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	<title>Jamila Mascat &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vacanze hegeliane. Magritte, Lenin e Zetkin persi in un bicchiere d&#8217;acqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jun 2024 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Clara Zetkin]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Jamila Mascat</strong> <br />
René Magritte, a quanto pare, amava chiamare a raccolta i suoi amici per ricevere suggerimenti su come battezzare le sue opere. In realtà, stando a quanto riportato da sua moglie Georgette, "spesso accadeva che, il giorno dopo, non fosse più soddisfatto delle loro invenzioni...


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<p style="text-align: center;"><strong>Les vacances de Hegel (1958)</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-108695" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday.jpeg" alt="" width="500" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday.jpeg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-250x300.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-150x180.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-300x360.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-350x420.jpeg 350w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></em></p>
<p style="text-align: center;">(olio su tela, 60&#215;50, collezione privata*)</p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p>Pare che <strong>René Magritte</strong> amasse chiamare a raccolta i suoi amici per ricevere suggerimenti su come battezzare le sue opere. In realtà, stando a quanto riportato da sua moglie Georgette, &#8220;spesso accadeva che, il giorno dopo, non fosse più soddisfatto delle loro invenzioni [le proposte suggerite dagli amici] e scegliesse allora un nome che piacesse a lui&#8221;.</p>
<p>Nel 1958 Magritte dipinse il quadro qui sopra che, come già &#8220;<a href="https://www.wikiart.org/en/rene-magritte/applied-dialectics-1945">La dialectique appliquée</a>&#8221; (1944-45) e &#8220;<a href="https://www.christies.com/en/lot/lot-6368114#:~:text=In%20its%20depiction%20of%20a,combination%20of%20night%20and%20day.">L&#8217;Éloge de la dialectique</a>&#8221; (1937), avrebbe ricevuto un titolo d&#8217;ispirazione hegeliana. Non è chiaro se, in questo caso, &#8220;Les vacances de Hegel&#8221;  fosse stato concepito da Magritte o suggerito dall&#8217;amico e poeta surrealista belga Paul Nougé.</p>
<p>In una lettera al critico Suzi Gablik, l&#8217;artista spiegava così la genesi dell&#8217;opera :</p>
<p>&#8220;Il mio ultimo quadro è nato con la domanda: come mostrare un bicchiere d&#8217;acqua in un dipinto in modo tale che non risulti indifferente? O capriccioso, arbitrario,  debole &#8211; ma, permettetemi l&#8217;espressione, con genio? (senza falsa modestia). Ho cominciato disegnando tanti bicchieri d&#8217;acqua, sempre con un segno lineare sul bicchiere. Questa linea, dopo il centesimo o il centocinquantesimo disegno, si è allargata e alla fine ha preso la forma di un ombrello. L&#8217;ombrello è stato poi inserito nel bicchiere e, per finire, sotto il bicchiere. Che è l&#8217;esatta soluzione della domanda iniziale: come dipingere un bicchiere d&#8217;acqua con genialità. Ho poi pensato che <strong>Hegel</strong> (un altro genio) sarebbe stato molto sensibile a questo oggetto che ha due funzioni opposte: allo stesso tempo non ammettere l&#8217;acqua (respingerla) e ammetterla (contenerla). [Hegel] Ne sarebbe stato deliziato, credo, o divertito (come in vacanza), e ho chiamato il quadro<em> Le vacanze di Hegel</em>&#8220;. (R. Magritte, <em>Les mots et les images</em>).</p>
<p>Ma l&#8217;idea che l&#8217;unità degli opposti espressa dal bicchiere avrebbe mandato Hegel in vacanza, non è l&#8217;unica speculazione possibile sui riferimenti dialettici contenuti nel dipinto. In fondo perché un bicchiere d&#8217;acqua? Come non pensare a <a href="https://studieriflessioni.blogspot.com/2017/04/il-bicchiere-della-discordia-dialettica.html">Bucharin, </a>e di rimando a Lenin?</p>
<p>In &#8220;<strong>Lenin e il movimento femminile</strong>&#8221; (1925) <strong>Clara Zetkin</strong> ricorda a distanza di qualche anno il suo incontro con il leader bolscevico a Mosca per discutere della questione.</p>
<p>&#8220;La nostra prima lunga conversazione su questo argomento ebbe luogo nell&#8217;autunno del 1920, nel suo grande studio al Cremlino. Lenin era seduto davanti al suo tavolo coperto di libri e di carte, che indicavano il suo genere di occupazione e il suo lavoro, ma senza ostentare &#8216;Il disordine dei geni'&#8221;.</p>
<p>Dopo aver tessuto le lodi delle &#8220;magnifiche operaie russe&#8221;, <strong>Lenin</strong>, curioso, chiese a Zetkin: &#8220;Ma ditemi, come va il lavoro comunista all&#8217;estero?&#8221;</p>
<p>E Zetkin riferì soprattutto della situazione in Germania, e di &#8220;Rosa [Luxemburg che] riteneva della più gran­de importanza conquistare alla lotta rivoluzionaria le masse femminili&#8221;.  Purtroppo, quanto alla situazione negli altri paesi in Europa, disponeva di &#8220;informazioni limitate, dati i collegamenti deboli ed irregolari che esistevano tra i partiti aderenti all&#8217;Internazionale comunista&#8221;.</p>
<p>Lenin si dimostrò un ascoltatore paziente, interessato anche ai dettagli apparentemente irrilevanti. &#8220;Non conosco nessuno che sappia ascoltare meglio di lui, osservò Zetkin, classificare cosi presto i fatti e coordinarli, come si poteva vedere dalle domande brevi, ma sempre molto precise che mi rivolgeva ogni tanto mentre parlavo, e dalla maniera di ritornare poi su qualche particolare della nostra conversazione&#8221;.</p>
<p>Desideroso di saperne di più Lenin continuò incalzando Zetkin: &#8220;Come insegnate alle compagne? Questo problema ha un&#8217;importanza decisiva per il lavoro da svolgere tra le masse. Esso esercita una grande influenza perché penetra proprio nel cuore delle masse, perché le attira a noi e le infiamma. Non posso ricordarmi in questo momento chi è che ha detto: non si fa nulla di grande senza passione [<em>ma come può non ricordarselo? Hegel!</em> &#8220;D<span class="text_exposed_show">obbiamo dire in generale che <i>nulla di grande</i> è stato compiuto nel mondo <i>senza passione&#8221;, </i></span><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">G. W. F. Hegel,  </span><em style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Lezioni sulla filosofia della storia</em><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"> (1837), I, 62-63, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pp. 73-74]. </span>Ora, proseguì e concluse Lenin, noi e i lavo­ratori del mondo intero dobbiamo veramente compiere ancora grandi cose.&#8221;</p>
<p>Ma la domanda – <em>Come insegnate alle compagne?</em> – non era ingenua, e mirava ad una risposta precisa.</p>
<p>&#8220;Senza attendere la mia risposta, Lenin continuò:  &#8220;La lista dei vostri peccati, Clara, non è ancora termi­nata. Ho sentito che, nelle vostre riunioni serali dedi­cate alle letture e alle discussioni con le operaie, voi vi occupate soprattutto delle questioni del sesso e del ma­trimonio. Questo argomento sarebbe al centro delle vo­stre preoccupazioni, del vostro insegnamento politico e della vostra azione educativa! Non credevo alle mie orecchie.&#8221;</p>
<p>Zetkin contrastò l&#8217;idea di Lenin secondo la quale &#8220;questa abbondanza di teorie ses­suali, che non sono in gran parte che ipotesi arbitrarie, provenga da necessità tutte personali, cioè dal bisogno di giustificare agli occhi della morale borghese la pro­pria vita anormale o i propri istinti sessuali eccessivi e di farli tollerare&#8221;.</p>
<p>&#8220;Feci notare, rispose Zetkin, che le questioni sessuali e matrimoniali in regime di proprietà privata suscitavano problemi molteplici, che erano causa di contraddizioni e di sofferenze per le donne di tutte le classi e di tutti gli strati sociali. La guerra e le sue conseguenze, dicevo, hanno aggravato all&#8217;estremo per la donna le contraddizioni e le sofferenze che esistevano prima nei rapporti tra i sessi. I problemi, nascosti finora, sono adesso svelati agli occhi delle donne, e ciò nell&#8217;atmosfera della rivoluzione appena cominciata. Il mondo dei vecchi sentimenti, delle vecchie idee scricchiola da ogni parte. I legami sociali di una volta si in­deboliscono e si spezzano. Si vedono apparire i germi di nuove primizie ideologiche, che non hanno ancora preso forma, per le relazioni tra gli uomini. L&#8217;interesse che que­ste questioni suscitano esprime il bisogno di un nuovo orientamento. Qui appare anche la reazione che si pro­duce contro le deformazioni e le menzogne della società borghese. Il cambiamento delle forme matrimoniali e fa­miliari nel corso della storia, nella loro dipendenza del­l&#8217;economia, costituisce un buon mezzo per sradicare dallo spirito delle operaie la credenza nella perennità della so­cietà borghese. Fare la critica storica di questa società significa sviscerare senza pietà l&#8217;ordine borghese, mettere a nudo la sua essenza e le sue conseguenze e stigmatizzare tra l&#8217;altro la falsa morale sessuale. Tutte le strade condu­cono a Roma. Ogni analisi veramente marxista riguar­dante una parte importante della sovrastruttura ideolo­gica della società o un fenomeno sociale notevole deve condurre all&#8217;analisi dell&#8217;ordine borghese e della sua base, la proprietà privata; ciascuna di queste analisi deve condurre a questa conclusione: « Bisogna distruggere Car­tagine ».&#8221;</p>
<p>Lenin sorrise soddisfatto, per un verso, dell&#8217;arringa di Zetkin, ma continuò con tono sempre più inquisitorio:  &#8220;Molto bene. Voi avete l&#8217;aria di un avvocato che difende i suoi compagni e il suo partito. Certo, ciò che dite è giusto. Ma potrebbe servire soltanto a scusare l&#8217;er­rore commesso in Germania, non a giustificarlo. Un errore commesso resta un errore. Potete garantirmi seriamente che le questioni sessuali e matrimoniali non sono discus­se nelle vostre riunioni che dal punto di vista del materialismo storico vitale, ben compreso?&#8221;.</p>
<p>E poi, come in un crescendo, scettico e quasi condiscendente: &#8220;Ditemi, vi prego: è proprio questo il momento di tenere occupate le operaie mesi interi per parlare loro del modo con cui si fa all&#8217;amore [&#8230;]?&#8221;.</p>
<p>Zetkin si difese da &#8220;l&#8217;accusa di restare ancora fedele alle sopravvivenze del­l&#8217;ideologia socialdemocratica e dello spirito piccolo borghese di vecchio stile&#8221;, reclamando tutta l&#8217;importanza vitale della faccenda.</p>
<p>Lenin irremovibile continuò a dipanare lungamente il suo pensiero.</p>
<p>E fini per perdersi in un <strong>bicchiere d&#8217;acqua</strong>:</p>
<p>« Nel suo nuovo atteggiamento nei riguardi delle questioni concernenti la vita sessuale, la gioventù si richiama naturalmente ai principi, alla teoria. Molti qua­lificano la loro posizione come &#8220;rivoluzionaria&#8221; e &#8220;comunista&#8221;. Essi credono sinceramente che sia così. A noi vecchi non ce la danno a intendere. Benché io non sia af­fatto un asceta malinconico, questa nuova vita sessuale della gioventù, e spesso anche degli adulti, mi appare molto spesso come del tutto borghese, come uno dei molteplici aspetti di un lupanare borghese. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la &#8220;libertà dell&#8217;amore&#8221;, cosi come noi comunisti la concepiamo. Voi conoscete senza dubbio<strong> la famosa teoria secondo la quale, nella società comunista, soddisfare i propri istinti sessuali e il proprio impulso amoroso è tanto semplice e tanto insignificante quanto bere un bicchier d&#8217;acqua. Questa teoria del &#8220;bicchier d&#8217;acqua&#8221; ha reso pazza la nostra gioventù, letteralmente pazza</strong>.</p>
<p>« Essa è stata fatale a molti giovani e a molte ra­gazze. I suoi sostenitori affermano che è una teoria marxista. Bel marxismo quello per cui tutti i fenomeni e tutte le modificazioni che intervengono nella sovrastrut­tura ideologica della società si deducono immediatamen­te, in linea diretta e senza alcuna riserva, unicamente dalla base economica! La cosa non è così semplice come ha l&#8217;aria di esserlo. Un certo Friedrich Engels, già da molto tempo, ha sottolineato in che consiste veramente il materialismo storico.</p>
<p>« Io considero la famosa teoria del &#8220;bicchier di acqua&#8221; come non marxista e antisociale per giunta. Nella vita sessuale si manifesta non solo ciò che noi deriviamo dalla natura ma anche il grado di cultura raggiunto, si tratti di cose elevate o inferiori.</p>
<p>« Engels, nella sua <em>Origine della famiglia</em>, mostra l&#8217;importanza propria dello sviluppo e dell&#8217;affinamento dell&#8217;impulso sessuale in rapporto all&#8217;individuo. I rap­porti tra i sessi non sono semplicemente l&#8217;espressione del giuoco della economia sociale e del bisogno fisico, dissociati in concetti mediante un&#8217;analisi psicologica.</p>
<p>« La tendenza a ricondurre direttamente alla base economica della società la modificazione di questi rap­porti, al di fuori della loro relazione con tutta l&#8217;ideologia, sarebbe non già marxismo, ma razionalismo. Certo, la seta deve essere tolta. Ma un uomo normale, in condizioni ugualmente normali, si butterà forse a terra nella strada per bere in una pozzanghera di acqua sporca? Oppure berrà in un bicchiere dagli orli segnati da decine di altre labbra? Ma il più importante è l&#8217;aspetto sociale. Infatti, bere dell&#8217;acqua è una faccenda personale. Ma, nell&#8217;amore, vi sono interessate due persone e può venire un terzo, un nuovo essere. È da questo fatto che sorge l&#8217;interesse so­ciale, il dovere verso la collettività. Come comunista, io non sento alcuna simpatia per la teoria del &#8220;bicchier d&#8217;ac­qua&#8221;, benché porti l&#8217;etichetta del &#8220;libero amore&#8221;. Per di più, oltre a non essere comunista, questa teoria non è neppure nuova. Voi vi ricordate certamente ch&#8217;essa è stata &#8220;predicata&#8221; nella letteratura romantica verso la metà del secolo passato come &#8220;emancipazione del cuore&#8221;, che la pratica borghese cambiò poi in &#8220;emancipazione del­la carne&#8221;. Allora si predicava con maggior talento d&#8217;oggi. Quanto alla pratica, non posso giudicarne.</p>
<p>«Io non voglio affatto, con la mia critica, predi­care l&#8217;ascetismo. Sono lontanissimo da ciò. Il comuni­smo deve apportare non l&#8217;ascetismo, ma la gioia di vivere e il benessere fisico, dovuti anche alla pienezza dell&#8217;amore. Secondo me l&#8217;eccesso che si osserva oggi nella vita sessuale non produce né la gioia né il benes­sere fisico ma, al contrario, li diminuisce. Ora, in tem­pi rivoluzionari, ciò è male, molto male.&#8221;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>*L&#8217;opera ha sempre fatto parte di collezioni private: prima acquisita dalla <span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Iolas Gallery, New York nel 1959, passa di seguito a </span>William Copley (Los Angeles), Paul Kantor Gallery (Los Angeles) e infine alla Galerie Isy Brachot (Bruxelles). Da qui nel 1979 viene acquisita da un altro collezionista privato che a sua volta l&#8217;ha rivenduta tramite Christie&#8217;s nel 2011 all&#8217;attuale proprietario al prezzo di 10,162,500 USD.</p>
<p>(c) Ringrazio Nikita Dhawan che,  a Dresda, durante una conferenza su Hegel e la riproduzione sociale, mi ha fatto conoscere questo dipinto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>What&#8217;s in a name? Romeo, Giulietta, Proust e l&#8217;insurrezione dei nomi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/04/28/whats-name-insurrezione-dei-nomi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Apr 2018 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[marcel proust]]></category>
		<category><![CDATA[Romeo e Giulietta]]></category>
		<category><![CDATA[Saul Kripke]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat Nella famosa “scena del balcone”, quella in cui Giulietta supplica Romeo di rinnegare per amore i propri natali, l’appassionata protagonista della tragedia di Shakespeare, interroga il valore dei nomi: “Oh Romeo Romeo, perché sei tu Romeo!? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi, giura che mi ami e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Jamila</strong> <strong>Mascat</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-73602" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi.jpg" alt="" width="800" height="566" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi-768x544.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi-560x396.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi-260x184.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/el_lissitzky_style_photomontag_by_andy15140-d416coi-160x113.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p style="text-align: left;">Nella famosa “scena del balcone”, quella in cui Giulietta supplica Romeo di rinnegare per amore i propri natali, l’appassionata protagonista della tragedia di Shakespeare, interroga il valore dei nomi: “Oh Romeo Romeo, perché sei tu Romeo!? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi, giura che mi ami e non sarò più una Capuleti. Solo il tuo nome è mio nemico: tu sei tu”. Del resto, prosegue fiduciosa Giulietta, “Che vuol dire ‘Montecchi’? – “Non è una mano, né un piede, né un braccio, né un viso, nulla di ciò che forma un corpo”. E “Che cos&#8217;è un nome?” se in fondo “quella che chiamiamo ‘rosa’ anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”? Da cui l’implorazione reiterata all’amato: “Rinuncia al tuo nome, Romeo, e per quel nome che non è parte di te, prendi me stessa”.</p>
<p style="text-align: left;">Artificio, convenzione, costrutto fonetico evanescente, “designatore rigido” privo di senso secondo il logico Saul Kripke – e contrariamente a quel che sostengono Frege, Russell e i paladini delle teorie descrittiviste – il nome per la romantica eroina di Shakespeare non intacca né significa ciò che nomina. <em>Nomen</em> <em>non</em> <em>est</em> <em>omen</em>, direbbe dunque Giulietta, d’accordo con John Stuart Mill – il cui <em>System</em> <em>of</em> <em>Logic</em> (1843) fu per Kripke fonte d’ispirazione – nell’affermare che i nomi propri non sono connotativi, cioè non dipendono dagli attributi dei soggetti/oggetti a cui si riferiscono. Infatti, quand’anche fosse necessario ammettere, con Mill, che “dobbiamo aver avuto qualche ragione per dare […] questi nomi invece di altri”, sarebbe altrettanto necessario riconoscere che “il nome, una volta dato, è indipendente dalla ragione” e che “un uomo può essere chiamato ‘John’ perché quello era il nome di suo padre; una città può essere chiamata ‘Dartmouth’ perché è situata alla foce del fiume Dart”, ma al tempo stesso “non è parte del significato della parola ‘John’ che il padre della persona così chiamata aveva lo stesso nome; né che la parola ‘Dartmouth’ sia situata alla foce del Dart”.</p>
<p style="text-align: left;">Tuttavia, se accettiamo l’ipotesi di Giulietta, secondo cui il nome denomina ma non determina, che cosa resta della valenza biblica della nominazione o, per dirla con Hélène Cixous, di quella “sovradeterminazione significante” implicita nell’atto di nominare che fa del nome “una forma di lavoro segreto” e accomuna battesimo e rivoluzione?</p>
<p style="text-align: left;">Non è un caso che le rivoluzioni di tutti i tempi, dalla Rivoluzione francese a quella d’Ottobre passando per Haiti, abbiano ribattezzato con nomi propri lo spazio e il tempo, reinventando mappe e calendari. A conferma della pregnanza creatrice e insurrezionale del nome, di cui si tratta di smentire la valenza puramente metafisico-derivativa, con buona pace di Dante per cui (<em>Vita</em> <em>Nova</em>, XIII, 4) “li nomi seguitino le cose nominate, sì come è scritto ‘Nomina sunt consequentia rerum’”, per coglierne invece l’esuberanza visionaria.</p>
<p style="text-align: left;">Proust, inventore nella <em>Recherche</em> di memorabili toponimi, uno per tutti quello dell’inesistente cittadina di Balbec, la cui altrettanto finta etimologia viene illustrata lungamente nelle pagine di <em>Sodoma</em> <em>e</em> <em>Gomorra</em>, ci aiuta in questa impresa. Nell’ultimo capitolo del primo dei sette volumi che compongono la sua opera – <em>Du</em> <em>côté</em> <em>de</em> <em>chez</em> <em>Swann</em> – il giovane Marcel discetta del potere evocativo dei nomi propri di città, città sognate, agognate e mai viste. Per risvegliare quei sogni, spiega Proust, “bastava pronunciare quei nomi: Balbec, Venezia, Firenze, dentro i quali aveva finito per accumularsi il destino ch’essi designavano”. Balbec, ancora una volta, non richiama soltanto la visione di spiagge normanne battute dall’acqua e dal vento, ma ridesta il desiderio vivo di architetture gotiche e tempeste sul mare. Il suo nome – per Marcel un composto di “sillabe eteroclite” – <em>è</em> desiderio.</p>
