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	<title>neofascismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 12:30:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Il progetto irrealistico e catastrofico di Trump è da inquadrare nel declino dell'egemonia statunitense e della fine della tecnocrazia, come via privilegiata al sogno americano. Per una lettura attuale di "Caos e governo del mondo" di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[</em><em>I tempi sono oscuri e spaventosi. Non basta più stare dentro i ruoli assodati e fare bene il proprio lavoro. Ci sono strumenti da condividere e ci sono stili di pensiero e d’azione da salvaguardare. Non sappiamo ancora chi si servirà di cosa. Ma prepariamo il terreno. Ho cominciato la serie con </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/20/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-1/">questo pezzo</a>, pubblicato il giorno dell’investitura di Trump. a. i.]</em></p>
<p>di<b> Andrea Inglese</b></p>
<p><strong> </strong><strong> </strong></p>
<p>Il <strong>Trump</strong> del secondo mandato non è solo il nome del declino palese dell’egemonia statunitense e dell’ordine mondiale a essa connesso, ma ne è probabilmente anche il precipitatore, il fattore accelerante. Questo è almeno il quadro entro cui è leggibile la politica estera dell’attuale presidenza. Io vorrei, però, mettere in relazione questa <strong>gesticolazione imperialista degli Stati Uniti</strong> e una tendenza di fondo che emerge nella sua politica interna, ossia l’attacco nei confronti delle istituzioni scientifiche e del contropotere costituito dai media cosiddetti <em>mainstream</em>. Su tale fronte, di guerra dichiarata nei confronti dei “nemici interni”, l’azione di Trump indica una più generale modalità di governo, che potremmo anche chiamare di “populismo autoritario”, ma che s’iscrive, in sostanza, in una <a href="https://www.newyorker.com/magazine/dispatches/what-does-it-mean-that-donald-trump-is-a-fascist">concezione neofascista</a> dei rapporti tra potere dei governanti e popolazione. Pur emergendo all’interno delle istituzioni di una democrazia liberale, l’autoritarismo populista alla Trump aspira allo smantellamento puro e semplice dei vincoli legali e dei contropoteri effettivi, sociali e culturali, che prevengono e ostacolano un esercizio dittatoriale del potere. (Spiegherò in una glossa, perché non ho nessun imbarazzo a parlare di neofascismo, e a identificarlo come una tendenza manifestamente presente nell’azione di tutta una serie di capi di governo attuali – da Putin, ovviamente, a Netanyahu o Erdogan – che agiscono, “ufficialmente”, all’interno di regimi più o meno democratici.)</p>
<p>Se nel corso del Novecento, le <strong>istituzioni scientifiche</strong> (università, laboratori di ricerca, ecc.) sono state sottoposte a critica sociale, e più in generale a una critica delle loro inevitabili matrici ideologiche, ciò non toglie che la libertà accademica e tutta una serie di procedure, collettivamente discusse, di verifica e di prova, hanno permesso alle varie discipline di evolvere, rettificarsi, e creare anche i propri anticorpi nei confronti dei diversi poteri (economici, politici, religiosi, ecc.) che le possono condizionare. Ma questo è vero anche per il “quarto potere”, quello dell’informazione attraverso<strong> i media di massa (stampa e televisione)</strong>. Nella storia della controcultura statunitense degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio, i mass media sono rappresentati sia come delle macchine condizionanti e di propaganda, sia come degli strumenti di controllo democratico, in grado di denunciare le derive autoritarie sempre in agguato nelle politiche di governo. (Il caso Watergate rivelato dai giornalisti Woodward e Bernstein del quotidiano nazionale “Washington post” portò alle dimissioni di <strong>Richard Nixon</strong> dalla presidenza. L’inchiesta cominciò nel 1972, non impedì la rielezione di Nixon, ma lo scandalo che suscitò costrinse alla fine il presidente a dimettersi nel 1974.) Né la ricerca scientifica, né l’attività giornalistica sono di per sé baluardi della democrazia o pratiche al servizio della popolazione, ma lo possono diventare in seguito al diffondersi di una cultura democratica. E in ogni caso, la loro autonomia è sempre stata, almeno <em>in linea di principio</em>, difesa dalla maggioranza della classe politica affermatasi nel Dopoguerra.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Il </em>New Deal<em> internazionale e l’affermazione dell’egemonia statunitense</em></p>
<p>In un libro da poco uscito (<em>Pensare dopo Gaza</em>, Timeo, 2025) e di cui Nazione Indiana ha pubblicato un estratto, <strong>Franco Berardi “Bifo”</strong> scrive: “Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà”. Possiamo essere del tutto d’accordo che il massacro da parte israeliana della popolazione di Gaza e il progetto di pulizia etnica che lo accompagna costituiscano il fallimento completo del progetto dei paesi occidentali e degli Stati Uniti, in particolare, di farsi garanti, politicamente, economicamente, militarmente di un “universalismo della democrazia”, ossia di un diritto internazionale basato su principi democratici. È importante, però, al seguito di una tale affermazione, ricordare due cose: “l’universalismo della democrazia” s’impone in realtà a partire da una provincia specifica del mondo (gli Stati Uniti) e in un periodo storico preciso (dopo il 1945). In altri termini, con l’affermarsi a livello mondiale dell’egemonia statunitense su quella britannica, vi è anche un modello di “democrazia” (la democrazia cosiddetta liberale) interna agli Stati e nelle relazioni “interstatali” (basate sui principi del diritto internazionale) che si diffonde dal centro alla periferia, dal Nord al Sud del mondo. Che ci piaccia o no, questa forma di “democrazia” è storicamente legata alle vicissitudini dell’egemonia degli Stati Uniti, e non è un caso che, proprio questo paese, oggi la ritenga “sacrificabile”, dal momento che la sua supremazia mondiale è messa in discussione, almeno sul piano economico, sociale e culturale.</p>
<p>Mi riferisco qui al lavoro che <strong>Giovanni Arrighi</strong> e altri studiosi del capitalismo hanno realizzato intorno alla nozione di “economia-mondo” e alla sua evoluzione storica in relazione alla teoria dei cicli egemonici. Per quel che m’interessa qui mettere in luce è sufficiente rinviare a un libro che è stato recentemente ripubblicato: <em>Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari</em>, a firma di <strong>Arrighi e Beverly J. Silver</strong>. Nel 2024, Mimesis ha reso disponibile l’edizione italiana di questo lavoro apparso per la prima volta negli Stai Uniti nel 1999. Non ho intenzione di addentrarmi né nell’armamentario teorico-metodologico di Giovanni Arrighi né nella presentazione generale del libro appena citato. È sufficiente ricordare che, in controtendenza rispetto a quanto decantavano gli analisti di geopolitica in quella fine secolo (le Torri gemelle svettavano ancora solidamente nel cuore di Manhattan), i due autori annunciano i rischi di caos sistemico che sono inerenti alla perdita di egemonia delle superpotenza statunitense, nel momento stesso in cui essa sembra trionfare su qualsiasi altra nazione e modello politico-economico del pianeta.</p>
<p>La perdita di egemonia ovviamente non significa un indebolimento immediato della supremazia <em>militare </em>degli Stati Uniti. Per <strong>Gramsci</strong>, l’egemonia è quel sovrappiù di potere che un gruppo sociale dominante può accaparrarsi, quando convince che il perseguimento dei propri interessi favorisce anche gli interessi dei gruppi subordinati. Quando questa credenza viene meno nei gruppi subordinati, si ha un “dominio senza egemonia”. Il gruppo dominante s’impone sul resto della società in virtù esclusivamente della sua forza. Nel contesto dell’economia-mondo e della leadership internazionale, l’applicazione di tale teoria permette di descrivere come uno Stato riesca a persuadere gli altri non solo della sua maggiore forza (economica, militare), ma anche dei vantaggi “universali” che una sua leadership garantirebbe. Così Arrighi e Silver: “il termine ‘leadership’ è usato per descrivere il fatto che uno stato dominante guidi il <em>sistema</em> in una direzione voluta, e che sia opinione comune che facendo ciò persegua un interesse generale”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti soppiantano l’Europa e in particolare il Regno Unito nella “guida” del mondo, non lo fanno vendendo il semplice “sogno americano”, come pacchetto puramente inconsistente di illusioni. Se il sogno è stato venduto per almeno mezzo secolo, ciò vuol dire che esso riposava su qualche elemento concreto. Il sogno, in effetti, è accompagnato da alcune importanti <em>istruzioni per l’uso</em>, istruzioni che gli stessi Stati Uniti applicano in casa loro e s’impegnano ad applicare nei paesi che accolgono quel medesimo sogno. “L’esatta natura della riforma globale sostenuta dagli Stati Uniti fu molto influenzata dall’esperienza del New Deal. Il cuore della ‘filosofia’ del New Deal ‘stava nel fatto che solo un governo forte, benigno e tecnico poteva assicurare al popolo ordine, sicurezza e giustizia’ (Schurmann 1980, p. 56)’”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>Potremmo notare, rispetto alla citazione di Franz Schurmann, che il governo Trump 2 si presenta come debole (alcuni suoi decreti sono immediatamente ostacolati dalla giustizia a e dalla stessa amministrazione americana), malevolo (colpisce esplicitamente alcuni gruppi sociali che fanno parte della popolazione) e incompetente (l’équipe di governo ha già suscitato scandalo per attitudini dilettantesche e persino rischiose sul piano della sicurezza nazionale). Ma questo rovesciamento di attitudine è altrettanto palese sul piano della politica estera: minacce di estensioni territoriali, indebolimento o tradimento delle alleanze storiche, rappresaglie commerciali per trionfare nella partita della competizione mondiale. La classe politica che si è schierata con Trump ha preso atto che non solo il “New Deal” non è più realizzabile né a livello nazionale né a livello globale (la competizione sui mercati mondiali non lo permette, a fronte, per altro, di nuovi sfidanti), ma anche la riserva di “credibilità” in una guida statunitense del mondo considerata come “vantaggiosa” per altri Stati (del Nord o del Sud) si è del tutto consumata. Il sogno americano, una volta che le istruzioni per l’uso si sono rivelate inservibili o anacronistiche, appare come una pura illusione, un’insopportabile impostura. Se questa è la situazione del paese, allora i trumpiani si dicono che il governo dentro e fuori casa si farà con la pura forza: la minaccia poliziesca o quella militare.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Meno scienza e giornalismo, più Intelligenza Artificiale e piattaforme</em></p>
<p>Il secolo americano si aprì sullo sfacelo che il fascismo e la guerra mondiale avevano prodotto sia sulla borghesia capitalistica sia sulla popolazione dei lavoratori. A ciò si aggiungevano le tensioni non certo sopite che la rivoluzione comunista continuava a produrre nel mondo attraverso la sua portavoce principale, ossia l’Unione Sovietica. È solo in virtù di tale sfacelo, che le classi capitalistiche riconobbero l’utilità di tutta una serie di istituzioni scientifiche e giuridiche. Queste ultime potevano agire come elementi “risolutori”, sia sul piano delle politiche tra Stati (evitando nuove guerre mondiali) sia su quello delle politiche tra classi (evitando nuove rivoluzioni). Così Arrighi e Silver:</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’esperienza del New Deal non insegnò ai politici statunitensi soltanto l’importanza di un governo interventista; suggerì anche quale tipo di istituzioni governative fosse più adatto a disinnescare questioni sociali e politiche esplosive. La soluzione istituzionale preferita dal New Deal interno fu l’agenzia regolatrice “neutrale”, che reinterpreta i conflitti sociali e politici come problemi tecnici di efficienza e produttività. A livello globale, analogamente, gli Stati Uniti sostennero la proliferazione di organizzazioni regolatrici internazionali “neutrali” finalizzate ad affrontare una pletora di problemi sociali e politici potenzialmente esplosivi.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p>Siamo alle origini, quindi, di quella che si chiama <strong><em>tecnocrazia</em></strong>, e che all’inizio del XXI secolo è diventata l’alternativa “di sinistra” all’autoritarismo populista, pronto scivolare verso il neofascismo. Fin dall’inizio – Arrighi e Silver lo ricordano – la “sinistra istituzionale”, ossia quella “responsabile” e non rivoluzionaria, è associata al nuovo patto tra capitale e lavoro istituito dal New Deal. E ancora oggi è la sinistra, negli Stati Uniti e in Europa, a difendere quel modello di sviluppo e di rapporti tra governo della società e saperi scientifici. Il problema, però, risiedeva (e risiede) a monte del sogno americano, e stava nella sua fisionomia specifica, non tanto e non solo nelle sue “istruzioni per l’uso”. Il New Deal e la tecnocrazia potevano funzionare fintantoché si applicavano alla classe operaia bianca e maschile del Nord del mondo e alle eventuali élites del Sud del mondo. La fine dell’egemonia era già inscritta nel tipo di progetto egemonico che gli Stati Uniti avevano avviato nel Dopoguerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbandonando la promessa egemonica dell’universalizzazione del sogno americano, l’élite statunitense dominante non ha fatto che ammettere che la promessa era ingannevole. Come dice [<strong>Immanuel</strong>] <strong>Wallerstein</strong>, il capitalismo mondiale, così come è attualmente organizzato, non può soddisfare simultaneamente ‘le richieste combinate del terzo mondo (relativamente poco a persona, ma per molte persone) e della classe lavoratrice occidentale (relativamente poche persone, ma molto a persona)’.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p>
<p>A rafforzare la constatazione di Wallerstein, si è aggiunta la<strong> crisi climatica</strong>, nel momento in cui le istituzioni scientifiche sono finalmente uscite dalla condizione di pura neutralità, per reclamare delle azioni da parte della comunità internazionale. In altri termini, non soltanto il sogno americano è irrealizzabile a fronte delle diseguaglianze economiche e sociali che separano i paesi del Nord da quelli del Sud del mondo (e la considerazione del lavoro maschile rispetto a quello femminile), ma esso non è comunque ecologicamente (o <em>climaticamente</em>) sostenibile. Il vicolo cieco è doppio. E questa consapevolezza la dobbiamo alla <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, dove gli scienziati di più di cinquanta nazioni si sono trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dall’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Da allora sappiamo che il sogno americano di un “consumo mondiale di massa” è impossibile, senza condurre a catastrofi che potrebbero avere una portata molto superiore a quelle della Seconda Guerra Mondiale. Ma sappiamo anche che la lotta per preservare il consumo di massa nei soli paesi del Nord del mondo, non si limiterà a perpetrare le disuguaglianze attuali, ma le aggraverà di molto. In un tale contesto, è chiaro che il <strong>negazionismo</strong> e lo <strong>scetticismo climatico </strong>sono una componente ideologica fondamentale del “dominio senza egemonia” dell’era Trump 2.</p>
<p>Il modello “tecnocratico”, ossia l’idea che la scienza potesse svilupparsi in modo autonomo e interagire con le decisioni politiche dei governanti, è oggi abbandonato, perché venendo meno “il sogno” universalista, vengono meno anche “le istruzioni per l’uso” (lo sviluppo dei saperi per risolvere conflitti e problemi). D’un tratto, gli stessi scienziati statunitensi realizzano che il loro modello di scienza è frutto di <em>specifiche </em>circostanze storiche e ideologiche. Il 31 marzo, 1900 scienziati hanno firmato un appello pubblico (<a href="https://docs.google.com/document/d/13gmMJOMsoNKC4U-A8rhJrzu_xhgS51PEfNMPG9Q_cmE/edit?tab=t.0">Public Statement on Supporting Science for the Benefit of All Citizens &#8211; Documenti Google</a>), volto a denunciare lo smantellamento delle istituzioni scientifiche volute dalla nuova presidenza. Scrivono:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per oltre 80 anni, saggi investimenti da parte del governo degli Stati Uniti hanno costruito l&#8217;impresa di ricerca della nazione, rendendola invidiabile nel mondo intero. Sorprendentemente, l&#8217;amministrazione Trump sta destabilizzando questa impresa, tagliando i fondi per la ricerca, licenziando migliaia di scienziati, eliminando l&#8217;accesso pubblico ai dati scientifici e facendo pressione sui ricercatori affinché modifichino o abbandonino il loro lavoro per motivi ideologici.</p>
<p>Non è un caso, che gli scienziati oggi parlino di una continuità progettuale durata 80 anni, ossia risalente a quel New Deal avviato nel Dopoguerra. I licenziamenti massici di funzionari e ricercatori (siamo nell’ordine delle migliaia), assieme ai tagli sui finanziamenti delle università e delle agenzia statali, produrranno conseguenze gravi e difficilmente calcolabili, e non solo per gli Stati Uniti. Una delle agenzie più colpite è la NOAA, l’Amministrazione nazionale per l&#8217;oceano e l&#8217;atmosfera, che svolge compiti di sorveglianza climatica. La radicalità di Trump non ha precedenti. Fino a oggi, i conservatori guardavano con grande sospetto l’universo delle scienze sociali, accusato di rinunciare alla neutralità scientifica per ideali dubbi e perniciosi come l’uguaglianza sociale, la parità tra i sessi, l’interesse per le minoranze, ecc. E l’offensiva di Trump si è subito diretta contro questo settore della ricerca, attraverso la messa all’indice di circa 700 parole chiave, che sarebbero la spia dell’ideologia “woke” soggiacente ai programmi di studio. Ma nelle parole incluse nella lista oltre ad esserci “diversità”, “genere”, “trauma”, “donna”, &#8220;segregazione”, troviamo anche “cambiamento climatico”, “biais [nel senso di distorsione] implicito”, “energia pulita”, ecc. Le conseguenze riguardano anche programmi legati all’epidemiologia o al controllo delle specie invasive nell’ambiente. Per il presidente e i suoi seguaci <em>tutta la scienza</em>, sia quella sull’uomo sia quella sulla “natura”, va subordinata alle esigenze della sua politica estrattiva (“drill, baby, drill”). D’altra parte, egli ha già ripetuto più volte che il riscaldamento climatico è un’invenzione cinese, per rallentare nei paesi occidentali la crescita economica.</p>
<p><strong>Bruno Latour</strong>, in un libro del 2017, aveva già individuato la concezione di fondo del gruppo sociale che si riconosce in Trump. In <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique </em>(Dove atterrare? Come orientarsi in politica), uscito per La Découverte, scriveva:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per la prima volta, un movimento di grande ampiezza non pretende più di affrontare seriamente le realtà geopolitiche, ma si situa esplicitamente al di fuori di tutti i vincoli, letteralmente <em>offshore </em>– come i paradisi fiscali. Ciò che conta prima di tutto, è di non dover condividere con gli altri un mondo, che sappiamo non sarà mai più comune.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>Il <strong>neofascismo</strong> ha quindi ha che fare con due movimenti congiunti: la <em>secessione dei ricchi</em>, che pretendono di godersi il “fiore” del pianeta e delle risorse in esso custodite, e la <em>negazione delle prove di realtà</em>, che potrebbero mostrare come non soltanto questo progetto è iniquo socialmente, ma anche catastrofico sul piano ambientale. Si potrebbe pensare che un tale progetto sia <em>alla lunga</em> condannato, perché – salvo mettere Marte a disposizione – i ricchi di domani si troveranno seduti su un ramo ampiamente segato. In realtà, il progetto è fin dall’inizio <em>irrealistico</em>: una società, anche molto meno complessa della nostra, non può durare 30 giorni senza precipitare nel caos, se una eterogenea popolazione sociale fatta di giovani e meno giovani, donne e uomini, lavoratori qualificati e non qualificati, autoctoni e immigrati, miliardari e poveracci, non la manda avanti e la mantiene in piedi giornalmente, con lavoro remunerato (poco o tanto) e attività non remunerata. La secessione dei ricchi può funzionare <em>realisticamente</em> solo se riesce a reintrodurre un regime schiavistico non metaforico, secondo il vecchio stile coloniale. Ma ottanta anni di democrazia, seppure limitata, hanno diseducato gli spiriti, per cui non ci sono più gli schiavi di una volta: ci sono riottosi immigrati illegali, che alla fine è più semplice deportare che controllare. Le donne sono certo un altro grossissimo problema: nel corso soprattutto della seconda metà del Novecento, le quote di forza-lavoro femminile sono aumentate dappertutto, dal momento che il capitale andava in cerca di manodopera a basso costo. E questo fenomeno si è accompagnato con quello increscioso del femminismo. Insomma, è chiaro che la secessione dei ricchi rischia di essere un progetto chimerico. Nonostante tutti gli sforzi per realizzare delle perfette <em>gated community,</em> c’è sempre un povero che rientra dalla finestra, perché c’è da pulire il cesso, tagliare l’erba, aggiustare le telecamere di sorveglianza.</p>
<p>Bisogna inserire ora una terza componente per illustrare appieno il sogno neofascista che anima Trump e i suoi sostenitori: <strong>l’intelligenza artificiale</strong>. I soldi che Trump sottrae alla scienza, sospetta di fornire prove di realtà, li dirige, attraverso investimenti privati, nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale (il piano “Stargate” prevede l’investimento di 500 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni per realizzare le infrastrutture che supporteranno i progressi nel campo dell’IA). E ha ben ragione: se si hanno piani irrealistici e catastrofici come la secessione dei ricchi, attraverso il consumo “per pochi” dell’intero pianeta, meglio dotarsi di schiavi “affidabili”. E su questo punto, almeno, Trump conserva un’innegabile lucidità: nonostante tutti siano intenti a elucubrare sul giorno in cui lo scenario <em>Matrix </em>si realizzerà, il presidente conosce uno per uno gli imprenditori che tengono la macchina dalla parte del manico (OpenI, Oracle, Microsoft, ecc.). L’IA, almeno per ora, ha dei padroni certi e precisi. E un giorno robottini docili potranno pulire i cessi, tagliare il prato e aggiustare le telecamere di sorveglianza, senza che mano di povero, di lavoratore o lavoratrice non qualificata, intervenga. L’obiettivo ultimo dell’intelligenza artificiale generale forse non è un super Einstein, che mi aiuti a investire in modo più fruttuoso qualche milione di euro nel mercato azionario mondiale o un super oncologo che mi liberi genialmente da un tumore maligno, ma una super Esmeralda che gestisca con efficacia assoluta tutti i miei bisogni e capricci domestici, quelli sessuali inclusi <em>ça va sans dire</em>.</p>
<p>Disorganizzata la scienza, rimane da screditare il <strong>contropotere giornalistico</strong> dei media mainstream, che negli Stati Uniti, ricordiamolo, sono molto meno docili, prudenti e filogovernativi di molta stampa e TV europea. Anche su questo terreno Trump ha degli alleati “oggettivi”: le <strong>piattaforme</strong> e i <strong>social network</strong> che hanno aperto la strada a nuove forme di propaganda. Queste si basano su di un presupposto tipicamente populista: se i media di massa nascondono a volte delle cose, se mentono su alcune questioni (e non c’è dubbio, che sia così), allora i media di massa mentono sempre, nascondono tutto. La verità va cercata altrove, presso coloro che hanno il coraggio di gridarla e che ne sono i testimoni diretti. Qualsiasi sentore di mediazione, di articolazione discorsiva, di cautela, di pretesa neutralità e di messa a distanza del proprio oggetto d’interesse, viene percepito come la spia di una verità “debole”, poco affidabile. Più, invece, i propositi sono difesi violentemente, più sono autentici. Più l’opinione personale si esprime libera dal regime complesso della prova e dell’indagine, più essa è vicina al cuore pulsante della verità. In questo nuovo scenario, che vede prevalere l’intensità della comunicazione sull’ampiezza dell’informazione, l’estrema destra trionfa, favorita dagli algoritmi, dalla mancanza di moderazione, dall’uso spregiudicato dell’intelligenza artificiale. È la stessa <strong>Media Matters for America </strong>a confermarlo, una ONG statunitense fondata nel 2004. Uno <a href="https://www.mediamatters.org/google/right-dominates-online-media-ecosystem-seeping-sports-comedy-and-other-supposedly">studio recente</a> ha sottolineato che alla propaganda più faziosa e apertamente politica, l’estrema destra ne affianca una più subdola, portata avanti da personalità che realizzano video, podcasts, trasmissioni di vario tipo in rete non apertamente politiche, ma sportive e d’intrattenimento. Esistono anche quelle orientate a sinistra, ma l’estrema destra vince in modo evidente la battaglia delle cifre. Essa raggiunge un numero molto maggiore di followers.</p>
<p>In questi giorni, esimi economisti si sforzano di trovare o meno una coerenza nello scontro tra Trump e il resto del mondo sui dazi doganali. Quanto alla battaglia contro la ricerca scientifica e il giornalismo, essa presenta una rara coerenza. In ogni caso, nell’era (molto traballante) del “dominio senza egemonia” la tecnocrazia e la fabbricazione del consenso sono lussi che l’impero in declino non si può più permettere. <strong>La scommessa è la secessione dei ricchi verso un pianeta solo per loro</strong>. Ma perché il piano abbia successo, bisognerebbe che i poveri si limitassero, come fanno in parte ora, a sbranarsi fra di loro o a restare a casa impauriti di perdere quel poco di terreno che si sentono ancora sotto i piedi. Non è detto, però, che questo continui ad accadere. Non è detto che i movimenti sociali di contestazione, come hanno già fatto nel corso del Novecento, non siano in grado di guastare il delirio dei nuovi fascisti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, <em>Caos e governo del mondo</em>, introduzione al testo di S. Mezzadra, nota al testo di A. Arrighi, Mimesis, 2024 (1999), p. 57.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Idem, p. 263.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Idem, p. 266.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Idem, p. 278.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Bruno Latour, <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique</em>, La Découverte, 2017, p. 51.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Glossa sul “neofascismo”</strong></p>
<p>Molti si lamentano dell’affievolirsi, nella cultura italiana, dello spirito antifascista che è inscritto nella nostra costituzione e che dovrebbe aver orientato il progetto di società, in Italia, nel Dopoguerra. Altri, in seguito a questa constatazione, hanno concluso che l’antifascismo è sorpassato, è una postura nostalgica o anacronistica. In principio è bene essere antifascisti, ma i problemi attuali poco c’entrano con il passato storico, con le vicende del Ventennio fascista. Quindi richiamarsi a quel fascismo, oggi, non ha vero impatto, né mobilita delle forze vive. È una strana concezione dell’antifascismo, in quanto lo vede in un’ottica fondamentalmente <em>retrospettiva</em>. Io non comprendo perché l’antifascismo inscritto nella nostra Costituzione democratica dovrebbe avere senso solo nei riguardi di una minaccia fascista che prendesse le stesse forme del fascismo italiano del Ventennio. Ho avuto una discussione proprio qui, su NI, con <strong>Giorgio Mascitelli</strong> intorno a questo punto. E continuo a sostenere che l’antifascismo dev’essere retrospettivo (lavoro di memoria sulla nostra storia nazionale) e <em>prospettivo</em>, ossia capace di guardare alle forme di regime antidemocratico, che possono emergere all’interno delle nostre democrazie incompiute e limitate, ma comunque <em>democrazie</em>. (Non affronto qui il discorso del rapporto tra oligarchia e democrazia. Alcune cose fondamentali sono state dette in proposito da <strong>Jacques Rancière</strong> in un libro del 2005, intitolato <em>La haine de la démocratie</em> (La Fabrique). Le oligarchie del Nord del mondo devono fare costantemente i conti con <strong>un progetto democratico</strong>, che s’incarna in una cultura diffusa e in una serie di lotte sociali che a quella cultura fanno riferimento e che, nello stesso tempo, ridefiniscono continuamente.)</p>
<p>Tornando a Trump: una spia della tendenza neofascista è quella di trasformare chi contesta la sua politica e la sua visione ideologica, in <strong>nemici dello Stato e della Nazione,</strong> nemici quindi non riconosciuti né come avversari politici né come soggetti sociali legittimi con cui giungere a qualche forma di compromesso. Il nemico è una semplice minaccia da neutralizzare in tutti i modi che la gestione del potere governativo e il monopolio della violenza rendono possibili. I limiti di questa gestione e di questo monopolio non dipendono più, in questo scenario, dalle istituzioni o dalle leggi, ma dalla semplice volontà del capo e dei suoi accoliti.</p>
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		<title>Balla balla ballerino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Sep 2023 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[attentati]]></category>
		<category><![CDATA[neofascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Morando]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[strage di Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano</strong>  <br /> La parte più intensa del libro di Morando, però, s’incentra su quello che viene definito il “perdono tradito”. Sì, Francesca Mambro poté uscire prima dal carcere grazie alla lettera di perdono che Anna Di Vittorio e Gian Carlo Calidori (nell’esplosione aveva perso un amico)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104609" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-191x300.jpg" alt="" width="300" height="470" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-653x1024.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-768x1204.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-980x1536.jpg 980w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-300x470.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-696x1091.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-1068x1674.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788807174247_quarta.jpg.1920x1920_q85.jpg 1225w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />L’11 settembre più drammatico per un’intera generazione, che sognava un mondo libero e giusto, è stato nel 1973, l’anno del colpo di stato in Cile. Non quello del crollo delle Torri Gemelle nel 2001. Quanti “11 settembre” ha conosciuto l’Italia dalla bomba di Piazza Fontana nel 1969 a Milano all’esplosione nella stazione di Bologna il 2 agosto del 1980? Basta soffermarsi a pensarci un istante per cogliere l’anomalia storica del nostro paese. Paolo Morando con la sua ricostruzione della <strong>Strage di Bologna – Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito</strong> (Feltrinelli, 2023) va oltre e più a fondo. Ormai si fa fatica a ricordare, ci sollecita, che prima del 1980 le bombe esplodevano ancora numerose, anche se non facevano morti, “in giornate punteggiate dalle azioni che il terrorismo di sinistra dispiegava in tutto Italia”. Non tutti, tuttavia, furono assopiti dalle prime onde di riflusso. Un magistrato, Mario Amato, cui il libro è dedicato, si rese conto che la “guerra” non era ancora terminata. Senza di lui (ucciso dai Nar il 23 giugno 1980), oggi non conosceremmo mandanti ed esecutori dell’attentato terroristico più grave nella storia italiana.<br />
La parte più intensa del libro di Morando, però, s’incentra su quello che viene definito il “perdono tradito”. Sì, Francesca Mambro poté uscire prima dal carcere grazie alla lettera di perdono di Anna Di Vittorio e Gian Carlo Calidori (nell’esplosione aveva perso un amico). Ciò non impedì a lei e a Valerio Fioravanti di accodarsi alla comoda tesi innocentista che sosteneva la responsabilità di Mauro Di Vittorio (vicino a Lotta Continua e fratello di Anna), vittima della bomba che trasportava. In verità, sono poi arrivate altre inchieste e altre sentenze di ergastolo. Quella a carico di Gilberto Cavallini, dei Nar come Mambro e Fioravanti, e quella a carico di Paolo Bellini, dell’area di Avanguardia Nazionale. Mentre la prima smonta per sempre la narrazione dell’azione di un gruppo di esalatati ideologizzati; l’altra accerta i mandanti nella P2 e l’esistenza di un’operazione a lungo studiata e preparata nei dettagli, con imprevedibili coperture da parte di pezzi infedeli dello Stato. Morando, infine, ricorda l’infondatezza della “pista palestinese”, già raccontata nell’ottobre del 2012 da un’inchiesta de Il Manifesto, e fino alla richiesta di archiviazione dell’indagine presentata e ottenuta nel 2014 dalla Procura della Repubblica di Bologna.<br />
Rivivono i veleni di una stagione che ancora non vuole concludersi: la quarta di copertina scrive una facile profezia. Ancora quest’anno, sempre in occasione delle celebrazioni,  il portavoce della Regione Lazio, Marcello de Angelis, rilancia la tesi innocentista. “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà”. Le sentenze, invece, hanno parlato.<br />
Con l’autore di questo libro importante condividiamo molti ricordi. Lo ringrazio per avermi ricordato che Lucio Dalla dedicò alle vittime di Bologna la canzone Balla balla ballerino. Ferma con quelle tue mani il treno Palermo-Francoforte/ Per la mia commozione c’è un ragazzo al finestrino/ Gli occhi verdi che sembrano di vetro/ Corri e ferma quel treno/ fallo tornare indietro. Non è sentimentalismo se alla constatazione che Mauro Di Vittorio sia stato ucciso molte, vorrei lasciare la suggestione che il treno poi si sia potuto fermare. E tutti i passeggeri scesero sani e salvi.</p>
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		<title>Diacronie antifasciste. Breve dialogo post-elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 06:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[neofascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lisa Ginzburg</strong><br /> e <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Sarà necessario agire, opporsi, reinventare forme di contrasto ]]></description>
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<p class="has-regular-font-size">di <strong>Lisa Ginzburg</strong> e <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large td-img-style-shadow"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-100117" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-1920x1280.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <em>©</em> Simona Caleo</figcaption></figure>



