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	<title>davide orecchio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
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<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



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<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



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<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
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		<title>“Gli orfani” di Vuillard. Billy the Kid e la costruzione degli Stati Uniti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:29:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Éric Vuillard]]></category>
		<category><![CDATA[club del lettore]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Davide Orecchio</strong><br /> Il romanzo riporta alla luce la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il club del lettore: Éric Vuillard<br />
<em>Gli orfani. Una storia di Billy the Kid</em>, E/O</h2>
<p><figure id="attachment_116392" aria-describedby="caption-attachment-116392" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-116392" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg" alt="" width="760" height="589" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-696x539.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-542x420.jpg 542w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption id="caption-attachment-116392" class="wp-caption-text"><a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/b5def120-c5b2-012f-2487-58d385a7bc34" target="_blank" rel="noopener">The New York Public Library</a>. &#8220;Books discharged here, Books charged here&#8221; The New York Public Library Digital Collections. 1875</figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>In principio c’era la violenza: lo spiegò Ernest Renan in un suo testo classico, <em>Che cos&#8217;è una nazione?</em> (1882), giustificandone tra le righe la necessità, e la necessità di rimuoverla. Scriveva lo storico francese: &#8220;L&#8217;oblio, e dirò persino l&#8217;errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l&#8217;origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l&#8217;unità si realizza sempre in modo brutale&#8221;.</p>
<p>Éric Vuillard non è uno storico, è uno scrittore. Ma in questo suo <a href="https://www.edizionieo.it/book/9788833579696/gli-orfani.-una-storia-di-billy-the-kid"><em>Gli orfani. Una storia di Billy the Kid</em></a>, romanzo fresco di stampa per E/O, fa esattamente questo, <em>riporta alla luce</em> la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero. Abbiamo imparato ad apprezzare Éric Vuillard con <em>L’ordine del giorno</em> (2018) e <em>La guerra dei poveri</em> (2019), sempre portati in italia da E/O. Ora, ricorrendo all’architettura di un romanzo storico per così dire “scarnificato”, Vuillard racconta una delle leggende più famose, e per questo più falsificate, della storia del West americano, quella del fuorilegge Billy the Kid. Altri romanzieri avrebbero impiegato centinaia di pagine; a Vuillard ne bastano poco meno di 150 per proporre la sua versione, che è davvero fresca, priva di incrostazioni mitopoietiche, e soprattutto convincente. Potrebbe essere un testo da spedire nello spazio a ignote civiltà aliene: “Se volete sapere com’è andata, leggete qui”.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119894" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani.jpg" alt="" width="600" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-300x467.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Gli orfani</em> di Vuillard è un’opera di critica narrativa e politica alla fondazione degli Stati Uniti d’America. Cioè ha una lingua narrativa che pensa e riflette, in condivisione col lettore, il che è un pregio e una rarità perché il lettore, di solito, si tende ormai a intrattenerlo ed emozionarlo. La storia di Billy the Kid e di tanti suoi compagni di avventura, nella versione di Vuillard, è la storia di un povero, di un orfano, di un teenager senza amici né protezione. Lo scrittore francese ce lo mostra in tutte le tappe della sua breve esistenza di pistolero, ladro di bestiame e di cavalli, membro di svariate bande al soldo di bovari e latifondisti. Per il troppo sparare, rubare e inseguire una sua libertà nel selvaggio West (Arizona, Texas, soprattutto New Mexico), il Kid (al secolo Henry McCarty, o forse William H. Bonney) finì col morire in anticipo, nel 1881, a soli 21 anni, per mano dello sceriffo Pat Garrett.</p>
<p>Libertà, violenza, costruzione di uno Stato. La tesi di Vuillard è efficace e diretta: quelli come il Kid furono l’esercito di spostati e miserabili che l’America usò per erigere sé stessa. Scrive Vuillard: “La libertà inaudita di cui hanno goduto per pochi decenni gli angloamericani sulla frontiera, guardiani di mandrie dal grilletto facile, la vita che facevano i pionieri ai confini sempre più allontanati dell&#8217;impero, l&#8217;orgia di violenza, alcol, gioco d&#8217;azzardo, prostituzione, massacri, accaparramento di terre e costituzione selvaggia di vaste proprietà, tutto ciò in realtà non era altro che un&#8217;emanazione lontana e rimossa del potere centrale”.</p>
<p>Vuillard ci mostra un “colonialismo precipitoso e brutale” messo nelle mani di “piccoli delinquenti, orde di straccioni, vagabondi e ladri”. Un impero “edificato a tutta velocità”, perché “mai si era estorta tanta terra in così poco tempo”. Kid e i suoi compari servivano. La loro violenza serviva in quella breve fase di accaparramento capitalistico. Serviva &#8211; argomenta Vuillard &#8211; ai grandi proprietari, agli uomini d’affari, all’esercito e a Washington. Questi adolescenti o giovani uomini di misere origini diventarono quindi improvvisamente liberi e sfrontati, “la banda di scellerati più arrabbiata della Storia umana”.</p>
<p>Ma la fine per il Kid e gli altri arrivò presto, e Vuillard ce la mostra. Una volta massacrati i nativi e organizzato l’allevamento intensivo e l’uso delle terre, i latifondisti smisero di farsi la guerra e decisero che era tempo di istituzionalizzare il potere. Venne il momento della democrazia. Fu eletto uno sceriffo, Pat Garrett, il braccio della legge che avrebbe sterminato le bande. E per Billy the Kid arrivò l’ora di bussare alle porte del paradiso.</p>
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		<title>Come difendere memoria e giustizia nell’Argentina di Milei</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/23/golpe-argentina-memoria-giustizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 13:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura militare argentina]]></category>
		<category><![CDATA[julio santucho]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong> <br />
1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe.
"Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Ma la società ha perso capacità di reagire"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2>1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1024x825.jpg" alt="" class="wp-image-119138" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1024x825.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-768x619.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1536x1238.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-521x420.jpg 521w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-150x121.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-696x561.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1068x861.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1920x1548.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00.jpg 2047w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://www.flickr.com/photos/jglsongs/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jglsongs, da Flickr</a></figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Il 24 marzo 2026 per l’Argentina è un giorno importante. Sono cinquant’anni dal colpo di Stato dei militari che avrebbe inaugurato una delle dittature più feroci della storia contemporanea (1976-1983). L’anniversario cade nel momento peggiore, ossia sotto il peggior governo possibile, nella repubblica presieduta da Javier Milei. La memoria collettiva sembra resistere nel giusto verso, se prestiamo fede a un recente <strong>sondaggio</strong> dell&#8217;Università di Buenos Aires e del Cels (Centro studi legali e sociali), dal quale emerge che il 71% degli argentini condanna la dittatura, mentre il 63% ritiene che non ci fossero giustificazioni per il golpe. </p>



<p>Ma non c&#8217;è associazione, istituzione, organismo per la difesa dei diritti civili che non sia sotto attacco. È in difficoltà anche l&#8217;attività forse più importante, la ricerca e restituzione dei <strong>nietos</strong>, i figli che i militari sottrassero alle madri sequestrate e desaparecide: come osserva il giornalista <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.eldestapeweb.com/politica/dictadura-argentina/milei-pierde-la-batalla-cultural-el-71-rechaza-a-la-dictadura-20263130525" target="_blank">Gabriel Sued su &#8220;El Destape&#8221;</a>, da quando Milei è entrato nella Casa Rosada &#8220;tutte le agenzie statali orientate alla ricerca (dei nietos, <em>ndr</em>) sono state indebolite&#8221;, l&#8217;accesso alla documentazione rilevante in possesso delle Forze Armate e di sicurezza è stato limitato&#8221;, e persino &#8220;le analisi genetiche (…) sono state ostacolate&#8221;. </p>



<p>Il resoconto di una situazione gravissima lo traccia un rapporto dal titolo esauriente: <a rel="noreferrer noopener" href="https://abuelas.org.ar/register/public/1765904017695-297749667.pdf" target="_blank"><em>Bajo asedio</em></a>, curato sempre dal Cels. È in effetti un <strong>assedio</strong>, quello subito dalle politiche di memoria, verità e giustizia in Argentina: decreti, risoluzioni amministrative, licenziamenti, addirittura la chiusura di un&#8217;intera Unità speciale di ricerca (Uei) che per 20 anni aveva lavorato con magistratura e procura.</p>



<h1>Un governo negazionista</h1>



<p><strong>Julio Santucho</strong>, fondatore e presidente onorario dell&#8217;Istituto multimediale DerHumALC (Diritti Umani in America Latina e nei Caraibi) ci spiega in questa intervista in quale clima politico e culturale l’Argentina commemora il golpe.&nbsp;Santucho non è solo un importante militante di verità e giustizia, ma &#8211; ex dirigente del Prt negli anni ‘70 &#8211; ha alle spalle una storia significativa di opposizione al regime di Videla e di violenze subite. La sua famiglia fu decimata dalla dittatura militare. Sua moglie Cristina è desaparecida. E, fino a tre anni fa, si erano perse le tracce di uno dei suoi figli, Daniel, del quale Cristina era incinta quando fu sequestrata dai militari. Poi Daniel, il <em>nieto 133</em>, è stato ritrovato e recuperato dalle Abuelas.</p>



<p>«La situazione è grave &#8211; esordisce Santucho -. Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Attacca i pensionati, reprime le persone con disabilità e non rispetta nemmeno le risoluzioni del Congresso, non destinando i fondi previsti dalla legge. Per quanto riguarda i diritti umani e la memoria storica, nel cinquantesimo anniversario della dittatura si assiste a una propaganda costante da parte del governo contro tutti i diritti acquisiti. Ha circolato perfino la voce – una fake news, ma comunque sintomatica del clima – secondo cui il 24 marzo potrebbero ottenere l&#8217;indulto tutti i militari condannati per i crimini della dittatura. Ma in termini di diritto sarebbe impossibile, perché si tratta di crimini contro l’umanità, e non rientrano nell&#8217;indulto. Altri reati sì, ma non quelli. Ma il semplice fatto di far circolare una notizia del genere equivale a dire: &#8220;Qui non è successo niente&#8221;. È come negare il colpo di Stato».</p>



