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	<title>istituto italiano di cultura &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Anno nuovo, nuovi italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jan 2018 06:00:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[istituto italiano di cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Mattotti]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; I nuovi ragazzi dell’Europa di Francesco Forlani   &#160; &#160; Quando Fabio Gambaro, direttore dell’Istituto di Cultura, e che conosco da oltre vent’anni mi ha chiesto se mi andava di accompagnarlo al concerto di Gianna Nannini all’Olympia di Parigi nell’aprile di quest’anno quasi non ci potevo credere, per almeno due ragioni. La prima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cover-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cover-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cover-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cover-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cover.jpg 1378w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I nuovi ragazzi dell’Europa</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando Fabio Gambaro, direttore dell’Istituto di Cultura, e che conosco da oltre vent’anni mi ha chiesto se mi andava di accompagnarlo al concerto di Gianna Nannini all’Olympia di Parigi nell’aprile di quest’anno quasi non ci potevo credere, per almeno due ragioni. La prima è che ogni volta che entro in quella sala per me risuona la parola Europa e a cantarla, generalmente, vi sono grandi interpreti. Ma l’immagine che forse la rappresenta di più è Jacques Brel, d’origine belga, francese d’adozione, che piange i suoi marinai di Amsterdam, capitale olandese e di Spinoza. Se c’è una cosa che per noi « millenari » ha sempre raccontato l’Europa, oltre a naturalmente <em>Giochi senza frontiere</em>, è l’Eurovisione, capace di unire con note semplici come quelle di <em>Non ho l’età</em> le genti del sud, del nord, a est e ad ovest del vecchio continente. Ma la canzone <em>Ragazzo dell’Europa </em>per chi come noi è andato via da pane e famiglia negli anni novanta è sempre stato l’inno di una libertà desiderata e da realizzare nel tempo. Ecco perché non senza emozione, e con largo anticipo la sera del 22 aprile ero sul Grand Boulevard a fumare una sigaretta e a pensare a un po’ di cose come quella, che si era a un momento prima delle elezioni presidenziali in Francia, e che all&#8217;Olympia di Parigi Gianna Nannini avrebbe cantato il ragazzo\ragazza dell&#8217;Europa che è in noi e che qualsiasi cosa potesse succedere, avrebbe resistito. L&#8217;Europa siamo noi- ricordo di avere pensato.</p>
<p>Nei mesi successivi mi giungeva dal nostro paese l’eco di uno scandalo, il blocco critico ad una legge, detta dello <em>Ius soli </em>che ai muscoli di una vecchia Europa inacidita sostituiva un abbraccio di una mater decisamente mediterranea, ospitale e soprattutto giusta. Eppure la legge non si vota, si ha paura di presentarla in parlamento, di non avere i numeri per farla approvare. Come continuare ad essere “noi ragazzi dell’Europa” senza non dico la vergogna ma l’imbarazzo almeno una volta provato nella nostra vita quando a varcare la soglia della casa familiare fosse stato un amico poco gradito a un parente che di certo non la mandava a dire e a stento diceva buongiorno? L’<em>impasse </em>in cui il mio europeismo si trovava sembrava davvero insuperabile a questo punto se non fosse intervenuto un piccolo fatto, rivelatore di un mondo che di certo avevo intravisto ma mai toccato con mano, provato sulla mia pelle e successo tempo dopo, poche settimane fa, in effetti. E la prima persona a cui l’ho raccontato è stato proprio Fabio. Stessa scena della precedente primavera, stesso giardino, ma ora in un autunno che miracolosamente stava regalando magnifiche giornate assolate, sintomo meteorologico di quella magnifica cosa che qui chiamano Eté indien.</p>