<p class="has-regular-font-size"><em>Questa conversazione si è svolta tra il 21 ottobre e il 5 novembre 2022</em></p>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong>&nbsp;Ti è capitato di fare sogni politici? A me sì. L’estate passata, nel pieno di una campagna elettorale dalla quale francamente cercavo di sottrarmi in tutti i modi, evitando di seguirla per quanto potevo, ho sognato Giorgia Meloni. Ma non mi sono limitato a sognarla. Ho sognato che mi batteva i pezzi! È stato impressionante. Succedeva sulla scalinata che, a Spoleto, scende verso il Duomo. L’avevano riempita di lunghi tavoli di legno da sagra o da festa dell’Unità. Proprio lì, dov’ero seduto a bere birra o mangiare pizza, si è avvicinata “lei”, e mi ha chiesto con gli occhi dolci in quale anno fossi nato, e ha detto che era un anno bellissimo. Ero allibito.&nbsp;<strong>Giorgia Meloni</strong>&nbsp;ci stava provando con me? Allora sono scappato sotto al tavolo, dove dopo un po’ è venuta a recuperarmi mia moglie. L’ho interpretato come un pessimo sintomo della stagione politica. In fondo sono figlio di un&nbsp;antifascista&nbsp;e partigiano (per quanto mio padre fosse arrivato all’antifascismo attraverso un percorso complesso), e sono finito sotto a un tavolo per sfuggire alle avances di un’erede del fascismo. Il fatto che mi sia accaduto in sogno forse non è un’attenuante.</p>



