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	<title>jan reister &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (4/4)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[black lives matter]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo valsecchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Riccardo Valsecchi &#8211; @inoutwards [parte 4 di 4 &#8211; leggi la parte 1 &#8211; parte 2 &#8211; parte 3] 8. LA TERRA PROMESSA What happens to a dream deferred? Does it dry up like a raisin in the sun? Or fester like a sore— And then run? Does it stink like rotten meat? Or [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Valsecchi</strong> &#8211; @inoutwards</p>
<p><em>[parte 4 di 4 &#8211; </em><em>leggi la </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">parte 1</a> &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/">parte 2</a> &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/13/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-3-4/">parte 3</a>]</em></p>
<p align="justify">8. LA TERRA PROMESSA</p>
<p align="justify">What happens to a dream deferred?</p>
<p align="justify">Does it dry up</p>
<p align="justify">like a raisin in the sun?</p>
<p align="justify">Or fester like a sore—</p>
<p align="justify">And then run?</p>
<p align="justify">Does it stink like rotten meat?</p>
<p align="justify">Or crust and sugar over—</p>
<p align="justify">like a syrupy sweet?</p>
<p align="justify">Maybe it just sags</p>
<p align="justify">like a heavy load.</p>
<p align="justify">Or does it explode?</p>
<p align="justify">(Che cosa succede ad un sogno differito?</p>
<p align="justify">Si prosciuga</p>
<p align="justify">Come uvetta al sole?</p>
<p align="justify">Oppure marcisce come un’infezione—</p>
<p align="justify">E poi si espande?</p>
<p align="justify">Puzza come carne marcia?</p>
<p align="justify">O fa la crosta e lo zucchero sopra––</p>
<p align="justify">come un dolce sciropposo?</p>
<p align="justify">Forse semplicemente sprofonda</p>
<p align="justify">come un un carico pesante.</p>
<p align="justify">Oppure esplode?)</p>
<p align="right">“Harlem” di Langston Hughes &#8211; da “Montage of a Dream Deferred”, 1951</p>
<p align="justify">Nell’estate del 1988 il decano degli allenatori italiani, Valerio Bianchini, detto “il profeta”, immagina, in un editoriale pubblicato su Repubblica, di poter ingaggiare Isiah Thomas per la propria squadra, la Scavolini Pesaro: “Anche noi vorremmo poter dire: lottiamo con i Pistons per strappare Isiah Thomas alla NBA, portarlo in Italia e trasmettere in diretta la firma del suo mega-contratto per la Scavolini, ma questo è semplicemente impossibile.”</p>
<p align="justify">Chissà. Forse, se glielo avessero chiesto&#8230;</p>
<p align="justify">Un anno dopo la sconfitta al Garden e le polemiche per le dichiarazioni di Isiah nel post-partita, i Pistons sono infatti reduci dall&#8217;ennesima delusione: nonostante siano riusciti, finalmente, ad eliminare i Celtics di Bird, hanno appena perso la prima finale NBA della storia di Detroit contro i Lakers dell’amico del cuore Magic. Il quale, per una gomitata di troppo, non parlerà più ad Isiah per i successivi trent’anni. Qualcosina di peggio. Quando l’Olimpo della NBA acconsentirà a confrontarsi con i mortali del pianeta terra alle successive Olimpiadi di Barcellona del 1992, Magic, in combutta con Bird e Michael Jordan, porrà un veto sulla presenza di Isiah. Rancori e gelosie che ancora oggi animano le discussioni sui siti di gossip sportivo, dato che Thomas, vincendo finalmente l’anello NBA nelle stagioni 1988-89 e 1989-1990, e perdendo solo in semifinale l’anno successivo contro i Bulls di Michael Jordan, &#8211; aka Mr. Air, MJ, o Black Jesus per gli adepti di questa religione chiamata basket -, confermerà di essere ancora, in quel 1992 olimpico, a tutti gli effetti, il più forte playmaker in circolazione.</p>
<p align="justify">Respiro. Wow. Trent’anni sono passati da quell’articolo, eppure ero sicuro di non averlo sognato. Certo, quella di Bianchini era una provocazione, ma spiegatela ad un ragazzino di dodici anni! Ricordo le emozioni, i sogni. Non sarebbe stato il primo talento NBA ad arrivare in Italia: Bob McAdoo, che aveva vinto l’anello con i Lakers nel 1982 e nel 1985, giocava nella mia squadra del cuore, l’Olimpia Milano. Neppure si trattava del primo afro-americano ribelle. Nel lontano 1968, sempre a Milano, aveva giocato Jim Tillman, anche se fu mandato via dall’allenatore Cesare Rubini perché “troppo nero”; poi, nel 1974, era arrivato a Varese Charlie “Sax” Yelverton, che dalla NBA era stato cacciato per essersi rifiutato, in segno di protesta, di alzarsi in piedi durante l’inno americano. La squadra varesina, grazie in gran parte a questo esuberante ribelle con la passione del sax, aveva poi dominato la pallacanestro europea per il decennio successivo, con un incontestabile record di dieci finali di Coppa Campioni consecutive. Ma Isiah era di un’altra categoria. E per un’intera estate sognavo di trovarmelo di fronte al campetto comunale: “Ehy kid, do you want to shoot some loops? Hey ragazzino, vuoi fare qualche tiro?”</p>
<p align="justify">I bambini sognano, ed in quei sogni c’è innocenza, emozione&#8230; ed un pizzico di apprensione nell’affrontare il mondo in cui vivono. Mi sveglio, felice, sudato, contento. Di fronte a me c’è il poster di Magic, sulla sedia la maglietta dei Bad Boys. Il sogno prende la forma di un’ipotetica fantasia. Parlo da solo: “Isiah Thomas viene a giocare in Italia, lo incontro per caso, e diventa mio amico. Come lo racconto ai compagni di scuola?” Non è tanto una questione di credibilità che mi spaventa. Piuttosto, quale potrebbe essere la loro reazione? L’immagine si precipita al Pianella, nel palazzetto dello sport di Cantù dove il mio allenatore di allora- il quale, per fare l’americano, intercalava un “ok” ogni tre parole &#8211; mi portava a vedere le partite della fortissima squadra locale, che militava nella prima serie. Ricordo la bolgia, il luccichio del parquet, lo stridio delle scarpe sul legno, ed i versi del pubblico quando un giovane giocatore nero, Dan Gay, prendeva palla, e, DUNK, schiacciava in faccia all’avversario: “Uh uh uh, uah,” il verso della scimmia, e giù tutti a ridere. Io non rido. Ritorno nella mia stanza, ed Isiah non c’è più.</p>
<p align="justify">Quando Dan Gay arriva in Italia, nel lontano 1985, a Rieti, non gli pare vero. L’antica cittadella nell’entroterra laziale non è certo Roma, Milano o Firenze; qui non si respira l’aria frizzante dei grandi centri della moda e dell’arte italiana. Eppure la gente, questi bianchi un po&#8217; scuri che parlano un dialetto ostico, ma non sembrano così ostili come gli italo-americani del ghetto da cui è stato abituato a tenersi alla larga, lo accolgono calorosamente, con un’ospitalità inaspettata. Dan è cresciuto a Tallahassee, contea di Leon: immense piantagioni di cotone che stanno ancora lì a raccontare il passato recente di un territorio con la più alta concentrazione di schiavi di tutta la Florida ed una storia di linciaggi e segregazione che si trascina fino ai giorni nostri. La pellicola scorre indietro nel tempo, siamo nella seconda metà degli anni sessanta. Dan è un bambino e sua madre lavora in un ristorante per bianchi. Un giorno, di ritorno da scuola, scappa dall’autovettura del padre e s’infila nel locale dalla porta principale. Gelo, silenzio. Gli sguardi dei presenti che lo fulminano all’istante: “Che cosa ci fa quel piccolo n- in sala?” tuona una voce dai tavoli. Poi una mano lo afferra e lo porta via. È quella di suo padre, pastore evangelista, che Dan osserva, con ammirazione, ogni domenica, dal pulpito, mentre predica uguaglianza e giustizia per tutti, al di là del colore della pelle. Ma come si può credere alla giustizia ed uguaglianza se il mondo intorno ti costringe a vedere te stesso diversamente?</p>
<p align="justify">Intanto Dan cresce, centimetro dopo centimetro, alla stessa velocità del nastro che si riavvolge fino agli anni Ottanta. I due metri e sei d’altezza gli valgono una borsa di studio per giocare con i Ragin’ Cajuns della Southwestern Louisiana University (oggi University of Louisiana at Lafayette). Nella NCAA, il campionato nazionale di basket universitario, si scontra contro future leggende quali Hakeem Olajuwon, Clyde “the Glide” (l’aliante) Drexler, Karl “the Mailman” (il postino) Malone, Patrick Ewing, Joe Dumars, ma quando nell’estate del 1983 viene selezionato dai Washington Wizards per giocare nella NBA, Dan declina: tecnicamente non è ancora pronto e l’offerta economica non è molto allettante. Che cosa fare? Rimanere negli Stati Uniti dove, nella migliore delle ipotesi, lo aspetta una carriera come controfigura di qualche più scarso giocatore bianco, oppure tentare la carta Europa, dove il livello tecnico è sicuramente inferiore, ma proprio per questo potrebbe ritagliarsi qualche possibilità e, per lo meno, essere considerato per quello che vale? Sceglie il vecchio continente e, dopo un anno di apprendistato in Olanda, approda in Italia, nella seconda serie di quello che è, a quei tempi, considerato il campionato più competitivo fuori dagli Stati Uniti.</p>
<p align="justify">Il telefono squilla per qualche secondo prima che una voce, corposa e vivace, risponda. “Hello, Industrial Frigo USA.”</p>
<p align="justify">“Hi, il mio nome è… parlo con il signor …”</p>
<p align="justify">Dan, che oggi ha 59 anni e lavora come rappresentante di un’azienda bresciana di prodotti per la refrigerazione, divide il suo tempo tra la Florida e l’Italia, ma è ormai più italiano che americano. In Italia ha giocato nella massima serie fino al 2007, stabilendo il record di longevità nella pallacanestro europea. Anche se la nostra conversazione si svolge telefonicamente per via del lockdown pandemico, non faccio fatica ad immaginarmelo ancora in gran forma. Un colosso, d’altezza e d’intelligenza: arrivato in Italia come outsider, con lavoro e dedizione è diventato un protagonista assoluto del nostro campionato. Parla con emozione dei suoi primi anni europei. Al suo approdo in Olanda, osserva coppie di diversa etnia passeggiare mano per la mano e non può credere ai suoi occhi. In Italia, a Rieti, viene accolto come una star. La gente lo abbraccia, lo ferma per strada e trascina nei ristoranti e nei bar per offrirgli dolci, specialità nostrane, un bicchiere di vino… Un’esperienza scioccante per uno cresciuto dall’altra parte dell’oceano dove, all’ingresso dei ristoranti, durante la sua infanzia, si trovavano ancora i cartelli “no n-“. Gli chiedo se abbia mai subito episodi di razzismo in Italia: “A parte i cori dei tifosi avversari e qualche commento sulla mia vita privata da parte della stampa, esplicitamente no. Ma è anche vero che da atleta, in uno sport globalmente dominato da giocatori afro-americani, mi trovavo in una condizione privilegiata. Non potevo comunque fare a meno di notare i commenti degli italiani nei confronti degli immigrati, che in quegli anni cominciavano ad arrivare numerosi dal Nord-Africa. Specialmente quando giocavo per Cantù e Treviso. Oggi la situazione è perfino peggiorata.” Domando se gli fosse mai capitato di sentirsi vittima di stereotipi razzisti da parte di giornalisti sportivi italiani: “Purtroppo questo succedeva spesso.” Ci pensa un poco: “Mi faceva strano che ancora sui giornali italiani si usasse la parola n-. Ma, come con gli insulti dei tifosi, ho imparato a non farmi condizionare da un manipolo di ignoranti.” Lo stuzzico su quale sia stato l’avversario più difficile. Si commuove: “You know, quando sono arrivato a Rieti, ho giocato con Joe Bryant…” Indisciplinata ma inarrestabile ala dal canestro facile, Bryant arriva in Italia nel 1985 dopo una decennale carriera nella NBA. “C’era sempre questo marmocchio con lui, suo figlio&#8230;” Sospira: “&#8230;Kobe&#8230; Magro, striminzito, faceva fatica a far arrivare la palla all’altezza del cesto. Eppure ogni giorno, immancabilmente, finiti gli allenamenti, saltava in campo e mi si attaccava al braccio fino a costringermi ad andarlo a sfidare uno contro uno. Un’ossessione&#8230;”</p>
<p align="justify">Quel marmocchio ne farà di strada. La sua tenacia e competitività che già dimostrava a sei anni lo porteranno a stare lassù, nel firmamento dei più grandi maestri della palla a spicchi: cinque titoli NBA, un premio come miglior giocatore nella stagione 2008, due come miglior giocatore delle finali, quarto marcatore di sempre nella storia NBA, due titoli olimpici. Kobe “Black Mamba” Bryant è deceduto con la figlia in un incidente in elicottero nel gennaio del corrente 2020. In un messaggio inviato ai fan il 16 aprile 2016 per annunciare il proprio addio alla pallacanestro giocata, aveva così ricordato quelle antiche sfide tra le mura della città sabina: “Ora lo posso dire. Dan Gay è stato l’unico giocatore al mondo ad avermi sempre schiacciato in testa.”</p>
<p align="justify">Dan ride: “Anch’io lo racconto in giro. Nessuno mi crede, fino a quando non spiego che Kobe aveva solo sei anni.”</p>
<p align="justify">Nel 2015 l’Absolutely Free Editore ha pubblicato, a firma Andrea Barocci, una biografia che ripercorre l’esperienza italiana di un giovanissimo Kobe Bryant. Lo scarico incuriosito. Ne traduco ad alta voce alcuni passaggi ad un’amica, Amy, voglio sapere che cosa ne pensa: “Quella coppia [Joe e Pamela Bryant], lui un CALIFFO del basket, lei una AFRODITE NERA, aveva qualcosa di affascinante agli occhi dei reatini. (…) Lei, la DEA, era alta, con lineamenti del volto regali e un fisico statuario; per qualche misteriosa ragione, neppure il vento che soffiava dal mare riusciva a scompigliarle i capelli morbidi e vaporosi. Un’APPARIZIONE CELESTIALE che, appunto come il vento, aveva lo stesso effetto sui reggini: LI FACEVA USCIRE DI SENNO.”</p>
<p align="justify">Ancora: “Quelli che passavano con le macchine abbassavano il finestrino e GRIDAVANO I PIÙ VARIEGATI COMPLIMENTI a Pamela. Quando lei intuiva che qualcuno le stava rivolgendo un apprezzamento VOLGARE, abbandonava per un istante la classe che la contraddistingueva, si girava senza mai fermarsi e tranquillamente rispondeva: “Fuck you”. Poi riprendeva il suo allenamento.” So già come va a finire, ma continuo: “[Pamela] si sedeva nel parterre, dietro a uno dei canestri. Prima delle gare il copione non cambiava mai, ed ERA SPASSOSISSIMO: i tifosi, qualsiasi fosse il loro posto assegnato, passavano davanti a Pam con fare indifferente, poi all’unisono giravano la testa per ammirarla; infine, SODDISFATTI, proseguivano.”</p>
<p align="justify">Tutt’altro che “spassosissimo” per me, Amy comincia ad innervosirsi: “Joe era un MOSTRO inarrestabile per chiunque(…). Gli appassionati di pallacanestro sapevano che PAGANDO IL BIGLIETTO per una partita con lui in campo, non si sarebbero pentiti. Stravedevano per quel GIGANTE D’EBANO che metteva allegria solo a guardarlo.”</p>
<p align="justify">“Ebony?” mi interrompe Amy.</p>
<p align="justify">“Sì, si usa per descrivere una persona d’origine africana senza offenderla…”</p>
<p align="justify">“Senza offenderla? Asshole! Quando la smetterete di trattarci come pezzi d’arredamento da esibire nei vostri dannati freak show?” rimarca lei scuotendo la testa. Le faccio notare che anche negli Stati Uniti esiste una rivista afro-americana intitolata, per l’appunto, “Ebony”.</p>
<p align="justify">“Certo,” incalza inviperita. “La differenza è che quando noi usiamo questa parola, lo facciamo per non dimenticare ciò che i miei antenati hanno dovuto subire prima di permettere ad una persona come me di parlare alla pari con una persona come te. Quando la usi tu, mi ricorda quello che i tuoi antenati hanno fatto alle donne e gli uomini come me in nome della vostra dannata supremazia.” Scuote rassegnata il capo: “What’s wrong with you, Italians? Che cosa c’è di sbagliato in voi italiani?”</p>
<p align="justify">La storia della pallacanestro italiana inizia in sordina. L’insegnante di ginnastica senese Ida Nomi Venerosi Pesciolini, senza averne mai visto una partita dal vivo, ne traduce il regolamento e lo presenta al Concorso Ginnico di Venezia del 1907 come “palla al cerchio, un gioco particolarmente adatto alle signorine».” Una nuova traduzione viene presentata qualche anno dopo dal professore Guido Graziani, il quale per lo meno, conosce il gioco per averlo imparato dall’inventore stesso, James Naismith, con cui ha lavorato allo Springfield College. Bisogna comunque aspettare 10 anni per la prima partita ufficiale. È una caldissima e solare giornata di giugno e, poco fuori dal centro di Milano, nella sontuosa ed imperiale Arena Civica, trentamila persone aspettano l’arrivo trionfante dell’eroico ciclista Girardengo, che, in questa stagione 1919, ha dominato dalla prima all’ultima tappa il più popolare degli eventi sportivi italiani, il Giro d’Italia. In un angolo del complesso sportivo, su un prato misto a sassi, goffi individui si cimentano nell&#8217;arduo tentativo di infilare la palla in un rudimentale cesto appeso ad un palo storto. Un righino di poche parole in calce al Corriere della Sera suggella l&#8217;inaugurazione formale della pallacanestro italiana: “Aviatori Malpensa-Automobilisti Monza 8-8. Partita interessante e giocata con slancio!”</p>
