Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh # 1

 

di R. Umamaheshwari 

R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. Questa la prima.

 Elucubrazioni intorno a un virus. Prologo

 (traduzione di Rosario G. Scalia)

 

Tutto andava secondo la stagione. A fine ottobre, nell’antico monastero buddista di Tabo, a Spiti nell’Himachal Pradesh, i bambini aspettavano con ansia le vacanze invernali del mese venturo, e anche se con qualche ritardo, le mele erano state raccolte nel vicino villaggio di Lari, da alcuni dei campi più piccoli. Gli ultimi sparuti turisti sciamavano per i monasteri di Spiti; i Bengalesi erano i più rumorosi, tutti ansiosi di capire cosa c’era da vedere dopo. Alcuni muratori stavano approntando una nuova casa vacanza per la prossima stagione turistica. La gente era impegnata nella propria vita e si preparava per il nuovo anno, ormai imminente, mentre io qui riempivo il mio cuore di rimorso, e di nostalgia del mio ultimo viaggio con il mio cane e compagno di viaggio, Malli. Qualche settimana più tardi, nel villaggio Mudh, nella Vallata di Pin, poche donne, tra cui la suora buddista Chomo Tchering, stavano sistemando la strada, e condividevano con me il loro pranzo, a base di pane, tè e risate.

Lentamente, a fine dicembre, la neve aveva coperto quasi tutto. Era giunto il tempo di stare a casa intorno ai caminetti e guardare l’anno che se ne andava, e il nuovo che arrivava. In un Capodanno particolarmente freddo e nevoso, a Kibber, il giovane Sonam, sua madre ed io, condividevamo lacrime di gioia e dolore, e il nostro chang di orzo fermentato, rannicchiati intorno al camino, nella loro casa di fango e mattoni. Il primo giorno del 2020 cominciò qui, con trionfanti raggi del Sole che scintillavano sui tetti di questo minuscolo villaggio. Quell’inverno era come tutti gli altri inverni, almeno fino a quel momento. Di là a pochi giorni, tutto sarebbe stato più duro. Circolava la notizia di un leopardo delle nevi che aveva ucciso uno stambecco, e allora gli ultimi Suv provenienti dalle città trasbordavano la gente per una foto veloce con il leopardo. Poi ripartivano, appena in tempo.

Tre cuccioli giocavano lungo il fiume Pin, e ci si chiedeva se sarebbero sopravvissuti ai prossimi tre mesi di quel rigido inverno (e purtroppo, non ci sarebbero riusciti), ed io ero alle prese con il dilemma di decidere se adottarne uno o no. Recentemente un cane era già morto di fame e di freddo, e il suo corpo giaceva sul fiume gelato, sotto il ponte. La volpe rossa si aggirava nei dintorni, pressoché indisturbata, e alcuni stambecchi pascolavano fuori. Era per loro il momento di sentirsi liberi. Tutto, d’altronde, andava nella maniera in cui era sempre andato. I rifugi sarebbero stati presto chiusi e gli ultimi yak, mentre i campi  venivano messi a maggese per il periodo della neve, si sarebbero spinti a cercare pascoli lontano nella foresta.

Da sempre la gente fa  le stesse cose in questa stagione, e gli yak sarebbero ritornati a casa presto, appena i rigori dell’inverno si fossero attenuati. Per loro questo è il momento di pascolare liberi a temperature pressoché normali. Foraggio e legna a sufficienza sono stati immagazzinati a casa per i mesi invernali, quando le temperature varieranno da meno trenta a meno trentacinque gradi; le mucche, così come le pecore, rimarranno con le famiglie nel recinto sotto casa. Le lanterne solari vengono caricate approfittando di qualunque raggio di sole comparisse di giorno. I lunghi mesi invernali sono una sfida anche per chi vive in queste regioni da diverse generazioni. Ma l’atteggiamento è sempre quello di guardare all’estate che verrà.

Più tardi, fin circa la metà di marzo di questo 2020, Shimla è stata piena di traffico e di turisti, e le solite attrazioni, Mall Road e l’edificio coloniale della Viceregal Lodge, conosciuta anche come Rashtrapati Niwas, che oggi ospita l’Istituto di Studi Superiori, dedicato dal secondo presidente dell’India, Dr. S. Radhakrishnan, al Paese, come primo istituto autonomo di studi avanzati, brulicavano di persone che si godevano l’estate nella stazione collinare. La gente si ammassava intorno ai piccoli ristoranti sulle strade, come sempre. La vita andava avanti al suo ritmo normale, anche se le notizie del nuovo virus in Cina, lontano da qualche parte, era ovunque l’argomento principale di conversazione.

