<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>afghanistan &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/afghanistan/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 11 Oct 2013 16:33:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>CONTRO LA GUERRA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/08/contro-la-guerra/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/08/contro-la-guerra/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 17:32:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=45781</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Lor signori si commuovono, lor signori deplorano, poi lor signori vanno in aeroporto a ricevere le bare avvolte strette nelle bandiere, lor signori sfiorano le bare con gesto toccante e misurato, invocano le vie diplomatiche, tuonano, quando ne hanno la forza, sulla natura terribile della guerra, sulla sacra obbedienza e la dedizione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Art_11_costituzione_italiana_guerra.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Art_11_costituzione_italiana_guerra-300x212.jpg" alt="Art_11_costituzione_italiana_guerra" width="300" height="212" class="alignleft size-medium wp-image-45782" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Art_11_costituzione_italiana_guerra-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Art_11_costituzione_italiana_guerra-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Art_11_costituzione_italiana_guerra.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Lor signori si commuovono, lor signori deplorano, poi lor signori vanno in aeroporto a ricevere le bare avvolte strette nelle bandiere, lor signori sfiorano le bare con gesto toccante e misurato, invocano le vie diplomatiche, tuonano, quando ne hanno la forza, sulla natura terribile della guerra, sulla sacra obbedienza e la dedizione al dovere, insomma si stracciano le vesti, naturalmente in modo metaforico, dioguardi, pensa che gesto inconsueto, indiscreto e sconveniente sarebbe se il ministro o l’onorevole o il presidente si strappassero letteralmente le vesti di dosso alla Cerimonia Commemorativa, con tutte le bandiere che garriscono al vento, facendo così garrire pure i propri onorevoli o non più tanto onorevoli indumenti.<span id="more-45781"></span><br />
Mai nessuno di quelli che contano che faccia un gesto vero, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=lPb_1vKy2Io">un gesto naturale</a>, un gesto che si capisca, che tutti capiscano, inequivoco, che non debba essere interpretato da illustri politologi, analisti, perspicaci esperti, sottili esegeti, per i quali tutto è possibile, tutto è sostenibile, tutto può essere visto “in un’altra luce”.<br />
A oggi, 53 soldati italiani sono morti in Afghanistan, senza contare feriti, contaminati, psicologicamente devastati, ecc., dei quali nulla sappiamo.<br />
Dobbiamo ancora <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/19/andiam-andiam-andiam-a-guerreggiar/">testardamente</a> ricordare l’articolo 11 della nostra costituzione, o dobbiamo forse rifarci ancora più indietro, a monte delle parole dei padri costituenti, a dei princìpi più primitivi, al non aggredire l’altro essere umano.</p>
<p><strong>Propongo di lanciare una manifestazione oceanica contro la guerra, in qualsiasi forma in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo. Propongo di fare un gesto vero di rifiuto globale di ogni forma di azione bellica nei confronti di un altro paese. Propongo di dire basta.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/08/contro-la-guerra/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Caccia alla tigre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/13/caccia-alla-tigre/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/13/caccia-alla-tigre/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 07:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Ligabue]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ielmini]]></category>
		<category><![CDATA[tigre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41881</guid>

					<description><![CDATA[di Riccardo Ielmini In memoria di Simone Cattaneo Quando il mio amico Walter Primi tornò a casa, nella tarda primavera di quell’anno, non era più lo stopper che faceva coppia di centrali con me nei tornei estivi, quando ci chiamavano gli spietati. E nemmeno il chierichetto senza fronzoli, con la cotta troppo corta che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-41884" title="tigre_con_ragno_ligabue" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/tigre_con_ragno_ligabue.jpg" alt="" width="479" height="324" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/tigre_con_ragno_ligabue.jpg 479w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/tigre_con_ragno_ligabue-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/tigre_con_ragno_ligabue-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /><br />
di <strong>Riccardo Ielmini</strong></p>
<p><em>In memoria di Simone Cattaneo</em></p>
<p>Quando il mio amico Walter Primi tornò a casa, nella tarda primavera di quell’anno, non era più lo stopper che faceva coppia di centrali con me nei tornei estivi, quando ci chiamavano<em> gli spietati</em>. E nemmeno il chierichetto senza fronzoli, con la cotta troppo corta che gli scopre le caviglie, il chierichetto di cui si fida ciecamente don Toni. Il giorno che tornò, in licenza o congedo o vattelapesca, era qualcos’altro. Come se mi avessero spedito un fantoccio con il suo nome scolpito nel dna, o una specie di risvolto sbiadito della manica. Un Walter al contrario, un maglione visto di dentro, con tutte le cuciture, l’etichetta e i fili disordinati. Non assomigliava neppure lontanamente al gigante diabolico che mi faceva un cenno con gli occhi brillanti per dirmi che avrebbe preso lui l’attaccante – e fossi stato io, il centravanti, avrei dato tutto l’oro del mondo per non trovarmi, novanta minuti, a meno di un metro di distanza da lui. Come in tutte le coppie che funzionano, io facevo il partner. Io ero la spalla, il buono, il mite. Negli anni d’oro mi mettevo al centro della difesa; cercavo di non pensare a tutta l’angoscia che mi rammolliva le gambe; provavo a chiudere fuori i rumori del mondo; mi segnavo con la croce: e poi, occhi su Walter. Lui era fermo, le mani sui fianchi, il respiro regolare, le gambe piantate a terra, divaricate come i soldatini di piombo della sua collezione, la faccia quadrata e larga, i capelli corti e brillanti d’acqua, e tutto il suo metro e 95 che sembrava non finire mai, prolungato a dismisura nell’ombra sotto i fari del campo. Come una fortezza. Come il vecchio blockhaus austro-ungarico sporgente sul lago, vicino al campo, sferzato dai venti di tramontana. Ecco cosa mi sembrava, ecco perché a quel punto mettevo da parte coscienza, tentennamenti, paure, e pensavo solo alla battaglia che stava per cominciare.<br />
Andò avanti così per due o tre estati, all’inizio degli anni Novanta. Chi metteva su una squadra per un torneo, pensava a qualcuno che non avesse pietà per nessuno. Walter Primi: presente. Poi lui chiamava me e mi diceva il posto, e l’ora. E la paga. Mai giocare solo per il piacere della partita – una questione di principio per lui: altrimenti non ti rispettano più, diceva rimproverandomi le sciocchezze alla De Coubertin imparate da mio padre. Ma a quel tempo ero nella stagione dei grandi rivolgimenti, di mio padre caduto giù dal piedistallo di capitano dell’industria per la storia del fallimento, e Walter mi pareva abbastanza degno di prendere il suo posto. Aveva un suo codice. Una lista di paroloni che lui chiudeva sempre così: <em>e Soldi</em>. Mi aveva riempito la testa con il suo decalogo di comportamento in campo, come dovessi caricarmi sulle spalle il male del mondo. E tutto per una partita di calcio. Ma per lui le cose andavano così.<br />
Era stato l’unico dal quale avessi accettato la lavata di testa per aver lasciato l’università – anche questa «una questione di principio» come sosteneva mentre bevevamo una birra giù, al bar Vela, una domenica di fine agosto del ’94 che non dimenticherò mai. Sì, c’era stata la morte di mia madre, e la brutta storia di mio padre. Ma non era sufficiente, diceva lui, perché mi sgonfiassi come una camera d’aria. Io lo ascoltavo, ma che credibilità aveva lui, per mettermi davanti questioni di principio? Non aveva smesso di dar retta ai principi ai quali lo avevano educato i suoi deliziosi genitori? Non aveva tirato per il collo il destino pensato per lui da suo padre – mettersi in sella alla piccola azienda di antifurti che sponsorizzava almeno la metà dei tornei estivi ai quali partecipavamo? Non aveva deciso da solo cosa fare della sua vita, sprezzando il buon senso, subito dopo la visita militare? Finito il liceo, era partito per la naia. Poi la ferma volontaria. Poi le missioni di pace, e tutto il resto. Forse era la sua dirittura, era questo a tenermi sulla corda, a renderlo inimitabile? Uno che sapeva cosa fare, dove andare. Ed eccomi servito, io con i miei tentennamenti.<br />
