<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>pandemia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/pandemia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 20 May 2025 22:54:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.18</generator>
	<item>
		<title>La memoria rimossa della &#8220;spagnola&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/21/la-memoria-rimossa-della-spagnola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2025 05:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA["spagnola"]]></category>
		<category><![CDATA[epidemia]]></category>
		<category><![CDATA[epidemiologia]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele frasca]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[rimozione]]></category>
		<category><![CDATA[storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=113224</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Gabriele Frasca</strong> <br /> È stato dunque solo a ottant’anni esatti dall’evento che la vera portata della pandemia si è manifestata per quello che era, in virtù dei nuovi conteggi a opera di Niall Johnson e Jürgen Müller, che portarono il numero delle vittime a 50 milioni (...).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[All&#8217;inizio dell&#8217;anno, per Luca Sossella editore, è uscito grazie al lavoro del Laboratorio &#8220;Soldado de Nàpoles&#8221;</em> L&#8217;influenza della guerra. La memoria rimossa della &#8220;spagnola&#8221;, <em>un volume collettivo che raccoglie quattordici interventi di altrettanti autori e autrici provenienti da campi disciplinari diversi. Questo studio, su di un fenomeno storico tutt&#8217;ora in gran parte rimosso, è introdotto da un saggio di Gabriele Frasca, di cui pubblichiamo un estratto.]</em></p>
<p>di <strong>Gabriele Frasca</strong></p>
<p><em>Il canto dell’oblio</em></p>
<p style="text-align: right;">I had a little bird,</p>
<p style="text-align: right;">Its name was Enza.</p>
<p style="text-align: right;">I opened up the window</p>
<p style="text-align: right;">And in flew Enza.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Nursery Rhyme</em> (1918)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Alla memoria di mio padre Vincenzo</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>e di sua madre Anna Di Tuor</em></p>
<p><em>Camp Grant, Illinois</em></p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Gli americani, contrariamente ai cugini europei, la guerra non l’avevano nel sangue. Non ancora. In compenso portavano nell’organismo il virus che avevano trascinato al fronte direttamente – a quanto sembra, ma la questione torna puntualmente a essere dibattuta – da Camp Funston, nel Kansas, dove si era manifestato contagiosissimo fra il tardo febbraio e i primi di marzo di quello stesso anno [1918], provocando nel giro di pochi giorni una quarantina di decessi per complicazioni polmonari. I medici militari, che forse avevano fatto solo in minima parte tesoro di ciò che aveva insegnato loro la guerra civile<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> – che cioè in un conflitto si muore più del propagarsi delle malattie, persino di quelle apparentemente banali, che del fuoco nemico<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> –, non erano riusciti in quell’occasione proprio a capacitarsi della repentinità dell’evento, e forse avevano sottovalutato quelle che sarebbero state le sue conseguenze, convinti com’erano di avere preso tutte le misure necessarie per insegnare ai soldati le più elementari norme d’igiene, e per essere pronti a contrastare, o quanto meno a tenere a bada, ogni eventuale agente patogeno. La medicina nell’arco dell’ultimo trentennio aveva fatto passi da gigante, e da quando la nazione era entrata in guerra, a ispezionare le condizioni sanitarie del contingente in formazione, era stato chiamato uno dei più grandi patologi, William Henry Welch, il preside della facoltà della Johns Hopkins University School of Medicine. Eppure, persino quel luminare non si era mostrato allarmato dall’inatteso incremento di morti per polmonite, al punto che nell’estate di quello stesso fatidico 1918 sarebbe quasi stato sul punto di tornare alla vita civile, ritenendo esaurito il suo cómpito<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Ed era stato così che a marzo da Camp Funston, grazie allo spostamento di truppe – che nessuno aveva pensato di arrestare, anche in virtù di un indice di mortalità che poteva ancora essere considerato sostanzialmente basso –, la malattia, la “grippe” (per usare un francesismo in voga) che in tanti avevano ritenuto nient’altro che una recrudescenza della cosiddetta influenza “russa” apparsa per la prima volta nel 1889 e durata diversi anni, si era propagata rapidamente negli altri campi di addestramento reclute del Paese, raggiungendo sul finire del mese anche la popolazione civile. E naturalmente sbarcando ai primi di aprile in Europa, esattamente nel porto di Brest, per l’appunto a braccetto col contingente americano, sempre più sollecitato dagli Alleati ad affrettarsi a compensare le perdite provocate dall’”operazione Michael”, con cui i tedeschi avevano ripetutamente tentato, senza però riuscirci completamente, d’incunearsi fra le unità britanniche e quelle francesi. Da lì, nel giro di poco, seguendo il flusso delle truppe, il morbo aveva dilagato in tutto il continente, raggiungendo inevitabilmente in un baleno la stessa prima linea. Le trincee, da una parte e dall’altra, si erano svuotate rapidamente, ma le vittime maggiori si erano contate in quell’occasione fra i soldati tedeschi, esausti e decisamente malnutriti a causa del prolungato blocco navale inglese<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Per il generale Erich Ludendorff, nel ricordare quegli eventi soltanto l’anno dopo, non ci sarebbero stati dubbi: le truppe germaniche erano state fiaccate in quell’occasione dal Blitzkatarrh, come fu inizialmente definita la malattia, più che dalle armi nemiche<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. La Kaiserschlacht si era rivelata così per loro un disastro, e forse anche grazie all’apporto in verità sottovalutato dei soldati americani, inconsapevoli attori della prima guerra batteriologica mondiale<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Ma i virus non militano mai sotto una sola bandiera.</p>
<p>In patria nel frattempo le gerarchie militari erano sempre di più esasperate, e il generale “Black Jack” Pershing, dal teatro di guerra europeo, non faceva nulla per nascondere la sua irritazione: la guerra, giunta infine l’estate e coi tedeschi oramai alle corde prima di quanto non avesse supposto, stava finendo, e il contingente non era ancora pronto, cosa che rischiava infine di renderlo superfluo, e allontanare Wilson dal tavolo delle trattative. Era o non era questo che gli aveva chiesto il presidente? Tempo per costruire ulteriori campi, magari con l’intento di distanziare le reclute, come i medici militari avevano cominciato timidamente a suggerire, non c’era più. Così, la necessità di raggiungere rapidamente il numero giusto di soldati per sferrare la prima offensiva in proprio – come sarebbe infine accaduto solo a due mesi dall’armistizio –, costrinse allora le gerarchie militari americane a una scelta radicale: quella di sovraffollare i campi. Era questo che era successo fra l’estate e l’autunno a Camp Grant, nell’Illinois. Quando il colonello Hagardon ne aveva assunto il comando ad agosto, il numero delle reclute ospitate era già salito da 30.000 – ben oltre la capienza della struttura – &nbsp;a 40.000, al punto che era stato necessario fare ricorso alle tende. In quello stesso mese, per ironia della sorte, l’ufficiale medico del campo, Joe Capps, aveva pubblicato sul “Journal of the American Medical Association” alcuni suggerimenti per prevenire e controllare il diffondersi di quella strana malattia, consigliando fra le altre cose una quarantena di tre settimane per i nuovi arrivati e un severo distanziamento fra le brande, che avrebbero dovuto essere separate le une dalle altre da tramezzi di stoffa<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Il colonnello Hagardon non era insensibile a tali misure d’igiene, ma il rigido autunno dell’Illinois, che cominciò a mordere le carni dei suoi soldati già con l’arrivo di settembre, lo mise di fronte alla necessità di dover operare una scelta, fra il rischio di assideramento degli occupanti delle tende e quello di una caserma stracolma di brande e senza alcuno spazio dove poter isolare nessuno. Sciaguratamente optò per la seconda soluzione… non che se avesse scelto la prima le cose sarebbero andate chissà quanto meglio. A quel punto l’ordigno era stato innescato. E dire che i futuristi italiani, con una lungimiranza – o una cecità – perfettamente in linea con quella di tanti intellettuali borghesi europei alla vigilia del conflitto, avevano definito la guerra «sola igiene del mondo»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>!</p>
<p>Ma per tornare al colonnello Hagardon, fu l’arrivo di un gruppo di reclute da Camp Devens a far precipitare rapidamente la situazione. In quel campo del Massachussets, operativo solo dal 5 settembre 1917 come acquartieramento temporaneo, era difatti praticamente successo di tutto, da quando si erano avuti i primi nuovi casi di quell’influenza – dichiarata finalmente tale solo il 12 settembre – che altro non era che la seconda ondata della cosiddetta “spagnola”, la più letale, che tornava come un boomerang dall’Europa. Al molo Commonwealth, nel porto di Boston, si era sovrapposta inavvertita alla prima ondata grazie ai marinai di ritorno dal vecchio continente alla fine di agosto<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>, per diffondersi rapidamente fra la popolazione e raggiungere nel giro di una settimana per l’appunto Camp Devens, che distava dalla città solo trenta miglia. Nel giro di pochi giorni l’ospedale del campo aveva visto assieparsi seimila ammalati, e la mortalità – a causa del sopraggiungere sempre più frequente di una forma devastante, e forse persino mai vista, di polmonite, che finiva ben presto col tingere di un viola cianotico il volto dei moribondi<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> – aveva finito col toccare picchi in precedenza impensabili<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Il tutto accadeva in un inspiegabile vuoto di potere ai vertici del Dipartimento medico militare, da cui il Segretario alla guerra Newton Diehl Baker aveva da poco allontanato per limiti di età il generale medico William Crawford Gorgas – l’eroe della lotta alla febbre gialla e alla malaria nella guerra ispano-americana e durante la costruzione del canale di Panama – prim’ancora che il successore Merritte Ireland s’insediasse al suo posto. Era toccato così al generale medico di brigata Charles Richard, in qualità di facente funzione, inviare per un’ispezione a Camp Devens i migliori ufficiali medici esperti di malattie respiratorie in quel momento a disposizione, fra cui, oltre allo stesso William Welch, il veterano Victor Clarence Vaughan, che sebbene nella sua lunga carriera aveva combattuto tante malattie infettive, era rimasto, a sua detta, psichicamente sconvolto, quando si era reso conto di quanto la medicina non fosse assolutamente in grado di tenere fronte alla situazione<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. L’agente patogeno restava d’altra parte misterioso, e non c’era bacillo di Pfeiffer o batterio da filtrare che si lasciasse riconoscere, se non come l’agente di una sovrainfezione. Alla fine di settembre i casi nel campo sarebbero diventati 14.000, cioè il 28% dell’intero numero dei soldati lì alloggiati, con 757 decessi<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. L’allora colonnello Vaughan, dinanzi a un quadro epidemiologico così allarmante aveva suggerito diverse misure di profilassi, non ultima la sospensione di tutti i trasferimenti; e da parte sua il generale Richard, per nulla intimidito dal suo ruolo di facente funzione, non aveva esitato a raccomandare al Capo di stato maggiore March di evitare spostamenti di truppe da quei campi dove la malattia oramai imperversava. E sebbene il generale Peyton March avesse dato a vedere di approvare tale raccomandazione, la macchina bellica era oramai praticamente inarrestabile, così che il contagio, dal nord-est del Paese dove si era inizialmente manifestato, aveva seguito la sua marcia inarrestabile verso sud e verso ovest, seguendo le carovane militari, e arrivando così il 18 settembre a Camp Dix, nel New Jersey, il 20 di nuovo a Camp Funston<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>… e via di séguito verso la California, come nel grande mito fondativo americano<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>. Nel frattempo, dalla costa orientale, continuavano a partire le navi destinate a trasbordare i rinforzi che il generale Pershing non smetteva di reclamare. Il Leviathan, per fare un solo esempio – una massiccia nave tedesca che era stata varata come Vaterland ad Amburgo solo tre anni prima, e si era ritrovata per caso in America all’ingresso della nazione in guerra, finendo così con l’essere requisita – avrebbe levato l’àncora da Hoboken, nel New Jersey, il 29 settembre<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>…</p>
<p>Quanto a Camp Grant, la mattina del 21 settembre si erano manifestati già i primi casi, che divennero 108 prima della mezzanotte. In due giorni l’influenza conquistò l’intero campo, e a partire dai primi di ottobre il numero dei decessi si assestò su non meno di 100 al giorno, con i farmaci che cominciavano a scarseggiare e i medici e le infermiere che a loro volta si ammalavano<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. Quello spreco di vite di giovani in salute, continuo, inarrestabile, il colonnello, che aveva insegnato 14 anni a West Point, non riusciva proprio a tollerarlo. Sempre che non gli risultasse insostenibile la vergogna di non poter eseguire l’ordine d’inviare le reclute verso il loro porto d’imbarco. E quel giorno, l’8 ottobre, dopo aver letto la lista dei nuovi decessi, chiese all’attendente di allontanarsi dall’ufficio, e si sparò un colpo alla tempia. Il colonnello Charles Baldwin Hagardon, a quello che è dato sapere, è l’unico rappresentante delle gerarchie militari, fra tutte le nazioni belligeranti, ad aver volontariamente pagato per le proprie responsabilità nella diffusione di quella che al momento è ancora la peggiore pandemia della storia.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p><strong>La conta delle vittime</strong>, il cui numero apparve comunque da sùbito spropositato, non potrà mai raggiungere una cifra che possa essere ritenuta ufficiale; e non soltanto perché i dati che giungono per esempio dall’Africa o dall’Asia risultano inficiati dall’inadeguatezza dei sistemi di rilevazione e archiviazione che furono coevi agli eventi, ma anche perché persino in “società ordinate con servizi medici e statistici ben consolidati”, come l’Europa e l’America settentrionale, tutto dipendeva dalle diagnosi mediche individuali, che potevano come si è visto ascrivere i decessi a cause diverse. I morti di polmonite del periodo, innanzitutto, ma anche quelli di tubercolosi, risultano ovviamente indiziati di nascondere da qualche parte il volto violetto del virus. Senza dimenticare che l’influenza all’epoca non rientrava fra le malattie sottoposte all’obbligo di denuncia, e quindi il più delle volte spariva dalle schede necrologiche. Sta di fatto che però proprio in Italia i numeri cominciarono a circolare assai per tempo, forse persino prima che in altre nazioni, grazie all’economista e statistico mantovano, ma di formazione universitaria napoletana, Giorgio Mortara, che pubblicò già nel 1925 per la crociana Laterza il saggio <em>La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra</em>. Le cifre lì ci sono tutte, persino più alte di quelle che successivamente sarebbero state fornite su scala internazionale; anche se in qualche modo si districano a fatica, non tanto dal numero dei caduti nel conflitto, ma soprattutto in àmbito civile da una mortalità complessiva che l’ovvio propagarsi della cosiddetta “triplice endemia” (tubercolosi, sifilide e malaria), e soprattutto gli stenti dovuti a una politica alimentare da parte del Regno d’Italia a dir poco avventata, aveva incrementato non poco. Comunque per Mortara, che a lume di statistica si basava sulla stima dell’eccedenza di decessi tra i civili negli anni in questione, le vittime di “spagnola” nella nostra penisola fra l’ottobre del ’18 e la primavera del ’19 sarebbero state addirittura 530.000, che diventavano facilmente 600.000 aggiungendovi i morti nei comuni invasi dagli austriaci dopo Caporetto (da cui non si avevano conteggi affidabili) e naturalmente i prigionieri di guerra come quelli che aveva visto spegnersi Gadda. Erano cifre spaventose – e lo sono anche quelle più contenute proposte attualmente –; ma erano se non altro qui da noi alla luce del sole, sia pure nella penombra di un volume per molti versi innovativo. E se la guerra, nelle parole di Benedetto XV, era già stata definita il 1° agosto del 1917 un’”inutile strage”, quale espressione, con quelle cifre, avrebbe dovuto rendere conto della ”spagnola” a conflitto ultimato? Massacro? Genocidio? Olocausto? E soprattutto, se nelle parole del papa non si può che leggere un rimprovero a tutte le classi dirigenti delle nazioni coinvolte, chi avrebbe dovuto mai essere ritenuto responsabile di quella vera e propria sconsiderata ecatombe che faceva impallidire la stessa ”inutile strage”? Il fato? L’ignoranza? Dio? I numeri, si diceva, altrove ci hanno messo del tempo per divenire pubblici, rimanendo per lo più a disposizione della consorteria (in ascesa durante tutto il Novecento) degli epidemiologi. In America il primo, e per molto tempo l’unico, a provare a fornirne, fu il batteriologo Edwin&nbsp; Oakes Jordan, che nel suo volume del 1927 <em>Epidemic Influenza</em>, apparso per l’American Medical Association, avrebbe proposto un numero complessivo mondiale di 21 milioni e seicentomila morti – anzi, per l’esattezza, per ripetere i suoi calcoli chissà in base a quali informazioni così puntuali: 21.642.283 – , una cifra alla luce dei fatti decisamente al ribasso, che sarebbe stata però ritenuta attendibile per circa sessantacinque anni. Il che voleva dire che pur non essendoci in America, come altrove, famiglia che non aveva i propri lutti, nessuno chissà perché era in grado di fare due più due. Va anche detto che persino nel 1991 gli epidemiologi americani Patterson e Pyle si limitarono in verità solo a ritoccare la cifra totale, portandola a 30 milioni, e continuando a sottostimare il numero delle possibili vittime nelle varie parti del mondo. È stato dunque solo a ottant’anni esatti dall’evento che la vera portata della pandemia si è manifestata per quello che era, in virtù dei nuovi conteggi a opera di Niall Johnson e Jürgen Müller, che portarono il numero delle vittime a 50 milioni, sebbene il geografo australiano e lo storico tedesco si sentissero immediatamente in dovere di avvertire che anche quel dato poteva risultare sottostimato, addirittura del cento per cento. E finanche di più, a tenere dietro alla caute proposte dei loro interventi successivi. Il che faceva intravedere un numero di morti inimmaginabile. Solo in America erano decedute almeno 675.000 persone, col rischio che tante altre fossero sfuggite alle registrazioni. Eppure, persino riferendosi alla cifra più bassa, la “spagnola” negli Stai Uniti avrebbe fatto in tal modo più vittime dei soldati stessi americani caduti nelle due guerre mondiali, in Corea e in Vietnam. E se per davvero ci si limita a raddoppiare la cifra minima proposta da Johnson e Müller, un simile raffronto lo si può facilmente portare a livello globale. Com’era stato possibile allora che tutto questo fosse per tanti anni finito nelle pieghe della storia, e sotto il tappeto della storiografia?</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>*</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-113616" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS.jpg" alt="" width="790" height="424" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS.jpg 790w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS-300x161.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS-768x412.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS-150x81.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS-696x374.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/zzz-spagnola-Influenza-della-guerra-COP-rev-1_page-0001-BIS-783x420.jpg 783w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /></p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ci avrebbe pensato, nel febbraio dell’anno dopo, e dunque durante la terza ondata di quella stessa malattia, la dottoressa Loy McAfee – una delle 55 donne che furono arruolate, pur senza gradi, dall’esercito americano per incrementare il numero dei medici militari –, pubblicando sul “Journal of the American Medical Association” il breve saggio <em>Epidemic Influenza in the Medical and Surgical History of the Civil War</em>. Si veda Reznick, Jeffrey S., <em>The Past, Present and Future of Memory. Medical Histories of the 1918-1919 Influenza Epidemic in the United States</em>, in Beiner, Guy (a cura di), <em>Pandemic Re-Awakenings. The Forgotten &amp; Unforgotten “Spanish Flu” of 1918-1919</em>, Oxford University Press, Oxford 2022, pp. 234-243.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> E questo malgrado un personaggio di spicco come Victor Vaughan, a sua volta veterano della guerra ispano-americana, e sopravvissuto in quel frangente alla febbre gialla, avesse richiamato l’attenzione, dalle pagine del “Journal of Laboratory and Clinical Medicine”, e proprio nel marzo di quell’anno, sul fatto che l’addestramento delle truppe, e il necessario concentramento di tanti giovani provenienti da ogni angolo del Paese nelle caserme, avrebbe inevitabilmente incrementato la possibilità di diffusione di malattie infettive e la stessa mortalità. Si veda Byerly, Carol R., <em>Fever of War</em>, cit., p. 39.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Crosby, Alfred W., <em>America’s Forgotten Pandemic</em>, cit., pp. 3-4.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Barry, John M., <em>The Great Influenza. The Story of the Deadliest Pandemic in History</em>, Penguin, London 2004, p. 171. Andrà ricordato, per passare in rassegna anche il fronte alpino, che mentre la prima ondata in Italia, con i primi casi registrati nell’aprile del 1918 nell’esercito regio, fu relativamente mite – rispetto alle altre malattie che imperversavano in trincea e nei campi di addestramento, dalla dissenteria batterica al tifo addominale, senza dimenticare la scabbia, la tigna e il vaiolo portato dai prigionieri rumeni che giungevano dal fronte russo –, per le forze austro-ungariche, il congiungersi della prima con la seconda ondata dell’epidemia influenzale, fra l’estate e l’autunno di quell’anno, fu addirittura devastante, portando l’esercito schierato sul fronte, in cui tanti si ammalarono e non pochi disertarono, dai 650.000 uomini di luglio ai 400.000 di ottobre (Cornwall, Mark, <em>The Undermining of Austria-Hungary. </em><em>The Battle for Hearts and Minds</em>, MacMillan Press, London 2000, p. 411). Per quanto riguarda i dati relative all’esercito italiano, si veda Cutolo, Francesco, <em>L’influenza spagnola del 1918-1919. La dimensione globale, il quadro nazionale e un caso locale</em>, I.S.R.Pt Editore, Pistoia 2020, pp. 101-106.