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	<title>inchiesta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Autenticità e poesia contemporanea #7</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/02/autenticita-e-poesia-contemporanea-7/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Sep 2024 05:13:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[andrea accardi]]></category>
		<category><![CDATA[autenticità]]></category>
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		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[inconscio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Accardi</strong> <br />    “Autenticità”, non c’è parola più ambigua e scivolosa di questa, e quindi fate bene a porre il problema. Per il senso comune, una letteratura e una poesia autentica sarebbe grossomodo quella che mette in mostra una trasparenza del soggetto, che fa esercizio di confessionalismo, e questo non è né falso né vero.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La settima puntata della serie “Autenticità e poesia contemporanea” &#8211;  </em><em>un dibattito lanciato da un dialogo fra <strong>Maria Borio</strong> e <strong>Laura Di Corcia</strong> e sfociato in un questionario sottoposto a poete e poeti (che trovate <a href="https://www.pordenoneleggepoesia.it/questionario-su-autenticita-e-poesia-contemporanea/">qui</a>), ospitato dai blog Nazione Indiana, Le parole e le cose e PordenoneLegge &#8211; vede le risposte di Andrea Accardi, il quale do</em><em>po Roberto Cescon, Tommaso Di Dio, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/07/10/autenticita-e-poesia-contemporanea-3/">Marilena Renda</a>, <a href="https://www.leparoleelecose.it/?p=49700">Andrea Inglese</a> Marco Pelliccioli e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/08/20/autenticita-e-poesia-contemporanea-6/">Antonio Francesco Perozzi</a> prova a dare una sua visione del tema e ad affrontarne le sfumature. Il dibattito registrerà anche una puntata dal vivo a PordenoneLegge – <a href="https://www.pordenonelegge.it/eventi/p-autenticita-sguardi-critici-br-br-nbsp-p">qui</a> tutte le informazioni.</em></p>
<p>di <strong>Andrea Accardi</strong></p>
<p><em>L’autenticità – dall’età romantica all’esistenzialismo – è stata cruciale per la formazione dell’individualità moderna: il mondo interiore diventava imprescindibile nella comprensione del reale al posto dei sistemi generali aprioristici del passato. Giacomo Leopardi distingueva il “vero” dall’“affettazione”. La letteratura ha progressivamente abbandonato la rappresentazione della vita secondo forme fisse universali, concentrandosi su quella, complessa e variegata, della coscienza. L’autenticità è stata un ideale: avrebbe dato senso all’esistenza, sarebbe stata una via d’accesso alla verità o quanto meno ci avrebbe aiutato a individuare dei significati per l’umanità nella storia. Questo suo carattere, come ha notato fra gli altri Charles Taylor, si è perso. Essere autentici avrebbe portato a giustificare solo le scelte e l’espressione dei singoli, a guardare prevalentemente al proprio interesse esasperandolo, a dimenticare che l’orizzonte della storia è importante e non aleatorio, così come un’etica nella società. Ci avrebbe chiuso, in modo nichilista, nelle nostre monadi, nella prigione di noi stessi, mentre i rapporti sociali sarebbero degenerati in una neutralità relativistica. Anche la letteratura, allora, è arrivata al punto di non poter più credere al valore dell’autenticità. Ma per chi fa letteratura oggi è importante interrogare l’autenticità come un problema? </em></p>
<p><strong>   “</strong>Autenticità”, non c’è parola più ambigua e scivolosa di questa, e quindi fate bene a porre il problema. Per il senso comune (che spesso ha ragioni che la ragione non conosce) una letteratura e una poesia autentica sarebbe grossomodo quella che mette in mostra una trasparenza del soggetto, che fa esercizio di confessionalismo, e questo non è né falso né vero. Ci sono posture del genere che possono risultare poco convincenti, stucchevoli, artefatte, ma ce ne sono altre che invece sembrano toccare qualcosa di essenziale, dolente, personale, e fare insomma centro, se non fosse che nel sottobosco della poesia ormai si nasconde (da anni? decenni?) una torma di cacciatori pronti a impallinare alla prima traccia effusiva di un io che trapela. Non dico che quella non sia una costruzione delicata che si attesta lungo un confine sottile, sdrucciolevole verso l’insidia patetica, il contegno naïf, la posa invecchiata, il sentimentalismo color seppia, e così via. Ma non credo nemmeno che si debba negare ontologicamente la possibilità che l’io intercetti, malgrado sé stesso, qualcosa di vero della propria posizione nel mondo, considerando illusoria qualunque vocazione soggettiva (io qui mi muovo d’altronde all’interno di una non facilmente dimostrabile empiria, che mi sembra però l’unico punto di partenza possibile). Oggi sulla carta può risultare forse più vincente e smaliziato il fatto di tentare la stessa indagine per qualche via obliqua che non ripercorra le traiettorie viete e corrive del soggetto lirico sempiterno romantico (quello cioè sdoganato dal romanticismo, e che ancora oggi in qualche modo ci autorizza a dire gratuitamente di noi stessi), ma che cerchi appunto altre strategie per fare esplodere la soggettività, per vaporizzarla sopra una distesa di apparente neutralità, rinunciando insomma all’inverecondia puntiforme del pronome personale, per volerlo ritrovare a un livello superiore, ulteriore. Se stiamo con le riflessioni di Guido Mazzoni (nella cui poesia un io peculiare, cinico sofferente disincantato, risulta tutt’altro che camuffato), ad esempio in un’opera come <em>La Terra desolata</em>, dove non c’è traccia di io lirico, siamo immersi nel trionfo di una soggettività, che si arroga il diritto di ricomporre analogicamente e idiosincraticamente il contemporaneo occidentale e la sua tradizione. Molte scritture poetiche hanno felicemente forzato i limiti del confessionalismo proprio per fare emergere un lato inconfessato della realtà che ha bisogno di altri discorsi, di altre strutture, di un’altra sintassi. E allora certe strutture ereditate vengono stigmatizzate non solo come poeticamente inefficaci, ma addirittura complici di un adeguamento al noto e all’immutabile, fedeli a quella che alcuni chiamano la <em>lingua dei padroni</em>. Ma come può suonare vuoto e falso un soggetto che si proponga platealmente come pieno della propria verità (posto che l’arte sia sempre in qualche misura un infingimento, ma non è di questo che si parla), allo stesso modo certi esibiti autosabotaggi dell’io possono risultare nondimeno dei trucchi scoperti, così come altri accorgimenti mimetici che vorrebbero restituire una naturalità materica, antiretorica della lingua (via le maiuscole, via la punteggiatura, libertà dei significanti, slogature della sintassi, slittamenti grafici, e via dicendo) hanno ormai una tradizione recente ma già consolidata per non sembrare artifici uguali e contrari rispetto a quelli cui si oppongono (e così il problema si sposta ma non si risolve). Nel recente <em>Esiste la ricerca </em>dello scorso ottobre mi dicono che sia stata posta la consueta dicotomia lirici vs sperimentali, che mi sembra più che altro uno schematismo di comodo per indicare due tendenze che facilmente si compenetrano, si spalleggiano. Se invece poste in opposizione, sulle spalle della lirica verrà addossata ogni forma di autenticità pretestuosa, dal lato della scrittura sperimentale e di ricerca sarà rivolto il pathos di un’inchiesta sul mondo non viziata dal confessionalismo. Eppure, penso a scritture come quella di Bortolotti e di Broggi, che sanno tenere così bene in equilibrio l’interno e l’esterno; a una battuta ricorrente di Cepollaro: “non esistono scritture di ricerca, esistono scritture di riuscita”. Non mi pare insomma che questa polarizzazione giovi realmente a qualcuno, così come le barricate conservative o gli estremismi del tipo “la scrittura di ricerca sarà incendiaria o non sarà”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>L’autenticità sembra distinguersi dalla verità: la prima partirebbe da una spinta interiore, dalla necessità individuale di poter esistere e agire secondo il proprio sé, mentre la seconda sarebbe legata a un orizzonte esterno, dal momento che il discorso della verità deve comunque poter essere condiviso. Seguendo, però, le riflessioni che abbiamo ereditato da Jacques Lacan, il desiderio presenterebbe un duplice volto, ovvero giungerebbe sempre dall’altro (il Grande altro), ma manterrebbe anche delle sue caratteristiche intrinseche (il desiderio è anche mio, e di nessun altro). Che rapporto c’è fra desiderio e autenticità?  </em></p>
<p>È chiaro che ci sono verità condivise che mandano operativamente avanti il mondo, perlomeno quelle tecnico-scientifiche (se passiamo alla sfera morale già ci intendiamo di meno, ma per fortuna si converge comunque in larga parte), ma non per questo considero la formula “verità soggettiva” una contraddizione in termini, anzi credo che vada presa con molta serietà. Non c’è dubbio che per la psicanalisi, e quella di Lacan in particolare, la verità del soggetto coincida con il suo desiderio inconscio, spesso non allineato alla volontà cosciente e dunque pronto a reclamare la propria esistenza sotto le insegne dolorose del sintomo. Un desiderio che, come ha detto in un’intervista Antonio Di Ciaccia, il paziente suda le proverbiali sette camicie per capire quale sia. Ma se prolunghiamo questa prospettiva lacaniana, allora bisogna precisare che il desiderio si articola sempre all’interno di un fantasma soggettivo, che è il modo unico di ciascuno di noi per guardare la realtà, e che ci collega all’Altro a condizione di restarne sufficientemente separati. E allora forse l’autenticità può avere a che fare con questo, con l’impressione che l’autore stia articolando dentro il testo la lotta con il proprio fantasma, con qualcosa che davvero è soltanto suo, e che oltrepassa e precede il chiacchiericcio del poetico e del letterario. È di nuovo una verità pragmatica, in qualche modo da riconoscere prima con il corpo. A volte sento dire: si scrive sempre lo stesso libro, ma forse dovremmo dire: si riscrive sempre lo stesso fantasma. Poi è chiaro che esistono i desideri collettivi, le grandi rivendicazioni plurali, e quindi una letteratura che tenta di esprimere una vocazione pubblica e politica, ma credo che anche in quel caso si debba prima superare la dogana del proprio fantasma soggettivo.</p>
<p><em>Che rapporto c’è tra scrittura confessionale e autenticità? L’autenticità può essere connessa solo alla lirica, concentrata quindi intensivamente sul soggetto, oppure ad altro? L’etimologia di autentico, d’altra parte, deriva dal greco αὐϑέντης, composto autos (me stesso) e hentes (colui che agisce): autentico è chi agisce secondo il suo vero sé. Ma l’azione, per realizzarsi, presuppone un contesto e la possibilità di interazione con gli altri, senza i quali nemmeno la nostra identità riuscirebbe a costituirsi. La prova dell’autenticità, alla fine, avverrebbe comunque in un orizzonte intersoggettivo… – e, quindi, l&#8217;espressione (autentica) di sé, da parte del poeta, come può interessare la collettività?  </em></p>
