello stesso libro, per aumentare le vendite di un prodotto mediocre. Alla fine deciderà di cambiare totalmente casacca, buttare al vento gli ideali politici di gioventù e saltare sul carro dei conservatori in cambio di un po’ di successo: un errore che gli sarà fatale in un ambito, oggi come ieri, dove la reputazione è valuta corrente.</p>
<p>Conformismo, page basse, mercificazione e mobbing: ma il lavoro culturale ha anche dei difetti. Uno di questi è la tendenza a essere investito di un valore emotivo, aspirazionale, fino al punto di diventare l’elemento centrale dell’identità di chi lo pratica con non tutti gli annessi e connessi.</p>
<p>Perché infatti Ariosto si lamenta delle mansioni da Segretario che svolge per il Cardinal Ippolito? Non era forse quello già un lavoro importante, che ne riconosceva l’abilità e le capacità intellettuali? Chiaramente sì, almeno sulla carta, eppure no, non lo era, perché quando parliamo di lavoro culturale, e soprattutto quando <em>ci lamentiamo</em> del lavoro culturale, stiamo parlando di qualcosa che non è lavoro, e non è nemmeno cultura: stiamo parlando, principalmente, di noi stessi.</p>
<p>Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà, dai contorni vaghi e spregiudicati, assurta a principale fonte di reddito delle nostre vite. Ma la dimensione capitalista in cui siamo costretti a vendere la forza lavoro per sopravvivere non sarà mai completamente sovrapponibile alle nostre passioni, e soprattutto <em>non dovrebbe esserlo</em>.</p>
<p><a href="https://transform-italia.it/lamore-non-basta/">L’amore, infatti, non basta</a> per lavorare, e anzi è bene che resti il più lontano possibile dallo stipendio se uno stipendio si vuole continuare ad averlo. Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici culturali sulla <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FmigZKYHZ_g">leva della passione</a> è infatti l’altro grande tratto caratteristico dell’industria culturale. Nel mondo editoriale si fa spesso riferimento alla “bolla” sociologica, cioè all’<em>eco chamber</em> prodotta dal feed di Facebook; meno spesso, invece, si affronta il tema della “bolla” economica, cioè di un livello di (sovra)produzione reso possibile soltanto dal lavoro sottopagato o totalmente gratuito della stragrande maggioranza della filiera, dalle scrittrici agli uffici stampa, dai grafici ai correttori di bozze.</p>
<p>Se l’editoria iniziasse veramente a pagare salari dignitosi a tutte le persone che lavorano nel settore il Salone di Torino sarebbe ridotto a un padiglione solo. E questo vale per le grandi come per le piccole case editrici, per le medie, blasonate e storiche, e per le micro, battagliere e politicamente schierate: nessunə è immune a uno sfruttamento spietato della forza lavoro, fosse anche semplicemente la propria.</p>
<p>È una costante uguale per tutti, nel bene come nel male: c’è tanta editoria militante, di frontiera, d’avanguardia, che senza quell’ingenuo ottimismo della volontà, senza l’illusione di una convergenza possibile fra professione e passione, semplicemente non esisterebbe; ma non esisterebbe nemmeno tanta carta straccia, tanto rumore di fondo e tanta broda riscaldata spacciata per <em>necessaria</em>.</p>
<p>In fondo, perché stupirsi? L’industria culturale è un’industria come un’altra, anche lei espressione di un mercato capitalistico, per quanto lastricato di buone intenzioni. È un mondo comodo solo per chi non ha bisogno di lavorare e può permettersi <a href="https://eleonoraccaruso.substack.com/p/chi-puo-permettersi-di-perdere">il lusso di perdere</a>.</p>
<p>Ma anche per chi perde abbastanza a lungo da riuscire a vincere, il successo è quasi sempre venato di compromessi, sottoposto a una pressione e a una competizione sfiancanti. Non è un caso che molte delle persone che<em> sembrano</em> averlo ottenuto – perché mai come in questo lavoro vale il detto<em> “</em>fake it until you make it” – a un certo punto crollano, si sfaldano, si sfogano, lasciando trapelare tour deliranti e performance continue e malpagate. Paradossalmente, chi vince è quasi sempre incastrato in un personaggio già scritto, referente perpetuo di un solo argomento, condannato a occupare una nicchia di mercato fino a saturarla, se necessario, costretto a un personal branding incessante e impossibilitato a perdere nuovamente qualcosa – che si tratti di tempo o contatto col mondo. L’errore, l’erranza, quella dimensione così feconda e importante per la creatività e lo studio, diventano in poco tempo chimere passate, e prendono vita lamentele nuove: forse con la cultura si mangerà anche, alla fine, ma non si ha più tempo di leggere, scrivere e andare al cinema. Che senso ha avuto allora affannarsi tanto, se si finisce per smettere di fare le cose che più amiamo in questo lavoro? Che più amiamo, forse, nella vita?</p>
<p>Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male. Quindi ben venga la sindacalizzazione, anche nella precarietà, e se non ci sono soldi ci pagassero in garanzie, pezzi di carta, quote di proprietà: qualunque cosa tranne la retorica della passione.</p>
<p>Ma a fianco delle giuste rivendicazioni di categoria sarebbe importante iniziare a sdoganare anche altre vie, strade terze, in cui l’espressione di sé viene praticata liberamente e alle proprie condizioni in virtù di un lavoro <em>altro </em>che non è sconfitta, ma guadagno, senza che la credibilità o la reputazione di chi sceglie questa via (o è costretto a) ne riporti danno.</p>
<p>Nel mondo per cui non smetterò mai di lottare non solo le scrittrici e gli scrittori verrebbero adeguatamente pagati per scrivere, ma anche per <em>non scrivere</em>, che è poi la loro attività principale. Nel mio mondo ideale, verrebbe retribuito l’ozio, ciascuno sarebbe libero di coltivare l’arte che preferisce e vivremmo tutti a spese del Pritaneo.</p>
<p>Ma il mondo in cui viviamo non è affatto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ludovico Ariosto pagherà caro il rifiuto a piegarsi ai dettami del suo mecenate. Licenziato dal Cardinale, sarà costretto ad accettare incarichi d’ufficio che lo porteranno per anni lontano dallo studio e dagli affetti. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscirà a ottenere la direzione del teatro stabile di Ferrara, il primo d’Europa, che gli permetterà di dedicarsi a tempo pieno alle lettere e dare alle stampe il suo capolavoro.</p>
<p>L’<em>Orlando Furioso</em> esce nel 1532, e ha subito un grande successo.</p>
<p>Ariosto morirà l’anno dopo, all’apice della carriera.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione&#8221;.</p>
<h3>⇓</h3>
<p><strong>Gaia Benzi</strong> su Nazione Indiana: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/14/costruire-antifascismo-oltre-lemergenza/">Costruire antifascismo oltre l’emergenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>⇓</h3>
<p>Ancora del lavoro letterario, culturale, su Nazione Indiana (ben 18 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oppure questo (solo 9 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">L’era dell’autopromozione permanente | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Esclusa la fine. (Per Jean Le Gac.)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/23/esclusa-la-fine-per-jean-le-gac/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 06:44:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Le Gac]]></category>
		<category><![CDATA[Narrative Art]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Polidori]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117732</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Polidori</strong> <br /> Concepite e realizzate come situazioni concrete o come utopie, in ogni caso trasformate in scrittura e in immagine fotografica, queste azioni-documenti venivano spedite a diversi destinatari, che conservavano i frammenti di racconto come fili di cui non si poteva essere certi del collegamento...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Polidori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 26 dicembre è scomparso Jean Le Gac (Alès 1936 – Parigi 2025). Pittore e artista concettuale, tra i protagonisti della Narrative Art, è stato attivo in più occasioni anche in Italia, dove la sua ricerca si è confrontata con momenti decisivi delle neo-avanguardie artistiche e letterarie.</p>
<p>A cominciare dal numero 23-25 della rivista <em>Uomini e idee</em>, uscito nel settembre 1970 e dedicato alla realtà francese contemporanea, curato da Jochen Gerz, e con Adriano Spatola nel comitato di redazione. <em>Per un linguaggio del fare-documenti dell’avanguardia francese</em>, questo il titolo, riunisce trenta nomi della poesia visiva e dell’arte visiva, accomunati proprio dal <em>visivo</em> come margine di confluenza tra i due ambiti. È un aggettivo (<em>visivo</em>) che va a modificare la definizione stessa di «arte» e di «poesia», mettendo in discussione metodi e materiali e aprendo soprattutto una questione più radicale: quella di comprendere come il vedere in sé possa diventare una pratica critica, come possa trasformarsi in un linguaggio capace di includere tanto momenti affermativi, in cui si vede per guardare, quanto momenti negativi, in cui si vede per non-guardare, ossia per fare, per tradurre operativamente il vedere in altro: costituire lo sguardo come procedura di azioni. Scrivere, scolpire, dipingere, comporre musica sono modalità linguistiche sottoposte a una verifica analitica che, togliendo coesione agli oggetti espressivi, favorisce interferenze e intermedialità.</p>
<p>A quella raccolta, Jean le Gac contribuisce con una lettera:</p>
<p><em>Parigi 10 marzo 1970 </em></p>
<p><em>Gentile signore, </em></p>
<p><em>la prego di considerare come nulle le dichiarazioni eventualmente espresse da un certo [NOME ILLEGGIBILE] riguardo a un’attività che avrebbe svolto, a partire dalla primavera del 1968, in diversi punti del paesaggio e che consisterebbe essenzialmente in una serie di manipolazioni solitarie esercitate su ciò che lo circondava, con l’unico scopo, a quanto pare, di manifestare un comportamento. [LETTERA INCOMPIUTA] </em></p>
<p>La lettera si riferisce a una fitta serie di interventi che Le Gac realizzò dentro e fuori Parigi tra il 1968 e il 1970. Questi interventi avevano come ragione unificante il desiderio di introdurre nella vita reale condizioni capaci di generare una narrazione fittizia. Si tratta di brevi svolgimenti narrativi, che corrispondono ad altrettanto minimali progetti di azioni e di comportamenti, o <em>manipolazioni</em>, come dice la lettera. Di queste manipolazioni agite nel paesaggio (un solco scavato nel terreno, un giro di ricognizione, un progetto di irrigazione, l’acquisto di un terreno di scarso o nullo valore commerciale…) sfugge la finalità, tanto quanto le narrazioni mancano di un finale. La tattica vuota di senso faceva sì che ogni finale si rivelasse insufficiente e quindi incapace di offrire una morale. Escluso il finale, a funzionare da morale era semmai il meccanismo stesso del racconto “esistenzializzato”: la possibilità di trasfigurarsi in personaggio per osservarsi mentre si vive e prendere appunti sulle azioni che si progettano. Concepite e realizzate come situazioni concrete o come utopie, in ogni caso trasformate in scrittura e in immagine fotografica, queste azioni-documenti venivano spedite a diversi destinatari, che conservavano i frammenti di racconto come fili di cui non si poteva essere certi del collegamento: una mimesi effettiva che funzionava come mappa di un territorio in parte geografico e in parte letterario.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-118310 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-1024x661.jpg" alt="" width="696" height="449" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-1024x661.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-300x194.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-768x496.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-1536x992.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-650x420.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-696x449.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-1068x690.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1-1920x1240.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/02_JLG_NOTES_web_nazione-indiana-1.jpg 1984w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>02_JLG_NOTES_</p>
<p>Qualche esempio. Maggio 1969, <em>Le Campement-projet</em>: l’idea di costruire un accampamento di tende panoramiche in vinile trasparente su cui è stampato il tratteggio dei profili del paesaggio esterno, in modo da sovrapporre alla vista della natura la sua stessa figura tradotta in forma grafica; 400 destinatari. Novembre 1969, <em>Acte-Observation</em>: il resoconto approssimato di un giro a vuoto nei pressi del cantiere di un edificio in costruzione, in una zona di campagna; più alcune foto abbastanza scadenti da risultare misteriose e un breve testo privo di fulcro, in tutto quattro facciate; 300 destinatari. Gennaio 1970, <em>Description d’un dessin fait d’après nature</em>: un disegno realizzato dal vero tradotto nell’accurato e straniante rilievo verbale di un muretto; 100 destinatari. Marzo 1970, con Christian Boltanski: viene affittato per un mese un appartamento in rue Rémy-Dumoncel (Parigi 15°) e le chiavi sono distribuite a 50 destinatari, liberi di entrare e uscire in qualunque momento e di creare <em>plot</em> che nessuno controlla, e di cui ciascuno avrà sempre una visione parziale: le coincidenze saranno casuali e gli sguardi tutti soggettivi.</p>
<p>Accade, in questo particolare contesto narrativo dell’arte visiva, che la crisi della prospettiva in pittura originariamente annunciata da Cézanne (primo remoto sintomo di una concezione postmoderna dello sguardo) mostri i suoi effetti più estremi in una generazione di <em>pittori senza oggetto</em>. Non tanto perché non producevano quadri ma azioni e comportamenti dai risultati concreti scarsi, quanto soprattutto perché la progettualità del loro operare escludeva la possibilità di mettere a fuoco qualche risultato.</p>
<p>Nella frammentarietà del racconto tentato da Le Gac (e non è certo il solo) e nella pratica esistenziale di una trama eventuale che procede rimandando il suo punto, c’è sia il metodo di una deriva situazionista sia il rifiuto della rappresentazione specifica propria dell’astrattismo. Si tratta in ogni caso di deviare dal destino segnato delle linee prospettiche e di concepire linee di fuga che non abbiano termine in un unico punto focale o che non abbiano termine alcuno.</p>
<p>Una delle prerogative rivendicate da Le Gac è stata quella di aver introdotto nell’arte visiva l’imperfetto, il tempo verbale delle azioni senza termine. E se questo tempo imperfetto abita uno sguardo che non è impersonale, non è universale e non è quello promesso dalla prospettiva pittorica, ma è lo sguardo di una fittizia soggettività personale, allora la mancanza di termine coincide con la sfocatura dell’oggetto.</p>
<p>Dove sta infatti l’oggetto di questi soggettivi vagabondaggi nel territorio? Eccone un esempio: aprile 1970, nella zona montana di La Croix-Valmer qualcuno ha lasciato un segno del proprio passaggio, e un annuncio di Le Gac (<em>Pour vérification monter jusqu’au « Signal » à la Croix-Valmer</em>, circa 50 destinatari) indica dove è possibile rinvenire questo oggetto segnaletico. Un altro esempio è <em>Le Signal</em>, un breve film in 16mm della durata di cinquanta secondi che offre un’esperienza diretta di uno sguardo soggettivo su un segnale oggettivo. Il film si apre sull’immagine fissa di una roccia alta poco più di un metro, dalla cui sommità parte un cavo d’acciaio con un fazzoletto bianco annodato. Mentre una voce fuori campo descrive esattamente quello che stiamo vedendo, l’immagine viene aggredita da macchie scure che si propagano finché tutto diventa nero e non vediamo più niente. L’oggetto della soggettiva cinematografica è durato il tempo della sua brevissima e superflua descrizione: un documento sempre insufficiente rispetto a una narrazione soddisfacente. Zero morale della favola, <em>quantité nulle</em>, come dice la lettera.</p>
<p>Queste e altre azioni (varie passeggiate con Christian Boltanski e Paul Armand Gette, distribuzione di estratti da un racconto di Jean Ray e dagli studi di fotobiologia cutanea di Hubert Jausion e François Pagès) vengono poi elencate in un sunto narrativo autobiografico. Le Gac lo presenta come <em>curriculum vitae</em> alla Biennale del 1972, a cui partecipa in due modalità diverse. Da un lato, è invitato al padiglione francese: un’automobile parcheggiata ai Giardini fra i cespugli diffonde messaggi dal significato oscuro attraverso un altoparlante. Dall’altro lato, partecipa alla sezione <em>Il Libro come luogo di ricerca</em>, con cui i curatori Renato Barilli e Daniela Palazzoli realizzano quella che è di fatto la prima ricognizione italiana dell’Arte Concettuale. Nello stesso anno Le Gac partecipa a <em>documenta 5</em> (<em>Investigando la realtà / Mondi visivi odierni</em>), dove i concetti di realtà, oggettività, soggettività e autonarrazione sono tematizzati da Harald Szeemann nella sezione denominata <em>Mitologie individuali</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-118311 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/03_JLG_pagina-del-catalogo-di-documenta-5_1972_web_nazione-indiana-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>03_JLG_pagina del catalogo di documenta</p>
<p>Il senso e il metodo di una mitologia individuale secondo Le Gac emergono già chiaramente in una mostra dell’anno precedente alla galleria Rive Droite. Qui viene esposto <em>La Rumeur dans la montagne</em>, un ready-made fondamentale per l’intreccio tra pittura e finzione che diventerà il nodo centrale della sua opera. Si tratta di un racconto di Maurice Renard che ha come protagonista il pittore Florent Max, ossessionato da un’eco misteriosa che risuona tra i monti dove ogni giorno si reca a dipingere, fino a diventare vittima della sua stessa allucinazione. Le Gac acquista i diritti del racconto, lo ristampa con il titolo <em>Une lecture révélatrice</em>, e lo introduce con un proprio testo narrativo che fa eco a quello di Renard. In questo lavoro, il perturbante tipico del ready-made, che fin dalla sua nascita costringe a interpretazioni continue e alla verifica di contenuti solo sospettati, si manifesta nell’idea che la vita dipenda dalla letteratura. Da questa dipendenza, nasce un rapporto insieme affettivo e delirante con la storia dell’arte, essa stessa considerata come trama letteraria. Un’idea che esprime bene anche il film <em>La Vie est un roman</em> (1983) di Alain Resnais, autore molto amato da Le Gac.</p>
<p>Per un certo periodo Florent Max diventa l’<em>alter ego</em> di Jean Le Gac, in un gioco di specchi in cui non è chiaro chi rifletta chi. Questo scambio di identità continua nella mostra alla galleria Hossmann di Amburgo, per la quale Le Gac pubblica una <em>plaquette</em> intitolata <em>Le Récit</em>, in cui presenta alcuni suoi scritti assieme ad articoli che altri hanno scritto su di lui e dove il suo nome appare cancellato o sostituito con quello del personaggio letterario. Nel 1992 torna in Germania con una mostra personale (<em>Le Peintre fantôme</em>, Badischer Kunstverein Karlsruhe). Il catalogo realizzato per questa mostra imita la grafica della celebre collana francese di romanzi polizieschi <em>Le Masque</em>, con i capitoli costituiti in questo caso da interventi critici: al primo testo di Jean Clair seguono diversi contributi di Claire Stoullig, Gilbert Lascault, Kate Linker, Catherine Francblin e altri nomi significativi, tra cui Anne Dagbert, che più di tutti si è occupata dell’artista. Anche qui il nome di Jean Le Gac compare solo in copertina e nel colophon, mentre all’interno dei testi è sostituito da spazi bianchi.</p>
<p>Tra gli artisti del gruppo storico della Narrative Art, Le Gac è quello che insiste maggiormente sul romanzo come <em>medium</em> ideale di un’esperienza artistica votata all’autoanalisi. Si tratta però dell’imitazione di una finzione, e quindi di una finzione che si ripropone indefinitamente come racconto senza soluzione, destinato al frammento e all’interruzione. Nel lavoro di Le Gac, i due elementi tipici della Narrative Art (testo e fotografia) creano una particolare dialettica di sospensione, rinviando entrambi a un atto di finzione che ha luogo nella vita quotidiana senza però potersi mai veramente completare. Questo perché una finzione che si compisse interamente nella vita cesserebbe di essere finzione e diventerebbe morte: morte come trascendenza definitiva.</p>