<p>A Fabio racconto del mio nuovo incarico come professore d’italiano in due scuole medie (college) a Dreux e Anet, della fierezza di appartenere con questa missione all’Education Nationale, e insieme a qualche aneddoto picaro che riguarda essenzialmente le soluzioni logistiche da trovare a un problema, il problema che ho, di essere senza patente e dunque senza macchina, rivelo l’arcano. Quando avevo fatto il mio ingresso nel cortile indossavo un vestito chiaro, la cravatta e il cappello. Dal primo piano sento chiaro e forte uno dei ragazzi gridare : <em>ehi, il y a un mariage</em>!! La cosa mi aveva fatto scoppiare in una sonora risata e mio malgrado grazie alla spontaneità del gesto mi ero conquistato almeno l’ala sinistra della palazzina. Mentre le classi si disponevano negli spazi indicati con il nome delle aule, prima uno, poi un gruppo di ragazzi, a seguire tre ragazze m’erano venuti incontro dicendo tutti la stessa frase: io sono italiano! Ne riconoscevo in alcuni l’accento del Nord, l’operoso Nord di Crema o Monza, Bologna o Torino, e in altri della solarità, l’operosa solarità del Centro e del Sud, Brindisi, Palermo, Rieti. Le loro origini si declinavano in nomi di città o paesi che in parte conoscevo ma che per lo più mi erano ignoti per la lingua, per la cultura o per la religione professata. Si chiamavano Duah, Asmaa, Faadi, Dylan, Fatima. Nello strappo che tanti di loro avevano sentito andando via dall’Italia, paese in cui erano nati, per venire a vivere in Francia, la casa dell’origine dei genitori, dei propri avi, era solo un vago miraggio, una ignota silhouette che, fortunatamente aggiungerei, traeva la propria linfa dall’idioma parlato in casa con i propri genitori quando l’italiano, usato intra-muros e durante il corso d’italiano, faceva un passo indietro per lasciare spazio all’arabo, allo swaili, al pakistano.</p>
<p>Quando alla fine del primo corso in una quinta, prima media, una ragazza minuta e dolce dai tratti orientali mi ha sussurrato che era felice perché solo quando sentiva parlare italiano si sentiva a casa, vi confesserò che le avrei regalato tutto, il Colosseo, la Torre di Pisa, dieci cento mille gondole veneziane, tutta la neve delle Alpi e ogni colonna dei templi greci siciliani e campani, il Vesuvio e l’Etna, le isole grandi e piccole, i laghi, i fiumi, nome dopo nome, paesaggio dopo paesaggio, la pizza, sì tutti i tipi di pizza, pizza fritta, pizza pane, pizza al forno o al padellino, salvo poi realizzare, in un tempo fortunatamente rapido, che lei tutte queste cose le aveva già, lei, come gli altri incontrati prima, le sapeva perché lei era italiana. Così, dopo la chiacchierata con il direttore, mi sono limitato a farmi dare da Francesco Scaglione, il mio storico amico bibliotecario, l’affiche che Lorenzo Mattotti aveva realizzato per quelle magnifiche grotte in cui sono custoditi i migliori libri della nostra tradizione, la Italo Calvino.</p>
<p>Nel manifesto il pastello tenue, delicato del nostro più famoso fumettista qui oltralpe, tratteggia la penisola da un’angolatura particolare come in una vista dall’alto a bordo di un velivolo che planasse a pochi metri da terra, su un fianco, mostrando il paese nel suo allungarsi verso altri mondi. Non si scorgono frontiere e, dove il tratto sfuma, lì si sa, che l’Europa, l’orizzonte Europa continua, senza confini, né valichi, senza dogane né blocchi, nel naturale susseguirsi delle stagioni e delle generazioni. Questo numero di Sud celebra i settant’anni dall’ultimo numero della storica rivista diretta da Pasquale Prunas e lo fa pubblicando grazie a Renata Prunas e Giuseppe Catenacci materiali di quello che sarebbe stato il sèguito non seguito dell’avventura ma lo fa anche mettendo in risalto la parola forse tra le più care alla storica redazione di stanza alla Nunziatella: Europa. Come nella canzone di Brel dedicata alla birra, che unisce tutte le capitali europee, <em>de Londres à Berlin</em>, che scorre lungo le strade della vita dei ragazzi di oggi e di ieri, senza fermarsi mai, così la meglio gioventù d’Europa, oggi tenta di fare lo stesso. Allora corri, ragazzo dell’Europa, corri e non fermarti perché nessuno e niente ti fermerà, <em>curre curre guagliò! </em></p>