<p>Sono più domande, comincio dall’ultima: l’espressione più o meno risoluta di sé da parte di un autore può certamente interessare e coinvolgere il pubblico dei lettori, è anzi evidente che questo avvenga, in virtù di quel fondo simmetrico che ci permette di specchiarci e riconoscerci in qualche misura nell’esperienza di un nostro simile. Decisivo è il passaggio, e uso ancora come strumentazione il Mazzoni teorico, da un autobiografismo che prevedeva uno sforzo preliminare e programmatico di esemplarità a quello in cui siamo ancora immersi, per il quale l’individuale è già universale, e tocca insomma al lettore stare al gioco. Ma non è affatto detto che l’autenticità debba per forza trovare uno sfogo confessionale e un impianto apertamente soggettivo. Una forma non strettamente lirica può magari favorire una qualche perdita di padronanza, permettere di aggirare sovrastrutture identitarie ormai logore, prevedibili. Un’articolazione aderente al proprio profondo “vero sé” non necessita insomma della prima persona. Ma se la lirica moderna è davvero tutta soggettiva, e tanto di più quando non vediamo l’io perché ci siamo sprofondati dentro, allora la scommessa è capire quanto, in quali punti, con quali anelli, un mondo ossessivo e personale ha saputo entrare efficacemente in contatto con la realtà esterna, farsi carico del mondo. Si può comunque fare centro con qualunque scelta o non scelta di campo, ribadisco che non c’è una strada falsa e l’altra vera. Così come una voce può sempre irrigidirsi, alienarsi in altre voci e in altre scritture, comprese quelle che ambiscono all’impersonalità retorica e ripetono invece dei moduli divenuti riconoscibili e urlano quindi un desiderio di appartenenza. Vallo a capire qual è il fantasma e quale il fantasma di un fantasma, ma questo vale per tutto, anche per le battaglie che riteniamo più esterne e svincolate dalla nostra ossessione. Evocando poi l’Intelligenza Artificiale, e la sua ombra sinistra che si distende sull’umanesimo tutto, la buona notizia è che allo stato attuale dell’algoritmo non sembra riuscire a proporre valide riconfigurazioni poetiche del mondo né a costruire un io lirico credibile. L’autenticità è ancora questo scarto, chissà per quanto, tra l’umano e il cibernetico. Forse un giorno ChatGPT sperimentale bullizzerà istericamente ChatGPT lirico, e ChatGPT lirico protesterà in modo querulo che ChatGPT sperimentale non si capisce, e sarà come se nulla fosse cambiato.</p>
<p><em>In letteratura l’onestà – come il tema della “poesia onesta” caro a Umberto Saba – può andare di pari passo con il valore estetico?  </em></p>
<p>“Onestà” è un termine ancora più pericoloso di “autenticità”, perché sembra evocare una certa concezione corrente di letteratura edificante, morale, socialmente utile, valoriale, in definitiva buona (l’espressione è in effetti colpa di Saba, che credo fosse soprattutto in polemica con un certo uso novecentesco della metafora e dello stile). Non mi resta che riecheggiare cose che ho già detto: per me onesta e autentica è un’opera in cui possiamo sentire che l’autore, in qualunque modo, ha lottato con il proprio fantasma, qualunque esso sia. E sì, il valore estetico ha a che fare anche con questo agonismo cognitivo, senza dubbio. Chiaro che poi devono essere onesti anche i lettori, cioè disposti a riconoscere che quella lotta è avvenuta, fosse pure contro un’illusione e verso il fallimento. E invece mi pare che lettori onesti, per ragioni ideologiche umorali contingenti personali, spesso non riusciamo a esserlo.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Franz Kline</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>La scrittura, il fascismo, la storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 13:00:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori I miei testi nascono da scintille che non si spengono, che si ostinano a crescere e   diventano fuochi. Una decina di anni fa volevo scrivere un romanzo sulle ultime settimane della malattia di mio padre, sulla sua agonia. La scintilla era quella, lo scandalo di quel calvario corporale privo di empatie, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/24/la-scrittura-il-fascismo-la-storia/gianfranco-fini-saluto-romano/" rel="attachment wp-att-49863"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49863" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gianfranco-fini-saluto-romano-300x212.jpg" alt="gianfranco-fini-saluto-romano" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gianfranco-fini-saluto-romano-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gianfranco-fini-saluto-romano-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gianfranco-fini-saluto-romano.jpg 390w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p style="text-align: right;">I miei testi nascono da scintille che non si spengono, che si ostinano a crescere e   diventano fuochi. Una decina di anni fa volevo scrivere un romanzo sulle ultime settimane della malattia di mio padre, sulla sua agonia.<span id="more-49235"></span> La scintilla era quella, lo scandalo di quel calvario corporale privo di empatie, non parliamo di amore, o anche solo di benevolenza, o di indulgenza, della persona che mi ha messo al mondo, e che poi ha vissuto un’esistenza parallela alla mia. Quelle occhiate e quei rantoli che erano solo rabbia e rancore per noi che non <em>crepavamo</em>, per usare il suo linguaggio, non ancora. E invece la scrittura mi ha portato altrove. Mi ha preso per mano e mi ha condotto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi, un inospitale campo di battaglia dove risuonavano canzoni patriottiche e motti guerrieri, sfilavano camice nere. La guerra, e soprattutto il fascismo.</p>
<p>Mio padre era stato fascista, lo era rimasto anche dopo, e aveva fatto la guerra. Questo lo sapevo da sempre, era per così dire il suo insolente biglietto da visita. Scrivendo scoprivo però che guerra e fascismo erano indissolubilmente legati. Scoprivo che il fascismo non era l’aneddotico vestito quasi comico, quasi tenero, del burbero e spartano alpinista che non aveva mai rinnegato le sue idee, ricavandone una impertinente maestà appunto apprezzata, per non dire carismatica (stava simpatico perfino a persone che detestava). Era un veleno intimo e viscerale, una logica necessaria e pervasiva, un’infezione della realtà che era entrata anche in me, e era proprio quel fiele che mi rendeva la vita impossibile. Perché anch’io, che mi ero schierato fin da giovanissimo all’estrema sinistra, e che mi ero sempre considerato libero e indipendente, ero contagiato da quelle stesse vicende storiche, coagulate in modi di sentire e esistere. Qualcosa di tremendo ci legava. Il romanzo su di lui diventava un romanzo anche su di me, sulla necessità che avevo provato di liberarmi, rifugiandomi all’estero.</p>
<p>Per capire qualcosa del marasma in cui mi dibattevo, e che appunto aveva a che fare con il mio essere più profondo, ho cominciato a macinare decine libri di storia. Disordinatamente, e con la mia solita foga di autodidatta forse non molto dotato per le speculazioni astratte, e con debole memoria. Di tanto in tanto chiedevo aiuto a qualche storico di mia conoscenza, ma i suoi consigli si rivelavano sempre poco utili, rami secchi. I libri li trovavo io, e molto spesso per caso, il cosiddetto caso, quel filo di necessarie contingenze che regge le nostre esistenze, e erano proprio quelli che mi servivano, che mi facevano andare avanti in quella mia ricerca parallela alla scrittura, e ad essa funzionale.</p>
<p>Non procedevo dai libri di storia alla scrittura, ma dalla scrittura alla storia, per poi tornare di nuovo alla scrittura. Nei testi storici cercavo risposte, o più spesso ancora conferme. Nella scrittura, e con le armi potentissime ma anche ridondanti e imbrogliate della scrittura, arrivavo a certe conclusioni, e per essere sicuro andavo a consultare chi su quei soggetti aveva lavorato con altre finalità e altri metodi, con programmata sistematicità, e nel quadro rassicurante ma anche asfittico di una disciplina con i suoi assiomi e le sue regole (io invece ero da solo, e dovevo darmi io stesso le mie regole). Finivo spesso per constatare che le intuizioni e le conclusioni alle quali ero arrivato erano giuste. Ma appunto adesso ero sicuro del fatto mio, trovavo ben altro slancio: potevo procedere, andando più in profondità, cercando ancora. Utilizzando ancora gli ingredienti della mia esistenza e della mia memoria, vagliandoli e assemblandoli con quell’unico utensile che avevo, il linguaggio, che strizzavo e forzavo stando seduto in concentrata solitudine davanti a una tastiera.</p>
<p>Avevo le idee sempre più chiare. Vedevo ormai che dietro a molti atteggiamenti di mio padre, a molte parole del suo lessico (<em>me ne frego!</em>), c’era il fascismo, c’era la Storia. Io, tutti noi, le avevamo sempre considerate particolarità del suo carattere, sue fisime, e invece quelle peculiarità erano elementi fondanti dell’aria che aveva respirato, lui figlio di un fascista, e nato l’anno dell’avvento al potere del fascismo. Vedevo anche che la società in cui vivevo si pavoneggiava in una colpevole amnesia, un’irresponsabile indulgenza verso i crimini che aveva commesso. Seimila ebrei, seimila donne e uomini e bambini e vecchi dei quali nessuno parlava, sarebbe bastato questo, gasati e bruciati. Scoprivo, questa era la cosa più delicata, e per certi versi insostenibili, che anche il padre di mio padre, mio nonno, era implicato in prima persona nelle deportazioni, e forse addirittura in quel crimine di cui nessuno parlava, il massacro degli ebrei italiani o che si trovavano in Italia. Quella persona che io non potevo ricordare, e che tutti descrivevano come educata e delicata, e spiritosa, era stata probabilmente coinvolta, nel suo ruolo di ufficiale di collegamento addetto ai contatti con i tedeschi (la nostra provincia era stata annessa al Reich), in quel misfatto che ora appariva quasi irreale, da quanto era atroce. La divertita vulgata che circolava in famiglia, secondo la quale si era sempre arrangiato perché in Germania partissero dei delinquenti, era probabilmente una irresponsabile e inscusabile impostura.</p>
<p>Vedevo dell’altro. Vedevo che quel soffocante clima politico e culturale e umano nel quale avevo vissuto la mia adolescenza, e lo stesso terrorismo, che io come molti altri avevo incontrato di striscio sul mio cammino, erano il risultato di quei nodi storici non risolti, di quell’aver voltato pagina senza fare i conti con il passato, senza designare dei colpevoli, non foss’altro come antidoto simbolico, accontentandosi di stantie e spesso ipocrite retoriche di facciata, cristallizzando quella micidiale violenza che avrebbe dovuto appartenere ormai al passato. Il mio stesso precoce schierarmi nella sinistra extraparlamentare, la mia costruzione identitaria, portavano molte tracce di quei nodi non risolti. Ero quindi legato al fascismo in più modi, per così dire dall’esterno e dall’interno. Come del resto lo erano anche moltissimi miei connazionali, visto che in quasi ogni famiglia c’era stato almeno un camerata, anche se nessuno parlava mai del fascismo dei propri parenti. Il mio percorso non era solo un’emancipazione personale, era un qualcosa che riguardava anche gli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche anno dopo ho sentito il bisogno di scrivere la vicenda dell’incarcerazione e della fucilazione di Galeazzo Ciano. Anche qui è stata una scintilla che non saprei spiegare, e che è diventata un rogo indomabile. Per certi versi era un mistero ancora più grande: qui non c’erano legami diretti che giustificassero il mio bisogno di scrivere. E in un certo senso i miei conti li avevo regolati, mi ero liberato dal fascismo, quella tenia che a mia insaputa s’era incistata, sopravvivendo a se stessa, in me. Certo, consideravo incredibile che nessuno scrittore italiano del dopoguerra avesse posato il suo cantiere sui ruderi di quella tragedia centrale per la storia del paese, e che per molti versi riassumeva con icasticità il carattere e tante magagne della nazione. Mi sembrava molto sintomatico, e anche assai grave. E da un altro punto di vista, più prosaico, anche un’irripetibile fortuna. Ma non era certo questa la molla.</p>
<p>Questa volta avevo bisogno della Storia, era per così dire il mio materiale di partenza. Lavoravo su un cono d’ombra che nessuno storico avrebbe mai potuto illuminare: tutti i testimoni della vicenda avevano scritto tutto quello che avevano da dire, due storici conosciuti avevano redatto due esaurientissime biografie di Ciano, tutti gli elementi disponibili erano stati spremuti e ristrizzati. Lui era morto, portandosi dietro i suoi segreti, la giovane amante nazista che era stata messa lì per controllarlo, e che invece aveva capitolato al suo fascino di navigato quarantenne, si era rifatta una vita sotto altro nome in Germania, e quando era stata rintracciata non aveva parlato: nessuno poteva dire cosa fosse davvero successo tra loro, in quella cella del convento degli Scalzi adibita a prigione. Un buco nero che mi strattonava verso quell’essere contraddittorio e detestabile, irresponsabile e spregevole, vigliacco e inconsistente, stragonfio di vanità e fatuo, e per altri versi anche umano, toccante, che aveva firmato il Patto d’Acciaio, e aveva commesso non poche nefandezze, tra le quali l’assassinio dei fratelli Rosselli.</p>
