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	<title>zeus &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>LA SPORCIZIA DELLA TERRA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori</strong> e <strong>Elena Tognoli</strong>  <br />Ci hanno insegnato che la pulizia è molto importante, e che le cose pulite sono inodori e ordinate, ben illuminate, ben geometriche, preferibilmente chiare.  Quindi non c’è molto da stupirsi se la terra, che è tutto il contrario, ci sembra sporca e brutta, e anche poco igienica, infestata da vermi e altri bacherozzi com’è.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong> e <strong>Elena Tognoli</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-110728 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/469295213_905335251709843_952948087751327634_n_rid.jpg" alt="" width="453" height="640" /></p>
<p><em>Quella che segue è l&#8217;introduzione al numero doppio (113-114), dedicato alla terra, e bilingue (italiano-francese), del bimensile <a href="https://www.facebook.com/zeusrivistamutante/?locale=it_IT">Zeus! Rivista Mutante</a>, edito dalla <a href="https://ilcardo.it/">Cooperativa sociale Il Cardo</a> di Edolo (maggiori informazioni sotto il testo)</em></p>
<p style="text-align: left;">Ci hanno insegnato che la pulizia è molto importante, e che le cose pulite sono inodori e ordinate, ben illuminate, ben geometriche, preferibilmente chiare. Prive di batteri e di altri ospiti invisibili potenzialmente molto pericolosi. Lavabili e asciugabili. Quindi non c’è molto da stupirsi se la terra, che è tutto il contrario, ci sembra sporca e brutta, e anche poco igienica, infestata da vermi e altri bacherozzi com’è. Puzzicchia di funghi, come le verdure lasciate troppo tempo in frigorifero, o la biancheria asciugata male, odorino che non associamo alle cose sane e buone. E per di più ci fa pensare ai cimiteri, una ragione di più per starci lontani. Non solo è brutta e sozza e infestata, ma se la fa pure con i morti.</p>
<p>Le piante sono belle, fanno foglie di fogge diversissime, e fiori che spesso hanno incredibili colori e ottimi profumi, per questo le mettiamo nei nostri appartamenti, e andiamo a ammirarle nei giardini e nei boschi. Certo sotto c’è la terra, fin qui ci arrivano tutti, ma ci va bene che resti nascosta: la consideriamo in fondo un male necessario. I poeti parlano spesso dei fiori e delle piante, e anche i pittori li rappresentano in tutte le salse. Nessun poeta ha mai scritto invece una poesia sulla terra o sui lombrichi. La terra non la vediamo, e non sappiamo dire se sta bene o sta male.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-110765" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-727x1024.jpg" alt="" width="696" height="980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-727x1024.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-1091x1536.jpg 1091w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-300x422.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-696x980.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-1068x1504.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1-298x420.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8-1.jpg 1245w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p>Quelli che la studiano e certi saputelli ci fanno notare che è fondamentale, perché fa crescere le piante che mangiamo, e le piante che si pappano gli animali che noi mangiamo. Ci fornisce insomma quello che chiamiamo il nostro cibo, anche se al supermercato le verdure arrivano pulite e lucide, senza alcuna traccia terrosa, e spesso anche impacchettate nel cellophane. Fa crescere le carote e le patate e i rapanelli. Ma anche il grano, e quindi il pane e la pasta, e a ben vedere anche le barrette di cioccolato e le merendine confezionate e la maionese in tubetto, anche se qui più il legame appare meno immediato.</p>
<p>Quelli che la studiano ci spiegano che è proprio perché è così ricca di vermi e bacherozzi e bacilli che può fare il suo lavoro, e anzi più ne è piena più è sana e rigogliosa. Accettiamo pure questa spiegazione, anche se sapere le cose con il cervello non è come saperle con la pelle e la pancia, prima di cambiare le sensazioni di pelle e di pancia ce ne vuole. Ma insomma cominciamo a essere meno ostili. Dentro di noi ci diciamo che la terra va sopportata come si sopportano le cose non belle ma che sono utili.</p>
<p>Una volta che abbiamo imparato che la terra è importante, anche se dentro di noi continua a disgustarci, guardiamo con condiscendenza chi ancora non lo sa, e ridiamo se fa lo schizzinoso. Consideriamo dei sempliciotti quelli che dicono che non gli piace, e esprimono quello che in fondo seguitiamo a pensare anche noi. O anche ridiamo di loro. Ridiamo perché vorremmo poterci permettere la loro libertà di pensiero e di parola.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-110763" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-727x1024.jpg" alt="" width="696" height="980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-727x1024.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-1091x1536.jpg 1091w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-300x422.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-696x980.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-1068x1504.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1-298x420.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeus-113-114_pag8bis1.jpg 1245w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p>Nel quadro della nostra residenza artistica a CA’MON<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a>, con i redattori di Zeus! e gli utenti della cooperativa sociale Il Cardo abbiamo provato a guardarla e a toccarla e a odorarla. E a disegnarla, che è un modo di avvicinarla e di raccontarla, ognuno a suo modo, visto che siamo tutti molto diversi, e di cominciare a conoscersi. Abbiamo provato a fare come fanno i bambini, i pochi che nei tempi presenti non hanno prevenzioni nei suoi confronti: loro non hanno paura di sporcarsi, anzi si divertono. Prendono nelle loro manine i lombrichi quasi fossero preziosi diamanti, spalancando gli occhi e lanciando gridolini. Abbiamo cercato di fare anche noi così, ben sapendo che noi non eravamo bambini, e che le nostre parole sono schegge di cose già dette ma anche di verità.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-110764" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-1024x724.jpg" alt="" width="696" height="492" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-1024x724.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-696x492.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-1068x755.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-594x420.jpg 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Zeusformicaio.jpg 1500w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i] </a>Progetto <em>Terra Alta</em> (Centro CA’MON, Monno, 2023-2024), finanziato dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura</p>
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<p><em><a href="https://www.facebook.com/zeusrivistamutante/?locale=it_IT">Zeus! Rivista Mutante</a> (caporedattore Riccardo Federici, direttore Marco Milzani, grafica Sara Rendina) è una rivista bimestrale edita dalla <a href="https://ilcardo.it/">Cooperativa sociale Il Cardo</a>, di Edolo (Valcamonica). I redattori, che elaborano i testi e le immagini, sono gli utenti della cooperativa. La copertina è in genere l&#8217;opera di un artista invitato (in questo caso Elena Tognoli). Essa si può seguire anche su <a href="https://www.instagram.com/zeusrivistamutante/">Instagram</a> e <a href="https://www.youtube.com/results?search_query=zeus+rivista+mutante">YouTube</a>. Nazione Indiana ha ospitato estratti di alcuni numeri precedenti <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/07/17/erbario-umano/">qui</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/16/zeus-al-femminile/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/08/03/il-dizionario-di-zeus/">qui</a>. </em><br />
<em>Le tre immagini corrispondono a altrettante pagine del numero doppio in questione.<br />
</em></p>