<p style="text-align: left;">Ma cosa direbbe Proust della toponomastica coloniale che popola la sua Parigi, di quei toponimi che non desiderano né sognano e piuttosto perpetuano il passato che fu, celebrando i carnefici – ministri e avventurieri, intellettuali e imprenditori, banchieri e militari – dell’impero francese? Sono oltre duecento le <em>rues</em>, <em>places</em>, e <em>avenues</em> della capitale e dintorni battezzate in memoria della <em>grandeur</em> coloniale che vengono rintracciate e raccontate nel volume curato da Didier Epsztajn et Patrick Silberstein, <a href="https://www.syllepse.net/lng_FR_srub_25_iprod_719-guide-du-paris-colonial-et-des-banlieues.html"><em>Guide du Paris colonial et des banlieues</em>, </a>pubblicato recentemente in Francia da Syllepse. Gli autori hanno deciso di “far parlare i muri”, e in particolare le inconfondibili <em>plaques</em> <em>de</em> <em>rue</em> in bianco e in blu ovunque inchiodate al muro, perché confessassero i crimini celati nei nomi dei criminali a cui rendono omaggio. Come già <a href="http://www.ediesseonline.it/catalogo/sessismoerazzismo/roma-negata"><em>Roma negata</em> </a>(Ediesse, 2014), il libro scritto da Igiaba Scego e illustrato dalle fotografie di Rino Bianchi, la guida parigina nomina, e dunque evoca, i tormenti malsopiti della memoria coloniale. Ribattezzare quei luoghi segnati, proprio nel nome, da trascorsi secolari di torture, eccidi e massacri, di certo non servirebbe a riparare né riscattare la storia: Roma non potrebbe cavarsela come Romeo onorando gli auspici di Giulietta. Ma se invece, ribaltando Dante, i nomi non fossero <em>consequentia</em> bensì <em>causa</em> <em>rerum</em>, una piazza Omar Al-Mukhtar, dedicata al “leone del deserto”, il guerrigliero che fu per quasi un ventennio alla guida della resistenza libica contro la dominazione italiana, risveglierebbe tra le <em>sillabe</em> <em>eteroclite</em> del nome, come suggerisce Proust, il desiderio di tutt’altra storia. Ai nomi, finalmente, il compito di insorgere per dire storie interdette e nominare passioni impensate.</p>
<p style="text-align: left;">[Questo articolo è stato pubblicato sul supplemento di aprile dell&#8217;<a href="https://www.lindiceonline.com/"><em>Indice dei Libri del Mese</em> </a>dedicato al <a href="http://www.uniba.it/eventi-alluniversita/2018/festival-delle-donne-e-dei-saperi-di-genere-2018">Festival delle donne e dei saperi di genere di Bari</a> con il titolo &#8220;Far parlare i muri&#8221;]</p>
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		<title>Facciamo un esempio. Simonetta Spinelli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/04/facciamo-un-esempio-simonetta-spinelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Feb 2018 07:32:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[DWF]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Simonetta Spinelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat &#160; A fine 2017  DWF ha dedicato un numero speciale a Simonetta Spinelli, venuta a mancare a febbraio dello scorso anno.  Il numero raccoglie tutti i suoi scritti  – Scritti politici– pubblicati su DWF tra il 1986 e il 1998, anni in cui Simonetta ha fatto parte della redazione della rivista. Ciascun testo è stato riletto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<div id="x_divtagdefaultwrapper" dir="ltr">
<p>di <strong>Jamila</strong> <strong>Mascat</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.dwf.it/wp-content/uploads/2017/10/copertina-simonetta.jpg" alt="" width="430" height="545" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A fine 2017  <a href="http://www.dwf.it/dwf-113-simonetta-spinelli-scritti-politici-1986-1998-2017-1/">DWF ha dedicato un numero speciale</a> a <a href="https://simonettaspinelli2013.wordpress.com/chi-sono/"><strong>Simonetta Spinelli,</strong></a> venuta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/02/25/wittig-unavventura/">mancare</a> a febbraio dello scorso anno.  Il numero raccoglie tutti i suoi scritti  –<em> Scritti politici</em>– pubblicati su <em>DWF</em> tra il 1986 e il 1998, anni in cui Simonetta ha fatto parte della redazione della rivista. Ciascun testo è stato riletto e introdotto  – si legge nella presentazione del numero – da donne &#8220;che con lei hanno avuto una relazione significativa&#8221;. Mi sono sentita per molti versi un&#8217;intrusa in mezzo a questo gruppo di donne, intime compagne di Simonetta, che per lei  hanno certamente significato molto. Posso dire, a mia volta, che l&#8217;incontro con i suoi scritti ha significato tanto per me.</p>
<p>Mi è stato chiesto di rileggere un testo del 1993 intitolato <em>Le faccio un esempio</em>, che ripubblico qui sotto (e a seguire la mia rilettura per <em>DWF</em>).</p>
</div>
<p>Questo l&#8217;indice del numero</p>
<pre><strong>MATERIA</strong></pre>
</div>
<p>Poesia<br />
<em>Edda Billi</em></p>
<p>Sì, Simonetta è proprio ancora come dicevi tu<br />
RILETTURA DI JE NE REGRETTE RIEN, 1986<br />
<em>Patrizia Cacioli e Paola Masi</em></p>
<p>Chi ha parlato per noi?<br />
RILETTURA DI IL SILENZIO È PERDITA, 1986<br />
<em>Francesca Manieri</em></p>
<p>Fantascienza. Nuovi mondi e nuovi corpi<br />
RILETTURA DI DEL SESSO E DI ALTRE ALIENE QUOTIDIANITÀ, 1991<br />
<em>Liana Borghi</em></p>
<p>Il lesbismo come politica<br />
RILETTURA DI NELL’INSIEME E NEL DETTAGLIO, 1991<br />
<em>Bianca Pomeranzi</em></p>
<p>Facciamo un esempio<br />
RILETTURA DI LE FACCIO UN ESEMPIO, 1993<br />
<em>Jamila Mascat</em></p>
<p>Decostruire – Ricostruire l’immaginario<br />
RILETTURA DI HO FATTO A PEZZI LA REGINA CRISTINA, 1998<br />
<em>Monica Pietrangeli</em></p>
<p><strong>SELECTA</strong></p>
<p>ELENA GENTILI. LA MIA PRESENTAZIONE PER DWF, 1993<br />
<em>Simonetta Spinelli</em></p>
<p>Recensioni a cura di Simonetta Spinelli, 1994-1998</p>
<div>
<div id="x_divtagdefaultwrapper" dir="ltr">
<p>***</p>
<p><b>Le faccio un esempio </b></p>
<p><em>di </em>Simonetta Spinelli<em>,  DWF</em>, 1993,1 (17), pp. 18-21</p>
<p>Un corso di aggiornamento – tema: prove oggettive di valutazione – in cui vengo edotta su come misurare i livelli di apprendimento della popolazione studentesca che ho davanti, con la formula matematica <em>x</em> per  <em>y </em>fratto <em>c</em> (margine di casualità delle risposte). Una classe – tema: un’insegnante poco seria in azione (si fa per dire) – e Vanessa che suda e cambia colore perché ha deciso (lei, io nemmeno ci provo) di farsi ‘verificare’ (ma lei non lo sa che le interrogazioni nei recenti progetti ministeriali si chiamano verifiche.</p>
<p>Anche Vanessa è una studente poco seria. Mangia a tutte le ore, soprattutto quando è a dieta.</p>
<p>I grafici sono labirinti in cui inciampa, rotola, si perde. I suoi ormoni entrano in agitazione solo quando vede la sua cavalla – e di ciò dà ampia testimonianza scrivendo Prune in ogni spazio libero del banco (nel senso di spazio non precedentemente occupato da disegni di cuori con scritto dentro Prune). Il margine di casualità delle risposte rappresenta la sua metodologia di studio. Se affronta, sudando e soffrendo, l’interrogazione è solo perché non vuole perdere la faccia con me (mi ama, per quanto trovi insensata la mia fissazione per l’economia). Per lei sono un’eccentricità culturale. Conosco un mucchio di parole e di cose. Sono il suo vocabolario e la sua enciclopedia. Le evito di fare le scale per raggiungere la biblioteca. Chiedermi spiegazioni ai più disparati quesiti è meno faticoso. Se non avessi il vizio di ossessionarla con la fatidica frase: “Fammi un esempio”, per lei sarei quasi perfetta. La ricerca degli esempi è il suo prezzo da pagare ad un insegnamento non convenzionale, ma le risolve, in fondo, il problema dei grafici. Per il resto, grazie al cielo, io sono io e il mondo è il mondo. E del mondo conosce le regole, e dove non conosce, e non trova esempi, rintraccia scorciatoie. E utilizza, per ovviare alla mancanza di logica e al disinteresse costante per tutto ciò che non somigli a un cavallo, la sua enorme carica empatica. Fa il cucciolo. Si fa adottare. Le riesce, a volte, anche con me. Comunque tenta. E allora mi guarda con l’aria di una che si vuole far perdonare, perché ha imparato un’altra lezione più antica, che non è la mia ma funziona: se non trovi l’esempio svicola, distrai, aggira, mimetizzati.</p>
<p>Per Vanessa il femminile è questo. Poi esiste l’autorità: un incrocio dove il maschile e il femminile vivono una confusione di generi che – se avesse le parole per dirlo – chiamerebbe <em>neutro</em>, ed esprime una mozione d’ordine. Io non sono un’autorità perché non esplico funzione magistrale. Perché credo che l’unico magistero possibile sia “fare un esempio”. E che l’esempio sia altro dalla mozione d’ordine. Che codifica il linguaggio invece di inventarlo e blocca, così, proprio la sua funzione eccentrica di dire altro, di dire un po’ più in là. Quello che non è stato detto. E che Vanessa rintraccia, a volte, solo nella materialità della sua vita, quando mi sorprende, nel tentativo di spiegarmi l’ultima prodezza della sua passione, e rotola sulle parole note, e si intriga e poi, all’improvviso, le si accende di complicità lo sguardo, e mi racconta – su un patto di ascolto che dà per fondato tra me e lei, e in cui si dimentica che mi vive come un’eccentricità culturale – “Prune, sa… le faccio un esempio”. Ciò che fa ostacolo tra lei e me – e fa sì che Vanessa legga in termini di eccentricità culturale la consapevolezza di essere un soggetto sessuato e la visione del mondo che ne deriva – è la mancanza di un’autorità femminile, nel senso di autorità di un soggetto collettivo che rimanda immagine, tanto da rendere possibile il collegamento tra la sua materialità di vita e la mia in un orizzonte di senso comune. Al di fuori di questa mediazione, il passaggio di consapevolezza è parziale ed episodico, legato ad un ascolto che non si pone come regola di necessità, ma viene utilizzato a senso unico, e ritradotto in termini di attitudine caratteriale, disponibilità da dama di S. Vincenzo o altro (che nessuna, per favore, mi venga a spiegare che anche le dame di S. Vincenzo nel loro piccolo ecc., perché non è qui il punto).</p>
<p>La teorizzazione è fondata, ma mi sembra che grande sia la confusione sotto il cielo stellato. Vanessa, se non fosse Vanessa, mi chiederebbe: “Mi faccia un esempio”.</p>
<p>Questo mi sembra faccia ostacolo: abbiamo perso la capacità di esemplificare. Il che non è senza conseguenze. La forza del movimento è stata costruire pensiero e dimensione culturale aperte, in espansione, in cui ognuna poteva rintracciare il senso che partiva dalla sua vita e alla sua vita restituiva rimandi. L’autorevolezza collettiva era costituita da un costante lavoro di svelamento da cui, chi da quell’appassionamento si lasciava prendere, come da un’irrimandabile necessità, era partecipe e beneficiaria. La costruzione di linguaggio si articolava su una miriade di esperienze singole e collettive, di interpretazioni che sedimentavano una cultura altra: ogni esperienza esemplificativa di un punto che rafforzava trama di rapporti e colore. Costruire somiglianze e appartenenze era costruire parallelamente la reciproca necessità di ascolto. Segnale in un rumore di fondo continuo, la voce dell’altra/delle altre era la banda sonora verso la quale indirizzare la propria voce, evitando dispersioni nel vuoto. Abbiamo insieme assunto lo spazio come spazio nostro. Spazio di un corpo, di luoghi, di discorso. Del farsi corpo, luogo, discorso verificavamo – per esempi – gli esiti.</p>
<p>Proprio sugli esiti c’è stato un arroccamento. Ognuna ha scelto il <em>suo </em>esito. E questo ha spostato l’attenzione dal collettivo al singolare, dalle pratiche alla pratica, dall’autorevolezza all’autorità.</p>
<p>Se individuo un esito come l’unico possibile, non ho bisogno, né desiderio, di ascolto. L’ascolto mi fa perdere energia, mi distrae dal mio esito. Il percorso che ignoro, all’ascolto del quale mi chiudo, è come se non esistesse e, quindi, non crea dissonanze con il mio. Né mette in discussione l’equilibrio che quell’esito e quel percorso stabilizzano. Ma un percorso che ho, scientemente, deciso di non conoscere, mi evita la fatica di esemplificare. Perché l’esempio serve a chi considera necessità politica l’ascolto. Funziona a doppio senso. O non funziona. Se non episodicamente per la solita banale casualità. Se l’ascolto non è una necessità, e può essere interdetto, fondare autorevolezza collettiva è fatto di scarso rilievo. Prioritario è il rafforzamento di un’autorità, che è tale perché capace di trasmettere quell’esito, indiscusso perché dato come indiscutibile. In quest’ottica, autorevole non è ciò che svela senso, ma ciò che – collegato all’autorità – svela e ripete <em>quel</em> senso. E ripropone negli stessi termini – perché deve riprodurre <em>quell’</em>esito – la medesima forma di autorità: genealogicamente definita da tratti somatici simili a quelli trasmessi da madre in figlia (anzi più somiglianti, visto che i padri nel DNA delle figlie riescono sempre ad infilarsi).</p>
<p>Correlata a questa iperfetazione dell’autorità è la proliferazione massiccia non di figure femminili (che era quanto qualcuna di noi si augurava) ma di ‘eccentricità culturali’. Cioè di individualità femminili scollegate le une dalle altre, definibili attraverso caratterizzazioni più macchiettistiche che politiche. Semplificazioni per stereotipi: la lesbica, la filosofa, la stravagante. Ordini di scuderia al posto di donne concrete che costruiscono spazio di libertà: sei “della differenza sessuale” o “del pluralismo democratico”. Il Palio di Siena – direbbe Vanessa – si corre per contrade. La banalizzazione è oppositiva: o/o. Non ammette sfumature né passaggi. Fissa un codice di stretta osservanza, traducibile solo attraverso parametri dati. Prevede una regola rigida e un meccanismo sociale di controllo. Al contrario dell’esemplificazione, che tende a riassumere la singolarità dell’esperienza ma, nello stesso tempo ne evidenzia percorso ed esiti, e ne restituisce un senso passibile di essere applicato a situazioni altre. Non fonda categorie ma metodologia di indagine. E proprio per questo è trasmissibile, in quanto allarga la dimensione del possibile senza immediatamente costruire una gabbia.</p>
<p>Se non esiste questo rimando dall’esperienza singola a quella collettiva e viceversa, se non assumo la stravaganza, rispetto a me e rispetto ad un’altra donna, come categoria conoscitiva, e non rintraccio nel mio e nel suo essere eccentrica ad un codice, e negli esiti di svelamento che tale eccentricità produce, il punto di incontro e di comunicazione che costruisce tra noi discorso, probabilmente avrò fondato un equilibrio, ma non libertà, né autorità femminile. Sarò al più quella dispensatrice di mozioni d’ordine, che Vanessa a volte teme e a cui a volte aspira, perché – come dice lei – “Quel povero cavallo mio non ne può più dell’economia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>*** </b></p>
<p><b>Facciamo un esempio</b></p>
<p><em>di</em> Jamila Mascat, <em>DWF</em>,2017, 1 (113)</p>
<p>Comincio facendo un paragone, non un esempio, che forse a Simonetta non sarebbe stato gradito. Lo faccio per deformazione professionale (il mestiere è affibbiare concetti a fenomeni, e viceversa), ma anche per distinguere meglio, non per assimilare. In un saggio sul metodo, intitolato “Che cos’è un paradigma?”, G. Agamben illustra le virtù di questa forma esemplare per la ricerca in filosofia, da Kant a Kuhn passando per Foucault. Per Agamben, il paradigma, che in greco è &#8220;esempio&#8221;, permette a chi conduce l’indagine filosofica di  isolare e comprendere figure, connettere eventi ed espedienti, produrre scomposizioni e ricomposizioni, espandere e inventare.  L’intento che anima il discorso di Agamben  non è pedagogico né politico, ma metodologico, sebbene  l’autore, citando Heidegger, esprima un certo disagio nei confronti della speculazione su questioni di metodo: quasi si trattasse di affannarsi ad affilare coltelli quando in realtà  non c’è nulla da tagliare.</p>
<p>Simonetta sceglie l’esempio per “la sua funzione eccentrica di dire altro, di dire un po’ più in là”. A voler fare etimologia da bar, si direbbe che mentre il paradigma indica, mostra e dimostra (παραδείκνυμι), l’esempio opera una trazione, un’estrazione, un movimento centrifugo, qualcosa che somiglia più a una scoperta che a una prova (<i>eximere</i>).</p>
<p>L’esempio è eminentemente politico e pedagogico perché è il <i>primum</i> dell’impegno, perché nuoce gravemente al solipsismo, perché consente l’esercizio di un’euristica dal basso. Nulla a che vedere con gli <i>exempla</i> medievali, nessuna esemplarità da erigere sul piedistallo per combattere le forze del male e le tentazioni eretiche; nulla a che vedere con le mozioni d’ordine, come dice Simonetta.</p>
<p>Piuttosto nell’esempio si condensa la fatica genuina di scoprire e condividere quel che è proprio, e che non merita di rimanere relegato nei confini angusti delle singolarità-a-tutti-i-costi o nella gabbia delle “eccentricità culturali”.</p>
<p>“Abbiamo perso la capacità di esemplificare”, scrive. Abbiamo smesso di considerare fondamentale e doveroso il compito di parlare per essere comprese? Abbiamo  dimenticato che partire da sé non significava rimanere al punto di partenza? Abbiamo frainteso?</p>
<p>Le mie studentesse di Gender Studies, <i>studente</i> direbbe Simonetta, <i>student*</i> direbbero loro, hanno un’idea troppo pudica, o semplicemente distorta, della parola femminista. Ne fanno una parola timida e modesta che può pronunciarsi solo alla prima persona singolare, che può parlare per sé e di sé, ma difficilmente può parlare d’altro (di ciò che non ha sperimentato, vissuto, toccato con mano) e ancor meno può parlar d’altre. Tutto quel che trascende la membrana del sé finisce male e rischia d’imbattersi in due peccati capitali : l’impostura o l’astrazione. Le invito a peccare in continuazione, ma con scarso esito e con un certo rammarico.</p>
<p>Giovedì, di nuovo, si parlava in classe di astrazioni. “Donne” sarebbe una di quelle glaciali astrazioni, fuori moda e impronunciabile. E se dicessimo “patriarcato”, “sfruttamento”, “libertà”, “imperialismo”? Ancora astrazioni impietose, colpevoli di radere al suolo la miriade di cose, modi e maniere plurali che fioriscono su questa terra, con il solo scopo di renderle nominabili e, per approssimazione, in un certo senso, comuni. Possiamo davvero farne a meno?</p>
<p>Ho suggerito che possiamo, e che anzi dobbiamo, permetterci di astrarre quanto basta per salvaguardare un mondo condiviso dalla minaccia dei linguaggi privati e dei <i>private jokes</i> che non divertono nessuno.</p>
<p>Poi ho tirato in ballo Simonetta, ho scritto il suo nome alla lavagna con un pennarello verde scuro, e ho usato il suo esempio degli esempi. Che non fa appello all’astrazione, ma è servito a perorare la causa dei rimandi ad altro contro quella dei vissuti a circuito chiuso. L’esempio è un fenomeno singolare, concreto e ben radicato da qualche parte, che si lascia volentieri trasportare altrove. Dovremmo prendere esempio dagli esempi, esigere di essere trasportabili, forse non ovunque, ma da qualche parte.</p>
<p>Alla fine ho fatto un esempio, distopico: come sarebbe un mondo in cui nessuna è più capace di esemplificare? Rinunceremmo a conoscerci. Non avremmo più nulla in comune. Perderemmo comunanza, ridotte a fare comunella. Smetteremo di tradurci l’una per l’altra. Non avremmo niente da imparare. Ci resterebbe poco da fare, in effetti. Forse solo chiamarci per nome, e poi retrocedere in silenzio, a riposo.</p>
</div>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Bienvenue Italie: Jamila Mascat</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/14/bienvenue-italie-jamila-mascat/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Aug 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[focus in]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Ferrara]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo è il quarto articolo ( qui il primo, il secondo e il terzo)  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczeck nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell&#8217;identità. A [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo è il quarto articolo ( <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/08/05/bienvenue-italie-igiaba-scego/">qui il primo,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/08/08/bienvenue-italie-helena-janeczek/">il secondo</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/08/11/bienvenue-italie-ornela-vorpsi/">il terzo</a>)  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista <a href="http://www.focus-in.info/">Focus-in</a>, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczeck nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell&#8217;identità. A illustrare il tutto  il fotoracconto del fotografo <a href="http://www.marioferrara.it/">Mario Ferrara</a>.</em> <em>dedicato al tema dell&#8217;Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d&#8217;un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi</em> (effeffe)</p>
<div class="page" title="Page 28">
<div class="section">
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<div class="column">
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-69231 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1150_stampa-1024x683.jpg" alt="" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1150_stampa-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1150_stampa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1150_stampa-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1150_stampa-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" />Take a walk/ <em>En</em> <em>marche</em><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p>Camminare non le era mai piaciuto, probabilmente perché era così abituata a spostarsi a piedi per inseguire i trasporti &#8211; i treni, gli autobus, a suo modo gli aerei &#8211; sempre a passo svelto e maldestro, che non sapeva più bene distinguere una passeggiata da una rincorsa, e detestava quella sensazione di affanno da affaticamento quasi quanto detestava il singhiozzo, il suo e quello degli altri per solidarietà. Quando le diceva “facciamo due passi” ed era un invito implorante, e più spesso “facciamo due passi?” come per stupirla con una domanda stupida, restava a guardarlo, interdetta, o anche contrariata, talvolta obiettando che non ce n’era alcun bisogno e adducendo argomenti contrari che in verità mancavano di fantasia. Pur avendo assecondato spesso il suo desiderio, pur avendo accondisceso spesso a camminare con lui, non importa se controvoglia, non aveva ancora maturato un’idea chiara e distinta di cosa &#8211; una figura, un’immagine, una visione &#8211; potesse corrispondere a questo nome comune, molto comune &#8211; la “passeggiata” &#8211; nella testa di una persona adulta qualsiasi, che non frequenta le Dolomiti da molti anni, che non porta a spasso né cani né figli, che non deve sgranchirsi le gambe la mattina da quando è in pensione e che non crede che la flânerie si riduca a due gambe in giro in ordine sparso, tantomeno a quattro. O allora una flânerie piccolo-borghese, più piccola che borghese. O ancora un concetto così vuoto che precipitava i suoi ragionamenti in un vortice di inadeguatezza e che invocava un riempimento urgente, benché in fondo non lo meritasse.</p>