<p align="justify">Tuttavia, nonostante la fortuita presenza di tanto numeroso pubblico alla prima milanese, malgrado gli sforzi del professor Graziani e qualche insperato successo contro la selezione transalpina &#8211; a cui si aggiungono batoste umilianti contro Stati Uniti e Lettonia -, la popolarità del basket fatica a decollare. Ci vuole un’inaspettata svolta: per puro caso, questa palla a spicchi, più ovale che tonda, con una rilegatura laterale che ne rende il palleggio imprevedibile, attrae l’attenzione di un ragazzino di nome Bruno, di cognome Mussolini. Si tratta del figlio prediletto del Duce, ed i risultati di questo provvidenziale incontro non si fanno attendere: 43492 sono gli iscritti alla Federazione Italiana Pallacanestro nel 1935; i Gruppi Universitari Fascisti (GUF), l’Opera Nazionale Balilla (OPN), ogni associazione atletica che desideri sopravvivere nella morsa del totalitarismo di regime si dota di una squadra di basket; al giovanissimo figlio del duce, che gioca nella società Parioli di Roma insieme al fratello Vittorio e alla futura stella del cinema Vittorio Gassman, viene dedicata la Coppa Italia — dal 1936, per l’appunto Coppa “Bruno Mussolini”. È così che la “palla al cerchio”, già ribattezzata “palla al cesto”, finalmente pallacanestro, si trasforma da “gioco per signorine” a “sport ideale per migliorare validamente e durevolmente la razza,” come lo definisce la rivista Lo Sport Fascista.</p>
<p align="justify">“Il giuoco della pallacanestro,” riporta il Corriere della Sera del 28 novembre 1933 in un articolo intitolato “Il fascismo per l’avvenire della razza”, “è al tempo stesso uno sport armonioso e atletico, che conferisce snellezza e vigore, che dona al corpo grazie e gagliardia, e che ha anche notevole pregi spettacolari col vantaggio di una estrema facilità d’installazione.”</p>
<p align="justify">Ancora, da “Il Littoriale del 12 febbraio 1935: “Crediamo opportuno rilevare come la pallacanestro sia ormai diventato lo sport prediletto della gioventù fascista in virtù del suo alto valore fisiologico e delle sue doti intrinseche che, perfezionando mirabilmente le qualità che il giocatore naturalmente possiede, sviluppano soprattutto la prontezza, il coraggio e l’intuizione.</p>
<p align="justify">PRONTEZZA, CORAGGIO ed INTUIZIONE che sono, e debbono essere, le doti principali delle giovani Camicie Nere.</p>
<p align="justify">L’esercizio di questo giuoco sviluppa anche le facoltà mentali e rende abituali il senso della disciplina e del dovere, costringendo il giocatore a sacrificare il proprio successo per quello di tutta la squadra.</p>
<p align="justify">DISCIPLINA, CORAGGIO e SACRIFICIO, ecco i canoni fondamentali della dottrina fascista. Chi dunque meglio della gioventù fascista può apprezzare la bellezza ed il valore di questo sport fisiologicamente completo?”</p>
<p align="justify">Firmato, “il cestista”.</p>
<p align="justify">Ovviamente, in questi anni, per “il cestista,” la pallacanestro è uno sport per bianchi: qualcuno potrebbe insinuare che sarebbe stato difficile immaginare altrimenti, dato che, anche negli Stati Uniti, dove il gioco è nato, agli afro-americani non è consentito giocare nelle squadre ufficiali, nella nazionale, neppure partecipare alla American Basketball League, precorritrice della NBA. Non che il gioco non sia praticato nelle comunità black. Tutt’altro: la pallacanestro, nonostante il bando dalle competizioni dei bianchi, è, appunto per quella “facilità d’installazione” descritta nell’articolo del Corriere della Sera, il gioco più comune tra i giovani afro-americani, i quali già dal 1907 sono organizzati in squadre denominate “five” dal numero dei giocatori e competono in N- League sparse un po’ ovunque sulla East Coast. È difficile, inoltre, immaginare che nessuno si accorga che ad Harlem, New York, un quartiere diviso all’altezza di Lenox Avenue tra comunità afro-americana ad ovest ed immigrati italiani di prima generazione ad est &#8211; 110 mila nel censo del 1930, tre volte più numerosi che nella tanto decantata Little Italy in Lower Manhattan -, gioca una squadra di soli afro-americani, i Renaissance Five, i quali, oltre a vincere ogni competizione a cui è concesso loro partecipare, stanno rivoluzionando il gioco con una tattica basata su una fitta rete di passaggi “dai e vai”, una precisa disposizione sul campo, un ritmo forsennato, ed uno spirito di squadra unico. Tutt’al più che al Renaissance Casinò, la balera-palestra dove giocano, si esibisce quotidianamente l’orchestra di Fletcher Henderson, la quale annovera un giovane trombettista di nome Louis Armstrong, popolarissimo fin dai primi anni Trenta in Italia &#8211; il jazz è un’altra delle passioni americane e non particolarmente bianche dei figli del duce -, anche se, per compiacere il nazionalismo fascista, nella sua prima tournée italiana del 1935 viene ribattezzato Luigi Fortebraccio. Il dominio dei Rens è straordinario, come testimonia l’ineguagliato record di 2318 vittorie e 381 sconfitte in 26 anni di esistenza. La loro fama d’innovatori è tale che alle partite, tra i fans in delirio, s’infiltrano gli allenatori delle squadre professioniste con la speranza di carpirne i segreti. E, seppure il bando per i giocatori afro-americani sia esteso anche ai fantastici Rens, le squadre della ABL, un po’ con la speranza di riaffermare la propria supremazia, un po&#8217; per l’incredibile folla pagante che accompagna le loro esibizioni, fanno a gara per sfidarli.</p>
<p align="justify">“Avevamo una regola, quella del dieci,” ricorda William “Pop” Gates, il playmaker. Mantenere un vantaggio di dieci punti, consapevoli che, alla fine della partita, questi punti sarebbero scomparsi misteriosamente dal referto arbitrale. Non che cambiasse molto: “Nel momento in cui un’irresistibile forza incontra un oggetto irremovibile, qualcosa è destinato ad accadere,” scrive il cronista sportivo del quotidiano afro-americano New York Amsterdam il 2 dicembre 1931 in occasione della vittoria dei Rens contro gli Original Celtics, pluricampioni della lega professionistica. E quando, nell’estate del 1939, le federazioni ufficiali accettano la partecipazione delle due migliori squadre afro-americane &#8211; i Rens e gli Harlem Globetrotters, originari di Chicago &#8211; al primo World Championship of Professional Basketball, indovinate chi stravince il torneo con uno scarto medio di 10 punti a partita? Ma non sono solo i Rens a determinare la superiorità dei quintetti neri: gli Harlem arrivano terzi, ma solamente perché, per ovviare ad una finale completamente afroamericana, gli organizzatori avevano fatto in modo che incontrassero i Rens in semifinale.</p>
<p align="justify">Mi dispero a trovare, tra gli archivi storici dei quotidiani sportivi italiani, un articolo, una citazione, una misera allusione ai Rens o a qualsiasi altra squadra o giocatore afro-americano precedente al secondo conflitto mondiale. Nulla. Eppure, con un po’ di sorpresa, scopro che il quartiere di Harlem non è propriamente sconosciuto ai cronisti italiani. Tutt’altro: “Uscendo da Central Park e incamminandosi lungo la Lenox Avenue, dopo un breve tratto si è già ad Harlem, la città nera,” dal Corriere della Sera del 16 marzo 1931. “Forse vi sono altrove in Africa e negli Stati Uniti città abitate da n- più vaste e popolate, ma nessuna ha il carattere, l’attività, la potenza e il significato di Harlem.”</p>
<p align="justify">Il mio viaggio nella “cronaca americana” sulla stampa italiana dell’epoca è un’epica rilettura al contrario della storia del secolo scorso come mi è stata impropriamente insegnata a scuola. Là dove mi avevano indottrinato che la capitale culturale mondiale degli anni Venti era la Parigi di Picasso, Hemingway, Scott Fitzgerald, scopro che, tutt’al più, la capitale francese era una “sorta di copia ed incolla” di quello che succedeva ad Harlem: dalle balere e dai circoli tra Lenox Avenue e la settima, i lavori di Langston Hughes, Claude McKay &#8211; tradotto in Italia molto prima di Hemingway e Fitzgerald -, Palmer Hayden, James Weldon Johnson, Zora Neale Huston e Countee Cullen erano giunti nei bistrot parigini insieme alle musiche di Sidney Bechet, Arthur Briggs, Louis ”Braccioforte” Armstrong, Duke Ellington, e da lì, poi, avevano conquistato Berlino, Londra, Roma, perfino Mosca. Approdata alle Folies Bergère, Parigi, direttamente dal Plantation Club sulla 126ma, Harlem, Josephine Baker e la sua “Danse Sauvage” avevano scatenano, tra folle di fans impazziti, gerarchi nazisti e fascisti prolifici di doni, e bigotti che la accusano di stregoneria, il caos per mezza Europa. “I N- ad Harlem hanno sconvolto il ritmo artistico del nostro tempo,” scrive Curio Mortari su La Stampa dell’11 dicembre 1932: “Hanno dato un suono ed un nome all’ondata felicemente primordiale sgorgata dalla guerra.”</p>
<p align="justify">L’Italia e gli italiani, ovviamente, non sono vergini di razzismo: lo hanno praticato in epoca pre-coloniale, poi regolamentato ed innalzato a sistema con la progressiva conquista della Libia e del Corno d’Africa. Ma se questo tipo di oppressione trova la sua attuazione perlopiù lontana dal suolo patrio, in luoghi sconosciuti ed esotici dai connotati semi-romanzeschi, Harlem, mecca di artisti intelligenti che invadono con i loro suoni e libri le nostre case e sale da ballo, di pugili in grado di mandare knock-out l’eroe nazionale Primo Carnera, e di riottosi attivisti che bloccano i quartieri e l’ambasciata italiana a New York per protestare contro l’occupazione dell’Etiopia, si trasforma nell’eponimo di un pericoloso risveglio di coscienza che travalica i confini statunitensi: “Noi vediamo il pericolo nero avanzare attraverso l’oceano Atlantico,” scrive Umberto Fracchia in un articolo del Corriere della Sera del 19 agosto 1928 dal titolo provocante, “Magia Nera”: “… e (vediamo) il deserto africano ai ritmi sincopati del “jazz”, rivestito delle sgargianti penne delle danzatrici di “camel-walk” e preceduto da un nugolo di eroi equivoci e malfamati di cui il popolo negro già imborghesito di Nuova York e dintorni deve sentire un sacro orrore ed una giusta onta. Ma tutte le vergogne viene il momento in cui si possono lavare, magari col sangue. E intanto molti incominciano a credere che una questione negra esista realmente allo stato d’incubo, non soltanto per gli Americani o per i n-, ma per tutto il mondo civilizzato. Per costoro c’é sulla faccia della terra una massa bituminosa che fermenta, un nero lievito umano che gonfia. E Josephine Baker, Siki, Clarence Donald, e mille altre figure reali o immaginarie che la cronaca trasferisce ai romanzi e che i romanzi restituiscono alla cronaca, sarebbero come le bolle di aria che scoppiano alla superficie dei calderoni d’asfalto o, se più vi piace, i fiori splendenti o miserabili che sbocciano su quella nera gleba.”</p>
<p align="justify">Ma come ostacolare questa “nera gleba” che tanto nella cultura quanto nello sport, sembra destabilizzare la supremazia bianca? “Senza arrivare alle esagerazioni alle quali americani ed inglesi arrivano,” scrive Carlo Volpi nel 1929 sullo Sport Fascista, “senza cioè considerare i n- uomini inferiori e spregevoli, è però interessante vedere il perché la loro razza possa dare (allo sport) tanti uomini di così eccelsa classe. Da che cosa dipende quella supremazia che in parecchi casi hanno luminosamente provata? Io credo che consista soprattutto in alcune caratteristiche fisiche, tutte proprie della razza nera, pur non negando una certa rapidità di riflessi che non può chiamarsi intelligenza — poiché anche in alcune specie animali è spiccatissima (…). Per il resto il n- dimostra di essere tutt’altro che intelligente. Tutt’al più egli è furbo, trucchista e traditore, poiché non conosce che cosa sia la lealtà. L’unico modo di farsi rispettare da un n-, è quello di picchiarlo, di dimostrargli con la forza la sua inferiorità; allora diventa pusillanime…”</p>
<p align="justify">Gli anni del conflitto mondiale sono un vuoto nella storia della pallacanestro italica. Bruno Mussolini muore in un incidente aereo nel 1941 e, con lui, l’interesse del regime. È solo nell’estate del 1944 che, con la liberazione di Roma e l’insediamento di truppe alleate nella Città Eterna, l’attenzione dei quotidiani sportivi viene catturata da un gruppo di straordinari giocatori neri che vincono tutte le partite. Si fanno chiamare New Mexicans ed appartengono alla 92ma Divisione della Quinta Armata, l’unico corpo militare interamente afroamericano sul suolo europeo. Nel 1947, due anni dopo la fine della guerra, in un Paese alla ricerca di una nuova identità che possa in qualche modo cancellare vent’anni di totalitarismo fascista, Aldo Mairano, coraggioso ed ambizioso imprenditore alla presidenza della Federazione della Pallacanestro Italiana, decide di compiere un atto storico: nomina allenatore della nazionale di pallacanestro italiana Eliot Van Zandt, giovane soldato di fanteria della 92ma e professore di ginnastica laureato alla Black Historical Tuskegee University dell’Alabama. Diciannove anni prima di Bill Russell nella NBA, quarantuno anni prima di John Thompson, che guida la nazionale Statunitense alle Olimpiadi di Seoul del 1988, l’Italia ha il primo allenatore professionista afro-americano della storia.</p>
<p align="justify">L’impatto di Van Zandt sulla pallacanestro italiana è immenso: non solo ci insegnerà le innovazioni che avevano fatto la fortuna dei Rens, ma, attraverso il suo caparbio lavoro, forgerà gli allenatori che guideranno le squadre italiane a dominare in Europa nei decenni successivi. Non sapremo mai se la sua nomina da parte di Mairano fosse stata dettata da coraggio antirazzista o provocazione: l’imprenditore genovese, infatti, finisce alla direzione della pallacanestro solo dopo aver perso per una manciata di voti le elezioni alla presidenza del prestigioso Comitato Olimpico. La nomina di Van Zandt, poi, aggettivato “n- e color cioccolato” nelle cronache dell’epoca, non sembra godere di particolare popolarità tra i giornalisti ed i giocatori della vecchia leva; quattro anni dopo, nonostante un ottimo quinto posto agli europei del 1951, viene licenziato. Diventato preparatore atletico dell’A.C. Milan nel 1956, Van Zandt muore nel 1959 in volo verso gli Stati Uniti per un’operazione ai reni.</p>
<p align="justify">Dan è ancora al telefono. È una fucina di racconti e aneddoti. Nel 1988 si sposa con una ragazza pugliese e due anni dopo acquisisce la cittadinanza italiana. Finalmente può realizzare il suo sogno, vestire la maglia azzurra e partecipare ai mondiali ed alle olimpiadi: non è impossibile, di atleti oriundi l’Italia del calcio ne ha avuti a bizzeffe. Anche il basket aveva avuto il suo “straniero” con passaporto italiano: Mike D’Antoni, che aveva vestito la casacca azzurra nel 1989. L’unico inconveniente, nessuno di questi oriundi, per lo meno per quel che riguarda i giochi di squadra, era mai stato nero. Ad eccezione di Van Zandt, che però non era stato un giocatore.</p>
<p align="justify">“Il problema,” spiegano dalla Federazione, “non è razziale, ma semplicemente burocratico: per poter giocare nella nazionale italiana deve essere iscritto al campionato come italiano e non come straniero.” Dan ci prova una prima volta nel 1991, la domanda viene rigettata. Nel 1992 idem. Anno 1993, esordisce in nazionale Carlton Meyers, di padre caraibico e madre italiana, quindi Dan spera finalmente che… niente da fare. Il presidente della Federazione Italiana, Gianni Petrucci, adduce un ritardo della domanda da parte del giocatore. Sarà per l’anno successivo? Macché, questa volta la scusa è che Dan, acquisendo il diritto alla nazionale, permetterebbe alla propria squadra, la Fortitudo Bologna, di rinforzarsi ulteriormente con un altro straniero. Ai giornalisti che lo incalzano, Dan risponde con passione: “Non crediate che sia facile decidere di cambiare cittadinanza: io l’ho fatto con entusiasmo perché sono in Italia ormai da 12 anni, pago fior di tasse e ho messo su famiglia. (…) Ma io ci credo. È questo che non hanno capito.”</p>
<p align="justify">A 35 anni, dopo sei anni di trafile burocratiche, Dan esordisce finalmente in nazionale nel 1996: l’anno successivo contribuirà alla conquista di una storica medaglia d’argento agli Europei di Barcellona. Chissà se avesse potuto fare parte della selezione nazionale qualche anno prima.</p>