<p>Per formazione Le Gac era un pittore e a scuola insegnava disegno. Eppure in quegli anni, nelle sue opere foto-testuali, sceglie la finzione della pittura: non la pittura dipinta ma la pittura narrata in microstorie tanto minimali da sembrare metafisiche. È quindi un pittore che non dipinge, ma fa finta di dipingere, ricavando dalla finzione della pittura il senso stesso della pittura. Realizza così un’astrazione concettuale dell’essere e del fare pittura attraverso la finzione dell’essere senza fare. Anche se poi, in realtà, <em>fa</em>: nei suoi racconti corre, si nasconde, trema, si spaventa, suda, visita, guida, entra, esce, si siede, si ferisce, si allontana, e dipinge. Tutto davanti a un obiettivo fotografico, in posa da pittore. Solo che la sua pittura, in quegli anni, lascia traccia solo nel comportamento: un’inflessione professionale del corpo e del pensiero.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-118312 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-1024x780.jpg" alt="" width="696" height="530" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-1024x780.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-768x585.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-1536x1169.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-2048x1559.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-552x420.jpg 552w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-150x114.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-696x530.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-1068x813.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/04_JLG_the-painter_1974_©-foto_giorgio-benni_web_nazione-indiana-1920x1462.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>04_JLG_the-painter_1974_© foto_giorgio-benni_web_nazione indiana</p>
<p>In Italia è Filiberto Menna a presentare il gruppo della Narrative Art alla mostra del 1974 da Cannaviello, a Roma. Le Gac espone un’opera foto-testuale dell’anno precedente, <em>Le Peintre</em>, in cui vediamo apparire, in un paesaggio naturale tra palude e bosco, un pittore vestito di bianco e attrezzato di cavalletto e tele, quasi un Monet che vaga per le campagne. Il testo però racconta l’inattività del personaggio: «… per non fallire, egli evita di impegnarsi: “Ho la sensazione, dice, che non sto ancora realizzando nessuna opera”…»</p>
<p>Filiberto Menna è anche il teorico della Pittura analitica, che in Francia si identifica nel gruppo di Support/Surface e nelle procedure minimaliste di Daniel Buren, Olivier Mosset, Michel Parmentier e Niele Toroni. Jean Le Gac non partecipa né all’uno né all’altro gruppo. Il suo approccio analitico consiste nel trasportare la pittura sul piano della scrittura e del comportamento, attraverso una drammaturgia inconclusiva e ossessiva, però anche dolce e capace di includere il comico e l’assurdo, e che diventa il suo <em>en plein air</em>, il suo respiro e la sua logica. In questa scrittura analitica del comportamento e nella distribuzione frammentaria dell’immagine fotografica (un palinsesto), Le Gac rimane vicino, pur con precise differenze, a due compagni degli inizi: Christian Boltanski e Gina Pane. Nella disfunzionalità del comportamento invece (vagabondaggio e dispersione) si trovano le radici più autentiche della sua amicizia con André Cadère.</p>
<p>Questa prima parabola narrativa foto-testuale si conclude nel 1978 con l’esaustiva antologica al Centre Pompidou curata da Pontus Hulten, che segue di un anno la retrospettiva al Kunstverein di Amburgo. Le due mostre (<em>Le Peintre / Exposition romancée</em> a Parigi e <em>Der Maler</em> ad Amburgo e in altri luoghi) raccolgono un percorso distribuito tra diversi <em>altrove</em>: scrittura, esistenza, alienazione soggettiva, storia dell’arte e finzione della pittura. E mettono in crisi il modello consueto di contemplazione o di relazione fisica con l’opera esposta, facendo cadere quella sorta di sottinteso principio di unità di tempo e spazio che dovrebbe valere per le mostre d’arte.</p>
<p>Nella mostra romanzata, anche ammettendo che lo spazio dell’opera sia limitato alla parete che fa da supporto al foto-testo, è il tempo narrativo a forzare i limiti della presenza dell’opera allo sguardo. Spingendo verso gli eventi mostrati dalle immagini, che nel testo si smarriscono. Il visivo si apre ai suoi negativi: quello che si è già visto, quello che si pensa di vedere e quello che il testo fa immaginare. E questo vanifica la promessa alla base di ogni allestimento: convocare il senso proprio dell’opera esposta, portandolo all’evidenza in un preciso <em>qui (del) presente</em>. Ma se per il soggetto che agisce in queste opere non è possibile, né desiderabile né necessaria, una tenuta in quanto tale, perché mai l’opera dovrebbe voler coesistere con sé stessa? Distribuendosi tra media diversi e traendo forza dall’incompletezza e dall’indeterminatezza delle definizioni, l’opera svincola l’immagine dalla propria autoaffermazione.</p>
<p>Negli anni Ottanta, in questo ambiente narrativo disperso tra finzione e realtà, Le Gac introduce la pittura dipinta. Una pittura capace, senza mai chiudere i conti, di tirare le somme di un percorso generosamente sbilanciato verso i propri dintorni, che si tratti del linguaggio o della vita. Pur essendo portatrice di un racconto figurativo che ritorna su sé stesso e sui propri elementi, tra citazioni dalla storia dell’arte, mitologie popolari e allucinazioni autobiografiche, questa pittura rimane al riparo dalla staticità di una (di qualsiasi) retorica. È una pittura che costantemente esce da ed entra in sé stessa, capace di osservarsi, di dichiarare i propri strumenti e le proprie ragioni, di coinvolgere persone vicine portandole a interpretare una recita: il romanzo di un pittore. La messa in scena di questo romanzo, la cui trama, esorbitante e ricorsiva, si svolge negando ogni esito programmato o prevedibile, è a sua volta un medium artistico, ovverosia una messa in opera che sperimenta modi di lettura-visione in corrispondenza con la coincidenza tra spazio narrativo e spazio espositivo. Abbiamo a che fare con installazioni complesse, che prevedono la correlazione tra dipinti, testi e fotografie di finzioni allestite nella vita reale. La letteratura è offerta allo sguardo sotto forma di esperienza multi-dimensionale, e i suoi modelli fungono da guida per la costituzione della pittura, allegorizzata in chiave di racconto poliziesco, di avventura, di mistero.</p>
<p>Ora il soggetto romanticamente malato di finzione (il pittore) ha portato a compimento una impresa che era implicita fin dall’origine di questa ricerca: proiettare sull’opera d’arte quel sentimento di distacco irrimediabile e di inafferrabilità, che è tipico di ogni contenuto romanzato. Il montaggio di più piani mediali e narrativi, a cui si assiste nella fase matura della pittura di Le Gac, appare come la conseguenza delle strategie inconclusive tentate negli anni della sospensione del dipingere: strade volte a modellare la durezza inconcepibile e inumana dell’arte per mezzo di coniugazioni e tangenze, dissolvimenti e rovesciamenti nel non essere e nella non fine.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-118313 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/05_Jean-Le-Gac_peintre-fantome_1992_nazione-indiana.jpg 1264w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>05_Jean Le Gac_peintre fantome_1992_nazione indiana</p>
<p>*</p>
<p><strong>SETTE LIBRI DI JEAN LE GAC </strong></p>
<p>Le note che seguono sono parzialmente già incluse in Jean Le Gac, <em>Il pittore dappertutto</em>, Cambiaunavirgola, 2021, a cura di Pasquale Polidori.</p>
<p><strong>1972 </strong></p>
<p><strong><em>Jean Le Gac / Florent Max </em></strong></p>
<p>CEDIC, Parigi</p>
<p>Brossura, 20 × 13 cm, 40 pagine, illustrazioni in bianco e nero</p>
<p>Con un testo di Jean-Marc Poinsot</p>
<p>Oltre alla tiratura di base, furono stampate 100 copie numerate e firmate</p>
<p>Jean Le Gac acquista i diritti di un racconto di Maurice Renard, <em>La Rumeur dans la montagne</em>, incentrato sulla figura del pittore Florent Max il quale, ossessionato da un’eco misteriosa che si diffonde nel luogo tra i monti dove egli quotidianamente si reca a dipingere, finirà per precipitare tra le rocce, vittima della propria allucinazione. Nell’edizione di Le Gac, il racconto di Renard è compreso sotto il titolo di <em>Une lecture révélatrice</em>, ed è introdotto da un testo di Le Gac, <em>Il cria comme dans un telephone</em>. Lo scambio di nome tra Jean Le Gac e Florent Max corrisponde a un tentativo da parte del primo di entrare in un universo letterario e fittizio. Il fenomeno dell’eco, al centro sia del racconto di Renard sia del preambolo di Le Gac, da un lato implica una sovrapposizione tra parola pronunciata (nome proprio) e parola replicata (nome improprio, nome sottratto, ready-made), come rileva Kate Linker in un articolo che compare nel numero estivo del 1986 di <em>Artribune</em>; dall’altro indica la ninfa Eco, legata al destino di Narciso: lui morto per immagine e lei morta per parola.</p>
<p>Il libretto si chiude con un testo fondamentale: <em>Notes biographiques</em>. In un tono da romanzo psicologico, vi si trovano mescolate notizie di mostre e avvenimenti dai contorni non chiari, a dispetto di una maniacale elencazione ordinata per modi e generi operativi. L’unica evidenza indiscutibile è il formarsi di un solco di finzione nel pieno dell’opera, del tutto disponibile alla vita.</p>
<p><strong>1972 </strong></p>
<p><strong><em>Le Récit </em></strong></p>
<p>Hossmann, Amburgo</p>
<p>Punto metallico, 28.9 × 19.5 cm, 16 pagine, illustrazioni in bianco e nero e colori</p>
<p>Stampato in 500 copie numerate</p>
<p>La <em>plaquette</em> consiste nella riproduzione fotografica di collage e interventi a penna e tinta bianca effettuati su ritagli di giornali e di libri — l’intera rassegna stampa delle notizie riguardanti le mostre fatte da Le Gac fino a quel momento. L’artista sbianchetta e cancella ogni occorrenza del proprio nome, sostituendovi quello di Florent Max.</p>
<p><strong>1975 </strong></p>
<p><strong><em>Le Professeur de dessin </em></strong></p>
<p>1975</p>
<p>Europalia, Bruxelles</p>
<p>Punto metallico, 29.5 × 21 cm, 20 pagine, illustrazioni in bianco e nero</p>
<p><em>Le Professeur de dessin</em> è un’opera del 1975 in 11 parti, ciascuna delle quali si compone di un racconto dattiloscritto e un insieme di riproduzioni fotografiche di disegni realizzati dagli allievi di scuola media del <em>professor</em> Le Gac. Complesso intreccio di pittura, fotografia e testo, da cui discendono interrogativi e significati cruciali relativamente alla pittura e alla sua capacità di estendersi linguisticamente ben oltre i limiti di ciò che è dipinto, <em>Le Professeur de dessin</em> rappresenta anche un particolare esempio di concettualizzazione del lavoro artistico, che giocando sull’ambiguità tra appropriazione e committenza dell’opera pittorica da parte dell’artista/professore, gli riserva un ruolo che, ironicamente, equivale a quello di una coscienza puramente verbale, spazio negativo dell’opera in cui è di scena una pura finzione del fare.</p>
<p>Una <em>plaquette</em> di quest’opera fu stampata come contributo di Jean Le Gac al catalogo del festival Europalia France 75, Bruxelles (<em>Une certaine actualité de l’art contemporain en France</em>), che consisteva in un raccoglitore di 12 libretti, uno per ogni artista invitato, più un libretto collettivo. È la prima volta che Le Gac tenta una pubblicazione che si presenta apertamente sbilanciata sul versante letterario. Questo versante però si determina attraverso l’adozione di alcune modalità compositive, quali: la didattica o il lavoro statale del pittore; il rapporto con i figli o la situazione biografica del pittore; la scrittura o il pittore come voce narrante e soggetto che patisce un isolamento narcisistico; la composizione dell’opera o il pittore come regista di materiali provocati dal suo stesso intervento.</p>
<p><strong>1977 </strong></p>
<p><strong><em>Der Maler </em></strong></p>
<p>Lebeer Hossmann, Amburgo-Bruxelles</p>
<p>Brossura, 21.5 × 14 cm, 134 pagine, illustrazioni in bianco e nero</p>
<p>È il catalogo della mostra omonima che si svolge tra marzo e aprile 1977 al Kunstverein di Amburgo, e poi a Monaco e ad Aquisgrana nello stesso anno. Ma si tratta a tutti gli effetti di un libro d’artista, concepito nella forma di un tascabile dove, a parte l’introduzione del curatore Günter Metken, troviamo solo una raccolta di racconti foto-testuali dell’artista.</p>
<p><strong>1979 </strong></p>
<p><strong><em>Le Peintre de Tamaris près d’Alès (Roman) </em></strong></p>
<p>Yellow Now, Crisnée</p>
<p>Brossura, 20.2 × 14.2 cm, 186 pagine, illustrazioni in bianco e nero, in copertina una illustrazione a colori</p>
<p>«A parte il <em>Bénézit</em>, non credo che esista un altro libro oltre al mio che contenga così tante volte la parola “pittore”. Tuttavia, non penso che con questo libro si potrebbero ricostruire in modo attendibile le mie opere se non fossero più esposte e fossero cadute nell’oblio, cosa che accade spesso. […] Forse un giorno riuscirò a ricondurre tutto a una sola parola, come nel racconto di Borges in cui un nome sconosciuto rimasto in un’enciclopedia fa scoprire un intero paese, un’intera civiltà scomparsa. Immagino quindi che tutte queste pagine potrebbero far sospettare che un pittore — detto di Tamaris — sia realmente esistito. In ogni caso, ho potuto verificare di persona l’eccellenza della scoperta che ho fatto piuttosto tardi, nel 1976, quando mi è apparso chiaro che un pittore fittizio era al centro di tutti i miei lavori. È stata una grande gioia per me identificarlo anche nelle mie opere precedenti a quella data e vedere la mia intuizione prendere forma in questo libro» (traduzione di un estratto dalla nota in quarta di copertina).</p>
<p>Il libro, che si dà esplicitamente come romanzo, segue di un anno la mostra-romanzo (<em>Le Peintre / Exposition romancée</em>) al Centre Pompidou. Se nella mostra agiscono due forze centrifughe, ovvero la collocazione spaziale delle opere e l’evasione temporale del racconto, nel libro-romanzo Le Gac si concentra maggiormente sulla successione ininterrotta dei testi, molti dei quali compaiono privi delle immagini fotografiche a cui erano originariamente associati nella collocazione a parete.</p>
<p><strong>1987 </strong></p>
<p><strong><em>Introductions aux œuvres d’un artiste dans mon genre </em></strong></p>
<p>Actes Sud, Arles</p>
<p>Brossura, 19 × 10 cm, 57 pagine, 1 illustrazione a colori all’interno, 1 illustrazione a colori in copertina</p>
<p>Le dodici <em>Introductions aux œuvres d’un artiste dans mon genre </em>provengono da altrettanti fototesti realizzati tra il 1979 e il 1980 e attualmente conservati in collezioni diverse. Il volume che porta lo stesso titolo fu pubblicato in occasione della mostra organizzata per <em>Les Rencontres de la photographie</em> presso la Chapelle de Saint-Martin du Méjan, ad Arles. Rispetto alle pubblicazioni precedenti, qui vengono pressoché totalmente escluse le immagini, ridotte a una soltanto, riproduzione di un’opera installata: <em>L’Illustration Pathé-Kid</em>. L’opera si compone di un piedistallo in legno sormontato da un proiettore cinematografico che punta verso una tela dipinta; il dipinto si ispira a un volume della serie di racconti per ragazzi, <em>Aventures d’un petit Buffalo</em>, di Arnould Galopin, fisicamente compreso nell’installazione.</p>
<p>I racconti delle <em>Introductions</em> già nel titolo chiariscono il loro valore di soglia tra un interno dell’opera, il romanzo del <em>peintre</em> che ha preso forma nel corso degli anni, e un esterno dell’opera, quello che introduce al romanzo, e cioè Le Gac come origine esistenziale e artistica della finzione del <em>peintre</em>. È chiaro però che questa soglia è un continuo passaggio di soggetti fantasma, la cui unica funzione è confondere le acque di diversi piani dialettici: tra personaggio e persona; tra nome-artista e cosa-artista; e tra i presunti versanti all’interno e all’esterno dell’opera. Alla fine, il genere di artista che si profila all’orizzonte di queste introduzioni, è un artista che del proprio confondersi e spostarsi fa e il suo male e la sua cura.</p>
<p><strong>2004 </strong></p>
<p><strong><em>Et le peintre (Tout l’Œvre roman 1968-2003) </em></strong></p>
<p>Galilée, Parigi</p>
<p>Brossura, 22,5 × 21,4 cm, 417 pagine, illustrazioni in bianco e nero</p>
<p>Il volume riunisce quasi tutte le parti narrative dell’opera di Jean Le Gac, organizzandole in sezioni in cui testi in origine autonomi e dispersi nelle diverse opere vengono accostati fino a formare un unico discorso. Questo flusso di lingua pittorica, che si lascia alle spalle l’opera a parete per collocarsi in uno spazio consono alla lettura, dove le foto e i dipinti originali compaiono solo attraverso dei bozzetti, può essere visto come una possibilità di esposizione di un’opera complessa, destinata per sua natura a visioni comunque parziali.</p>
<p>Grazie a Jacqueline Le Gac, Agnès Le Gac, Giorgio Benni per la gentile disponibilità.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La poesia, se è vera poesia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/13/la-poesia-se-e-vera-poesia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/13/la-poesia-se-e-vera-poesia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[vera poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117521</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Marco Giovenale</strong> <br /> la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca la poesia, se è vera poesia, è sempre civile la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Giovenale</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-117522" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Serif_and_sans-serif_01.png" alt="" width="209" height="59" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Serif_and_sans-serif_01.png 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Serif_and_sans-serif_01-150x42.png 150w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre civile</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre astratta</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre invendibile</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre qualcosa che arriva al cuore</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre poesia</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre in abiti dimessi</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre corale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una consolazione</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, sa sempre farsi notare</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, resta per sempre</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre alta</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre vera</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre autenticità</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre l’autenticità</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre autentica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre sperimentale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre nuova</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, la rileggi cento volte e sempre ti sorprende</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre la poesia del quotidiano</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una scaturigine originaria</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tradizionale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre attuale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre di qualcuno</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre lirica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tragica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, convoca sempre il lettore</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre come una lettera d’amore</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre violenta</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tutta da scoprire</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre Milo</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre in medio stat virtus</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre elementare</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre liminare</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre elementale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre liminale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre parentale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre parenetica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre prenatale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre contro l’inquinamento</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, sarà pure stata scritta da qualcuno</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre preziosa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre presente</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre numinosa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre pudica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre pomata</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre un gesto</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una stretta di mano</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una legittima finanziarizzazione dell’immateriale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre possibile leggerla a salti</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre come sorbire paracetamolo sul pigro divano</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre cut-up</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre un’installazione</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre un’intuizione</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre performativa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre installativa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tonale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre orale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre iconica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre conica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre dodecafonica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre melodica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre posturale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre gestaltica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, dà i brividi</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre a getto d’inchiostro, reattiva, neoconfessionale, baritonale, heideggeriana, liscia, festosa, mercuriale, neomitica, ciclotimica, tedesca, una frappa, in picchiata, occhieggiante, palliativa, agli ottavi di finale, scissionista, al sugo, riccia, posticcia, documentaria, testimoniale, meridionale, matriarcale, dadaista, porosa, un acroterio, smontabile, romantica, endoscopica, pariniana, milf, surrenale, sadica, alpinistica, tanata, piduista, speziata, relativa, antiglobalista, un campanello d’allarme, una voragine, una vertigine, puro canto, sudata, un vascello in balia della corrente, una corrente, una massa, per le masse, lallazione, fornicazione, una sfida, un fido, un pasto caldo, calviniana, placebo, gourmet, ripicca, nanoparticella, vibrante, valdostana, barocca, baricca, fededegna, monoblocco, neocatecumenale, meticcia, ovale, bombata, trobadorica, pongo, postmoderna, ammaliatrice, melanconica, melensa, una mela, satirica, rabelaisiana, bidonata, manesca, romanesca, rigida, lipofantica, antitaccheggio, eliotiana, in finto camoscio, imbustata, ovulante, centipede, al dente, fatata, una mulattiera, onanistica per deterrenza, un condominio, come una roccia, una scala ascendente, disneyana, doppia, truccata, fetusa, mobbata, tantalica, sciantosa, galattosemica, sregolata, in carriera, affettata, artaudiana, mitomodernista, brokeraggio, prostatica, sereniana, fortiniana, gommosa, cleptomane, iridescente, coprofilica, volpina, in garamond, bustrofedica, abrasa,  serenamente classica, in padella, ciellina, lunare, ipercolesterolemica, perimetrale, sedentaria, foderata, dentata, cambogiana, raptus, soda tipo ikea, orientata verso Napoli, demiurgica, veterodadaista, spellata, dromomane, anarchica, istrionica, pangermanistica, farinosa, protestata, obesa, nativa, wittgensteiniana, mentolata, ospitale, della Marvel, chioccia, in cemento, azzimata, quantistica, nuda, a barre, un cioccoblocco, spaziosa, operettistica, fulminante, cerchiata, trappista, muscolare, una mail, commestibile, brasiliana, col parmigiano a scaglie sottili, col parmigiano a scaglie impercettibilmente meno sottili, comunista, ubertosa, sfiancante, girevole con un adulto a lato, gerontofobica, atea, passivizzante, sulla linea Maginot, medicamentosa, per bene, lambiccata, piantonata, pitonata, platinata, platonata, coibentata male, fungina, tellurica, al dativo, legiferante, deduttiva, spiccia, contropelo, bluastra, disillusa, reificata, albale, indicizzata all’inflazione, a zigzag, pugnace, derivativa, binaria, una dune buggy, roca, alcalina, indolente, ambidestra, corroborante, vecchia, bellica, casearia, un’anta, biscottata, al tratto, chiaroscurata, poliglotta, impanata, brutalista, oleata, un sintomo, un vagito, una tappa intermedia, open minded, googlata, egoriferita, frigorifera, pescosa, restia all’ingestione di alcolici a digiuno, un opale, schierata con Turati, medusea, karma, al tramonto, pervia, indecisa, serotonina, oca, laica, incorniciata, ricaricabile, un flap, una visione del mondo, una visione dell’io, una visione del linguaggio, una televisione, oro colato, lombrosiana, semisferica, di successo, supina, bohemienne, meccanica, pralinata, neolitica, con l’erre moscia, giroscopica, escheriana, Pat Benatar, crepuscolare, vintage, neomelodica, neometrica, signorile, sottoposta a ossidoriduzione, fecale, godibile, mescalinica, al lampone, fresata, <em>pompier</em>, gonadica, resecata al plinto, saponosa, un dodecaedro, politicamente esplicita, paludata, grata al tafanario, cristallina nei suoi enunciati, retró, un cambiavalute, impaurita dai servizi segreti, logocentrica, in lotta con le spalline del cappotto negli anni Ottanta, vaporwave, glicciata, grattata, una grattachecca, ominosa, Milo bis, aforistica, una scommessa, frenologica, geolocalizzata, diaccia, crapula, un inno al volo, un inno alla vita, un inno in generale, il draghetto Grisù, preghiera alla primavera, un candido cigno, Lou Ferrigno, sebo, brassicacea, una ninna nanna, filodiffusione in sauna, la trapunta a greche dell’ava, haiku, un portale aperto su mondi tutti seghettati, un allegro vibrione, aristocratica, Aristotile, al pantone, sospettosa, porosa, inevitabile, Rainer Maria, sportiva, love me tender, yamaha, echeggiante, angelicata, piezz’ ’e core, calibro 45, sudtirolese, senza parabeni, ortodontica, lialeggiante, militesente, d’arredamento, come un ciuffo sbarazzino, un apostrofo roseo tra le parole t’reno, mazziniana, un plettro fra i denti, trippa alla romana, come il dodo, pelle e ossa, fonte di speranza, a strapiombo, come un frutto maturo, rossetto sullo specchio, Vamba, paragonabile, un dirigibile, un testimone di geova imballato sull’A1, vedere le cose da una nube, venticinque minuti di tosse, Barthes fratto Borges, un susino, Pollenza, seminare una volante, Amazon, Batman legato sulle rotaie, Frate Indovino, Tarquinia, mezza scacchiera senza pezzi, tante care cose</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/13/la-poesia-se-e-vera-poesia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>presque un manifeste #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/08/presque-un-manifeste-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2025 07:15:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesco ciuffoli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca letterarria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=116956</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Ciuffoli </strong> <br /> (...) Grandi manager di gruppi aziendali e lo Stato assumono / il controllo, dividendo in porzioni più nette chi /
deve possedere risorse e mezzi di emancipazione, libertà / e chi serve per estrarre e fornire questi mezzi / (...)
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Ciuffoli</strong></p>
<p><em>une lecture italienne de l&#8217;affaire</em></p>
<p>***</p>
<p>cronostoria degli eventi che hanno portato a questo articolo:</p>
<p>11 | 2008 – 09 | 2011 – 04 | 2018 – 10 | 2024 &#8211; 12 | 2024 – 02 | 2025 – 04 | 2025</p>
<p>7 date riportanti gli eventi descritti nel testo e quelli più nascosti, personali.</p>
<p>7 saranno anche le sezioni che comporranno dunque questo quasi-manifesto.</p>
<p>+ + + + + + + + +</p>
<p><strong><em>indice in cui tradiamo già da ora quanto detto</em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Parte 1</em></p>
<p><strong>Section 5. La questione rivoluzionaria è ormai una questione musicale</strong></p>
<p><strong>Section 6. Appendice #2. Ai fotografi</strong></p>
<p><strong>Section 10. Workbook</strong></p>
<p><strong>Section 1. 26 indici per un indirizzo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Parte 2</em></p>
<p><strong>Section 8. Piccolo manifesto di una nuova estetica</strong></p>
<p><strong>Section 4. Appendice #1. Ai poeti</strong></p>
<p><strong>Section 2. Il punto di vista estetico</strong></p>
<p><strong>Section 3. Poesia, capanne, skené</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Parte 3</em></p>
<p><strong>Section 7. Un epilogo. A tutte le persone che amo</strong></p>
<p><strong>Section 9. A questa cosa mai accaduta, mai appianata</strong></p>
<p>+ + + + + + + + +</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><a name="_Toc203995312"></a>Section 7. Un epilogo. A tutte le persone che amo</h3>
<p><em>nella mia vita ho registrato &#8211; dai sedici ai ventisei &#8211; così poco </em><em>di tutte quelle foto che ho fatto? nulla, sicuro non immagini</em></p>
<p>***</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117496 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-968x1024.jpg" alt="" width="696" height="736" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-968x1024.jpg 968w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-284x300.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-768x813.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-1452x1536.jpg 1452w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-1936x2048.jpg 1936w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-397x420.jpg 397w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-150x159.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-300x317.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-696x736.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-1068x1130.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-1-parte-3-1920x2031.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117497 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-988x1024.jpg" alt="" width="696" height="721" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-988x1024.jpg 988w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-289x300.jpg 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-768x796.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-1482x1536.jpg 1482w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-1976x2048.jpg 1976w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-405x420.jpg 405w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-150x156.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-300x311.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-696x722.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-1068x1107.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-2-parte-3-1920x1990.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117498 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-977x1024.jpg" alt="" width="696" height="729" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-977x1024.jpg 977w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-286x300.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-768x805.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-1466x1536.jpg 1466w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-1955x2048.jpg 1955w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-401x420.jpg 401w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-150x157.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-300x314.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-696x729.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-1068x1119.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-3-parte-3-1920x2012.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-117499 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-997x1024.jpg" alt="" width="696" height="715" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-997x1024.jpg 997w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-292x300.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-768x789.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-1496x1536.jpg 1496w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-1994x2048.jpg 1994w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-409x420.jpg 409w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-300x308.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-696x715.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-1068x1097.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-4-parte-3-1920x1972.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117500 size-large alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-979x1024.jpg" alt="" width="696" height="728" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-979x1024.jpg 979w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-287x300.jpg 287w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-768x803.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-1469x1536.jpg 1469w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-1958x2048.jpg 1958w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-402x420.jpg 402w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-150x157.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-300x314.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-696x728.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-1068x1117.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/img-5-parte-3-1920x2008.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>+ + + + + + + + +</p>
<h3><a name="_Toc203995313"></a>Section 9. A questa cosa mai accaduta, mai appianata</h3>
<p><em>da un libro che non è finito, da un titolo di un libro che ho letto</em></p>
<p>***</p>
<p>Il pacifismo funziona quando si muove parallelamente alla paura del governante.</p>
<p>Ogni protesta pacifica è stata sempre accompagnata parallelamente da una lotta.</p>
<p>Ci sono molti più feriti e morti dietro King, Mandela e Gandhi che dietro il 68’ o il 77’.</p>
<p>Il pacifismo non produce niente. La pace infatti l’hanno fatta Stati Uniti, Israele.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto ciò che cerco è un’atmosfera familiare, sentirmi a casa,</p>
<p>rivivere ancora tutti quei momenti con qualcuno</p>
<p>tutti quelli che poi penso io-solo ho perduto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dove, come, oggi – mi chiedo –</p>
<p>perché a me perché</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>I tre libri fondamentali del buon reporter:</p>
<p>Gaia Scienza; Essere e tempo; Differenza e ripetizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cui potremmo aggiungere: Messa in scena,</p>
<p>Ritmanalisi, Lefebvre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>oggi sento di non amarmi più come un tempo,</p>
<p>non che io poi ne sia mai stato in grado</p>
<p>non che l’abbia fatto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ma è questione (forse) anche qui per cui bisogna</p>
<p>esserne predisposti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>guardarsi, attendere, sorridere (sempre)</p>
<p>non sembra?</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Vedi. È come se certe volte</p>
<p>Affacciandoti su quanto accade nel mondo</p>
<p>Si potesse scorgere ogni dettaglio</p>
<p>Come se tutto fosse ripetibile</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A quel punto è l’aura delle cose, nella loro disposizione</p>
<p>e in-disposizione che ci permette di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>comprendere e analizzare, prendere la decisione giusta</p>
<p>nell’esatto momento</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><em>da quando la borghesia ha conquistato il sole</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo infinito crescendo: emancipazione, lotta-</p>
<p><em>politik</em> e resistenza,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>estetica ≠ estetizzazione; l’estetizzazione è il problema</p>
<p><em>nella pratica</em>; dovrebbe</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>essere come vivere; tra due mondi</p>
<p>nell’intersezione <em>viva</em> delle cose; in fondo è</p>
<p>l’in-mondo che ti permette di: unire i pezzi; provare</p>
<p>a cucirne le parti</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel caos significativo delle cose</p>
<p>Oggi re-imparerai così a scrivere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>poco per volta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è lo stato del consuntivo</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Bilancio c. (o il consuntivo s.m.), rendiconto dei risultati di un dato</li>
</ol>
<p>periodo di attività di un ente o di un&#8217;impresa; estens..</p>
<p>&#8220;fare il c. della propria vita&#8221;</p>
<ol start="2">
<li>Attinente al consumo di godimento, in antitesi al consumo</li>
</ol>
<p>riproduttivo.</p>
<p>&#8220;impieghi c.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In somma, un giro di chiavi</p>
<p>che si divora (di continuo)</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>«No, il 4 non sto andando. Ho paura della DASPO, ho paura che con il fermo</p>
<p>mi giochi anche la possibilità di trovare casa, lavoro, per davvero.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il riassorbimento simbolico –rappresentazionale e poi semantico è qui</p>
<p>sempre previsto dalla <em>logica</em> del valore astratto dal Capitale,</p>
<p>non ti far fregare. Non farti / fregare mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Te ne prego</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>La lotta non deve Essere, deve Passare</p>
<p>anche da questo. La lotta</p>
<p>come attraversamento</p>
<p>per il cambiamento</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>In fondo, non era Deleuze che diceva / affermare l’esistenza</p>
<p>solo nel movimento; da uno stato a un altro, il ripetersi dell’identico;</p>
<p>il mai più di ogni preciso momento che seppur confuso esiste ed è</p>
<p>esistito senza “se”, senza “ma”; l’annullamento</p>
<p>della dialettica (hegeliana), del turn</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>on / off</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>T          flip-flop</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Esistono numerose applicazioni dei flip-flop a T nei sistemi digitali,      ne elenchiamo alcune di seguito:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Contatori: i flip-flop a T vengono utilizzati nei contatori. I contatori contano il numero di eventi che si verificano in un sistema digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Memorizzazione dei dati: i flip-flop a T vengono utilizzati per creare una memoria che memorizza i dati quando l&#8217;alimentazione viene interrotta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Circuiti logici sincroni: i flip-flop a T possono essere utilizzati per implementare circuiti logici sincroni, ovvero circuiti che eseguono operazioni su dati binari in base a un segnale di clock. Sincronizzando le operazioni del circuito logico con il segnale di clock utilizzando i flip-flop a T, il comportamento del circuito può essere reso prevedibile e affidabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Divisione di frequenza: viene utilizzata per dividere la frequenza di un segnale di clock per 2. Il flip-flop commuta la sua uscita ogni volta che il segnale di clock passa da alto a basso o da basso ad alto, dividendo quindi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la frequenza di clock per 2. Registri a scorrimento: i flip-flop a T possono essere utilizzati nei registri a scorrimento, che vengono utilizzati per spostare i dati binari in una direzione.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Nel presente di questa situazione</p>