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		<title>Il dizionario di Zeus! (rivista mutante)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/03/il-dizionario-di-zeus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Aug 2021 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Danilo Ramus]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori</strong> <br />Il dizionario di Danilo ci insegna, o insomma ci ricorda, perché lo avevamo già constatato, prima di fingere con noi stessi di dimenticarlo, che i dizionari esistono perché]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover.png"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-92028" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-724x1024.png" alt="" width="400" height="566" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-1448x2048.png 1448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-1920x2716.png 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/cover-297x420.png 297w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>Il dizionario di Danilo ci insegna, o insomma ci ricorda, perché lo avevamo già constatato, prima di fingere con noi stessi di dimenticarlo, che i dizionari esistono perché noi non siamo dei dizionari, ognuno di noi è anzi l’opposto di un dizionario. I dizionari non si confondono mai, mentre noi uomini ci confondiamo, anche il più accorto di noi qualche volta si confonde, e prende una grossa cantonata. Loro non si sbagliano, mentre noi ci sbagliamo eccome, e è proprio sbagliando che capiamo le cose di servizio e quelle importanti. Loro non tirano a indovinare, mentre noi ci troviamo una volta su due a tirare a indovinare, perché mica possiamo sapere tutto, e perché essendo orgogliosetti ci preme non fare brutta figura, senza contare che vogliamo sempre ficcare il naso in nuove questioni, sapere quello che non sappiamo. Loro non vanno mai a naso, mentre noi spessissimo andiamo a naso, nell’ignoranza completa delle complicate vicende di ogni parola, seguendo in particolare la musica criptica delle sonorità, e proprio procedendo a naso impariamo altre parole che esistono davvero, basta osservare un marmocchietto che incomincia a parlare: per tutta la vita continuiamo a navigare a vista tra le parole, che conosciamo ma anche ci sono estranee, e spesso funziona, e in ogni caso non abbiamo tante altre possibilità.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2.png"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-92029 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-724x1024.png" alt="" width="696" height="984" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/a2.png 1240w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I dizionari non dimenticano niente, o insomma hanno la presunzione di non dimenticare niente, mentre noi dimentichiamo, per fortuna dimentichiamo, altrimenti la nostra vita sarebbe un inferno. Sono puntigliosi, con il loro ordine alfabetico e l’ostentata chiarezza, mentre noi nella vita di tutti i giorni andiamo giù un po’ approssimativamente, con la fretta che abbiamo, mica possiamo stare lì tre ore su ogni parola, e quando facciamo i puntigliosi a forza di essere puntigliosi ci viene voglia di sbracarci e dire cavolate, magari bevendo un bicchiere di vino, e insomma mescolando un po’ le linee sopra con quelle sotto, un senso di una parola con un altro ben differente. I dizionari non scherzano, mentre noi adoriamo scherzare, e scherzare è prima di tutto scimmiottare la pedanteria e invertire le definizioni. I dizionari non piangono e non ridono, mentre noi piangiamo e ridiamo, e in tutte le nostre parole c’è una eco dei nostri pianti e delle nostre risate, o almeno della nostra voglia di prendere le distanze da quello che diciamo, di mostrare che siamo quello che diciamo ma anche altro. I dizionari sono materialisti, pensano che ogni parola possa essere spiegata dalla a alla zeta, mentre noi sappiamo che tante cose non si possono spiegare, e proprio nei misteri si nasconde il meglio delle nostre esistenze.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h.png"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-92031 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-724x1024.png" alt="" width="696" height="984" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/h.png 1240w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></a></p>
<p>I dizionari sanno tutto, e come tutti sanno quelli che sanno tutto sono noiosi e non sanno niente della vita. Senza sapere tutto noi sappiamo che ogni parola è legata a altre, ne richiama moltissime altre, greggi di parole, lunghi discorsi e intere filosofie, esattamente come noi abbiamo conoscenti e amici nascosti, soci e sodali di vario tipo, associazioni alle quali apparteniamo, non solo dei parenti ufficiali, e naturalmente ogni parola ha dei nemici, rivali che non sopporta, questo i dizionari non lo sanno, si limitano alle parentele strette, anche se pretendono di sapere tutto. I dizionari non hanno nessuna fantasia e nessuna inventiva, non sguaineranno mai una definizione che ci fa bene al cuore, non sfileranno mai fuori dal cappello una parola che non esiste, come noi possiamo fare quando ci pare e piace, anche senza essere dei sapientoni di quelli che si inventano un ostico parolone ogni frase che scrivono.<br />
Il dizionario di Danilo ci fa ridere perché siamo tutti dei Danili, anche se facciamo il possibile per mostrare a noi stessi e agli altri che siamo ordinati e coerenti e univoci come i dizionari. Lo siamo quando siamo bambini e quando siamo vecchi, lì è evidente a chiunque, ma lo siamo anche quando abbiamo assimilato le regole sociali e a usare bene le parole, a fingere insomma di essere un tutt’uno con loro, perché le parole sono tante, sono troppe, e noi non possiamo saperle tutte, nemmeno i dizionari le sanno tutte, cosa ne sa il grande filosofo dei termini che riguardano la sarchiatura delle patate, e l’insigne linguista dei termini usati dagli specialisti dei lombrichi. Noi ci illudiamo di possedere il linguaggio, mentre è lui che ci possiede, è lui che parla attraverso le nostre bocche, noi siamo dei poveretti alla sua mercé, e in fondo lo sappiamo bene, l’unica rivalsa è annaspare per stare a galla, e metterci un pizzico del nostro, fare qualche bella capriola, lo sappiamo bene, altrimenti Danilo non ci farebbe ridere. I dizionari non ci fanno ridere, ci fanno sbadigliare, e sbadigliando non si impara niente, questo hanno finito per capirlo anche i teorici della pedagogia.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n.png"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-92030 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-724x1024.png" alt="" width="696" height="984" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n.png 1240w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n.png"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-92030" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-724x1024.png" alt="" width="696" height="984" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/n.png 1240w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></a>NdR: <em>Le immagini di questo post sono tratte dal Dizionario di Zeus! (di Danilo Ramus), pubblicato nell&#8217;ultimo numero del mensile Zeus!, &#8220;rivista mutante&#8221; della <a href="http://www.ilcardo.it">cooperativa Il Cardo</a>, di Edolo. Se ne veda qui sotto la storia. La copertina è di Guglielmo Chiodi, redattore della rivista. Il testo è invece la mia postfazione (dal titolo &#8220;L&#8217;analfabetismo dei dizionari&#8221;).</em></p>
<p><em>&#8220;Il successo della rubrica Il (Nuovo) Dizionario di Zeus!, a cura di Danilo Ramus, ci porta oggi a stamparne una raccolta con una nuova veste grafica, corredata dalle illustrazioni appositamente realizzate dalla redazione.</em><br />
<em>La rubrica fa la sua prima comparsa su Zeus! n° 30 (settembre/ottobre 2010) e termina su Zeus! n° 57 (marzo/aprile 2015), diventando il Dizionario Camuno per lo speciale dedicato alle incisioni rupestri Zeus! n° 37 (novembre/dicembre 2011).</em><br />
<em>Nell&#8217;agosto 2015 viene pubblicato il Dizionario estivo sul nostro vecchio blog WordPress (https://zeusrivistamutante.wordpress.com/2012/08/15/dizionario-estivo/). E ancora viene coniugato come il Glossario delle religioni per Zeus! n° 62 (gennaio/febbraio 2016) e il Glossario riciclato pubblicato su Zeus! &#8211; Guida Mutante</em><br />
<em>alla gestione dei rifiuti (giugno 2016).</em><br />
<em>Siamo lieti di poter condividere con i lettori di oggi questo importante pezzo di storia della nostra rivista.&#8221;</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91991" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-209x300.jpeg" alt="" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-209x300.jpeg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-713x1024.jpeg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-768x1103.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-150x216.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-300x431.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-696x1000.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta-292x420.jpeg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/zeus_quarta.jpeg 916w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></a></p>