<p align="justify">EPILOGO</p>
<p align="justify">Una lunga giornata autunnale. Passeggio per Causeway street. Un po’ per la pandemia, un po’ per la ricorrenza del Giorno del Ringraziamento, Boston è vuota. Risuona vuota, con un soffio gelido che sale dall’Oceano. Il Garden, che sorgeva in fondo a questa strada, è stato rimpiazzato da un centro commerciale. Osservo l’edificio da fuori provo ad immaginare i suoni, le voci, i rumori di quel 29 maggio 1987. Mi sembra di sentire la palla che rimbalza mentre Isiah si prepara a tirare i liberi.</p>
<p align="justify">Oggi, Isiah Thomas e Larry Bird non sono più avversari. Anzi, per una stagione, nel 2003, hanno perfino lavorato fianco a fianco agli Indiana Pacers: Isiah come allenatore, Larry come dirigente. Entrambi sono personaggi culto nello stardom televisivo NBA: appaiono in telecronache, documentari, talk show, interviste… Raramente insieme. Quando capita, Larry scherza sul fatto che la persona più delusa dalla sconfitta dei Pistons in quella finale di conference fosse sua madre, gran tifosa di Isiah. Anche Magic si è riconciliato con Isiah, in un confronto televisivo sul canale ESPN con tanto di pianto in stile “reality show”.</p>
<p align="justify">Il TD Garden, dove giocano attualmente i Celtics, si trova proprio dietro il centro commerciale. È chiuso. La stagione sportiva non è ancora iniziata, chissà quando si potrà tornare a vedere una partita dal vivo. Procedo per West End, dopo Whole Food scorgo il Museo di Storia Afro-Americana. Anche questo è chiuso.</p>
<p align="justify">Gli Stati Uniti &#8211; o l’America, nell’accezione che spesso si usa in italiano, come se ne esistesse una sola &#8211; non sono molto cambiati dagli anni Ottanta. George Floyd è stato ucciso il 25 maggio di quest’anno, soffocato per otto minuti e 46 secondo dal ginocchio di un poliziotto bianco. A Kenosha, Wisconsin, il 23 agosto, un poliziotto ha sparato per ben sette volte nella schiena di Jacob Blake mentre questi tentava di entrare nella propria autovettura. I suoi tre figli, di otto, cinque e tre anni, seduti nei sedili posteriori, hanno assistito all’esecuzione. Secondo dati raccolti dal Washington Post, 1020 sono le persone uccise quest’anno dalla polizia americana: gli afroamericani muoiono nelle mani delle forze dell’ordine ad una percentuale due volte e mezzo maggiore di ogni altro gruppo etnico.</p>
<p align="justify">Proseguo. A pochi isolati si trova il Tempio N. 11, fondato da Malcolm X. Quanto suonano profetiche oggi le sue parole, non è vero? Qui dietro si erge la Massachusetts State House, ne scorgo la cupola: cerco la placca commemorativa del famoso discorso tenuto da Martin Luther King nel 1965. Alla morte del reverendo, Indro Montanelli scrisse: “Non aveva la stoffa del grande capo carismatico, trascinatore di folle. Gliene mancavano anche i requisiti fisici, che specie agli occhi di una popolazione ancora PRIMITIVA e INFANTILE come quella di colore hanno la loro importanza.”</p>
<p align="justify">Non si tratta solo di beceri residui della cultura fascista, piuttosto della stessa retorica che oggi viene usata contro gli immigrati o gli italiani di prima e seconda generazione. Mi torna in mente un particolare. Durante le ricerche per questa storia, qualcuno mi ha parlato di Van Zandt come l’esempio di come gli italiani, in fondo, non fossero mai stati razzisti… detto da un bianco ad un bianco, mi risuona nelle orecchie come un’ammissione di colpa.</p>
<p align="justify">La brezza oceanica si trasforma in un fastidioso senso di vergogna. Per fortuna tutt’intorno i negozi espongono cartelli in supporto di Black Lives Matter. So che molti sono solo di facciata. Ma è una facciata importante, che echeggia e da forza a tante vittime invisibili. Quanti siamo i bianchi disposti a scendere in piazza per protestare contro il razzismo? Tanti, per lo meno qui, negli Stati Uniti. Rivedo le manifestazioni che quest’estate, da Minneapolis e Kenosha si sono estese a tutto il continente, e poi in tutto il mondo. Non trovo la placca commemorativa, ma scopro un monumento che racconta una storia che non conoscevo. È dedicato a Crispus Attackus, il primo martire della Rivoluzione Americana. Non un aristocratico, non un bianco, bensì uno schiavo di origine afro-americana ed indiana. Sono ormai arrivato a Boston Common, il sole splende sopra gli aceri rossi che ossigenano il parco. Mi siedo su una panchina. Immagino Bill Russell e KC Jones arrivare, li vedo da lontano, alti, giovani, eleganti come usavano gli atleti e gli intellettuali di una volta. Apro un libro che ho comprato in un negozio dell’usato. Una gemma, è una prima edizione, originale del 1955. Leggo.</p>
<p align="justify">“È giunto il momento di rendersi conto che il dramma interrazziale messo in scena nel continente americano non ha solo creato un nuovo uomo nero, ma anche un nuovo uomo bianco. Nessuna strada riporterà mai più indietro gli americani alla semplicità del piccolo villaggio europeo dove gli uomini bianchi si permettono ancora il lusso di considerarmi un estraneo. In realtà non sono più un estraneo per nessun americano vivo. Ciò che distingue gli americani dagli altri popoli è che nessun altra popolazione è mai stata così profondamente coinvolta nella vita degli uomini neri, e viceversa. Di fronte a questo fatto, con tutte le sue implicazioni, si può vedere che la storia del problema dei neri americani non è solo macchiata dalla vergogna, ma è anche una sorta di conquista. Perché, anche quando il peggio è stato detto, bisogna anche aggiungere che la sfida infinita posta da questo problema è stata sempre, in qualche modo, perennemente accolta. È proprio questa esperienza nero-bianco che può rivelarsi di valore indispensabile nel mondo che affrontiamo oggi. Questo mondo non è più bianco, e non sarà mai più bianco di nuovo.”</p>
<p align="right">James Baldwin, Notes of a Native Son (1955)</p>
<p align="left">Si ringraziano per i contributi la Black Five Foundation, Rhinold Lamar Ponder, Dan Gay III, Saverio Luigi Battente, Mario Arceri e Valerio Bianchini.</p>
<p><em>[parte 4 di 4</em><em>]  </em><em></em><em>Leggi tutte le 4 parti:<br />
</em></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (1/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (2/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/13/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-3-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (3/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/20/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-4-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (4/4)</a></p>
<p><em>immagine via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fist.png" target="_blank" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></em></p>
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		<title>The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (3/4)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2021 06:00:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[black lives matter]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo valsecchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Riccardo Valsecchi &#8211; @inoutwards [parte 3 di 4 &#8211; leggi la parte 1 &#8211; parte 2] RAZZISMO AL CONTRARIO Boston, Massachusetts. 29 maggio 1987. La partita tra i Celtics ed i Pistons è finita, hanno vinto i primi: 117 a 114 il risultato finale. Ancora una volta, la terza negli ultimi quattro anni, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Valsecchi</strong> &#8211; @inoutwards</p>
<p><em>[parte 3 di 4 &#8211; leggi la </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">parte 1</a> &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/">parte 2</a>]</em></p>
<ol start="7">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">RAZZISMO AL CONTRARIO</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Boston, Massachusetts. 29 maggio 1987. La partita tra i Celtics ed i Pistons è finita, hanno vinto i primi: 117 a 114 il risultato finale. Ancora una volta, la terza negli ultimi quattro anni, la finalissima sarà tra Boston e Los Angeles. Ancora una volta, Magic contro Bird.</p>
<p align="justify">Nell’ultima gara contro Detroit, Larry è stato protagonista di un incredibile prestazione: 37 punti, 9 assists, 9 rimbalzi. Negli spogliatoi un giornalista dello sconosciuto quotidiano Orlando Sentinel si avvicina alla matricola dei Pistons Dennis Rodman. Non è ancora il Dennis Rodman devastante degli anni Novanta che vincerà tre titoli con i Chicago Bulls, neppure l’iconica star che farà parlare di sé per la relazione con la cantante Madonna, per le sfilate travestito da donna, per l’amicizia con il dittatore nord-coreano Kim Jong-un e per gli eccessi alcolici. In questo 29 maggio 1987, è semplicemente un ragazzone timido, introverso, con le orecchie a sventola, cresciuto nel ghetto di Newark, New Jersey, arrivato nella NBA come gregario e, per la prima volta nella sua vita, si sente parte di una famiglia dove nessuno lo giudica o prende in giro per essere nato povero e nero: i Pistons. Il cronista gli chiede un giudizio sulla prestazione di Bird: “Non è Dio,” risponde Dennis. “È bianco, altrimenti non avrebbe ricevuto il trofeo come miglior giocatore della Lega la stagione scorsa. Quel trofeo lo meritava Magic.”</p>
<p align="justify">Il giornalista va poi da Isiah che, in quanto star della franchigia, è circondato dai reporter dei maggiori quotidiani nazionali ed esteri. A brucia pelo aziona il tasto play del registratore, la dichiarazione di Dennis scorre dai nastri magnetici all’etere misto di sudore e tristezza che circola nello spogliatoio. Isiah sorride amaramente, ha appena perso la partita della vita, ci sta che sia affranto: “Io penso che Larry sia un ottimo, incredibile giocatore di basket,” risponde Thomas. “Un eccezionale talento, ma devo dare ragione a Rodman. Se Bird fosse stato nero, sarebbe stato semplicemente un buon giocatore come tanti altri.” Apriti cielo. Il mondo del basket, quel globo costruito attorno al mito della competizione “politically correct” tra Magic e Bird, tra nero e bianco, implode come un pallone bucato sulla testa della star di Chicago. L’accusa è di “reverse racism”, razzismo inverso.</p>
<p align="justify">I giorni successivi alla sconfitta sono surreali per Isiah. Viene invitato ad una conferenza a due con Bird, a Los Angeles, prima della partita che i Celtics si preparano ad affrontare contro i Lakers per l’assegnazione del titolo NBA. L’evento viene trasmesso in diretta. Da una parte c’è un Bird scocciato di dover interrompere la preparazione per questa pagliacciata mediatica; dall’altra Thomas è visibilmente scosso, con gli occhi lucidi. L’intervista che ha rilasciato un paio di giorni prima al giornalista del New York Times Ira Berkow non ha certo placato le polemiche: “Quando Bird fa una grande giocata, è dovuta alla sua intelligenza ed alla sua etica lavorativa. È tutto strategicamente pensato e rifinito da lui stesso. Non è la stessa cosa per un giocatore nero. Tutto quello che facciamo è correre e saltare. Non ci esercitiamo, non riflettiamo mai su come giochiamo. È come se io stesso fossi uscito dribblando dal grembo di mia madre. Sono commenti che si sentono in televisione, si leggono sui giornali. (…) Magic, Michael Jordan, me stesso, per esempio, sembra che giochiamo solo grazie al talento conferitoci da Dio, come se fossimo animali, leoni e tigri, che corrono selvaggi nella giungla, mentre il successo di Larry è dovuto all&#8217;intelligenza e al duro lavoro. I neri hanno combattuto questi stereotipi per così tanto tempo, ma esistono ancora, indipendentemente dal fatto che la gente voglia crederci o meno.”</p>
<p align="justify">Il punto di vista di Bird sulle dichiarazioni di Thomas è chiaro: “Se quello che ha detto Isiah non offende me, non capisco in che modo possa offendere voi.” Punto, discussione chiusa.</p>
<p align="justify">Per Isiah la condanna è già stata sentenziata. Come ad un criminale sul banco degli imputati, gli viene fatto ascoltare ancora una volta il nastro della registrazione. Le telecamere inquadrano le mani, gli occhi, primo piano a 45 gradi laterale sul viso, ne trasformano la passionalità e sincerità delle parole in una caricatura emotiva: “Sabato scorso è stato il giorno peggiore della mia vita. Ho perso la partita, sono stato accusato di essere razzista, ed ora sono il cattivo ragazzo &#8211; bad guy, bad boy! (…).”</p>
<p align="justify">Prende coraggio: “In questi giorni ho dato un’occhiata alla definizione di razzismo. Ha avuto qualcuno di voi la premura di farlo? Vi assicuro che è una brutta parola, sarebbe meglio non usarla a sproposito.”</p>
<ol start="7">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">bis LA SEMIOSI INVERSA</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">“Noi tutti siamo impegnati in una società nel quale gli uomini e le donne devono avere eguali opportunità per avere successo, e proprio per questo motivo ci opponiamo alle quote razziali. Noi aspiriamo ad una società senza colori, una società che, nelle parole del Dr. Martin Luther King, giudica le persone non in base al colore della loro pelle, ma in base al contenuto della loro personalità.”</p>
<p align="right">Ronald Reagan. 19 gennaio 1986, trasmissione radiofonica.</p>
<p align="justify">RISPOSTA: “Signor Presidente, la disoccupazione tra i neri adulti si attesta al 15.6%, mentre nel 1978 era al 12.3%. Il reddito medio di una famiglia afro-americana ammonta al 56% di una famiglia bianca. Presidente, la realtà è sotto gli occhi di tutti: 32% delle famiglie afro-americane sopravvivevano sotto la soglia della povertà nel 1980; oggi parliamo del 42%. Con quale coraggio può sostenere che questo vago concetto di “società senza colori” sia la migliore garanzia per una società priva di razzismo?”</p>
<p align="right">William H. Gray, delegato al congresso per la Pennsylvania. 20 gennaio 1986.</p>
<p align="left">Che cosa è il razzismo inverso? Per logica, se accettiamo la consueta definizione nell’enciclopedia anglosassone come “discriminazione diretta contro un membro di un gruppo etnico dominante o privilegiato,” o la fuorviante traslitterazione della voce inglese su Wikipedia Italia in “razzismo contro i bianchi”, si tratta di un ossimoro senza senso. Se il razzismo è l’abuso sistemico e sistematico di un potere o privilegio basato su principi etnici, si può parlare di pregiudizio, avversione, ma non certo di razzismo quando la “vittima” appartiene allo stesso gruppo dominante.</p>
<p align="justify">In effetti, il termine “razzismo inverso”, che appare negli Stati Uniti per la prima volta nel dibattito pubblico in quel 1865 che sancisce la fine della guerra civile e la formale, quanto fittizia, abolizione della schiavitù, si basa su un contorto assioma: che il contrario del razzismo non sia la sua assenza, una società libera da ogni forma di discriminazione, piuttosto una nuova forma di esso che ribalta la storia e, come nello stile delle più fantasiose teorie complottiste, trasforma i colpevoli in vittime, e viceversa. Ma, ancora più interessante, l’accusa di “razzismo inverso” manifesta una marcata negazione dell’esistenza del razzismo come manifestazione storica e dato di fatto, trasformandone la sua natura in pura rappresentazione retorica, una figura semantica che non esiste al di là del linguaggio politico: ma è la politica uno strumento atto a regolare la realtà in cui viviamo oppure un burlesco strumento di camouflage retorico?</p>
<p align="justify">10 anni prima di Larry Bird, i Celtics si chiamavano Bill Russell. Nel basket, nessuno aveva ed ha mai vinto tanto quanto Bill. Undici dei diciassette stendardi che oggi, anno 2020, pendono dal soffitto della nuova arena dove gioca la franchigia, portano il suo nome. Otto di questi arrivano di fila, dal 1959 al 1966, stabilendo la più lunga serie di titoli consecutivi nella storia degli sport professionisti americani. Nonostante i suoi due metri e otto di muscoli, Russ &#8211; così lo chiamano i compagni &#8211; non si distingue per prestanza fisica tra i giganti della National Basketball Association; non è neppure un’incredibile macchina da canestri, come il suo acerrimo rivale Wilt Chamberlain, che arriva addirittura a segnare 50.4 punti di media nella stagione 1961-1962. Eppure, grazie ad un’intelligenza e leadership fuori dal comune, Russ è considerato il giocatore più influente della storia del basket. L’abilità difensiva, la visione di gioco, l’introduzione della stoppata come arma di difesa e contrattacco, la rivoluzione del ruolo del pivot, il quale diventa, a suon di rimbalzi e schiacciate, il perno tattico attorno a cui si muovono gli altri giocatori, gettano le premesse per quello spettacolare gioco oggi emulato dai ragazzini e le ragazzine di tutto il mondo. Solo un paio di note fanno arricciare le ciglia anche dei più fedeli tifosi dei Celtics: Bill Russell è black, un nero. Per giunta, un nero che crede di poter cambiare il mondo, di poter sconfiggere il razzismo.</p>