<p>unisci il ricordo, l’emozione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La funzione immaginifica fa miracoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hai visto il morto? Mi dicono nell’atrio del condominio. Scopro così, il pomeriggio di quello stesso giorno, che sotto casa c’è morto, un uomo. L’hanno visto uscire dal palazzo affiatato, pazzo, correva ovunque, ha provato a rubare una bicicletta, poi l’hanno fermato, poco prima che si accasciasse da solo a terra, prima di morire di crepacuore. Io non ho visto o sentito niente, ero preso da altro, dal mio conflitto interno tra fare e dire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non ho visto nulla di ciò che era successo, né avrei neanche potuto dal lato del palazzo sui cui affaccio. Mi sono comunque, anche qui, disinteressato della faccenda, non mi interessa granché di questa storia. E poi, io non ho visto né sentito niente. Anche affacciarmi adesso, a posteriori, non mi interessa persino nel momento in cui mi sono trovato nell’atrio con il cadavere poco più in là, a cento metri, una volta usciti, avrei potuto osservare il corpo steso sull’asfalto, circondato magari dal nastro, dai poliziotti stessi, dalle auto della polizia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>No, non mi interessa. So solo che è stato coperto con un telo bianco a poche decine di metri dal portone, l’hanno visto su qualche servizio del tg locale. Ne hanno anche parlato al bar il mattino seguente.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><em>da quando la borghesia ha conquistato il sole</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Non c’è modo di uscire dalla contraddizione»</p>
<p>Prendi l’esempio di Fisher, Kurt Cobain. CHE SUCCEDEREBBE <em>SE</em></p>
<p>l&#8217;inquinamento luminoso fossero spie nel cielo</p>
<p>la città fosse come un corpo, senza organi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l’unico sforzo in-valido sarebbe</p>
<p>comunque quell’ultimo atto in-necessario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cosa servirebbe quindi vivere? Sopra-</p>
<p>sedere, vivere, per consumare e nient’altro?</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Esco dallo schermo, sono al bar. Ritorno nel mio silenzio concatenato di pensieri su pensieri, nel mio silenzio, del mio cervello e forse di chiunque altro veda qui ciò che è successo ieri. Scambio perciò qualche parola, incontro un paio di persone e ci parlo senza staccarmi da quello che è successo. Si sente, lo avverto: un cambiamento sta arrivando, bisogna essere pronti, pronti a fare di ogni piano una postazione di tiro. Un giorno poi qualcuno rintraccerà in questa progressiva violenza, non ancora preparata alla guerriglia, la premessa di quel discorso molto più in là, per adesso. Dovremmo aspettarci presto in ogni caso l’ascesa di una sommossa, l’occupazione di luoghi simbolici di potere, a livello economico e politico, una seria degenerazione, i proiettili di gomma, quelli in piombo e ferro – penso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono arrivato più o meno a ventiquattro ore dai primi video degli scontri apparsi su instagram. Solitamente controllo anche come si sia evoluta la partecipazione in rete, questa volta no, non me ne frega niente. Questo discorso che mi preme, vige su altre regole. Le azioni sono importanti, le azioni giustificano sé stesse. Tornando sul discorso fatto quella mattina con quella mia amica penso a quanto è ridicolo e insulso come, nel nostro caso, l’impulso democratico sia ancora del tutto arretrato. Qui siamo al Sud. Facendo rapidi calcoli sulla popolazione in provincia, una delle più grandi del paese, considerando anche la popolazione del comune, ci si dovrebbe subito rendere conto di come basterebbe, qui in città, anche solo una persona su mille pronta a scontrarsi con la bassa presenza di forze dell’ordine, in ventimila (circa un quinto della popolazione totale del comune), non ci si mettere più di un’ora a occupare ogni singola struttura di potere, dichiarare l’occupazione totale, la comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«C’è una teoria secondo cui affinché avvenga un serio cambiamento della società, detto rivoluzione, questo deve anzitutto basarsi non sulla totale assenza ma sulla scarsità di risorse [di alternative]»</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Oggi mi dichiaro. Lo volevo e lo sono diventato</p>
<p>nemico di questo pianeta, sono nemico dell’umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vi detesto.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Sarà per questo: mi faccio schifo</p>
<p>il fegato manda segnali sulla pelle</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sentirsi sulla pelle                     la città</p>
<p>lo schifo che c’è dentro</p>
<p>tutto quello che vorrei (e non-vorrei)</p>
<p>essere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e che purtroppo è / è che purtroppo sono</p>
<p>a volte, anche io</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Ecco, adesso capisci? No, io -non-lo-capisco</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>questo dolore perenne dei genitori, la vendita della casa al Sud,</p>
<p>l’acquisto</p>
<p>di un bilocale a Nord, in prima periferia, l’attesa per potersi iscrivere</p>
<p>il lunedì sera</p>
<p>alla consegna dei pacchi del martedì, alla serata, quella prima della partita</p>
<p>di padel, di tennis, di calcetto, prima della palestra</p>
<p>del terapista</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Se fossimo poi capaci, come ho già tentato in altri tempi, SI POTREBBE</p>
<p>persino sviluppare un algoritmo: una serie di: variabili umani; indici</p>
<p>demografici, economico-strutturali; pensieri malsani sull’uso di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>alcune psicopatologie comportamentali. SI POTREBBE PER ESEMPIO</p>
<p>calcolare il grado / la probabilità con cui si possono presentare</p>
<p>in risposta a un dato evento (politico, climatico, finanziario)</p>
<p>crisi, rivolte e persino golpe e rivoluzione</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il ritmo degli ordigni</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Certo, questa è – e sembrerebbe – un’idea estrema.</p>
<p>Sicuramente, va detto: io non sono te</p>
<p>e tu non sei nulla</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>che il capitale non abbia già previsto. Tu sei</p>
<p>Kurk, commercializzato. Reso presente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– nella tua lotta – un prodotto,</p>
<p>ottimo per il mercato di controtendenza.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Credere l’essere umano un attore razionale è errato. Credere però che non sia possibile calcolarne il punto di rottura; la percentuale di disagio medio; il substrato necessario allo sviluppo di una certa propensione alla lotta o meno; il movimento –micro e –macro che compongono certi stati d’animo; è forse peggiore, quasi sicuramente anche più ridicolo.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>A poche ore di distanza, si era già scoperto che era uscito dall’appartamento di fronte al mio, un bnb utilizzato saltuariamente da famiglie di stranieri, coppie, qualche escort. Da quello che dicono, di fronte al palazzo di casa mia, il giorno delle manifestazioni, l’uomo, è stato visto accompagnato da una delle due ragazze che alternandosi usano l’appartamento per lavorare. Ha assunto prima dell’incontro della coca, prima di prendere anche il viagra, che è stato costretto a calarsi visto che si sa, con la coca l’uccello non ti si alza come si deve. Il mix di sostanze, tagliate anche male, ha prodotto in lui una specie di reazione di asfissia, calore, eccitamento tale che il cuore gli è in sostanza scoppiato, dicono. È collassato subito dopo essere stato fermato da due agenti che si trovavano lì nelle vicinanze, accasciandosi a terra, rimanendoci così secco, stecchito. Io rido, dico che non ho visto niente e continuo a parlare con gli habitué della via, mentre ciò mi fa ragionare anche sulla distanza che si intercorre tra ciò che è per noi Reale, puro, anche se distante e ciò che comunque rimane sul piano del Virtuale, anche se così prossimo, concreto, vicino (persino se succede di fronte casa tua).</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Sono passate forse dodici ore dalla manifestazione a milano, da quegli scontri, e io mi trovo seduto vicino l’università come sempre (da cinque anni a questa parte), guardando ancora quei video, analizzando tutte le possibilità che c’erano di riorganizzare la violenza, veicolandola meglio, farla finita con gli scontri a perdere. Stiamo entrando in guerra, anche se una guerra civile non c’è mai stata davvero in questo paese. Mi manca un pezzo però, lo cerco non trovandolo. Non c’è nessun materiale video, sembra, rispetto al momento in cui si è passati dagli scontri ai cancelli della stazione e sotto la metro, alla fase di arretramento a centinaia di metri fuori dalla stazione, lontani ormai dall’obiettivo, Centrale. Dovrei chiedere a DM, gli ho pure scritto alla fine la sera stessa: ehi ciccio, come è andata? come state? al di là di quello che si è visto. Vedo un messaggio scritto sempre in serata: ti racconterò. Domani serve una mano. Nel frattempo avevo scritto anche a SP: comunque direi ottimo! Poi voglio i vostri racconti, anche perché sta cambiando il discorso della lotta a Milano, si nota anche da fuori. Reazione con il cuore, poi più niente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Si parla di iper-globalizzazione quando un evento concretamente più vicino è per noi irrilevante, rispetto alla percezione di altro evento spazialmente lontano ma al contempo emotivamente vicino»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche se oggi potrei morire</p>
<p>da un secondo all’altro</p>
<p>ogni giorno: puntualità di pagamento</p>
<p>Sul rapido calcolo delle spese: tutto</p>
<p>quello che non c’è; tutto quello</p>
<p>che serve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sembra quasi impossibile uscirne. Sarebbe di conseguenza</p>
<p>come dire</p>
<p>così, improvvisamente, di smettere</p>
<p>di respirare</p>
<p>il fumo; sarebbe sicuramente deleterio per il fisico: cuore,</p>
<p>fegato e cervello</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><em>da quando la borghesia ha conquistato il sole</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto è non piangere. Nella cartella</p>
<p>del referto si può leggere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>esofago regolare per morfologia. incontinenza cardiale. ernia</p>
<p>iatale da scivolamento. lago mucoso limpido.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tutto sommato – a voce – il corpo sembra reagire</p>
<p>bene</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Anche se oggi si è rapiti dall’insensatezza</p>
<p>è tutto così nitido, così prevedibile che non</p>
<p>ha quasi più senso distinguere</p>
<p>ciò che potrebbe, da cosa poi si dirà essere</p>
<p>già successo.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>In quel momento, sono immobilizzato, fermo davanti allo schermo come se attendessi di ricevere la notizia di un miracolo: i ragazzi a milano hanno occupato, a centrale hanno bloccato tutto, in migliaia si sono asserragliati dentro, la polizia è stata costretta a ritirarsi, i feriti, si, certo, non si contano più ma noi, noi tutti, abbiamo conquistato uno degli snodi nevralgici del paese, tutto rimane fermo finché non verranno accolte le nostre richiesta – penso. Sono ore che aspetto, sono qui a guardare instagram, a cercare di venirne a capo di quanto stia succedendo dalla parte opposta di dove mi trovo io, a lecce. Anche qui stanno manifestando però non ci sono andato, qui è un’altra storia, qui non c’è nulla che conti un cazzo, tutto è diverso. Faccio il giro di tutte le pagine di movimenti, associazioni e notiziari indipendenti lì sul posto. Guardo i video, li studio, ragiono, vagliando tutti gli scenari possibili in questo momento. Cosa si potrebbe fare, cosa succederà, come sarà se succedesse davvero. Esauriti i caricamenti fino a quel momento disponibili e nel frattempo che attendo di guardarne di nuovi o di leggere qualche nota di aggiornamento, mi capita, scrollando, di beccare anche un post che parla del libro di un amico lì a milano. Glielo condivido, mi risponde quasi subito: e io che pensavo soltanto a cercare di uscire vivo da centrale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci scriviamo per pochissimo, uno scambio di battute a riguardo, poi più nulla. Non gli ho nemmeno chiesto come stesse, come fosse la situazione lì a centrale, in quel momento, non mi sembrava di sicuro il momento adatto per fare il giornalista, e poi sicuramente stava in mezzo al casino. Questa tortura però mi sta divorando, in certi momenti penso che non vorrei uscirne vivo sia da qui quanto se fossi in una situazione del genere, lì, a milano. Per distarmi dall’attesa, continuo con lo scrolling, e tra un riflesso dello schermo nero e un altro, noto che ci sono io seduto o steso sul letto, che esco e rientro più volte dalle diverse pagine, dallo stesso instagram. Si sta trasformando in un incubo, mi sto stremando. Cerco di analizzare ancora una volta ogni dettaglio dei nuovi video che vengono caricati. Per riprendere fiato, mi metto anche a stimmare: guardo le mail, anche qui niente di rilevante (come sempre).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Durante il rituale sacro degli scontri, decade sempre l’importanza di altri aspetti della nostra vita. Ritenuta importante in qualsiasi altro momento, ogni cosa durante le proteste perde per noi interesse»</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>A cosa serve quindi – mi chiedo – migliorare nel tempo, seguire</p>
<p>le schedule? Fosse già, anche tutto questo previsto dal sistema?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>COMPRESO la rabbia la ribellione la guerra, segue solo la rinuncia</p>
<p>la rabbia e poi il silenzio che segue dopo tutto questo,</p>
<p>di nuovo (ancora, prossimamente)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>mi viene spesso una nausea a vederti lì in mezzo</p>
<p>credere davvero, fingere a te stesso di star producendo</p>
<p>qualcosa di in-utile. Io –non-posso-crederci.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Anche oggi si è rapiti dall’insensatezza</p>
<p>Anche oggi c’è bisogno di riappropriarsi in un certo senso</p>
<p>dell’estetica, innanzitutto, come forma</p>
<p>di riappropriazione, poi di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nomina, assimilazione,</p>
<p>accomodamento.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Ovvio [io] non so se tutto questo mi aiuta, migliora o peggiora la situazione, però voglio credere che sia giusto fare così. Mi serve.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Tu che non hai mai scambiato riso EU con pasta EU.</p>
<p>Tu non puoi dirmi un cazzo,</p>
<p>ancora io</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>rispetto la violenza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>morfogenesi del disimpegno</em>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>marcia dei quarantamila, caduta sociale dello statuto</p>
<p>del valore sindacale poi → legislazione [Thatcher, Raegan,</p>
<p>→ culturale [Sarkozy, Berlusconi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>b)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>G8 di Genova, la soppressione governativa della violenza inizia</p>
<p>dal basso (come una pistola di Cechov narrativa,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>come quella pistola che ha sparato Carlo, per</p>
<p>sbaglio?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>c)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la mancata rielaborazione del trauma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il trauma collettivo, la paura di essere Carlo Giuliani</p>
<p>[se ne doveva parlare, non se ne è parlato]</p>
<p style="text-align: right;">
<p>La paura di perdere tutto ciò che si ha da perdere</p>
<p>durante una protesta all’improvviso [se ne doveva parlare,</p>
<p>non se ne è parlato]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Dalla lotta si passa al pacifismo, nessuno potrebbe</p>
<p style="text-align: right;">            mettere più a rischio la vita per fare la cosa giusta</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">            la lotta diventa in tutto e per tutto <em>un atto perfomativo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>d)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(mentre si continua a perdere tutto ma</p>
<p>piuttosto lentamente e progressivamente,</p>
<p>in forme comunque psicologicamente assimilabili)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>i beni accumulati simbolici e economici dei genitori,</p>
<p>di quei 30 gloriosi, cominciano a consumarsi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel discorso tra generazioni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si vendono intere case per dei monolocali. Il potere d’acquisto</p>
<p>medio della gente scende, cala all’ultimo anche drasticamente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Grandi manager di gruppi aziendali e lo Stato assumono</p>
<p>il controllo, dividendo in porzioni più nette chi</p>
<p>deve possedere risorse e mezzi di emancipazione, libertà</p>
<p>e chi serve per estrarre e fornire questi mezzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo Stato poi interviene, agisce prima dei disordini,</p>
<p>dei pacifismi dei sit-in. Vietare rallentamenti è fondamentale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la restrizione del capitale procede inesorabilmente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Neutralizzato il potenziale eversivo, si procede alla rimozione</p>
<p>dei suoi simboli. Lo smantellamento dei simboli sovietici</p>
<p>dopo la caduta del muro di Berlino, fa da perfetta analogia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si deve colpire quindi i luoghi e i simboli</p>
<p>La rimozione storica di una carcassa, di una cultura morta,</p>
<p>che non sa più come opporre resistenza perché del tutto</p>
<p>inefficace, smilitarizzata, in loop all’interno del discorso</p>
<p>di sé stessa, della sua forma</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un po&#8217; come la fila alle poste. Il processo abbraccia l’ottica del tramonto</p>
<p>a occidente, del funerale, perciò si marcia insieme, si fa la protesta,</p>
<p>praticamente ci si raduna in questo discorso</p>
<p>prima di tornare, prima dell’aperol-spritz delle 20</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>davanti a noi, sempre</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>come in un’attesa del procedere, in forma di processione,</p>
<p>pronti alla carica, a farsi male</p>
<p>per espiare la colpa occidentale dell’urna da commemorare,</p>
<p>del reel da postare la sera</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">il giorno dopo</p>
<p style="text-align: right;">(faranno poi un attentato, l’Occidente ricomincerà a odiare</p>
<p style="text-align: right;">non importa chi è la parte lesa, l’importante è porsi mediaticamente</p>
<p style="text-align: right;">insieme alle vittime del sistema, farsi vittime senza esserlo</p>
<p style="text-align: right;">di conseguenza</p>
<p style="text-align: right;">non qui, non c’è stata nessuna guerra, nessun genocidio, solo sensi di colpa</p>
<p style="text-align: right;">in diretta dal festival del cinema di Venezia</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Qui troviamo, il vero esercizio di dominio e di controllo fattuale</p>
<p style="text-align: right;">la chiusura dei simboli, del Leoncavallo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(tutti i vecchi movimenti sociali vengono smantellati</p>
<p>Muoiono le iniziative sul nascere, persino arte e musica</p>
<p>svuotate della loro capacità evocativa vengono regolate</p>
<p>con grande agevolezza, tutte le pedine seguono il gioco</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>contro i cari affitti e il DDL Sicurezza</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I neolaureati in arte, lettere e comunicazione fanno domanda</p>
<p>di assunzione per lavorare presso centri, scuole, teatri dediti</p>
<p>all’intrattenimento, solo intrattenimento autorizzato:</p>
<p>spillando birre, promoviamo eventi a sfondo socio-culturale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(In fondo pur si deve mangiare! Pagare l’affitto e le bollette</p>