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		<title>CARTADITALIA, i primi due numeri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 14:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[istituto italiano di cultura]]></category>
		<category><![CDATA[paolo grossi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[rivista]]></category>
		<category><![CDATA[Stoccolma]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal 2009 l&#8217;Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma pubblica il semestrale bilingue Cartaditalia, dedicato alla cultura italiana contemporanea. Durante l&#8217;anno appena trascorso sono usciti i primi due numeri, incentrati rispettivamente sul romanzo e sulla poesia. I pdf con copertina, indice, editoriale e un breve estratto dei contenuti, sono scaricabili in fondo a questo post. I [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="" src="http://www.iicstockholm.esteri.it/NR/rdonlyres/F3C8DB49-58DF-4A21-A609-64BD4463B009/60788/cartaditalia_num_4.JPG" class="alignleft" width="236" height="292" /><em> Dal 2009 l&#8217;<strong><a href="http://www.iicstockholm.esteri.it/IIC_Stoccolma">Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma</a> </strong>pubblica il semestrale bilingue Cartaditalia, dedicato alla cultura italiana contemporanea. Durante l&#8217;anno appena trascorso sono usciti i primi due numeri, incentrati rispettivamente sul romanzo e sulla poesia. I pdf con copertina, indice, editoriale e un breve estratto dei contenuti, sono scaricabili in fondo a questo post. I prossimi due numeri, previsti per la primavera e l&#8217;autunno 2010, riguarderanno il cinema e il teatro.</em> <span id="more-28973"></span></p>
<p><strong>CARTADITALIA </p>
<p>Rivista di cultura italiana contemporanea<br />
pubblicata dall’Istituto Italiano di Cultura<br />
“C. M. Lerici” di Stoccolma</strong></p>
<p>Direttore: <strong>Paolo Grossi</strong></p>
<p>Comitato scientifico: Pérette-Cécile Buffaria, Guido Davico Bonino, Maurizio Ferraris, Jean A. Gili, Claudio Magris, Vittorio Marchis, Enrico Morteo, Carlo Ossola, Gilles Pécout, Salvatore Silvano Nigro, Martin Rueff, Nicola Sani, Domenico Scarpa, Antonio Tabucchi, Gianfranco Vinay.</p>
<p>Redazione: Istituto Italiano di Cultura “Carlo Maurilio Lerici”<br />
Gärdesgatan 14<br />
11527 Stockholm<br />
Tel. 0046 (0) 8 54 58 57 60 &#8211; Fax 0046 (0) 8 54 58 57 69<br />
Posta elettronica: iicstockholm@esteri.it<br />
Sito: <a href="http://www.iicstockholm.esteri.it/IIC_Stoccolma">www.iicstockholm.esteri.it</a></p>
<p>Progetto grafico: Pio Barone Lumaga e Charles Greneby</p>
<p>Stampa: Mediagallerian, 16102 Bromma</p>
<p>La rivista CARTADITALIA è pubblicata nell’ambito del Programma Educativo 2009 promosso dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma con il contributo della Fondazione “Carlo Maurilio Lerici”.</p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Cartaditalia-Numero-1.pdf'>Cartaditalia Numero 1</a> </p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Cartaditalia-Numero-2.pdf'>Cartaditalia Numero 2</a></p>
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		<title>I fatti diversi 2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/02/02/i-fatti-diversi-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2004 01:29:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[gian lorenzo bernini]]></category>
