L’era dell’autopromozione permanente

[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.]

di Andrea Inglese

C’era la rivoluzione permanente. È un concetto di cui ho sentito parlare molto tempo fa, e qualcuno me l’ha pure spiegato. Con più precisione, però, ricordo il concetto di formazione permanente; su questo hanno battuto chiodo in modo molto più deciso, e in tempi molto più recenti. Il fatto che uno faccia fatica a trovare lavoro è qualcosa di intimamente legato alla formazione permanente, perché non ci si può accontentare di fare degli studi che finalmente qualificano, per accedere poi a un conseguente lavoro qualificato. Bisogna andarci cauti con il lavoro, perché non basta avere studiato, bisogna anche essere in una disponibilità formativa permanente. Di questi tempi, l’essere umano deve tenere il passo con il mercato, il quale si evolve a tradimento, a macchia di leopardo, con modalità asimmetriche, da guerriglia, non in modo lineare e frontale. Quindi bisogna stare sul chi vive in fatto di competenze o di capacità. Non ricordo più ora quali siano da formare in permanenza, se le competenze o le qualità, oppure tutte e due insieme, o se non siano in fondo la stessa cosa. Ma il momento glorioso della formazione permanente è già passato. Ora siamo in una fase ulteriore, più intima, forse più matura, dove nozioni spensierate come “tempo libero”, “vita privata”, “crescita intellettuale”, sono state spazzate via dall’unico rovello legittimo, quello dell’autopromozione permanente.

Si dirà che l’autopromozione permanente, in questa vivace società di egoismi lanciati gli uni contro gli altri come palle da bigliardo, è un fatto banale e di tutti, ma io sostengo che ne soffrono di più coloro che agiscono nell’ambito delle arti, della letteratura, e più in genere della cultura, soprattutto se sono di nazionalità italiana e vivono nel paese che inventò gli Antichi Romani e il Rinascimento. Se uno ha la disgrazia, ad esempio, di voler fare – e mi vergogno un po’ a dirlo – lo scrittore – dico “la disgrazia”, ma magari bisognerebbe dire la presunzione, l’enorme e irragionevole presunzione – ebbene, se uno vuol fare quella cosa lì, o molto sciagurata o molto boriosa, allora deve avere ben chiaro il concetto di autopromozione permanente. Ad ognuno la sua epoca, il suo concetto e il suo daffare.

Diciamo che oggi uno scrittore si sveglia alla mattina con un certo numero di sensi di colpa. Nello scrittore italiano questi sensi di colpa sono interamente presenti, ma la sua particolarità è che essi sono acuiti in modo pazzesco. Sono diversi sensi di colpa pazzeschi. Il primo tra questi è conseguente alla decisione, nonostante le evidenze empiriche raccolte nel corso degli anni, di mettere su famiglia, anche solo in maniera prudente, informale, condividendo la vita con un’altra persona amata, oppure in modo decisamente sregolato, mettendo al mondo dei figli. Lo scrittore italiano lo sa, che la sua scelta di vita può avere parvenza di ragionevolezza solo se: 1) vivrà come individuo senza progenie e senza legami affettivi di qualche peso (scapolone o zitellona), 2) potrà fare affidamento su patrimoni familiari ingenti, che non temono crisi di mercato azionario o immobiliare, 3) possiede, per privilegio di casta, e fin da bambino semianalfabeta, potenti relazioni nel mondo intellettuale, editoriale e giornalistico. In tutti gli altri casi, la sua ambizione “letteraria” è totalmente scriteriata.