<p><strong>Come reagisce la società argentina?</strong><br /><br />«Tutto questo non provoca lo scandalo che dovrebbe provocare. C’è una specie di addormentamento, una passività diffusa. Il consenso per Milei sembra restare attorno al 40%, grossomodo il risultato ottenuto alle ultime elezioni. Ma è il 40% del 50% degli elettori: un po’ come succede in Italia. In pratica Milei governa con il 40% di metà del paese. Il resto è passività. Ed è proprio questo l’aspetto più grave. La società argentina ha perso la capacità di reagire davanti a un’offensiva della destra così forte e aggressiva».</p>



<p><strong>Cosa accadrà il 24 marzo? Con quali parole d’ordine scenderanno in piazza i militanti?</strong><br /></p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho.png" alt="" class="wp-image-119168" width="448" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho.png 896w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-300x250.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-768x641.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-503x420.png 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-150x125.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-696x581.png 696w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /><figcaption>Julio Santucho</figcaption></figure></div>



<p>«Lo slogan sarà quello tradizionale:&nbsp;“Memoria, Verità e Giustizia”. Quest’anno però ci sarà un elemento nuovo. In tutto il paese sono stati realizzati dei&nbsp;ricami&nbsp;con i volti dei desaparecidos o con i loro nomi. Migliaia di persone hanno tessuto fazzoletti e pannelli commemorativi. Questo significa ore e ore di lavoro manuale. Quindi quest’anno non ci sarà soltanto la tradizionale grande fotografia collettiva con i volti dei desaparecidos, come negli anni passati. Questa sarà la novità simbolica della manifestazione. Il movimento per i diritti umani è molto attivo e forte. La mobilitazione per i 50 anni del golpe è già iniziata. In tutto il paese si stanno organizzando attività: a Tucumán, Buenos Aires, La Rioja, Santiago del Estero e in tutte le province. E sono sicuro che la manifestazione del 24 marzo sarà enorme. Non ci sarà repressione. Reprimono quando si tratta di poche centinaia di persone in piazza, ma quando ce n’è un milione non lo fanno. Sono certo che tutte le città del paese avranno grandi manifestazioni convocate dal movimento per i diritti umani».</p>



<h1>Fare memoria senza fondi</h1>



<p><strong>Le organizzazioni della memoria sono state ostacolate dal governo?</strong><br /><br />«Il metodo usato dal governo è lo stesso che adotta con tutti i settori che vuole colpire:&nbsp;taglia i finanziamenti. Questo vale anche per le organizzazioni dei diritti umani e per i&nbsp;siti della memoria, cioè i luoghi dove durante la dittatura c’erano centri clandestini di detenzione (Ccd). Non è repressione diretta, ma è un modo molto efficace per indebolire tutto il sistema della memoria, perché riduce il personale, le attività e le possibilità operative. Negli anni passati lo Stato finanziava questi centri: personale, manutenzione degli edifici, attività educative. Ora il governo ha praticamente tagliato tutto. Gli edifici possono letteralmente cadere a pezzi e lo Stato non interviene. Gli addetti sono ridotti al minimo. Molti collaboratori e lavoratori precari sono stati mandati via. Sono rimasti soprattutto i dipendenti con contratti statali stabili, quelli che non potevano essere licenziati facilmente».</p>



<p><strong>Puoi fare un esempio?</strong><br /><br />«Mio figlio Miguel lavora nel sito della memoria di&nbsp;Virrey Cevallos, un ex centro clandestino di detenzione che oggi accoglie visite di scuole e cittadini. Le attività continuano, ma il personale è ridotto a tre addetti che devono alternarsi per gestire visite e attività educative. E non c’è un <em>peso </em>per la manutenzione».</p>



<p><strong>Il Museo della memoria dell’ex Esma, la scuola dell’aeronautica e centro di detenzione più tristemente famoso dell’epoca dittatoriale, è stato attaccato fin dal principio della presidenza Milei. Ora in che stato si trova?</strong><br /><br />«Il&nbsp;Centro culturale Conti, che si trova nell’ex Esma, è stato chiuso. Altri organismi invece continuano a funzionare dentro il complesso: la Casa de la Identidad delle Abuelas, la Casa delle Madres e altre istituzioni dei diritti umani. Ma &#8211; ripeto &#8211; con budget ridottissimi. Noi, per esempio, conserviamo lì l’archivio audiovisivo del Festival Internazionale del Cinema dei Diritti Umani. Però dobbiamo mantenerlo da soli: se la stanza deve essere dipinta o riparata, dobbiamo farlo con i nostri mezzi. Lo Stato non interviene».</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="niXG7kqs6V"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/">La lezione di Estela Carlotto</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;La lezione di Estela Carlotto&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/embed/#?secret=niXG7kqs6V" data-secret="niXG7kqs6V" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<h1>Processi e nietos</h1>



<p><strong>Il corso dei processi per i crimini della dittatura si è interrotto?</strong><br /><br />«No. L’11 marzo scorso, ad esempio, è iniziata la prima udienza del processo per i desaparecidos dell’Ingenio Fronterita, a Tucumán. Era uno dei centri di detenzione legati alla repressione nel corso dell’<em>Operativo Independencia</em>, iniziato prima del golpe del 1976, quando Isabel Perón autorizzò l’esercito a intervenire nella provincia per combattere la guerriglia dell’Erp. In realtà quell’operazione colpì soprattutto la popolazione civile: contadini accusati di aver aiutato i guerriglieri furono torturati o sequestrati. Gli imputati sono ancora vivi e saranno processati. In sintesi, quello che è cambiato è che molti condannati oggi scontano la pena agli arresti domiciliari, per ragioni di età o salute. Ma i processi non si sono fermati».</p>



<p><strong>L’attività di restituzione dell’identità dei nietos prosegue o subisce ostacoli?</strong><br /><br />«Finora l’attività non è stata proibita esplicitamente, ma lo Stato non la sostiene più. Le analisi del dna&nbsp;sono molto costose e spesso devono essere fatte negli Stati Uniti. Quindi, per raccogliere i fondi, si ricorre all’aiuto della società civile, delle associazioni e delle fondazioni internazionali. Le&nbsp;Abuelas de Plaza de Mayo&nbsp;continuano il loro lavoro grazie a donazioni, a collaborazioni con fondazioni straniere e anche a iniziative come un accordo con il quotidiano <em>Página 12</em>, che destina parte delle sue sottoscrizioni al loro lavoro. Naturalmente anche loro lavorano&nbsp;con risorse ridotte al minimo. Le Abuelas storiche sono ormai pochissime, e sono molto anziane. Oggi l’organizzazione è guidata soprattutto dai&nbsp;nipoti recuperati. Sono loro che portano avanti il lavoro e cercano nuove forme di finanziamento».</p>



<p><a href="https://www.globalgiving.org/projects/help-abuelas-de-plaza-de-mayo-in-their-search/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>LINK: PER AIUTARE LE ABUELAS CON UNA DONAZIONE</strong></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="900" height="677" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres.png" alt="" class="wp-image-119095" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres.png 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-300x226.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-768x578.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-558x420.png 558w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-150x113.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-696x524.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>



<h1>La storia di Daniel, il nieto 133</h1>



<p><strong>Tre anni fa ti hanno restituito tuo figlio Daniel, il <em>nieto</em> <em>133</em>.</strong><br /><br />«L’abbiamo ritrovato, ma ci sono voluti 46 anni. Nel luglio del 1976 io ero in Italia. Il partito mi aveva inviato in missione per organizzare il lavoro politico clandestino. Telefonai alla famiglia per fare gli auguri di compleanno a mio cognato. Mia suocera mi disse: “Stanotte hanno portato via le ragazze”, mia moglie e mia sorella. Prima di uscire Cristina Navajas, mia moglie, disse alla vicina: “Se non torniamo entro mezzanotte chiama mia madre perché venga a prendere i bambini”. I bambini erano i miei due figli e mio nipote Diego.</p>



<p>Cristina aveva lasciato una borsa sul tavolo. Dentro c’era una lettera che stava scrivendo per me, ma non aveva il mio indirizzo in Italia per spedirla. In quella lettera scriveva che il ciclo era in ritardo e che pensava di essere incinta. Più tardi una sopravvissuta dei campi di detenzione confermò che Cristina era incinta. Quindi sapevamo che aspettava un figlio. Ma non abbiamo mai saputo se fosse nato davvero. L’ultimo luogo dove Cristina fu vista è il&nbsp;Pozo de Banfield, un Ccd di Buenos Aires. Tra dicembre e marzo 1977 non uscì nessun sopravvissuto da lì. Mio figlio nacque a gennaio, quindi non ci fu nessuno che potesse testimoniare. Per decenni abbiamo cercato quel bambino».</p>



<p><strong>Poi è stato lui a trovarvi.</strong><br /><br />«Nel 2023 Daniel si è presentato dalle Abuelas e ha fatto il test del dna. Il&nbsp;25 luglio&nbsp;lo hanno convocato alla sede della Conadi (Comisión nacional por el derecho a la identidad, l’organismo che promuove la ricerca dei figli dei desaparecidos, <em>ndr</em>) e gli hanno detto che il test genetico dimostrava che era figlio mio e di Cristina».</p>



<p><strong>Tu dov’eri in quel momento?</strong><br /><br />«Ero a Tucumán. Mio figlio Miguel, invece, era a Roma con i suoi fratelli Florencia e Camilo. Ci siamo parlati per la prima volta tutti e cinque in una videochiamata tra Argentina e Italia».</p>