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Luderndorff, Erich, <em>Ludendorff’s Own Story. </em><em>August 1914 – November 1918</em>, Harper and Brothers, New York 1919, vol. 2, p. 277 (si tratta della tempestiva traduzione inglese delle memorie del generale, apparse nel 1919 a Berlino col titolo <em>Meine Kriegserinnerungen 1914-1918</em>).</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> E dire che una delle prime reazioni in America al propagarsi della malattia era stata l’ipotesi che il morbo fosse stato diffuso sulle coste dai tedeschi tramite gli U-boat… se non, più subdolamente, fra la popolazione civile con la stessa Aspirina. Si veda Opdycke, Sandra, <em>The Flu Epidemic of 1918</em>, cit., p. 8. Su quanto questa teoria della propagazione del contagio da parte del nemico, presente in ogni angolo del fronte, si sia diffusa anche nella letteratura popolare, si veda qui Conforti, Maria, <em>Ricordi nascosti: l’influenza &#8216;spagnola&#8217; delle donne</em>, pp.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> All’alba del 12 settembre del 1918, dopo quattro ore di fuoco di sbarramento, l’American First Army, e alcune divisioni francesi, sotto la guida del generale Pershing, avrebbero attaccato il saliente di Saint-Mihiel, senza riuscire dopo una settimana a prendere Metz. Poi, fra il 26 settembre e l’11 novembre ci sarebbe stata la definitiva offensiva della Mosa-Argonne, che avrebbe coinciso col picco dell’epidemia, in cui il comportamento tentennante di Pershing (che nel frattempo aveva contratto la malattia) costernò a tal punto gli Alleati, che Georges Clemenceau chiese espressamente al presidente Wilson di sostituirlo al più presto (si veda Smythe, Donald, <em>Pershing: General of the Armies</em>, University of Indiana Press, Bloomington 1986, pp. 200-207). Si contarono in quell’occasione ben 100.000 “stragglers”, cioè il 10% dell’intero contingente americano (Byerly, Carol R., <em>Fever of War</em>, cit., p. 110).</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Capps, Joe, <em>Measures for the Prevention and Control of Respiratory Disease</em>, in “Journal of the American Medical Association”, 71 (6), August 1918, pp. 448-449. Citato in Barry, John M., <em>The Great Influenza</em>, cit., pp. 210-219.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Il riferimento è ovviamente al citatissimo nono punto con cui iniziava il <em>Manifesto del Futurismo</em> pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti – prima su alcuni quotidiani e settimanali italiani agl’inizi del mese, e poi – sul numero del 20 febbraio del 1909 de “Le Figaro”. Col titolo per l’appunto di <em>Guerra sola igiene del mondo</em>, Marinetti avrebbe poi pubblicato nel 1915 per le Edizioni Futuriste di “Poesia” un’antologia di testi militanti, versione ampliata di quella francese apparsa per l’editore parigino E. Sansot, e intitolata semplicemente<em> Le Futurisme</em>. I futuristi italiani sono comunque chiamati in causa in questa occasione solo come chiassosa e colorata avanguardia delle élites borghesi cólte che mostrarono agl’inizi del Novecento in tutta Europa “una sempre più radicata disponibilità nei confronti della guerra”, ritenuta in buona sostanza “un evento terapeutico benefico per la società e d’impulso al progresso sociale”. Appare comunque evidente che l’opinione pubblica, rappresentata per lo più dalla stampa borghese, fosse in quella fase sorgiva del Novecento più propensa a risolvere le controversie internazionali, in specie quelle che riguardavano lo sfruttamento delle risorse del mondo, con un conflitto armato di quanto non lo fossero i vari governi. Si veda a tale proposito, opera da cui sono stati tratte le precedenti citazioni,&nbsp; Clark, Christopher, <em>The Sleepwalkers. </em><em>How Europe Went in War in 1914 </em>(trad. di David Scaffei, <em>I sonnambuli. </em><em>Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra</em>, Laterza, Bari-Roma 2013), pp. 256-257.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Per molto tempo gli storici hanno ribadito come la seconda ondata si sia in realtà manifestata, per usare un titolo di un capitolo del libro di Alfred Crosby, con “tre esplosioni”, e dunque contemporaneamente in Africa, a Freetown, nella Sierra Leone – “grazie” alla nave della marina britannica Mantua –, a Brest, porto francese dove sbarcò la maggior parte delle truppe americane, e per l’appunto a Boston, scalo principale statunitense per gli approvvigionamenti (Crosby, Alfred W., <em>America’s Forgotten Pandemic</em>, cit., pp. 37-41). L’affluire progressivo di nuove informazioni ha inevitabilmente allargato di non poco il numero delle località in cui “esplose” quasi in contemporanea la seconda ondata, a partire dalla costa orientale della Spagna – Echeverri, Beatriz, <em>Spanish influenza seen from Spain</em>, in Phillips, Howard, Killingray, David (a cura di), <em>The Spanish Influenza Pandemic of 1918-1919. New Perspectives</em>, Routledge, London and New York 2003, p. 178 – per finire con la stessa Italia, in cui sono attestati casi fra il 18 e il 20 agosto in provincia di Padova, e focolai non ancora sufficientemente studiati in Italia meridionale (Cutolo, Francesco, <em>L’influenza spagnola del 1918-1919</em>, cit., pp. 106-107, 147-149). Il che vorrebbe dire che il virus si sarebbe per così dire ricombinato in vari luoghi autonomamente.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Fu questo tratto semeiotico a imporre nel mondo anglosassone una delle denominazioni per forza di cose più sinistre della malattia, “purple death” appunto, che non poteva non ricordare l’espressione, “black death”, usata per la peste del 1346-1353. Si veda – esempio di quanto in ambiente medico non ci fu in verità nessun vero e proprio oblio dell’epidemia – Mc Cord, Carey P., <em>The Purple Death: Some Things Remembered About the Influenza Epidemic of 1918 at One Army Camp</em>, in “Journal of Occupational and Environmental Medicine”, 11 (1966), p. 594. L’illustratore medico inglese W. Thornton Shiells ci ha lasciato non poche immagini del volto congestionato dei militari ammalati.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Sebbene, come hanno mostrato alcuni studi, ci sono stati luoghi della terra in cui la percentuale dei morti fra chi aveva contratto la malattia fu spaventosamente elevata, in realtà la mortalità della “spagnola”, persino nella sua seconda ondata, non fu particolarmente dissimile da quelle di altre epidemie influenzali, oscillando fra il 2 e il 3 per cento dei contagiati. A rendere pertanto spaventose le cifre della pandemia fu l’estrema morbosità – nell’accezione della statistica sanitaria, e dunque morbilità – della malattia, con indici di contagio a dir poco vertiginosi. Si veda Johnson, Niall Philip Alan Sean, <em>The Overshadowed Killer. Influenza in Britain 1918-1919</em>, in Phillips, Howard, Killingray, David (a cura di), <em>The Spanish Influenza Pandemic of 1918-1919</em>, cit., p. 132.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> “Il momento più triste della mia vita”, avrebbe dichiarato l’illustre virologo al medico George M. Price, “è stato quando ho assistito alle centinaia di morti di soldati nei campi di addestramento dell’esercito senza sapere che cosa fare. È stato in quel momento che ho deciso di non strombazzare mai più i grandi risultati della scienza medica e di ammettere umilmente la nostra crassa ignoranza nel caso specifico” (Price, George M., <em>Influenza – Destroyer and Teacher</em>, in “The Survey”, 41 (1918), p. 367). Vaughan avrebbe ricordato quei giorni con parole non molto dissimili anche nelle sue memorie, giungendo da ultimo alla conclusione che quella “mortale influenza” aveva dimostrato “l’inferiorità delle invenzioni dell’uomo nella distruzione della vita umana” (Vaughan, Victor C., <em>A Doctor’s Memories</em>, Bobbs-Merrill Co, New York 1926, p. 384).</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> È per un puro caso che siamo in possesso della descrizione più impressionante dei terribili eventi di Camp Devens. Nel 1959, difatti, fu ritrovata in un baule, che conteneva carte mediche del Dipartimento di epidemiologia dell’Università del Michigan, una lettera firmata semplicemente “Roy”, in cui un medico del campo descriveva a un collega altrettanto ignoto quanto stava avvenendo. Ottenuta una copia di questa lettera, Norman Grist, docente di Malattie infettive all’Università di Glasgow, la fece apparire, con una sua breve premessa, sul “British Medical Journal” nel dicembre del 1979. Scriveva Roy il 29 settembre del 1918: “L’epidemia è partita circa quattro settimane fa e si è sviluppata così rapidamente che il campo è demoralizzato e tutto il lavoro ordinario è rimandato a quando sarà passata. Fra gli uomini tutto comincia con quello che sembra un attacco ordinario di “grippe” o influenza, ma quando vengono portati all’osp[edale] sviluppano molto rapidamente il tipo più viscoso di polmonite che si sia mai vista. Due ore dopo essere stati ammessi hanno già macchie color mogano sugli zigomi, e poche ore dopo si può vedere la cianosi partire dalle orecchie per diffondersi su tutto il viso, fino al punto che non è più facile distinguere un bianco da un uomo di colore. È questione di poche ore e sopraggiunge la morte, ed è semplicemente una fame d’aria finché non muoiono. È orribile. Te ne puoi stare lì a vedere uno, due, venti uomini morire, ma vedere questi poveri diavoli cadere come mosche non può che darti ai nervi. Abbiamo una media di circa 100 morti al giorno, e tende a salire. Dentro di me non ho dubbi che si tratta di una nuova infezione mista, ma quale non lo so. Tutto il mio tempo lo trascorro ad auscultare rantoli, rantoli secchi e rantoli umidi, sibilanti o crepitanti e tutto il resto della centinaia di cose che si possono trovare in un torace, e che significano una cosa sola – polmonite – che vuol dire in quasi tutti i casi morte”. Si veda Grist, Norman R., <em>Pandemic Influenza 1918</em>, in “British Medical Journal”, December 22-29, 2 (1979), pp. 632-633.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Il campo del Kansas in questa seconda occasione si comportò particolarmente bene, allestendo un grande ospedale modello, perfettamente ventilato, con i letti ben separati, alternando pazienti posizionati a capo a quelli posizionati a piedi. Il personale medico era ammesso nei reparti solo dopo aver indossato la mascherina. Alcune delle fotografie divenute successivamente iconiche degli ospedali militari americani durante la pandemia provengono per l’appunto da Camp Funston.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Byerly, Carol R., <em>Fever of War</em>, cit. pp. 74-75 e 83-84.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Già nel precedente viaggio all’incontrario il Leviathan era stato devastato dalla “spagnola”, al punto che il giovane Sottosegretario alla difesa Franklin Delano Roosevelt, che era fra i passeggeri ed era stato contagiato, aveva dovuto attendere l’ambulanza per sbarcare il 9 settembre a New York. E ci sono stati anche studiosi americani che nel 2003 hanno ventilato l’ipotesi che la cosiddetta forma grave di poliomielite che avrebbe colpito il futuro presidente nel 1921, non fosse altro che la sindrome di Guillain-Barré, come reazione per l’appunto alla violenta forma influenzale (Goldman, Armond, Schmalstieg, Elisabeth, et alii, <em>Did FDR Have Guillain-Barré?</em>, in “Science”, 302, 5647 (2003), p. 981). Ma quel successivo viaggio verso l’Europa, con i soldati letteralmente stipati l’uno contro l’altro sulle amache che servivano da letti, si trasformò in un vero incubo e in una spaventosa ecatombe, che non finì nemmeno quando la nave giunse a Brest il 7 ottobre. Il tutto è descritto con dovizia di particolari in Crosby, Alfred W., <em>America’s Forgotten Pandemic</em>, cit., pp 125-135.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Opdycke, Sandra, <em>The Flu Epidemic of 1918</em>, cit., p. 50.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le virtù dimenticate del silenzio: i social, il covid, la guerra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/29/le-virtu-dimenticate-del-silenzio/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/29/le-virtu-dimenticate-del-silenzio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 04:29:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[guerra russo-ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[oralità]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[platone]]></category>
		<category><![CDATA[progresso]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione digitale]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=97490</guid>

					<description><![CDATA[ di <strong>Giuseppe A. Samonà </strong><br />Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo: ne ho anche scritto in un paio di occasioni proprio su questo sito (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/">L’INVOLUZIONE DIGITALE | NAZIONE INDIANA</a>; e poi in risposta a un ottimo articolo di Andrea Inglese, che peraltro solleva molti dei temi a me più cari: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/">Umanisti del nuovo secolo e sottomissione tecnologica | NAZIONE INDIANA</a>). Se dovessi riassumere con una formula la mia (e di altri) prospettiva – ma attenzione, il mini-abstract “parla” solo a chi ha già avuto modo di interessarsi a questi temi, altrimenti suona come un lungo, incomprensibile slogan – direi: questa “rivoluzione”, con l’accelerazione e le promesse di comunicazione totale ch’essa implica, non costituisce l’ineluttabile progresso, ma una delle sue possibili vie, come strumento primo e indispensabile del progetto dell’ultimo capitalismo neoliberale, in cui la supposta gratuità dei mezzi si fonda sulla concreta schiavitù degli utenti che producono profitto alienato, e la promessa libertà illimitata è uno specchietto per le allodole che organizza sotterraneamente un feroce controllo sociale.</p>
<p>Ora fra i tanti aspetti di questo complesso sistema, il quale costituisce oramai l’indispensabile scheletro che tiene insieme gli scambi attraverso il mondo umano, ce n’è uno che di recente, prima con la pandemia e dal febbraio 2022 con la guerra, ha assunto un rilievo straordinario, operando un vero e proprio salto di qualità (e mentre scrivo mi accorgo che questo processo aveva cominciato a delinearsi già con l’emergenza terrorismo): la bipolarizzazione della realtà, della sua comprensione, semplificata e organizzata come se fosse uno scontro fra due fazioni radicalmente opposte che si affrontano dentro uno stadio, la cui posta in gioco è l’annientamento dell’una o dell’altra, con gli utenti-spettatori tutt’intorno che da un lato non possono che fare fanaticamente il tifo, dall’altro entrano loro stessi in campo a dar manforte all’una o all’altra squadra&#8230; Il virus ha esercitato una sorta di fascinazione, anche per via del linguaggio di guerra che è stato forgiato per contrastarlo (e per altro non è improbabile che si ricominci), proliferando facilmente attraverso un mezzo, i social, che per propria natura inducono alla compulsione e alla dipendenza; e adesso che la guerra, quella vera, si combatte nel cuore dell’Europa (uno dei curiosi effetti della nostra fedeltà al Patto Atlantico sta nel farci percepire i paesi dell’Est “ai margini” del nostro continente, di cui invece geograficamente e culturalmente fanno parte a pieno diritto), quella fascinazione è diventata ipnosi: perché la guerra, da sempre, ipnotizza chi la osserva dal di fuori, ed è anche contro questo rischio che dovremmo lottare, pensare, per non lasciarci risucchiare dentro. In questa pericolosa prospettiva, come e ancor più di prima con il virus, quasi tutti dentro i social si sentono obbligati a dire quotidianamente la loro su questa orrenda guerra, a commentarla, classificarla, stigmatizzarla, con una sorta di vociare ininterrotto che risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria presenza: <em>Attenzione, ci sono anch’io</em>, come se l’esprimersi senza sosta equivalesse a una concreta azione di resistenza e il restare silenziosi – silenziosi nei social&#8230; – un’inconcepibile resa. Intendiamoci, nei social esistono mille posizioni, in Facebook ad esempio leggo a volte alcuni post di amici che mi aiutano a capire, insieme ad alcuni utili articoli che diversamente mi sfuggirebbero: ma il problema è che il flusso ininterrotto, i titoli messi in avanti per fare uscire la testa fuori dal flusso, per attirare l’attenzione, la coda delle discussioni che rapidamente si fanno rissa, organizzano comunque il mondo in due. Sugli opposti slogan si “discute”, ci si azzanna, non sulle idee, sulle analisi: del resto nessuno, là dentro, ha veramente la possibilità, o la voglia, di confrontare le proprie, non c’è dialogo, solo applauso o riprovazione.</p>
<p>(<em>Ma come?</em> – si potrebbe dire – <em>ma allora lo usi?</em> Sì, lo confesso, un paio di volte a settimana torno su Facebook: da un lato, appunto, come terreno di indagine sociologica; dall’altro, più sobriamente, come veloce rassegna stampa, o come dicevo per andarmi silenziosamente a leggere quei preziosi quattro o cinque amici, e articoli&#8230; Tuttavia, proprio da quando è cominciata la pandemia, mi sono imposto di non usarlo più per discutere, e di pubblicarci solo quello che è direttamente connesso con il mio lavoro, per esempio, adesso, questo pezzo. Certo, può capitare che il post di un amico/a mi trovi d’accordo, mi stimoli: ma allora, anche se è assai più lento, gli/le scrivo in privato; viceversa, può succedere, succede assai spesso, che alcuni commenti mi facciano venire il sangue agli occhi, e il dito mi pruda: ma mi freno, ed esco fuori, convinto come sono della totale inutilità, anzi, <em>dannosità</em>, di qualunque “discussione” là dentro – e anche del rischio, proprio ad ogni ex fumatore che ogni tanto si concede qualche tiro, di ricadere nell’antica droga&#8230;)</p>
<p>Il covid e la guerra dunque hanno esasperato la tendenza alla bipolarizzazione insita nel modo di funzionare dei social; e di più, hanno spinto questa bipolarizzazione a esondare dal suo campo di azione virtuale, contagiando più o meno ampi settori della società. Il fenomeno è internazionale: tuttavia, in tale direzione, l’Italia ha costituito un laboratorio particolarmente fecondo, nel senso che questa bipolarizzazione si è letteralmente impossessata dei principali mezzi di comunicazione tradizionale, giornali e televisione (la radio si è protetta di più); questi, di conseguenza, hanno assunto toni di una violenza inimmaginabili altrove nel mondo Occidentale, di fatto soffocando sul nascere – com’è appunto proprio dei social – qualunque vera analisi e discussione. Non saprei dire se questa esasperazione del dibattito pubblico italiano risponda a caratteristiche proprie al paese, per via di un suo atavico carattere melodrammatico, o se invece in questo l’Italia costituisca una sorta di avanguardia, persino un modello – nel bene e nel male non sarebbe la prima volta – di qualcosa che è destinato ad affermarsi su larga scala, una sorta di nuovo modo di fare informazione: sia come sia, in queste due crisi mondiali, giornali e televisioni di altri paesi storicamente vicini hanno meglio difeso la propria autonomia di linguaggio. Preciso anche che questa è un’ipotesi che si è affacciata alla mia mente cammin facendo, e non ha nulla di definitivo né di esaustivo, limitandosi a un numero ridotto anche se già significativo di paesi e di media: si è andata formando durante i due anni di pandemia, nel confronto – ecco, dichiaro le mie fonti – tra i giornali italiani “classici” (principalmente La Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera, ed altri più recenti come Il Foglio, il Fatto Quotidiano, etc., con l’encomiabile eccezione del Manifesto e – per me è stata una scoperta – dell’Avvenire) e alcuni loro omologhi francesi (principalmente Le Monde, Libération, poi Le Figaro e altri), spagnoli (principalmente El País, elDiario.es), britannici (The Guardian, The Indipendent, poi The Times), statunitensi (The New York Times, The Washington Post), che ho l’abitudine quotidiana se non di leggere almeno di consultare, soprattutto quando ci sono eventi cruciali; infine, quando l’ipotesi aveva cominciato a prendere corpo, ho allargato il confronto a telegiornali, reportage e dibattiti televisivi, sia pur con ineguale frequentazione (Rai 1, 2, 3, La 7; TF1, France 2, France 5, C 8, Arte; La 1, La 2, La Sexta; CNN e BBC – va detto che generalmente non guardo la televisione: si è trattato dunque di una vera e propria, e molto faticosa, ricerca sul campo, con brevi e saltuari “assaggi” per il covid, e una più lunga intensa immersione di una decina di giorni consecutivi per la guerra).</p>
<p>Insomma, in Italia in modo ben più netto e uniforme che altrove, giornali e televisioni hanno ripreso e amplificato la bipolarizzazione propria dei social, li hanno inseguiti, sono diventati in certo senso più social dei social; più che altrove, durante la pandemia, si è data forma di categoria a una vasta galassia di sensibilità, opinioni, riflessioni diversissime fra di loro: che si pensasse che dentro il vaccino ci fosse sciolto un microchip attraverso cui Bill Gates o Soros avrebbero controllato il mondo, e che magari il covid non esistesse, o fosse opera dei Cinesi per dominare l’Occidente, etc., o invece che, pur essendo vaccinati e convinti della sciagurata esistenza del virus, etc., ci si interrogasse sulla necessità della terza o quarta dose, o sull’efficacia di questa o quella misura di contenimento, e sul suo possibile danno per la democrazia, per l’equilibrio psicologico degli individui, o ancora sui profitti delle case farmaceutiche, etc., nel giro di pochi scambi si finiva di fatto per essere più o meno esplicitamente stigmatizzati come No-vax. Certo, le bufale, le falsificazioni, che esistono da sempre, sono state moltiplicate, diffuse dai social come mai prima – e di più: su un tale terreno straordinariamente propizio, le fake news (secondo la terminologia ormai in voga) hanno finito per modificare in profondità lo stesso rapporto che la società intrattiene con la realtà: se un’opinione, per il semplice fatto di essere espressa, diventa appunto un fatto, la comprensione, la ricerca della verità sono destinate sul nascere a naufragare. Questa confusione, come le idee realmente negazioniste e complottiste che l’alimentano, vanno ovviamente combattutte, col ragionamento, con l’analisi, con la difesa dei fatti, dei dati, e sempre deve insospettire in tal senso ogni discorso che inizia criticando la  narrazione “ufficiale” o il “mainstream”: le stesse espressioni anzi dovrebbero scatenare una sana urticaria. Tuttavia durante la crisi del covid, insieme alla moltiplicazione delle fake, si è anche creata una pietrificazione delle idee, del pensiero oggetto di critica da parte di tali fake: da riflessivo, eventualmente pedagogico, appunto analitico, questo si è fatto dogmatico, coercitivo, arrogante, con un irrigidimento ideologico, una sicurezza di giudizio insofferente a qualunque critica, sfumatura, dubbio, anche ragionevole – e i media, anche fuori dai social, più che informare, analizzare, problematizzare (questo dovrebbe essere il loro compito) si sono spesso ritrovati a scandire ingiunzioni, farsi portavoce delle “linee guida” (altra espressione da urticaria) sanitarie o governative, alimentare la paura, far montare l’emotività, anche abusando di termini come “negazionismo” o “complottismo” distribuiti con troppa facilità (il terribile vocabolario della Shoah necessiterebbe un uso accorto, meditato&#8230; non a caso ora che c’è la guerra un altro termine a rischio di uso improprio è “genocidio”&#8230; ): e il dibattito, quello che avrebbe dovuto essere il dibattito, utile a far ragionare la gente, si è trasformato in una vera e propria guerra di religione – con la conseguenza, fra altre, di contribuire alla radicalizzazione di chi complottista e negazionista lo era veramente.</p>