Allora, al tempo di quelle memorabili estati del ’95, ’96 e giù di lì, quando tornava a casa per la licenza lunga, allora avreste dovuto vederlo, Walter Primi,<em> lo spietato</em>, arrivare in scivolata, da dietro, sull’ala leggera lanciata in porta, e far schizzare il pallone oltre la rete di recinzione, con l’ala che vola via e da quel momento gironzola spaurita a dieci metri dall’area, poveraccio. O vederlo svettare con i gomiti altissimi in cima ad una mischia di sudore e sangue. Avreste dovuto vederlo, all’apice della sua fama, quando eravamo tutti e due al culmine della nostra parabola di centrali di difesa. Gente cresciuta quando i calciatori non erano fighetti con il codino e gli orecchini e i tatuaggi, come diceva lui per chiarire qual è la gerarchia dei valori. E chiudere i giochi, beato lui.<br />
Chi l’avrebbe detto che le cose sarebbero andate così. Fossero passati i canonici vent’anni da quei momenti, avremmo tirato le somme di qualcosa – io e lui: ehi, ti ricordi com’era vent’anni fa? Qui c’era poco da tirare le somme. Dieci anni nemmeno dopo le nostre stagioni d’oro ci eravamo ritrovati, in un pomeriggio di maggio, ad ammirare le nostre inconcludenze. Solo che Walter era davvero irriconoscibile, con il suo metro e 95 di durezza appallottolato su se stesso. Io, invece, lo stesso incompiuto di dieci anni prima: il mio lavoro di magazziniere con l’incubo della cassa integrazione, le migliaia di libri letti, e i tre romanzi iniziati e piantati a metà della seconda stesura.</p>
<p>Comunque, era tornato a casa. All’improvviso.<br />
Non aveva avvisato nessuno perché non voleva passare per uno di quegli eroi che il vecchio circolo di destra, a Verbate, aspettava di celebrare. Così mi disse. I vecchi rompicoglioni con le loro foto color seppia sulla decima mas, diceva lui. E non voleva nemmeno incrociare quelli della sezione degli alpini. O qualche ragazzino pacifista che gli appioppasse sulle spalle una di quelle assurde bandiere multicolori, gridando frasi incomprensibili e vuote sui destini dell’universo. Quelle puttanelle con vestiti da figli dei fiori comprati a centocinquanta euro, diceva. Alla larga, por favor.<br />
Ci si vedeva giù, al bar Vela, come se il tempo non fosse passato, e fossimo sempre stati lì, per dieci anni e più. Magari fosse stato così. Mi precedeva sempre al primo tavolo a sinistra, nella veranda appoggiata sul lago, di traverso. Arrivandogli di sbieco, lo osservavo: i gomiti appoggiati al tavolo e le mani giunte, i suoi 195 centimetri accartocciati su qualcosa. Questo era quello che pensavo: ma forse erano le mie fantasie di scrittore introspettivo. O il bisogno di vedere che era diverso, come se avesse una vita da farsi perdonare. Guardava lontano, da qualche parte, nel chiarore del lago, dove non c’è niente da guardare se non le sagome fantasiose che pullulano all’occhio, in quel bianco di lattigine e nebbiolina.<br />
«Non chiedermi niente» mi aveva detto il primo giorno che ci si era visti.<br />
«Ok» avevo detto io. Ancora oggi mi chiedo se fu la scelta giusta, far finta che non fosse successo niente – e cosa mai doveva essere successo mentre lo scarrozzavano su e giù per le montagne fredde e spoglie dell’Afghanistan, nei giorni in cui io vivacchiavo aspettando che succedesse qualcosa per me, senza crederci davvero, che sarebbe successo qualcosa?<br />
«È così chiaro» aveva aggiunto indicando il cuore invisibile del lago. «Come il posto in cui morire. A sceglierlo. Così». Gli venivano fuori queste frasi. Altro che stopper senza pietà, altro che fortezza. Altro che giganti di pietra. Un singhiozzo senza pianto. Un lamento senza vestiti strappati e urla di dolore. Straziante, per me.<br />
«Troppo bianco» avevo detto io.<br />
«No, bianco giusto. Come latte, come nascere ancora».<br />
Quando attaccava così, non sapevo più cosa dire. C’era qualcosa di fuori posto nei suoi discorsi. Non che la cosa mi pesasse – il mio amico Walter aveva qualcosa di lirico, di sopra le righe, qualcosa che nemmeno lui aveva sospettato di avere. Solo che ogni sua parola sembrava saltar fuori da qualcosa di pazzesco, di abnorme. Come le cose che dici sotto anestesia.<br />
«Una volta ho visto una donna. Una vecchia. L’ho vista in faccia e nel corpo. Un sobborgo di Kabul. Senti, ascoltami. Era senza bende, veli, e tutto quel nero che copre le donne in quel buco del mondo. Una vecchia bellissima, giuro. In una casa, durante un pattugliamento. Lei mi ha visto. Aveva appena preparato il bagno, o qualcosa del genere, in una tinozza. Potevo sentire il suo odore. Non aveva paura. Aveva i capelli lunghissimi, bianchi. La luce che veniva da fuori – una luce accecante che sbatteva sulle pareti terrose del tugurio – le faceva brillare i capelli. Li stava pettinando, o tirando, lentamente. Ha smesso di pettinarsi, e mi ha guardato – aveva visto che ero lì, ma aveva continuato per un po’ a fare come se non ci fossi. Poi mi ha fatto un segno, con la mano. Così – mi fece vedere – come passarsi un coltello sulla gola. Non ho capito cosa volesse dirmi, se voleva dirmi qualcosa: non c’erano minacce lì intorno. Zona bonificata, come dicevo ai miei uomini. È venuta verso di me, e poi – eravamo a due metri, e aveva un odore fortissimo, di incenso – ha chiuso la porta della sua stanza. Mi sono avvicinato, e ho ascoltato. Cantava. Un canto come stesse piangendo. Sentivo l’acqua intanto, muoversi. Ho guardato su, nel cielo, e verso le montagne. Era un cielo pieno di sole, accecante, bianco. E ho pensato che c’era così tanto bianco che avrei potuto perdermi, dimenticare tutto – la donna, i miei uomini, la guerra, tutto. Poi non ho sentito più la sua voce. Allora ho aperto la porta. La donna era sdraiata nella tinozza. Aveva i polsi tagliati. È morta dieci minuti dopo. No, non fare quella faccia – evidentemente dovevo sembrare il ragazzino che ero sempre, di fronte alla vita –. Era bellissimo. La luce accecante che veniva dalle finestre e dal tetto, e la donna che rantolava, e il sangue. Non sono riuscito a fare altro che stare lì a guardare».<br />
«Come adesso» dissi io.<br />
«No. Quello è un altro mondo. Non è per noi».<br />
«Anche qui si muore».<br />
«Sto parlando di un’altra cosa».<br />
«E di cosa parli, accidenti, Walter?».<br />
«Luce, silenzio, vuoto. Un altro mondo. Io dovevo passare di là. E adesso so le cose».<br />
«Quali cose, per Dio?» Mi faceva spazientire. Tutto: vederlo così, sentirlo blaterare frasi sconnesse. Ridatemi il mio amico Walter, lo stopper senza pietà, il soldato duro e inflessibile. Ridatemelo, costi quel che costi.<br />
«Le cose che ci aspettano in quel biancore. Non ne hai idea. Liberazione. Non libertà. <em>Liberazione</em>».<br />
Avevo mollato il colpo. Mi sembrava tutto campato in aria, e mi sentivo venir su dallo stomaco il senso di pietà e commiserazione, proprio quello che non volevo avere parlando con il mio amico Walter. Mi raccontava storie così tutti i giorni. Un’altra volta disse che si era chinato sul corpo di un morto per sentire l’odore di mirra nella sua mano. O di quando si era vestito come un afgano, e aveva girovagato nei dintorni di Kabul per vedere sgozzare le capre, e ascoltare il riso dei bambini. Eppure era lui a dirmi di non chiedergli niente. Col passare del tempo ho cominciato a dubitare che fossero storie vere. Se non avessi saputo da sua madre e dai giornali delle sue note di merito, a Kabul, le sue parole sconclusionate e i suoi racconti mi sarebbero parsi del tutto folli. Cercavo di seguire il filo flebile della sua logica. Quando mi pareva di afferrarlo, quel filo, lui scantonava e non ti lasciava andare giù, all’inizio del groppo dal quale srotolava tutte quelle visioni. Ti guardava, sorrideva, ordinava un’altra birra, e amen.</p>
<p>Per un paio di settimane l’appuntamento quotidiano fu dopo le cinque e mezza del pomeriggio giù al bar Vela. Non sapevo cosa facesse tutto il giorno, mentre io ero al lavoro. Non sapevo nemmeno cosa facesse di notte. Avevo l’impressione che quell’ora che passava con me, davanti a due birre chiare, con la temperatura dell’aria che preannunciava l’estate, ogni giorno di più, fosse come una specie di ora d’aria, o una seduta gratis dallo strizzacervelli. Solo che io non ero una guida spirituale o cose del genere. Mai stato. Non che non mi sarebbe piaciuto: quando ero un ragazzino avevo un debole per le cause perse, per le storie di missionari ai quali mandavamo il riso raccolto nell’atrio della scuola elementare, per i gentiluomini mossi da un’ispirazione divina, o giù di lì, che mollano tutto e infilano le mani nelle piaghe della lebbra o nelle ferite dell’anima. Ma nel 2004 ero solo un uomo di poco più di trent’anni senza arte né parte. Uno specchio generazionale? No. Solo uno dei tanti. E davanti a me il mio amico Walter con i suoi racconti campati in aria, lo sguardo alla ricerca di qualcosa, e il suo metro e 95 traballante.</p>