		<category><![CDATA[istituto italiano di cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Jacques Magneto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jean-Jacques Magneto Spiato ad ora tarda. Istituto Italiano di cultura, a Parigi Stanza buia con ottomana, tagliacarte su ampia scrivania, e Nuovo Direttore dell’Istituto Italiano di cultura a Parigi seduto su una poltrona di pelle girevole. Il Nuovo Direttore indossa un dolcevita nero, ha il volto illuminato da una lama di luce, che investe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Jean-Jacques Magneto</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/31.jpg" alt="31.jpg" align="left" border="0" height="143" hspace="4" vspace="2" width="200" /></p>
<p><em>Spiato ad ora tarda. Istituto Italiano di cultura, a Parigi </em></p>
<p>Stanza buia con ottomana, tagliacarte su ampia scrivania, e Nuovo Direttore dell’Istituto Italiano di cultura a Parigi seduto su una poltrona di pelle girevole. Il Nuovo Direttore indossa un dolcevita nero, ha il volto illuminato da una lama di luce, che investe anche il libro aperto sulle sue ginocchia. Titolo del libro: “Il teatro di palazzo a Roma: Gian Lorenzo Bernini e Clemente IX”.<br />
<span id="more-273"></span><br />
Il Nuovo Direttore, con occhi sgranati di bimbo, indugia sulle belle illustrazioni. È soggiogato dagli impianti scenografici giganteschi, che dilagano dal palcoscenico alla platea, stringendo il pubblico in una morsa di giochi prospettici e trucchi di scena. Suona il telefono. Il Nuovo Direttore risponde. “Giuliano Ferrara?!, pronto Giuliano!!” “Sono il fratello, prego&#8230;”<br />
“Giuliano sei davvero dappertutto, sei ovunque!”<br />
“Le ripeto che sono il fratello. C’è un equivoco&#8230;”<br />
“Si, effettivamente c’è un macello, ti sento malissimo. Ma sei grande!”<br />
“Non sono mio fratello. Sono io&#8230; l’altro&#8230; l’uomo di teatro!”<br />
“Non sei tetro Giuliano, sei enorme, sei immenso!”<br />
Rumore secco, seguito da un lungo e lento scuotimento di capo da parte del Nuovo Direttore. Torna alla lettura, ricollocandosi con attenzione nel fascio di luce. Legge a mezza voce, enfatizzando gli avverbi: “&#8230; il gioco di specchi tra <strong>l’infinitamente</strong> grande e <strong>l’infinitamente</strong> piccolo si moltiplica, con un effetto finale che deve convincere il pubblico della propria medesima essenza teatrale&#8230; nell’architettura, così, l’ornamento si trasforma in struttura, quello che costituiva il superfluo, il decorativo, viene <strong>addirittura</strong> a sostituire la struttura portante del nuovo edificio&#8230;”.<br />
Poiché bussano alla porta, il Nuovo Direttore invita ad entrare. È un subordinato. Porta notizie, di sicuro non buone, non pertinenti.<br />
“Neodirettore abbiamo un problema.”<br />
“Mi dica. Che poi ho io da dirle una cosa urgente.”<br />
“C’è quella questione dei corsi di italiano&#8230; Bisognerebbe regolare il rapporto con gli insegnanti&#8230;”<br />
“Corsi di italiano?”<br />
“Sì, sa quelli che organizziamo ormai da una quindicina d’anni&#8230;”<br />
“E dove si tengono?”<br />
“Qui all’Istituto naturalmente.”<br />
“All’Istituto Italiano di cultura dei locali vengono occupati per offrire delle lezioni di lingua italiana a degli stranieri?”<br />
“Certo&#8230;”<br />
“Ma mi sembra c-o-m-p-l-e-t-a-m-e-n-t-e assurdo. Del tutto fuori luogo. È pazzesco!”<br />
“Comunque ci sarebbero qui fuori gli insegnanti che vorrebbero parlarle un attimo&#8230;”<br />
“Gli insegnanti? Gli insegnanti di che?”<br />
“Ma di italiano.”<br />
“Ah, sì. No&#8230; no! Che me ne faccio io degli insegnanti? E che ci stanno a fare nell’Istituto Italiano di cultura? Lasci perdere questa storia che non è per nulla pertinente e mi ascolti. Una scala!”<br />
“Una scala&#8230;”<br />
