La responsabilità dell’autore: Vincenzo Latronico

19 maggio 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale ecco le risposte di Vincenzo Latronico.]

1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Non ho presente, nello specifico, le accuse mosse alla narrativa italiana contemporanea (solo di quella mi sento di parlare); tendo, programmaticamente, a diffidare un po’ di questa sorta di catastrofismo dell’età dell’oro. Se anche la qualità media (ma ha senso, in questo contesto, ragionare per “media”?) si è abbassata, ciò potrebbe essere dovuto all’aumento esponenziale di romanzi sul mercato, o al fatto che ad alcuni, indubbiamente non i migliori, vengono concesse vetrine e attenzioni che rischiano di offuscare tutto il resto. Ma se penso agli ultimi cinque o sei anni in rapporto con i precedenti (o anche andando per decadi) non mi sembra, no, che manchino i libri profondi, potenti, ambiziosi, o, più semplicemente, “buoni”.

2) Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Non credo che la struttura delle case editrici come aziende, la loro “industrializzazione”, si traduca necessariamente in una inferiore qualità di ciò che pubblicano. Diffido molto di chi considera la qualità letteraria un marchio di invendibilità, e anzi mi sembra che non ci siano ragioni per cui un editore “industriale” debba privilegiare la fiction scadente a scapito dell’opera di autori come Roth, Saviano, Houellebecq o Bolaño: immagino, anzi, che ognuno sogni di trovare uno di questi piuttosto che l’ennesimo astro della bancarella. Mi sembra però che se, da una parte, molti editor tuttora inseguono, spesso con impegno e attenzione, libri di questo genere, al loro operato si affianca un’azione in senso contrario dell’apparato più propriamente “aziendale” delle case editrici: una sezione commerciale che ha sempre più voce in capitolo su cicli di vita e traiettorie promozionali, un’impostazione manageriale che non differenzia strategicamente l’investimento su romanzetti e su libri ritenuti di qualità, perché a breve termine si rivela più lucrativo gettare indifferenziatamente nel mercato tutto ciò che si ha sotto mano – a tutti i livelli – e stare a vedere chi, alla fine, porterà i soldi a casa. Non credo, insomma, che l’industrializzazione si traduca in minore qualità; ma che, questo sì, generi un’atmosfera in cui è molto difficile che la qualità letteraria – che pure appare – trovi respiro, visibilità, vita. È la stessa cosa? Forse è pure peggio.

3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Sono d’accordo con le osservazioni di Christian Raimo: a volte ciò che le pagine culturali rispecchiano meglio è lo stato dei nostri uffici stampa. Ma – forse un po’ cinicamente – non mi sento di vedere in questo una responsabilità specifica di chi si occupa di cultura nei giornali, quanto un effetto di un problema più generalizzato della stampa italiana (e non solo). Le pagine di politica rispecchiano in modo soddisfacente lo stato della politica italiana? Discutono di idee e di proposte, evitano i condizionamenti e le piaggerie, danno voce ai cani da guardia del potere? Le pagine di economia analizzano e bacchettano le politiche aziendali di una classe imprenditoriale largamente responsabile di molti dei problemi del nostro paese? Certo, si sente parecchio la mancanza di un equivalente del Times Literary Supplement; ma questa, tristemente, mi pare solo un corollario della mancanza di un equivalente del Times.

4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Mi sembra, in parte, di aver già risposto a questa domanda. Ho avuto la fortuna di conoscere molti editor appassionati e convinti del valore, intellettuale e civile, della ricerca di testi e scrittori, e questo è in larga misura rispecchiato da svariate uscite di alta qualità che si possono trovare (anche se, va detto, cercando bene); ma cosa succede dopo il lavoro di questi editor? I libri, di ogni livello, escono sul mercato armati di un paio di recensioni, con un’anticipazione in saccoccia e, quando va bene, due sottopancia su quotidiani nazionali; e che se la cavino da soli, di lì in poi. E se non se la cavano? Pazienza; i cercatori continueranno a cercare, i direttori a dirigere, i librai a vendere, certe cose più, e altre meno. E nel giro di pochi mesi queste ultime saranno maciullate da lame sottili e spappolate da mole finissime e consegnate all’agire di composti chimici, e trasformate in qualcosa che nessuno, in anticipo, potrà immaginare.