<p>Poi, un giorno, all’improvviso, è saltato fuori con quella storia.<br />
«Sai cosa vorrei fare, vecchio Sam?» mi chiamava così da quando eravamo seduti allo stesso banco, in terza elementare. Io avevo mandato giù un goccio di birra, e a sentirmi chiamare così mi ero ricordato del compito di latino che gli avevo passato in seconda liceo, quando io promettevo una mirabile carriera e per mia madre rappresentavo la quintessenza del bravo ragazzo, il figliolo-immaginetta da mettere sul comodino prima di dormire. Bei tempi.<br />
«Cosa?»<br />
«Ho visto i leoni, allo zoo di Kabul. Un posto di merda. Merda. E dentro quei leoni mezzi morti di fame. E quei dannati animalisti intorno a fare casino. Nel bel mezzo della guerra, gli animalisti con i fotografi e i giornalisti. E i leoni mezzi morti».<br />
Da quando aveva cominciato a parlare aveva già lasciato almeno tre frasi a metà, ed io ero rimasto interdetto sul da farsi. C’era un balbettio infantile nelle sue parole, nel suo modo di muoversi. Un che di rompete le righe e si salvi chi può. Se l’avessi messo in un campo di calcio si sarebbe ripreso? O avrebbe vagato sulla linea della trequarti chiedendosi cosa fare? Pensai una cosa che non avrei creduto: povero Walter, pensai. Ecco cosa feci.<br />
«Ero sulla camionetta che ci portava da una parte all’altra dell’Afghanistan, e pensavo a quei leoni. Al caos che c’era intorno. Al fatto che loro non se ne accorgevano davvero, perché erano stremati e spaventati, con la bava che gli veniva giù dalla bocca. Uno schifo. I leoni. Avevano occhi affamati. Di liberazione, qualunque cosa fosse. Avrei dovuto abbracciarli. O farmi sbranare, se ne avevano le forze. O sparargli un colpo. O portarli giù, al vecchio zoo safari».<br />
Di nuovo si era fermato. Provai ad immaginarmi la scena. Il gigante Walter su una camionetta del corpo degli alpini che scende in mezzo al deserto e alle montagne vicino a Kabul, con il vento che gli morde via la pelle dalla faccia. Walter lo spietato va a prendersi i leoni – per pietà, per pura pietà – e li trascina via e li carica su un cargo, vigilandoli fino a che non sono in salvo, giù, allo zoo safari. Pazzesco.<br />
«Vogliono chiuderlo» dissi.<br />
«Cosa?»<br />
«Il vecchio zoo safari».<br />
Era vero. Una campagna animalista ferocissima e una serie di incidenti, in pochi mesi, avevano sputtanato una delle più solide istituzioni di Verbate. Tutti noi c’eravamo stati almeno un paio di volte, nella nostra vita, con i nostri genitori. Ah, le allegre scampagnate nella foresta, come Orzowei alle prese con i Masai. E le visite guidate con la scuola, quando capitava di trovarsi a giocare con scolaresche provenienti da posti mai sentiti. Mi era capitato di incontrare il vecchio Attilio. Il vecchio aveva messo su la baracca alla metà degli anni Settanta, dopo un illuminante viaggio in Africa. Era invecchiato con le sue bestie. «Sabotaggi, Sam, non incidenti» mi aveva confidato appoggiandosi al mio braccio. Mio padre era un suo vecchio amico, e con me aveva il modo di fare di uno zio d’America, con i suoi stivaloni e il cappellaccio di pelle.<br />
«Ci sono stati degli incidenti. Fuoco giù ai vecchi padiglioni. E foto di animali in condizioni pessime. Lo chiuderanno presto» dissi a Walter.<br />
«E il vecchio ‘Tilio?» mi chiese. Era a casa da una settimana ed era la prima volta che lo vedevo interessarsi a qualcosa. Come se all’improvviso il velo di latte che gli si era calato addosso si squarciasse, e tornasse a brillargli lo sguardo fiero da gioventù hitleriana. Anche Walter conosceva bene il vecchio, perché un’estate – non una qualsiasi: era l’estate della maturità – ci aveva preso a lavorare per un mese allo zoo. Sveglia prestissimo per la distribuzione di cibo agli animali, per la pulizia delle gabbie, per il deposito di rifiuti. Ci aveva pagato bene, a sufficienza per la prima vacanza da soli: sacco a pelo, ostelli, ragazze abbordate sulla spiaggia e via dicendo.<br />
«Il vecchio ‘Tilio dice che sono sabotaggi, non incidenti».<br />
«Bastardi». Aveva già fatto i suoi conti. Aveva già deciso da parte stare. Lo guardai mentre beveva la sua birra. La mano che restava appoggiata al tavolo tremava. Me ne accorgevo solo in quel momento.<br />
«Andiamo dal vecchio?» mi chiese.<br />
«Adesso?». Ero stanco morto. Domani ho il turno sei-due, avrei voluto dirgli. Non siamo tutti a casa in licenza, avrei dovuto aggiungere. Noi abbiamo da fare, siamo gente che lavora, accidenti, altro che fantasmagorie afgane e malinconie da disadattato. Ma non dissi niente, o dissi di sì: quella mano che tremava sul tavolo mi faceva più paura di quando lo vedevo avventarsi senza pietà sugli attaccanti.</p>
<p>Dopo la visita allo zoo safari non si fece più vedere, né sentire, per almeno un mese. Io non lo cercai, è vero. Non sono il tipo che va a stanare le volpi. Mai stato. Pensai che forse cercava di mettere ordine in quella sua testa piena di luci, e chiarori e magie. La sua testa piena di <em>liberazione</em>, come aveva detto lui quella volta, calcando la pronuncia e facendo un gesto nell’aria con la mano, come se fosse Lawrence D’Arabia. D’altra parte non eravamo più ragazzini: eravamo uomini, ognuno con una vita da far quadrare, tutto sommato. E anch’io, in quei giorni di maggio in cui la natura diventa troppo verde e blu per sopportare il fatto di stare qui e vivere, anch’io avevo le mie preoccupazioni, i miei progetti velleitari, i miei libri da leggere, i miei racconti da buttar giù nel silenzio della camera. Allora sentivo mio padre strascicare i piedi, al piano di sotto, come un’anima in pena alle prese con tutti i ricordi ingombranti di una vita – speranze, rimpianti, rimorsi, e mia madre. Io, di sopra, mi sforzavo di scrivere cose che sarebbero piaciute a La Capria – è questo che pensavo, povero illuso. La Capria, nientemeno: l’unico grande scrittore italiano del Novecento. Un uomo che insegue i suoi flebili sogni, ecco cos’ero. Eppure: chi poteva darmi torto? Chi poteva additarmi come un ingrato, se non chiamavo Walter e non gli chiedevo di uscire dal suo guscio di riservatezza, o oblio, o paura, e venire giù, al Vela, a farsi una birra? Magari incontriamo il figlio del sindaco D., e dai, Walter, ci mettiamo a raccontare tutta la stagione allievi del 1988-89, quando eravamo imbattibili e il figlio del sindaco D. faceva il centravanti, e tu lo pestavi forte negli allenamenti, per farlo diventare più duro, che ne dici Walter? – credete che a questo, a questa retorica il mio amico avrebbe dato corda? Magari arriva anche il Malerba, e ci offre da bere, con quella sua faccia da filosofo perdente, ma ci offre da bere e si mette cavalcioni sulla balaustra del lungolago, e ti chiede di raccontargli com’è il deserto, allora Walter ci stai? – pensate che lui avrebbe accettato, allora? Io non lo cercai, è vero. Per quanto ne sapevo, Walter poteva anche essere ripartito – mai capito io la questione della licenza, e del congedo, e vattelapesca. Poteva essere andata così, se mi mettevo a rigirare la frittata. Un vecchio amico torna confuso e disorientato dalla guerra. Dice cose insensate o quasi. Non è più lo stesso gladiatore di dieci anni prima. Non è più il valoroso soldato che ci avevano detto. Ma poi recupera le forze, come i personaggi di quei romanzi sui sanatori. Lava via tutte le scempiaggini nel sole di casa sua. E torna sul fronte, dove è nato per stare. Senza salutare – e questo è davvero Walter Primi. Non poteva essere così? E poi, non era stato lui, qualche anno prima, a chiudere i ponti con me, a dedicarsi anima e corpo alla sua carriera militare così gonfia di promesse? Ero stato forse io a convincerlo ad entrare nell’esercito? Perciò non mi sentivo in debito, né in dovere di tirarlo fuori dal buco in cui si era cacciato – anche se in fondo avevo capito, sapevo che era davvero un buco. Un fondo di caffè che non si poteva interpretare. Altro che luce, altro che chiarori e rivelazioni. Povero Walter.</p>
<p>Aveva ragione lui, invece. Quel blaterare di <em>liberazione</em>, che arriverà, oh se arriverà. In quei furenti giorni di maggio tutto quel chiarore sarebbe diventato rivelazione di qualcosa, almeno per lui, o per quello che restava del mio vecchio amico roccioso.<br />
Era notte. Dolce, e chiara, e tutto il resto.<br />
«È scappata le tigre» lo sentii dire, con la voce da Caronte che aveva una volta. Mi aveva telefonato lui.<br />
Guardai la sveglia digitale sul comò.<br />
«Walter, sono le due, cosa..?»<br />
«La tigre, giù allo zoo, è scappata. Le puttanelle hanno aperto le gabbie. Mi ha chiamato il vecchio ‘Tilio, mentre ero in giro per il bosco». Dopotutto, aveva finalmente la voce di uno vivo, accidenti – fatti, tempi, personaggi: non quel suo blabla campato in aria.<br />
«Dov’eri? Dove sei?» chiesi io.<br />
«Su, al bosco. Il vecchio mi ha chiamato. Mi ha detto che la tigre non c’è più. Gabbia aperta. E tracce verso il bosco. Ti chiamo da qui. La tigre, la tigre!» e sentivo che avrebbe voluto gridare, ma tratteneva la voce. Vecchio vademecum militare, pensai. Muoversi nella foresta senza che il nemico possa sentirti.<br />