<p>Lo dicevo, l’esondazione è una tendenza internazionale, ma in Italia ha assunto livelli inimaginabili in altri paesi (non a caso il movimento No-vax è stato più violento ed esasperato che altrove&#8230;), anche aiutandosi con la creatività deamicisiana propria del Belpaese (ho battezzato il file in cui ho raccolto i titoli più significativi in periodo di pandemia con le prime parole di un titolone di Repubblica, bello grande in prima pagina: <em>La mamma in agonia al figlio No-vax: “mettiti la mascherina&#8230;”</em>). Succedeva insomma anche negli altri paesi, ma con più misura, con meno fanatismo, con più possibilità di contraddittorio: per esempio, tanto per mischiare un po’ l’ieri con l’oggi, Jean-Luc Mélenchon, presidente del primo partito della sinistra francese, che ha sfiorato il passaggio al secondo turno delle presidenziali, si è opposto a diverse misure di lotta contro il virus, fra cui il pass sanitario e ancor di più vaccinale, ha difeso il vaccino ma lo ha qualificato di racchetta bucata, ha denunciato l’opacità delle case farmaceutiche, e come lui diversi altri intellettuali, senza che nessuno dei grandi giornali o televisioni li abbia attaccati come complottisti o negazionisti&#8230;</p>
<p>Piccolo stacco, o parentesi, prendendo in prestito e riassumendo, adattando, una riflessione che avevo elaborato in un convegno su Sciascia tenutosi a Parigi nel 2019 (<em>La letteratura come </em>non <em>menzogna, </em>Todomodo, X, 2020: 108-118). Esiste una tensione scrittura-oralità, un’ambivalenza nei confronti della parola scritta che corre lungo tutta la cultura Occidentale. Anzi, da Platone a Lévi-Strauss, passando per Rousseau, esiste una vera propria ostilità nei confronti della scrittura, che ucciderebbe la vita, ogni suo segno significante costituendo una sorta di tomba che blocca la parola viva. Così Platone, i cui scritti rappresentano uno dei momenti più alti della storia umana, nutriva per la marmorea morta scrittura un’argomentata diffidenza, al punto che – secondo alcune interpretazioni – avrebbe affidato alla vitale multiforme “parola alata” la parte più preziosa del suo insegnamento. Ma si potrebbe andare ancora più indietro, ricordando che la prima menzione di scrittura della nostra cultura si trova nell’”oralissimo” Omero, con il celebre mito di Bellerofonte messaggero in Iliade VI (poi ripreso da Rousseau, Lévi-Strauss, Derrida&#8230;), in cui le “parole mortifere” impresse nella tavoletta che ha il compito di consegnare al re della Licia dovrebbero appunto sentenziarne la morte. In questa prospettiva i dialoghi di Platone, con la loro struttura (appunto dialogica), sarebbero un tentativo di aggirare, attutire la durezza del marmo, creando una parola che pur essendo scritta, cioè intombata, possa avere la levità, l’apertura della parola alata&#8230; Ecco, durante il covid, ho cominciato a pensare che i social avessero in un certo senso operato una rivoluzione simile, ma con finalità opposte: ora si doveva creare una parola che avesse la stessa velocità della parola alata, o quasi, ma che potesse colpire con la stessa durezza della parola scritta. Dalle mail collettive ai gruppi whatsapp  fino all’apoteosi delle discussioni  su Facebook, in molti abbiamo sperimentato quanto questo tipo di parola possa infiammare le “discussioni”, ferire, portare a rotture e contrapposizioni violente anche fra amici, molto di più di quanto non possa farlo quella “orale”, attorno a una tavola: perché parlando è sempre possibile tornare indietro, aggiustarsi, correggersi, mentre nella scrittura c’è qualcosa di irreversibile. Con un’eccezione importante (ma che rischia di essere contagiosa): la parola dei social, traccia scritta che si è ispirata alla velocità della comunicazione orale, ha imposto il suo stile, la sua rocciosità binaria, non solo alla maggior parte dei giornali, ma anche, con una sorta di ritorno alla sua fonte <em>alata</em>, a molta informazione televisiva, che oggi si caratterizza per un’accresciuta violenza e logica della bipolarizzazione. In particolare i talk show, che sono in senso proprio uno show della parola: di nuovo, questi non sono un’esclusività dell’Italia, ma mentre in altri paesi sono confinati ad alcune zone meno prestigiose della televisione, o comunque non sono loro che gestiscono l’informazione, in Italia ne costituiscono, trasversalmente a tutti i più importanti canali nazionali, il vettore principale, almeno sugli argomenti cruciali. <span style="text-decoration: line-through;"> </span></p>
<p>In questo senso, fa impressione come lo stesso impianto di discussione delineato per il covid, e spesso con gli stessi protagonisti ad occupare la scena, sia passato, senza soluzione di continuità, a occuparsi della guerra, raggiungendo in maniera del tutto appropriata l’acme della violenza e della bipolarizzazione: perché di questo è fatta l’ipnotica guerra. Per descrivere, analizzare un fenomeno non è necessario assumerne il linguaggio, anzi, la distanza, il non risonare insieme (come avvertiva il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto De Martino: <em>Mitsingen ist verboten&#8230; </em>) è fondamentale per capire. Ma, fatto straordinario, ecco che in Italia – un’anche rapida comparazione delle informazioni e dibattiti televisivi attraverso diversi paesi è da questo punto di vista veramente istruttiva – la stessa coreografia delle trasmissioni in cui si discute di guerra evoca la guerra, la tensione, la tenzone, anche con l’aiuto di un ricorso alle immagini ben superiore a quel che avviene altrove: quello che sembra ricercarsi, alla televisione come nei principali giornali, non è il confronto, la comprensione, ma lo scontro o viceversa (come avveniva per il covid) il consenso religioso a una visione del mondo, l’approvazione.</p>
<p>Naturalmente i negazionisti, i complottisti esistono anche in guerra, come sempre, per più o meno esplicitamente servire con i loro caratteristici rovesciamenti la parte “sbagliata”: l’aggressore diventa l’aggredito, la vittima il carnefice, gli eccidi un’invenzione. In questo senso, ad esempio, ha giustamente scandalizzato chi, per il massacro di Bucha, ha parlato di “messa in scena”,  lasciando intendere che quelle morti violente non fossero mai avvenute, fossero state prodotte a bella posta, etc. Eppure, al di là dello scandalo, andrebbe anche ricordato a un altro livello che, in senso stretto, un’immagine, una foto, un video, sono sempre una <em>messa in scena</em>: solo la loro analisi può renderli veramente significativi. Ora, soprattutto dalla prima guerra in Irak in poi, l’uso massiccio delle immagini annebbia più che chiarisce; anzi – basti pensare fra altri al loro uso nel conflitto medio-orientale – sono diventate esse stesse armi, fondamentali, con cui le parti si combattono per convincere delle proprie ragioni l’opinione pubblica interna ed esterna. La loro analisi, insomma, è indispensabile: ed è quella appunto che manca nell’informazione televisiva italiana, in cui le immagini arrivano senza filtro, per emozionare, commuovere (e anzi, spesso ci sono le immagini delle immagini: il volto commosso di questo o quell’invitato in studio che appare in un angolo dello schermo, mentre guarda questa o quella immagine&#8230;., con il pubblico, da casa, che guarda insieme, in una spirale di emozione, l’uno e l’altra&#8230;). Come non pensare, del resto, che il più spaventoso genocidio della nostra storia, la Shoah, si sia dimostrato, affermandosi come un’incontrovertibile evidenza, praticamente in assenza di immagini?</p>
<p>Intendiamoci, per non creare equivoci: emozionarsi, commuoversi, indignarsi di fronte all’ingiustizia, all’orrore, è giusto, è necessario, anche per poter capire – ma sovrapporre emozione, umanità, considerazioni geopolitiche, analisi storica, come se fossero una cosa sola porta inevitabilmente a considerazioni errate, quanto meno per i tempi, i modi, i toni: perché c’è un modo e un tempo, un tono per dire le cose. La parola, le parole “<em>social</em>izzate” – aggettivo, da social – dei dibattiti televisivi italiani, anche se a volte, come nei social stessi o nei giornali, veicolano individualmente contenuti realmente interessanti, magari utili, sono sempre stonate: per via del contesto (ci si faccia attenzione: gli studi televisivi sembrano già predisposti alla guerra!), dell’urlo sempre in agguato che si sovrappone a un intervento per introdurre, imporre il successivo, del ritmo frenetico con cui questi interventi si succedono e si sovrappongono, impedendone di fatto la loro attenta considerazione, la loro <em>digestione</em> – per altro, anche chi dice cose assennate assume troppo spesso il ruolo di personaggio di una sgangherata recita collettiva, peggio, finisce per essere ridotto a macchietta, stereotipo, slogan, diventa, pur se assennato, ridicolo, grottesco, macinato com’è nel teatro delle urla (e anche lui urlante), nel bombardamento di immagini e interventi volti a incendiarci il cuore con l’emozione, mai a farci ragionare. (A proposito di ridicolo: alcuni degli invitati di questi talk show sono chiamati al banco per nome e cognome, altri – soprattutto se donne e giovani – solo per nome, altri ancora come “professore”, “dottore”, “dottoressa”, “professoressa”, “onorevole”, etc., in una voluttà luccicante di titoli, gradi e distinguo che ci ricorda che l’Italia è sempre quella de <em>I promessi sposi&#8230;</em>). Insomma, più che i singoli contenuti, ad essere sballato è soprattutto l’impianto, il palcoscenico che permette loro di circolare e moltiplicarsi.</p>
<p>Quanto al negazionismo, al complottismo, vanno anche qui, come sempre, fermamente combattuti, con l’analisi, con la forza dei fatti e del ragionamento, ma per farlo occorre che queste categorie siano usate propriamente. Ora, questo furore religioso (di nuovo, come ai tempi del covid), alimenta il conflitto invece che la comprensione, creando un fantomatico “campo avverso” (come appunto in guerra, eppure&#8230; <em>mitsingen ist verboten&#8230;</em>), e aspirandovi dentro chiunque si discosti dalla linea diciamo principale (in questo caso “interventista”, senza se e senza ma), magari semplicemente per sostare e interrogarsi. La sosta, l’interrogativo, comunque non funzionano nel dibattito <em>coram populo</em>, dove con rarissime eccezioni – che però finiscono col farsi da parte – si deve  correre, parlare forte e spiattellare certezze: <em>occore fare questo</em>, <em>occorre fare quello</em>. Per altro, in un’apparente splendida democrazia, in televisione tutte le posizioni sono rappresentate, anzi, i “pacifisti” spesso alzano la voce più degli altri: servono appunto ad infiammare il dibattito, o meglio, uno scontro (siamo in guerra&#8230;) in cui ognuno arriva con le sue certezze e non ha nulla da imparare, da ascoltare dagli altri – in un certo senso è il rovesciamento della logica platonica di cui si diceva sopra: i dialoghi, ispirandosi alla malleabilità della parola alata, dovevano attraverso il confronto costruire una possibile soluzione di un problema, o meglio, un possibile accordo; i dibattiti televisivi in Italia, ispirandosi alla durezza della scrittura social, mettono in scena uno scontro di certezze già costruite: per un pubblico che da casa fa le ore piccole assistendo a quelle ipnotiche discussioni, che della guerra sono in qualche modo una trasposizione, una drammatizzazione. Poi, in una sorta di <em>chassé-croisé</em>, ci pensano i social, e ancor di più i giornali, a fissare i contorni del mostro da abbattere, a partire dalle urla televisive, o altre opinioni, riflessioni anche pacatamente espresse, in una spirale di violenza e di semplificazione senza pari, che mette i pochi putiniani veri (che esistono, soprattutto a destra ma anche a sinistra, e sono ben conosciuti, anche perché spesso occupano o occupavano posizioni importanti nel governo e in parlamento, e di Putin si dicevano amici, ci facevano affari etc.) insieme con le molte persone che sono da sempre radicalmente contro Putin, ma pensano che la guerra non si possa fermare con una corsa al riarmo: anzi, curiosamente, sono questi ultimi, molto più dei primi, i principali oggetti della stigmatizzazione. Qualche titolo, qualche formula. “Io non sto con Putin, però”, perfido e assai diffuso: dove il “però” indica il tentativo di ricostruire il contesto della guerra, che si tratti di chiamare in causa la precedente guerra nel Donbass, l’espansione a est della Nato etc., perché – secondo questa formula – tali spiegazioni sarebbero di per sé giustificazioni, un modo per alleggerire le colpe di Putin o, addirittura, per trasformarlo da carnefice in vittima, facendosene di fatto alleati. (Ma allora i nostri vecchi manuali scolastici, quando ad esempio spiegavano che l’umiliazione inflitta alla Germania dopo la prima guerra mondiale era stata il terreno sui cui si era sviluppato il nazismo, cercavano di giustificare gli orrori di Hitler? Abbiamo imparato, a scuola, facendo politica, che prendere il tempo di capire non ostacola la necessaria scelta di campo, anzi la rende più consapevole, più forte&#8230;). C’è il più glaciale, e un po’ maccartista con le sue liste di nomi, “la cosa putiniana” – anche inquietante: “Come agisce la cosa putiniana?” C’è, sullo stesso slancio, la “federazione negazionista che fa il gioco di Putin”. O ancora, più puntualmente, ci sono oscenità del tipo l’“Associazione Nazionale <em>Putiniani</em> d’Italia”, cioè l’ANPI&#8230; A parte il fatto che, indipendentemente dal cosa si pensi rispetto al complessissimo problema di come intervenire in questa guerra (perché è complessissimo, e ci si dovrebbe auto-vietare di spiattellare certezze ad uso di chi, sul campo, combatte, soffre e muore veramente), è difficile non fremere di indignazione, di disgusto, nel vedere decenni e decenni di coraggiose e nobili lotte per il disarmo e per la pace, per altro con un ventaglio di posizioni e sensibilità spesso molto diverse, ridotte a una tale ridicola e menzognera rappresentazione: i pacifisti, o meglio (altra formula) i “putin-pacifisti” sono o appunto amici di Putin o “vigliacchi” (altro epiteto ricorrente) che hanno paura di combattere, o volentieri l’una e l’altra cosa. Fino al colmo del grottesco: a tratti sembra che la guerra si combatta non in Ucraina, ma sul suolo italiano, e che il nemico non sia più Putin, ma il disegnatore o il dirigente dell’ANPI di turno&#8230; (Variante di raccordo: i No-vax di un tempo adesso sarebbero putinisti&#8230; Ma oggi come allora questa categorizzazione del dissenso su vasta scala, senza distinzioni, in un’omogenea notte in cui tutte le vacche sono nere, da un lato intimidisce e taglia fuori dal dibattito le molte persone che sono nel contempo convintamente indignate, inorridite, e bisognose di interrogare la realtà, dall’altro conduce ahimè alla proliferazione del negazionismo e del complottismo, quello vero, che esiste ed è pericolosissimo&#8230;)</p>
<p>Ed ecco, è in questi ultimi mesi che con dolcezza mi si è imposto alla mente il silenzio, come un amico prezioso. Il silenzio è fondamentale dentro la scrittura come nella musica, ne fa parte: i sospiri, le pause, le attese, rendono la frase viva, intelligibile. Il silenzio è fondamentale prima e dopo un concerto, un’esecuzione musicale, ne fa ancora parte, e questo vale anche per la scrittura: perché la scrittura è per vocazione ad alta voce, anche quando è appunto muta. Il silenzio insomma è pieno, parla, è indispensabile per farci stare al mondo, per farcelo capire. Il silenzio sono le passaggiate, reali o sedute (con la mente, vagando), in cui digeriamo il pezzo che abbiamo letto, imponendoci di non leggerne subito un altro. Il silenzio sono i giorni, le settimane, i mesi in cui, scrittori, scegliamo di non scrivere, perché qualche cosa deve maturare diversamente, magari traducendosi in azioni. Il silenzio è semplicemente “prendere il tempo di&#8230;”, l’avere il coraggio di disconnettersi per trovare distanza, lucidità, in una prospettiva che è agli antipodi dell’incessante e rumoroso flusso continuo dei social o dei talk show <em>social</em>izzati, e della loro sinistra filosofia dell’esser sempre connessi. Il silenzio è resistenza attiva da opporre all’ipnosi della guerra in immagini e parole, che l’intrattiene, la guerra, non la neutralizza, e intrattenendo finisce per abituare, assuefare, e anestesizzare: del resto, almeno sui social, l’assuefazione nei confronti della guerra sta già arrivando, prima di quanto non sia accaduto con il covid, probabilmente perché a differenza di quello ancora non ce la si sente (a torto) dentro casa. (E però, che atmosfera pesante&#8230;) Il silenzio è capire che adoperarsi per la pace, qualunque sia la propria idea sul come ci si possa arrivare, non implica distribuire verità e consigli a chi muore combattendo sul campo. Perché qui, concretamente, parlo innanzitutto del silenzio pubblico, <em>social</em>izzato, individualizzato, che libera energia e tempo per altre parole-azioni, anche se non destinate a lasciare una traccia firmata: possiamo discutere con gli amici, con gli Ucraini e i Russi che già si sono rifugiati nei nostri paesi, con gli studiosi di quelle aree, non per sbandierare il nostro punto di vista, ma prima di ogni altra cosa per ascoltare, e per insieme costruirne uno; e poi, soprattutto, possiamo aiutare, ognuno secondo i propri mezzi, i molti che stanno arrivando qui, e hanno bisogno di tutto: di imparare la lingua del posto, di cibo, di soldi, di un letto – in quell’azione non ci si assuefa, non ci si abitua, e ogni giorno la guerra, questa guerra (come, mi si permetta di dirlo, tutte le altre), appare sempre di più per quel che è: inaccettabile.</p>
<p>In questo senso, mi ha molto colpito un post che, mi sembra, esemplifica un altro degli aspetti dei social che ha assunto in questi ultimi tempi un rilievo straordinario: la parcellizzazione solitaria della protesta, nel miraggio di essere connessi agli altri – il suo autore dichiarava di essersi arruolato nelle file della resistenza ucraina&#8230; su Facebook, perché era l’unico posto dove era possibile farlo! Ora, al di là delle anonime azioni concrete di cui ho appena detto e che sono, oltre che possibili, necessarie, c’è un meccanismo globale che va sottolineato: com’è stato ampiamente dibattuto (fra altri, nei due articoli che menzionavo all&#8217;inizio), questa parcellizzazione virtuale è direttamente proporzionale all’appassimento della protesta e dei dibattiti reali, realmente collettivi, fatti dell’incontro di persone vere, con le loro idee, le loro emozioni, i loro corpi. Eccolo, di nuovo, il silenzio: volgere la nostra attenzione altrove, far appassire il rumore dei social, dei dibattiti televisivi, disertare i giornali dai toni troppo guerrieri, per travasare questa energia nelle piazze e condannare l’aggressione, chiedere a gran voce la pace, a sostegno di coloro che resistono in Ucraina e in Russia, con una pressione costante – potesse essere questa la gran forza di contagio che aiuti (com’è stato per altre guerre passate) ad imporla, la pace. E magari intanto, che si sia credenti o anche atei, unirsi ai Russi e agli Ucraini che vivono già fra noi, per silenziosamente pregare insieme a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Yves KLEIN, Monochrome vert sans titre (M 75), vers 1955]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/29/le-virtu-dimenticate-del-silenzio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quella violenza non la dimenticheremo mai &#8211; Peter Genito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/23/quella-violenza-non-la-dimenticheremo-mai/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/23/quella-violenza-non-la-dimenticheremo-mai/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:13:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=95210</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Peter Genito</strong> <br />
Timore, paura, terrore. Ma siamo sicuri che la nostra paura sia del virus? Siamo sicuri che sia stato così sin dall'inizio? E non di chi, in quel momento e ora, comandava e comanda il gioco?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;Mi rivolto, dunque siamo&#8221;</em> (A. Camus)</p>
<p style="text-align: center;">A quasi due anni dal primo lockdown. Senza esser complottisti né negazionisti.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-95213 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-300x179.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-768x457.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-150x89.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-696x414.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-705x420.jpg 705w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner.jpg 922w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;">di Peter Genito</p>
<p>Timore, paura, terrore. Ma siamo sicuri che la nostra paura sia del virus? Siamo sicuri che sia stato così sin dall&#8217;inizio? E non di chi, in quel momento e ora, comandava e comanda il gioco? Di chi, in quel momento e ora, faceva e fa la narrazione? Di chi da anni ci sorvegliava ed è pronto a braccarci oggi, se non ci crediamo? È la violenza del potere, che impaurisce. Per questo, siamo tutti ligi e obbedienti. Sull&#8217;attenti e pronti a battere i tacchi e signorsì all&#8217;ennesimo, demenziale decretino?</p>
<p>Fu forte, fortissima, quella violenza fin dall&#8217;inizio, fin dal primo lockdown totale. L&#8217;elicottero sopra la testa in piazza Duomo a Milano, che ti inseguiva mentre eri a piedi. Un clima di stato d&#8217;assedio, militari ovunque in anfibi mitra e tuta mimetica, camionette nelle stazioni in ogni città. È lì che si è capito che c&#8217;era in atto qualcosa di &#8216;grandioso&#8217;. La caccia ai runner sulle spiagge. La colpevolizzazione e criminalizzazione dei comportamenti più normali. Tanto più il potere è gratuito, tanto più grande è la sua forza. L&#8217;irrazionale ha preso il comando, perché solo l&#8217;irrazionale travolge, paralizza. Tutti, subito, abbiamo capito che quel potere di rinchiuderci, come delinquenti o appestati, viveva di una forza immensa, perché nessuno interveniva, nessuno diceva nulla, nessuno parlava, quando era evidente che tutto era folle. In fila ai supermercati, ricorderemo sempre quelle file immense, ore ed ore, e nessuno parlava con l&#8217;altro. Mascherine amuchina e guanti chirurgici. Nessuno respirava più libero. Dritti, sotto il sole, sotto la pioggia o al vento, ad aspettare il proprio turno. Oggi file interminabili alle farmacie per i tamponi. Imbavagliati, fermi, immobili. La finta liberta&#8217; dei social. I diritti compressi e negati, la Costituzione umiliata, la democrazia sospesa.</p>
<p>Questo è il potere, il vero potere, quello che può imporre tutto quello che vuole, nella consapevolezza di una resistenza paralizzata dal terrore. La forza di tutto quello che è accaduto è stata quella di un Leviatano minaccioso, mostratosi capace di un dominio puro fin dall&#8217;inizio. Un Leviatano immenso, duro, luccicante. Oggi ha gli occhi di drago. Chi parla di &#8216;cialtroni&#8217; non ha capito proprio nulla. Questa è un&#8217;organizzazione mondiale che è partita, quando era ben certa di avere tutti i tasselli al punto giusto, quando sapeva che avrebbe potuto compiere ogni violenza possibile, giuridica e fisica, nella totale impunità. Quando sapeva che doveva solo manifestare la sua forza &#8211; immensa -, per terrorizzare un&#8217;intera popolazione mondiale, e costringerla a sottomettersi, senza scampo.</p>
