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	<title>una rete di storie &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>una rete di storie I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/25/rete-storie-minori-stranieri-non-accompagnati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2017 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>STORIE DI EMIGRAZIONE</b><br />
di <b>Andrea Inglese</b><br />
Il migrante è senza dubbio una delle grandi e terrificanti figure del nostro tempo, lo è a tal punto grande (e terrificante) da evocare una quantità di immagini estremamente forti, perturbanti e spesso contraddittorie: il migrante è colui che annega, che non può essere salvato, che nessuno vuole sia salvato, ma il migrante è anche quello che viene salvato, agguantato per un soffio, strappato alla morte quasi esausto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-70478" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DI EMIGRAZIONE <em>I minori stranieri non accompagnati</em><br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> <em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<strong>&#8220;Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga&#8221;</strong> <br />
Documentario UNICEF 35 minuti</p>
<p style="padding-left: 170px;"><strong>Accompagnare i minori</strong><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
Il migrante è senza dubbio una delle grandi e terrificanti figure del nostro tempo, lo è a tal punto grande (e terrificante) da evocare una quantità di immagini estremamente forti, perturbanti e spesso contraddittorie: il migrante è colui che annega, che non può essere salvato, che nessuno vuole sia salvato, ma il migrante è anche quello che viene salvato, agguantato per un soffio, strappato alla morte quasi esausto. Il migrante è quello che scappa, è quello sempre in fuga, è quello che passa le frontiere invisibile, nascosto nelle pieghe del camion, ma è anche quello che arriva, che prende posto, che si accampa, che dorme per terra e che, noi passanti, dobbiamo scavalcare. Il migrante è quello che non sa cosa fare, che non sa cosa vendere, che vaga senza un ruolo, una meta, ma è quello che raccoglie i pomodori, è quello che fa ogni tipo di lavoro clandestino, è quello che rischia di morire di lavoro. Il migrante è un rifugiato, è un richiedente asilo, viene da un paese raso al suolo dalla guerra civile, rischia la morte per sfuggire alla morte, ma il migrante è un immigrato, qualcuno che vuole uscire dalla povertà, qualcuno che rischia la fame per sfuggire alla fame. Il migrante è un minorenne solitario, senza famiglia, senza alcun sostegno, ma deve provare alle istituzioni che è un minorenne, e gli si guardano i denti, gli si misurano le ossa. Il migrante popola tutti i fantasmi razzisti e fascisti, popola i sogni di pietà, popola la nostra impotenza e la nostra rabbia, le nostre paure. Il migrante alberga sovrano al centro della nostra cresciuta, allenata, indifferenza. Il migrante è il nonno che ci sta alle spalle, è l’esclusione che temiamo per nostro figlio. Il migrante è quello che noi fortunatamente non siamo. Noi siamo espatriati, semmai.<br />
In uno dei migliori dizionari della lingua italiana, il Palazzi e Folena, il sostantivo “migrante” non esiste neppure. C’è un aggettivo, derivato dal participio presente di migrare, che è un termine medico: “<em>ascesso, rene migrante</em>, che si sposta dalla sua sede primitiva”, ma vi è attestato anche un uso meno tecnico: “<em>uccello migrante</em>, uccello migratore”. In effetti, “migrante” è un sostantivo della nostra epoca, una fatale invenzione linguistica, ed è un vocabolo carico di talmente tante immagini e significati che è necessario, ad un certo punto, dargli un ancoraggio più circoscritto, riferendolo a una realtà con la quale possiamo entrare in contatto in modo più personale e intimo.<br />
&nbsp;<br />