<h2>Tenere alta la guardia</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>LG</strong>&nbsp;No Davide, non mi è mai capitato di fare sogni “politici”, ma capisco bene la temperie che ha interpellato il tuo inconscio e lo ha fatto così lavorare “mandandoti” questo sogno. Sentivamo arrivare quello che poche settimane fa è poi accaduto; e il “sentire arrivare” genera un’ansia sottile, che si annida nelle pieghe più riposte delle nostre psicologie. Guardando indietro agli ultimi mesi, vedo&nbsp;<strong>un’agitazione soggiacente</strong>&nbsp;che ci ha coinvolto tutti, e che esprimeva questo presagio. Si sapeva che sarebbe andata così, ma poi certo, lo sgomento di fronte alla realtà è diverso, maggiore, più crudo, più ammutolito ancora. Un sogno anche, il tuo, che racconta di questa strana e perversa seduzione che la figura di Giorgia Meloni (il suo personaggio, mi viene da dire piuttosto, trattandosi di qualcuno che ha artatamente costruito un’immagine stratificata di sé) esercita su molti, donne e uomini. Leggo qua e là&nbsp;<strong>pericolosi esercizi di sostanziale ammirazione</strong>&nbsp;che si appuntano sullo stesso aspetto di questa figura da te sognato. Ovvero il suo blandire, volere piacere, rassicurare attraverso un subdolo messaggio che dice: “non sono quello che credevate, ma qualcos’altro di più accettabile, responsabile, regolato e luminoso”.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Penso che occorra e&nbsp;<strong>occorrerà tenere alta la guardia</strong>&nbsp;su simili rischi di conciliatorio apprezzamento per questa neo premier che a ogni costo si vuole “nuova”. Andare sotto il tavolo come hai fatto tu nel tuo sogno, e da lì guardare la realtà. Stare a vedere, senza coprirsi gli occhi con nessun velo. Come figli e nipoti dell’antifascismo (cui tuo padre arrivò secondo vie complesse, i miei nonni secondo strade più dirette, molti altri secondo cammini di volta in volta sia intricati che netti) penso che allo stato attuale (a sconfitta avvenuta) questo soprattutto sia il faticoso impegno: stare a guardare, senza cedere a nessuna lusinga ma nemmeno a <strong>nessun pessimismo catastrofista </strong>ed eremitico. Vedere, saper vedere, e quando – anche tra poco – sarà necessario, agire, opporsi,&nbsp;<strong>reinventare forme di contrasto</strong>&nbsp;che da tempo invece sono morte (da quella morte, anche, l’angoscia premonitoria degli ultimi mesi prima dei risultati elettorali).</p>



<h2>Il riscatto dovrebbe essere il nostro</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong>&nbsp;Devo ammettere che il mio era un sogno di fuga, e per questo me ne sono vergognato. Tu lo nobiliti per generosità o buona educazione, ma io ero scappato sotto al tavolo non tanto per guardare meglio la realtà quanto per nascondermi in un posto cieco e invisibile. Ti ho mandato queste domande pochi giorni dopo il toccante&nbsp;<a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1360952.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">discorso di Liliana Segre al Senato</a>, umiliato dall’elezione di La Russa e Fontana alle presidenze del Parlamento, e poche ore prima che Meloni presentasse la lista del suo governo. Poi,&nbsp;<strong>ascoltando i nomi di quei ministri</strong>, e mettendo a fuoco la composizione e il profilo del nostro nuovo esecutivo, come molti sono di nuovo caduto sotto al tavolo.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Adesso che fare? Tu provi&nbsp;<strong>rabbia</strong>? Io penso che sarebbe naturale provarne. Penso che dovremmo coltivare un sano desiderio di rivincita, un desiderio peraltro inesaudito da molte decadi. In un’intervista tv ho sentito Meloni parlare dell’opportunità di&nbsp;<strong>riscatto</strong>&nbsp;offerta da questo voto a tanta gente rimasta sempre ai margini della politica italiana. È evidente a chi si riferiva. Ma credo che avesse torto. Una classe dirigente di cultura fascista o postfascista che dir si voglia offre voce a quella gente da quasi trent’anni. Sono diventati sindaci, ministri, governatori: La Russa e i suoi non hanno un problema di riscatto politico o culturale. Sono stabilmente insediati al potere. Siamo noi, eredi dell’antifascismo, ad avere un problema di riscatto, perché l’antifascismo è diventato da tempo&nbsp;<strong>un valore politico minoritario e frustrato</strong>.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-left td-img-style-shadow"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-100119" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-2048x1366.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-1920x1280.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/02-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Roma, 27 ottobre 2018, quartiere San Lorenzo. Manifestazione antifascista © Simona Caleo</figcaption></figure></div>



<h2>La rimozione di una rimozione</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>LG</strong>&nbsp;Personalmente non credo molto al concetto di “rivincita”. Le stesse nemesi, di cui la Storia è intessuta (e tu come scrittore questo lo sai e lo hai raccontato molto) le leggo come&nbsp;<strong>riscritture</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>ricalibrature</strong>, più che come vendette. L’antifascismo è diventato minoritario, credo sia vero, ma se è accaduto è stato anche perché non c’è stato un palese fronteggiamento del&nbsp;<strong>postfascismo</strong>, non riconosciuto come tale, non nominato,&nbsp;<strong>non compreso</strong>&nbsp;nelle sue continue propaggini ancorate via via a ogni presente nel corso del dopoguerra. L’adagio “può sempre tornare” riferito alla&nbsp;<strong>mentalità fascista</strong>&nbsp;probabilmente sarebbe stato più pregnante e trascinante se formulato come un “non è mai finita”.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Il pensiero di destra si è stabilizzato come tu dici, e più o meno carsicamente reinsediato, facendo leva su quell’elemento di mai completa, definitiva conclusione del fascismo. Un elemento che la sinistra non ha saputo tematizzare e denunciare abbastanza. Parlerei di “<strong>ritorno del rimosso</strong>”, con un rimosso che si è man mano trasformato intercettando populismi, tensioni, crisi, scontenti sociali tutti drammaticamente profondi ma dalla sinistra mai guardati con limpida e concreta visione progressista. Tra i tanti, paghiamo anche questo prezzo, mi pare: il prezzo della rimozione di una rimozione. Sento molta rabbia e frustrazione su questo, il “nostro” non aver saputo vedere e considerare, nella giusta luce, l’ombra.</p>



<h2>La lunga durata di una mentalità</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO&nbsp;</strong>Il&nbsp;<em>ritorno del rimosso</em>: che bella espressione hai trovato. Ed è senz’altro vero quello che scrivi: non è mai finita. Senza voler ricorrere a categorie storiografiche che mi sembrano purtroppo passate di moda (Claudio Pavone parlava negli anni Novanta di “fascismo esistenziale”) vorrei mettere a verbale che neofascismo e postfascismo non sono mai stati troppo ai margini della storia politica italiana, a cominciare da un lontano&nbsp;<strong>10 ottobre 1947</strong>, quando&nbsp;<strong>Giorgio Almirante</strong>&nbsp;organizzò una manifestazione di massa missina a Roma, in piazza Colonna, mentre in Parlamento si approvava la Costituzione democratica e antifascista.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">La cultura politica fascista non è mai stata sradicata dalla società italiana – complice anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/11/09/come-continua-il-fascismo-il-primo-dopoguerra/">un’epurazione mancata nel dopoguerra</a> –, e si è via via ripresentata in forme camaleontiche, a volte con violenza, a volte con una moderazione di facciata. A questo punto dobbiamo chiederci, però, quale sia stata&nbsp;<strong>la responsabilità dell’antifascismo storico</strong>, costituente, e quale il suo fallimento nel non saper uscire da una sfera postresistenziale elitaria, sempre più minoritaria, probabilmente anche a causa di un discorso pubblico su Resistenza, 25 aprile e dintorni troppo retorico e quindi poco convincente. Stiamo parlando degli anni della Prima repubblica. Dal 1994 in poi, data spartiacque, tutto cambia, e l’antifascismo evapora anche sul piano istituzionale e del discorso pubblico. Si trattasse di un naturale appassimento, perché il tempo scorre e la storia cambia, mi metterei l’anima in pace. Ma nel frattempo, come spiegavi tu sopra, la mentalità politica, l’indole postfascista di&nbsp;<strong>lunga durata</strong>&nbsp;ha resistito e, alla fine, ha prevalso.</p>



<h2>Un’improvvisa paralisi</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>LG</strong>&nbsp;Temo che non abbia giovato certa <strong>aura mitologica</strong> che è andata creandosi intorno al mondo antifascista, ai suoi valori morali, a un integerrimo attraversare la vita come fu per gli antifascisti della&nbsp;<strong>generazione dei miei nonni</strong>, poi nel tempo ammantato di un’ammirazione giusta ma anche inibitoria verso possibili evoluzioni di medesimi valori. Qualcosa di portato idealmente troppo in alto per non bruciarsi le ali nel contatto con la terra. L’“evaporazione” dell’antifascismo di cui dici, ha alle spalle molti decenni di un discorso giustamente molto orgoglioso di quei valori, ma senza una reale capacità diacronica di trasporre quegli stessi valori nei frangenti storici successivi agli anni della Resistenza. Non uso a caso il termine “diacronia”, molto importante nel tuo ultimo libro&nbsp;<em>Storia aperta</em>. Un’attitudine al fluido fluire insieme al tempo, una necessità endemica di riattualizzazione e ricontestualizzazione che mi pare nel discorso italiano sull’antifascismo non abbia trovato sufficienti esiti. Ogni enfasi cristallizza, e questo vale anche per le forme di ammirazione le più sacrosante.&nbsp;<strong>L’enfasi cristallizza, la cristallizzazione paralizza</strong>.</p>



<h2>Sempre e solo la destra</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong>&nbsp;Constatazione a margine, e anche piuttosto banale: a me sembra che nelle ultime tre decadi della storia politica italiana le più importanti novità siano state di destra o populiste. Un&nbsp;<strong>laboratorio</strong>&nbsp;anche interessante, visto con lo sguardo esterno di un entomologo, ma noi purtroppo l’abbiamo vissuto: Lega, berlusconismo, varie aggregazioni postfasciste, i 5Stelle di Grillo che sfondarono la soglia del 30%. Non so se sei d’accordo. Ma, mi chiedo, perché?</p>



<p style="font-size:20px"><strong>LG</strong>&nbsp;Banalmente, ribadisco, c’è stato un problema di sguardo. Si è&nbsp;<strong>perso il contatto con la gente</strong>, si è smarrita la capacità e l’umiltà di guardare, penetrare, ascoltare. I partiti e le correnti che citi, pur nella loro assoluta faziosità e miopia, almeno in principio, al momento del voto, sono sembrati a moltissimi italiani forme di visione, paradigmi di prospettive nuove. Si guarda a ciò che si spera ci guardi. Non c’è dubbio che molta parte della popolazione dalla sinistra italiana non si è sentita vista, né ascoltata.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default td-img-style-shadow"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-100089" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-2048x1366.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-1920x1280.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/25-aprile-2015-partigiani-a-roma-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Roma, 25 aprile 2015: la manifestazione dell&#8217;Anpi a Porta San Paolo © Simona Caleo</figcaption></figure>



<h2>Anestetizzare qualunque cosa, oppure rinascere</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong> E del <strong>Pd</strong> cosa ne pensi? A me sembra un partito in grado di <strong>“anestetizzare qualunque cosa”</strong>, come ha detto <a rel="noreferrer noopener" href="https://bologna.repubblica.it/cronaca/2022/10/09/news/fabrizio_barca_lidentita_a_sinistra_cera_ma_e_stata_buttata_via_elly_schlein_puo_essere_protagonista-369170550/" target="_blank">Fabrizio Barca a Repubblica</a>. Io francamente, pur avendolo votato il 25 settembre, non lo capisco, il Pd, per com’è fatto, così chiuso e impermeabile, così moderato e istituzionale, così elitario nella sua composizione sociale, così inadatto a essere di sinistra. Bisognerebbe proprio rifarlo da zero, no?<br /><br /><strong>LG</strong> Sì, sì e sì. <strong>Rifarlo da zero</strong>. Ci vuole un bagno di umiltà per ricominciare da zero, ci vuole silenzio, ci vuole decidere di rinascere. Le rinascite penso abbiano a monte delle scelte, sofferte, categoriche. Non conosco molto il Pd per aver smesso di seguirne le gesta (e le moltissime non gesta) tanti anni fa. Certo convengo che i suoi più noti esponenti e deputati portano addosso una coltre di polvere, di grigio, l’aura sbiadita che dà il mancare di concretezza. Dalle cose bisogna ripartire, dalle cose reali, dai fatti, dai dati, dai bisogni delle persone. E dalle ceneri rinascere, portati dal vento nuovo che sebbene invisibile invece da qualche parte spira. Ma ci vuole per fare tutto questo un grande coraggio, compreso il coraggio di dire che si è sbagliato praticamente tutto, nella strategia così come nelle azioni. Non vedo questo coraggio e questa umiltà se non in figure di politici più giovani (come <strong>Elly Schlein</strong>, di sicuro una eventuale Segretaria del Pd dinamica e preparata). </p>