Infatti lo scrittore italiano sa bene che, tranne in casi molto rari, il suo non si può definire un mestiere. Un mestiere inizia ad essere un mestiere quando una persona risponde a una domanda sociale, una vasta e sentita esigenza, quando c’è una quantità di gente in pena per ottenere una determinata cosa, un oggetto o un servizio, da qualcuno che, fuori dalla massa insipiente e maldestra, è in grado di fornirlo, questo servizio, di farlo come si deve, questo oggetto, per esserne così giustamente e rispettosamente ricambiato in denaro. Ma chi ha mai richiesto il romanzo “del tutto nuovo e inaspettato” che lo scrittore ha prodotto? Chi ha chiesto la “nuova e sorprendente” raccolta di poesie che lo scrittore ha con cura realizzato? Certo, oggi sono quasi tutti un po’ nella veste degli scrittori, tutta la piccola, media e grande impresa è un po’ in una situazione simile, dovendo dare alla gente delle cose nuove e inaspettate che la gente non ha chiesto, e di cui non aveva fino a qualche minuto fa alcun bisogno impellente, ma l’impresa almeno, quella grande e media se non altro, può delegare la promozione del prodotto non desiderato a gente abilissima nel trasformare tale prodotto in qualcosa di necessario. Questa gente viene pagata profumatamente proprio per rendere desiderabile un prodotto che nessuno si è mai sognato di richiedere. Quindi lo scrittore produce qualcosa di dubbia utilità, come un folto numero di altre persone sul nostro pianeta, ma gli manca un’agenzia specifica, delle persone competenti, che rendano credibile il suo prodotto. Questo servizio deve renderselo da solo. Da qui il senso di colpa pazzesco.

In genere lo scrittore sostiene a gran voce che quello che più conta nella sua vita (eccezion fatta per la persona amata o i suoi figli – se questa e questi sono presenti alla conversazione) è la scrittura, e in questo modo lascia intendere in modo inequivocabile che l’altro mestiere, quello vero, con cui si garantisce i bisogni primari, secondari e un certo numero di superflui, non ha la priorità nei suoi quotidiani sforzi mentali e fisici. Lo scrittore che presumibilmente non vive di scrittura, e che persiste a sostenere che la scrittura è la cosa che più conta nella vita (dopo la famiglia o le/gli amanti), non mette tutte le sue più preziose e vive energie nella ricerca di somme crescenti di denaro. Egli possiede, infatti, due mestieri, uno fantasma, illusorio, senza seria contropartita economica, e uno vero, certo, in grado di fornirgli salario, l’indispensabile salario. E in questa situazione buffa, egli in modo del tutto irresponsabile continua a giustificare l’assoluta precedenza che, nel suo spirito, avrebbero le questioni inerenti al mestiere fasullo che porta salari simbolici, ossia evanescenti, come la fama letteraria, rispetto alle questioni invece serie e tangibili, inerenti al mestiere retribuito in cartamoneta autentica e corrente.

Comunque, essendo lo scrittore un individuo spesso senza scrupoli, egli arriva quasi sempre a tacitare i suoi pazzeschi sensi di colpa con una sorta di immoralismo perfetto. L’unico senso di colpa che non può tacitare è quello nato da un perseguimento superficiale dell’autopromozione permanente. Qui c’è pochissimo da scherzare. Più il prodotto fornito dallo scrittore è poco amichevole, ossia non risponde ad esigenze decrittabili del lettore medio, più egli deve entrare in quel circuito d’agitazione pubblicitaria di se stesso, che dura ventiquattro ore su ventiquattro. Tra tutte le vittime dell’autopromozione permanente, le più seriamente devastate sono infatti i poeti, dal momento che il mondo, ormai, non chiede più nulla a loro, salvo in casi specifici, dove il poeta può partecipare a tornei vocali, che sollazzano almeno un certo numero di spettatori. Ma questo vantaggio rispetto ai poeti schivi, ingrugnati, della parola meditata e silenziosa, non li esime dalla loro indispensabile agitazione autopubblicitaria.

La macchina autopromozionale più a buon mercato, è un aggiornato apparecchio elettronico (computer, tavoletta, o telefono) con cui sia possibile accedere alla grande rete che tutti globalmente unisce, per praticare l’assillo del prossimo a largo raggio. D’altra parte, una gran fetta della popolazione delle disastrate lande della letteratura italiana, vive nell’eterno dubbio della propria esistenza. Scrive, pubblica persino, ma non sa mai veramente a che punto è, se abbia ottenuto qualche legittima marca d’interesse, di riconoscimento dei pari, qualche lasciapassare per la fama postuma, dal momento che al di fuori del successo commerciale dispensato a un numero ristretto d’indiscutibili campioni delle lettere, gli altri galleggiano nella grande penombra delle valutazioni discutibili, dei giudizi estetici, riflettenti o meno.