5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Ho un piccolo aneddoto, a questo proposito. Anni fa, un amico mi ha inoltrato per e-mail il capitolo iniziale di un libro, che mi ha colpito come una delle narrazioni più forti e originali che avessi letto negli ultimi anni: Neuropa, di Gianluca Gigliozzi. Seguendo i link, sono stato portato a una presentazione del romanzo, proprio su Nazione Indiana, e di lì ho rintracciato il blog dell’autore – e nel giro di quattro e-mail e una decina di giorni ho avuto il romanzo fra le mani. Nulla di tutto questo, penso, sarebbe stato possibile solo cinque anni prima.

Detto questo, il libro l’ho letto su carta. Non credo che il web abbia influito in modo rilevante sulle modalità di fruizione della nostra letteratura (ma parlo solo della narrativa), almeno per ora. La questione della diffusione mi sembra, appunto, diversa; alcuni siti (di cui Nazione Indiana è uno degli esempi più importanti) hanno sostituito a tutti gli effetti i canali di informazione culturale prima rappresentati dai quotidiani – almeno per me, e a quanto ne so per molti lettori “forti”. Questo mi sembra un passo importante verso una maggiore ricchezza e pluralità della diffusione letteraria; ma, certo, resta comunque un canale rivolto a una nicchia, ampia quanto si vuole, di specialisti, o perlomeno di appassionati. Probabilmente questa è destinata ad ampliarsi parecchio nei prossimi anni. Devo ammettere che, per quanto in apparenza meno rilevante dal punto di vista culturale, sono molto fiducioso nelle possibilità offerte dalla vendita di libri on-line, che a tutti gli effetti allunga la vita commerciale di molti libri ed amplia di molto la loro capacità di trovare dei lettori. Certo, è sempre necessario che prima siano i lettori a trovare questi libri; ma, insomma, mi pare che ci si stia lavorando.

6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Penso di no. Il sostegno della letteratura deve venire dai lettori; in mancanza di quelli, ogni sovvenzione rischia di intrappolarla in un meccanismo di vegetazione artificiale in cui la garanzia di sopravvivenza estirpa ogni esigenza di rinnovamento, di sconfinamento, di apertura. Potranno mai finire i lettori? Credo, spero, sono convinto di no; se dovesse accadere, tuttavia, vorrà dire che finiranno anche i libri.

7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Rispondo alle tre domande che mi vengono poste con un’unica articolata risposta, perchè le sento collegate tra loro. Mi sembra che gli scrittori abbiano, sì, modo di dire la loro, nella misura in cui ciò che fanno – scrivere – è più contiguo all’intervento civile o politico rispetto a molte altre attività, intellettuali o meno. Immaginare che questo tipo di intervento debba prendere la forma del manifesto, della dichiarazione politica o dell’appello mi sembra molto riduttivo nei confronti di ciò che può fare la letteratura; mi sembra, anche, abbastanza inefficace: se anche hanno modo di parlare, certo ciò che gli scrittori dicono ha spesso un effetto molto ridotto (come, d’altro canto, ha un effetto ridotto ciò che dicono gli organi di garanzia istituiti dalla nostra costituzione, i politologi di tutto il mondo, gli osservatori della democrazia…). Ma questo fa parte del compito degli scrittori? Non credo: fa parte del compito dei cittadini; gli scrittori si limitano ad avere, per dir così, un canale naturale in cui prendere questa posizione. Uno scrittore la cui opera è funzionale a questa situazione non è per ciò stesso un pessimo scrittore, esattamente come un soldato che firma volontariamente per partecipare all’invasione dell’Iraq non diventa con ciò un pessimo soldato: più che il valore “professionale”, o letterario, mi pare che in gioco ci sia quello umano.
Detto questo, non so esattamente come si distribuiscano le colpe, o le responsabilità, o cosa costituisca l’una o l’altra; ma sono piuttosto certo che tale distribuzione sia possibile unicamente a posteriori – e mai come ora questo “ posteriori” appare lontano e fantasmatico. Sono abbastanza convinto, però, che vi siano parecchie sfumature fra il pamphlet politico – che forse spetta ai politici, e non agli scrittori – e la narrazione ornata, orlata e aproblematica, serena e distaccata, “di svago”, raffinata o superficiale e “popolare” che sia. E credo che scegliere spensieratamente, in tempi come questi, quest’ultima via – la via, oggi piuttosto battuta, dell’iconcina sobria, organica, profonda e retroflessa, del narratore che si trincera dietro un “io sono solo uno che racconta storie”, senza prendere atto che chi racconta le storie sceglie quali storie raccontare, e che questa scelta è una scelta morale  – credo che questo sarà visto, a posteriori, come un atto di viltà. Ma, forse, mi limito a sperarlo ardentemente.

