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	<title>famiglia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una repulsione per l’origine. Storia e critica di un’eredità in Bärfuss</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 06:00:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu</strong>  <br /> Con Il cartone di mio padre (trad. Margherita Carbonaro, L’orma), Lukas Bärfuss porta avanti un’indagine sulla demitizzazione dell’esistenza attraverso la solennità della morte iniziata con uno studio storico, filosofico e letterario sul suicidio in Koala.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-117042" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x.jpg" alt="" width="350" height="519" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p style="text-align: left;">Con <em>Il cartone di mio padre</em> (trad. Margherita Carbonaro, L’orma), Lukas Bärfuss porta avanti un’indagine sulla demitizzazione dell’esistenza attraverso la solennità della morte iniziata con uno studio storico, filosofico e letterario sul suicidio in <em>Koala </em>(trad. Margherita Carbonaro, L’orma).<br />
Lo scrittore si interroga sulla contaminazione del ricordo in relazione a un trauma che condensa il tempo anteriore in un istante tramutato in un’ossessione ricorrente. A invadere il quotidiano è l’emblema di un lascito ideale, un cartone rimasto chiuso per venticinque anni che Bärfuss decide finalmente di aprire, non sopportando oltre quella presenza muta. “Era l’unica testimonianza di un uomo del quale si diceva fosse stato mio padre”.<br />
Lungi dal porsi come memoir o biografia paterna, l’opera è uno studio sul ruolo dei vincoli famigliari nella definizione e nella crescita dell’individuo, nei condizionamenti e nell’idea di appartenenza. Interrogativi suscitati da una storia privata ripercorsa in parte da Bärfuss, dalla notizia della morte del padre giunta via fax quando si trovava in Camerun, al disinteresse dei parenti nel pensare a un funerale, alla perdita dell’urna sino all’assenza della tomba.<br />
La storia di suo padre è un racconto dal margine, una vita di espedienti sancita nell’ultimo periodo dalle notti all’addiaccio. Si tratta di una condizione ben nota all’autore che a sua volta visse per strada sperimentando per un periodo della sua vita la sensazione di minaccia perenne, di assenza di rete sociale e di impassibilità generale, fino al momento in cui trovò un modo, diventando un libraio, per provare a sfuggire al suo destino.<br />
“Mi reputavo fortunato perché con la letteratura avevo trovato qualcosa che non avrei mai esaurito”.<br />
Nell’aprire il cartone di suo padre trovò pile di solleciti di pagamento e documenti emessi da tribunali distrettuali e fallimentari: tentativi di arrancare tra debiti insolvibili.<br />
“Conoscevo i calcoli approssimativi annotati con disperazione sui bloc-notes, le liste della spesa con a fianco i soldi disponibili per la settimana, così da non farsi traviare dalle offerte e attenersi a una rigorosa dieta di patate, pasta e carne in scatola”.<br />
Nel partire dalla fine, Bärfuss rievoca il ruolo della casa come luogo dove nascondere la propria miseria; il principio dominante della famiglia – “Dove regna la mancanza di tutto, la prima virtù è l’improvvisazione” –; l’assenza di una figura paterna autorevole; la necessità maturata negli anni di allontanarsi dalla madre per sottrarsi al suo influsso; il sentore di disgrazia imminente simboleggiato dalla cassetta delle lettere considerata il cancello per l’inferno viste le numerose ingiunzioni ricevute.<br />
La domanda che aleggia tra le pagine riguarda la natura dell’essere umano, la capacità dell’individuo di vivere nel momento e al contempo di astrarsi anche da sé, dal mondo che abita, dal suo pensiero, e dalla sua lingua: proprio grazie a tale capacità l’essere umano costruisce la propria cultura.<br />
Il grande nodo riguarda la lingua, utilizzata troppo spesso per definire l’origine. Questo aspetto centrale dell’opera è sviluppato sotto angolazioni diverse, nella consapevolezza che non esista alcuna “eredità spirituale che non possa essere rifiutata. Al contrario di quella biologica, ogni origine culturale è una scelta”.<br />
Si rivela necessaria in tale prospettiva una nuova grammatica per descrivere la famiglia e l’origine e in questo senso si può cogliere un’ideale affinità con gli assunti di Judith Butler in merito alla concezione del linguaggio come condizione di possibilità dell’esistere degli individui, gettati nel linguaggio e quindi inesorabilmente superati da esso.<br />
Su una nuova narrazione della famiglia e sul significato dei vincoli verso i genitori, la scrittura della storia personale è vista da Bärfuss come un’opportunità per rintracciare un senso alla casualità della nascita. Il cartone di suo padre diventa così il simbolo di una repulsione per l’origine e per l’ossessione di volersi definire attraverso i propri antenati.<br />
“Raccontare significava innanzitutto sottoporsi a una trasformazione. Avrebbe potuto salvare o distruggere, e non c’era garanzia né per l’una né per l’altra opzione”.<br />
A partire da ingrandimenti su una vicenda privata l’autore si chiede per estensione quale idea della famiglia abbia la società e per farlo sviluppa riflessioni sulla proprietà, sulla correlazione tra bancarotta privata e decesso sociale, riservando una particolare attenzione al diritto ereditario e al nesso tra l’indebitamento privato e il benessere occidentale secondo un’idea di libertà degli esseri umani subordinata a vincoli economici.<br />
Per raccontare la storia della società borghese, della società industriale di massa, sarebbe sufficiente, secondo Bärfuss, partire dai suoi rifiuti. Si tratta di un aspetto esplorato in letteratura con approcci radicalmente diversi tra gli altri da Baudelaire, Benjamin, Dickens, Mayhew, sino ad arrivare oggi, come ricorda Donata Meneghelli nel saggio <em>Il valore degli oggetti</em> (nottetempo), a coniare il neologismo ‘spazzaturocene’ (Baptiste Monsaingeon, <em>Homo detritus. Critica della società dei rifiuti</em>) per definire l’epoca contemporanea a partire dal suo rapporto con gli scarti per l’incremento della loro produzione, i ritmi frenetici di consumo e dismissione delle merci, la crisi ecologica, le scorie industriali nocive e il loro smaltimento improprio, e la centralità assunta dal residuo anche nelle arti.<br />
Per Bärfuss si tratta di un’eredità senza eredi, di un bene senza padrone che opprime la civiltà e necessita di una regolamentazione nuova perché quelle che governano la proprietà, l’eredità e la famiglia si rivelano incapaci di cogliere la realtà attuale e affossano la cultura contemporanea. Al centro della riflessione risuona una responsabilità riconosciuta nel problema del possesso e del controllo.<br />
L’autore dedica un’ampia critica a <em>L’origine della specie </em>di Charles Darwin ritenendo che il teologo abbia trasferito il dominio cristiano nel dominio dell’evoluzione.<br />
“Il darwinismo sociale è incompatibile con i presupposti di una società democratica fondata su uno stato di diritto, che crede all’inalienabilità dei diritti umani. […] <em>L’origine della specie</em> è un racconto scritto in un’epoca, l’Ottocento, ossessionata da una particolare narrazione delle origini. Questa segue una parabola di ascesa, lotta e infine declino, e descrive la vita stessa come una battaglia, un conflitto di forze, istinti, pulsioni”.<br />
Ritenendola fuorviante e patriarcale, Bärfuss denuncia la definizione espressa da Claude Lévi-Strauss nell’introduzione a <em>Storia della famiglia</em>. L’antropologo sociale parla della doppia natura della famiglia come fondata non solo su necessità biologiche ma soggetta a costrizioni sociali nella convinzione che nessuna società potrebbe esistere se le donne non partorissero una prole e non godessero di una protezione maschile durante la gravidanza e la crescita dei figli.<br />
“Gli esseri viventi hanno bisogno di cura, di coesione, di affidabilità, di fedeltà, di amicizia e di amore. Ma l’etnologo fa di questa necessità un sistema patriarcale e ne deduce un dominio”, scrive Bärfuss, convinto che oggi la famiglia abbia perso forza coesiva e continui a “scavare profondi fossati nella società”.<br />
Con <em>Il cartone di mio padre</em> Lukas Bärfuss consegna un’acuta riflessione sull’origine, sulla proprietà, sul peso dei vincoli biologici, sul privilegio e la genealogia, invocando la possibilità di contemplare un altro tipo di eredità emancipandosi da dinamiche oppressive e narrazioni che nei secoli hanno contribuito a una distorsione di significato. E se, come sostiene Byung-Chul Han ne <em>Le non cose</em>, esistono oggetti capaci di ancorarci all’essere, un cartone rimasto chiuso per decenni può rappresentare la rivendicazione di un’origine rimasta incerta e la possibilità di gioirne.</p>
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		<title>Nonne sporche di sangue: e se ci stessimo chiedendo che razza di nipoti siamo diventati?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2022 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Spiedo</strong> <br /> Nonne che custodiscono segreti e preservano il segreto del raccontare in un mondo dove parlare e parlarsi, comunicare, pare diventato impossibile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Spiedo</strong></p>
<p style="text-align: right;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/hands-4051469_1920.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-100470" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/hands-4051469_1920-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/hands-4051469_1920-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/hands-4051469_1920-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/hands-4051469_1920-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/hands-4051469_1920.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><em>Si è sempre in naturale antagonismo con i genitori e in simpatia con i propri nonni.</em><br />
Gertrude Stein</p>
<p>Marguerite Duras scrive che<em> la solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>. </em>E non è l&#8217;unica: non si contano gli autori e le autrici che hanno sottolineato quanto lo scrivere sia una questione privata, un fatto intimo. C&#8217;è persino chi, ostentando delle abitudini al limite della sacralità, smette addirittura di leggere durante i periodi di scrittura più intensa. Per non lasciarsi condizionare, dicono. La distrazione proveniente dagli altri, siano essi mondo reale o echi su carta, appare inopportuna. Questo rifuggire, o rifugiarsi, prevede almeno in parte l&#8217;idea di novità: sto lavorando a qualcosa di nuovo, di diverso. Al di là del sentirsi o meno all&#8217;interno di un movimento, di una scrittura tra contemporanei, c&#8217;è la sensazione d&#8217;aver trovato una piccola e personalissima vena d&#8217;oro. Almeno è quello che provo io. E la scrittura di <em>Non muoiono mai<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a> </em>non ha rappresentato un&#8217;eccezione. Centrale è la figura della nonna, pretesto per ritornare e per condividere uno spazio, simbolo dell&#8217;arte del racconto e strumento per avviare ritualità. Figura, quella della nonna, che mi pareva essersi momentaneamente eclissata nel panorama editoriale italiano. E invece. Attorno a me non si faceva altro che scrivere di nonne.</p>