<p align="justify">Corre l’anno 1964, che negli annali di storia anti-razzista verrà ricordato per l’assegnazione del nobel per la pace al reverendo Martin Luther King e la ratificazione del Civil Rights Act, ovvero il documento che sancisce l’abolizione della segregazione nelle scuole, negli uffici pubblici, sul posto di lavoro e nella liste elettorali. Boston, nonostante la fama di città liberale, roccaforte di quei Kennedy che hanno fatto dell’appoggio al movimento dei diritti civili il proprio baluardo politico, non è immune dal fenomeno segregazionista. Uno studio rivela che agli studenti afro-americani è consentito frequentare esclusivamente istituti nei quartieri black di South End, Roxbury e Donchester. Nel marzo dello stesso anno il reverendo James Bevel, braccio destro di Martin Luther King, guida una marcia di protesta da Roxbury allo storico parco di Boston Common, nel centro della città. Tra i 10 mila manifestanti, in prima fila, Russ ed il compagno di squadra K.C Jones. Nota a divenire: K.C. Jones sarà il futuro allenatore dei Celtics di Larry Bird dal 1983 al 1988.</p>
<p align="justify">“Non è necessario andare in Alabama per trovare la segregazione,” esclama dal palco il reverendo Bevel. “Basta uscire dalla porta di casa e camminare per le strade della vostra città.”</p>
<p align="justify">La folla applaude, Russ e K.C. si scambiano un’occhiata, poi, di scatto, si voltano a guardare i volti irritati dei giornalisti e poliziotti presenti. Un giovane assistente del Boston Globe chiede al suo principale che cosa abbiano detto. Quello bestemmia, poi sputa a terra: “Shut up kid, stai zitto ragazzino.” Come si permettono questi neri di infangare con l’ accusa di razzismo l’onore di queste coste dove approdarono i &#8211; bianchi &#8211; padri Pellegrini? Come possono offendere l’orgoglio della città in cui per primi un gruppo di patrioti &#8211; ancora bianchi &#8211; diedero il via alla rivoluzione contro la corona inglese? Con quale coraggio si azzardano a macchiare la nobiltà d’animo di questa società che diede i natali alla prima pubblicazione a stampa del romanzo abolizionista più famoso della storia moderna, “La capanna dello zio Tom” della scrittrice &#8211; ovviamente bianca &#8211; Harriett Beecher Stowe?</p>
<p align="justify">“Boston non è razzista”, sbotta una signora paffutella, con un cappellino fiorito, Mrs Louise Day Hicks, che, del Comitato Scolastico cittadino, è la presidentessa: “Al sud sono razzisti, lì esiste la segregazione, non a Boston.”</p>
<p align="justify">Il pensiero della Signora Hicks è basato, per così dire, su un trucchetto semantico: “Segregazione significa separare o dividere. Le scuole di Boston sono integrate, quindi non possono essere segregate.” Chiaro? Assolutamente no, ma nella contorta confusione tra significato e significante, Russel, originario di Monroe, Louisiana, profondo sud, non ci casca: non ha bisogno di nessuna elucubrazione retorica per riconoscere il razzismo e la segregazione. Si tratta di ferite che neppure lo status di super atleta osannato dalle folle hanno cancellato dalla sua vita. Il 17 ottobre 1961 i Celtics sono invitati ad una partita dimostrativa contro i Saint Louis Hawks a Lexington, Kentucky. Quando la squadra si presenta per la colazione presso la hall del Phoenix Hotel, il personale di servizio si rifiuta di servire i giocatori neri. Russel, Sam Jones e Satch Sanders, i tre giocatori afro-americani dei Celtics prendono il primo volo e ritornano a casa, organizzando il primo boicottaggio di una partita nella storia della NBA.</p>
<p align="justify">Casa… non proprio “home sweet home &#8211; casa dolce casa”, rimarca Bill. Ogni volta che i Celtics giocano in trasferta, la facciata dell’abitazione che la famiglia Russell ha affittato a Reading viene imbrattata con la scritta n-: “Una notte tornammo a casa dopo una vacanza di tre giorni,” rammenta Karen, la figlia di Russell, “e la trovammo in soqquadro.” I ladri non si erano limitati a rubare: “Avevano gettato a terra e distrutto i trofei di mio padre, versato birra sui divani e defecato nel letto dei miei genitori.”</p>
<p align="justify">L’abitazione diventa bersaglio quotidiano dei vandali, ma ogni volta è sempre la stessa storia: Bill chiama la polizia e le denunce finiscono nel dimenticatoio. Esasperato, decide di trasferirsi in un nuovo appartamento in un quartiere più sicuro. Il vicinato bianco puntualmente si oppone, protesta: non vogliono una famiglia afroamericana nei paraggi. Nulla di tutto questo appare nei quotidiani dell’epoca: sebbene si tratti dello sportivo più vincente &#8211; ed in quel 1964 più pagato &#8211; dello sport americano, un nero non ha il diritto di lamentarsi per qualche scritta offensiva sulle pareti di casa o per la merda lasciata in segno di disprezzo sopra il proprio letto nuziale.</p>
<p align="justify">Russ non molla: durante un post-partita negli spogliatoi del Garden, al giornalista George Sullivan dell’Herald Traveler che gli chiede come si trovi a Boston, risponde che “è la città più razzista degli Stati Uniti.”</p>
<p align="justify">Sullivan controbatte stizzito: “Non parlare in questo modo, potrei tirarci fuori un pezzo.”</p>
<p align="justify">Russ lo sfida: “Fallo, tanto non lo pubblicherà mai nessuno.”</p>
<p align="justify">Qualche settimana dopo Russ telefona al giornalista. Lo fa dal telefono negli spogliatoi, vuole che tutti gli altri giocatori lo sentano: “I am sorry Mr. Russell, mi dispiace Mr. Russell,” risponde Sullivan dall’altro capo della linea: “L’editore preferisce non pubblicare la storia.”</p>
<p align="justify">Russ ride, fragoroso, con un tono triste che perfora la traiettoria del suo eco: “I knew it, I told you, lo sapevo, te l’avevo detto…,” ripete fino a quando il suono della voce si affievolisce. Intorno, nello spogliatoio, nessuno osa dire nulla.</p>
<p align="justify">L’unico motivo che tiene Russell a Boston è un ebreo bianco, tarchiato, scontroso, e con un enorme Havana tra i denti. Con Russell quest’uomo, che tutti quanti chiamano Red, ha costruito la roccaforte Celtics su un semplicissimo concetto: lasciare fare a Bill ciò che vuole. Se è vero che le fortune di Arnold “Red” Auerbach si basano su un pacchetto di giocatori incredibili, dall’altra la sua gestione manageriale è visionaria: nel 1950 è il primo allenatore di una squadra professionista di basket a selezionare un giocatore afro-americano; nella stagione 1963-64 è anche il primo allenatore a schierare un quintetto di partenza di soli neri. E quando, alla fine della stagione 1966, Red decide di averne fin sopra i capelli di allenare, indovinate a chi decide di lasciare la panchina, nella doppia veste di giocatore ed allenatore? Ovviamente al pupillo Russell, che diventa il primo allenatore afro-americano della storia della NBA. È il 18 aprile del 1966 ed in una sala stampa gremita di giornalisti stizziti dal successo di questo atleta che non sa tacere di fronte alle ingiustizie razziali, una voce dal fondo lancia la domanda trabocchetto: “In quanto allenatore nero, pensi di essere in grado di mantenere parità di giudizio nei confronti dei tuoi giocatori bianchi?” L’accusa di razzismo inverso comincia a prendere forma.</p>
<p align="justify">La segregazione negli istituti educativi pubblici di Boston diventa uno scandalo di dominio nazionale nell’aprile del 1965, quando il nobel per la pace Martin Luther King giunge nella “città sulla collina” per partecipare ad una manifestazione pacifica. Il mese prima un nuovo studio ha rilevato che 55 scuole pubbliche nello stato del Massachusetts, di cui 44 in Boston, sono segregate. 90% degli studenti di colore continuano a frequentare istituti fatiscenti nei quartieri a maggioranza afro-americana. Quando i genitori tentano di iscriverli ad istituti più qualificati, le domande vengono rigettate. Il reverendo King conosce bene la gente che lo ascolta dal palco installato nel parco di Boston Common, tanto quanto il razzismo che tra i palazzi di questa metropoli si nasconde sotto una superficiale parvenza liberale: qui ha infatti studiato, nel triennio 1951-53, presso la Boston Universty, e a Roxbury, uno dei quartieri più segregati, è di casa. Alla locale Twelfth Baptist Church del reverendo Michael Haynes, fratello di Roy Haynes, mitico batterista di Charlie Parker, Martin Luther King ha cominciato il suo cammino pastorale, forgiando quell’inimitabile forza retorica che affonda le radici in un misto di gospel, predicazione, e rivendicazione di diritti umani.</p>
<p align="justify">“È stato proprio su queste sponde che la visione di una nuova nazione, concepita nel segno della libertà, è nata.” Piove sul capo dei 20 mila accorsi ad ascoltare il reverendo. “Ed è proprio da queste sponde che la libertà deve essere preservata.”</p>
<p align="justify">Ed è proprio da queste sponde,” ripete King, “che il cuore e le anime di ogni cittadino debbono preservare il mantenimento di quelle condizioni di giustizia e fratellanza necessarie per salvaguardare i figli del nostro Signore.”</p>
<p align="justify">Il tono sale: “Anche se abbiamo percorso un lungo tratto nella battaglia per trasformare i diritti civili e la fratellanza, il cammino è ancora lungo… non dobbiamo guardare troppo lontano per rendercene conto… basta aprire i giornali, accendere i televisori o volgere lo sguardo alla stessa società in cui viviamo… ci sono ancora così tanti problemi che dimostrano quanto siamo ancora lontani dall’aver raggiunto la terra promessa…”</p>
<p align="justify">Respira: “Ora è tempo di cessare la segregazione nelle scuole pubbliche. I nostri ragazzi e e le nostre ragazze devono poter crescere con delle prospettive. La segregazione debilita i segregati quanto coloro che segregano. È arrivato il momento, di mantenere le promessa della democrazia. È arrivato il momento, ora, di rendere questa fratellanza reale. È arrivato il momento, ora.”</p>
<p align="justify">La scossa data da King produce risultati. Nel giugno del 1965 il tribunale del Massachusetts passa il Racial Imbalacement Act, che non si limita a dichiarare illegale la segregazione nelle scuole, ma punisce gli istituti che non si conformano alle nuove direttive revocandone i fondi statali. Il Comitato Scolastico di Boston, guidato dalla cicciottella Louise Day Hicks, non ci sta. Louise, guanti bianchi ed un vestitino rosa che sembra uscito da un lungometraggio animato Disney, dichiara la legge antidemocratica, antiamericana, e chiama i loro promotori, “agitatori razziali.”</p>
<p align="justify">Il battibecco tra la Hicks e la National Association for the Advancement of Colored People, che continua a denunciare la mancata attuazione della legge, va avanti per un decennio. Quando Russell viene invitato dall’ NAACP a tenere un discorso ai diplomati della Black Junior High School a Roxbury, la Hicks è in mezzo al pubblico. Non le manca certo il coraggio. “Certi membri del consiglio comunale,” denuncia Russell dal palco, “ignorano gli interessi della comunità afro-americana, e ci si aspetta che noi non rispondiamo. Qui, a Roxbury, si cova un fuoco che il comitato scolastico si rifiuta di riconoscere, e questo fuoco che sta consumando Roxbury, finirà per consumare l’intera Boston.”</p>
<p align="justify">Il fuoco esplode nel 1974, nove anni dopo l’emanazione del Racial Imbalance Act. Il giudice Arthur Garrity scopre che esiste ancora un ricorrente pattern di discriminazione razziale ed impone un piano di ridistribuzione etnica nelle scuole di Boston. Il metodo adottato da Garrity è noto con il termine di “busing”: gli studenti vengono ridistribuiti nei vari istituti attraverso un sistema di bus. Per esempio, un’intera classe della predominantemente bianca South Boston High School viene ricollocata presso la Roxbury High School, e viceversa. La Hicks , in tutta risposta, crea il ROAR, Restore Our Alienated Rights (Restaurare i nostri diritti alienati), un movimento di protesta che fa del ribaltamento semantico la propria arma di punta: “I diritti civili dei neri hanno cancellato i nostri diritti civili di bianchi, ridateceli.”</p>
<p align="justify">È facile comprendere i motivi del successo della Hicks, che diventa l’eroina delle famiglie bianche del nord: imporre, per legge, che i bambini debbano frequentare determinate scuole, spesso lontane dall’abitazione, in una società che ha fatto della libertà individuale il principio fondatore, appare contraddittorio. La controversia permette alla Hicks di difendersi dalle accuse di razzismo di fronte alla platea bianca ed ai media che la sostengono, ma basterebbe un poco di innocente malizia per realizzare che se la legge deve imporre la convivenza tra studenti bianchi e neri, esiste un problema a priori che continua ad essere ignorato. Se poi la protesta contro il busing e la de-segregazione delle scuole si trasforma in sistematica violenza contro la comunità afro-americana, allora il razzismo non è un fenomeno poi così fittizio su queste sponde dell&#8217;Atlantico.</p>
<p align="justify">Il 25 settembre del 1974 lo studente Jean-Louis Andre Yvon fa appena tempo ad uscire dal bus che lo ha trasportato alla sua nuova scuola nel quartiere di South Boston, a predominanza irlandese ed italiana, quando un centinaio di adulti bianchi lo insegue e picchia brutalmente. A Roslindale High tre pullman che trasportano studenti afro-americani vengono bloccati dai residenti e costretti a ritornare indietro. Il primo ottobre una bomba molotov è lanciata alla finestra di Gladys Carnes, un afro americano che vive ad East Boston. All’inizio dell’anno scolastico 1974, il 50% degli studenti bianchi si rifiuta di presentarsi in classe. Una folla di circa trecento ragazzini bianchi attende i pullman dei coetanei neri fuori dalla South Boston High School: appena le vetture approcciano il parcheggio di fronte alla scuola, vengono prese a sassate.</p>
<p align="justify">Il clima è rovente, gli episodi violenti si susseguono senza sosta: all’inizio dell’anno scolastico 1975 i bus che conducono gli studenti neri continuano ad essere fermati, bersagliati da mattoni, mentre la folla si accanisce esibendo cartelli raffiguranti scimpanzé, sputando ai finestrini ed urlando ai bambini tra i 6 ed i 14 anni asserragliati dentro gli autobus, “go home n- , andata a casa, n-!” Un anonimo, in segno di protesta contro il senatore Kennedy, che sostiene l’iniziativa del giudice Garrity, lancia una molotov nella casa natale del presidente John Kennedy ed imbratta il marciapiede di fronte con la scritta “Bus Teddy”. Qualcuno suggerisce che dietro la violenza ci sia la mano della pericolosa mafia irlandese. La Hicks nega, si tratta solo di sporadici episodi dovuti al clima di esasperazione causato dalla legge anti-segregazione.</p>
<p align="justify">Il 5 aprile del 1976 la focosa Louise, che ora ha fatto carriera, e siede sulla poltrona della presidenza del consiglio municipale, invita un gruppo di giovani ragazzi della South Boston e Charleston High School. Li abbraccia uno per uno, commossa: “Come si può biasimare le proteste di queste innocenti vittime del razzismo inverso che mina i principi basilari della nostra amata democrazia?” Finito il cerimoniale, i giovanotti escono dall’edificio. Da lontano vedono un afroamericano che viene incontro di fretta. È un giovane avvocato, si chiama Theodore Landsmark, ed è semplicemente in ritardo. Di certo non è in cerca rogne, men che meno con questo gruppo di sconosciuti. Non il contrario. Un paio lo afferrano e buttano a terra. Un cazzotto gli spacca il setto nasale. Joseph Rakes, un teenager della South Boston High School, lo infilza, senza alcun motivo, con l’asta di una bandiera americana. La foto che ritrae l’istante, scattata da Stanley Forman del Boston Herald Tribute, è nota con il titolo di “The Soiling of the Old Glory”, il fango della vecchia gloria.</p>
<p align="justify">Onere non onorevole della cronaca: il fratello di Joseph Rakes, Stephen, risulterà poi essere associato al leggendario gangster James “Whitey” Bulger, che per trent&#8217;anni, tra i Settanta e la fine dei Novanta, controlla, nel doppio ruolo di criminale e collaboratore FBI, l’underground criminale di Boston. Le gesta di Whitey sono narrate nei film “Departed” di Michael Scorsese &#8211; con Jack Nicholson, Leonardo di Caprio, e Matt Damon -, e “Black Mass”, di Scott Cooper, con Johnny Depp. Quando infine catturato, nel 2011, dopo sedici anni di latitanza, Whitey confesserà di essere stato lui in persona a tirare la molotov nell’abitazione dei Kennedy.</p>