<p>Le pareva che la “passeggiata” si sottraesse con ostinata antipatia a qualunque sforzo immaginativo da parte sua, che le fosse preclusa e si negasse alla sua vista, mentre lei voleva vederla e non solo saperla. Ovviamente sapeva bene qual era il senso di quella “passeggiata” che nel giro di pochi minuti trascorsi a dibattere sull’opportunità di mettersi in moto, sui vantaggi del restare seduti o distesi o svestiti e sudati, seguiva l’esortazione di lui a camminare. “Camminiamo? Facciamo una passeggiata”. Nell’accondiscendere si rendeva ben conto del fatto che quel movimento insensato e senza meta aveva suo malgrado tanti significati, tra cui per esempio, anzi per primo, quello di “smettiamo di fare quello che stiamo facendo non per fare altro, come se ne avessimo voglia, ma soltanto per non fare più quello che stavamo facendo”. Reset, o della passeggiata. Un’interruzione, immotivata e sgradevole, che avrebbe distribuito separatamente, ma in parti uguali e inversamente proporzionali, rabbia e sollievo tra l’uno e l’altra. A volte una controproposta timida, la sua, che si fingeva sfacciata non tardava ad arrivare: “Prendiamo la macchina”, il contenitore che li avrebbe mossi vietandogli di muoversi e costretti a spostarsi da qualche parte.</p>
<p>La parte era tutto per lei, e per chi come lei aveva bisogno di situarsi e stare da una parte, possibilmente quella giusta, la sua parte, e non dall’altra, la parte opposta. Disegnarsi, anzi segnarsi come un puntino su un planisfero diviso a matita in quattro spicchi. Gli chiedeva un gesto, un cenno, una conferma, una risposta: Io sono qua e tu? L’importante era saperlo con anticipo. Perciò concepiva soltanto gli spostamenti, non le passeggiate a vanvera, ma i tragitti da qui a lì. Le linee non le servivano per unire brevemente due punti in superficie ma per tratteggiare trincee con il tratto grossolano di un pennarello rosso spuntato da una caduta. In trincea nessuno passeggia né gli uomini contro né i caporali allo sbando. Troppo faziosa per camminare, divorava la città, una qualunque, la nota e l’ignota, in cerca di indicazioni stradali su cartelli appuntiti e direzionati. Esigeva itinerari ben delineati contro il nomadismo metropolitano e il vagabondaggio di quartiere che si illudeva di aver abolito le frontiere. Un itinerario prestabilito come una manifestazione nella capitale – da Repubblica a Piazza del Popolo, da République a Nation.</p>
<p>Una manifestazione era un concetto pieno di intuizioni, l’antipasseggiata per eccellenza, lo spostamento di una parte in marcia. C’è chi marcia su Roma per non marcire con andatura marziale, e chi incede <em>en</em> <em>marche</em> <em>arrière</em> vestendo dal nulla i panni usurati del nuovo che avanza; chi marcia e chi marca male. La marcia da Selma a Montgomery, Alabama, con Doctor King in primo piano scolpito in bianco e nero come una statua ambulante, in silenzio per chilometri e chilometri ricordando il sangue e Jimmie Lee Jackson ucciso che non c’era più. Ci avevano provato tre volte con determinazione e con devozione, le braccia incatenate, dritti verso il voto, il diritto di voto, “the ballot or the bullet”, incalzava Malcolm X. Oppure la rivincita del terzo escluso né ballot né bullet: cavalli scagliati dai cavalieri in divisa all’assalto dei manifestanti a piedi. Il 7 marzo 1965 erano riusciti appena ad attraversare il ponte &#8211; l’Edmund Pettus Bridge alle porte di Selma &#8211; come avrebbe voluto esserci o magari essere il ponte e sentirsi tutti quei passi compatti addosso. Era un domenica che non si dimentica, bloody Sunday.</p>
<p>Il 10 marzo la folla di nuovo in marcia, con qualche cautela e animo riservato raccoglieva le forze per il round finale. Il 21 marzo la valanga nera si gonfiava strada facendo &#8211; 25.000 paia di scarpe &#8211; fino ad arrivare alle porte di Montgomery dopo aver percorso ottanta chilometri in quattro giorni.</p>
<p>Non era stata una passeggiata. Qualcuno avrebbe dovuto raccontargli quella storia a fumetti, in una lingua franca e spensierata, ammorbidita dai tratti acrobatici di una penna giocosa, la sola lingua che lui intendesse e che lei non conosceva.</p>
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		<title>I don&#8217;t, honey. James Baldwin/Audre Lorde</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/02/jamesbaldwinaudrelorde/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2017 08:18:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[American dream]]></category>
		<category><![CDATA[Audre Lorde]]></category>
		<category><![CDATA[James Baldwin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat &#160; A dicembre del 1983 James Baldwin (JB) e Audre Lorde (AL) si ritrovano all’Hampshire College di Amherst (Massachussetts), dove Baldwin insegnava all’epoca. Discutono di cosa significa essere uomo e donna in quel “territorio occupato” che è la vita quotidiana degli afroamericani negli Stati Uniti (JB: That is really what the Black [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-68162 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/baldwin-lorde.jpg" alt="baldwin-lorde" width="660" height="412" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/baldwin-lorde.jpg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/baldwin-lorde-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/baldwin-lorde-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/baldwin-lorde-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A dicembre del 1983 James Baldwin (JB) e Audre Lorde (AL) si ritrovano all’Hampshire College di Amherst (Massachussetts), dove Baldwin insegnava all’epoca. Discutono di cosa significa essere uomo e donna in quel “territorio occupato” che è la vita quotidiana degli afroamericani negli Stati Uniti (JB: <em>That is really what the Black situation is in this country</em>). Parlano di colpe e responsabilità (AL: <em>Jimmy, we don’t have an argument.</em> JB:<em> I know we don’t</em>). Non sono esattamente d’accordo su tutto, anzi: si interrompono (soprattutto Lorde), si contraddicono (soprattutto Lorde), ma convengono della necessità di riconoscere quel che li unisce e quel che li separa (JB: <em>Differences and samenesses.</em> AL: <em>Differences and samenesses […] When we deal with sameness only, we develop weapons that we use against each other when the differences become apparent</em>).</p>
<p>La conversazione, che dura cinque ore, viene registrata e poi trascritta. Un estratto (delle oltre settanta pagine) del testo dattiloscritto sarebbe stato pubblicato un anno dopo (dicembre 1984) sulla rivista <em>Essence</em> (un fashion magazine creato nel 1968 e destinato al pubblico femminile afroamericano).</p>
<p>L’articolo si intitola <strong>Revolutionary Hope: A Conversation Between James Baldwin and Audre Lorde.</strong></p>
<p>Qui sotto la traduzione di un estratto. Il resto si può leggere <a href="http://mocada-museum.tumblr.com/post/73421979421/revolutionary-hope-a-conversation-between-james">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>JB:</strong> Uno dei rischi che corri a essere un Americano nero è quello di diventare schizofrenico, e dico proprio “schizofrenico” nel senso più letterale del termine. Essere nero in America significa per certi versi venire al mondo desiderando di essere bianco. E’ parte del prezzo che si paga a nascere qua, e riguarda qualsiasi persona di colore. Ripensiamo al Vietnam. Ripensiamo alla Corea. Ripensiamo, per questo, anche alla Prima Guerra Mondiale. E ricordiamoci di W.E. B. Dubois –  uomo magnifico e di tutto rispetto – che si era impegnato a convincere i neri a combattere durante la Prima Guerra Mondiale, dicendo che se avessimo combattuto questa Guerra per salvare il paese, il nostro diritto alla cittadinanza non sarebbe più stato rimesso in discussione. E chi può biasimarlo. Ci credeva davvero e probabilmente se fossi stato al suo posto, all’epoca, forse avrei detto la stessa cosa. Du Bois credeva al sogno americano. Come Martin [Luther King]. Come Malcom [X]. Come me e come te. Ecco perché siamo seduti qui.</p>
<p><strong>AL:</strong> Io non ci ho mai creduto, tesoro, mi dispiace. Non posso fare finta di niente. In fondo lo so che quel sogno non è mai stato il mio. E ho pianto, gridato, lottato, tuonato, ma lo sapevo. Ero nera. Ero donna.  Ed ero ovviamente fuori – <em>fuori</em> – da qualunque configurazione di potere.  Se volevo andare avanti, dovevo farcela da sola. Nessuno mi aveva incluso nel sogno. Nessuno si interessava a me, se non come a qualcosa da spazzare via.</p>
<p><strong>JB:</strong> Vuoi dire che tu non esisti nel sogno americano, se non come incubo.</p>
<p><strong>AL:</strong> Esatto. E me ne rendevo conto ogni volta che leggevo <em>Jet </em>[<em>The Weekly Negro News Magazine</em>]. Ogni volta che aprivo una scatola di Kotex [assorbenti interni]. Ogni giorno che andavo a scuola. Ogni volta che sfogliavo un libro di preghiere. Me ne rendevo conto, lo sapevo e basta.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nuovo Cinema Teheran</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/04/27/nuovo-cinema-teheran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2017 12:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Hamid Naficy]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Lalehzar]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat Questo articolo* è stato pubblicato sul numero 30 di Reportage**.  *Le foto sono mie e non sono un granché, perché le ho scattate con lo stesso spirito con cui si prendono appunti su un foglio di carta a portata di mano; o anche con lo stesso spirito sciatto con cui si scattano in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p class="p1"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67832 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-1024x576.jpg" alt="insegna cinema cristal" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Questo articolo<strong>*</strong> è stato pubblicato sul numero 30 di </span></em><span class="s1"><a href="https://www.ilreportage.eu/">Reportage</a>**</span><em><span class="s1">. </span></em></p>
<p class="p1"><strong>*</strong>Le foto sono mie e non sono un granché, perché le ho scattate con lo stesso spirito con cui si prendono appunti su un foglio di carta a portata di mano; o anche con lo stesso spirito sciatto con cui si scattano in salone le foto di famiglia al compleanno di una prozia che compie 86 anni, sperando che prima o poi tutti guardino in direzione dell&#8217;obiettivo (cioè nel solo modo in cui so scattarle io, che sciaguratamente tratto le foto di viaggio come post-it, promemoria, hard disk esterno). Ringrazio Riccardo de Gennaro per averle pubblicate lo stesso.</p>
<p class="p1">**In questo<span class="s1"> <a href="https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-30/">numero</a> di <em>Reportage</em> ci sono anche, tra le altre cose, un’intervista  al fotografo Paolo Di Paolo (che ha regalato alla rivista alcuni suoi scatti inediti e non), un pezzo sul</span><span class="s1"> reinserimento dei guerriglieri delle Farc colombiane nella società civile (Virginia Negro, foto di Fabio Cuttica) e uno sulla Carovana delle Madres del Centro America alla ricerca dei figli scomparsi in Messico (Orsetta Bellani), un servizio sulla Ferriera di Servola, una sorta di &#8220;caso Ilva&#8221; a Trieste (Erika Cei), un fotoreportage da Ushuaia, Terra del Fuoco (Emanuele Camerini e Nola Minolfi), un portfolio sulla transumanza dalla Puglia al Molise (Luciano Baccaro), una riflessione di Gilda Policastro su &#8220;comunismo e comunismi&#8221;, un&#8217;intervista a Giorgio Vasta su <em>Absolutely Nothing</em> (di Maria Camilla Brunetti), l&#8217;editoriale di Riccardo De Gennaro su un ipotetico Libro Nero del cattolicesimo e molto altro ancora.</span></p>
<p class="p1" style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p class="p1" style="text-align: center;"><strong>NUOVO CINEMA TEHERAN</strong></p>
<p class="p1"><span class="s1"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67820 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-1024x576.jpg" alt="Cinema_Cristal" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Ex cinema Cristal, con il tetto spuntato, a Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p>Il quartiere di Lalehzar prende il nome dalla strada omonima che collega perpendicolarmente due lunghe e trafficate arterie orizzontali della capitale: a sud <em>Imam Khomeini</em> (questo l’appellativo con cui gli iraniani sono soliti riferirsi all’Ayatollah) e a nord <em>Enghelab</em> – il viale della Rivoluzione Islamica sui cui s’affacciano i monumentali cancelli dell’Università di Teheran e che nel giugno del 2009, dopo la rielezione truccata di Mahmoud Ahmadinejad, fu uno degli epicentri delle proteste dell’Onda verde, teatro di scontri tra i paladini del regime e i sostenitori dell’ex candidato rivale Mir Hossein Mousavi.</p>
<p>Per oltre un secolo, dalla metà dell’Ottocento alla deposizione dell’ultimo degli Shah nel 1979, a cavallo tra le dinastie Qajar (1796-1925) e Pahlavi (1925-1979), <strong>Lalehzar</strong> fu l’espressione emblematica della &#8220;via iraniana alla modernizzazione&#8221; e insieme il riflesso delle contraddizioni di questa paradossale esperienza che, recentemente, con il nuovo corso diplomatico inaugurato dalla presidenza di Hassan Rohani, ha conosciuto una rinnovata e controversa accelerazione.</p>
<p>Quartiere dei cinema e dei cabarets, dei <em>café</em> e delle <em>promenades</em>, dei dandy e dei romantici, delle boutiques e della dolce vita, oggi Lalehzahr conserva ben poche tracce delle effervescenze di un tempo.  Esaurito il bagliore delle luci della ribalta, la strada – un rettilineo a senso unico di un certo respiro ma congestionato dalla presenza rumorosa di automobili e ciclomotori  –  pullula ormai di nuove luci: il neon delle lampade e dei lampadari in vendita nei negozi di illuminazione  – decine e decine – che si susseguono  uno dietro l’altro su entrambi i marciapiedi, tra i ruderi degli edifici art déco e i resti spettrali delle sale cinematografiche chiuse poco dopo la Rivoluzione.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67821 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-1024x758.jpg" alt="LalehZar" width="720" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-1024x758.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-768x568.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Quel che resta delle luci della ribalta, Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nome del quartiere Lalehzar (in farsi “letto di tulipani”) deriva da quello di un antico giardino fiorito situato appena fuori dalle mura della città, che ancora intorno alla prima metà dell’800 era adibito a parco di ricreazione della famiglia reale e della corte dello Shah Mohammad. L’inclusione di Lalehzar nel tessuto urbano di Teheran rimonta alla metà degli anni Sessanta quando l’espansione demografica convinse il suo erede Nassereddin a demolire la cinta muraria. Così da giardino reale privato, Lalehzar divenne un parco pubblico frequentato per lo più dai notabili della buona società.</p>
<p>Dopo quasi mezzo secolo di regno e di riforme impopolari, nel 1890, Nassereddin cedette in cambio di un compenso il monopolio della manifattura del tabacco iraniano al maggiore britannico Gerald Talbot per tutto l’arco dei successivi cinquant’anni, alienandosi definitivamente le simpatie dei sudditi, e danneggiando particolarmente gli interessi delle centinaia di migliaia di contadini e <em>bazaris</em> la cui sussitenza all’epoca dipendeva dal commercio di questo prodotto. La fondazione della <em>Imperial Tobacco Corporation of Persia</em> suscitò in poco tempo la vivace opposizione dei religiosi e una massiccia campagna di boycottaggio del fumo che trovò consensi, così vuole la leggenda, perfino tra le donne dell’harem dello Shah.</p>
<p>Quando la fatwa dell’Ayatollah Mirza Shirazi  sancì finalmente la proibizione del consumo di tabacco, e quando le proteste scatenate per la prima volta dall’alleanza tra il clero, la borghesia mercantile e gli intellettuali patrioti in difesa della nazione, divamparono in tutto il paese, Nassereddin si trovò obbligato a revocare il monopolio. Ma a quel punto le casse dello stato precipitarono sul lastrico per risarcire la compagnia britannica della somma dovuta di 500mila sterline. Fu così che Lalehzar, letteralmente fatto a pezzi e venduto ai migliori offerenti, divenne il nuovo quartiere residenziale dell’aristocrazia di Teheran e delle ambasciate e, nel giro di un ventennio, si trasformò nell’avanguardia culturale della capitale.</p>
<p><strong>Come a Broadway</strong></p>
<p>Distretto raffinato e alla moda, che Nassereddin aveva concepito come una copia persiana degli Champs Elysées da cui era  rimasto folgorato durante uno dei suoi viaggi a Parigi, Lalehzar incarnò fin da subito l’eccezione nazionale. Qui furono realizzate la prima linea tramviaria e la prima linea telegrafica della città. Qui soltanto si potevano acquistare oggetti costosi di fabbricazione europea  – sigari, profumi, cappelli, telescopi, grammofoni e radio ultimo modello – che nelle vetrine si mescolavano a vecchie cianfrusaglie da pochi soldi. Qui musulmani, ebrei, armeni e zoroastriani vivevano in pace facendo affari gli uni con gli altri in un’atmosfera multiconfessionale inimmaginabile altrove. Infine, sempre qui a Lalehzar, già prima del decreto regio del 1932 che avrebbe proibito alle donne di indossare il velo negli spazi pubblici, le iraniane della classe media andavano a spasso liberamente senza copricapo, col parasole e le scarpe da charleston. In carrozza o più raramente a  piedi, le donne erano autorizzate a camminare sul lato est della strada, mentre agli uomini era riservato  il lato ovest. La separazione dei sessi si rispecchiava nella distribuzione degli esercizi commerciali che continuarono a  ricalcare questa  divisione di genere anche più tardi, quando la legge consentì a chiunque di passeggiare indistintamente a destra e a sinistra.</p>
<p>Per tutte queste ragioni, gli abitanti di Teheran che vissero gli anni d’oro di Lalehzar, la ricordano come il paradiso dei voyeur: un luogo abbagliante che si offriva alla contemplazione degli avventori di qualsiasi provenienza.</p>
<p>Chi veniva da queste parti, veniva a godersi lo spettacolo: la sofisticata eleganza delle élites cosmopolite, le merci di lusso esposte in bella mostra, oppure le stonature di una contrastata modernità d’importazione coloniale e, infine, i film muti al Grand Cinema. A vent’anni dall’allestimento del primo spazio cinematografico in città, nel cortile del negozio di un antiquario amante e pioniere della cinepresa che con un kinetoscopio Edison proiettava filmati russi per un pubblico aristocratico seduto sul tappeto, nel 1924 fu inaugurata la prima grande sala moderna della capitale nell’auditorium del Grand Hotel di Lalehzar con una platea che avrebbe potuto ospitare fino a 500 persone, purtroppo in principio soltanto uomini.</p>
<p>Il quartiere, che a distanza di altri vent’anni, avrebbe conosciuto un incremento esponenziale dei luoghi di intrattenimento – sedici cinema e sei teatri intorno al 1950 –  sarebbe stato accreditato a metà del secolo scorso come la nuova Broadway di Teheran.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67805 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-1024x576.jpg" alt="Affiche_teheran" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Una locandina che mi sembrava un po&#8217; kitsch, vicino al Cinema Pardis Gholak, Nord Est di Teheran.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> Fuoco e fiamme</strong></p>
<p>Allo Shah Nassereddin, assassinato nel 1896, successe il figlio Mazaffareddin. Entrambi esterofili e sensibili al fascino delle nuove arti alla moda, i due Shah si vollero rispettivamente promotori della fotografia e del cinema nazionale.</p>
<p>Nassereddin fu immortalato per la prima volta nel 1842 all’età di 13 anni da un apparecchio che la regina Vittoria aveva regalato a suo padre Mohammad. Da allora avrebbe coltivato la passione per i dagherrotipi, ritraendo se stesso, le sue numerose spose, e i suoi altrettanto numerosi figli, collaboratori e servitori. Perciò all’interno della residenza reale, il palazzo del Golestan, face costruire uno studio sotterraneo che ancora oggi ospita una piccolissima parte – una cinquantina di immagini – della ricca collezione fotografica dello Shah.</p>
<p>Il suo erede al trono, Mazaffareddin, visitò Parigi nell’estate del 1900 in occasione dell’Expo Universelle dove si appassionò alle proiezioni del cinematografo. Poche settimane dopo, a Ostend, in Belgio, il fotografo di corte che lo Shah aveva incaricato di procurarsi una telecamera e la pellicola necessaria, tentò con successo le riprese primo film iraniano  – a dispetto del titolo francese &#8220;La fête des fleurs&#8221; – che documentava la partecipazione dello Shah al festival floreale della città. In questo senso si può dire che il cinema in Iran nacque agli albori della storia del cinema tout court.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-67828" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/moglie-nasr-768x1024.jpg" alt="moglie nasr" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/moglie-nasr-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/moglie-nasr-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