Abbiamo scritto su Nazione Indiana dei migranti (per esempio <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/10/18/diritto-di-asilo/">qui</a>), di quelli che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2014/09/03/lumanita-generica-kant-e-i-rifugiati-un-collage-e-qualche-riflessione/">scappano da una guerra</a>, di quelli che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/11/13/46888/">muoiono senza arrivare</a> da nessuna parte, di quelli che soggiornano in un limbo dentro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2016/10/04/esplorazioni-wadi-roja/">i nostri confini nazionali</a>, dentro le nostre città, e non si riesce a capire, a decidere, se siano sommersi o salvati. Per la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/">festa indiana organizzata a Fano</a> volevamo parlarne ancora. E io ho suggerito agli amici e alle amiche indiane di parlare dei minori non accompagnati, e di comprendere come oggi, in Italia ma anche in Francia, sia possibile incontrarli, conoscerli, e decidere di fare delle cose con loro, di seguirli da vicino per un tratto della loro vita, di fare a loro un po’ di posto nella nostra vita.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Marielle Macé</strong>, una studiosa francese di letteratura, ha appena pubblicato un volumetto intitolato <em>Sidérer, considérer. Migrants en France 2007</em> (“Sbalordire, considerare”). La sua analisi è particolarmente interessante perché non muove da sbandieramenti di principi – quello che uno Stato di diritto dovrebbe fare, quello che una società democratica e giusta dovrebbe fare nei confronti dei migranti – ma da due attitudini più concrete, due posture affettive e intellettuali. Nella prima, tutto ciò che vediamo alla tele, che leggiamo sui giornali, che ci capita di vedere per strada, ci lascia “pietrificati, chiusi in un’emozione che non è facile trasformare in azione”. Nella seconda, caratterizzata dal verbo “considerare”, siamo invece spinti “ad andare a vedere, a tener conto dei viventi, delle loro vite effettive”. Nello sbalordimento, restiamo impotenti a distanza, e ci riempiamo di immagini. Nella considerazione, ci avviciniamo, comprendiamo, entriamo nella concretezza delle altrui vite. Sembra forse un ragionamento ancora astratto. A me pare essenziale, però, partire da questa impotenza, che è conseguenza di una domanda schiacciante: “che fare?” Che fare di fronte agli annegamenti, al traffico delle vite umane, alla miseria dei molti, ai respingimenti, alla criminalizzazione delle ONG, al razzismo di paese, al razzismo parlamentare? Io sono partito dal mio sentimento di vergogna (ne ho parlato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2015/09/04/sulla-vergogna-della-propria-disumanita-e-sulla-speranza-della-propria-umanita/">qui</a>). Sono partito dalla vergogna, in quanto questo sentimento impregnava la mia prima persona plurale – il <em>noi</em> dell’appartenenza occidentale, europea e nazionale – ma anche la mia prima persona singolare, l’Andrea Inglese che aveva scritto su Calais, ad esempio, senza mai essere andato fare qualcosa a Calais, e che guardava, come tanti, la sofferenza “a distanza”.<br />
&nbsp;<br />
In realtà, già allora sentivo non si trattava di porsi di fronte alla domanda massimalista: “che fare?”, dal momento che il problema vero era: “da dove cominciare?”, perché le possibilità d’azione sono in realtà molteplici, innumerevoli, e si tratta d’individuare soprattutto quelle che <em>ci corrispondono di più</em>, quelle per cui siamo in grado di garantire una fedeltà sulla lunga durata, al di là della reazione emotiva momentanea.<br />
&nbsp;<br />
In questo mi ha aiutato in modo decisivo <strong>Olivier Favier</strong>, una persona che ha scritto molto sui migranti in Francia, che continua a scriverne, e che nello stesso tempo <em>vive</em> coi migranti, soprattutto i più giovani, i minori, accogliendoli direttamente, coinvolgendoli in attività teatrali, mettendoli in relazione con famiglie e individui residenti in Francia. Un giorno Olivier ha messo un post su Facebook, in cui parlava di un centro in un villaggio a me sconosciuto, a due ore di distanza da Parigi, dove un’associazione per conto delle autorità provinciali accoglieva dei migranti minorenni. Olivier invitava delle persone residenti a Parigi a proporsi come “padrini” per questi ragazzi, in modo tale da costituire per loro un punto di riferimento all’interno della società francese, un punto di riferimento che non fosse puramente istituzionale. L’impegno non pareva spaventoso. Non implicava un diretto sostegno economico, e poteva limitarsi a un’ospitalità limitata nel tempo, con incontri di scadenza mensile. L’idea di entrare in diretto contatto con <em>una persona</em>, una concreta persona e per di più molto giovane, strappandola alla massa indifferenziata dei migranti, mi corrispondeva. Sentivo che a quel livello potevo fare qualcosa, e sentivo che m’interessava fare qualcosa, che era