<p>Politici, giornalisti, medici, personaggi pubblici, intellettuali si sono schierati subito. Hanno capito, subito, quella violenza. Che non si poteva che saltare &#8211; al più presto, prima che fosse troppo tardi &#8211; da quella parte. Che non ci si poteva e non ci si puo&#8217; contrapporre alla violenza, se non esercitandola a sua volta.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Peter Genito</strong> è narratore e poeta performer. Lavora come bibliotecario a Firenze. Tra le sue opere: <em>Dal buio al cuore. Poesie e pensieri 1999-2011</em> (Del Bucchia, 2011), <em>A fioca nen. Racconti</em> (A. Sacco, 2014) <em>Lecce Homo</em> romanzo (Robin Edizioni, 2016), <em>Fanfiuchè</em> poesie (Tracce, 2019). Ha curato l&#8217;antologia <em>Tredici. I poeti del Bandino</em> (Nerbini ed. 2020). Agguato al lago rosso (Porto Seguro, 2021) è il suo secondo romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/23/quella-violenza-non-la-dimenticheremo-mai/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Covid, alimentazione e sindemia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/01/covid-alimentazione-e-sindemia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Covid e alimetazione]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Berrino]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Horton]]></category>
		<category><![CDATA[sindemia]]></category>
		<category><![CDATA[sistema immunitario]]></category>
		<category><![CDATA[The Lancet]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=92148</guid>

					<description><![CDATA[<b>Franco Berrino</b><br />
"Non è stata spesa una parola sull'importanza della corretta nutrizione come misura per prevenire il contagio e le forme più gravi di Sars Cov II, eppure tutti gli studi recenti concordano su questo".]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p><p></p><p></p><p align="center">[ <em>materiali per un approccio complessivo al COVID</em> ]</p>



<p></p><p></p><p></p><p align="center">da ⇨ <a href="https://www.ilgiorno.it/cronaca/covid-alimentazione-berrino-1.6291712" rel="noopener" target="_blank"><strong>IL GIORNO del 26 Aprile 2021</strong></a></p>



<p></p><p></p><p align="center"><iframe loading="lazy" src="https://www.ilgiorno.it/cronaca/covid-alimentazione-berrino-1.6291712" width="750" height="2000"></iframe></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>,\\&#8217;</strong></p>



<p><strong>Studio sul nesso tra alimentazione e mortalità per Covid in 158 paesi</strong></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-issuu wp-block-embed-issuu"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div data-url="https://issuu.com/quotidianonet/docs/studio_covid" style="width: 696px; height: 450px;" class="issuuembed"></div><script type="text/javascript" src="//e.issuu.com/embed.js" async="true"></script>
</div></figure>


<p style="text-align: center;"><strong>,\\&#8217;</strong></p>


<p class="has-text-align-center">da <strong>The Lancet 26 settembre 2020</strong></p>



<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32000-6/fulltext" target="_blank">Il COVID-19 non è una pandemia</a></strong></p>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Richard Horton</strong></p>



<p>Mentre il mondo si avvicina al milione di morti per <strong>COVID-19</strong>, dobbiamo affrontare il fatto che stiamo adottando un approccio troppo ristretto per gestire il focolaio di un nuovo coronavirus. Abbiamo considerato  la causa di questa crisi come una malattia infettiva. Tutti i nostri interventi si sono concentrati sul taglio delle linee di trasmissione virale, per controllare la diffusione del fattore patogeno. La &#8220;scienza&#8221; che ha orientato i governi è stata guidata principalmente da protocolli epidemici e specialisti in malattie infettive, che comprensibilmente inquadrano l&#8217;attuale emergenza sanitaria negli antichi parametri della peste. Ma quello che abbiamo imparato finora ci dice che la storia del <strong>COVID-19</strong> non è così semplice. Due categorie di malattie interagiscono all&#8217;interno di popolazioni specifiche: l&#8217;infezione da sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2) e una serie di malattie non trasmissibili (NCD). Queste condizioni si stanno insediando all&#8217;interno dei gruppi sociali secondo modelli di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società. L&#8217;assommarsi di queste malattie in un contesto di disparità sociale ed economica aggrava gli effetti negativi di ogni singola malattia. Il COVID-19 non è una<strong> pandemia</strong>. È una <strong>sindemia</strong>. La natura sindemica della minaccia che affrontiamo significa che è necessario un approccio con più sfumature, se vogliamo proteggere la salute delle nostre comunità.</p>



<p>La nozione di <strong>sindemia </strong>è stata introdotta per la prima volta da <strong>Merrill Singer</strong>, un antropologo medico americano, negli anni &#8217;90. Scrivendo su <strong>The Lancet</strong> nel 2017, insieme a <strong>Emily Mendenhall</strong> e altri colleghi, <strong>Singer</strong> sostenne che un approccio sindemico rivela interazioni biologiche e sociali che sono importanti per la prognosi, il trattamento e la politica sanitaria. Limitare il danno causato da <strong>SARS-CoV-2</strong> richiederà un&#8217;attenzione molto maggiore alle malattie non trasmissibili e alla disuguaglianza socioeconomica di quanto sia stato ammesso finora. Una <strong>sindemia</strong> non è semplicemente una comorbilità. Le <strong>sindemie </strong>sono caratterizzate da interazioni biologiche e sociali tra condizioni e stati, interazioni che aumentano la suscettibilità di una persona a danneggiare o peggiorare la propria salute. Nel caso del <strong>COVID-19</strong>, affrontare le malattie non trasmissibili sarà un prerequisito per il successo del suo contenimento. Come ha mostrato il nostro <strong>NCD Countdown 2030</strong> pubblicato di recente, sebbene la mortalità precoce da <strong>NCD </strong>stia diminuendo, il ritmo del cambiamento è troppo lento. Il numero totale di persone che vivono con malattie croniche è in crescita. Affrontare il <strong>COVID-19</strong> significa affrontare l&#8217;ipertensione, l&#8217;obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari e respiratorie croniche e il cancro. Prestare maggiore attenzione alle malattie non trasmissibili non è un&#8217;agenda solo per le nazioni più ricche. Le malattie non trasmissibili sono una causa trascurata di cattiva salute anche nei paesi più poveri. Nella <strong><em>Lancet</em> Commission</strong>, pubblicata la scorsa settimana, <strong>Gene Bukhman</strong> e <strong>Ana Mocumbi</strong> hanno descritto un&#8217;entità che hanno chiamato <strong>NCDI Poverty,</strong> che aggrava una serie di malattie non trasmissibili, come morsi di serpente, epilessia, malattie renali e anemia falciforme. Per il miliardo di persone più povere nel mondo oggi le malattie non trasmissibili rappresentano oltre un terzo del fardello di malattie. La Commissione ha descritto come la disponibilità di interventi economici nel prossimo decennio potrebbe evitare quasi 5 milioni di morti tra le persone più povere del mondo. E questo senza considerare i ridotti rischi di morire di <strong>COVID-19</strong>.</p>



<p><br />La conseguenza più importante del considerare il <strong>COVID-19</strong> come una <strong>sindemia </strong>è il sottolinearne le origini sociali. La vulnerabilità dei cittadini anziani, delle comunità etniche nere, asiatiche e minoritarie e dei lavoratori essenziali che sono comunemente mal pagati e con meno protezioni sociali, indicano una verità finora a malapena riconosciuta, <strong>vale a dire che non importa quanto sia efficace un trattamento o un vaccino protettivo, la ricerca di una soluzione puramente biomedica per il COVID-19 è destinata a fallire</strong>. A meno che i governi non elaborino politiche e programmi per rimediare a profonde disparità, le nostre società non saranno mai veramente al sicuro contro il <strong>COVID-19</strong>. Come hanno scritto <strong>Singer</strong> e colleghi nel 2017, &#8220;Un approccio sindemico fornisce un orientamento molto diverso alla medicina clinica e alla salute pubblica, mostrando come un approccio integrato alla comprensione e al trattamento delle malattie può avere molto più successo del semplice controllo delle malattie epidemiche o del trattamento di singoli pazienti&#8221;. Aggiungerei un ulteriore vantaggio. Le nostre società hanno bisogno di speranza. <strong>La crisi economica che incombe non sarà risolta da un farmaco o da un vaccino. È necessario addirittura un risveglio nazionale. L&#8217;approccio al COVID-19 come una sindemia porterà a una visione più ampia, che comprenda istruzione, occupazione, alloggio, cibo e ambiente. Considerare il COVID-19 solo come una pandemia esclude un fronte così ampio ma necessario.</strong></p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dopo il contagio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/23/dopo-il-contagio/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/23/dopo-il-contagio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Brodesco]]></category>
		<category><![CDATA[apocalsse]]></category>
		<category><![CDATA[Blanchot]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Segal]]></category>
		<category><![CDATA[catastrofismo ecologista]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[King]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[postapocalittico]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=92161</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Alberto Brodesco</strong><br />
Entrare in un cinema, salire in cabina di proiezione, far partire <em>Woodstock</em>, sedersi in poltrona e guardare il film da unico spettatore in sala. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/from-photography-to-cinema.jpg" alt="" width="480" height="360" class="aligncenter size-full wp-image-92185" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/from-photography-to-cinema.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/from-photography-to-cinema-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/from-photography-to-cinema-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/from-photography-to-cinema-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/from-photography-to-cinema-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>di <strong>Alberto Brodesco</strong></p>
<p>Entrare in un cinema, salire in cabina di proiezione, far partire <em>Woodstock</em>, sedersi in poltrona e guardare il film da unico spettatore in sala. Non sembrerebbe una brutta esperienza, se non fosse che sei rimasto (o almeno così ti sembra) l&#8217;ultimo uomo della Terra; se non fosse che di notte girano per le strade vampiri o zombie che vogliono la tua morte. Succede in <em>1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra</em> (<em>The Omega Man</em>, 1975), il film di Boris Sagal ispirato a <em>Io sono leggenda</em>, libro di Richard Matheson da cui sono stati tratti altri due film: <em>L&#8217;ultimo uomo della terra</em> (Ubaldo Ragona, 1964) e Io sono leggenda (Francis Lawrence, 2007). La popolarità cinematografica del romanzo è un primo segno di quanto il cinema ami descrivere ciò che viene dopo – dopo il contagio, dopo la pandemia, dopo l&#8217;apocalisse.<br />
Il &#8220;dopo&#8221; apre due scenari: uno è la normalizzazione, l&#8217;altro la sopravvivenza. La sopravvivenza è più facile da raccontare, più avventurosa, più vitale: è una celebrazione della resistenza, della fortuna di essere sopravvissuti, come nel titolo italiano di <em>Soylent Green</em> (Richard Fleischer, 1973): <em>2022: i sopravvissuti</em>. La sopravvivenza non è un dato acquisito, ma uno status che va difeso da chi, banalmente, non ti vuole sopravvissuto ma morto, o almeno morto vivente (<em>The Walking Dead</em>, Frank Darabont, 2010-). Nel genere post-apocalittico c&#8217;è posto per l&#8217;horror, ma anche la commedia (<em>The Last Man on Earth</em>, Will Forte, 2015-2018) o l&#8217;animazione per ragazzi (<em>The Last Kids on Earth</em>, Netflix, 2019-). La tenacia con cui ci aggrappiamo alla vita (o alle vite) ha fatto inoltre la fortuna del &#8220;survival horror&#8221; nell&#8217;ambito dei videogiochi, da<em> Resident Evil</em> (Capcom, 1996) a <em>The Last of Us</em> (Naughty Dog, 2014).<br />
Dall&#8217;altro lato, il ritorno alla normalità può essere tragico quanto l&#8217;emergenza. Il finale de <em>La notte dei morti viventi</em> (<em>Night of the Living Dead</em>, George Romero, 1968) dimostra che si può forse superare una pandemia, ma non un endemico razzismo. Nel dramedy <em>Downsizing </em>(Alexander Payne, 2017), la potenziale apocalisse ha a che fare con lo sfruttamento delle risorse della Terra. Il film si colloca all&#8217;interno di quel sotto-filone abbastanza recente che potremmo definire &#8220;catastrofismo ecologista&#8221;, rappresentato da film che vanno da <em>The day after tomorrow</em> (Roland Emmerich, 2004) a <em>The Midnight Sky</em> (George Clooney, 2020). <em>Downsizing</em> mostra come la costruzione di una società alternativa, ridimensionata, sconta la mancanza di una vero &#8220;programma utopico&#8221; (Jameson, 2007), dato che il nuovo mondo finisce per copiare in piccolo il peggio del turbo-capitalismo. Anche il revivalismo hippy, che sembrerebbe proporsi, nel film, come un&#8217;alternativa per la progettazione di una vita &#8220;post-&#8221; conferma l&#8217;assenza di idee nuove. Il &#8220;dopo&#8221; è un foglio bianco e l&#8217;umanità ha il blocco dello scrittore.<br />
&#8220;Il disastro rovina tutto lasciando tutto immutato&#8221;, afferma Maurice Blanchot (1980, p. 11). A carico del disastro c&#8217;è anche l&#8217;accusa di lasciare tutto come prima. Non è nemmeno capace di essere un agente di cambiamento. Nel caso dell&#8217;epidemia da Covid-19, come hanno notato in molti, l&#8217;emergenza ha dimostrato di produrre non una vera svolta socio-culturale, ma solo una precipitosa accelerazione (smart working, streaming, consegne a domicilio&#8230;).<br />
Stephen King ha dichiarato la sua difficoltà a chiudere il capolavoro post-apocalittico <em>L&#8217;ombra dello scorpione</em> (ristampato come <em>The Stand</em>, 1990): tutta l&#8217;inerzia della storia sembrava riportare il vissuto delle persone alle dinamiche sociali precedenti la diffusione del virus. Davvero, si chiedeva King, l&#8217;unica soluzione è tornare all&#8217;America di prima, con la polizia, i tribunali e le elezioni? Non c&#8217;è altro modo di organizzare la società? La pandemia è solo un macabro gioco dell&#8217;oca che riporta pedine rovinate al punto di partenza?<br />
Il genere post-apocalittico richiama un altro topos narrativo, quello della rifondazione della vita su un&#8217;isola deserta. Anche il naufragio fa tabula rasa, semplifica le relazioni umane, cancella lo status quo, fa emergere chi ha vere capacità di leadership, come ne <em>Il signore delle mosche</em> (dal libro di William Golding ha tratto un film Peter Brook, nel 1963) o <em>LOST</em> (Jeffrey Lieber, J. J. Abrams e Damon Lindelof, 2006-2010). Di nuovo, sono isole ben lontane da quella di Utopia. Il disastro, il contagio, il naufragio sembrano rivelare che c&#8217;è qualcosa che non torna all&#8217;interno del nocciolo segreto della nostra convivenza e della nostra società.<br />
Un passaggio di <em>The Stand</em> riassume questo enigma affidandolo alle parole di un sociologo, un personaggio di nome Glen Bateman: &#8220;È questo il destino della razza umana. Socievolezza. Vuoi che ti dica che cosa ci insegna la sociologia a proposito della razza umana? Te lo dico in poche parole. Mostrami un uomo o una donna soli e io ti mostrerò un santo o una santa. Dammene due e quelli si innamoreranno. Dammene tre e quelli inventeranno quella cosa affascinante che chiamiamo &#8216;società&#8217;. Quattro ed edificheranno una piramide. Cinque e uno lo metteranno fuori legge. Dammene sei e reinventeranno il pregiudizio. Dammene sette e in sette anni reinventeranno la guerra. L&#8217;uomo può essere stato fatto a immagine di Dio, ma la società umana è stata fatta a immagine del Suo opposto&#8221; (King, 2020, pos. 7888).<br />
Dio e il suo opposto. Il cinema post-apocalittico subisce la tentazione dello scontro secco tra bene e male, spesso banalmente giocato nella forma del tao, con un po&#8217; di male a macchiare il bene e viceversa. La pandemia funge da morality test atto a saggiare le qualità umane. Nel <em>Faust</em> (Friedrich W. Murnau, 1926), il personaggio eponimo  – come Abramo, o il protagonista di <em>Una poltrona per due</em> (<em>Trading Places</em>, John Landis, 1983) – diventa vittima di una scommessa di Dio, che invia la peste a infestare una città. C&#8217;è sicuramente una componente sadica nell&#8217;azione di dèi o potenti che si divertono a usare gli uomini come cavie per le loro sperimentazioni. Per molti secoli la pandemia è stata un male in sé e anche il segno del male che Dio vuole agli uomini. La pandemia da Covid-19 è invece piuttosto laica. La contrapposizione tra Angelo e Diavolo si sfilaccia in una serie di tensioni molto mondane – fra classi di lavoratori, scientisti e anti-scientisti, fra scienziati stessi, fra sostenitori di un provvedimento o del contrario. La luce da semplificazione pandemica che illumina il cinema non penetra il cono d&#8217;ombra in cui è avvolta la nostra realtà.</p>
<p>[ <em>Postilla: questo testo è stato precedentemente pubblicato nella rivista <a href="https://www.tropicodelcancro.net/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Il Tropico del Cancro</strong></a> il 3/06/2021</em> ] </p>
<p>Maurice Blanchot, <em>L’écriture du désastre</em>, Paris, Gallimard, 1980 (tr. it. <em>La scrittura del disastro</em>, Milano, SE, 1990).<br />
Fredric Jameson, <em>Archaeologies of the Future</em>. T<em>he Desire Called Utopia and Other Science Fictions</em>, London-New York, Verso, 2007.<br />
Stephen King, <em>The Stand</em>, New York, Doubleday, 1990 (trad. it. <em>L&#8217;ombra dello scorpione. The Stand</em>, Milano, Bompiani, 2020 [Kindle Edition]).</p>
<p>Fotografia: Hiroshi Sugimoto </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/23/dopo-il-contagio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo stretto di Dublino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/09/lo-stretto-di-dublino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jul 2021 05:37:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Barry McCrea]]></category>
		<category><![CDATA[dublino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa irlandese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=91571</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Barry McCrea</strong><br />Gennaio 2021

In Irlanda la temperatura, di solito moderata, è scesa a meno sette; la caldaia – manco a farlo apposta – si ferma, lasciandomi senza riscaldamento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Barry McCrea</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Gennaio 2021</em></p>
<p>In Irlanda la temperatura, di solito moderata, è scesa a meno sette; la caldaia – manco a farlo apposta – si ferma, lasciandomi senza riscaldamento.</p>
<p>È sabato, le vie ghiacciate rendono pericoloso spostarsi in macchina e l’idraulico non può o non vuole venire. Siamo in piena pandemia e quindi non posso andare né dai miei né da un amico. Il mio simpatico vicino di casa s’intende di caldaie e si offre di aiutarmi. È un uomo ben radicato nel quartiere, anche se meno della moglie, figlia di una stirpe millenaria di pescivendoli ambulanti, donna vivace e fascinosissima che dimostra solo quaranta dei suoi settant’anni e che si mostra al vicinato un’unica volta all’anno quando viene alla mia festa di Natale – conquistando tutti i nostri ospiti con la sua eleganza, la straordinaria voce da soprano e le battute spiritose in dialetto dublinese – per poi scomparire di nuovo fino al Natale successivo. In lockdown, ovviamente, non c’è stata nessuna festa e quindi non la vedo da più di un anno. Anzi, siccome ha problemi di salute, bisogna evitare anche i contatti indiretti e quindi mi devo assentare da casa mentre il marito si dà da fare con la caldaia.</p>
<p>Fa un freddo boia. La pandemia ha chiuso tutti i rifugi – bar, caffè, biblioteche, cinema – dove in altri tempi mi sarei recato. Finora ho scrupolosamente onorato il motto di Dublino, <em>Obedientia Civium Urbis Felicitas</em>, ma ora mi concedo una deroga al regolamento che ci impone di non allontanarci più di cinque chilometri dal focolare domestico.</p>
<p>Sono tornato a Dublino da un paio d’anni dopo più di due decenni passati tra Italia e Stati Uniti. È un ritorno che suscita dei dubbi sull’età che ho: alcune parti della città, immutate dai tempi della mia giovinezza, mi riportano all’infanzia; in altre zone esistono non solo edifici nuovi ma nuovi luoghi, nuovi tipi di vita a me totalmente sconosciuti; provvisto di una mappa mentale rimasta a prati e piccoli sobborghi in pieno disaccordo con la attuale realtà topografica, sento accumularsi il peso dei vent’anni in cui sono stato via.</p>
<p>Dove andare mentre il vicino cerca di far ripartire il mio riscaldamento? Assurdamente, mi metto a pensare a come sia stato il ghiaccio a permettere agli antichi popoli dell’Asia di passare lo stretto di Bering e di scoprire terreni strani e meravigliosi. Quando i ghiacci si sciolsero a loro non restò che rimanere dall’altra parte per diventare col tempo gli “indiani” che Colombo incontrerà una ventina di millenni dopo. È in questo spirito che decido di sfruttare la mattinata di gelo per andare, per quanto posso, fuori città, a vedere un’altra realtà. Voglio visitare la famosa campagna della mia isola di smeraldo. Salgo sulla mia bicicletta e prendo il sentiero del Grand Canal in direzione ovest.</p>
<p>L’ovest è per me, e nell’immaginario culturale irlandese in generale, un luogo di fascino e mistero. Tutti i miei antenati nacquero, vissero e morirono nelle contee atlantiche di Connacht, là dove, secondo la mitologia nazionalista, si conserva l’anima del popolo irlandese nel suo stato più puro e autentico. Oggi non si tratta di mettersi “in viaggio verso occidente” come sogna Gabriel Conroy nelle ultime righe dei <em>Dubliners </em>di Joyce. Non intendo andare fino alla selvaggia costa atlantica, ma solo attraversare la nuova periferia di Dublino per vedere l’inizio della pianura di Leinster, ma, forse a causa della pandemia e del fatto che da mesi non mi sono allontanato più di 5 km da casa, la gita illecita mi sembra un’odissea piena di pericoli e promesse.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-91580" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3521-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Il canale è completamente ghiacciato. È la prima volta che lo vedo così. Gli oggetti che di solito galleggiano gioiosamente prima di sprofondare o raggiungere il mare aperto – bottiglie di birra vuote, bicchieri di carta, una piccola carriola di plastica – sembrano stupiti, quasi vergognosi di trovarsi esposti ed immobilizzati sulla superficie del canale, un po’ come me, che, dopo aver girato il mondo per vent’anni mi ritrovo ingabbiato in un quartiere di Dublino.</p>
<p>Il primo tratto lungo il canale fa parte del quartiere in cui abito e che non lascio da nove mesi. Mentre procedo mi saluta qualche conoscente in giro a passeggio. Dopo giorni in cui non vedo un’anima, essere riconosciuto mi riempie di soddisfazione e di autostima. Di nuovo mi sento a metà tra un giovane e un vecchio: un po’ il figlio del macellaio che gira fischiettando per il paesino con un cestino pieno di salsicce e bistecche, e un po’ l’anziano vedovo del quartiere che fa a tutti un po’ pena e che accoglie con slancio eccessivo i saluti che raccoglie per strada.</p>