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<p style="text-align: center;"><strong> Aniss-Od-Dole, </strong><strong>una delle spose favorite di Nassereddin, fotografata dallo Shah nel 1861. La foto è stata a sua volta fotografata da me, al </strong><strong>Palazzo del Golestan, Teheran.</strong></p>
<p style="text-align: center;">La sua tenuta esprime la quintessenza del <em>dress code</em> femminile di epoca Qajar.</p>
<p style="text-align: center;">L&#8217;artista Shadi Ghadirian ha dedicato una <a href="http://shadighadirian.com/index.php?do=photography&amp;id=9#item-1">serie</a> di fotografie alla rivisitazione dell&#8217;abbigliamento iconico delle donne Qajari.</p>
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<p>A partire dagli anni Venti del  secolo scorso, ovvero a partire dall’avvento della dinastia Palhavi alla guida del paese, fasti e miserie di Lalehzar si andarono intrecciando alle fortune alterne del cinema iraniano, in bilico tra creazione autonoma, censura e propaganda. A pochi anni dalla proiezione al cinema Mayak nel 1931 del primo lungometraggio <em>made in Iran</em> –  la commedia muta <em>Abi o Rabi</em> di Ovanes Ohanian, andata perduta, il pubblico iraniano entrò nell’era del suono principalmente attraverso l’importazione di film stranieri sottotitolati, che rimanevano purtroppo inaccessibili alla maggioranza della popolazione analfabeta e incontravano le ostilità delle autorità religiose perché considerati immorali. Gli anni Quaranta accelerarono lo sviluppo dell’industria cinematografica di stato, assistettero alla nascita e alla diffusione di un nuovo genere popolare, il <em>filmfarsi</em>, una sorta di Bollywood iraniano, e parallelamente inaugurarono il doppiaggio delle pellicole occidentali. Negli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda, l’Agenzia statunitense per l’informazione, l’Usis (United States Information Service), con il supporto del governo iraniano, lanciò una campagna per distribuire in tutto il paese filmati di vario argomento realizzati negli Stati Uniti insieme a cinegiornali locali incentrati su temi di interesse comune – dall’alimentazione alla geografia alla sanità – concepiti per trasmettere alla popolazione un’immagine positiva del regime di Reza Pahlavi. Negli anni Sessanta e Settanta fu la volta della <em>nouvelle vague</em> del cinema iraniano d’autore, da allora conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.</p>
<p>Il 19 agosto del 1978, l’incendio del cinema Rex di Abadan  in cui persero la vita quasi 500 persone per mano dei sostenitori di Khomeini, segnò crudamente la fine di una epoca. L’anno successivo, l’anno della Rivoluzione islamica, fu per il cinema iraniano il culmine della devastazione: 180 sale su 451 furono rase al suolo – di cui 32 solo a Teheran. Le proporzioni di questo fenomeno non si comprendono se non si coglie la valenza marcatamente politica attribuita al cinema nel contesto nazionale.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67811 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-1024x768.jpg" alt="Cinema_Africa2" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Il Cinema Africa (ex Cinema Atlantic), Teheran, ma potrebbe essere Piazza Bologna a Roma.</strong></p>
<p>I cinema risparmiati dai sostenitori di Khomeini vennero comunque sottoposti a una “campagna di purificazione” per rimuovere le tracce di quei nomi alieni che incarnavano lo spirito della Rivoluzione Bianca e filoccidentale dello Shah. Attingendo al registro anticoloniale e panislamico del lessico politico della nuova Repubblica, il cinema Atlantic fu ribattezzato cinema Africa, l’Empire Esteqlal (indipendenza), il Panorama Azadi (libertà), il Polidor Qods (Gerusalemme) e così via.</p>
<p>La produzione cinematografica andò incontro a un destino simile e i film reputati moralmente incompatibili con l’islam o compromessi con il vecchio regime furono censurati e banditi dalla circolazione, mentre dall’Italia arrivavano gli spaghetti western, dal Giappone le arti marziali, e dalla Russia le pellicole sovietiche. Si racconta, inoltre, che nei primi mesi dopo la deposizione di Reza Palhavi, <em>La battaglia di Algeri</em> venisse applaudito nelle sale della capitale. Nel corso di questi anni tormentati, Lalehzar fu una cassa di risonanza dell’asfissia autoritaria a cui, a dispetto delle apparenze, fu sottoposta la società iraniana durante il regime dello Shah e della furia palingenetica che accompagnò i primi passi della Rivoluzione islamica. Negli anni Cinquanta e Sessanta alla progressiva dipartita dalla scena pubblica delle élites intellettuali legate al Tudeh, il partito comunista iraniano nel mirino della Savak (la temibile polizia dello Shah), fece da contraltare l’ascesa di Muḥammad Karim Arbab, il nuovo “Padrino” di Lalehzar, che in pochi anni prese possesso di diversi locali nel quartiere e del monopolio del whisky di contrabbando nella capitale. Questa congiuntura alterò la composizione sociale del pubblico di Lalehzar, sempre più marcatamente popolare, e trasformò l’offerta culturale disponibile: al cinema si imposero le commedie musicali, al teatro subentrarono il cabaret e le danze burlesque, all’intrattenimento si sostituì l’alcol. La parabola si era già compiuta prima del 1979. La rivoluzione perciò fu il soltanto il colpo di grazia che pose materialmente fine alla movida del distretto.</p>
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<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67823 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-1024x576.jpg" alt="Ex_Metropole_Teheran" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Scheletro dell&#8217;ex cinema Metropolis, lampadari e motorini con il parabrezza, Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p><strong>Love story</strong></p>
<p>Hamid Nafisi, che insegna nel dipartimento di studi culturali della Northwestern University di Chicago, ha provato raccontare in quattro volumi la tormentata passione degli iraniani per il cinema, animata di volta in volta da pulsioni nazionaliste o occidentaliste. La sua <em>Social History of Iranian Cinema</em> (2011-2012) non è un libro di storia, ma, davvero, come suggerisce l’autore, una “autobiografia culturale” dove le avventure del cinema iraniano si intrecciano alle disavventure della sua famiglia, dinastia intellettuale originaria di Isfahan, la cui generazione a cavallo della Rivoluzione, per lo più militante tra le fila dei comunisti e dei gruppi armati della sinistra radicale, partecipò attivamente alla lotta contro il regime dello Shah per poi essere brutalmente repressa, incarcerata e liquidata dagli islamisti al potere.</p>
<p>Alireza, cugino di Hamid, un immunologo in pensione, ricorda le prime esperienze estenuanti nelle sale di Isfahan, tra blackout, apparecchi malfunzionanti e interruzioni continue: “A volte per riuscire vedere un film di mezz’ora bisognava tornare al cinema tre volte”. I multisala giganteschi, all’interno di altrettanto giganteschi centri commerciali, che da pochi anni hanno cominciato a diffondersi in tutto il paese, non gli interessano per niente anche se funzionano alla perfezione. Alireza confessa di non essere più andato al cinema da così tanti anni, che non sa nemmeno dire esattamente quanti sono. Se il cinema degli anni Settanta “esprimeva una promessa di società che questo paese non ha saputo mantenere”, per lui è inutile continuare a sperare.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67825 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-1024x768.jpg" alt="Kourosh_sala_vuota" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Sala vuota nel Multisala Cineplex, Kourosh Complex, Teheran.</strong></p>
<p>La seconda delle sue figlie, Nahal, 39 anni, vive a Teheran, dove insegna antropologia culturale, e come molti iraniani della sua età, alle sale cinematografiche ultramoderne, e spesso deserte, preferisce i giardini persiani. Per colpa della sua ricerca etnografica sulla poetica dell’evasione e dell’ordinario, è condannata a una <em>flânerie</em> perpetua per le strade della capitale, a collezionare cartoline, a fotografare gatti e piante grasse. Abita a pochi passi <em>dall’ex</em> carcere di Al Qasr, la memorabile prigione del regime di Reza Palhavi che rimase tale anche dopo la Rivoluzione islamica e fu adibita a museo nel 2012. Qui dentro furono fucilati due dei suoi zii nel 1988, sebbene dei corpi non sia mai stata rinvenuta alcuna traccia. A Lalehzar, che si trova a pochi chilometri da casa sua, Nahal va spesso a piedi in cerca di oggetti apparentemente insignificanti. Mi spiega la stratificazione spettrale del quartiere: in basso, al piano terra, le luci scintillanti dei negozi aperti, in alto i palazzi fatiscenti, eppure ancora imponenti, del secolo scorso che fungono da magazzini con le insegne luminose che non luccicano più, e dentro, stipati e invisibili, i lavoratori a cottimo che montano i pezzi in vendita al piano di sotto. La dolce vita è lontana, ma il caos non manca. Dopo aver trascorso l’infanzia ad aspettare la fine della guerra contro l’Iraq, la postadolescenza a sperare nelle riforme di Khatami, il predecessore di Ahmadinejad, e l’età adulta a fare i conti con i contraccolpi del post-2009, Nahal fa fatica a immaginare una transizione qualunque per il suo paese, con o senza sanzioni, con o senza multisala.</p>
<p>Lalehzar “dove l’invasione dell’ordinario ha contraffatto perfino i desideri di evasione”, le sembra in questo senso una buona metafora dell’Iran contemporaneo.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67833 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-1024x1024.jpg" alt="IMG_3872" width="720" height="720" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Una foto qualunque (e anche un po&#8217; sfocata) scattata attraversando la strada, da un cavalcavia di Enghelab, a Nord di  Lalehzar, Teheran.</strong></p>
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		<title>L’operaio e il capitale. L&#8217;utopia realista di Philippe Poutou</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/04/20/loperaio-e-il-capitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2017 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[Elysée 2017]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA)]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Poutou]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat* A pochi giorni dal primo turno delle presidenziali francesi, che secondo alcuni sondaggi favorirebbe Emmanuel Macron, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, l’extrême gauche ha fatto irruzione nel dibattito elettorale grazie agli exploit televisivi irriverenti del candidato, operaio Ford, del Nouveau Parti Anticapitaliste. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat*</strong></p>
<p>A pochi giorni dal primo turno delle presidenziali francesi, che secondo alcuni sondaggi favorirebbe Emmanuel Macron, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, l<em>’extrême gauche</em> ha fatto irruzione nel dibattito elettorale grazie agli exploit televisivi irriverenti del candidato, operaio Ford, del <em>Nouveau Parti Anticapitaliste</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-67966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou2-225x300.jpg" alt="libépoutou2" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou2-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou2-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou2.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-67965" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou-225x300.jpg" alt="libépoutou" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/libépoutou.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>*Questo articolo è stato pubblicato sul <em>manifesto</em> del 16 aprile 2017</p>
<p>Una maglietta qualunque, bianca, di cotone, a maniche lunghe. Philippe Poutou, il candidato alle presidenziali del Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA), la sbandiera come un trofeo tra gli applausi della folla in apertura del meeting di Reims, una settimana dopo il <em>Grand Débat</em> televisivo del 4 aprile a cui ha partecipato senza giacca né cravatta, proprio con quella maglia arrotolata fino ai gomiti, a fianco degli altri dieci pretendenti all’Eliseo, tutti rigorosamente più eleganti di lui. Un indumento banale – una “canottiera” secondo l’ex ministro della Pubblica Istruzione Luc Ferry, un indumento inqualificabile<a href="http://www.lefigaro.fr/vox/politique/2017/04/07/31001-20170407ARTFIG00251-natacha-polony-le-charme-discret-de-l-immunite-ouvriere.php"> per Natacha Polony su <em>Le Figaro</em></a>, un “pigiama” per la deputata del Fronte Nazionale, Marion Maréchal-Le Pen, nipote di Marine – che ha scatenato una raffica di tweet incandescenti e resterà negli annali di questa campagna elettorale, forse la più sofferta e la meno scontata degli ultimi cinquant’anni.</p>
<p>A soffrire di questi tempi è soprattutto il Partito Socialista (PS) di François Hollande e Manuel Valls, grande artefice e prima vittima della riforma del lavoro El Khomri, che oggi guidato da un esponente dell’ala sinistra, Benoit Hamon, rincorre affannosamente il traguardo del 10% senza avere alcuna possibilità di qualificarsi al secondo turno. Se mesi di proteste contro la <em>Loi Travail</em> erano stati un’ avvisaglia, ora il disagio elettorale arriva come una conferma : <em>tout le monde déteste le PS</em>.  Ma non sarà necessariamente il centrodestra, a beneficiare della caduta libera dei socialisti, per colpa delle sciagurate vicende giudiziarie di François Fillon, indagato per “appropriazione indebita di fondi pubblici”. Le proiezioni di voto annunciano il sorpasso del suo partito, <em>Les Républicains</em>, da parte della <em>France Insoumise</em> di Jean-Luc Mélenchon e prefigurano uno scenario inedito e inaspettato per il primo turno, con in testa il nuovo centro (<em>En Marche</em>) di Emmanuel Macron, l’<em>extrême droite</em> di Marine Le Pen e la <em>gauche</em> di Mélenchon.</p>
<p><strong>Congratulazioni</strong></p>
<p>Non è stata solo la maglietta poco elegante di un metalmeccanico dello stabilimento Ford di Blanquefort, a Bordeaux, a imporsi all’attenzione del pubblico e dei giornalisti. Philippe Poutou, il più sfrontato dei “piccoli” candidati, è riuscito a infrangere in un colpo solo tutte le regole del galateo che le circostanza d’eccezione imponeva. Già prima dell’inizio del confronto televisivo aveva rifiutato di stringere la mano a Macron, Fillon e Le Pen e di posare nella foto di gruppo con gli altri pretendenti – “non è una foto di famiglia e non sono i miei colleghi”.</p>
<p>Durante tutta la diretta si è voltato più di una volta per rivolgersi ai suoi compagni seduti tra il pubblico, dando le spalle alle telecamere, tanto da suscitare una curiosità irresistibile sui social network. “Cosa avrà bisbigliato mai Poutou ai suoi amici?”<a href="https://www.buzzfeed.com/mariekirschen/pendant-le-debat-poutou-sest-retourne-et-cest-devenu-un?utm_term=.xvrjpX4zjP#.kkVOX187OJ"> si domandava Buzzfeed</a>. Disarmante, la risposta di Philippe – “gli chiedevo un parere, per sapere se ero intervenuto bene e avevo detto cose giuste” – ha commosso una giornalista de<em> L’Obs/Rue 89</em>, che ha voluto rendere omaggio a tanta irresistibile modestia nel titolo del suo articolo: <a href="http://tempsreel.nouvelobs.com/rue89/rue89-sur-les-reseaux/20170405.OBS7615/internet-sache-que-poutou-est-encore-plus-cool-que-ce-que-tu-imaginais.html">“Internet, sappi che Philippe Poutou è ancora più fico di quello che pensi”</a>.</p>
<p>Ai “grandi” candidati, il portavoce dell’NPA ha risposto per le rime. Ha spiegato a Macron – ex banchiere di Rothschild e ex ministro dell’economia del governo di Manuel Valls, perché quando parla di lavoro ordinario è evidente che non sappia cosa di cosa parli. Ha detto a Fillon quello che tutti avrebbero voluto, ma nessuno ha osato dirgli, accusandolo sfacciatamente di corruzione. E come se non bastasse, ha svelato i privilegi di casta della candidata più fintamente anti-casta di tutto il firmamento elettorale francese, Marine Le Pen, che convocata dai giudici per un’inchiesta sugli impieghi fittizi dei suoi assistenti parlamentari a Strasburgo, ha potuto rinviare il suo interrogatorio, facendo appello all’immunità parlamentare di cui gode in qualità di eurodeputata. “Noi non abbiamo l’immunità operaia: quando la polizia ci convoca, dobbiamo andare”.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="WGKS8ijM56E"><iframe loading="lazy" title="Le Grand Débat [ Mc Poutou Clash TOUT LE MONDE ]" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/WGKS8ijM56E?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>È stato un elettroshock per tutti. Per i commentatori televisivi della serata che nonostante una buona dose di snobismo e condiscendenza, hanno faticato a digerire “l’insolenza volgare “ di Poutou e della sua barba incolta, e per i “grandi” candidati che il giorno successivo hanno fatto sapere per bocca dei loro portavoce di non voler più partecipare a un secondo round del dibattito a 11 come previsto all’inizio per il 20 aprile. Ma la performance di Poutou ha scosso soprattutto il pubblico della diretta – quasi sei milioni e mezzo di telespettatori – che hanno dimostrato di apprezzare le virtù di un politico non professionista: non un dilettante allo sbaraglio come vorrebbe Madame Le Pen, ma un militante abituato a una politica diversa, che non si decide nei palazzi, che non si discute in completi scuri, che non beneficia di nessun privilegio di fronte alla giustizia, ma al contrario paga il prezzo delle lotte affrontando la repressione brutale degli ultimi tempi. Philippe è un lavoratore che passa 30 ore a settimana a fare manutenzione in officina, e per questo insiste sulla riduzione dell’orario di lavoro: lavorare meno per lavorare tutti. Un sindacalista della CGT (per 20 ore al mese) che conosce bene il diritto del lavoro e le infrazioni da parte delle imprese, e che da anni si batte contro la chiusura del suo stabilimento Ford a Blanquefort. Un cittadino che paga le tasse in proporzione a quel che possiede (che non è molto: una Peugeot 3008 e qualche migliaio di euro sul conto in banca, secondo la dichiarazione dei redditi del 2016 resa pubblica dalla Corte Costituzionale dopo l’approvazione della sua candidatura alle presidenziali).</p>
<p>Il suo ingresso irriverente nel dibattito ufficiale è stato un cortocircuito che anche opinionisti non sospetti hanno salutato favorevolmente. <a href="http://www.lemonde.fr/election-presidentielle-2017/article/2017/04/05/debat-presidentiel-nous-on-n-a-pas-d-immunite-ouvriere_5106148_4854003.html">Un “missile Scud” per <em>Le Monde</em></a>, <a href="https://www.nytimes.com/2017/04/06/world/europe/with-disrespect-mechanic-candidate-bursts-french-political-elites-bubble.html">“un’eroe popolare” per il <em>New York Times</em></a>,  e soprattutto <a href="https://www.mediapart.fr/journal/france/050417/philippe-poutou-l-irruption-du-reel?onglet=full">un’”irruzione di realtà”, secondo Mediapart</a>, che ha avuto l’effetto di un secchio d’acqua in faccia a una classe politica non completamente impermeabile.</p>
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<p><strong>Campagna euforica</strong></p>
<p>Sabato scorso nella piazza del mercato di Saint Denis, banlieue nord di Parigi, si gira uno degli spot ufficiali della campagna di Poutou che dal 10 aprile scorso vengono trasmessi ufficialmente in TV. Il set è un grande flash mob che si dimena davanti alla basilica sulla Place de la République, a poche decine di metri dalla rue du Corbillon, resa nota dall’assalto lanciato al civico 48 da un centinaio di uomini dell’antiterrorismo contro i responsabili dell’attentato del Bataclan. Periferia usurata dalla droga, dal crimine, dalla discriminazione, e bersaglio degli interventi a dir poco maldestri della Bac (<em>Brigade anti-criminalité</em>) – che il 7 marzo, per esempio, ha fatto incursione nel liceo Suger e arrestato 55 studenti rimasti in stato di fermo per oltre 24 ore – Saint Denis non è una location di finzione, ma uno dei tanti volti del paese reale. Sono una cinquantina i militanti dell’NPA di tutte le età – dai 2 agli over 60 – che partecipano alle riprese, insieme a un&#8217;equipe di ballerini professionisti. Hugo Chesner, il regista che aveva già diretto gli spot della campagna 2012, spiega al megafono di che si tratta: “Preparatevi a una lotta a passo di danza. Non è tanto diverso da una manifestazione”. Ma dopo due ore di prove Konan, il coreografo, non è ancora soddisfatto. “No, non ci siamo capiti, ci vuole più energia. Pensate a Poutou contro Le Pen e fate come lui!”.</p>