<p align="justify">Sebbene ridotto drasticamente nel 2013, il sistema di bus del giudice Garrity è tutt’oggi, anno 2020, ancora in servizio. La segregazione non è affatto scomparsa, ha semplicemente cambiato casa: le famiglie bianche si sono spostate fuori dall’area metropolitana in modo da evitare le zone soggette alla legge. E se nell’intero Stato del Massachusetts, di cui Boston è la capitale, il 60% degli studenti delle scuole pubbliche è bianco, nella “città sulla collina” l’81% è afro-americano, latino, o asiatico.</p>
<p align="justify">Come dire, il razzismo non esiste. O, per lo meno, l’importante è non nominarlo.</p>
<p><em>[parte 3 di 4 &#8211; segue </em><em>]  </em><em></em><em>Leggi tutte le 4 parti:<br />
</em></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (1/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (2/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/13/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-3-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (3/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/20/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-4-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (4/4)</a></p>
<p><em>immagine via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fist.png" target="_blank" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (2/4)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[black lives matter]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo valsecchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Riccardo Valsecchi &#8211; @inoutwards [parte 2 di 4 &#8211; leggi la parte 1] ZEKE THE FREAK Quando nell’estate del 1979 il mitico Bobby Knight, dalla cui corte Bird era fuggito qualche anno prima, si presenta a casa Thomas, mamma Mary non sta più nella pelle. Da settimane riceve decine di lettere anonime che accusano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Valsecchi</strong> &#8211; @inoutwards</p>
<p><em>[parte 2 di 4</em><em> &#8211; leggi la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">parte 1</a>]</em></p>
<ol start="4">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">ZEKE THE FREAK</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Quando nell’estate del 1979 il mitico Bobby Knight, dalla cui corte Bird era fuggito qualche anno prima, si presenta a casa Thomas, mamma Mary non sta più nella pelle. Da settimane riceve decine di lettere anonime che accusano Knight di picchiare i suoi giocatori. Accuse verosimili, che venti anni dopo indurranno il rettore dell&#8217;Università dell’Indiana a bandire dal campus uno degli allenatori più vincenti della storia della pallacanestro universitaria. Black Pride? Orgoglio nero? Mettetevi nei panni di mamma Mary. L’unico uomo, Fred Hampton, che le aveva dato una speranza di cambiamento, era stato ucciso dal governo. I figli più grandi sono ormai proprietà delle gang; chi spaccia, chi si fa di eroina, chi sta in carcere. Quel bianco, Bobby Knight, rappresenta la sola possibilità di salvezza per il più piccolo dei suoi figli. L’unica clausola che mamma Mary pone è che Isiah debba avere una borsa per studiare legge. Se dovesse fallire nello sport, con una laurea in legge potrà aiutare almeno la sua gente. È una giornata drammatica. Lord Henry, Gregory e Larry, i maggiori dei sette maschi Thomas, circondano Knight appena mette piede in casa, lo insultano. Ci vuole tutto l’amore di mamma Mary per evitare che se ne vada immediatamente. Ed anche la consapevolezza di Knight che un talento come quello di Isiah non si butta via per un paio di offese provenienti dalla bocca di tre sbandati. Seguono due lunghi anni in cui il controverso coach si vendica del trattamento subito con parolacce, punizioni esemplari e minacce, ma ciò che non può fare è togliere Isiah dal campetto da basket. Il ragazzino sopporta tutto, lavora duro, più di chiunque altro. Da matricola è eletto giocatore dell’anno, l’anno successivo vince il torneo nazionale universitario ed il trofeo come miglior giocatore della competizione. Zeke, come lo chiamano i tifosi degli Hoosiers &#8211; così si definiscono i giocatori di basket dell’Indiana University -, ispirati dalla famosa canzone “Zeke The Freak” di Isaac Hayes, è pronto per la NBA. La stagione successiva viene selezionato dai Detroit Pistons e diventa a tutti gli effetti un giocatore professionista.</p>
<p align="justify">Non tutti sono convinti delle potenzialità del giovane playmaker. È alto solo 185 cm, la prestanza fisica non è certo la sua migliore caratteristica, chissà se l&#8217;abilità palla in mano e la velocità possano bastare a farlo sopravvivere in mezzo a questi giganteschi energumeni di due metri e passa! Basta una sola partita per sfatare ogni dubbio. Il 30 ottobre del 1981, data comunemente celebrata negli Stati Uniti come “the Devil’s Night”, la notte del diavolo, un giovanissimo demone con un sorriso da chierichetto fa il suo esordio nel basket professionistico: 31 punti ed 11 assist marcano la seconda prestazione di sempre per un debuttante.</p>
<p align="justify">Fin da quella notte del diavolo, è chiaro che Thomas non è Magic e Bird. Prima di tutto, i Detroit Pistons non sono i Lakers o i Celtics, le due franchigie più celebrate della lega: non hanno mai vinto nulla, vengono da un decennio catastrofico con una media di cambio allenatore ogni sei mesi. Magic e Bird sono inoltre speculari: entrambi oltre i due metri, sono i prototipi dei cestisti totali, capaci di giocare in ogni posizione. Al contrario, Thomas è un regista puro, un playmaker, un maestro nell’orchestrare il gioco della propria squadra, ma ha bisogno di compagni sotto canestro in grado di raccogliere rimbalzi e finalizzare i suoi brillanti passaggi. I Lakers, dalla loro, hanno, oltre a Magic, all stars quali Kareem Abdul Jabbar, Bob McAdoo &#8211; che qualche anno dopo approderà in Italia alla Tracer Milano -, Michael Cooper, James Worthy; i Celtics invece, oltre a Bird, esibiscono Danny Ainge, Kevin McHale, Robert Parish, Bill Walton, tutti giocatori &#8211; bianchi, ad eccezione di Parish &#8211; diventati leggendari negli anni a venire. Ad accogliere Isiah, a Detroit, c&#8217;è solo un anonimo bianco con la pancetta di nome Bill Laimbeer, più famoso per le risse in campo che per le qualità sportive. Bill ed Isiah diventano inseparabili. Mentre il primo forgia quel gioco aggressivo e cattivo che diventerà il marchio di fabbrica della squadra, il secondo si prende beffa degli avversari con una velocità d’esecuzione incredibile ed un ritmo forsennato: è l’embrione di quella squadra passata alla storia con l’etichetta di Bad Boys. Ma ci vorrà ancora qualche anno, e l’innesto di qualche altro talento, prima che la sola ombra di questi cattivi ragazzi faccia tremare gli avversari.</p>
<p align="justify">Isiah, le cui abilità ora sono fuori dubbio dopo avere trascinato la squadra, nella prima stagione, ad un totale di vittorie maggiore della somma delle due annate precedenti, è legato, sin dai tempi del college, da una profonda amicizia con Magic Johnson. Insieme con un altro giocatore esplosivo, Mark Aguirre, che si unirà ai Pistons di Thomas sul finire della decade, si fanno chiamare i “ghetto boys”. I tre trascorrono l’estate in tour con i leggendari Jackson Five, ammirano da dietro il palco il perfezionismo di Michael Jackson, si allenano insieme nel campetto che Magic ha fatto costruire nella sua nuova residenza di Bel Air. Tuttavia, pur essendo entrambi afro-americani, Magic è molto diverso da Isiah. Anche se non si possono definire agiati, i Johnson sono lavoratori impeccabili, non hanno mai fatto mancare il cibo o l’affetto ai propri figli. In più, Magic, sorriso largo, sguardo amabile, una sicurezza incredibile, ha il dono di trasformare tutto ciò che tocca in oro. Partita sei della serie finale 1980. Kareem Abdul Jabbar, allora il giocatore più forte dei Lakers e dell’intera lega &#8211; per molti, dell’intera storia del basket &#8211; è infortunato, non può giocare. La squadra si appresta a salire sull’aereo che li condurrà a Philadelphia per sfidare i Philadelphia 76ers di Doctor J, Julius Erving, che in quegli anni si contende con Kareem lo scettro del migliore. L’atmosfera è lugubre, è una sconfitta annunciata. La matricola Earvin è l’ultima a salire. Prende il posto di Kareem, lasciato vuoto in segno di reverenza. Si gira verso i compagni che lo fissano increduli dell’arroganza di questo ragazzino, sorriso smagliante: “Hey guys, never fear because Magic is here! &#8211; Hey ragazzi, nessuna paura, c’è qui Magic!” Risultato: Magic realizza 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assists; i Lakers vincono la partita ed il titolo, Magic è eletto miglior giocatore delle finali, per la prima ed unica volta assegnato ad una matricola.</p>
<p align="justify">Isiah non possiede lo stesso tipo di confidenza. La sua sicurezza è quella dell’acrobata sospeso su un filo tra due grattacieli: non credere di essere in grado di arrivare dall’altra parte significa morire. Certo, è un ragazzino prodigio, che i media descrivono come “innocente, diabolico, sarcastico e fuori di testa”, ma ciò che si porta dentro è la sofferenza e le frustrazioni che ha dovuto ignorare per guadagnarsi il rispetto. Velocità ed acrobazie palla in mano sono sempre stati gli unici ingredienti su cui poter contare per ovviare alla statura minuta ed alle botte degli avversari; perdere significa soccombere in mezzo alla violenza che da sempre lo circonda. Ma proprio per questo, quando approda nella NBA, lui, figlio di una Black Panther, prodotto dei ghetti, che ha conosciuto la fame ed il razzismo della società americana, rompe quell’equilibrio da favola instaurato dalla premiata ditta Magic-Bird. In Isiah Thomas, l’America rivede l’ombra della disparità sociale, della discriminazione istituzionale, dei soprusi della polizia, della segregazione che, 20 anni dopo la lotta per i diritti civili, ancora ghettizza ed affligge la comunità afro-americana. Una diseguaglianza che a Detroit, non sulle colline holliwoodiane che fanno da sfondo al Forum dove giocano i Los Angeles Lakers, non nella bianca e collegiale Boston, conoscono molto bene.</p>
<ol start="5">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">IL PRIVILEGIO BIANCO</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Tempo: una lunghissima estate del 1987. Luogo: periferia di Boston. Una donna, bianca, si trova seduta nel proprio studio. È assorta, di fronte una macchina da scrivere. I caratteri si susseguono uno dopo l’altro, l’esposizione è semplice ed efficace, sembra quasi incredibile che nessun bianco ci sia mai arrivato prima. Peggy McIntosh, questo è il nome della donna, è una ricercatrice presso il Wellesley Center for Women e si occupa di discriminazione di genere. Zoomiamo sulla pagina che pende dal rollo della macchina e leggiamo il titolo scritto a lettere maiuscole: “White Privilege: Unpacking the invisible Knapsack”. (Privilegio bianco: disfare il bagaglio invisibile.)</p>
<p align="justify">“Nello sforzo di raccogliere materiale di studio sulle donne, ho spesso notato la riluttanza dei maschi ad ammettere di godere di maggiori privilegi, anche quando sono in grado di ammettere che le donne siano spesso svantaggiate. Queste ritrattazioni, che appaiono nella forma di tabù, sono caratteristiche nei discorsi che riguardano i vantaggi che gli uomini ottengono dagli svantaggi delle donne. Lo stesso atteggiamento negazionista è il muro di protezione che evita che i privilegi dei maschi siano riconosciuti, attenuati, oppure, una volta per tutte, cessati. Ragionando su questo non riconosciuto privilegio maschile come fenomeno, ho realizzato che, dal momento che le gerarchie nella nostra società sono interconnesse, potrebbe esserci un fenomeno denominato privilegio bianco che viene similmente negato e protetto. In quanto persona bianca, ho realizzato di essere stata educata a considerare il razzismo come una qualche entità indefinita che pone altri in svantaggio, ma nessuno mi ha insegnato a vedere uno dei suoi aspetti corollari, il privilegio bianco, che pone me stessa in una posizione di vantaggio, di privilegio. Questo stesso atteggiamento negazionista è il muro di protezione che evita che i privilegi dei bianchi siano riconosciuti, attenuati, oppure, una volta per tutte, eliminati.”</p>
<p align="justify">La Stampa, 6 agosto 1967: “La rivolta n- di Detroit ha scosso più di ogni altra l’opinione americana, poiché Detroit era una città modello. Il sindaco Cavanagh era stato forse il più coraggioso amministratore d&#8217;America: grandi investimenti per la gente degli slum (bassifondi), molte scuole, una polizia moderata. La sua United Automobile Worker, a sua volta, aveva fatto in Detroit più che qualsiasi sindacato della storia americana per distribuire impieghi senza discriminazioni razziali. Detroit &#8211; si diceva &#8211; è la migliore città del mondo per la gente di colore.” Firmato, Alberto Ronchey, futuro ministro italiano per i beni culturali ed ambientali dal 1992 al 1994.</p>
<p align="justify">All’inizio del XX secolo la modesta città di Detroit si trasforma nella capitale mondiale dell’automobile. Qui stabiliscono i propri quartieri generali le “Big Three”: Ford, General Motors e Chryslers. La necessità di operai favorisce un incredibile flusso migratorio, soprattutto di afro-americani in fuga dagli Stati del Sud, dove ancora vige la segregazione razziale. Detroit passa da 285.000 abitanti nel censo del 1900 ad un milione e 600.000 del 1930. All’inizio degli anni Cinquanta, la città è considerata la mecca dell’economia americana. Non per gli afro-americani. Fin dall’inizio del flusso migratorio, la popolazione bianca fa scudo boicottando l’affitto o la vendita di case. Un sistema semplice ed antico: quando un afro-americano si presenta per vedere un appartamento, il prezzo triplica o quadruplica. Se riesce ad avere la casa, allora si comincia tirando i sassi alle finestre, poi si passa ai pestaggi per strada, e, se proprio non basta, gli si brucia la proprietà. A supportare la causa, il facoltoso Ku Klux Klan locale. Nonostante le difficoltà, la comunità afro-americana riesce a stringersi attorno ai quartieri di Black Bottom e Paradise Valley, dove sviluppa una vivace, variegata ed intraprendente vita sociale ed economica. Paradise Valley ospita alcuni dei più famosi night club del Paese; qui si esibiscono regolarmente Billie Holiday, Sam Cooke, Ella Fitzgerald, Duke Ellington e Count Basie. Ma non solo. La prosperità di questo piccolo miracolo afro-americano conta su ospedali, farmacie, studi professionali, scuole, alberghi di lusso famosi in tutto il mondo, come il Gotham Hotel, il primo hotel stellato gestito e dedicato a clientela afro-americana. In una piccola chiesa in fondo ad Hastings Street c’è poi un reverendo con una voce portentosa i cui sermoni, in un misto di recitativo e canto, accusano la discriminazione contro i neri da parte del potente sindacato automobilistico cittadino: si tratta del reverendo Clarence Franklin, e se avete la pazienza di aspettare la fine del sermone &#8211; tra quelli oggi raccolti in formato audio presso la Libreria del Congresso Americano -, potrete udire il gospel intonato dalla magnifica e sensuale voce di sua figlia, Aretha Franklin, la futura regina della soul music. Qui intorno, tra i tombini di Black Bottom, si dice che sia nato quel suono a metà tra gospel e pop che conquisterà le discoteche di tutto il mondo grazie ad una etichetta indipendente che ha sede in West Grand Boulevard, la Motown. Creata nel 1959 da un geniale produttore afro-americano, Berry Goddy, l’etichetta in pochi anni produce locali artisti quali Diana Ross, the Supremes, Stevie Wonder, the Temptations, Marvin Gaye, the Marvelettes, e molti altri ancora.</p>
<p align="justify">Mother, mother</p>
<p align="justify">There&#8217;s too many of you crying</p>
<p align="justify">Brother, brother, brother</p>
<p align="justify">There&#8217;s far too many of you dying</p>
<p align="justify">You know we&#8217;ve got to find a way</p>
<p align="justify">To bring some lovin&#8217; here today, eh eh</p>
<p align="justify">(Madre, madre</p>
<p align="justify">Ci sono troppe di voi che piangono</p>
<p align="justify">Fratello, fratello, fratello,</p>
<p align="justify">Ci sono troppi di voi che muoiono</p>
<p align="justify">Sai che dobbiamo trovare il modo</p>
<p align="justify">Per portare un po di amore qui oggi…)</p>
<p align="justify">In un certo senso, Alberto Ronchey ha ragione. A vederla da fuori, da bianco, che non ha mai ragionato o fatto caso ai propri privilegi, la città doveva sembrare un’isola felice per gli afro-americani, o per lo meno per una sparuta parte di loro. Ma allora perché Rosa Parks, la leggendaria attivista che, con il suo boicottaggio degli autobus segregazionisti di Montgomery nel 1955, aveva dato il via alla stagione della lotta per i diritti civili, trasferitasi a Detroit nel 1957, descrive la città come l’ultimo avamposto del Sud ultra-razzista?</p>