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		<title>Zeus! è donna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/16/zeus-al-femminile/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 12:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cooperativa Il Cardo]]></category>
		<category><![CDATA[Edolo]]></category>
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		<category><![CDATA[zeus]]></category>
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					<description><![CDATA[Estratti da Zeus! rivista mutante n°86 &#8211; Edizione quarantena * Compromesso Ho un compromesso da risolvere: quello della vagina. Io odio le donne: sono più consapevoli, sono bisbetiche. Bisogna rassegnarsi. Non le conosco le donne. Le odio, quella che odiavo di più si chiamava Loredana. Mia mamma la amavo, aveva una cipria, la metteva sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Estratti da Zeus! rivista mutante n°86 &#8211; Edizione quarantena *</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-85245 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_-e1592239059258.jpg" alt="" width="400" height="563" /></a></p>
<p><strong>Compromesso</strong><br />
Ho un compromesso da risolvere: quello della vagina. Io odio le donne: sono più consapevoli, sono bisbetiche. Bisogna rassegnarsi. Non le conosco le donne. Le odio, quella che odiavo di più si chiamava Loredana. Mia mamma la amavo, aveva una cipria, la metteva sulla faccia. Io non posso perché sono un uomo. Non posso la gonna, non posso il rossetto: sono un uomo, l’ha deciso il Padreterno.<br />
(Enrico)</p>
<p><strong>I generi, vari e assortiti</strong><br />
In genere ho un buon carattere, in genere vado al bar di sabato. Avevo dei genitori e poi sono morti. Io di genere sono una donna, Tullio è un uomo o anche un ragazzo, può essere chiamato nell’uno o nell’altro modo e non cambia il sesso. Una persona degenere, degenerata, degenerante, di un’altra generazione o della nostra generazione, una persona generosa di un’altra epoca come la Belle Epoque, che era un periodo bellissimo con il Can-can e quei vestiti larghi, molto voluminosi e “sberluccicosi”. Il generale è molto importante in guerra perché deve combattere e vincere, e se non vince non gli danno il premio. A me piacciono i Duran Duran, il loro genere è il pop, a me piace anche il rap. I generi alimentari sono i prodotti che si mangiano e si vendono nei negozi alimentari: io sono golosa e li mangio tutta presa e attratta dal cibo. Il genero è un parente, che non sempre fa piacere vedere ma finché lo vedi vuol dire che è ancora vivo.<br />
(Michela)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_3-e1592239108489.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-85247 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_3-e1592239108489.jpg" alt="" width="600" height="429" /></a></p>
<p><strong>L’unghie</strong><br />
Unghie: sto mangiando. Metto smalto in estate, in inverno non metto. Mi piace rosso, sui piedi rosso e sulle mani blu. Non vado da estetista, che dici!? Unghie corte, pulite, ordinate e dopo mangio ancora, gusto formaggio.<br />
(Monica)</p>
<p><strong>Se fossi donna</strong><br />
Se fossi donna amerei fare un’altra vita. L’ho sempre immaginato, però una cosa che vorrei è che se fossi donna almeno non disabile. Essere una donna lavoratrice anche solo un part-time in modo da avere una mezza giornata libera. Una volta tornata a casa mi cambierei mettendomi comodi vestiti: leggendo qualche libro o mettendomi al computer. Per i vestiti indosserei jeans, camicette a fiori e sopra la giacchetta, mi sa che non indosserei mai la gonna. Come donna mi immagino magra e alta con capelli lunghi, se fossi donna mi vedrei single.<br />
(Franco)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_4-e1592239213190.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-85248 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_4-e1592239213190.jpg" alt="" width="600" height="423" /></a></p>
<p><strong>Le mestruazioni di Michela: terminate e io ne sono soddisfatta anche se a volte ho un po’ di mal di pancia</strong><br />
Non mi sono più venute le mestruazioni: sono in menopausa da poco. Anche la Paola, lo dice da tempo , sarà vero? Non sono più la stessa Michela di prima, ho cambiato. Una vera donna che si sente viva e si sente contenta è una donna con le mestruazioni, è più serena. Ogni donna deve averle, se non le hai sei una persona fottuta. Non ne faccio un dramma però, accetto senza problemi questa condizione di persona giovane con speranze reali e irreali ma senza mestruazioni nella quale sono stata catapultata improvvisamente. Dicono che si vive una volta sola e mi sa che è vero, quindi potrei morire da un momento all’altro. Ogni tanto sento dei dolori che partono dalla pancia e salgono fino al seno, dovrei parlarne coi dottori, sarebbe ora! Dovrei fare anche una dieta un po’ più specifica, sono un po’ ingrassata … Non saprei di preciso a chi chiedere consiglio però, di sicuro non chiederei all’Alessandra che pensa sempre e solo a mangiare, forse chiederei ad uno psicologo, sono sicura che può consigliarmi cosa mangiare e cosa non mangiare. Io sono una tipa ottimista comunque e vedo dell’ottimismo anche nel pessimismo e mi rassegno alla vita che viene giorno per giorno.<br />
(Michela)</p>
<p><strong>Pro e contro dell’erezione</strong><br />
La Paola è troppo giovane, secondo me dovrebbe andare in menopausa quando hanno perso lo stimolo sessuale, che cambia da persona a persona, a seconda se l’ha usata tanto o poco, almeno per l’uomo è così. Di menopausa ne avevo già sentito parlare, soprattutto delle scalmane, che provocano alcuni momenti di calore. Secondo me noi uomini abbiamo come un caricatore che dopo un certo numero di colpi si esaurisce. Dipende da come viene presa dall’individuo: c’è chi si è impiccato, come un siciliano che abitava nel palazzo dietro il mio, l’ha fatto davvero, si è impiccato in cantina o così si dice visto che non si sa ancora oggi se è stato davvero un suicidio. Personalmente penso che quando arriverà il mio momento non me la prenderò più di tanto, anche se un po’ dispiaciuto me ne farò una ragione.<br />
(Gianfranco)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_2-e1592239307915.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-85250 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Zeus_NI_2-e1592239307915.jpg" alt="" width="600" height="425" /></a></p>
<p><strong>La donna incinta</strong><br />
Donna gravida, donna incinta: va in un ristorante, tipo a New York, a mangiare una pizza con porcini e grana. E’ gravida, vuole qualcosa: vuole le coccole, vuole mangiare i dolci. Non può fare il lavoro, non può fare le pulizie, non può cadere. Se si arrampica con la pancia rischia di perdere il bambino, è meglio che non salga. Può studiare, disegnare e anche andare in giro con qualcuno. Non può fumare, può bere un pirlo, solo uno però. Quando nasce il bambino lo cullerà e lo chiamerà Andrea.<br />
(Alessandra)</p>
<p><strong>Giulio</strong><br />
Io uomo: macaco. Nome: Giulio, lavoro: Gare con la moto.<br />
Biondo, basso, grasso, sposato con Giulia Mottinelli con bambino piccolino. Battesimo Papa Francesco.<br />
(Giulia)</p>
<hr />
<p><em>* Zeus! é la rivista bimestrale della cooperativa “Il Cardo”. (&#8230;) L’obiettivo principale di questa rivista è quello di mettere su carta le parole degli utenti della cooperativa, per far sì che esse rimangano, che siano una traccia oggettiva dell’esistenza di queste persone. Una volta pubblicata, la rivista crea un ponte comunicativo e diventa fruibile dal mondo esterno. (&#8230;) Il taglio generale della rivista è principalmente ironico (e auto-ironico): a Zeus! interessa raccontare, far riflettere, far ridere attraverso canoni spesso non propriamente convenzionali e che non siano mediati e indirizzati dagli usuali stereotipi che il mondo esterno ha e utilizza per relazionarsi con l’handicap.</em> (Tratto dal sito della <a href="http://www.ilcardo.it/zeus/">cooperativa Il Cardo</a>)</p>
<p><em>[L’abbonamento alla rivista ha la durata di un anno (6 uscite bimestrali) e costa 20 euro. Invii in Italia eall’estero, il costo della spedizione è compreso nel prezzo dell’abbonamento. <a href="http://www.ilcardo.it/attivita/come-abbonarsi-a-zeus/">Qui i dettagli</a>]</em></p>
<p><em>Questo numero avrebbe dovuto uscire uscire in marzo, di qui il tema scelto; le illustrazioni di copertina di Zeus! rivista mutante n°86 sono di <a href="https://www.elenatognoli.eu/">Elena Tognoli</a></em></p>
<p><em>(Nazione Indiana in passato ha ripreso testi e disegni <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/07/17/erbario-umano/">da un altro numero</a> di Zeus!)</em></p>
