Bienvenue Italie: Ornela Vorpsi

11 agosto 2017
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Questo è il terzo articolo ( qui il primo  e il secondo )  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczek nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell’identità. A illustrare il tutto  il fotoracconto del fotografo Mario Ferrara. dedicato al tema dell’Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d’un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi (effeffe)

Have you seen my shoes

di Ornela Vorpsi

Il caso volle che un giovedì del mese di marzo, (opportunamente illuminato da un sole ancora freddo), prendessi la metropolitana aerea, e che un paio di scarpe mi gettasse in un terrore insostenibile. Mi ero seduta di fronte a un uomo perso nella lettura del suo giornale. L’uomo portava delle scarpe gialle. Queste scarpe, senza alcun dubbio, facevano prova della più assoluta innocenza, il loro proprietario era ignaro del senso di smarrimento che stavano per procurarmi.

Quella mattina mi sentivo molto bene. Il mio corpo si era svegliato vigoroso, e il desiderio della vita mi scorreva nel sangue in pulsazioni sane e regolari. Fin quando, per caso, il mio sguardo cadde sulle scarpe gialle che l’uomo aveva ai piedi. Scarpe profondamente straniere. Provenivo da un paese in cui le scarpe erano accessori, strettamente funzionali, non si dava alcuna importanza alla forma. La forma contava solo quando riguardava l’essere umano, e persino in quel caso si diceva che la forma più importante era quella che uno si porta dentro. Nel mio paese la qualità delle scarpe non sempre era buona. Un intero popolo è stato equipaggiato con quelle orrende scarpe in finto cuoio, abbinate a certe suole di gomma che provocavano la comparsa di vesciche piene di siero.

Un giorno, poiché le mie vesciche avevano raggiunto delle proporzioni spaventose, mia madre mi portò dal medico. «Niente da fare – dichiarò lui -, sono le scarpe che provocano questa reazione. Dentro il nto cuoio, il piede non respira, e la gomma di certo non aiuta. Ma non si preoccupi signorina – proseguì – i suoi piedi si abitueranno pian piano: cosa non ha sopportato l’umano di ciò che gli è piovuto addosso? Conosce il proverbio? Ciò che spacca la roccia, l’uomo lo regge».

Molti anni dopo mi resi conto che alcune di quelle scarpe racchiudevano una storia, una storia che le precedeva. Il loro passato – talvolta immenso – si confondeva con un profumo che mi era estraneo, il profumo di Robespierre, di lettere fragranti d’amore e di visi gracili. Erano, oserei dire, scarpe colte. Nel mio paese non avevo mai visto delle scarpe colte.

Avevano quasi sempre un’aria riservata, al tempo stesso lussuosa e discreta, per cui ogni volta che ne vedevo un paio, pensavo immancabilmente al nonno dell’uomo che portava quelle scarpe colte. Lo vedevo andare a caccia mentre la nonna suonava il pianoforte, prima dell’ora del tè, e la cameriera faceva avanti e indietro per la casa, spolverando i mobili di ciliegio.

Erano scarpe che brillavano di una luce sicura, spesso marrone, o nere. Le contemplavo, nella mia fantasia calpestavano tappeti morbidi e rossi, parquet profumati di cera al miele; poi, quando mostravano qualche segno di stanchezza, gli lasciavano il tempo di riprendersi, dopo avervi inserito una specie di meccanismo di legno che ne curava la forma.

Cercavo di immaginare a cosa potesse somigliare il piede che sonnecchiava dentro quelle scarpe; la mia immaginazione lo faceva pallido, liscio, morbido come anella, e osservando sui miei piedi i vecchi segni delle vesciche mi sentivo quasi in colpa. Quelle scarpe m’intimidiva no un po’.

Ma le scarpe che vidi, quel giovedì, nella metro di Milano, erano scarpe che non rientravano in nessuna delle categorie di scarpe che avevo costruito senza volerlo. perché possedevano una storia.

Le scarpe gialle non appartenevano né alla classe operaia, né alla borghesia, né tanto meno all’intellighenzia. Il mio cuore sussultò e, abbandonando il petto, si ritrovò improvvisamente nello stomaco, che prese a battere al suo posto. Guardai le scarpe gialle, strettamente annodate attorno alle caviglie dell’uomo, e osservai con estrema attenzione le loro suole di gomma, di un beige translucido, che mi sembravano due ramponi insensibili e possenti ancorati al suolo. L’insensibilità di queste scarpe, ecco cosa mi gettò in un terrore senza nome. Non conoscevo il loro linguaggio. Ma esistevano davanti ai miei occhi, come il mondo intorno a me, come l’uomo che le portava, come la mia mano che stringeva con tutte le sue forze la sbarra gelida per sostenere il mio corpo, quel corpo che vibrando mi indeboliva. Poi ne ho parlato a qualcuno, gli ho detto che un paio di scarpe gialle e insensibili mi avevano terrorizzato. È scoppiato a ridere. Ride, non la smette di ridere, mentre le mani continuano a tremarmi, vittime di queste scarpe che non trovavano posto nella struttura involontaria della mia creazione.

 

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