<p>Anche questa volta leggevo molti scritti storici. Per puntellare la scrittura di qualche linea attaccavo filoni che sfruttavo poi fino all’ultima vena, prima di passare a altri giacimenti, necessari per altre frasi. Ma anche questa volta era un’attività quasi sempre di verifica di verosimiglianza, di <em>collaudo storico</em> a posteriori, più che un lavoro preparatorio. La documentazione non precedeva la scrittura, la affiancava, la serviva. Ancora uno sciacallaggio di testi che avevano richiesto molto lavoro, molto rigore, a volte molta intelligenza.</p>
<p>Non mi interessava completare il lavoro degli storici, che come si è capito ammiro e non mi appassiona (non ho mai provato piacere, quella vertigine sottile ma anche violenta che è prima di tutto una forma di conoscenza, questo è il vero nodo della questione, nel leggere un libro di storia, beninteso se si escludono i classici): non credo che questo possa essere un compito interessante per la letteratura. C’era qualcosa d’altro. Probabilmente quella voragine nella storia della nazione parlava ancora di mio padre, di me, della realtà che a tanti anni di distanza vedevo attorno a me. Riempiendo quel buco scrivevo ancora una volta di me, per me, prima ancora che per i miei connazionali smemorati, per i giornalisti che senza capirne l’essenza l’avrebbero considerato un cattivo romanzo storico, per gli storici che l’avrebbero snobbato. Come tutti i romanzieri, che lavorano con il cervello ma anche con la pancia e senza potersi sbarazzare dei demoni interiori, con finalità mai disinteressate, e si interrogano sul senso del tempo, più che su quello di un tempo particolare (dopo l’uscita del libro, forse questa potrebbe essere una pista, ho saputo che mio padre era andato con un suo fratello, pure lui repubblichino, a vedere il processo: erano lì, in quella sala, vicino a lui, quando è stato condannato a morte).</p>
<p><em>(testo pubblicato su Lo Straniero, ottobre 2014, n. 172)</em></p>
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		<title>gli EBOOK di Nazione Indiana: La responsabilità dell&#8217;autore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 07:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tutto cominciò con un commento. Era in un pezzo di Marco Belpoliti ( ⇨ Che la festa cominci), una mezza stroncatura al romanzo &#8220;Che la festa cominci&#8221; di Niccolò Ammaniti. Come spesso capita nei commenti di Nazione Indiana, la discussione prese una diramazione autonoma da quella attorno al libro di Ammaniti. Un commentatore – temptative, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/cover.png"><img loading="lazy" class="alignleft  title=" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/cover.png" alt="" width="350" height="560" /></a>Tutto cominciò con un commento. Era in un pezzo di Marco Belpoliti ( <strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/che-la-festa-cominci/" target="_blank" rel="noopener"><em>Che la festa cominci</em></a></strong>), una mezza stroncatura al romanzo &#8220;<em>Che la festa cominci</em>&#8221; di Niccolò Ammaniti. Come spesso capita nei commenti di Nazione Indiana, la discussione prese una diramazione autonoma da quella attorno al libro di Ammaniti. Un commentatore – <em>temptative</em>, il suo nickname &#8211; attraverso un link esterno ci metteva a conoscenza della recensione al romanzo fatta da Paolo Nori. Piero Sorrentino andò a leggerla e scoprì in quel mentre che Nori il suo pezzo l’aveva pubblicata per <em>Libero</em>. “Ma Paolo Nori scrive su Libero? Ma veramente?” commentò, stupito.<br />
Il commento appresso, di Andrea Cortellessa, fu, in fondo, quello che fece scatenare l’intera discussione, protratta poi ben oltre i quasi duecento commenti al pezzo di Belpoliti: “Piero, anzitutto condivido il tuo sgomento a vedere il nome “Nori” accanto alla testata “Libero”, non ci avevo fatto caso seguendo il link.” Scriveva Cortellessa, per poi aggiungere: “Spero che Nori, o qualcun altro in grado, possa chiarire.”<br />
Mentre la discussione si animava in rete (chiarire? Perché? E la libertà dell’autore? Conta di più quello che dici o dove lo dici?), nella <em>mailing list</em> interna dei redattori del blog si avvertiva sempre più forte la necessità di ragionare attorno ad un tema in fondo dato fin troppo per scontato (se non colpevolmente sottaciuto): quale era il ruolo dello scrittore – lui per primo, prima ancora del critico, dell’intellettuale, dell’editore, del funzionario, del giornalista, dell’addetto ai lavori – quale la sua responsabilità politica?<br />
Il tema fu preso di petto da <strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/" target="_blank" rel="noopener">Andrea Inglese</a></strong> e <strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/" target="_blank" rel="noopener">Helena Janeczek</a></strong> che, pubblicando sul blog due pezzi di approfondimento, crearono la piattaforma su cui ragionare tutti assieme. E tutti convenimmo, nelle nostre discussioni interne, che occorreva coinvolgere altri autori, esterni a Nazione Indiana, su questi temi, magari, su suggerimento di Giacomo Sartori, attraverso la forma del questionario.<br />
All’elenco delle domande stilate quasi febbrilmente, per non abbassare la temperatura della discussione, risposero in molti, circa una ventina, nel volgere di pochi mesi. Scrittori di orientamento, generazione, retroterra, cultura, approccio, diversissimi fra loro. Qui di seguito leggerete le risposte degli autori da noi interpellati. Alcune sono trancianti, ironiche, sufficienti. Altre appassionate, impulsive, divaganti.<br />
Molti commentatori, mentre andavamo pubblicando le risposte in rete, e molti autori stessi, ci contestavano la caratura delle domande, per quanto alcuni di noi convenissero che era anche il caso di smetterla di credere importanti solo “le domande giuste”. Per come la vedevamo le risposte date erano, e restano, sempre e comunque molto più rilevanti.<br />
Fu proprio Cortellessa, nella primavera del 2010, durante la prima Festa di Nazione Indiana tenuta al Castello di Fosdinovo, a chiudere il cerchio, in una discussione pubblica dove, nel suo intervento, fece notare come – alla prevedibile critica che l’inchiesta fosse fin troppo connotata ideologicamente e con una inevitabile pletora di risposte simili se non addirittura sovrapponibili – ancora una volta la scrittura facesse la differenza. Ogni scrittore, ogni poeta, ogni narratore, portando inevitabilmente con sé la propria voce, aveva risposto, stilisticamente, e perciò in maniera sostanziale, in modo differente l’uno dall’altro. “Stile” cioè, ripetendo le sue parole, “come parte integrante delle risposte.”<br />
Ora sono tutte qui quelle risposte, raccolte e organizzate in questo testo, memoria di una lunga discussione e documento necessario, forse, per comprendere un momento storico difficile, all’apparenza, ma solo all’apparenza, alle nostre spalle.</p>
<p><big><strong>DOWNLOAD<br />
</strong></big></p>
<p><strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/La-responsabilita-dellautore9.epub"><em>La responsabilità dell&#8217;autore</em> epub</a> </strong>[ebook reader in genere]<br />
<strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/La-responsabilita-dellautore9.mobi"><em>La responsabilità dell&#8217;autore</em> mobi</a></strong> [Kindle]<br />
<strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/La-responsabilita-dellautore9.odt" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>La responsabilità dell&#8217;autore</em> odt</strong></a></strong> [per modificare]<br />
<strong>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/La-responsabilita-dellautore9.pdf" target="_blank" rel="noopener"><em>La responsabilità dell&#8217;autore</em> PDF</a></strong> [per pc e stampa A4]</p>
<p>L&#8217;ebook è rilasciato sotto <a title="by-nc-sa" href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/it/" target="_blank" rel="noopener">licenza Creative Commons</a> Attribuzione &#8211; Non commerciale &#8211; Condividi allo stesso modo 3.0.</p>
<p>L&#8217;ebook è stato realizzato principalmente per il formato epub. Ogni segnalazione di bachi, correzioni, miglioramenti è benvenuta. Usate pure i commenti qui sotto.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Igiaba Scego</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 07:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37014" title="copertina chi è stato?" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5-1024x686.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil…arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar">Franz Krauspenhaar</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-responsabilita-dellautore-giorgio-vasta/">Giorgio Vasta</a>, ecco le risposte di <strong>Igiaba Scego</strong>.]</p>
<p>Con Igiaba si conclude la nostra inchiesta. Le questioni rimangono aperte, ovviamente; ma, proprio per il desiderio di offrire uno strumento di analisi a quanti si siano posti le nostre stesse domande, da scrittori o semplici lettori, noi di Nazione Indiana abbiamo pensato di raccogliere  l’insieme delle risposte che ci sono state così gentilmente offerte da scrittrici e scrittori in un <em>libro cartaceo</em> che verrà pubblicato a Dicembre. Nel volume, curato da Francesco Forlani e Antonio Sparzani, per la casa editrice <strong>Sottovoce</strong>, ci saranno gli interventi  di Helena Janeczek e di Andrea Inglese, da cui aveva preso spunto la nostra inchiesta  e una prefazione di Andrea Cortellessa, a partire dal testo letto in occasione degli incontri organizzati da Nazione Indiana a Castel Fos di Novo. Parallelamente <strong>Nazione Indiana</strong> curerà un <em>e-book</em> con gli stessi contenuti nell&#8217;ambito di un progetto di cui vi daremo prossimamente informazioni più dettagliate.</p>
<p>1) <strong>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea? </strong></p>
<p><em>Io non penso che la narrativa italiana sia in crisi.<span id="more-37013"></span> Lo pensavo anni fa questo, però mi sono accorta che la mia opinione di allora era falsata da un pregiudizio. Come molti in Italia anch&#8217;io (non sono esente) mi dedico talvolta allo sport nazionale, ossia alla liturgia del “lamento”. Mi dicevo frasi del tipo In Italia va tutto male, fuori va tutto bene; noi siamo in declino, gli altri stanno benissimo; noi non riusciamo più a esprimerci, gli altri sanno comunicare&#8230;.e via discorrendo. Certo la liturgia del lamento, mio e di molti altri, ha un fondamento reale.L&#8217;Italia sta passando, purtroppo, uno dei periodi peggiori della sua vita sociale e politica. Grazie a Dio questo non significa che anche la vita culturale langue. Mancano purtroppo spazi per l&#8217;espressione artistica e in generale la vita degli artisti in Italia è molto dura (mancano sovvenzioni, borse, ecc. ecc.). Nonostante ciò soprattutto in letteratura (sia in poesia sia in prosa) stanno uscendo fuori delle voci interessanti. C&#8217;è anche (finalmente direi) nella letteratura italiana di oggi una vocazione all&#8217;indagine che sembrava completamente sparita. Indagine non solo introspettiva, ma anche di contenuto storico. Mi sono accorta di questo cominciando a leggere i testi e andando agli </em><em>slam poetry</em> in giro per la città. Ho letto molta narrativa italiana ultimamente (io che notoriamente sono una esterofila pazzesca). Soprattutto ho cominciato a confrontarmi con le persone che hanno costruito questi testi. Mi sono accorta che il mio pregiudizio sulla narrativa italiana era viziato dalla teoria del lamento. Mi sono accorta che intorno a me era un pullulare di autrici/autori di spessore non indifferente. Gente che aveva e ha nel cuore la voglia di fare delle belle opere, senza banalizzare il quotidiano. Poi, e questo mi fa ben sperare per il futuro della letteratura italiana, c&#8217;è molta voglia di mettere a nudo i “misteri” di questo paese. La storia con la S maiuscola non spaventa più gli italiani. Finalmente la letteratura (nel suo insieme) affronta anche i nodi più spinosi della storia patria. Siamo usciti dalla fase “ombelicale”. Questa per me è una buona notizia.</p>
