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	<title>razzismi quotidiani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>No taxation without representation</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 05:00:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
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Dopo due anni d’attesa credevo che era fatta. Il decreto prefettizio firmato in data 12 aprile e notificato il 23 maggio dal mio comune di residenza, comunicava che mi è stata “conferita la cittadinanza italiana”. Ero così euforica che mi sono illusa di poter votare subito. “Deve aspettare il giuramento” m’hanno detto all’ufficio elettorale. Sono tornata a casa con la coda tra le gambe.<span id="more-68797"></span><br />
Ho intuito che non mi avrebbero chiamata prima delle votazioni. Nel frattempo è cambiata la giunta. Il nuovo sindaco s’è visto su tutti i manifesti accanto a Salvini. Mi tocca giurare fedeltà alla Repubblica, alla Costituzione e alle sue leggi, davanti a un primo cittadino che rispetta più le felpe verdi del suo leader che la fascia tricolore sul proprio petto. La casistica dei sindaci leghisti che hanno negato il giuramento a chi non sa leggere l’italiano è così ampia, ho scoperto, che a febbraio Alfano ha dovuto dichiarare inammissibile quell’arbitrio, mandando i futuri cittadini dal prefetto se il sindaco continua a fare ostruzionismo.<br />
Nonostante questa via d’uscita, gli esempi di cronaca padana sarebbero perseguibili per legge (art.328 del Codice Penale: rifiuto o omissione di atti d’ufficio) se i richiedenti non arrivassero stremati all’appuntamento nella sala comunale. Cosa per cui può ascriversi un merito Roberto Maroni che, con le norme del “pacchetto sicurezza”, ha inasprito in maniera sintomatica sia le sanzioni per gli irregolari (con il “reato di clandestinità”, per dire) che innalzato drasticamente i balzelli sulla cittadinanza e il permesso di soggiorno. La Corte di Giustizia europea, interpellata su richiesta del Tar del Lazio a cui erano ricorsi Cgil e Inca, ha stabilito nel 2015 che il contributo è “sproporzionato rispetto alla finalità perseguita dalla direttiva ed è atto a creare un ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti da quest’ultima”. La sentenza cita la carta d’identità che costa 10 € a confronto dei 30,46 € per il rilascio o rinnovo del permesso, più marca da bollo da 16 €, più 30€ per il kit postale, più la tassa che varia da un minimo di 80 € un massimo di 200 €. Con tali spese inevitabili per vivere e lavorare in regola, la cittadinanza diventa anche un calcolo di costi e benefici. Il contributo per presentare l’istanza è di 200€ a cui si sommano marche da bollo, certificati di nascita e buona condotta, con relativi costi di traduzione e legalizzazione, foto, viaggi al consolato, costi di spedizione, costi dei documenti rilasciati dal paese di nascita. Ho speso più di 300 € in totale, somma che sarebbe stata superiore fossi stata extracomunitaria. Un extracomunitario però deve rifare più spesso il permesso e alla fine ha più convenienza a diventare cittadino. Credo si spieghi anche così il dato Ismu che vede, nonostante tutto, le naturalizzazioni in costante crescita soprattutto tra marocchini albanesi e indiani, mentre i cittadini UE, principalmente rumeni, possono regolarizzarsi al costo di 200€ per il permesso di soggiorno illimitato.<br />
Resta il fatto che un meccanismo selettivo basato su un esborso che al giorno d’oggi è una cifra enorme per gran parte degli italiani dalla nascita, trasmette una prima lezione d’italiano anche a chi stenta a spiaccicare due parole. “Governo ladro”, in sintesi. Lo Stato si accanisce sui deboli e onesti, contro i disonesti e prepotenti non alza un dito. Visione quasi identica a quella di coloro che in cima alla lista nera del lassismo mettono proprio gli stranieri. Come si fa a esigere il “rispetto delle regole” quando nessuno si vede rappresentato e tutelato nei suoi diritti?<br />
La situazione più assurda tocca i figli d’immigrati. C’è una riforma approvata in ottobre alla Camera che aspetta il voto del Senato, dove è bloccata dall’ostruzionismo della Lega e probabilmente anche dal timore della sua impopolarità, pur essendo stata una promessa del governo Renzi. La legge è molto cauta nel rendere cittadini coloro che di fatto già lo sono, ragazzi non nati qui per per caso, ma anche cresciuti e andati a scuola. Ragazzi che “il loro paese” lo conoscono, e nemmeno sempre, grazie a qualche soggiorno di vacanze. Il risultato delle amministrative suggerisce che sarebbe meglio farsi sentire affinché non marcisca in parlamento.<br />
“No taxation without representation” era lo slogan della Rivoluzione Americana: questa cittadinanza l’ho voluta anche perché è ingiusto non poter votare se da trent’anni e più si pagano le tasse. Ma è l’eredità di quella francese che mi emoziona saper implicita nel mio giuramento: quel “gli uomini nascono e restano liberi ed uguali nei diritti” con cui si apre la <em>Déclaration des Droits de l’Homme e du Cityoen</em> e al quale la Costituzione italiana si richiama. Esiste un diritto che non scade con il permesso di soggiorno, non si annulla o non si perde con un passaporto: il diritto più violato in Europa e dalle sue istituzioni, ma che per una democrazia è fondante.<br />
E poi esistono le persone. Quel gruppo di adolescenti incrociato nella mia vietta, io che tornavo con le sigarette per l’attesa elettorale, loro che andavano al bar all’angolo diventato ritrovo dei ragazzi di periferia. Tutti maschi, originari di tre continenti &#8211; America, Asia e Africa &#8211; e tagli di capelli da tamarro. “Signora, non potrebbe molto gentilmente offrirmi una sigaretta”, mi chiede, con accento nativo, quello alto alto, nero nero, decisamente un bel ragazzo. E mentre ancora rovisto per cercare il pacchetto, già mi sento più leggera. Le elezioni sono una cosa, la realtà è un’altra. </p>
<p><em>quest&#8217;articolo è uscito a giugno 2016 su &#8220;pagina99&#8221; h.j.</em></p>
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		<title>Non perdiamo la testa. Il doveroso e vano tentativo di difendervi da Allam e le firme de Il Giornale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2014 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich E&#8217; venerdì 24 ottobre, ho fatto una ricerchina su “Non perdiamo la testa” partendo dalla copertina, su cui si trova scritto &#8220;Controcorrente.it&#8221;. Trattasi di un editore che promuove in questi giorni &#8220;Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica&#8221; di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin. L&#8217;ultimo evento promosso da Controcorrente.it è il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Lorenzo Declich</b></p>
<p>E&#8217; venerdì 24 ottobre, ho fatto una ricerchina su “Non perdiamo la testa” partendo dalla copertina, su cui si trova scritto &#8220;Controcorrente.it&#8221;.</p>
<p>Trattasi di un editore che promuove in questi giorni &#8220;Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica&#8221; di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin.</p>
<p>L&#8217;ultimo evento promosso da Controcorrente.it è il “XXII Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta”.</p>
<p>Com&#8217;è di moda presso una certa qual destra, questo editore millanta un&#8217;operazione culturale “contro” il pensiero dominante.</p>
<p>Invece, come vedremo nel libro curato da Marco Zucchetti, mira alla pancia dei lettori, un luogo del corpo che spesso comanda su cuore e cervello.</p>
<p>E fa sfracelli.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il libro è uscito martedì 21 ottobre.</p>
<p>Il titolo gioca sull&#8217;idea che quelli di Daesh (IS, ISIS, ISIL, Stato Islamico) siano principalmente “tagliatori di teste”.</p>
<p>Vedremo poi come alcuni autori maneggeranno il tema.</p>
<p>La pubblicità del libro, il cui <em>claim</em> recita “2014 l&#8217;anno dei tagliagole”, ritrae James Foley in ginocchio vicino al boia britannico di Daesh.</p>
<p>Ieri, giovedì, Diane, la madre del giornalista giustiziato, ha querelato “Il Giornale”: <a href="http://www.huffingtonpost.it/2014/10/23/diane-foley-querela-giornale-immagine-figlio_n_6033016.html?ref=fbph">&#8220;La decapitazione di mio figlio usata come pubblicità di un libro&#8221;</a>.</p>
<p>Poteva bastarmi, in effetti. Potevo fermarmi qui, dicendomi: “gli sta bene”*.</p>
<p>E invece no, non mi è bastato.</p>
<p>Mi sono messo in testa di leggere il libro.</p>
<p>Ma pur essendomi piegato all&#8217;idea di acquistarlo e avendo poi effettivamente raggiunto l&#8217;edicola col denaro necessario (l&#8217;idea di doverlo comprare era già una sconfitta per me), ho trovato che era esaurito.</p>
<p>Parliamo di edicola di Testaccio, uno di quei leggendari “bastioni della sinistra” della città di Roma.</p>
<p>L&#8217;edicolante era distrutto, mi ha guardato con mestizia, io ho voluto specificare la mia posizione di lettore critico, mi ha detto che forse ristampano il volume e ciò ha prodotto in me una lacerazione interiore.</p>
<p>Ho pensato all&#8217;Italia.</p>
<p>Oggi, venerdì, ho cercato in un&#8217;altra edicola. Esaurito.</p>
<p>Poi in un&#8217;altra edicola ancora, e un&#8217;altra ancora.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Eccolo qua, &#8216;sto libro.</p>
<p>La copertina recita “Non perdiamo la testa, il dovere di difenderci dalla violenza dell&#8217;islam”, Magdi Crisiano Allam e le firme de il Giornale.</p>
<p>Giro il libro.</p>
<p>Firme, in ordine alfabetico: Francesco Alberoni, Magdi Crisiano Allam, Fausto Biloslavo, Luca Fazzo, Vittorio Feltri, Stefano Filippi, Alessandro Gnocchi, Giordano Bruno Guerri, Paolo Guzzanti, Ida Magli, Gian Micalessin, Fiamma Nirenstein, Alessandro Sallusti, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.</p>
<p>Avrò un bel da fare, temo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: left;">Prima che iniziate a leggere questa mia esamina voglio che sappiate che non è la prima volta che mi avventuro in un&#8217;impresa del genere.</p>
<p style="text-align: left;">Anzi, guardo a questo libro con occhi stanchi.</p>
<p style="text-align: left;">Ho tenuto <a href="http://in30secondi.altervista.org" target="_blank">un blog</a> per diversi anni in cui mi occupavo anche di ciò che definivo &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=islam+percepito" target="_blank">islam percepito</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: left;">Di Magdi Allam <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/magdi-cristiano-allam/" target="_blank">ho scritto, eccome</a>, cercando di non essere cattivo ma, a volte, non riusciendovi.</p>
<p style="text-align: left;">Di Fausto Biloslavo ho annotato <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=fausto+biloslavo" target="_blank">qualche attività</a>, fra cui quella di <a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/03/19/gheddafi-vs-al-qaida-la-partita-e-stata-gia-giocata/" target="_blank">intervistare Gheddafi</a> durante i giorni della guerra in Libia.</p>
<p style="text-align: left;">Anche Vittorio Feltri <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=vittorio+feltri" target="_blank">compare nel mio vecchio blog</a> perché, oltre a <em>essere </em>Vittorio Feltri, è anche autore di un libro dal titolo &#8220;Il Corano letto da Vittorio Feltri&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;">Ida Magli per me è <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=ida+magli" target="_blank">una vecchia conoscenza</a>, in effetti.</p>
<p style="text-align: left;">Gian Micalessin ha iniziato a comparire sul mio radar <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=micalessin" target="_blank">già nel 2011</a> ma mi si è manifestato in tutto il suo fulgido strabismo destrorso più avanti, quando ha iniziato ad andare in Siria da <em>embedded</em>, sposando <em>in toto</em> la versione della realtà fornita dalla propaganda di regime.</p>
<p style="text-align: left;">Conosco bene la prosa di Fiamma Nirenstein, per me fino a ieri era<a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/fiamma-nirenstein/" target="_blank"> roba passata</a>.</p>
<p style="text-align: left;">Posso dire con certezza che le persone qui citate sono parte di una banda di <em>haters </em>abbastanza ampia, la cui sociologia è ancora tutta da scrivere ma che ha i propri santi e santini.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/oriana-fallaci/" target="_blank">OrianaFallaci</a>, prima di tutto. Poi <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/bat-yeor/" target="_blank">Bat Ye&#8217;or</a>, <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/geert-wilders/" target="_blank">Geert Wilders</a>, <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=hirsi+ali" target="_blank">Ayaan Hirsi Ali</a> e tanti altri.</p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; un mondo popolato di borghezi di vario genere, entrando nel quale prima o poi si arriva a parlare del boia di Utoya, <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/anders-behring-breivik/" target="_blank">Anders Behring Breivik</a> e di una destra parafascista che pullula di &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/controjihad/" target="_blank">controjihadisti</a>&#8221; e lancia l&#8217;allarme &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/eurabia/" target="_blank">Eurabia</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: left;">Al tempo avevo deciso di collocare le mie osservazioni nella categoria &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/category/le-destre-e-lislam/" target="_blank">destre e islam</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; un tema ampissimo, spinoso e posso dire di non essere riuscito a tracciarne confini certi, anche perché &#8211; udite &#8211; la melma tracima a sinistra.</p>
<p style="text-align: left;">A un certo punto ho chiuso il blog per motivi di pulizia mentale.</p>
<p>Ho la certezza, però, che &#8220;Non perdiamo la testa&#8221; rappresenta una rassegna dei temi principali usati da questi <em>haters</em>, quindi mi sento quasi in dovere di fare ciò che sto per fare, cioè leggere questo libro e commentarlo, anche se farlo è per me una tortura: conosco i miei polli, le loro manipolazioni, so quanto riescano a offendere le intelligenze, quanto letali siano le tossine che rilasciano, quanto senso di malessere trasmettano.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: left;">Ancora un preliminare.</p>
<p style="text-align: left;">Grazie alla mia pregressa attenzione sul tema ho imparato a far buon uso di alcune parole.</p>
<p style="text-align: left;">Non userò &#8220;islamofobia&#8221; perché il concetto, se inteso in maniera generica, è scivoloso e offre molti appigli retorici non sempre controllabili.</p>
<p style="text-align: left;">Vedremo come ci gioca Magdi Allam, ma è bene sapere che diversi sono gli attori politici e culturali che lo usano.</p>
<p style="text-align: left;">Fra di essi ci sono anche musulmani retrogradi, reazionari, maschilisti che ponendosi come vittime dell&#8217;islamofobia cercano di dar leggittimità, in chive politica, alla loro specifica e sordida idea di islam.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Bene, indossato lo scafandro dell&#8217;espertone di <em>haters controislamici</em> entro dentro.</p>
<p>So quando entro, non so quando esco, soprattutto non so <em>se e</em> <em>come ne esco vivo</em>.</p>
<p>Secondo la presentazione:</p>
<blockquote><p>l&#8217;Occidente che si era illuso di poter convivere pacificamente con l&#8217;islam, ha riscoperto il terrore dell&#8217;estremismo, ma sembra aver rinunciato a combattere” (Occidente maiuscolo e islam minuscolo).</p></blockquote>
<p>Perché, effettivamente, questa chiarissima entità chiamata “Occidente” è dotata di sentimenti, dunque è capace di illudersi, riscoprire e rinunciare.</p>
<p>Un&#8217;entità che, seguendo il filo del copertinista, è una “civiltà” di nome Occidente.</p>
<p>Una “civiltà” che “soffre” di tanti “mali”, proprio come una persona soffre di epicondilite acuta, reumatismi, demenza senile.</p>
<p>Ci collochiamo alla fine dell&#8217;800, insomma, e la globalizzazione proprio ci rifiutiamo di prenderla in considerazione.</p>
<p>Pensiamo che esistano delle civilità, che queste civiltà abbiano una nascita, un&#8217;apogeo, un declino.</p>
<p>Nel caso della civiltà occidentale questo declino sembra interminabile, da più di un secolo viviamo nel crepuscolo “dei valori” e “delle identità”.</p>
<p>E tutto ciò avviene a causa di strani “mali” emersi come cancri nelle nostre coscienze: il politically correct, la paura di passare per razzisti, la sudditanza psicologica del relativismo culturale.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La prefazione di Alessandro Sallusti ci annuncia che c&#8217;è una vittima, Magdi Cristiano Allam.</p>
<p>Quest&#8217;uomo ci aveva avvertito, ci aveva detto che dietro le &#8220;primavere arabe&#8221; si celava il mostro, e che il mostro ora ci vuole mangiare.</p>
<p>Non dovevamo farci ingannare dai sinistrorsi: il levantino che chiede libertà, giustizia sociale e democrazia è un truffatore, ha un secondo fine, anche se poi muore per mano di un altro levantino sotto un barile bomba o sparato da un militare o un poliziotto anch&#8217;essi levantini.</p>