<p>non si può così facilmente rinunciare a vivere nelle grandi città</p>
<p>altrimenti poi chi le fa poi qui le proteste, i rincari sui prezzi</p>
<p>Tutti vogliono vivere nelle grandi città, tutti vogliono sentirsi di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«4 anni fa se ti avessero visto con la kefiah addosso, ti avrebbero sparato</p>
<p>Gli unici occidentali con la kefiah prima di questo erano soldati francesi,</p>
<p>americani, volontari (curdi), terroristi (ISIS), miliziani</p>
<p>adesso anche te</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Se volevo farla davvero la rivoluzione me rimanevo nel mio paese</p>
<p>a farmi massacrare, almeno qui posso socializzare condividere</p>
<p>il mio interesse nella causa, lo faccio per me stessa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>consumato il rituale, decostruito il valore degli oggetti</p>
<p>della rappresentazione (teatrale) del senso stesso</p>
<p>di un’appropriazione culturale vuota e inutile</p>
<p>ritornati nuovamente al punto zero di questo discorso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>rimane <em>ancora</em> però la possibilità del corpo, della città e del suo ritmo</p>
<p>rinunciare a tutto per tentare il cambiamento, bisogna</p>
<p>rinunciare, rischiare tutto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>straight edge</em>,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel nuovo ciclo di eventi, dovremmo essere tutti</p>
<p>contro tutti</p>
<p>armarsi a tutti i livelli, diventare inattaccabili</p>
<p>per attaccare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fare come San Francesco (il cristianesimo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>è l’ultima guida rimasta</p>
<p>contro il Capitale e il <em>mercantilismo</em>) bisogna rendere</p>
<p>inattaccabile la militanza oppure di portarla su un piano successivo</p>
<p>quello nuovamente della lotta, della comune, della guerra civile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le due vie possono andare in parallelo</p>
<p>pars destruens e pars costruens</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Serve organizzazione, recuperare gli strumenti</p>
<p>intellettuali</p>
<p>in primis Nessuno sa come si fa a combattere né a vincere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>cosa fare?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(la soluzione quindi rimane ancora lontana, qui si parla ancora</p>
<p>La condanna è però feroce, nelle storie della gente la condanna è</p>
<p>più feroce, nei discorsi dei movimenti e persino dei capi di governo</p>
<p>la condanna deve essere feroce, senza che nessuno faccia niente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualsiasi protesta diventi mediaticamente influente è destinata a essere</p>
<p>riassorbita dalla logica del Capitale, oggi la kefiah sostituisce lo smile</p>
<p>Nulla è cambiato, l’ordine nazionale e mondiale non è stato scosso</p>
<p>Neanche questa volta i consensi della destra sono scesi di mezzo punto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre veniva fermata la flottilla a largo della costa palestinese</p>
<p>In Marocco continuano le proteste, con scontri anche violenti tra manifestanti e polizia,</p>
<p>in diverse città, a margine delle mobilitazioni…</p>
<p><em>[Abbonati per continuare a leggere]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oscurati dal dibattito sulla libertà, la notizia arriva a cosa fatte (non prima)</p>
<p>Forse è così che si vincono le proteste. Hai visto che è successo in Madagascar?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Italia il 2 ottobre è stata chiesta la dimissione del governo durante le pacifiche proteste</p>
<p>Stando ai sondaggi, gli italiani voterebbero</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>in caso di elezioni oggi, 29 settembre 2025.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giorgia Meloni (guadagna lo 0,3% e sale al 30,5%).</p>
<p>Elly Schlein (che cresce dello 0,2% e arriva al 22,1%).</p>
<p>Giuseppe Conte (ora al 13,7%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alle spalle dei primi 3 partiti, tutto fermo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Lega rimane al 9%, Forza Italia non si sposta dall&#8217;8%.</p>
<p>In calo Verdi e Sinistra, che cedono lo 0,2% e scendono al 6,5%.</p>
<p>Più staccati Azione (3,1%), Italia Viva (2,2%) e +Europa (1,9%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>un’alternativa?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>durante la Guerra Civile Spagnola, la percentuale di volontari comunisti tra le Brigate Internazionali è stata molto alta. Le stime totali parlano di circa 60.000 volontari nelle Brigate Internazionali, provenienti da tutto il mondo per combattere a fianco della Repubblica spagnola</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Israele fascista! «Israele che non combatti ma manifesti</p>
<p>Dicendo che è ingiusto tutto questo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi le storie, i likes, che ricondivi, l’articolo per treccani, triennale,</p>
<p>Ti fai anche assumere da scomodo, dalla scuola, da una casa editrice</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>f) francesco)</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il cambiamento arriva solo con l’affermazione di</p>
<p>una differenza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel concreto, l’irruzione di un <em>Reale puro</em>, un’utopia che si fa manifesta</p>
<p>oltre il piano del virtuale, del suo pensiero, del suo desiderio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Unisci i punti: Nietzsche, Deleuze, Lefebvre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tu vuoi aiutare per essere salvato dal tuo senso di colpa, dal desiderio</p>
<p>di te che vuoi cambiare il mondo, indisposto a rinunciare al tuo bene.</p>
<p>Tu non ti responsabilizzi davanti a niente, perché non serve, stai bene.</p>
<p>Tu fondamentalmente frigni, preghi e attendi che qualcuno faccia per te.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><em>Si è giusto, se ci si crede veramente, finire in carcere.</em></p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Bisogna agire finché si ha tempo e risorse per farlo. Uscendo fuori dal pensiero in sé, dalle possibilità di futuri scenari sul conflitto, mi trovo poi a fare dei confronti tra un discorso e un altro (non tutti rispetto a questo tema). Non sarà di certo come il movimento del sessantotto. Il sessantotto è stato soltanto la forzatura di un ricambio generazionale tra vecchi e giovani piccolo borghesi. In più, a livello repressivo sarà sicuro peggio del G8 di Genova, il pericolo e la paura di un governo in fondo si mostra davvero quando cominciano a ammucchiarsi feriti e cadaveri – penso.  Non so davvero quanto vorrei pensare una cosa del genere eppure sembra che ormai sia questo pensiero a avere la meglio sul resto, su di me. Mi trovo anche a parlare con un’amica rispetto alle manifestazioni a lecce, del suo ieri. Mi dice che c’era poca presenza, che certe cose qui non ci sono e che comunque però si è portato in piazza una rappresentanza, una rappresentazione utile del dissenso.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Anche oggi piovono bombe (d’acqua) dal cielo</p>
<p>tutto è cambiato, tutto è diverso</p>
<p>fedele solo a sé stesso, rimane</p>
<p>solo il movimento, il ripetersi</p>
<p>dell’identico, il Virtuale attendere di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un Reale così puro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211; pensare di aver cambiato per un secondo</p>
<p>le regole, del gioco, realizzato</p>
<p>il sogno, disseminato il ruolo,</p>
<p>il senso di autodistruzione sarebbe quasi in-</p>
<p>evitabile</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211; la funzione della polvere e della cenere</p>
<p>potrebbe prendere</p>
<p>una città, in una sola ora, sommergerci</p>
<p>completamente</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><em>una guida pratica allo scontro per giovani antagonisti, maranza e anarchici</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Equipaggiamento:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>         bandane, più di una. Una bottiglia di aceto e limone per bagnarla regolarmente;</p>
<p>         cipolle, dicono, riduce l’irritazione del CS a occhi, naso e bocca;</p>
<p>         occhialini da piscina, coprirne eventuali fori anti appannamento [usa colla o resina];</p>
<p>         parastinchi, gomitiere, bandane e caschi;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>         puntatori laser potenti, alternativamente grandi torce;</p>
<p>         ombrelli come scudi leggeri;</p>
<p>         fuochi da artificio;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>         compensato, polistirolo, plastica o cartone, a più strati,</p>
<p>strati più sottili e numerosi = scudi più leggeri e resistenti;</p>
<p>         tagliabulloni fino a 16 mm di spessore, oltre flessibile;</p>
<p>         piede di porco per aprire o per sbarrare dopo le porte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>squadre anti-CS: per neutralizzare due metodi veloci:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>         statico: 2/3 persone: coprire e proteggere l’area con ombrelli aperti, poggiare al di sopra del candelotto un cono per il traffico stradale, versarci poi dentro 2/3 bottigliette di acqua, sabbia, fango.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>         dinamico: 2/3 persone: prendere con guanti molto spessi il candelotto, inserirlo all’interno di borse impermeabili (o altri recipienti resistenti alle fiamme e all’acqua), riempite con acqua, sabbia e fango. agitare la borsa per circa due minuti, anche tre o quattro se in movimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per il coordinamento dei vari gruppi bisogna considerare per il futuro, che le forze d’ordine possano adoperare disturbatori di segnale, i cellulari sarebbero fuori servizio. Adoperarsi preventivamente aiuta.</p>
<p>Senza coordinamento non si può fare nulla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Ogni insurrezione, per quanto localizzata essa sia, comunica [esiste] al di là di sé stessa, contiene immediatamente qualcosa di mondiale. In essa ci eleviamo [pari] tutti insieme all’altezza dell’epoca»</p>
<p>(Ai nostri amici, Comitato Invisibile)</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricorda</p>
<p>quando succederà / perché succederà</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di non chiamare nessuno, di non dare mai</p>
<p>questo dispiacere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>anche se, quasi sicuramente – trovandoti lì –</p>
<p>chiamerai anche tu qualcuno</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se non risponde, non pensare</p>
<p>Se ci pensi, non deve risponderti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla fine non è mai colpa di nessuno.</p>
<p>È fondamentale per crederci</p>
<p>cecamente</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>[08/11/2024 11:45]</p>
<p>Ogni tanto, però</p>
<p>ho paura di appropriarmi di un dolore che non è mio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[09/11/2024 10:39]</p>
<p>Mi sento soffocare, mi sento morire</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[09/11/2024 10:42]</p>
<p>Di seguito, dall’obliò: un casello abbandonato, in rovina, la montagna</p>
<p>tagliata a gradoni, la torrefazione,</p>
<p>di un complesso: industriale: paesaggio in ombra, vegetazione viva, morta, lungo il profilo, paesaggio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[09/11/2024 10:43]</p>
<p>Attraverso</p>
<p>Si vedono persino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[09/11/2024 10:45]</p>
<p>alcune strutture arrugginite e il treno</p>
<p>che si piega per attimo su sé stesso come abbandonato</p>
<p>a un suo possibile deragliamento che però sparisce</p>
<p>quasi subito, insieme al resto. In prossimità</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[19/11/2024 10:39]</p>
<p><em>Ctrl+C, Ctrl+V, tutto finito.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Da quando la borghesia ha conquistato il sole</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partiamo dal fallimento: C’è da chiedersi cosa significa</p>
<p>sentirsi vivo, corre più veloce la volpe o il cammello?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche questa volta non è stata salvata la Palestina.</p>
<p>La Palestina è stata rasa al suolo prima, mentre e dopo le proteste,</p>
<p>adesso si farà spazio</p>
<p>sui cadaveri si costruiranno nuovi resort e pozzi di gas, di petrolio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(tutto ciò che era stato annunciato sui post di Trump verrà realizzato</p>
<p>veramente,</p>
<p>l’uso di immagini IA serve a abituarvi rispetto a uno scenario</p>
<p>che poi vedrete)</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Non è questo il nostro tempo</p>
<p>Oggi è tornato l’inverno, il pacifismo è un cerchio piatto</p>
<p>Il pacifismo asseconda ancora</p>
<p>la logica dello <em>status quo</em>, dell’incertezza e del precariato</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Quando tornerà, l’inverno sarà rigido.</p>
<p>All’interno di un cerchio</p>
<p>gireremo ancora intorno, senza trovare</p>
<p>il punto del discorso,</p>
<p>dello scontro</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>il pacifismo in Italia ha permesso per trent’anni alla DC di stare al governo</p>
<p>il pacifismo ha permesso la P2, Gladio, l’ingerenza americana, la morte di</p>
<p>giornalisti, procuratori e giudici, lo smantellamento progressivo del PCI.</p>
<p>La storia italiana con il suo pacifismo è una storia di guerre, <em>sudamericana</em>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>il 2 ottobre c’è stata la prospettiva di bloccare tutto.</p>
<p>C’era voglia di cambiare. Una certa tensione reggeva il mondo. La nostra vita</p>
<p>in quel cambiamento, era alle porte. Bastava attraversarle</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 3 ottobre però</p>
<p>tutti, i vecchi pacifisti protestano per la pace</p>
<p>accanto a giovani propal: sindacati, pensionati, bancari, famiglie e politici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È vietato agli antagonisti di scontrarsi, la protesta diventa manifestazione</p>
<p>Lo scontro viene riassorbito dalla logica del pacifismo, del capitale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>interponendo questa pace qui, di chi ha casa, lavoro e pensione da salvaguardare,</p>
<p>Si afferma in tangenziale il pensiero dei vecchi protestanti a difesa della statale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va detto, almeno tempo addietro ci si limitava a dire:</p>
<p>«Né con loro, né contro di loro.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><em>Da quando la borghesia ha conquistato il sole</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi chi siede allo stesso tavolo, senza aver mai patito</p>
<p>la guerra, l’incertezza, il precariato, la fame è da considerare parte</p>
<p>del sistema) parte del problema.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Indipendentemente dai colori, il vecchio social-democratico non vuole</p>
<p>rivolte, bisogna fare pace, anche con il sistema</p>
<p>accettare tutto quello che viene, ciò che ti è stato dato da mangiare anche</p>
<p>quando la pace è sempre una pace cartaginese</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Vecchi protestanti da posto fisso fermano i giovani dallo scontrarsi</p>
<p>Impediscono ai giovani di farsi avanti, salvo poi far passare gli idranti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il social-democratico oggi vuole la pace, per poter tornare a consumare</p>
<p>tranquillamente, senza più i sensi di colpa per il suv e il monofamiliare.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Mi dicono dal comitato: la gente è stanca, la gente ha paura. Qui ci bevono.</p>
<p>l&#8217;occasione si perde, per veicolare, si generano preoccupazione da una parte</p>
<p>e rappresaglie (a posteriori) dall’altra.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Questo vettore verso il cambiamento però non deve consumarsi. Se qui si infrange</p>
<p>il sogno, sarebbe meglio essere morti che vivere la devastazione sociale che seguirà</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nei prossimi mesi, anni, decenni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna tornare a organizzarsi, prepararsi come una volta, a tirarci fuori dalla terra</p>
<p>Soffiare sulla polveriera</p>
<p>Se lo sforzo emotivo e fisico non porterà domani ai risultati ci giocheremo tutto, tutti!</p>
<p>È finita l&#8217;epoca dei nostri</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>padri, dei nostri sogni! Ci siamo svegliati</p>
<p>e la realtà è ci sembrata peggio dei nostri peggiori incubi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>VII</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché siamo se vuoi, due: idee perfettamente diverse di cinema:</p>
<p>tornare a <em>Tarnac</em>, fissare nella pianura il proprio orizzonte; oppure</p>
<p>come fai te, provando a ridare vita a una macchina</p>
<p>gioiosa (e, con gioiosa, intendo libera).</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>da una conversazione con un poeta sia lirico che politico</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[ciò che non significa la poesia civile]</p>
<p>Si chiama ansia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo so fratello, lo so.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Terapia?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Soldi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi mandami una foto dei pacchi alimentari</p>
<p>che avete</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Voglio vedere se in questi anni hanno cambiato</p>
<p>packaging</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hahaha</p>
<p>[io] Non faccio Comida da un po&#8217;</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Per cambiare poi, ovvio, si potrebbe. È solo che avrei bisogno</p>
<p>di un bene, un bene che non possiedo, uno che non conosco</p>
<p>minimamente, uno per cui potrei persino perdermi con te</p>
<p>e così sarebbe</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Come dentro una lunga gonna nera, tu ti aprirai al mondo</p>
<p>Ti aprirai a quest’idea di cambiamento, all’idea che tutto possa</p>
<p>anche finire a un certo punto, improvvisamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Divincolati, se vuoi, per esistere davvero, considera</p>
<p>la tua posizione a partire dal fallimento</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guarda in altro, con una mano tirata verso il cielo,</p>
<p>l’inutilità del triste gioco a cui sei stato chiamato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e che continui</p>
<p>partecipando inesorabilmente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inseguirai così, a partire da questo, un sogno</p>
<p>seppur minimo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Costruirai tutto dentro di te</p>
<p>ma al contrario</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(solo così, inizierai a cambiare il mondo</p>
<p>al pari di come riuscirai a cambiare te stesso)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sulla chioma dell’albero, l’ordigno non è ancora esploso</p>
<p>corre contro il suo destino, un giovane ragazzo vestito da prete</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dietro il vaso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/03/dietro-il-vaso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Oct 2025 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Hajez]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Tosi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Vaso di fiori sulla finestra di un harem]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115447</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Giuliano Tosi</b> <br /> Non si può guardare un quadro senza immaginarlo in frantumi. Nella densa nebbia milanese dei suoi novant’anni, a Francesco Hayez erano rimasti solo due ricordi chiari e distinti della sua infanzia veneziana.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[[ <em>la mia adesione allo sciopero generale di oggi 3 ottobre 2025 è non fermare le parole, non è il silenzio, non il vuoto, ma continuare a parlare, a tenere questo spazio aperto e vivo &#8211; o.p.</em> ]
<br /><br />