<p>Avere autori come Chiara Valerio, Cristina Ali Farah, Andrea Bajani, Fabio Geda, Lidia Riviello, Vincenzo Ostuni, Christian raimo, Michela Murgia, Vittorio Giacopini, Carola Susani, Elena Stancanelli, Amara Lakhous, ecc secondo me sono una garanzia per una feconda letteratura italiana del futuro.</p>
<p>Noto anche che si sta affacciando una nuova generazione molto interessante. Non c&#8217;è solo Moccia per fortuna. Non abbiamo ancora (e speriamo mai) perso la capacità di descrivere il nostro mondo.</p>
<p>2) <strong>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità? </strong></p>
<p><em>Questo può essere un pericolo reale. Però noto che in Italia ci sono molte case editrici, soprattutto piccole e medie, che hanno il coraggio di prendersi dei rischi e di lanciare degli autori sconosciuti e spesso sperimentali. Per esempio le case editrici piccole e medie sono state importantissime nello scouting di autori italiani di origine migrante (gente come me, figlia di migranti, con due lingue madri) o di migranti che hanno scelto di scrivere in italiano. Certo molte major editoriali preferiscono puntare su nomi sicuri o sui blockbuster del libro. Ma anche lì, e qui dipende molto dal singolo che lavora nella major, escono opere interessanti e innovative. Inoltre (e qui sarebbe da dar loro un premio) c&#8217;è chi ancora punta, nonostante le difficoltà, sulla poesia.</em></p>
<p><em>L&#8217;industrializzazione, la mercificazione, la prostituzione&#8230;sono dietro l&#8217;angolo purtroppo. Ma c&#8217;è chi la contrasta a suon di sacrifici. Speriamo solo che i sacrifici non schiaccino chi li compie. Solo i posteri potranno saperlo con certezza. Io mi limito a notare la forza, il coraggio, ma anche un pericolo che si avvicina sempre più e che può inghiottirci tutti.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>3) <strong>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti? </strong></p>
<p><em>Le terze pagine dei giornali sono spesso per la sottoscritta una delusione assoluta. Non tutte naturalmente, non sono il tipo da fare di tutta un&#8217;erba un fascio. Però noto la tendenza dei giornali (soprattutto di quelli più grandi) di fare più pubblicità che critica. Non libri quindi, ma merci. Sto cominciando a diffidare dei paginoni e delle interviste al “divo” letterario di turno (che stranamente sono quelli che scrivono noir. Mai che un paginone sia dedicato alla poesia per esempio), sto cominciando a non leggere più i paginoni. Un po&#8217; perché sono scritti male, un po&#8217; perché mi da fastidio il tono pubblicitario degli articoli di questo genere. Sembra che la critica non sappia più tastare il suo oggetto di lavoro. La critica almeno sui giornali è lontana dal testo. Si appiglia sempre di più all&#8217;extra testo, anche in modo stravagante e voyeuristico.</em></p>
<p><em>È chiaro che non è tutto così. Ci sono anche giornali/riviste che fanno un lavoro egregio. Un lavoro puntuale, attento, critico nella sua essenza più pura. Io per esempio leggo sempre con piacere l&#8217;allegato del sabato del Sole 24 ore e anche le piccole recensioni della stampa estera che trovo sulla rivista internazionale. Lì ho la sensazione di essere veramente informata. Non amo le celebrazioni slegate dalla realtà. Inoltre mi da sommamente fastidio che alcuni generi non siano proprio trattati. Per esempio la poesia è completamente ignorata dai giornali. Per avere informazioni, dibattiti, ecc ci si deve necessariamente appoggiare alle riviste specializzate. Questo lo trovo ingiusto nei confronti di chi legge e vorrebbe essere adeguatamente informato.<br />
</em></p>
<p>4) <strong>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?<br />
</strong><br />
<em>Dipende. C&#8217;è chi fa scouting e chi invece no. Chi rischia e chi no. Io se devo esaminare la mia vita come autrice devo veramente ringraziare chi ha deciso di rischiare pubblicando i miei scritti. Come figlia di migranti la strada è stata naturalmente tutta in salita. Gli autori come me, non erano considerati credibili in quanto “stranieri”. Tra di noi siamo molto diversi, c&#8217;è chi migrante ha scelto l&#8217;italiano come lingua scritta (novelli Conrad in un certo senso) o chi figlio di migranti, l&#8217;italiano lo possiede dalla nascita. Due percorsi diversi, ma che hanno trovato un punto di congiunzione nella discriminazione che arrivava da terzi. Il nostro aspetto esteriore era considerato un handicap per una eventuale pubblicazione. Nessuno scommetteva su di noi e sulle nostre capacità. Non si pensava che persone con altra origine potessero scrivere veramente in italiano. E lì che il ruolo di alcune case editrici è stato fondamentale. Hanno creduto in noi. Si, i n noi&#8230; nel nostro stile, nei nostri contenuti, nella contaminazione linguistica che portavamo. Siamo stati una novità per la letteratura italiana, ma una novità nel solco di quello che era già successo per alcuni scrittori che hanno usato nei loro testi i dialetti. Un testo come per esempio Madre piccola di Cristina Ali Farah pubblicato da Frassinelli è stata una scomessa vinta. Un testo poetico, plurilinguistico, geograficamente vario ha avuto una pubblicazione di prestigio ed è riuscito a farsi apprezzare.</em></p>
<p>5) <strong>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo? </strong></p>
<p><em>Un po&#8217; si. Però dobbiamo vedere nei prossimi anni come evolverà la fruizione della letteratura sul web. Non solo le informazioni, quindi la critica, ma proprio la lettura. Non so prevedere per esempio come si leggerà nel futuro. Sono sicura che cambierà qualcosa, sia nella lettura sia nella scrittura. L&#8217;</em><em>e-book</em> sarà di fatto una rivoluzione culturale, quasi un&#8217;apocalisse (io la vedo benefica però). Mi chiedo da autrice se questo trasformerà il mio modo di scrivere e in generale il modo di scrivere e se si in che modo. Veramente ho vari punti interrogativi in testa sul web. Però aspetto questi cambiamenti con curiosità, in me è assente la diffidenza verso le tecnologie.</p>
<p>6) <strong>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p><em>Assolutamente si! Servono spazi, fondi, sovvenzioni. Per esempio in Italia per gli scrittori non c&#8217;è quasi nulla. Parlando con scrittori stranieri noto sempre come loro hanno più possibilità di poter mantenere la scrittura senza troppi sacrifici. Hanno un indotto per esempio nelle università, hanno accesso a borse di studio, hanno la possibilità di fare delle residenze all&#8217;estero. Io quando parlo con qualche scrittore straniero mi sento sempre un po&#8217; in imbarazzo. Qui in Italia a volte fare lo scrittore è considerata una perdita di tempo. All&#8217;estero c&#8217;è un certo rispetto invece.</em></p>
<p><em>Poi si servirebbe un aiuto alle piccole librerie, un po&#8217; come in Francia. Nella mia città, Roma, ci sono belle realtà. Ma nessuno aiuta queste persone. Grava tutto sulle loro spalle. Secondo me le piccole librerie in un paese come l&#8217;Italia (dove non si legge) sono dei presidi di civiltà e democrazia. Infatti sarebbe facile e liquidatorio dire i libri devono essere sostenuti dai lettori. Ma il libro non è solo una faccenda di chi scrive e di chi legge. C&#8217;è chi lo produce, lo spedisce, lo tassa, lo ordina, lo riceve, lo espone, lo consiglia, lo ama, lo odia. Spesso chi scrive libri si scorda di questi passaggi. Ma sono passaggi importanti, passaggi che fanno oscillare il prezzo di un libro, la sua permanenza negli scaffali, la sua esistenza fisica. Quindi è necessario il ruolo di un mediatore. Nelle nostre caotiche città questo mediatore è un libraio di una media o piccola libreria. Nelle grandi catene non c&#8217;è il tempo materiale di prendersi cura del prodotto. I ritmi sono serrati, concitati, appiattiti sulle novità o sul grande nome. Invece nella piccola libreria c&#8217;è la possibilità di curare di più il prodotto. Però serve una legge seria per questi librai, una tutela reale.<br />
</em></p>
<p>7) <strong>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?<br />
</strong><br />
<em>Sono molto d&#8217;accordo con quello che hanno scritto Laura Pugno e Inglese. Siamo tutti cittadini e in quanto tali abbiamo delle responsabilità. La scrittrice/ lo scrittore nell&#8217;Italia telecentrica di oggi fa fatica a dire la sua, a farsi portavoce di un pensiero democratico. In pochi ci riescono. E sono quelli più conosciuti naturalmente. Però penso che la categoria ha altri modi per farsi sentire. Io per esempio negli ultimi anni insieme a scrittori come Amara Lakhous, Cristina Ali Farah, Ingy Mubiayi ho scoperto il mondo della scuola. Giriamo (anche con sacrifici notevoli) le scuole di tutta Italia. Parliamo di convivenza, immigrazione, razzismo, ovvero di quei temi sociali che riscaldano il dibattito del paese (e che purtroppo sempre più spesso sono usati nelle campagne elettorali per creare scontro sociale e discriminazione). Non sono mai incontri facili quelli con i ragazzi. Ma sono incontri in cui davvero lo scrittore può essere utile ad una crescita personale del ragazzo. In una Italia che sta diventando sempre più una società multiculturale questo mi sembra un buon contributo per accrescere la democrazia nel paese. Certo un singolo non può fare nulla da solo. Il singolo è in una situazione di assoluto svantaggio. Ma io sono una fautrice della politica della goccia. Una goccia da sola si perde del nulla, tante gocce insieme fanno un oceano. Quindi in generale la figura dello scrittore non ha peso, ma se cambiamo per un attimo il punto di vista e la modalità allora il peso diventerà rilevante. Il peso non è mai dato da un singolo, ma da una collettività. L&#8217;unica cosa che secondo me manca un po&#8217; in Italia è un confronto serio fra scrittori su questi temi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>8) <strong>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?<br />
</strong><br />
<em>L&#8217;ho spiegato nella domanda precedente.</em></p>
<p>9) <strong>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti? </strong></p>
<p><em>La politica in questo momento non è lontana solo dal mondo culturale&#8230;è lontana da tutto. Si da tutto: dai cittadini, dalle regole, dalla civiltà. La politica italiana di questi anni è una politica sterile, triste, autoritaria, sola. La cultura deve diffidare da questa politica </em><em>mainstream</em>. Per quanto riguarda l&#8217;ambito che mi compete, la letteratura cioè, direi questo: dobbiamo ridare dignità alle parole. Ricostruire un senso, ecco cosa dobbiamo fare. Solo attraverso una rivoluzione culturale riusciremo a riapproppiarci di questa politica che è diventata estranea, lontana, nemica.</p>
<p>10) <strong>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?<br />
</strong></p>
<p><em>No, non mi sembra opportuno. Io non lo farei. Non mi piacerebbe essere complice di un sistema poco democratico (e con sistemi a dir poco dubbi, vedi in tal senso il caso Boffo). Ognuno di noi fa le sue scelte. Ognuno ha i suoi percorsi. Però alcune scelte pesano come macigni. E questo resta. </em></p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Sebastiano Vassalli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 08:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[sebastiano vassalli]]></category>
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					<description><![CDATA[[ricevo da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro questionario sulla responsabilità dell&#8217;autore, la lettera (cartacea) che segue; ne riporto il testo con il suo consenso] Caro Sartori, ho ricevuto le domande. Mi piacciono. Cioè: mi piace che qualcuno, nel 2010, torni a porle. Non credo di dover [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ricevo da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-responsabilita-dellautore-giorgio-vasta/">questionario sulla responsabilità dell&#8217;autore</a>, la lettera </em><em>(cartacea) </em><em>che segue; ne riporto il testo </em><em>con il suo consenso</em><em>]<br />