importante <em>per me</em> entrare in quel nuovo rapporto. (È importante precisare che mia moglie e io, accettando questo ruolo nei confronti di Samed – ruolo per altro poco definito in termini giuridici, almeno in Francia attualmente – cercavamo di soddisfare anche un <em>nostro</em> desiderio. Il posto che facevamo a Samed, all’interno del nostro nucleo familiare a tre, inclusa nostra figlia di sette anni, era in realtà un <em>vuoto</em> che noi percepivamo, e che avremmo comunque cercato di riempire. Da questo punto di vista, non potremmo essere più lontani dall’idea dell’aiuto come gesto unilaterale, magari tinto di qualche elemento sacrificale. Se c’è generosità nell’avvicinarsi a un minore, nel fargli spazio all’interno della propria vita, è innanzitutto una generosità nei confronti della <em>propria</em> vita, è perché si vuole una vita più <em>grande</em>, più <em>ricca </em>e, devo aggiungere, più <em>complicata.</em>)<br />
&nbsp;<br />
In questo modo, dopo vari mesi di attesa, ho conosciuto Samed, un diciassettenne ghanese (oggi maggiorenne), anglofono, con una pesante storia alle spalle (il viaggio dal Ghana alla Libia, il soggiorno libico di alcuni mesi, i tentativi di traversata, l’approdo in Italia, la fuga in avanti, l’attraversamento della frontiera a Ventimiglia, il vagabondaggio in Francia alla ricerca della capitale, e alle fine l’incontro fortuito con l’educatrice di un’associazione che lo ha tolto dalla strada). Si dirà che tutti i migranti hanno una <em>pesante</em> storia alle spalle. Sì, appunto, ma quella di Samed è <em>una</em>, è la <em>sua</em>, inconfondibile rispetto a tutte le altre.<br />
&nbsp;<br />
Incontrando Samed, però, ho incontrato tutto un mondo di persone in gamba, sorprendenti, che a vario livello, in vari modi e secondo stili di pensiero magari differenti, sono mobilitati per entrare in contatto, conoscere, aiutare, fare qualcosa con questi ragazzi. E questo è un altro aspetto prezioso di tutta la vicenda. Ci sono un sacco di persone, spesso non più giovani, che hanno voglia d’incontrare e di vivere qualcosa d’importante con questi giovani. La forma esteriore che tutto ciò prende ha i caratteri della solidarietà, ma è qualcosa di più profondo che si gioca tra questi diversi gruppi di persone. Siamo all’interno di uno scambio simbolico, di affetti, uno scambio di universi generazionali, di speranze nei confronti del futuro. Ecco, forse si cerca soprattutto di scambiarsi un futuro. Giovani africani con europei non più giovani, entrambi alla ricerca di qualcosa che dia senso al futuro, al tempo che ci resta da vivere.<br />
&nbsp;<br />
Non vorrei farla lunga, anche se molto potrei scrivere di cosa è cambiato in noi conoscendo e vivendo con Samed. (Quello che sembrava un impegno non spaventoso, ad esempio, è diventato un forte legame affettivo, che ovviamente ridefinisce in maniera imprevista aspettative e ruoli di tutti nella relazione.) M’interessa di più sottolineare una cosa. Mentre mia moglie ed io eravamo coinvolti in questo nuovo progetto con Samed, ho incontrato in Italia un paio di amiche che erano interessate a lanciarsi nella medesima avventura e che cercavano di capire in quale quadro istituzionale si poteva agire per i minori non accompagnati. Oggi mi pare che le cose comincino ad essere più chiare. Un ⇨ <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/10/10/news/tutori_volontari_minori_stranieri_non_accompagnati-177872969/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P2-S2.3-T1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">articolo su “Repubblica” del 10 ottobre</a> prova a fare il punto sulla situazione dei cosiddetti “tutori volontari”.<br />
&nbsp;<br />
A Fano, il 29 ottobre si parlerà di questo soprattutto, durante l’incontro intitolato <em>Storie di emigrazione</em>. Sarà presente <strong>Olivier Favier</strong>, dalla Francia, per portare appunto una testimonianza su cosa accade al di là delle nostre frontiere, sia in termini di politiche migratori sia in termini di mobilitazione cittadina. Interverrà in dialogo con lui <strong>Andrea Nobili</strong>, una figura istituzione, ossia il <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>. Ma l’incontro si avvarrà anche della testimonianza di <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, giornalista esperto di Islam e Medio Oriente, che già è stato ospite di una festa indiana e ha pubblicato articoli sul nostro sito. Verrà trasmesso anche un documentario UNICEF, <strong><em>Invisibili non è un viaggio, è una fuga</em></strong>. Alla preparazione di questo incontro hanno lavorato, oltre a <strong>Orsola Puecher</strong>, <strong>Maria Luisa Venuta</strong>, <strong>Renata Morresi</strong> e il sottoscritto.<br />