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		<title>ERBARIO UMANO (un numero di &#8220;Zeus!&#8221;)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/07/17/erbario-umano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jul 2018 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cooperativa Il Cardo]]></category>
		<category><![CDATA[disabilità; erbario]]></category>
		<category><![CDATA[Edolo]]></category>
		<category><![CDATA[illutrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Milzani]]></category>
		<category><![CDATA[Riviste]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Donati]]></category>
		<category><![CDATA[zeus]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Differenze tra piante e persone Ce ne sono tante di differenze tra piante e persone: le piante non hanno capelli e le persone sì, corti o lunghi. Le piante hanno fiori molto belli e profumati e le persone non hanno fiori né foglie. Ci sono piante estive [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-74815" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16-271x300.jpg" alt="" width="271" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16-271x300.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16-768x851.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16-250x277.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16-200x222.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16-160x177.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p16.jpg 800w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /></a></p>
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<p><em><strong>Differenze tra piante e persone</strong></em><br />
Ce ne sono tante di differenze tra piante e persone: le<br />
piante non hanno capelli e le persone sì, corti o lunghi.<br />
Le piante hanno fiori molto belli e profumati e le persone<br />
non hanno fiori né foglie. Ci sono piante estive e piante<br />
autunnali, invece le persone cambiano carattere a seconda<br />
del tempo, sono un po’ lunatiche insomma. Per nutrirsi i fiori<br />
hanno le terra per piantare le radici, noi invece abbiamo le<br />
radici ma nei denti. Ci sono momenti che l’uomo fa male alla<br />
pianta, invece la pianta è innocua: di differenza ce n’è<br />
tanta. Se io mi immagino di essere una pianta, ad esempio<br />
una pianta di pesche, avrei bisogno di meno attenzioni che<br />
una persona, la pianta è più autonoma.<span id="more-74682"></span></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74820" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27.jpg" alt="" width="400" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27-768x848.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27-250x276.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27-200x221.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p27-160x177.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
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<p><strong>Radici</strong></p>
<p>Le radici sono tante e intrecciate tutte insieme possono essere larghe e lunghe,<br />
tante e tante decine e migliaia di radici nel mondo. Sono in terra, se scavi le<br />
trovi. Servono per tenere in piedi e far star bene le piante.<br />
Rovinano i marciapiedi, sono mezzo di sostentamento, sono ornamento, tengono in<br />
equilibrio la pianta. Sono la memoria, sono il passato. Le mie radici sono nel<br />
bosco, sotto i piedi le scarpe da ginnastica. Ho le radici nella testa: radici dei<br />
capelli.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74817" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-550x1024.jpg" alt="" width="400" height="745" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-550x1024.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-161x300.jpg 161w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-768x1430.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-250x466.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-200x373.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18-160x298.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p18.jpg 800w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
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<p><strong>Centinaia e centinaia di alberi nei boschi</strong><br />
Alberi ce ne sono da tutte le parti, un mucchio di migliaia e migliaia di boschi<br />
di alberi e ce ne sono sempre e tagliarli sarebbe un peccato. Sono belli e belli<br />
alti come la primavera, l’estate, l’inverno e l’autunno. Le piante e le stagioni<br />
sono collegate e se le stagioni cambiano le piante cambiano e se le stagioni non<br />
cambiano non cambiano le piante e ci si trova pentiti. Le piante quando muiono<br />
diventano secche e diventano brutte, poi marciscono e fanno schifo, poi quello che<br />
resta o vola via o finisce nella terra. Se le piante si muovono perdono la simmetria<br />
del tempo e dopo è come la natura umana, che è tipo il malessere di stare in piedi<br />
e arrangiarsi da soli.</p>
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<p><strong>GARIA OCULATA</strong></p>
<p><strong>Caratteristiche della pianta</strong><br />
Albero abbastanza imponente e massiccio, rami grossi e piccoli, le foglie variano<br />
un po’: sono un po’ piccole e un po’ grandi ma in genere sono grandi. Albero<br />
movimentato con voglia di emergere, è un albero rigoglioso che va bagnato ogni<br />
tanto per mantenerlo in vita. Lento nello sviluppo e nella riproduzione, il seme<br />
fa più fatica degli altri a raggiungere il terreno.</p>
<p><strong>Fioritura</strong><br />
Il fiore appare di un bellissimo colore blu, sembra un bulbo oculare ed è il fiore<br />
all’occhiello della pianta, viene usato per fare le decorazioni di natale ed ha un<br />
effetto afrodisiaco: se lo annusi ti innamori, anche se l’effetto è momentaneo e<br />
prima o poi svanisce, però il fiore abbaglia l’occhio</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74816" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-593x1024.jpg" alt="" width="400" height="691" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-593x1024.jpg 593w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-174x300.jpg 174w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-768x1327.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-250x432.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-200x346.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17-160x276.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p17.jpg 800w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
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<p><strong>ICEBERGA MOIRANTE</strong></p>
<p><strong>Caratteristiche della pianta</strong><br />
L’Iceberga moirante si chiama così perché ha le radici pù lunghe della pianta stessa: radici robuste, anche solide e compatte. Cresce in autunno e muore in inverno, ha un ciclo di vita breve ma lei non si lamenta. Fa fiori ma pochi, fiori piccoli, selvatici, di varie forme (a triangolo, a cerchio, a forma di leopardo). E’ molto sensibile, come le persone: se la offendi si sente male e cerca di scansarsi ma non riesce perché le sue radici sono troppo robuste. Le piacerebbe staccarsi dal<br />
terreno e mettersi da un’altra parte con delle nuove radici ma non può, però almeno non si dispera e se ne fa una ragione.</p>
<p><strong>Semi</strong><br />
Il fiore appare di un bellissimo colore blu, sembra un bulbo oculare ed è il fiore<br />
all’occhiello della pianta, viene usato per fare le decorazioni di natale ed ha un<br />
effetto afrodisiaco: se lo annusi ti innamori, anche se l’effetto è momentaneo e<br />
prima o poi svanisce, però il fiore abbaglia l’occhio.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74818" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-597x1024.jpg" alt="" width="400" height="687" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-597x1024.jpg 597w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-768x1318.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-250x429.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-200x343.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22-160x275.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p22.jpg 800w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
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<p><strong>GUGLIELMO SPINOSO</strong></p>
<p><strong>Caratteristiche della pianta</strong><br />
Il Guglielmo Spinoso è una pianta piena di spine, le ha per bellezza. Cresce in<br />
primavera in modo fantasioso e creativo, un po’ su un po’ giù, un po’ qua un po’ là,<br />
ma soprattutto nei giardini all’inglese, anche se non ha interesse per la regina<br />
Elisabetta.</p>