</em></p>
<p>Caro Sartori,</p>
<p>ho ricevuto le domande. Mi piacciono. Cioè: mi piace che qualcuno, nel 2010, torni a porle. Non credo di dover essere io a rispondere: sarebbe una faccenda troppo lunga. La mia generazione, in mezzo a domande simili a queste (a parte il web e dintorni), ci è cresciuta, e non tutte le cose che si dicevano allora (anni Sessanta) erano da buttare: bisognerebbe ripartire da lì. Un&#8217;impresa. Erano anni, quelli, di bassa marea. Poi è arrivata l&#8217;alta marea. È arrivato il brodo primordiale dei generi: il nero, il rosa, il giallo&#8230; C&#8217;è stato, negli anni Duemila, chi ha scoperto il genere epico. Di fronte a tanta modernità un quasi settantenne come me è muto. Perciò non rispondo, e non perché manchi la simpatia nei confronti vostri e di chi fa riviste. Noi le facevamo di carta; oggi si fanno come le fate voi. Se potrò esservi utile lo sarò volentieri; ma con queste domande no.</p>
<p>Un caro saluto</p>
<p>Sebastiano Vassalli</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Giorgio Vasta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-35199" title="vasta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil…arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Giorgio Vasta.]</p>
<p><strong>1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Soltanto una breve nota preliminare. Nel rispondere al questionario tengo conto del fatto che il mio intervento ne segue parecchi altri e che è dunque inevitabile, a questo punto, che nel rispondere alle domande si dialoghi contemporaneamente con molte tra le risposte che sono state date. Ho anche provato a seguire un filo rosso – il ragionamento sulle retoriche – per dare continuità alle riflessioni proposte.<br />
<span id="more-35071"></span><br />
Rispondo.<br />
Considerate le discussioni che questa domanda ha da subito innescato, provo a darle un’accezione specifica.<br />
La mia sensazione è che quando si fa riferimento a una denuncia di “totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea” si stia mobilitando una ben precisa retorica. Una retorica composita. A darle forma intervengono elementi diversi: prima di tutto – non ha senso escluderlo – quella che si ritiene un’analisi obiettiva, fondata sullo studio e sulla competenza, di ciò che la nostra letteratura propone; a questo si mescolano altre componenti: il piacere umano della recriminazione prêt-à-porter, l’altrettanto umano rimpianto di un’età dell’oro che qualcuno, forte di una memoria e di una sensibilità acutissime, è in grado ancora di ricordare, il gusto del biasimo e una specie di strutturale bisogno del nemico.<br />
Considerato che questa retorica – invalsa ed evidentemente persuasiva – descrive uno scenario nel quale scrittore e critico sono antagonisti e che il secondo costringe il primo su un letto di Procuste stirandogli le gambe o amputandogli i piedi secondo occorrenza, allora, così sollecitati, si dovrebbe reagire rigettando le accuse e respingendo al mittente le denunce, del tutto certi di trovarsi all’interno di ciò che questa retorica propone. Facendo cioè coincidere la retorica descrittiva con una presunta realtà dei fatti.<br />
Il problema è che in questo modo si costruisce un dialogo nevrotico tra interlocutori fantasma: da una parte i critici, o meglio il fantasma edipico del critico per il quale sarai sempre e inevitabilmente insufficiente, dall’altra l’emotività offesa di ognuno di noi quando si confronta con rilievi di questo tipo. Insomma, pur con tutta la disponibilità alla generalizzazione, in questi casi sarebbe meglio vedere e toccare il proprio interlocutore, ragionare con lui riducendo al minimo le tentazioni paranoidi.</p>
<p>Detto ciò, credo che possa essere utile coinvolgere in questa valutazione sia i “prodotti” sia il processo. Nel senso che per me è importante leggere la letteratura italiana contemporanea in modo intenso. Questo potrà anche essere considerato un doping indebito, ma penso che sia indispensabile dialogare in modo fertile curioso agonistico e disponibile con la materia letteraria in cui si vive immersi. Insomma, è necessario che <em>vitale </em>sia prima di tutto il nostro modo di leggere.</p>
<p><strong>2) Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>Mi permetto di modificare i termini della domanda e del discorso che ne consegue: è possibile che a un’industrializzazione crescente dell’editoria corrisponda un’industrializzazione, una meccanizzazione, una automatizzazione altrettanto crescente della ricezione dei testi? È possibile cioè che il lettore, oggi, non sia vittima ma rischi di essere complice se non si mette nelle condizioni di assumersi la responsabilità delle sue azioni – scegliere dei libri, acquistarli, leggerli – e dunque del suo ruolo attivo nel campo letterario? Un lettore desiderante, critico e desiderante, consapevole dei processi di industrializzazione in atto, sarebbe probabilmente un lettore “indesiderabile” per chi fa coincidere il lavoro editoriale con il mainstream. Perché un lettore consapevole equilibrato e coraggioso smette di essere complice e costringe la monocultura del mainstream a una frammentazione interna e dunque a una diversificazione salvifica.<br />
Se questa collettiva assunzione di responsabilità fosse possibile si scoprirebbe non soltanto che le opere di qualità esistono, ma che per esistere davvero non è sufficiente che siano state immaginate e scritte; non basta neppure che vengano pubblicate: occorre che vengano lette perché le letture, le centinaia o le migliaia di letture individuali di un’opera – nel collaudarla e metterla in crisi – danno senso alla sua esistenza.<br />
Per sintetizzare, se l’industrializzazione della proposta cresce – e cresce – allora io lettore devo mettermi nelle condizioni di essere sempre più attento e robusto, sempre più acuto e acuminato.</p>
<p><strong>3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>Alle pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali domando di descrivere – un giorno dopo l’altro, un articolo dopo l’altro – un’idea di cultura e dunque un’idea di mondo. Considerato che, al netto delle tentazioni paranoidi di cui si è parlato nella prima risposta, queste pagine sono composte da più firme e dunque da più persone, si dovrebbe ragionare caso per caso, riconoscendo che sicuramente la somma delle firme descrive un’attitudine generale ma che è altrettanto inevitabile che ci siano firme più disponibili, generose e intense di altre.<br />
È chiaro che la compenetrazione di una serie di prassi degli uffici stampa – su tutte la cosiddetta “notiziabilità” – con un discorso che dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla dimensione letteraria, crea un bel po’ di problemi. Se le parti coinvolte – uffici stampa delle case editrici e capi-cultura delle testate giornalistiche – sono costrette, o si costringono per forza d’inerzia, a vendere e a comprare il discorso sui libri valutando prima di tutto la relazione tra un determinato libro e ciò che pertiene al costume, mettiamo, o allo spettacolo (e pensiamo alla frequenza con la quale in molti palinsesti da diverso tempo “cultura e spettacolo” vengono serenamente legati), allora si determina uno scadimento dei ragionamenti. Constatato che il movimento in atto è in buona parte di questo tipo, è ancora una volta necessario tornare all’assunzione di responsabilità: uffici stampa intelligenti che dialogano su libri non notiziabili con capi-cultura altrettanto intelligenti che lavorano muovendo da un’idea di cultura e di mondo. Confidando se non in uno scardinamento delle prassi più diffuse perlomeno sulla costruzione di una serie di buone alternative.</p>
<p><strong>4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Rispondendo in sintesi, e tagliando con l’accetta, sì, secondo me – considerate le tante variabili attive – fanno un buon lavoro. Rispondendo più analiticamente, serve ragionare su cosa può succedere quando un nuovo autore viene pubblicato. Quando una casa editrice <em>punta </em>– come si dice usando un verbo che rimanda sia al gioco sia alla caccia (dunque alla persecuzione) – su un nuovo autore ritenendo che la sua scrittura possa essere immessa, tramite la pubblicazione, in un circuito che la rende disponibile agli altri, prova contestualmente, e con intensità che dipendono dalla forza commerciale della casa editrice, a compiere una serie di azioni intorno a quella scrittura. Partendo dalla constatazione che tutte queste azioni si pongono l’obiettivo logico di assicurare al libro pubblicato maggiore circolazione possibile, alcune di queste azioni producono, al di là della loro efficacia, effetti sui quali può essere utile soffermarsi.</p>
<p>Prima di tutto la casa editrice mobilita delle retoriche di promozione. Queste retoriche tendono a suggerire delle gerarchie: “Il primo”, “La prima”, “Il più”, “La più” (un giro sui siti delle case editrici e una lettura dei lanci può essere molto istruttiva). Per un singolo titolo o per un’intera collana, smarcarsi dagli altri e “allungare” il passo descrivendosi come apripista sembra essere un imperativo inderogabile.<br />
Niente di grave, ancora una volta, perché il gioco dell’aura, dell’hapax editoriale, è ormai un automatismo che fa persino tenerezza. Ma ancora una volta è necessario che al dispiegamento di queste retoriche reagisca, in ogni lettore, uno sguardo critico e dirimente, una capacità di comprensione che nel prendere atto dei meccanismi promozionali sia nelle condizioni di distinguere le retoriche semplificatorie finalizzate alla vendita dalle retoriche più raffinate e profonde, quelle retoriche più drastiche ed eversive che dovrebbero generarsi nell’intelligenza e <em>dall</em>’intelligenza di chi riceve quel libro, lo legge, lo pensa, lo immagina ed eventualmente decide di scriverne o di parlarne, di farlo esistere in un discorso critico. Questo non per mero antagonismo o per una sistematica diffidenza nei confronti del modo in cui perlopiù le case editrici parlano dei libri che pubblicano, ma perché <em>distinguere</em>, <em>discriminare</em>, fa bene agli stessi libri.</p>
<p>Anche per contenere alcuni fenomeni tutto sommato frequenti, per esempio quello per il quale alcuni lettori parlano di un libro ricalcando la prospettiva attraverso cui è stato promosso dalla casa editrice che l’ha pubblicato. La retorica di vendita è stata talmente introiettata da essersi trasformata in una retorica interpretativa tout court. Ma ancora più impressionante è verificare il retroagire di queste retoriche – una specie di tragicomico rinculo – su quella parte del funzionariato editoriale che non riesce più a distinguere, o che non vuole più distinguere, la retorica di vendita costruita da un ufficio stampa per promuovere un determinato libro dalle altre retoriche possibili. Nel momento in cui le retoriche di vendita sono talmente pervasive da andare a occupare lo spazio che dovrebbe appartenere alla riflessione critica, ci troviamo davanti a una contrazione violenta delle possibilità di lettura  (di fatto la retorica di vendita cerca di imporsi come monolettura, come prospettiva unica e unificante) e dunque assistiamo a una specie di riforma del senso, o meglio a un suo impoverimento. Il discorso sui libri si riduce a una serie di blurb e di slogan, l’argomentazione non ha corso e la lettura come responsabilità viene del tutto mortificata.</p>
<p><strong>5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong><br />
Credo che il web abbia agito sulle modalità di diffusione e di ricerca, mentre non so quanto possa agire su quel fenomeno sfuggente che è la specifica fruizione di un testo (nel senso che non lo escludo ma non sono in grado di capire se il legame con il web riesca a incidere sulla grammatica della ricezione, sul modo di leggere un libro, su quello che succede alle parole scritte quando collidono o si mescolano con gli immaginari e le immaginazioni che gravitano come nubi dentro le nostre teste producendo scariche neuronali, microscopici temporali oppure lasciando il nostro clima mentale del tutto imperturbato).</p>