<p>E a dircelo era proprio uno che lì ci è nato.</p>
<p>Ma noi non l&#8217;abbiamo voluto ascoltare.</p>
<p>Siamo stati buonisti.</p>
<p>Ora nel “mondo arabo” (non islamico, proprio arabo) l&#8217;odio verso l&#8217;Occidente è soverchiante dobbiamo difenderci perché in pericolo siamo noi e i nostri figli.</p>
<p>E questo libro, al quale contribuiscono un manipolo di eroi della nostra cultura, della nostra identità e della nostra democrazia, vuole rappresentare un piccolo ma significativo passo in difesa dei nostri paesi.</p>
<p>E, testuale, del mondo intero.</p>
<p>Un libro che insomma va Controcorrente (anche se è esaurito in 8 edicole su 9 a due giorni dalla sua uscita).</p>
<p>Nessuno, tranne questa <i>nostra </i>pattuglia di indomiti combattenti, ha detto niente, nessuno ha scritto niente.</p>
<p>Invece loro erano lì, asserragliati nel fortino, mentre orde di buonisti morbosi svendevano la loro identità, la loro cultura, la loro democrazia.</p>
<p>E processavano Magdi Cristiano Allam.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Ci siamo, qui impatto il capitolo 1, in cui Allam spiega di dover <em>addirittura</em> subire un processo per istigazione all&#8217;odio razziale da parte dell&#8217;Ordine dei giornalisti.</p>
<p>Secondo Allam, l&#8217;Ordine ha “recepito e fatta propria la strategia dei militanti islamici”.</p>
<p>Secondo Allam, che non è nuovo a un particolare genere di elucubrazione paranoica basata su una distorta percezione dei fatti, una sua condanna presso l&#8217;Ordine dei giornalisti porterebbe in tempi brevi all&#8217;introduzione di una legge che punisce il reato di islamofobia in Italia.</p>
<p>Una legge di cui &#8211; è bene saperlo &#8211; non c&#8217;è assolutamente bisogno e che nessuno ha mai neanche immaginato di introdurre, perché in Italia esiste il reato di istigazione all&#8217;odio razziale (la legge Mancino, 205/1993), che basta e avanza.</p>
<p>E perché abbiamo una Costituzione, i cui articoli 2 e 3 (non, per dire, gli articoli 890 e 1247) parlano chiarissimo.</p>
<p>Una legge che, fra l&#8217;altro, potrebbe anche essere criticata perché delega al potere giudiziario la gestione di un problema multiforme e fenomenologicamente variegato che, di regola, dovrebbe essere combattutto nella società, cosa che non avviene.</p>
<p>Una legge che, in ultimo, permette ad Allam di farsi vittima, qualora qualcuno lo denunci.</p>
<p>Per lui, però, il <em>fatto</em> è un altro, e cioè che l&#8217;Organizzazione della cooperazione islamica, la lobby costituita dai governanti di 57 paesi a maggioranza musulmana presso l&#8217;ONU che Allam lega erroneamente e in malafede all&#8217;organizzazione dei Fratelli Musulmani, userebbe questa ipotetica legge per riuscire nel suo malefico intento: introdurre nel mondo il reato di blasfemia “che comporta la pena di morte per chiunque oltraggi il Corano e offenda Maometto”.</p>
<p>Cioè, in altre parole, un processo presso l&#8217;Ordine dei giornalisti italiano porterebbe all&#8217;introduzione della pena di morte per blasfemia nel mondo.</p>
<p>Secondo Allam questo processo è di rilievo “storico” e per lui è “un onore esserne protagonista”, perché in gioco <em>c&#8217;è l&#8217;Italia di</em>:</p>
<blockquote><p>S. Benedetto, S. Francesco, Marco Polo, Dante Alighieri, Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei, Antonio Vivaldi, Alessandro Volta, Giuseppe Verdi.</p></blockquote>
<p>Tutti combattenti per la libertà e la democrazia e l&#8217;identità, vien da dire.</p>
<p>Tutti personaggi processati dall&#8217;Ordine dei giornalisti.</p>
<p>Specialmente Marco Polo ma anche, e un bel po&#8217;, Cristoforo Colombo.</p>
<p>Nel delirio che segue, Allam spiega di essere stato il primo “a spiegare all&#8217;Italia” il rischio che correva, il primo a chiarire che “i musulmani possono essere moderati come persone se rispettano i valori fondanti della nostra comune umanità e le regole laiche della civile convivenza, ma che l&#8217;islam non è moderato come religione, è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”.</p>
<p>Aggiunge poi che questa è “una realtà” che conosce molto bene, essendo nato in un paese a maggioranza musulmana, da una famiglia musulmana, essendo stato musulmano per 56 anni, essendosi specializzato nello studio dell&#8217;islam. E, senza citare la sua conversione, conclude: “ecco perché è assolutamente infondato anche semplicemente ipotizzare che io possa essere islamofobo”.</p>
<p>Nel suo caso, dice, si può parlare di un “individuo anti-islam” non di un “islamofobo”.</p>
<p>Dice che il processo non è legittimo perché questo è un paese in cui tutti dicono quello che vogliono e anche lui può farlo, istigando all&#8217;odio razziale.</p>
<p>Dice che l&#8217;inquisizione islamica non lo fermerà e che è pronto ad affrontare il martirio (“inteso laicamente come il sacrificio della propria vita”) nel processo.</p>
<p>Dimostrando di non essere islamofobo, immagino.</p>
<p>E qui passiamo al secondo capitolo che Allam intitola – non sto scherzando &#8211; : “perché non possiamo non dirci islamofobi”.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La cosa fa ridere, oggettivamente.</p>
<p>Non so come si chiama una cosa del genere in drammaturgia ma un nome per questo ribaltamento ci deve essere.</p>
<p>Comunque: trattasi di roba d&#8217;accatto, un collage stile Anders Behring Breivik, autore di un memorabile copiancolla di 1518 pagine dal titolo: &#8220;2083 – Una dichiarazione europea d&#8217;indipendenza&#8221;.</p>
<p>Esordisce con un:</p>
<blockquote><p>ricordiamo che la condanna dell&#8217;islam e di Maometto è parte essenziale della fede</p></blockquote>
<p>Ma a me, che del cristianesimo conosco perlomeno i fondamentali, questa cosa proprio non risulta.</p>
<p>Scorrendo ad esempio il Credo, cioè la professione di fede (oltre che la preghiera cattolica più in voga da diverse centinaia di anni dopo il Padre nostro), non trovo citati islam e Maometto.</p>
<p>Chissà perché.</p>
<p>Seguono nel capitolo un elenco di citazioni di personaggi che hanno parlato male dell&#8217;islam, da San Giovanni Damasceno (650 d.C.) a Oriana Fallaci (2006 d.C), la più famosa cristiana della storia.</p>
<p>E&#8217; da (Sant&#8217;)Oriana che riattacca Vittorio Feltri, nel capitolo 3.</p>
<p>Bel collegamento, complimenti.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Oriana Fallaci come dice il titolo, è lanciatrice di una “profezia”.</p>
<p>Feltri ricorda</p>
<blockquote><p>il giorno in cui la Fallaci mostrò all&#8217;Occidente il volto feroce dell&#8217;islam</p></blockquote>
<p>Era il 29 settembre 2001, pare.</p>
<p>Era stata zitta per un po&#8217;, Oriana, ma decise quel giorno di farsi di nuovo avanti.</p>
<p>Fu per lei “una nuova vita”.</p>
<p>Una donna che fino al 2001 si definiva “atea” e dopo il 2001 “atea-cristiana” (una definizione &#8211; questo lo dico io &#8211; in cui possiamo ritrovare, già da qualche anno, personalità del calibro di Giuliano Ferrara, &#8220;l&#8217;ateo devoto&#8221;).</p>
<p>Trovò in Ratzinger, così come fu per Allam che da questi fu battezzato, “il leader della riscossa” (anche in questo Oriana e Giuliano si somigliano).</p>
<p>Morì guardando la cupola di Santa Maria in Fiore.</p>
<p>Cosa ciò significhi non lo so. Sarà un&#8217;allegoria.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La lettura di Feltri ha lasciato molti danni in me.</p>
<p>Mi rivolgo dunque verso il capitolo 4 con fatica, imbattendomi in un&#8217;altra delle grandi donne italiane del XX secolo, Ida Magli.</p>
<p>Una <em>studiosa </em>secondo cui l&#8217;islam è “la religione della sopraffazione”, una religione in cui alberga un “significato sacrificale dell&#8217;uccisione degli infedeli”.</p>
<p>Magli si concentra sul taglio della testa in quanto cosa orribile e inumana e in quanto “cosa religiosa”.</p>
<p>Si concentra dunque su un&#8217;invenzione perché nell&#8217;islam non v&#8217;è significato sacrificale nell&#8217;uccisione degli infedeli.</p>
<p>Sempre che non si voglia cercare fra microscopiche sette che forse individueremmo.</p>
<p>Sono sincero: questo dire una scemenza proprio in principio di trattazione rende la lettura abbastanza indigeribile.</p>
<p>Ma allo stesso tempo mi autorizza a una certa superficialità, facendomi convergere sul tema &#8220;Magli <em>in quanto antropologa</em>&#8220;.</p>
<p>Un&#8217;antropologa “selezionista”, si direbbe, visto che per dimostrare le sue ipotesi seleziona dal Corano solo i “versetti della guerra” scartando tutti i “versetti della pace”.</p>
<p>Un&#8217;operazione torbida o forse soltanto stupida, portata avanti con un tono pseudo-accademico, che a un certo punto va terminando con questo enigmatico <em>versetto profetico</em>:</p>
<blockquote><p>I nostri maschi stanno morendo. O quelli musulmani moriranno insieme ai nostri, oppure si uniranno ai combattenti che già premono su di noi e vinceranno.</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Cado per inerzia sul capitolo 5.</p>
<p>Qui il legame associativo col capitolo precedente si perde, non c&#8217;è gancio, il libro perde ritmo. Il moto inerziale è destinato a terminare e la lettura si fa affannosa a prescindere.</p>
<p>Ci si mette poi di mezzo Fausto Biloslavo, che ricopre il lettore di masticatissimi luoghi comuni destrorsi-complottardi: gli americani hanno sempre sbagliato tutto, le “primavere arabe” erano una farsa, Gheddafi era buono, anche Asad è buono.</p>
<p>Contro Daesh ci sono due possibilità, “calare le braghe” stipulando un patto di non belligeranza “previsto dall&#8217;islam”, o raderli al suolo.</p>
<p>Notare l&#8217;astuzia: nel discorso il Nostro include “qualcosa di islamico”, ovvero un fantomatico “patto di non belligeranza previsto dall&#8217;islam”, per accreditare quelli di Daesh come interpreti certificati dell&#8217;islam stesso.</p>
<p>Ma il fatto è che nessuno ha intenzione di trattare islamicamente Daesh.</p>
<p>Questo trattare islamicamente Daesh è un qualcosa su cui sono d&#8217;accordo soltanto lui, i suoi amici-che-non-perdono-la-testa, e gli stessi militanti di Daesh.</p>
<p>Il resto del genere umano, invece, pensa che non si debba dare alcuna patente, islamica o meno, a Daesh.</p>
<p>Anche i grillini hanno ritrattato.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Arriviamo finalmente a Francesco Alberoni, nel sesto capitolo.</p>
<p>Ah, non aspettavo altro.</p>
<p>Qui leggiamo Il Sociologo &#8211; corbezzoli &#8211; scoprendo che:</p>
<blockquote><p>il proselitismo islamico fa colpo in Occidente come il marxismo negli anni di piombo</p></blockquote>
<p>Alberoni ci suggerisce, di conseguenza, che nel periodo storico che intercorre fra l&#8217;opera di Marx e gli anni &#8217;70 del XX secolo il marxismo non aveva fatto colpo?</p>
<p>Non proprio: spiegherà più avanti che si trattava di un “revival marxista”.</p>
<p>Il capitolo esordice con un perentorio:</p>
<blockquote><p>tutti i movimenti islamici nascono come risposta al declino dell&#8217;Impero ottomano, con l&#8217;occupazione dei suoi territori ad opera degli europei</p></blockquote>
<p>Forse Alberoni, affermando questo, ci comunica che il wahhabismo, nato in tutt&#8217;altra maniera, non è un “movimento islamico”?</p>
<p>Scopriamo più avanti che per lui il wahhabismo nasce in Iraq, non nel Najd, e quindi facciamo due più due: Alberoni sta platealmente improvvisando, di movimenti islamici non ha alcuna seppur vaga conoscenza.</p>
<p>Purtroppo però il testo prosegue con una “storia dei movimenti islamici” la cui analisi &#8211; viste le premesse &#8211; risparmio a me e a voi.</p>
<p>La teoria, che se devo essere sincero ho fatto molta fatica a estrarre, è che il “jihadismo è una rivoluzione dei giovani musulmani” che ricorda il nazismo ma anche e soprattutto “la corsa dei giovani verso il comunismo dopo la rivoluzione sovietica”.</p>
<p>E&#8217; per questo che attrae tanti giovani in Occidente.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Leggere Alberoni è stato brutto.</p>
<p>Sono ancora vivo, ma disossato.</p>
<p>Al capitolo 7 cozzo contro lo scoglio di un titolo che scimmiotta simpaticamente il titolo di un famoso romanzo: “il senso del califfo per barba e coltello”.</p>
<p>Il titolo del famoso romanzo è quanto di più scimmiottato vi sia al mondo e la cosa mi lascia addosso una sensazione di appiccicaticcio, aumentando di molto il fattore &#8220;stanchezza percepita&#8221;.</p>
<p>Il titolo introduce a meraviglia il pezzo di Stefano Zecchi, che si esercita nell&#8217;arte del ricamo sugli elementi della propaganda di Daesh per dirci con quello che ritengo egli pensi essere &#8220;stile&#8221;, quanto i barbari di Daesh riescano ad essere cattivi, inumani ed efferati.</p>
<p>Letteratura di appendice: il contenuto informativo non supera lo zero.</p>
<p>Non è una lettura facile, inizio a saltar pagine.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Di paura in paura incappo in Gian Micalessin, un giornalista che ha in comune con Biloslavo la passione per Gheddafi e Asad.</p>
<p>Lo spauracchio sventolato, stavolta, è il terrorista nascosto fra i migranti.</p>
<p>Altro vecchio tema, si dirà, ma stavolta trattato con materiali nuovi.</p>
<p>La Libia con Moammar era un posto civile dove si viveva bene. Oggi c&#8217;è il califfato.</p>
<p>Ci ritroveremo con bombaroli dappertutto.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Segue Fiamma Nirenstein, che si occupa, guarda un po&#8217; che novità, di difendere Israele.</p>
<p>Anche qui sono messo alla prova: il tema è vecchio così come il personaggio e la prosa.</p>
<p>Avrò letto almeno una trentina di questi suoi concentrati di odio.</p>
<p>Sì, i materiali sono parzialmente nuovi: Nirenstein, al contrario di Micalessin e Biloslavo, cita i 240.000 morti fatti da Asad in Siria che, al contrario dei morti di Gaza, nessuno nota.</p>
<p>Una citazione strumentale, a lei di quei morti non interessa granché: il suo obiettivo è unicamente scagliarsi contro tutti i nemici di Israele, veri o presunti.</p>
<p>Ma stavolta c&#8217;è il problema che i nemici di Israele si sparano l&#8217;uno contro l&#8217;altro. E che Micalessin e Biloslavo, compagni di viaggio in questo libro contro-islamico, parteggiano per alcuni di questi presunti nemici di Israele.</p>
<p>Risultato: la difesa acritica di Israele di Nirenstein e la difesa acritica di Asad di Micalessin e Biloslavo fanno a pugni fra loro.</p>
<p>Come la ricomponiamo, questa cosa?</p>
<p>Niente paura, quando il nemico in costruzione (o in ri-costruzione) è così vago, e il desiderio di aderire alle teorie esposte è così alto, non si fa caso alle divergenze: si finisce sempre per puntare sulla comunione di interessi che ricompatta l&#8217;impasto, nonostante le contraddizioni.</p>
<p>Temo però che il lettore medio del libro che ho in mano non afferrerà il problema.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Avanti il prossimo.</p>
<p>Giordano Bruno Guerri che fa una descrizione orante di Ida Magli e recensisce un libro di Ida Magli.</p>
<p>Del 1996.</p>
<p>Interessante, davvero.</p>
<p>Fa il paio con la denuncia di Luca Fazzo sul presunto trattamento di favore riservato dalla magistratura ai terroristi islamici.</p>
<p>Mentre Marcello Veneziani ci parla di identità, che non è razzismo (tipica <em>excusatio non petita</em>).</p>
<p>Meglio: ci fa un&#8217;ode all&#8217;identità come panacea di tutti i mali.</p>
<p>Meglio ancora: ci fa un pippone illeggibile su questa @0éép di identità che, evidentemente, lo ossessiona.</p>
<p>Ok, basta, non ce la faccio più, è evidente.</p>
<p>Il libro ha vinto su di me, a pagina 97.</p>
<p>Ma avevo iniziato a cedere già prima, lo ammetto.</p>
<p>Non vado avanti.</p>
<p>Filippi che invoca una scuola islamicamente scorretta, Guzzanti che rutta su una sinistra ambigua, Gnocchi che ci insegna come connettere una vignetta anti-Maometto con l&#8217;incipiente istaurazione della legge coranica in Europa  e il gran finale con “cronologia della mezzaluna insanguinata 2014” e &#8220;glossario&#8221; non sono alla mia portata.</p>
<p>Sono al di sopra della mia capacità di non lanciare insulti continuati e definitivi, procurandomi forse querele.</p>
<p>Sono già quattro ore che sguazzo in questa merda velenosa, lo scafandro dell&#8217;espertone fa acqua.</p>
<p>Il sistema immunitario della mia rete neuronale lancia segnali rossi.</p>
<p>Non posso chiedere di più a me stesso.</p>
<p>Devo uscire, guardare facce, respirare.</p>
<p>Decontaminarmi.</p>
<p>Lasciando gli <em>haters </em>e la loro paranoia nel pozzo a marcire.</p>
<p style="text-align: center;"> ***</p>
<p>Sabato 25 ottobre Luca Bauccio, l&#8217;avvocato italiano di Diane Foley ha diramato questo comunicato:</p>
<blockquote><p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption"><span class="hasCaption">In qualità di difensore della Sig.ra Diane Foley, madre di James Foley, il reporter barbaramente ucciso dall&#8217;ISIS, ho inviato una diffida alla Società Editrice de il Giornale intimando di sospendere immediatamente la diffusione della pubblicità del libro a firma di Magdi Allam, Non perdiamo la testa.<br />
Ho anche inoltrato nell&#8217;interesse della Sig.ra Foley un<span class="text_exposed_show">a richiesta al Comitato di Controllo per la pubblicità perché ordini a il Giornale il ritiro di questa pubblicità.<br />
La famiglia sta valutando ogni altra azione da intraprendere contro il Giornale.<br />