 

Il Buddha una volta aveva osservato che la permanenza è nulla (o, per dirla in modo più affermativo, che tutto è transeunte). Eppure io ero venuta qui per porre su queste montagne una base permanente, piuttosto che essere nomade. In fondo lo sono stata per anni. La prima volta che arrivai a Himachal Pradesh, oltre vent’anni fa, fu una specie di serendipità: condividere con tre donne qualche canzone e la cena preparata con verdure fresche colte dai campi di fiori di sesamo gialli, in un meraviglioso, piccolo villaggio, chiamato Deot. Anni dopo ci sarei ritornata in un contesto diverso, eppure vi avrei condiviso lo stesso calore, con altra gente, nel quartiere di questo Istituto, nei villaggi tra le valli e le alte montagne, con il mio cane e compagno di viaggio Malli. Talora sono i legami tra le persone, più che i paesaggi semplicemente divini, che diventano l’idea di casa. Il sentirsi a casa, anche se non sei nata lì. Talora invece è l’altro che arriva da terre lontane, che trova una strada “dentro” a significati che chi è dentro da sempre non vede. Tu arrivi sempre da fuori. Il Buddha trovò la sua verità interiore da fuori, e trovò case in regioni lontane da dove era nato, attraverso i paesaggi. E allora ti chiedi se potrebbero esserci luoghi simultanei per arrivare a casa. O se invece finisci per appartenere a questo solo posto. Fra un fiume e una montagna, come fai a decidere dell’uno o dell’altro? Cosa sai della gente che vive qui e là, e di quelli che vivono a metà strada?

 

Così tu aspetti di arrivare in un certo posto, dopo tutti i tuoi viaggi. Come fanno gli yak, dopo tutto il loro vagabondare per la foresta, lontano da casa, in tempo per l’estate, per andare al lavoro. Come ho fatto io, dopo alcuni anni di vagabondaggio, per trovare infine il mio spazio tra questi luoghi, anche se stavolta senza Malli. Ma l’anti-climax è accaduta. E la vita è cambiata, non solo per me, ma per altri nel mondo. Per alcuni, nel bel mezzo dei loro viaggi, e prima dell’arrivo.

 

Scrivo da un luogo e da una situazione particolare, quindi quello che scrivo qui è condizionato da entrambe le cose: il luogo e la situazione attuale. La situazione, naturalmente, è comune a molte persone in tutto il mondo, confinate in qualche spazio, sotto un blocco totale o parziale. Scrivo da dentro i limiti e i confini del mio presente spazio, una donna solitaria, in una minuscola stanza di una pensione dell’istituto cui una volta appartenevo, a Shimla, Himachal Pradesh. E si dà il caso che le uniche persone con cui sono in contatto provengano da diverse vocazioni, classi e caste (tra gli altri un postino, un contadino, un pastore, un fioraio, un venditore di frutta, un guidatore di risciò e un tassista, un addetto alle pulizie), con i quali talora ho avuto rapporti più lunghi o, semplicemente, legami di vicinato, o robuste catene forgiate nel corso degli anni di viaggio e di soggiorno in diverse regioni. Guardo il mondo che mi circonda, mentre li ascolto parlare a loro volta del loro mondo, e mi rendo conto di quanto siano diversi i mondi di molte persone, nonostante il globale isolamento e la comune reclusione. Una linea telefonica regolare, quando e dove funziona, diventa un grande strumento per rafforzare alcune di queste connessioni, concedendo in qualche modo un’incursione “nel mondo”, e permettendo di condividere ansie, paure ed esperienze. In passato mi è capitato di essere una giornalista free-lance e una storica, ed era così che mi piaceva pensarmi. E mi rendo conto adesso che il mio sostentamento è stato alimentato in larga misura dalla cosiddetta “economia informale”. Da dove mi trovo oggi, sarebbe quasi impossibile essere quella giornalista o quella storica (di qualsiasi tipo); è senz’altro più difficile adesso accedere alle voci delle persone, o alle loro storie nei modi in cui lo facevo allora, sul campo. Molte cose sono cambiate nell’ultimo anno e mezzo, e in particolare negli ultimi due mesi. Una volta avevo una casa che chiamavo casa, e un “indirizzo permanente” nelle città gemelle di Hyderabad-Secunderabad e ora non ce l’ho più. Ora mi appare importante parlare di questa parte “personale” di me, così legata all’economia; una situazione che lo stato attuale di lockdown rende ancor più indicativa della relazione di ciascuno con il mondo e del senso di esclusione che talora si prova nel non riuscire pienamente a farne parte.  Incapace di gestire rate mensili, la mia eterna lotta contro il tempo che mi collega a molti in tutto il mondo, non avendo un reddito regolare permanente, ho venduto l’appartamento e ho perso, insieme ad esso, il mio indirizzo permanente.