<p><strong>Fioritura</strong><br />
Quando in estate i raggi del sole sono diretti sulla pianta, il Guglielmo viene<br />
influenzato e improvvisamente e fluentemente fiorisce, emanando un piacevole profumo<br />
e una nuova e più forte energia.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74819" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25.jpg" alt="" width="400" height="455" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25-264x300.jpg 264w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25-768x874.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25-250x284.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25-200x228.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p25-160x182.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
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<p><em>NdR: I testi e le illustrazioni sono tratti dal numero di dicembre 2017, curato da <a href="http://sara-donati.blogspot.com/">Sara Donati</a> e Sara Rendina, del &#8220;bimestrale mutante&#8221; <a href="https://www.spaziobk.com/zeus-erbario-umano/">Zeus!</a> edito dalla cooperativa sociale <a href="http://www.ilcardo.it/">Il Cardo</a> di Edolo (Bs), e diretto da Marco Milzani. <a href="https://www.topipittori.it/it/topipittori/erbario-umano">Qui</a> l&#8217;illustratrice Sara Donati racconta come è nato questo magnifico numero:</em></p>
<p>&#8220;Due anni fa ho iniziato a lavorare alla storia di un bambino che prova a parlare con un albero. Per capire in che modo raccontare questo dialogo ho preso l’abitudine di camminare per lungo tempo tra sentieri di campagna e boschi, proponendomi di non considerarli unicamente paesaggi da attraversare. Ho cominciato a domandarmi se la vegetazione si accorgesse del mio passaggio e in che modo avrei potuto relazionarmi con essa.<br />
Come si parla con qualcuno di completamente diverso? Se gli esseri umani e i vegetali sono a prima vista totalmente differenti, cosa invece ci accomuna? In queste escursioni ho notato, nel camminare tra gli alberi invece che in una città, un cambiamento nella qualità dei pensieri.<br />
Mi sono ricordata che nell’infanzia questo rapporto intimo con le piante era del tutto spontaneo e che attingere a quei ricordi mi aiutava a trovare soluzioni divergenti, a fare riemergere una connessione con tutto l’ambiente naturale che avrei voluto indagare più a fondo. Dalle osservazioni di quel periodo è nato un progetto che ho chiamato <em>Erbario Umano</em>: una ricerca personale sull’appartenenza dell’uomo alla natura e ai suoi cicli e una serie di incontri rivolti ad adulti e bambini che ne esplorassero il rapporto.<br />
L’incontro con Marco Milzani, direttore della <a href="http://www.ilcardo.it/">cooperativa il Cardo</a>, ha messo in moto tutto il resto. Il Cardo si occupa principalmente di disabilità, ma è una fucina di attività collaterali, tra cui la rivista <a href="http://www.ilcardo.it/zeus/"><em>Zeus!</em></a>: un meraviglioso <em>bimestrale mutante</em> che dà voce agli utenti senza prendersi troppo sul serio, trasformandosi continuamente in forma e contenuti. In questo blog <em>Zeus!</em> è già stato raccontato <a href="https://www.topipittori.it/it/topipittori/gli-occhi-servono-vederci-fuori">qui</a>.<br />
Il motivo del nostro incontro era la realizzazione di una copertina della rivista, ma Marco è una di quelle persone rare che sanno fare da volano alle idee altrui. Gli ho raccontato di <em>Erbario Umano</em>, che all’epoca era ancora in costruzione, e si è dimostrato disponibile a sperimentare questa esperienza all’interno della cooperativa, proponendomi di curare un numero della rivista che la raccontasse:<em> Zeus! Erbario Umano</em>.<br />
Non avendo mai approcciato la disabilità, inizialmente mi sono chiesta se cambiare la struttura della proposta o se semplificarla.<br />
Il confronto con gli operatori però mi ha fatto comprendere in tempo che avevo la fortuna di osservare il rapporto con la natura da un punto di vista nuovo, e anziché restringere il territorio di azione ho cercato di lasciare a me stessa e agli utenti uno spazio abbastanza grande per scoprire qualcosa.<br />
Sono rimasta ancorata solo all’intenzione di essere ricettiva nell’ascolto dei partecipanti, non mentire, giocare davvero.<br />
Ho incontrato Giovanni, Daria, Ivan, Debora, Guglielmo, Luca, Beppe, Maria, Alessandra, Moira, Danilo, Agnese, Monica, Giulia, Manuel, Gianfranco e i dubbi si sono sciolti nel fare insieme, come succede sempre in un gruppo di lavoro.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-74814" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2.jpg" alt="" width="400" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2-768x540.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2-200x141.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/p2-160x112.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
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<p>Ho sentito una grande affinità con alcuni, ma tutti hanno contribuito con una voce interessante e personale al progetto, a volte attraverso il segno, a volte semplicemente manifestando la propria presenza.<br />
Parallelamente al lavoro espressivo è iniziato il confronto con la redazione sulla realizzazione della rivista. Un lavoro completamente differente, fatto di scelte, sintesi e rielaborazioni. Raccontare i momenti di workshop evitando di essere didascalici è stato un punto di partenza condiviso, la rivista avrebbe dovuto mantenere l’ironia di sempre, associata all’immagine primitiva e poetica che stava emergendo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/sara-donati.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-74839" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/sara-donati.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/sara-donati.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/sara-donati-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/sara-donati-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/sara-donati-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>L’intento era quello di produrre un finto erbario, una Botanica Parallela ispirata a quella di Leo Lionni, in cui le caratteristiche delle piante si mischiassero a quelle delle persone rappresentate e fondendosi raccontassero il legame uomo-pianta, lasciando il limite tra invenzione e realtà molto sottile.<br />
Prima e dopo questa carrellata di nuove specie, le voci degli utenti/redattori ci spiegano cosa è un albero, una radice, un fiore.<br />
Ci raccontano di qualcosa che conosciamo come se non ne avessimo mai sentito parlare. Esplorano dettagli solo apparentemente scontati, di cui forse a volte ci dimentichiamo.<br />
&#8230; &#8221;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/images.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-74840" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/images.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/images.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/images-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/images-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/images-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>[L&#8217;abbonamento alla rivista ha la durata<br />
di un anno (6 uscite bimestrali) e<br />
costa 20 euro. Invii in Italia e<br />
all&#8217;estero, il costo della spedizione è<br />
compreso nel prezzo dell&#8217;abbonamento.]</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>RAID. UNA FORMA DEL CONTEMPORANEO TRA GUERRA, MITO E LETTERATURA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/15/raid-una-forma-del-contemporaneo-tra-guerra-mito-e-letteratura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 09:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Volpi Di cosa parliamo? Se è ancora vero che le parole custodiscono il senso dei fenomeni designati, una breve chiarificazione del significato dei termini inglesi raid e raider appare un buon viatico per l’itinerario che ci accingiamo a percorrere. Il verbo significa appunto “fare un’incursione in” che presuppone un’improvvisa andata e un veloce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Alberto Volpi</strong></p>
<p><em>Di cosa parliamo?</em></p>
<p>Se è ancora vero che le parole custodiscono il senso dei fenomeni designati, una breve chiarificazione del significato dei termini inglesi <em>raid</em> e <em>raider</em> appare un buon viatico per l’itinerario che ci accingiamo a percorrere. Il verbo significa appunto “fare un’incursione in” che presuppone un’improvvisa andata e un veloce ritorno. Esso ha vari sinonimi che declinano l’azione: razziare, saccheggiare, rapinare, fare scorrerie. Qui lo scopo pare sempre legato alla sottrazione e viene incarnato dalla figura eterna del bandito o del predone che colpisce e si dilegua, sia esso il barbaro, il pirata, il terrorista rapitore. Il raider tuttavia può essere anche il guastatore che si caratterizza per l’azione del danneggiamento o il soldato del commando che porta spesso il termine in un’area semantica favorevole.<span id="more-25718"></span><br />