<p>Il web è un altro spazio di discussione; per qualcuno è marginale, per altri sembra essere l’unico o almeno quello più importante. Buona parte dei blog letterari (ma qualcosa di simile vale senz’altro anche per altre tipologie di blog) mi sembrano spesso luoghi nei quali chi commenta “si fa la punta” – come se fossero i temperamatite del temperamento – e prova a pungere, punzecchiare, perforare o penetrare (rischiando a volte di spezzarsi in due).</p>
<p>Diversamente da una camera anecoica – quello spazio fonoassorbente che riduce al minimo il riverbero – il web, in particolare nella forma dei blog letterari, amplifica il riverbero finendo spesso per essere connotato dalla ridondanza. Se da un lato ciò può a volte pregiudicare la comprensione reciproca, dall’altro questo continuo strutturale deformare dà luogo a una forma interessante e persino affidabile: la dialettizzazione, in questo presente, non può non tenere conto dell’effetto eco, delle distorsioni e del brusio. Continuare a recriminare all’infinito contro questioni che mi sembra siano connaturate al mezzo serve a poco; desiderare di generare comunque, in questo semicaos, una parola il più possibile nitida, rimane indispensabile.</p>
<p>La discussione in rete è significativa anche dal punto di vista, ancora una volta, delle retoriche. La colonna dei commenti di molti post è il luogo di un involontario eroicomico. Senza voler porre in secondo piano il senso di quanto viene detto – le proposte, i ragionamenti e le argomentazioni – consideriamo per un momento le tonalità.<br />
È come se nei commenti si affrontassero due macrotoni: da una parte chi, forte di una serie di certezze che ritiene incontestabili, impone il proprio discorso con veemenza assertiva e con una serietà che però a tratti assume un’involontaria coloritura seriosa; dall’altra chi intuisce la vulnerabilità di queste prime retoriche, si rende conto che sono parodiabili – non per un loro limite ma intrinsecamente – e si mette a smontarle. La frizione che si determina tra chi monta il ragionamento e chi pervicacemente lo smonta genera quella diffusa dimessa euforia (che può oscillare tra gli estremi del lazzo epigrafico, da un lato, e la minaccia circostanziata di denunce penali contro nickname e fantasmi affini, dall’altro) che forse in maniera approssimativa mi viene da chiamare tonalità eroicomica.<br />
Il tutto vuole essere una constatazione – mi interessa la relazione che si stabilisce tra la natura del mezzo-piattaforma e le parole versate dentro quel mezzo – non un giudizio complessivo.</p>
<p>La questione aperta riguarda invece la relazione tra il dibattito in rete e ciò che non è rete. Se la rete ci consente di amplificare e ostentare una certa nostra tendenza costitutiva alla conflittualità (o a tutto questo ci costringe), dà da pensare che questo scatenamento di retoriche di costruzione e di distruzione si produca entro i limiti di un recinto che per quanto sia in continua espansione non è sempre e necessariamente connesso a tutto ciò che non è rete. In sostanza, la tendenza alla conflittualità – in sé uno straordinario combustibile – rischia di generarsi ed esaurirsi qui dentro, senza sfondare questo perimetro. Da ciò discende un senso di claustrofobia che potrebbe non essere altro che il riflesso di una preliminare – forse irrinunciabile – claustrofilia.</p>
<p><strong>6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p>Credo che il sostegno da accordare alla parole stia nel far sì che le parole vengano lette. Creare le condizioni per moltiplicare l’ascolto delle parole, di quelle più nascoste, degli infrasuoni, penso produrrebbe una serie di ulteriori effetti positivi.</p>
<p><strong>7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong><br />
Torno a quanto accennato nelle rispose precedenti. Affinché la parola letteraria – dunque una parola politica – esista e incida, non basta che questa parola venga immaginata, scritta e pubblicata: occorre un ascolto critico e costante, una complicità attiva e valutativa tra chi parla e chi ascolta (scambiandosi i ruoli), e una preliminare fiducia nel valore di questo legame. “Dire la propria” ha un valore se esiste un interlocutore, se si produce uno spazio di condivisione (che non vuol dire accordo unanime: la condivisione si può dare anche nel contrasto, nel dissenso), diversamente si destituisce di senso un’azione che al senso non dovrebbe mai rinunciare.<br />
Solo che prendersi cura del senso (della sua mobilità, della sua strutturale precarietà) non può che essere interesse di tutti. Quello che invece mi sembra accada è una sistematica sottrazione di fiducia, una condanna in contumacia dei tentativi che gli scrittori – le loro scritture – stanno facendo (dove a essere contumaci non sono tanto le scritture – che, pubblicate, sono disponibili – quanto le letture, che spesso invece latitano). Questo svilimento aprioristico, di solito rapidissimo nei termini e apodittico nei toni, mortifica un contesto che invece, e torno a quanto detto all’inizio, potrebbe avere l’ambizione di essere vitale e intenso.</p>
<p>A essere significativi sono i meccanismi di invalidamento del contesto.<br />
In diversi commenti in calce alle risposte dei precedenti questionari si è parlato della retorica della catastrofe, di questa specie di millenarismo che conduce a considerare la partita letteraria – <em>anche </em>la partita letteraria – terminata e perduta: gli scrittori sconfitti, i lettori delusi, la comunità alla quale danno luogo un’accolita di morti viventi.<br />
Il peggiorismo è una droga non sufficientemente codificata ma particolarmente diffusa; genera dipendenza, pare, ma soprattutto produce una conseguenza che, per quanto possa apparire rassicurante, è molto pericolosa: semplifica in modo drastico lo scenario distinguendo con forza (o meglio con disperazione) tra prima e dopo, presente e passato, noi e loro, io e gli altri. A venire massacrata è la complessità costitutiva delle cose; una complessità che oltre a essere la condizione di esistenza dei fenomeni è anche un diritto e un dovere individuale: non cedere alla tentazione delle scorciatoie e sopportare (se non addirittura godere) la contraddizione e il chiaroscuro.</p>
<p>Questo peggiorismo persuade che non essendo più possibile concepire intelligenza ed etica come un’eventualità reale, allora non resta altro che mettere a punto ognuno il proprio particolare ripiegamento, dal disfattismo rancoroso al pragmatismo cinico, dal disincanto ironico al qualunquismo più aggressivo. Il pelo cresce orgoglioso sullo stomaco, si fa foresta (in alcuni momenti si desidera un machete), ci si arruola in massa nell’esercito stizzito dei senatori e si vaticina sulla fine (perché vaticinare la fine, descriverla, descrivere questo mondo postumo, è, come detto, tranquillizzante, una specie di sedativo che si esprime sotto forma di indignazione o liquidando l’esistente (questo impertinente che non accetta di morire) con un paio di boutade.</p>
<p>La mia sensazione è che in questo momento i meccanismi di sabotaggio e distruzione abbiano raggiunto una raffinatezza tale da essere in grado di sottrarre portato a ogni “dire la propria”. Ma forse più esatto sarebbe parlare di autosabotaggio e autodistruzione. Siamo gente che usa la bocca per mangiarsi le orecchie.</p>
<p><strong>8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Penso che gli scrittori abbiano la responsabilità di dare consistenza a un linguaggio utile alla visione e alla demistificazione. Per fare questo usano il lessico e la sintassi; nel lessico e nella sintassi di chi scrive è già presente un’idea (e una pratica) – più o meno consapevole – di mondo. Ogni scrittura si assume dunque in primo luogo la responsabilità di esporsi attraverso la messinscena di se stessa. La forma di ogni frase, i diversi modi in cui le frasi possono connettersi tra loro oppure smarcarsi o respingersi, un determinato uso della punteggiatura – tutta quella chimica della scrittura che nella maggior parte dei casi si considera mero veicolo del discorso quando invece <em>è</em> il discorso – descrive una percezione delle cose che può già dimostrarsi complessa e stratificata oppure semplificata e regredita. Se nel momento in cui scrivo avverto un’anomalia, una distorsione percettiva, e provo a <em>darle luogo</em> sulla pagina tentando di fare i conti con la struttura delle frasi, allora mi sto assumendo una responsabilità, sto correndo il rischio di assumermi una responsabilità cercando una forma espressiva il più possibile coerente con le mie percezioni (mettendo in relazione, di fatto, la mia vita organica e quella sociale); se invece, nel momento in cui scrivendo, pur avvertendo che l’ordine della frase deve implodere lasciando spazio a un ordine del tutto differente e molto probabilmente poco canonico scelgo di contrastare questo impulso e costringo le mie frasi a una domesticità di comodo, allora rivelerò una timidezza che può facilmente sconfinare nella viltà.<br />
In sostanza è già nelle scelte lessicali e sintattiche – dunque ad altezza zero, negli strumenti che danno forma al discorso – che lo scrittore si espone e corre i suoi rischi.</p>
<p>Credo però ci sia un ulteriore possibile livello di coinvolgimento. Chi scrive propone un metodo, qualcosa che va oltre la parola letteraria. Chiarisce che fidarsi della lingua, rispettarla, prendersene cura, sono prassi che, se da un lato si concentrano nella fabbricazione di scritture, al contempo vanno oltre il letterario, lo trascendono. Se dalla grammatica linguistica ci spostiamo verso una grammatica sociale e facciamo valere la stessa fiducia, lo stesso rispetto e lo stesso scrupolo che governano il nostro lavoro sulla lingua, stiamo proponendo una possibilità di esistenza condivisa. Ed è chiaro che ognuno può mettersi nelle condizioni di intuire, nello spazio particolare del proprio lavoro, l’esistenza di un legame con tutto il resto della sua esperienza, un ponte di corda attraverso il quale trasportare, <em>tradurre</em>, un’etica specifica in un’etica più ampia.</p>
<p>Nel momento in cui uno scrittore si assume la responsabilità dell’asintoto, ovvero della tensione e del fallimento, è nel luogo in cui deve essere. Ed è tanto naturale quanto inevitabile considerare il suo lavoro sulla complessità e sull’etica inseparabile da una dimensione politica, perché il rispetto della complessità e la messa a punto di un’etica sono di fatto pratiche politiche.</p>
<p><strong>9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p>Ricollegandomi a quanto appena detto, credo ci sia un interesse da parte del mondo politico a esaltare questa separazione, e penso che stia al mondo della cultura il tentativo tenace di suturare, riconnettere e compenetrare due dimensioni che come accennavo sono consustanziali. Accettare la prospettiva per la quale la cultura – parzialmente o del tutto assimilata allo spettacolo – debba proporsi il compito di “intrattenere” (dall’intrattenimento esplicito a quello travestito), significa accettare una percezione impoverita dell’umano. Tenere a mente, sempre, che la cultura, come strumento di esplorazione dell’umano, è inestricabilmente connessa al pensiero e all’azione politica, può servire a stare immersi nella complessità.</p>
<p><strong>10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>No, non mi sembra opportuno. Ma proprio a partire da questo vorrei provare ad allargare la prospettiva e a far valere un ragionamento più ampio, tentando di introdurre nel discorso alcune variabili.<br />
Periodicamente ognuno di noi ha a che fare con comportamenti che non ritiene opportuni e che non condivide. A quel punto – e la discussione di questi ultimi mesi su Nazione Indiana è in questo senso emblematica – possiamo reagire in varie maniere. Per esempio con un sospetto, nei confronti di chi agisce in un modo che avvertiamo discutibile, che rapidamente diventa ostilità (dall’irrisione all’insulto); l’alternativa è provare a tenere larga l’inquadratura e ad affrontare l’ambiguità che registriamo.<br />