Finché non ero una donna sola, e avevo un compagno in questi viaggi (il mio cane, Malli), è stato più facile affrontare l’idea di non avere un recapito. Ma dopo averlo perso, mi interrogo su cosa veramente sia “casa”, e dove. Cosa significa “possedere” una casa? Ed è così essenziale per la sopravvivenza? Oggi, mentre rifletto sul mondo che mi circonda, e sul futuro dell’economia con cui presto dovremo confrontarci, mi chiedo se questa prigionia globale nell’industria del debito sia stata migliore della “libertà” dell’attuale incertezza e della speranza di una casa in cui vivere che non produca debiti. Forse molti si pongono una domanda simile sull’isolamento: se essere fuori al lavoro sia meglio che essere confinati, benché questo confinamento dovrebbe permetterci di liberarci dal virus; e che cosa accadrà se l’economia continua a rimanere chiusa in alcuni settori, e il denaro diminuisce di giorno in giorno senza un afflusso costante di reddito (stranamente, per una volta la questione della generazione di reddito oggi tocca anche i paesi più ricchi, a causa del virus). Ho riflettuto sullo stato attuale dal punto di vista dei differenti contesti economici dei molti che ho sentito al telefono. La situazione attuale, l’economia, sfida me e molti altri. O diciamo che gli Stati, in tutto il mondo, sembrano sfidare le persone a sopportare il peso delle perdite attuali, nella speranza di un futuro migliore. Ho camminato a lungo nel miraggio del settore delle case cosiddette “a prezzi accessibili” (l’unico settore per il quale ero “eleggibile”), e ho visto il modo in cui cambia il modo di fare dei promotori o degli agenti immobiliari nel momento in cui dici loro il tuo “budget”, e come cercano di farti capire quali sono le tipologie di spazi alla tua portata), riflettendo per mesi sull’idea di “casa”. Nel contesto odierno, anche se ora capisco perfettamente l’ansia di molti di “andare a casa” o “tornare a casa”, continuo a chiedermi a cosa serva una casa.

Può esserci un’idea universalmente condivisa di “casa” attraverso tutte le culture, le regioni e le storie? E che dire dell’idea di casa per le comunità tradizionalmente itineranti? C’è anche un’idea “concettuale” e “reale” di casa, distinte l’una dall’altra? Se dovessi considerare me stessa come un soggetto della mia indagine, direi che mi sento ‘a casa’ qui tra le montagne. Eppure non sono nata qui (come alcuni di quelli che sono nati nell’Himachal si sentono ‘a casa’ altrove, in campagna o fuori); la città dove avevo il mio cosiddetto ‘indirizzo permanente’ non mi ha fatto sentire a casa e nella cosiddetta “città massima” in cui sono nata, non sono mai stata a casa mia, se escludo il tempo dell’infanzia, quanto una bambina percepisce i suoi genitori come l’unica idea di sicurezza / casa. Ma se si dovesse parlare in termini più specifici, a volte la sensazione “a casa” non viene da una struttura a quattro mura (e dipende dalle persone, dalla natura, da ciò che ti ispira un senso di appartenenza e di intimità); eppure ancora, molte volte, quando si parla di casa si pensa a una struttura, un riparo e un tetto sopra la testa (soprattutto un tetto e un riparo che dia dignità alle persone che ci vivono dentro), dove ci si sente sicuri e protetti. Quindi, i milioni di lavoratori migranti che ogni giorno tornavano a piedi ai loro villaggi da una città lo facevano perché la città e la sua popolazione non estendevano a loro quello spazio di dignità.

 

Gli spazi in cui vivevano sembravano quasi irridere l’idea stessa di umanità e dignità. Molte di queste persone devono aver deciso di spostarsi dai villaggi alle grandi città per sfuggire ai contesti restrittivi delle loro vite: l’oppressione delle caste, la mancanza di terra, la disoccupazione, la scarsa opportunità di istruzione, la perdita di dignità e di autostima. Nella loro idea di futuro, forse, speravano che gli spazi della città potessero fornire loro non solo un sostegno monetario ma anche un sostentamento non basato sul pregiudizio di casta, o comunque per quanto possibile non connotato dalla casta, nella misura in cui era possibile? Un tetto e un rifugio dignitoso, non una semplice carta d’identità con un indirizzo e un numero designato, oltre alla sicurezza economica, a volte conta come “casa”. Molti prendono la decisione di lasciare quella che chiamiamo ‘casa’ verso una prospettiva migliore. E fanno ‘case’ altrove. Questa scelta dell’altrove deve essere senza dubbio considerato come uno degli aspetti cruciali delle storie umane.