&nbsp;<br />
Il nostro obiettivo è quello di riuscire ad accompagnare magari qualcun altro di noi a fare un passo fuori dalla vergogna e dallo stordimento, per avvicinare queste vite di giovani e giovanissimi, e realizzare con loro un pezzo di strada.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con <strong>Giuseppe Acconcia, Olivier Favier, Andrea Nobili, Maria Luisa Venuta</strong><br />
&nbsp;<br />
<strong>GIUSEPPE ACCONCIA</strong> (Salerno, 1981), giornalista e ricercatore, si occupa di Iran e Medio Oriente. Laureato in Economia, dal 2005 ha vissuto tra Iran, Egitto e Siria collaborando con testate italiane (Il Manifesto, Il Riformista, Radio 2, RaiNews), inglesi (The Independent) ed egiziane (Al Ahram). Ha lavorato come insegnate di italiano per migranti e all&#8217;Università americana del Cairo. Si è occupato di cooperazione euromediterranea e ha pubblicato racconti, poesie e romanzi brevi. Ha pubblicato La Primavera egiziana (2012), Egitto. Democrazia militare (2014) e Grande Iran (2016).</p>
<p><strong>OLIVIER FAVIE</strong>R Storico di formazione, è reporter, fotografo, traduttore ed interprete. Ha creato nel 2010 il sito www.dormirajamais.org e pubblicato nel 2016 il libro Chroniques d&#8217;exil et d&#8217;hospitalité (Le Passager clandestin), frutto di un lavoro di tre anni a contatto dei migranti, in Francia ed in Italia.</p>
<p><strong>ANDREA NOBILI</strong> Garante per i diritti dei minori delle Marche ⇨ <a href="http://www.ombudsman.marche.it/chi_e/index.php" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>OMBUDSMAM Chi é</strong></a></p>
<p><strong>MARIA LUISA VENUTA</strong> Dottore di ricerca in Economia.<br />
Dal 1997 svolge in modo continuativo e sistematico attività di ricerca applicata, formazione e consulenza per enti pubblici e privati sui temi della sostenibilità integrata, economia circolare e come coordinatrice di progetti culturali e di carattere ambientale. Da giugno 2015 collabora a Fondazione Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia nel settore ricerca e progetti e come Project Manager del Progetto triennale di riapertura del museo del ferro San Bartolomeo di Brescia.</p>
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		<title>una rete di storie STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/24/rete-storie-storie-del-trauma-del-terremoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Storie del trauma del terremoto</b><br />
di <b>Renata Morresi</b><br />
La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 170px;">di <strong>Renata Morresi</strong><br />
Venerdì non è successo niente. Eravamo in classe, parlavamo di come si fanno le domande in inglese. C’erano le finestre aperte, si sentivano le ruspe e i camion lavorare lì accanto, dove sorgeranno le ‘casette’ per chi è sgombrato da Camerino quasi un anno fa. I ragazzi del quarto durante la prima ora scherzavano sul compito di filosofia, compito scritto, proprio come l’anno scorso nel giorno della scossa grossa – non sarà mica la prof che ce la tira, ecc.  Scherzavano un po’ per scaramanzia, un po’ per nervosismo. Un anno è lungo, e l’allerta dei primi tempi, quella che ci teneva pronti, mobilitati, solidali, si è trasformata in una specie di abitudine, una tensione cronica sempre sull’orlo del cortocircuito. Quasi nessuno di chi ha perso tutto l’ha ritrovato. Ma tutto è tanto da ritrovare, e nel frattempo siamo cambiati, è cambiata la nostra vita, siamo andati altrove, fatti altri progetti, e via così. Abbiamo scoperto delle cose: che una terra che si abita non è solo un luogo neutro, vuoto, e poi pieno e poi svuotato e poi riempito. Un luogo non è una scatola. E che persino uno dei luoghi più antropizzati d’Italia com’è questo si può rivelare poco pensato, vissuto acriticamente. La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.<br />
&nbsp;<br />
Un anno è lungo a vedere i militari che presidiano la zona rossa, le macerie e i detriti ancora sparsi sui sampietrini. Un anno è breve: venerdì non è successo niente di importante, ma a un tremolare dei vetri, a un sussulto fioco, i ragazzi si erano già infilati sotto i banchi, qualcuno di quelli rimasti sulla sedia era sbiancato, un altro si sentiva svenire. In brevi attimi siamo scivolati fuori, in silenzio, per lo più in fila indiana, qualcuno si teneva per mano. Poi fuori, al sole, dopo le telefonate di rito, hanno cominciato a cantare.<br />