<p>Philippe intanto si aggira sulla piazza, stringe la mano di chi va a salutarlo, si lascia intontire di foto dai passanti, scatta selfie con uno sciame di adolescenti che spudoratamente giurano che dal vivo è anche più bello che in tv, abbraccia una signora velata sulla sessantina che vuole a tutti i costi congratularsi con lui, rilascia qualche intervista e soprattutto si gode lo spettacolo. Quelli che proprio non riescono a ballare ripiegano sullo sventolamento delle bandiere rosse che pure fanno parte della coreografia. Le riprese vanno avanti fino alle 4 del pomeriggio. C’è chi è sfinito e giura che avrebbe preferito volantinare all’alba o attacchinare di notte piuttosto che darsi alle danze. Ma per fortuna c’è anche chi si è divertito. “Secondo me è venuto bene, dice Clémence. E poi sarà sicuramente l’unico clip con un corpo di ballo!”. Per le ultime due settimane di campagna Hugo ha immaginato una web-series a puntate dove Philippe interviene come un supereroe contro le vessazioni di Mr. Capital, contro il sessismo, lo sfruttamento e la discriminazione.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="rzO_QIv3BUc"><iframe loading="lazy" title="Clip officiel de Philippe Poutou #2 : “Votez pour un ouvrier et un programme anticapitaliste”" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/rzO_QIv3BUc?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Il video di Saint Denis, invece, è quello sui cui verrà registrata la lettera aperta di Poutou agli elettori, che si conclude più o meno così: “Lo sappiamo che queste elezioni non ci cambieranno la vita. Ma votare per un operaio e per un programma anticapitalista è un modo per dire che non finisce qua”.</p>
<p>Come già nel corso delle campagne precedenti, gli spot dell NPA cercano di rispecchiare lo spirito del partito: possibilmente contro corrente, senza prendersi troppo sul serio, rifiutano il culto della personalità. Eppure Philippe a suo modo è diventato sorprendentemente un <em>cult</em> e la cosa fa sorridere i compagni e le compagne che lo conoscono da tempo. Nel 2012 alla sua prima prova elettorale era il candidato che nessuno conosceva e che in fondo nessuno desiderava conoscere, destinato a rimpiazzare un predecessore giovane e carismatico come Olivier Besancenot, senza riuscire a eguagliarlo in fatto di eloquenza, popolarità e voti (la <em>Ligue Communiste Révolutionnaire</em> di Besancenot nel 2007 aveva raggiunto il 4,08 %, mentre nel 2012 l’NPA di Poutou, il suo successore, si era fermato all’1,15 %, pari a 411.160 voti). All’epoca per presentarsi agli elettori Philippe aveva pubblicato un libretto di cinquanta pagine intitolato<em> Un ouvrier est là pour fermer sa guele</em> (Un operaio farebbe meglio a stare zitto). Nel frattempo ha imparato parlare come si deve, incassando i complimenti della stampa internazionale. “Va molto meglio, ma è soprattutto un lavoro di squadra”, ci tiene a precisare, “supportato da un nucleo determinato di militanti molto attivi che lavorano per questa campagna già da prima che esistesse”. Si riferisce alla campagna pre-elettorale, la corsa a ostacoli per raccogliere le 500 firme di sindaci o deputati che, in base ai requisiti della legge francese, gli avrebbero permesso di partecipare alla corsa all’Eliseo. Senza l’impegno ostinato di tanti volenterosi che hanno percorso la Francia in lungo e in largo per perorare la causa della sua candidatura, Poutou non ce l’avrebbe fatta.</p>
<p>Poi risponde alle domande del pubblico, sulle energie rinnovabili, i trasporti pubblici e gratuiti, i Territori Occupati, le pensioni. E ritorna al punto di partenza: “Dicono che siamo poco credibili. Ma che Bernard Arnault, il presidente di LVMH (il gruppo che possiede il marchio Louis Vuitton) abbia un patrimonio di 40 miliardi di euro, non è ancora più incredibile? Mentre se noi parliamo della necessità di garantire alla gente di poter vivere di quello che guadagna, o di assistenza sanitaria gratuita, o di diritto alla casa, ci sentiamo ripetere che è impossibile, inimmaginabile, fantasioso, un’utopia. Vi pare logico?”.</p>
<p>L’ha ripetuto venerdì a Lille – “Ma perché quando sono le banche a rubare è normale, e se noi diciamo “espropriazione” invece è assurdo?” – e poi di nuovo forte e chiaro in <a href="http://www.liberation.fr/france/2017/04/13/philippe-poutou-les-elections-ne-changent-pas-la-vie-il-faut-des-luttes-sociales_1562641">un’intervista rilasciata a<em> Libération</em> </a>: “Cent’anni fa anche le ferie pagate erano un’utopia. Ma le conquiste sociali non sono mai piovute dall’alto. Non sono mica stati i padroni spontaneamente a rendersi conto che il lavoro minorile fosse un’aberrazione”.</p>
<p>Alla convinzione diffusa per cui, parafrasando Fredric Jameson, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, Philippe obietta una convinzione ostinatamente contraria: la consapevolezza che è impossibile riformare questo sistema per renderlo vivibile dignitosamente per tutti. “Ci dicono che le cose non possono essere altrimenti. Ma chi l’ha detto che hanno ragione loro? E poi non possiamo permetterci il lusso di privarci della possibilità di pensare e volere qualcosa di diverso”.</p>
<p>Questione di desideri, di diritti, di rapporti di forza e di lotte, di vite che si ribellano contro i profitti che le negano. Queste sono le parole d’ordine intorno a cui Philippe Poutou ha costruito la sua campagna elettorale (<em>Nos vies, pas leur profits</em>) – a volte intercalandole a qualche parolaccia per irritare meglio i benpensanti. “C’è tanta rabbia in giro di questi tempi e con ragione. Ma non è tutta destinata ad andare in pasto al Front National. Le Pen ha un vantaggio: in una fase di merda come quella attuale sono gli argomenti peggiori, all’altezza della situazione, che riescono imporsi. La scommessa è tirare fuori da questa collera diffusa qualcosa di buono: la rabbia, la coesione e la solidarietà”.</p>
<p>Più facile a dirsi che a farsi, certo. Ma il semplice fatto di avanzare una prospettiva simile contro il fatalismo disperante e martellante che vuole che le classi popolari siano tutte risolutamente protese a destra, getta una luce diversa sulle ombre della politica francese, che pare trovare conferma nell’ascensione di Mélenchon nei sondaggi e nell’improvviso entusiasmo suscitato dal caso Poutou.</p>
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<p><strong>Che razza di popolo?</strong></p>
<p>Il bilancio virtuale è strepitoso. Quadruplicati i likes sulla sua pagina Facebook, Poutou è in testa al <em>Twitter Politique</em> essendo il candidato più nominato sulla rete, mentre il video della sua stangata a Fillon e Le Pen durante il dibattito televisivo del 4 aprile ( « Philippe Poutou fustige la corruption» ) è in pole position sulla pagina politica del sito di Le Monde, con 4 milioni mezzo di visualizzazioni. Intanto i meeting si susseguono e raddoppiano i numeri dei partecipanti, molti dei curiosi che vengono a conoscerlo di persona. Che ogni like diventi un voto è cosa tutt’altro che scontata. Poutou piace e dispiace; e chi ne ha condiviso l’intervento salutare contro la casta corrotta non è necessariamente sulla sua stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda tutto il resto. Contro di lui si è scagliato l’ex direttore di<em> L’Express</em>, Christophe Barbier, con <a href="http://www.lexpress.fr/actualite/politique/elections/poutou-est-quelqu-un-de-dangereux-l-edito-de-christophe-barbier_1896149.html">un editoriale intitolato “<em>Poutou est quelqu’un de dangereux</em>“</a>, che a pensarci bene in fondo è un complimento. Per contrastare l’immagine del candidato “normale”, Barbier sbandiera la minaccia bolscevica e taccia di questa pericolosa collocazione ideologica sia Poutou che Nathalie Artaud, la candidata alle presidenziali di <em>Lutte Ouvrièr</em>e, l’altra storica formazione trotskista dell’<em>extrême gauche</em> francese.</p>
<p>Da una prospettiva molto diversa, gli elettori della<em> France Insoumise</em> di Mélenchon vorrebbero che Poutou si facesse da parte, lanciando la parola d’ordine del voto utile a sinistra e puntando sull’eleggibilità del loro candidato al secondo turno.</p>
<p>“Mélenchon non è un nemico”, ha ripetuto Poutou in tante occasioni. “Ma non siamo interscambiabili. E il voto utile alla fine è il voto calcolato in funzione di quello che dicono i sondaggi. Se non ci fossero i sondaggi, voteremmo per le idee che ci rappresentano”. I sostenitori di Philippe sono d’accordo: “Poutou non è Mélenchon. C’è differenza tra una campagna popolare e una campagna populista”, spiega Corinne Rozenne, redattrice di<a href="http://www.revolutionpermanente.fr/"> <em>Révolution Permanente</em></a>, alludendo a <a href="http://www.lefigaro.fr/vox/politique/2017/04/11/31001-20170411ARTFIG00090-entretien-exclusif-avec-chantal-mouffe-la-philosophe-qui-inspire-melenchon.php">un’intervista a Chantal Mouffe</a> pubblicata pochi giorni fa su <em>Le Figaro</em>, che incorona il “populismo di sinistra” di Mélenchon e accusa le altre opzioni di non capire gli orientamenti della congiuntura politica attuale.</p>
<p>A dispetto del suo conclamato realismo politico, la prospettiva di Mouffe le pare la più irreale di tutte. Abbracciare un “patriottismo di sinistra” per parlare al cuore degli elettori e inventare il “frontenazionalismo della gauche”, le sembrano entrambe ipotesi improponibili. “O forse sono praticabili, ma allora bisogna fare finta che la <em>République,</em> anche nella fantomatica VI versione invocata da Mélenchon, non sia quello è. Il che non mi pare così realista”. Contro la “lepenizzazione” dilagante del dibattito politico che ha fatto dei temi della sicurezza, del protezionismo, della patria da difendere, delle frontiere da salvare e dalla tradizione da preservare, il denominatore comune di questa campagna (le domande a cui tutte le forze politiche sono state indirettamente chiamate a rispondere), Poutou ha scelto deliberatamente di sollevare altre questioni.</p>
<p>Se per contenere la deriva verso un nazionalismo reputato “delirante”, il Consiglio Superiore dell’Audiovisuale ha deciso di vietare la <em>marseilllaise</em> e le bandiere francesi dagli spot elettorali, Poutou da parte sua ha puntato tutto sull’internazionalismo: lo sciopero generale in Guyana, il popolo kurdo, i rifugiati siriani. “Se parliamo di passioni, appassioniamoci alla solidarietà invece che alla paura e a casa nostra”.<br />
Poutou perciò sembra ancora più necessario in questa configurazione elettorale che nella precedente. Secondo Emmanuel Barot, professore di filosofia all’università di Toulouse-Mirail e militante dell’NPA, “Poutou dice a voce alta quello che molti pensano a voce bassa”. Ma soprattutto dice cose che altri non dicono e non fa cose che altri fanno. A differenza di Mélenchon, non cosparge i suoi meeting con le tinte del tricolore, non invoca la Repubblica universale di De Gaulle e Mitterrand, non pensa che “il popolo (tout court) sia la soluzione”, non difende ad ogni costo l’idea ormai abusata di una laicità che esclude più di quanto non includa, non ammicca al sovranismo di sinistra.</p>
<p>Piuttosto, dice a chiare lettere no all’islamofobia e basta allo stato d’emergenza; spiega che il razzismo di stato è un problema serio e punta il dito contro la sua inestirpabile radice coloniale, denunciando la criminalizzazione dei giovani nei <em>quartiers populaires</em>. Femminismo, anticapitalismo, antimperialismo sono parole che non esistono nel programma di Mélenchon, l’<em>Avenir en commun</em>. C’è chi obietta che sono solo parole e per giunta desuete. Ma sono parole a cui una parte del popolo della sinistra non è disposto a rinunciare.</p>
<p>Per questo è tutt’altro che inutile che Poutou continui a dar voce al proprio dissenso all’interno del dibattito elettorale, approfittando del fatto che il suo discorso è riuscito a fare breccia, con buona pace di Marine Le Pen, apparentemente incrinata nella scalata dei sondaggi da un avversario – “un’arma di distruzione di massa”<a href="https://www.challenges.fr/election-presidentielle-2017/la-chute-de-marine-le-pen-dans-les-sondages-le-resultat-d-une-campagne-ratee_466723"> secondo il settimanale d’economia <em>Challenges</em></a> tutto dalla parte di Macron – che la deputata ha sprezzantemente accusato di essere un “catcheur”, un politico da wrestling.</p>
<p>In un articolo dedicato al wrestling del 1958, «<em>Il mondo del catch</em>», Roland Barthes analizzava le caratteristiche di uno sport che, insieme alla boxe, ha sempre fatto parte del patrimonio della cultura popolare. “La funzione del lottatore non è di vincere, spiega Barthes, ma di compiere esattamente i gesti che ci si aspettano da lui”. E Philippe Poutou ha fatto e continua fare quello che milioni di persone si aspettano che faccia. E’ così che anche chi non avrebbe mai voluto, è stato costretto a smettere di ridere e di deriderlo per rispondergli.</p>
<p>In attesa del verdetto del voto (per Poutou un mezzo e non un fine, dal momento che la politica non si riduce ai seggi elettorali), che il buon senso dell’<em>extrême gauche</em> contro le insensate ingiustizie di questa società sia diventato senso comune per bocca di un “lottatore” è in ogni caso un’ottima notizia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67969 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/foto3-alnpa.jpg" alt="foto3-alnpa" width="640" height="354" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/foto3-alnpa.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/foto3-alnpa-300x166.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Durante le riprese dello spot elettorale dell&#8217;NPA. Saint Denis, 8 aprile 2017</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Paris is burning. Stato d&#8217;emergenza e tentazioni sinistre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2015 14:00:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[attentati di Parigi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat A dispetto del titolo questo post è stato scritto a freddo e con umore raggelato. Non dice niente rispetto alla cronaca degli ultimi attentati che non sia già stato detto, in modi più o meno fortunati e più e meno condivisibili, altrove. Per intenderci: non ero, per mia fortuna, a tre tavoli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58148 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg" alt="Latuf" width="965" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg 965w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-300x145.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-620x300.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-900x435.jpg 900w" sizes="(max-width: 965px) 100vw, 965px" /></a>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><b></b><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A dispetto del titolo questo post è stato scritto a freddo e con umore raggelato. Non dice niente rispetto alla cronaca degli ultimi attentati che non sia già stato detto, in modi più o meno fortunati e più e meno condivisibili, altrove. Per intenderci: non ero, per mia fortuna, a tre tavoli dalle fucilate in rue de Charonne venerdì sera, né a due civici dal Petit Cambodge, non sono una habituée del Carillon, frequento raramente il 10ème e l&#8217;11ème da stupida fanatica del 18ème che sono e a un grado di separazione (ma solo uno, perché tra gli amici di Facebook non mancano i R.I.P.) tutte le persone che conosco sono salve. Per caso ho appreso quasi subito la notizia delle <em>fusillades</em> in radio (si parlava all&#8217;inizio solo di sparatorie e non di vittime, si capiva davvero poco) e la mia prima sciocca riflessione, mentre leggevo sul divano uno scritto soporifero è stata &#8220;vedi, alla fine Althusser, la disoccupazione e la neonata ti guastano la movida del venerdì sera, ma almeno ti risparmiano i proiettili” (ora me ne vergogno). Aggiungo che non ho fatto pellegrinaggi né perlustrazioni sui luoghi dei delitti in questi giorni. Sabato mattina verso le 11 sono uscita di casa, ho tentato “la prova del bar” per vedere che aria tirava e divorato frastornata un croissant in mezzo a gente ipnotizzata davanti alla TV che annunciava nei titoli a scorrimento la prevedibile rivendicazione degli attentati da parte di Daech, mentre un opinionista politico non meglio identificabile suggeriva prospettive inedite per una nuova stagione di lotta al terrorismo <i>made in France</i> evocando la metafora della disinfestazione delle cucine dagli scarafaggi<i> </i>(forse liberamente ispirata al bilancio sanitario di Marine <a href="http://www.huffingtonpost.fr/2015/11/10/marine-le-pen-immigration-bacterienne_n_8519976.html">Le Pen</a> sull&#8217;<i>immigration bactérienne </i>di qualche giorno prima). Sabato ho camminato per le strade del mio quartiere, il 18esimo basso, Barbès, dove nulla somigliava allo scenario da guerra atomica che m&#8217;aspettavo: il <i>negotium</i> del marciapiede, tra pannocchie, sesso, telefonia mobile, sigarette, oro e stupefacenti, e poi le panetterie e le macellerie, i bar e i fruttivendoli, tutto all&#8217;apparenza – che magari inganna – era lì come niente fosse, come se per alcuni, affaccendati in altri affari e in altri affanni, la vita semplicemente continua alla meno peggio nel solito tran tran, senza resa e senza eroismo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma se solo il giorno prima qualcuno mi avesse detto che a Parigi stava per succedere qualcosa di simile a quello che è successo venerdì, l&#8217;avrei accusato di paranoia e della peggior specie, islamofoba e razzista. Oggi purtroppo prevalgono la sensazione e il timore che non finiremo facilmente di stupirci. Non mi riferisco allo shock, la commozione, lo sdegno, le manifestazioni di solidarietà, i kamikaze, le <a href="http://www.lemonde.fr/societe/article/2015/11/14/attaques-a-paris-francois-hollande-evoque-un-acte-de-guerre-commis-par-une-armee-terroriste_4809867_3224.html">dichiarazioni</a> di Hollande sulla Francia <em>impitoyable</em> contro l&#8217;ISIS, né al profluvio del tricolore sui social network– che purtroppo (non smetterò di ripeterlo abbastanza) richiama più mattanze che rivoluzioni gloriose. Non mi riferisco ai <em>N</em><i>ot in Our Name</i> dei musulmani &#8216;per bene&#8217; chiamati a smarcarsi dai fatti, né ai 115mila uomini in armi dispiegati in tutta la Francia, all&#8217;orrore di uomini e donne inermi, e nemmeno alla <em>République</em> che fa capolino come al solito o alle voci – le <a href="http://www.npa2009.org/communique/leurs-guerres-nos-morts-la-barbarie-imperialiste-engendre-celle-du-terrorisme">solite</a> – di quanti non accettano di poterla tirare in ballo ogni volta che l&#8217;aria si fa pesante, come fosse l&#8217;innocuo deodorante per ambienti che non è.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>E&#8217; gia politica</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/10/peggio-per-tutti-di-charlie-hebdo-della-republique-e-dellapocalisse/">puzzle</a>, che si è tristemente assemblato nel dopo <em>Charlie,</em> ricompare in una configurazione di poco mutata ora che di nuovo <em>Je suis</em><i> Paris </i>e<i> Pray for Paris.</i> Lo stupore a cui accennavo, perciò, non deriva dalla somma di questi elementi, piuttosto dal bersaglio: qualunque, indeterminato, indistinto. Sono affiorati progressivamente i nomi e i volti delle vittime come cadaveri sull&#8217;acqua: Matthieu, Luis Felipe, Djamila, Valeria, Nohemi, Mohamed, Patricia, Halima e più di altri cento. Retrospettivamente né Charlie Hebdo né il supermercato Hyper-Cacher meritano di essere considerati per nessun motivo obiettivi giustificati, ma dieci mesi fa, costretti a misurarci con la logica dei simboli ignobilmente eletti a capri espiatori, potevamo ricostruire (e mai comprendere) le ragioni aberranti di quegli attacchi, pur senza farcene una ragione. Mentre le informazioni ancora scarseggiano e il web è cosparso di bufale, mentre le poche notizie che sono state appurate finora – il <a href="http://www.info-afrique.com/8664-revendication-par-daesh-letat-islamique-des-attentats-en-france-a-paris/">comunicato</a> di Isis che rivendica “l&#8217;attacco benedetto” e l&#8217;identificazione parziale degli attentatori tra Parigi e Bruxelles passando per la Siria – bastano per che il coro infaticabile delle destre xenofobe d&#8217;Europa alzi il volume per intontirci di ritornelli insulsi, stavolta facciamo ancora più fatica a non considerare una follia quello che abbiamo tuttavia il dovere di <em>politicizzare</em> e non <em>patologizzare.</em> Stessi kalashnikov, stesso presunto Dio, stesso terrore, con molti morti in più rispetto a gennaio. Ma le vittime <em>casuali</em> – giovani e meno giovani, di decine di nazionalità, a cena fuori, a spasso vicino allo stadio, a bere, a un concerto metal – forse <em>non sono un caso</em>. Ed è ottimista chi pensa di poter fare di questo accidente infausto un semplice incidente, pura psicosi, roba da matti. E&#8217; piuttosto la politica dell&#8217;Isis che piaccia o no, e il risultato (altrettanto politico) è la percezione diffusa, spaventosa e asfissiante che attacchi di questo genere siano sempre possibili perché imprevedibili e fuori controllo – non sto calcolando l&#8217;indice delle probabilità né additando il fiasco multiplo dell&#8217;intelligence francese in questo 2015 <i>annus horribilis</i>, ma penso alla restituzione di vulnerabilità assoluta che quest&#8217;ultima carneficina ha generato diffusamente. Il risultato di questo risultato è il rischio che di fronte alle schegge apparentemente impazzite del terrorismo, si finisca per impazzire tutti e ritrovarci senza bussola a ingoiare i deliri securitari di cui si nutrono in questi giorni il discorso del governo e le chiacchiere dell&#8217;opposizione.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Hollande ha <a href="http://www.liberation.fr/france/2015/11/16/demesure-d-urgence-a-versailles_1413967">dichiarato</a> di voler prolungare, ammodernare e “consolidare” lo stato di emergenza (in vigore da sabato a mezzanotte), passando per un ritocco della Costituzione. Quando il Parlamento avrà votato a favore della proposta che verrà presentata mercoledì dal Consiglio dei ministri, sarà possibile estendere il perimetro e la durata di questo intramontabile residuato bellico del 1955 (bellico perché risale ai tempi della guerra d&#8217;Algeria) che l&#8217;ultima volta, non a caso, era stato resuscitato 10 anni fa, nel 2005 in risposta alla rivolta delle banlieues.