“Una scalinata. Ampia, di marmo policromo, con doppio curvone, e balaustra. Mi segue?”<br />
“E dunque?”<br />
“La voglio. Me la procuri. Ma non vede l’entrata? Sembra di entrare in un tinello. Ancora un po’ e accogliamo i visitatori con le pattine. La gente deve stupirsi, quando entra qui dentro! Dobbiamo agire su tutti i sensi dell’utente, frastornarlo con la maestà e la lucentezza dell’arredo. E quei locali?”<br />
“Quali?”<br />
“Quelli che erano adibiti al capriccio degli insegnanti di italiano&#8230;”<br />
“Ebbene?”<br />
“Ci stanno tavoloni da buffè?”<br />
“Non saprei, ma gli ottocento iscritti ai corsi&#8230;”<br />
“Niente. Vadano altrove. Non si preoccupi per i soldi. Una volta che abbiamo la scalinata, avremo anche lo sponsor. Mettiamo una Opel Astra arrampicata di traverso, con il muso rivolto verso il basso, come se scendesse le scale. E magari un manichino di Pulcinella seduto al volante&#8230; Se lo immagina che ossimoro! E il gioco è fatto. La borsa si riempie.”<br />
“Lei dice che potrebbe funzionare?”<br />
“Spignola!”<br />
“Sì?”<br />
“Lei non si fida.”<br />
“Non è questo neodirettore, è che&#8230;”<br />
“Mi chiami Cannabia. E torni qui anche lei.”</p>
<p>Uscito il subordinato, il Nuovo Direttore ritrova la pace. E s’immerge nuovamente in una processione di fondali, stucchi, pilastri attorciati, cupoloni, spalti da vertigine. Sillaba con tenerezza nomi a lui familiari: <strong>Nicola Sabbatini</strong>, autore del celebre trattato <em>Pratica di fabbricare scene e macchine di teatri</em> (Pesaro, 1637), <strong>Padre Pozzo</strong>, autore dell’ancor più fortunato <em>Prospettiva di pittori e architetti</em> (2 volumi, Roma, 1693) e ovviamente i <strong>Bibiena</strong> di Bologna. E per un attimo, sciolta ed ardita, s’impenna la fantasia del Nuovo Direttore, manovrando l’intera metropoli francese su pedane mobili, in giochi sfrenati d’inabissamenti e salite, finché dispaiono i quartieri prosaici in lugubri dirupi e svettano, nel fuoco incrociato dei fari, palazzi e monumenti, archi maestosi e fontane, case patrizie e cinema multisala. “Questo è il senso della cultura, a ben pensarci – rimugina tra sé il Nuovo Direttore -, un’attenta regia di luci ed ombre sulla realtà circostante, affinché la bruttura e la rogna del mondo non affatichino lo sguardo e non turbino l’umore. Il cuore leggero è lo scopo ultimo, e questo apice si ottiene per profusione di luminarie, vestiti dal taglio pregiato e fantasioso, salatini di qualità, e scalinate con duplice curvone. E chi, se non noi italiani, ha nel sangue il talento per rendere morbida l’esistenza?”<br />
Tra un pensare e l’altro, gli avvenimenti seguono il proprio corso. Ed infine, nuovamente, qualcuno bussa alla porta. Si tratta di Spignola, uomo con pantaloni a piega, e di Cannabia, uomo con blusa blu senza un bottone.<br />
“Accomodatevi signori.”</p>
<p>Spignola si siede, e incrocia avambracci e gambe. Cannabia rimane saldo sulla sua iniziale posizione.<br />
Il Nuovo Direttore: “Cannabia, da quanti anni vive in Francia?”<br />
“Almeno trenta Neodirettore.”<br />
“Sa coniugarmi al congiuntivo il verbo <em>albeggiare</em>, in francese?”<br />
“No, direttore. Mai fatto.”<br />
“Allora il passato remoto del verbo <em>prendere</em>, sempre in francese.”<br />
“Per niente.”<br />
“Come si dice <em>cacciavite</em>, in francese, Cannabia?”<br />
“Turnevìs.”<br />
“Spignola?”<br />
“Sì?”<br />
“Ha visto?”<br />
“Cosa Neodirettore? Ero un attimo distratto.”<br />
“Quanti corsi di francese ha seguito da quando è qui, Cannabia?”<br />
“Nessuno.”<br />
“Ha capito adesso Spignola?”<br />
“Penso di sì.”<br />
“Posso andare, che ho ancora un lavoretto&#8230;” l’uomo in blusa comincia a roteare un braccio.<br />
“Fermo Cannabia!”<br />
“Che ho fatto?”<br />
“Aspetti ancora un momento, la prego. Ha mai sentito parlare di Pietro Bembo?”<br />