L&#8217;aver messo in mostra la fotografia di James Foley pochi attimi prima della sua esecuzione per pubblicizzare la vendita di un libro, peraltro giocando macabramente con l&#8217;accostamento tra il titolo e l&#8217;immagine, oltre ad essere un indebito sfruttamento per fini commerciali e di propaganda dell&#8217; immagine di James Foley è anche una mancanza di rispetto per la memoria e la dignità di uomo defunto e per la tragedia che la sua famiglia e la comunità delle persone che lo amavano stanno vivendo.<br />
La famiglia Foley vuole sottolineare che non nutre odio e non ha propositi di vendetta ma chiede solo rispetto, chiede solo di poter vivere il proprio dolore senza subire altre umiliazioni, altre offese, altri turbamenti. James Foley è stato un bravo e appassionato reporter, amava raccontare, documentare, informare. James Foley amava la vita e credeva nella dignità degli esseri umani, e per questo ha voluto rivelare al mondo il dramma del popolo siriano. Per questo ha vissuto e per questo è morto.<br />
James Foley non è la comparsa pubblicitaria di un libro del Sig. Magdi Allam. Il Giornale ritiri immediatamente la pubblicità del suo libro, per il rispetto e la dignità di un defunto e per la considerazione umana che merita il dolore della sua famiglia. Avv. Luca Bauccio (difensore della Sig.ra Diane Foley).</span></span></span></p></blockquote>
<p>Il martedì seguente, 28 ottobre, apprendo che <a href="http://www.nextquotidiano.it/giornale-cambia-pubblicita-libro-allam-scompare-foley/">la pubblicità è stata ritirata</a>.</p>
<p>Questo rende giustizia a Diane Foley ma non può bastare.</p>
<p>Il libro è stato ristampato.</p>
<p>Temo che diventerà un best seller.</p>
<p>Forse non farà il botto della Fallaci ma ne segue la scia in tutti i sensi.</p>
<p>Sì, sono nani pavidi che riposano sulle spalle di giganti di pezza.</p>
<p>Ma il danno è tangibile e vale la pena chiedersi dove siano e se vi siano nani o giganti in grado di opporvisi.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/non-perdiamo-la-testa-il-doveroso-e-fallito-tentativo-di-difendervi-da-allam-e-le-firme-de-il-giornale/feed/</wfw:commentRss>
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		<item>
		<title>IUS MUSIC</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/07/04/ius-music/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2014 16:59:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[amir issaa]]></category>
		<category><![CDATA[hate speech]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
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					<description><![CDATA[(o del #metodoBalotelli) di Helena Janeczek Dopo le amenità profuse su Mario Balotelli per la sua insolente reazione su Instagram all&#8217;ennesimo commento razzista, oggi &#8220;Libero&#8221; ha dato il via a una nuova campagna di squadrismo 2.0 contro il rapper romano Amir Issaa (nel senso di: nato e cresciuto a Roma, se &#8211; porca puttana- dovesse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-150x150.jpg" alt="Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-48435" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-900x900.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna.jpg 1181w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>(o del #metodoBalotelli)</p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le <a href="http://www.vice.com/it/read/balotelli-mondiali-razzismo">amenità profuse</a> su Mario Balotelli per la sua insolente reazione su <a href="http://instagram.com/p/pquOpHLj6X/">Instagram</a> all&#8217;ennesimo commento razzista, oggi &#8220;Libero&#8221; ha dato il via a una nuova campagna di squadrismo 2.0 contro il rapper romano <a href="http://www.amirmusic.it/">Amir Issaa</a> (nel senso di: nato e cresciuto a Roma, se &#8211; porca puttana- dovesse essere necessario precisare.) Amir sarebbe reo di &#8220;incitamento all&#8217;odio e alla violenza&#8221; per il video qui sotto, in cui compare anche il deputato PD <a href="http://www.khalidchaouki.it/">Khalid Chaouki</a>, quello che si era barricato insieme ai profughi e migranti nel cosidetto <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/23/lampedusa-liberate-khalid-chaouki/823726/">&#8220;Centro di accoglienza&#8221;</a> a Lampedusa.<span id="more-48432"></span></p>
<p><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="//www.youtube.com/embed/ZHUw8zd0FrY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Per squadrismo 2.0. intendo quella pratica per cui una testata piuttosto visibile o ben ramificata (giornale o blog noto) inquadra il bersaglio e apre le danze alla diffusione sui social media di messaggi d&#8217;odio che vanno dal più gentile &#8220;torna in Africa!&#8221; agli auspici e alle minacce di morte esplicite, che in questo caso sono valanga.<br />
Sinora il meccanismo dello <em>hate-speech</em> propagato in rete non si è ancora tradotto in violenza fisica organizzata (qualcuno però si è sucididato), ma non è detto che questo rito di sfogo collettivo debba restare per sempre confinato alla realtà virtuale. Chi si serve di questo strumento, oltre a scatenare una indubitabile violenza simbolico-verbale, in ogni caso espone una o più persone con nome e cognome che esistono in carne e ossa a una schiera di nemici anonimi, di cui magari qualcuno possiede qualche mazza o spranga e avrebbe piacere di usarla non solo nelle vicinanze di uno stadio. Questo è naturalmente più facile che avvenga nel caso in cui il bersaglio non sia superfamoso e dunque superprotetto. Ma &#8211; sempre naturalmente- questo non è un problema dell&#8217;incendiario che si è semplicemente avvalso della sacrosanta libertà d&#8217;opinione.    </p>
<p>Non mi pare casuale che l&#8217;attacco in questione avvenga sulla scia della questione Balotelli, secondo me parecchio sottovalutata da molte persone senza dubbio non razziste, ma qui dovrei fare un discorso diverso (rimando, per chi non l&#8217;avesse visto, a un divertente articolo di <a href="http://www.linkiesta.it/mario-balotelli-linciaggio-mediatico-quit">Quit the Doner</a>) e assai più lungo.<br />
Qui invece il problema mi pare risaltare in modo adamantino. Il problema &#8211; per &#8220;Libero&#8221; e per una grossa pancia assai più gonfia di flatulenze tossiche &#8211;  è il semplice fatto che gli italiani non &#8220;etnici&#8221; esistono e sono tanti. Peggio: che hanno coscienza di sé, coscienza dei loro diritti negati o ostacolati con ogni cavillo e mezzuccio sporco (inclusi i costi vergognosi per le pratiche di cittadinaza che partono da 200 euro a capoccia). Coscienza di dover lottare per il proprio riconoscimento, coscienza &#8211; in questo caso &#8211; di come vorrebbero fosse l&#8217;Italia, per loro, ma non soltanto.<br />
Questo è un rap: genere per definizione veicolo di rabbia, ricettacolo di turpiloquio, esaltazione della violenza più disparata e talvolta più schifosa (tipo omofobica, biecamente maschilista, persino nazi), articolato in un sottogenere che si chiama <em>gangsta-rap</em> &#8211;  nonostante il nome dica tutto, passato come <em>global mainstream</em> beccandosi solo le intermittenti accuse di essere un pelo diseducativo. Solo Jovanotti, con rispetto parlando e per quel che ne sappia, ha sviluppato una versione molto nostrana dove &#8220;esiste solo una grande chiesa che passa da CHE GUEVARA e arriva fino a MADRE TERESA passando da MALCOM X attraverso GANDHI e SAN PATRIGNANO&#8230;&#8221;.<br />
Insomma Amir in questa canzone non dice &#8220;volemose bene&#8221; o &#8220;vogliateci bene, siamo tanto bravi e carucci, come in un poster Benetton&#8221; e ha ottime ragioni per non farlo. Rivendica l&#8217;assalto al diritto (anche del futuro), prognostica casini se non cambia lo stato delle cose (il ché è diverso dal minacciare o incitare alla rivolta, cosa che tra l&#8217;altro, ogni sorta di musicisti anche superaffermati fanno), nomina con disprezzo una parte degli italiani che (gli) fa schifo.<br />
Vale a dire: esprime, con il proprio linguaggio musicale, quella che si chiamava una <em>coscienza politica</em> anche se questa non si esplicita in invito alla militanza e tantomeno sovrastruttura ideologica. E questo, a mio avviso, è utile <em>non solo per loro</em>, i G2, la seconda generazione di immigrati (ossimoro che dovrebbe allappare i denti).</p>
<p><strong>Ius Music</strong> (testo)</p>
<p>I miei fratelli sono afro fieri, maghreb e cinesi, filippini con i piedi qua e il sangue da altri paesi, chi ha la madre che lavora nelle case di ignoranti che abbandonano le loro sole in braccio alle badanti. Gente stupida rimasta ancora al medioevo, li sveglio di notte sono l&#8217;incubo dell&#8217;uomo nero e se il futuro è il nostro lo vogliamo in esclusiva, stanchi di elemosinare diritti e metterci in fila, Da Palermo a Torino scoppierà un casino, se l&#8217;Europa è un altra storia se Roma non è Berlino, è la paura di qualcosa che ormai vive qua vicino e non ti salverai in Padania non esiste in nessun libro, Non sono un G2 Italiano col trattino, una Fiat uno col bazooka sul tettino è la storia di un normale cittadino impazzito era clandestino adesso è un assassino.</p>
<p>Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Non c&#8217;è frontiera quando la mia gente parla</p>
<p>Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Orfano di quest&#8217;Italia un superstite resto a galla</p>
<p>La mia non è una razza la mia è una tribù quelli sempre al centro del mirino è questa la mia crew, la mia gente stanca di essere accusata di essere considerata il pericolo dentro casa<br />
amici laureati fermati da uno con la terza media umiliati e maltrattati, e non c&#8217;è scusa quando l&#8217;ignoranza parla se qua l&#8217;essere Italiano è solamente sulla carta, Se ti senti fuori luogo in questa situazione, e diventi uno straniero nella tua nazione, stessa lingua stessa rabbia stesso cibo, siamo nella stessa merda non sono io il tuo nemico, siamo scacchi nella stessa battaglia noi orfani superstiti fratelli d&#8217;Italia, oltre i muri le frontiere e i confini Balotelli faccio gol e sono tutti felici.</p>
<p>Ps. Siete mai passati da un campo di calcio dell&#8217;oratorio? Quelli dove vanno i ragazzini di tutti colori, alcuni che corrono dietro al pallone in <em>Salwar Kamiz</em>, approdati freschi dal Pakistan? (copyright: oratorio del centro di Gallarate) Se sì, magari vi sarete resi conto che un&#8217; apertura decente allo <em>Ius Soli</em> e alla naturalizzazione di chi in Italia vive e cresce, sarebbe un&#8217;ottima risposta al coro di lamenti sul declino del calcio italiano che ci hanno rintronato in questi giorni. Non che questo sia prioritario. Più interessante sarebbe invece immaginare che nei prossimi quattro anni Balotelli mettesse &#8220;la testa apposto&#8221;, diventasse fortissimo ma poi decidesse: &#8220;fanculo, gioco per il Ghana!&#8221; O Stephan El Sharawy&#8230;</p>
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		<title>Piccoli uomini crescono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 07:25:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo ordinario]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Dutronc]]></category>
		<category><![CDATA[razzismi quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[Rosario Tedesco]]></category>
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					<description><![CDATA[Questa è una critica sociale. Immagini della storia commentate da Wilhelm Reich. La canzone è et moi et moi et moi, di Jacques Dutronc, con testo tradotto da me e cantato da Rosario Tedesco. effeffe La traduzione della canzone di Jacques Dutronc la potete trovare qui. seguono i testi (e anche i disegni) tratti da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" width="460" height="289" src="http://www.youtube.com/embed/lvRDf2VQesY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Questa è una critica sociale. Immagini della storia commentate da Wilhelm Reich. La canzone è <em>et moi et moi et moi</em>, di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3D6LrpIerk4">Jacques Dutronc</a>, con testo tradotto da me e cantato da Rosario Tedesco. effeffe<br />
<span id="more-38105"></span><br />
La traduzione della canzone di Jacques Dutronc la potete trovare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/04/08/post-in-translation-jacques-dutronc/">qui.</a><br />
seguono i testi (e anche i disegni)  tratti da <strong>Ascolta piccolo uomo</strong>, di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wilhelm_Reich">Wilhelm Reich</a> e che lo scorrimento in Video può rendere difficile:</p>
<p><strong>Listen, Little Man!<br />
Reich vs reich<br />
via Dutronc</strong></p>
<p><em>« Écoute, petit homme ! Ils t&#8217;appellent &#8220;petit homme&#8221;, &#8220;homme moyen&#8221;, &#8220;homme commun&#8221; ; ils annoncent qu&#8217;un ère nouvelle s&#8217;est levée, &#8220;l&#8217;ère de l&#8217;homme moyen&#8221;. Cela, ce n&#8217;est pas toi qui le dis, petit homme ! Ce sont eux qui le disent, les vice-présidents de grandes nations, les leaders ouvriers ayant fait carrière, les fils repentis des bourgeois, les hommes d&#8217;État et les philosophes. Ils te donnent ton avenir mais ne se soucient pas de ton passé. Un médecin, un cordonnier, un technicien, un éducateur doit connaître ses faiblesses s&#8217;il veut travailler et gagner sa vie. Depuis quelques années, tu as commencé à assumer le gouvernement de la terre. L&#8217;avenir de l&#8217;humanité dépend donc de tes pensées et de tes actes. Mais tes professeurs et tes maîtres ne te disent pas ce que tu penses et ce que tu es réellement ; personne n&#8217;ose formuler sur toi la seule critique qui te rendrait capable de prendre en main ta propre destinée. </em>» </p>
<p><em>I know, little man, you&#8217;re very quick to diagnose madness when a truth doesn&#8217;t suit you. You regard yourself as &#8220;normal&#8221;!</em></p>
<p><em>You continue to go about in rags for the sake of the &#8220;socialist future&#8221; or the &#8220;Third Reich.&#8221; You continue to live in mud huts daubed with cow dung. But you&#8217;re proud of your Palace of People&#8217;s power . . . Until the next war and the downfall of the new masters</em></p>
<p><em>Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio.  </em></p>
<p><em>Have you ever noticed how ridiculous the common people are made to look in the movies? </em></p>
<p><em>You plead for happiness in life, but security means more to you, even if it costs you your backbone or wrecks your whole life. Since you have never learned to seize upon happiness, to enjoy it and safeguard it, you lack the courage and integrity. Shall I tell you, little man, what kind of man you are? You listen to commercials on the radio, advertisements for laxatives, toothpaste, shoe polish, deodorants, and so on. </em></p>
<p>&#8220;<em>comprendi adesso perché la felicità sfugge da te? Essa vuole essere coltivata e meritata, tu generi la tua miseria, ogni giorno, senza interruzione. Non comprendi i tuoi bimbi e spezzi loro la spina dorsale prima ancora che essi possano coraggiosamente drizzarla. Rubi l&#8217;amore, sei avido di soldi e di potere&#8221;.<br />
&#8220;Ascolta piccolo uomo&#8221;</em> </p>
<p><em>&#8220;la verità è mortalmente pericolosa quando colpisce te stesso: il piccolo uomo non desidera udire la verità su sé stesso. Egli vuol diventare ricco, dirigente di partito, segretario dell&#8217;associazione per l&#8217;elevazione della morale pubblica, tuttavia non accetta d&#8217;assumersi la responsabilità per il suo lavoro&#8221;</em></p>
<p><em>And to the dictators and tyrants, the crafty and malignant, the vultures and hyenas, I cry out in the words of an ancient sage:<br />
I have planted the banner of holy words in this world.<br />
Long after the palm tree has withered and the rock crumbled,<br />
long after the glittering monarchs have vanished like the dust of dried leaves,<br />
a thousand arks will carry my word through every flood:<br />
It will prevail.</em></p>
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		<title>Lutto nel mondo del kebab</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 16:31:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[carole boinet]]></category>
		<category><![CDATA[doner kebab]]></category>
		<category><![CDATA[funghi cinesi dimenticati nella pentola per un mese]]></category>
		<category><![CDATA[kebab]]></category>
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		<category><![CDATA[pita]]></category>
		<category><![CDATA[razzismi quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero generale]]></category>
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					<description><![CDATA[[traduzione italiana: Lucca mon amour] di Carole Boinet L&#8217;informazione, che commuoverà molti, è passata inosservata. Il 22 gennaio 2009 è morto di cancro, a 87 anni, Mehmet Aygun. Chi? Nientemeno che il creatore del veneratissimo Doner Kebab. Questa è l&#8217;occasione per rendere omaggio a un&#8217;invenzione che è sciamata su tutto il pianeta. Nel 1971, un turco immigrato in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[traduzione italiana: <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/01/31/lucca-kebab-fuori-dalle-mura.html">Lucca mon amour</a>]</p>