<p>Da quando ho consegnato il romanzo mi sono accorto del proliferare di figure archetipiche rappresentate dalle nonne nei testi in uscita o appena pubblicati<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, forse ideati e scritti quasi in contemporanea con il mio. Attenzione: nonne e non nonni in generale, ma nonne al femminile. Le ho ritrovate come protagoniste &#8211; o coprotagoniste &#8211; nei testi di Giovagnoli (<em>Cos&#8217;hai nel sangue</em>, Nottetempo), Meozzi (<em>Piccolo nome, grande sangue</em>, Moscabianca) e Canepa <em>(Quel che resta delle case, </em>Tetra)<em>,</em> ma anche nelle ultime opere di Fusconi (<em>I giorni lunghissimi della nostra infanzia</em>, Nottetempo), Forgione (<em>Il nostro meglio, </em>La Nave di Teseo) o Starnone (<em>Vita mortale e immortale della bambina di Milano</em>, Einaudi). E non escludo di averne tralasciate moltissime. Per questa analisi fa fede e viene eletto a unico criterio scientifico la sincronicità che me ne ha fatte rintracciare alcune e reso invisibili delle altre<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Ma chi sono queste figure? Sono nonne unite, nel caso di Giovagnoli, Canepa e Meozzi, da una certa narrazione affascinata dal weird e dal sangue, quest&#8217;ultimo, <em>il sangue</em>, presente in due volumi su tre anche nel titolo. In bella mostra in copertina. Come un monito, un messaggio neppure troppo cifrato. Però sono anche nonne che invece in Forgione, Starnone e Fusconi appaiono come figure tradizionali, familiari in senso stretto, custodi dell&#8217;infanzia dei protagonisti. Come un album dei ricordi che viene sfogliato, col tentativo di innovare e capaci di rinnovare un filone che vedeva ne <em>L&#8217;incendio dell&#8217;oliveto</em> (Deledda), <em>Va dove ti porta il cuore</em> (Tamaro) e <em>Mal di pietre</em> (Agus) quasi dei classici. Donne anziane che preservano segreti e potere, che tengono le file della famiglia e che fanno i conti con un presente che soffia cambiamenti.</p>
<p>Come scrive Daniele Cerrato siamo sempre di fronte a un gioco di matriosche: pezzi che contengono altri pezzi, questo è la famiglia, ma anche pezzi che possono muoversi autonomamente, perché figli, madri e nonne sono entità a sé.  <em>Dalla ‘madre’, così come si chiama la matriosca più grande, si può passare direttamente al ‘seme’, la matriosca più piccola, che non ne contiene altre, ma è quella da cui tutto si genera, in una relazione di continua reciprocità.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><strong>[5]</strong></a> </em>Come se fosse in atto la costruzione di una nuova genealogia, una linea che collega pezzi che tendono ad allontanarsi, quasi a respingersi. La figura della nonna, custode e allevatrice, si lacera e si esaspera, si contamina e si perverte. Non è più sacra, ma si fa umana, quindi colpevole, bugiarda, debole, persino maligna. Il rapporto con l&#8217;infanzia si manifesta in tutta la sua problematicità: il rapporto costante tra nipoti – solitamente giovani, se non giovanissimi – e nonne viene filtrato attraverso figure genitoriali assenti, combattute, problematiche e in ogni caso incapaci di tenere le redini della famiglia e della narrazione. Siamo la generazione cresciuta con i nonni e nell&#8217;assenza dei nostri genitori.</p>
<p>Il romanzo della Tamaro ha avuto il pregio di dare visibilità a un rapporto tra donne, nelle figure di una nonna e di una nipote, non sempre semplice né dolce, ma allo stesso tempo necessario: una discendenza che non fosse soltanto appannaggio del diritto di sangue paterno e maschile. Una famiglia che si costruiva anche nel femminile e attraverso le figure femminili. Nel confidarsi della nonna c&#8217;è il racconto di tutto il non detto familiare, di ciò che i nipoti in genere – per età, solitamente – rischiano di non conoscere mai: o si è preservati, esclusi dalle vicende più torbide oppure vi si è catapultati con una tale violenza da non riuscire comunque a comprendere alcunché. Quindi se spesso si ha il tempo per costruire un rapporto padre/madre/figlio tra pari, tra esseri umani,  nei confronti dei nonni/nipoti si vive una sorta di idealizzazione: la nonna come santa, nata già vecchia e cadente, già saggia e perfetta, e nipoti incolpevoli, buoni, perfetti, pieni di qualità e privi di difetti. È un rapporto assurdo e metafisico: perché quando siamo piccoli noi loro sono già vecchi, quando diventiamo adulti noi loro tornano bambini e si parlano sempre due lingue diverse, non si costruisce mai un rapporto tra pari. Solo amore, nient&#8217;altro.  Nel testo della Tamaro vi è un dialogo sospeso e interrotto tra queste figure, che riprende soltanto grazie a delle lunghe lettere: parole che denunciano un&#8217;assenza di rapporto tra figlia e madre, madre e nonna. Qualcosa che riporta al romanzo di Giovagnoli dove si può leggere l&#8217;ambiguità di rapporti costretti e sofferti: Caterina, la protagonista, neppure è consapevole di avere una nonna, concretamente, ma lo sa solo perché come lei ha una madre anche sua madre deve averne una. Con la madre non ne ha mai parlato, una madre che è malata e della quale conosce poco o nulla. Anzi è proprio la scoperta di questa nonna dimenticata e l&#8217;assumersi sulle spalle un ruolo di figlia che sua madre ha trascurato, finendo per raccogliere l&#8217;eredità di una nonna strega – o forse santa o forse pazza – che chiude la storia. Salda il rapporto mancante, cuce l&#8217;anello saltato. Rapporti che si riflettono, ruoli che si scambiano. Sono nipoti che diventano figlie, nonne che diventano madri. <em>“[&#8230;] questa lettera avrei dovuto scriverla a tua madre, invece l’ho scritta a te. Se non l’avessi scritta per niente allora sì che la mia esistenza sarebbe stata davvero un fallimento. Fare errori è naturale, andarsene senza averli compresi vanifica il senso di una vita”<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a>. </em></p>
<p>Ribaltata è la situazione proposta dalla Agus: è la nipote che si confida, la nipote che racconta, la nipote che muove l&#8217;atto narrativo. Ancora una volta è la scrittura – non delle lettere, ma un quaderno – a spingere gli eventi. Quaderni che somigliano al Diario di Campo e agli appunti presenti in <em>Cos&#8217;hai nel sangue, </em>sottolineando il valore del ricordo, del recupero, della memoria. Sebbene Giovagnoli infarcisca il testo di misticismo, di leggende, di una dimensione onirica e a tratti allucinatoria che è sintomatica di un testo più recente e meno tradizionale. Non sono soltanto i rapporti a intrecciarsi, a confondersi, ma alle volte anche il tempo e lo spazio assumono confini instabili. Canepa e Meozzi costruiscono due narrazioni ambigue e imprevedibili, conturbanti. Lo fanno ancora più di Giovagnoli, forse aiutati dalla forma della novella che permette di confondere grazie a una maggiore brevità: il patto con il lettore si stringe più facilmente, l&#8217;assurdo viene mantenuto e accettato per un tempo limitato. Giovagnoli costruisce comunque un romanzo, offre coordinate sociali estremamente reali, impreziosite da momenti di lirismo e visione. Meozzi invece propone una favola nera, capovolta, una storia di metamorfosi e di costruzione del sé che passa attraverso l&#8217;incubo, il doppio, il sangue. Qui vi è l&#8217;abbandono di un figlio problematico e scisso nelle mani di una donna che recita la parte della nonna senza esserlo. È affettuosa e premurosa. È una saggia guida. Eppure non vi è nesso di sangue, tra i due: ma <em>non </em>nipote e <em>non </em>nonna si vincolano, bevendo quello delle bestie.</p>
<p>Non è nera, ma è nebbiosa, la scrittura della Canepa: una casa abitata dallo spirito di una nonna, di una nonna un po&#8217; strega e un po&#8217; angelo custode, che comunica e parla soltanto con la nipote. Una donna che si presenta come anziana, che vive un rapporto stanco e logorato con figlia e genero, ma che cerca di trasmettere la propria conoscenza alla bambina protagonista. Una bambina con la quale riesce a intrecciare e mantenere un rapporto anche e soprattutto dopo la morte. Aleggia, riempie le stanze, vive con lei anche dopo la fine del tempo: si mette in scena l&#8217;abusatissima formula <em>i nonni non ti abbandonano mai. </em>E così diventa, ma non è un bel vedere: un imprevisto drammatico, un furto domestico con conseguente sequestro di persona, rende l&#8217;atmosfera pesante e lo spirito della nonna terribilmente pericoloso. Si compie il male, la bambina diventa strumento di morte. Nell&#8217;inconsapevolezza dei genitori. Genitori assenti e distratti, vuoi per colpa vuoi per necessità, si ritrovano anche nell&#8217;opera di Fusconi: una storia a tre voci di altrettanti bambini. Una, quella problematica ed emarginata, dichiara un rapporto perfetto con la nonna. Una nonna che è amica e madre, che è capace di capire anche quando lei non parla: un idillio che si interrompe con la malattia improvvisa. Cambiano le regole e la certezza viene meno. La nonna diventa quindi strumento di ricordo e memoria, perché alle volte può essere la malattia altre è semplicemente il tempo che passa, ma anche il più perfetto tra i rapporti nonni/nipoti è destinato a concludersi presto.</p>
<p>Ma il ricordo e la memoria sono al centro anche dei romanzi di Forgione e Starnone: testi che infarciscono le figure delle rispettive nonne con tratti nostalgici, quindi compiacenti, positivi, innamorati. In tutti i testi fin&#8217;ora citati sottende un dolore indicibile. Il sangue e la sofferenza traspare nei titoli e nelle scelte linguistiche di alcuni, nelle atmosfere delle storie, ma si avverte anche nel lavoro dei due napoletani: una malinconia affettuosa, nonne che sono carne e ossa anche quando sono sul punto di morire, come in Forgione, o interpretano un ruolo oracolare, quasi mitologico, impersonale, come in Starnone. Tra Fusconi, Giovagnoli e Forgione è forte il richiamo della malattia: di qualcosa che arriva e condiziona, rende gli eventi ineluttabili e definitivi. Sono nonne che custodiscono abitudini e saggezza, familiare o popolare, familiare e popolare, che accompagnano questi due nipoti nel mondo degli adulti: in Forgiono lo fa morendo, impartendo forse la più terribile delle lezioni, in Starnone lo fa accompagnandolo nel primo amore, che come lezione di vita neppure scherza. Entrambe vestono i panni di figure consolatorie, oltre che risolutive come in tutti i testi qui citati: forse è un caso che gli autori condividano luoghi d&#8217;origine e sesso? Che i protagonisti siano anch&#8217;essi uomini? Potremmo dire di sì, riuscendo anche a includere la nonna <em>non </em>nonna di Meozzi: terrificante, ambigua e pericolosa, ma più nei rapporti con la madre del protagonista che con il protagonista stesso. Questa assonanza, alla quale sto pensando nel momento stesso in cui ne scrivo, mi porta alla mente anche il romanzo di Notaro, <em>Densità<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><strong>[7]</strong></a>. </em>Purtroppo, già soltanto il romanzo della Fusconi smentisce l&#8217;ipotesi: non è forse tanto una questione di genere, di uomo donna, di nonna e nipotino o nonna e nipotina, ma di sentimento. Ricordare, rimpiangere, ricostruire, risolvere? In base alla postura di chi scrive il rapporto viene declinato con una sfumatura differente. Si potrebbe persino parlare, volendo semplificare, del dualismo tra il S<em>enex </em>e il <em>Puer Aeternus: </em>archetipo il primo di una figura legata al sapere, alla tradizione, alla conoscenza e alla saggezza, ma anche connessa alla rigidità, alla solitudine, all&#8217;ordine. Il <em>Senex</em> al femminile, quindi  nel caso delle nonne, riporta a diversi archetipi: la saggia, la sciamana, la guaritrice, la missionaria, la scienziata, tutte entità nelle quali scorre energia vitale e positiva, ma anche terribile e potente.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a></p>