«E cosa ci fai nel bosco? Vieni via, sono le due»: stentavo io stesso a credere a quello che stavo dicendo. Ma era tutto vero. Vera la telefonata, inaspettatamente vera la sua voce, vera la sua presenza nel bosco alto di Verbate, ad est dello zoo safari.<br />
Dunque era così. Forse passava il giorno a dormire e di notte girovagava per i boschi. Era un’anima in pena baciata dalla luna che filtra fra i rami. Cos’era diventato? Uno sciamano, un fauno, un satiro malinconico e invecchiato? O forse il tragicomico rabdomante di se stesso, un poveraccio sconclusionato alla ricerca del suo spirito?<br />
«E cosa vuoi?» chiesi. Cominciavo a vederci più chiaro, e la cosa mi sembrava sempre più pazzesca.<br />
«Raggiungimi. Vieni all’incrocio del sentiero con la pista da cross, sopra la torbiera. Partiamo da lì».<br />
Conoscevo bene il posto. Per tutti gli anni Ottanta era stato uno dei crocevia di tossici di eroina a Verbate. Uno snodo dal quale ci mettevano in guardia le nostre madri, quando partivamo, con le nostre vecchie bici saltafoss. Era l’angolo di confluenza di tre sentieri, nel punto di accesso al rettilineo di partenza della vecchia pista da motocross abbandonata. A un tiro di schioppo dallo zoo. Avevano chiuso la pista – dopo due campionati italiani e un mondiale di sidecar – quando erano partiti i lavori per la costruzione del safari, a fine anni Settanta.<br />
«Ma sono le due di notte» gli ripetei. Dovevo sembrare un disco rotto.<br />
«Vieni. Porta la torcia» e chiuse la chiamata.<br />
Restai a guardare i led rossi della sveglia che bucavano il buio della mia stanza. Da bambino passavo un sacco di tempo rannicchiato sotto le coperte, con la torcia accesa in mano. Il nascondiglio segreto, dicevo a mia madre quando entrava e mi chiedeva cosa stessi combinando, con quell’aria da profugo o terremotato – coperta aggrovigliata, capelli arruffati e briciole di biscotti sparsi sul pavimento. Bei tempi. Mi alzai dal letto, infilai la tuta da lavoro, le mie scarpacce antinfortunio, e scesi giù.</p>
<p>Ci vollero dieci minuti di macchina.<br />
Walter mi aspettava, seduto su un ceppo di castagno. Sembrava davvero uno sgusciato fuori dal sogno di una notte di mezz’estate. Quando mi vide arrivare fece un cenno con le braccia, alzandosi, perché spegnessi il motore e i fari della mia Ford. Accostai e scesi. Dal bosco arrivava fortissimo l’odore di pollini e muschi. Come quando mi portavano, le sere di maggio, a recitare il rosario nelle piccole cappelle votive diroccate, che inaspettatamente tempestavano i sentieri del bosco dai giorni della Controriforma. Allora era davvero tutto incredibile – mia madre come una ninfa che vola nei boschi, mio padre come la quintessenza dell’energia, e io al centro dell’universo. Era successo secoli prima.<br />
«Ciao» dissi dirigendomi verso di lui.<br />
«Stai chino. L’aria diffonde il tuo odore» fu la sua risposta. E chi dovrebbe sentirlo, il mio odore? – volevo dirgli.<br />
«Ora. Seguiamo il sentiero fino alla prima morena, poi facciamo la vecchia pista» mi intimò. Aveva la faccia sporca di terra, come i marines che vedevo nelle fiction dopo il lavoro. Faceva sul serio.<br />
«Hai la torcia? Da’ qui, vado avanti io» aggiunse. Si alzò e cominciò a camminare: da dietro sembrava il gigante di una fiaba, o un cavaliere errante sui sentieri della sua intuizione folle, o il vecchio stopper che imprecava gelido al limite dell’area, portandoci, su tutti! verso la linea del fuorigioco. La luce della torcia toccava le morene di fili d’erba e arbusti, sfiorate dalla brezza che disperdeva i pollini. Camminando potevo sentire le punte delle felci che mi toccavano le gambe, come il solletico di mille invisibili dita.<br />
E ci inoltrammo nel bosco.</p>
<p>C’era un silenzio naturale. Camminavamo senza nemmeno sentire i nostri passi, senza avvertire le nostre traslazioni a pelo d’erba, come se fluttuassimo sulle punte della vegetazione. Ci guardavamo intorno. Dall’altro lato della montagnola, dove c’era il serpente di terra e sassi della vecchia pista, sulle morene di robinie, altre luci bucavano il buio. Un fascio, attraverso le trame degli alberi, sparato in alto, verso il cielo, la luna e Dio – se c’è. Altri ricercatori. Ci arrivava il loro bisbiglio bambinesco. Noi eravamo in silenzio, invece. E al buio. Noi eravamo a caccia. Acquattati fra le felci, ci saliva il sentore della terra nera, e di tutto quello che era lì in macerazione, da secoli, sotto le nostre pance. Walter mi faceva dei cenni, con indice e medio allineati e vicini, come fossimo due controfigure in un film di guerra.<br />
Oltre alla sua faccia di terra, quel suo parlare con le dita era l’unica parvenza del soldato che era stato, e che inspiegabilmente non era più. Come se la scia luminosa sulla quale aveva cavalcato in quegli anni, su su verso il successo che tutti gli pronosticavano, come se quella scia fosse stata tutto un abbaglio, un clamoroso bluff al quale lui stesso aveva creduto, da quando era venuto da me, freddo e luminoso, a dirmi che aveva «messo la firma», nel ’94 o giù di lì. Che gli fosse capitato qualcosa di tremendo mentre era di stanza nei dintorni di Kabul, non l’avevo nemmeno pensato. Non era tipo da facili sentimentalismi. Non uno che si faccia abbindolare da suffragette pacifiste o da vecchi medici di organizzazioni non governative. E nemmeno uno interessato a scoprire i drammi di un popolo, di una terra. Non era mai stato un cuore tenero da redimere. Ma quel gesto, quelle due dita unite ad indicarmi i movimenti da fare – perché la tigre non ci vedesse, non ci sentisse, non sapesse niente di noi – era l’unica traccia di ciò che era stato: il resto era soltanto un fantoccio molle preda di fantasmi e fantasie.<br />
Ed io? Perché l’avevo seguito? Perché mi ero fatto trascinare – letteralmente – in quell’assurda e pericolosissima scampagnata notturne per i boschi? Cosa pensavo di fare, smettere di fare il mezzo fallito e buttarmi in ritardo di quindici anni nel gorgo della vita, come Hemingway, che da ragazzo aveva rappresentato per me la quintessenza stessa dello scrittore che avrei voluto diventare e non sarei mai stato? O volevo fare il profeta disarmato che ammansisce le belve – oh miracolo! – io, minuscolo San Francesco, piccolo Orfeo del millennio? O mettermi a giocare a Sandokan e finalmente, con trent’anni di ritardo, stavolta, diventare l’eroe dei romanzi di Salgari che avevo amato? No. Balle. Era per Walter. E per il brillio sinistro che ghignava nei suoi occhi – quello era. E anche per il formicolio che aveva ripreso a scuotermi come prima di scendere in campo per la finale. Stava succedendo, ecco tutto – e quando succede il resto sono particolari. Illuminazione. O Liberazione. O qualsiasi altra cosa uno voglia dire. Sentivo distintamente i nostri respiri. Percepivo gli odori del mondo. Avevo cominciato a vedere l’impercettibile spostamento della luna, in cielo. E delle costellazioni, dove le frasche diradavano e piccole parentesi di cielo si aprivano sopra di noi. Di là, sulla montagnola opposta, ancora luci alla rinfusa, disordinate, scendevano. Gli uomini delle ricerche stavano pattugliando il bosco. Cercavano la Tigre. Noi no: noi eravamo a caccia, disarmati. La faccenda era diversa, completamente. Walter mi fece il segnale – avanzavamo sugli avambracci, respirando il profumo di milioni di esseri esalanti sotto di noi. Lui sembrava un lunghissimo serpente uscito da una storia diabolica: ma non importava. Importava essere lì. Walter, io, e la Tigre. Noi sulle sue tracce, e lei sulle nostre.</p>
<p>Vidi la Tigre quando ormai la Tigre aveva visto noi.<br />
Dall’altra parte, sul pendio, non c’erano più luci. Gli uomini alla ricerca erano scomparsi in fondo al valloncello, ai piedi del bosco dove eravamo noi. Non ci arrivava nemmeno l’eco delle loro parole di richiamo. Erano come lucciole spente sotto una cappa.<br />
Walter era immobile, gli occhi fermi, puntati in avanti, e il suo ghigno. Chi non lo aveva conosciuto nei suoi giorni di grandezza, avrebbe pensato che fosse cinico, e scettico. O che fosse un povero fallito, se lo avesse visto in quei giorni: un ragazzaccio fatto a pezzi dalle sue debolezze e da fantasmi che avevano piantato il loro vessillo nel suo cervello fragile. Io lo guardavo davvero, e sapevo cosa stavo guardando: vita immobile, un grumo di nervi pronto ad esplodere. Mi fece un cenno rapidissimo, con le due dita unite. Io ero troppo impaurito per decodificare subito quello che voleva dirmi. Non sarei sopravvissuto più di un’ora, senza Walter. Mi fece ancora il segnale. Aveva la faccia di uno che ha già fatto i suoi conti. Di uno che sa già come andrà a finire, perché finirà esattamente come lui vuole che finisca.<br />
Guardai avanti. La Tigre era sdraiata su un fianco. Sembrava di terracotta smaltata, una di quelle cose kitsch che ci sono sopra i camini. Il suo pelo si accartocciava flaccido sui rametti e sulle foglie sparsi attorno. Bellissima. Guardava verso di noi, e cadenzava il respiro. Anche lei sapeva cosa sarebbe successo, e sembrava aspettare. Solo io non avevo chiaro un bel niente, o avevo frainteso tutto, come sempre. Avevo solo paura, una dannata paura.<br />