<p>di <a href="http://www.liberation.fr/societe/0101315661-le-monde-du-kebab-est-en-deuil"><strong>Carole Boinet</strong></a></p>
<p>L&#8217;informazione, che commuoverà molti, è passata inosservata. Il 22 gennaio 2009 è morto di cancro, a 87 anni, Mehmet Aygun. <span id="more-13832"></span>Chi? Nientemeno che il creatore del veneratissimo Doner Kebab. Questa è l&#8217;occasione per rendere omaggio a un&#8217;invenzione che è sciamata su tutto il pianeta.</p>
<p>Nel 1971, un turco immigrato in Germania dà una mano nel ristorante di suo zio, a Berlino. Gli viene allora l&#8217;illuminazione che cambierà le abitudini alimentari dei festaroli: mettere delle fettine di carne di montone nella pita, il pane rotondo tradizionale del Mediterraneo orientale. Vi si aggiungono pomodori, cipolle e la famosa salsa bianca, l&#8217;altra invenzione di un Mehmet Aygun decisamente ispirato.</p>
<p>Simbolo culinario dell&#8217;emigrazione turca in Germania, il Doner (il modo di cottura allo spiedo) Kebab (carne grigliata) è ormai un panino internazionalmente conosciuto e apprezzato tanto in Francia quanto negli Stati Uniti, dove passa per essere una specialità tedesca!</p>
<p>Il prezzo modico non è estraneo al successo fenomenale riscontrato dal kebab. Più economico di un menù Big Mac da McDonald&#8217;s (6 euro 20), il panino turco si compra a Parigi con 5 euro, secondo il sito <a href="http://www.kebab-frites.com">kebab-frites.com</a> che svela tutti i segreti della specialità. Però è nettamente più calorico dell&#8217;hamburger: sempre secondo kebab-frites.com, il kebab senza patatine fritte conta tra le 800 e le 900 calorie, l&#8217;hamburger 495.</p>
<p>Resta lo spinoso problema dell&#8217;igiene, che i fast-food come McDonald&#8217;s e Quick affrontano di petto. Il blog <a href="http://www.kebabgeneration.com">kebabgeneration.com</a> identifica due criteri fondamentali per riconoscere il buon venditore di kebab: la pulizia del luogo e la freschezza degli alimenti e del pane, che non deve essere congelato.</p>
<p>I blog e siti consacrati al kekab pullulano in Rete. Nella sua rubrica Tour du monde, sempre kebab-frites.com racconta la storia di Kazem Ariaiwand, un immigrato iraniano che vende kebab in un camion dell&#8217;esercito statunitense sulle isole polari quasi desertiche (2.565 abitanti) di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Svalbard">Svalbard</a>, in Norvegia. Omaggio supremo: il kebab ha anche la sua canzone, &#8220;<a href="http://it.youtube.com/watch?v=TCBSqYOZzPM">Mangedukebab</a>&#8220;, interpretata da un certo Lil Maaz, che si proclama &#8220;rapper del panino greco&#8221;.</p>
<p>Oggi, <a href="http://www.cgt.fr/spip.php?article35524">giorno di sciopero</a>, i manifestanti affamati dovranno avere un pensiero commosso per Mehmet Aygun.</p>
<p> </p>
<p>[&#8220;L&#8217;information, qui va en émouvouir plus d&#8217;un, est passée inaperçue&#8221;. Ha commosso me, almeno. Addio Mehmet, solo oggi scopro della tua esistenza, ma mi hai nutrito per vent&#8217;anni, quando ero povero in canna e pur di mangiare ero costretto a subire le melanzane radioattive di Andrea Inglese. Mi hai salvato, ti devo tutto, grazie. <strong>Lucca, vergognati.</strong> a. r.]</p>
<p> </p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-13838" title="kebab1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/kebab1.bmp" alt="kebab1" /></p>
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		<title>Non è un paese per poveri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 05:34:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[baracche]]></category>
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		<category><![CDATA[bovisasca]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Hänninen]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Funziona così: arrivano i birri, arrivano le ruspe. Non ci sono ulivi da sradicare e le donne non urlano in arabo, ma in sostanza la scena l’avete già vista ripetersi altrove. Le ruspe schiacciano le baracche con dentro quaderni e libri di scuola, vestiti, biberon, bambole, biro, pettini, pantofoline. Gli occupanti finiscono in mezzo alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/sola-andata-bovisasca-hanninen.jpg" alt="solo andata" vspace="5" /><span id="more-5638"></span></p>
<p>&#8220;Funziona così: arrivano i birri, arrivano le ruspe. Non ci sono ulivi da sradicare e le donne non urlano in arabo, ma in sostanza la scena l’avete già vista ripetersi altrove. Le ruspe schiacciano le baracche con dentro quaderni e libri di scuola, vestiti, biberon, bambole, biro, pettini, pantofoline. Gli occupanti finiscono in mezzo alla strada. Letteralmente. Gente che ha figli piccoli e un lavoro, la cui unica colpa è non possedere una casa, da un momento all’altro non ha letteralmente più un posto, non dico un tetto ma una tettoia sopra la testa. Dove dormire? &#8221;</p>
<p><a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_870.html" title="articolo di &lt;a mce_thref=">Sergio Baratto</a> sulla Bovisasca a Milano&gt; Non è un paese per poveri &#8211; Sergio Baratto a proposito della demolizione delle baracche della Bovisasca a Milano, abitate da lavoratori poveri e dalle loro famiglie, e altri quotidiani razzismi. Via <a href="http://circolopasolini.splinder.com/post/16589256/%22Non+%C3%A8+un+paese+per+poveri%22%2C+">Circolo Pasolini di Pavia</a>.</p>
<p>Foto: © Giovanni Hänninen 2008, all rights reserved, via <a href="http://flickr.com/photos/sanoi/2360206243/in/set-72157604183902888/" title="Bovisasca, foto di Giovanni Hanninen">Flickr</a>. L&#8217;ho scelta per l&#8217;intensità della gioia che è possibile comunque nei bambini.</p>
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		<title>Donne immigrate e processi di inclusione: il caso delle donne albanesi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/01/31/donne-immigrate-e-processi-di-inclusione-il-caso-delle-donne-albanesi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 08:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Claudia Cominelli Fenomeni come i flussi migranti trasnazionali contribuiscono ampiamente al dibattito intorno a questioni come la cittadinanza, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’integrazione sociale ed economica, la tutela della vita familiare. Si tratta di temi che riguardano in primo luogo gli immigrati, ma che, di fatto, interpellano tutta la comunità civile in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Cominelli</strong></p>
<p>Fenomeni come i flussi migranti trasnazionali contribuiscono ampiamente al dibattito intorno a questioni come la cittadinanza, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’integrazione sociale ed economica, la tutela della vita familiare. Si tratta di temi che riguardano in primo luogo gli immigrati, ma che, di fatto, interpellano tutta la comunità civile in ordine a questioni inerenti l’intreccio tra particolarismo e universalismo dei diritti. Appare particolarmente evidente, quindi, la necessità di discutere intorno alle differenze culturali, alle loro trasformazioni, all’impatto sulle culture autoctone.<br />
A tal proposito, nell’ambito del fenomeno migratorio, risulta interessante volgere l’attenzione al mondo femminile, non sempre oggetto di accurata riflessione: si tende, infatti, a ragionare in termini maschili, anche se la radicalizzazione della presenza immigrata sul territorio italiano, non più prevalentemente appannaggio di uomini soli ma ormai di taglio familiare, ha da tempo posto la questione di prendere in considerazione la valenza euristica della variabile di genere.<br />
<span id="more-5262"></span> Guardare al mondo immigrato attraverso tale punto di vista significa, infatti, tener presente, in primo luogo, che il marker dell’appartenenza sessuale ha valenza fortemente simbolica in tutte le culture (pur con significati diversi) e che rappresenta una delle principali categorie a partire da cui le società stabiliscono norme di vita, regolano l’agire sociale, governano i destini individuali (di conseguenza anche l’agire migratorio) e in secondo luogo che si tratta di uno dei principali mezzi attraverso cui le società strutturano e manifestano i rapporti di potere, senza dimenticare quanto sia interessante osservare ciò che emerge dall’intreccio tra le disuguaglianze di genere e le disuguaglianze etniche.<br />
Basti considerare, per esempio, come le donne straniere nel nostro paese siano discriminate almeno sotto tre aspetti: in quanto donne (soprattutto sul piano del riconoscimento di competenze professionali), in quanto immigrate (quindi sottoposte a tutti i processi di esclusione sociale che tipicamente colpiscono gli immigrati) e anche in quanto madri (se gli autoctoni risolvono il problema di un welfare debole con la rete parentale, le donne immigrate anche in questo senso sono penalizzate) [Ambrosini, 2005: 134].<br />
La questione appare complicarsi se vi è un’appartenenza a una comunità particolarmente stigmatizzata come quella, per esempio, albanese: le donne albanesi rischiano di essere prese in considerazione solo attraverso stereotipi negativi, relativi al mondo della prostituzione o della microdelinquenza. La nazionalità albanese appare, infatti, una tra le più etichettate da pregiudizi sociali, generalmente seconda solo alle comunità nomadi, pur essendo una delle nazionalità da più tempo presente nel nostro paese, con cui abbiamo condiviso anche una serie di vicende storiche (1). L’immigrato albanese incarna molto bene, infatti, la raffigurazione simmeliana dello straniero come soggetto che è contemporaneamente vicino e lontano, voluto ed escluso, ricercato e rifiutato (2). Nell’immaginario comune della società italiana, in particolare grazie alla diffusione di una rappresentazione spesso distorta da parte dei mass-media (3), la donna albanese, qualora non sia coinvolta in attività di prostituzione (4), resta invece madre, moglie, sorella, figlia di uomini che sono dediti alla microcriminalità nelle aree ricche del Nord e, pertanto, non affidabile, pericolosa, dai costumi corrotti.<br />
Certamente, il fenomeno della prostituzione, così come quello della criminalità, che vedono il coinvolgimento della comunità albanese, sono una realtà, tuttavia una recente ricerca condotta a Brescia negli anni 2005-2006, rispetto al mondo femminile albanese di prima e seconda generazione mette in luce anche aspetti spesso non immediatamente visibili ai nostri occhi, ma che ci permettono di scoprire elementi che vanno al di là dei pregiudizi.<br />
La ricerca nello specifico ha raccolto informazioni sui percorsi di vita dei membri appartenenti a 8 famiglie albanesi (5), di cui facesse parte almeno una adolescente, al fine di rispondere al seguente “interrogativo di fondo”: in quali termini la dimensione di genere rappresenta un’opportunità e in quali un vincolo nell&#8217;esperienza di integrazione di ragazze straniere ai fini della costruzione del loro percorso di vita?<br />
Il materiale narrativo ottenuto attraverso lo strumento dei “racconti di vita” [Bertaux, 1999] è stato analizzato dal punto di vista dei contenuti (cosa), della struttura (come), e del contesto (perchè) [Poggio, 2004: 117] (6), sia compiendo un&#8217;operazione di frantumazione del testo narrativo, in modo tale da isolare quelle porzioni di racconto più significative rispetto al tema della formazione dell&#8217;identità, sia considerando alcune interviste come delle narrazioni in sé, al fine di renderle, attraverso un processo di ri-narrazione, sintesi e interpretazione, delle storie, che mettano in luce le strategie globali utilizzate da alcune adolescenti nell&#8217;affrontare la complessità del proprio processo di costruzione dell&#8217;identità.<br />
Ne è emerso un quadro composito dove la comunità albanese, mostra, attraverso le speranze delle sue seconde generazioni femminili e la capacità di tenuta delle loro famiglie, creative costruzioni di identità ibride, nonché originali possibilità di integrazione.<br />
Ripercorrendo alcuni dei risultati emersi, va richiamato, in primo luogo, per esempio, come diversamente tra prima e seconda generazione venga vissuto l’evento migratorio. Anche se nell’ambito di un nucleo familiare l’esperienza migratoria rappresenta sempre una frattura esistenziale non ricomponibile tra un prima e dopo, chiaramente i soggetti giunti, quando gli elementi base della propria identità si sono già affermati vivranno un impatto e un senso di sradicamento più intensi, e tendenzialmente svilupperanno un senso di appartenenza “doppia”, con un legame sia rispetto al contesto di origine che al nuovo ambito di vita, a differenza di coloro che nascono nel nostro paese da genitori stranieri o vi giungono in tenerissima età, i quali con maggior probabilità daranno origine a un senso di appartenenza connesso prevalentemente al contesto di approdo.<br />
Diverso anche il modo con cui le due generazioni reagiscono all’impatto con una società stigmatizzante: mentre nelle seconde generazioni, fra le adolescenti, pare ravvisabile una maggior tendenza al mimetismo e un’enfasi sui tratti stereotipati associabili al genere femminile (essere buone, disponibili, tranquille, generose), nelle prime non è raro il caso di donne che si adoperano per il riscatto del lato buono dell’identità albanese, specie se coinvolte in attività di mediazione culturale o se in contatto con realtà pubbliche istituzionali. Anche tra le adolescenti, tuttavia, in alcuni casi, soprattutto se in ambito familiare vi è un’attenzione specifica dedicata alle proprie origini, vi è un particolare attaccamento verso la propria realtà culturale, sebbene vi sia anche il desiderio di essere riconosciute come degne di appartenenza anche dalla comunità italiana.<br />
Per quanto riguarda un altro aspetto, ossia l’atteggiamento riguardo alle chance di vita (7) delle seconde generazioni, rilevante si è mostrato il condizionamento subito rispetto dal progetto migratorio familiare. In particolare, il comportamento riscontrato nelle adolescenti, pare distanziarsi da una logica individualistica (le ragazze non sono incoraggiate a scegliere esclusivamente sulla base di ciò che a loro piace) e abbracciare una predisposizione a una scelta del proprio futuro di tipo familiare, sulla scorta delle aspettative che hanno alimentato la partenza dal proprio paese. Inoltre, pare venga assunta un’ottica, tendenzialmente, a valenza strumentale, anziché espressiva, ossia le adolescenti scelgono il loro futuro soprattutto al fine di realizzare precisi obiettivi economici e di mobilità sociale e non per dare spazio alle proprie aspirazioni personali. Il condizionamento familiare rispetto alle chance di vita è evidentemente un aspetto che va a influire anche sui percorsi della componente autoctona, tuttavia, le aspettative familiari, in seguito a un investimento migratorio, possano premere ben più pesantemente sui destini delle seconde generazioni straniere. I processi di scelta appaiono, peraltro, anche in parte condizionati dalla variabile di genere, per cui la propensione nel caso della comunità albanese è quella di orientare le proprie figlie verso percorsi tipicamente femminili, che generalmente implicano flessibilità d’orario, coinvolgimento relazionale intenso, ma anche mansioni di scarso prestigio e maggior instabilità occupazionale.<br />
Dal punto di vista del capitale sociale, sia le prime che le seconde generazioni femminili soffrono di una debolezza nella possibilità di costruire reti relazionali ricche, sia all’interno della propria comunità presente in Italia, sia rispetto alla componente autoctona, il che incide in particolare sulle seconde generazioni in termini di integrazione e rispetto alle proprie scelte di vita future (reti povere significa spesso poche informazioni che aiutino nei processi di scelta).<br />
Tuttavia, dalla ricerca condotta, le donne incontrate hanno mostrato anche uno sforzo rilevante, intrapreso sia dalle adolescenti che, in alcuni casi, dalle loro madri, per accreditarsi rispetto alla comunità di approdo: in tal senso è apparso emblematica la scelta da parte di alcune famiglie, per esempio, di abbracciare la religione cattolica non solo sulla scorta di un bisogno di fede interiore, ma anche al fine di dare risposta a un bisogno di appartenenza sociale.<br />
Per le seconde generazioni femminili, è emerso, inoltre, come incisivo il ruolo giocato dalla madre: figure materne dall’atteggiamento intraprendente, solerte, operoso, dotate di strumenti adeguati di interpretazione della realtà, hanno mostrato efficacia nel costruire opportunità più ricche per la crescita delle proprie figlie, al contrario di madri con un comportamento passivo, chiuso, rigido e stereotipato. Tuttavia, a controbilanciare l’apporto materno si è evidenziata, come altrettanto determinante, la presenza di una figura paterna in grado di equilibrare l’intenso rapporto fra madre e figlia, così come a proiettare una visione corretta e propositiva dell’investimento all’esterno del nucleo familiare. Padri notevolmente provati e penalizzati dal contatto diretto con la società di accoglienza, con scarsa fiducia nelle proprie capacità di riuscita, così come padri che abdicano o vivono in modo inadeguato il proprio ruolo in ambito familiare, penalizzano, evidentemente, il destino delle proprie figlie.<br />