<p>Continuando sulla scia dei punti di contatto, è curioso notare come l&#8217;archetipo resiste anche a dispetto della forma: Canepa e Meozzi lavorano a due racconti lunghi, entrambi pubblicati infatti in collane dedicate proprio alla narrazione breve. Questo sembra confermare un&#8217;interesse e una sensibilità che travalica non solo l&#8217;età degli scriventi e delle scriventi<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>, ma anche la forma narrativa prescelta. E neppure l&#8217;età diventa strumento per analizzare il ruolo, narrativo e metaforico, delle nonne all&#8217;interno dei testi: verrebbe da pensare che i più giovani puntino verso figure di rottura, alternative, sperimentali, mentre con l&#8217;avanzare dell&#8217;età si finisca a confezionare ricordi, simulacri, commemorazioni. Non è così. Potrebbe essere non tanto l&#8217;età anagrafica quanto i momenti della vita a spingere verso queste figure. Ed è un piacere leggerne e interrogarsi. Nonne che custodiscono segreti e preservano il segreto del raccontare in un mondo dove parlare e parlarsi, comunicare, pare diventato impossibile. La nostra più grande mancanza. Tutti questi testi contribuiscono a una riflessione sulla generazione che sta partendo per l&#8217;ultimo viaggio, ma anche su chi si sta affacciando o si è affacciato da poco sul mondo dei grandi. Perché se ci sono delle nonne devono esserci necessariamente dei nipoti, e noi che nipoti siamo diventati? In definitiva pare questa la domanda che ognuno dei lavori qui citati continua a porsi, ognuno a suo modo. Ognuno con le proprie ferite. Chi sono stati e chi sono i nonni, ma soprattutto chi siamo noi e qual è il nostro ruolo. Cosa resta di quel che è stato e cos&#8217;è che saremo poi. Il rapporto con i propri genitori spesso ha tutto il tempo per logorarsi, per scoppiare, per ricomporsi: quello con i propri nonni, invece, ha un tempo limitato. Troppo breve per essere compreso fino in fondo, per esaurirsi nel tempo della vita. È destinato a bruciare un compleanno dopo l&#8217;altro, un Natale dopo l&#8217;altro e a finire sulle pagine. Perché le nonne, come scrive Ramondino, sono <em>Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare; né però spiegare.<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><strong>[10]</strong></a> </em>Qualcosa che non si conosce, né si dimentica né si spiega, ma si continua a raccontare.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>    In <em>Scrivere, </em>Feltrinelli (1994);</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>    Fandango Libri (luglio, 2022);</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>    Si fa riferimento al periodo che va dalla seconda metà del 2021 alla prima metà del 2022;</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>    A tal proposito ringrazio tutti quelli che mi hanno segnalato, in fase di correzione, alcuni titoli. Tra i più recenti citiamo, per spirito di completezza: <em>Teresa degli oracoli, </em>Cecconi, Feltrinelli 2020; <em>Sono difficili le cose belle, </em>Nucci, HarperCollins 2022; <em>Noi non abbiamo colpa, </em>Zura-Puntaroni, MinimumFax 2020; <em>Non muoiono le api, </em>Natalia Guerrieri, Moscabianca 2021; <em>La stagione più crudele</em>, Chiara Deiana, Mondadori 2021;</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>    Daniele Cerrato, <em>Matriosche: nonne, madri e nipoti. Tre esempi di genealogie femminili nella letteratura italiana del novecento</em>, Università di Siviglia (2018);</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a>    Susana Tamaro, <em>Va dove ti porta il cuore</em> (1994);</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a>    Pubblicato da Mondadori (2021) ritroviamo una nonna che mantiene un ottimo rapporto con il nipote, potremmo dire quasi salvifico, e che in chiusura di romanzo svolgerà nuovamente il ruolo di saggia risolutrice;</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a>    Si consigliano sull&#8217;argomento: C.G.Jung e A. Jaffè, <em>Ricordi, sogni, riflessioni, </em>Rizzoli 1978 e J.Hillman <em>Puer aeternus</em>, Adelphi 1999;</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a>    Gli autori e le autrici avevano, al momento della pubblicazione dei libri citati, dai 20 agli 80 anni. Meozzi (28), Giovagnoli (30), Forgione (35), Notaro (37), Tamaro (37), Deledda (47), Agus (47), Canepa (55) e Starnone (79);</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a>  Questa citazione è presente come nota a piè pagina del primo capitolo <em>La nonna </em>di <em>Althénopis, </em>Einaudi 2016. L&#8217;incipit a cui si fa riferimento è il seguente: <em>Era sempre vestita di nero, ma quando passava per la piazza di Santa Maria del Mare, come fiamme d’inferno i colori le guizzavano intorno, dei gialli, dei viola, perfino talora dei rossi e dei verdi; non portava bracciali, eppure bagliori dorati sembravano splenderle intorno ai polsi.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Una famiglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/08/17/una-famiglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Christian di Furia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristian di Furia Un padre Quando otto anni fa mio padre è deceduto credevo mai più l&#8217;avrei rivisto: ieri invece mi ha telefonato per dirmi che era appena risuscitato. Poi ha chiuso, e io sono rimasto col telefono in mano. Poi ha richiamato e mi ha detto, ci vediamo? Quando, ho chiesto io. Ora, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Cristian di Furia </strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/04-picasso-la-famiglia-soler.gif" alt="" width="634" height="411" class="alignleft size-full wp-image-86044" /><strong>Un padre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando otto anni fa mio padre è deceduto credevo mai più l&#8217;avrei rivisto: ieri invece mi ha telefonato per dirmi che era appena risuscitato.<br />
Poi ha chiuso, e io sono rimasto col telefono in mano.<br />
Poi ha richiamato e mi ha detto, ci vediamo?<br />
Quando, ho chiesto io.<br />
Ora, ha detto lui.<br />
Dove, ho chiesto io.<br />
Sotto casa, ha detto lui.<br />
Quale, ho chiesto io.<br />
Ma aveva già chiuso. E io sono rimasto col telefono in mano.<br />
Così sono sceso, e sono sceso sotto casa mia, che non è casa di mia madre, da cui sono venuto via l&#8217;anno scorso, e non è casa di mio padre che a sua volta non è casa di mia madre – divorzi, litigi, comunione dei beni – e che non è neanche più casa di mio padre essendo, casa di mio padre, tornata casa del proprietario di casa cui mio padre pagava l&#8217;affitto e ha pagato finché è morto, casa mia, voglio dire, sono sceso sotto casa mia, quindi uscito dal portone: non c&#8217;era. Allora a piedi sono andato sotto casa di mia madre, che era anche casa di mio padre, e anche casa mia, e anche casa di mia madre finché mia madre non ha deciso di metterla in vendita da che sono andato via io e dacché di quella casa ha brutti ricordi, avendone invece trovati di più belli tra gli infissi e nei cassetti e sulle mensole della casa del suo nuovo compagno, quindi anche casa di mia madre prima che mia madre si trasferisse dalla casa di mia madre: non c&#8217;era. A quel punto, deciso, mi sono incamminato allora verso la casa di mio padre che non è più casa di mio padre e che non so di chi sia, se poi è di qualcuno, se poi, in effetti, è ancora dello stesso proprietario di prima o se invece non l&#8217;ha venduta come ha fatto mia madre con la casa di mia madre, sotto casa di mio padre che non è più di mio padre e che non so se ci abita qualcuno, se un nuovo padre o una nuova madre o un nuovo figlio o una nuova famiglia prima di diventare solo un padre, una madre e un figlio: non c&#8217;era. Quindi alla fine ho deciso di tornarmene a casa mia, perché casa mia, almeno questo, è casa mia e tanto basta, e così tornando da casa di mio padre, che non è più casa di mio padre, a casa mia, che è ancora casa mia, sono passato sotto casa nostra. Casa nostra è: casa nostra. La casa dove mio padre e mia madre hanno vissuto il loro amore, e io il loro amore e la mia infanzia. Ogniqualvolta, andando per la città, capitava di passarci sotto, tutti e tre ci giravamo, guardavamo il balcone del nostro vecchio appartamento e dicevamo: casa nostra. Non lo dicevamo, lo pensavamo. Casa nostra.<br />
E insomma mio padre stava lì. Quello per lui era: sotto casa; sotto casa: casa nostra.<br />
Mi stava aspettando, stava in silenzio, sul marciapiedi, in sella: a una bicicletta da bambini con le rotelle.<br />
Papà&#8230;<br />
Ciao.<br />
Ciao.<br />
Andiamo?<br />
Dove?<br />
Ma già era partito, già pedalava, già: in un fracasso rotolante di ferro su ferro e ferro sull&#8217;asfalto e l&#8217;asfalto era sconnesso, rotto sulle radici degli alberi emersi a rompere l&#8217;asfalto del marciapiedi lungo il quale mio padre pedalava a una lentezza esasperante, e facendo un rumore talmente assordante che mi guardavo intorno imbarazzato, ora per il rumore, ora per mio padre che stava sui pedali con le ginocchia che gli arrivavano alle orecchie.<br />
Siamo arrivati al parco quando mio padre ha detto: siamo arrivati al parco; fermiamoci qui, e ci siamo fermati.<br />
Avevo tante domande da fargli, e gliele avrei fatte pure, sulla strada, non fosse stato per il rumore. Avevo tante domande da fargli e gliele avrei fatte ora, gliele avrei fatte al parco. Una volta seduti, gliele avrei fatte seduti, sull&#8217;erba, e ci siamo seduti. Ci siamo, siamo seduti&#8230; E davanti a noi, più in là, ci sono due bambini: giocano, giocavano, a calcio. Uno tirava, uno parava. Quello che tirava ha tirato, e quando quello che parava ha parato si è poi alzato e ha rinviato, calciato, il pallone, al volo: il pallone, calciato, è andato in alto, in altissimo, e io che guardavo ho guardato i bambini che guardavano il pallone che in volo era sparito: quindi guardavano in alto, e basta, quasi pareva pregassero.<br />
Dopo qualche secondo il pallone è esploso: ma lontano. Come un fulmine, ma lontano, come per annunciare una pioggia, lontana: che presto sarebbe arrivata.<br />
Mi sono girato per dire a mio padre: hai visto?<br />
Ho visto, invece: che mio padre non c&#8217;era più.</p>
<p><strong>Una madre</strong></p>
<p>L&#8217;auto accosta, lo spazio è libero. Quello alla guida chiede, per sicurezza, e affacciandosi al finestrino: «È libero?».<br />
«Certo», gli risponde uno sulla soglia del teatro prospiciente.<br />
«Posso parcheggiarmi qui, allora?» domanda di nuovo l&#8217;autista.<br />
«Ma certo» gli risponde di nuovo il ragazzo sulla porta del teatro.<br />
L&#8217;auto accosta, lo spazio è libero. E ampio. All&#8217;autista è sufficiente svoltare, allinearsi al marciapiede. E spegnere.<br />
Esce dalla portiera e con un sorriso saluta quello davanti al teatro. Quasi contemporaneamente dallo sportello di dietro spunta una bambina, nove, massimo dieci anni. Sorride, è allegra, canticchia.<br />
«Papà!, papà!» dice, «Papà, posso aprire io a mamma?».<br />
«Va bene» le risponde il padre l&#8217;autista, «Apri tu».<br />
«Evviva» esclama gaia la bambina. Che dunque scesa dal sedile, chiusa la portiera, aggira la macchina per andare all&#8217;altro lato. Ma si ferma, davanti al bagagliaio. E poi bussa, sul lunotto.<br />
«Mamma?» chiama, «Mamma?» e bussa.<br />
E apre: il palmo rivolto in alto, le dita che fanno scattare la serratura del bagagliaio. Lo sportello che si alza.<br />
Nel bagagliaio non c&#8217;è niente, a parte una busta: nera, di quelle per l&#8217;immondizia. Piena: come una busta. Nera di cose; piena da buttare.</p>
<p><strong>Una famiglia</strong></p>
<p>Il piccolo non riesce a dormire: è notte e fa gli incubi. Così si sfila le coperte, scende dal letto, esce dalla camera e cammina: ha un pupazzo stretto al petto, giunge alla camera dei suoi, spinge la porta e entra.<br />
Papà? Mamma, papà?<br />
I genitori del bambino si scuotono dal torpore e lo guardano, teneri.<br />
Posso dormire con voi?<br />
Sospirano. Vieni, tesoro: rispondono.<br />