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ovviamente in Francia non mancano gli &#8220;strumenti&#8221; per la&#8221; lotta al terrorismo&#8221;. A luglio è entrata in vigore <i>la <a href="http://www.vie-publique.fr/actualite/panorama/texte-discussion/projet-loi-relatif-au-renseignement.html">loi</a> relative au renseignement</i> dopo il via libera del Consiglio costituzionale che il presidente aveva interpellato per sedare le polemiche sorte su <a href="http://www.frontnational.com/loi-renseignement-100-flicage-0-securite/">più</a> <a href="http://www.jean-luc-melenchon.fr/arguments/projet-de-loi-sur-le-renseignement-dangereux-et-inefficace/">fronti</a> contro questo provvedimento dal sapore vagamente liberticida.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Perfino il</span><span lang="it-IT"><i> New York Times</i></span><i> </i><span lang="it-IT">nell&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/2015/04/01/opinion/the-french-surveillance-state.html?_r=0">editoriale</a> del 1 aprile scorso, intitolato « The French Surveillance State », lanciava l&#8217;allarme sulle ricadute potenziali di una legge che conferisce all&#8217;esecutivo il potere straordinario di scavalcare i giudici nella gestione dei protocolli di sorveglianza. E per questo invitava il parlamento francese a difendere i diritti democratici dei cittadini contro le conseguenze di una politica di controllo e spionaggio “ingiustificamente espansiva e invasiva” che tra le altre cose prevede restrizioni sensibili alla libertà di <a href="https://fr.rsf.org/france-reporters-sans-frontieres-demande-21-07-2015,48124.html">stampa</a>.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Lo </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Stato d&#8217;emergenza perciò acquista una dimensione squisitamente <em>performativa,</em> e non per questo meno reale o meno pericolosa: voglio dire che significa perfino qualcosa in più dei mille dispositivi tecnici che sappiamo  – i controlli delle frontiere, l&#8217;istituzione di zone di sicurezza, la possibilità di imporre il coprifuoco e i domiciliari, la semplificazione amministrativa delle procedure che consentono perquisizioni (più di 160 circa nella notte di domenica, 128 nella notte di lunedì), fermi e arresti, il divieto di riunioni in luoghi pubblici che, tra le altre cose, ci proibisce di commemorare le vittime, rispondere agli attentati e protestare contro i bombardamenti in Siria e l&#8217;<em>état d&#8217;urgence</em>). </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Significa, come ha spiegato </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Laurence Blisson, segretaria generale del Sindacato della magistratura, predisporre “una cornice sistematica in cui le decisioni non hanno più bisogno di essere giustificate singolarmente”, ovvero creare anticipatamente “una giustificazione assoluta”. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">A cosa? </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Alle parole, davvero poco rassicuranti di Manuel Valls in onda su <a href="http://www.lefigaro.fr/politique/le-scan/citations/2015/11/16/25002-20151116ARTFIG00083-valls-nous-allons-vivre-longtemps-avec-cette-menace-terroriste.php">RTL</a>, per esempio: “Il faut, je l&#8217;ai rappelé depuis des mois (&#8230;) expulser tous les étrangers qui tiennent des propos insupportables, radicalisés contre nos valeurs, contre la République. Il faut fermer les mosquées, les associations, qui aujourd&#8217;hui s&#8217;en prennent aux valeurs de la République&#8230;c&#8217;est un </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">combat de valeurs</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, c&#8217;est un </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">combat</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> de </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">civilisations”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58158 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg" alt="906039_940215566058484_7727983206451669702_o" width="597" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></a></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In un <a href="http://blogs.mediapart.fr/blog/enavant/141115/vos-guerres-nos-morts-julien-salingue">intervento</a> più a caldo di questo Julien Salingue ricorda che la stima delle vittime in Siria da marzo del 2011 è di 250mila – ovvero 4500 morti al mese – per dire che lì “da 4 anni e mezzo è il 13 novembre ogni giorno”. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il conto delle vittime non vuole essere un pretesto per banalizzare l&#8217;accaduto e concluderne fatalmente che la ruota gira. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://newmatilda.com/2015/11/14/paris-attacks-highlight-western-vulnerability-and-our-selective-grief-and-outrage/">Chi </a>ha detto “oggi a Parigi e ieri a Beirut” (dove sono morte 43 persone assassinate nel quartiere sciita di Burj al-Barajneh), domandandosi per quale motivo ci siano vite visibilmente più degne di lutto e cordoglio di altre, benché perite a poche ore di distanza e per mano degli stessi mandanti, ha additato un fenomeno reale. Un deterrente alla percezione della prossimità autentica che sussiste tra i due episodi è naturalmente la distanza geografica. La quale tuttavia finisce per cristallizarsi in un&#8217;improbabile e non dichiarata &#8216;<a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2015/11/paris-beirut-terrorism-empathy-gap/416121/">teoria</a> dei due mondi&#8217; che vorrebbe alcuni popoli più abituati a ingoiare sangue rispetto ad altri che al sangue preferiscono il <em>bordeaux.</em> Questa slittamento – dalla <em>distanza</em> al <em>divario</em> – si tramuta colpevolmente in distrazione e assenteismo e poi precipita nel compianto selettivo. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto non sia affatto scontato emulare l&#8217;empatia da cento e lode di Che Guevara – “sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia  commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”, la spirale delle stragi ravvicinate da Aden ad Ankara, da Baghdad a Boko Haram, da Beirut a Parigi a Raqqa, esige che la nostra solidarietà si elevi all&#8217;altezza smisurata delle tragedie che ci circondano per consentirci di resistere alla morsa di barbarie speculari e asimmetriche.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">La paura c&#8217;è, è tanta e pure giustificata. Dice bene <a href="http://www.mediapart.fr/journal/france/141115/la-peur-est-notre-ennemie">chi</a> dice che dobbiamo combatterla, ma è quasi impossibile non pensare all&#8217;elefante, soprattutto quando assume sembianze decisamente mostruose. Ora, forse, non parlo a tutti, come scriveva Fortini – “Parlo a chi ha una certa idea del mondo e della vita e un certo lavoro in esso e una certa lotta in esso e in sé” – ma mi auguro lo stesso di parlare a molti: a chi condivide risolutamente la necessità di contrastare le aberrazioni che piovono da destra e dalle cime della Repubblica a ritmo ininterrotto – Hollande: </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">«Il faut une véritable coalition pour l&#8217;Irak et la Syrie, mais aussi l&#8217;Afrique»;  Le Pen :</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> « Il est indispensable que la France retrouve la maîtrise de ses frontières nationales définitivement »; B. Cazeneuve (ministro dell&#8217;Interno): «Celui qui s&#8217;en prend à la République, la République le rattrapera. Elle sera implacable avec lui et avec ses complices»; Laurent Wauquiez (segretario del partito <em>Les Républicains</em>,</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ex-UMP</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, presieduto da Sarkozy</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">) : «</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Je demande </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">que toutes les personnes fichées (alias &#8220;fichées S&#8221;, cioè schedate e sorvergliate in quanto ritenute, a diversi livelli di gravità, pericolose per la “sicurezza dello Stato”, si va dagli <em>hooligans</em> ai militanti politici ai sospettati di terrorismo e si stima che attualmente le fiches siano tra le 4 e le 11mila) soient placées dans des centres d’internement antiterroristes spécifiquement dédiés </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">». </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">Detto questo, un&#8217;ovvietà che merita di essere guardata in faccia e da vicino, senza scivolare nel pantano dell&#8217;islamofobia, è che il jihadismo esiste, miete vittime ma anche consensi, non smetterà di stupirci con effetti speciali, e effettua perfino servizi a domicilio. In modalità deterritorializzata e riterritorializzata, l&#8217;Isis cresce come un&#8217;organizzazione di cui stentiamo a comprendere le forme, nonostante gli sforzi (<a href="http://rue89.nouvelobs.com/2015/03/12/dounia-bouzar-lexperte-derives-djihadistes-arrangeuse-verites-258151">dubbi</a>) degli specialisti nell&#8217;elaborare sofisticate mappature dei profili socio-psicologici dei &#8220;soldati del califfato&#8221; e minuziose analisi delle modalità di reclutamento virtuale. Per venirne a capo, scavalcando i ritratti sensazionalistici dei </span></span><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT"><i>Jihadi John </i></span></span><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">da copertina, dobbiamo filtrare la propaganda dell&#8217;odio, abitare la confusione e ragionare su dati incredibilmente incerti. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Si legge un po&#8217; ovunque che i jihadisti sono minorenni e maggiorenni tra i 15 e i 30 anni, uomini e donne, convertiti e non, di estrazione popolare e di classe media, cittadini, <em>banlieusards</em> e <em>provinciaux</em>, provenienti da famiglie numerose ma non solo, educati alla religione ma anche no, stranieri e naturalizzati, depressi ed entusiasti; desiderosi di radicalità (del resto lo sono in molti a quell&#8217;età, e per fortuna) incontrano la <i>radicalisation,</i> termine comparso nel lessico di cronaca francese da più di qualche anno e che rimbalza sui giornali per etichettare proto- pseudo- e potenziali jihadisti cartografati dalle forze dell&#8217;ordine. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;altra ovvietà che forse vale la pena sottolineare è che se un kamikaze non è mai <em>solo un kamikaze</em>, ma  una rete di supporto, sostegno, difesa, protezione e addestramento, e se un kamikaze, per quanto assurdo possa sembrare ad alcuni, è per molti versi un <a href="http://www.liberation.fr/debats/2015/11/15/les-djihadistes-homegrown-soldats-bien-reels-d-une-nation-virtuelle_1413555">militante</a>, l&#8217;Isis, di nuovo, non è follia, ma politica, oscena forse, e però pur sempre politica. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Respinta l&#8217;ipotesi clinica, quindi, resta da demolire quella militare, rilanciata ieri dal <a href="http://www.liberation.fr/societe/2015/11/16/le-porte-avions-francais-sera-deploye-en-mediterranee-orientale_1413983">discorso</a> marziale di Hollande a Versailles– «L</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">a France est en guerre [..]. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">D’ici là, [..] intensifiera ses</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> frappes contre Daech. [..] Le porte-avions Charles de Gaulle appareillera jeudi, pour se rendre en Méditerranée orientale, ce qui triplera nos capacités d&#8217;action</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> ».</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo 14 anni di intensa e ininterrotta lotta al terrorismo con notevole dispiegamento di droni, armi e contingenti umani da parte del fronte occidentale, dopo aver cambiato i connotati ad almeno tre stati della regione (Afghanistan, Iraq, Siria) senza contare lo sfacelo della Libia e le sorti di stati carcassa come lo Yemen, e dopo aver favorito la mutazione genetica di Al Qaeda nell&#8217;Isis, sorge ragionevolmente il dubbio che qualcosa non sia andato per il verso giusto. Non solo il terrorismo prospera in Medio Oriente, ma è riuscito perfino a insinuarsi nel perimetro della vigile Europa costretta a fronteggiare oggi le premesse di una sciagurata e incivile &#8220;guerra di civiltà&#8221; che vede contrapposte le armi del terrore e quelle della xenofobia. Scarseggiano invece le armi della critica a volte anche nell&#8217;arsenale della sinistra che in Francia è doppia:  si colloca a sinistra del Partito socialista (non è così difficile) e si chiama <em>gauche de la gauche</em> o ancora alla sinistra di quest&#8217;ultima e cioè all&#8217;<em>extrême gauche</em>.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Cosa possa significare per queste due anime della sinistra fare i conti con il fenomeno del jihadismo, è una questione non da poco. Contestualizzare l&#8217;emergenza e l&#8217;espansione di Isis all&#8217;interno delle trasformazioni politiche e geopolitiche che interessano il mondo arabo-musulmano, pesantemente martoriato dagli interventi dell&#8217;imperialismo europeo e statunitense, non autorizza a ignorarne la portata europea. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E se risulta “facile” – <a href="http://www.revolutionpermanente.fr/5-pieges-a-eviter-apres-les-attaques-du-13-novembre">almeno</a> per l&#8217;<em>extrême</em> <em>gauche</em> – opporsi alla prosecuzione delle operazioni in Siria – che verrà sottoposta al voto dell&#8217;Assemblée nationale il prossimo 25 novembre – e ribadire che la strada da intraprendere non è certamente il neo-bushismo rivisitato e letale auspicato dal <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/2/fd4660a4-8b76-11e5-8be4-3506bf20cc2b.html#axzz3riDzrsdB"><i>Finacial Time</i>s</a> – ovvero la riaccensione in grande stile della macchina da guerra internazionale mai sopita, è meno scontato stabilire se e come una sinergia delle due sinistre (e quel che rappresentano) possa fabbricare una risposta politica a ciò che è successo, che sia <em>non solo giusta ma efficace</em>. Come possa in altre parole interagire con il senso comune e richiamarlo al buon senso, remare contro l&#8217;islamofobia diffusa (anche tra le proprie fila), respingere le manovre autoritarie del governo, evitare le scorciatoie di principio, dribblare il cinismo, farsi grande ma non ecumenica né tantomeno repubblicana, impegnarsi a contendere il terreno del terrore negli spazi sensibili, tenere alto il morale e sopratutto permettersi il lusso e il coraggio di pensare che tutto ciò sia praticabile.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Preferire di no</span></span></span></strong></p>
<figure id="attachment_58150" aria-describedby="caption-attachment-58150" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58150 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg" alt="1047/1- Grve et manif  l'intrieur de l'usine de Renault-Billancourt en Mai 1968 ©gerald Bloncourt" width="573" height="641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault-268x300.jpg 268w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58150" class="wp-caption-text">1047/1- Grve et manif  l&#8217;intrieur de l&#8217;usine de Renault-Billancourt en Mai 1968<br /> ©gerald Bloncourt</figcaption></figure>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa è una foto in cui mi sono imbattuta con una certa meraviglia qualche anno fa al <i>Musée national de l&#8217;immigration</i> (all&#8217;epoca <i>Cité Nationale de l&#8217;Histoire de l&#8217;immigration</i>), un <a href="http://www.histoire-immigration.fr/musee/collections">sito</a> espositivo nato e cresciuto dentro una serie di congiunture politiche più che infauste. Nel 2001 Lionel Jospin, allora primo ministro, aveva immaginato di consacrare il <i>Palais de la Porte Dorée,</i> che prima ospitava il<i> Musée des Arts africains et océaniens</i>, a un centro nazionale della storia e delle culture dell&#8217;immigrazione (l&#8217;idea originaria pare fosse di Mitterand). Silurato al primo turno delle elezioni presidenziali dalla vittoria di Le Pen padre, nel 2002, Jospin lasciò l&#8217;opera in eredità al nuovo presidente Chirac. Nel 2007, quando il museo fu finalmente allestito, il primo ministro Sarkozy si guardò bene dall&#8217;inaugurarlo essendosi da poco lanciato nella corsa all&#8217;Eliseo con una campagna elettorale che ostentava scarsia empatia nei confronti del tema dell&#8217;immigrazione. Abbandonato al suo destino, il museo aprì al pubblico senza alcuna cerimonia, e finì per essere inuagurato solo sette anni dopo, nel 2014, da Hollande, un po&#8217; per caso, senz&#8217;arte né parte. La storia di questo progetto e la sua realizzazione – tra strumentalizzazioni propagandistiche, rigetto e tiepide accoglienze – è una metafora letterale del rapporto che il paese ha intrattenuto e continua a intrattenere con quella componente imprescindibile e costituiva del suo passato e del suo presente che è la popolazione francese di origine straniera. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le foto esposte (come questa e anche le due successive), nonostante le didascalie, erano riuscite a sedare il fastidio e la repulsione che provavo per quel luogo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Sopra è il maggio 1968 e siamo a Renault Billancourt dove lavorano 21mila operai, di cui un terzo di origine straniera; si sciopera. </span></span></span></span><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">Non è certo un&#8217;immagine del genere che può rendere conto della complessità e della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=f727toiGcAg">durezza</a> della questione razziale all&#8217;interno del movimento operaio francese. </span></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E ripescare questa foto, come anche quelle che seguono, non significa rifugiarsi nel mito né eleggere anacronisticamente quel modo a modello, a distanza di decenni.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_58154" aria-describedby="caption-attachment-58154" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58154 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg" alt="643/5-3  Liquidation de la Siderurgie en Lorraine-  Vallee de Longwy -21 et 22/2/1979- immigrs syndicat grve ©Gerald Bloncourt" width="573" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58154" class="wp-caption-text">643/5-3 Liquidation de la Siderurgie en Lorraine- Vallee de Longwy -21 et 22/2/1979- immigrs syndicat grve<br /> ©Gerald Bloncourt</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_58155" aria-describedby="caption-attachment-58155" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58155 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg" alt="Manifestation des travailleurs algériens. Paris, 17 octobre 1961." width="573" height="574" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58155" class="wp-caption-text">Manifestation des travailleurs algériens. Paris, 17 octobre 1961.</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58153 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-804x1024.jpeg" alt="Poissy" width="700" height="892" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-804x1024.jpeg 804w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-236x300.jpeg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-900x1146.jpeg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy.jpeg 1256w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a>Stabiliminento PSA- Peugeot-Citroën a Talbot-Poissy, atelier B3. 1984. Sciopero</p>
<hr />