10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Da un certo punto di vista, la domanda mi sembra malposta. Il punto, credo, non è tanto dove si scrive, ma cosa: quando si cita l’esempio di Pasolini che scriveva per il Corriere, ci si dimentica che non scriveva certo recensioni delle ultime uscite o cronache letterarie, ma articoli di denuncia e critica civile. Nessuno si sognava di considerarlo un compromesso – semmai, era evidente che a scendere a compromessi era la linea editoriale del Corriere. Quando si parla di “libertà dell’intellettuale”, o “dell’artista”, ci si riferisce implicitamente alla libertà di denunciare, o far riflettere, alla visionarietà, alla capacità di critica. Se questo fosse ciò che viene fatto da quelle pagine, ben venga! Potrebbe essere, addirittura, un canale di diffusione ben più efficace (perché in territorio “ostile”) rispetto a molti altri, in cui a volte si ha l’impressione di predicare ai convertiti. Non mi pare, però, che sia tale il caso che si ha in mente; in questo caso, mi sembra che le evocazioni della libertà dell’intellettuale e dell’estro creativo siano più che altro mistificazioni, per coprire un compromesso.

Questo, però, dovrebbe indurre a un altro ragionamento. Assumendo che uno scrittore di convincimenti democratici faccia questo compromesso, è ragionevole presumere che esso arrivi solo dopo alcuni tentativi di esplorare altre strade. Mi sembra naturale, ad esempio, che in un caso del genere lo scrittore in questione avrebbe preferito pubblicare su Repubblica (cosa che pure, a mio avviso, richiede certo pelo sullo stomaco, anche se non certo una foresta come in altri casi), o su testate meno lontane dalla sua prospettiva civile. Perché questo non è successo? Perché certo sistema culturale antidemocratico ha tanta facilità ad offrire opportunità a scrittori insoddisfatti (anche solo dal punto di vista economico) delle alternative? So – per esperienza di offerte ricevute, e rifiutate – che la porta, in certi posti, è sempre aperta. Come mai è aperta solo lì? Certo, fa parte di una strategia di appropriazione culturale. Certo, è una strategia finanziata da enormi capitali investiti a perdere nel conflitto intellettuale. Ma ho la sensazione che la controparte, la stampa “democratica”, faccia molto poco per rispondere a questa strategia, contando appunto sulla “alienità da compromessi” degli scrittori ad essa vicini, contando sullo “spirito di sacrificio” dell’intellettuale, e poi condannando chiunque scavalchi con riluttanza la barricata attratto da tutto ciò che essi stessi si sono rifiutati di offrire.

Indubbiamente questo, perlomeno ai miei occhi, non giustifica il compromesso, che resta inaccettabile. Accettarlo significa, per me, accettare una sconfitta di se stessi e ciò in cui si crede. Varrebbe la pena considerare, però, che non è una sconfitta solo per chi lo accetta, ma anche per tutti quelli che, in modo più o meno diretto, potevano fare sì che ci fossero delle alternative meno compromettenti, e non l’hanno fatto.