<p>Una volta superato l’incrocio dei binari del tram, finito il quartiere, non riconosco più nessuno. Costeggiando il canale, il paesaggio immediato rimane lo stesso, ma si capisce il carattere dei quartieri circostanti dai (pochi) passanti che affrontano la gelida mattinata. Per un po’ vedo soprattutto giovani maschi cinesi, sempre soli, sempre occhialuti, e tutti con l’aria di chi sta smaltendo una preoccupazione o una beffa, grave ma non gravissima. Poi, per molti chilometri, la riva è occupata da piccoli nuclei famigliari polacchi e russi. Nel mio quartiere, ormai lontano, sono loro, gli immigrati dei paesi dell’est, che sfruttano di più gli spazi pubblici, pur rimanendo sempre segregati: da un lato grandi assembramenti femminili che fanno picnic sui prati o nei cimiteri; dall’altro maschi che, da soli o in coppie, lanciano con grande destrezza la canna da pesca anche nelle acque più improbabili e poco promettenti. Oggi lungo il canale, però, sono in famiglia, sembrano particolarmente sorridenti e a loro agio. Un padre russo, ad esempio, indica un carrello pietrificato nel ghiaccio del canale e dice qualcosa che provoca una folle risata nella moglie e nel figlio di tre anni. Mi chiedo se la loro felicità non sia dovuta al gelo: magari il sole freddo, la brina per terra, il canale ghiacciato ricordano loro passeggiate mattiniere dell’infanzia a Cracovia o Ekaterinburg, forse con nonni o zii, a cui erano allora affezionati, ma che non ci sono più o che, ora che si sono trasferiti in Irlanda, non avranno modo di veder invecchiare. Oppure, invece, la pandemia impedisce ai genitori di andare al lavoro e di vedere gli amici, e così le famiglie semplicemente si godono questa tregua dagli obblighi sociali e professionali.</p>
<p>Per un breve tratto il canale è tagliato da una strada trafficata e per un momento rientro nel mondo abitato. Mi ritrovo così nel quartiere popolare di Clondalkin. Un cartello mi indica la torre, che risale al VII secolo. Non sapevo, o non mi ricordavo, che Clondalkin è nato intorno ad un monastero medievale. Spuntando assurdamente tra il supermercato “Moldavia”, un takeaway pakistano e un negozio di sigarette elettroniche, l’antica torre mi ricorda le bottiglie buttate nel canale e rese inopinatamente visibili dal gelo che le ha immobilizzate. Decido di andare a vederla da vicino ma intravedo con la coda dell’occhio un posto di blocco della polizia. Sono ormai a più di nove chilometri da casa, quasi il doppio della distanza consentita per legge, quindi rinuncio alla torre e continuo a costeggiare il canale.</p>
<p>Man mano che mi allontano dal centro il paesaggio si trasforma in una miscela di vegetazione e cemento. Sono quartieri talmente nuovi che non hanno ancora dei veri nomi, luoghi che io non conosco per nulla ma che per una gran parte della popolazione costituiscono la realtà quotidiana che loro identificano con “Dublino”.</p>
<p>Il ponticello di Ballymakaily, nel villaggio di Lucan, è il vero confine tra città e campagna. Da lì in poi, l’argine diventa fango ghiacciato. Le povere ruote della bici urtano in continuazione contro solchi induriti; scendo per continuare a piedi. Tra i rovi fittissimi intravedo campi distesi, qualche quercia che spunta qua e là, e, sull’orizzonte, le colline coperte di neve.</p>
<p>Più vado avanti e più mi trovo avvolto dalla serenità vetusta della campagna. Sembra tutto lontano: la pandemia, il mio quartiere, la caldaia rotta. Il freddo non dà tregua ma il sole è bello e brillante. È più di un’ora che pedalo senza sosta. Ho allo stesso tempo freddo e caldo.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-91579 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/IMG_3519-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>I passanti che incontro sono pochissimi: qualche russo con cane, ma soprattutto pensionati irlandesi che passeggiano da soli. Non gli basta il saluto consueto. Sarà perché stiamo ormai entrando in campagna, o forse perché non sto più andando in bicicletta, oppure la monotonia di questi mesi di lockdown, ma ognuno vuole fermarsi a scambiare due chiacchiere. Fanno commenti enfatici sul grande gelo, felici finalmente di avere un argomento alternativo alla peste infinita.</p>
<p>Attraversato un bel ponte settecentesco, alquanto malconcio, non vedo più nessuno e spingo la mia bicicletta in solitudine. È una solitudine talmente diversa da quella che vivo a casa che colui che vive nella casetta del mio quartiere a cui si è rotta la caldaia nel giorno più freddo dell’anno sembra essere un personaggio da romanzo con cui io non ho niente a che fare.</p>
<p>Il canale comincia a curvare impedendomi di vedere dove porta la strada davanti a me. Il sentiero prende una salita e gli alberi si fanno più fitti, quasi fossimo in un bosco. A quest’atmosfera d’avventura s’aggiunge il fatto che so per certo che la fine della contea di Dublino non può essere lontana. Nello spirito di chi fa un grande viaggio importante, mi sento spronato ad andare all’estero e mettere piede nella contea di Kildare. Mi aspetto che il confine sia subito dopo la curva e accelero il passo.</p>
<p>A cinquanta metri da dove mi trovo vedo una persona che, come se ci trovassimo in una calda giornata di luglio, è per metà sdraiata e per metà seduta tra i cespugli. È un uomo brizzolato con accanto una bicicletta e uno zaino. Mi guarda mentre mi avvicino con un’aria più stupefatta che diffidente. Forse si aspettava di trascorrere una mattinata solitaria sull’argine, forse non è abituato ad accogliere intrusi in questo tratto di terreno.</p>
<p>Come che sia, dal suo atteggiamento risulta chiaro che bisognerà scambiare qualche parola con lui prima di procedere oltre la curva fino a Kildare e inoltrarsi per la campagna. Ci salutiamo. Lui mi chiede con l’aria ufficiale del doganiere che ci sono venuto a fare fin qui. Gli spiego che mi si è rotta la caldaia. Mi viene il dubbio che sia un clochard e che sia indelicato da parte mia, se non crudele, parlargli di case riscaldate. Lui mi ascolta con un’aria tra l’annoiato e l’incredulo quasi fossi Marco Polo e stessi raccontando con troppi dettagli a un gondoliere veneziano la mia visita alla corte del Kublai Khan, un interlocutore non necessariamente scettico ma certo con ben altro da fare.</p>
<p>Gli chiedo che cosa si trova dietro la curva e mi dà una risposta ambigua. Gli chiedo se Kildare sia vicino e lui sembra annuire. Mi dice che tiene dei cavalli nei campi lungo il canale. Non capisco se sia un contadino allevatore di Kildare (le cui pianure erano rinomate per l’allevamento dei cavalli già ai tempi delle antiche epopee gaeliche) oppure un senza-tetto dublinese. Comunque sia, ho la forte sensazione che il significato che dà al termine “tenere” non sia strettamente giuridico.</p>
<p>Gli chiedo di nuovo che cosa mi aspetta dopo la curva. Mi dice che il sentiero va avanti. Quanto? Fa un gesto che significa qualcosa come “infinito” e poi aggiunge “almeno fino a Celbridge.” Quindi il confine della contea non è lontano? Risponde che la scelta ovviamente è mia, ma che lui mi sconsiglia vivamente di proseguire. Il sentiero è pericoloso, il disgelo è imminente e il terriccio si disgregherà con il rischio che mi trovi con la bicicletta incastrata nel fango. Più insiste e più ho l’impressione che il vero motivo per cui mi scoraggia non sia il timore per una mia eventuale disavventura in un sentiero paludoso ma un’altra ragione tutta sua. Forse si sente il proprietario del terreno circostante e non vuole che sia disturbato da estranei? O forse il movente è tutto diverso, magari multiplo e complicato.</p>
<p>Mi appare come una divinità celtica travestita, messa qui apposta per avvertirmi, per sfidarmi o per proteggere un suo favorito che si nasconde dietro la curva. Dopo un ultimo sussulto e un’ultima esitazione se proseguire o no, lo saluto e torno indietro, verso est.</p>
<p>Squilla il telefono. Il vicino mi rassicura che la caldaia è riparata e mi aspetta una casa calda. Poco dopo il ponte di Ballymakailey, appena rientrato in città, mi fermo per fotografare una capanna abbandonata. La firma di un tagger sull’architrave è di un mio omonimo. Dalle case popolari alle spalle spunta un ragazzino di circa 13 anni, il cappuccio della felpa annodato stretto contro il freddo.</p>
<p>“Buongiorno.”</p>
<p>Siamo già nella periferia urbana ma, come spesso fanno i bambini di campagna, egli si comporta come un vecchio signore, mi fa l’occhiolino con un’aria d’intesa “tra uomini di mondo”. Fa un riferimento al canale ghiacciato come uno che d’inverni ne ha visti innumerevoli. Poi mi fa una domanda infantile, se ci si può camminare sopra, se secondo me il ghiaccio resisterebbe. In un primo momento sono scioccato dall’idiozia della domanda, ma presto mi rendo conto che vuole soltanto trattenermi per fare un po’ di conversazione. Con le scuole chiuse e i genitori che lavorano a casa, gli è venuta forse la voglia di fare due chiacchiere con un adulto che non sia un parente.</p>
<p>Prima di ripartire, dunque, mi fermo qualche minuto per ascoltare questo bambino mentre discorre, con un tono di grande e antica saggezza, del freddo, dei tempi che corrono, di cavalli selvaggi, di acque che si gelano e che poi si sciolgono.</p>
<p>*</p>
<p><strong><span lang="IT">Barry</span></strong><span lang="IT"><strong> McCrea</strong> (1974) è uno scrittore irlandese. Ha pubblicato il romanzo <i>The First Verse </i>(2005) e due libri di saggistica, <i>In the Company of Strangers</i> (2011) e <i>Languages of the Night</i> (2015). Insegna letterature comparate nelle sedi di Dublino e Roma della University of Notre Dame.</span></p>
<p> </p>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Farsi o meno vaccinare. La riappropriazione del corpo avverrà collettivamente oppure non avverrà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/08/farsi-o-meno-vaccinare-la-riappropriazione-del-corpo-avverra-collettivamente-oppure-non-avverra/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/08/farsi-o-meno-vaccinare-la-riappropriazione-del-corpo-avverra-collettivamente-oppure-non-avverra/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2021 13:21:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[biopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[vaccinazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=91583</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> 1. Il rifiuto di vaccinarsi, oggi, riposa su di una grande speranza: quella di mantenere individualmente un controllo sul nostro corpo, quella di controllare, attraverso scelte individuali, ciò che determina o influisce in modo rilevante sul nostro metabolismo, sulla nostra salute, sull’intero equilibrio psicofisico. Penso che questa speranza sia del tutto legittima, ma illusoria.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong> Il rifiuto di vaccinarsi, oggi, riposa su di una grande speranza: quella di mantenere <em>individualmente</em> un controllo sul nostro corpo, quella di controllare, attraverso scelte individuali, ciò che determina o influisce in modo rilevante sul nostro metabolismo, sulla nostra salute, sull’intero equilibrio psicofisico. Penso che questa speranza sia del tutto legittima, ma illusoria. Una notevole quantità di fatti dimostrano che un controllo <em>individuale</em> sulla salute del proprio corpo è da tempo impossibile. Non solo sappiamo sempre troppo tardi, e non solo per ragioni scientifiche, ma soprattutto economiche e politiche, ciò che è nocivo nell’aria che respiriamo, nei materiali con i quali lavoriamo o che costituiscono il nostro ambiente architettonico, nei cibi o nelle bevande che ingurgitiamo. Evidentemente sogniamo che il nostro corpo sia sottoposto a un destino naturale, che degli agenti esteriori, da noi in gran parte controllabili, possano venire eventualmente a perturbare. Non è solo la stessa pandemia, ovviamente, a mostrare che questo non è possibile. Anche la semplice scelta di attuare dei comportamenti individuali protettivi di sé e degli altri non è lasciata alla sovrana deliberazione del singolo. Se qualcuno, da qualche parte del mondo, non produce un certo numero di maschere, noi non avremo maschere per proteggerci. Succede con la salute quello che accade con il lavoro: alla fine non ci si salva individualmente. La salute del corpo, come l’attività professionale che realizziamo, su scala sociale, ossia al di fuori della circostanza singola, dipendono dalla divisione mondiale del lavoro e dai rapporti di produzione, che riguardano anche l’esercizio della medicina e la ricerca scientifica. Ora, non si tratta semplicemente di constatare che il nostro corpo (la sua presunta “naturalità”) non ci appartiene più, ma di rendersi conto che la lotta per la sua <em>riappropriazione</em> passerà per l’azione collettiva (per la politica) oppure non avverrà.</p>
<p><strong>2.</strong> Ho avuto il covid a fine settembre, senza conseguenze gravi. Per quanto tempo avrei potuto essere immune dal virus? Quattro, sei, otto mesi? Per un po’ di tempo ancora, certo, ma dati incontrovertibili non ne circolavano. A maggio, mi sono reso conto che avevo voglia di viaggiare, che se le frontiere venivano aperte, avevo voglia di attraversale senza sottopormi allo stillicidio di esami continui. Alla fine ero pronto a prendermi persino il rischio di farmi iniettare Astrazeneca, che nel frattempo, non senza qualche buona ragione, era diventato il Baubau dei vaccini. Quando ho avuto, poi, l’occasione di vaccinarmi con Pfizer, ne ho approfittato subito. Per un certo tempo anch’io, in virtù della momentanea immunità da ex-contaminato, mi ero detto: “Ma che fretta c’è? Aspettiamo un po’. Vediamo come vanno questi vaccini.” Poi ho capito che gli effetti negativi a breve termine, se c’erano, venivano a galla rapidamente (caso Astrazeneca), mentre per quelli a lungo termine, ammesso che ci fossero, non si sarebbero valutati sull’arco di cinque o sei mesi, e nemmeno di un anno. La pandemia, invece, aveva tempi molto più stretti. Confinamenti e ritorni alla vita normale si decidevano in pochi mesi, così come possibili nuove ondate, legate o meno a varianti. C’era, insomma, <em>una scommessa</em> da fare, ed essa si basava sulla maggiore fiducia assegnata a una strategia collettiva piuttosto che a una individuale. Quest’ultima confidava che, da solo, senza l’aiuto della medicina e senza alcuna fiducia nelle istituzioni, avrei garantito meglio la mia salute. Il problema è che sia a monte della pandemia (le cause umane che hanno contribuito al suo scatenamento – e qui poco importa che siano identificabili nell’eccessiva deforestazione o persino nell’incidente di laboratorio – ) sia a valle, (l’indebolimento delle istituzioni sanitarie, per politiche di riduzione della spesa pubblica), tutto si gioca sul piano del funzionamento globale della società, sul quale non sarà possibile agire che in modo collettivo e coordinato, ossia uscendo da strategie individuali che non saranno mai in grado di essere all’altezza dei problemi. Questa visione delle cose è a sua volta frutto di una scommessa, e questa però non è fondata su alcun dato. Nonostante cioè sia chiaro che la riappropriazione del corpo non potrà avere senso e avvenire che in termini collettivi (e quindi mediati), nulla garantisce che un tale obiettivo politico sarà realizzato in misura rilevante nel futuro. Qui si parla di mutamenti eccezionali, di carattere rivoluzionario. Nessuna sciagura storica di per sé li produrrà necessariamente, se le persone non decidono di produrli, o non vogliono tentare almeno di farlo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/08/farsi-o-meno-vaccinare-la-riappropriazione-del-corpo-avverra-collettivamente-oppure-non-avverra/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh #6</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/18/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-6/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jun 2021 07:10:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=90860</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di R. Umamaheshwari  R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-91430 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1.jpg" alt="" width="855" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1.jpg 855w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 855px) 100vw, 855px" />di <strong>R. Umamaheshwari </strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/">qui</a> la seconda, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/16/diario-della-pandemia-3/">terza</a>, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/">quarta</a>, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/06/07/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-5/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+NazioneIndiana+%28Nazione+Indiana%29">quinta</a>.  Quella che segue è la sesta.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>20 aprile 2020. La “Maskforce”, <em>Instagram,</em> il quoziente di simpatia.</strong></p>
<p><strong> </strong>Ci sono sempre nuove campagne pubblicitarie ogni giorno in televisione, in competizione l’una con l’altra, non solo sulla copertura della pandemia in India, ma anche sull’idea dell’ “andrà tutto bene”, dell’apparire felici, e comunque intenti in occupazioni gradevoli anche di questi tempi, un po’ come se fossimo delle <em>emoji</em> sorridenti. Così ci sono campagne come il concorso “progetta la tua mascherina e posta la foto”. Alla miglior foto o alla miglior mascherina andrà un premio (in questo caso, l’onore di avere la propria immagine diffusa alla TV). Sembra che la cosa essenziale di questo periodo sia il quoziente di simpatia e di compatibilità <em>social</em>. Anche famosi attori del cinema postano immagini della loro felicità domestica, secondo la logica del <em>mantra</em> “Stai al sicuro, resta a casa”. Mostrano di vivere felici e cercano di essere fonte di ispirazione perché anche altri lo siano. Ogni cosa vende, o ogni cosa può vendere. Basta solo sapere come fare…</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ci sono anche altri problemi nel mondo.</strong></p>
<p>Il Coronavirus ha aiutato molti governi in giro per il mondo a dimenticare per il momento ogni altra questione che avrebbe richiesto la loro attenzione. O almeno questioni che loro non volevano affrontare, seppur di vitale importanza per la gente. Il Coronavirus permette loro adesso di non curarsi di ogni altra questione entro parametri legali, poiché siamo in una pandemia, e persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha dichiarato. La gente così rimane senza neanche una base legale per poter pretendere dai propri governi e dalle proprie amministrazioni la soluzione dei problemi. Quello che fanno, lo fanno esclusivamente in nome del Coronavirus.</p>
<p>Se mai ci sarà una futura pandemia la politica dovrà fissare parametri più chiari per distinguere “epidemia” e “pandemia”, atteso che al momento, paragonata ad altre malattie presenti nel globo, il tasso di mortalità associato al Coronavirus rimane ancora basso. Inoltre, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre organizzazioni di livello planetario, come l’ONU o l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, le istituzioni che si occupano di ambiente e di cambiamento climatico, dovranno trovare risposte che bilancino gli sforzi di mitigazione con il rispetto dei diritti umani e non-umani (ecologici) e con l’idea di equità e giustizia.</p>
<p>Ci vorrà molto tempo per fronteggiare i problemi derivati dalla perdita di reddito durante i <em>lockdown</em>. Come anche per riscrivere delle linee-guida sul trattamento da riservare agli animali selvatici e alla natura, per prevenire gli abusi. Questo periodo può anche aiutarci a comprendere e a fronteggiare possibilità di abuso fisico, verbale o emozionale verso gli esseri più vulnerabili.</p>
<p>In caso di violenza domestica, in che modo un <em>lockdown </em>può dare forza e vigore a comportamenti abusivi da parte degli uomini? Benché in India il governo abbia messo in piedi un servizio telefonico gratuito per le donne vittime di violenza, non è chiaro chi si occuperà di questi problemi, e quanto qualificate saranno le persone che, all’altro capo del filo, saranno chiamate a rispondere a queste difficili questioni.</p>
<p>La gente ha anche mostrato comportamenti abusivi nei confronti degli animali. Il futuro dovrebbe preoccuparsi di quanto sia inclusiva la nostra comprensione della vita, delle varie forme di vita, e quale sia la nostra idea di giustizia e di equità quando una crisi globale ci pone una sfida così impegnativa. E inoltre, una crisi globale può essere evitata prima che raggiunga le proporzioni che ha toccato nel caso presente? Non è forse il momento di affrontare le preoccupazioni relative al consumo eccessivo e all’eccessivo sfruttamento delle risorse della Terra, ora o mai più?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il bio-azzardo della gestione dei rifiuti.</strong></p>
<p>Le città indiane non godono di buona stampa circa la loro capacità di gestione dei rifiuti. In alcune città, nel corso degli anni – con la veloce e totalmente incontrollata espansione urbana collegata alla speculazione edilizia – le discariche sono diventate grandi cumuli o anche colline. In alcune città come Delhi o Hyderabad la copertura di questi cumuli o colline è stato l’unico modo di affrontare il problema. Oppure le stesse discariche sono state spostate di volta in volta in zone dell’entroterra, nelle periferie che confinano con aree semi rurali e con fattorie, causando un notevole rischio non solo per la salute della gente che vive nelle vicinanze, ma anche per i corsi d’acqua, i campi coltivati, gli uccelli e gli animali di tutte queste aree.</p>
<p>Se questo è un problema già in tempi normali, cosa sappiamo adesso dell’impatto del Coronavirus sulla gestione dei rifiuti, specialmente di quelli provenienti dagli ospedali indiani? Non ne sappiamo molto al momento. Dov’è che gli ospedali scaricano i loro dispositivi di sicurezza non monouso, o come sanificano le località in cui questi ospedali si trovano? In alcune città, gli ospedali sono collocati in zone residenziali, e già questo è un problema, specialmente oggi. Anche se il presente <em>lockdown</em>, come assoluta priorità, può funzionare in termini di contenimento (e già si è visto che nonostante il <em>lockdown</em> alcune città come Delhi hanno mostrato una crescita del numero di casi di Covid – anche se bisogna considerare che l’amministrazione di Delhi ha aumentato gli <em>screening </em>sulla popolazione), bisogna capire che cosa succederà dopo il <em>lockdown</em>. Quanto saranno sicure le nostre città dopo? Quando le cose torneranno ad una vera normalità? C’è un eccesso di attenzione sulle mascherine, mentre tutte queste altre questioni cruciali non sono ancora mai state affrontate. Quanto saranno sicuri quei luoghi in cui adesso ci sono reparti di isolamento?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Storie di casi e dilemmi etici.</strong></p>
<p>Quanto sono stati trasparenti i governi a proposito dei pazienti positivi al Coronavirus – quelli che sono morti e quelli che sono sopravvissuti? La questione, comunque, è un dilemma etico. Da una parte, l’indagine del profilo socio-economico nella diffusione della malattia può aiutare a capire chi è più vulnerabile, e le storie di viaggio dei pazienti possono aiutare ad analizzare perché e dove la gente viaggia e come le malattie si trasmettono localmente e globalmente; ma d’altro canto, considerando i pregiudizi razziali e culturali già così profondamente radicati nella società (che rialzano la testa ancor più oggi, <em>vis-à-vis</em> con il virus), questa indagine ha il potenziale per creare più problemi per le persone colpite.</p>