<p><strong>Qual è la prima cosa che ti ha detto Daniel?</strong><br /><br />«Quando è apparso sullo schermo mi ha salutato così:&nbsp;“Hola, papá”. Per me è stato un momento incredibile. Daniel aveva capito subito che il suo posto era insieme a noi. Dopo 46 anni aveva trovato una famiglia, un padre e dei fratelli. Dopo il riconoscimento è andato anche a&nbsp;Santiago del Estero, dove vive gran parte della nostra famiglia. Lì ha incontrato moltissimi parenti. È stato un momento molto forte, perché improvvisamente ha scoperto di avere una famiglia enorme che non conosceva».</p>



<h1>Una vittoria sulla dittatura</h1>



<p><strong>Sono passati quasi tre anni. Cosa ti resta di quei momenti?</strong><br /><br />«Per me ritrovare Daniel significa recuperare una parte di Cristina, di mia moglie, una parte della mia vita che era stata rubata. È una sensazione di pace enorme. Ma ho anche la sensazione di avere ottenuto una&nbsp;vittoria contro la dittatura. I militari avevano un piano sistematico: rubavano i figli dei militanti e li allevavano con un’educazione opposta a quella delle loro famiglie. Nel caso di Daniel non ci sono riusciti. Mio figlio è stato cresciuto da un poliziotto della provincia di Buenos Aires. Non un poliziotto qualsiasi, ma uno che partecipava ai sequestri. Aveva perfino falsificato la data di nascita di Daniel sostituendola con il&nbsp;24 marzo, la data del golpe. È morto tre mesi prima che Daniel fosse identificato».</p>



<p><strong>Com’è riuscito, tuo figlio, a liberarsi di queste bugie?</strong><br /><br />«Per lui è stato un processo lungo e doloroso.<strong> </strong>Aveva visto il film <em>La notte delle matite spezzate</em>&nbsp;e aveva iniziato a capire che qualcosa non tornava. Quando in casa insultavano le Madres e le Abuelas, lui si chiedeva perché quelle donne venissero attaccate se cercavano soltanto i loro figli e nipoti. Alla fine ha affrontato il padre adottivo e ha compreso la menzogna in cui era cresciuto. Da quel momento è iniziato il percorso con le Abuelas. Ci sono nipoti recuperati che non vogliono avere rapporti con la famiglia biologica. Per Daniel è stato diverso. Oggi è un uomo felice. Prima era chiuso, timido. Ora è aperto, sereno, come se camminasse a un metro da terra».</p>



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		<title>Manuale minimo per adulti con un amico invisibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Bonzano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Stefano Bonzano</strong><br />
Se qualcuno ti chiede se parli da solo, puoi rispondere di sì. Ma aggiungi che non è un monologo. È un sistema evolutivo in corso
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<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="616" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-1024x616.jpg" alt="" class="wp-image-118745" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-1024x616.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-768x462.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-698x420.jpg 698w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-696x419.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione-1068x643.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/immaginazione.jpg 1253w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Immagine di <a href="https://pixabay.com/users/cdd20-1193381/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4916390">Hello Cdd20</a> da <a href="https://pixabay.com//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4916390">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p>di <strong>Stefano Bonzano</strong></p>



<h2>1. Non dirlo subito.</h2>



<p>Se a cinquant’anni dici durante una cena: “Ho un amico invisibile”, la serata prende una piega clinica.<br />Meglio aspettare il dolce. Oppure non dirlo affatto.</p>



<h2>2. Non chiamarlo per nome davanti agli altri.</h2>



<p>Il mio si chiama 生.<br />Significa “vita”.<br />Se lo pronuncio in pubblico, qualcuno pensa che sia una marca di sushi, qualcun altro che io abbia avuto un’illuminazione orientale. Nessuno immagina che sia una mutazione.</p>



<h2>3. Ricorda che non è un fantasma.</h2>



<p>Un amico invisibile adulto non è un’apparizione.<br />È una funzione.<br />Compare quando l’ambiente diventa ostile: una pagina che non si lascia leggere, un silenzio troppo lungo, una decisione che non vuole essere presa.<br />Da bambino ero dislessico. Non sapevo di esserlo, sapevo solo che le lettere non collaboravano. Mentre inciampavo, dentro si attivava un’altra modalità di lettura. Non lineare, non ordinata. Per immagini.<br />Non è stato un trauma. È stata un’adattabilità.<br />Se Darwin avesse osservato 生 e me, avrebbe parlato di mutazione. Non genetica. Operativa.</p>



<h2>4. Le mutazioni non sono solo fisiche.</h2>



<p>Siamo abituati a pensare che l’evoluzione riguardi il becco dei fringuelli o la corazza delle tartarughe. Ma anche l’assetto emotivo muta.<br />Una paura ripetuta ispessisce la nostra corteccia.<br />Un’umiliazione cambia postura.<br />Un amore modifica il ritmo cardiaco e il modo in cui giudichiamo il mondo.<br />Il corpo registra. L’emozione modella. Il pensiero si riorganizza.<br />Non sono tre piani separati: sono un unico organismo in movimento.<br />Il neuroscienziato Antonio Damasio lo direbbe meglio di me: non esiste decisione razionale che non passi dal corpo. Io lo dico più semplicemente: se ti si stringe lo stomaco, stai già pensando.</p>



<h2>5. L’amico invisibile è un adattamento.</h2>



<p>Non ti rende speciale.<br />Ti rende elastico.<br />Quando una situazione non si lascia attraversare con gli strumenti consueti, l’amico invisibile suggerisce un’altra angolazione. Non consola. Devia.<br />Se l’ambiente cambia, l’organismo cambia.<br />Se l’ambiente è complesso, l’identità diventa dialogica.</p>



<h2>6. Non confonderlo con l’intelligenza artificiale.</h2>



<p>L’IA può simulare una risposta brillante.<br />Ma non ha un battito accelerato, non suda, non sente il peso di un errore nello stomaco.<br />L’intelligenza umana è un intreccio tra biologia ed esperienza. È fatta di memoria incarnata.<br />L’amico invisibile non è un algoritmo interno.<br />È una cicatrice che ha imparato a parlare.</p>



<h2>7. Non eliminarlo.</h2>



<p>Molti adulti archiviano quella voce come residuo infantile.<br />È un errore.<br />La rigidità non è mai stata un vantaggio evolutivo. Le specie che sopravvivono sono quelle che sanno variare comportamento, non solo forma.<br />L’amico invisibile è una variazione comportamentale interna.<br />Un piccolo laboratorio di mutazioni.</p>



<h2>8. Non idealizzarlo.</h2>



<p>Non è più intelligente di te.<br />Non è più morale.<br />Non è un oracolo.<br />È semplicemente la parte che guarda la scena da mezzo metro più in là.<br />Quella distanza minima che impedisce l’estinzione emotiva.</p>



<h2>9. Accetta che possa sparire.</h2>



<p>Un giorno ho smesso di sentirlo con la stessa chiarezza.<br />Non perché fosse morto.<br />Forse perché si era distribuito.<br />Forse la mutazione era diventata stabile.<br />Quando l’organismo integra una variazione efficace, non ha più bisogno di nominarla.</p>



<h2>10. Ultima regola.</h2>



<p>Se qualcuno ti chiede se parli da solo, puoi rispondere di sì.<br />Ma aggiungi che non è un monologo.<br />È un sistema evolutivo in corso.<br />E finché mutiamo dentro, non siamo finiti.</p>
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		<title>La violenza nel tempo di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jan 2026 20:09:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna]]></description>
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<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="729" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-1024x729.jpg" alt="Trump" class="wp-image-118351" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-1024x729.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-768x547.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-590x420.jpg 590w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-696x495.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-1068x760.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/trump.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Immagine di <a href="https://pixabay.com/users/mih83-464187/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1822121">M. H.</a>da <a href="https://pixabay.com//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1822121">Pixabay</a></figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Molti hanno paragonato gli &#8216;squadroni&#8217; di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l&#8217;impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di <strong>Igiaba Scego</strong>. L&#8217;ha scritto su Instagram e lo riporto qui:<br /></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p>&#8220;L&#8217;Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dai <em>slave catchers</em> ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci ha mostrato più di un <em>slave catcher</em>. (&#8230;) L&#8217;Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremmo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c&#8217;è un&#8217;altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsi la democrazia. Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto. La riemersione dei <em>slave catchers</em>, del suprematismo nativista wasp, ora chiamato ICE è davvero il segno della grande crisi che sta attraversando il paese&#8221;.</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-instagram wp-block-embed-instagram"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="instagram-media" data-instgrm-captioned data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/DT7ccOdAN3c/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14" style=" background:#FFF; border:0; border-radius:3px; box-shadow:0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width:658px; min-width:326px; padding:0; width:99.375%; width:-webkit-calc(100% - 2px); width:calc(100% - 2px);"><div style="padding:16px;"> <a href="https://www.instagram.com/p/DT7ccOdAN3c/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" style=" background:#FFFFFF; line-height:0; padding:0 0; text-align:center; text-decoration:none; width:100%;" target="_blank"> <div style=" display: flex; flex-direction: row; align-items: center;"> <div style="background-color: #F4F4F4; border-radius: 50%; flex-grow: 0; height: 40px; margin-right: 14px; width: 40px;"></div> <div style="display: flex; flex-direction: column; flex-grow: 1; justify-content: center;"> <div style=" background-color: #F4F4F4; 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<p>A me sembra una <strong>lettura lucida,</strong> ma ogni sguardo ha la sua <strong>tradizione</strong> <strong>di</strong> <strong>riferimento</strong> ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell&#8217;assassino Ice che spara sull&#8217;inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell&#8217;ufficiale Gestapo nell&#8217;atto di sparare alla nuca di un prigioniero. </p>