Tutti quindi hanno bisogno, non solo di assillare, ma di essere assillati, ognuno vuole perseguitare ed essere perseguitato, tampinare ed essere tampinato, solo questo smanazzamento comunicativo, questo spintonamento reciproco, ci rende vivi, reali, nella nostra fantomatica attività non remunerata, non richiesta, dispensabilissima.

La legge dell’autopromozione permanente è semplice, ma non comoda: tanto più la cosa letteraria realizzata è marginale, d’interesse confidenziale, sprofondata nella notte delle altre mille cose letterarie indiscernibili, tanto più bisogna inscenare un’atmosfera di solennità, e stamburare a morte, replicare ovunque, in tal modo che la cosa da piccola diventi grande, da periferica centrale, da gassosa solida, da unica molteplice. E questo bisogna farlo una dozzina di volte al giorno su Facebook, ma poi via mail personalizzata o di gruppo, e ovviamente sul proprio sito, che deve includere ogni occorrenza seppur incidentale del nome d’autore o delle sue opere, e poi bisogna sguinzagliare – se se ne hanno – allievi del corso di laurea, o gruppetti di fan, su Wikipedia, per scrivere queste benedette pagine, insomma il lavoro è tosto, e si affianca in questo modo ai due altri lavori già esigenti, quello vero del salario reale in cartamoneta e quello fantasmatico del salario simbolico in recensioni o premi provinciali. E appare del tutto chiaro che il lavoro di autopromozione permanente, se davvero si vuole fare con spirito professionistico, e non a singhiozzo dilettantesco, divora progressivamente lo spazio residuo della creazione letteraria, a tal punto che, di tanto in tanto, si scrive ancora qualcosa soltanto per nutrire la macchina dell’autopromozione, sapendo per altro che essa, come il dispositivo dell’ostrica, abbellisce e nobilita l’originario e mediocre granellino che l’autore gli porge.

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Immagine: Rirkrit Tiravanija, Catalogue (Back of Postcard Reads) Memories, 1997

andrea inglese

Andrea Inglese (1967). Vive e lavora tra Milano e Parigi. Suoi interventi saggistici sono apparsi in rivista – «Baldus», «Derive/Approdi», «L’Atelier du roman», «Nuovi Argomenti», «il Verri», «Sud», «Qui», «Nuova prosa», ecc. – e in volume – Akusma. Forme della poesia contemporanea (Metauro, 2000), Scrivere sul fronte occidentale (Feltrinelli, 2002), La traduzione del testo poetico (Marcos y Marcos, 2004), Dieci inverni senza Fortini 1994-2004 (Quodlibet, 2006), ecc. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo dal titolo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e ), i libri di poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano (Marcos y Marcos, 1998), Inventari (Zona 2001), Colonne d’aveugles (Le Clou Dans Le Fer, 2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), le raccolte di prose Prati (La Camera Verde, 2007) nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2010) e il prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, premio Ciampi 2011). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). Scrive per "il Manifesto" ed è redattore del mensile "Alfabeta2" e del sito alfabeta2. Cura Per una critica futura, trimestrale di critica in rete ed è redattore del sito di ricerca GAMMM. English profile 

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  21 comments for “L’era dell’autopromozione permanente