Walter mi guardò, allora. Ghignò, il corpo puntellato sui gomiti, la testa ripiegata, le gambe lunghissime, come una coda. Altro che fantasie lattiginose, e pause lunghissime nei discorsi, e tutta quella pappa molle che mi aveva gettato addosso, come stesse delirando, nelle serate al bar Vela. Signore e signori, ecco a voi Walter Primi, lo spietato.<br />
Chissà come dovevo sembrargli. Chissà cosa pensava del suo vecchio compagno di difesa, del mio sorriso di circostanza, ora che capivo di essermi cacciato davvero nei guai. Durò un attimo: incrociammo i nostri occhi, e insieme tutta la parentesi terrena che fino ad allora avevamo misteriosamente condiviso. Poi feci quello che dovevo fare.<br />
Mi alzai, senza guardare niente – il bosco, il sentiero, la Tigre, Walter. Niente. Mi alzai e cominciai a correre, io un’ombra duplicata dalla mia stessa ombra notturna, sotto la luce della luna.<br />
Anche Walter si alzò.<br />
Anche la Tigre, allargando le fauci ed emettendo un suono rauco e primitivo.<br />
Io correvo, inciampando ovunque.<br />
La Tigre balzò verso di noi, verso di me.<br />
Mi voltai, scivolando ed annaspando.<br />
In piedi, fermo, c’era Walter. Si tirò su le maniche. Non so perché lo fece. Fu un gesto stupido. Un gesto grandioso.<br />
La tigre emerse biancoarancione dalla lunga serie delle felci. La vidi caracollare, prima, e poi prendere una lunga rincorsa. Walter rimase fermo. Si piegò sulle ginocchia. Prese posizione. Non lo vidi in faccia. Non si voltò. La tigre emise il suo grido di guerra. La vidi ancora balzare in avanti, come pescando le forze dall’accumulo della sua prigione dorata, giù allo zoo. Balzò ancora, e ancora. Poi, fu in campo aperto, fuori dalle felci. Una magia, vederla dove anni prima avevamo lasciato le nostre biciclette e ci eravamo inoltrati nel bosco. Dove ero passato con mio padre e mia madre, vent’anni prima. La Tigre. Era immensa. Era bellissima.<br />
Di fronte a lei, verticale e freddo, Walter. Come la statua di Stefano davanti ai lapidatori, quella che avevamo davanti quando servivamo messa.<br />
Anche lui era balzato fuori – fuori dalle felci, fuori dalla terra, fuori da tutto quello che lo aveva imprigionato. Balzò fuori, all’aperto, sotto la luna e le stelle, sotto Dio.<br />
Lo vidi correre, luminoso, verso dove sapeva di dover andare. Correva verso la Tigre. Poi più nulla, come una liberazione.</p>
<p><em>Riccardo Ielmini è nato a Varese nel ’73. Ha vinto il Premio Chiara Inediti 2011 con la raccolta di racconti</em> Belle speranze <em>(Macchione 2011).</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/13/caccia-alla-tigre/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Addio alle armi!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 08:11:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[missioni di pace]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=6328</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Bottalico Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito Il mio viaggiare È stato tutto un restare qua, dove non fui mai. G. Caproni Biglietto lasciato prima di non andar via. Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>  <a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif" alt="" title="bersagliere" width="165" height="300" class="alignnone size-full wp-image-6329" /></a>    </p>
<p> di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong>                                                        </p>
<p>                                                                                     <em>Se non dovessi tornare,<br />
                                                                                      sappiate che non sono mai<br />
                                                                                     partito<br />
                                                                                                 Il mio viaggiare<br />
                                                                                   È stato tutto un restare<br />
                                                                                  qua, dove non fui mai. </em></p>
<p>                                                                                               <strong>G. Caproni</strong><br />
                                                                                  Biglietto lasciato prima di non andar via. </p>
<p><em>Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne</em><br />
                                                                                                                                                               Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati sotto la coppola verde e le orecchie infreddolite. Neanche il tempo di accendere una sigaretta fuori che la sua voce secca rimbombò lungo il binario preceduto dal solito fischio, come un boato:<br />
“Chiudere!”<br />
Una signora sulla quarantina presa dall’ansia di fumare gettò suo malgrado la cicca appena accesa, e dopo aver bestemmiato salì di nuovo all’interno del treno, poi di nuovo lo strillo.<br />
“CHIUDERE!”<br />
<span id="more-6328"></span><br />
 Il solito Espresso notte. Quante volte l’avrò preso in un anno!? I ricordi dei viaggi passati si mescolano tutti insieme creando una matassa da cui è impossibile venirne a capo. Caserta Bologna Bologna Caserta passando per Roma Tiburtina poi Termini cambio direzione poi scintille sulle rotaie che sfrecciano nella galleria oscura finché il treno non esce dall’oblio come una pallottola da una pistola e finalmente vedi il cielo stellato ed il respiro rallenta insieme al serpentone di vagoni con il battito del cuore irregolare e sfasato&#8230;(troppo veloci, i pensieri nel treno, troppo veloci!). </p>
<p>Gli odori sono sempre gli stessi: quello forte ed aggressivo delle signore che resta incollato alle pareti degli scompartimenti per tutto il viaggio, il sudore mescolato alle imposte di pane mortadella e pomodorini secchi, quello fastidioso e acido che sa di plastica bruciata quando il treno è in fase di frenata,  i fazzoletti intrisi d’olio delle frittatine di maccheroni preparate dalla mamma premurosa, il bagno che emana l’oramai familiare tanfo di pesce andato a male innaffiato dal solito deodorante scadente. In quel dannato treno si muove tutto quello che sta intorno, escluso il treno stesso&#8230;sembra un mondo sigillato dall’esterno. Come posso spiegarla quell’angoscia che provo quando ci salgo su? Che poi non è solo angoscia. E’ inquietudine eccitazione malinconia e speranza. Fastidio e rabbia, quella rabbia innocente che sbuca dal nulla e detta legge ai movimenti, la stessa che mi costringe ad andare via, forse. Lei decide per te e tu resti muto ad assecondarla.  (quando poi non ho il biglietto viaggiare vuol dire soprattutto adrenalina pura, cuore in gola e fuga dal controllore con in testa la delirante musichetta di quei tre in “febbre da cavallo&#8230;”). Una volta mentre guardavo fuori dal finestrino le luci che si disperdevano nel buio come galassie incomprensibili, mi venne come uno svenimento, persi i sensi e mi ritrovai non so quanto tempo dopo (il tempo? E cos’era? Che importanza aveva?) sdraiato  e convinto di essere nella stanza buia di casa mia, completamente spaesato. In quegli istanti il vuoto, totale. Sarà stata la stanchezza delle ore passate allerta e la sbronza della sera prima.</p>
<p>Prima di ogni partenza la testa produce la solita domanda che riecheggia e cade nel sordo silenzio disturbato dal frastuono, una domanda che non trova  risposta, che genera altre domande e pensieri che martellano chiodi nel muro spesso delle immagini accumulate in questi anni lontano da casa: “Ma dove diavolo sto andando? Perché vado via?!”<br />
Ero tranquillamente seduto in uno scompartimento dall’aria pesante e colma dei respiri affannati, pronto ad affrontare la nottata insonne, perché in effetti non riesco quasi mai a prendere sonno nel treno; è un vizio che mi costringe a restare sveglio. Devo perlustrare tutti i vagoni (quando è possibile). Devo guardare i volti, le facce abbronzate e stanche che masticano dialetti incomprensibili e lingue attraenti; mani spesse dei lavoratori abituati a mantenere l’equilibrio sulle impalcature, tutte quelle persone indecifrabili, impenetrabili e misteriose, i cinesi che scendono a Prato centrale. La desolazione delle stazioni dimenticate, le fronti sudate ed ingiallite che salgono sul treno affaticate da bagagli giganteschi; Loro sono pur sempre dei compagni di viaggio che condividono la snervante attesa dell’arrivo a destinazione. Morale della favola, resto sveglio tutto il tempo.</p>