<p><strong>Europa e Stati Uniti condividono spettri</strong>. L&#8217;Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti <strong>un inconscio Mr. Hyde</strong>, una natura politica violenta, fascista, razzista, &#8220;istituzionale&#8221;, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una <strong>coscienza</strong>: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L&#8217;intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui &#8220;contenere&#8221; ha due significati.</p>



<p><strong>Nell&#8217;America di Trump, Hyde è libero dalle catene</strong>. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un&#8217;America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L&#8217;Italia l&#8217;ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C&#8217;è però un <strong>elemento nuovo</strong> nell&#8217;uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende &#8220;diversamente&#8221; disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su <em>Truth.</em> <strong>Trump è lontanissimo dall&#8217;infelicità e dalla sofferenza che sta procurando</strong>. Si comporta come un dio alieno o come un <strong>faraone digitalizzato</strong>, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.</p>



<p>Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker <a rel="noreferrer noopener" href="https://elpais.com/cultura/2012/11/09/actualidad/1352470952_766370.html" target="_blank">sostenne</a> che l&#8217;umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un&#8217;epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un&#8217;amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l&#8217;hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l&#8217;eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.</p>
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		<title>Il club del lettore: Guerriero, «La chiamata»</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/22/guerriero-la-chiamata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[club del lettore]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[la chiamata]]></category>
		<category><![CDATA[Leila Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[silvia labayru]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Un libro prezioso perché dà voce a chi c’è ancora. I morti non possono parlare. I vivi sì. La loro testimonianza è inestimabile]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignwide size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="760" height="589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg" alt="" class="wp-image-116392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-696x539.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-542x420.jpg 542w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption>New York Public Library Archives, &#8220;<a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/b5def120-c5b2-012f-2487-58d385a7bc34" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Books discharged here, Books charged here</a>&#8220;, 1875</figcaption></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p><em>Diceva il saggio: “I refuse to join any club that would have me as a member”. Ma questo club di lettura ha un solo membro, e mi tocca accettarlo. È lui a dettare le regole riguardo la scelta dei libri dei quali brevemente e intempestivamente (una volta al mese… una volta all’anno…) parlare; e non è detto che siano freschi di stampa.</em></p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-658x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-117781" width="329" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-658x1024.jpeg 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-193x300.jpeg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-768x1196.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-270x420.jpeg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-150x234.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-300x467.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-696x1084.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata.jpeg 960w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></figure></div>



<p>Non è per niente semplice scrivere qualcosa di nuovo sulla dittatura argentina (1976-1983). Leila Guerriero con <em>La llamada</em> <em>(</em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.edizionisur.it/prodotto/la-chiamata/" target="_blank"><em>La chiamata</em>, Sur 2025, traduzione di Maria Nicola</a>, già <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/08/04/la-chiamata/">recensito qui su Nazione Indiana</a> da Gianluca Veltri) l’ha fatto in un volume interminabile e denso come le vite e le storie che racconta. Interminabile eppure, leggendolo, si desidera che non finisca. </p>



<p>La storia ruota attorno a una protagonista, Silvia Labayru, giovane militante montonera catturata e imprigionata nell’Esma a 20 anni. Lì dentro partorirà una figlia, sarà torturata, violentata, sarà ripetutamente usata come oggetto sessuale dai militari e persino dalla moglie di uno di loro. Sopravviverà e, una volta fuori, subirà uno stigma quasi trentennale, “colpevole” in fondo solo di non essere morta, e accusata di avere collaborato con i militari.&nbsp;</p>



<p>Labayru era una ragazza bellissima: forse questo l’ha salvata. O forse la salvò la sua estrazione sociale e culturale: borghese, figlia di un militare, colta, adatta quindi a essere inserita nel progetto di “recupero” che gli uomini di Massera concessero a poche centinaia di detenuti invece di assassinarli.</p>



<p><em>La chiamata</em> è però una narrazione di alto giornalismo che sarebbe fuorviante ridurre a testo sugli anni della dittatura. È molto di più perché racconta la vita di Labayru fino a oggi, e tutte le vite che del suo mondo fanno o hanno fatto parte (compagne e compagni, carnefici, parenti, amanti, mariti, amiche…) grazie a una costellazione di interviste e allo studio accurato dei materiali di archivio.</p>



<p>Ha spiegato l’autrice in <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/07/14/e-tu-perche-sei-viva-la-storia-di-silvia-labayrou-desaparecida-stuprata-da-un-militare-e-ripudiata-dagli-altri-militanti/8058799/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un’intervista al Fatto Quotidiano</a>: “Sin dall’inizio sapevo che non sarebbe stato un libro sugli anni Settanta e sulla reclusione di Silvia nella Scuola di meccanica della marina, ma il ritratto di una persona. Una donna con contraddizioni, con luci e ombre, complessa. Tutto quello che mi raccontava sulla sua vita dopo la Esma, mi risultava estremamente magnetico”.&nbsp;</p>



<p>Le interviste sono durate quasi due anni. Sono scrupolose e spesso misteriose. Sembrano sedute di psicoterapia. Ci si muove tra Argentina e Spagna (terra di esilio, quindi seconda patria per molti anni), e tra passato e presente. Si ha spesso l’impressione di scoprire gradualmente il ritratto di più donne in una. La giovane militante, la prigioniera, l’esule, la donna che oggi parla e ha sempre una posizione “laica” sul passato. Nessuna nostalgia o idealizzazione, in Silvia Labayru. Anzi una forte e inconsueta autocritica rispetto alla militanza e alla violenza politica degli anni Settanta.</p>



<p>In fondo lo si legge accanitamente soprattutto per questo, <em>La chiamata</em>: c’è una persona/personaggio enigmatica, ripetutamente inseguita dal resoconto, dalle parole, dalla ricerca di una verità sempre veloce e sfuggente, quindi mai raggiunta appieno.</p>



<p>Forse di verità, per il lettore, alla fine ne restano solo due. Quei poco meno di due anni passati dentro l’Esma da Silvia Labayru sono una tempesta magnetica/biografica che, oltre a lasciare cicatrici fisiche e morali, ha creato una vita perpetuamente inquieta e oscillante, un destino di bussole impazzite nonostante le “cose salde”: mariti, figli, amiche e amici, lavoro. E poi: Silvia Labayru è stata una vittima, nient’altro che una vittima.</p>



<p>Durante la prigionia (con alcune possibilità di uscire dall’Esma, anche questo è un aspetto originale del resoconto) Labayru fu costretta ad assumere l’identità fittizia della sorella di Alfredo Astiz, ufficiale della Marina infiltrato nel gruppo delle <em>Madres de Plaza de Mayo</em>, prendendo parte a un’operazione repressiva che si sarebbe conclusa con la sparizione di tre madri e di due suore francesi. Questo non le è stato mai perdonato. Il tema del tradimento, della collaborazione. Ma il vero tema era un altro: il sequestro, la violenza, la minaccia, il ricatto (Labayru aveva una bambina da difendere, una famiglia, non era libera).</p>



<p>Il rifiuto è durato decadi, e ha iniziato a incrinarsi solo dopo che, all’inizio degli anni Dieci, Labayru ha portato in tribunale i suoi violentatori, e ne ha ottenuto la condanna. A proposito del “rifiuto”, Guerriero osserva (sempre nell’intervista al <em>Fatto</em>): “Chi l’ha subito, racconta sempre la stessa cosa: oltre alle torture e alle violenze, ha dovuto affrontare il silenzio, lo stigma e l’allontanamento da parte dei propri compagni. Era una doppia punizione: una imposta dalla dittatura e un’altra inflitta dal proprio ambiente. Nel caso di Silvia, è stato più duro. Molti la guardavano con sospetto, come se fosse stata una collaboratrice ma ovviamente non lo è stata. Era una vittima come tutte le altre, solo che le era toccato in sorte qualcosa di ancora più perverso”.</p>



<p><em>La chiamata</em> è un libro prezioso perché dà voce a chi c’è ancora. I morti non possono parlare. I vivi sì. La loro testimonianza è inestimabile.</p>



<p><strong>Letture correlate</strong>:&nbsp;<br />Marta Dillon, <em>Aparecida</em>, trad. Camilla Cattarulla, Gran vía 2021.<br />M.Actis, C. Aldini, L. Gardella, M. Lewin, E. Tokar, <em>Le reaparecide</em>, trad. Fiamma Lolli, Stampa Alternativa 2005.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="FYy27aYMoO"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/11/club-lettore-enzensberger-pintor-susani/">Il club del lettore: Enzensberger, Pintor, Susani</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Il club del lettore: Enzensberger, Pintor, Susani&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/11/club-lettore-enzensberger-pintor-susani/embed/#?secret=FYy27aYMoO" data-secret="FYy27aYMoO" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Per una &#8220;eternità piena di parole&#8221;. Il nostro ricordo di Anna Toscano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/09/nostro-ricordo-anna-toscano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 13:22:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anna toscano]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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					<description><![CDATA[Nazione Indiana, come tante e tanti, è vicina a Gianni Montieri e alla famiglia di Anna. Il nostro piccolo omaggio alla sua memoria è un indice dei suoi articoli usciti su NI]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/anna-toscano-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-117561" width="410" height="512"/><figcaption>Anna Toscano in una foto tratta dal suo profilo su Facebook</figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Abbiamo perso <a href="https://annatoscano.eu" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anna Toscano</a>. Una letterata alla quale non mancava alcun talento. Poeta, giornalista culturale, docente, fotografa. Era bravissima in tutto quello che faceva. La notizia della sua morte l&#8217;ha data il marito, compagno di vita, il poeta <a href="https://www.facebook.com/share/p/1BZaQj5wYh/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gianni Montieri</a>, ieri, 8 dicembre, in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa e di riposo.</p>