Dalla ricerca si è rilevata anche una istituzione scolastica che, nonostante il molto impegno, fatica ancora a promuovere, specie nei gradi di istruzione superiori, la diversità come ricchezza, essendo spinta nel proprio agire prevalentemente da un ottica universalistica che tende a negare le differenze culturali di cui i soggetti stranieri sono portatori.<br />
Il punto di forza resta la famiglia che nei casi incontrati ha mostrato, seppur sovraccaricata da problemi economici e sociali, una buona tenuta e una significativa capacità di fronteggiare le difficoltà in cui si è imbattuta. Gli interventi di politica locale per l’inclusione a sostegno di queste famiglie, in particolare nelle zone non cittadine, sono apparse, di contro, piuttosto deboli e le famiglie si reggono, quindi, quasi esclusivamente sulle proprie risorse.<br />
Rispetto al nostro stile di vita, invece, gli adulti, in particolare, hanno mostrato disorientamento e atteggiamento critico, disapprovazione verso modelli del femminile eccessivamente emancipati, preoccupazioni educative rispetto alle seconde generazioni riguardo al rispetto delle regole e dell’autorità genitoriale, riguardo a come conciliare uno stile esterno alla famiglia giudicato un po’ troppo disinvolto e stile di vita interno condizionato da valori diversi ma anche da ristrettezze economiche. Le prime generazioni, invece, sono parse più impegnate nella ricerca di un equilibrio tra quanto appreso in famiglia e quanto incontrato all’esterno. Colpisce, in particolare, il valore formativo che per alcune ragazze ha avuto l’esperienza migratoria sul piano della maturazione personale. Specialmente nel confronto con le generazioni autoctone, infatti, è degno di nota osservare come le adolescenti intervistate abbiano mostrato di possedere un tendenziale orientamento verso quella che da Anolli [2006] viene definita mente multicuturale, ossia la capacità di governare gli indizi culturali forniti dal contesto, che di volta in volta si presenta come cornice dell’esperienza, dimostrando di adattarvisi attivamente, rispondendo, cioè, in modo appropriato alle aspettative relazionali e sociali in atto.<br />
La conduzione di una ricerca di questo taglio, che certo non persegue obiettivi di rappresentatività del campione di soggetti analizzati, ma intende raggiungere in profondità i contenuti della loro esperienza e dare voce ai singoli percorsi di vita porta con sé, in termini di valori aggiunti, l’opportunità di conoscere meglio una comunità fortemente stigmatizzata, di approfondire il tema dell’evolversi dell’identità femminile nella componente immigrata e in generale, nella nostra nuova società multiculturale, di riflettere sul destino delle seconde generazioni immigrate, di pensare a un loro futuro di convivenza con le nostre generazioni, in cui tutti abbiano riconosciuta una cittadinanza sostanziale e un accesso ai diritti reale.</p>
<p><strong>Notizie sull&#8217;autrice</strong></p>
<p><em>Claudia Cominelli, che si occupa dello studio dei fenomeni migratori dal 1998, è Dottore di ricerca presso l’Università Cattolica di Milano e assegnista di ricerca presso il Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Migrazioni &#8211; Brescia (CIRMiB), con sede presso l’Università Cattolica di Brescia.</em></p>
<p><strong>Note al testo</strong><br />
1 Per un approfondimento vedi per es.: Biagini A. (2005), <em>Storia dell’Albania contemporanea</em>, Bompiani, Milano; Jade R. (1998), <em>Albania. Storia economica e risorse. Società e tradizioni. Arte cultura. Religione</em>, Pendragon, Bologna; Micunco G. (1997), <em>Albania nella storia</em>, Besa, Lecce.</p>
<p>2 Si veda: Simmel G. (1989), <em>Excursus sullo straniero</em>, in Simmel G., <em>Sociologia</em>, Edizioni di Comunità, Milano, pp.580-584; Tabboni S. (a cura di) (1990), <em>Vicinanza e lontananza. Modelli e figure dello straniero come categoria sociologica</em>, Franco Angeli, Milano.</p>
<p>3 Per un approfondimento rispetto all’immagine veicolata dai mass-media dell’immigrato albanese si veda per esempio : Vehbiu A., Devole R. (1996), <em>La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass-media</em>, Ed. Paoline.</p>
<p>4 Per un approfondimento rispetto al tema delle donne albanesi coinvolte nel traffico di prostituzione e tratta si vedano per esempio: Carchedi F et al. (2000), <em>I colori della notte</em>, Franco Angeli, Milano; Carchedi F., Mottura G., Pugliese E. (2003), Il <em>lavoro servile e le nuove schiavitù</em>, Franco Angeli, Milano, in particolare cap. 5; Monzini P. (2002), <em>Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento</em>, ed. Donzelli, Roma; Mascellini F. (2004), <em>Donne: vittime di tratta e possibilità di recupero</em>, in Caritas/Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2004, Caritas/Migrantes, Roma, pp. 177-185; Carchedi F. (2004), <em>Prostituzione migrante e donne trafficate. Il caso delle donne albanesi, moldave e rumene</em>, Milano, Franco Angeli; Abbatecola E. (2006), <em>L’altra donna. Immigrazione e prostituzione in contesti metropolitani</em>, Franco Angeli, Milano.</p>
<p>5 Consapevoli della ristrettezza del campione di intervistati, si sottolinea che quanto è espresso va considerato nell&#8217;ottica di proporre delle “considerazioni situate”, ossia ricavate dal particolare incontro di un determinato ricercatore, con un preciso e specifico gruppo di soggetti, in un circostanziato contesto spaziale e temporale. Nulla, quindi, di quanto è affermato ha la pretesa di rappresentare “la verità”, né riguardo la comunità albanese, né tanto meno rispetto a dinamiche sociali ben più ampie. Del resto la ricerca condotta, trattandosi di una rilevazione qualitativa, è ben lontana dal desiderare di rispondere a canoni di rappresentatività, oggettività e standardizzazione, tuttavia, non si esimerà dal riportare alcune “verità”, innanzitutto quella del ricercatore stesso che inevitabilmente lascerà trasparire il suo particolare modo di vedere i fenomeni e gli attori sociali, oltre a quella degli intervistati, a cui il ricercatore, proprio privilegiando una metodologia a bassa direttività, ha cercato di dare spazio, rappresentandoli e permettendo di autorappresentarsi. E&#8217; evidente che gli elementi riscontrati nel corso della ricerca per trovare conferma dovranno essere sottoposti a ulteriori approfondimenti e comparazioni.</p>
<p>6 Si precisa che il modello di analisi illustrato da Poggio nel testo “Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali” [2004, cit. in bib.] fa riferimento specifico alla ricerca narrativa, tuttavia, considerando lo strumento di raccolta dati utilizzato, si è ritenuto non illegittimo mutuarlo per questa rilevazione.</p>
<p>7 Qui si fa riferimento al concetto di “chance di vita” elaborato da Dahrendof nell’opera <em>La libertà che cambia</em> [1980, Laterza, Roma-Bari] e in altri lavori successivi.</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Ambrosini M., Molina S. (2004), <em>Seconde generazioni. Un’introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia</em>, Fondazione Agnelli, Torino.<br />
Ambrosini M.(2005), <em>Donne migranti e famiglie trasnazionali</em>, in <em>Sociologia delle migrazioni</em>, Il Mulino, Bologna, pp.133-162.<br />
Anolli L. (2006), <em>La mente multiculturale</em>, Laterza, Roma-Bari.<br />
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Jakova V., Parenzan R. (a cura di) (2002), <em>Albania</em>, Vannini, Brescia.<br />
Kasoruho A. (1997), <em>Un incubo di mezzo secolo: l’Albania di Enver Hoxha</em>, Besa, Lecce.<br />
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Melchionda U. (a cura di) (2003), <em>Gli albanesi in Italia. Inserimento lavorativo e sociale</em>, Franco Angeli, Milano.<br />
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Poggio B. (2004), <em>Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali</em>, Carocci, Roma.<br />
Resta P. (a cura di) (1996), <em>Il Kanun. Le basi morali e giuridiche della società albanese</em>, Besa, Lecce.<br />
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Romania V. (2004), <em>Farsi passare per italiani. Strategie di mimetismo sociale</em>, Carocci, Roma.<br />
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Villano P., Zani B. (2004), <em>Donne forti: 35 interviste a donne maghrebine e albanesi</em>, in “Psicologia Contemporanea”, n. 185, pp. 34-41.</p>
<p>(Il precedente articolo del ciclo Migrazioni Possibili sulla realtà della Chinatown londinese è<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/"> qui.)</a></p>
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		<title>Chinatown, Londra: tra mito e realtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 05:00:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Nicola Montagna (Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “Razzismi quotidiani”. Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="https://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.<br />
In particolare sarà dato spazio alle politiche di risposta alle migrazioni e alle analisi di supporto alle politiche di accoglienza. Vogliamo dar voce alle risposte strutturate alle migrazioni che vadano oltre le misure d&#8217;emergenza,  focalizzare i grandi errori o la gestione dei conflitti degli interessi economico sociali che si creano tra migranti e comunità locali.<br />
Quindi “Migrazioni possibili” presenta casi, notizie su come si muovono le istituzioni di fronte alla questione sociale, che ingloba la migrazione, ma non si esaurisce in questa. MLV)<br />
</em></p>
<p>Più che come una metropoli Londra si presenta come una cosmopolis. Luogo di transito o di permanenza per immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, minoranze etniche, migranti temporanei tra cui studenti, turisti, giovani avventurieri, professionisti e lavoratori altamente qualificati, nuovi e vecchi ricchi che la eleggono a loro domicilio fiscale, Londra è una città visceralmente cosmopolita. Nemmeno la segregazione spaziale, l’esistenza di comunità perimetrate, o la presenza di conflitti, discriminazioni di genere e di etnia impediscono alla capitale inglese di essere una città dove il cosmopolitanismo ha assunto uno stato di relativa normalizzazione.<br />
Chinatown è un elemento potente nella rappresentazione di Londra come città cosmopolita.</p>
<p><span id="more-5197"></span>È una vetrina del successo della comunità cinese ed espressione della sua incorporazione economica ed integrazione culturale nella città e nella società inglese. È sede di importanti celebrazioni culturali cinesi, come China in London 2006 e 2007 e il Capodanno cinese. È uno dei principali itinerari turistici promosso dalle guide e dalle stesse istituzioni, uno shopping centre non solo per turisti ma anche per i residenti. Anche il governo cinese sfrutta la fama di Chinatown per promuovere l’immagine della Cina all’estero contribuendo ad iniziative culturali e commerciali.</p>
<p>In questo contributo analizzerò Chinatown ed il suo ruolo sia come città-vetrina, branded city, sia come luogo d’identità e senso per gli immigrati cinesi a Londra, ma non prima di avere descritto per sommi capi le caratteristiche della nuova immigrazione cinese. Esso si basa su due progetti di ricerca che insieme ad alcuni colleghi della Middlesex University e della Leeds University sto conducendo sui nuovi immigrati cinesi a Londra e sul significato di Chinatown per la diaspora cinese.<strong>1. La nuova immigrazione cinese a Londra</strong><br />
La popolazione di origine cinese è uno dei più vecchi e dei principali gruppi etnici presenti a Londra. I primi immigrati arrivarono intorno alla metà del secolo scorso ed erano marinai che sbarcavano dalle navi e decidevano di fare fortuna o cercare migliori opportunità di vita nella capitale inglese. La prima area cinese ha quindi sede nella zona dei docks ed è a partire da quegli anni e con maggiore vigore a cavallo del secolo che comincia a svilupparsi il mito di Chinatown come zona esotica, pericolosa, immorale. Dopo un lungo periodo di relativa stabilità, a partire dagli anni ’70, e con maggiore vigore dagli anni ’90 e nel corso dei primi anni del nuovo millennio l’immigrazione cinese ha registrato un rinnovato impulso. Nel 2001 gli immigrati d’origine Cinese a Londra erano 80.206, un terzo del totale a livello nazionale, due terzi dei quali nati e cresciuti a Londra. A partire dal 2001, secondo cifre ufficiose, ci sarebbero stati tra 50.000 e 80.000 nuovi arrivi.<br />
I nuovi immigrati hanno trasformato la comunità cinese per molti rispetti. Innanzitutto, è cambiato il rapporto numerico tra cinesi nati in Inghilterra e quelli provenienti da altri paesi. Contemporaneamente vi è stata una diversificazione territoriale dei nuovi arrivati, che non provengono più solamente da Hong Kong, o dal Viet Nam come era avvenuto negli anni ’70, ma soprattutto dalla madre patria e da alcune regioni del sud-est. Vi è poi stata una diversificazione sociale ed occupazionale. Sono molti gli immigrati qualificati che lavorano nel settore dell’information technology, per agenzie governative o imprese che hanno bisogno di personale bilingue, gli accademici che lavorano nelle università, così come sta crescendo il numero degli studenti cinesi che frequentano le università londinesi. In parallelo, è significativo il flusso dei lavoratori non qualificati o con competenze che non trovano posto nel nuovo contesto, come gli artigiani tagliati fuori dall’industrializzazione e dall’ingresso della Cina nel mercato capitalistico globale o i contadini che non hanno usufruito della crescita economica di questi anni. È inoltre cresciuto uno strato intermedio di immigrati che svolgevano lavori o mansioni qualificate nel paese d’origine e non sono stati in grado ti trasferire le loro competenze nel nuovo mercato del lavoro, ed il numero delle donne che emigrano da sole e non necessariamente al seguito della famiglia. Infine, sono alcune migliaia i richiedenti asilo ed i rifugiati (sindacalisti, membri della setta Falungong etc.).<br />
Dati i numeri dei nuovi arrivati e le restrizioni all’immigrazione da parte del governo Inglese sono in molti a non poter ambire alla fascia alta del mercato del lavoro ed impiegati nell’economia informale, in particolare nella ristorazione o nell’industria alimentare. È un segmento invisibile che permette a questi settori, la ristorazione ma anche le grandi catene della distribuzione come Tesco e Sainsbury, di competere riducendo al minimo il costo del lavoro ed esasperando la rincorsa al ribasso dei prezzi dei loro prodotti. Soltanto raramente questo segmento esce dall’invisibilità. Successe nel 2004 quando 23 immigrati senza permesso di soggiorno morirono a Morecambe Bay sorpresi dall’alta marea mentre stavano raccogliendo frutti di mare (su questa vicenda è stato girato un ottimo film, <a href="http://ghost.anice.co.uk/">Ghosts</a>). Oppure, più recentemente (ottobre 2007), quando la polizia ha organizzato un’enorme e spettacolare retata a Chinatown e portato via 30 lavoratori senza documenti.</p>
<p>Sebbene nel suo insieme la comunità cinese venga spesso indicata come una ‘minoranza modello’ (Pieke 2005), ‘invisibile’ nel dibattito pubblico e nelle politiche di intervento e gli indicatori offrano un quadro economico e scolastico mediamente positivo, i problemi che gli immigrati cinesi devono affrontare quotidianamente sono molteplici: isolamento sociale ed esclusione economica, dispersione geografica, lunghi orari lavorativi, razzismo, scarsa o spesso nulla conoscenza della lingua inglese che in molti casi può essere all’origine degli altri problemi. I gruppi più colpiti sono le donne anziane, immigrate alcuni decenni fa al seguito della famiglia, e gli anziani in generale, i disabili, i nuovi immigrati ed i richiedenti asilo politico.</p>
<p><strong>2. Chinatown tra mito e realtà</strong><br />
Nelle società occidentali gli immigrati cinesi hanno sempre avuto una connotazione negativa ed abbondano i luoghi comuni nei loro confronti. Il cinese è lo straniero per eccellenza, è chiuso, difficilmente avvicinabile, che non integrarsi nella società cosiddetta d’accoglienza ed ha sempre qualcosa da nascondere. Queste convinzioni trovano ospitalità anche nel cinema e nella letteratura per cui il cinese è un personaggio ambiguo e misterioso, un corrotto ed un corruttore, un consumatore d’oppio. Sono gli stessi immigrati cinesi a denunciare il modo in cui la società occidentale guarda a loro. “Ho sempre avuto la sensazione che l’occidente avesse un problema psicologico nei confronti della Cina … come se fosse ‘Fu Manchu’, o come se fosse il pericolo giallo” (brano tratto da un’intervista).<br />
Una sorte simile è toccata anche alla Chinatown di Londra sia come luogo storico sia come astrazione. Più precisamente, si può affermare che esistono due Chinatown: quella mitologica ed inventata e quella storica e reale. La prima è una costruzione occidentale che vede in Chinatown una zona misteriosa, un luogo di traffici dove dare sfogo a depravazioni (sesso) e vizi (oppio e gioco d’azzardo). Parafrasando Edward Said (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788807102790/said-edward-w/orientalismo.html">Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2002</a>) sul modo in cui l’occidente si rappresenta l’oriente, Chinatown stessa è in un certo senso un’invenzione dell’Occidente, un’enclave esotica nel cuore delle società occidentali dove sono possibili esperienze in qualche misura eccezionali.<br />