Il bambino sorride e si avvicina al letto matrimoniale. Si piega sulle ginocchia, poi si sdraia a terra. Finalmente striscia, sotto il letto, e si mette: tra mamma e papà.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>ATLANTI INDIANI #01 Famiglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/03/29/atlanti-indiani-01-famiglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2019 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Atlanti Indiani]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie arcobaleno]]></category>
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					<description><![CDATA[In occasione del discusso Convegno Mondiale delle famiglie, che si tiene a Verona, abbiamo raccolto un atlante di scritti pubblicati negli anni su Nazione Indiana, e che, piuttosto che offrire una visione unilaterale del nucleo familiare, ne esplorano la pluralità, gli intrecci, i temi al margine e le contraddizioni. &#160; ⇨ FESTEGGIAMOLE TUTTE In Italia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In occasione del discusso Convegno Mondiale delle famiglie, che si tiene a Verona, abbiamo raccolto un atlante di scritti pubblicati negli anni su Nazione Indiana, e che, piuttosto che offrire una visione unilaterale del nucleo familiare, ne esplorano la pluralità, gli intrecci, i temi al margine e le contraddizioni.</strong><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia.jpeg" alt="" width="335" height="528" class="aligncenter size-full wp-image-78553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia.jpeg 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia-190x300.jpeg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia-250x394.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia-200x315.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/famiglia-160x252.jpeg 160w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" /></a><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/21/festeggiamole-tutte/" rel="noopener" target="_blank"><strong>FESTEGGIAMOLE TUTTE</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>In Italia esistono tanti tipi di famiglie. Famiglie ricostituite, famiglie monogenitoriali, famiglie di fatto, famiglie adottive o affidatarie, famiglie aperte o allargate, famiglie caratteristiche di altre culture, famiglie omosessuali, famiglie transessuali, tutte con o senza figli – in una parola famiglie. [21 Maggio 2010]</p></blockquote>
</div>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Infine i tribunali per i minori esprimono pareri sulle singole situazioni, ed è precisamente loro compito determinare l’idoneità dei possibili genitori adottivi. In definitiva, nonostante le opinioni di alcuni settori, crediamo che bisognerebbe permettere ai cattolici di sposarsi e di adottare dei bambino» [5 Aprile 2007]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/05/perche-siamo-favorevoli-ai-matrimoni-tra-cattolici/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Perché siamo favorevoli ai matrimoni tra cattolici</em>, Un Manifesto-appello</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/12/04/la-famiglia-su-youtube-dai-bagnetti-ai-prediciottesimi/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>La famiglia, all’epoca</em> di Youtube di Alberto Brodesco</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Se prima la presenza della cinepresa stabiliva un’eccezione, ora l’ubiquità della videocamera o del videofonino è la regola, l’ordinario.» [4 Dicembre 2015]</p></blockquote></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff; font-size:14px;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:12px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Tutto quanto ti posso dire è: ‘famiglia’. F.A.M.I.G.L.I.A. Tu non cercare di capire cosa significhi, io stesso non ne ho la più pallida idea. Ma essa è sacra, compatta, opaca come un minerale.» [14 Marzo 2007]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/03/14/prometeo/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Prometeo</em>, un racconto di Andrea Inglese</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/24/le-convitate-di-pietra/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Le convitate di pietra</em> di Deborah Ardilli</strong></a></p>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff; font-size:14px;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:12px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>Deborah Ardilli ci parla di sfruttamento procreativo, abolizionismo, surrogazione e crisi nella rappresentazione della famiglia in occasione del primo convegno internazionale per l’abolizione universale della gestazione per altri. [2 Marzo 2016]</p></blockquote></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff; font-size:14px;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Chiamatemi pure “senza patria”, chiamatemi “heimatlos”, scegliete se preferite l’elegante “deraciné” o lo strappo palpabile quando lo traduci in “sradicata”.» [20 Ottobre 2003]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/10/20/trasloco/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>La patria impura</em> di Helena Janeczek</strong></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
<tbody>
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<td style="border:1px solid #ffffff;" width="50%">
<p align="right"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/02/13/denaturalizzare-il-corpo-femminile-futurismo-e-femminismo-tra-utopie-e-tecnologie/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Denaturalizzare il corpo femminile. Futurismo e femminismo, tra utopie e tecnologie</em> di Silvia Contarinni</strong></a></p>
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<td style="border:1px solid #ffffff; font-size:14px;">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:right; text-align:justify; color:#000000; font-size:12px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«Si potrebbe celebrare il declino del significato unico che si attribuiva alla esperienza della maternità come un segno di crescita della libertà femminile» Silvia Contarini analizza i rapporti tra futurismo e femminismo, tra utopie e tecnologie [13 Febbraio 2016]</p></blockquote></div>
</td>
</tr>
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<p></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff; width:500px;" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" bgcolor="#ffffff">
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<td style="border:1px solid #ffffff; font-size:14px;" width="50%">
<div style="border:1px solid black; margin:15px; padding:5px; width:250px; float:left; text-align:justify; color:#000000; font-size:12px;">
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #b73923; background-color: #ffffff; font-size:14px;"><p>«La scoperta della pornografia coincise con la scoperta del corpo della madre. La pornografia sarebbe stata per me sempre una cosa castissima, essere lo spettatore delle passioni altrui. Una forma di pudore.» [24 Luglio 2014]</p></blockquote></div>
</td>
<td style="border:1px solid #ffffff;"> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/24/sacra-famiglia-in-fiamme/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>La Sacra Famiglia in fiamme</em> di Giorgio Ghiotti</strong></a></td>
</tr>
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</table>
<p></center></p>
<p align="center"><small>[ a cura di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giorgiomaria-cornelio/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Giorgiomaria Cornelio</strong></a> e ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Orsola Puecher</strong></a>]</small></p>
<p><center> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/atlanti-indiani/" rel="noopener" target="_blank"><strong>ATLANTI INDIANI</strong></a></center></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Cose di famiglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/08/cose-di-famiglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 06:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Alla fine decisi di visitare il Niavaran Palace, quasi fosse un implicito tributo a mia madre. Con la amica iraniana che mi accompagnava fingevo di provare un sincero interesse storico, da architetto, anche se, a ben vedere, l&#8217;idea di visitare la sontuosa dimora estiva degli Scià di Persia non mi entusiasmava particolarmente. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77739" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/2017-05-05-11.17.31.jpg" alt="" width="242" height="348" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Alla fine decisi di visitare il Niavaran Palace, quasi fosse un implicito tributo a mia madre. Con la amica iraniana che mi accompagnava fingevo di provare un sincero interesse storico, da architetto, anche se, a ben vedere, l&#8217;idea di visitare la sontuosa dimora estiva degli Scià di Persia non mi entusiasmava particolarmente. Ma quand&#8217;ero bambino mia madre mi parlava di Farah Diba, della sua bellezza e innata eleganza. Essere a Teheran e non andare a vedere casa sua mi sembrava un affronto ai suoi racconti d&#8217;infanzia. Alla fine a colpirmi non fu lo sfarzo. Non furono le pelli di orso posate a terra a mo&#8217; di tappeto, le sale degli specchi, le camere reali. Neppure il guardaroba magnifico (davvero elegante, aveva ragione mia madre) dell&#8217;imperatrice. Fu il bagno dei suoi figli, con ancora attaccati alle piastrelle gli adesivi della Disney, di Pluto, di Topolino, o la camera del maschietto, mio coetaneo, con il pupazzo di Mazinga in bella mostra, come un qualsiasi ragazzino di tutto il mondo in quegli anni. È la potenza della cultura pop, pensavo, capace di accomunare ragazzi lontanissimi per censo e storia personale. Se gli Stati Uniti hanno dominato il novecento è stato non solo per la loro potenza economica o militare. È stato anche per la capacità seduttiva del loro immaginario. Lo stesso che, per le strade di Teheran mi faceva incontrare giovani che indossavano le tshirt di Iron Man.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class=" wp-image-77740 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/2017-05-05-11.22.49.jpg" alt="" width="294" height="380" />La forza dell&#8217;immaginario pop americano &#8211; cinematografico, televisivo, fumettistico, etc. &#8211; non sta nella sua spettacolarità. Quello è solo un espediente. Il modo di vedere, interpretare il mondo, di raccontarlo, si basa su due fondamentali assunti: la colpa e la famiglia. Prendiamo il caso esemplare di Spiderman, un adolescente dalla famiglia complicata, senza genitori, cresciuto dagli zii, che all&#8217;improvviso si ritrova con un potere inimmaginabile. Che però, da immaturo qual è, non ha saputo mettere al servizio della comunità, provocando, involontariamente, la morte dello zio Ben, quello che lo aveva cresciuto insegnandogli che “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”. È grazie al suo senso di colpa che Peter si traveste, combatte il crimine, tiene nascosto a sua zia May, e a tutte le persone che lo amano, la sua vera natura. È il suo senso di colpa che lo rende un eroe.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono appena uscito dal cinema, con mia moglie e le mie due figlie. Siamo andati a vedere il blockbuster della stagione: <em>Infinity War</em>. Divertente, spettacolare, visionario. Ma, come cercavo di spiegare alla mia famiglia (che chissà quanto si stava annoiando a sentirmi parlare), non è quello il motore implicito del film. Quello che lo tiene in piedi non sono gli effetti speciali ma i complessi rapporti familiari che mette in mostra. C&#8217;è un dio norreno, Thor, che è cresciuto assieme a un fratello adottato ma senza conoscere la sua vera sorella di sangue; c&#8217;è un miliardario farfallone e egocentrico che continua a rimandare la data del suo matrimonio; c&#8217;è un supercattivo, Thanos, che ha allevato due figlie facendole combattere fra loro (e una di esse trama per ucciderlo); c&#8217;è un giovane albero antropomorfo in piena contestazione adolescenziale; innamorati che non si dichiarano, orfani, padri putativi, coppie improbabili, una pletora infinita di tipologie, dalle più tradizionali alle più assurde, roba da mandare in visibilio Sigmund Freud. Per dirla in un tweet: un gruppo di scalcagnati eroi solitari provenienti da mondi differenti litigano e si difendono a vicenda come fossero una famiglia.<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77742" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster.jpg" alt="" width="388" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster.jpg 514w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-300x296.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-250x247.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-200x198.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-160x158.jpg 160w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Mi sono sempre chiesto perché mia madre, una donna del popolo semianalfabeta, sia sempre stata così precisa nell&#8217;araldica del jet set. Magari non conosce il nome di un politico o di uno scienziato, non sa nulla di arte o letteratura, ma quando si parla di famiglie reali è capace di elencare alberi geneaologici e fitte parentele per non so quante generazioni. Non stiamo parlando, ovviamente, solo di sangue blu. Anche gli attori hollywoodiani, i personaggi televisivi o gli esponenti dell&#8217;alta società fanno parte di quel mondo visto da lei solo da lontano. Solo immaginato, come fosse un Eden (quando poi Hollywood incrocia l&#8217;aristocrazia allora è come se il tavolo da gioco sbancasse).</p>