&nbsp;<br />
Domenica 29 ottobre, alle dieci e trenta alle mediateca di Fano ci ritroviamo a parlare con artiste, autrici, attivisti, poeti, di terremoto, dei suoi traumi, e dei nostri compiti.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con<strong> Emanuela Baldi, Lidia Massari, Renata Morresi, Adelelmo Ruggieri, Anna Tellini</strong><br />
&nbsp;<br />
*<br />
&nbsp;<br />
<strong>Emanuela Baldi </strong>è un&#8217;artista che considera l’arte come uno strumento per promuovere lo sviluppo e la trasformazione sociale, valorizza le differenze e facilita lo scambio cross-culturale.  Esperta di dialogo interculturale, networking e dinamiche di gruppo nel settore pubblico e privato, idea progetti artistici per il dialogo tra le culture, conduce laboratori sulla condivisione di processi collettivi e iniziative “making together”. Utilizza la creatività manuale come mezzo di dialogo ed espressione collettiva, coinvolgendo persone di ogni età ed origine, accorciando le distanze tra i vari target sociali e  valorizzando l’espressione del singolo nel collettivo. Viaggiatrice e sperimentatrice ricerca continuamente nove collaborazioni e scambi con artisti e professionisti di altre discipline, poiché crede nella ricchezza delle differenze e della molteplicità di sguardi.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Lidia Massari</strong>, nata nel paese leopardiano circa mezzo secolo fa, si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d&#8217;amore nella poesia latina. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti didattici, con risultati alterni. Accanita lettrice, fece voto di non tediare gli altri con i propri scritti, ma negli ultimi tempi sta venendo meno alla promessa. Fra le altre cose, collabora saltuariamente alla rivista &#8220;Artapartofcul(ure)&#8221; e gestisce due pagine Facebook che usa a mo&#8217; di blog, “Diverso viaggiare” e “Cronache mesopotamiche”, quest&#8217;ultima dedicata al territorio maceratese duramente colpito dal recente terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Renata Morresi</strong> vive e lavora nel maceratese, si occupa di poesia, traduzione e letteratura anglo-americana. Sue poesie sono apparse in rivista (<em>Poesia</em>, <em>Semicerchio,</em> <em>Il Caffè illustrato</em>, <em>Alfabeta2, Il nostro Lunedì, </em>ecc.) e<em> </em>nelle raccolte <em>Cuore comune</em> (peQuod 2010), <em>Bagnanti</em> (Perrone 2013), <em>La signora W</em>. (Camera verde 2013). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (<em>Dieci bozze</em>, Vydia 2012); nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Quest’anno ha scritto una serie di poesie, ancora inedite, che ha chiamato “anti-smismiche”, ispirate alle retoriche aberranti del post(?)-terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Adelelmo Ruggieri</strong> (1954) abita a Fermo, nelle Marche. Per peQuod ha pubblicato le raccolte di poesia: <em>La Città lontana</em>, 2003; <em>Vieni presto domani</em>, 2006; <em>Semprevivi</em>, 2009 e 2010. Del 2016 è il fascicolo <em>Habitat</em>. Le sue prose sparse sono raccolte nei libri <em>Porta Marina &#8211; Il Poggio</em> (peQuod, 2008); <em>I tetti sono semplici a Sali</em> (Capodarco Fermano Edizioni, 2012); <em>Subito o domani. Non è la stessa cosa</em> (Italic, 2013). Dal 2011 collabora al sito letterario “Le parole e le cose”.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anna Tellini </strong>ha insegnato letteratura russa presso l&#8217;Università de L&#8217;Aquila, e considera sua somma fortuna l&#8217;essere stata allieva di Angelo Maria Ripellino. Si è occupata prevalentemente del Novecento, con una particolare predilezione per la tragica figura di Vs. E. Mejerchol&#8217;d, di cui ha curato l&#8217;edizione italiana de <em>Il Revisore </em>(Monteleone, 1997) e de <em>Il ballo in maschera </em>(Bulzoni, 2003). Dopo la distruzione della sua Facoltà ad opera del terremoto ha continuato l&#8217;insegnamento in posti di fortuna. Fa parte del Centro Antiviolenza per le donne de L&#8217;Aquila, che quest&#8217;anno festeggerà il suo decennale, e che, insieme alla rivista “Leggendaria” e altre associazioni della sua città nell&#8217;ottobre 2010 ha costituito il Comitato TerreMutate (<a href="http://www.laquiladonne.com/">www.laquiladonne.com</a>), che ha organizzato nel maggio 2011 un grande incontro nazionale di variegate realtà femminili &#8220;perchè potessero vedere L&#8217;Aquila con uno sguardo diverso – lo sguardo delle donne, appunto -, creare una rete solidale e recare semi di ricostruzione e di rinascita, da gettare nella terra tutte insieme&#8221;.<br />