<p>È sicuramente un’arma a doppio taglio. Ma se fatta con la dovuta sensibilità, questa operazione può aiutare a capire se ci sono stati casi di discriminazione (da parte dello Stato o di altri attori) e ad approfondire altre questioni etiche in relazione ai casi di Coronavirus nel mondo. Alcune questioni molto difficili saranno sollevate nel prossimo futuro.</p>
<p>Ad un altro livello, guardando alle storie di viaggio, la dimensione etica, ecologica e sociologica del turismo stesso non è stata ancora indagata abbastanza, in giro per il mondo. L’estrema pressione che il turismo esercita su un determinato luogo, sulla gente e sull’ambiente intorno al mondo (dove la gente si affolla per “vedere”, per fare <em>selfie</em> che siano <em>Instagram-compatibili</em>, per realizzare gli innumerevoli <em>blog</em> di viaggio, per i <em>tour </em>di gruppo, etc.) è stata troppo a lungo ignorata. La consunzione e la definitiva spoliazione del Monte Everest è stata a lungo sui giornali. Ma ci sono alcuni altri luoghi, specialmente quelli di accesso più remoto, con una bassa popolazione, che hanno pagato il loro pedaggio al turismo di avventura. Mentre il viaggio ha una lunga storia e dovrebbe essere benvenuto perché connette persone e società, aiuta le idee a viaggiare e crea nuovi legami, fare questo in modo sostenibile e ecologicamente compatibile è una cosa della massima importanza. Specialmente lo è oggi, ora che ci viene concessa una pausa di riflessione per riconfigurare pratiche estremamente usuranti per l’ambiente, anche se questo significa perdere benefici economici.</p>
<p>L’attuale situazione condurrà alla moderazione nel progettare gli itinerari dei <em>tour</em>, a pratiche più sicure, ad un turismo etico in contatto con lo spazio e con i bisogni delle persone i cui spazi costituiscono una fonte d’attrazione per il mondo intero, ad una riduzione dello <em>stress</em> sugli ecosistemi e ad un totale bando del traffico degli animali selvatici e del consumo di specie esotiche di animali selvatici in alberghi esclusivi in tutto il mondo? L’industria alberghiera e del turismo ha subito un duro colpo. Ma bisogna vedere se questo settore, al momento del ritorno alla normalità, farà pressione per continuare a fare ciò che finora ha fatto, o comincerà ad agire più responsabilmente e con maggiore cautela, nei confronti dell’ambiente e delle persone, senza, al contempo (è questa la cosa più importante) cedere al razzismo e alle richieste dei viaggiatori. Rimane da vedere.</p>
<p>La fine dei viaggi non è, né dovrebbe essere, una risposta; la risposta è forse un’idea di viaggio più sostenibile e una reale sensibilità e rispetto le culture e per i popoli del mondo, quelli verso cui si viaggia, ma anche quelli che accolgono. Si tratta di un equilibrio delicato. Invece di domandare <em>dal-chawal</em>, <em>chole-chawal</em>, le differenti varietà di riso e lenticchie comuni nel Nord dell’India e acqua calda a volontà in un villaggio di montagna freddo e innevato, in inverno, in una regione come Spiti o Ladakh, bisogna chiedere ai viaggiatori di accettare l’idea di bagni a secco, uso minimale di acqua, disponibilità a mangiare con grazia e gratitudine il cibo tipico del luogo – <em>thenduk, thukpa, </em>e<em> momos</em> – con la famiglia ospitante. Ed accettare anche l’idea che il leopardo delle nevi potrebbe non aver voglia di essere sempre immortalato dalla macchina fotografica (con le buone o con le cattive). Va bene lasciare che sia e lasciarsi andare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Futuro dei rituali comunitari.</strong></p>
<p>In regioni dove comunemente la celebrazione dei rituali è parte della vita culturale della gente (indifferentemente dalle denominazioni religiose), che impatto avrà la pandemia? A sua volta, se continuerà più a lungo del previsto, influenzerà le relazioni sociali, in meglio o in peggio? Cambierà un’idea che ha un suo radicamento storico?</p>
<p>Parlo qui, essenzialmente, delle comunità di indigeni in giro per il mondo. Comuni assembramenti sono intrinseci all’idea di queste società, alla loro storia e alle relazioni reciproche. Ad un altro livello, alcune festività e rituali sono nati dall’idea di condivisione. Alcuni cibi e alcune bevande specifiche vennero originariamente preparati per queste occasioni, forse. Condividere o scambiare cibo e conversazioni, cantare, ballare, fare baldoria, sono tutte espressioni fondamentali delle civiltà umane in tutto il mondo.</p>
<p>Come l’idea del “distanziamento sociale” (specialmente se dovesse diventare progressivamente, in qualche tempo futuro, una questione di controllo di Stato e di polizia) impatterà su questi contesti della storia umana? E ancora dividerà le comunità e ci guiderà ad un mondo di automi retti dallo Stato in tutto il mondo? Dobbiamo stare attenti? O essere più ottimisti, considerando la lunga durata dell’evoluzione delle civilizzazioni umane a confronto con la breve durata dei regimi politici? Questa volta è stato il Ramadan ad essere stato colpito in tutto il mondo. In altri casi, ci possono essere fiere di villaggio più piccole associate con il ciclo dell’agricoltura o, dovunque, una celebrazione del rituale della semina o delle primizie del raccolto delle comunità indigene.</p>
<p><strong>Discorso su conoscenza e istupidimento.</strong></p>
<p>Alcune immagini e video che mostrano come lavarsi le mani sono diventati un luogo comune in questi ultimi due mesi. Ci hanno ricordato uno dei discorsi della conoscenza e della scienza che hanno accompagnato colonialismo e imperialismo. Era quasi come se la gente in India (qui io restringo l’osservazione all’India, in questo specifico caso) non si fosse mai lavata le mani prima. O non lo avesse mai fatto “correttamente” e “scientificamente”. Specialmente la gente delle aree rurali, alla quale viene quasi sempre insegnato a fare le cose correttamente,</p>
<p>inclusi i lavori agricoli, benché essi siano agricoltori da intere generazioni. Gli igienizzanti per le mani sono diventati un male necessario. Anche se è perfettamente sicuro e corretto lavarsi le mani con un semplice sapone e con acqua, dove l’acqua è disponibile. Ma cosa bisogna fare in contesti in cui ci sono scarse scorte di igienizzanti (come in molti negozi di sanitari a Shimla, in questo momento)? O dove c’è forte penuria di acqua (in città come Chennai, nel Tamil Nadu)? E quanto sono sicuri gli igienizzanti per le mani, se usati per un lungo periodo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E-Learning.</strong></p>
<p>Quanti bambini in India, specialmente nelle aree rurali, hanno accesso ad Internet e possono realmente fare uso delle piattaforme di <em>e-learning</em> messe a punto per le scuole durante il <em>lockdown</em>? Un esempio: una scuola a Tabo, nello Spiti, non ha computer né collegamento ad Internet. Il solo computer, nel monastero di Tabo, ha una connessione super lenta e molte volte persino mandare o ricevere <em>email</em> è un’impresa. Ci sono altre scuole nelle stesse condizioni in India, tagliate fuori dal più ampio discorso dell’uso delle tecnologie nell’istruzione. A dispetto dei proclami secondo i quali tutta l’India è connessa digitalmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conti in banca.</strong></p>
<p>Quante persone in India hanno un conto in banca? Tutte? Veramente no. Molti vivono ancora un’esistenza alla giornata, con salari giornalieri o del tutto senza salario. Questo discorso sulla pandemia è pesantemente incentrato sull’alfabetizzazione ad alta intensità di <em>gadget </em>o <em>gadget</em>–dipendente, e solleva molte questioni di equità sulla natura di un’alfabetizzazione guidata dalle <em>élite</em> e su una politica urbana di <em>governance</em>.</p>
<p>Per esempio, ogni due giorni la radio annuncia una nuova <em>app </em>per <em>smartphone</em> o una piattaforma internet. La domanda che nasce nella mia testa è se un governo può forzare un popolo a scaricare una <em>app</em> sugli <em>smartphone</em> e se a sua volta il popolo può reclamare il proprio diritto a non farlo. Quanto è esatta o assolutamente impeccabile la nuova <em>app </em>chiamata ‘arogya-setu’ che il governo sta chiedendo alla gente di scaricare, per sapere se la persona che ti sta accanto è positiva al <em>Coronavirus</em>? Quanti giorni è stata testata, prima di essere messa in uso? E qual è la garanzia che un’<em>app</em> (dopo tutto, un’<em>app</em> sviluppata con l’uso di algoritmi e parametri che non sempre resistono alla prova del tempo e che possono andare male) non faccia niente di sbagliato? Qual è l’utilità dei <em>kit</em> per i <em>test </em>sul virus, se un’<em>app</em> può rilevare chi ha il virus? È stato anche detto che qualcuno dei <em>kit</em> acquistati per lo <em>screening</em> ha fallito. Se un <em>kit </em>(pensato con una specifica finalità diagnostica in un laboratorio scientifico) può fallire, lo può senz’altro fare anche una <em>app</em>, che non ha capacità diagnostiche.</p>
<p>Le <em>app</em>, in generale, sono vulnerabili ai virus (informatici) e non c’è bisogno di dire quanti dispositivi mobili saranno vulnerabili ad attacchi cibernetici, se ognuno di noi sarà forzato a scaricare una <em>app </em>senza nessuna consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi rischi. E che garanzia abbiamo, peraltro, che i governi usino le <em>app</em> solo per fini specifici e non con altri scopi? È giustificato in democrazia sviluppare tecnologie così intrusive senza la consultazione o il consenso informato del popolo? Può una pandemia avere il potere di trasformare una democrazia in una autocrazia?</p>
<p>Le <em>news </em>alla radio hanno annunciato che un treno che trasportava 950 soldati che avevano finito il loro addestramento è partito da Bengaluru (nello Stato del Karnataka) e ha raggiunto Jammu Tawi. Un secondo treno lo seguiva. Apparentemente il treno era stato sufficientemente sanificato e un macchinario per la sanificazione era stato usato anche per lo <em>screening</em> di tutti i bagagli. Ed io mi chiedevo se sarebbe stato possibile sottoporre ad un simile procedimento anche i lavoratori migranti, in modo da evitar loro di camminare a piedi per migliaia di chilometri, talora senza cibo o acqua. Non poteva esserci un analogo processo graduale per assicurare un graduale trasporto della gente alle loro case? Per inciso, negli ultimi giorni ho sentito di qualche governo di qualche Stato indiano che fa accordi con gli studenti che originariamente appartengono ai loro Stati, per essere ricondotti indietro a casa da altri Stati dove essi sono rimasti bloccati finora. Sono anche stati messi in quarantena per pochi giorni prima di essere rimandati a casa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>22 Aprile 2020. Giorno della Terra. Comunità indigene e disastri imminenti.</strong></p>
<p>In che modo il virus ha aiutato la Terra? In miriadi di modi. Ha imposto uno stop a viaggi non necessari e non essenziali e ha prodotto forse anche una qualche moderazione nei consumi. I centri commerciali hanno chiuso, come anche le multisala cinematografiche. Si può anche pensare all’energia risparmiata che altrimenti sarebbe stata consumata in questi enormi edifici, sovvenzionati dal Governo, mentre essi imponevano il risparmio energetico e i tagli di corrente alla gente comune. Il traffico veicolare nelle piccole e grandi città non sta più appestando l’atmosfera e la qualità dell’aria è migliorata grandemente in questi ultimi due mesi. I monsoni arriveranno in India, come da programma, nelle prime settimane di Giugno, il che significa che c’è un deciso miglioramento nelle vie della natura, senza l’intervento umano.</p>
<p>L’inquinamento industriale e quello acustico sono stati minimizzati negli ultimi due mesi in molti Stati. Anche l’<em>e-commerce</em> di prodotti non essenziali è stato bloccato con una consistente riduzione di plastica e imballaggi. È da un po’ che non vedo una grande città. Ma a Shimla l’aria è più pulita e la natura sembra al suo meglio, con una lussureggiante crescita delle foreste, ed erbe rigogliose. Una festa per le scimmie, che possono tornare alla loro dieta naturale, piuttosto che consumare gli avanzi dei turisti nelle strade.</p>
<p>È possibile anche che il ciclo agricolo ne benefici a suo modo, con piogge e sole puntuali. Ma c’è anche qualcuno interessato alla Terra nel suo complesso, in questo intero discorso? Alcuni ci sono. Come Tenzin “Tulku” a Spiti, occupato nel suo piccolo frutteto di mele, e felice di fare quel che fa in questo periodo dell’anno. Altri, nel suo villaggio, sono felici della loro limitata produzione di orzo. Subodh è preoccupato però per le prospettive di coloro che a Spiti coltivano piselli a scopo commerciale: sarebbe un danno se il <em>lockdown</em> dovesse continuare fino al momento della raccolta dei piselli, quando ci sarà bisogno che vengano trasportati in Stati come il Punjab.</p>
<p>La maggior parte degli Indiani – specialmente quelli che vivono in città – consumano i raccolti di differenti regioni, e questo crea una cultura alimentare diversa che aiuta anche gli agricoltori a sopravvivere. Non tutta la coltivazione è rivolta al consumo domestico. Alcuni agricoltori seminano solo per il loro uso privato mentre altri per il mercato, ed è così che riescono ad andare in pari. Con il <em>lockdown</em>, a dispetto delle assicurazioni che i rifornimenti alimentari non saranno bloccati, se differenti governi dei vari Stati non allentano i loro rispettivi <em>lockdown</em> in linea con i trasporti stagionali e con lo scambio di prodotti agricoli, la vita degli agricoltori e il ciclo agricolo ne saranno pesantemente condizionati. Nel Giorno della Terra, quanti stanno pensando al futuro dei produttori di cibo?</p>
<p><strong>La zona naturalmente “Green” e una diga.</strong></p>
<p>Penso ad un bellissimo posto, fra molti altri: paesaggio, popolo e storia. I villaggi sulle rive est e ovest del distretto del Godavari, nello Stato dell’Andra Pradesh sono largamente popolati da Koya, Kondareddi, Konda Valmiki e altre comunità indigene. Il Kondamodalu è abitato dai Kondareddis, che sono segnalati come un gruppo tribale particolarmente vulnerabile. Abitano tra il bellissimo fiume Godavari e colline ricoperte di foreste per metà decidue e per metà sempreverdi (Papikonda), dove il virus non cambia niente. Fortunatamente, ha lasciato le persone e gli spazi intatti, dato che questo è un villaggio così remoto che richiede una volontà ben precisa per recarvisi (per esempio per i funzionari governativi, che non possono fare a meno di andarvi quando sono chiamati a farlo). Anche quelli che vi abitano lasciano il villaggio soltanto se c’è qualche urgente bisogno, dato che bisogna attraversare campi verdi, foreste e fiumi su una barca e nei pochi autobus.</p>
<p>Questo villaggio fa parte della zona di sommersione della diga del Polavaram, cominciata durante gli anni 2004-2005, un’imponente opera finanziata da investimenti americani multimilionari, non ancora completata. Se c’è qualcosa che non si ferma nemmeno durante una pandemia, sono questi progetti di grandi dighe che assorbono investimenti multimilionari. Apparentemente, l’attuale governo dell’Andhra Pradesh ha informato la gente che le opere progettate riprenderanno presto e che le persone dovrebbero lasciare le loro case entro giugno di quest’anno.</p>
<p>La maggior parte della gente di questo villaggio si è opposta con fermezza alle minacce di sgombero da parte del governo dello Stato, per un progetto che sommergerà complessivamente più di tremila ettari di foresta e trecento villaggi, la maggior parte dei quali collocati in aree classificate. Il virus, sfortunatamente, non ha potere, sembra, contro i grandi interessi commerciali dei “grandi” dell’ordine mondiale, sia in India che altrove. Il Coronavirus, che non ha colpito questa gente semplice, con una storia incredibilmente lunga, vissuta in sincronia con il mondo naturale, non riesce ancora a mettere uno stop a una ragnatela di Stati che entrano nella vita dei più poveri, e invece di festeggiare questa naturale “green zone” (contrapposta a quella che ufficialmente è considerata “green zone”), si impegnano a distruggere la ricchezza ecologica degli ultimi spazi superstiti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Persone con Alzheimer e Dementia. Assistenza e definizione di “servizi essenziali”.</strong></p>
<p>Ho contattato un’amica (Dr. Saadiya Hurzuk) che lavora per l’associazione <em>Alzheimer’s and Related Disorders Society of India</em>, con base a Hyderabad. Avevo sentito parlare di questa associazione nel 2016, quando un mio vicino di casa di lunga data era stato colpito da una forma acuta di Alzheimer e il sostegno per lui non arrivava da suo figlio o da sua figlia, che non vivevano con lui. Ma Saadiya ed io non eravamo potuti andare oltre, in quel caso, perché ci era stato chiesto di tenerci lontane da “una questione di famiglia”. Quel vecchio morì nel 2017 all’età di 86 anni, e io mi chiedo che cosa avrebbero sofferto le persone come lui durante uno scenario di <em>lockdown</em>.</p>
<p>Io mi chiedo anche come ci si possa aspettare da una persona che soffra di demenza o di Alzheimer che si confronti con l’idea di distanza sociale o fisica, quando lui o lei è necessariamente legato a una badante e richiede costantemente un supporto fisico, oltre che un supporto istituzionale, se la sua famiglia non ha la possibilità di provvedere a lui o lei a casa per ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette. In una discussione alla radio con un esperto, una persona che si autodefiniva come non vedente condivideva le sue difficoltà nel fare una passeggiata fino al mercato locale senza la persona che abitualmente lo accompagnava; diceva che la polizia locale nel suo distretto gli aveva chiesto di non uscire mano nella mano con l’accompagnatore, poiché bisognava mantenere il distanziamento sociale! In alcuni casi, laddove la presa in carico da parte delle istituzioni e il supporto è quanto mai essenziale, i <em>lockdown</em> possono essere fortemente debilitanti, a meno che l’amministrazione locale non sia sensibile all’idea di bisogni differenziati e pronta alla loro valutazione, caso per caso<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Sfortunatamente queste istituzioni non rientrano tra i servizi essenziali; la gente la cui vita quotidiana dipende da queste istituzioni di cura sarà severamente colpita. E lo stesso accadrà per le organizzazioni coinvolte nella cura degli animali. Quante di queste sono capaci di continuare a fornire cure agli animali malati e abbandonati?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La donna a casa.</strong></p>
<p>Con intere famiglie a casa nello stesso momento, che sta succedendo alle donne a casa? In India, benché molte donne si siano ormai unite alla forza lavoro fuori di casa, c’è ancora un numero sostanziale di donne che sta a casa e si identifica come “casalinga”. Nei tempi ordinari, esse possono avere qualche sollievo dal lavoro quando gli uomini di casa escono per andare a lavorare e i figli sono stati impacchettati, insieme con i loro pranzi a sacco, per andare a scuola.</p>
<p>Ma durante il <em>lockdown</em> sembra che esse lavorino <em>non-stop</em>, a tempo pieno. Mi ricordo di Jaya che era la donna più felice del mondo quando le scuole dei suoi figli riaprivano dopo le vacanze. Le cinque o sei ore di scuola significavano per lei l’occasione di acquisire una nuova competenza – nel suo caso, imparare a cucire vestiti – e un sonnellino nel pomeriggio, in una giornata altrimenti congestionata dal cucinare, pulire, lavare. Lei faceva anche la portinaia dell’intero complesso residenziale. E forse adesso non ha tempo per se stessa. Come madri, ci si aspetta da loro che facciano questo. Ma che cosa dovremmo dire delle donne che lavorano? In India ci sono anche quelle donne che lavorano nei loro uffici e, una volta tornate a casa, continuano a cucinare, pulire, prendersi cura dei figli, etc. Alcune di loro guardavano al loro ufficio come ad uno spazio in cui poter finalmente essere se stesse, felici di uscire dalle loro case e di passare del tempo con i colleghi al lavoro. Oggi anche queste donne, se non stanno “lavorando da casa” (dato che non tutti i lavori consentono questi benefici), sono confinate negli spazi domestici ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Bisognerà capire che impatto avrà tutto questo sulle dinamiche familiari, o se si siano stati solo effetti benefici sull’ambiente domestico, come si dice da più parti. E cioè che il <em>lockdown</em> sia servito a riunire la famiglia e a dare un nuovo senso al tempo in famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Muri e chiusura.</strong></p>
<p>Il 22 Marzo speravo ancora che il virus potesse aiutare a rompere i muri e i legami e i confini in nuovi modi, ma oggi noi assistiamo al risorgere di nazionalismi isolati. Il presidente Trump, almeno stando a quanto riportato dai <em>media</em>, sarebbe intenzionato a mandare in Cina un <em>team</em> di scienziati per avere conferma del fatto che il virus sia stato veramente sviluppato in un laboratorio in Cina. E se ciò fosse confermato dal <em>team </em>americano, la Cina dovrebbe pagare per questo. E questo annuncio arriva mentre la gente in USA si confronta con un crescente numero di morti e con la più pesante crisi economica dal <em>crac </em>finanziario del 2008. Può essere utile, se invece di cadere nella retorica dei <em>leader </em>politici e nel conflitto geopolitico, noi potessimo chiedere che cosa è davvero in gioco qui, economicamente e politicamente, per gli accordi commerciali multilaterali e a lungo termine. Nessuno di noi comuni mortali negli Stati oggi, di fronte al <em>lockdown</em>, può vedere nell’immediato futuro della pandemia. Dovrebbe essere utile costruire solidarietà tra popoli e nazioni per far fronte comune contro la pandemia sul terreno, e anche per collaborare nella ricerca e in quelle attività che possano permetterci di capire che cosa sta veramente succedendo e, allo stesso tempo, di fornire supporto per la gente. Dovremmo essere consapevoli degli effetti di larga scala sull’ecosistema, a causa delle morti senza precedenti, dello scarico di rifiuti biologici pericolosi negli oceani e nei fiumi, dell’impatto sulle regioni più densamente popolate, quelle che hanno più probabilità di essere colpite negativamente rispetto ad altre. È anche triste che il presente discorso sia puramente antropocentrico.</p>
<p>La gente sta anche reagendo alle voci senza fondamento circa il ruolo di animali e uccelli nella diffusione dell’epidemia. In India alcune persone, per esempio, hanno abbandonato i loro cani a morire per strada. L’altro giorno un agricoltore ha informato, con agitazione, un responsabile della salute, durante un programma radiofonico, che il suo villaggio ha una lunga tradizione di visite di pipistrelli marroni in alcuni mesi dell’anno, provenienti dalla Cina (secondo lui). Ed era arrabbiato, temendo che questi “pipistrelli cinesi” avrebbero diffuso l’epidemia proprio come la Cina aveva fatto con altre nazioni del mondo. L’esperto medico non aveva dissipato le sue paure, ma anzi, al contrario, gli aveva chiesto di contattare la locale amministrazione.</p>