<p align="justify">Alla fine degli anni ‘50, le Big Three sono in crisi: dopo decenni di dominio del settore, registrano per la prima volta una diminuzione di vendite a discapito dell’emergente industria automobilistica europea ed asiatica. Gli amministratori decidono di spostare la produzione nel Sud degli Stati Uniti, in Canada e Messico, di chiudere gli impianti nell’area urbana e di trasferirli in periferia. 150 mila persone perdono il posto di lavoro. Non è certo la popolazione bianca la più colpita: la percentuale di disoccupazione tra gli afro-americani sale al 15.9%, nel resto della popolazione si attesta intorno al 6%. Il sindaco Cavanagh ha, inoltre, un piano preciso per evitare la fuga della popolazione bianca dalla città: la giunta comunale ordina un’ispezione di Black Bottom e Paradise Valley, fa classificare l’area come degradata &#8211; &#8220;slums”, come li chiama Ronchey, per intenderci -, ed in virtù di un decreto governativo che permette la sostituzione di aree impoverite con progetti autostradali, procede alla demolizione dell’intera zona ed alla sostituzione con aree residenziali con entrate ed uscite preferenziali sull’autostrada che conduce direttamente ai 25 nuovi stabilimenti aperti in periferia. Alla fine del 1964, 2800 sono gli edifici spazzati via nei quartieri di Black Bottom e Paradise Valley. Uno dei primi è il Gotham, che viene chiuso dopo una retata della polizia. Parte restante dell’area viene trasformata nel moderno e facoltoso Lafayette Park Residence. I mutui per i nuovissimi appartamenti vengono assegnati in base alla classificazione del quartiere residenziale di provenienza: la comunità afro-americana, che aveva popolato queste strade fino a qualche giorno prima, viene quindi relegata in palazzine-ghetto, i famosi “projects”, a nord, lungo la 12esima strada.</p>
<ol start="6">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">VIOLENZA AL CONTRARIO</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">È il 14 febbraio 1965 ed un uomo alto, con lo sguardo stanco, sale sul palco del Ford Auditorium. L’uomo è cresciuto non molto lontano da qui, a Lansing. Suo padre, Earl Little, è stato ucciso dai militanti della Black Legion, un gruppo suprematista bianco, quando aveva solo 6 anni. Quell’esperienza traumatica ha contribuito a renderlo l’uomo che è ora, e che il mondo intero conosce come Malcolm X. Indossa una giacca stropicciata: “Innanzitutto vorrei chiarire di essere molto felice di essere qui, questa sera, a Detroit.” Non si tratta di nostalgia. “Ieri sera mi trovavo in una casa, la mia casa, ad Harlem, New York, quando è stata fatta saltare con dell’esplosivo. Questa roba che indosso è l’unica che ho potuto tirare assieme prima di mettermi in salvo.”</p>
<p align="justify">Malcolm è appena tornato dall’Africa e dal Medio Oriente, dove ha conosciuto un mondo diverso da quello in cui è cresciuto: “In Asia, o nei Paesi Arabi, oppure in Africa, se trovate qualcuno che asserisce di essere bianco, tutto ciò che sta facendo è usare un aggettivo per descrivere qualche cosa che è accidentale, una caratteristica casuale; niente altro, è semplicemente bianco. Ma quando vi confrontate con l’uomo bianco qui in America, e vi rinfaccia di essere bianco, egli intende qualche cosa d’altro. Potete sentire il suono della sua voce: quando asserisce di essere bianco, intende dire che è il capo. (&#8230;) Ora, la stampa, in risposta alla nostra auto-difesa contro una società ed un governo che ci opprime, ci chiama razzisti e persone con un’attitudine alla “violenza al contrario.” Questo è il modo in cui si prendono gioco di voi. Vi fanno credere che se provate a fermare il Ku Klux Klan dal linciarvi, allora praticate una sorta di “violenza al contrario”. Pensateci bene: ho sentito parecchi di voi spappagallare ciò che l’uomo bianco vi ha detto. Vi ho sentito ripetere, “non voglio essere una sorta di Klux Klan al contrario.” Vedete, l’uomo bianco sta usando uno dei suoi trucchi su di voi. E, nel frattempo, senza che ve ne accorgiate, continua ad indossare la divisa del Ku Klux Klan ed a scorrazzare per la campagna spaventando i neri. Ora, io vi dico, è arrivato il momento per la gente nera di riunirsi ed organizzare quel tipo di azione, quella unità, che è necessaria per strappare il cappuccio bianco da questi individui! Solo così la smetteranno di spaventare la gente nera. Badate, è proprio questo quello che vi sto dicendo ora. Ma quando noi sosteniamo questi concetti, la stampa ci chiama “razzisti al contrario.”</p>
<p align="justify">Annotazione storica, questo è l’ultimo discorso pubblico di Malcolm X; 21 proiettili gli perforeranno il petto una settimana dopo, il 21 febbraio 1965, presso l’Audubon Ballroom di Harlem, New York.</p>
<p align="justify">La Stampa, 24-25 luglio 1967: “Una rivolta di n- di straordinaria violenza è scoppiata a Detroit (nel Michigan), la quinta città in ordine d’importanza qui negli Stati Uniti, con oltre due milioni di abitanti, di cui il 30% di colore. Incendi, devastazioni, saccheggi e violenze di ogni genere sono continuati fino a questa sera. (&#8230;) Poliziotti e soldati hanno arrestato più di milleduecento persone. La lotta più dura è quella contro i cecchini n- appostati sui tetti delle case. (&#8230;) Il governatore del Michigan George Romney ha telegrafato al presidente Johnson sollecitando l’invio di truppe federali.”</p>
<p align="justify">Annotate, “cecchini n-”, ne sentiremo parlare più avanti.</p>
<p align="justify">Non è ancora sorto il sole quando, la domenica mattina del 23 luglio 1967, in un locale sulla 12esima strada, si sta festeggiando il ritorno a casa di due reduci della guerra del Vietnam. La polizia irrompe ed arresta tutti gli 82 afro-americani presenti. Fuori dal locale montano le proteste. Quando i poliziotti cominciano a caricare gli arrestati sulle camionette, comincia a volare di tutto; lattine, sassi, sedie. Dall’altra parte della strada vengono incendiati due cassonetti. Le forze dell’ordine circondano il quartiere, ma alcuni residenti riescono a sfondare il blocco. Le proteste si espandono a macchia d’olio per tutta la città.</p>
<p align="justify">Il secondo giorno della rivolta, Isiah McKinnon, uno dei 40 afro-americani tra i 4000 poliziotti in servizio a Detroit, sta tornando a casa dopo 16 ore di pattugliamento per le strade. Ha ancora la divisa addosso. Lo ferma una pattuglia di colleghi bianchi: “Where are you going, n-? Dove stai andando, n-?” gli urla il collega. McKinnon fa vedere il distintivo, pensa ad uno scherzo. L’ufficiale gli punta la pistola in faccia, a denti stretti: “Questa notte morirai, n-!” Sta per premere il grilletto, McKinnon d’istinto si getta in macchina, aziona il motore d’accensione, sgomma via, mentre i “colleghi” gli sparano addosso. Appena arrivato a casa, chiama il proprio superiore, che lo esorta ad andare a letto, di dormirci sopra: nessun provvedimento verrà mai presa contro i responsabili.</p>
<p align="justify">Corriere d’Informazione (sussidiario del Corriere della Sera), 28 luglio 1967. “Difficilmente la rivolta si acquieterà con la fine dell’estate. Il “POTERE NERO”, secondo alcuni osservatori, sognerebbe una guerra civile, lunga e disperata, senza esclusione di colpi. I leaders dell’ESTREMISMO N-, che PREDICANO L’ODIO E LA CACCIA AL BIANCO, coverebbero un piano che prevede il crollo dell’economia e delle attività del “potere bianco”, e la creazione di una società di 22 milioni di N-, separata dal resto della nazione americana, anzi in lotta con essa.(…) L’opinione mondiale è profondamente turbata per gli eccessi che sconvolgono l’America e guarda ai giorni ed alle notti dell’ira di Detroit, di Chicago, di Nuova York, con la convinzione che il problema riguarda tutti coloro che si preoccupano per un avvenire ORDINATO e GIUSTO dell’umanità, di CONVIVENZA LEALE fra i popoli e le razze. Addolora che una prova tanto amara divida sanguinosamente una grande nazione come quella americana, che ha un così vivo e concreto sentimento della libertà.”</p>
<p align="justify">Nel distretto di Virginia Park, la sera del 25 luglio, alcuni poliziotti e militari sentono degli spari provenire dal vicino hotel Algeri, di proprietà dei due afro-americani Sam Gant e McUrant Pye. L’hotel si trova a due passi dall’allora quartiere della General Motors ed è spesso frequentato dall’esecutivo e dai clienti dell’azienda. I militari credono che si tratti di “CECCHINI N-”; circondano l’hotel, notano delle ombre ad una finestra. All’interno i pochi ospiti rimasti, dieci afro-americani e due donne bianche, rifugiati nell’hotel in attesa della fine delle proteste, stanno ascoltando della musica. Motown music, ovviamente. Larry Reed, 19 anni, e Roderick Davis, 21 anni, sono membri della leggendaria band The Dramatics, che proprio all&#8217;Algeri si è esibita qualche sera prima. Fred Temple, 18 anni, fa parte dell’entourage del gruppo.</p>
<p align="justify">“I wanna go outside in the rain</p>
<p align="justify">It may sound crazy</p>
<p align="justify">but I wanna go outside in the rain.</p>
<p align="justify">Once the rain starts fallin’</p>
<p align="justify">On my face</p>
<p align="justify">You won&#8217;t see</p>
<p align="justify">A single trace”</p>
<p align="justify">(Voglio uscire sotto la pioggia</p>
<p align="justify">Ti sembrerà stupido</p>
<p align="justify">Ma voglio uscire sotto la pioggia.</p>
<p align="justify">Quando la pioggia comincerà a cadere,</p>
<p align="justify">Sulla mia faccia,</p>
<p align="justify">Non vedrai più</p>
<p align="justify">Alcuna traccia.)</p>
<p align="justify">I militari sparano alla finestra, poi, in coordinamento con la polizia, fanno irruzione nell’albergo. Carl Cooper, 17 anni, è freddato sul colpo. Legittima difesa. Il resto degli occupanti viene radunato al primo piano, messo in fila e preso a calci e pugni, a turno, da ogni militare e poliziotto presente. Alle due donne bianche, Juli Hysell e Karen Malloy, 18 anni, vengono strappati i vestiti di dosso ed apostrofate come “niggers lovers, amanti di n-.” Ai prigionieri maschi viene ordinato di mettersi in ginocchio, un coltello è appoggiato sul pavimento di fronte e vengono indotti ad afferrarlo, così possono essere uccisi per legittima difesa. Non è ben chiaro ciò che avviene poi. Aubrey Pollard, 19 anni, viene portato nella camera A-3 ed ucciso dall’agente Rodney August. Legittima Difesa. Stessa sorte per Fred Temple, ucciso dall’agente Robert Paille. Legittima difesa. I prigionieri rimasti vengono liberati con la promessa che se faranno ritorno verranno freddati con un proiettile in testa. Poi anche gli ufficiali se ne vanno, senza fare alcun rapporto sull’accaduto. I cadaveri vengono scoperti due giorni dopo per caso.</p>
<p align="justify">Il 28 luglio la rivolta è sedata: il conto è di 43 morti, di cui 33 afro-americani, 7000 persone arrestate, 1000 edifici bruciati.</p>
<p align="justify"><em>[parte 2 di 4 &#8211; segue]   </em><em></em><em>Leggi tutte le 4 parti:<br />
</em></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (1/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (2/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/13/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-3-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (3/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/20/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-4-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (4/4)</a></p>
<p align="justify"><em>immagine via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fist.png" target="_blank" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (1/4)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Dec 2020 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[black lives matter]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo valsecchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=87398</guid>

					<description><![CDATA[di Riccardo Valsecchi &#8211; @inoutwards “Dal momento che l’uomo bianco, il vostro “amico”, vi ha privato del vostro linguaggio sin dai tempi della schiavitù, l’unico linguaggio che conoscete è il suo linguaggio. Intendo, il linguaggio del vostro “amico”. Infatti invocate Dio con lo stesso termine con cui anch’egli lo invoca. Sicché, quando il bianco vi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Riccardo Valsecchi</strong> &#8211; @inoutwards</p>
<p align="justify">“Dal momento che l’uomo bianco, il vostro “amico”, vi ha privato del vostro linguaggio sin dai tempi della schiavitù, l’unico linguaggio che conoscete è il suo linguaggio. Intendo, il linguaggio del vostro “amico”. Infatti invocate Dio con lo stesso termine con cui anch’egli lo invoca. Sicché, quando il bianco vi mette il cappio al collo, voi implorate Dio, ed anch’egli implora lo stesso Dio. Provate ad immaginare perché quello che implorate voi non risponde mai.”</p>
<p align="right">Malcolm X, 14 febbraio 1965, Detroit, Michigan.</p>
<ol>
<li>
<p lang="en-US" align="justify">LE PRIME LUCI DELL’ALBA</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Boston, Massachusetts. 29 maggio 1987. Una caldissima ed afosa giornata risplende tra i palazzi moderni che si affacciano sul porto vecchio. A pochi minuti di distanza, dentro l’edificio che qui chiamano semplicemente Garden, costruito ad immagine e somiglianza del Madison Square Garden di New York, è una bolgia infernale. Dall’alto, sopra le teste dei giocatori, sfilano i 16 stendardi con trifoglio irlandese che ricordano gli altrettanti titoli nazionali vinti dalla squadra di casa, i campioni in carica dei Boston Celtics. Ad introdurre l’entrata degli avversari solo i buu della folla inferocita. Non è affatto una sorpresa. Si tratta dei Detroit Pistons, aka Bad boys, la franchigia più odiata della lega, che si è fatta strada fino alla finale della East Conference a suon di falli, risse, multe ed una difesa dura, rocciosa, cattiva.</p>
<p align="justify">Silenzio. Dagli altoparlanti si diffonde nell’arena l’inno americano:</p>
<p align="justify">“O say can you see, by the dawn’s early light,</p>
<p align="justify">What so proudly we hail’d at the twilight’s last gleaming?”</p>
<p align="justify">(Di&#8217;, puoi vedere alle prime luci dell&#8217;alba</p>
<p align="justify">ciò che abbiamo salutato fieri all&#8217;ultimo raggio del crepuscolo?)</p>
<p align="justify">Il crepuscolo. Chissà che cosa passa per la testa al mingherlino, nella pallacanestro dei giganti, Isiah Thomas. Sarà questa partita la fine di tutte le frustrazioni e l’inizio di una nuova alba? La mente torna indietro nel tempo, una notte d’estate del 1966.</p>
<p align="justify">West Side, il quartiere più povero e decadente di Chicago. La famiglia Thomas vive al primo piano di un edificio in Congress Street, proprio dirimpetto alla superstrada. Papà Isiah Senior se ne è andato da tempo; mamma Mary si arrangia come può, lavora alla mensa presso la basilica di Santa Maria Addolorata, sul West Jackson Boulevard. I problemi non mancano. È un’impresa crescere da sola nove bambini nella zona più degradata della città. Isiah, il più piccolo, ha solo cinque anni, ma è già così bravo con la palla a spicchi da riuscire a portare a casa qualche dollaro esibendosi con acrobazie, palleggi a velocità supersonica e canestri dalla distanza durante gli intervalli delle partite del campionato parrocchiale. Sempre che quei soldi non vengano requisiti dai fratelli più grandi, per poi, da lì, finire direttamente nelle tasche degli spacciatori di eroina che infestano il quartiere. Per la verità, c’è un uomo che sta cercando di combattere tutto questo degrado: il suo nome, Fred Hampton, ad Isiah è familiare perché è il portavoce delle Black Panthers, di cui sua madre fa parte. Nei controversi e sovversivi anni ‘60, pur appartenendo ad un gruppo, le Pantere Nere, che i media continuano a descrivere come il corrispondente nero dei suprematisti bianchi, Fred è convinto che se il razzismo fosse inquadrato in una discussione politica, piuttosto che etichettato come mera ignoranza, allora ci sarebbe margine per creare, nella povera e dimenticata West Side, una coalizione di persone, esseri umani, che non si distinguono per il colore della pelle, piuttosto per la mancanza di rappresentazione politica e tutela legale. Proprio per queste idee “sovversive”, a cui Fred ha trovato un nome, Rainbow Coalition, ed un seguito perfino nelle gang locali che infestano la città, radunando attorno a se neri, brownies, perfino whites abbandonati da una società che non concede nulla a chi non si adegua alla dura e tremenda legge del dollaro, Hampton verrà ucciso il 4 dicembre 1969 in una retata della polizia che oggi sappiamo essere stata organizzata dall’FBI con lo scopo di mettere a tacere una delle menti più brillanti dell’attivismo afro-americano.</p>