<p>Quella sera il treno non era stracolmo (strano, stranissimo). Nel corridoio c’era un senegalese seduto al seggiolino che russava profondamente. Dal bagno in fondo proveniva ad ondate  un forte odore di marijuana; Due ragazzi uscirono con le mani sullo stomaco per le risate quando videro un vecchio signore in canottiera bianca e pelle scura e braccialetti d’oro e catenina in petto che rifletteva il suo volto rugoso al finestrino e borbottava tra sé parole incomprensibili (fece questo per tutto il viaggio&#8230;) Andai a fumare nel piccolo spazio alla fine del vagone, vicino al bagno, e come al solito restai ipnotizzato dallo spettacolo che si ripeteva all’orizzonte: zone industriali piene di ciminiere che sputavano fumo denso e bianco e luci al neon che illuminavano strade completamente vuote. Poi il buio, fitto e tradito dai fuochi incendiati nelle città in lontananza, con i lampioni giallognoli degli angoli nascosti nelle campagne abbaiate.<br />
Ad un tratto l’aria si impregnò del forte odore di tabacco.</p>
<p>C’era un altro tizio a fumare, che appena mi vide fece un cenno con la testa come a dire “ci tocca aspettare e fumare, poi aspettare ancora e fumare, maledizione!” Un gesto di comprensione, un si con il capo e gli occhi semichiusi, un modo semplice per mostrare la rassegnazione, condividerla.<br />
Un maghrebino con il volto sfregiato aveva la schiena appoggiata alla porta del bagno e spontaneamente se la rideva&#8230;<br />
Il tizio si chiamava Gerardo. La prima cosa che notai era la sua ansia. Non era soltanto per il desiderio di arrivare, c’era di più. Il cranio rasato a zero, la barba appena tagliata, Gerardo mentre parlava portava spesso la sua mano destra sulle palle, come a grattarsi o rassicurarsi che da quelle parti fosse tutto sotto controllo. Era una sorta di tic. Chi si tocca la punta del naso chi scherza con i riccioli dei capelli, Gerardo constatava ogni tre e quattro la consistenza del suo attributo, ma senza malizia. Ci misi poco a capire che Gerardo era un soldato. Un alpino, per la precisione, nato e cresciuto a Nocera Inferiore.<br />
“Un posto di merda!” esclamò, mentre i rumori delle rotaie sui binari invadevano le voci, e per comprenderci dovevamo gridare. Aveva voglia di parlare, doveva confidarsi con qualcuno, sfogare. Forse per la necessità di vedere il tempo passare chiacchierando, anzi urlando.<br />
Se ne tornava a Bolzano dopo una settimana di congedo, e per attaccare bottone  mi mostrò la foto sul telefono di una donna mezza nuda:<br />
“Mi sta aspettando, Deborah, bella eh!?. Non vede l’ora che arrivi. A me neanche me ne frega, tanto io fra poco mi sposo; giusto il tempo di un&#8217;altra missione. Intanto a Bolzano quando posso vado da lei, devi sentire come parla, con quell’accento mezzo tedesco! A me fa impazzire!”<br />
Nel frattempo accese altre quattro sigarette, il maghrebino sorridente andò via e restammo soli, imprigionati dal fumo. Gerardo portava la sigaretta tra le labbra serrate come uno schizofrenico, se ne stava lì a gesticolare e ad urlare per farsi capire. Le mie orecchie erano confuse dalla sua voce rauca, che graffiava la gola.<br />
“Sono cresciuto nel buco di culo dell’Italia meridionale” disse. “Quando avevo la tua età facevo tante di quelle cazzate che adesso se ci ripenso mi sembra di guardare allo specchio un’altra persona. Le alternative di chi nasce in certi paesini sono poche. Io ad una certa età dovevo soltanto scegliere: affiliarmi in uno dei clan della zona, fare soldi con lo spaccio insieme ai Maiale.. altrimenti il militare. Di studiare non se ne parlava neanche. Alla fine decisi di arruolarmi ed andare via, anche perché mio padre mi implorava di partire. Tanto una guerra vale l’altra! E poi non ero fatto per mettermi con qualcuno, ero troppo fuori con la testa, pensavo solo alle femmine alle droghe alla discoteca.. avevo bisogno di scappare via di casa, allontanarmi da quella fogna.”<br />
“L’esercito mi ha cambiato, ma le missioni sono state la cosa più allucinante.. Kosovo Macedonia e poi Bosnia&#8230;quante ce ne sono capitate! Una volta ero di pattuglia a Mostar, di notte. Ad un certo punto vedo arrivare un gippone. Scendono in quattro di loro con i kalashnikov in mano; immagina una paranza come da noi. Era un gruppo di uomini armati, e ci stava pure il capo che si avvicina verso di me e dice che deve parlare con il colonnello. Io all’inizio non capivo, vuoi per la paura ma anche per la lingua.. In poche parole era successo che il colonnello aveva scopato una ragazza che apparteneva a loro, e così gli dissero di sposarla. Non aveva troppe scelte, il colonnello. Doveva sposarla altrimenti sarebbe scoppiato l’inferno. Adesso il colonnello è sposato con questa ragazza e ha tre figli. Se l’è portata in Italia..”<br />
Avevo praticamente la bocca secca, senza più saliva.<br />
“Fra un pò me ne vado in Afghanistan” disse, mentre il viso mutò espressione in una frazione di secondo;  “dicono che è pericoloso, che per qualsiasi cosa devi avere il permesso dagli americani. Non puoi sparare un colpo senza una loro autorizzazione. Un altro pò e se vuoi andare al cesso devi chiederglielo agli americani, mentre loro fanno quello che vogliono, quei bastardi!. Tutti me ne parlano male di Kabul, dicono che è pericoloso, ma io se non vado a vedere con i miei occhi non posso saperlo! E’ inutile lasciarsi prendere dal panico prima, è inutile..<br />
Giuro che dopo l’Afghanistan levo mano, lo giuro!”<br />
Continuavo ad ascoltare Gerardo, anzi fui rapito dalle sue gesticolazioni frenetiche, la fretta di parlare; il modo in cui mangiava le parole con quel dialetto rivelavano in realtà una disperazione dissimulata. Avevo gli occhi annebbiati dalla stanchezza. Iniziai a martoriare le unghie delle mani sudate, mentre lui se ne stava lì a fumarne una dopo l’altra e raccontava ancora nascondendo il suo nervosismo addestrato. Di Deborah e delle parole sacrosante di suo padre in punto di morte, del suo desiderio di sposarsi e mettere su famiglia, la voglia di tornare a casa, abbandonare quella Bolzano così fredda e triste.. dopo tutto quello che mi svelò restammo senza dire niente, in un silenzio quasi imbarazzante, complice, con il sottofondo delle rotaie che picchiavano violentemente sui binari. </p>
<p>Finchè non arrivai a Bologna, come per magia. Tutto il tempo a bestemmiare contro l’attesa e la sete, poi le parole di un soldato ansioso lasciano al tempo lo spazio per passare nello spiraglio.. Ricordo che appena il treno si fermò alla stazione di Bologna Gerardo mi guardò scendere con i suoi occhi gelidi e stanchi. Mi aiutò a prendere il bagaglio pesante salutandomi con una tenerezza repressa insolita e sfigurata. Adesso sarà a Kabul cosparso di granelli di sabbia a implorare contro gli americani oppure a sud del Libano o magari avrà deciso all’ultimo minuto di non partire, chissà.<br />
Qualsiasi destino abbia abbracciato, qualunque scelta abbia preso, ricordo benissimo la sensazione che provai quando scesi dal treno. Di una rabbia infantile, istintiva e terribilmente viscerale, accompagnata da una fitta all’imboccatura dello stomaco, un forte bruciore. Mi incamminai nella nebbia del primo mattino verso la città vuota, con solo gli spazzini che sbadigliavano facendomi compagnia, e non riuscivo a togliermi dalla testa quel soldato. Dannazione! Gerardo lasciò dentro di me (te lo giuro) <em>una rabbia, che mai si sazierà</em>!</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il potere degli incubi: le ombre nella caverna &#8211; di Adam Curtis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/09/il-potere-degli-incubi-le-ombre-nella-caverna-di-adam-curtis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 07:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adam curtis]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[al qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[al zawahiri]]></category>
		<category><![CDATA[bin laden]]></category>
		<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Jamal al-Fadl]]></category>
		<category><![CDATA[power of nightmares]]></category>
		<category><![CDATA[tony blair]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=5964</guid>

					<description><![CDATA[The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004). Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini. Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221; 60 minuti, in inglese, trascrizione, schermo pieno. [googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=-1433149975726132762] La terza e ultima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004).<br />
Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini.</p>
<p>Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221;<br />
60 minuti, in inglese, <a href="http://www.daanspeak.com/TranscriptPowerOfNightmares3.html">trascrizione</a>, <a href="http://video.google.com/videoplay?docid=-1433149975726132762">schermo pieno</a>.<span id="more-5964"></span><br />
[googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=-1433149975726132762]</p>