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14 Responses to La responsabilità dell’autore: Vincenzo Latronico

  1. dinosauro il 19 maggio 2010 alle 08:28

    Stampa “democratica” e “antidemocratica”. Non prendete per il culo chi vi legge. Spiegate meglio questo mefitico adagio che ripetete con leggerezza. E’ democratico firmare il manifesto per tutelare Battisti? E’ democratico scendere in piazza perché il berlusca non risponde alle domande di repubblica? E’ antidemocratico avere opinioni diverse da quelle espresse nel recinto della sinistra? E’ antidemocratico essere liberi dai preconcetti ideologici? E’ antidemocratico scrivere libri ed articoli culturali di valore che non rispondono ai cliché della comunità letteraria che antepone alla letteratura il sostantivo sinistra? E’ antidemocratico ESSERE LIBERI?

  2. jan reister il 19 maggio 2010 alle 13:51

    Ok, basta così dinosauro. Il tuo pensiero è chiar
    Edit: ho modificato il mio ed alcuni altri commenti in risposta a dinosauro perché non aggiungevano nulla di interessante alle sue osservazioni. dinosauro esprime opinioni legittime, ma molto generiche e confuse. Secondo me hanno poco a che fare con questa inchiesta che portiamo avanti da settimane, in cui le domande standard, migliorabili e perfettibili, sono il canovaccio che proponiamo in equità agli autori.

  3. dinosauro il 19 maggio 2010 alle 15:29

    Desidero solo una maggiore onestà intellettuale. A proposito di Libero antidemocratico e anticulturale. Oggi, come quasi tutti i santi giorni, ha tre pagine dedicate strettamente alla cultura e due allo spettacolo (cinema, teatro, tivvù). Due interventi opposti su Sanguinetti (Mughini e Sergio Claudio Perroni), un articolo di andrea morigi sull’ultima opera di Tamim Ansary, un articolo su Kircher, uno di borgonovo sul critico e scrittore Parazzoli ed uno sulla polemica fracci-alemanno. E’ il quotidiano che riserva più spazio alla letteratura, alla storia, alla filosofia. Non lo ritengo il migliore, sia chiaro. Però è un vero spazio culturale, molto interessante. In altre occasioni dinanzi all’invito di una verifica la risposta è stata che provocava un senso di vomito soltanto a tenerlo in mano. Tipico delle persone che trattano gli argomenti non conoscendoli.

  4. francesco forlani il 19 maggio 2010 alle 16:24

    ottima intervista! effeffe

  5. made in caina il 19 maggio 2010 alle 18:16

    Sanguineti! Sanguineti! Ma come si concilia la cultura democratica di libero con una politica xenofoba propagata a secchiate dallo stesso giornale. Scommetto che sarà pieno di interventi sugli studi e la letteratura post-coloniale o di scritture estreme…o vale per le pagine culturali ciòl che non vale per4 la pagina politica ? e se così, quale guistificazione ?

  6. Larry Massino il 20 maggio 2010 alle 10:06

    Caro dinosauro, il fatto che Libero dedichi tante pagine alla cultura aumenta le sue colpe e non le diminuisce, perché non c’è niente che toglie più libertà dell’esercizio della cultura e della sua sacralizzazione, a danno fondamentalmente della libertà di espressione. L’hanno imparato anche i fascisti.

  7. la nipotina il 20 maggio 2010 alle 10:39

    jan reister

    • jan reister il 20 maggio 2010 alle 11:19

      la nipotina: hai usato correttamente il tag “del”. Spero che la discussione riesca a cogliere meglio le molte cose dette da Latronico, invece di arenarsi su quel che è in particolare Libero che anche a casa d’altri è un fatto abbastanza assodato.

  8. Massimo il 20 maggio 2010 alle 13:20

    Il succo di tutto è: essere democratici è antidemocratico

  9. maria il 23 maggio 2010 alle 11:05
  10. maria il 30 maggio 2010 alle 10:22
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