<p align="JUSTIFY">Credo che abbia a che fare con la parte infantile che ci portiamo dentro tutti. Credo che mia madre, sua sorella, le sue amiche del centro per anziani, verifichino costantemente se le fiabe che venivano raccontate loro da bambine alla fine si avverino per davvero. Se, insomma, dopo lunghe traversie, il principe e la principessa, vivano sul serio “per sempre felici e contenti”. La rivoluzione islamica in Iran, l&#8217;incidente a Grace Kelly, i tradimenti di Carlo, la fine di Diana, i suicidi dei rampolli reali o alto borghesi, le tragedie continue, le meschinerie, i litigi fra ereditieri, sono per lei, oggettivamente, sinceramente terribili, inaccettabili, ingiusti. Il bosco va attraversato, i mostri combattuti, ma alla fine il bene, l&#8217;amore, la felicità familiare deve regnare suprema. La vita di chi vive una vita da favola deve essere favolosa, senza indugi, altrimenti cosa ci resta?</p>
<p>Come faccio a dirle che nessuno può vivere “felice e contento” per tutta la vita? Non è un caso che le fiabe finiscano con quella formula. Chi ha mai saputo raccontare cosa succede dopo? Com&#8217;è la vita di due persone “felici e contente”? A chi interessa per davvero? L&#8217;eterna felicità ha qualcosa di mistico, di metafisico. È il Nirvana dei buddisti, è la contemplazione dantesca di Dio in Paradiso. Ma qui, sulla terra, nella vita vera, senza crisi, fratture, senza colpa, non c&#8217;è storia.</p>
<p>Insomma, aveva ragione il solito Tolstoj. Ricordate l&#8217;incipit di <em>Anna Karenina</em>? “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” Raccontare una famiglia felice è noioso, è molto più divertente raccontare quelle infelici. E ora che ci penso, se a Tolstoj ci aggiungiamo il tema del senso di colpa sviscerato da Dostoevskij in <em>Delitto e castigo</em> mi viene da dire che in fondo il famoso immaginario pop americano è debitore in toto del romanzo russo ottocentesco.<img loading="lazy" class="size-full wp-image-77743 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh.jpg" alt="" width="617" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh.jpg 617w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /></p>
<p>Il nucleo sociale fondamentale di ogni società è la famiglia, in ogni sua forma. Esiste, anzi, una storia dell&#8217;idea di famiglia (allargata, parentale, mononucleare, etc.) che racconta di suo la società stessa che l&#8217;ha creata. Raccontare la famiglia è, per esperienza diretta, raccontare l&#8217;esistenza. Indentificarvici. “Vuoi diventare uno scrittore?” lessi una volta su un libro. “La tua famiglia è fottuta!”</p>
<p>Il bagaglio di dolori e di infelicità che ti porti dietro diventa il tuo patrimonio da spendere come narratore. È per questo che non sarò mai un grande scrittore, purtroppo. Amo mia moglie, adoro le mie figlie. Una famiglia noiosissima. Ricordo che quando anni fa pubblicai un romanzo che parlava di un divorzio, gli amici, i lettori, ne rimasero affranti. “Mi dispiace” continuavano a dirmi, “eravate una così bella coppia”. Un libro così duro non poteva che essere autobiografico. Ho passato mesi a raccontare in giro che a casa andava tutto bene. Che era solo finzione. (probabilmente qualcuno ci sarà pure rimasto male).</p>
<p>Ho paura che se nella vita voglio continuare a fare lo scrittore ho bisogno di una famiglia più incasinata. Per un po&#8217; avevo sperato nel conflitto generazionale con Laura e Sara, le mie figlie. Macché, ascoltiamo la stessa musica, guardiamo gli stessi film, leggiamo le stesse riviste. Poi ho sperato nel primo amore di Laura. Mi sono immaginato il suo primo fidanzato entrare in casa mia. Già me lo pregustavo coi capelli a cresta, viola, pieno di tatuaggi e anelli al naso, scurrile, rozzo, arrogante. Un mezzo tossico, pericoloso, uno di quelli che mette gli scarponi inzaccherati sui cuscini del divano, ordinando a Laura di andargli a prendere una birra. Sarebbe stato perfetto. Potevo litigare con lui, arrivare alle mani, buttarlo fuori di casa (“Sparisci dalla mia vista!”), inseguire mia figlia che nel frattempo si era barricata in cameretta, bussare alla porta (“Apri, sono tuo padre!”) per ricevere solo singhiozzi e urla (“Ti odio! Non ti voglio più vedere!”).</p>
<p>Niente da fare. Il fidanzato di mia figlia è un bravo ragazzo, educato, gentile, servizievole. Dei due il rozzo sono io. Impossibile odiarlo. Mia moglie l&#8217;ha praticamente adottato. Qui o Sara, la figlia più piccola, fra qualche anno mi combina qualche guaio o mi tocca cambiare mestiere, che altrimenti resterò per sempre uno scrittore mediocre. Che ci posso fare, vivo in una famiglia felice e contenta. Devo per caso sentirmi in colpa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Lampoon the fashionable, <em>n° 14 settembre 2018</em>)</p>
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		<title>La vita lontana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Minervini]]></category>
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					<description><![CDATA[Domani 1 marzo esce il romanzo di Paolo Pecere, filosofo e ricercatore, &#8220;La vita lontana&#8221;, edito da LiberAria, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini. Di seguito, l&#8217;incipit in anteprima. Buona lettura. di Paolo Pecere Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-72887" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte-186x300.jpg 186w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte.jpg 404w" sizes="(max-width: 186px) 100vw, 186px" /><em>Domani 1 marzo esce il romanzo di Paolo Pecere, filosofo e ricercatore, &#8220;La vita lontana&#8221;, edito da LiberAria, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini.</em><br />
<em>Di seguito, l&#8217;incipit in anteprima. Buona lettura.</em></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie deserte, come una coppia di palombari nello scafandro dell’auto, sonnolenti e senza direzione. Elio guidava piano, rideva fuori sincrono, mi sfiorava dolcemente il braccio. Nella pancia sentivo un solletico elettrico. Forme di vita cominciavano a uscire di casa per procurarsi cibo e giornali, il vento palpitava sotto i panni appesi, i filamenti delle nuvole si aprivano. Dai tetti delle palazzine scese una scala musicale: l’esercizio di un musicista al flauto, appena distinto tra gli sbuffi dei motori, o un miraggio uditivo di cui una voce bisbigliante in me giurava l’esistenza. Un giorno sei stata felice.<br />
– Mare? – disse Elio, e poi silenzio. Comunicavamo col pensiero, seguendo una traccia invisibile, centrifuga, per un istinto migratorio che portava via dalla calotta della città, oltre l’agro romano, verso un’altra vita.</p>
<p><span id="more-72886"></span>Sostammo al recinto di un cantiere abbandonato, ai margini di Casal Monastero. L’erba spuntava dalle spaccature del cemento tra gli avamposti di mattoni rossi, mossa dal vento secco e pulito. Qui mancava una scuola, osservai. Per Elio, come sempre, non bastava: bisognava abbattere, rifare tutto da capo, come disse, passando la mano sul profilo preistorico di un escavatore chino al suolo, poi sul mondo intero. Gli accarezzai la testa, già scaldata dal sole. Ripartimmo. La campagna si allargò intorno a noi.<br />
Persi l’orientamento nel terreno senza linee, forse mi addormentai, mentre Elio procedeva sicuro. Una sterpaglia bruciava in lontananza, sotto una macchia di grigio. Il vento secco mulinava impregnato di fumo. Il forte calore piegava la luce, mischiando boschetti e lotti edificati all’orizzonte. Poi scomparvero i riquadri colorati delle costruzioni: qui il passato assomigliava al futuro, e saremmo potuti essere chiunque.<br />
Ritrovammo l’orientamento sulla via Pontina, dove ci fermammo a rinfrescarci all’ombra di una bancarella della frutta. Due giovani sikh fumavano appoggiati alle biciclette. Ci dissero di essere fratelli. Elio fissava i capelli neri e il fuoco sulle sigarette con la concentrazione introvertita che adoravo. Il fruttivendolo accettò di scattarci una foto: noi due con i fratelli indiani, tutti con espressioni imbarazzate, disposti a riconoscere il destino in quell’incontro casuale.<br />
Tirammo ancora gli sportelli. Il crepitare di cicale e aghi di pino frantumati sull’asfalto riprese, si perse nell’urto dell’aria, tornò distinto mentre ci veniva incontro e si fermava il lungomare del Circeo. Scivolammo tra le nostre ombre sulla sabbia, unendoci ai gruppi di bagnanti rifugiati sotto il monte, tra la cresta dei cespugli e il mare. Oltre la duna scomparivano le auto e il dormiveglia collettivo era lo sfondo di un film di cinquant’anni prima, dove la somiglianza tra Elio e Marcello Mastroianni diventava quasi identità: osservai la distesa della fronte incresparsi lievemente mentre s’inginocchiava, affondava il braccio fino al gomito, traeva la terra nera, piantava l’ombrellone. Per la fibrillazione degli ormoni fantasticavo dettagli surrealisti alla deriva: atleti greci, bronzi metafisici, torri nel nulla.<br />
Sfilammo i libri dalle borse. Sulla spiaggia, tra caldo, gravità e ingloriose sfide a racchettoni, tutti cedevano al torpore, e leggere era un modo di riaffermare chi eravamo. Sfilai il segnalibro da un romanzo austriaco che mi sforzavo di finire, in cui non si capiva se la narratrice amasse un fantasma o un personaggio reale. Elio sfogliava la rivista Focus, numero doppio con dieci ipotesi sull’autodistruzione della specie umana, commentando a voce alta. La luce era accecante e il litorale, oltre il riparo delle ciglia, assomigliava al cartone preparatorio di un dipinto che non si è potuto finire. Sotto il cielo smaltato riposavano figure primitive, due buchi neri e un taglio muto al posto del viso. Un cane fissava qualcosa nello spazio turchese.<br />
Elio mi lesse, con la voce a tratti cancellata dal vento, l’articolo tipicamente estivo sulla scoperta di un gruppo di psicologi californiani. Parlava di un sogno identico sognato da migliaia di persone: l’alta marea che sale lentamente intorno alle caviglie, mentre nessuno si allarma, finché l’acqua arriva al collo. Uomini e donne stancamente sorpresi, mentre i vestiti diventano una seconda pelle e il peso del corpo si confonde con la corrente, osservano con muta rassegnazione la superficie del mare che sale, scambiandosi occhiate che esprimono domande primordiali: di chi è la colpa, e perché non fa qualcosa. Una rappresentazione nell’inconscio collettivo di una catastrofe prossima ventura, che Elio riportò seccamente alle sue convinzioni.<br />