<p>La terza e ultima parte del documentario descrive l&#8217;ascesa di al-Qaeda e la strategia neoconservatrice della &#8220;guerra al terrore&#8221; di Stati Uniti ed alleati:</p>
<ul>
<li>l&#8217;isolamento di bin Laden ed al-Zawahiri, gli attentati alle ambasciate USA nel 1998, la deposizione di Jamal al-Fadl sulla natura di al -Qaeda, gli attacchi dell&#8217;11 settembre 2001;</li>
<li>l&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan, l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq nel 2003, la politica di Tony Blair, il carcere di Guantanamo, la creazione del mito di al-Qaeda come minaccia organizzata globale.</li>
</ul>
<p>Il documentario è visibile anche su <a href="http://www.archive.org/details/ThePowerOfNightmares">Archive.org</a> a diverse risoluzioni.</p>
<p>Guarda su Nazione Indiana:<br />
Prima parte: &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/il-potere-degli-incubi-e-la-politica-della-paura-un-documentario-di-adam-curtis/">Baby It&#8217;s Cold Outside</a>&#8221;<br />
Seconda parte &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/il-potere-degli-incubi-la-vittoria-fantasma-di-adam-curtis/">The Phantom Victory</a>&#8221;<br />
Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il potere degli incubi: la vittoria fantasma &#8211; di Adam Curtis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/il-potere-degli-incubi-la-vittoria-fantasma-di-adam-curtis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adam curtis]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[ayman al zawahiri]]></category>
		<category><![CDATA[bill clinton]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
		<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[george h w bush]]></category>
		<category><![CDATA[neoconservatori]]></category>
		<category><![CDATA[osama bin laden]]></category>
		<category><![CDATA[politics of fear]]></category>
		<category><![CDATA[power of nightmares]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=5963</guid>

					<description><![CDATA[The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004). Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini. Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221; 59 minuti, in inglese, trascrizione, schermo pieno. [googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876] La seconda puntata del documentario racconta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004).<br />
Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini.</p>
<p>Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221;<br />
59 minuti, in inglese, <a href="http://www.daanspeak.com/TranscriptPowerOfNightmares2.html">trascrizione</a>, <a href="http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876">schermo pieno</a>.<span id="more-5963"></span></p>
<p>[googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876]</p>
<p>La seconda puntata del documentario racconta gli effetti della vittoria contro l&#8217;invasione societica in Afghanistan, dove l&#8217;amministrazione Reagan e le fazioni islamiste si sono trovate strategicamente alleate:</p>
<ul>
<li> i movimenti islamisti tentano di estendere la vittoriosa rivoluzione islamista ad Egitto ed Algeria, ma le loro strategie terroriste falliscono e si inasprisce la violenza verso gli stessi musulmani, Zawahiri e bin Laden fuggono in Afghanistan e lanciano una nuova strategia di attacco direttamente verso gli USA;</li>
<li> dal lato americano, i neoconservatori sono spiazzati dall&#8217;elezione di George H. W. Bush ed in seguito di Bill Clinton nel 1992, i tentativi di demonizzare Clinton ed ottenere il supporto degli americani falliscono ed i neoconservatori si ritrovano isolati;</li>
</ul>
<p>[segue]</p>
<p>Il documentario è visibile anche su <a href="http://www.archive.org/details/ThePowerOfNightmares">Archive.org</a> a diverse risoluzioni.</p>
<p>Guarda su Nazione Indiana:<br />
Prima parte: &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/il-potere-degli-incubi-e-la-politica-della-paura-un-documentario-di-adam-curtis/">Baby It&#8217;s Cold Outside</a>&#8221;<br />
Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221; (questa)<br />
Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221; (lunedì prossimo)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una democrazia in offerta (paghi uno prendi due)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/09/22/una-democrazia-in-offerta-paghi-uno-prendi-due/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2003 08:22:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[benedetta centovalli]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=125</guid>

					<description><![CDATA[di Benedetta Centovalli Dopodomani è di nuovo l’11 settembre. Ma c’è davvero «bisogno di anniversari per ricordare quello che non si può dimenticare»? Anche per questo consiglio di leggere la raccolta di scritti politici di una donna speciale, Arundhati Roy, appena pubblicata da Guanda, con l’ironico titolo Guida all’impero per la gente comune. Nel diluvio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Benedetta Centovalli</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="roy.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/roy.jpg" width="89" height="117" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></p>
<p>Dopodomani è di nuovo l’11 settembre. Ma c’è davvero «bisogno di anniversari per ricordare quello che non si può dimenticare»? Anche per questo consiglio di leggere la raccolta di scritti politici di una donna speciale, <strong>Arundhati Roy</strong>, appena pubblicata da Guanda, con l’ironico titolo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B008B9KWGY/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B008B9KWGY&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Guida all’impero per la gente comune</a>. Nel diluvio di articoli saggi e libri per ricordare la tragedia delle torri non mancherà la retorica, ma dal rumore intenso di una giusta memoria sarà difficile non domandarsi il perché di altri silenzi, di altre cancellazioni di morti.<br />
<span id="more-125"></span><br />
11 settembre 1922. Medio Oriente, mandato sulla Palestina del governo britannico.<br />
11 settembre 1973. Golpe di Pinochet nel Cile democratico di Salvador Allende.<br />
11 settembre 1990. George Bush Senior annuncia la decisione di dichiarare guerra all’Iraq.</p>
<p>Quanti 11 settembre?</p>
<p>Sì, anche per questo vale la pena soffermarsi su queste pagine come un antidoto intelligente all’ondata commemorativa e omologante.</p>
<p>La Roy ci viene incontro con il nitore e la forza delle idee che devono essere condivise: la giustizia, l’uguaglianza, la libertà tra i popoli. E passo passo ci guida a smascherare il fatto che questi principi esaltati a parole siano ancora oggi calpestati in guerre sanguinose. La Roy ci invita all’esercizio della coscienza e al coraggio nel difendere la libertà di espressione.</p>
<p>Dopo il successo internazionale del suo romanzo d’esordio, <em>Il dio delle piccole cose</em> (Guanda, 1997), la scrittrice indiana ha preferito dare maggiore spazio alla sua militanza politica e dedicarsi alla prosa d’intervento civile sui temi della guerra, del potere e della globalizzazione. «Il romanzo o il saggio sono solo tecniche diverse per raccontare una storia», ma è soprattutto la forma saggistica quella dove fare reagire quel «mondo dolente e spezzato in cui mi sveglio ogni mattina».</p>
<p>«La letteratura può avere una funzione sovversiva, ma a volte ci sono delle urgenze più forti che chiedono anche un diverso impegno», ha detto nell’incontro di chiusura al Festivaletteratura di Mantova davanti a una platea enorme e attenta alle sue parole, rapita da questa figura di donna, piccola e fragile, dolce e decisa. Le vere battaglie non sono però solo quelle fatte di parole, ma anche l’agire in modo efficace, perché «Basta avere ragione, adesso vogliamo anche vincere».</p>