  1. 4 dicembre 2017 at 13:25

    Se a questo scenario ironicamente e magistralmente descritto si aggiunge una certa dose di “leccaculismo di categoria” da parte di certi lit-blog anche piuttosto famosi, in cui l’autoreferenzialità promozionale scambiata tra redattori e amici di redattori è, quella sì, permanente, è chiaro che l’autopromozione per alcuni figli minori diventa un “must”. Autopromozione che (anche se non emerge dall’articolo) non sempre è priva di riscontri critici solidi, ovvero di un’esegesi imparziale e professionale, al di là delle vendite. È chiaro che il presenzialismo mediatico (o meglio, “socialmediatico”) infastidisce chi, sentendosi più autore degli altri, preferirebbe tutt’intorno un silenzio assoluto da cui far emergere la voce autenticamente letteraria della propria “indispensabile opera” (caso mai facendo ricorso al crowdfunding che altro non è se non un’autopromozione con sovvenzionamento dal basso di tipo non gramsciano).
    Come ho avuto modo di riassumere tempo fa:
    “Ci si lecca solo
    tra sapute pecore
    nel chiuso recinto
    del poetico ovile.”

    Bellissimo articolo!

  2. Giorgio Mascitelli
    4 dicembre 2017 at 18:40

    Complimenti, divertente e realistico. Il tuo intervento mi fa pensare che potremmo lucrare sulla situazione, integrando le nostre future magre pensioni, creando un’agenzia che offra servizi postumi allo scrittore.

    • andrea inglese
      4 dicembre 2017 at 19:44

      E’ un’ottima idea, e andrebbe incontro stavolta a una radicata esigenza. L’editing post-mortem, e soprattutto la promozione del poeta fresco di trapasso, quando si aprono opportunità importanti, il necrologio magari persino su repubblica, la riedizione di alcuni capisaldi dell’opera ignorati durante la vita dell’autore, e cosi via.
      Lo slogan dell’agenzia potrebbe essere questo: “Lasciaci gestire la tua grande possibilità editoriale, che avrai anche tu il giorno della tua morte!”

      • mariasole ariot
        4 dicembre 2017 at 22:04

        Sull’editing post-mortem e sul riconoscimento del poeta (finto) morto ho fatto uno dei miei kafka-disegnini proprio in questi giorni, caro Andrea.
        Te ne renderò partecipe…

        (complimenti per il pezzo)

  3. vincenzo
    5 dicembre 2017 at 01:05

    vale per tutti.

  4. eugenio lucrezi
    5 dicembre 2017 at 01:59

    Sì,cartello,
    l’articol l’è bello

  5. luigisocci
    5 dicembre 2017 at 10:43

    Qualche (e anche più di qualche) ragionevole dubbio sulle maggiori possibilità date dalle gare vocali

    • andrea inglese
      5 dicembre 2017 at 17:20

      lasciaci almeno sognare, noi che guardiamo da fuori le sfavillanti luci dello slam :)

      • Lello Voce
        5 dicembre 2017 at 17:38

        e sia :-)

  6. paola nasti
    5 dicembre 2017 at 15:33

    complimenti, Andrea…. vorrei stampare a caratteri cubitali questo articolo e farlo imparare a memoria ad alcune persone che ho la (s)ventura di conoscere; e non per aiutarle ad acquistare un po’ di buon senso – il loro livello di molestia azzera ogni residuo di altruismo; ma solo per farle deragliare un po’ sui loro trabiccoli di “like”.

  7. andrea inglese
    5 dicembre 2017 at 17:22

    @ Vincenzo

    si, il bello è che vale per tutti, e tra questi colui che il pezzo l’ha scritto, e che deve fare il suo smanazzamento minimo autopromozionale (non) garantito

  8. 7 dicembre 2017 at 10:48

    aahhhahhha, un incubo permanente! bell’articolo Andrea.

    • andrea inglese
      8 dicembre 2017 at 00:23

      grazie franci, bacioni

  9. Valeria
    7 dicembre 2017 at 16:19

    L’unica domanda che, per limiti miei propri, mi viene da porre dopo questo articolo è: ne avrebbe guadagnato l’opera di Andrea Inglese se fosse rimasto solo poeta e non prosatore, non critico, non romanziere?

  10. andrea inglese
    7 dicembre 2017 at 19:34

    @Valeria, stanotte non dormiro’!!!