<h2>Ambizioni maggioritarie</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong>&nbsp;Ma la sinistra oggi, secondo te, che cosa dovrebbe essere e chi dovrebbe rappresentare? Io ragionerò in maniera semplice ma la penso così: se la sinistra non rappresenta il&nbsp;<strong>lavoro</strong>, non è. La sinistra contemporanea viene da quello, dalla rappresentanza del lavoro, anzi viene dopo: prima nacquero le leghe operaie e bracciantili, e dopo i partiti. È chiaro che oggi, dicendo “lavoro”, si intende un mondo&nbsp;<strong>articolato</strong>&nbsp;e complesso. Ma anche se un lavoro non ce l’hai, o se lo hai precario o sottopagato, o se hai studiato o vuoi studiare ma vieni da una famiglia non abbiente, o se &#8211; a qualsiasi età &#8211; hai bisogno di ospedali pubblici che funzionino, o se appartieni alla comunità LGBTQ+ ma non hai il reddito per sostenere un progetto di vita (paternità, maternità, famiglia), tu a quel mondo appartieni, al mondo delle persone (il 99% del famoso slogan) che definiscono&nbsp;<strong>la propria identità in relazione al lavoro</strong>, e hai diritto a un grande&nbsp;<strong>partito di massa</strong>, con ambizioni maggioritarie e non minoritarie, che rappresenti i tuoi bisogni.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Un&nbsp;<strong>partito “intersezionale”</strong>&nbsp;che sappia difendere i diritti vecchi (laburisti, sindacali) e nuovi (di genere, individuali, di comunità, dei migranti) a nome di tutti coloro che non sono nati con un conto in banca già aperto che li aspetta. E che lo faccia sempre ponendosi il tema della sostenibilità ambientale, della preservazione del mondo che abitiamo. E poi: un partito che trovi e promuova&nbsp;<strong>la sua classe dirigente non solo nelle élite</strong>, ma ampiamente nei ceti che vuole mobilitare, e che faccia piazza pulita di tanti cacicchi ormai impresentabili. Perché nessuno prova a farlo?</p>



<h2>Una sinistra troppo borghese</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>LG</strong>&nbsp;Come dici, il mondo del lavoro è anch’esso in profonda trasformazione, e ascoltarne le difficoltà, le necessità, le istanze presuppone un’aderenza alla vita reale che nella sinistra degli ultimi decenni è mancata del tutto. Quando pochi giorni prima del 25 settembre mi è capitato per caso di guardare alla televisione&nbsp;<strong>Enrico Letta</strong>&nbsp;rispondere con alterigia alle critiche mosse al Pd da parte dei rappresentanti sindacali, ho avuto conferma di ogni presagio. Quella sera&nbsp;<strong>ho capito che avremmo perso</strong>, e perso con una sonora sconfitta. Ci sono valori che sono andati perduti perché molta parte della&nbsp;<strong>sinistra italiana si è auto-connotata (o è stata connotata) come borghese</strong>, e la borghesia capisce il lavoro in astratto, lo vive e lo conosce e lo difende in forma ideologica molte volte più che pragmatica e reale.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Le competenze per comprendere le ragioni storiche e sociologiche profonde di questo&nbsp;<strong>spostamento di identità</strong>, via via più borghese, della sinistra italiana, non le ho; ma il processo di metamorfosi in senso privilegiato e lontano dalle masse a me pare di palmare evidenza. In concreto, basterebbe cominciare con il dare voce e spazio a a chi il lavoro lo conosce, lo fa, lo patisce (ne patisce la mancanza). L’elezione di&nbsp;<strong>Aboubakar Soumahoro</strong>&nbsp;(sindacalista allievo “morale” di&nbsp;<strong>Giuseppe Di Vittorio</strong>), una perla nel mare inquinato di queste elezioni, è un punto di partenza: molto altro in quella stessa direzione dovrà accadere, per riacquistare presa sulla realtà e, di lì, credibilità politica.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2>Una storia francese</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong>&nbsp;Leggendoti mi è venuto in mente il libro di&nbsp;<strong>Didier Eribon</strong>,&nbsp;<em>Ritorno a Reims</em>, che racconta una storia francese ma secondo me calza perfettamente nella nostra discussione. Eribon, intellettuale, sociologo affermato, militante gay, ritorna nei tempi e nei luoghi delle sue origini proletarie e ci mostra i&nbsp;<strong>genitori</strong>:&nbsp;<strong>operai</strong>&nbsp;nella seconda metà del Novecento, sfiancati da un lavoro di fabbrica o di servizio iniziato in giovane età, poco istruiti, fieri elettori del Partito comunista francese, non tanto per un qualche interesse nella dottrina bolscevica di Lenin e Stalin quanto per un genuino interesse di classe. Poi, a partire dagli anni Novanta, tutto cambia. Eribon illustra un mondo che va a destra. Anche la sinistra francese va a destra. Tutti vanno a destra. E i suoi genitori iniziano a votare il&nbsp;<strong>Fronte nazionale di Le Pen</strong>. Una scelta politicamente disperata, perché non trovano più alcun partito che risponda ai loro bisogni di classe.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">La perdita di identità della sinistra europea ha insomma&nbsp;<strong>una lunga storia alle spalle</strong>. Ma, di quel mondo dal quale proviene, Eribon racconta anche le possibili inclinazioni omofobe e xenofobe, a volte – questa è l’opinione di Eribon – incoraggiate dalla stessa sinistra, e ci spiega che era (ed è) un ambiente, come tutti gli ambienti, che può subire il fascino politico della destra; oltre a essere un mondo che non ha mai compattamente votato a sinistra, anche nella stagione più potente della sinistra novecentesca.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Per tornare ai nostri giorni, mi pare che entrambe le posture di una sinistra elitaria e anemica, autoconnotata come borghese, come scrivi tu, siano sbagliate e razziste: sia ignorare e quindi disprezzare la&nbsp;<em>working class</em>, sia idealizzarla secondo miti idilliaci che non trovano corrispondenza nella realtà. Invece quello che dovrebbe fare un, al momento, inesistente partito di sinistra è ascoltare, certo; dare voce, certo; rappresentare, certo; difendere, certo; e poi – ripeto –&nbsp;<strong>promuovere la&nbsp;<em>working class&nbsp;</em>a classe dirigente</strong>&nbsp;entro un ambiente politico, sociale, culturale intersezionale, dove la diversità e la solidarietà sono valori che si frequentano quotidianamente.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default td-img-style-shadow"><img loading="lazy" width="1024" height="755" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-1024x755.jpg" alt="" class="wp-image-100090" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-1024x755.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-300x221.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-768x566.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-1536x1133.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-2048x1510.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-150x111.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-696x513.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-1068x787.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-1920x1416.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-570x420.jpg 570w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/0012-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto: dall&#8217;Archivio storico della Cgil nazionale</figcaption></figure>



<h2>La vita adulta non ha bisogno di dogmi</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>LG.&nbsp;</strong>Non parlerei direttamente di “incoraggiamento” di convinzioni destrorse da parte della sinistra, ma penso che le&nbsp;<strong>reciproche fascinazioni</strong>&nbsp;e potenziali vicendevoli emulazioni tra destra e sinistra costituiscano un tema antico, ambiguo, a suo modo scivoloso, come che sia di sicuro un tema. I manicheismi che più si sono irrigiditi hanno contemporaneamente lasciato spazio a trasmigrazioni, glissamenti di posizioni, porosità osmotiche nelle due direzioni inimmaginabili un tempo. Storie come quella dei genitori di Eribon sono numerose, in Francia e non solo. Raccontano forse di una&nbsp;<strong>confusione difensiva</strong>&nbsp;più che di pugnaci metamorfosi esistenziali, ma questo nulla toglie al loro essere parabole dall’impressionante traiettoria.&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Per tornare all’oggi, sì, certo, rimettere al centro del discorso politico la&nbsp;<em>working class</em>: a patto che voglia dire con feconda apertura intercettare e dare voce a posizioni non ancorate a dogmi, piuttosto, come tu dici, “intersezionali”.&nbsp;<strong>Ci vuole maturità</strong>&nbsp;per saper fare questo, la maturità dell’età adulta – l’adulto accoglie l’intersezione anziché sentirsene destabilizzato, forse anche lì è il punto.</p>



<h2>Paura e speranza</h2>



<p style="font-size:20px"><strong>DO</strong>&nbsp;Hai paura di un nuovo fascismo? Io forse no, però penso che qualcuno, più di uno, nelle nostre province, nelle nostre città, si sentirà presto legittimato ad alzare la voce e le mani. Voce e mani d’ispirazione squadrista. E che bisognerà&nbsp;<strong>restare vigili</strong>, soprattutto a difesa di persone e gruppi sociali più esposti e bersagliati. Per quanto mi riguarda non ho alcuna intenzione di scappare sotto a un tavolo, perlomeno nella mia vita diurna e cosciente.</p>