<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez.jpg" alt="" class="wp-image-115638" width="498" height="668" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez.jpg 572w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-223x300.jpg 223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-150x201.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-300x403.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/hayez-313x420.jpg 313w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /><figcaption><strong>Francesco Hayez</strong> Vaso di fiori sulla finestra di un harem [1881]</figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-115447-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/bizet.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/bizet.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/bizet.mp3</a></audio></div></center>



<center><small><b>Georges Bizet[1838-1875] <em>Intermezzo</em> da CARMEN</b><br />[Barenboim · Berliner Philharmoniker]</small></center>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Giuliano Tosi</strong></p>



<p>Non si può guardare un quadro senza immaginarlo in frantumi.</p>



<p>Nella densa nebbia milanese dei suoi novant’anni, a Francesco Hayez erano rimasti solo due ricordi chiari e distinti della sua infanzia veneziana.</p>



<p>Il primo era popolato di maschere scure e candide scollature.</p>



<p>Dopo Austerlitz, i francesi erano tornati padroni di Venezia e la città si era riempita di sfrenata allegria: teatri e feste, balli e concerti invitavano la popolazione a godere della libertà. Francesco aveva forse tredici anni e, una sera, gli zii, presso i quali viveva, lo portarono a vedere le maschere nel Ridotto teatrale vicino a Piazza San Marco.</p>



<p>Il Ridotto era un turbine di risate e grida, di oro e cipria, verdi rossi e gialli da far girare la testa. Lo sguardo del ragazzo riconobbe i lugubri contorni della baùta, il chiarore osseo della larva, la gnaga miagolante, ma a catturare il suo sguardo fu il nero velluto delle morete, mute e seducenti. Gli occhi di quello che sarebbe stato il più grande pittore di nudo del suo tempo si persero lungo le linee morbide dei corpi femminili discinti, tornarono poi ad accarezzare il velluto nero di quelle guance e si fermarono a cercare negli occhi bui della maschera la promessa di uno sguardo che ricambiasse lo sguardo.</p>



<p>Quando la zia si accorse di quanto stava accadendo, ruppe l’incanto e lo trascinò fuori dal Ridotto. Ma il turbamento del ragazzo era stato profondo. Non solo lo spinse a una fallimentare fuga da casa per tornare di nascosto a spiare quella visione che dava le vertigini, ma addirittura non lasciò la sua anima fino all’episodio che costituiva il suo secondo e più importante ricordo. Poche settimane dopo, Francesco passeggiava solo per le calli in un mattino spesso di umidità. Come gli accadeva di continuo da quella sera, era inquieto e nervoso, come se si aspettasse di veder comparire ad ogni finestra o sotto ogni balcone, sopra ogni ponte o al centro d’ogni campo, dentro ogni barchino di passaggio e perfino sulla superficie verde delle acque, una donna discinta e mascherata dallo sguardo profondo e buio.</p>



<p>D’un tratto una voce alta sopra la sua testa gridò: &#8211; Attento!</p>



<p>Guardò in alto e vide un vaso oscillare per un attimo su un davanzale, e due bellissime mani che si sporgevano bianche dal buio e afferravano il vaso.</p>



<p>Tutto si fermò, un’immagine perfetta si compose: il vaso pieno di fiori luminosi, il gesto delicato e forte delle mani, il volto della ragazza che, affondato nel buio, si intuiva appena.</p>



<p>Francesco rimase a bocca aperta, senza respirare. Poi le mani della ragazza scomparvero nel buio e tutto si placò. Al ragazzo scese in corpo un calore quasi amoroso che lo fece pittore.</p>



<p>Nel corso della sua lunga vita, quella visione lo aveva accompagnato, a volte inseguito, forse addirittura ossessionato. Di tanto in tanto l’aveva perfino sognata. E tutte le volte il sogno si concludeva con il vaso che cadeva dalla finestra &#8211; vittima di sbadataggine? maliziosamente spinto? &#8211; e andava in frantumi. E tutte le volte il pittore si svegliava prima di poter vedere il volto della ragazza incorniciato dalla finestra.</p>



<p>E ora, raggiunti i novant’anni, quella visione è così lontana da dubitare di averla mai vista con gli occhi, da sospettare che sia stata sempre e solo un sogno. Ora, a novant’anni, è giunto il momento di fermare su una tela quel miraggio lontano che gli ha indicato la via.</p>



<p>In pochi giorni febbrili organizza dettagliatamente tutto quanto occorre. Fa costruire nel bel mezzo del suo studio milanese la finestra come la ricorda nella sua immaginazione. Sceglie con cura esasperante il vaso. Riempie ogni angolo con decine di mazzi di fiori diversi. Allestisce un vero e proprio palcoscenico, in cui le luci e le ombre sono perfettamente dosate. Infine costringe la nipote Giuseppina, dalle bellissime mani, a decine e decine di sedute.</p>



<p>Nel quadro che nasce da questo travaglio, le linee della finestra e del vaso sono avvolgenti ed eleganti, i fiori esultanti di luce e di colore, il gesto delle mani delicato e forte come quel giorno.</p>



<p>Ma, se solo lo spettatore si prende il tempo, dopo essersi fatto incantare dal turbine di colori e di luci e di linee sinuose e seducenti, gli accadrà di affondare lo sguardo nel buio dietro il vaso, laddove un volto emerge appena. E lì si perderà.</p>



<p>Quando il dipinto fu concluso, Hayez fu assai reticente nello spiegare perché, senza alcuna commissione, avesse dipinto quel soggetto. Si decise, allora, di proporlo come un quadro esotico, e il titolo, <em>Vaso di fiori sulla finestra di un harem</em>, venne scelto con questa intenzione. Nessuno aveva capito che i tratti orientali dell’opera erano, in realtà, quelli di una città poco lontana, appoggiata sulle acque di una laguna come una ninfea.</p>



<p>L’opera venne accolta assai freddamente e non trovò acquirenti. Hayez, solitamente così sensibile al giudizio altrui, rispose questa volta con un</p>



<p>sorriso e si tenne il dipinto. Negli ultimi mesi di vita lo contemplò ogni singolo giorno, ma a nessuno rivelò mai che lo riteneva la sua opera più importante.</p>



<p>In quella ragazza, che non possiamo vedere e non possiamo non scrutare, Hayez trovava quel che aveva cercato per tutta la sua lunga vita. Per quel pittore, che costringeva i suoi soggetti a sedute estenuanti per rendere tutto scrupolosamente dal vero, ma che al tempo stesso riteneva il verismo un pericolo insito in tutte le arti, quella visione conteneva l’intuizione che il vero non si può vedere, ma solo immaginare, che il vero lampeggia appena in fondo agli occhi vuoti e bui di una moreta.</p>



<p>Si racconta che Hayez, negli ultimi giorni di vita, scaraventasse dalla finestra ogni vaso che gli capitasse a tiro. E rimanesse a rimirare i cocci sul selciato, ignorando beatamente le imprecazioni dei passanti.</p>