–  Tutti sanno, ma non reagiscono: che fine miserabile!<br />
–  Sciocchezze. E poi, tu che ne sai?<br />
–  Non posso prevedere il futuro. Ma so che è brutto.<br />
L’apocalisse, nientemeno. E rieccolo a gesticolare verso i bagnanti, colpevoli di letargia morale. Ma la giornata mi appariva dolce. Tenendomi una mano sulla pancia, appoggiai il libro aperto tra le gambe, vidi le pesche e le banane calcate nel borsone di stoffa e, oltre il bordo dell’ombrello, il profilo di un torso: tutto sembrava un rebus della Settimana Enigmistica, l’attesa equanime di una soluzione. E ancora il nostro gioco sfaccendato, che andava avanti in pratica dai tempi del liceo: lui che s’indispettiva per il pianeta abusato, disperando della resistenza ai fatti della specie umana, della stupidità come malattia autoimmune, col sorriso che cercava una reazione; io che gli davo un po’ di corda, fidandomi dei suoi eccessi più che dei miei compromessi, ma concludevo che le cose si sarebbero aggiustate, non sapevo come. Due bambini giocavano a rincorrersi tra gli schizzi, sotto la linea dell’orizzonte. In quel momento per me il mondo – non il pianeta – era bello, fatto apposta per gli occhi e i pensieri sublimi.<br />
Alle dodici spaccate il libro si bagnò. L’acqua impregnò le lettere fino a gonfiarle.<br />
– Non ho sentito niente! – dissi. Solo un vago bruciore.</p>
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		<title>La famiglia su YouTube. Dai bagnetti ai prediciottesimi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/04/la-famiglia-su-youtube-dai-bagnetti-ai-prediciottesimi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Dec 2015 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Brodesco]]></category>
		<category><![CDATA[archivio trentino]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Goffman]]></category>
		<category><![CDATA[prediciottesimi]]></category>
		<category><![CDATA[registrabilità]]></category>
		<category><![CDATA[registrazione]]></category>
		<category><![CDATA[youtube]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=58319</guid>

					<description><![CDATA[di Alberto Brodesco Un estratto dall&#8217; Archivio Trentino, 1/2014, numero speciale “Pratiche del film di famiglia. Memorie amatoriali dall&#8217;archivio alla rete”. «Emerson &#8211; Mommy&#8217;s Nose is Scary! (Original)» riprende per 58 secondi un bambino su un seggiolone. La descrizione del video, caricato dalla madre, recita: «My five-and-a-half-month old son Emerson isn&#8217;t sure what to think [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">di <strong>Alberto Brodesco</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Un <i>estratto dall&#8217; </i>Archivio Trentino<i>, 1/2014, numero speciale “Pratiche del film di famiglia. Memorie amatoriali dall&#8217;archivio alla rete”.</i></p>
<p align="JUSTIFY">«Emerson &#8211; Mommy&#8217;s Nose is Scary! (Original)» riprende per 58 secondi un bambino su un seggiolone. <span lang="en-US">La descrizione del video, caricato dalla madre, recita: «My five-and-a-half-month old son Emerson isn&#8217;t sure what to think when I blow my nose. </span>Sometimes he&#8217;s terrified, then he can&#8217;t stop laughing». Il video conta in data 15 luglio 2014 quasi 56 milioni di visualizzazioni e 216.000 ‹like›. «Baby Laughing Hysterically at Ripping Paper (Original)» mostra un bambino che ride mentre il papà strappa una lettera: 70 milioni di visualizzazioni e 236.000 like. Un altro video assunto alla celebrità è «David After Dentist». Mostra un bambino che delira sotto l&#8217;effetto di un sedativo ed è stato visto da 125 milioni di persone. Il video dei record, infine, riprende due fratellini. Il più piccolo morde l&#8217;altro, che esprime il commento eponimo «Charlie bit my finger». Si contano qui 740 milioni di visualizzazioni e 1 milione e 300 mila like.</p>
<p align="JUSTIFY">Queste sono solo le piccole star familiari di YouTube, le stelle più brillanti di un universo sconfinato di autorappresentazioni familiari di cui cercheremo di individuare e analizzare alcune sedimentazioni discorsive in grado di segnare i punti cardine della vera e propria mutazione socio-culturale avvenuta nella transizione dal passato analogico al presente digitale.</p>
<p align="JUSTIFY">Il salto da un&#8217;epoca di scarsità, in cui la pellicola era un bene prezioso che andava risparmiato, alla suddetta era dell&#8217;abbondanza o dello «spreco iconico» (Gilardi, 2000, p. 311) produce una prima distanza tra lo ieri e l&#8217;oggi. Non è più necessario impegnarsi in quella che era la vera questione chiave per il cineasta amatoriale, ovvero l&#8217;accurata selezione di specifiche porzioni di realtà. Venendo meno il bisogno di preoccuparsi dell&#8217;esauribilità del supporto materiale, cioè di delimitare una frazione di tempo, la durata di osservazione si estende, le riprese si allungano, lo sguardo si sofferma e permane.</p>
<p align="JUSTIFY">I modi con cui viene rappresentato su YouTube un momento canonico del film di famiglia, il ‹bagnetto› del neonato, forniscono un buon punto di osservazione su questo primo effetto. Bisogna intanto prendere atto dell&#8217;enorme disponibilità di bagnetti su YouTube: digitando in italiano ‹primo bagnetto› (fra virgolette) il motore di ricerca restituisce 7.310 video; utilizzando l&#8217;inglese ‹first bath› come parola chiave si trovano circa 140.000 filmati. I primi trenta risultati delle ricerche nelle due lingue, raccolti come campione, mostrano che i video con ‹primo bagnetto› nel titolo o nella descrizione hanno una durata media di 4 minuti e 37 secondi (mediana: 3&#8217;48&#8221;), mentre i video taggati ‹first bath› durano in media 7&#8217;52&#8221; (mediana 6&#8217;36&#8221;). A volte i genitori riprendono integralmente<i> </i>il bagnetto, con durate che giungono fino ai 19 minuti. Al di là dell&#8217;esigenza di risparmiare, all&#8217;epoca della pellicola la stessa durata fisica delle bobine rendeva impossibile girare delle sequenze di tale lunghezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Strettamente associata a questa, una seconda conseguenza della digitalizzazione del video di famiglia ha a che fare con i contenuti, con ciò che viene registrato dalla videocamera. Ai momenti canonici che continuano a essere filmati (matrimoni, compleanni, primi passi&#8230;) si sommano ora i fatti più minuti, considerati un tempo scarsamente rilevanti, non meritevoli di essere ripresi. Entrano nell&#8217;inquadratura i piccoli momenti del quotidiano. I video esplorano senza fretta i territori dell&#8217;effimero.</p>
<p align="JUSTIFY">[&#8230;]</p>
<p align="JUSTIFY">Le parole svolgono una funzione fatica, servono a ribadire l&#8217;esistenza di chi le pronuncia. È facile per lo spettatore porsi in una posizione di superiorità rispetto a tale esposizione ingenua del quotidiano più minuto e alle considerazioni verbali che la accompagnano. Eppure i numeri dimostrano che vlog come questi richiamano un interesse di massa. PepperChocolate84 è una ‹fashion e make-up guru›, una partner di YouTube, una professionista in grado di guadagnare grazie al suo canale, la star di uno «<i>star system</i> tutto interno a YouTube» (Nencioni, 2013, p. 75). In data 6 giugno 2014, PepperChocolate84 è autrice di 687 video – tutorial, consigli di abbigliamento e di stile, racconti di viaggio e di vita privata. Il suo canale ha 137.677 iscritti. La concezione di ‹famiglia› che viene così a stabilirsi assume evidentemente una forma particolare: PepperChocolate84 non solo condivide pubblicamente la sua vita familiare, ma la vende.</p>
<p align="JUSTIFY">La somma tra prolungamento dello sguardo sull&#8217;oggetto inquadrato e ripresa dell&#8217;effimero finisce per estendere il territorio del filmabile, la cui capienza abbraccia ora tutti gli spazi e tutti i luoghi, come se la realtà fosse divenuta un lunghissimo piano sequenza. Dal punto di vista tecnologico tale apertura degli orizzonti del possibile è simbolizzata dall&#8217;invenzione dei Google Glass e dalla progettazione della videocamera GoPro. La camera diventa un terzo occhio, raddoppia la percezione, conserva traccia registrata di tutto ciò che l&#8217;individuo ha percepito. La rassicurazione psicologica fornita da questa opzione ne decreta il successo: «la memoria privata è ormai perfettamente controllabile grazie al suo spostamento dalle incertezze dell&#8217;organico alla sicurezza dell&#8217;inorganico» (Eugeni, 2009, p. IX).</p>
<p align="JUSTIFY">Se, prima, la presenza della cinepresa stabiliva un&#8217;eccezione, ora l&#8217;ubiquità della videocamera o del videofonino è la regola, l&#8217;ordinario. La registrazione (o la registrabilità) del quotidiano fa parte dell&#8217;orizzonte degli eventi della società contemporanea.</p>
<p align="JUSTIFY">[&#8230;]</p>
<p align="JUSTIFY">La disponibilità costante di dispositivi mobili a portata di mano dell&#8217;individuo produce inoltre degli effetti legati alle modalità stesse della rappresentazione o dell&#8217;autorappresentazione. Si può infatti osservare la perdita dell&#8217;«afflato corale e inclusivo» (Cati, 2013, p. 106) che contraddistingueva l&#8217;home movie, con un conseguente passaggio enunciativo dal ‹noi› all&#8217;‹io›. Oggi i racconti di sé ‹familiari› o collettivi sono decisamente minoritari rispetto all&#8217;enorme mole di video concentrata non sulla famiglia ma sull&#8217;individuo.</p>
<p align="JUSTIFY">[…]</p>
<p align="JUSTIFY">Il cineamatore in pellicola svolgeva un ruolo sociale, filmando la famiglia <i>per</i> la famiglia, per lasciare un lascito al nucleo domestico o ai propri figli. La visione collettiva nel corso delle serate di proiezione rinsaldava l&#8217;unità degli affetti. Di preferenza, i video sono invece oggi destinati alle pagine o ai canali <i>personali</i> di FaceBook, YouTube, eccetera. Se prima la comunicazione mirava a un ‹noi› condiviso e voleva sedimentare anche una testimonianza per le future generazioni, ora ci si indirizza prevalentemente al presente parlando in prima persona singolare. Lo stesso payoff di YouTube, «Broadcast Yourself», è da intendere come un ‹tu› più che come un ‹voi›. La celebre copertina di <i>Time</i> del 2006 che celebra l&#8217;avvento del web 2.0 eleggendo ‹You› come «person of the year» si può interpretare alla luce della stessa connotazione. La copertina mostra lo schermo di un computer ricoperto di una superficie riflettente, lasciando già spazio alle interpretazioni culturali che puntano l&#8217;indice contro la presunta «epidemia di narcisismo tra i giovani» – ormai un luogo comune segnalato con toni preoccupati da quotidiani felici di pescare tali dati dal <i>mare magnum</i> della ricerca accademica («ben il 70% dei ragazzi è ‹malato› di narcisismo, fenomeno che sta dunque raggiungendo dimensioni epidemiche»). Eppure sin dagli anni settanta, scrivendo di videoarte, Rosalind Krauss (1976, p. 50) suggeriva che una deriva narcisistica fosse interna a un medium come il video che induce l&#8217;artista a cercarvi uno specchio. Il videofonino, portatile, agile e personale, non ha fatto altro che accentuare (mcluhanianamente) questo aspetto.</p>