<p>Ci si chiede quanto andrà lontano questo discorso antropocentrico nel distruggere specie, senza un’adeguata comprensione della situazione. E che effetto avrà nel lungo periodo sulle specie non umane. Possiamo permetterci un disastro ecologico quando stiamo già fronteggiando una tremenda pandemia, causata di certo anche da alcuni disastrosi comportamenti di parte della popolazione umana, e mentre pochissimi sforzi vengono messi in campo per fronteggiare le ampie preoccupazioni sul cambiamento climatico e su quelle condotte spregiudicatamente consumistiche che hanno il solo scopo di produrre denaro?</p>
<p>L’espansione digitale avrà anche un impatto avverso sull’ecologia, anche se oggi i nostri governi sono tutti intenti a espandere le reti digitali, senza preoccuparsi affatto sugli effetti a lungo termine di queste azioni. Bisogna veramente chiedersi se “lavorare da casa” con un computer, alle dipendenze di qualcuno, sarà il solo futuro accettabile e universalmente applicabile. La tecnologia sarà il solo modo di risolvere questo problema, come sta succedendo adesso? Sarà una soluzione adeguata? E la classe media e le classi benestanti di tutto il mondo, incluse le ben finanziate <em>élite </em>universitarie, ben connesse tramite il <em>web</em>, saranno le sole a decidere l’agenda per i meno fortunati? In questo discorso digitale di alto livello, il venditore di <em>curry</em>, il fruttivendolo, il fioraio, il calzolaio, il fabbro, l’artista non esperto di tecnologia e di installazioni all’avanguardia, l’artigiano, il proprietario di uno <em>street food</em>, non hanno diritto di parola, e presto potrebbe persino non essere loro permesso di stare in piedi con dignità e guadagnarsi da vivere nelle nostre città. A meno che non siano connessi al mito di essere digitalmente connessi. È auspicabile tutto ciò? Quante persone in India, anche oggi, hanno connessioni internet attive nelle loro case?</p>
<p>Il <em>Coronavirus</em>, semmai, ha reintegrato o aiutato a facilitare gli stili di vita delle classi medie urbane e delle élite, che ordinano <em>online </em>ogni cosa, dal cibo ai vestiti, agli accessori, ai libri, ai <em>gadget</em>. Quante persone, in India, hanno connessioni <em>Whatsapp</em> sui loro telefonini? Ci sono ancora villaggi in questa nazione senza una rete mobile e senza neanche linee telefoniche o TV satellitare. Le classi medie e le <em>élite</em> (che sono oggi le icone che dicono alla gente di stare a casa, etc.) non hanno dovuto fare un cambiamento drastico (a parte il fatto di non poter uscire), poiché le loro case sono ben equipaggiate, in ogni caso.</p>
<p>Cosa dire invece delle persone senza risorse, letteralmente e virtualmente isolate e totalmente tagliate fuori? Per quanto tempo ancora, se la pandemia continua a colpire, il metodo del <em>lockdown</em> funzionerà? Ed è veramente il solo metodo o possono esserci modi migliori di affrontare la situazione, che tengano in considerazione anche quelli che non sono connessi neanche in tempi normali?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Intoccabilità, perdita di calore.</strong></p>
<p>Nel complesso, in India, la nuova espressione “distanziamento sociale” sembra essere compresa bene dalla popolazione, nel più ampio contesto di interiorizzazione del sistema delle caste e della pratica – anche in tempi normali e fino ad oggi – dell’intoccabilità e dell’espressione fisica del distanziamento sociale fra caste in molti villaggi. Ma si spera che almeno in quelle culture (anche all’interno dell’India, specialmente in alcune regioni) dove l’espressione fisica del calore e dell’amicizia e della generale bonomia, o l’incoraggiamento, nei momenti di dolore e di perdita era normale e quotidiana, la pandemia di <em>Coronavirus</em> non cancelli totalmente questi gesti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> A quanto pare “il numero di persone che vivono con la demenza in India è stimato a circa 5.29 milioni, secondo le proiezioni per il 2020 dell’<em>Alzheimer’s and Related Disorders Society of India</em> (ARDSI, 2010) [Jayeeta Rajagopalan, Saadiya Hurzuk, Narendra Ramaswamy, <a href="https://Itccovid.org/2020/04/06/report-the-impact-of-the-covid-19-pandemic-onpeople-with-dementia-in-india/">‘Report: The impact of Covid &#8211; 19 pandemic on people with dementia in India’,</a> April, 2020].</p>
<p>(traduzione di Rosario G. Scalia)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Amicizia, ricerca, trauma: leggere Elena Ferrante nel contesto globale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/16/amicizia-ricerca-trauma-leggere-elena-ferrante-nel-contesto-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 12:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[ann goldstein]]></category>
		<category><![CDATA[elena ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[global novel]]></category>
		<category><![CDATA[Kathrin Wehling-Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana anni zero]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura transnazionale]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[stiliana milkova]]></category>
		<category><![CDATA[tiziana de rogatis]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=91392</guid>

					<description><![CDATA[L'opera dell'autrice che ha messo al centro l'amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png" alt="" width="217" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-91393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-150x207.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-300x414.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-304x420.png 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg.png 510w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> L&#8217;opera dell&#8217;autrice che ha messo al centro l&#8217;amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>della rivista <a href="https://www.press.jhu.edu/journals/mln/special-issues">MLN</a> dedicano l&#8217;introduzione al significato di questi legami.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, nel saggio in apertura del volume, mette poi in relazione la sua lettura della &#8220;global novel&#8221; di Ferrante con l&#8217;irrompere del trauma globale della pandemia. Grazie a &#8220;John Hopkins University Press&#8221; ne pubblichiamo un estratto. <em>(hj)</em><span id="more-91392"></span></p>
<p>Questo special issue in inglese è nato dall&#8217;intreccio delle nostre storie personali e professionali, all&#8217;incrocio di  diverse lingue materne e acquisite, patrie e formazioni disciplinari. Una studiosa italo-napoletana in Italia, una studiosa bulgara negli Stati Uniti e una studiosa tedesca nel Regno Unito &#8211;  noi tre  abbiamo trovato un terreno comune attraverso lo studio di Elena Ferrante e attraverso le pagine di un volume del 2016 della rivista accademica italiana Allegoria. Le nostre affiliazioni istituzionali sparse in tutto il mondo, le nostre identità nomadi a cavallo tra diversi paesi, regioni  e lingue e le nostre differenze culturali esemplificano in molti modi l’effetto globale della scrittura di Elena Ferrante.<br />
Questo effetto per noi è doppio. Grazie ad Elena Ferrante abbiamo stretto una forte amicizia basata sul profondo rispetto, sulla generosità d’animo e sull’affinità intellettuale. La nostra amicizia ha generato una svolta, o una metamorfosi, nelle traiettorie delle nostre ricerche già consolidate. Lo studio di Tolstoj e Dostoevskij, di T.S. Eliot e Montale, di Beckett e Gadda ha fatto posto ai contributi e alle intuizioni di un&#8217;autrice femminile e femminista, che sfida il canone accademico e letterario maschile radicato. Nonostante, e anzi, grazie alle nostre diverse identità nazionali, linguistiche e culturali, come studiose riconosciamo ed empatizziamo con l&#8217;emarginazione, la liminalità e la potente creatività delle donne rappresentate nei romanzi di Ferrante.<br />
La nostra amicizia è stata produttiva e gratificante in molti modi. Dopo aver organizzato un seminario di tre giorni alla convention dell’<em>American Comparative Literature Association</em> (ACLA – Utrecht, 2017), tre panel alla conferenza dell’<em>American Association for Italian Studies</em> (AAIS &#8211; Sorrento, 2018) e una conferenza internazionale all’Università di Durham (Inghilterra, 2019), siamo arrivate a questo numero speciale di <em>Modern Language Notes</em> dedicato a Elena Ferrante in un contesto globale. Nonostante abbiamo continuato a pubblicare individualmente su Ferrante, questa collaborazione a tre ha arricchito le nostre prospettive personali e generato in noi nuovi modi di vedere e interpretare l’immaginario e la letteratura.<br />
Mentre importanti contributi agli studi su Ferrante sono stati e continuano ad essere proposti anche da saggisti, questo volume include una polifonia di approcci e orientamenti che provengono esclusivamente da voci di studiose. Questa selezione non è stata in alcun modo programmatica, ma rispecchia la realtà attuale dei <em>Ferrante Studies</em>, che è per ora composta in maggioranza da donne.<br />
In questo spirito, l&#8217;amicizia femminile può essere una pratica innovativa e potente quando è adottata per includere e promuovere la voce delle altre. Questo numero speciale sintetizza diverse traiettorie accademiche individuali e collettive riunendo studiose di tutto il mondo. Questa lente diversificata e interdisciplinare fa già di per sé emergere la dimensione cosmopolita e transnazionale della scrittura di Ferrante. Tutte le autrici di questo numero si sono avvalse di un’estesa conoscenza delle loro discipline e dell’area di studi su Ferrante sia in inglese sia in italiano, e le citazioni dalla scrittrice sono sempre in entrambe le lingue.<br />
Quando si parla di Ferrante, siamo consapevoli del fatto che la sua scrittura e il suo anonimato non sono stati solo oggetto di grande entusiasmo ma anche di forte resistenza e intolleranza. Quando leggiamo o riflettiamo sulla sua opera, siamo sempre in relazione con il suo appello alle miriadi di esistenze femminili, alla loro capacità di lavorare in modo creativo attraverso il trauma della frantumaglia e della smarginatura. Ecco perché i discorsi più approfonditi e visionari su Ferrante sono stati articolati da voci ibride, capaci di conciliare esperienza vissuta e ricerca scientifica; voci che in alcune parti del nostro mondo accademico globale sono emarginate. E come queste voci, l’eredità dell&#8217;autrice è ibrida e trasversale. Ferrante è già un classico del nostro immaginario globale contemporaneo, e come tale possiede una straordinaria capacità inclusiva.<br />
<em>Elena Ferrante in a Global Context</em> apre con un saggio teorico programmatico di Tiziana de Rogatis, che fornisce la  cornice per inquadrare le opere di Ferrante in una prospettiva globale. Nella prima sezione &#8211; <em>Global Framework</em> &#8211; Emanuela Caffè studia la quadrilogia come una narrazione traumatica, ampliando la definizione e l&#8217;eziologia del trauma stesso. Stiliana Milkova mostra come Ferrante riveda il tropo postmoderno del labirinto, mentre Rebecca Walker discute la poetica globale della frattura in Ferrante e legge Lila ed Elena come soggetti frammentati. Enrica Ferrara utilizza la lente del realismo agenziale per definire i soggetti postumani di Ferrante. Nella seconda sezione &#8211; <em>Global Network</em> &#8211; i saggi di Katrin Wehling-Giorgi, Rossella di Rosa, Serena Todesco e Olivia Santovetti accostano i romanzi di Ferrante a quelli di scrittrici e scrittori contemporanei come Alice Sebold, Margaret Atwood, Slavenka Drakulić e Karl Ove Knausgård, creando così una mappa del nostro immaginario contemporaneo interconnesso. Nella terza e ultima sezione &#8211; Global Media &#8211;  gli articoli di Elisa Gambaro e Francesca di Bari, insieme all&#8217;intervista alla drammaturga e attrice Chiara Lagani, esaminano la rinascita transmediale globale della quadrilogia nella serie tv e nel teatro sperimentale.<br />
Siamo grate ad Ann Goldstein per il suo tempo e il suo talento; a Chiara Lagani per la sua visione innovativa e per averci permesso di utilizzare immagini (incluso quella di copertina) della performance teatrale della sua compagnia; all&#8217;editor di MLN Laura di Bianco per aver accolto con entusiasmo il nostro progetto e averlo portato a compimento; agli assistenti editoriali Sam Zawacki e Victor Xavier Zarour Zarzar per il loro aiuto esperto; a Evie Elliott per la sua elegante traduzione; a tutte coloro che hanno contribuito a questo numero per aver perseverato con i loro saggi in un momento difficile e spaventoso; e alle nostre famiglie per il loro incrollabile sostegno al nostro lavoro intellettuale e creativo.</p>
<p> <img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg" alt="" width="275" height="183" class="aligncenter size-full wp-image-91401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8-150x100.jpeg 150w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />                   </p>
<p><em><strong>Prospettive globali, trauma e global novel.<br />
La poetica di Ferrante tra storytelling, realismo perturbante e smarginatura</strong></em></p>
<p>di <strong>Tiziana de Rogatis</strong></p>
<p>Questo mio saggio, pubblicato in lingua inglese, si articola in quattro sezioni. Nella prima &#8211; che qui presento ai  lettori di Nazione indiana in lingua italiana &#8211; individuerò brevemente il nesso tra la globalizzazione, il trauma e alcuni tratti delle scritture del trauma &#8211; come il global novel &#8211;  ed esaminerò determinati aspetti di quello che è destinato a imporsi come l’evento traumatico dell’inizio del nuovo millennio, vale a dire la pandemia da coronavirus, e i suoi contraccolpi sul concetto stesso di globalizzazione. Nella seconda introdurrò brevemente i tratti salienti dell’immaginario globalizzato quali emergono in relazione al global novel e ad altri generi di scrittura. Nella terza individuerò alcuni tratti specifici del global novel, del suo “traumatic realism” (Foster) e del suo “planetary realism” (Ganguly). Nella quarta parte, infine, definirò i tratti globali della poetica di Ferrante, mettendoli in relazione con quanto detto nelle parti precedenti. </p>
<p><strong>Prima sezione: Scrivere dall’interno del trauma</strong><br />
Questo saggio nasce a cavallo tra due diverse epoche della globalizzazione: prima e dopo l’emergenza coronavirus. Ho discusso una sua prima forma a Durham, in qualità di keynote speaker del convegno Elena Ferrante in a Global Context, il 7 giugno 2019, e ho poi rielaborato quel testo per la sua pubblicazione tra aprile e maggio 2020, durante il lungo periodo di lockdown globale necessario per contenere la diffusione del virus. Nel pieno quindi della tragedia che ha segnato l’Italia, dove mi trovavo, e il mondo. Nel corso di questa rielaborazione, mi sono stupita nel constatare quanto molti romanzi della contemporaneità cui facevo riferimento nel mio intervento, e tra questi la quadrilogia di Ferrante, avessero intercettato l’età del trauma che la pandemia ci ha pienamente svelato. In particolare, il global novel ha messo al centro della percezione il nesso tra le storie individuali, la Storia pubblica e il “traumatic realism” (Foster), che emerge come a “tendency to redefine experience, individual and historical, in terms of trauma” (Foster). I protagonisti del global novel sono infatti personaggi finzionali dotati di una coerenza e di una intensità tali da rendere per il lettore immediatamente percepibili e urgenti le emergenze contemporanee dell’ecologia o del terrorismo o delle violenze e diseguaglianze di genere che si intrecciano nei plot e modellano di volta in volta i loro destini. E tuttavia, nonostante questa capacità critica e profetica delle opere con cui dialogavo, i giorni del lockdown sono stati per me anche giorni di delusione nei confronti della letteratura. In quei giorni, un senso oscuro di tradimento mi ha portato spesso a sentire come debole il potere dello storytelling, di cui pure parlo a lungo in queste pagine. A poco a poco, ho capito però che dietro il tradimento si celava un’emozione più complessa. Come molti, in quel periodo, avevo paura di allontanarmi dalla realtà, di svincolarmi da essa, di abbandonarmi alla scoperta di un mondo finzionale. Magari un mondo narrativo non meno arduo e terribile di quello reale, ma alternativo ad esso. Interrogandomi su questa mia ansia, ho capito che – come molti insonni di quella lunga fase di isolamento &#8211; non potevo permettermi di perdere di vista il mondo circostante.  Sentendomi assediata da un senso imminente e diffuso di pericolo, mi legavo strettamente alla realtà perché avevo paura di perderla, di perdere cioè la mia capacità di decifrarla nel momento in cui essa si era fatta, all’improvviso &#8211; una fredda domenica di fine febbraio (all’annuncio sui media di una presenza incontestabile del contagio in Italia) &#8211; talmente spaventosa da diventare effettivamente imprevista, insondabile, incomprensibile. Questa mia ansia era appunto il trauma (o meglio, uno dei suoi tanti sintomi).<br />
Come sottolinea Laplanche, il trauma psichico invera il suo significato etimologico di ‘ferita’ in due tempi: prima l’io vive l’“implantation of something coming from outside” e solo dopo si avvia “the internal reviviscence of this memory” (Laplanche). L’evento traumatico – sottolinea Caruth – “is its future” (Caruth): si costituisce e si struttura progressivamente nel momento in cui il tessuto circostante della vita psichica e sociale non può metabolizzarlo e integrarlo nel proprio funzionamento preesistente. La sigla Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), coniata da The American Psychiatric Association nel 1980, sottolinea ulteriormente questo nucleo di temporalità postuma e slogata che è il motore del trauma. Prende forma quindi uno scenario all’interno del quale il trauma ritorna continuamente come “deferred action” (Freud): fantasma, spettro, sopravvivenza assillante che orienta i passaggi successivi di un’esistenza o di una comunità sulla traccia nascosta dell’evento originario, spingendola a rivivere costantemente su di sé o sugli altri innumerevoli sintomi e varianti di quella paura, impotenza, coercizione, disorientamento. In modo analogo, come vedremo nella quarta parte di questo mio saggio, anche le scritture che &#8211; come la quadrilogia di Ferrante &#8211; mettono in scena il trauma mimano sul piano formale i funzionamenti del trauma, modellando analoghe strutture labirintiche e slogate (Nadal-Calvo).<br />
Ed è quindi dal trauma che voglio partire. Rivedere quanto avevo già scritto in questo saggio dalla prospettiva della nuova era storica che il coronavirus ha portato ad emersione significa avere la consapevolezza che non sto solo scrivendo sul trauma ma sto scrivendo dall’interno di un trauma, privato e collettivo. Questa cornice del trauma sta ridefinendo infatti sotto i nostri occhi, nelle ore e nei giorni che passano, le categorie storiche e i concetti che discuto in questo saggio. È importante quindi cercare di focalizzare in questa prima parte introduttiva la metamorfosi in atto intorno alla categoria di globalizzazione, in particolare. Come infinite rifrazioni sempre identiche e tuttavia variate nella quantità e nella qualità, abbiamo visto molte nazioni ripetere gli stessi errori, ispirare nei propri cittadini analoghe rimozioni e dissociazioni dalla realtà, lamentare le stesse carenze di personale medico e strumenti primari di cura. Questo fenomeno cumulativo assomma in sé tanti passaggi dell’epidemia e della sua diffusione, resi traumatici non tanto o non solo dalla gravità dell’evento originario, ma anche e soprattutto dal fatto che come ha sottolineato Arundhati Roy, le conseguenze concrete del trauma si ingigantiscono nel momento in cui le nostre menti si rifutano di “acknowledge the rupture”. Ma – continua Arundathi Roy – “the rupture exists” (Roy). Sarebbe banale dire che la “rupture” del trauma svela lati oscuri della globalizzazione, finora non rilevabili. Al contrario, il trauma svela un trauma retrostante e antecedente. Il trauma del trauma è scoprire che le società globalizzate possono diffondere un virus a velocità inusitata. Il virus si è potuto tramutare in pandemia e ha potuto causare così tante morti  perché la classe politica e l’immaginario collettivo globale sono stai incapaci di comprendere il trauma essenziale della globalizzazione: il suo costituirsi – con una intensità mai sperimentata prima nella storia umana &#8211; come rete e meccanismo di interdipendenza geopolitica che lega non solo i destini di individui lontani e diversi tra loro ma anche l’umano e il non umano (il paziente zero di Wuhan e il pipistrello, per esempio), tutti i viventi e l’ambiente. Il trauma del trauma è fare i conti con il fatto che le società globalizzate neoliberiste aumentano le riserve degli istituti bancari erodendo inversamente le riserve del welfare e dunque anche della sanità pubblica, in molte nazioni impreparata quindi a gestire l’evento (Hartford). Il trauma del trauma è scoprire che il fondamento delle società globalizzate neoliberiste è la delocalizzazione della produzione di qualunque tipo di prodotti. Da un giorno all’altro (e tuttavia di nazione in nazione in tempi diversi, a seconda del calendario della pandemia), il trauma invisibile della globalizzazione si è incarnato quindi nella vulnerabilità globale più diffusa e tangibile di questa emergenza: quella di essere privati non tanto di un baluardo della tecnologia e della scienza (un vaccino o un farmaco immediatamente risolutivi) ma  degli strumenti sanitari più elementari per combattere il virus, quelli che qualunque modernità preglobalizzata avrebbe garantito. Mascherine, disinfettanti, reagenti chimici per l’analisi dei tamponi (Ramonet).</p>
<p>(de Rogatis, Tiziana. &#8220;Global Perspectives, Trauma, and the Global Novel: Ferrante’s Poetics between Storytelling, Uncanny Realism, and Dissolving Margins.&#8221; MLN 136:1 (2021), 6-9. © 2021 Johns Hopkins University Press.  Reprinted with permission of Johns Hopkins University Press.)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh #5</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/07/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2021 06:36:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=90858</guid>

					<description><![CDATA[di R. Umamaheshwari  R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey of [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-91278 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>di <strong>R. Umamaheshwari </strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/">qui</a> la seconda, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/16/diario-della-pandemia-3/">terza</a>, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/">quarta</a>. Quella che segue è la quinta.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Raccoglitori di immondizia in una Metropoli</strong></p>
<p>Lakshmi e Gopal, che appartengono alla comunità dei Madiga (il rango più basso del sistema delle caste) lavorano come raccoglitori di immondizia a Hyderabad, il posto in cui stavo. Sono venuti in città da Perivili, un villaggio a circa cento chilometri da Kurnul (nella regione Rayalaseema dell’Andhra Pradesh), più o meno quindici anni fa.</p>
<p>Inizialmente lavoravano come lavoratori occasionali, disposti a fare ogni tipo di lavoro (portare carichi di sabbia, ghiaia, etc. per siti di costruzione, o altri singolari lavori), ma il lavoro non arrivava ogni giorno. Così circa dieci anni fa hanno deciso di diventare raccoglitori di immondizia, perché pensavano che questo lavoro avrebbe dato loro un reddito più sostenibile.</p>