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le uso piuttosto come un&#8217;allegoria: tutte ricordano, se ce ne fosse bisogno, che la storia dell&#8217;immigrazione in Francia non è stata solo una storia di emarginazione, ma anche una storia di lotte e di protagonismo. Evocano confusamente l&#8217;idea che c&#8217;è un lavoro imprevedibile da immaginare e da compiere per provare a tessere legami spuri, occasionali e non scontati, che contrastino l&#8217;apartheid del pensiero, della prassi e del quotidiano tra pezzi della società francese che potrebbero ambire a riconquistare terreni di comunanza. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta di misurarsi con spazi geografici, sociali e ideologici che molte delle organizzazioni della gauche <em>tout court</em> hanno lungamente disertato, in cui negli anni hanno perso credibilità dando prova spesso di razzismo, insolenza, cecità, sordità, vigliaccheria. Si tratta perciò di capire come riguadagnare sul campo il diritto di parola e il diritto di confliggere, e questo, nello specifico, proprio in relazione alla recrudescenza del terrorismo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Il ragionamento che sto facendo sottintende la presunzione – ridiscutibile e rinegoziabile – che una strada del genere possa e debba essere percorsa. Sto provando a <em>perorare una causa</em>. C&#8217;è qualcosa di stantio quasi putrefatto nell&#8217;espressione &#8216;perorare una causa&#8217;, mi chiedo se sia colpa della </span><span style="color: #000000;"><i>causa</i></span><span style="color: #000000;"> o della <em>perorazione</em> e credo che alla fine sia colpa di entrambe. La <em>causa</em> nel 2015 soffre da ansia di prestazione perché non è mai l&#8217;unica, e per poter essere sposata deve sapersi dimostrare all&#8217;altezza di essere capace di interagire con altre cause. La <em>perorazione</em> ricorda la pastorale, suscita noia e pruriti, e anche lei a suo modo, induce il sospetto di follia quando somiglia troppo da vicino alla vocazione monomaniacale, all&#8217; idea fissa. Ancora una volta opterei per chiamare semplicemente politica un&#8217;attività umile e ostinata che deve categoricamente e incessantemente porsi il problema di scovare alternative quando pare che non ce ne siano e impegnarsi a costruire nessi impensati. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">In questo senso c&#8217;è bisogno di reinventare forme inaudite di prossimità tra mondi del dissenso che tendono a ignorarsi. Nei luoghi fisici – nelle scuole, sul lavoro e nei <em>quartiers populaires</em> – ma anche nelle parole d&#8217;ordine e nelle scelte di campo, come in questo momento. Non so se il momento è propizio, ma è un momento decisivo. Se quel che si prepara (il <em>se</em> è retorico) è un giro di vite accelerato sulla sicurezza e le libertà, è bene trovare le parole per dire che nella restrizione delle libertà di tutti, quelle di alcuni saranno minacciate più di altri; che il via libera alla caccia ai terroristi consisterà anche in un via libera agli abusi razzisti da parte delle forze dell&#8217;ordine; che migranti e rifugiati ne pagheranno le spese, insieme a chi intende stare dalla loro parte, e che di tutto questo, cioè dello stato d&#8217;emergenza e dei suoi derivati, non c&#8217;è bisogno. Quando, come nel dopo Charlie, la <em>République</em> incarnata da una sinistra che recita la parte della destra chiede al resto della <em>gauche</em> di stare dalla sua parte (con le sue bandiere e le sue bombe, con il suo esercito e il suo stato d&#8217;eccezione) in nome dell&#8217;<em>Union nationale</em>, sarebbe meglio <em>preferire di no</em> (come faceva Bartleby) e <em>spiegare pazientemente</em> (come suggeriva Lenin) le ragioni di una scelta impopolare (&#8220;people quite often do NOT know what they want, or do not want what they know, or they simply want the wrong thing&#8221;, nota Žižek, e non ha tutti i torti). Altrimenti non si vede come questa <em>gauche</em> possa candidarsi ad avversare e contrastare sul suo terreno la partita del jihad –  che per molti, secondo Olivier <a href="http://www.liberation.fr/planete/2014/10/03/le-jihad-est-aujourd-hui-la-seule-cause-sur-le-marche_1114269">Roy</a>, è la sola &#8220;causa disponibile sul mercato&#8221; – con un certo margine di credibilità ed efficacia. Per arrogarsi il diritto e dovere di contesa, per conquistare il diritto e il dovere di <em>perorare altre cause</em>, c&#8217;è bisogno di imparare ad assumere quel fenomeno che capiamo ancora poco e chiamiamo jihadismo non come un corpo alieno, come l&#8217;altro che è in noi, bensì paradossalmente come <em>cosa nostra</em>, figlia e non infiltrata, come una <em>res</em> tragicamente e orribilmente <em>publica</em> (da non confondere con la Repubblica). </span></span></span></span></p>
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		<title>25 Aprile. Resistenza o resilienza?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/27/25-aprile-resistenza-o-resilienza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 12:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Ovadia]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Jamila Mascat  A due giorni dalla Festa della Liberazione, tornare a parlarne ha meno del post e più della considerazione inattuale. Ma tant&#8217;è. La parola resilience mi pare che ricorra più spesso in inglese, forse come conseguenza dei dibattiti in voga nelle scienze sociali anglofone, dalla psicologia del lavoro alla sociologia ambientale. In italiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-53533" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla.jpg" alt="leyla" width="800" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/leyla-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Jamila Mascat </strong></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">A due giorni dalla Festa della Liberazione, tornare a parlarne ha meno del post e più della <em>considerazione inattuale</em>. Ma tant&#8217;è. </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">La parola <em>resilience</em> mi pare che ricorra più spesso in inglese, forse come conseguenza dei dibattiti in voga nelle scienze sociali anglofone, dalla psicologia del lavoro alla sociologia ambientale. In italiano salta subito agli occhi quanto pericolosamente i due sostantivi <em>resistenza</em> e <em>resilienza</em> si somiglino. Il primo, non c&#8217;è dubbio, gode di un&#8217;eufonia che l&#8217;altro se la sogna, anche se solo per poche lettere di differenza. A livello semantico, a prima vista e grossolanamente, i due termini potrebbero parere altrettanto affini: in fondo tanto i resistenti quanto i resilienti possono essere rubricati nel novero degli individui alle prese con una situazione di difficoltà a cui devono sapere far fronte con coraggio. Solo che il coraggio dei resilienti consiste nella capacità di adattarsi ai cambiamenti e reagire positivamente ai traumi, mentre quello dei resistenti consiste nella determinazione a lottare contro. (Che poi “l<span style="color: #333333;">a resistenza al mondo, creduta eroica, – scriveva Fortini –  sembra per attimi, con orrore, infantile rifiuto dell’arido vero”</span>, è un altro discorso che non c&#8217;entra con la Resistenza al maiuscolo). </span></span>La distinzione, quindi, non è di poco conto. Ma per farla breve: un&#8217;impresa preferisce impiegati <i>resilienti;</i> invece <i>resistenti</i> sono i partigiani – e i combattenti per la libertà di ogni tempo e luogo.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">In mezzo alle tante manifestazioni romane, come ogni anno da quattordici a questa parte, il comitato </span></span><a href="http://www.exsnia.it/comunicati/2015/25-aprile-pigneto-quartiere-in-festa-giorni-di-liberazione/" target="_blank"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>Quell@ che il 25 aprile</i></span></span></a><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> ha organizzato la giornata della Liberazione al Pigneto, durante la quale, tra la altre cose, si rendeva omaggio alla memoria degli abitanti resistenti del quartiere attraverso il percorso guidato </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">“</span></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Pigneto &#8217;44 – Ribelli&#8221;</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">.</span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Mentre a fine pomeriggio sul palco si discuteva dell&#8217;esperienza della resistenza curda di Kobane, ricevo su whatsapp una vignetta in bianco e nero che recita: “Antifascism is the worst product of fascism”, firmato &#8220;A. Bordiga&#8221;. Nel dire che “il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l&#8217;antifascismo”, Bordiga combatteva quelli che riteneva essere i limiti macroscopici di una risposta democratico-borghese al fascismo. Nonostante le attenuanti – trattasi di un&#8217;espressione </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">malamente estrapolata che meriterebbe in ogni caso di essere discussa e compresa nel suo contesto </span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> – una frase del genere risuona profondamente blasfema e difficilmente condivisibile. Eppure dice qualcosa, suo malgrado, rispetto a un pericolo  che minaccia e anzi già incrina la cultura della Resistenza, cioè quella costellazione di discorsi, riflessioni e commemorazioni che mettono a tema la storia e l&#8217;eredità dell&#8217;antifascismo e si condensano intorno alle celebrazioni del 25 aprile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Finemente raccontata e tramandata dagli storici specialisti, la storia della Resistenza italiana (gli esperti obietteranno che ce ne sono più d&#8217;una, ma la semplificazione è d&#8217;obbligo in questo post, e per la complessità è bene leggere <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-32015-ora-e-sempre-resistenza-dal-23-aprile-in-edicola-libreria-ebook-e-ipad/" target="_blank">altrove</a>, in particolare i contributi originali di D. Broder e F. Giliani) è nel bene e nel male patrimonio di tutti. Nel bene (è ovvio) e nel male (per quell&#8217;effetto &#8220;intramontabile&#8221; – a dispetto dei tentativi osceni di scrivere storie diverse, brutte e revisioniste – che ha il sapore del navy blue per i completi da uomo: buono per tutte le stagioni). </span></span></p>
<p>Quel che lascia perplessi, del resto, non è il paradosso ecumenico per cui, solo per fare un esempio, il sindaco Marino e i centri sociali che l&#8217;amministrazione romana si diverte sgomberare da mesi, celebrino, ciascuno a suo modo, la Giornata del 25 aprile. Piuttosto, quel che lascia perplessi è che si possa convertire il capitale simbolico della Resistenza in una sorta di invariante metafisico, invocato e santificato ovunque, e tuttavia indeclinabile e perciò condannato a essere conservato solo in luoghi (istituzionali) freschi e asciutti.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Ma se si vuole evitare di trattare la Resistenza come un salume pregiato, allora non si tratta semplicemente di conservarla. Si tratterebbe invece di consumarla e mobilitarla al presente – &#8220;Ora e sempre Resistenza&#8221;, recita la famosa poesia di P. Calamandrei –  perfino in luoghi afosi e bagnati di sangue come i Territori Palestinesi, a qualche mese di distanza dall&#8217;operazione Protecting Edge contro Gaza. </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Pochi, e tra questi Moni Ovadia sul <a href="http://ilmanifesto.info/la-perversione-del-senso-ultimo-del-25-aprile/" target="_blank">manifesto</a>, hanno risposto per le rime al presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, che ha annunciato qualche settimana prima delle celebrazioni previste per il 25 aprile che la sua organizzazione avrebbe disertato i festeggiamenti, dopo che anche l&#8217;Aned e le Brigate ebraiche avevano confermato di <a href="http://www.deportati.it/news/corteo-del-25-aprile-a-roma-ANPI-e-aned-chiedono-intervento-del-sindaco.html%20" target="_blank">non prendere parte</a> al corteo di Porta San Paolo, storico raduno antifascista della Capitale. “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Dato che sarà Shabbat non saremo presenti – ha dichiarato Pacifici – ma non ci saremo anche </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> perché i palestinesi, che saranno al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti&#8221;.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #363636;">Risponde Ovadia che: “i<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">l gran muftì di Geru­sa­lemme Amin al Hus­seini, mas­sima auto­rità reli­giosa sun­nita in terra di Pale­stina fu alleato di Hitler, favorì la for­ma­zione di corpi para­mi­li­tari musul­mani a fianco della Ger­ma­nia nazi­sta e fu fiero oppo­si­tore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel ter­ri­to­rio del man­dato bri­tan­nico. Men­tre la bri­gata ebraica com­bat­teva con gli alleati con­tro i nazi­fa­sci­sti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne desti­tuito e arre­stato: oggi vedendo una ban­diera pale­sti­nese a chi viene in mente il gran muftì di allora?”. Piuttosto – continua Ovadia – “oggi la ban­diera pale­sti­nese parla a tutti i demo­cra­tici di un popolo colo­niz­zato, occu­pato, che subi­sce con­ti­nue e inces­santi ves­sa­zioni, che chiede di essere rico­no­sciuto nella sua iden­tità nazio­nale, che si batte per esi­stere con­tro la poli­tica repres­siva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più ele­men­tari ed essen­ziali. Un governo che lo umi­lia esco­gi­tando uno stil­li­ci­dio di vio­lenze psi­co­lo­gi­che e fisi­che e pseudo legali per ren­dere esau­sta e irri­le­vante la sua stessa esistenza”.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Ecco, forse, affinché la memoria della Resistenza non affoghi nel magma della resilienza, bisognerebbe continuare a resistere e non solo <em>resilire</em> (in questo caso, <a href="http://ilmanifesto.info/la-perversione-del-senso-ultimo-del-25-aprile/" target="_blank">appunto</a>, “pervertire” il senso della Resistenza). Ricordando e celebrando, insieme a (e non contro) gli ex-deportati e i  partigiani rossi e <a href="http://www.razzapartigiana.it/?p=408" target="_blank">neri</a>, generazioni di palestinesi resistenti contro i crimini israeliani.</span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Peggio per tutti.  Di Charlie Hebdo, della République e dell&#8217;apocalisse.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2015 13:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato a Charlie Hebdo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Jamila Mascat Sulla Settimana enigmistica c&#8217;era un gioco, che forse esiste ancora: &#8220;Aguzzate la vista&#8221;. Si trattava di scovare i 20 particolari che distinguevano due vignette molto simili e densamente popolate, disposte una accanto all&#8217;altra. Io, che non ho un talento per la visione e sono sempre stata miope, ci mettevo un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-50461 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica.jpg" alt="la-settimana-enigmistica" width="600" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/la-settimana-enigmistica-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Sulla <em>Settimana enigmistica</em> c&#8217;era un gioco, che forse esiste ancora: &#8220;Aguzzate la vista&#8221;. Si trattava di scovare i 20 particolari che distinguevano due vignette molto simili e densamente popolate, disposte una accanto all&#8217;altra. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Io, che non ho un talento per la visione e sono sempre stata miope, ci mettevo un sacco di tempo, poi spesso mi spazientivo al quinto particolare. Ma chissà perché non demordevo e ogni settimana sceglievo di provarci di nuovo. Del resto, si sa, ci vuole pazienza con i dettagli.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Di <em>Charlie Hebdo</em></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Ora non è facile soffermarsi sui dettagli mentre l&#8217;orrore e la commozione per le vittime dell&#8217;attentato alla redazione di Charlie Hebdo, e poi ancora l&#8217;orrore delle ultime ore per gli altri morti e gli altri ostaggi, ci stringono in un raccoglimento corale senza se e senza ma. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Siamo tutti sotto choc; s</span><span style="color: #000000;">iamo tutti inorriditi per l&#8217;attentato più letale che Parigi abbia mai subito dalla fine della seconda Guerra Mondiale – le decine di persone uccise il 17 ottobre 1961</span><span style="color: #000000;"> durante una tristemente famosa manifestazione pro-Algeria – all&#8217;epoca ancora francese – morirono, come ricorda <a href="http://www.liberation.fr/politiques/2015/01/07/l-attentat-le-plus-meurtrier-a-paris_1175401" target="_blank"><em>Libé</em></a>, non per mano dei jihadisti ma sotto i colpi della polizia; dicesi repressione quindi, non attentato). Siamo tutti ragionevolmente con la <em>plume</em> contro i kalashnikov. E nel giro di qualche ora siamo diventati tutti Charlie (perfino il <a title=" " href="https://twitter.com/nasdaq/status/553247771726450688" target="_blank">Nasdaq</a>). </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Confesso che <em>je ne suis pas Charlie</em> (senza hashtag, e fuori da twitter, dove pare che la formula sia stata recuperata con intenti ben diversi da quelli di questo post), non lo sono oggi più di quanto non lo fossi una settimana fa e sarebbe perfino ipocrita fare finta del contrario. Avevo un debole per Charb, a cui devo uno dei migliori funerali a cui ho  assistito (si trattava in realtà della commemorazione della morte di Daniel <a href="http://www.danielbensaid.org/Des-fois-aveugles-et-des-croyances?lang=fr" target="_blank">Bensaïd</a>, filosofo, docente universitario, fondatore della <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Ligue_communiste_r%C3%A9volutionnaire" target="_blank">Ligue Communiste Révolutionnaire</a> e, tra le altre cose, co-autore insieme a Charb di <em><a href="http://www.editions-zones.fr/spip.php?page=lyberplayer&amp;id_article=100" target="_blank">Marx, mode d&#8217;emploi</a>)</em>. Mentre nella sala della Mutualité Edwy Plenel, Alain Badiou e molti altri ricordavano Daniel e i suoi trascorsi, Charb lo disegnava in diretta riuscendo perfino a strappare qualche risata contagiosa, che per un&#8217;occasione del genere è un risultato niente male. Ma a parte questa affezione personale, <em>je n&#8217;ai jamais été Charlie</em> da quando in modo più o meno intermittente vivo a Parigi, dal 2001. Erano gli anni di Philippe Val alla guida del giornale (1992-2009), gli anni del dopo-11 settembre, gli anni bui che conosciamo e che in Francia sono stati ulteriormente rabbuiati dai Lumi del <em>laicité</em> di stato. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Le vignette, le più sconce e le più blasfeme, non mi hanno mai offeso; ridere è un&#8217;altra storia e io fatico un po&#8217; a farlo con cazzi e culi, e putes e pédés, per indole, più che per inclinazione al politically correct. Per intenderci: questo finto-Maometto qui, sul set di un film hard costretto a scoparsi una testa di maiale “per mancanza di troie di 9 anni” non mi piace un granché, ma non perché è Maometto, fosse anche il Maresciallo Rocca o Lino Banfi sarebbe lo stesso.</span></span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY">                                    <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-50462" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1.jpg" alt="vignette_1" width="600" height="587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1-300x293.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_1-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-50463 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2-272x300.jpg" alt="vignette_2" width="272" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette_2.jpg 400w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Allora preferisco Maometto affranto, con le mani nell&#8217;immancabile turbante, che deplora la qualità dei suoi proseliti &#8211; <em>C’est dur d’être aimé par des cons</em> (e ancora più tosta, forse, è essere odiato dai coglioni, così coglioni che un giorno vengono a trovarti a sorpresa e finiscono per farti secco).</span></span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-50464" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3-233x300.jpg" alt="vignette 3" width="233" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3.jpg 340w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Non ho avuto nessun sussulto per le illustrazioni di <em>Charia Hebdo</em>, per le vignette danesi ripubblicate da Charlie, né di fronte alle consuete caricature dei miei correligionari, ritratti di solito in versione <em>barbus</em> (gli uomini) o <em>niqab</em> (le donne, generalmente maldestre, impossibilitate a farsi la ceretta come si deve, incapaci di trovare il punto G, e più spesso incinte per meglio procacciarsi i sussidi destinati alle famiglie numerose).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">Ma CH non è e non è stato negli anni solo un giornale di vignette di buono e cattivo gusto. È stato anche un giornale di <em>editoriali</em> (come <a href="http://delbart.nicolas.free.fr/valchomsky.html" target="_blank">questo</a> di Val, che nel 2002 rimproverava Chomsky di essere un traditore della patria, alias “</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">l’un de ces Américains qui détestent le plus l’Amérique</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">) e di <em>prese di posizione</em> (come questa, sempre Val, all&#8217;epoca della guerra in Libano nel 2006 :&#8221;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">Se guardiamo una carta geografica, muovendoci verso Est, [vediamo] che oltre le frontiere dell&#8217;Europa, cioè oltre la Grecia, il mondo democratico cessa di esistere. Resta solo un coriandolo in Medio Oriente, lo Stato di Israele, e poi nulla fino ad arrivare in Giappone. Tra Tel-Aviv e Tokyo regnano solo poteri dispotici, che riescono mantenersi in piedi alimentando, presso popolazioni analfabete all&#8217;80 per cento, un odio feroce nei confronti dell&#8217;Occidente, perché composto di democrazie&#8221;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;">); parole che non condivido oggi, più di quanto non riuscissi a condividerle ieri.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Non ero Charlie nemmeno nel 2006 quando il giornale pubblicava il <a href="http://www.lexpress.fr/actualite/societe/le-manifeste-des-douze-ensemble-contre-le-nouveau-totalitarisme_482860.html" target="_blank"><em>Manifeste des douze</em></a> contro il totalitarismo islamico, firmato dal direttore (Val), insieme a Bernard Henry Levy, Ayan Hirsi Ali e Caroline Fourest tra gli altri – per chi non li conoscesse googlare per credere. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Né ero Charlie quando, a luglio del 2008, Val, sempre lui, decideva di licenziare <a href="http://www.sinemensuel.com/" target="_blank">Siné</a>, un collaboratore storico della testata, per colpa di una <em>chronique</em> pubblicata due settimane prima, che commentava così le nozze di Jean Sarkozy, figlio di Nicholas, con Jessica Sarah Fanny Sebaoun,  ereditiera della famiglia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Darty" target="_blank">Darty</a>. </span></span></span></p>