Perlopiù a prevalere è il primo atteggiamento; non necessariamente per malizia ma perché per impazienza e bisogno di un senso il più possibile definito preferiamo ridurre il peso delle variabili discordanti (magari la persona in questione è qualcuno che stimiamo ma se si comporta così allora di sicuro la nostra valutazione positiva sul resto del suo lavoro è un abbaglio, obliteriamo la stima e ci concentriamo esclusivamente sul disprezzo) e arrivare il più rapidamente possibile a delle conclusioni: ha torto, è complice, è colluso, è un mio nemico.<br />
Raramente si ha a che fare con l’altro atteggiamento, che è quello che mi sembra in generale più fertile: ci si ritrova davanti a un comportamento che non si comprende, davanti a un’azione compiuta da una persona che stimiamo – magari anche da un punto di vista umano – e decidiamo di attendere, di sospendere il giudizio, di recuperare più fiducia possibile per cercare di capire che cosa sta succedendo.<br />
Del resto è facile riporre fiducia in qualcuno che corrisponde in pieno al modo in cui consideriamo giusto pensare e comportarsi; la fiducia diventa un meraviglioso azzardo proprio nel momento in cui non siamo del tutto certi di che cosa un altro pensa o fa. Certo, in questo modo di nuovo si rischia ma cos’altro ha senso se non rischiare? Penso a Charlie Brown che ostinatamente, nonostante l’esperienza, ogni anno accetta di calciare la palla ovale che Lucy gli piazza davanti garantendogli che stavolta, stavolta davvero, non gliela sottrarrà all’ultimo istante facendolo cadere per terra; Charlie Brown si fida – per ottusità, secondo qualcuno; perché la sua è una fiducia visionaria, secondo qualcun altro – e nel momento in cui sta per calciare Lucy sottrae la palla e lui finisce schiena a terra: ed è lì, proprio lì, quando la fiducia si fa rischio e dolore, che Charlie Brown è pienamente umano.</p>
<p>Insomma, quando qualcuno che stimo (e a cui voglio bene) si comporta in un modo che non comprendo voglio garantirmi un tempo di esitazione (un’esitazione <em>decisa</em>, un’esitazione come metodo, come incubatore di pensiero) che mi permetta di porre in secondo piano la visceralità semplificatoria di un giudizio frettoloso impegnandomi invece in un ascolto il più possibile articolato delle diverse variabili coinvolte, specialmente di quelle in reciproco contrasto. Voglio cioè garantirmi il rischio di non calciare la palla e quindi di cadere sulla schiena (e, tra questi due momenti, di fare esperienza del vuoto).<br />
Il che non vuole avere come conseguenza una moratoria delle responsabilità e uno sdoganamento garantito di ogni comportamento. Tutt’altro. Quello che mi sta a cuore è evitare quell’impulso all’autofrantumazione interna, <em>sub specie virtutis</em>, che mi sembra essere il carattere eminente di chi oggi compie azioni politiche attraverso la letteratura. La corsa alla virtù più pura, alla preservazione violenta della propria posizione, produce quasi sempre decapitazioni (come la vicenda di Robespierre insegna); mi sembra più logico e più umano trovare il modo di ragionare criticamente sul comportamento degli altri senza garantire a ogni costo il proprio punto di vista ma al contrario mettendo prima di tutto in discussione le proprie categorie di giudizio.</p>
<p>Allora, per chiudere. Secondo me è necessario conseguire la maggiore consapevolezza possibile degli oggetti e dei contesti, delle retoriche e delle cornici nelle quali queste retoriche vanno a inscriversi (generando ulteriori retoriche anche solo impercettibilmente modificate). In questo modo apprendiamo che lo spazio nel quale ci muoviamo è talmente fitto e inestricabile da non permetterci un movimento – fisico, di pensiero, di scrittura – che sia del tutto nitido e privo di riverbero e che dunque l’incoerenza sarà sempre nei pressi, sarà dentro di noi, o noi le saremo dentro. A questa incoerenza non ha senso arrendersi ma è necessario, credo, prendere atto che  è uno dei materiali con i quali siamo fatti (da un certo punto di vista mi viene da pensare all’incoerenza come a quello specifico umano al quale si oppone il fondamentale controimpulso alla coerenza).<br />
Se poi la smettiamo, in ambito letterario, di concepire soltanto scritture da capolavoro o scritture da dopolavoro e ammettiamo che una letteratura è l’insieme dei colpi andati a segno e di quelli andati a vuoto, dei fraintendimenti e delle distorsioni, di rettilinei interminabili così come di vicoli ciechi, e che un singolo libro, nel momento in cui non ne liquidiamo l’esperienza con “bello” o “brutto”, “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, è pressoché sempre un’occasione fertile di ragionamenti, anche di ragionamenti su un tentativo che avvertiamo come malriuscito se non del tutto fallito, allora ci mettiamo nelle condizioni di renderci conto che questa percezione può valere anche per le persone, per i loro comportamenti, per i nostri comportamenti, perché in entrambi i casi, quando abbiamo a che fare con la letteratura e quando abbiamo a che fare con l’umano (dove la letteratura ci serve a dare senso all’umano e l’umano nutre la letteratura), ci immergiamo in luoghi di variabili e di contraddizioni.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Enrico Palandri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-35481" title="magnetic_globe_silver" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg" alt="" width="283" height="286" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10  domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>,  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/http');" href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil%E2%80%A6arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar/">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Enrico Palandri.]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></strong></p>
<p>No, affatto. Canetti diceva che l’idea che la letteratura sia alla fine è meschina. Anche negli anni in cui non leggiamo libri che ci paiono significativi la letteratura è viva, magari i libri vengono scritti e non pubblicati, o pubblicati da editori difficili da reperire in libreria, o magari da grandi editori ma i nostri pregiudizi ci rendono difficile la lettura. Dire che la letteratura sia morta è come dire che è finita la civiltà. Se poi parliamo del romanzo trovo sempre con sorpresa un libro in cui questo genere straordinariamente vitale si è ridefinito. La poesia mi sembra ancora più profondamente duratura. Chi è che riesce a mettersi su un podio tale da poter dire signori e signore, dopo tremila anni di letteratura occidentale è accaduto che proprio in Italia, nel 2010, il genere è morto! Francamente credo ci vorrebbe un po’ più di sobrietà quando si danno giudizi di questo genere. Del resto sono sentenze che sono sempre stati parte della scena letteraria, facendo appunto la figura descritta da Canetti.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></strong></p>
<p>No, ogni epoca ha i suoi modi. La figura dell’impresario d’opera o del produttore cinematografico non sono migliori, ma fanno i film, hanno fatto le opere, spesso segnandone alcuni limiti. <span id="more-35042"></span>Io in realtà non ho simpatia per la polemica anti industria della cultura, non so cosa gli si preferirebbe. L’associazione degli scrittori di tipo sovietico? O i circoli rinascimentali protetti dal principe? Oppure Mecenate?</p>
<p><strong><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></strong></p>
<p>Le leggo poco e quando le leggo è perché mi interessano.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></strong></p>
<p>Non ne ho idea. Rispetto a quando ho pubblicato Boccalone mi pare ci siano molti più giovani autori. Il lungo percorso che si deve sostenere, se si vive a lungo, tra successi e insuccessi, lusinghe del mercato e della poesia pura, è a sua volta un romanzo.</p>
<p><strong><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></strong></p>
<p>Non lo so. Io amo per leggere e scrivere la pagina e la penna, ma uso il computer. Non credo che leggerei un romanzo su kindle, ma ho spesso ritrovato una poesia che cercavo sul web.</p>
<p><strong><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></strong></p>
<p>Credo si potrebbe fare di più per promuovere la lettura ad alta voce, l’incontro e in qualche caso anche la scrittura. Se invece di tanti premi ci fosse un investimento organizzato, un circuito di letture da fare in giro per l’Italia, forse il mondo dei libri e delle lettere apparirebbe meno distante.</p>
<p><strong><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></strong></p>
<p>Peso no, certo, non lo hanno mai avuto. Solo le mosche cocchiere immaginano che il potere debba chiedere la loro opinione. Non mi pare ci siano però evidenti casi di censura.</p>
<p><strong><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></strong></p>
<p>Gli scrittori sono sempre esposti e se lusingano i potenti, come scrive Leopardi nello Zibaldone, non fanno che alienarsi la misericordia dei posteri. E il futuro è sempre il destino della scrittura.  Non credo però che gli scrittori abbiano un ruolo particolare. Sono cittadini e come tali devono esprimersi, ma sono molto contrario al fatto che si considerino depositari di un sapere diverso, separato, che si prendano a tal punto sul serio da immaginare che il potere li ascolti. Detto questo, se hanno qualcosa di utile e intelligente da dire inventano sempre qualche cosa che parla del potere in modo graffiante. Purtroppo credo che in Italia si sia prodotto l’effetto opposto. Ci siamo talmente abituati a satira, invettiva, denuncia e via dicendo, che gli intellettuali a volte vivono in un isolamento culturale spaventoso dal paese reale, profondo, in cui la storia si è addensata e dove si costruiscono davvero le storie, dove prendono la curvatura che gli è necessaria. Solo con buone radici si diventa alberi alti. Se invece prendono i risultati delle elezioni come il piano in cui si giocano tutte le battaglie e non sono capaci di interloquire davvero con quanto accade. Sono solo indignati. Del resto neanche io saprei come uscirne. Credo non sia utile che ripeta cosa penso di Berlusconi, l’ho già detto e scritto in tante salse, non penso nulla di diverso da quello che scrivono e pensano tanti.</p>
<p><strong><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></strong></p>
<p>Ovviamente c’è sempre stata questa separazione e dove non c’è ci si impelaga nella propaganda. L’unico tentativo di far funzionare un sistema politico affidandolo a filosofi, quello di Dione, è finito male, come racconta nella settima lettera Platone. Poi ci sono filosofi che fanno politica, come Cacciari, a volte bene.</p>
<p><strong><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></strong></p>
<p>Non credo si debba fare una regola, bisogna sapere di chi si parla e può farlo per tante ragioni. Per denaro,e chi ha conosciuto la povertà dovrebbe aver rispetto di come altri si guadagnano da vivere (meglio un figlio di papà che scrive quel che vuole lui dove gli pare o un poveretto che cerca di cavarsela in redazioni ostili?). O magari può essere convinto sia più utile non predicare ai convertiti. Io ho la fortuna di collaborare da un po’ di anni con un giornale come l’Unità che mi piace, ma ho scritto per tanti giornali diversi per tanti anni. La lettera del direttore con cui ho preso la tessera di pubblicista me l’ha scritta Feltri, lontanissimo dalle mie posizioni politiche, quando dirigeva L’indipendente. Come ho detto mi sento lontanissimo da quello che scrive, ma credo sia un giornalista molto competente, con la reputazione di resuscitare testate moribonde, e nonostante quello che tutti gli attribuiscono perché scrive sul giornale della famiglia Berlusconi, non mi sorprenderei affatto se facesse un dietro front alla Montanelli. Anche a destra ci sono e ci sono sempre state persone indipendenti. Nel giornalismo inglese, che credo sia un suo modello, ci sono importanti giornali come lo Spectator o il Times, per non andare lontano, che hanno manifestato dissenso a destra.  Il giornale lo ha fondato Montanelli sui cui negli anni ’70 si rovesciavano le invettive della sinistra rivoluzionaria in cui sono cresciuto, e almeno questo errore mi piacerebbe non ripeterlo.</p>