<p style="font-size:20px"><strong>LG</strong>&nbsp;Ho paura da molto tempo. Non ho più paura adesso di quanta ne abbia avuta negli ultimi anni con un populismo nei ragionamenti che ho sentito argomentare e alitarmi vicino, anche quando ero a Parigi, cioè lontano. L’Italia ha&nbsp;<strong>uno zoccolo duro di qualunquismo</strong>, di pressapochismo, di superficialità nel moto ondivago delle proprie opinioni. Queste elezioni confermano un processo in atto già da tempo. La paura soprattutto per me è che non si sappia trarre la dovuta lezione da questo disastro. Che ancora una volta non si riesca a scegliere di diventare un paese adulto, capace della maturità, dopo avere fallito, di&nbsp;<strong>voltare pagina</strong>&nbsp;e per davvero cambiare, imparando a guardare gli altri, il mondo, l’ambiente, la vita.</p>
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		<title>Costruire antifascismo oltre l&#8217;emergenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/14/costruire-antifascismo-oltre-lemergenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Feb 2018 13:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[attentato di Macerata]]></category>
		<category><![CDATA[Gaia Benzi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-72752" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/alfin_liberi_siam.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Gaia Benzi</strong></p>
<p>Siamo messi più o meno così: negli scorsi anni di fascismo si parlava come di una cosa morta e sepolta, l’antifascismo sembrava essere superfluo e <em>fuori moda</em>, e dominava la retorica degli “opposti estremismi”; oggi le imprese fascioxenofobe dei militanti di estrema destra hanno conquistato le prime pagine dei giornali, con un effetto cassa di risonanza che non si capisce quanto sia voluto, e quindi criminale, e quanto sia solo incosciente idiozia. Il dibattito pubblico è schiacciato sugli ultimi eventi, che si pretende abbiano impresso il segno del paradigma. Tutto sembra essere, come al solito, un’emergenza: l’emergenza democratica, l’emergenza fascista, la conseguente emergenza antifascista. E noi scivoliamo, ancora una volta, lungo la china politica e comunicativa che ci impone il carosello elettorale, e che ormai dovremmo conoscere bene.</p>
<p>Ma il neofascismo non è mai stato un’emergenza: è un fenomeno presente da anni e da anni denunciato, con costanza, da pochi. Trattarlo come tale rischia solo di dare vita ad analisi sbagliate che, se da un lato ingigantiscono il problema, dall’altro non arrivano a comprendere <em>come </em>e <em>dove </em>esattamente il neofascismo stia davvero mettendo radici. Siamo stati chiamati a prendere parte, e ci siamo riscoperti <em>partigiani</em>; ma per costruire argini alla barbarie, forse, la prima cosa da fare è proprio rifiutare la logica emergenziale di questa chiamata, non accontentarci più di rispondere agli stimoli esterni e iniziare ad elaborare, invece, strategie di lungo corso.</p>
<p>Parto da me e dalla mia esperienza, mettendo sul piatto qualche spunto di riflessione. Sono nata e cresciuta e attualmente vivo in uno dei quartieri apparentemente più neri di Roma, l’Appio Latino, scenario che ha fatto da sfondo alla famosa, lugubre e annuale <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/08/acca-larentia-centinaia-di-militanti-al-corteo-di-casapound-presente-e-saluto-romano-di-massa/4079397/">sfilata c</a><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/08/acca-larentia-centinaia-di-militanti-al-corteo-di-casapound-presente-e-saluto-romano-di-massa/4079397/">ommemorativa di Acca Larentia</a> il 7 gennaio, con tanto di saluto romano a congedo. Quando esco dal portone sono circondata da svastiche e celtiche e scritte in <em>fasciofont</em>, prodotto delle sezioni dei vari partitucoli neofascisti della zona. E ogni giorno provo, in questo scenario di svastiche e celtiche, a fare politica insieme ad altre e altri, parlando di accoglienza, mutualismo e solidarietà. Forse come curriculum non è granché, ma un paio di cose mi sento di dirle.</p>
<p>Innanzitutto, ci tengo a dire che, persino nelle loro roccaforti, i fascisti <em>veri e propri</em>, cioè i militanti delle sezioni dei partitini fascisti, sono ancora pochi. Sempre troppi, certo, ma ancora pochi. I loro <em>asset</em> principali sono i soldi e il tempo da perdere, oltre a una notevole dose di fanatismo. Se oggi vediamo aumentare i loro simpatizzanti è perché da almeno dieci anni stanno investendo con ampiezza di mezzi principalmente in due settori: la legittimazione culturale, e il reclutamento dei giovani. Un lavorio costante, sottotraccia, che ha saputo fiutare il vento nero dell’Europa di questi anni e spera ora di cavalcarlo, cosciente che la destra, anche estrema, è elemento appetibile soprattutto per le nuove generazioni: l’unica facile alternativa di ribellione in un panorama dove ogni alternativa sembra aver cessato di esistere. Un decennio – o forse di più: un ventennio, un trentennio – in cui nel frattempo la sinistra istituzionale scompariva e quella di movimento veniva massacrata in tutti i modi possibili e immaginabili, e ridotta a un lumicino.</p>
<p>E così, mentre l’antifascismo era sempre meno attrattivo, sempre più appannaggio di gruppi ristretti “ancorati al passato”, e veniva delegittimato nel discorso pubblico, il fascismo diventava <em>cool</em>, e al giorno d’oggi può capitare di sentirsi dire da uomini e donne di sedicente sinistra (intellettuali, giornalisti, persino scrittori) che “questa cosa se la fanno i centri sociali non mi interessa, se la fa CasaPound sì”. Ormai il fascismo è “di moda”, come scrive giustamente <a href="https://www.internazionale.it/reportage/christian-raimo/2018/01/29/neofascismo-scuola-ragazzi">Raimo su Internazionale</a>.</p>
<p>Ma anche se apparentemente ripuliti, anche se ancora attualmente pochi, i fascisti restano comunque pericolosi. Non sto qui a fare l’elenco delle aggressioni degli ultimi anni, che fortunatamente sta circolando da giorni nella mediosfera italiana – e che ogni tanto sarebbe carino fosse ripreso pure dai giornalisti che ospitano questi “democratici figuri” nei loro studi. Mi limito, ancora una volta, a ciò che conosco, all’Appio Latino, dal quale partivano le macchine cariche di minorenni dirette verso i quartieri multietnici di Roma per i cosiddetti <a href="http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/11/03/news/roma_gli_arruolati_da_forza_nuova_prima_l_attacchinaggio_poi_i_raid_anti_immigrati_cosi_ci_formiamo_-180106196/"><em>banglatour</em></a>, veri e propri riti di iniziazione fascista<em>. </em>I <em>banglatour </em>sarebbero i pestaggi collettivi, avvenuti a partire dal 2013, di immigrati provenienti dal Bangladesh, individuati sulla base di criteri etnici, scelti in quanto poco robusti e poco inclini alla reazione fisica e alla denuncia. A dimostrazione del fatto che le aggressioni su base etnica non sono cosa recente, e anzi vanno avanti indisturbate da tempo: la punta di un iceberg fatto di intimidazioni quotidiane, in particolare tra le studentesse e gli studenti delle medie superiori, tra le straniere, i neri, le trans, i “diversi” di ogni sorta.</p>
<p>A un quadro siffatto va aggiunto il clima del paese, dove il lessico e la postura fasciste sono ormai sfacciatamente sdoganate, e la xenofobia è diventata senso comune. Un clima alimentato ad arte dai nostri governanti, che nel fomentare le destre e i loro argomenti trovano un facile espediente per deviare la rabbia sociale. Ed è in virtù di questo clima se ora i fascisti, noti vigliacchi, si sentono legittimati ad alzare la testa.</p>
<p>Un doppio binario che, pur con i suoi intrecci e la sua complessità, va tenuto ben presente da chi pratica l’antifascismo. Sorgono manifestazioni di protesta dopo anni di silenzio – e che si diffondano e si moltiplichino ogni giorno di più. Con la consapevolezza, però, che l’antifascismo tradizionalmente inteso come contrapposizione diretta e scontro frontale potrebbe non essere più sufficiente.</p>
<p>Me ne accorgo quando incontro le persone per strada, durante i banchetti o la distribuzione di volantini, e cerco di instaurare con loro un dialogo fatto in verità soprattutto d’ascolto. Ogni volta c’è chi si ferma a chiacchierare, a inveire, chi si lamenta, chi ti manda affanculo, ma comunque si finisce a parlare, e ogni volta mi rendo conto con rammarico che le parole d’ordine dell’antifascismo fanno riferimento a una tradizione politica che, per varie ragioni, non esiste più. Per questo anche le iniziative antifasciste all’apparenza più lodevoli e, diciamo così, “d’impatto”, se prive di un radicamento territoriale rischiano di essere percepite come “guerra tra bande”. E la contrapposizione sul piano chiamiamolo <em>militare</em> – di forza bruta, fatta di azioni che si concentrano principalmente sui partitini dichiaratamente fascisti, che vanno braccati e ostacolati e sfidati pubblicamente – risulta spesso incomprensibile <em>nelle pratiche</em> a una maggioranza silenziosa non fascista che pure potrebbe e dovrebbe essere inclusa nel discorso. Un antifascismo dal retrogusto <em>machista</em>, che rischia di essere indistinguibile a un occhio esterno.</p>
<p>In generale, il limite più grande sul quale sento di fare serena autocritica riguarda la natura stessa della <em>risposta </em>antifascista, che sempre più spesso si configura come rincorsa sui <em>loro</em> temi, presa di parola <em>ex-post,</em> viene cioè <em>dopo</em> qualcosa che i fascisti fanno, nel tentativo di recuperare il terreno perso mentre continuavamo a dividerci in micropartiti e aree politiche, indebolendo così le nostre stesse file. Tenendo a mente il doppio binario di cui sopra, e il fatto incontrovertibile che le manifestazioni prima o poi finiscono, e bisogna tornare a casa, mi sembra che oggi ci sia bisogno soprattutto di potenziare quei ragionamenti e quelle pratiche che si concentrano nell’attaccare il retroterra che gonfia le vele delle destre: ragionare, cioè, su come levare ai fascisti il terreno sotto i piedi.</p>
<p>Una volta ho sentito dire da un compagno molto più in gamba ed esperto di me che “se vuoi fare antifascismo nel quartiere, apri una palestra popolare”. Molte realtà nate dal basso riescono ad operare in contesti difficili (leggi: periferie abbandonate a se stesse, territori dell’estrema destra, territori di mafia) perché interpretano l’antifascismo su un piano sociale e culturale – che poi è lo stesso piano su cui stanno investendo <em>loro</em>. Le iniziative di piazza – e i pranzi meticci, gli incontri pubblici, le <em>passeggiate della memoria</em>, i forum partecipati, le assemblee aperte, e chi più ne ha più ne metta – hanno quasi sempre al centro i bisogni di chi abita il territorio in cui si svolgono, e aspirano a coinvolgere le <em>persone normali</em>, non politicizzate. L’obiettivo è quello, a partire dai problemi e dalle necessità comuni, di ribaltare il discorso delle destre, e individuare cause diverse da quelle propagandate solitamente (gli immigrati, ad esempio, come fonte di ogni male). In queste occasioni magari non ci si pone esplicitamente <em>contro</em> i fascisti, ma ci si batte <em>per </em>qualcos’altro, e si mettono in circolo anticorpi al fascismo dando spazio ad altri modi di vedere il mondo.</p>
<p>Soprattutto – e forse è questo l’aspetto più importante – sono momenti in cui si riprende parola apertamente e pubblicamente, e si fanno emergere <em>le alternativ</em>e al discorso culturale fascista o ur-fascista <em>che già ci sono</em>, esistono e operano quotidianamente. Alternative molto più presenti e diffuse delle strutture fasciste, e che a differenza di queste non trovano mai spazio sui mezzi d’informazione mainstream.</p>
<p>Sono un’intercapedine nel discorso pubblico razzista e frammentato, spesso allergico a qualunque proposta portata avanti su base identitaria di contrapposizione frontale al fascismo e alle destre. Sono tentativi di parlare alle persone e di far parlare le persone tra loro, costringendole a incontrarsi per strada, coinvolgendo anche chi crede che i migranti ci levino il lavoro e i soldi, chi pensa che siano un problema concreto, chi straparla di degrado e sicurezza ed è completamente imbevuto della retorica dominante – in una parola: chi non la pensa come noi. È una zona grigia dove ci si sporcano le mani spesso e volentieri, e pezzo dopo pezzo si prova a erodere, come la goccia che scava la roccia, il consenso culturale delle destre.</p>
<p>Credo che, di fronte ai recenti fatti, sia ancora più impellente la necessità di allargare il fronte dell’antifascismo ed elaborare nuove strategie per arginare la barbarie. È un lavoro ancora tutto da fare, e da estendere a quelle categorie – le studentesse e gli studenti, gli uomini e le donne immigrate – che oggi sono vittime privilegiate delle azioni fasciste, per strappare pezzo a pezzo, territorio dopo territorio, con un processo costante e capillare di ricostruzione del tessuto sociale, il terreno culturale imbevuto di solitudine, disagio e intolleranza in cui le destre e i fascisti scorrazzano indisturbati. Costruire, più che distruggere, sembra essere oggi la sfida dell’antifascismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS: Nell’Appio Latino, quartier generale di Forza Nuova, ultimamente colonizzato anche da Blocco Studentesco – propaggine giovanile di Casa Pound, negli ultimi trent’anni la destra ha sempre perso le elezioni. Giusto per dire che le apparenze a volte ingannano, e i margini per costruire una resistenza alla barbarie ancora ci sono. Solo, non vanno sprecati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gaia Benzi è dottoressa di ricerca in Italianistica e attivista di <a href="http://scupsportculturapopolare.it/">Scup – Sport e Cultura Popolare</a>. Ha scritto per Micromega, CheFare e Dinamopress.</p>
<p>[Foto: stella in onore del partigiano Paolo Morettini, situata sul Monte Tancia in Sabina, luogo della sua ultima battaglia.]</p>
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		<title>L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi. Contributo per una riflessione antifascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2018 13:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.</p>
<p>Quello che abbiamo visto a Macerata e dintorni è il palesarsi di un terrorismo politico di matrice razzista e neofascista, <em>giustificato</em> dalle forze politiche della destra che concorrono oggi alle elezioni legislative. Non solo, ma questa giustificazione ha una solida base nella società “civile”. <span id="more-72579"></span>(Non ho voglia di fare giochi di parole, mi limito alle virgolette.) Quanto non può essere sottovalutato nell’attentato di Macerata è che, intorno ad esso, si saldano per la prima volta con forza elementi diversi: l’ideologia razzista (che caratterizza la propaganda leghista dalle origini), l’ideologia nazifascista (che apparteneva ancora un decennio fa a gruppuscoli marginali), il populismo autoritario di Berlusconi (vecchio di più di vent’anni) e per finire un passaggio all’atto terrorista (tentata strage su cittadini inermi), rivendicato teatralmente in quanto tale. A ciò si aggiunga il fattore decisivo: l’imminente consultazione elettorale per il governo del paese. (Nella storia italiana, il fascismo mussoliniano ha avuto strada aperta nelle istituzioni dello stato anche grazie a un cinico, idiota, argomento di realpolitik: meglio averli dentro il governo, che fuori nella strade a provocare tafferugli.)</p>
<p>Mi fermo qui, perché non è mio interesse valutare le conseguenze politiche prossime di tutto ciò, né il clima “recente” che ha potuto favorire una tale situazione. Provo a fare qualche passo indietro rispetto alla scena del crimine. Una volta, nel vocabolario marxista, che era un vocabolario di lotta sindacale e partitica, si parlava di contraddizioni principali e contraddizioni secondarie. Oggi, tutto ciò che esce da quel vocabolario, a meno che non venga formulato entro gruppi di fedelissimi, suona di fronte a un uditorio più vasto come un frammento di enigmatica dottrina patristica. Ma quella faccenda di contraddizioni principali e secondarie non si può, malgrado tutti i rischi d’incomprensione, liquidare.</p>
<p>Proviamo quindi a mettere a fuoco (ancora una volta) uno scenario più vasto. L’insicurezza che i cittadini delle attuali democrazie liberali d’occidente conoscono è <em>per lo più</em> quella legata alle condizioni lavorative e salariali. La battaglia che tutti noi abbiamo combattuto o continuiamo a combattere, e con esiti diversi a seconda dei destini e delle occasioni sociali, è quella relativa al lavoro: come trovarlo, come tenerselo, come renderlo più tollerabile rispetto ai sogni di felicità personale e familiare, come renderlo più redditizio in termini di retribuzione salariale. L’insicurezza delle nostre vite, l’eterna minaccia che incombe sui nostri progetti, da quelli più importanti e coinvolgenti (scegliere il luogo in cui vivere, avere dei figli, ecc.), a quelli secondari (adattare alle nostre esigenze lo spazio domestico, realizzare delle vacanze, ecc.), dipende dagli esiti di questa battaglia. Alcuni sono consapevoli di averla persa, e molto rapidamente; per altri è una condizione perpetua, una sorta di guerra di posizione sfiancante tra arretramenti e avanzamenti; altri ancora – una cerchia molto più ristretta – sentono di averla vinta, e godono di una relativa sicurezza.</p>