<p align="justify">Ma in questa sera d’estate del 1966, il piccolo Isiah, che ha solo cinque anni, non sa nulla di politica, capisce solo il linguaggio della fame, la pulsazione intermittente che gli lacera lo stomaco. Bussano alla porta. Mamma Mary apre. Di fronte si trova un’intera sezione dei Vice Lords, la famigerata banda criminale che conta più di 30 mila affiliati per le strade di Chicago. Collane d’oro, pistole e fucili luccicano sotto i lampioni della strada. È giorno di reclutamento. “Draft Day”, così lo chiamano nel ghetto.</p>
<p align="justify">“Vogliamo i tuoi ragazzi,” esclama il capo. “Non possono gironzolare qui intorno senza appartenere ad alcuna banda.”</p>
<p align="justify">Mary è una donna risoluta: dopo nove parti, la fuga del marito, e tutte le dannate manganellate della polizia durante le manifestazioni per i diritti civili, non si fa certo intimorire facilmente. Guarda il criminale fisso negli occhi, per un istante infinito: “C’è solo una banda da queste parti, si chiama la banda dei Thomas, e la comando io.”</p>
<p align="justify">Il capo dei Vice Lords si gira verso i compagni, scoppia a ridere. Poi, aggressivo, incalza di nuovo: “Se non ci porti tu i ragazzi, ce li pigliamo noi per la strada.”</p>
<p align="justify">Potete sentire il battito frenetico, il respiro affannato, la paura di un bimbo di cinque anni? Ed il terrore di una madre a cui stanno minacciando di portare via i propri figli?</p>
<p align="justify">Mary sbatte la porta. I criminali non desistono, cercano di abbatterla a calci. Lei attraversa il soggiorno, dove i bambini si sono stretti in cerchio spaventati. Isiah la guarda attonito mentre la madre entra nella stanza da letto. Poi la vede uscire con un oggetto con una lunga canna in ferro, ripercorrere la stanza fino all porta d’entrata, spalancarla rapidamente, il tempo di puntare l’arma contro la fronte del pezzo di&#8230; : “Sparisci dalla mia vista o spalmo le tue cervella sulla strada.”</p>
<p align="justify">Isiah ascolta le parole di sua madre in silenzio. Un silenzio confuso, frastornato da pensieri troppo voluminosi per un bambino della sua età. Qualsiasi cosa succeda, nulla potrà mai essere lo stesso. Poi, tutto ciò che sente è il rombo delle moto che si accendono e spariscono nella notte. Quel suono, e quelle pulsazioni, si confondono oggi con l’assordante rumore degli inferociti tifosi avversari intorno. Non è la stessa cosa. Nulla è stato più, da quel giorno, la stessa cosa.</p>
<p align="justify">È tempo per Isiah di aprire gli occhi, l’arbitro sta richiamando i giocatori dei quintetti base in campo. Tra pochi istanti lancerà la palla al cielo e&#8230; Isiah lo sa, è un confronto senza storia, i Celtics non perdono in casa contro i Pistons da 18 partite.</p>
<ol start="2">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">PERVASIVO</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Che anno, il 1987! Lo scandalo della rivelazione di un network occulto, operato dalla CIA, che ha venduto armi all’Iran degli Ayatollah per finanziare gruppi paramilitari controrivoluzionari in Nicaragua, minaccia la credibilità del governo del presidente-attore Ronald Reagan. Dall’altra parte della cortina di ferro, il prestigio dell’Unione Sovietica vacilla inerme sotto le ripercussioni dell’esplosione, nell’aprile dell’anno precedente, del reattore RBMK 1000 della centrale nucleare di Chernobyl; ma anche grazie ad un aviatore amatoriale tedesco che, in cerca d’attenzione mediatica, nel maggio di questo pazzo 1987, viola indisturbato l’ultra-impenetrabile muro di difesa aerea sovietico spingendosi fino ad atterrare, incolume, sulla piazza Rossa, di fronte al Cremlino. Il mondo intero, inoltre, è devastato dal virus dell’immunodeficienza (HIV), il quale, apparso all’inizio del decennio, è diventato, per via della trasmissibilità attraverso rapporti sessuali ed ematici, motivo di rinnovate stigmatizzazioni di genere. Tant’è che subito dopo la visita nel settembre del 1987 del Papa Giovanni Paolo II a San Francisco, durante la quale il pontefice, secondo un copione creato ad arte, compie lo storico gesto di prendere in braccio un bambino “infetto”, il prefetto della Congregazione per la dottrina cattolica, Joseph Ratzinger, si affretta a rilasciare una lettera in cui etichetta l&#8217;omosessualità come “patologia oggettiva” e l’uso dei preservativi come “strumento di facilitazione del diavolo.”</p>
<p align="justify">Ma il 1987 è anche l’anno di “Platoon” di Oliver Stone, che si aggiudica quattro Academy Awards; dell’iconico “Bad” di Michael Jackson; del leggendario “Who’s That Girl Tour” di Madonna, a cui fa seguito un famoso video album dal titolo tricolore “Ciao Italia: Live in Italy”; e di un altrettanto teatrale discorso pronunciato a Berlino dal presidente americano Ronald Reagan, in cerca di riscatto dopo lo scandalo Iran-Contra: “President Gorbachev, tear down this wall; Presidente Gorbachev, tiri giù questo muro,” riferendosi all’infame muro che divideva allora la città simbolo della Guerra Fredda.</p>
<p align="justify">Il 1 gennaio 1987, però, le prime pagine dei giornali americani sono dedicate a tutt’altro che i festeggiamenti per lo storico ed emozionante anno a venire.</p>
<p align="justify">Siamo ancora nel 1986, mancano 11 giorni alla fine dell’anno e tre giovani, Michael Griffith, 23 anni, Cedric Sandaford, 36 anni, e Timothy Grimes, 20 anni, stanno camminando nei pressi di Howard Beach, una zona del Queens, New York, abitata per lo più da italo-americani. Si trovano di fronte alla New Park Pizzeria, stanno ordinando un trancio di pizza, quando un gruppo di bianchi li circonda. Partono battute infime, versacci derisori, insulti razzisti. Michael protesta, parte il linciaggio. I tre fuggono. Una macchina scura li insegue. Timothy riesce a fuggire, ma Cedric e Michael rimangono bloccati in un vicolo, fino a quando li raggiunge la folla. Michael si dimena, Cedric tenta di difendersi dopo che un mazza da baseball gli ha fracassato il bulbo oculare. Non è come un film, dove ogni frame può essere congelato all’infinito. Ogni istante significa sopravvivenza. Michael riesce a sottrarsi alla presa dei suoi avventori; scappa, attraversa il cavalcavia che si affaccia sulla tangenziale, una macchina blu scura lo investe, muore sul colpo. Il guidatore, Dominick Blum, bianco, si dà alla fuga. Un’ora dopo ritorna sulla scena dell’incidente. Giura di avere pensato d’avere tirato sotto un animale: per questo non si è fermato. I residenti della zona, accorsi incuriositi dalle sirene, ridono. Qualcuno fa il verso della scimmia. C’è chi dice che quella macchina blu scura alla cui guida si trovava Dominick “sembra proprio essere la stessa auto blu scura che inseguiva i tre n-”. Lo annota anche un poliziotto. Cedric, che non vede più nulla e gronda di sangue, viene condotto presso il locale 106° distretto di polizia. Si lamenta, chiede di essere portato all’ospedale, l’ufficiale di sevizio grugnisce: gli urla di stare zitto, non riesce a sentire la radiocronaca della partita di football americano tra i New York Giants ed i Green Bay Packers. Non è un&#8217;invenzione degli avvocati di Cedric; le imprecazioni del poliziotto vengono registrate dai circuiti di sorveglianza.</p>
<p align="justify">Colonna centrale della prima pagina del New York Times, data primo gennaio 1987: “23 black leaders and Koch &#8211; allora sindaco di New York &#8211; attack the pervasive racism.”</p>
<p align="justify">“Pervasive racism.” Il razzismo pervasivo. Dal Treccani, “pervasivo, che tende a diffondersi ovunque: odore; che pervade, che prende l&#8217;animo o la mente in modo completo: sentimento.”</p>
<p align="justify">Odore, sentimento. Qualcosa di biologico, qualcosa di affettivo, inesorabilmente umano. Una banale sottigliezza semantica che nasconde una questione di enorme rilevanza: è il razzismo pervasivo, una forza irresistibile che si insinua in maniera subdola ed inconscia? Oppure è sistemico, è l’espressione e lo strumento violento per l’attuazione di un piano di potere che basa la sua legittimazione sulla reiterazione di orribili e criminose logiche schiaviste e colonialiste del passato — e, da non sottovalutare, trova la scusante della sua aberrante dialettica in una vaga ed imprecisata irrazionalità della natura umana? Ma chi, allora, è colpevole di questa pervasiva irrazionalità? Chi la attua, chi la giustifica, o chi ne trae vantaggio e silenziosamente ne minimizza le conseguenze?</p>
<p align="justify">Il sindaco Koch è allibito. “New York non è il profondo sud,” dichiara esterrefatto in conferenza stampa. Assicura che giustizia sarà fatta, ma la polizia ed il procuratore John J. Santucci sostengono che non ci sono prove sostanziali. Portano Cedric, che, ricordate, ha perso la vista per le botte subite, di fronte a una fila di uomini bianchi, chiedendo di riconoscere gli assalitori. Il poveretto non vede, non riconoscerebbe neppure sua madre. Nessuno viene ancora arrestato.</p>
<p align="justify">È qui che sale alla ribalta della cronaca un uomo che rivoluzionerà la scena dell’attivismo newyorkese dei successivi trent’anni. Lo definiscono il Martin Luther King del Nord, ma del Dr. King non ha l’impeccabile pazienza e flemma, anche se ne ha assimilato la retorica ed il dono della parola evocatrice. Non ha neppure il fascino ed il carisma di Malcolm X, ma è cresciuto a New York, e della Grande Mela ha la sfrontatezza e modernità. È piuttosto grasso, indossa una colorata tuta da ginnastica, ed ha una capigliatura alla James Brown, in ricordo dei 10 anni passati come tour manager del padrino della soul music. Si chiama Alvin Sharpton, reverendo Al Sharpton, ed è lo stesso uomo che, 50 kg in meno, reciterà l’omelia al funerale di George Floyd, soffocato a morte da un poliziotto il 25 maggio 2020 a Minneapolis.</p>
<p align="justify">In quel primo gennaio del 1987, il sindaco Koch organizza una riunione con i leader delle associazioni per i diritti civili, i quali gli garantiscono sostegno nella lotta a questo razzismo “pervasivo” ed epidemico, nonostante il fallimento delle indagini sul caso Griffith. Sharpton denuncia la riunione come una “pagliacciata”. Koch ride, di fronte ai media gli affibbia il nomignolo di “Al Ciarlatano”.</p>
<p align="justify">Sharpton non è un ciarlatano, piuttosto uno che va dritto al dunque. Il razzismo non è un’epidemia, non casca dal nulla; è un sistema di preservazione del potere. Non sono razzisti solo i ragazzi bianchi che hanno assalito Michael, Cedric e Timothy. Razzisti sono i poliziotti giunti sulla scena dell’incidente che “dimenticano” di arrestare l’autista della vettura per omissione di soccorso; razzista è il poliziotto che lascia Cedric, sanguinante, ad aspettare nella sala d’attesa del distretto di polizia, perché deve finire di ascoltare la partita alla radio. Razzista è la folla che chiama “n-“ i manifestanti accorsi da tutta New York per protestare. Razzista è l’amministrazione della Grande Mela ed il procuratore Santucci nel momento in cui balbettano assurde scusanti per giustificare il mancato arresto dei colpevoli. Che cosa dire poi di Benjamin Ward, il primo capo della polizia di New York afro-americano, eletto da Koch giusto un paio d’anni prima proprio a seguito dell’uccisione di un altro nero, l’artista Michael Stewart, 25 anni, massacrato mentre in custodia della polizia? “Ward is our color, but he is not our kind,” risponde Sharpton. Ha il nostro colore, ma non è del nostro genere. Ognuno di questi personaggi è un attore nello schema di preservazione del potere bianco. Chiunque partecipi, consapevolmente od inconsapevolmente, all’affermazione di un potere basato sul pregiudizio razziale, è razzista. Nessuno escluso.</p>
<ol start="3">
<li>
<p lang="en-US" align="justify">NERO CONTRO BIANCO, BIANCO CONTRO NERO</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Boston, Massachusetts. 29 maggio 1987. Boston Celtics contro Detroit Pistons. Gara sette della finale della East Conference, l’ultimo gradino prima della sfida finale per aggiudicarsi il titolo di World Champions. La partita procede punto a punto. Alla fine del primo quarto Detroit è in vantaggio di 7 punti, a metà tempo di uno solo, 56 a 55; alla fine del terzo quarto, le parti si invertono, Boston è avanti di uno. Isiah Thomas, la star di Detroit, ce la mette tutta, ma i Celtics hanno dalla loro esperienza, mentalità, ed una squadra ricca di eccellenti talenti, tra cui un biondo dagli occhi azzurri che in questo momento sembra imbattibile: Larry Bird, ribattezzato, da queste parti, “the great white hope”, la grande speranza bianca.</p>
<p align="justify">Bird non corrisponde affatto all’immagine che i media ed i tifosi gli affibbiano. Fuori dal campo non parla molto, quasi per nulla. Viene da una famiglia poverissima, ed il padre, un reduce della guerra in Corea, si è suicidato quando Larry aveva 18 anni.</p>
<p align="justify">Fin da ragazzino è un giocatore straordinario. Appena maggiorenne, il leggendario allenatore dell’Indiana University Bobby Knight lo recluta per la sua squadra di basket con una borsa studi completa. Nessuno, nella famiglia Bird, era mai andato al college. Ventiquattro giorni dopo Larry fugge dal campus e ritorna a casa. Trova lavoro come tagliaerba, poi come netturbino. L’ambiente del college lo disturba. I bianchi dell’università non sanno giocare a basket, per lo meno non alla pallacanestro che piace a lui. Sono educati, si lamentano per ogni contatto, non hanno la grinta degli afro-americani. E l’allenatore, Knight, non è compatibile con l’introverso Larry. Per Knight lo sport è disciplina: per Larry il basket è l’unico dannato modo per togliersi dalla testa l’immagine del volto di suo padre sfigurato dal proiettile con cui si è tolto la vita. Il basket che ama è quello che gioca al campetto nel dopolavoro con un gruppo di colleghi neri di una decina di anni più grandi. Con loro condivide la rabbia interiore di un’esistenza in cui nulla va per il verso giusto.</p>
<p align="justify">Sul campo, il timido Larry è una parlantina continua, una provocazione dopo l’altra. È cattiveria e spietatezza allo stato puro. Un maestro nell’arte del trash talking, ovvero insultare l’avversario fino a quando questi non perde la pazienza&#8230; e la concentrazione. Il tizio di fronte si prepara per il tiro, Larry gli ricorda che non ha fatto ancora un canestro, quello s’innervosisce, sbaglia, la palla finisce nelle sue mani, che, boom, la infila di nuovo. Un classico che si ripeterà negli anni a venire.</p>
<p align="justify">Alla fine, grazie all’insistenza della madre, finisce per accettare l’offerta dei Sycamores dell’Indiana State University, una squadra universitaria minore che non ha mai vinto nulla. Con Larry, i Sycamores vincono 33 partite di fila ed approdano alla finale nazionale. Ad attenderli, in quella che ancora oggi è la partita di basket universitaria con il più alto sharing televisivo di sempre, i Michigan State Spartans di un altro formidabile giocatore, destinato a condividere con Bird la platea dell’Olimpo del basket per il decennio successivo: Earvin Magic Johnson. È la sfida del decennio: questi due, benché sbarbati ventenni che giocano in una lega amatoriale &#8211; i giocatori universitari non possono essere pagati negli Stati Uniti -, hanno già accumulato più copertine ed interviste di tutte le star professioniste di tutti gli altri sport messi insieme. Al di là del talento speciale, c&#8217;è un motivo ben preciso. Quel 26 marzo del 1979 l’America crede di potersi riappacificare con i soprusi razziali perpetrati per oltre tre secoli spostando la contesa sui campi da basket: bianco contro nero, Larry Bird versus Magic Johnson. Per la cronaca, la prima va a Magic, che con i suoi Spartans domina la finale per 75 a 64.</p>
<p align="justify">Nel giugno del 2019 l’attore Samuel Jackson, introducendo sul palco Larry Bird e Magic Johnson per l’assegnazione del prestigioso Life Achievement Award, equamente attribuito ad entrambi, chiuderà il discorso con queste parole: “Prima di questi due, il basket era un bellissimo sport; con loro è diventato una religione.”</p>
<p align="justify">Niente di più vero. Quando Larry ed Earvin entrano nel mondo professionistico, la National Basketball Association (NBA) è sull’orlo della bancarotta. Il bilancio della maggior parte delle squadre è in rosso, si vocifera che negli spogliatoi giri tanta cocaina, le tribune sono mezze vuote, e gli sponsor non se la sentono di investire in uno sport giocato prevalentemente da afroamericani.</p>