“No. Mai successo.”<br />
“E di Elsa Morante?”<br />
“Niente.”<br />
“E mi dica&#8230; Trussardi le dice nulla?”<br />
“Guardi, non sono esperto.”<br />
“Cannabia! Versace! Sa chi è Versace?”<br />
“Ah, sì. Uno che fa i maglioni. Una marca di moda.”<br />
“Vede Spignola?”<br />
“Ecco, adesso proprio ho da finire con il contattore&#8230;” l’uomo in blusa solleva un ginocchio nell’aria.<br />
“Ancora un secondo, per favore. Risponda senza pensarci su troppo. All’entrata, ce la vedrebbe una scalinata ampia, con balaustra e doppio curvone?”<br />
“Perché?”<br />
“D’accordo&#8230; Buonasera Cannabia!”<br />
“Buonasera Neodirettore, e al dottor Spignola&#8230;” l’uomo in blusa sembra perdere di peso e volare leggero attraverso la porta.</p>
<p>“Spignola lei crede ancora che la cultura sia una bella serata con un professorone che ci parla di Ungaretti e Apollinaire? E tutti inchiodati sulla sedia a fissare le chiazze di lacca sui capelli radi della nostra vicina, la solita vedova sessantenne seduta di fronte a noi, che emana un profumo dolciastro? E l’oratore che s’imbarazza soltanto nell’atto di estrarre il microfono dalla sua guaina rigida, per rendere minimamente intelligibile la sua nenia avvilente? E qualche studente con lo zainetto ai piedi e magari un blocco di appunti sulle ginocchia, che scruta la sala di soppiatto? E ci contagia con le sue odiose, risapute, fasulle complicazioni adolescenziali? Vuole questo, lei, per l’Italia? Vuole questo per la sua vita, per il resto della sua non più lunghissima vita? Vuole davvero sapere che cosa si dicevano due poeti rincoglioniti, che lei non ha mai più letto dopo l’esame di maturità o, nel migliore dei casi, dopo la sua laurea in lettere moderne? O forse vuole sentire gli interventi confusi e compiaciuti del dibattito, quando dalla sala spuntano come funghi degli scrittorucoli improvvisati? Ed è questo quello che un parigino, oggi, nel 2004, deve scoprire dell’Italia? No Spignola, non si può andare avanti così. È ora che anche i parigini, i preminenti trai parigini, i più elitari di loro, sappiano cosa si è lasciato incompiuto del genio italiano, è ora che sappiano che cosa, in modo miracoloso e quasi clandestino, abbiamo prodotto, e poi disconosciuto e abbandonato a metà&#8230; Spignola dobbiamo portare a compimento quello che a Milano si era cominciato, aurorali e già così perfetti, Spignola! Spignola! Gli ANNI 80’!!! Dobbiamo portare a termine gli anni Ottanta di Milano, e proprio qui a Parigi, e proprio nel 2004, questa è l’unica, sensata, missione che possiamo darci. L’Opel Astra metallizzata, nel fuoco degli spot, con un’americana alta due metri e lunga sei, e giù per la scalinata, giù tra i riverberi dei marmi policromi, con la musica di Philip Glass, tra un pulcinella che danza silenzioso e dei tableaux vivants di Valentino o Armani, con invitati degni: Pavarotti, Zeffirelli, Amanda Lear, Claudia Cardinale, la figlia di Deleuze, la figlia di Coppola, è questa la cultura che ci serve, e poi gli stilisti, solo quelli emergenti, omosessuali, che sanno tenere in mano i bicchieri di champagne! Perché diciamolo, è avvilente Ungaretti, e pure la poesia, il dolore, la vecchiaia, e le traduzioni, e le nuove edizioni critiche! Sono faccende opache, tristi. Per non parlare di Fenoglio, di Gadda, basta! Al massimo venga Baricco, ma defilato, e che ci parli dell’opera, del Nabucco.”</p>
<p>*	*	*</p>
<p><strong>Il Neodirettore remix</strong>: <em>estratti di rassegna stampa</em></p>
<p>Base 1: feat. Clelia Cirvilleri  (da <em>Liberazione)</em></p>