<p>La novità storica di questa condizione di battaglia per la sicurezza personale e familiare è che essa non esce più, se non a sprazzi e in maniera passeggera, da una dimensione individuale, ossia <em>competitiva</em>. Ciò che noi scontiamo, e non solo come lavoratori di una certa classe, ma come società nel suo insieme, è la rottura di un fenomeno pendolare esistito nel mondo bellicoso del lavoro e del salario. La battaglia <em>per il lavoro</em> nel corso della lunga storia dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e dei partiti operai, ha sempre avuto almeno un duplice versante: quello della competizione individuale e quello della solidarietà collettiva. Quando il pendolo oscillava dal lato della solidarietà, tutti gli affetti gioiosi e tristi della guerra di tutti contro tutti sul luogo di lavoro si orientavano verso quella che è stata chiamata lotta di classe. Questa conversione di energie fisiche e spirituali è stato un vero miracolo conoscitivo e un progresso per l’intera umanità, di cui tutti dovremmo essere grati non solo al marxismo, ma a tutte le altre componenti ideologiche che l’hanno a vario titolo sostenuta.</p>
<p>Oggi non solo tutte le passioni gioiose (di riuscita, di affermazione di sé, di volontà di potenza) sono assaporate nel cerchio del destino individuale, ma anche tutte le destabilizzanti passioni tristi (paura, rabbia, frustrazione). Il veleno emotivo prodotto dalle battaglie quotidiane, sia che siano state vinte o perse, o che abbiano garantito il semplice equilibrio, non trova nessuna forma di catarsi collettiva, di condivisione e trasformazione. Questo veleno ci uccide a fuoco lento, anche quando non ci uccidono gli insuccessi palesi sul campo. Il pendolo delle passioni si è bloccato, la solidarietà della classe lavoratrice è svaporata e tutto ciò in seguito a una storia specifica, a una concatenazione di eventi, forse neppure troppo lineari, che vari studiosi marxisti e non hanno cercato in questi anni di ricostruire.</p>
<p>Vivere in una società ipercompetitiva come la nostra, è un incubo per tutti, questo è chiaro. <em>Winner </em>e <em>looser</em>: abbiamo pensato a lungo che questo schematismo un po’ barbaro fosse una specialità esclusivamente statunitense. Oggi, in Europa, siamo in grado di dimostrare di essere all’altezza di questa concezione così poco sociale di società. L’ipercompetizione non è solo una situazione concreta, che può essere verificata su quasi ogni luogo di lavoro: “se entro io, esce lui” o viceversa. È anche un sistema mentale, che assegna a tutti l’imperativo di distinguersi, di avere una qualche forma anche decaduta di successo, proprio quando le condizioni materiali della vita diventano sempre più incerte. Un tale sistema può funzionare se gonfia esageratamente le passioni gioiose di riuscita individuale e rimuove dalla scena quelle tristi. I tristi non hanno tempo di parola, accesso alla visibilità mediatica, sono ininteressanti. (Chi perde, insomma, ha sempre torto.) Ciò che invece galvanizza è l’elenco ininterrotto non delle “persone di successo”, ma dei “momenti di successo” delle persone. Si va prelevare minuziosamente ogni singola passione gioiosa per esporla, amplificarla, saturarla, così come i programmi di elaborazione delle immagini permettono di fare con i colori.</p>
<p>Chi si occupa delle passioni tristi, ricadute nel cerchio angusto, della sfera individuale? Le passioni tristi non sono mica cose “fotogeniche”, adatte alla spettacolo, alla spensieratezza, allo sfavillio delle luci. È materia incandescente e torva, sono cose di cui ci si vergogna e che si vorrebbe espellere da sé. Hanno del mostruoso le passioni tristi, per questo nessuno ne parla, gli vuole dare udienza, visibilità.</p>
<p>Qualcuno però ha capito che queste cose nascoste, oscene, intrattabili, possono essere straordinariamente redditizie. Qualcuno ha cominciato a capire che sullo smaltimento dei rifiuti affettivi individuali si può erigere un impero politico. C’è una straordinaria merda che qualche cinico e spietato magone può trasformare in oro elettorale. Tutti gli scarti affettivi che il mondo del lavoro produce, nell’attuale organizzazione della società capitalistica, sono stati lasciati alle imprese di smaltimento razziste e fasciste. Qui, però, vado già troppo velocemente, salto passaggi, prendo scorciatoie. Affinché l’impresa di smaltimento degli affetti tristi prenda la piega che ha preso oggi in Italia (e non solo in Italia), ci vogliono diverse precondizioni. Una almeno provo a formularla.</p>
<p>Non è vero che il razzismo sale dal popolo allo stato, e che lo stato, colpevole, se ne fa penetrare. Il razzismo, come affetto personale, come passione triste individuale, è sempre legato a una tara cognitiva, che la gente mediamente non possiede. È la tara delle generalizzazione indebita. Un po’ di buon senso guarisce questo errore cognitivo, che potremmo essere portati a fare in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana. Questa mousse di salmone mi ha intossicato, tutte le mousse di salmone sono tossiche. Ovviamente, ci sono stati sempre dei gruppi ristretti di persone adepti della tara cognitiva, ma ciò probabilmente in ragione di altre circostanze molto specifiche. La crescista del razzismo come fenomeno di portata sociale non mi sembra essere legato alla vicenda di focolai ristretti di tale tara cognitiva, che poi – per contaminazione progressiva di insiemi più grandi – diviene un’attitudine popolare diffusa, e come tale destinata a trasmettersi anche alle istituzioni. Questo è probabilmente <em>uno </em>dei modi, attraverso cui il razzismo si diffonde e moltiplica. L’altro riguarda l’uso politico delle passioni tristi, che giacciono generalmente inutilizzate nelle cavità cupe della sfera privata. Ma vi è anche il razzismo organizzato dall’alto, per fini economici, di sfruttamento. È un sistema di discriminazione che funziona a cavallo tra istituzioni e imprese, e che salvaguarda in vario modo l’idea di una gerarchia “naturale” esistente nell’esercito della forza lavoro, gerarchia che assegnerebbe a gruppi specifici di persone (identificati per genere, etnia, religione o cultura) dei lavori scarsamente retribuiti. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei, l’invenzione giuridica dell’immigrato illegale, che non data da alcuna emergenza geo-politica, offre all’imprenditoria privata e persino pubblica un esercito di forza lavoro a costi ridottissimi. Il campione assoluto della <em>flessibilità</em> sognata dal più audace sostenitore del neo-liberismo è il lavoratore irregolare. Con lui, tutti gli stramaledetti vincoli delle democrazie-liberali nei confronti delle forme pre-moderne di servitù, posso finalmente saltare. La responsabilità statale e imprenditoriale è quindi decisiva nel creare una prima condizione tangibile di diversità (è uomo sì, ma non cittadino, è lavoratore sì, ma fuorilegge) su cui la speculazione ideologica e politica razzista eserciterà la sua presa.</p>
<p>Ma il meccanismo di discriminazione di natura economica, e quello vittimario di natura ideologica, non devono farci dimenticare cosa costantemente deve nascondere il discorso xenofobo e razzista. Ogni volta che parlo di immigrati non parlo di lavoro, ogni volta che parlo dell’insicurezza che deriverebbe da una minoranza straniera, taccio sull’insicurezza che la maggioranza delle persone sperimenta ogni giorno sul luogo di lavoro. In tutto ciò, quello che rimane reale nella fantasmagoria razzista sono le passioni tristi, perché quelle sono già lì <em>prima</em> che lo straniero compaia, prima che il capro espiatorio sia stato designato. Sono quelle che ci portiamo dentro anche noi, con imbarazzo, anche se non cediamo alla tara cognitiva e all’espulsione indiscriminata della rabbia.</p>
<p>Anche noi siamo incazzati. E abbiamo un vantaggio su tutti i razzisti e i neofascisti: abbiamo individuato il nemico, quello autentico. Sappiamo cosa produce la nostra insicurezza e, quindi, la paura, la rabbia, la frustrazione, la vergogna che ne conseguono. Ma abbiamo per ora un grosso, terribile svantaggio. Non sappiamo queste passioni come condividerle e orientarle in una lotta giusta, che non sia solo fatta di rabbia, ma anche di gioia, non solo di paura, ma anche di speranza, non solo di vergogna, ma anche di orgoglio. Il raggio delle condivisione è sempre troppo corto. E ciò che si osa condividere è spesso qualcosa di gioioso. Anche le <em>nostre</em> di passioni tristi rimangono troppo spesso ignorate, raminghe, inutilizzabili. Se l&#8217;accusa reazionaria di &#8220;buonismo&#8221; ha un senso, è probabilmente questo. Noi dovremmo essere più capaci di usare la nostra rabbia, imparando a condividerla.</p>
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		<title>Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 13:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. L’ordine mondiale è scosso dal Ban di Trump, che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen. Sulla prima pagina del New York Times tiene banco il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General, in relazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. L’ordine mondiale è scosso dal <em>Ban</em> di Trump, </span><a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-38798588"><span style="font-weight: 400">che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen</span></a><span style="font-weight: 400">. Sulla prima pagina del </span><i><span style="font-weight: 400">New York Times</span></i><span style="font-weight: 400"> tiene banco</span><a href="https://www.nytimes.com/2017/01/30/us/politics/trump-immigration-ban-memo.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=span-ab-top-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news&amp;mtrref=undefined&amp;gwh=982877EDAEAC0F72A9B86282835B4FC1&amp;gwt=pay"><span style="font-weight: 400"> il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General</span></a><span style="font-weight: 400">, in relazione alla legalità del Ban e dell’opportunità che i legali del Dipartimento della Giustizia lo dichiarino ammissibile. La nostra agenda ci porta, però, in Canada, a Quebec City, appresso ad una notizia che sta riscuotendo attenzione molto inferiore alla portata del fatto, di gravità pari, se non superiore a vari altri che abbiamo seguito e discusso. Si tratta dell’attentato alla moschea locale, nel corso del quale sono morte sparate sei persone e otto altre sono rimaste ferite. Il fatto, del quale si trova traccia soltanto nei tagli bassi delle testate di tutto il mondo, avrebbe di certo suscitato una diversa attenzione, qualora l’obiettivo fosse stato altro, cioè uno dei riferimenti dell’occidente libero e democratico e l’attentatore fosse stato un musulmano qualunque, uno di quelli che urlano “Allah Akbar”, per capirci, che poi hanno spesso e volentieri urlato altro, come s’è detto e ridetto. Gli elementi di interesse, almeno per noi, sono moltissimi. Prima di tutto il profilo di questo Alexandre Bissonnette, un vero freak da tutti i punti di vista, poi il fatto che questo episodio abbia luogo in Canada all’inizio dell’era Trump, in relazione alla </span><a href="https://thinkpol.ca/2017/01/28/canada-will-welcome-you-trudeau-invites-refugees-as-trump-bans-them/"><span style="font-weight: 400">posizione liberal che Trudeau ha assunto</span></a><span style="font-weight: 400"> sulla questione dell’immigrazione, quindi, forse soprattutto, il tema della “Guerra Santa”, che, misteriosamente, non affiora a titoloni cubitali sulle prime pagine dei giornali. Anche limitandoci allo squallido teatrino di casa nostra viene soprattutto da domandarsi dove sia l’editoriale di Panebianco, dove siano i memi di Oriana che aveva previsto tutto e perché oggi la guerra santa non “</span><a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-38798588"><span style="font-weight: 400">la fa l’ACI</span></a><span style="font-weight: 400">” (lo so, ce lo devo mettere ogni volta, è un po’ un tormentone, ma fa troppo ride’). Inoltre, e questo è l’aspetto che ci ricollega a tutta la questione delle fake news, nelle prime ore seguenti l’attentato circolava nei mezzi d’informazione la notizia che l’autore dell’attentato fosse un marocchino non meglio identificato, di quelli che appunto urlano “Allah Akbar” prima di ammazzare la gente.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Mettiamo due cose una dietro l’altra, concedendoci il tempo di fare quello che abbiamo fatto con Masharipov, Amri e tutta la compagnia. E ripetendo il mantra delle 36 ore, prima delle quali dire qualcosa di sensato è sostanzialmente inutile e dopo le quali è quasi del tutto inutile dire qualcosa, perché le idee e le emozioni sul fatto si sono già ampiamente formate. Primo: appiccico un po’ di cose su questo “allah akbar”, riguardo al cui uso e alla cui diffusione in quanto meme &#8211; lo ricordo anche qui &#8211; </span><a href="https://www.vice.com/it/article/come-allah-akbar-diventato-meme-italia"><span style="font-weight: 400">ho già abbondantemente dato</span></a><span style="font-weight: 400"> (e quindi un knowledge base purchessia ce l’ho). Al centro commerciale di Monaco il 18enne tedesco-iraniano </span><a href="http://www.fanpage.it/live/pari-in-centro-commerciale-a-monaco-di-baviera-zona-completamente-isolata/"><span style="font-weight: 400">aveva urlato</span></a><span style="font-weight: 400"> “sono tedesco, turchi di merda” ma un testimone giurava di averlo sentito urlare &#8220;allah akbar&#8221;. Chi sa il tedesco afferma che l’assassino avesse anche un certo accento del sud. Nell&#8217;agguato nella metropolitana, sempre a Monaco, uno squilibrato </span><a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/05/10/attacca-passeggeri-a-monaco-4-feriti_a08af6a0-d3ee-4abe-a69f-44c785356e6e.html"><span style="font-weight: 400">aveva urlato davvero</span></a><span style="font-weight: 400"> “Allah Akbar&#8221; ma non era neanche lontanamente mai stato musulmano, né aveva mai avuto un legame famigliare con quel mondo. Non sappiamo se dimostrasse di avere un qualche accento particolare. Di Amri, l’assassino di Berlino abbattuto a Sesto S. Giovanni, si era detto che avesse urlato “allah akbar” ma invece poi fu confermato che aveva detto “poliziotti bastardi”. Questa volta un testimone afferma che l&#8217;attentatore aveva un forte accento del Quebec e urlava &#8220;allah akbar&#8221;. La nota sull&#8217;accento rende il testimone credibile. In più la cosa avviene in una moschea, un luogo dove è abbastanza facile che ci siano persone che “Allah Akbar” lo dicono un bel po’ di volte al giorno, poiché pregano. Ricordando poi un numero elevato di casi in cui l’espressione è stata usata per scopi che vanno dallo scherzo stupido al sarcasmo pesante, giungo a pensare che il Gemello abbia davvero urlato “Allah akbar”, per un suo qualche oscuro motivo. Ciò certifica definitivamente, se ce ne fosse bisogno, che il lanciare l’urlo “Allah Akbar” prima di un fatto violento non segnala assolutamente niente di rilevante al fine di stabilire le responsabilità ultime dell’atto, almeno dal punto di vista delle affiliazioni ideologiche, cosa che va tanto per la maggiore quando bisogna dire che siamo soldati crociati ecc. in stile Panebianco. Resta da capire, se l&#8217;ha fatto, perché Alexandre Bissonnette l&#8217;ha fatto. Ma diciamo che a questo punto ci può interessare il giusto, cioè niente. Però è da segnalare che a un certo punto ieri si è capito che questo killer con l’ISIS non c’entrava davvero una mazza e dunque i giornali online hanno iniziato a togliere dai titoli quell’”allah akbar” (sbagliando, secondo me, ma va bene). A quel punto c’è stato, come il commentatore di un pezzo di Repubblica, chi ha sollevato dubbi e paventato gombloddi. Arrivando tardi alla lettura del pezzo “Sikomoro” scrive: “Perchè non è stato scritto, come su tutti gli altri giornali, che gli attentatori gridavano Allah Akbar? Si vuole per caso nascondere qualcosa? Si vuole per caso influenzare l&#8217;opinione?”. La parola che trovo &#8211; ricordo che la usava Jaime intorno al 1988 &#8211; per definire tutto questo è “inquietante”.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Tragicamente inquietante, ma la cosa che, per usare un’altra espressione del tempo, è ancora più flesciante è il rilievo che la notizia assume nell’opinione pubblica. Cioè, detto senza mezzi termini, appare confermato che se spari dentro una moschea e ammazzi sei persone non gliene frega letteralmente un cazzo a nessuno! E questo fatto sembrerebbe contraddire anche le tradizionali leggi del giornalismo, secondo le quali “cane morde uomo” dovrebbe interessare meno di “uomo morde cane”. Ora, volendo anche applicare questo criterio utterly incorrect alla situazione attuale, ma con trump al potere e i nazi alla casa bianca va di moda, senza meno un canadese bianco, pallidissimo anzi, con nome e cognome da film dei Cohen, per dire, che spara in una moschea dovrebbe essere “uomo morde cane”, stante l’agenda corrente, no? Eppure niente, non fa notizia. Il che dimostra che la forte polarizzazione ideologica ha smantellato le regole basilari dell’attenzione, la legge di mercato della comunicazione, a vantaggio di un meccanismo di allarme orientatissimo, e lo dico anche in senso proprio etimologico (occidentatissimo sarebbe il contrario, diciamo). Come dice </span><a href="https://populismi.wordpress.com/2017/01/30/i-tweet-di-trump-e-la-democrazia-in-pericolo/"><span style="font-weight: 400">Alessandro Lanni qua</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Una ventina d’anni fa, il giurista </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Cass_Sunstein"><span style="font-weight: 400">Cass Sunstein</span></a><span style="font-weight: 400"> poneva la questione in questi termini: il web prima e i social network poi stanno peggiorando la qualità della democrazia perché ci fanno vivere dentro bolle ermetiche che escludono voci diverse da quelle che condividiamo. Se il filtro siamo noi, se siamo noi a scegliere la nostra dieta informativa tendenzialmente lasciamo fuori ciò che mette in crisi le nostre opinioni che diverranno man mano sempre più cristallizzate e granitiche. Il risultato è la polarizzazione e la radicalizzazione delle opinioni politiche, scrive Sunstein nel suo libro ormai classico </span><a href="https://www.amazon.com/Republic-com-2-0-Cass-R-Sunstein/dp/0691143285/ref=pd_sbs_14_img_0?_encoding=UTF8&amp;psc=1&amp;refRID=3TWXJGMM9B2VBZV1NJST"><span style="font-weight: 400">Republic.com</span></a><span style="font-weight: 400">.</span></p></blockquote>