<p><strong>NOTA</strong></p>



<p><em>La storia è nata da una vera e propria visione suscitata dal quadro conservato presso la Pinacoteca di Brera. I due episodi biografici narrati, relativi il primo all&#8217;infanzia veneziana e il secondo agli ultimi giorni milanesi, non sono episodi reali, ma scene germogliate dalla visione iniziale. Eppure, strada facendo, leggendo i documenti relativi alla vita del pittore, sono emersi dettagli che hanno reso sempre più &#8220;reale&#8221; quanto immaginato. Il fatto più sorprendente è che il racconto, seguendo più il suo spontaneo sviluppo vitale che le intenzioni di chi lo stava scrivendo, è giunto alla fine a corrispondere pienamente&nbsp;all&#8217;idea sottile e raffinata che Hayez aveva del realismo</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/bizet.mp3" length="2073373" type="audio/mpeg" />

			</item>
		<item>
		<title>Come fu che l&#8217;oro dei filosofi rubò a mastro Albini la vita eterna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/25/come-fu-che-loro-dei-filosofi-rubo-a-mastro-albini-la-vita-eterna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2025 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Bienati]]></category>
		<category><![CDATA[Mastro Giacomo Albini]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Peste del 1348]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115310</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Greta Bienati</b><br /> Mastro Giacomo Albini, medico di prìncipi ed estrattore di quintessenza, nacque in Moncalieri, cinquant’anni prima della Grande Peste, in cui scomparve senza lasciare traccia. Della sua vita, le pergamene raccontano le guarigioni e i viaggi...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1024x531.jpg" alt="" class="wp-image-115594" width="768" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1024x531.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-300x156.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-768x398.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1536x797.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-150x78.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-696x361.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1068x554.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-1920x996.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili-810x420.jpg 810w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_Memoria-de-auro-potabili.jpg 1990w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Mastro Giacomo Albini  da &#8220;Memoria de auro potabili&#8221; [1348]</figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-115310-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3</a></audio></div></center>



<center><small><b><em>Emblema VI. Seminate aurum vestrum in terram albam foliatam</em> <br />MICAHEL MAIER [1568?-1622] dal trattato di Alchimia ATALANTA FUGIENS [1617]</b></small></center>



<div style="height:24px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Greta Bienati</strong></p>



<p>Mastro Giacomo Albini, medico di prìncipi ed estrattore di quintessenza, nacque in Moncalieri, cinquant’anni prima della Grande Peste, in cui scomparve senza lasciare traccia. Della sua vita, le pergamene raccontano le guarigioni e i viaggi, come andò ambasciatore e quante volte passò le Alpi al Moncenisio e al San Bernardo. Conservano persino le sue ricette, di medicina e di arte alchemica, con tanto di ritratto e di schema della fornace con cui distillare la pietra dei filosofi. Ma nulla è rimasto sulla sua morte, nemmeno un testamento, sebbene molti beni avesse da spartire tra i figlioli. Nulla, se non una storia oscura, col colore e l’odore dell’inferno.</p>



<p>Non è sicuro dove avesse appreso l’arte del polso del Filareto e quella delle urine di Teofilo Protospatario, né dove avesse mandato a memoria i Tegni di Galeno e gli aforismi del divino Ippocrate. Forse fu a Vercelli, prima che la concorrenza di Pavia ne soffocasse l’università, o forse si spinse fino a Montpelhièr, soffrendo la nostalgia del suo Piemonte. Quel che è certo, è che tornò in Moncalieri ricco di libri e di esperienza sugli umori, sulla natura dell’aria e sull’arte dei semplici.</p>



<p>Mastro Albini curava alla maniera dei filosofi arabi: con i vini odoriferi e l’ambra grigia, il fior di zolfo e l’osso del cuore di cervo, la scorza di cedro e la teriaca. E curava così bene che la sua fama arrivò fino a Pinerolo, alla corte del principe di Acaia.</p>



<p>«Ho dolore qui e qui» gli disse il principe con una smorfia.</p>



<p>Mastro Albini lesse il colore della pelle, il ritmo del polso, il sapore delle urine. Poi prescrisse un medicamento che guarì il principe così bene da fargli avere dieci tornesi grossi e la cieca fiducia del nobiluomo. Tanto che, quando il principe decise di inviare alla corte di Savoia il figlio Giacomo, ancora bambino, per prima cosa fece chiamare il giovane medico.</p>



<p>«Sarete i miei occhi e le mie orecchie» disse il principe. «E il custode di mio figlio».</p>



<p>Mastro Albini fece un profondo inchino d’obbedienza, e partì con i suoi libri per Ciamberì, al seguito del giovane Giacomo.</p>



<p>Alla corte di Savoia, però, non si limitò a osservare, ascoltare e vigilare. La contessa Violante, venuta dal Monferrato, aveva complessione delicata, e le ravvicinate gravidanze l’avevano resa debole come un passerotto. Mastro Albini proibì fatiche e bagni freddi, e prescrisse pasti lievi di uova fresche e pane di frumento. I benefici furono grandi, tanto che mastro Albini ebbe in dono dal conte una veste a tre guarnimenti, foderata di pelliccia di scoiattolo. Di lì a poco, però, una nuova gravidanza arrivò a rimescolare gli umori della contessa. Nove lune erano ormai trascorse quando, una mattina di dicembre, madama Violante disse di vedere davanti a sé uno scintillare di stelle.</p>



<p>«È giorno, mia signora» sorrise una dama del seguito, e la contessa sembrò confondersi.</p>



<p>Mastro Albini aggrottò la fronte e si fece portare il pitale: le urine nere gli levarono il colore dalle guance. Fece sedere la contessa, che continuava a guardare davanti a sé come chi non vede, e le tastò il polso con il cuore che tremava.</p>



<p>«Ci sarete al parto, mastro Albini?» chiese la contessa, e mastro Albini fece segno di sì con la testa, senza guardarla negli occhi. Ordinò che la facessero sdraiare, e andò con passo pesante dal conte.</p>



<p>«È bene che madama Violante faccia testamento» disse.</p>



<p>Il pomeriggio stesso, con le labbra bianche e le dame in lacrime, la contessa dettava le sue volontà, dividendo i suoi beni tra i figli carissimi e quello che le sarebbe nato postumo, se mai fosse riuscito a sopravvivere. In un angolo della stanza, mastro Albini sentiva il cuore scuro: più che una diagnosi, gli pareva di aver fatto una maledizione.</p>



<p>A dargli il limite della sua scienza fu ancor di più un’altra tragedia, questa volta alla corte di Pinerolo. Il giovane principe Giacomo, a cui mastro Albini si era tanto affezionato, festeggiava in Ivrea le sue nozze con Beatrice d’Este, venuta da Ferrara carica di speranze e di fiorini d’oro. Banchetti e danze, vino e musicanti, quando, nel mezzo della festa, la sposa crolla a terra e, in pochi momenti, mastro Albini si ritrovò a chiuderle gli occhi.</p>



<p>Così, quando il principe Giacomo si maritò di nuovo, e madama Sibilla concepì l’erede, mastro Albini si premurò di mettere su carta precetti e precauzioni, perché un nuovo fulmine non abbattesse l’albero in fiore. E, nel frattempo, si applicò allo studio di quei filosofi di cui aveva sentito parlare al tempo dell’università, e che promettevano, al posto di mille rimedi, un solo elixir, capace di guarire ogni male e di regalare l’eterna giovinezza. Oro potabile, così lo chiamavano i libri, e raccontavano che depurava e scacciava gli umori superflui, preservando da ogni alterazione e da ogni morbo. A sentire mastro Raimondo, con quello non c’era più bisogno del ripugnante esame delle urine, né del fetore degli escrementi, né di tastare il polso: bastava somministrare il rimedio. E, con l’aiuto di Domineddio, il terzo giorno il malato sarebbe guarito da ogni infermità.</p>



<p>Nella sua casa di Moncalieri, mastro Albini approntò la fornace di mattoni, con la caldaia di rame e l’alambicco con le cinque ampolle, unite in un lungo becco, che occupava quasi tutta la stanza. I fogli d’oro non gli mancavano, per via dell’amicizia del principe e del conte, e per via degli incarichi che le sue abilità di medico e di oratore gli avevano guadagnato in Moncalieri. Né gli mancavano l’acume, la scienza e la fede nei libri, che gli avevano dato prestigio in età ancora verde e con la barba ancora bionda.</p>



<p>Per mesi pestò, amalgamò, calcinò; temperò il caldo e il freddo, alternò il secco e l’umido. Immerso nell’odor di aceto e di acquavite, leggeva e rileggeva le ricette di mastro Arnaldo il Catalano, vegliando sui vasi a forma di zucca dal collo allungato.</p>



<p>Finalmente, una mattina di settembre, con l’aiuto di Dio e forse anche del diavolo, le gocce color dello zafferano si condensarono nell’ultima ampolla. Ora restava da vedere se davvero valevano tutti rimedi di Galeno e di Avicenna messi insieme.</p>



<p>A sperimentare l’elixir dei filosofi fu per prima una serva, affetta da febbre quartana, che l’infuso di corteccia di salice non era valso a spegnere.</p>



<p><em>Quartana curatur in XII diebus</em>, annotò mastro Albini, ché la guarigione completa era arrivata in dodici giorni. Vide in breve che ne bastavano sette per la febbre quotidiana, e tre per la terzana. Per natura temperato e luminoso, l’oro temperava gli umori e illuminava il cuore, portando la forza del sole nelle regioni vitali. Sottile e incorruttibile, distruggeva gli umori della lebbra e i fumi atrabiliari e tenebrosi del petto e della mente. Curioso di sperimentare su di sé l’elixir dell’eterna giovinezza, mastro Albini si avvide che l’oro dei filosofi faceva digerire il cibo, procurava la quiete nel tempo del sonno e, soprattutto, donava letizia al cuore.</p>



<p>La caldaia ribolliva e la fama di mastro Albini era al suo culmine, quando arrivò da Genova una nuova febbre, violenta e nera, come mai se n’erano viste prima. Poco prima di morirne per aver assistito senza posa i contagiati, mastro Gentile da Foligno aveva attribuito la causa a un soffio pestifero, dovuto a una congiunzione infausta di Giove, Saturno e Marte, che avrebbe richiamato aria nelle alte sfere, per poi riportarla sulla terra impregnata del morbo.</p>



<p>La primavera fredda e piovosa, di quelle che guastavano i frutti della terra e favorivano le epidemie, aveva fatto il resto, e ora la peste dilagava da Roma ad Avignone, da Venezia a Parigi. A migliaia morivano, nelle strade e nelle case, abbandonati per il terrore del contagio, oppure soli perché più nessun vivo era rimasto nel caseggiato. La morte arrivava improvvisa, come la falce sul fieno, e coglieva all’angolo di una via, oppure nel mezzo di una processione della Santa Vergine, a implorare la fine del castigo. Messer Giovanni Villani spirò sulle cronache che andava scrivendo, con la penna in mano e la frase rimasta a metà, a testimonianza della spaventosa rapidità con cui il morbo aveva svuotato Firenze. Nonostante la loro scienza, i medici morivano come gli altri, e quelli che non morivano, fuggivano in fretta e lontano. A meno che non fossero tanto avidi da mettere a repentaglio la propria vita, chiedendo cifre smisurate per entrare in casa dei malati.</p>



<p>Mastro Albini non fu tra i fuggitivi, non per avidità, dato che aveva abbastanza del suo da non dover giocare a dadi con la morte, quanto per fede profonda nella sua medicina color dello zafferano. Convocato d’urgenza dal principe d’Acaia, gli prescrisse il confinamento nel castello di Pinerolo e certe sue pillole di mirra e di aloè, che avevano sempre dato buona prova nelle pestilenze. Poi se ne partì per Moncalieri, dove lo aspettavano i suoi alambicchi, per distillare l’elixir miracoloso.</p>



<p>La via che portava da Pinerolo a Moncalieri appariva deserta e desolata, come desolati e deserti erano i campi che attraversava, con i coltivi abbandonati agli uccelli e i rami piegati sotto il peso dei frutti non raccolti. Lo sguardo poteva correre dalle montagne all’ultimo orizzonte della pianura senza incontrare anima viva, cristiano o animale che fosse, dato che il morbo non faceva differenza. Lontano, come un’isola nel mare dei prati, comparve il profilo del monastero di santa Maria del Buonluogo, e il pensiero di mastro Albini corse alla figlia Verdina, che lì s’era monacata già da qualche anno. La clausura l’avrebbe preservata dal contagio? O, almeno, dallo spettacolo di un’umanità senza più legge né misericordia, dove il morbo aveva allontanato il padre dal figliolo e il fratello dal fratello? Mastro Albini si passò la mano sugli occhi: a tratti, invidiava la povera contessa Violante e madama Beatrice, morte nel mondo di prima, che adesso sembrava ordinato e felice come il Paradiso.</p>



<p>«Fuori i soldi o sei morto!»</p>



<p>L’uomo era sbucato da un cespuglio, e gli si parava davanti con un coltellaccio in mano, a dimostrazione di quanto le strade si fossero fatte malsicure a qualunque ora del giorno.</p>



<p>Mastro Albini non era uomo da perdere il sangue freddo. Vide le guance nere e l’occhio spento e fece con facilità la sua diagnosi.</p>



<p>«Non te ne farai niente del mio denaro» disse. «Tempo due giorni e sarai sotto terra».</p>



<p>Il brigante non si fece impressionare: «Avrò comunque il tempo di ammazzarti e di spendermi tutto alla taverna».</p>



<p>Le labbra di mastro Albini si fecero pallide: «Sono medico. Se non mi ammazzi, posso salvarti la vita».</p>



<p>Il brigante scoppio in una risata d’inferno: li aveva ben visti i medici, con le loro pillole e le loro pozioni! L’unica prescrizione che sapevano dare era di correre a confessarsi, per poi crepare loro prima di tutti.</p>



<p>«E io non ho né voglia né tempo per confessare tutti i miei peccati» sogghignò.</p>



<p>Mastro Albini giocò l’ultima carta: «Non parlo delle medicine dei medici. Parlo della medicina dei filosofi: quella che si dà solo al papa e ai principi».</p>



<p>Il brigante si fece serio. Lo dicevano in ogni piazza che a morire era soprattutto la povera gente, e che principi e cardinali avevano medicine segrete, che guarivano la peste nello spazio di un’ora. E il medico davanti a lui, con la sua toga di lucchesino scarlatto e la sua barbetta a punta, aveva davvero l’aria di un medico di papi e di regine.</p>



<p>«E dov’è questa medicina?» aggrottò la fronte.</p>



<p>Mastro Albini puntò il dito in direzione di Moncalieri.</p>



<p>«A casa mia» rispose. «Saremo là prima di notte».</p>



<p>Il brigante strinse più forte il coltellaccio: «Al primo scherzo che tenti, ti porto con me all’inferno» promise.</p>



<p>Si incamminarono con passo svelto, nel silenzio della campagna. Un corvo rise alle loro spalle, e il brigante bestemmiò una maledizione.</p>



<p>Dritta e monotona, la strada tagliava la pianura come una cicatrice sbiancata dal tempo. Con la coda dell’occhio, mastro Albini badava a tenere la distanza che lo preservasse dal contagio. Il brigante, invece, si voltava ogni tre passi, timoroso che la morte gli fosse già addosso.</p>



<p>Finalmente, mentre il sole già declinava alle loro spalle, arrivarono là dove il Po curva, ai piedi del castello di Moncalieri.</p>



<p>«Dov’è casa tua?» ringhiò il brigante, con il fiato che si consumava a ogni momento.</p>



<p>Mastro Albini fece strada senza una parola fino al portone di un palazzo signorile, costruito con i tornesi grossi del principe e del conte.</p>



<p>«Siamo arrivati» annunciò.</p>



<p>Attraverso i corridoi ormai bui, mastro Albini guidò il suo compagno fino al laboratorio. Aprì la porta, e il brigante fece un salto indietro.</p>