<p>Anche noi di <em>Nazione Indiana</em>, come tante e tanti in queste ultime ore, siamo vicini a Gianni e alla famiglia di Anna. È sempre difficile, impossibile, spiegare l&#8217;inesplicabile. Ma oggi lo è ancora di più. Una donna ricca di doni e capacità ci ha lasciati prematuramente. Una coppia così unita da tutto, dall&#8217;amore reciproco e dall&#8217;amore per la poesia, per la letteratura, è stata spezzata. Non si può spiegare. E forse non si deve. Perché è semplicemente ingiusto.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Gianni ha dedicato parole commoventi alla sua compagna:</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Anna, la mia Anna, la mia adorata Anna, da stamattina è libera, è andata. (&#8230;) Mi è scivolata dalle dita. (&#8230;) Ci siamo amati tanto, ci ameremo per sempre. Questi 16 anni sono stati i più felici, i più brillanti di questa vita.</p></blockquote></figure>



<p>Nel suo commiato da Anna, Gianni cita anche una poesia della moglie che si conclude così:</p>



<pre class="wp-block-verse" style="font-size:20px">"Voglio un'eternità piena di parole, libere". </pre>



<p>Cerchiamo anche noi, qui, di dare il nostro piccolo contributo perché questo desiderio sia esaudito.</p>



<p><strong>Negli ultimi due anni Anna aveva iniziato a pubblicare</strong> su <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-toscano/"><em>Nazione Indiana</em></a>. Era iniziato tra noi un discreto scambio epistolare che funzionava in modo molto semplice. Anna mandava delle proposte, e io le accettavo tutte. Devo ammettere che ero felicissimo di riceverle, tanto quanto sono triste perché non ne riceverò più. In questi testi critici Anna aveva iniziato a ricomporre la foto di gruppo di un Pantheon letterario che ospitava le autrici da lei più apprezzate e studiate. La prima fu <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/02/15/cento-di-questi-anni-lisetta-carmi/">Lisetta Carmi</a>. L&#8217;ultima è stata <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/08/11/viaggiare-in-versi-con-poete-di-inizio-novecento/">Hope Mirrlees</a>.</p>



<p>Ma non mancano <strong>incursioni d&#8217;autrice</strong>, più artistiche che critiche, che oggi non riesco a non leggere con gli occhi e nel colore di quanto è appena successo. Ad esempio questo lungo e toccante <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/10/18/come-ricordano-i-morti-nel-nordest/">reportage</a> tra le epigrafi e la memoria dei defunti, dove Anna scrive:</p>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-solid-color"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>Ciò che si nota nelle foto delle epigrafi appese ai muri in questi ultimi anni è la vita che straripa, fino al punto che a volte i bordi paiono espandersi, e basta tendere una mano, un braccio, alla persona per farla uscire di là e trovarsela in corridoio, come in un vecchio video degli a-ha.</p></blockquote></figure>



<p>O queste parole dettate da una <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/06/11/viaggio-nelle-stanze-e-nellisola-di-rossana-rossanda/">visita</a> alla casa museo veneziana di Rossana Rossanda:</p>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-solid-color"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>Plausibile dunque che, come molte persone hanno scelto di vivere a Venezia e molte altre di venir seppellite nell’isola di San Michele, chissà quante avranno chiesto di trascorrere qui l’eternità.</p></blockquote></figure>



<p>Allora eccole qui, nell&#8217;indice che segue, tutte le parole &#8220;libere&#8221; che Anna Toscano ci ha donato. L&#8217;unica e ultima eccezione è un articolo di <strong>Antonella Cilento</strong>, pubblicato lo scorso settembre, che ricostruisce il prezioso lavoro di Anna nella riscoperta e divulgazione dell&#8217;opera di <strong>Goliarda Sapienza</strong>.</p>



<p>Buona lettura, e buona memoria.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/02/15/cento-di-questi-anni-lisetta-carmi/">Cento di questi anni Lisetta Carmi</a></strong>&nbsp;</p>



<p><strong>15 Febbraio 2024</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="cmKrv19ecT"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/02/15/cento-di-questi-anni-lisetta-carmi/">Cento di questi anni Lisetta Carmi</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Cento di questi anni Lisetta Carmi&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/02/15/cento-di-questi-anni-lisetta-carmi/embed/#?secret=cmKrv19ecT" data-secret="cmKrv19ecT" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/06/17/personaggi-oltre-le-righe-rileggere-brianna-carafa-nel-suo-centenario/">Personaggi oltre le righe. Rileggere Brianna Carafa nel suo centenario</a></strong>&nbsp;</p>



<p><strong>17 Giugno 2024</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="GLzYqjOcgR"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/06/17/personaggi-oltre-le-righe-rileggere-brianna-carafa-nel-suo-centenario/">Personaggi oltre le righe. Rileggere Brianna Carafa nel suo centenario</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Personaggi oltre le righe. Rileggere Brianna Carafa nel suo centenario&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/06/17/personaggi-oltre-le-righe-rileggere-brianna-carafa-nel-suo-centenario/embed/#?secret=GLzYqjOcgR" data-secret="GLzYqjOcgR" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:23px"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/08/28/per-un-ritorno-dei-libri-di-janet-frame-cento-di-questi-anniversari/"><strong>Per un ritorno dei libri di Janet Frame. Cento di questi anniversari</strong>&nbsp;</a></p>



<p><strong>28 Agosto 2024</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="pvxhTfNESP"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/08/28/per-un-ritorno-dei-libri-di-janet-frame-cento-di-questi-anniversari/">Per un ritorno dei libri di Janet Frame. Cento di questi anniversari</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Per un ritorno dei libri di Janet Frame. Cento di questi anniversari&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/08/28/per-un-ritorno-dei-libri-di-janet-frame-cento-di-questi-anniversari/embed/#?secret=pvxhTfNESP" data-secret="pvxhTfNESP" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/10/18/come-ricordano-i-morti-nel-nordest/"><strong>Epigrafi a Nordest</strong>&nbsp;</a></p>



<p><strong>18 Ottobre 2024</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="02w5bkQZow"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/10/18/come-ricordano-i-morti-nel-nordest/">Epigrafi a Nordest</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Epigrafi a Nordest&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/10/18/come-ricordano-i-morti-nel-nordest/embed/#?secret=02w5bkQZow" data-secret="02w5bkQZow" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/11/grace-paley-anniversario-nascita/">Grace Paley e l&#8217;essere fuori luogo. Un anniversario</a></strong>&nbsp;</p>



<p><strong>11 Dicembre 2024</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="0eCi69dTmD"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/11/grace-paley-anniversario-nascita/">Grace Paley e l’essere fuori luogo. Un anniversario</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Grace Paley e l’essere fuori luogo. Un anniversario&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/11/grace-paley-anniversario-nascita/embed/#?secret=0eCi69dTmD" data-secret="0eCi69dTmD" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/18/goliarda-sapienza/"><strong>L&#8217;eredità del corpo memoria nei libri di Goliarda Sapienza</strong>&nbsp;</a></p>



<p><strong>18 Maggio 2025</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="KFpskoXQD7"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/18/goliarda-sapienza/">L’eredità del corpo memoria nei libri di Goliarda Sapienza</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;L’eredità del corpo memoria nei libri di Goliarda Sapienza&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/18/goliarda-sapienza/embed/#?secret=KFpskoXQD7" data-secret="KFpskoXQD7" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/06/11/viaggio-nelle-stanze-e-nellisola-di-rossana-rossanda/">Viaggio nelle stanze, e nell&#8217;isola, di Rossana Rossanda</a></strong>&nbsp;</p>



<p><strong>11 Giugno 2025</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="m54HGxXRJv"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/06/11/viaggio-nelle-stanze-e-nellisola-di-rossana-rossanda/">Viaggio nelle stanze, e nell&#8217;isola, di Rossana Rossanda</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Viaggio nelle stanze, e nell&#8217;isola, di Rossana Rossanda&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/06/11/viaggio-nelle-stanze-e-nellisola-di-rossana-rossanda/embed/#?secret=m54HGxXRJv" data-secret="m54HGxXRJv" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/07/03/centenario-di-marina-jarre/">Marina Jarre, una scrittrice da riscoprire in occasione del suo centenario</a></strong>&nbsp;</p>



<p><strong>3 Luglio 2025</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="C2KqUTaYcG"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/07/03/centenario-di-marina-jarre/">Marina Jarre, una scrittrice da riscoprire in occasione del suo centenario</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Marina Jarre, una scrittrice da riscoprire in occasione del suo centenario&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/07/03/centenario-di-marina-jarre/embed/#?secret=C2KqUTaYcG" data-secret="C2KqUTaYcG" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/08/11/viaggiare-in-versi-con-poete-di-inizio-novecento/">Viaggiare in versi con poete di inizio Novecento</a></strong>&nbsp;</p>



<p><strong>11 Agosto 2025</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="pFdXWNII8j"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/08/11/viaggiare-in-versi-con-poete-di-inizio-novecento/">Viaggiare in versi con poete di inizio Novecento</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Viaggiare in versi con poete di inizio Novecento&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/08/11/viaggiare-in-versi-con-poete-di-inizio-novecento/embed/#?secret=pFdXWNII8j" data-secret="pFdXWNII8j" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:25px"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/09/24/ancestrale-goliarda-sapienza/"><strong>La doppia vita di «Ancestrale» di Goliarda Sapienza</strong>&nbsp;</a></p>



<p><strong>di Antonella Cilento<br />24 Settembre 2025</strong></p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="LoPR1GhAWx"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/09/24/ancestrale-goliarda-sapienza/">La doppia vita di «Ancestrale» di Goliarda Sapienza</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;La doppia vita di «Ancestrale» di Goliarda Sapienza&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/09/24/ancestrale-goliarda-sapienza/embed/#?secret=LoPR1GhAWx" data-secret="LoPR1GhAWx" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>La Resistenza al di là delle celebrazioni (1970)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/03/resistenza-25-aprile-oretta-bongarzoni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/03/resistenza-25-aprile-oretta-bongarzoni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 06:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[oretta bongarzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=116741</guid>