<p>La Roy ripercorre gli ultimi anni di storia, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla politica nucleare in India alla questione delle grandi dighe che mettono in pericolo l’ecosistema e causano vere e proprie migrazioni verso le città, dalla crisi della democrazia all’avanzare dell’impero americano. Negli scritti della Roy c’è un’ansia positiva nel ricercare soluzioni e risultati, per arginare la deriva dei principi democratici, cominciando dai grandi movimenti pacifisti attraverso i quali convogliare il dissenso, disattivare la violenza e mirare al cuore economico del colonialismo. In un presente segnato dalla perdita di sogni e di futuro, di giustizia e di sentimenti, le parole della Roy armano la resistenza e la difesa. Ma sono anche una sollecitazione e un invito a qualcosa di più. Le guerre in Afghanistan e in Iraq hanno trasformato la strategia dei conflitti nel mondo, così come la nozione stessa di democrazia si è svuotata di qualsiasi contenuto e significato. In suo nome si è compiuto ogni abuso: «La democrazia è la puttana del mondo libero, si veste e si spoglia, vogliosa di soddisfare ogni desiderio, disposta a essere usata e abusata a piacimento». È lungo l’elenco degli utilizzi strumentali di una democrazia difesa o esportata con la forza soprattutto dagli Stati Uniti fino ad avere trasformato questa parola in «eufemismo imperiale del capitalismo neoliberista». L’ultimo pezzo del libro è datato maggio 2003, a cui si aggiunge in questi mesi &#8211; ha detto l’autrice &#8211; la riflessione sul significato dell’opposizione in paesi come l’Afghanistan o l’Iraq, sfiancato prima dalle sanzioni e poi dai bombardamenti. Adesso che la guerra sembra ufficialmente conclusa e vinta dagli americani comincia la vera guerra, l’unica che una popolazione in ginocchio può ancora pensare di combattere in difesa della propria identità. È l’odierno paradosso, ma è anche la sola via per contrastare un colonialismo senza più limiti e freni. Un imperialismo che deve trovare la forza di distruggersi anche dall’interno, come era avvenuto per il Vietnam. Ridare credito a quello che la gente chiede e vuole. Disinnescare questi meccanismi del potere allargando i confini dei paesi, superando i nazionalismi in favore del dialogo.</p>
<p>Fervore e passione nel discorrere pacato di questa scrittrice, si resta impigliati nella trama del suo ragionamento e ci sembra un’infamia sottrarci all’impegno a cui siamo chiamati, ciascuno di noi, cittadini piuttosto della periferia dell’impero.<br />
«I miei avversari sostengono che la mia saggistica è prodotto della mia invenzione narrativa. Amo la letteratura. Tornerò a scrivere quando il tempo sarà maturo. Non si possono spingere le cose. Arriverà. Quando il tempo sarà maturo tornerò a scrivere narrativa.»</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
<em><br />
Questo intervento è stato pubblicato su <strong>Stilos </strong>il 9 settembre 2003</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le guerre dei poveri e l&#8217;amnesia dei ricchi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/06/10/le-guerre-dei-poveri-e-lamnesia-dei-ricchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2003 16:14:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50</guid>

					<description><![CDATA[&#8220;Afghanistan, Argentina: cosa è successo dopo? Quello che ci hanno raccontato è verosimile?&#8221; martedì 10, mercoledì 11 e giovedì 12 giugno ore 20.00 Tre incontri a Milano sul documentarismo &#8220;dal basso&#8221; Associazione Cinematografica Pandora con il contributo ed il patrocinio di Comune di Milano &#8211; Ufficio SOCI all&#8217;interno del progetto FOSFORO &#8211; Le guerre dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Afghanistan, Argentina: cosa è successo dopo? Quello che ci hanno raccontato è verosimile?&#8221;</strong><br />
martedì 10, mercoledì 11 e giovedì 12 giugno ore 20.00<br />
Tre incontri a Milano sul documentarismo &#8220;dal basso&#8221;<br />
<span id="more-50"></span><br />
Associazione Cinematografica Pandora<br />
con il contributo ed il patrocinio di<br />
Comune di Milano &#8211; Ufficio SOCI</p>
<p>all&#8217;interno del progetto<br />
<strong>FOSFORO &#8211; Le guerre dei poveri e l&#8217;amnesia dei ricchi</strong></p>
<p>presenta 3 nuovi appuntamenti<br />
<strong>martedì 10, mercoledì 11 e giovedì 12 giugno ore 20.00<br />
Auditorium San Carlo/Pandora Corso Matteotti 14 &#8211; Milano (MM S. Babila)</strong></p>
<p>Dopo le giornate di studio con documentari, dibattiti, mostre fotografiche e testimonianze dirette presentate all&#8217;interno del MilanoFilmFestival e del festival Filmmker doc7, l&#8217;Associazione Cinematografica Pandora propone una nuova serie di incontri all&#8217;interno del progetto Fosforo.<br />
Guerra in Iraq, Sars, conflitto israelo-palestinese: l&#8217;agenda del 2003 si presenta già fitta di avvenimenti internazionali che ci confermano che il mondo si è ristretto, che le conseguenze di avvenimenti lontani si riflettono sulla nostra vita quotidiana.<br />
Per cercare di ragionare su quel che ci accade intorno, ma soprattutto su come ciò viene trasmesso, raccontato, manipolato, Pandora prosegue il suo progetto, riproponendo delle semplici ma significative domande: <strong>Cosa è successo dopo? Quello che ci hanno raccontato è verosimile?</strong><br />
Domande semplici ma dirette. A rispondere filmati, testimoni, osservatori.<br />
E&#8217; il modo che Pandora ha scelto per contribuire a questa stagione di <strong>documentarismo &#8220;dal basso&#8221;</strong>, al desiderio diffuso di raccontare e testimoniare, a evitare il rischio che l&#8217;informazione offuschi la conoscenza.<br />
Questa volta tocca all&#8217;<strong>Afghanistan</strong> e all&#8217;<strong>Argentina</strong> e, per una riflessione più metodologica, alla <strong>professione del fotografo di guerra</strong>.</p>
<p><strong>CALENDARIO DEGLI APPUNTAMENTI</strong></p>
<p><strong>Martedì 10 giugno ore 20.00</strong><br />
<strong>Fosforo/Questioni di metodo: il reportage fotografico</strong></p>
<p>Proiezione di <strong>War Photographer</strong> di <strong>Christian Frei</strong> (Ch 2002, col. 97&#8242;) v.o. sott.it.<br />
<strong>James Nachtwey</strong>, uno dei fotografi più coraggiosi del nostro tempo, non si perde una guerra da 20 anni: <strong>Afgahnistan, Bosnia, Rwanda, Irlanda del Nord, Somalia</strong>. Per due anni il regista Christian Frei lo ha accompagnato nel suo viaggio tra le piaghe del nostro pianeta, nella sua ricerca infinita dell&#8217;immagine giusta.<br />
&#8220;Avevo voglia di scappare da quel posto ogni secondo &#8211; racconta Nachtwey nel film &#8211; Non avrei più voluto vedere niente di simile. Ma dovevo fuggire o restare, assumendomi la responsabilità di trovarmi lì con una macchina fotografica?&#8221;<br />
A seguire incontro con:<br />
<strong>Denis Curti</strong>, direttore dell&#8217;agenzia Contrasto a Milano<br />
<strong>Franco Paggetti</strong>, fotografo e reporter<br />
Fotografia &amp; informazione, associazione italiana giornalisti dell&#8217;immagine – www.fotoinfo.net</p>
<p><strong>Mercoledì 11 giugno 20.00</strong><br />
<strong>Fosforo/Afghanistan: era circa un anno fa?</strong></p>
<p>Proiezione di <strong>Massacro a Mazar &#8211; Il convoglio della morte</strong> di <strong>Jamie Doran</strong> (Uk 2002, col. 52&#8242;) v. it.<br />
I massacri di massa dei talebani, poi sepolti a migliaia nelle fosse comuni di Dasht-i Laili, nel deserto dell&#8217;Afghanistan, presentano incredibili analogie con il massacro di My Lay, il villaggio vietnamita dove l&#8217;esercito americano, nel 1968, fece strage di donne e bambini.<br />
Crimini di guerra, quelli degli americani in Afghanistan, ora documentati dal regista Jamie Doran che proprio nella zona dei massacri di talebani arresi e disarmati ha girato un documentario-verità<br />
Metti a fuoco e scappa, i soldati dell&#8217;immagine di Mimmo Lombezzi e Sabina<br />
Fedeli (italia 2002, col. 45&#8242;)<br />
Il reportage  tratto dalla trasmissione &#8220;Mission &#8211; doc societa&#8221; che racconta la vita e la morte dei &#8220;soldati delle immagini&#8221;, coloro che per passione o per mestiere registrano l&#8217;immagine della guerra.<br />
A seguire incontro con:<br />
<strong>Alberto Negri</strong>: giornalista del Sole 24h<br />
<strong>Mimmo Lombezzi</strong>: giornalista</p>
<p><strong>Giovedì 12 giugno 20.00</strong>:<br />
<strong>Fosforo/Argentina: abbiamo tutti da imparare</strong></p>
<p>Proiezione di <strong>L&#8217;allievo modello</strong> di <strong>Stefano Mordini</strong> (It 2002, col. 60&#8242;) v. it.<br />
Nel dicembre 2001 l&#8217;Argentina è entrata in una profonda crisi economica, che ha portato il paese alla bancarotta. Quella di dicembre, in realtà, è solo l&#8217;esplosione di un processo cominciato anni prima.<br />
A subire la crisi è stata principalmente la classe media, che ha visto svanire i risparmi di una vita.<br />
La crisi ha costretto la popolazione a inventarsi nuovi mezzi di sopravvivenza: per mantenere la propria famiglia, chi ha perso il lavoro è costretto a raccogliere e rivendere cartoni, o ad gestire autonomamente la fabbrica abbandonata dai proprietari. Una trasmissione televisiva addirittura mette in palio un posto di lavoro. Insegnanti, tecnici o giovani disoccupati partecipano alle selezioni per partecipare al programma televisivo, uno dei più seguiti della televisione argentina.</p>
<p>A seguire incontro con:<br />
<strong>Luca Rastello</strong>: giornalista<br />
<strong>Stefano Mordini</strong>: regista del film &#8220;L&#8217;allievo modello&#8221;<br />
<strong>Selena Pellegrini</strong>: produttrice del film &#8220;L&#8217;allievo modello&#8221;</p>
<p>Si ringraziano per la collaborazione: Camera G&amp;P, Internazionale, RAITRE</p>
<p>Ingresso gratuito</p>
<p>Per <strong>informazioni</strong>:<br />
Associazione Pandora<br />
Via Aosta 2/a, 20155 Milano<br />
Tel. 02317042, fax 0233611001 &#8211; e-mail: pandorassociazione@libero.it</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-10 17:15:33 by W3 Total Cache
-->