La Chinatown reale è una realtà complessa, uno spazio urbano che ha diverse facce, talvolta conflittuali ma anche sovrapposte. La prima è quella di area turistica, che attrae milioni di turisti ogni anno, sostenuta e riconosciuta come tale dalla stessa municipalità di Westminster, nel centro di Londra dove Chinatown ha sede. Sotto questo profilo è un’area normalizzata, incorporata nell’industria del turismo di Londra e da cui molti attori traggono profitti; innanzitutto imprese immobiliari come Rosewheel and Shaftesbury che sono proprietarie di gran parte degli immobili della zona; in secondo luogo i commercianti ed i ristoratori cinesi, che bilanciano gli esosi affitti degli immobili con l’utilizzo di manodopera irregolare; infine, le catene di negozi (Starbucks etc.) e le attività commerciali (ad esempio case di scommesse come Windmill) che non appartengono a persone di origine cinese ed hanno sede a Chinatown, nelle vie limitrofe o del centro di Londra. Per questi attori Chinatown non è più un’invenzione che appartiene al mito ma è semplicemente una “gallina dalle uovo d’oro” (definzione data da un testimone privilegiato), un potente fonte di ricchezza.<br />
Chinatown, però, non è soltanto una branded area, una città vetrina da offrire al turismo di massa, un parco a tema di una più vasta disneycity che comprende il London Eye, il Big Ben, il cambio della guardia e, perché no, luoghi culturalmente più blasonati come la Tate Modern, il British Museum o i teatri del centro di Londra. In generale, Chinatown ha un ruolo importante nella vita sociale quotidiana degli immigrati cinesi (Christiansen 2003). “Poiché alcuni non parlano inglese o non hanno accesso a internet e non possono nemmeno leggere i giornali cinesi … se vanno a Chinatown trovano ciò che vogliono ed anche velocemente” (brano tratto da un’intervista). Essa è per certi versi una piazza dove gli immigrati della diaspora londinese scambiano informazioni, organizzano campagne politiche, s’informano sui recenti avvenimenti che riguardano la Cina e l’immigrazione cinese in altre parti del mondo (per esempio, ha avuto molto rilievo la notizia della rivolta a Milano nell’aprile del 2007).<br />
In questa area una minoranza etnica facilmente visibile e riconoscibile, soggetta a varie forme di razzismo molecolare, può riconoscersi, scappare da quel senso di isolamento che nasce dalla particolare dispersione della comunità cinese. Chinatown, pur essendo un luogo ad uso e consumo del turismo di massa, rappresenta un rifugio dalla ‘visibilità razziale permanente’. Di conseguenza, riesce a trasmettere intimità ad alcuni immigrati cinesi: “Quando ero qui da poco era strano e vedere dei cinesi mi trasmetteva un senso di intimità. A quell’epoca, quando venivo a Chinatown, mi ricordava il mio paese. Sentivo nostalgia così venivo a Chinatown e mi sentivo felice&#8230;”. Oppure: “Londra ha un’atmosfera cinese, così molti cinesi possono adattarsi alla vita di Londra … poiché ci sono moti cinesi a Londra non c’è nemmeno bisogno di parlare inglese poiché sono in molti a parlare cinese” (brani tratti da due interviste).<br />
Infine, Chinatown è uno spazio transnazionale, un nodo che connette il locale ed il globale. Lo è come global brand, un marchio esportato in altre parti del mondo, come altri simboli del turismo che hanno ormai trovato cittadinanza globale, ed adattato allo stile architettonico locale. Lo è come sede di banche (la HSBC e la Bank of China per esempio) che curano le rimesse degli immigrati cinesi nel paese d’origine. Lo è come sede delle agenzie di viaggio cinesi che organizzano viaggi per la Cina ed hanno come clientela quasi esclusivamente l’immigrato cinese. Lo è come porta d’ingresso in Inghilterra per i nuovi immigrati cinesi come emerge dal racconto di un’immigrata arrivata agli inizi degli anni 2000 sulla sua esperienza a Londra: “Quando arrivai a Chinatown per la prima volta sono riuscita a trovare un posto dove stare attraverso un po’ di aiuto. Stavo aspettando e mi sentivo persa. Completamente senza aiuto. Nessuno sembrava notarmi. Ho chiesto qualcosa a qualche cinese che incontravo ma mi rispondevano in inglese e non capivo nulla. Poi vidi un gruppo di cinesi uscire da quella che suppongo fosse una casa di scommesse. Mi diressi verso di loro ed uno di loro parlava un po’ di mandarino. Dissi che stavo cercando una stanza e lui rispose che poteva chiedere ad un amico se aveva una stanza. Chiama l’amico con il cellulare ed alla fine trovai questo posto. È stata un’esperienza molto dura”.<br />
Lo è come spazio che attrae investimenti dalla Repubblica Cinese per cui “lentamente, lentamente stanno giocando un grande ruolo, come il ristorante all’angolo o i supermercati che hanno aperto negli ultimi anni [sono d’investitori dalla Cina]” (brano tratto da un’intervista). Lo è, infine, come luogo di rappresentanza del governo cinese che fa delle donazioni per abbellire e rendere più attraente Chinatown e promuovere l’immagine della Repubblica Popolare Cinese all’estero.</p>
<p>Come si vede, Chinatown è uno spazio complesso, che presenta diversi strati sovrapposti. Per usare la celebre definizione di Marc Augé è luogo ed insieme non-luogo. In quanto città-vetrina, area turistica, semplice oggetto di consumo e di passaggio, spazio in cui “si riannodano i gesti di un commercio ‘muto’, un mondo promesso all’individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio, e all’effimero” (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788889490020/augeacute/nonluoghi-introduzione-una.html">Marc Augé Nonluoghi. Introduzione a un&#8217;antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2005</a>), Chinatown è un non-luogo. In quanto spazio sociale dove i vecchi ed i nuovi immigrati intessono relazioni e spazio dove si costruisce cultura, storicità e riconoscimento Chinatown è un luogo di appartenenza e d’identificazione per la dispersa comunità cinese.</p>
<p><em><strong>Nicola Montagna</strong> è dottore di ricerca e Research Fellow presso la Middlesex University di Londra. Si occupa di movimenti sociali e di immigrazione, sui quali ha scritto diversi saggi per libri e riviste accademiche.</em></p>
<p><em>Altri riferimenti bibliografici in lingua inglese:</em></p>
<p><a href="http://www.compas.ox.ac.uk/publications/Working%20papers/Frank%20Pieke%20WP0524.pdf">Pieke F.N. (2005) <em>“Community and Identity in the New Chinese Migration Order”</em> COMPAS Working Papers WP-05-24</a></p>
<p>Christiansen F. (2003) <em>Chinatown, Europe. An exploration of of Overseas Chinese Identity in the 1990s</em>, Routledge, London</p>
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		<title>Opera al nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 12:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Per Laura e Luca e gli altri &#8220;Quando l’odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli.&#8221; Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte Il paesaggio è quello che conosci da una vita. Campi brumosi, file d’alberi secchi, palazzi color ribes, un paio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/15/razzismi-quotidiani/"><img id="image2208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small.gif" alt="logotipo Razzismi Quotidiani" align="right" /></a></p>
<p>di <strong>Giorgio Fontana</strong></p>
<p><small><em>Per Laura e Luca e gli altri</em></small></p>
<p><small>&#8220;Quando l’odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli.&#8221;</small><small> Louis-Ferdinand Céline, <em>Viaggio al termine della notte</em></small></p>
<p>Il paesaggio è quello che conosci da una vita. Campi brumosi, file d’alberi secchi, palazzi color ribes, un paio di gru, e la tangenziale ovest come un fiume in piena. Il campo le sorge quasi a fianco, all’imbocco del paese. Il cartello OPERA ti dà il benvenuto. È un pomeriggio di fine gennaio. Sai che ne hanno già parlato i telegiornali, a tempo debito: ma questo non è un motivo per smettere d’interrogarsi. Come se le cose possano finire, una volta trasformate in “notizie”. Come se non ci fossero anche tempi indebiti.<br />
Passi davanti al presidio. Davanti agli striscioni VIA I ROM e DOPO I POOH…I NOMADI. La gente parla e ti guarda sdegnata. Poi il primo che ti viene incontro, dopo cinquanta metri di fango, è un bambino di sette anni. Si chiama Andrej. <span id="more-3183"></span>Ti vede con il bloc-notes in mano e cerca subito di sbirciare, ma è deluso quando nota che non hai ancora scritto nulla. Ha un pallone sgonfio in mano. “Abbiamo una squadra, qui”, dice. “Siamo già sette o otto. E abbiamo scritto una lettera all’Inter.” Giocano un po’ con tutti. Qualcuno è un po’ scarso, però vabbè. Ti chiede se più tardi vuoi fare due tiri.<br />
Tu sorridi e dici okay, poi alzi lo sguardo e cominci a registrare dove ti trovi. Un terreno fangoso e ghiaioso. Quindici tende di media grandezza. Bidoni della spazzatura. Persino qualche estintore. Ma un unico bagno, con due docce e sei gabinetti. Solo due fuochi per cucinare. Niente lavatrice. Un rubinetto all’aperto, con acqua fredda, per lavare i piatti. Quasi ogni giorno la corrente salta. Non c’è illuminazione notturna, a parte due grandi fari.<br />
Sullo sfondo, una rotonda e i cieli vuoti del sud milanese.<br />
Una settantina di persone vivono qui al momento. Circa la metà sono bambini.</p>
<p>La storia comincia con uno sgombero il 14 dicembre in Via Ripamonti. Tutti rumeni, e tutti dotati di regolare permesso di soggiorno. Gente senza precedenti penali, gente normale che lavorava. Il campo stesso è regolare, secondo accordi con la Provincia e il Comune di Opera, e viene gestito dalla <a href="http://www.casadellacarita.org">Casa della Carità Angelo Abriani</a>. L’organizzazione sta puntando all’idea coerente di fare una serie di campi più piccoli, meglio gestibili, per evitare babilonie come il <a href="http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&amp;cont_id=5973">Triboniano</a>.<br />
Laura ha ventiquattro anni ed è il tramite del Comune. Le chiedi che attività stanno portando avanti. Lei ti racconta di come i nomadi tengano alle loro tende, di come siano linde e ben conservate. Ti racconta dei corsi d’italiano per gli adulti. Ti spiega dei concerti e delle partite di calcio che hanno organizzato. E dello sportello per il lavoro che il Comitato Festa dei Popoli, di cui fa parte, sta pensando di attivare.<br />
Ti porta a sentire una lezione di canto a cura della Comunità S. Egidio. Una ragazza suona la chitarra e sette bimbi in cerchio cantano <em>Alla scuola della pace, puoi venire se vuoi, puoi venire puoi ballare…</em> Hanno le facce contente ma un po’ stanche. Sotto un rettangolo di neon, fanno merenda con torta e succhi di frutta in cartone. Mentre scrivi vedi l’alito dal freddo, e per terra c’è solo terra. Laura ti indica uno striscione colorato: IL PAESE DELL’ARCOBALENO / SCUOLA DELLA PACE.<br />
Per un po’ dimentichi quello che c’è fuori. Dimentichi il presidio, le gru, il fango. I bambini ti guardano e sorridono. Tu sorridi. Laura sorride.</p>
<p>Poi però vi sedete su una panchina bianca, in mezzo al prato. Tu riapri il bloc-notes. Laura si accende una sigaretta e comincia a raccontare ciò che le pesa di più. Perché tutto quello che stanno facendo è bello e difficile, ma c’è chi lo sta rendendo ancora più difficile. La parte oscura della storia. L’intolleranza dei suoi concittadini.<br />
“Pensa che il Comune non vuole neanche rendere noto che mi paga per fare da tramite”, dice. “Non vuole farli incazzare ulteriormente.” Punta un dito poco oltre il recinto, verso il presidio. Già, il presidio. È lì dal 20 dicembre, come misura preventiva. Le tende sarebbero arrivate solo il giorno dopo. E durante il consiglio comunale, ecco la storia nota, la notizia: le tende vengono bruciate (molte contenevano già vestiti e beni personali) e i resti portati via come trofei.<br />
Per la prima settimana, picchettano anche ragazzi di Forza Nuova e alcuni ultras dell’Inter: si fa girare la voce di stare attenti, perché “Qui c’è gente coi coltelli.” Col tempo, gran parte della popolazione viene fomentata.<br />
Adesso, dopo un mese, il presidio sembra un luogo d’aggregazione. C’è un baracchino che vende panini e bibite. Fornisce i panini anche alla polizia, con la quale ormai ha fraternizzato. “A volte restano qui tutta la notte”, dice Laura. “Fin dai primi giorni la polizia li ha invitati a restare, per arginare un ulteriore afflusso. Afflusso che comunque non ci sarebbe mai stato, per accordi presi in precedenza con la comunità.”<br />
Poi lei ti racconta dei fatti e tu scrivi meccanicamente.<br />
Da questo momento in poi, sei solo tu e la tua penna.<br />
Il 23 dicembre alcuni ragazzi hanno tolto tre striscioni razzisti dal presidio. Uno di loro è stato fermato dalla polizia e trattenuto fino alle 4 del mattino, poi convocato in questura dalle 8.30 alle 13. Gli sono stati chiesti i nomi dei compagni e le targhe delle auto. “Qual è il mio reato?”, ha domandato. “Nessun reato”, gli è stato risposto, “ma noi dobbiamo essere informati dei fatti.”<br />
La notte successiva – la notte di Natale – è stato stracciato dai picchettanti il controstriscione NO AL RAZZISMO, SI ALL’ACCOGLIENZA. Sotto gli occhi della DIGOS, che non muoveva un muscolo.<br />
Tu scrivi.<br />
Il 15 gennaio è stato organizzato un concerto con musicisti rom. Nel frattempo un corteo di presidianti ha cominciato a inveire. I ragazzi dell’organizzazione sono dovuti restare nel campo fino alle 22, per evitare ulteriori rappresaglie. “Quando siamo usciti”, racconta Laura, “ci hanno urlato SPERIAMO CHE I ROM VI UCCIDANO TUTTI!” Alcuni di loro sono dovuti scappare. Alcuni sono stati inseguiti.<br />
Il 19 gennaio c’è un corteo con Borghezio. I nomadi vengono evacuati alla Casa della Carità, per motivi di sicurezza. Il dispiegamento delle forze dell’ordine è tale da spaventare i pochi del controcorteo.<br />
Tu scrivi.<br />
Qualche giorno fa Laura è uscita dal campo alle 20 e un tizio le ha detto: “Matrimonio, eh?” Lei ha scosso la testa: “Scusi?”, ha chiesto. “Massì”, ha fatto il tizio ridendo. “Per forza. Sei vai lì dentro vuol dire che vai a cercarti un manico da scopare.”<br />
Un ragazzo rom, trattenuto fino a tardi in Casa della Carità, ha preferito entrare dal lato opposto del campo – una bella camminata – per evitare le minacce del picchetto. <em>Ti fidi a passare di qui? Ti fidi davvero?</em><br />
Tu scrivi.<br />
Di fronte a tutto questo, di fronte a un mese di ingiustizia e contraddizioni, Laura ha chiesto l’atto pubblico del presidio. Risposta: non esiste. Non esiste? No, non esiste. Trenta giorni di picchettamento senza alcun atto pubblico.<br />
“Ma al di là di tutto, la cosa peggiore è forse lo stato d’ignoranza della gente”, dice Laura. “E loro giocano su questo. Sui pregiudizi più banali, sulla mala informazione. Sulla presunta delinquenza dei rom, che sono tutti uguali, che rubano al mercato e vivono di niente&#8230; Capisci? Se ci crede mia nonna, ci può anche stare. Ma non che ci creda uno della mia età.”<br />
“È ovvio che campi come il Triboniano siano posti allucinanti”, prosegue. “Ma è la solita vecchia equazione. Più caos, più emarginazione, più povertà, più delinquenza. Non c’è nessuna politica di integrazione a monte. C’è solo l’idea della tolleranza zero.”<br />
Tu scrivi.<br />
Laura scuote la testa e fuma una sigaretta dietro l’altra.</p>
<p>Alla fine vieni presentato a L. – un rom di cinquant’anni, grassoccio, gioviale. È uno di quelli che parlano meglio l’italiano. Scambiate due chiacchiere mentre cuoce del maiale su una piastra. Manda un buon odore, un odore selvatico. Le figure e i gesti si sfanno nel fumo.<br />
“In cinque anni, mai è successa una cosa simile”, dice. “In Via Ripamonti nessuno si lamentava. Se dovevano sgomberare un campo di delinquenti, avevano ragione.” Rovescia un pezzo di maiale. “Io capisco gente. Qualcuni sono buoni, qualcuni cattivi: come per tutti. Perché però noi tutti cattivi? Secondo me hanno sgomberato la comunità sbagliata”, dice. “Volevano prendere altri, gente cattiva. Invece hanno preso noi, che è tutta gente che lavora.” Lo ammette così, alzando le spalle, sorridendo. Il maiale sta diventando quasi nero.<br />
“Mi sta dicendo che vi hanno preso <em>per sbaglio</em>?”<br />
“Non sono sicuro. Io penso di sì.”<br />
Tu non dici niente.<br />
È troppo.<br />
Ti rendi conto che è da quando sei arrivato qui che non hai detto nulla. Scrivi anche questo. Poi L. si prepara per la cena, Laura ti lascia solo un istante, i bambini si diradano e vanno a giocare a pallone accanto alla luce. Passa una ragazzina in bici con le ciabatte e i capelli fradici.<br />
Non hai niente da dire, e allora scrivi.<br />
Scrivi che qui adulti e bambini sono ghettizzati. Scrivi che il degrado psicologico e sociale di questa gente è totale. Scrivi che è domenica pomeriggio e loro non possono nemmeno entrare in un bar, come qualunque essere umano. Scrivi questo. Scrivi che stai assistendo a uno stato di segregazione. Ora. Nel 2007. A cinque chilometri da Milano. Senza alcuna giustificazione legale. Senza che le forze dell’ordine difendano delle persone <em>con regolare permesso di soggiorno</em>. Stai assistendo a tutto questo. Un giorno di gennaio.<br />
A cosa pensi?<br />