  11. 14 dicembre 2017 at 15:58

    Ottimo articolo che racconta con ironia cose che penso da un bel pezzo. Si potrebbe aggiungere che, se si offrissero serie prospettive professionali a tanti giovani intellettuali, il numero degli aspiranti scrittori, che sperano di guadagnare duecento o trecento euro all’anno con i loro libri, probabilmente subirebbe una forte riduzione.

  12. ignaro contemplo
    18 dicembre 2017 at 00:25

    un mio amico ebbe una brillante idea (forse non fu l’unico a partorirla): per risolvere l’angusto problema della disoccupazione giovanile e degli squilibri dei sistemi pensionistici basterebbe invertire l’età lavorativa con quella pensionistica: da quando si ritiene più opportuno uno non inizia a lavorare ma inizia la pensione per un tot (e 99 centesimi) di anni, godendosi la vita quando ancora la vita glielo consente, godendosela soprattutto in quanto vita inoccupata; alla scadenza di questa prima età subentra quella lavorativa, di gran lunga più cosciente di quella attuale avendo realmente vissuto tutto ciò a cui si rinuncerà, fino al decesso.
    si potrebbe, dunque, estendere questa proposta al tema riportato da Andrea Inglese e cioè: la società assegna a tutti quelli che lo richiedono, ma che rigorosamente devono dimostrare di non aver scritto nulla, lo status di scrittori (poeti, artisti, ecc…) da cui scaturisce un salario altoborghese che gli possa consentire di fare la famigerata vita da intellettuali (viaggi, conferenze (in cui si parla di nulla, perché nulla si è scritto), incontri con il pubblico (nei quali nessuno dei lettori intervenuti ha letto qualcosa dell’autore), ecc…), status che spietatamente decade nell’istante in cui l’autorità competente verifica arbitrariamente che lo scrittore ha iniziato a scrivere. naturalmente, al contrario della notorietà post mortem, la morte biologica dello scrittore ne determinerà anche quella definitivamente letteraria.

  13. 19 dicembre 2017 at 07:16

    L’articolo fotografa esattamente la situazione lavorativa (?) attuale di chi fa e cerca di continuare a fare il poeta e anche il performer e anche magari a chi trasmette la propria esperienza ai più giovani. Ma allora se uno/una fa da tutta la vita il poeta il performer e insegna ai più giovani a farlo a me sembra che effettivamente sto povero sta povera cristo stia lavorando nella sua vita, anche se sottopagato/a, anche se per farlo gli/le serve di autopromuoversi, come tutti del resto ora sono costretti a fare (si chiama sciagurato neoliberismo). A questi poveri cristi che studiano da una vita che scrivono da una vita che insegnano da mezza vita vogliamo dargli la dignità di lavoratori? Perché a me pare che gli/le allieve, i lettori e gli ascoltatori traggano beneficio intellettuale dal “non lavoro” di questi poveri cristi sciagurati e narcisisti marci. A me pare che siano talvolta molto generosi e disponibili verso gli altri, molto oltre rispetto alla entità in moneta sonante percepita per questo loro non lavoro. Che se lavoro è prima di tutto fatica e impegno magari il non lavoro dei poeti performer, per altro richiesto da un buon numero di giovani aspiranti artisti. Gli attori vivono da sempre autopromuovendosi. Così pittori scultori eccetera. Autopromozione è la faccia antipatica del proporsi. Certo in Italia il meccanismo assume aspetti per lo più patetici e che tutti/e vorremmo evitare, se fosse possibile. Ma se il suddetto/a povero cristo/a non ha una cattedra (o simili) universitaria quale scelta ha, a parte il silenzio e l’inattività?
    Trovo di una straordinaria intelligenza e capacità radiografica gli articoli del Cartello, che leggo molto volentieri anche se non mi dicono nulla che già non sappia perfettamente, soprattutto i sensi di colpa per avere, come molti, du lire di famiglia che danno fastidio a molti molti. Triste davvero triste questo panorama. Meno male che da questo triste panorama nessuno è escluso. Mal comune mezzo guadio!

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