 

Questo tetto e questo rifugio che ho in questo momento temporaneo mi fanno sentire sicura, mentre, ma allo stesso tempo, essendo uno spazio condizionato (condizionato alla misericordia dell’istituto che li “possiede”, e al tempo e al contesto) procura un’ansia di “essere a casa” da qualche parte.

 

Per tanti, in tutto il mondo, il virus può essere causa di trauma: la perdita di una persona amata, la perdita del lavoro, l’incertezza del futuro. Gli Stati che distribuiscono indennità di disoccupazione per la gente affrontano almeno una parte del problema. Ma che dire degli Stati dove non c’è un welfare generalizzato?

 

Ho viaggiato a lungo per trovare una casa tra le montagne, ma poi, quando forse stavo per concedermi un nuovo indirizzo ‘permanente’, il virus ha colpito. Mi chiedo quanto ancora sia lungo il cammino verso una vita che si potrebbe definire “normale”, guidato dalla speranza della “libertà” (libertà dai limiti, ma anche libertà di scegliere dove andare e come sostenermi, e infine libertà di dissenso: la scelta di dire “no” e “sì”). Quella libertà che dovrebbe essere normale per le persone di tutto il mondo.

 

Una nota più positiva è che questa stanza della guest house si trova in un Istituto immerso tra alberi di cedro e querce argentate, che concedono lunghi momenti di silenzio, in cui è possibile percepire ogni minuscola forma di vita. La mia esistenza è molto meglio della desolazione di molti altri fuori. Il presente è precario; in questo momento incontrare persone, vivere con loro, scrivere le loro storie non è possibile. Quindi, come tutti gli altri qui, obbedisco alle regole del lockdown: uscire durante gli orari consentiti per andare a prendere il latte e le cose da mangiare (a volte seguita da un cane). La maggior parte delle altre ore del giorno, al chiuso, è facile cadere preda della depressione, anche se oggi faccio parte di una comunità più grande di persone che combattono la stessa battaglia.

 

Ricordo la mia penna, il mio taccuino e questo presente: un momento storico troppo importante per perderlo. Così mi viene in mente, a volte, che ogni casa è impermanente come il resto del tutto. In questa prigionia, non posso scrivere nel modo in cui scrivevo una volta (indipendentemente dal fatto che qualcuno abbia letto o meno quello che ho scritto finora; ma anche questa preoccupazione del ‘chi leggerà’, così come la questione della morte, non mi preoccupa più). So solo che posso condividere l’unica cosa che conosco: la mia attuale verità. I miei sentimenti, come anche ciò che ascolto da tutte quelle persone con cui in qualche modo, da qualche parte, ho condiviso la vita quotidiana. E posso solo scrivere di come cerco di dare un senso al virus. Sono anche collegata al mondo esterno attraverso la radio tascabile a transistor di mio padre, un pezzo d’antiquariato che Satyanarayana (l’anziano elettricista di una vecchia via di Secunderabad) ha rimesso in funzione per me l’anno scorso. Penso a Satyanarayana e solo ora vengo a sapere da lui che era solito viaggiare ogni mattina (da quarantacinque minuti a un’ora) con un treno passeggeri da Yadadri, a diversi chilometri da Hyderabad, per poi raggiungere il suo negozio in autobus poco dopo mezzogiorno. Riparava i modelli più vecchi di registratori a nastro, televisori e radio, fino alle 17 circa, quando usciva per tornare a casa. Oggi il suo negozio è chiuso: anche lui è confinato in casa, nel suo villaggio.

 

Chissà se e quando tornerà alla sua specializzazione, che ha da decenni. Per fortuna il mondo esterno e le persone continuano ad entrare in questa stanza attraverso il telefono. Ricordo il tempo in cui riattaccavo, “spegnendo” le persone dal mio mondo, immersa com’ero nelle bozze dei miei manoscritti. Oggi, benché mi limiti ad aspettare che il telefono squilli, non vedo l’ora di sapere come sta qualcuno: tutte quelle persone il cui quotidiano si era per caso legato al mio durante un viaggio o per qualche altra circostanza occasionale. E mi rendo conto che c’è qualcosa di nuovo; che questo è l’effetto del presente su di loro. Non mi faccio illusioni su di me o su ciò che percepisco. Sono profondamente confinata e limitata. E penso a quelli che vanno a raccogliere storie, mentre io mi limito a scrivere di un mondo limitato all’interno della mia cerchia di contatti.