*<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>una rete di storie CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/23/rete-storie-calumet-voltaire-cabaret-letterario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 05:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Cose mai viste (le riviste)</b><br />
di <b>Francesco Forlani</b><br />
Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <i>conversations</i>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l’acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos’di Novo, Bolzano, dunque non mancate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
CALUMET VOLTAIRE<br />
<em>cabaret letterario</em><br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 21.00</strong> <small>après le buffet!</small><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
&nbsp;<br />
<strong>Cose mai viste (le riviste)</strong><br />
di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="350" height="300" src="https://www.youtube.com/embed/vppgBJdym7g?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen class="alignright"></iframe> Anni fa &#8211; molti anni fa &#8211; un noto intellettuale napoletano mi raccontò di come gli impresari che gestivano le serate di avanspettacolo al Salone Margherita avessero trovato un espediente pubblicitario per fare gola al pubblico- presumibilmente in gran parte di maschi- e attirare quanti più spettatori. Invece di mettere sulla locandina sei ballerine scrivevano dodici bellissime gambe. Dodici è più di sei, come confermeranno i fisici matematici tali il nostro indiano Antonello Sparzani, eppure, almeno in questo caso, può essere uguale a sei visto che per fare dodici gambe ci vogliono sei ballerine. Il piccolo aneddoto mi serve per condividere con voi una riflessione che mi faccio da anni &#8211; da molti anni- ovvero da quando ben quasi trent&#8217;anni fa sono caduto nell&#8217;incantesimo delle riviste. Poteva andarmi peggio in quella fine degli anni ottanta, tipo inciampare nell&#8217;eroina o peggio ancora nell&#8217;ultraliberalismo dei goldenboys, ma a occupare in modo ossessivo lo spazio mentale e del cuore dei miei desideri, ci sarebbero state solo riviste. <img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-70666" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52.png 363w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" /> A proposito di Nazione Indiana  tra noi redattori si è sempre detto che quella che a molti appariva come una debolezza- la mancanza di una gerarchia redazionale, di una parola d&#8217;ordine diktat condivisa da tutti, un&#8217;estetica e un pensiero unici e trionfanti &#8211; e perché no anche un po&#8217; tronfi-  costituiva il punto più saldo e solido, insieme alla stima e all&#8217;amicizia che hanno reso il nostro sito longevo e vivace. Eppure uno degli elementi che ci accomuna va a mio avviso identificato in quella parola di cui si diceva all&#8217;inizio: le riviste. La maggior parte di noi si è formato sulle riviste e per alcuni addirittura nelle stesse, come è stato prima il caso di Baldus, poi  Paso Doble, Sud, Alfabeta e l&#8217;Atelier du Roman. L&#8217;elenco va chiaramente completato ed è proprio questo che chiederò agli altri collaboratori o lettori di Nazione Indiana: segnalate nei commenti la rivista in cui vi siete formati. Ma formati a cosa? ci si potrebbe chiedere. A stare con gli altri? A crescere insieme? A farsi le ossa? A scoprire da subito che la qualità letteraria non va affatto a braccetto con &#8220;l&#8217;argent&#8221;? Che non si è pagati per fare cultura ma appagati dal desiderio di farne parte? Che il conflitto può essere foriero di scoperte e non solo di spaccature? O più semplicemente si impara con le riviste che le cose possono finire e ricominciare, che nulla è più duraturo dell&#8217;effimero.