<blockquote><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;Jean Sarkozy, digne fils de son paternel et déjà conseiller général de l&#8217;UMP, est sorti presque sous les applaudissements de son procès en correctionnelle pour délit de fuite en scooter. Le Parquet a même demandé sa relaxe ! Il faut dire que le plaignant est arabe ! Ce n&#8217;est pas tout : il vient de déclarer vouloir se convertir au judaïsme avant d&#8217;épouser sa fiancée, juive, et héritière des fondateurs de Darty. Il fera du chemin dans la vie, ce petit !&#8221;</span></span></span></p></blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #000000;">Il vignettista, accusato di antisemitismo, era stato immediatamente espulso dalla redazione. L&#8217;iter giudiziario avrebbe scagionato Siné e condannato Charlie a risarcirlo cospicuamente, ma intanto un gesto del genere, d</span><span style="color: #000000;">a parte di un giornale che si è sempre vantato di cantarle a tutti e non risparmiarle a nessuno, avrebbe</span><span style="color: #000000;"> suscitato più di qualche <a href="%20http://archives-lepost.huffingtonpost.fr/article/2008/07/24/1229761_plantu-va-t-il-se-faire-virer-de-l-express.html" target="_blank">reazione</a> sgomenta in redazione e fuori. Alcuni già allora rimpoveravano a Val, di lì a poco destinato a essere nominato dall&#8217;allora presidente Sarkozy alla guida di France Inter, di aver punito l&#8217;antisarkozismo di Siné piuttosto che il suo presunto antisemitismo. E nel momento in cui CH progressivamente scompare dalla rassegna stampa dell&#8217;emittente radiofonica France Inter, lo stesso Charb se la prende con il suo predecessore accusato di obbedire supinamente ai precetti dell&#8217;Eliseo: “Da quando la rassegna stampa [&#8230;.] è in mano a sarkozisti impomatati, <i>Charlie Hebdo</i> non è più stato citato. Boycottaggio quasi totale.[&#8230;] Si vede che non serve essere iscritti all&#8217;albo dei giornalisti per fare la rassegna a France Inter, basta avere la carta dell&#8217;UMP</span></span></span>».</p>
<p align="JUSTIFY">Nato sulle ceneri di <em>Hara Kiri</em>, censurato dal ministero degli interni nel 1970 per una <a href="http://encreviolette.n.e.f.unblog.fr/files/2009/05/cavannablog25.jpg" target="_blank">copertina</a> poco ossequiosa pubblicata in occasione della morte di De Gaulle, e cresciuto all&#8217;indomani del maggio francese con spirito anarco-rivoluzionario, persecutore irriverente dei potenti e del potere, CH è stato un settimanale di culto per una generazione, e forse più di una, di <em>gauchistes</em> impenitenti che preferiscono ricordarlo per come era agli inizi.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">L</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8216;<em>hebdo</em> che ho conosciuto io, invece, è stato un giornale più controverso e più chiacchierato. Al punto che nel 2013 Charb, ormai da quattro anni alla guida del settimanale, mentre le polemiche montavano e le vendite precipitavano, era stato costretto a ribadire dalle colonne di <a href="%20En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/idees/article/2013/11/20/non-charlie-hebdo-n-est-pas-raciste_3516646_3232.html#velqMIK2Eq8jsjHQ.99" target="_blank"><em>Le Monde</em></a> che </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>Non,Charlie Hebdo n’est pas raciste !</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E in effetti non credo neanch&#8217;io che CH sia un giornale razzista. Credo solo che in diverse circostanze abbia abdicato alla tanto celebrata inclinazione dei bei tempi andati, l&#8217;inclinazione ad assumere una voce fuori dal coro. Strano a dirsi, mi rendo conto, a proposito di un giornale la cui redazione è stata orribilmente decimata tre giorni fa, per aver osato rappresentare l&#8217;irrapresentabile e sfottere l&#8217;insfottibile. Ma la Francia non è l&#8217;Arabia Saudita e questo <i>dettaglio</i> dovrebbe consentire di prendere le misure. </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/vignette-3.jpg"><br />
</a></p>
<p><strong>Della République</strong></p>
<p>La questione del coro e delle voci è un altro dettaglio non trascurabile.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Il quotidiano online <em>Mediapart</em> (il cui direttore, Edwy Plenel, ha pubblicato pochi mesi fa un inatteso plaidoyer <i><a href="http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Pour_les_musulmans-9782707183538.html">Pour le musulmans</a></i>) riporta sul blog <em>Indisciplines</em> <a href="http://blogs.mediapart.fr/blog/sylvain-bourmeau/020115/un-suicide-litteraire-francais">un&#8217;intervista</a> a Michel Houellebecq, originariamente apparsa sulla <a href="http://www.theparisreview.org/blog/2015/01/02/scare-tactics-michel-houellebecq-on-his-new-book/"><em>Paris Review</em></a>, e rara nel suo genere per il tono insolente (e apprezzabile) delle domande rivolte all&#8217;autore in occasione dell&#8217;uscita del suo libro <i>Soumission</i>, di cui si parla ovunque in questi giorni. Il titolo scelto da Sylvain Bourmeau – <i>Un suicide littéraire français</i> – fa volutamente eco al tanto dibattuto <i>Suicide français</i> di Eric Zemmour, il bestseller-scandalo del giornalista francese licenziato meno di un mese fa da I-Télé per le dichiarazioni espressamente razziste rilasciate al <em>Corriere della sera</em> e poi a distanza di qualche tempo rimbalzate in Francia per suscitare un <a href="http://lelab.europe1.fr/Melenchon-livre-sur-un-plateau-une-interview-italienne-de-Zemmour-evoquant-la-deportation-des-musulmans-francais-19530">putiferio</a> (tra queste l&#8217;auspicio di una prossima cacciata dei musulmani francesi dal territorio nazionale). </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Se nel suo saggio Zemmour addita il pensiero debole e il decostruzionismo, rei di aver eroso “le fondamenta di tutte le strutture tradizionali: famiglia, nazione, lavoro, stato, scuola” fino a rendere &#8220;l’universo mentale dei nostri contemporanei &#8230;.un campo di rovine” e cedere il paese in pasto all&#8217;insolenza delle minoranze, il romanzo di Houellebecq immagina la Francia del futuro che inverosimilmente capitola nella mani dell&#8217;islam politico, tanto da ritrovarsi a fronteggiare nel 2022 un deuxième tour presidenziale Le Pen vs Ben Abbes (nome, quest&#8217;ultimo, inventato di un immaginario leader carismatico del partito della <em>Fraternité Musulmane</em>). Dopo la vittoria schiacciante del partito religioso, la nazione cambia volto: le donne smettono i pantaloni e cominciano a coprirsi, lasciano il lavoro e si rintanano in casa, le scuole e le università vengono islamizzate e progressivamente tutti sono costretti ad arrendersi e sottomettersi.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-50470" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165.jpg" alt="m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165" width="600" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/m.-houellebecq-2010�sylvain-bourmeau-e1420217389165-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E così Bourmeau incalza Houellebecq: </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><strong>-Pourquoi tu as fait ça?</strong></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-Je n’aime pas le mot mais j’ai l’impression que c’est mon métier.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E più avanti:</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8211; Peut-être oui. Oui il y a un côté peur. J’utilise le fait de faire peur.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Donc tu utilises le fait de faire peur à propos du fait que l’islam devienne majoritaire dans le pays ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-En fait, on ne sait pas bien de quoi on a peur, si c’est des identitaires ou des musulmans. Tout reste dans l’ombre.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Tu t’es posé la question des effets d’un roman qui contient une hypothèse comme celle- là ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-Aucun. Aucun effet.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Tu ne crois pas que cela va contribuer à renforcer les portraits de la France que j’évoquais et pour lesquels l’islam pèse comme une épée de Damoclès, comme la chose la plus effrayante ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-De toute façon, c’est déjà à peu près la seule chose abordée par les médias, ça ne peut pas être plus. C’est impossible d’en parler plus qu’aujourd’hui, donc cela n’aura aucun effet.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><b>-Ce constat ne te donne pas envie d’écrire autre chose ? De ne pas t’inscrire dans ce conformisme ?</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">-Non ça fait partie de mon travail de parler de ce dont les gens parlent, objectivement. Je suis inscrit dans mon temps.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Houellebecq dichiara di volersi esimere dal dovere di scegliere di cosa parlare e come farlo. Pare nascondersi dietro un dito e dire: parlo di ciò di cui si parla. Come se il mestiere di scrivere si riducesse al compito miserabile di ricopiare dal mondo tel quel, contentandosi di straparlare di quel di cui già si parla.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/lepen2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-50471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/lepen2.png" alt="lepen2" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">A poche ore dal primo attentato, ad esempio, la leader del <em>Front National,</em> Marine Le Pen, ventilava l&#8217;ipotesi di un referendum sulla pena di morte. Suo padre Jean-Marie suggeriva con un tweet una soluzione assai più composta: <em>Keep calme and vote Le Pen</em> (e sullo sfondo una bella foto di sua figlia che sfoggia un gran sorriso).</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Nel frattempo il <em>Parti Socialiste</em> ha tentato con successo di resuscitare dal torpore autunnale sotto l&#8217;egida del repubblicanesimo. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">La <em>République</em> per bocca del presidente Hollande e del premier Valls ha chiesto a tutti di raccogliersi in silenzio e rendere omaggio alle vittime innocenti di questi morti atroci.</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">“Dans ces moments-là, le débat doit être un peu au-dessus et pas dans les petites polémiques”, ha ribadito il primo ministro, sapientemente abile in queste ore a dosare le parole e redarguire ogni eccesso, ineccepibile ago della bilancia nazionale.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Anche il filosofo Bernard Henry-Levy dalle pagine di <a href="http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/08/le-moment-churchillien-de-la-ve-republique_4552085_3232.html" target="_blank">Le Monde</a> ha cavalcato l&#8217;onda repubblicana rilanciando  la posta un gradino più su: &#8220;C’est le moment churchillien de la Ve République&#8221;, ha scritto, &#8220;è l&#8217;ora del dovere implacabile della verità di fronte a una prova che s&#8217;annuncia lunga e terribile. E&#8217; l&#8217;ora di tagliare corto con il discorso lenitivo che ci propinano da tanto tempo gli utili idioti [fautori] di un islamismo che si risolverebbe nella sociologia della miseria&#8221;.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E Sarkozy gli fa eco:</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> </span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;La nostra democrazia è sotto attacco, e dobbiamo difenderla senza esitazioni.</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> &#8230;</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> La Francia è stata colpita al cuore, la Repubblica deve riunirsi; chiamo tutti i francesi a [&#8230;] un fronte unico contro il terrorismo, la barbarie e gli assassini&#8221;.  </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">A tutti noi è richiesto di associarsi (e ai musulmani di dissociarsi e espiare, prima di associarsi) per prendere parte a questa santa alleanza politica che formalmente mantiene a debita distanza solo il FN per evitare di conferire una patente di rispettabilità a un partito pericoloso e a cui in questa fase i consensi non mancano di certo</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></span></em></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Chiunque tenti di opporsi all&#8217; </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;impératif d&#8217;unité nationale&#8221;</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> invocato da Sarkozy, obiettando che il guaio della Repubblica è che predica male e razzola peggio, non disdegnando di impugnare all&#8217;occorrenza liberté-égalité-fraternité come un&#8217;arma letale di discriminazione e d&#8217;oppressione, di guerra e di conquista, viene accusato di islamogauchismo, di giustificare l&#8217;ingiustificabile o anche solo di non saper tacere in un momento così tragico e ostinarsi cercare il pelo nell&#8217;uovo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Con che coraggio ci si può sottrarre al <strong><em>Je suis Charlie</em></strong>, intonato dal coro polifonico repubblicano che si vuole erede e depositario delle ultime volontà di Charb, Wolinski, Cabu, Tignous e degli altri, e in cui ahimè sono confluiti il dolore, la paura, lo sdegno e la sacrosanta determinazione a resistere di milioni di francesi?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><em>Le Monde </em>per la copertina del dopo-attentato ha scelto un titolo rivelatore: <strong>Le 11-septembre français</strong>, un titolo confermato dalle parole di Valls che poco dopo ha prontamente evocato l&#8217;impresa di una nuova &#8220;</span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">guerra contro il terrorismo&#8221;</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">,  </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>une guerre pour nos valeurs</i></span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Un altro dettaglio non insignificante. Infatti, se davvero si tratta di un nuovo 11 settembre, allora ripensiamo al precedente e meditiamo: per una crociata lanciata ormai 14 anni fa, e combattuta con tanto dispiego di mezzi ed energie, bisogna ammettere che si è trattato di un fiasco colossale. Il terrorismo, a quanto pare, non è mai stato meglio.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Domenica prossima a Parigi sfileranno anche Merkel, Renzi, Rajoy, Cameron e altri leader politici europei.  Vedremo l&#8217;Europa di destra e sinistra prendersi per mano &#8220;Pour la liberté de la presse, pour la république, pour la liberté de conscience et d’opinion, pour lutter contre l’obscurantisme, pour ne pas capituler face au terrorisme&#8230;&#8221;. <span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>United we stand</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> si diceva all&#8217;indomani di 9/11. Con</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> le conseguenze che tutti conosciamo e abbiamo ancora modo di toccare con mano. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Dell&#8217;apocalisse</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-50469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico.jpg" alt="A helicopter with members of the French intervention gendarme forces hover above the scene of a hostage taking at an industrial zone in Dammartin-en-Goele, northeast of Paris" width="640" height="399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/helico-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">C&#8217;è un breve saggio di Derrida intitolato <em>Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia</em> (1983) che fa il verso a uno scritto di Kant<em> </em>di duecento anni prima  pubblicato sulla <em>Berliner Monatsschrift – D&#8217;un </em><em>tono</em> <em>da signori assunto di recente in filosofia</em>  </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">(1796).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">In questo saggio Derrida punta il dito contro le retoriche dell&#8217;apocalisse per gli stratagemmi che adottano; per le “astuzie criptiche” che mobilitano, per la fine imminente che annunciano e a cui poi non tengono fede, per quell&#8217;annichilamento distruttivo che promettono e non mantengono al solo scopo di garantirsi una sopravvivenza più duratura. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Al pari di un&#8217;accorta strategia di comunicazione, infatti, i toni apocalittici sottintendono più di quel che narrano esplicitamente, e agitano lo spauracchio della fine proprio allo scopo di poter preservare le cose come stanno. Nulla insomma finisce davvero con l&#8217;Apocalisse e molto si perpetua immutato, a discapito delle apparenze. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">E allora, Derrida si domanda </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><i>cui prodest</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">: </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">“</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Quale beneficio</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">? </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Quale premio di seduzione</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"> o di intimidazione? Quale vantaggio sociale o politico? Vogliono fare paura? Vogliono far piacere? A chi e come?” </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Vogliono terrorizzare</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">? </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Far cantare</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">? Attirare in nuove promesse di godimento? È contraddittorio?”</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Nelle ultime ore ovunque ci hanno raccontato l&#8217;apocalisse. L&#8217;attentato, e poi </span></span></span>la fuga dei colpevoli, e lo spettacolo terrificante delle squadre speciali che li inseguono. I volti e le storie degli assassini, microcrimnali, macrocriminali, convertiti, bramosi di uccidere e pronti a morire per Isis o per Al Qaeda non importa. Lo Yemen un condimento onnipresnte, l&#8217;Afghanistan pure, mentre le vittime innocenti si moltiplicavano tra un attentato e un braccaggio. La fine della rincorsa, l&#8217;uccisione dei fratelli Kouachi e del loro complice Amedy Coulibaly, le loro (incredibili ma vere?) interviste in diretta con i giornalisti di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=87q7WmvpcYA#t=137" target="_blank">BFM Tv </a> in cui rispondono alle domande come fosse un gioco a quiz, dichiarano i moventi e i mandanti. Il mistero di Hayat Boumedienne. E ancora il récit allarmato della procura, gli istigatori di odio che scorrazzano sui social network, i plausi al coraggio degli attentatori morti per una buona causa che arrivano dai soliti sciroccati criminali. I sondaggi d&#8217;opinione, le risposte a scelta multipla. Le prevedibili ripercussioni quotidiane – meno eclatanti, ma certo non meno preoccupanti –  dalle scuole alle moschee passando per le banlieue dove non sono mancate fin da subito le intimidazioni, gli insulti contro l&#8217;islam e l&#8217;islam contro tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando pareva che le cose andassero già molto male, sono andate peggio (cosa c&#8217;è di peggio di una prise d&#8217;otage qualsiasi? Una prise d&#8217;otage orchestrata da un musulmano in un épicerie kosher, tanto per gradire). E quando è così, è peggio per tutti.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Il problema di atti indifendibili come gli attentati dei giorni scorsi è che oltre a lasciarci in bocca il gusto amaro dell&#8217;apocalisse, non ci lasciano via di scampo. Non ci permettono di rigettare la logica binaria, ma poi al fondo monopolistica, del ritornello “chi non salta terrorista è”. Ci tolgono le parole di bocca. Ci condannano, </span></span></span><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;">nel migliore dei casi, a ingoiare più sicurezza, più <em>vigipirate</em> e più panopticon per sentirci protetti o, nel peggiore dei casi, a fare il tifo per le teste di cuoio affinché catturino i criminali (e non importa che le forze dell&#8217;ordine tre mesi fa abbiano ucciso per sbaglio con una granata un giovane manifestante ecologista a Sivens, e che il ministero dell&#8217;Interno dopo l&#8217;omicidio di Remi Fraisse abbia vietato qualsiasi manifestazione di protesta e promosso arresti e condanne a gogo per punire chi osasse infrangere le regole; quella ormai è acqua passata, riscattata dalle prodezze dei blitz di ieri). Ci spingono a schierarci con quelli che non possono essere i nostri alleati (il governo Valls e l&#8217;opposizione Sarkozy). Ci costringono a blaterare in ritirata che il razzismo, che l&#8217;islamofobia, che la discriminazione nei <em>quartiers populaires</em>, che la guerra in Mali e la Françafrique, che l&#8217;imperialismo, che lo sfruttamento, che la povertà e la disoccupazione, che Gaza, che quel che resta del colonialismo, che non solo i musulmani, ma anche gli altri, che un salafita non è un terrorista, che Obama e Guantanamo&#8230;e così via in dissolvenza. E chiunque replicherà, con ragione, che non ci sono scuse che tengano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;">Le scuse in effetti non servono, servono antidoti a una strategia della tensione – tu-mi-uccidi-a-casa-mia/io-ti-uccido-a casa-tua – inscenata tra terroristi jihadisti e politica del terrore globale, che evidentemente giova alle parti in causa più che a chiunque altro in questa storia. Servono strumenti per sottrarsi alla morsa infernale del “con noi o contro di noi”, che puntualmente si ripropone. Per questo la libertà d&#8217;espressione deve consentire la libertà di sottrarsi all&#8217;amalgama dell&#8217;<i>union sacrée </i>per soffermarsi sui dettagli – che alla fine non sono un dettaglio e fanno la differenza – senza che nemmeno questo costituisca un atto blasfemo né criminale.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
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