<p align="JUSTIFY">I processi di mediazione e di auto-mediazione, prerequisiti essenziali per la soggettivazione, attraversano dunque un&#8217;evoluzione tecnologica. La costruzione del sé si ricalibra all&#8217;interno dell&#8217;interazione sociale offerta dai Social Network Sites. La presentazione o rappresentazione del sé – un&#8217;operazione drammaturgica, concepita per una pluralità di palcoscenici e per una molteplicità di audience (Goffman, 1969) – è calata in un&#8217;era di vetrinizzazione sociale (Codeluppi, 2007), di auto-spettacolarizzazione o di confezione del sé a fini spettacolari. I SNS sono luoghi dove formulare, moltiplicare e negoziare identità, dove essa viene ‹messa in forma› o inventata. Giorgio Agamben (2006, p. 23) parla di una «disseminazione che spinge all&#8217;estremo l&#8217;aspetto di mascherata che ha sempre accompagnato ogni identità personale». Rappresentarsi vuol dire anche ri-presentarsi, ri-conoscere se stessi dopo aver attraversato un processo di oggettivazione: lo specchio della foto o del video serve a vedersi a distanza, a creare un gap, una separazione tra il sé e il mondo esterno. Tale piazzamento a distanza del sé presuppone tuttavia una separazione minima. Il selfie prevede che la fotocamera si collochi a distanza di braccio o di <i>selfie stick</i>. Non ci si allontana mai davvero troppo da se stessi.</p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b>Riferimenti bibliografici</b></span></p>
<p class="sdfootnote" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Agamben, Giorgio</span></p>
<p class="sdfootnote" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">2006</span> <span style="font-size: medium;"><i>Che cos&#8217;è un dispositivo?</i></span><span style="font-size: medium;"> Roma: nottetempo.</span></p>
<p align="JUSTIFY">Cati, Alice</p>
<p align="JUSTIFY">2013 <i>Immagini della memoria. Teorie e pratiche del ricordo tra testimonianza, genealogia, documentari</i>. Milano-Udine: Mimesis.</p>
<p align="JUSTIFY">Codeluppi, Vanni</p>
<p align="JUSTIFY">2007 <i>La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società</i>. Torino: Bollati Boringhieri.</p>
<p align="JUSTIFY">Eugeni, Ruggero</p>
<p align="JUSTIFY">2009 «Mrs. Bathurst. Il cinema come operatore della memoria privata». Prefazione in: <i>Pellicole di ricordi: film di famiglia e memorie private (1926-1942)</i>. Di Alice Cati. Milano: Vita &amp; Pensiero: VII-IX.</p>
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: medium;">Gilardi, Ando</span></p>
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: medium;">2000</span> <span style="font-size: medium;"><i>Storia sociale della fotografia</i></span><span style="font-size: medium;">. Milano: Bruno Mondadori.</span></p>
<p class="sdfootnote" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Goffman, Erving</span></p>
<p class="sdfootnote" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">1969</span> <span style="font-size: medium;"><i>La vita quotidiana come rappresentazione</i></span><span style="font-size: medium;">. Bologna: Il Mulino (ed. orig. </span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"><i>The Presentation of Self in Everyday Life</i></span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US">. Garden City, NY: Doubleday, 1959).</span></span></p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Kraus, Rosalind</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="en-US">1976 «Video: The Aesthetics of Narcissism». </span><i>October</i>. Cambridge, MA, v. 1: 50-64.</p>
<p class="sdfootnote" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nencioni, Giacomo</span></p>
<p class="sdfootnote" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">2013</span> <span style="font-size: medium;">«I make up tutorial di YouTube e il caso Clio make up: gli stardom di Internet e i transiti tra web e nuova tv». In: </span><span style="font-size: medium;"><i>Factual, reality, makeover Lo spettacolo della trasformazione nella televisione contemporanea</i></span>V<span style="font-size: medium;">. A cura di Veronica Innocenti e Marta Perrotta. Roma: Bulzoni: 75-84.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>GIGI GIGI GIGI (strascichi di fascismi domestici)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2013 10:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[proesia]]></category>
		<category><![CDATA[sillabario indiano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori  Gigi Gigi Gigi quando l’estate spuntavi erano selvagge abbuffate con i tuoi fratelli (le consorti guardinghe noi figli incantonati in un opaco presente) girandole di bottiglie e sghignazzamenti feroci rievocazioni politicamente scorrette poi verso il dolce fioccavano le tue granate sui bersagli più fragili impudiche provocazioni offese precise e ben tese (un’arte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p> Gigi Gigi Gigi<br /> quando l’estate spuntavi<br /> erano selvagge abbuffate<br /> con i tuoi fratelli<br /> (le consorti guardinghe<br /> noi figli incantonati<br /> in un opaco presente)<br /> girandole di bottiglie<br /> e sghignazzamenti<br /> feroci rievocazioni<br /> politicamente scorrette<br /> poi verso il dolce<br /> fioccavano le tue granate<br /> sui bersagli più fragili<br /> impudiche provocazioni<br /> offese precise<br /> e ben tese<br /> (un’arte che non si impara)<br /> seguivano memorabili incazzature<br /> delle mogli<br /> una contro l’altra<br /> o una contro tutte<br /> (non parliamo di mia madre)<br /> per me la famiglia era quello<br /> i bagordi una volta all’anno<br /> e le incazzature<br /> (duravano poi anni)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> vivevi in Francia<br /> con un bassotto obeso<br /> (a ogni scalino<br /> strusciava la pancia)<br /> e una contessa russa<br /> noi la chiamavamo Wanda<br /> (il vero nome<br /> è emerso solo di recente)<br /> fragile e ialina<br /> bella e indignata<br /> anche lei inviperita<br /> (la tua palestra quotidiana!):<br /> la stessa guerra domestica<br /> di mio padre<br /> di vostro padre<br /> l’esistenza come corpo a corpo<br /> all’ultimo sangue<br /> l’essenza del fascismo<br /> (come potevano pensare<br /> di avervi vinti?)<br /> anche in casa<br /> soprattutto in casa<br /> (nessuno storico<br /> ha scandagliato<br /> questo intimo inferno)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> fumavi sigaretti<br /> e adoravi le ostriche<br /> i bianchi tondi<br /> i rossi semitrasparenti<br /> i liquori barricati<br /> (senza peraltro snobbare<br /> le trippe e le lumache<br /> gli aperitivi gialli d’anice)<br /> la tua specialità comunque<br /> restava provocare<br /> rendere pazze le persone<br /> come altri amano far ridere<br /> o pontificare su questo o su quello<br /> ferivi con crudele buon umore<br /> e peristaltici soprassalti<br /> di gaia voluttà<br /> una cattiveria non solo nevrotica<br /> (la baionetta della verità<br /> &#8211; la cosiddetta verità &#8211;<br /> brandita da mio padre)<br /> più folle e sguaiata<br /> ridevi del sangue<br /> vomitato dalle ferite<br /> ridevi degli schizzi<br /> sulla tua persona<br /> del tuo stesso sangue<br /> (l’intrinseco masochismo<br /> del fascismo)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> alle partite di calcio<br /> davanti agli italiani<br /> tenevi per la Francia<br /> sfottendoli<br /> e offendendoli<br /> coi francesi<br /> tifavi per l’Italia<br /> canzonandoli<br /> e insultandoli<br /> un caso molto istruttivo<br /> per tutti gli emigrati<br /> gli esuli<br /> gli espatriati<br /> (pure il sottoscritto):<br /> non si può estirpare<br /> ciò che alligna dentro<br /> si può solo annacquarlo<br /> o rovesciarlo come un guanto<br /> (dicevi peste e corna dell’Italia<br /> e avevi sempre<br /> automobili italiane)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> anche tu fascista<br /> come il nonno e gli altri zii<br /> (beninteso tutti maschi)<br /> ognuno a modo suo<br /> (per quanto possa suonare strano<br /> ci sono tanti modi<br /> di essere fascisti)<br /> eri un camerata godereccio<br /> e dissacratore<br /> virtuoso del sarcasmo<br /> sei scappato<br /> dalla democrazia<br /> che ti voleva ancora militare<br /> di nuovo la naia<br /> (per di più con i vincitori!)<br /> meglio spingere carriole<br /> da buon rital<br /> e pulire cessi<br /> poi ti sei introdotto<br /> hai trovato la russa bianca<br /> (staffetta peraltro<br /> nella resistenza!)<br /> ti sei convertito<br /> alle cravatte a farfalla<br /> su camicie a bande azzurre<br /> come le sedie a sdraio<br /> un rispettabile bourgeois<br /> (benpensante per provocazione?)<br /> la salda alcova del centrodestra</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> quando siamo venuti a trovarti<br /> (invero una sola volta)<br /> ci portavi in locali<br /> dai soffitti alti<br /> restavamo a bocca aperta:<br /> il fois gras nella sfoglia<br /> leggera come l’aria<br /> gli ovetti marezzati di quaglia<br /> le distese di formaggi<br /> spampanati sui taglieri<br /> come obese matrone<br /> il gelato nella spumiglia bollente<br /> i vini da duecentoventi franchi<br /> (tu stesso recitavi il prezzo<br /> di ogni bottiglia)<br /> era un modo di ferirci<br /> attaccata sul suo stesso terreno<br /> mia madre<br /> non trovava che le macchie<br /> della vostra vasca da bagno<br /> i francesi sono proprio porci<br /> fanno schifo<br /> diceva</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> quando in un’era più recente<br /> ti ho presentato mia moglie<br /> l’hai studiata bene bene<br /> ci hai provato con<br /> i dipendenti pubblici imboscati<br /> (t’avevo detto che insegnava)<br /> poi con le femministe frigide<br /> (qui razzolavi d’intuito)<br /> lei incassava con sorrisi indulgenti<br /> senza tentennamenti<br /> (per ogni evenienza<br /> l’avevo allertata<br /> e per così dire preparata)<br /> poi finalmente hai scovato<br /> il suo tallone d’Achille:<br /> sotto il fascismo gli italiani<br /> stavano molto meglio<br /> di adesso<br /> hai detto<br /> trionfando fin da subito<br /> del suo furore<br /> e rincarando la dose<br /> tirando in ballo anche gli ebrei<br /> che se l’erano cercata<br /> (anche lei furente per anni)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> le tue offese<br /> erano suadenti fendenti<br /> portati da suoni nasali<br /> (l’accento ormai frôncese)<br /> la tua risata si incagliava<br /> in un ghigno<br /> anch’esso francofono<br /> (l’impudenza agile dei lumi<br /> imbolsita per l’eternità<br /> nel pedissequo ottocento)<br /> la tua brama monocorde<br /> restava un po’ terra terra<br /> come anche le battute<br /> a sfondo sessuale<br /> (perfino da terminale<br /> davi i voti<br /> ai seni delle infermiere)<br /> non so nulla però delle tue amanti<br /> (mi stupirebbe che ti astenessi<br /> visto lo zelo di mio padre<br /> e degli altri fratelli<br /> senza parlare del nonno)<br /> volavi più basso<br /> di mio padre<br /> ti mancava<br /> la dedizione austera<br /> e quasi mistica<br /> di montanaro<br /> (il fascismo dannunziano<br /> e per così dire pseudoetico)<br /> ma non bassissimo<br /> con le tue piroette strafottenti<br /> riprendevi quota</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> nelle famiglie incarniamo ruoli<br /> come negli eserciti<br /> e nei circhi<br /> tutto deve quadrare<br /> il marchingegno deve girare<br /> perpetuarsi in generazioni<br /> inconsapevoli delle parti<br /> ignare delle reiterazioni<br /> tu officiavi<br /> il guascone che gioca con la vita<br /> che dileggia e ghigna<br /> non rispettando nessuno<br /> tanto meno se stesso<br /> (quale signorotto trecentesco<br /> incarnavi?)