A un sacco di cose. A quando stavi in Francia, ai discorsi dei magrebini che conoscevi, all’assurdità di un’espressione come <em>immigrato di terza generazione</em>. Pensi al <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/12/26/porrajmos-%e2%80%93-l%e2%80%99annientamento">Porrajmos</a> e ai buchi nei libri di storia. Pensi a questo schifo di cielo grigio.<br />
Ma soprattutto, pensi che non dovresti mai smettere di interrogarti. Perché le “notizie” sono soltanto segnali. Punte di iceberg che nascondono blocchi enormi di paure, reazioni inconcepibili. Ti arriva alle orecchie che dieci giorni fa hanno sgomberato un altro campo a Chiaravalle. Le notizie sono squarci di un tessuto che è fatto d’ignoranza e odio.<br />
Tu pensi.<br />
Ma quei bambini là, che giocano a pallone sotto il campo e i lampioni e le gru, dieci o undici anni al massimo, come cresceranno? Loro, cosa cazzo penseranno di noi?<br />
“Se gli chiedi di disegnare il futuro”, ti ha detto Laura stringendoti la mano, “disegnano case e non tende, automobili e non biciclette scassate. Vogliono solo una vita normale. Nient’altro. Soltanto una vita normale.”</p>
<p>***</p>
<p><small><a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/09/22/dublino-2006-note-su-un-fenomeno-di-massa/">Qui</a> un altro scritto dello stesso autore.</small></p>
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		<title>Reportage dall’inferno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2006 04:41:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[cristina giudici]]></category>
		<category><![CDATA[razzismi quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[roberto santoro]]></category>
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					<description><![CDATA[La discesa di Cristina Giudici nell’Islam italiano sesta puntata de &#8220;Il giornalismo italiano e l&#8217;Islam&#8221; un&#8217;inchiesta di Roberto Santoro [leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta puntata] Tutto è nel punto di vista. Tutto il visibile è nel punto di vista. Gilles Deleuze Negli anni ottanta, Cristina Giudici lavorava per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La discesa di Cristina Giudici nell’Islam italiano<br />
</strong><br />
<em>sesta puntata de &#8220;Il giornalismo italiano e l&#8217;Islam&#8221;</em><br />
<strong>un&#8217;inchiesta di Roberto Santoro</strong><br />
<em>[leggi la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/12/il-giornalismo-italiano-e-lislam/">prima</a>, la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/14/il-trust-orientalista/">seconda</a>, la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/19/il-fante-atlantico/">terza</a>, la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/21/un-giornalista-giusto/">quarta</a> e la <a href="http://https://www.nazioneindiana.com/2006/06/26/il-manager-religioso/">quinta</a> puntata]</em></p>
<p><img id="image2208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small.gif" alt="logotipo Razzismi Quotidiani" align="right" /></p>
<blockquote><p>Tutto è nel punto di vista.<br />
Tutto il visibile è nel punto di vista.<br />
<em>Gilles Deleuze<br />
</em></p></blockquote>
<p>Negli anni ottanta, <strong>Cristina Giudici</strong> lavorava per Radio Popolare. Ha vissuto e raccontato il dramma della guerra civile in Nicaragua e continuato a scrivere di attualità e politica estera per “il Giorno”, “Avvenire”, “Anna”. Dal 2002, pubblica lunghi reportage sulla comunità islamica nazionale nelle pagine del Foglio. Sette di queste inchieste sono state raccolte nel volume <strong>L’Italia di Allah</strong>. <em>Storie di musulmani fra autoesclusione e desiderio di integrazione</em>. Un brillante saggio di idealismo democratico, che nel 2005 ha vinto il premio “Maria Grazia Cutuli” per il giornalismo.</p>
<blockquote><p>Questo libro non è stato pensato per dare risposte, ma solo per sollevare dubbi attraverso storie personali di donne, uomini e adolescenti. Per raccontare che cosa voglia dire vivere all’interno di una famiglia che spesso combatte contro le libertà occidentali, e che cosa significhi per i giovani avere una doppia educazione, quella impartita nelle scuole pubbliche e quella ricevuta in casa o in moschea.[1]</p></blockquote>
<p><span id="more-2225"></span><br />
Il percorso intellettuale di Giudici è comune a quello di altri giornalisti che negli ultimi anni <strong>hanno rotto il vaso del multiculturalismo</strong>, mettendo al centro del proprio lavoro la questione della riforma islamica. Giudici non si ritiene una seguace dell’orianismo nazionale e nemmeno una puerpera <em>neocon</em>. L’influenza di Giuliano Ferrara le è servita per “problematizzare” la questione islamica, senza giudicare le ragioni e i torti.<br />
La reporter si muove su un doppio piano di scrittura, liscio e scivoloso, giornalistico e indiziario. La ricerca sul campo è il nobile principio che la spinge a visitare le moschee italiane, infiltrandosi nelle pieghe dell’islam di casa nostra, per dare voce alle nicchie sociali – le donne e i giovani – in cui maturerà il rinnovamento (<em>nahda</em>).<br />
<strong>La famiglia musulmana</strong> è il cuore della questione islamica, un microcosmo appartato dal resto della società italiana, dominato dal conformismo, dal maschilismo, da un regime patriarcale che alle gonne preferisce la <em>jallaba</em>. L’onore, la vendetta, un sospetto generalizzato, mille sotterfugi, sono questi i sentimenti dilaganti nella famiglia musulmana “media” in Italia.<br />
I fallimenti del nucleo domestico islamico sono alla base del processo di modernizzazione chiesto a gran voce dall’autrice. In realtà, dietro questa psicoterapia familiare, Giudici nasconde il vero timore che prova nei confronti delle più aggressive caratteristiche dell’emigrazione musulmana: <strong>“il numero e la potenza generativa”</strong>.[2]<br />
Il grande avversario di Giudici è “<strong>lui”</strong>, il padre, marito e fratello, un essere dalla libidine sconfinata e dalla sessualità retrograda.<br />
Il maschio arabo pensa solo a riprodursi e a difendere con i denti l’onore delle mogli e delle figlie. Il sesso è “il grande tabù” islamico, sicché la diversità tra “noi” e “loro” non ha più radici razziali ma è diventata una <strong>“guerra tra sessi”</strong>.[3] La convinzione che l’islam possa essere spiegato da un insieme di concetti essenziali (sempre e solo quelli), come la sessualità degradata, il dispotismo maschile, la sottomissione femminile, mostra i limiti della visione di Giudici, la venatura paternalistica della sua promessa riformatrice. “Gli arabi contano solamente come creature puramente biologiche” dice Said, “istituzionalmente, politicamente, culturalmente sono nulla, o quasi. Sono reali soltanto numericamente e in quanto membri della famiglia”.[4]<br />
È vero che l’islam italiano è attraversato da problemi angosciosi e che la giornalista non inventa nulla, ma bisogna tenere conto dell’uso che l’autrice fa di quei concetti all’interno della sua narrazione. L’eccitazione del maschio islamico diventa una sorta di <strong>background culturale neutrale e obiettivo</strong>. Qualsiasi studentessa italiana a Milano vi racconterà almeno una storia di molestie verbali subite in autobus da un carnefice marocchino; queste idee “sembrano possedere uno status epistemologico eguale a quello della cronologia storica o dei dati geografici”.[5]<br />
Poi si scopre che un’operaia cinquantenne di Bagnatici, in provincia di Bergamo, dopo aver denunciato il suo boia marocchino per violenza carnale, è stata accusata di aver mentito, anzi era consenziente, tanto da aver avuto precedenti rapporti sessuali con il presunto maniaco ben prima dell’inaudita violenza, come ha provato l’analisi del DNA (9 dicembre 2005). L’eccitazione tremebonda del marocchino in autobus, per Giudici, invece è un fatto generale, non è una colpa individuale. Nel novanta per cento dei casi, “lui” è sempre umiliato, sprofondato in una condizione di arretratezza e sfruttamento. È un essere abietto che prova rancore verso la società italiana, dove le mogli lavorano ed escono da sole e i figli vanno a scuola e fanno quello che gli pare. Il <strong>villain</strong> è maestro della dissimulazione (<em>taqya</em>): predica l’integrazione dei familiari in pubblico ma in privato vieta ogni contatto fisico con gli infedeli.</p>
<blockquote><p>Lui. Lui e sua moglie che lo sfida (e qualche volta scappa). Lui e i suoi figli che vorrebbero essere italiani, ma non sanno bene come. Lui, lei e l’altra. (…) Lui e la società occidentale che lo incalza, che spesso lo giudica e lo condanna, inducendolo a costruire una barricata di cemento armato per difendersi da un mondo incomprensibile. È fra le pareti domestiche – siano stanze affollate o appartamenti residenziali poco importa – che lui combatte la sua guerra contro l’Occidente. (…) lo scontro con l’Occidente è fatto di piccole cose.[6]</p></blockquote>
<p>I conflitti privati, familiari, generazionali, per Giudici non sembrano avere valore di per sé ma solo in quanto subordinati al fatto che stiamo parlando di maschi arabi. Ogni angolo della famiglia islamica è stato reislamizzato dall’arrapato di casa.[7]</p>
<p><strong>Il particolare è la norma<br />
</strong>Il limite del multiculturalismo italiano, secondo Giudici, è di non riuscire ad assimilare le altre culture alla nostra. L’Italia si è mossa a tentoni tra i modelli di integrazione europei, quello francese, inglese e tedesco, senza riuscire ad elaborarne uno specifico e originale. La più grave conseguenza di questo processo sociale è stata la creazione di ghetti musulmani ostili e rinchiusi su stessi, che occupano le piazze, i centri e i contorni di una città sempre più de-italianizzata.<br />
Giudici usa decine di testimonianze per legittimare le sue tesi riformiste. Interviste e prove empiriche nella sua prosa appaiono soverchianti.<br />
Il paradigma è quello del <strong>giornalismo d’inchiesta unito all’indagine sociologica</strong>: la comunità islamica italiana va raccontata dall’interno, ma non è chiaro in che misura questa comprensione sia dettata dal punto di vista e dalle idee dell’autrice. Se l’intento è quello si sviscerare ogni aspetto della questione islamica, se Giudici non vuole trascurare nessun dettaglio utile, se intende cogliere la complessità del mondo musulmano italiano, allora perché i dettagli scelti per la narrazione sono sempre gli stessi, con una certa predilezione per i più intimi e truculenti?<br />
La verità è che al di là dei buoni propositi giornalistici, il particolare diventa la norma e la famiglia islamica ogni volta finisce per essere descritta come <strong>una gabbia di matti</strong>, dominata da un padre padrone che scarica il suo erotismo represso su moglie e figli.<br />
Si può dire che l’educazione delle donne islamiche è “mirata a trasformarle in brave spose musulmane” e che il matrimonio è la “tappa finale” dell’educazione islamica. Si può dire che la verginità è un tabù, come pure il sesso fuori dal matrimonio. Mai e poi mai, però, a Giudici verrebbe in mente di <strong>paragonare la famiglia islamica a quella cattolica</strong>, forse preoccupata dalle analogie che un confronto del genere potrebbe suscitare. Se mai, è importante marcare le differenze, annunciare che gli islamici fuggono da Allah per abbracciare Nostro Signore. Le alte gerarchie cattoliche vanno spronate a un maggior impegno nella difesa dei catecumeni islamici minacciati di apostasia dai loro ex confratelli:</p>
<blockquote><p>‘La conversione dei musulmani al cristianesimo coinvolge molti intellettuali, che hanno avuto la possibilità di fare studi comparati fra le due religioni e hanno scoperto che nel cristianesimo esiste la possibilità di dialogo negata dell’Islam’, spiega Mostafa al Ayoubi, marocchino e musulmano, caporedattore della rivista “Confronti”.[8]</p></blockquote>
<p>Lo scopo ultimo della rigorosa analisi di Giudici non è semplicemente quello di mostrare che la scala dei valori tra noi e gli arabi è diversa, l’obiettivo è piuttosto quello di <strong>dividere gli islamici tra loro</strong>: da una parte ci sono i mariti che costringono le mogli italiane a una conversione forzata e dall’altra le donne arabe che hanno riscoperto l’infinita bontà del cristianesimo. I primi vanno perseguiti, le seconde protette e istruite.<br />
Questa divisione sessuale anticipa l’altra grande opposizione, questa volta politica, sociale ed economica, tra i riformatori e i fondamentalisti all’interno della <strong>Umma</strong>, la comunità musulmana. L’idea che la Quarta Guerra mondiale è soprattutto una guerra dell’islam contro se stesso, una lotta intestina che sconvolge le società, le famiglie e l’individuo.<br />
Su tutti e due gli islam, a sorvegliare, a controllare, c’è la <strong>occhiuta giornalista</strong> del Trust, forte della sua italianità, di un sistema di valori democratico che gli permette di padroneggiare l’argomento in discussione, con il suo stile pungente.<br />
Giudici racconta l’islam italiano con un misto di simpatia e di antipatia. Dialetti, scuole, traffici più o meno leciti. Un avversario che sfrutta i punti deboli dell’integrazione solidale per flettere i muscoli della propria irriducibile identità. La giornalista mostra di avere un feeling speciale con le ragazze musulmane che guardano di nascosto i programmi di Maria De Filippi, mentre detesta i genitori che costringono i loro figli a imparare a memoria il Corano. La stima verso chi vuole integrarsi è pari al disprezzo mostrato nei confronti di chi resiste al cambiamento.<br />
In questo mucchio di barbuti selvaggi, Giudici intravede movimenti silenziosi, impercettibili, i fuoriusciti e i perseguitati politici, gli intellettuali laici, che insieme ai  giovani e alle donne dovranno mettere in discussione la sovranità religiosa, accettando quella dello stato italiano. In cambio avranno maggiori diritti e un giorno, forse, il voto.<br />
Come il giornalista <strong>Yassine Belkassem</strong> che ha condannato il velo e gli istituti di cultura islamici e si batte per “una interpretazione moderna e più laica, che metta d’accordo Islam e democrazia”.[9]<br />
Idealismo democratico è anche questo modo di <strong>‘usare’ l’intellettualità subalterna</strong>, quella dei fuori dal coro come Belkassem, per sponsorizzare il progetto di riforma dell’islam. Belkassem vorrebbe più finanziamenti dallo stato per aprire centri culturali laici, altro che moschee. Questa richiesta, assolutamente condivisibile, lo rende agli occhi dell’autrice un partigiano che sta dalla nostra parte. La stessa dei leghisti che si oppongono alla costruzione della moschea di Gallarate?<br />
Nei reportage di Giudici c’è simpatia per Belkassem, ma non c’è spazio per le teorie sulla ibridazione delle identità e sulla transumanza globale che la giornalista considera i residui del vecchio armamentario critico postmoderno. Giudici appare un osservatore libero da pregiudizi ma in realtà valuta in continuazione i suoi personaggi e li rinchiude in paragrafi e fascicoli. Grazie a lei, l’islam italiano non è più qualcosa di sfuggente, “la sua estraneità può venire tradotta, i suoi significati si possono decifrare, la sua latente ostilità si può mitigare”.[10]</p>
<p><strong>Via Cremonistan<br />
</strong>Giudici parla a nome di chi resiste all’oltranzismo religioso, a nome dei musulmani che vogliono diritti umani, garanzie civili, libertà di espressione. Come si potrebbe contraddirla? Tra i giornalisti del trust, a prima vista, sembra la meno influenzata dai pregiudizi religiosi e dall’ideologia.<br />
L’esperienza accumulata nelle inchieste sul mondo carcerario, l’intuito, l’attenzione rivolta ai dissidenti e alla questione femminile, sono ottime credenziali per ricevere un passaporto di ricercatrice democratica.<br />
La consapevolezza del proprio metodo di analisi diventa quindi il <strong>pass-partout</strong> per legittimare qualsiasi affermazione. I fatti, i dati materiali, antropologici, sociologici, demografici, sono lo schermo di uno stile allusivo, detrattorio, pieno di insinuazioni.<br />
In mano ai musulmani, Cremona è diventata <strong>il “Cremonistan”</strong>, succursale del più celebre “Londonistan”. La deformazione spregiativa del nome scelta da Giudici è un ritornello che incontriamo spesso sulle pagine del “Foglio”. I ‘foglianti’ adorano i calembour, parlano di “Belgistan” e di “Hamasland” per stigmatizzare le comunità islamiche trapiantate nelle metropoli europee.[11] Giudici partecipa a questo gioco linguistico raccontando le mille e una notte dell’infernale Cremonistan, ambientazione privilegiata dei suoi reportage. Cremona era un tranquillo borgo medievale, una “città agricola con un’antica vocazione musicofila”, che lentamente è piombata nella paura. Questo paese di liutai, abitato da brava gente che ama la musica classica ma che il giovedì sera non disdegna la movida, è stato prima occupato e poi rivoltato dai musulmani. Gli ospiti sono diventati sempre più invadenti, parlavano con “lingua biforcuta”, <strong>non mangiavano come noi, non pregavano come noi</strong>, si appartavano, finché la polizia ha smantellato una cellula di terroristi del gruppo <em>Ansar al Islam</em>. Tra gli arrestati c’era pure Noureddine Drisse, bibliotecario della moschea di Cremona e reclutatore di mujaheddin. Senza dubbio la sovversione islamista è una minaccia per la democrazia italiana, Giudici ha ragione a insistere su questo punto.<br />