					<description><![CDATA[ di <strong>Oretta Bongarzoni</strong><br />
Per i giovani la Resistenza non solo continua, ma rinasce. Dicono: «I problemi sono ancora tutti in piedi, quindi non c'è che da andare avanti»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-102873" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-696x391.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885.jpg 1081w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Oretta Bongarzoni</strong></p>



<p class="has-text-align-right"><em>Paese Sera, 25 aprile 1970</em></p>



<p><em>Per i giovani la Resistenza non solo continua, ma rinasce. Dicono: «I problemi sono ancora tutti in piedi, quindi non c&#8217;è che da andare avanti».</em></p>



<p>ESISTE la Resistenza? Oppure è soltanto esistita? Intendiamo chiedere: venticinque anni di vita, dalla primavera del &#8217;45 a quella del &#8217;70, sono il lungo ponte lanciato fra la vecchia vittoria e le lotte che si rinnovano, o somigliano a una<strong> balaustra massiccia e separatrice</strong>, da cui ci si affaccia a guardare il passato? Più di novemila giorni vissuti scavalcando la velocità del suono, della luce e del pensiero, insieme con i razzi e le missioni siderali, ci hanno trasformato in creature troppo vecchie o troppo giovani e insofferenti per avere voglia di voltarsi indietro, verso la strada alle spalle? La Resistenza è l&#8217;ultimo capitolo del «programma storia moderna» che comincia con una guerra durata anni e combattuta da processioni di cavalieri con la spada: o il prologo necessario di un&#8217;età nuova?</p>



<h3>Raccontata in gran fretta</h3>



<p>Nei <strong>libri di scuola</strong>, i diciannove mesi della guerra partigiana vengono di solito raccontati in gran fretta: poche righe «obbiettive» su una <strong>guerra civile</strong> tristissima nella quale il fratello versò il sangue del fratello, rovinando così una bella pagina di lotta contro lo straniero invasore. E questa sarebbe già una risposta, dal momento che veli pietosi e bugiardi si stendono sempre sugli oggetti che bruciano. Però esiste anche il fenomeno della retrodatazione millenaria. È significativo che oggi l&#8217;uomo preistorico susciti maggiore interesse di quello storico: dai trattati intelligenti e pignoli degli antropologi, agli allegri «antenati» dei fumetti che fanno ciao ciao ai missili e vanno in gita alla base spaziale. Si direbbe che il conterraneo dell&#8217;astronauta cerchi un messaggio diretto proveniente dalle caverne: come se si fosse svegliato all&#8217;improvviso, nudo e crudo, nell&#8217;anno zero. <strong>E la storia? </strong>Spazzata via dalla scienza totalitaria. Anche questa potrebbe essere una risposta: se non fosse equivoca e pericolosa come tutte le asserzioni che tagliano corto, spazzano via e magari trasformano questo 25 aprile in una celebrazione infiocchettata, cerimoniosa, piena di aggettivi e segnata in rosso sul calendario. Del resto in ogni celebrazione c&#8217;è il desiderio di annientare l&#8217;oggetto celebrato, fingendo di esaltarlo.</p>



<h3>Una battaglia quotidiana</h3>



<p>«E poi di quale celebrazione andiamo parlando?» esclama <strong>un giovane sindacalista della CISL, che si chiama Paolo Paramucchi</strong>. «La Resistenza non è mica finita; e non finirà finché le sue ragioni ideali saranno tenute in così poco conto. Si tirano fuori le parole libertà, giustizia, democrazia, rispetto della dignità umana (parole a cui gli uomini che vissero davvero la Resistenza davano un preciso significato). La libertà non è completa se non esiste ancora la libertà dal bisogno, dall&#8217;alienazione, se nelle fabbriche la libertà continua ad essere un obiettivo. La giustizia non si è realizzata se per vivere centinaia di migliaia di uomini emigrano o sono costretti a condizioni di lavoro disumane e con salari di fame. La democrazia rischia di essere un inganno amaro quando le occasioni di partecipare alle scelte politiche sono così rare e si devono appaltare le decisioni ai pochi che nelle segreterie dei partiti le gestiscono». </p>



<p>«E intanto c&#8217;è chi finge di credere che <strong>Agnelli e l&#8217;ultimo operaio della Fiat</strong> contano allo stesso modo perché danno un voto a testa. In Italia si rispetta la dignità umana tollerando le condizioni di vita di migliaia di famiglie nelle baracche, alla periferia delle grandi città; si rispetta la dignità umana e si consente lo sfruttamento nelle fabbriche e una sopravvivenza spaventosa in tante campagne. Guardiamo al di là dei nostri confini: dove c&#8217;è una parvenza di libertà, manca la giustizia; dove si persegue la giustizia, la libertà è un bene dimenticato. Guerre, bombardamenti, torture sono il tragico contorno di tutto questo, e spesso – cosa gravissima – c&#8217;è il tacito assenso dell&#8217;Italia ufficiale».</p>



<h3>Rivoluzionari e scandinavi</h3>



<p>Cinque anni fa, l&#8217;argomento Resistenza avrebbe diviso i giovani in due schiere: da una parte, un&#8217;indifferenza tecnica galleggiante in un sogno di benessere scandinavo; dall&#8217;altra, un&#8217;impazienza «rivoluzionaria» pronta a gettare pietre sulle cose vecchie e ansiosa di inventare le barricate «vere». Qualunquismo da miracolo economico ed esplosione generosa ma sterile erano — ciascuno a suo modo — la radice quadrata di un costume e di una mentalità cosmopolita antichi quanto l&#8217;impero romano e «benedetti» a suo tempo dalla chiesa cattolica, romana e universale. Cinque anni fa, la Resistenza era per i giovani la presa della Bastiglia, la battaglia di San Martino, il viva l&#8217;Italia di Giuseppe Verdi. Oggi è un fatto ovvio. Continua. Rinasce attraverso la rabbia organizzata degli operai che si sanno forti, attraverso i cortei degli studenti e le nevrosi sbigottite dei piccoli borghesi che forse non sono più capaci di giuocare con l&#8217;automobile giallo-banana o con i servizietti di plastica per andare a mangiare felici sull&#8217;erba.</p>



<h3>Sempre attuale</h3>



<p><strong>«Che cosa è per te il 25 aprile?» I giovani reagiscono con stupore, fastidio, imbarazzo</strong>. «Perché lo chiamano anniversario della liberazione?» chiede Roberto Brancaccio, V anno all&#8217;Istituto tecnico «Enrico Fermi». «Non fu soprattutto una rivoluzione? E allora bisogna avere il coraggio di dirlo, altrimenti è come non averla fatta. Liberazione dallo straniero: certo, così ognuno può gonfiarsi di orgoglio patriottico e la Resistenza diventa qualcosa di simile alla conquista di Trento e Trieste: qualcosa da impacchettare e da applaudire a distanza. Molto comodo ma sbagliato».</p>



<p>«E allora, cosa bisogna fare?».</p>



<p>«Bisogna continuarla, quella rivoluzione. I problemi di allora sono stati risolti? No, sono ancora tutti in piedi; quindi non c&#8217;è che da andare avanti. E invece nel &#8217;45 calò il sipario addirittura».</p>



<p>«Non poteva non calare – afferma <strong>Raoul Mordenti</strong>, che fa parte del movimento studentesco universitario e che non ha troppa voglia di rilasciare dichiarazioni («il movimento è in una fase delicata, forse non è opportuno esporsi, noi stiamo lottando per raggiungere un equilibrio interno&#8230;») – Non poteva non calare perché ci furono gli accordi di Yalta, le basi americane in tutta Italia e delle forze popolari ancora esigue». Sorride, con uno sguardo trasparente e spavaldamente mansueto: per lui oggi non scade un bel nulla perché tutto deve ancora scadere.</p>



<p>Mauro Casotti fa il V anno di ingegneria e allarga le braccia: «La velocità ultrasonica, i razzi interplanetari, gli anni che sono secoli? Sarà anche vero, ma accanto a questo <strong>esibizionismo fantascientifico</strong> ci sono anche guerre &#8220;artigiane&#8221; e terribili come quella combattuta dai vietnamiti. Lo so, lo so, è un luogo comune ormai ma io continuo a ripeterlo. I modelli della Resistenza si rinnovano ancora oggi, dal Vietnam al Guatemala; e quindi esistono, fanno parte della storia come l&#8217;avventura della Luna. Anzi di più, perché quelli costano sangue e questa solo miliardi di dollari. E voglio dire anche che la corsa allo spazio, se non ci fossero sulla terra i partigiani vietnamiti e i guerriglieri dell&#8217;America Latina, sarebbe solo uno scandalo ignobile. Così, invece, è una speranza per quelli che verranno dopo; per coloro che, come dice Brecht, dovranno pensare a noi con gentilezza».</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1001" height="1024" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-1001x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-116762" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-1001x1024.jpeg 1001w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-293x300.jpeg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-768x786.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-150x153.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-300x307.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-696x712.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-1068x1093.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-411x420.jpeg 411w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-356x364.jpeg 356w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2.jpeg 1474w" sizes="(max-width: 1001px) 100vw, 1001px" /></figure>



<h3>Suor Antonia Maria</h3>



<p>«<strong>Lei pensa che il mondo sia gentile?</strong>», domandiamo a Suor Antonia Maria, 25 anni, infermiera in una clinica di Monte Mario, due occhi lucidi e chiari come castagne e molta paura che il nostro colloquio venga scoperto da una madre superiora dolce e vendicativa.</p>