<img loading="lazy" class="size-medium wp-image-70667 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02.png 278w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> Ma tornando da dove eravamo partiti, ovvero dalle dodici bellissime gambe, una cosa mi ha sempre incuriosito, come strani misteri che ci si porta dietro dall&#8217;adolescenza ed è il fatto che un numero di avanspettacolo e quello di un dossier monografico portassero lo stesso nome: rivista!! La risposta è semplice. Entrambe portano lo stesso nome perché le caratterizza la periodicità, il suo ripetersi almeno nella cornice che ospita contenuti diversi. In realtà anche altro, ancora più essenziale, unisce queste due rappresentazioni, ed è il loro mettere insieme generi  diversi, gusti differenti, proponendo una <em>mescla </em>di alto e basso, elitario e popolare. Avanspettacolo e avanguardia hanno calcato per decenni  lo stesso palco a cominciare dalla grande lezione di Tzara e Compagni, inventori di quel Cabaret Voltaire a cui è ispirato il titolo delle nostra serata. Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <em>conversations</em>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l&#8217;acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos&#8217;di Novo, Bolzano, dunque non mancate.<br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-70668" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png" alt="" width="796" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png 796w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-300x184.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-768x471.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-80x50.png 80w" sizes="(max-width: 796px) 100vw, 796px" /><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>Enfin! Ventiquattro bellissime mani<br />
[ dieci magnifiche penne ]<br />
il 28 e 29 ottobre a Fano!</strong></big></p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>P.S.</strong> Rivista è anche termine militare, nel senso di passare in rivista le truppe  e infatti non è un caso che le stesse si definiscano in molti casi proprio in questa accezione: riviste militanti. Ma questa è un&#8217;altra storia.<br />
&nbsp;<br />
Con<strong> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/mariasole-ariot" rel="noopener" target="_blank">Mariasole Ariot</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/gianni-biondillo" rel="noopener" target="_blank">Gianni Biondillo</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani" rel="noopener" target="_blank">Francesco Forlani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/helena-janeczek" rel="noopener" target="_blank">Helena Janeczek</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/renata-morresi" rel="noopener" target="_blank">Renata Morresi</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" rel="noopener" target="_blank">Orsola Puecher</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister" rel="noopener" target="_blank">Jan Reister</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giacomo-sartori" rel="noopener" target="_blank">Giacomo Sartori</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/antonio-sparzani" rel="noopener" target="_blank">Antonio Sparzani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/maria-luisa-venuta" rel="noopener" target="_blank">Maria Luisa Venuta</a></strong> [improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli</strong> e <strong>Fabio Strinati</strong>]<br />
&nbsp;<br />
<strong>ETTORE MAZZOLI</strong> E’ nato ad Urbino nel 1994. Il suo percorso musicale è iniziato a con l’approccio da autodidatta prima alla chitarra e poi al basso elettrico. Nel 2009 si è iscritto al Conservatorio Rossini di Pesaro in strumenti a percussione per poi passare nel 2012 al corso preaccademico di basso elettrico jazz. Dopo la maturità classica, conseguita presso il liceo Nolfi di Fano, ha intrapreso il corso di laurea triennale di basso elettrico che ha portato a termine nel 2016 sempre presso il Conservatorio di Pesaro. Attualmente è iscritto al secondo anno del biennio di arrangiamento e direzione d’orchestra jazz. In contemporanea frequenta il corso di laura magistrale in filosofia dell’informazione all’Università di Urbino.<br />
&nbsp;<br />
<strong>FABIO STRINATI</strong> (poeta, scrittore, aforista, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.Molto importante per la sua formazione, l&#8217;incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di &#8220;Itinerari D&#8217;Ascolto&#8221;, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste, antologie letterarie e pubblicazioni.<br />