Nel linguaggio comune giornalistico al termine raid viene alternativamente sostituito quello, ritenuto equivalente, di <em>blitz</em>. L’uso in effetti li parifica ma il ventaglio di significati della parola tedesca è assai più limitato. Viene posta in risalto infatti soltanto la sfumatura metaforica della velocità che è contenuta nel lampo. La parola non può quindi affrancarsi dal concetto originario di blitzkrieg elaborato già, secondo riscoperte recenti, nel dicembre del 1905 nel memorandum di Schlieffen, predecessore del generale Moltke. Si prevedeva l’invasione della Francia attraverso il Belgio al fine di sfruttare la locale rete ferroviaria evitando così una lunga guerra d’assedio. Il piano, nonostante gli evidenti limiti, venne effettivamente adottato dallo stato maggiore tedesco nel 1914. Per la più clamorosa realizzazione della guerra lampo si deve attendere tuttavia il 1940; il teatro delle operazioni è il medesimo, cioè la Francia da aggredire attraverso Olanda e Belgio, ma la riuscita decisamente più sconvolgente anche per le cancellerie europee. Le sei divisioni tedesche di carri armati celeri, appoggiati dall’aviazione, sconfiggono in sole sei settimane, come già avevano fatto con Polonia, Danimarca e Norvegia, l’esercito di una delle grandi potenze del tempo.<br />
Il termine <em>blitz</em> non solo risulta troppo legato a questi due eventi di guerra per applicarsi ad uno studio a vasto raggio sul fenomeno ma può anche risultare parzialmente fuorviante. Infatti si tratta di un’avanzata di massa che ha quale scopo la conquista territoriale, laddove il nostro oggetto come lo andremo a delineare consiste in un’azione leggera di pochi uomini scelti che prevede generalmente di colpire e di ritirarsi dal campo avverso. Si adotterà dunque per inseguire una forma presente già nel mito, utilizzata nelle guerre più diverse lungo i secoli ed elaborata dalla letteratura e dall’arte, il più duttile termine di <em>raid</em>.</p>
<p><em>La proliferazione odierna del raid</em></p>
<p>Vi è oggi il sentimento diffuso di vivere in un’età di guerra. Si sono succeduti infatti nel giro di pochi anni i conflitti in Afghanistan e in Iraq, alle cui spalle sta l’evento dell’11 settembre 2001, considerato a torto o ragione come un atto di guerra. Peraltro in precedenza, nel cosiddetto decennio privo d’eventi , possiamo ricordare i massacri che hanno insanguinato, soprattutto con motivazioni etniche e religiose, l’Africa dall’Algeria al Ruanda, dal Sudan alla Liberia. Per restare soltanto ad un più diretto coinvolgimento occidentale, capace di destare in noi una maggiore attenzione per le vaghe e lontane immagini televisive, si possono aggiungere il primo conflitto del Golfo, archetipo degli eventi bellici post-guerra fredda , e quelli che hanno investito a più riprese i Balcani. Le guerre in Afghanistan e in Iraq, relativamente brevi nella loro fase di scontro aperto tra le truppe americane con alleati di supporto e i loro avversari, si protraggono poi tuttora senza fine apparente con le modalità della resistenza e della guerriglia.<br />
Ecco allora la sovrapposizione tra le opposte retoriche di chi considera queste guerre recenti ormai finite dopo lo scontro aperto con l’esercito governativo e trasformate in missioni di pace o di repressione al successivo terrorismo e chi, per contro, ne sottolinea una perdurante continuità di moventi e attori improntati a una semplice variazione di strategia militare. Quel che pare certo è il basso continuo che, una volta terminata l’enfasi della cavalcata in avanti e dell’occupazione territoriale, accompagna la nostra vita quotidiana sotto forma di notizie su scontri e carneficine. I mass-media infatti continuano a monitorare, magari ormai soltanto dalle pagine interne, i conflitti che si mantengono comunque come una specie di retro-memoria nelle coscienze degli spettatori occidentali. La sequenzialità quotidiana della morte ritorna in evidenza attraverso qualche atto particolarmente efferato che colpisca tra gli altri donne e bambini, o politicamente importante come nel caso del coinvolgimento di personalità di spicco. Altre volte lo spazio informativo viene conquistato dal conto numericamente consistente dei morti, oppure da qualche particolare rilevante dal punto di vista emotivo, o ancora per lo spostamento dell’atto verso il cuore dell’occidente rappresentato da inviati speciali, attivisti umanitari o semplici turisti presi a bersaglio. In ogni modo si tratta di solito di episodi di guerra (di guerriglia o di terrorismo poco importa) catalogabili come raid.<br />
Gli attentati dell’11 settembre sono stati appunto un formidabile incipit di una fase d’esaltazione della forma del raid a cui stiamo tuttora assistendo nella piega attuale delle guerre citate e dei loro sviluppi in giro per il mondo. Non un kamikaze isolato come avveniva di regola a danno dei civili israeliani prima e ora soprattutto di militari americani e poliziotti iracheni sul teatro di guerra, ma piuttosto, come si suole dire con un inquietante linguaggio vagamente bio-politico, cellule terroristiche. I volti, le biografie e i percorsi dei componenti i commandos suicidi dell’11 settembre sono stati ampiamente ricostruiti. Essi si sono spostati dai paesi d’origine in occidente, poi verso il loro obiettivo, gli Stati Uniti. Qui si sono nascosti e, nello stesso tempo, addestrati alla missione aerea. L’azione è stata poi multipla, combinata e sincronica, massimamente distruttiva e d’effetto sul piano spettacolare e simbolico . Per tutti questi aspetti ha creato sconcerto, impressione e paura nell’area della vittime, per contro soddisfazione e senso di trionfo tra gli organizzatori, di appagamento e rivalsa tra i sostenitori; in generale di esemplarità e memorabilità nell’intero globo mediatizzato.<br />
Altri raid sono quelli che tengono viva l’attenzione sul teatro di guerra quando questo sembra scivolare nell’ombra d’una faticosa normalizzazione. Le caratteristiche del settembre 2001 vengono ripetute dai combattenti iracheni, specie quando l’operazione è corale. Per questo motivo, e non soltanto per legami di nazionalità, da noi in Italia ha provocato una così forte sensazione l’attentato di Nassirya. Si dispiegava di nuovo e in pieno la forma del raid: un piano studiato di cui via via si sono svelati i dettagli, un mezzo meccanico e dei kamikaze diretti contro un obiettivo militare, il numero elevato di uccisi, la scoperta irridente e angosciante dell’imperfezione nei sistemi di difesa. Un’altra finalità ormai consueta del raid è rappresentata dai rapimenti che strappano le vittime dalla propria vita quotidiana, il lavoro e la famiglia, per trasportarle nella dimensione altra del buio da cui riemergono cambiate nel vestiario e nelle fattezze. Si crea così nello spettatore una forte immedesimazione con i volti emaciati e le parole tremanti su sfondi di sapiente squallore e minaccia che fanno incombere sulla sua esistenza normale il risvolto del pericolo totale e della completa sommissione. E’ ovvio quindi che le vicende degli ostaggi siano particolarmente seguite a causa della compassione basata su una paura comune mediata dal video.<br />
Il raid diventa evidentemente ancora più impressionante quando viene portato nel cuore delle proprie sicurezze. Un passo di avvicinamento a noi sono stati in questo senso gli episodi avvenuti in territorio russo, ovvero l’occupazione del teatro e della scuola, luoghi tra l’altro del divertimento, della socialità e della debolezza. Il culmine per noi europei si è toccato tuttavia a Madrid e, con la forza della ripetizione, a Londra. La Spagna è più vicina delle aree misteriose del Caucaso ed era una nazione sì coinvolta nella guerra in Iraq ma con un’apparente distanza di sicurezza, senza un fronte interno che desse comprensibilità all’attentato. Se si fosse effettivamente trattato di un’azione di ETA, come venne accreditata in un primo momento, l’eco nel resto dell’Europa sarebbe stata enormemente minore e di scarsa memorabilità. A Madrid inoltre non erano stati dispiegati particolari e probabilmente irripetibili apparati d’attacco come invece negli USA tre anni prima. Collocare dell’esplosivo su un treno o in una stazione ricorda, specie in Italia, episodi ancora piuttosto misteriosi del terrorismo nero ed anche recenti, se non per gli scenari politici perlomeno per la cronologia. Sembra inoltre un’azione facile, ripetibile. Gli attentati di Londra hanno poi confermato questa impressione diffusa aggiungendovi il timore per un nemico interno, prodotto dal territorio nazionale e da generazioni ormai inglesi. E’ bastato agli attentatori prendere un treno scavalcando la linea labile tra periferia e city, dimostrando dunque che gli alieni sono confusi e nascosti tra noi e che non provengono necessariamente da fuori, materializzati dal cielo. Le scene per di più risultano prive dell’ipnotica astrattezza fermata nell’immagine della sagoma d’argento in fiamme su sfondo azzurro. Piuttosto contemplano la folla fitta dell’ora di punta, jeans, scarpe da tennis, zainetti come se ne vedono a migliaia. Se la memorabilità legata all’immagine a Madrid è stata perciò incomparabilmente inferiore rispetto a New York, e a Londra scientemente negata, anche gli effetti e i rischi di derealizzazione di pari passo saranno minori.</p>