<p><em>L&#8217;Hôtel de Gallifet è senza dubbio uno dei palazzi più belli di Parigi. Dal suo ingresso in rue de Varenne, di fronte all&#8217;Ambasciata italiana e a pochi passi dalla residenza del Primo ministro francese, l&#8217;Hotel de Matignon, si accede a un piccolo giardino silenzioso, dal quale si scorgono le sontuose sale tardo settecentesche. L&#8217;ufficio che fu di Tayllerand, ministro degli esteri di Napoleone, il salone dove danzò Madame de Staël, gli specchi che rifletterono Arnault leggere i suoi versi: è qui che ha la sua sede, dal 1962, l&#8217;Istituto Italiano di Cultura, il centro istituzionale di diffusione della nostra lingua e della nostra cultura in terra di Francia. </em></p>
<p><em>Come altre nove sedi ritenute di particolare prestigio, il direttore dell&#8217;Istituto di Parigi non è un funzionario della Farnesina, ma una personalità indicata dal Ministero per la «chiara fama» raggiunta in ambito accademico, artistico, letterario. Sono stati prestigiosi direttori dell&#8217;Istituto Francesco Caruso, Paolo Fabbri, Pietro Corsi, Guido Davico Bonino. Quest&#8217;ultimo, storico del teatro all&#8217;Università di Torino, francesista e traduttore, ha deciso di lasciare il suo incarico con due anni di anticipo. La ragione? L&#8217;ex direttore la spiega senza reticenze: «Non posso rappresentare all&#8217;estero un governo in cui non mi riconosco &#8211; dice. Non condividono una virgola di quello che questi dicono o pensano. In due anni abbiamo organizzato 300 manifestazioni, quasi una al giorno visto che sabato e domenica siamo chiusi. Ma ora basta, non ci sto più». </em></p>
<p><em>Rientrato Davico a Torino, per l&#8217;ufficio di Tayllerand bisognava trovare un nuovo inquilino. E quale nome poteva essere più esplicita conferma alla linea privatistica che il governo italiano privilegia in tutti i campi? Fratello del direttore de Il Foglio, Giorgio Ferrara è regista cinematografico. Arrivato a Parigi già da un paio di mesi, il nuovo direttore si è limitato, fino alla fine dell&#8217;anno, a gestire il programma già stabilito da Guido Davico Bonino. Ma fra una conferenza rimandata e un concerto disertato, già filtravano le prime indiscrezioni sulla nuova linea che Ferrara avrebbe impresso alle attività dell&#8217;Istituto. </em></p>
<p><em>«Non sono un professore. Io sono un regista», pare abbia da subito chiarito. Dunque, non più presentazioni letterarie, mostre e illustri ospiti per discutere di storia e politica italiane; ma le sale e i giardini dell&#8217;Hôtel de Gallifet trasformati in scenari per accogliere eventi e rappresentazioni che mettano l&#8217;Italia in scena. Dalle feste barocche al racconto degli ultimi quarant&#8217;anni della nostra storia, che dovrebbe diventare un film in quattro parti, una per decennio, una per anno trascorso da Giorgio Ferrara alla guida dell&#8217;Istituto.</em></p>
<p><em>La scorsa settimana, il direttore ha inaugurato l&#8217;inizio del mandato con una grande cena nei saloni dell&#8217;Ambasciata italiana: diplomatici e ospiti titolati hanno assistito ad una breve rappresentazione teatrale. Protagonista, Adriana Asti, moglie di Giorgio Ferrara, nei panni di Eleonora Duse. Dalle poche voci che sono filtrate dall&#8217;esclusiva serata, la denuncia: Ferrara ha deciso l&#8217;interruzione dei corsi di italiano. E anche la biblioteca Italo Calvino, con un fondo ricco di più di 40mila titoli sarebbe in pericolo. </em></p>
<p><em>«Il nostro direttore ha di fatto dichiarato la sospensione dei corsi senza averne informato gli studenti», denuncia Francesco Forlani, da diversi anni docente dell&#8217;Istituto. «Si evince dai cambiamenti in corso che tutte le attività non di vetrina ma essenziali dell&#8217;Istituto (biblioteca e corsi) saranno o spostate altrove o a regime ridotto. Quale importanza si accorda a tali attività se le si emarginano cosi?». Feste barocche, racconti cinematografici e cene eleganti: nella nuova era Ferrara, la cultura italiana a Parigi sarà ancora un&#8217;occasione aperta a tutti o un carnet di eventi esclusivi riservati a pochi? </em></p>
<p><em>*</em></p>
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