&nbsp;</p>
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		<title>una rete di storie SCRIVERE LA STORIA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/16/rete-storie-scrivere-la-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Oct 2017 05:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Scrivere storie di Storia</b><br /><i>(letture e riflessioni)</i><br />
di <b>Giacomo Sartori</b><br />
I confini tra i testi degli storici e le narrazioni dei romanzieri sono ora molto meno netti di quanto lo fossero in passato. Pur nelle nette differenze di metodo e di finalità, i contributi vicendevoli sono innegabili, e i territori in comune numerosi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-70478" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
 ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b>una rete di storie</b></a><br />
<strong>SCRIVERE LA STORIA</strong><br />
<strong><em>Scrivere storie di Storia</em> [letture e riflessioni]</strong><br />
SABATO 28 Ottobre ORE 16 <em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a></p>
<p style="padding-left: 170px;">di <strong>Giacomo Sartori</strong><br />
I confini tra i testi degli storici e le narrazioni dei romanzieri sono ora molto meno netti di quanto lo fossero in passato. Pur nelle nette differenze di metodo e di finalità, i contributi vicendevoli sono innegabili, e i territori in comune numerosi. Se l’etichetta di romanzo storico porta con sé connotazioni di scialo quantitativo, piglio melodrammatico e sottofondo didascalico, le migliori narrazioni a tema storico sono in grado di cogliere e mostrare il mistero insito in ogni avvenimento, le componenti di contingenza e casualità sempre presenti, la miriade di dettagli anche contradditori che lo costituiscono, le diverse visioni che ne hanno i vari protagonisti, il ruolo e i vissuti dei protagonisti minori, i complessi rapporti degli accadimenti con le istanze profonde e le modalità di reazione degli individui, e tanti altri aspetti che la maggior parte delle narrazioni degli storici ignorano o lasciano in secondo piano. Sono contributi che non si limitano al riempimento dei silenzi della storia già messo in luce da Michelet, e all’illuminazione delle zone d’ombra. Perfino le finzioni che tradiscono la storia, che raccontano avvenimenti che non sono successi, che avrebbero potuto succedere se le cose fossero andate diversamente, possono aiutate a capire meglio quello è accaduto davvero, reintegrando in quest’ultimo la sua componente di contingenza, illuminandone il vero senso.<br />
Anche nella narrativa italiana recente sono numerosi i romanzi, con diverse ambizioni qualitative, con una ambientazione storica, o anche che mettono in campo personaggi realmente esistiti. Alcuni, e non sempre i più interessanti, hanno avuto un notevole successo di pubblico.<br />
Partendo dalle nostre rispettive esperienze di scrittura, molto diverse, e dai nostri testi (quindi con letture), e con un approccio più empirico che teorico, proveremo a ragionare sulle motivazioni che ci hanno spinto a occuparci di argomenti storici. E del lavoro di documentazione che abbiamo fatto, e dei rapporti con gli scritti degli storici. E delle problematiche che nascono dalla commistione di finzione e elementi documentati, dell’eventuale travisamento dei fatti che può nascere.<br />
&nbsp;<br />
<strong>ORE 16</strong><br />
<em>Lettura</em> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/gianni-biondillo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Gianni Biondillo</strong></a><br />
<em>Performance Multimediale</em> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Francesco Forlani</strong></a><br />
<em>Lettura</em> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/helena-janeczek" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Helena Janeczek</strong></a><br />
Dibattito<br />
&nbsp;<br />
<strong>Ore 17.30</strong><br />
Pausa<br />
&nbsp;<br />
<strong>Ore 17.45</strong><br />
<em>Lettura </em>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giacomo-sartori" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Giacomo Sartori</strong></a><br />
<em>Presentazione Multimediale</em> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Orsola Puecher</strong></a><br />
Dibattito</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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