<p>Il filtro informativo individuale opera in una direzione secondo la quale le notizie vere, quelle “uomo morde cane”, non fregano a nessuno, poiché obbligano a fare un ragionamento del tipo di quello che stiamo facendo noi da un anno, dunque a preoccuparsi di una situazione che stiamo contrastando con strumenti inadatti, con guerre sbagliate, eleggendo figure pericolosissime, in ragione dell’incapacità di identificare i problemi in ordine ai quali la situazione corrente si viene a determinare, tanto sul piano economico che su quello sociale, che ancora su quello culturale.</p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Passo alla seconda che consiste nel ricordare che c’è un assassino solitario di massa occidentale dal profilo molto simile: Anders Behring Breivik. Ho letto un bel po’, ieri, su </span><span style="font-weight: 400">Bissonnette e noto, con crescente senso di inquietudine, che i tratti in comune sono fin troppi. Entrambi hanno un curriculum di destra molto “classico”, una destra stile Trump se si guarda agli Stati Uniti, e una destra nazionalista se l’attenzione cade sull’Europa, oggi soprattutto in Francia. Una destra che però guarda a Israele con una certa ammirazione: entrambi i profili ci raccontano questo (qui </span><a href="https://theintercept.com/2017/01/30/suspect-in-quebec-mosque-attack-quickly-depicted-as-a-moroccan-muslim-hes-a-white-nationalist/"><span style="font-weight: 400">Bissonnette</span></a><span style="font-weight: 400">, qui </span><a href="http://en.metapedia.org/wiki/Anders_Behring_Breivik"><span style="font-weight: 400">Breivik</span></a><span style="font-weight: 400">). Anche nel caso di Bissonnette dire “nazista” o “neonazista” è un po’ riduttivo, non è proprio esattissimo. C’è quel quid di islamofobo e ultraliberistissimo che ci riconduce agli stereotipi di &#8211; chessà &#8211; un Salvini e di un Borghezio e financo di un Beppegrilllo. Insomma non un antisemita dichiarato, lo definirei un criptoantisemita in un certo senso. Uno che sul modello antisemita fonda un suo nazismo ufficialmente non-antisemita, stavolta islamofobo. </span><span style="font-weight: 400">Certamente c’è un aggiornamento del profilo, data l’età. Bessonnette, ad esempio, </span><a href="http://www.lapresse.ca/le-soleil/justice-et-faits-divers/201701/30/01-5064449-attentat-a-quebec-la-sq-confirme-un-seul-suspect.php"><span style="font-weight: 400">è il classico troll del cazzo</span></a><span style="font-weight: 400"> che ti entra nella tua pagina normale, in cui dici cose belle, per disturbare e far perdere tempo alle persone brave. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. </span><a href="https://www.nytimes.com/2017/01/30/world/canada/quebec-mosque-shooting.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news"><span style="font-weight: 400">Da quello che si capisce</span></a><span style="font-weight: 400"> si tratta comunque di uno di quei coglioni che ci vanno sotto alla propaganda di destra (estrema o no, è tutta uguale) sugli immigrati. Molto attivo sui siti xenofobi, grande fan della Le Pen, era stato anche a sentirla durante la sua visita in Quebec. È anche preparato quanto basta da sostenere gli argomenti classici della destra che ci circonda, grazie ad un curriculum di studi a cavallo tra Scienze Politiche e Antropologia, un tempo bastione dell’ultrasinistra, ma oggi, per ragioni che abbiamo più volte sottolineato (ad esempio <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">qua</a>), praticatissimo anche da quella destra che ha fatto <em>benchmark</em> sull’ultrasinistra (tipo Spencer, per capirci). Cioè, un matto sicuro, non meno lupo solitario degli altri, magari integrato in un sistema di relazioni labili e liquide, come avrebbe detto Bauman, attorno alle quali un’identità te la crei, certo, ma sempre molto da solo, in quella solitudine che, come abbiamo detto in tutte le salse, si consuma nella rete telematica, offrendo un’ombra di appartenenza a persone bisognose di attenzione. Di sicuro: «He was not a leader and was not affiliated with the groups we know», come ha spiegato François Deschamps, il job counselor di </span><i><span style="font-weight: 400">Carrefour Jeunesse</span></i><span style="font-weight: 400">, un’organizzazione che aiuta a trovare lavoro, ma anche attivista di </span><i><span style="font-weight: 400">Bienvenue aux Réfugiés</span></i><span style="font-weight: 400">, che ha avuto modo di tracciare l’attività di pubblicista anti-immigrazione dell’attentatore.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400"> Sulla questione dell’estremismo di destra in Canada è uscito un bell’articolo, molto documentato sul Montreal Gazzette: “</span><a href="http://montrealgazette.com/news/quebec/the-trump-effect-and-the-normalization-of-hate"><span style="font-weight: 400">L’effetto Trump e la normalizzazione dell’odio in Quebec</span></a><span style="font-weight: 400">”. Vale la pena dargli una letta e visionare la tabella, molto esplicativa:</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><br />
<img loading="lazy" class="size-medium wp-image-67057 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1-289x300.png" alt="1111-city-hate-gr1" width="289" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1-289x300.png 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1.png 640w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" /><br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Certo oggi i destrorsi operano in un contesto “garantito” a tutti gli effetti dalla presidenza americana. Cioè, c’è Steve Bannon nel Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti d’America, per dire. Non a caso </span><a href="http://www.huffingtonpost.ca/2017/01/30/richard-spencer-white-sup_n_14495394.html"><span style="font-weight: 400">Richard Spencer non ha perso l’occasione di trollare Trudeau</span></a><span style="font-weight: 400"> a proposito del </span><a href="http://www.canadianprogressiveworld.com/2017/01/30/justin-trudeau-responds-quebec-city-mosque-shooting-condemn-terrorist-attack-muslims/"><span style="font-weight: 400">suo discorso ispirato a seguito della sparatoria alla moschea di Quebec City</span></a><span style="font-weight: 400">, rilanciando l’analogia con la Francia, anche in cerca di simpatie transoceaniche:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-67056 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer-300x120.jpg" alt="specer" width="300" height="120" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer.jpg 478w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Il quadro in cui questi figuri operano oggi è molto diverso, ma non dissimile da quello che si ricostruisce attorno al classico attentatore islamico. Voglio dire che c&#8217;è un quadro di riferimento istituzionale rispetto al quale questi personaggi si sforzano di apparire conformi, l&#8217;ISIS per gli uni, gli USA di Trump, Bannon e Spencer per gli altri. Lo si poteva già vedere nel corso della campagna elettorale americana con i bersagli accesi dalla propaganda antiliberal, soprattutto nel formato del <em>Pizzagate</em>, </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">di cui abbiamo già parlato qua</span></a><span style="font-weight: 400">. Il qualcunismo omicida non è più una semplice forma di appartenenza contro i valori liberal che stanno abbattendo le frontiere tra ciò che “la tradizione” (un costrutto ideologico folle, come sappiamo, una cosa mai esistita) ci ha consegnato come una cosa che ci appartiene e tutto quello che invece no e quindi deve restarsene fuori dal posto che identifichiamo come ”casa nostra”, anche se poi a casa nostra i siriani non ci vengono e non ne abbiamo mai visto uno manco per sbaglio. È quello che capita quando la destra nazi prende il potere, che i mezzi matti si sentono appartenenti ad una milizia che opera in un quadro di ”legalità”. lo si vedeva già all’indomani dell’elezione di Trump, con le migliaia di piccoli atti di bullismo rivoltante ai danni di ebrei, musulmani, neri, omosessuali, donne di ogni razza e ceto sociale, perpetrati da maschi bianchi, ritornati in pieno controllo di una prospettiva identitaria ”forte”. In sostanza, una cosa molto simile al fascismo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. Il modulo è quello del lupo solitario, forse ancor più di prima, perché oggi anche lo xenofobo fascista ha il suo quadro di riferimento ideale proiettato in uno scenario istituzionale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Penso che alla fine quello che abbiamo detto e ridetto, che cioè questa guerra santa la stanno combattendo un pugno di mezzi matti sobillati da altri mezzi matti (i Panebianco di tutto il mondo, per capirci) è una cosa vera. Quello che oggi è cambiato è che, come dici tu, alcuni di questi mezzi matti, della prima e della seconda categoria, sono oggi al potere in tutto il mondo. Ma non mi sembra un messaggio rassicurante sul quale concludere.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo peggiorare la visione, rendendola ancora più fosca.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Facciamolo.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Ragioniamo anche un po’ sulla ricezione del fatto, voglio dire. L’altra volta dicevo delle vittime del Reina, che erano più o meno tutte di origine musulmana, tranne mi sembra due canadesi (dei quali non conosciamo l’appartenenza religiosa). Dicevo che c’è stato questo intitolarsi le vittime, questo parlare di crociate mentre, come dicevi all’inizio, oggi non vedo quest’ansia di intitolatura, anzi. Quindi, giusto per mettere un po’ le cose in chiaro, completerei – dopo aver citato l’articolo sul Canada – il ragionamento con </span><a href="http://mappingislamophobia.com/"><span style="font-weight: 400">questo progetto</span></a><span style="font-weight: 400"> sulla mappatura dell’islamofobia negli Stati Uniti e quest’altro sull’islamofobia </span><a href="http://www.islamophobiaeurope.com/"><span style="font-weight: 400">in Europa</span></a><span style="font-weight: 400">. Cioè, detta fuori dai denti: i nostri simpatici amici teorici del conflitto di civiltà, i crociati da poltrona in pantofole, hanno effettivamente contribuito ad elaborare un paradigma di crociato che trova riscontro nella società. Ma ciò facendo non hanno descritto una cosa che esiste come tale di per sé. Cioè, nessuno dei potenziali crociati è di per sé un crociato, così come nessuno dei potenziali estremisti del cosiddetto jihad islamico lo è in quanto è nato così o perché le sue condizioni di esistenza lo portano naturalmente a diventarlo. È il quadro ideologico di riferimento, elaborato dai nostri amici del conflitto di civiltà, quelli che la Guerra Santa “la fa l&#8217;ACI”, che offre un contesto all&#8217;interno del quale situare azioni come quelle sulle quali ragioniamo da più di un anno. Quindi, perlomeno, la prossima volta, evitino di parlare di timidezze e buonismi, di occidenti pavidi e altre idiozie, ché manca poco all’aperto incitamento all’odio razziale. E, quasi quasi, sembrano aver letto i manuali di Abu Mus&#8217;ab al-Suri (sistema vs organizzazione, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/01/09/dan-brown-frosinone-qualcunismo-rambista/">del quale dicevamo l&#8217;altra volta</a>). Qui, come abbiamo detto ormai fino alla noia, il tema sarebbe un altro, collegato, come abbiamo ripetuto alla nausea, al dramma identitario in cui sprofonda la piccolissima borghesia promossa dal debito e messa in ginocchio dalla crisi.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. A questo proposito abbiamo prodotto un <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=lorenzo+declich+anatole+fuksas">congruo pregresso</a>. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Talmente congruo che, come alcuni nostri detrattori auspicano, ce la potremmo anche far finita.</span></p>
<p><strong>Anatole</strong>. Sarei d&#8217;accordo con loro, se solo si alzasse ogni tanto mezza voce da qualche parte a far notare le cose che stiamo ripetendo. Personalmente avrei anche da fare, diciamo. Mi blinderei volentieri nel XII secolo, per dire.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Eh, infatti, a chi lo dici. E vi sono segnali che dimostrano quanto ripetitivi stiamo diventando.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Forse perché diciamo una cosa vera? Potrebbe anche darsi.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. La verità è ripetitiva, questo di sicuro. E noiosa.</p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Infatti abbiamo chiuso questo pezzo in un’ora. Per noia.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Speriamo che si sia capito il concetto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Io penso di sì. E sinceramente me la farei finita volentieri, se non temessi che  l’episodio di oggi potrebbe essere solo uno dei primi accenni di una cosa sinistra che sta per accadere. Non l’ho mai pensato fino ad ora, ma la strizza a questo punto sale per davvero. Non già la paura di una Guerra Santa, quanto piuttosto il terrore che questi qualcunisti, quelli di casa nostra soprattutto, abbiano trovato un’identità forte dietro la quale nascondere il loro microscopico cazzetto, ecco. Perché a questa cosa dell’allarme democratico non ci avevamo alla fine mai creduto davvero, diciamolo. Oggi forse un po’ di più ci crediamo, sinceramente. </span><a href="https://www.wesearchr.com/bounties/expose-the-antifa-who-sucker-punched-richard-spencer"><span style="font-weight: 400">Leggendo questo, ad esempio, non mi viene da ridere</span></a><span style="font-weight: 400">. Ne mi tranquillizza questo, pur straordinario, capolavoro artistico:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-67055 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/capitan-america-222x300.jpg" alt="capitan america" width="254" height="341" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> No, neanche a me. Sì, c’è una certa strizza e anche una certa rabbia per come le cose sono state fatte deteriorare. Forse dobbiamo capire, nei prossimi tempi, se proprio siamo circondati, se le cose sono già andate avanti troppo, se c’è un rimedio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. La <em>Women’s March</em> è il rimedio. L’unico vero. Forse. Speriamo. Perché i</span><span style="font-weight: 400">l movimento femminista è l&#8217;unica forza capace di metterti in discussione per quello che sei, per come vivi davvero, invece che per quanto figo ti senti su un social network o dove che sia. In quest&#8217;epoca qualcunista è davvero un ancoraggio straordinario ad un piano di verità basata su scelte di vita, sincerità di quello che provi, coraggio di affrontare gli aspetti meno evidenti e </span><span style="font-weight: 400">più scomodi della realtà che ti disegni attorno. Per questa ragione è probabile che sia l&#8217;unica forza propulsiva di un rinnovamento democratico progressista, capace di demistificare i meccanismi di idealizzazione del quotidiano grazie ai quali la demagogia populista fa presa, ritraendo maschi disperati e miserabili come campioni dell&#8217;emancipazione di masse inascoltate, che in realtà non hanno niente da dire. Sono donne come Kamala Harris e Cecile Richards che devono stare davanti oggi, in America e in tutto il mondo, e tutti quelli che vogliono combattere questo orrore devono limitarsi a sostenerle.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. …. [sgrana gli occhi]</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> …. [guarda altrove, un po&#8217; come se questa cosa che ha appena detto non l&#8217;avesse detta lui]</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Si è riaccesa la luce della stanza. Proprio mi sono visto davanti questo libro di Valentina Fedele che indaga sui modelli maschili nel mondo islamico, specie nelle comunità di migranti maghrebine in Europa. “</span><a href="https://www.ibs.it/islam-mascolinita-definizione-della-soggettivita-libro-/e/9788857529783"><span style="font-weight: 400">Islam e mascolinità</span></a><span style="font-weight: 400">”. Cose di cazzetti piccoli se vogliamo metterla così. Fuori dallo stupidario delle robe che girano, davvero. </span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Ecco.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Daje.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Daje sì. </span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ineguaglianza sociale, razzismo, neofascismo: sui fatti di Tor Sapienza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/24/ineguaglianza-sociale-razzismo-neofascismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2014 13:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[Tor Sapienza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese .1. “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&#8217;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Così recita un passo del Vangelo di San Matteo. Nella sociologia statunitense si parla di Matthew effect, per designare quella legge sociale, verificata nell’ambito della ricerca scientifica o dell’apprendimento, per cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span><strong>1.</strong><br />
“Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&#8217;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Così recita un passo del Vangelo di San Matteo. Nella sociologia statunitense si parla di <em>Matthew effect</em>, per designare quella legge sociale, verificata nell’ambito della ricerca scientifica o dell’apprendimento, per cui chi parte con un vantaggio non farà che cumularlo rispetto a dei soggetti concorrenti, che muovono invece da una posizione iniziale di svantaggio. <span id="more-49747"></span>Sociologi marxisti come <strong>Immanuel Wallerstein</strong> hanno mostrato la pertinenza dell’effetto di San Matteo anche nel campo della ripartizione delle ricchezze, ossia la tendenza, nelle società capitalistiche, a una polarizzazione accresciuta tra ricchi e poveri, sia all’interno di una stessa nazione, sia nel sistema dell’economia-mondo, in virtù dello scambio ineguale tra Nord e Sud del pianeta. Non è difficile applicare questo paradigma alle condizioni di vita di una popolazione metropolitana, come il caso di <strong>Tor Sapienza</strong> illustra.</p>
<p>Se avete un quartiere periferico, dove si concentra l’edilizia popolare, allora avrete anche uno scarso collegamento, da parte dei trasporti pubblici, con il centro della capitale. E questo non accresce l’insediamento e la prosperità dei commerci di quartiere, ma al contrario la desertifica. Se i palazzoni popolari pongono non semplici problemi di gestione degli spazi comuni, allora ci sarà anche una diminuzione della qualità del servizio raccolta rifiuti, e un territorio poco curato e sporco non sollecita nessuna cura e attenzione individuale. Dove c’è sporco sarà ancora più sporco. Se la popolazione del quartiere è tagliata fuori da un collegamento facile con il centro città, anche saranno assenti quelle forze dell’ordine che vegliano quotidianamente, invece, sui quartieri più ricchi, e di conseguenza, nel quartiere povero, l’illuminazione sarà scarsa, alimentando così sentimenti d’insicurezza e favorendo l’eventuale radicamento di fenomeni di micro-criminalità. Un quartiere scollegato, sporco, non frequentato dalle forze di polizia, poco illuminato, in cui già vi è una concentrazione di ceti popolari, con relativi disagi dati dalla scarsità di risorse economiche e culturali, funziona da magnete per tutti quei gruppi sociali marginali, che hanno bisogno, per sopravvivere, d’insediarsi in zone invisibili e abbandonate dall’autorità. E avremo, allora, nelle pieghe dei palazzoni popolari, gli insediamenti abusivi, e negli spazi comuni o abbandonati la prostituzione. Poiché, sull’onda neoliberista, nata negli Stati Uniti, e oggi in via di diffusione in Europa, <a href="http://www.deriveapprodi.org/2006/10/punire-i-poveri/">lo Stato sociale si è trasformato in uno Stato penale</a> , dove i poveri vanno non aiutati ma puniti, allora i più poveri, invece di cercare appoggi presso lo Stato, rifuggono dalle sue maglie, e si concentrano laddove esso è più assente, ossia là dove già esistono altri poveri. Ad accentuare la condizione di ghetto, la costruzione ad anello degli edifici, che sono serviti dall’unico accesso viario di Viale Morandi. Su di un terreno sociale e urbano di questo tipo, gli interventi più visibili dell’istituzione sono l’insediamento di uno Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e un Centro di prima accoglienza per minori. A ciò va aggiunta, poco lontano, la presenza di un campo nomadi (via Salviati).</p>
<p>Di fronte a un tale scenario, è del tutto comprensibile che i residenti del quartiere dicano: perché lo Sprar e il Centro di accoglienza non li piazzate nei quartieri del centro? E perché da noi non avviate un progetto di riqualificazione urbana, ossia non investite dei soldi per migliorare le nostre condizioni di vita? Ciò che risulta, invece, incomprensibile, è perché, muovendo da tali premesse, gruppi di residenti abbiano deciso che la responsabilità del cumulo di svantaggi sociali che il loro quartiere totalizza sia attribuibile a dei rifugiati stranieri, e non si capisce, quindi, perché invece di organizzare manifestazioni davanti al comune, indirizzate ai responsabili politici dell’amministrazione della città, essi si siano diretti contro il Centro di accoglienza con l’intenzione di spopolarlo con la violenza fisica e scandendo slogan razzisti.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
I fatti di Tor Sapienza hanno scoperchiato un inferno urbano e sociale. L’inferno delle condizioni di vita degli abitanti che vivono in quel quartiere popolare e periferico di Roma, l’inferno delle reazioni violente e razziste che quelle condizioni hanno in parte alimentato, l’inferno della strategia d’intervento neofascista su quei territori e su quelle situazioni di sofferenza e rabbia. Uno scenario in grado di pietrificare chiunque. Ma la stupefazione raggelata non è utile a nessuno. Eppure, anche sulla stampa che una volta si sarebbe detta progressista, e che oggi è sempre più <em>cautamente</em> progressista, ho notato un generale agnosticismo, una tendenza a sospendere il giudizio, di fronte all’inquietante intreccio di questioni sollevate dai fatti di Tor Sapienza. Anche se poi, più che prudente scetticismo, abbiamo a che fare con un consapevole e preventivo diniego: l’editoriale dell’ultimo numero dell’&#8221;Espresso&#8221; a firma di <strong>Luigi Vicinanza</strong> s’intitola “Attenti a chiamarlo razzismo”. Nello stesso numero, anche il sociologo <strong>Marzio Barbagli</strong>, nell’intervista che ha concesso al settimanale, ci tiene a precisare: “Gli italiani non sono razzisti. Dai dati che abbiamo raccolto sappiamo che la maggioranza è favorevole a regole più semplici per fare ottenere la cittadinanza agli immigrati”. Sul blog dell’“Espresso”, già il 12 novembre, un altro opinionista, <strong>Alessandro Gilioli</strong>, si era mostrato particolarmente scrupoloso nell’intervenire a caldo su un contesto da lui poco conosciuto, e aveva scritto: “Anche se forse qualcuno se ne stupirà, non è nelle intenzioni di questo post prendere le difese degli uni o degli altri, né al momento accusare i primi di razzismo: non conosco infatti le condizioni sociologiche in cui si vive in via Giorgio Morandi, e mi rifiuto di emettere giudizi su cose che al momento apprendo solo per superficiali letture”. Magnifiche parole, che vorremmo leggere in esergo al 90% degli editoriali che ogni giorni si stampano a milioni di esemplari. Strano, però, che il così tanto consapevole Gilioli sospenda il giudizio sul “razzismo”, per titolare disinvoltamente il suo pezzo <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/11/12/prove-di-guerra-civile/?ref=HEF_RULLO">“Prove di guerra civile”</a>. Tutti si sono premurati di catalogare l’assalto armato al Centro per rifugiati di Viale Morandi come un episodio della guerra tra poveri, sperando in questo modo di esorcizzare il fantasma del razzismo. Il problema è che, molto spesso, ciò che trasforma una guerra tra poveri e ricchi – un episodio della lotta di classe – in una semplice guerra tra poveri è proprio una visione razzista della società. Quindi nei fatti di Tor Sapienza il razzismo è un elemento centrale, e che varrebbe la pena di analizzare e non semplicemente in un’ottica morale, bensì politica. Ripetere che, se la gente grida “negri maiali” o “negri di merda”, e aggiunge “bruciamoli”, ciò non ha niente a che vedere con il colore della pelle, ma con il disagio sociale, significa dimenticare che anche i pogrom, storicamente, sono stati favoriti da forme di disagio sociale. Cito da “<a href="http://www.ushmm.org/wlc/it/article.php?ModuleId=10005183">L’Enciclopedia dell’Olocausto</a>”: “In Germania e nell&#8217;Europa dell&#8217;est, durante il periodo dell&#8217;Olocausto, così come già durante l&#8217;epoca zarista, al tradizionale risentimento verso gli Ebrei dovuto all&#8217;antisemitismo religioso, si aggiunsero ragioni economiche, sociali e politiche che vennero usate come pretesto per i pogrom”. Oggi non credo che nessuno, salvo qualche audace revisionista, si permetterebbe di dire che l’antisemitismo è un aspetto non pertinente nell’analisi dei pogrom.</p>
<p>Non solo il razzismo è un elemento centrale nella vicenda di Tor Sapienza, ma lo è in stretta relazione con l’intervento neofascista, che ha giocato senz’altro un ruolo nell’orientamento “razzista” imboccato dalla protesta. La questione non è quindi riducibile a una semplice aggressione razzista inconsulta. Proprio il carattere razzista di quella reazione è la spia di un probabile lavoro a monte, che non sarà stato determinante in assoluto, ma che è un fattore importante da considerare, soprattutto per il futuro. In anni come questi, di crescente polarizzazione sociale, i minoritari neofascisti hanno mostrato più volte di sapere trasformare il disagio diffuso e un retroterra culturale fragile e permeato da stereotipi razzisti in un tipo di azione collettiva, che essi sono in grado di nutrire di contenuti e di coordinare nella sua realizzazione violenta.</p>
<p><strong>3.</strong><br />
Riporto qui un passo di <strong>Furio Jesi</strong> sul razzismo, che faceva parte di uno studio mai completato. Il brano è tratto dal primo capitolo intitolato <em>Lo sporco selvaggio</em> e incluso in <em>Cultura di destra</em> apparso per Nottetempo nel 2011. Jesi propone due esempi di razzismo, che nel caso specifico si traducono nell’associare “sporcizia” e “diverso”. Nel primo esempio, una signora torinese parla della sporcizia che i meridionali portano nei quartieri popolari, che un tempo abitavano i torinesi poveri, però con decoro e pulizia. L’altro riguarda <strong>Edmondo De Amicis</strong>, che vede una “sporcizia” inevitabile ma sana, nel povero laborioso, e una “sporcizia” disgustosa e connessa alle origini etniche, che s’incontra nel quartiere ebreo di Amsterdam. Scrive Jesi:</p>
<p>“La sporcizia degli ebrei poveri di Amsterdam ripugna a De Amicis perché non è dovuta al lavoro. Altrettanto si può dire dell’autrice della lettera alla &#8220;Stampa&#8221;: la sporcizia degli immigrati meridionali poveri e delle loro case non è dovuta al lavoro. Nell’uno e nell’altro caso, la sporcizia è dovuta alla miseria che l’ordinamento della società impone a quei poveri. Ma tanto De Amicis quanto l’autrice della lettera si rifiutano di indagare le vere cause di quella sporcizia, e dimostrano così di non volere rivolgere accuse contro ordinamenti della società che evidentemente sono per loro giusti e graditi. L’unico modo di evitare di accusare l’ordinamento sociale e di riconoscergli la responsabilità di quella sporcizia consiste nell’adottare convinzioni razziste e dichiarare: quella gente, gli ebrei poveri di Amsterdam e gli immigrati meridionali e poveri di Torino, è sporca perché per “razza”, per “sangue”, non possiede il senso della pulizia; ed è misera perché per “razza”, per “sangue”, non ha voglia di dedicarsi al lavoro (…).”</p>
<p>Ho citato Jesi qui per due motivi. Uno per mostrare come il “razzismo” sia un discorso “magico”, perfettamente autoreferenziale, che scivola sulla varietà delle circostanze storiche come un liquido su di una superficie impermeabile. Gli aspetti odiosi che il razzista attribuisce fatalmente a delle razze o a delle culture di popolazioni determinate si ripetono come una litania uguale a se stessa nel corso del tempo e nel mutare dei luoghi e dei contesti. “Sporco” è stato l’ebreo in Europa, è stato il meridionale a Torino, è il rifugiato d’origine asiatica o africana a Tor Sapienza. Il discorso razzista – e qui vengo al secondo motivo della citazione – funge quindi da schermo opaco nei confronti della realtà sociale e storica, annichilisce ogni determinazione e nella sua plasticità infinita si presta, invece, ad ogni abuso. Il discorso razzista è sempre vero, perché non esige prove, ragionamenti, analisi. Esso quindi offre un’immediata e sempre identica soluzione, ancor prima che si siano analizzati i termini sociali del problema che viene posto. La soluzione alla sofferenza sociale di Tor Sapienza è l’allontanamento dei rifugiati stranieri perché essi sono portatori di “sporcizia”, di “violenza sessuale sulle donne”, di “ladreria”. La sofferenza sociale non nasce, quindi, nel cuore del nostro sistema sociale, all’ombra delle istituzioni statali rispetto a cui, dalla nascita e alla morte, siamo quotidianamente confrontati. La sofferenza è causata da un piccolo gruppo di “dannati della terra”, alcuni minorenni, spesso di origini geografiche diverse, in fuga da guerre e persecuzioni, isolati in un paese che non conoscono. Questo gruppo di persone, catapultati dalle istituzioni italiane in un edificio di periferia, diventano d’un tratto il motore di tutte le ineguaglianze sociali. Non c’è bisogno più che l’analisi risalga la catena delle responsabilità, che si individuino i multiformi nemici di un sistema sociale, e che si debba così far fronte alla lucida considerazione di un’inesistente soluzione magica e istantanea, tutta concentrata in uno sfogo di violenza indiscriminata.</p>
<p>Leggo in una <a href="http://hurriya.noblogs.org/post/2014/11/14/roma-corrispondenza-da-tor-sapienza/">testimonianza importante</a> , pubblicata sul sito <em>Hurriya</em>, queste righe: “Parlando della famosa guerra tra poveri [con i residenti del quartiere], abbiamo chiesto come si potesse prendersela con dei ragazzini e non con i veri responsabili del disagio che non sono certo difficili da individuare. Qualcuno ci ha risposto – parole letterali – che il centro è solo un capro espiatorio, insomma il posto giusto per fare casino, attirare l’attenzione, farsi dare qualcosa e probabilmente, aggiungiamo noi, fare un piacere a qualcuno che poi si ricorderà”.</p>
<p>Emerge qui una ancora diversa ipotesi. Il discorso razzista sarebbe usato in modo consapevolmente strumentale, sarebbe un discorso fatto senza crederci. Passiamo qui dall’uso incantatorio, obnubilante, del discorso razzista, al suo uso cinico e deliberato: attacco chi è vulnerabile e <em>innocente</em>, <em>sapendo</em> che è innocente, per ricattare chi è responsabile e chi è forte. Siamo qui nei dintorni della guerra asimmetrica, che ben conosciamo attraverso tutte le forme storiche e contemporanee di terrorismo. Faccio saltare in aria dei civili, per colpire i vertici politici e militari dell’esercito che non posso affrontare sul campo.</p>
<p>Per parte mia, non ho minimamente la pretesa di imporre una lettura definitiva di questi eventi. E questo non perché credo che sia <em>impossibile</em> parlare di questi eventi se non siano stati <em>vissuti direttamente</em>. Credo che, con un minimo lavoro di incrocio delle fonti, alcune linee di forza si disegnino all’interno di eventi sociali come quello di Tor Sapienza, pur nella lacunosità delle testimonianze e nell’ambiguità semantica connaturata a tali dinamiche sociali. Mi sembra, però, ancora una volta, che il razzismo, come discorso circolante, non come vizio caratteriale delle persone, sia uno dei fattori determinanti degli accadimenti, un fattore la cui portata resta da analizzare e comprendere, ma che negare con disinvoltura e in apertura di analisi mi sembra assurdo e irresponsabile.</p>
<p>Il discorso razzista è sempre disponibile. Nel ventennio berlusconiano, questo discorso in Italia è stato diffuso, nutrito, ribadito dalla destra al potere, con la Lega nel ruolo di centro propagandistico, e ha avuto mille sponde in diverse realtà politiche, sociali e culturali. Il grado di razzismo degli italiani dipende, secondo le circostanze, dalla loro disponibilità a fare uso di questo discorso, <em>a crederci</em>, nel momento in cui forze politiche, come i neofascisti a Roma, glielo scodellano sul piatto. Le istituzioni, quanto gli organi d’informazione, hanno poi una responsabilità enorme nel permettere e favorire la costituzione di <em>discorsi alternativi</em>, costruiti attraverso pratiche associative e militanti, o attraverso saperi e analisi, capaci di far presa sulla complessità del reale. L’ondata neoliberista, però, che condiziona tutti i piani alti delle istituzioni oggi in Europa, predica di abbandonare non solo economicamente gli strati sociali più deboli, ma invita anche a ridurre la circolazione di strumenti culturali che possano essere utili nell’analisi critica della realtà. La cultura serve a chi già ce l’ha, e gli serve quindi come strumento per incrementare quei privilegi sociali che già possiede. A chi quei privilegi sociali non ha, verranno tolti e delegittimati anche tutti gli strumenti di conflitto e d&#8217;emancipazione che più di un secolo di lotte sociali e operaie hanno sedimentato. Secondo la legge di San Matteo, a chi non ha prospettive e vocabolario politico per difendersi, verrà reso disponibile il magico e inefficace discorso razzista, e per chi ha più stomaco la pratica del linciaggio.</p>
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