<p>«Il mondo gentile? Oh no, è terribile, più terribile delle grandi calamità della Bibbia.<br />«Per questo è diventata suora e crede nell&#8217;aldilà?».<br />«Io sono diventata suora anche perché ero povera. E credo in Dio. Ma faccio l&#8217;infermiera per aiutare gli altri».<br />«Sa che cos&#8217;è il 25 aprile?».<br />«È la festa della Liberazione. È una bella festa, io sono d&#8217;accordo».<br />«È d&#8217;accordo perché fu la fine della guerra?».<br />«Gli italiani hanno fatto bene a combattere contro i tedeschi e contro i fascisti. Io&#8230; avrei voluto esserci».<br />«E avrebbe sparato?».</p>



<p>Arrossisce e ha un&#8217;aria spaventata: «Non lo so se avrei sparato. Ma avrei voluto esserci».</p>



<p>«Quelli della guerra e della Resistenza le sembrano fatti lontani, passati, o attuali e vivi ancora oggi?».<br />«A pensarci sembrano cose lontanissime, ma poi se ci si guarda intorno si vede che la gente muore e soffre come sempre. E allora si capisce che il mondo è ancora allo stesso punto, nonostante tutto, e si vorrebbe fare di più. Ma per favore non mi chieda altro, io debbo andare via». E scappa, bianca e grassottella, per il corridoio di linoleum verde sorvegliato da una madonna che tiene in mano una lampadina accesa.</p>



<h3>Un salto compiuto</h3>



<p>Per ultimo, incontriamo <strong>un giovane netturbino</strong> che si chiama Sergio Ferrante ed è iscritto al partito comunista. «<strong>Il 25 aprile non è la fine della Resistenza ma la fine della lotta armata</strong>. Dopo, è continuata e continua ancora, nonostante quelli che allora hanno combattuto e che oggi sono d&#8217;accordo con la Nato. Da dove nascerebbero, se non da quella spinta, le rivendicazioni degli operai, degli studenti, di tutti coloro che non sono d&#8217;accordo? Noi le vediamo le grandi masse che si muovono e crescono e parlano. Chiedono sempre di più e ottengono sempre di più. Esplodono oggi ma sono lì, pronte, da più di vent&#8217;anni. E lo sanno tutti, a cominciare dai partiti conservatori: tant&#8217;è vero che dal &#8217;45 ad oggi, hanno tentato più di una volta i colpi di mano, dai tempi di Scelba, al Sifar, alla repressione organizzata in questi ultimi tempi».</p>



<h3>L&#8217;odio per la memoria enfatica</h3>



<p>Parla con calma, pazienza, durezza, per quasi un&#8217;ora. E il 25 aprile è dimenticato, perché non si può parlare di un ricordo quando si ha a che fare con la realtà. È la migliore conferma di un salto compiuto. È l&#8217;odio per la memoria enfatica. È la <strong>diffidenza</strong> verso coloro che dalle poltrone ufficiali allargano le braccia e dicono: «Ecco qua, ragazzi, sappiate che tanti anni fa siamo stati bravi anche noi». I giovani dell&#8217;Italia del &#8217;70, dinanzi a questi discorsi, socchiudono gli occhi e neppure si irritano più. Hanno lo sguardo adulto e le bocche infantili. Vestono male, dormono poco, non sanno tradurre il greco, perdono tempo. Ma corrono per le strade tutti insieme cantando «viva la libertà» e imparando che la libertà non è una parola meravigliosa, ma è il gesto di una dura disciplina. </p>



<p>Sono «ammalati» di politica ma non si tratta solo di una moda, dal momento che hanno il coraggio, in nome della politica, di usare un linguaggio troppo noioso. <strong>Corrono verso la politica</strong> perché debbono capire e sanno finalmente che non vi sono altre strade. Sanno — come disse <strong>Giaime Pintor</strong> che morì partigiano a poco più di vent&#8217;anni e che quindi è loro coetaneo — che «non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il compito di lasciare che i morti seppelliscano i morti». Perciò lasciano ad altri il compito di «celebrare» il 25 aprile.</p>



<p class="has-text-align-center has-larger-font-size">***</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2>Nota</h2>



<p>Ecco un articolo su <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/25-aprile/">25 aprile</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/resistenza/">Resistenza</a> che arriva da un altro tempo. Quando parlare di guerra civile era ancora politicamente, e storiograficamente, un gesto reazionario. In piena esplosione di eventi planetari o locali che oggi sembrano ancora più lontani della stessa Resistenza: la conquista dello spazio, il Vietnam, il movimento studentesco e operaio dopo il &#8217;68, l&#8217;esistenza di un partito comunista italiano. È un piccolo documento storico, un&#8217;inchiesta pubblicata da Oretta Bongarzoni, una giornalista, nel 1970 su <em>Paese Sera</em>, quotidiano popolare italiano &#8220;fiancheggiatore&#8221; del Pci. Ha le sue suggestioni, in quest&#8217;anno, il 2025, altrettanto celebrativo del 25 aprile, sul quale anche su <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/staffetta-partigiana/">Nazione Indiana abbiamo ampiamente lavorato</a>. Ha qualcosa, molto o poco, da dirci. Ognuno si faccia la sua idea. Parla persino una suora (idea geniale). Parla un coro neanche troppo sommesso di insoddisfazioni di classe e generazione, e critica dell&#8217;esistente, dell&#8217;eredità, della celebrazione sterile. Allora come oggi la più importante festa laica italiana divideva le menti dei più lucidi tra fierezza e frustrazione. </p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://davideorecchio.it/tag/oretta-bongarzoni/" target="_blank">Quella giornalista, l&#8217;autrice</a>, prima o poi dovevo dirlo, era mia madre. Pubblico questo suo articolo in una settimana sempre complessa per me che si apre col giorno della sua nascita (oggi, 3 novembre 1939) e si chiude col giorno della sua morte (9 novembre 1995). Sono quindi trent&#8217;anni esatti dalla morte di mia madre e qualcosa dovevo fare per ricordarla &#8220;pubblicamente&#8221;. Approfitto (spero, senza avere esagerato) della libertà di espressione e pubblicazione che mi consente <em>Nazione Indiana</em>, rivista alla quale ho la fortuna di appartenere. <em>Addiopiacendo</em> tra un paio di mesi compirò gli anni che aveva mia madre quando morì, e inizierò a superare la sua ultima età. Non ha visto quasi nulla della mia vita e io non ho potuto accompagnare il prosieguo della sua. Avrei voluto vedere mia madre divertirsi molto più a lungo. Fu giornalista negli anni &#8217;60-&#8217;80, in un ambiente professionale e in un tempo storico di dominio maschile. Faceva i turni di notte al giornale e una mia maestra la convocò pensando che fosse una prostituta. Per dire dei tempi. Era invece redattrice, breadwinner, capofamiglia. Oggi voglio ricordarla col rispetto che merita. E chi passa di qui, se vuole, lo faccia insieme a me (<strong>d.o.</strong>).</p>
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		<title>Il club del lettore: Enzensberger, Pintor, Susani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 17:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[carola susani]]></category>
		<category><![CDATA[club del lettore]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Magnus Enzensberger]]></category>
		<category><![CDATA[luigi pintor]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Diceva il saggio: “I refuse to join any club that would have me as a member”. Ma questo club di lettura ha un solo membro, e mi tocca accettarlo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="760" height="589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg" alt="" class="wp-image-116392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-696x539.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-542x420.jpg 542w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption>New York Public Library Archives, The New York Public Library. &#8220;Books discharged here, Books charged here&#8221; The New York Public Library Digital Collections. 1875. https://digitalcollections.nypl.org/items/b5def120-c5b2-012f-2487-58d385a7bc34</figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p><em>Diceva il saggio: “I refuse to join any club that would have me as a member”. Ma questo club di lettura ha un solo membro, e mi tocca accettarlo. È lui a dettare le regole riguardo la scelta dei libri dei quali brevemente e intempestivamente (una volta al mese… una volta all’anno…) parlare; e non è detto che siano freschi di stampa.</em></p>



<h3>Hans Magnus Enzensberger<br /><em>La breve estate dell&#8217;anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti</em> (1971), Feltrinelli 1973 (e varie, altre edizioni)</h3>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-medium"><img loading="lazy" width="195" height="300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/anarchia-195x300.jpg" alt="" class="wp-image-116395" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/anarchia-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/anarchia-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/anarchia-300x462.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/anarchia-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/anarchia.jpg 520w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></figure></div>



<p>Un classico che volevo leggere da anni ma è stato un <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.raiplaysound.it/audio/2025/07/Hollywood-Party-del-11072025-6aa3d7d5-5065-4a20-9091-3cf6a4cd65c9.html" target="_blank">programma radio</a> dedicato a Goffredo Fofi, dopo la sua morte, a ricordarmi di farlo. Fofi si lasciò ispirare dal saggio narrativo di Enzensberger e ne adottò il metodo in <em>L’avventurosa storia del cinema italiano</em>. In effetti Enzensberger è un maestro (anche) di un genere, la letteratura documentale, il racconto della Storia attraverso tessere, testimonianze, materiali editi, interviste, che trova un pilastro in questo ritratto dell’eroe anarchico spagnolo Durruti: la sua vita e morte raccontate da una miriade di voci. Se le fonti sono per forza datate, quel metodo è ancora esemplare, e molti anni dopo Enzensberger l’avrebbe replicato in <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.suhrkamp.de/buch/hans-magnus-enzensberger-hammerstein-oder-der-eigensinn-t-9783518419601" target="_blank"><em>Hammerstein oder Der Eigensinn</em></a> (2009). Non solo una grande lettura, ma un manuale di scrittura.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3>Luigi Pintor<br /><em>La vita indocile</em> (2015), Bollati Boringhieri 2025</h3>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-medium"><img loading="lazy" width="193" height="300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/pintor-193x300.jpg" alt="" class="wp-image-116396" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/pintor-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/pintor-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/pintor.jpg 270w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></figure></div>