<p><em>Tentare il contro-raid</em></p>
<p>Tuttavia la forma del raid non appartiene solo ai terroristi, come verrebbe da pensare in modo irriflesso per noi spettatori occidentali. Si tratta d’un’azione che, sia per la sua efficacia pratica che per quella pubblicitaria, non può essere consegnata a cuor leggero al nemico. Essa va però voltata in positivo; spesso la via più semplice consiste nel mostrarla quale risposta ad un attacco. I mass-media occidentali presentano dunque al proprio pubblico, a fronte degli episodi esecrabili già citati, le azioni uguali e contrarie delle “forze del bene”. Nei due casi dei sequestri operati dai guerriglieri ceceni si è assistito infatti all’intervento delle forze speciali russe. I primi hanno trasformato gli spettatori del teatro o i bambini in ostaggi, cambiando di segno al luogo del sequestro divenuto repentinamente e cupamente altro, mentre i secondi avevano il compito di ristabilire la situazione iniziale, liberando le persone ed il campo dal perturbamento. Sfortunatamente il raid può avere anche esiti negativi, come per il kamikaze che non riesce a far saltare in aria altri che se stesso, o parziali, come per i corpi d’elite dell’esercito a seconda del numero di ostaggi periti nell’azione. In questo caso la forma spettacolare del raid si ritorce contro chi l’ha intrapresa.<br />
Niente di peggio, sul piano dell’immagine, del fallimento nel contro-raid. Le conseguenze possono infatti risultare estremamente serie dal punto di vista politico, come nel caso dell’ambasciata occupata a Teheran da un commando il 4 novembre del 1979 e che vanamente gli americani tentarono di liberare, oppure assumere il carattere comunque sgradevole della beffa. Il mullah Omar che sfugge in motocicletta all’accerchiamento dei marines, l’irruzione nel covo “caldo” di Bernardo Provenzano che rinviene sul letto di fortuna soltanto l’impronta del boss ancora una volta inafferrabile. Ciò alimenta la mitologia dell’imprendibilità dei soggetti in questione e ne galvanizza gli adepti. Di qui conseguono per contro i poderosi e frenetici tentativi delle amministrazioni di sottolineare o forzare un’interpretazione dei fatti; esemplare il governo russo che accredita, per mezzo dei mass-media manipolati, la riuscita della teste di cuoio nonostante gli evidenti “effetti collaterali”. Il discredito per il mancato contro-raid, che ridonda infine sulle responsabilità decisionali dei governi, mina tuttavia in prima battuta l’alone semidivino che avvolge le forze speciali. Questi reparti sono composti da superuomini di cui i servizi televisivi s’incaricano di raccontare in modo epico l’addestramento, di mostrarne le armi sempre di raffinata tecnologia, illustrando, con piante, cartine e ricostruzioni computerizzate, il raid in questione. I nemici devono essere ugualmente terribili, misteriosi e mostruosi come le donne velate, pregne nel ventre di esplosivo, o i sanguinari capi che a Beslan allestivano nella palestra della scuola una delirante camera di tortura. La lotta titanica e mortale, dopo un tale spiegamento d’immaginario, prevede tuttavia nel copione la necessaria vittoria dei campioni e protettori dello spettatore. Del tutto pernicioso un risultato contrario.<br />
Riuscire nel contro-raid ha dunque un effetto psicologico tonificante di rassicurazione, quasi elettrizzante sull’opinione pubblica pienamente calata nell’azione, proprio per il senso demiurgico dell’autoreverse nella realtà e nel tempo e della forma del tutto compiuta. Personalmente ricordo di aver provato questa sensazione, unita a quella – immediata, conseguente e comunque assai arbitraria – di una svolta decisiva nell’intera lotta al terrorismo, quando si riseppe della liberazione del generale Dozier dalle mani delle Brigate Rosse ad opera di un commando. Un effetto esattamente opposto a quello delle immagini della scorta falcidiata di Aldo Moro e delle sue foto di prigioniero fatte filtrare da un imprendibile covo.<br />
La forza d’impatto del raid, massimizzata l’11 settembre e poi ripetuta in azioni terroristiche non sempre ad esso sovrapponibili per ogni elemento, è stata da sempre alimentata da una fitta produzione cinematografica. Hollywood soprattutto ha sfruttato il fascino e la pericolosità della forma-raid, la netta distinzione di ruoli tra buoni e cattivi e infine l’esito positivo liberatorio quanto scontato; tale sedimentazione di tratti dell’immaginario ha rafforzato l’intreccio tra realtà e finzione. Di qui anche la forza di immedesimazione del pubblico televisivo negli avvenimenti odierni, la sua infantile soddisfazione nella riuscita del raid operata dai buoni, il terrore per l’azione svolta dai cattivi, in conclusione la terribile disillusione, o l’enorme sollievo, quando la forma non si compie. Non stupisce quindi che l’apparato militare statunitense, sempre più intrecciato a quello mediatico, abbia inscenato il copione del raid in cui veniva salvata la vita della soldatessa Jessica Lynch. La forza pubblicitaria del raid reale sarà replicata dal cinema in un’opera dal titolo Saving Jessica Lynch; solo più tardi si scoprirà che già di partenza il raid era stato progettato e scritto dai militari appunto come un <em>reality show</em>.<br />
Abbiamo accennato senza sistematicità ad alcune caratteristiche del raid pescando dai molteplici esempi che purtroppo la cronaca quotidiana ci offre da qualche anno a questa parte. La forza spettacolare e l’ambivalenza del raid, i suoi attori e la sua sintassi ci stanno oggi assediando quali forze estranee e apparentemente recenti. In verità il raid è presente in diverse manifestazioni nella nostra società (certo tifo da stadio, le spedizioni punitive contro gli immigrati, le incursioni degli hacker etc.) ed ha per di più radici antichissime. Sarà opportuno quindi risalire in primo luogo alle sue origini mitiche che non sono certo estranee al fascino archetipico di questa azione.</p>
<p><em>Le origini mitiche</em></p>
<p>Brevi schizzi del raid nel mito hanno come protagonisti i Centauri, nature umane e nel contempo ferine, di cui si racconta il danneggiamento della persona (Ceneo) commissionata da Zeus e l’estemporanea sottrazione (le donne dei Lapiti) dovuta ala libidine eccitata dal vino. Passando ad episodi con protagonisti degli uomini ne troviamo di celeberrimi – il ratto di Elena, la conquista del vello d’oro – che stanno alla base di due tra i più importanti poemi classici, l’<em>Iliade</em> di Omero e <em>Le Argonautiche</em> di Apollonio Rodio. Più particolareggiata è la narrazione riguardante il raid di Giasone. Di questi vengono raccontate in primo luogo la nascita e l’infanzia paradigmatica di ogni eroe; suo padre Esone, re di Iolco, città della Tessaglia, venne infatti spodestato dal fratellastro Pelia che cercò anche di uccidere il piccolo nipote Giasone. L’eccezionalità dell’eroe si dà quindi nella salvezza miracolosa (una morte simulata che è già stigma del contatto con un altro mondo) e nella lontananza dalla famiglia e dalla patria. Giasone venne quindi allevato, come anche per esempio Achille o Diomede, nelle grotte del monte Pelio da Chirone, il più famoso e dotto tra quelle nature duplici dei Centauri già considerate. Completata l’educazione presso quel maestro della caccia, della medicina, della musica e della ginnastica, Giasone, ormai adulto, si ripresenta a Pelia per ottenere il regno che gli spettava per nascita. L’usurpatore, pur acconsentendo a concederglielo, pone per condizione di liberare la patria comune da una maledizione. Questa dunque la missione dell’eroe:</p>