La forzatura sta nel generalizzare, alludendo alla possibilità che qualsiasi musulmano abbia chiesto un libro al bibliotecario Drisse sia stato sottoposto al lavaggio del cervello e arruolato al martirio. L’aria che si respira a Cremona è proprio questa, nonostante la brava gente della nazione che si fa gli affari suoi e tira avanti con il lavoro di ogni giorno. Un’aria cupa, amara, roba che i liutai hanno tolto il saluto agli ambulanti marocchini.[12]<br />
Ma pensiamo alle molteplici sfaccettature del nostro sistema giudiziario: se i ROS che hanno smantellato la cellula del Cremonistan hanno fatto il loro dovere – il terrorismo si vince con l’intelligence –, non si può certo dire lo stesso di quegli agenti che nel 2001, ad Anzio, hanno provato ad incastrare <strong>El Gamal</strong>, un pescatore egiziano. Dopo che una “manina” aveva lasciato nel bagno di El Gamal un pacco di tritolo, Digos e Servizi hanno accusato il pescatore di essere al centro di <strong>un complotto internazionale</strong> spalleggiato dal centro sociale romano di Via dei Volsci. Una sorta di organizzazione anarco-islamista che voleva far scoppiare la prima guerra tra Italia e Israele (nientemeno). Per fortuna questa cospirazione da operetta è stata smascherata in sede processuale. I servizi volevano trasformare El Gamal in un informatore e per questo gli hanno riempito la testa con la storia della guerra italo-israeliana, ecco tutto. Ma questa dimensione invisibile delle <strong>tecniche di antiguerriglia psichica</strong> nel “grande gioco” della lotta al terrore, descritte così bene da Don DeLillo, mancano completamente nell’analisi di Giudici. La giornalista è attentissima a cogliere in fallo gli immigrati appena escono dai canali di gerarchizzazione sociale previsti dalla legge Bossi-Fini (“gli immigrati devono rispettare le leggi italiane”). Ma in questa battaglia per la legalità, la reporter si distrae quando arriva il momento di ricordare che le patrie galere brulicano di poveracci che negli ultimi anni sono finiti dentro con l’accusa di foraggiare Bin Laden vendendo spinelli (nientemeno). Gli spacciatori, ecco i veri alleati dei terroristi.<br />
Torino è in mano loro, il capoluogo piemontese è diventato il covo della peggior specie di pusher che affilano i coltelli proprio sotto casa del sindaco Chiamparino. Quando non sono integralisti religiosi o terroristi, i giovani musulmani per Giudici hanno sempre esistenze borderline, o quantomeno vite confuse e infelici. Un caso esemplare è quello di Chokri Zoauoui, uno degli <em>shahid</em> che venivano imbevuti di occidentalismo nella cellula terrorista di Cremona. Zoauoui ora si è pentito, collabora con la giustizia italiana.<br />
Anche lui dietro le spalle ha un passato di spacciatore: “Sei scelto da loro”, ha confessato a proposito del suo indottrinamento, “perché stai in mezzo a certe situazioni. Trovi uno come Kamel e un altro come Kamel che ti convince che è giusto fare la guerra, inizi a imparare la religione, e piano piano diventi come loro, uguale a loro”. Gli islamici sono come <strong>drogati di terrorismo</strong>.<br />
Giudici glissa sulla situazione politica della provincia di Cremona, governata da sindaci leghisti che vietano il burqa in ossequio al ministero dell’Interno. Nel Cremonistan si riscrivono i nomi delle strade: non c’è solo “Via Aldo Protti”, che il sindaco di Cremona vorrebbe dedicare al celebre baritono che cantava Verdi, c’è la nuova “<strong>Via 7 ottobre</strong>” che  Christian Chizzoli, primo cittadino di Capergnanica, ha fortemente voluto per ricordare la Battaglia di Lepanto. “Non è stata una scelta casuale”, dice Chizzoli, “ma pensata all’indomani delle stragi di Londra e delle minacce all’Italia da parte dell’islam che cerca di invadere l’Europa e islamizzare la nostra cultura. Lepanto resta il simbolo della vittoria della cristianità e dell’occidente sull’islam”.[13]</p>
<p><strong>Una pressione tutta narrativa<br />
</strong>La tecnica di Giudici è sempre la stessa: partire da una generalizzazione, più ampia possibile, per poi suddividere la comunità islamica in varie categorie etniche (oppure al contrario, dal particolare alla norma).<br />
I senegalesi, per esempio, sono lo stereotipo dell’ottentotto che si gode la vita. Bambinoni che fumano le canne, giocano alla playstation e vengono abbindolati da qualche marabutto. Il senegalese diventa un criterio di appartenenza tracciato con leggerezza e condiscendenza dall’autrice, un modo di essere italiano e musulmano all’interno dell’islam.<br />
In questo<strong> camuffamento letterario</strong>, il senegalese perde la sua consistenza esistenziale. Finito sotto la lente d’ingrandimento equestre dell’autrice, l’islamico si riduce a una figura infantile:</p>
<blockquote><p>Solari, divertenti, ospitali, i senegalesi si mescolano volentieri con gli italiani, di cui invidiano il benessere economico, e appena possono riempiono le loro case di schermi televisivi al plasma e gadget tecnologici di ogni genere.[14]</p></blockquote>
<p>Solo ai giornalisti del Trust è concesso di parlare in termini di mentalità e psicologia senegalese, marocchina o pakistana. Solo Giudici può ironizzare sul soggetto della propria analisi:</p>
<blockquote><p>A casa dei musulmani maghrebini c’è sempre un fratello che ha sposato la cugina della sorella che parla a nome del cognato che ha sposato la cugina di suo fratello.[15]</p></blockquote>
<p>“Dia Mbaye, per esempio, vive a Brescia, dove ha due mogli, due figli, due appartamenti e una sola discoteca”.[16]<br />
La riforma dell’islam, insomma, si risolve in una pressione tutta narrativa. La reporter è in grado di vedere la riforma islamica ancora prima che si compia, la scorge nella devozione del senegalese Mbaye verso i televisori al plasma, può immaginarla grazie al <strong>punto di vista privilegiato</strong> che ha scelto, cioè quello del narratore un gradino sopra i suoi personaggi.<br />
Il reportage giornalistico diventa un metodo di scrittura che documenta la possibilità di un cambiamento. Prima o poi l’islam dovrà trasformarsi, camminare sulle sue gambe, abbandonare ogni resistenza, insomma perdere la sua staticità.<br />
Nonostante il suo metodo indiziario, Giudici ha l’ottimismo tipico degli idealisti che pensano di superare le <strong>barriere identitarie</strong> grazie alla superiorità culturale, stilistica e storica dell’Occidente. La giornalista alterna fasi di grande fiducia, quando Cremona, dopo la cattura dei terroristi, torna ad essere un luogo dove le religioni sembrano convivere in pace, a fasi di profondo sconforto in cui il quartiere romano di Centocelle rischia di trasformarsi nella prima banlieu italiana.[17]<br />
Le sue parole, le mille testimonianze, sono frutto di una prospettiva e di un punto di vista soggettivo. Said avverte che:</p>
<blockquote><p>Lo stile non è solo il potere di rappresentare simbolicamente amplissime generalità come l’Oriente e gli arabi; è anche un processo di sostituzione e di incorporazione per cui una singola voce assume su di sé un’intera storia e – per l’occidentale bianco, lettore e scrittore – diventa il solo Oriente che si possa conoscere.[18]</p></blockquote>
<p>Giudici è un James Bond al servizio della democrazia islamica. Gira nel Palasesto di Sesto San Giovanni facendo domande, senza dare nell’occhio. Ascolta e registra tutto. <strong>La giornalista scrive, gli altri vengono descritti</strong>.[19]<br />
I pronunciamenti antisemiti del telepredicatore Wagdy Ghoneim, l’oratore che parla sul palco, sono puro mainstream dell’uditorio in preghiera.<br />
La pensano tutti come Wagdy in moschea: le donne mestruate possono toccare il Corano solo con i guanti, chi paga interessi bancari andrà all’inferno. In questa comunione effimera con i fedeli del Palasesto, la cronista raggiunge la sua legittimazione professionale più profonda, la cognizione di che cosa sia veramente l’islam italiano. Ora può parlare a nome della comunità musulmana moderata, a nome dei giovani e delle donne, <strong>dare voce a chi non ce l’ha</strong>.[20]<br />
La vicinanza, la prossimità con l’oggetto della propria analisi, è uno strumento retorico efficace quanto deformante. Il reportage diventa un altro camuffamento: sotto il mito dell’armonia tra popoli diversi evocata a più riprese dall’autrice, c’è il vero strumento di assimilazione, una prosa stringente, uno stile elegante e coinvolgente: “una comunità”, quella islamica, “che essenzialmente non crede nelle regole della democrazia liberale”.[21]<br />
La passione civile, l’ansia riformatrice, una scrittura emotiva che merita l’attenzione della stampa e della critica, sono questi i meriti della prosa di Giudici. È la <strong>pietas</strong> della narratrice, come l’ha definita Carlo Panella in una lusinghiera recensione apparsa sul Foglio.[22]<br />
Il problema è che il mondo descritto da Giudici è un reportage, è un testo, ed è destinato a restare tale, perché non esiste altro islam se non quello creato nella mente di chi scrive: “l’Oriente non ci viene mai dato direttamente; esso ci è presentato tramite gli interventi sempre ben informati dell’autore”, dice Said.</p>
<p><strong>Casi d’uso: il metodo di Giudici messo alla prova<br />
</strong>Scegliamo il nostro “lui”. Si chiama <strong>Ahmed</strong>, ha quarant’anni, è iracheno, in Italia dal 1985. Ahmed vive e lavora a Roma, dove gestisce un <strong>internet point</strong>. I proprietari di internet point sono diventati, insieme agli spacciatori, i grandi fiancheggiatori del terrorismo islamico nella <strong>guerra virtuale</strong>.<br />
Internet è un buco nero dove finiscono i messaggi criptati del jihad e quelli dei fidanzatini arabi che in chat trovano un po’ di libertà dall’assillante educazione familiare. Gli imprenditori come Ahmed sono malvisti dal governo italiano, ma anche dalle organizzazioni islamiche nazionali. “Licenza obbligatoria per gli internet point” titola il Giornale del 14 settembre 2005, presentando la notizia come un capitolo della lotta al terrorismo. Considerando le statistiche di Giudici, e sulla scorta del pacchetto di norme in materia di sicurezza introdotte dal ministro Pisanu, una semplice chiacchierata con Ahmed dovrebbe bastare a fare affiorare il suo estremismo latente. “Lui” si tradirà, mostrando il lato oscuro del nemico. Invece Ahmed parla della famiglia, dei suoi ragazzi che studiano senza problemi l’arabo e l’italiano, del fatto che sì, certamente, lui è un credente, ma Abramo è uno solo, quindi non è giusto farsi guerre di religione. Ahmed racconta di quando i carabinieri sono entrati in negozio, mentre fuori aspettava la volante a sirene spiegate. Un  banale controllo amministrativo trasformato in una esibizione muscolare. Per fargli capire chi siamo, che vi teniamo sott’occhio. D’ora in poi nessuno potrà chattare se prima non viene identificato, i documenti d’identità dei clienti fotocopiati a futura memoria, in barba a qualsiasi diritto alla privacy.<br />
Ahmed si lascia andare alla nostalgia e ricorda che la sua prima ragazza in Italia era di Napoli, che si conobbero all’università e fecero coppia fissa per due anni. Fu il cattolicissimo padre di lei a venire a Roma per riportarsi la figlia a casa. I genitori le avrebbero trovato un lavoro e un marito come si deve. Altro che abbandonarla nelle mani di un iracheno.<br />
Mentre ascolti Ahmed, il tarlo di Giudici continua a bussare alla porta, <strong>sono tutti bugiardi, sono tutti bugiardi</strong>, l’imprenditore sembra una persona a posto. “Lui” rispetta la famiglia e non martirizza la moglie e i figli con pretese assurde. Addirittura è un integerrimo datore di lavoro: ha dato una mano ad un’algerina di 33 anni sposata e con due figli, assumendola con un regolare contratto part time. Sul lavoro Ahmed si comporta da gran signore, non come gli agenti immobiliari del negozio accanto che non la smettono di importunare la sua nuova segretaria.<br />
Ahmed non è un arrapato, è istruito, parla arabo, italiano e inglese, ha una famiglia felice, i soldi in tasca, che altro vorrebbe chiedere?<br />
Solo che la smettano di piombare nell’internet point con i mitra spianati terrorizzando i clienti. Come dire, grazie per Saddam e arrivederci.<br />
Per concludere prendiamo <strong>‘il caso’ di Anna</strong>, una ragazza bengalese di 12 anni. Anna frequenta la seconda media in una scuola di Vicenza. Una mattina di dicembre chiede alla maestra di andare in bagno e prova a tagliarsi le vene. I suoi genitori l’hanno promessa in sposa a un connazionale e la tengono chiusa in casa in attesa del matrimonio. La ragazzina è disperata. Mamma e papà accorrono a scuola, abbracciano la figlia, spiegano ai professori che non avrebbero mai immaginato una disgrazia simile e fortunatamente tutto si risolve in abbracci e baci.<br />
Secondo Marino Smiderle, il giornalista che racconta la storia sul “Giornale”, siamo di fronte a “una disperata lotta fra culture diverse, tradizioni difficilmente conciliabili” 5 dicembre 2005<br />
È lo stesso scenario descritto da Giudici: figli in bilico <strong>tra la voglia di integrarsi e la paura di restare tagliati fuori</strong>, genitori di mentalità arretrata che opprimono i ragazzi con i precetti del Corano.<br />
Ma la lotta tra culture diverse è una conclusione che non convince fino in fondo. Abbiamo paragonato la bengalese Anna alla leccese <strong>Giulia, 19 anni</strong>, originaria di Squinzano in provincia di Lecce.<br />
Giulia è una ragazza come tante, veste Dolce &amp; Gabbana, frequenta da fuorisede la facoltà di medicina all’università Cattolica di Roma. A prima vista sembra il prodotto di quella cultura laica impregnata di fede che piace tanto ai giornalisti del Trust.<br />
Il problema è che Giulia non mangia. Da quando è arrivata a Roma è diventata uno scheletro e gli è venuta la mania di lavare il bagno ogni volta che qualcuno lo usa. Ha l’ossessione della pulizia e il cuore infranto.<br />
I suoi genitori, degnissima <em>upper class</em> meridionale, fedele alla linea democristiana, hanno spedito la figlia a Roma due anni fa con uno scopo preciso: toglierle dalla testa Egidio, 21 anni, che fa il meccanico a Brindisi. Uno spaccato strapaesano che sembrerebbe impossibile nell’Italia dei valori, com’è potuto accadere che i genitori abbiano deciso di sabotare la relazione sentimentale di Giulia per meschine e anacronistiche ragioni classiste? Eppure Giulia esiste davvero, con i suoi quaranta chili, le ossa e il viso scavato. L’importante, per il parentado, è tenerla lontana da Egidio. Per il resto può fare quello che vuole, finire bulimica, drogarsi, passare il fine settimana in discoteca. L’unica cosa che non deve fare, nemmeno provarci, è pensare di sposare chi dice lei.</p>
<p><strong>NOTE</strong><br />
1. Cristina Giudici, <em>l’Italia di Allah</em>, Bruno Mondadori 2005<br />
2. Secondo le stime demografiche dell’ONU, se la Turchia entrasse nell’UE tra dieci anni avrebbe la stessa importanza della Germania in termini di popolazione. Questo spinge molti commentatori a parlare di futura “Eurabia”, lo scenario preferito della fantascienza di Oriana Fallaci. Si veda Marianna Peluso, <em>Tra vent’anni un europeo su 5 sarà turco</em>, Libero, 23 settembre 2005. Questa invasione silenziosa è iniziata nei mercati rionali delle città italiane. “Arrivano da Marocco, Tunisia ed Egitto per vendere oggetti etnici, vestiti e anche frutta e verdura”, Alessandro Aspesi, <em>Mercati Rionali, il 30% è degli arabi</em>, Libero, 23 settembre 2005<br />
3. C. Giudici, cit., p. 17<br />
4. E. Said, cit., p. 309<br />
5. E. Said, cit., p. 203<br />
6. C. Giudici, cit., p. 15<br />
7. “Ciascun fattore in un certo senso contribuiva a cancellare la distinzione tra il tipo – l’orientale, il semita, l’arabo, l’Oriente – e la normale realtà umana”, Said, cit., p.228<br />
8. C. Giudici, cit., p.83. Cfr. <em>In Fuga da Allah e da Maometto</em>, Il Foglio, 19 febbraio 2005<br />
9. C. Giudici, cit., p. 66<br />
10. E. Said, cit., p. 108<br />
11. Cfr. Gianluca Zucchelli, <em>Londonistan</em>, il Foglio 13 settembre 2005; <em>Hamasland e i quattrini europei</em>, il Foglio, 29 settembre 2005; <em>Più veli e meno maiale nelle vie di Bruxelles</em>,  cuore del Belgistan, il Foglio, 12 ottobre 2005<br />
12. Cristina Giudici, <em>Occhi chiusi a Cremonistan</em>, il Foglio, 27 luglio 2005<br />
13. Comune dedica Via a Battaglia di Lepanto, il Giornale, settembre 2005<br />
14. C. Giudici, cit., p. 26<br />
15. C. Giudici, ib.<br />
16. C. Giudici, cit., p. 27<br />
17. C. Giudici, <em>Oltre le porte chiuse del Ramadan italiano</em>, il Foglio, 28 ottobre 2005; <em>Anche l’Italia ha le sue fragili periferie multiculturali</em>, 10 novembre 2005<br />
18. E. Said, cit., p. 241<br />
19. “La passività è implicata nella seconda condizione”, E. Said, cit., p. 396<br />
20. “Chi potrebbe capire l’Oriente meglio di un orientalista? Solo l’Oriente, che però, come sappiamo, non è in grado di esprimersi da sé”, Said, cit., p.286<br />
21. C. Giudici, cit., p. 47<br />
22. Carlo Panella, <em>Le tracce del nostro islam portano anche alle banlieue della rivolta</em>, Il Foglio, 10 novembre 2005</p>
<p><em>leggi la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/06/26/il-manager-religioso/">puntata precedente</a></em><br />
<em>continua</em></p>
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