<p>Dieci anni fa l’editore raccolse in un solo volume le prose autobiografiche del fondatore del<em> manifesto</em>, da <em>Servabo</em> (1991) a <em>I luoghi del delitto</em> (2003). Una lunga vita attraverso la guerra, la Resistenza, il comunismo, la politica, il giornalismo, le passioni e i lutti del privato, ma raccontata in levare, senza fare un solo nome. Un resoconto per allusioni. Ora, nel centenario​​​ della nascita di Pintor, il volume torna in una nuova edizione. Sulla rarefazione e l’ellissi della prosa autobiografica in Pintor proverò a ragionare ancora, con più spazio e tempo, qui o altrove, perché l’opera mi sembra storicamente, e non solo letterariamente, cruciale. Se ci pensate bene, questo libro è un extraterrestre. Lo è in quanto memoria comunista, sin dal primo momento in cui è uscita negli anni Novanta. I comunisti hanno molto frequentato il genere autobiografico, credo mossi dalla convinzione di essere protagonisti della Storia, anzi portati e portatori di Storia, quindi una storia da esporre, e facendo tutti i nomi, indicando le date, raccontandola tutta. L’operazione di Pintor è opposta e quindi, ancora oggi, perturbante e misteriosa. Ma l’extraterrestre parla anche all’autobiografismo e all’autofiction di questi anni, e oppone l’argomento del proprio pudore. Guardando nello specchio di questa scrittura molti autori potrebbero verificare la propria.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h3>Carola Susani<br /><em>Il dio delle genti</em>, minimum fax 2025</h3>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" width="210" height="300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/susani.png" alt="" class="wp-image-116397" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/susani.png 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/susani-150x214.png 150w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></figure></div>



<p>A proposito di extraterrestri, Susani conclude la trilogia nella quale appare sempre il misterioso Italo Orlando con un affascinante romanzo (non il suo primo di questo genere) scritto dal punto di vista dei bambini, o meglio di una bambina che poi diventa ragazza e che racconta (rievoca) una storia sì di bambini (le vittime) ma anche di adulti (gli assassini). Un terremoto, il crollo di una palestra, il cemento mescolato alla sabbia, la morte di molti ragazzini… Non c’è nulla che si possa davvero spiegare. Come se questo Paese, con le sue storie, avesse un fondo, una feccia, inesplicabile. Se costruisci un edificio sulla sabbia, e condanni a morte i tuoi stessi figli, sarai per sempre un enigma, e solo una fiaba potrà raccontarti, e solo la presenza fantasmatica di una creatura extraterrestre potrà illuminare la tua oscurità. È un libro profondamente italiano. <em>“Attaccati ai miei capelli, i bambini morti pendevano, tutti in fibrillazione”</em>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Abbasso l’avvenimento, viva Braudel (un programma su Radio 3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/27/braudel-pantheon-programma-radio-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2025 12:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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		<category><![CDATA[fernand braudel]]></category>
		<category><![CDATA[lisa roscioni]]></category>
		<category><![CDATA[Radio 3]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br /> È proprio quando la storia si fa più acuta, violenta, intollerabile che il ragionamento sulla storia fa (è costretto a fare) un salto di qualità, mosso da uno sforzo esistenziale di comprensione del mondo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="544" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1024x544.jpeg" alt="" class="wp-image-116095" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1024x544.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-300x159.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-768x408.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1536x816.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-2048x1088.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-150x80.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-696x370.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1068x567.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1920x1020.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-791x420.jpeg 791w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Per me (<em>imho</em>, si sarebbe scritto in un’altra epoca) tirare fuori una serie radiofonica su <strong>Fernand Braudel</strong>, di questi tempi, è un’idea non solo geniale ma molto utile. Lo sta facendo <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.raiplaysound.it/programmi/pantheon" target="_blank">RadioTre su Pantheon</a>, con una serie in quattro puntate (o podcast) ideata dalla <strong>Sisem – Società Italiana per la Storia dell’età moderna</strong> e curata dalla Commissione Comunicazione coordinata dalla storica <strong>Lisa Roscioni</strong>, che conduce anche in studio. <a href="https://www.raiplaysound.it/programmi/pantheon">Le puntate</a> si ascoltano ogni domenica, dal 21 settembre, dalle 18.00 alle 18.30, e si riascoltano al link.</p>



<h3>Il programma</h3>



<p>Pantheon (leggo e parafraso dal <a href="https://www.lasisem.it/2025/09/20/care-socie-e-cari-soci/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sito della Sisem</a>) è un <strong>viaggio nel tempo attraverso la vita e le opere di Braudel</strong>, lo storico che ha cambiato il nostro modo di guardare al passato: dalla prigionia durante la Seconda guerra mondiale fino alla grande avventura intellettuale de <em>Il Mediterraneo</em> e della trilogia <em>Civiltà e capitalismo</em>. Il progetto racconta un uomo che trasforma la storia in un orizzonte di “lunghe durate”, di spazi e tempi intrecciati. Italia, Mediterraneo, Europa e mondo diventano così un unico palcoscenico in una narrazione che intreccia biografia e scrittura, pensiero e vita, restituendo la forza visionaria di un grande maestro del Novecento. La prima puntata è già andata in onda. Il percorso proposto dalla trasmissione ripercorre i nodi centrali del pensiero braudeliano: l’elaborazione della nozione di <strong>tempi della storia</strong>, l’idea di <strong>lunga durata</strong> come chiave interpretativa delle trasformazioni sociali, il superamento della mera <em>histoire événementielle</em>, il dialogo tra storia e scienze sociali e il ruolo della scuola delle <strong>Annales</strong>.</p>



<h3>Perché geniale e utile?</h3>



<p>Beh, il superamento della storia evenemenziale, <strong>la messa in mora della dittatura dell’evento</strong> è sempre geniale. Se ci pensiamo, un’intera scuola storiografica, sotto la guida di Braudel, provò a frantumare il sedicente caposaldo della storia. Eresia pura. Ma quanto è utile e fondamentale oggi, per chiunque di noi, non solo gli storici di professione, riscoprire ed esercitare la critica dell’evento?, oggi che mai come in passato siamo sopraffatti da una piena di eventi e notizie (a volte false, a volte vere) che ci rincorrono anche quando non le cerchiamo, che ci appaiono sui nostri schermi digitali e SM, che ci torturano e immalinconiscono?</p>



<p>La risposta mi sembra scontata. Stiamo vivendo e morendo in un clima di guerra, di massacro, di dittatori e nuovi fascismi. Esercitare la disciplina della spiegazione, la ricerca delle <strong>cause profonde</strong>, non dimenticare che siamo immersi in una storia lunga non orfana di un futuro è una forma di emancipazione dalla <strong>schiavitù intrinsecamente politica della notizia</strong> (vera o falsa, sbandierata o occultata), oltre che dell&#8217;evento. Dal dominio della violenza e della guerra. È un’opportunità di essere liberi, non controllati. Immagino che autrici e curatrici di questo programma braudeliano lo abbiano pensato, scegliendo di comunicare ora proprio questo: uno storico e la sua lotta contro l’evento.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1024x857.png" alt="" class="wp-image-116093" width="512" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1024x857.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-300x251.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-768x643.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1536x1285.png 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-150x126.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-696x582.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1068x894.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-502x420.png 502w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon.png 1776w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<h3>La rivolta di Braudel contro l&#8217;evento</h3>



<p>Attraversiamo tempi di guerra e un tentativo in atto di genocidio a Gaza. Un intero sistema democratico, gli Stati Uniti d’America, collassa e si coagula attorno a un presidente dittatore. Forze neofasciste e post-fasciste avanzano nei principali Paesi europei. Eventi senza spiegazione? Emergenze senza ritegno?</p>



<p><strong>Non è assolutamente casuale che, in Fernand Braudel, la rivolta contro l’evento fosse scoppiata durante la Seconda guerra mondiale</strong>.</p>



<p>Come <strong>spiega</strong> <strong>Lisa</strong> <strong>Roscioni</strong> in un passaggio della prima puntata (lo sintetizzo):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default"><p>… Poi Braudel si arruola, scoppia la guerra, siamo nel 1939. Pochi mesi dopo, nel giugno del 1940, viene fatto prigioniero nei Vosgi, durante la drammatica ritirata dell&#8217;esercito francese incalzato dalle truppe naziste. Viene quindi deportato in Germania, a Lubecca, in un campo per prigionieri politici dove resta fino alla fine della guerra. (&#8230;) Il tenente Braudel trova il modo per reagire. Si mette a studiare, a leggere, a scrivere. &#8220;Ho bisogno di sognare una vita, un mondo migliore&#8221;, scrive alla moglie. Ma la guerra incalza. Le notizie filtrano attraverso le radio clandestine, attraverso i giornali, che naturalmente sono giornali tedeschi, giornali nemici. Alcune buone, come ad esempio lo sbarco americano in Normandia nel giugno del 1944. Alcune meno buone, se non drammatiche, che ogni volta angosciano e allontanano la possibilità, la speranza di un&#8217;imminente sconfitta tedesca. Lo scontro tra realtà e propaganda, tipico di una guerra, è molto forte. Proprio in quel momento Braudel ha una sorta di rivelazione. Di fatto concepisce un nuovo modo di guardare al passato.</p></blockquote>



<p style="font-size:25px">“Tutti quegli avvenimenti &#8211; ricorda Braudel &#8211; che la radio e i giornali nemici ci scaricavano addosso, dovevo superarli, respingerli, negarli, dovevo gridare <em>Abbasso l&#8217;avvenimento</em>. Avevo bisogno di credere che la storia e il destino si scrivessero a un livello più profondo”.</p>



<p><strong>È una svolta fondamentale</strong>.</p>



<p>È proprio quando la storia si fa più acuta, violenta, intollerabile che il ragionamento sulla storia fa (è costretto a fare) un salto di qualità, mosso da uno <strong>sforzo esistenziale di comprensione</strong> del mondo. Penso che questo programma ce lo voglia spiegare.</p>
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