<p><em>Giasone venne allora a sapere che Pelia era tormentato dall’ombra di Frisso, che era fuggito da Orcomeno una generazione prima, a cavallo di un divino ariete, per non essere sacrificato. Si era rifugiato nella Colchide dove, alla sua morte, gli fu negata adeguata sepoltura; e secondo l’oracolo delfico la terra di Iolco, dove si erano stabiliti molti parenti di Giasone, non avrebbe mai prosperato fino a che l’ombra di Frisso non fosse stata riportata in patria con il Vello d’Oro dell’ariete. Codesto vello stava ora appeso ad un albero nel bosco sacro di Ares in Colchide, sorvegliato notte e giorno da un drago che non dormiva mai. Se Giasone avesse compiuto questa pia spedizione, disse Pelia, egli gli avrebbe volentieri consegnato lo scettro che era ormai divenuto troppo pesante per un uomo della sua veneranda età .</em></p>
<p>Il raid appare qui con l’insieme iniziale delle sue caratteristiche: una causa nobile, un mandante, un bene che si trova in terre lontane da riportare al suo luogo d’origine attraverso un’azione pericolosa. Segue dunque un’adeguata preparazione della spedizione: la nave a cinquanta remi costruita proprio per l’occasione sotto la protezione di Atena, dea dell’intelligenza tecnica, e battezzata Argo, infine il reclutamento del gruppo scelto di compagni. Quanto alla nave si dice sia la prima a solcare i mari e giustifica l’enorme ammirazione della folla che Apllonio Rodio descrive assiepata al varo, mentre l’elenco degli avventurieri varia ma è un elemento fondamentale del mito e resta sempre presente nella narrazione fino ad ampliarsi ai circa duecento versi del poeta alessandrino. Si tratta di volontari che accorrono da ogni corte della Grecia, ciascuno nominato con la propria genealogia e la sua carica; alcuni – Eracle, i Dioscuri, Teseo, Atalanta – sono tra i più eccellenti eroi che attraversano svariate narrazioni mitiche . Caratteristica del raid è pertanto che l’azione, a causa della sua difficoltà, non può essere solitaria ma corale. Raccolti i compagni segue una lunga e difficoltosa navigazione che, dopo diverse tappe e colpi di scena, colloca il gruppo nella Colchide, regione aspra e misteriosa del Caucaso all’estremità del Mar Nero. Lo spaesamento in un luogo ostile, a seguito di un itinerario periglioso che mette a repentaglio la vita e allo stesso tempo cementa tra loro i protagonisti, completa la durezza della prova e diventa a sua volta un elemento topico del raid.<br />
Appena giunti sul luogo dell’impresa gli Argonauti non dovranno vincere solo il drago che, secondo una versione del mito, tiene in bocca il vello d’oro per meglio custodirlo e nel cui stomaco Giasone quindi si introdusse, ma anche le insidie del re Eete. Questi vive nella fulgida città di Ea, sorta su una collina sacra a Elio, dove Efesto aveva costruito il sontuoso palazzo reale, e si mostra subito contrariato dall’arrivo degli Argonauti, poiché era stato proibito a tutti i Greci l’accesso al Mar Nero. Ascoltata la storia della spedizione e l’intendimento del gruppo dapprima Eete minaccia di tagliar loro lingua e mani se non avessero subito fatto vela per dove erano venuti, poi contratta la cessione del vello d’oro a condizioni impossibili. Si mostra dunque con chiarezza l’ostilità di chi governa il luogo dove si deve svolgere il raid; egli dispone di forze immensamente superiori al gruppo dei protagonisti, può minacciarli e dettar loro le sue condizioni. Inoltre, dopo che Giasone aveva superato con l’aiuto delle arti di Medea, figlia dello stesso Eete, la prova di aggiogare all’aratro due tori che sputavano fiamme creati da Efesto, rompe il patto rifiutandosi di consegnare il vello promesso. Eete rappresenta quindi l’avversario topico di coloro che compiono il raid: ostile, superiore per potenza, ma inferiore dal punto di vista morale. Sarà quindi possibile ingannarlo a sua volta senza eccessivi scrupoli. Ecco che si esercita un’ulteriore e imprescindibile caratteristica della forma del raid, finora solo accennata, cioè la legittima astuzia dei più deboli. A ciò si aggiunge l’abilità, la destrezza e il coraggio temerario che rendono la riuscita dell’azione un’impresa memorabile ed in certo senso accostabile ad un’opera d’arte, un trionfo per sé ed uno smacco per l’avversario.<br />
Non si può allora non ricordare qui il più celebre dei raid presente nelle narrazioni di guerra, ovvero la presa di Troia. Una guerra infinita condotta sui campi e sotto le mura viene risolta da un raid di pochi uomini temerari guidati da un eroe simbolo d’astuzia. Lì, tuttavia, solo l’insoffribile lunghezza e i massacri immani della guerra giustificano agli occhi del lettore neutrale l’azione di Ulisse, aiutato non da una prossima moglie come Medea che rispetta insieme a Giasone le reciproche promesse, ma da una traditrice del marito prima e poi dell’amante come Elena. Di qui l’ambigua fama dell’eroe di Itaca ed il suo laborioso viaggio di ritorno, forse da considerarsi anche come forma di espiazione. Nel caso di Eete invece, che reitera le sue minacce di distruzione dell’Argo e di morte all’equipaggio, il raid assume addirittura il significato della giusta punizione. Verosimilmente di notte, momento temporalmente necessario alla protezione dei pochi e dunque topico dello svolgimento del raid, un drappello scelto degli Argonauti, ancora avvalendosi dei particolari mezzi magici messi a disposizione da Medea, riesce ad addormentare “l’orrendo e immortale drago dalle mille spire” sfilandogli il vello dalle grinfie.<br />
Anche il seguito dell’azione rappresenta un topos infinitamente replicato in romanzi e film che adoperano la forma-raid. I sacerdoti di Ares hanno infatti dato l’allarme e i Colchi, afferrate le armi, si danno alla caccia degli Argonauti. Questi, ad ulteriore sottolineatura dell’enorme rischio della missione, pagano con la morte di Ifito il loro tributo di sangue (ma solo i farmaci di invenzione di Medea sono in grado di sanare i molti feriti), riuscendo però alla fine ad aggrapparsi alle murate dell’Argo pronta a ripartire in gran fretta. In realtà l’inseguimento da parte delle galere di Eete, capitanate dal figlio Absirto, variamente raccontato, è tenace e il viaggio di rientro degli eroi lungo il Mediterraneo occidentale ed altre strane rotte laboriosissimo e ricco di ulteriori episodi di tempesta e di guerra. Un’appendice che fa il paio con l’arrivo sul luogo del raid e pare una divagazione ed un abbellimento narrativo a seguito dell’azione che è in sé fulminea. Il raid si presenta infatti quale “modello centripeto del viaggio” in cui quest’ultimo è “un elemento negativo e ritardante, anche se molto produttivo dal punto di vista della narratività.” La velocità nei miti esaminati appartiene al ratto di Elena, dovuto a furore erotico, ma non all’impresa di Giasone che presenta quindi, nel suo inizio e nella sua fine, anche elementi del “modello centrifugo” che “produce avventure tendenzialmente infinite, vissute e valorizzate nella loro autonomia.” In realtà va ricordato però che in questo modo si rafforza, quanto al viaggio d’andata, un’idea di lontananza, anche culturale, che segnala un ulteriore confine violato dal gruppo degli eroi.<br />
Il bene trafugato viene comunque riportato indietro chiudendo la forma del raid nell’equilibrio del compimento. L’eroe tuttavia, nel corso dell’operazione costituita dai viaggi e dal superamento della prova, ha portato con sé, oltre al bene strappato al campo avverso che costituisce il fine del raid, anche Medea. Giasone subisce dunque lungo tutto l’arco dell’azione un cambiamento che si definisce attraverso un’iniziazione all’amore, al sesso e alla paternità. Ricordiamo inoltre che Medea rappresenta uno dei personaggi femminili più complessi e affascinanti dell’intero corpus mitologico; il protagonista del raid si confronta infatti con una donna che incarna il mistero e la magia, nonché la straniera incomprensibile e pericolosa. Tuttavia questa narrazione, differentemente dalla stragrande maggioranza delle rappresentazioni romanzesche o filmiche del raid, non si chiude con la consegna del bene sottratto e con il ristabilimento dell’equilibrio. Per un’analisi della forma del raid potremmo comunque sforbiciare in quel punto gli eventi del mito avendo già tratto tutti gli elementi fondamentali. Bisogna però completare il racconto con la cacciata di Giasone e Medea da Iolco e con la conclusione drammatica dei rapporti tra i due protagonisti, dato che “la ferrea legge del mito greco ignora l’avvenire vuoto della fiaba” , appagata dal ristabilimento di un equilibrio senza fine pacificato. Il loro legame infatti, spezzato dal tradimento di Giasone e dalla vendetta di Medea, finirà nella tragedia della donna infanticida e, perlomeno secondo una versione del mito, del suicidio dell’uomo.</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il testo è un estratto di un saggio pubblicato in «Nuova prosa», 51, rivista letteraria diretta da Luigi Grazioli, da pochi giorni in libreria.</p>
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