Per fortuna, la riflessione su se stessi e sul mondo è ancora libera, accessibile e immensamente possibile. Così rifletto, pur con molti dubbi. Queste sono le mie osservazioni, riflessioni basate su informazioni sentite e viste che per ora posso solo attingere dallo spazio in cui vivo e da una distanza imposta dalle circostanze. Ma lontana, non lo sono; e disimpegnata, non ancora. Ogni giorno è un nuovo osservare; il risultato di ciò che vado sentendo alla radio o guardando alla televisione; ogni giorno porta con sé qualcosa che prima non c’era. Nel complesso, questo momento storico sta arrivando in contemporanea con un sostanziale intento politico globale, che i comuni mortali come me non riescono a comprendere. E in questo momento di certo io non sto giocando il ruolo del corona-eroe o del corona-guerriero, ma mi sento una donna come tante, seppur immensamente consapevole e grata di essere relativamente più vicino di tante alla natura, al calore di quartieri familiari, alla gentilezza di molte persone comuni; una pura e semplice benedizione, nonostante io sia condizionata dallo spazio di una stanza, in una guest house.

 

Ascoltare la radio ogni giorno, per un tempo prestabilito, tre volte al giorno (con la semplice estensione di banda delle onde medie), e in particolare la programmazione dell’Akashvani Shimla Kendra, significa ascoltare un’ampia gamma di programmi folk, canzoni di ogni regione linguistica dello stato dell’Himachal Pradesh. Rispetto ai programmi radiofonici di altri stati dove ho vissuto, non mi sono mai imbattuta in una stazione che dedica così tanto spazio alla musica e ai musicisti folk (alcuni programmi hanno addirittura uno speaker che parla nella lingua/dialetto di quella particolare regione). E questo non è un fenomeno nuovo. Continua da anni. L’Akashvani Shimla Kendra possiede alcune rare registrazioni di musicisti folk, uomini e donne, di molti anni fa. È una stazione radio molto antica, che ha cominciato a trasmettere il 16 giugno 1955/56, ancor prima della formazione dello stato dell’Himachal Pradesh – almeno così mi dice un loro dipendente. In un certo senso, custodisce la tradizione delle diverse lingue parlate in questo stato, e delle espressioni dialettali che ricorrono nelle canzoni, specialmente ora che l’hindi è diventata la lingua universalmente utilizzata per gli usi ufficiali e per i principali scopi comunicativi.

Nel frattempo, la radio pubblica nazionale (All India Radio), con le sue numerose stazioni in tutto il paese, ha accompagnato le giornate di persone di ogni casta, classe, sesso e religione.

Agricoltori sul campo, camionisti sulla strada, sarti nel più piccolo angolo di ogni villaggio, le donne a casa, quegli uomini che stirano al bordo delle strade (un’usanza ancora praticata nei bylanes di ogni città dell’India, per chi si annoia a stirare i propri vestiti), ortolani e fruttivendoli. Anche in tempi come questi la radio nazionale si preoccupa di stabilire delle fasce orarie “tematiche” per l’allevamento, la zootecnia, il pollame, l’orticoltura, donne e bambini. Già all’indomani dell’indipendenza, vari governi hanno cominciato ad utilizzare la radio a loro vantaggio, e ancora oggi la radio è l’unico mezzo di diffusione delle notizie nei villaggi più remoti. Nonostante il numero dei telespettatori sia in costante aumento, la popolarità della radio non è diminuita.

 

 

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1 commento

  1. Stupendo testo pieno di suggerimenti all’immaginazione e alla riflessione su un mondo “altro” ma così vicino. Aspetto con curiosità e desiderio le altre puntate. Un gran “bravi”all’Autrice e al suo Traduttore. A presto, spero. R.Caratelli

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Jamila M.H. Mascat vive a Parigi e insegna presso il dipartimento di Cultural Studies dell'Università di Utrecht, in Olanda. Si occupa di filosofia politica e teoretica, marxismo contemporaneo, critica postcoloniale e teorie femministe. Nel 2011 ha pubblicato Hegel a Jena. La critica dell'astrazione. Ha co-curato Femministe a parole (2012); G.W.F. Hegel, Il bisogno di filosofia. 1801-1804 (2014); M. Tronti, Il demone della politica (2017); Hegel & Sons. Filosofie del riconoscimento (2019); The Object of Comedy. Philosophies and Performances (2020); A. Kuliscioff, The Monopoly of Man (2021).
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