<p>Hanno cominciato con un <em>risciò</em> spinto a mano, e poi hanno comprato un <em>pick-up</em> di seconda mano. Il padre di Gopal è un contadino senza terra tornato al suo villaggio. I figli della coppia, tre di loro, sono nati a Hyderabad. Nessuno di loro va a scuola. Non c’è un commento che non suoni retorico: povertà nera, nonostante le scuole pubbliche che offrono istruzione gratuita. Ci sono infatti altre spese, correlate al mandare i figli a scuola. E questo non riguarda i loro figli.</p>
<p>Questa coppia, come molte altre, non ha un conto in banca e, per qualche ragione, neanche una carta di razionamento (nella città…ce l’hanno invece nel loro villaggio). Così i dodici chili di riso forniti ai poveri dal governo dello Stato (del Telangana, poiché Hyderabad è la capitale del Telangana) non li ha raggiunti.</p>
<p>Vivono in una baraccopoli, in una località chiamata Moulali, dove la maggior parte della gente è impegnata nella stessa attività: pulire le strade e raccogliere l’immondizia o gli stracci. Per inciso, questo particolare posto è stato identificato come una zona rossa del Covid, ed è stato isolato. Una località con una popolazione per lo più musulmana, che era stata blindata dopo che, a quanto pare, pochi residenti del luogo, che avevano partecipato a un raduno di Musulmani a New Delhi a metà marzo (il <em>Tablighi Jamaat</em>) erano stati trovati positivi ai controlli. Questa località ha così idealmente seguito lo stesso destino di altre località ovunque in India, con relativa popolazione musulmana, nell’essere dichiarata zona rossa, man mano che i partecipanti al <em>meeting </em>di Delhi venivano testati e trovati positivi ai tamponi.</p>
<p>Una delle caratteristiche delle zone rosse è che il coprifuoco è totale. Alle persone non è consentito di uscire di casa per nessuna ragione al mondo. Ma questo non vale per Lakshmi e Gopal, perché senza di loro, dopotutto, la spazzatura della <em>middle class</em> si accumulerebbe in alte pile e causerebbe problemi igienici per gli abitanti della zona. Il fatto che Lakshmi e Gopal rischino di contrarre così il Coronavirus non disturba il governo o le persone di cui sono al servizio.</p>
<p>L’unica apparente precauzione è che seguono un percorso “alternativo” molto presto al mattino (partono circa alle cinque per il loro giro). Raccolgono la spazzatura dalle case singole, la vuotano nel loro <em>pick-up</em>, a giorni alterni, e vengono pagati appena cento rupie al mese. Non molto tempo fa, la paga era addirittura ottanta rupie. E molte volte la gente non li paga neanche regolarmente. Lakshmi mi dice che in questi giorni alcuni dei suoi clienti (gente della <em>middle class</em> che vive in case di proprietà) le dicono di non aver ricevuto il proprio salario, e perciò di non potersi permettere di pagarla. La coppia raccoglie spazzatura indifferenziata da circa duecento abitazioni al giorno in questa località e la scarica nella località pattuita. In un’altra località operava Rajesh, insieme a sua madre e a un fratello maggiore immancabilmente ubriaco, che faceva lo stesso lavoro, anche per meno: cinquanta reali al mese che, anche qui, molti rifiutavano di pagare se loro saltavano un giorno.</p>
<p>Rajesh amava Malli, che lui per qualche ragione chiamava Bunny, e allo stesso modo lei amava lui e aspettava una veloce carezza di Rajesh sulla testa, dato che la nostra passeggiata coincideva di solito con i suoi turni di lavoro.</p>
<p>Ispirato da Malli, anche Rajesh si era preso un cagnolino, se ne curava teneramente e lo amava senza confini. Molte volte, Rajesh mi raccontava che cosa significava per lui arrivare alla discarica e tirare fuori la spazzatura da pile maleodoranti (in un posto chiamato Keesara, che ha due poggi o alture: uno di spazzatura, e un altro che è un antico tempio per Siva). Rajesh e sua madre dopo un po’ avevano preso in affitto un <em>pick-up</em> da un <em>contractor</em>. Metà dei soldi che guadagnavano servivano a pagare il noleggio mensile.</p>
<p>Anche in tempi normali, questi raccoglitori di spazzatura non ricevevano le protezioni pattuite: guanti, uniformi, un paio di stivali dignitosi e mascherine. Non avevano neanche posti per lavare le mani e i piedi dopo lo scarico della spazzatura in discarica. Pochi anni fa, la municipalità ha distribuito dei contenitori per l’immondizia grigi e blu ai proprietari per differenziare in casa i rifiuti biodegradabili, l’umido e quelli non biodegradabili prima di darli ai raccoglitori. Ma in verità pochissimi lo facevano. Così tutta la spazzatura finiva nello stesso contenitore. E così Rajesh e la gente come lui finivano per differenziarla di volta in volta all’arrivo in discarica. Interpellato, lo staff della municipalità se l’era presa con quelli come Rajesh o Gopal e gli altri, colpevoli di non usare le protezioni, anche se erano state loro distribuite.</p>
<p>Ma oggi, con il Covid 19 in corso, molti di questi raccoglitori di spazzatura non hanno ancora ricevuto le protezioni di cui necessitano non meno degli operatori sanitari. Lakshmi mi racconta che alcuni di loro avevano anche scioperato per ottenere protezioni, ma erano subito stati avvisati che, se non avessero raccolto la spazzatura (che è considerato uno dei Servizi Essenziali), i loro “lavori” sarebbero stati dati a qualcun altro. Potevano scegliere. Finalmente alcuni di loro si erano dovuti comprare maschere e guanti (equipaggiamento minimo, da prendere nei negozi vicino casa loro) dopo una lunga attesa, e avevano dovuto usare quelli.</p>
<p>Lakshmi mi racconta anche che alcune donne rifiutano di toccare i bidoni della spazzatura e aspettano che sia lei ad andare a prenderli dalle loro case, a vuotarli e a riportarli indietro. Mi chiede: “Qual è il senso di ‘tenere le distanze’? A casa non c’è spazio; e la gente di cui raccolgo la spazzatura non ci aiuta quando diciamo che abbiamo paura di entrare nelle loro case. Ma cosa possiamo fare? Questo è il nostro destino. A nessuno importa di noi. In alcune colonie ho visto gente che dava cibo e mance ai raccoglitori di spazzatura. Ma noi non siamo fortunati”.</p>
<p>Questi sono i più poveri dei poveri della città. E il loro lavoro durante la pandemia è esemplare e dovrebbe essere rispettato. Ma non sono neanche annoverati tra i “Guerrieri del Coronavirus”. Semplicemente non appartengono alla narrazione sul Covid, e il loro lavoro è un lavoro nascosto ai margini, e persino la loro salute sembra essere meno preoccupante per la locale municipalità. In netto contrasto col resto: ho notato ad esempio che il personale che si occupa della pulizia delle strade a Shimla lavora con guanti, stivali e mascherine, forniti loro dal dipartimento della municipalità per cui lavorano.</p>
<p>Per inciso, già da molti anni Shimla (e lo stato dell’Himachal) avevano bandito l’uso della plastica, ed erano stati previsti dei bidoni coperti per smaltire l’immondizia (progettati così anche per evitare che scimmie e cani frughino tra i rifiuti). Bidoni che sono svuotati regolarmente, quando addirittura non quotidianamente. Durante il <em>lockdown</em>, pochissimi di questi operatori ecologici sono stati lasciati al lavoro (con mascherine) e essi probabilmente lavorano a rotazione.</p>
<p>Jagganadham, un uomo di circa cinquant’anni, è venuto a Hyderabad come molti dal suo villaggio vicino Palasa, nella parte settentrionale della regione dell’Andhra Pradesh, a cercare lavoro, quando l’agricoltura di quella regione, molti anni fa, è stata messa in ginocchio da lunghi periodi di siccità. Lui fa lavori manuali, quelli che gli capitano di tanto in tanto, di solito nei cantieri, quando qualche <em>contractor</em> lo ingaggia. Talora c’è lavoro disponibile ogni giorno, come quando è stato assunto in un cantiere che rinnovava un tempio. Un lavoro di alcuni anni. Con l’edilizia ormai praticamente ferma, non può far altro che stare seduto ad un angolo di strada ad aspettare la chiamata di qualcuno.</p>
<p>Il <em>lockdown</em> significa niente lavoro, ovviamente. Comunque, sua moglie lavora come guardiana in uno degli appartamenti di questo quartiere di Secunderabad, che è per lo più abitato da gente della <em>middle class</em>, o anche di classi inferiori. Hanno una minuscola stanza nel complesso. Lui vive con sua figlia e suo genero, che lavora come lavoratore giornaliero. Suo genero (Koti) lavora anche per suo fratello (Tirupati) che ha cominciato a fare il pittore, e a poco a poco negli anni è diventato un <em>semi-contractor</em>, e quindi ha cominciato a salire la scala sociale.</p>
<p>Jagannadham dice che il <em>lockdown</em> ha significato per lui zero entrate negli ultimi due mesi. Per quanto riguarda i dodici chili di riso che il governo del Telangana ha promesso per i poveri e i lavoratori giornalieri, questa famiglia, che viene dall’Andhra del nord, non ne ha diritto. E questo benché essi posseggano la cosiddetta <em>Aadhar card</em>, iniziativa del precedente governo del Congresso, volta a dare un numero unico ad ogni cittadino, apparentemente al fine di facilitare l’accesso alle iniziative governative, come anche di scoraggiare comportamenti scorretti. Un provvedimento sottilmente imposto alla gente durante il secondo governo dell’ UPA (<em>United Progressive Alliance</em>), poi consolidato dall’attuale governo.</p>
<p>Molti come Jagannadham erano felici di possedere la <em>Aadhar card</em>. Ma, quando era andato a procurarsi i dodici chili di riso dal negozio addetto alla distribuzione pubblica, era stato rimandato indietro a mani vuote, perché gli avevano chiesto di presentare la sua carta di razionamento PDS (un sistema di differenti colori per identificare la soglia di povertà e gli altri livelli, e offrire una porzione fissa di riso, olio, zucchero e lenticchie come sussidio); e la sua carta di razionamento era ancora nel suo villaggio nel nord Andhra, dove sua madre ne fa tuttora uso per il suo bisogno mensile.</p>
<p>Quando un bel giorno il <em>Chief Minister </em>dell’Andhra Pradesh, che vive a Hyderabad, ha annunciato che avrebbe fornito cinque chili di riso ai poveri dal suo Stato (Andhra), Jagannadham è rimasto per ore in fila nella sua località. Ma quando è venuto il suo turno, lo hanno rimandato indietro senza riso, poiché la sua <em>Aadhar card</em> aveva l’indirizzo locale di Hyderabad e poiché lui era uno di Telangana, e questo riso era destinato soltanto ai poveri dello Stato dell’Andhra, la sua richiesta era contraria allo spirito del provvedimento.</p>
<p>Bisogna ricordare che lo Stato del Telangana è stato creato nel 2013, dopo un lungo ed estenuante conflitto. Prima era uno Stato unito all’Andhra Pradesh<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Anche la povertà e la natura della distribuzione della carità, perciò, è politicamente motivata e governata, durante il Covid, o durante altre crisi come le calamità naturali, le inondazioni, etc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una diversa osservazione sui lavoratori migranti nell’Himachal.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Essendo una regione montagnosa, per lungo tempo questo Stato doveva importare il lavoro manuale da fuori. Già le storiche strutture coloniali di Shimla testimoniano l’uso del lavoro manuale importato. La città di Shimla, per inciso, ha un gran numero di persone provenienti dal Nepal e anche dal Kashmir, che lavorano come uomini di fatica. Molti lavorano in negozi dove i titolari forniscono loro un minimo di cibo e alloggio.</p>
<p>Qualche anno fa, nel 2015, ho incontrato lavoratori provenienti dal Jharkhand che costruivano un monastero buddista a Tabo in Spiti. I lavoratori dello Jharkhand lavorano anche per committenti privati che devono costruire case a Tabo e in altri villaggi dello Spiti. Nel villaggio di Kibber si trovano molti ragazzi dello Jharkhand che vivono con le famiglie, pascolando il loro bestiame o costruendo case, o aiutando nell’agricoltura.</p>
<p>Anche nei villaggi più remoti, ai lavoratori edili è offerto cibo e alloggio dal <em>contractor</em> o dal padrone di casa che gli commissiona il lavoro. Molti di questi lavoratori tornano nei loro Stati di origine solo per pochi mesi, mentre rimangono in questo Stato per la maggior parte del loro tempo. In città come Shimla, alcuni vivono in affitto in piccoli appartamenti che condividono. Ma nei villaggi, essi vivono nelle famiglie o vengono loro fornite delle stanze nei dintorni. Un gran numero di lavoratori impegnati nei progetti stradali del governo vengono dallo Jharkhand e dal Rajasthan, e si possono vedere abitualmente baracche lungo le autostrade regionali e nazionali, dove i cantieri stradali sono aperti. Attualmente molti di questi lavori sono bloccati. Alcuni sono forse ripresi, ma la fornitura di cibo e di un riparo sembra essere ridotta al minimo per i lavoratori immigrati in questo Stato.</p>
<p>Ecco perché il livello di ansia e l’esodo di massa cui abbiamo assistito, di lavoratori migranti che lasciano le città di Delhi, Mumbai e Bengaluru, talvolta con viaggi di migliaia di chilometri, per raggiungere casa, da queste parti non si sono visti. Eppure, ci sono sicuramente casi di alcuni <em>contractor</em> che hanno lasciato che i loro lavoratori se la cavassero da soli, poco prima che il <em>lockdown </em>fosse annunciato.</p>
<p>E questo anche se è difficile trovare un lavoratore manuale senza riparo da queste parti, sia perché il lavoro è molto richiesto, sia perché trovare lavoratori per lavori estenuanti, che ti rompono la schiena, come costruire edifici in terreni collinari, richiede l’instaurazione di relazioni reciproche. Relazioni che talora sono a lungo termine, considerando che ci vuole molto tempo per completare progetti qui, piuttosto che nelle aree urbane pianeggianti, a causa delle condizioni atmosferiche ostili (neve, pioggia, frane, blocchi stradali, etc.).</p>
<p>Perdere un lavoratore non è un’opzione, come nelle grandi città, dove il lavoro è inflazionato a causa del largo numero di persone disponibili per prestazioni occasionali, e dove perdere una persona non ha particolare importanza. I <em>contractor</em> di Hyderabad o di Delhi, per esempio, solitamente non si prendono la responsabilità di alloggiare e nutrire i lavoratori manuali che essi ingaggiano per i loro progetti. E neanche pagano i loro affitti. Molti che lavorano come facchini nelle stazioni di Delhi vivono in condizioni davvero disagiate, e potremmo dire drammatiche. È stato sempre così, almeno finché il virus non ha costretto i <em>media </em>e i governi a prendere atto di questa situazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>18 Aprile 2020. Morire di lavoro <em>versus</em> morire di virus <em>versus</em> morire di fame. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Ricardo Laussman scrive “Anche se le nazioni sviluppate vogliono appiattire la curva, non avranno la capacità di farlo. Se la gente deve scegliere fra un rischio di morte del dieci per cento, quando va a lavorare, ed una sicura morte di fame, se invece resta a casa, sarà costretta a scegliere il lavoro” [www.behaviouralscientist.org – ultimo accesso: April 18].</p>
<p>Quando la gente è partita per tornare a casa, camminando per migliaia di chilometri (specialmente uomini, o famiglie), forse pensava di avere più speranze di sopravvivenza nei propri villaggi piuttosto che nelle città dove era andata a lavorare fino ad allora. E non temeva di morire in viaggio; voleva semplicemente scappare dalle città dove forse pensava che sarebbe morta di fame.</p>
<p>In secondo luogo, come ho detto prima, questo particolare momento storico gira intorno al lavoro (soprattutto quello agricolo) che la gente pensava di trovare nei villaggi piuttosto che nelle città, colpite dal <em>lockdown</em>, in base al sistema nazionale dell’impiego rurale garantito, del Mahatma Gandhi. Un sistema che era stato messo in atto durante la precedente legislatura dall’<em>United Progressive Alliance</em>, e che prevedeva lavoro garantito per cento giorni a persone con una carta di lavoro nei villaggi. Così era forse pratico raggiungere a piedi non solo la casa base nel villaggio, ma anche trovare un possibile lavoro da fare, piuttosto che patire la fame, senza lavoro, in città.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>19 aprile 2020. Osservazioni a casaccio. </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo intero periodo di crisi, il settore pubblico e i servizi nazionali sono stati di grande aiuto in tutto. Non molto tempo fa, alla fine dell’anno scorso, il governo indiano aveva provato ad accelerare il processo di privatizzazione della compagnia di bandiera, <em>Air India</em>. Ma in questo intero periodo di pandemia, è stata proprio questa compagnia a trasportare medicine, dispositivi di protezione e beni essenziali, ed anche a riportare indietro gli Indiani dalle altre nazioni in cui erano rimasti bloccati.</p>
<p>Le ferrovie indiane<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> (che sembravano avviate allo stesso destino) sono state ugualmente di grande aiuto nell’assicurare servizi essenziali, tra cui la fornitura di dispositivi di protezione e di vagoni ferroviari, utilizzati come spazi per l’isolamento dei malati. Le ferrovie hanno persino assicurato il trasporto di un intero plotone di reclute dell’esercito nel bel mezzo del <em>lockdown</em>.</p>
<p>Ed è il servizio postale pubblico e i dipartimenti delle poste, che hanno pagato le pensioni agli anziani (nello stato dell’Himachal i postini portano le pensioni porta a porta nei villaggi) e fornito il servizio giornaliero di consegna per medicine, trasferimenti di denaro tra Stati e territori. In alcune aree rurali, gli uffici postali sono persino serviti da banche. Il sistema postale indiano (messo in piedi durante l’epoca coloniale britannica) continua a servire anche i più remoti villaggi sulle più alte montagne.</p>
<p>Ho assistito inorridita, su un canale televisivo di <em>news</em>, a gente (lavoratori migranti che entravano in città) che veniva irrorata, come misura di “sanificazione”. Fortunatamente, le <em>news</em> della radio riportano che il governo ha emesso un severo divieto di farlo, ed è stato interessante che questo divieto ufficiale aggiungeva che questa pratica di spruzzare i corpi era nocivo sia da un punto di vista fisico che psicologico. Notevole per un provvedimento governativo! In ogni caso, le raccomandazioni sono realmente seguite sul campo? Forse dipende da chi è al timone in ogni Stato e consiglio locale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il virus ha una religione, una razza, una casta, un genere, una classe?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Osservo il tenore dei discorsi sui canali televisivi, dopo un raduno di uomini musulmani (il <em>Tablighi Jamaat</em>) tenuto a Dehli, nel quartiere di Nizamuddin, nel mese di marzo. Secondo le fonti governative, circa 8000 stranieri sono intervenuti all’evento, e ci si chiede come il Governo abbia permesso loro di assistervi, benché provenissero da Stati in cui il Covid era già molto diffuso, come Malaysia e Indonesia.</p>
<p>È stata anche sollevata la questione degli <em>screening</em> aeroportuali, in questo caso come in altri. Si è detto infatti che il Covid si è esteso ad altre parti del Paese, non appena le persone hanno cominciato a tornare nei loro Stati di provenienza. Mentre il governo ha iniziato a tracciare la gente che ha partecipato all’evento, e a mettere alcuni di loro in quarantena nei loro rispettivi Stati, alcune persone, sui <em>social network</em>, hanno cominciato a gridare alla <em>corona jihad</em> e ad insinuare che alcuni musulmani volessero diffondere il virus di proposito. E per finire, sono stati supposti collegamenti bizzarri tra l’intero episodio e la Cina o il Pakistan.</p>
<p>Nello stato dell’Himachal Pradesh, inoltre, dove la popolazione musulmana è davvero minima, se paragonata al resto degli Stati dell’India, i villaggi che ospitano qualche famiglia musulmana sono stati costantemente sul chi vive, per scoprire chi avesse partecipato all’evento religioso e per metterlo in relazione con i casi di Covid. Ma le <em>news</em> regionali sulla radio sono state abbastanza accurate nel dare i numeri delle persone risultate positive o negative al test.</p>
<p>Nello stesso periodo, per i distretti dai quali la gente era partita per assistere all’evento è stato proclamato l’ “allarme rosso”, e alcuni dei villaggi sono stati blindati, in base all’emergere di alcuni casi di coronavirus. Per inciso, molti dei distretti dichiarati “zona rossa” (<em>Covid hotspot</em>) hanno poche famiglie musulmane che vi risiedono.</p>
<p>È difficile avere un quadro complessivo della realtà di questo discorso senza avere un’informazione “sul campo”, che sia a contatto diretto con il territorio. Comunque, per i <em>media </em>che hanno abbondanti risorse e reporter, potrebbe valere la pena fare un esame più approfondito sul perché sembrerebbe esserci una strana corrispondenza tra zone rosse e aree residenziali musulmane in città come Hyderabad o Delhi, o ancora in certe città del Tamil Nadu e altrove. Nell’Himachal Pradesh il discorso religioso si è comunque estinto relativamente prima che in altre parti del Paese, a causa della minore incidenza del Coronavirus.</p>
<p>È stato però intrigante sentire il Primo Ministro commentare, in uno dei suoi discorsi, che il Coronavirus non guarda religione o casta. Probabilmente, se questa dichiarazione fosse stata fatta prima, nei giorni in cui è uscita la notizia dell’evento di Delhi, forse sarebbe stato risparmiato ad un’intera comunità il sordido pregiudizio con cui ha dovuto confrontarsi, per un evento al quale molti di loro non erano neanche andati o per il quale avevano persino potuto provare fastidio.</p>
<p>Si sarebbe peraltro dovuto indagare su altri simili eventi organizzati da altri gruppi religiosi, quando fossero stati trovati in difetto rispetto alle regole. Come ad esempio un incontro religioso Sikh tenutosi in Punjab, e del quale la radio nazionale ha dato notizia, dove era stata trovata una persona che aveva contratto il virus. Anche in questo caso la località era stata messa in quarantena dal governo del Punjab. Ma il fatto non aveva avuto la stessa copertura mediatica costante e massiccia dell’evento di Delhi.</p>
<p>È una prova della possibilità di usare il Coronavirus come un pretesto per prendere di mira particolari gruppi di persone, o particolari comunità, in tutto il mondo. E per accrescere il pregiudizio razziale e gli attacchi alle persone.</p>
<p>È la logica del “colpevole fino a prova contraria”, e i numerosi meccanismi di intelligenza artificiale messi in opera al giorno d’oggi possono essere usati per colpire allo stesso modo qualunque stato nel mondo che venga scelto come bersaglio in quel particolare momento. E questo è un modo di colpire le persone non direttamente, in termini di disagio, ma anche indirettamente, in termini di <em>lockdown</em> o di zone rosse imposte a caso in giro per il mondo, in periodi successivi e per differenti ragioni.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Lo stesso Andra Pradesh fu creato nel 1956, dopo una lotta che aveva come obiettivo la separazione da Madras. L’Andra Pradesh è governato dalla maggioranza di governo del partito denominato <em>Y.S.R. Congress</em>. Il suo primo ministro è Y.S. Jaganmohan Reddy. Il Telangana, invece, è governato dal <em>leader </em>del <em>Telangana Rashtra Samiti</em>, il cui nome è K. Chandrasekhara Rao.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> La parziale privatizzazione delle Ferrovie Indiane, a causa della nuova politica di aumento dei prezzi, ha reso progressivamente inaccessibile la rete ferroviaria alla gente comune, la maggior parte della quale usa le ferrovie indiane per viaggiare nel Paese, e anche per trasportare beni attraverso questa rete.</p>
<p>(traduzione di Rosario G. Scalia; foto di R. Umamaheshwari)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-09-19 04:09:31 by W3 Total Cache
-->