<br /> senza peraltro bizze artistiche<br /> (per queste c’era il fratello pittore)<br /> e anzi con afflati d’ordine<br /> un saldo impiego d’assicuratore<br /> baffi e borsello<br /> sigaretti e cravatte<br /> a farfalla</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> t’eri fatto più vecchio<br /> di mio padre<br /> l’avevi sorpassato<br /> (il suo contatore s’era grippato)<br /> t’era riuscita quest’altra beffa<br /> battere il primogenito<br /> il preferito<br /> il grande esempio<br /> il fascista più fascista<br /> mano a mano che t’incavavi<br /> e incedevi più anchilosato<br /> con ondeggiamenti<br /> di ubriaco che si da un contegno<br /> assomigliavi sempre più a tua madre<br /> i suoi occhi insolenti<br /> ti sfavillavano<br /> dietro gli occhiali da donna<br /> anche la voce affilata<br /> era ormai quella<br /> e la curva liscia dei polsi<br /> per non parlare<br /> del vento scostante<br /> e cattivo<br /> dell’impazienza<br /> le stesse interiezioni<br /> (tu certo non sapevi)<br /> dopo tanti anni<br /> riviveva in te<br /> la sua opposizione domestica<br /> e viscerale<br /> (violenta anch’essa)<br /> al fascismo<br /> (niente a che vedere<br /> con l’antifascismo)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> adesso che sei morto<br /> come chi non crede a niente<br /> (anche tu<br /> arenato alla materia<br /> ignaro d’infinito)<br /> anche tu crepato<br /> senza rimpianti<br /> o lasciti<br /> o ponti di qualche tipo<br /> (come muoiono i fascisti)<br /> mi domando<br /> cosa ci sia in me di te<br /> (per mio padre già ho<br /> provveduto agli scavi<br /> ho inventariato i reperti<br /> redatto i rapporti)<br /> alcuni miei ingredienti<br /> li trovo solo in te<br /> (parlo di fragilità<br /> e manchevolezze<br /> di sensibilità impiegate male)<br /> lui non c’entra<br /> e nemmeno gli altri fratelli<br /> la segregazione dei geni<br /> smazza bene le carte:<br /> prima che certi tratti<br /> si diano appuntamento<br /> su una stessa faccia<br /> va via qualche generazione<br /> (le memorie<br /> non vivono tanto)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> per tuo espresso volere<br /> le tue ceneri<br /> torneranno<br /> in quell’Italia<br /> che hai irriso<br /> per decenni<br /> che hai sprezzato<br /> quello zoccolo di partenza<br /> che non conoscevi più<br /> ormai un profumo vago<br /> sonorità di vacanze<br /> ma a quanto pare<br /> anche un conforto<br /> una via di casa<br /> a cui tornare<br /> (siamo proiettati<br /> per tutta la vita<br /> fuori di noi)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> quando son venuto da te<br /> in un mattino indeciso<br /> di questa strana estate<br /> cercando il solito qualcosa<br /> (sapevamo entrambi<br /> che era l’ultima volta)<br /> non mi hai chiesto di me<br /> mangiavi e bevevi vino<br /> con tetra applicazione<br /> (le metastasi<br /> risparmiavano l’appetito)<br /> nemmeno tu<br /> come mio padre<br /> mostravi<br /> un qualche interesse<br /> lo scampolo d’un sentimento<br /> il guizzo di un’emozione<br /> un sospiro di benevolenza<br /> anch’io mangiavo e bevevo<br /> come punendomi<br /> di nuovo arreso<br /> di nuovo nudo<br /> questo per me<br /> è il fascismo<br /> il mio fascismo personale<br /> (il resto sono<br /> le ormai repertoriate<br /> e  sempiterne<br /> geometrie<br /> della violenza:<br /> la Storia)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> dopo mezzo secolo<br /> di cruda guerra<br /> la russa bianca<br /> sempre più esile<br /> e più minuta<br /> (poco più di<br /> trenta chili)<br /> e più bella<br /> un’indomito filino biondo<br /> (il calice di Martini<br /> sembrava enorme)<br /> ha ritrovato in lei<br /> la staffetta partigiana<br /> che è stata<br /> la giovane intrepida<br /> (quella che poi non ha voluto<br /> sentir parlare di medaglie<br /> o di encomi ufficiali)<br /> ha finito per dire basta<br /> ha voltato le spalle<br /> all’ultima risacca<br /> del fascismo:<br /> sei morto da solo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gigi Gigi Gigi<br /> ora tornerai in Italia<br /> ti infilerai<br /> nella tomba scassata<br /> di tuo padre<br /> e mio padre<br /> (senza consorti:<br /> il fascismo<br /> è cosa da uomini)<br /> nel vento di conifere<br /> aspettando la neve<br /> la pace della neve<br /> ora siete tutti morti<br /> cari fascisti miei<br /> ora signoreggiano<br /> altri poteri forti<br /> con altre macchie<br /> altre introiezioni<br /> stili più accattivanti<br /> ora il fascismo<br /> vive in me<br /> ora lotterò<br /> con me stesso</p>
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		<title>I desideri e le masse. Una riflessione sul presente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/09/16/i-desideri-e-le-masse-una-riflessione-sul-presente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2013 12:30:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Adulterio]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Ehrenberg]]></category>
		<category><![CDATA[Alexandre Kojève]]></category>
		<category><![CDATA[american psycho]]></category>
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					<description><![CDATA[[Invito alla lettura di un saggio importante di Guido Mazzoni, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.] I desideri e le masse. *]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Invito alla lettura di un saggio importante di <strong>Guido Mazzoni</strong>, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.]</em></p>
<p><a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=12011">I desideri e le masse</a>.</p>
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		<title>Ho due mamme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jun 2012 06:30:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Severino Colombo Tutte le famiglie normali si somigliano; ogni famiglia è speciale e si vuole bene, a modo suo. Quella di Maria Silvia Fiengo e Francesca Pardi lo è – normale e speciale insieme &#8211; perché loro sono due persone dello stesso sesso. Due donne che si vogliono bene, due mamme che hanno scelto [&#8230;]]]></description>
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<p>Tutte le famiglie normali si somigliano; ogni famiglia è speciale e si vuole bene, a modo suo. Quella di Maria Silvia Fiengo e Francesca Pardi lo è – normale e speciale insieme &#8211; perché loro sono due persone dello stesso sesso. Due donne che si vogliono bene, due mamme che hanno scelto di avere e di crescere dei figli insieme, a Milano.</p>
<p>«In Italia l’inseminazione eterologa non si può fare, né per i gay né per gli eterosessuali – spiega Francesca –; ci abbiamo pensato a lungo prima di questo passo, almeno un anno, poi siamo andate in Olanda». Margherita, Giorgio, Raffaele e Antonio &#8211; dieci anni la prima, tre l’ultimo, sei i gemelli di mezzo – sono stati concepiti lì. «Se lo vorranno, quando saranno maggiorenni, potranno sapere con precisione chi è il loro padre biologico. Ci sembrava giusto così».</p>
<p>Il problema maggiore delle famiglie omogenitoriali è l’accettazione sociale: «molti etero vanno all’estero per avere figli e nessuno lo sa». Per le famiglie gay la visibilità, invece, è un’esigenza legata a diritti: «Siccome da noi non si può fare, allora come famiglie non esistiamo» aggiunge Francesca. Invece esistono eccome, qualche giorno fa le Famiglie Arcobaleno, associazione di genitori omosessuali di cui le due mamme sono fra le fondatrici, si sono ritrovate nei parchi di nove città italiane per far festa insieme con tutte le altre famiglie.</p>
<p>A livello giuridico la questione dei diritti resta aperta. «Un genitore non biologico non ha nessun tipo di riconoscimento. Vive una condizione psicologicamente pesante». Significa, a esempio, che per andare a prendere alla scuola d’infanzia Antonio, partorito da Francesca,Maria Silviadovrebbe avere una delega e viceversa. «Nella pratica quotidiana questo non accade, perché c’è un riconoscimento di fatto della nostra unione». Capita, però, anche alle coppie gay di smettere di amarsi e allora è un guaio: «se qualcosa va male nel rapporto e ci si separa, tutto è nelle mani del genitore biologico che non ha nessun dovere di riconoscere la relazione dell’altro genitore con i figli». A rimetterci sono spesso bambini.</p>
<p>Giochi sparsi per terra, tazze della colazione nel lavello, odore di risveglio, Margherita (malata) che guarda la tv: la casa di Francesca e Maria Silvia, la mattina di un giorno feriale, è come tutte le case con bambini. Solo più incasinata, con il tavolo ingombro di libri visto che l’abitazione, a due passi da Porta Romana, è anche la sede della casa editrice che hanno fondato l’anno scorso. <a href="http://www.lostampatello.com">Lo Stampatello</a>  pubblica storie per bambini che parlano di famiglie come la loro. Storie per tutti, come “Piccolo uovo” &#8211; protagonista un uovo che prima di nascere è curioso  di sapere quali e quanti potrebbero essere i suoi possibili genitori &#8211;  che illustrato da Altan sarà premiato a fine maggio con il Premio Andersen.  Altrettanto routinaria e acrobatica la vita dei genitori fuori casa, tra riunioni scolastiche, corsi e attività pomeridiane, feste di compleanno e immancabili nonni a fare da salvagente per gli impegni di lavoro. «Li abbiamo fatti contenti. Una delle grandi paure dei genitori di figli omosessuali è di non poter avere nipoti. Per noi, come per tutti, i nonni, sono una risorsa preziosa» spiega Maria Silvia, di ritorno dall’accompagnamento del più piccolo alla materna. «Essere genitori è un percorso molto identitario. Per i gay, lo è ancora di più perché a noi non capita di fare figli per caso, dietro c’è una scelta ragionata. Quando lo diventi ti trovi a vedere e a fare le cose in maniera diversa. Ci siamo documentate, abbiamo letto molto, abbiamo parlato con psicologi e ci si siamo costruite degli strumenti per affrontare questo ruolo». Aggiunge Francesca: «L’aspetto dell’omosessualità che più turba è la relazione sessuale, ma se accompagni i bambini a scuola sei visto prima di tutto come un genitore, una mamma». In questo vivere in una grande città o altrove non fa la differenza: «magari in un paesino ci sono meno strumenti culturali – spiega Francesca &#8211; ma una volta che si esce allo scoperto c’è più umanità, i contatti sono più forti».</p>
<p>A proposito di scuola in quelle (pubbliche) frequentate dai figli, Francesca e Maria Silvia sono sempre andate a parlare con i presidi per illustrare il loro “stato di famiglia”, chiedendo  insegnanti che non avessero pregiudizi. Dopo in po’ hanno capito come interpretare le reazioni di chi avevano davanti: «se ci dicono: non c’è nessun problema allora il problema c’è; al contrario se ci chiedono di saperne di più e cercano un confronto significa che hanno un atteggiamento meno rigido e che mettono al primo posto il bambino e la sua serenità dentro la scuola». Con la prima figlia, alla scuola d’infanzia è capitato che un’educatrice si ponesse il problema «di come dirlo non ai bambini ma ai loro genitori!». Per fortuna la società, anche quella italiana, cambia in fretta e con i successivi figli Maria Silvia e Francesca si sono trovate con maestri che «per potere affrontare meglio il tema hanno seguito corsi di formazione sull’omogenitorialità». Così le diversità diventano non un motivo di discriminazione ma un valore e un arricchimento per gli altri. Compagni &#8211; e loro genitori &#8211;  compresi. Maria Silvia racconta di babycoppie formate per gioco in classe dove «la più bella ha snobbato i maschietti per “fidanzarsi” con una lei, e nessuno l’ha trovato strano». O di mamme che hanno superato iniziali diffidenze nei loro riguardi. Francesca confida di aver ascoltato un amichetto ospite per la notte (anche le mamme gay ascoltano di nascosto le confidenze dietro le porte) chiedere al figlio: «Ma tu non ce l’hai un papà?» e l’altro rispondere come se la cosa fosse normale «No, ho due mamme». «Perché?» «Perché si vogliono bene». Ogni famiglia è normale a modo suo; tutte le famiglie speciali, che si vogliono bene, si somigliano.</p>
<p>(<em>pubblicato sullo speciale</em> Famiglia<em> del Corriere della sera il 30 maggio 2012</em>)</p>
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