<p>«È la casa del diavolo questa?» sbarrò gli occhi, ché la puzza di zolfo e la luce sinistra della fornace erano chiara roba d’inferno.</p>



<p>Con mano cauta, mastro Albini estrasse dall’ampolla qualche goccia di oro potabile, distillato allora allora dal lungo becco dell’alambicco, lo raccolse in un cucchiaio e lo porse al brigante.</p>



<p>«Poche ore, e sarai guarito» garantì.</p>



<p>Il brigante guardò torvo quell’olio rossiccio, ancora incerto se fosse meglio la medicina dei papi oppure il denaro da spendere alla taverna. Poi afferrò il cucchiaio, chiuse gli occhi, e trangugiò l’oro.</p>



<p>Pochi istanti, e il colore nerastro delle guance si accese di viola. E viola si fecero anche le dita, e le gambe e il corpo intero, come se i vasi sanguigni stessero scoppiando uno a uno. Mastro Albini osservava con la fronte aggrottata: probabilmente il male era ormai troppo avanzato, e il massimo equilibrio dell’oro e il massimo squilibrio del morbo venivano a guerra nel corpo del malato, provocando, anziché la guarigione, una fuga del sangue dall’organismo infetto.</p>



<p>A confermare la teoria di mastro Albini, il naso e le orecchie del brigante presero a sanguinare come nemmeno per un salasso di cento mignatte.</p>



<p>«Ladro! Ladro e assassino!» pianse il brigante, ché il medico lo aveva derubato dell’ultima sera di piacere. Con l’ultima vita afferrò il coltellaccio, e si avventò su mastro Albini, per portarselo dietro all’inferno.</p>



<p>«Fermo!» gridò il medico, cercando di salvare gli alambicchi. Ma già la lama gli apriva la carne, e il sangue si mischiava a quello fuggito dal corpo del brigante.</p>



<p>«Crepa!» urlò il brigante, e trascinò sul pavimento mastro Albini, la caldaia dal lungo becco e l’oro potabile venuto dall’inferno.</p>



<p>Dalla ferita, mastro Albini vide i propri visceri, identici a come li aveva sempre immaginati. La profondità del taglio gli disse che non avrebbe avuto il tempo per chiedere perdono per i propri peccati, ma solo per raccomandarsi alle intercessioni della sua Verdina, che, dal monastero, avrebbe certo pregato per la salvezza dell’anima sua.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-643x1024.jpg" alt="" class="wp-image-115598" width="482" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-643x1024.jpg 643w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-150x239.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-300x478.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1-264x420.jpg 264w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Albini_De_sanitatis_custodiae_2-1.jpg 691w" sizes="(max-width: 482px) 100vw, 482px" /><figcaption>Mastro Giacomo Albini da &#8220;De Sanitatis Custodia&#8221;</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-center"><strong><em>NOTA</em></strong></p>



<p><em>Medico di corte dei principi di Savoia-Acaja e incaricato del comune di Moncalieri, Giacomo Albini morì al tempo della peste del 1348. Sulla base dei documenti disponibili, il racconto ricostruisce tutto quello che sappiamo di lui, e cerca proiettare la luce dell’immaginazione su quel che non sappiamo della sua misteriosa fine, avvenuta nell’ombra, senza lasciare traccia alcuna.</em></p>



<p><em><u>Bibliografia di riferimento</u>:</em></p>



<p>Luciana Bona Quaglia, Sergio Tira, <em>Guglielmo di Dia e Felice V antipapa: riflessioni sull’oro potabile</em>, Relazione presentata al IV Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica (Venezia, 7-9 novembre 1991)</p>



<p>Giovanni Carbonelli, <em>II “De sanitatis custodia” di Maestro Giacomo Albini di Moncalieri, con altri documenti sulla storia della medicina negli stati sabaudi nei secoli XIV e XV</em> (Biblioteca della Società storica subalpina vol. 35, Pinerolo 1906)</p>



<p>Giovanni Carbonelli, <em>Magister Jacobus Albinus de Montecalario </em>(Atti della Società di archeologia, Torino, 1905)</p>



<p>Chiara Crisciani, <em>Oro potabile fra alchimia e medicina: due testi in tempo di peste</em>, Relazione presentata al VII Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica (L&#8217;Aquila, 8-11 ottobre 1997)</p>



<p>Karl Sudhofif, <em>Eine Herstellungsanweisung fiir “Aurum potabile” und “Quinta essentia” von dem herzoglichen Leibarzte Albini di Moncalieri</em> (Archiv fiir Geschichte der Naturwissenschaften 5, 1914)</p>



<p>Benedetto Trompeo, <em>Dei medici e degli archiatri dei principi della R. Casa di Savoia</em>, Torino, 1858</p>
]]></content:encoded>
					
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Atalanta-Fugiens-Fuga-VI-Seminate-aurum-vestrum-in-terram-albam-foliatam.mp3" length="2067154" type="audio/mpeg" />

			</item>
		<item>
		<title>Ciò che non cambia è la volontà di cambiare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/10/tutto-cambia-perche-nulla-cambi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/10/tutto-cambia-perche-nulla-cambi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Aug 2025 12:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[rosaria capacchione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115104</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Rosaria Capacchione</b><br />«questa sentenza è un punto fermo. Sono diciassette anni e mezzo di vita passati a pensare a quel documento letto in aula, al significato, alle ripercussioni. È un pezzo di vita, un pezzo di vita importante che ha condizionato l'esistenza professionale».]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-115107" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30.png" alt="" width="870" height="594" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30.png 870w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30-300x205.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30-768x524.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30-150x102.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30-218x150.png 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30-696x475.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Capture-décran-2025-08-09-à-13.14.30-615x420.png 615w" sizes="(max-width: 870px) 100vw, 870px" /></p>
<p style="text-align: center;">di e con</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Rosaria Capacchione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.fnsi.it/minacce-a-saviano-e-capacchione-condanne-confermate-in-appello-costante-serve-aggravante-per-chi-colpisce-i-giornalisti"><strong>I fatti</strong></a></p>
<p>Confermate in Appello le condanne per le minacce rivolte in aula a Napoli, nel 2008, durante il processo &#8216;Spartacus&#8217;, a Rosaria Capacchione e Roberto Saviano. Con la sentenza emessa nel pomeriggio del 14 luglio 2025 dai giudici della Prima sezione della Corte di Appello di Roma è stata ribadita la decisione di primo grado del 24 maggio 2021 che ha riconosciuto le minacce aggravate dal metodo mafioso condannando il boss del clan dei Casalesi Francesco Bidognetti a un anno e sei mesi e l&#8217;avvocato Michele Santonastaso a un anno e due mesi.</p>
<p>«<em>questa sentenza è un punto fermo. Sono diciassette anni e mezzo di vita passati a pensare a quel documento letto in aula, al significato, alle ripercussioni. È un pezzo di vita, un pezzo di vita importante che ha condizionato l&#8217;esistenza professionale».</em> Ha commentato Rosaria Capacchione.</p>
<p><strong>La conversazione</strong></p>
<p>a cura di <strong>effeffe</strong></p>
<p><em>Con Rosaria Capacchione ci siamo ritrovati dopo qualche anno di latitanza fisica ma non affettiva, e in occasione della sentenza in appello pronunciata relativamente alle minacce del clan dei Casalesi a lei e Roberto Saviano, le ho chiesto di condividere su Nazione Indiana il suo pensiero su quanto appena accaduto.</em></p>
<p><strong>Rosaria, innanzitutto come va?</strong></p>
<p>In piena afa, non mi sposto. Certo la condanna è stata confermata in appello ma come sai c&#8217;è sempre la Cassazione.</p>
<p><strong>Mi dici la prima cosa che hai pensato?</strong></p>
<p>Menomale, Santonastaso, l&#8217;avvocato e il boss che fa il boss avevano tentato l&#8217;impossibile per non arrivare alla sentenza. Per quattro volte è stato rinviato in appello perché non si trovava il modo di notificare l’atto all’avvocato, pare in Croazia o Serbia e il penultimo per un problema di salute sopraggiunto poche ore prima della convocazione. Estenuante, ti assicuro, percorrere avanti e indietro Caserta Roma per rimanere due minuti, il tempo che ci voleva per comunicare il rinvio del processo. Per diciassette anni, capisci. E sentenziare che quello che pareva tra virgolette una minaccia era effettivamente una minaccia. Come per tutte le questioni di lana caprina, gli avvocati difensori che si sono avvicendati contestavano ogni cosa quando poi tutto il mondo giudiziario, la Stampa che ovviamente aveva dato credito a quelle minacce, più di una semplice allusione, non aveva avuto il minimo dubbio sulla pericolosità di quell&#8217;azione. Certo è un verdetto che non cambia nulla dal punto di vista della pena almeno per quanto riguarda Bidognetti, di cui nessuno mette in discussione la mafiosità visto che è in carcere da trentadue anni con a carico più ergastoli passati in definitiva. La vera novità riguarda il suo avvocato se la cassazione dovesse confermare la sentenza.</p>
<p><strong>Mi puoi dire perché?</strong></p>
<p>Vedi, minacce ai giornalisti di inchiesta o a chiunque si fosse messo di traverso nei loschi affari della camorra, ci sono sempre state, ma si trattava sempre di episodi  personali e, in qualche modo, in ordine sparso. Querele temerarie, diffide pretestuose, cose che, lo sappiamo bene, fanno parte del gioco e non necessariamente pericolose per la vita.</p>
<p><strong>Insomma Rosaria altro che nulla di nuovo dal fronte dei giornalisti. E tu cosa hai provato?</strong></p>
<p>Allora, sgomento, non più la semplice paura a cui ero stata abituata. Era come se si fosse passato a un livello superiore con il coinvolgimento direi ideologico dell&#8217;avvocato con un clan che aveva già fatto le sue prove di fuoco con stragi e rappresaglie. Il 13 marzo c&#8217;erano state le minacce e in aprile, con l&#8217;evasione di Setola, sarebbe cominciata la campagna di delitti con tutte le categorie coinvolte, dagli imprenditori che avevano denunciato la Camorra ai collaboratori di giustizia.</p>
<p><strong>Rosaria, mi ha molto commosso la reazione di Roberto Saviano in tribunale, le sue lacrime mi hanno scosso come può soltanto il pianto di un amico fraterno. </strong></p>
<p>Ci siamo salutati in tribunale per pochi minuti. Da un certo punto di vista le nostre reazioni non sono state le stesse per una semplice questione generazionale. La mia generazione ha un approccio diverso con la realtà, per esempio è poco avvezza ad esprimere i propri sentimenti. Detto questo, come dimenticare, non riconoscere a Gomorra di avermi salvato la vita. Furono proprio quei riflettori dell&#8217;attenzione del paese su quello che accadeva nella nostra regione a far sì che la Camorra non eseguisse il suo solito copione. Riflettori che come sai io non ho mai inseguito da semplice cronista quale sono sempre stata, attenta a raccontare soltanto i fatti, giorno per giorno, nella loro cruda e nuda verità.</p>
<p><strong>Ricordo bene quella tua angoscia quando nonostante fossi già sotto protezione, ti erano entrati in casa mettendo tutto a soqquadro.</strong></p>
<p>Sai, prima della pubblicazione di Gomorra la criminalità organizzata la raccontavo sul Mattino quotidianamente e per quanto il Mattino di allora, negli anni ottanta vendesse centinaia di migliaia di copie, di fatto rimaneva un giornale essenzialmente regionale. Con  Gomorra si tracciava un bilancio di tutti quei &#8220;quotidiani&#8221; in una sola narrazione, così non solo l&#8217;Italia ma il mondo venne a conoscenza di quanto accadeva da decenni sul nostro territorio. &#8220;Per colpa tua ora ci conoscono dappertutto&#8221; era l&#8217;accusa a Saviano. Davvero imperdonabile!&#8221;</p>
<p><strong>Che cosa ti ha spinto a essere cronista?</strong></p>
<p>Fiducia nella stampa e nel giornalismo come mezzo per cambiare le cose. Con una tale diffusione in Campania tanta gente leggeva i miei articoli, come quando m&#8217;ero occupata dello smaltimento dei rifiuti e tantissimi giovani cominciarono a mandarmi articoli e  foto polaroid che raccontavano di bufale falcidiate dai rifiuti tossici. Una mobilitazione vera e propria che certo aveva la spontaneità di quando si è giovani ma che allo stesso tempo testimoniava il desiderio di smuovere le acque e non scomparire in quella palude.</p>
<p><strong>E ora? Ciò che non cambia è la volontà di cambiare, ti ricordi la scritta di vernice rossa sul nostro liceo, il Diaz di Caserta?</strong></p>
<p>Vero allora, vero ora. Ecco, prendi l&#8217;aeroporto di Grazzanise. I figli di Sandokan, a Casale ( <a href="https://www.fanpage.it/napoli/la-roba-di-sandokan-la-saga-nera-dei-latifondi-che-fecero-il-clan-dei-casalesi/">qui</a> l’articolo di pochi giorni fa scritto da Rosaria) avrebbero potuto scegliersi un destino diverso da quello del padre, no?</p>
<p><em>&#8220;Ivanhoe Schiavone, il quarto dei sette figli del boss, l’unico dei maschi ancora in libertà, recentamente accusato di riciclaggio e tentata estorsione con le aggravanti delle finalità e del metodo mafiosi.&#8221;</em></p>
<p>E invece no. La saga della palude continua, tutto si ripete, di padre in figlio, da più generazioni fatalmente. Alessio de Falco, nipote di Vincenzo morto ammazzato nel &#8217;91, avrebbe potuto scegliersi una strada diversa, no? Perfino il soprannome del nonno Vincenzo, mai conosciuto, si è ripreso il nipote, &#8216;o fuggiasche.</p>
<p><strong>Torniamo al tuo libro, in parte nato anche qui su Nazione Indiana.</strong></p>
<p>Sono passati diciassette anni dalla sua pubblicazione. Un po&#8217; datato, ma di certo non superato. Sui Casalesi di allora non c&#8217;era nulla, e praticamente da allora nulla è cambiato nella sostanza.</p>
<p><strong>A cosa ti andrebbe di dedicare una lunga narrazione, ora?</strong></p>
<p>Dopo tutte le esperienze fatte sicuramente c&#8217;è un mondo a parte che vorrei raccontare ed è quello delle donne, tutte le donne che vivono nei mondi di Camorra. Se entri in una chiesa da quelle parti vedi ancora donne sedute da un lato e gli uomini dall&#8217;altro. Comunità in cui una giovane vedova doveva per forza sposarsi il cognato, e questo a prescindere dalle dinamiche camorristiche che si alimentano di questo immaginario e di certo non ne è all&#8217;origine. E tu povero cristo ti ritrovi con moglie vedova e amante ufficiale. Nella mia vita da cronista ne ho intervistate tantissime, mogli, figlie, sorelle, racconti privati che farebbero rabbrividire chiunque si reclami cittadino di un mondo civile. Il vuoto non esiste in natura, ma in una comunità esiste perfino e, aggiungo soprattutto, quando quel vuoto non è lo Stato a riempirlo ma la camorra. Guarda le vicende di Caivano, un contesto degradato dalle fondamenta e da cui il fatto orribile di cronaca emerge come la punta di un iceberg.</p>
<p><strong>Forse per capire meglio quel contesto bisognerebbe scomodare René Girard, e la sua idea di capro espiatorio e violenza, in una dinamica costante di persecutori e vittime.</strong></p>
<p>Vittime della camorra sono le donne, le spose bambine e ti faccio due esempi. Anna Carrino moglie di Bidognetti, “incontrata” a tredici anni, o Rita De Crescenzo madre a dodici anni,  il figlio avuto da un uomo dei clan. Questi sono fatti, inopinabili perché successi e che succedono anche ora che stiamo parlando. E succedono alle donne.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/10/tutto-cambia-perche-nulla-cambi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-08 14:21:46 by W3 Total Cache
-->