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		<title>Aria Francia. Ipotesi fallimentari su un disastro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 10:07:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Air France]]></category>
		<category><![CDATA[Airbus]]></category>
		<category><![CDATA[disastro aereo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino È molto probabile, anzi è quasi certo, che non si saprà mai come è andata. Allo stato attuale delle cose, le cause dello schianto del volo 447 dell’Air France, caduto il primo giugno 2009 nell’oceano Atlantico con 228 persone a bordo, possono essere analizzate solo sulla base di semplici congetture. È impossibile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/airfrancemonogramma1-300x280.jpg" alt="2007399E-MONOGRAMME AF Q" title="2007399E-MONOGRAMME AF Q" width="300" height="280" class="aligncenter size-medium wp-image-18578" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/airfrancemonogramma1-300x280.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/airfrancemonogramma1-1024x957.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/airfrancemonogramma1.jpg 1263w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>È molto probabile, anzi è quasi certo, che non si saprà mai come è andata. Allo stato attuale delle cose, le cause dello schianto del volo 447 dell’Air France, caduto il primo giugno 2009 nell’oceano Atlantico con 228 persone a bordo, possono essere analizzate solo sulla base di semplici congetture. È impossibile parlare di missili, esplosioni o fulmini; o meglio, a questi ragionamenti si può attribuire lo stesso livello di credibilità che hanno i complottisti che ragionano di campi magnetici sulle coste brasiliane, di Ufo e Triangolo delle Bermuda. È, questo, un aspetto della vicenda che non andrebbe <em>mai </em>dimenticato. Del volo AF 447 non si sa nulla, o quasi.<br />
C’è solo qualche punto fermo.<br />
<span id="more-18573"></span><br />
Il primo e più importante dei quali è relativo al fatto che l’equipaggio non ha comunicato <em>nulla </em>al personale di terra. Dall’apparecchio sono partiti 24 segnali automatici di avaria, il primo dei quali, della durata di tre minuti, di “malfunzionamento generale del sistema elettrico”. Il che significa tutto e niente. Nessuna comunicazione verbale dei piloti. Assurdo. Inspiegabile.<br />
È impensabile che un equipaggio di grande esperienza come quello dell’Airbus A330-200 in volo per Parigi non sia riuscito a mettere mano alle comunicazioni. Ai corsi per i piloti, gli insegnanti ripetono ossessivamente la formuletta “operate and comunicate”, <em>operate e comunicate</em>. Nell’aeronautica civile, più ancora che in quella  militare, le comunicazioni non sono importanti, sono <em>fondamentali</em>. Provate, per curiosità, a leggere sui siti specializzati – uno per tutti, <em>airdisaster.com</em> &#8211;  la trascrizione dei passaggi radio con le torri di controllo, e vi accorgerete della quantità impressionante di parole dette, di formule standard, di codici e acronimi utilizzati: “Sto facendo questo, sto per fare quest’altro, chiedo l’autorizzazione per X, ho ricevuto l’indicazione Y…”. Richiedendo un gran quantità di ore di volo, le trasvolate oceaniche prevedono  sempre la presenza di due equipaggi ai comandi nel <em>cockpit</em>: un primo equipaggio, composto dal comandante del velivolo e dal suo secondo (detto “primo ufficiale”), che si occupa del decollo e, grossomodo, delle ultime due ore di volo, e un equipaggio di crociera, composto da uno o due piloti, che non fa altro che controllare il pilota automatico durante la (di solito placida) traversata dell’oceano. Nel caso in cui le condizioni meteo siano più o meno preoccupanti, il comandante ha la facoltà di scegliere se restare alla cloche e sovrintendere a tutte le operazioni. Sennò, molto semplicemente si allenta un po’ il nodo alla cravatta e va a stendersi in una specie di letto, ricavato all’interno della cabina di comando, per qualche ora. Come è possibile che nessuno sia riuscito a mettere mano al microfono?</p>
<p>A quanto pare, il volo, attraversando la cosiddetta zona ITCZ (<em>Intertropical Convergence Zona</em>) si è trovato in una fascia caratterizzata da forte turbolenza. Che, nell’aeronautica civile, è di tre gradi, a seconda dell’intensità: leggera, moderata e severa. Ora, quand’anche il volo AF 447 si fosse trovato al cospetto di una turbolenza di terzo livello (cosa improbabile, visto che i voli sono dotati di sofisticati radar meteo che danno informazioni in tempo reale sulle condizioni del tempo da lì a 15 minuti: l’equipaggio può quindi con tutta calma operare variazioni di rotta per evitare le zone difficili), se pure si fosse trovato al cospetto di una turbolenza severa, dicevo, è da escludere l’ipotesi che questa abbia provocato la caduta del jet: fulmine compreso. Il comandante aveva un’esperienza di volo quantificata in più di 11mila ore. Un pilota espertissimo. È probabile che nella sua carriera abbia <em>preso addosso</em>, come si dice in gergo, numerosi fulmini. E ne sia sempre uscito illeso, com’è normale che sia. Un aereo colpito da un fulmine funziona come una <em>gabbia di Faraday</em>, l’energia della saetta viene scaricata su tutta la carlinga, e si disperde. Gli aerei sono poi disseminati lungo tutta la struttura di dispersori di energia, che alleggeriscono ulteriormente il carico elettrico. Quando un fulmine colpisce un aereo in volo, si sente un gran botto e si vede una gran luce. È per questo che quando ci si aspetta di essere colpiti, l’equipaggio invita i passeggeri a schermare i finestrini con le alette parasole e provvede ad alzare le luci di cortesia, per evitare sbalzi percettivi di luce. Una volta a terra, si provvede a ispezionare il mezzo, e di solito i tecnici trovano un foro di entrata e uno di uscita del fulmine, e questo è tutto.<br />
Stando ai pochi documenti ufficiali dell’inchiesta – tutti scaricabili dal sito del <em>Bea</em>, <em>il Bureau d’enquetes et d’’analyses</em>, l’organismo francese titolare dell’inchiesta sul disastro – salta però agli occhi una conclusione preliminare del file relativo alla situazione meteo. Questa: “Le condizioni generali all’interno della ITCZ atlantica sono da considerarsi <em>normali </em>per il mese di giugno (…) Le immagini a infrarossi registrate a intervalli di 15 minuti dai satelliti geostazionari costituiscono la principale fonte di informazioni per valutare l’evoluzione e l’eventuale carattere straordinario dei sistemi temporaleschi della zona. L’analisi preliminare delle immagini Meteosat mostra, in prossimità della traiettoria prevista, l’esistenza di un ammasso di cumulonembi (…). <em>L’analisi delle immagini a infrarossi non consente di desumere caratteristiche eccezionali dei suddetti ammassi, né di attività temporalesche sulla zona dell’incidente</em>” (corsivo mio).<br />
Insomma, i lanci d’agenzia e le dichiarazioni di presunti meteorologi sulla presenza di giganteschi cumulonembi con temperature interne di -87 gradi o sulla  grandine con chicchi grandi quanto un pugno chiuso a 100 km/h, o, ancora, sui cosiddetti tubi di Pitot congelati a causa di una devastante bufera di ghiaccio sono nient’altro che un cumulo di bugie e mistificazioni. </p>
<p>Anche la questione dell’assenza di copertura radar andrebbe ridimensionata. Allo stato attuale della tecnologia in nostro possesso, non si può attuare un’area di copertura radar da costa a costa. Per un motivo semplice: non si saprebbe dove piantare i radar nel bel mezzo dell’oceano. La copertura del radar – che effettivamente per lunghi tratti di traversata oceanica manca – serve soprattutto alle torri di controllo per canalizzare e gestire il traffico di decolli e atterraggi. Non va dimenticato che in un minuto di una qualsiasi giornata contemporaneamente volano <em>migliaia </em>di apparecchi. Tutti si preoccupano dell’assenza di radar nell’oceano, nessuno protesta per l’assenza, in molti aeroporti, dei radar di terra (quelli sì veramente <em>fondamentali </em>per la sicurezza). Un pilota non  ha bisogno del radar per andare da X a Y, quantomeno nell’oceano. Ha i suoi sistemi di navigazione. Ha le carte. Ha le rotte già tracciate. Ha il satellitare. E soprattutto comunica con i colleghi che lo seguono e lo precedono lungo quelle medesime rotte. Nel caso di comunicazioni con la torre, poi, ci sono le radio in frequenza <em>HF</em>, di qualità medio-bassa, ma comunque sempre funzionanti e attive. </p>
<p>Dunque, l’equipaggio non ha comunicato nulla. Né <em>may day</em>, né malfunzionamenti. Ora, calcolando che l’altezza media di crociera di un volo è di 35mila piedi, e ipotizzando una caduta verticale, proprio a muso in giù, dell’apparecchio, e assumendo infine che il mezzo impieghi un minuto per percorrere 5mila piedi, all’Airbus Air France ci sarebbero voluti 7 minuti prima dell’impatto con l’acqua. Sette minuti e zero comunicazioni. Qualcosa deve essere successo all’interno del <em>cockpit</em>. Un evento improvviso e dirompente, in prima battuta. O, al contrario, un impedimento sottile, silenzioso e strisciante, lento, capace di mettere fuori combattimento i piloti.<br />
Per la prima ipotesi &#8211; evento improvviso &#8211; si sarebbe potuto propendere per una esplosione, almeno fino a quando non sono cominciate le autopsie sui corpi ripescati. Il governo francese non esclude ancora del tutto l’ipotesi dell’attentato, anche se l’antiterrorismo ha spulciato la lista passeggeri (ecco uno dei motivi del ritardo iniziale nel rilascio pubblico della lista), e non ci sono elementi preoccupanti o a rischio. Sul passeggero marocchino l’analisi dei servizi è stata meticolosa, ma anche lì non è venuto fuori nulla. Ma appunto, le autopsie, almeno quelle, parlano chiaro. I corpi non presentano amputazioni o strappi o bruciature, segni inequivocabili di una esplosione. Hanno fratture agli arti inferiori e al bacino, e non presentano acqua nei polmoni. Questo significa che non sono morti annegati &#8211; solo un corpo già morto non incamera acqua – e che l’impatto con l’acqua da una grandissima altezza ha provocato le fratture ai piedi, alle gambe e al bacino.</p>
<p>Si potrebbe allora pensare alla seconda ipotesi, l’evento silenzioso e lento. L’idea è di una depressurizzazione che ha portato a ipossia le persone a bordo. A quell’altezza, bastano 30 secondi senza la maschera e si perde conoscenza. Si pensi al volo 522 della <em>Helios</em>, in Grecia, che si schiantò il 14 agosto del 2005 sulle montagne a nord di Maratona. In quel caso, i piloti non si accorsero, anche per negligenze dovute ai tecnici di terra, che il sistema di pressurizzazione dell’ossigeno era saltato, e a causa della confusione mentale causata da iniziale ipossia adottarono una serie sbagliata di procedure, che li portarono all’intontimento definitivo e poi allo svenimento. L’aereo continuò a girare nei cieli col pilota automatico fino a quando il carburante finì e si schiantò.<br />
 A conti fatti, resta però difficile, se non impossibile, immaginare quale errore dei piloti, se di errore umano s’è trattato, possa aver condannato l’aereo a un inabissamento così letale. La domanda che continuamente mi faccio è: cosa può averli spinti a morire così silenziosamente, senza tentare di mandare uno straccio di richiesta di soccorso o localizzazione? Va bene, si potrà dire, s’è rotta semplicemente la radio. <em>Le </em>radio, bisognerebbe aggiungere. Paralisi completa di tutti gli apparati comunicativi. Evento più unico che raro, ma assumiamo che sia successo. Ma questo, mi chiedo, come spiega la perdita di controllo dell’apparecchio? E viceversa, l’eventuale perdita di controllo dell’apparecchio, in che modo ha influito sull’assenza totale e inspiegabile di comunicazioni? Perfino l’evento più preoccupante che possa succedere nel corso di un volo, e cioè l’incendio a bordo, lascia sempre il tempo di parlare con la torre, o con i colleghi dei voli vicini.<br />
È molto probabile, anzi è quasi certo, che non si saprà mai cosa è successo al volo AF447.</p>
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