<p align="justify">Bird e Magic, che sono stati ingaggiati da due team agli estremi opposti del continente, rispettivamente i Boston Celtics ed i Los Angeles Lakers, dominano la competizione, aggiudicandosi quasi ininterrottamente durante la decade successiva tutti i maggiori trofei individuali e di squadra. In questi anni Ottanta, sono lo yin e yang della NBA, ma anche dello sport mondiale; la loro rivalità diventa uno spettacolo mediatico senza precedenti, che, velato da un fasullo spirito di competizione decubertiano, va dritto al nocciolo della questione razziale. La Converse ne fa addirittura uno spot pubblicitario: una limousine arriva nella piccola cittadina di French Lick, cala il finestrino posteriore ed appare il volto sorridente di Magic che sfida Bird e le sue Converse Weapon nere contro le nuove Converse Weapon giallo-viola del giocatore dei Lakers. I colori si confondono, ma il significato rimane sempre lo stesso: nero contro bianco, bianco contro nero. In realtà lo spot diventa l’occasione per un’incredibile amicizia, ma questo è il backstage, di cui nessuno è a conoscenza, perché, sul campo, i due continuano a fare finta di odiarsi. E proprio questa rivalità, nata sul filone narrativo della tensione razziale, anche in Europa sempre più preponderante a seguito dei nuovi flussi migratori dal continente africano, diventa il marchio d’esportazione della NBA, che, in pochi anni, da lega sportiva nazionale, si trasforma in circo mediatico globale con introiti multimiliardari. Gadget, felpe e giubbetti con i loghi dei Celtics e dei Lakers invadono i negozi sportivi di tutto il mondo, dall’Asia all&#8217;Europa. Vent’anni prima del digitale satellitare, la NBA è già uno show trasmesso in diretta sui canali televisivi di tutto il pianeta. Il volto rotondo e sorridente di Magic contro quello tagliente e serioso di Bird contagiano anche l’Italia, dove la pallacanestro ha più acchito che negli altri Paesi dell’Europa Occidentale. L’Italia, infatti, è la destinazione preferita di alcuni ottimi ex giocatori NBA che decidono di concludere qui la propria carriera, incentivati da un discreto livello di competizione e dalla presenza di un eccentrico e fenomenale allenatore con un iconico accento americano che la notte si ricicla come commentatore televisivo delle partite NBA trasmesse sui nuovi canali televisivi del gruppo Mediaset: “Mamma, butta la pasta, qui il vostro Dan Peterson da…” E davanti alla televisione, in una calda ed afosa Reggio Calabria di quest’estate del 1987, c’è anche un bambino, originario di Philadelphia, giunto da un paio d’anni al seguito del padre, che dopo una mediocre carriera nella NBA, ha deciso di provare l’avventura cestista italiana. Il nome di questo bambino è Kobe Bryant; il suo destino è quello di continuare l’eredità di Magic ai Los Angeles Lakers e diventare il volto più noto della NBA nel millennio a venire.</p>
<p align="justify">Essere un bambino italiano, bianco, fanatico di basket, negli anni ottanta, è stata un’esperienza confusa. Non posso nemmeno immaginare ciò che abbia significato per un bambino afro-americano in Italia.</p>
<p align="justify">Tutti i miei eroi erano neri. Sì, certo, c’erano alcuni buoni giocatori bianchi, ma non erano dominanti come gli afro-americani. Poi c’era Bird, ma, ovviamente, i mie amici tifavano i Celtics e Bird, quindi io mi sentivo in dovere di tifare i Lakers e Magic. Poi, di Magic, mi affascinavano le giocate brillanti, la capacità di passare la palla negli spazi più stretti, l’intelligenza geniale. Tuttavia, erano anche gli anni in cui alle scritte “via i terroni”, che coprivano i muri lungo la strada verso la scuola media, si aggiungevano le parole “via i n-”. E quando chiedevo chi fossero i n-, la risposta era “bestie che vengono da sotto la Terronia.”</p>
<p align="justify">Erano questi “n-” gli stessi che giocavano allo sport che più amavo? Perché, a guardarli, mi sembravano tutti uguali. Tra l’altro, uno di questi, Hakeem Olajuwon, la star degli Houston Rockets, veniva proprio da quei territori “sotto la Terronia”, lo avevo letto su Superbasket. Quindi, se erano uguali, perché tutto questo odio, quando, nell’unica cosa che contava in quel momento della mia vita, ovvero giocare a pallacanestro, erano di gran lunga superiori a qualunque bianco?</p>
<p align="justify">Ero un bambino, mentirei se sostenessi che già allora avevo una coscienza antirazzista. Anche perché sui quotidiani ed al telegiornale non si accennava affatto ai linciaggi, ai pestaggi, al lancio nel vuoto dalla finestra di una palazzina in costruzione del giovane Fouad Khaimarouni, alle fiamme che avevano bruciato vivo Ahmed Ali Ghana, colpevole di sporcare con la sua pelle il marciapiede dove dormiva; sebbene di padre italiano, poche righe pure per Giacomo Valent, assassinato da due compagni di classe con 63 coltellate. Piuttosto, la cronaca era piena di questi energumeni assassini, borseggiatori e spacciatori venuti dal continente nero per derubare il bravo ed onesto cittadino italiano. In Italia, mi avevano insegnato, “il razzismo non esiste; o, se esiste, è un fenomeno superficiale, passeggero, non ha radici profonde come negli Stati Uniti.”</p>
<p align="justify">Ciò che mi lasciava perplesso, e non capivo, era perché, allora, Magic che, si sapeva, era piuttosto lento, ma compensava con eccezionale lucidità tattica, incredibile visione di gioco ed intelligenza sopraffina, veniva descritto nei nostri quotidiani come un animale selvaggio ed irrazionale, mentre Bird, provocatore, testa calda e noto per la sua fisicalità, diventava un fine calcolatore? Forse i giornalisti sportivi italiani non capivano nulla di basket?</p>
<p align="justify">Da “la Repubblica”, 28 giugno 1987, un giorno prima della sfida tra i Detroit Pistons ed i Boston Celtics: “Larry Bird e Magic Johnson sono i Coppi e Bartali del basket professionistico americano. Simboleggiano due differenti stili di gioco, due personalità diverse, due modi di essere campionissimi. Dividono a metà i tifosi, tra chi si identifica nel calcolo razionale, nella perfezione computerizzata di Bird, e chi preferisce lo splendore irrazionale, la magia funambolica (&#8220;Il mio gioco è selvaggio e pazzo,” dice lui) di Johnson.”</p>
<p align="justify"><em>[parte 1 di 4 &#8211; segue] Leggi tutte le 4 parti:<br />
</em></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/12/30/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-1-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (1/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/06/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-2-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (2/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/13/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-3-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (3/4)</a></p>
<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/20/the-clutch-canestri-e-razzismo-sotto-pressione-4-4/">The clutch &#8211; canestri e razzismo sotto pressione (4/4)</a></p>
<p align="justify"><em>immagine via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fist.png" target="_blank" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Etan Thomas: We matter &#8211; racial profiling in USA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/12/etan-thomas-we-matter-racial-profiling-in-usa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 05:04:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[black lives matter]]></category>
		<category><![CDATA[etan thomas]]></category>
		<category><![CDATA[racial profiling]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo valsecchi]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblico alcuni estratti dal libro We Matter: Athletes and Activism di Etan Thomas, Akashic Books 2018, tradotti e introdotti da Riccardo Valsecchi, che ringrazio &#8211; JR] Da ragazzino, il basket era tutto per me. Per la verità, non avevo un gran talento, ma conoscevo ogni dettaglio di qualsiasi giocatore NBA : dati biografici, caratteristiche tecniche, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Pubblico alcuni estratti dal libro <a href="https://amzn.to/2YhxEpg"><em>We Matter: Athletes and Activism</em></a> di Etan Thomas, Akashic Books 2018, tradotti e introdotti da Riccardo Valsecchi, che ringrazio &#8211; JR]</p>
<p><em>Da ragazzino, il basket era tutto per me. Per la verità, non avevo un gran talento, ma conoscevo ogni dettaglio di qualsiasi giocatore NBA : dati biografici, caratteristiche tecniche, interviste, statistiche anno per anno, partita per partita. Sicché, anche se oggi vivo negli Stati Uniti, in questi tempi di COVID, quando in concomitanza con l’Italia Netflix ha trasmesso il documentario “Last Dance” su Michael Jordan ed i Chicago Bulls, non ho potuto fare a meno di parlarne con i miei compagni di squadra di allora. Mentre in Italia i miei amici si dimostravano estremamente entusiasti, riportati indietro nel tempo dalla memoria delle gesta atletiche di Sua “Airness”, io, a miglia di chilometri di distanza, ragionavo con i miei colleghi odierni sulle critiche e polemiche che il documentario aveva suscitato qui, soprattutto per il disimpegno politico di MJ simbolizzato dalla famosa frase “Republicans buy sneakers too” &#8211; anche i Repubblicani comprano scarpe &#8211; pronunciata per giustificare il suo mancato appoggio ad un candidato afroamericano democratico del North Carolina nelle elezioni per il Senato del 1990.</em><br />
<em>Poi, quando il 25 maggio 2020 George Floyd è stato barbaramente ucciso da un poliziotto di Minneapolis, scatenando proteste in tutti gli Stati Uniti, per una volta con il sostegno esplicito anche del riservato ed apolitico MJ, in Italia sono cominciati a circolare sui social network montaggi fotografici come questo qui sotto. Allora ho avuto l’impressione che per gli italiani anche MJ, probabilmente il più grande atleta di tutti i tempi, non è un uomo, non ha diritto di avere un’opinione, di pensare; in Italia, come ogni afro-europeo che corre sui nostri campi di calcio, è considerato solo un animale, tale e quale ad una bestia da trotto, che abbiamo celebrato quando era il più veloce, ed uccidiamo a sangue freddo quando decide di non seguire gli ordini &#8211; e le frustate &#8211; del fantino.</em><br />
<em>Per questo, con questi estratti, vorrei farvi conoscere il lavoro e le testimonianze raccolte da Etan Thomas, ex giocatore NBA, poeta, scrittore ed attivista. &#8211; Riccardo Valsecchi</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-85125" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth.jpg" alt="" width="960" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/twetth-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<h2>ETAN THOMAS &#8211; WE MATTER</h2>
<h3>Dall’introduzione:</h3>
<p>Nel momento in cui questo libro viene pubblicato, il Presidente Donald Trump ha lanciato un violento attacco contro ogni giocatore della NFL [Lega professionista di football americano] che ha protestato contro i soprusi della polizia a danno della communita afroamericana, ed alla Lega stessa per non avere sanzionato gli stessi. Il presidente ha pubblicato numerosi tweet chiedendo alla Lega di obbligare i giocatori di stare sull’attenti durante l’inno nazionale. La maggior parte dei giocatori della NFL, e gli amministratori delegati delle squadre, sembrano aver compreso che, in realtà, viviamo in una democrazia, e non sotto dittatura, e che la vera libertà di stampa e la libertà d’espressione sono i valori essenziali su cui si basa una democrazia. Trump, forse inconsciamente, ha gettato benzina sul fuoco della giustizia.</p>
<p>Sfortunatamente, la tempesta di fuoco creata dal Presidente ha creato solo confusione intorno a ciò per cui veramente le proteste sono nate. Non si è mai trattato di protestare contro di lui, contro i militari, o contro la bandiera. Si è trattato e si tratta piuttosto di fare sentire il proprio dissenso contro le uccisioni di esseri umani neri disarmati da parte della polizia, e contro l’inadempienza della giustizia di fronte a queste morti.</p>
<h3>Dal cap. 1: I FIGLI DEL MOVIMENTO</h3>
<p>Mio figlio Malcolm aveva appena sei anni quando Trayvon Martin fu ucciso. Era un bambino amabile, a cui piacevano gli sport, il cartone animato di Avatar, il nuoto. Chiunque lo considerava un bambino adorabile. Osservavano i lunghi dreads, il gigantesco sorriso, ne ammiravano la gentilezza nel parlare con gli adulti. Era anche un bambino enorme: io sono due metri e sei centimetri, mia moglie un metro ed 80, quindi Malcolm avanzava di testa e spalle sopra tutti i suoi compagni di classe. Perciò, mi sono sentito in dovere di spiegargli che non sarebbe stato sempre guardato come un dolce bambino. Dovevo spiegargli che, più cresceva, essendo così alto per la sua età, più sarebbe stato guardato con timore. Aveva un’innocenza che avrei dovuto rovinare per il suo bene. Si comportava ancora come se chiunque lo avrebbe trattato gentilmente per sempre.</p>
<p>Il caso di Trayvon Martin mi ha sconvolto da così tanti punti di vista che non saprei neppure da dove iniziare. Secondo il rapporto della polizia, il 26 febbraio 2012, Trayvon si sta recando presso un negozio 7-Eleven prima dell’inizio dell’All Star Game della NBA. Passeggia tranquillamente attraversando un quartiere privato dove si era recato per visitare un conoscente. George Zimmerman, non un membro delle forze dell’ordine, ma semplicemente una guardia privata di quartiere, chiama il 911 per segnalare una persona sospetta.</p>
<p>Zimmerman: “Hey, abbiamo avuto alcuni furti nel quartiere e c’è un ragazzo molto sospetto… sembra che abbia brutte intenzioni o che sia sotto l’effetto di stupefacenti o qualche cosa del genere…”</p>
<p>Zimmerman poi specifica che il ragazzo è un nero.</p>
<p>Infine, aggiunge: “Mi ha appena fissato minaccioso.”</p>
<p>Mentre è al telefono con il centralino della polizia, Zimmerman spiega che il ragazzo sta “correndo”. Quando gli viene chiesto dove, risponde, “verso il cancello d’entrata del quartiere.”</p>
<p>Nella registrazione si può sentire il respiro affannato mentre il centralinista chiede a Zimmerman: “Lo sta seguendo?”</p>
<p>Zimmerman risponde di sì, ed il centralinista replica: “Non abbiamo bisogno che lo seguiate.”</p>
<p>Da questa registrazione si evince che sia Trayvon quello spaventato, il che sarebbe anche comprensibile. Se io stesso mi voltassi e vedessi un uomo che mi squadra in un SUV nascosto nell’oscurità senza alcun motivo apparente, mi sentirei altrettanto a disagio.</p>
<p>Quando la polizia arriva, il diciassettenne Trayvon Martin, fedina penale immacolata, nessun precedente, in possesso di una borsa di plastica contenente un pacchetto di caramelle Skittles, una confezione di tè freddo, il proprio cellulare e degli auricolari, giace inerme freddato da un colpo di arma da fuoco.</p>
<p>Zimmerman non viene arrestato, anche se ammette di avere sparato. La polizia ritiene di non aver riscontrato alcuna evidenza probatoria e Zimmerman sostiene di essersi autodifeso.</p>
<p>Mi chiedo, che cosa significa esattamente auto-difesa?</p>
<p>La malaugurata realtà è che nella mente di Zimmerman non c’era alcun bisogno di vedere una pistola, o di notare qualche cosa di pericoloso nel comportamento di Trayvon. È semplicemente una sfortunata realtà che “giovane maschio nero” sia l’equivalente di “minaccia”, e “giovane maschio nero di notte” equivalga ad una minaccia ancora più pericolosa?</p>
<p>Non importa che le direttive su come debbano essere svolte le sorveglianze di quartiere prevedano come regola primaria che la guardia non sia armata.</p>
<p>Non voglio nemmeno soffermarmi sul fatto che nell’arco di otto anni Zimmerman abbia chiamato la polizia 46 volte, o che nel 2005 fosse stato arrestato per resistenza e violenza a pubblico ufficiale — un dato che di per sé avrebbe per lo meno dovuto avanzare alcuni dubbi sulla sua compatibilità con il ruolo di vigilante di quartiere.</p>
<p>Non voglio neppure argomentare che la difesa del proprio territorio, garantita dalla legge in Florida, non sia applicabile in questo caso, per il semplice fatto che, come si evince dalle registrazioni, Zimmerman abbandona il proprio veicolo ed insegue Trayvon.</p>
<p>Sicuramente, inoltre, non ho alcuna intenzione di fare delle illazioni sul colore della pelle di Zimmerman. Come ha detto il reverendo Al Sharpton, “il colore della pelle o l’etnia di Zimmerman o di qualsiasi altro cittadino in questo scenario non conta; alla fine ciò che conta è il colore della pelle della vittima, di Trayvon. È il colore della pelle ed il gruppo demografico a cui appartiene la vittima che viene costantemente rappresentato come una minaccia, che viene ripetutamente descritto in maniera negativa nella cultura di massa.”</p>
<p>È questa percezione che ho dovuto insegnare a mio figlio: la mera verità che, nella sua mente, Zimmerman si sentisse giustificato e ragionevolmente spaventato appena ha messo gli occhi su Trayvon. Non ha visto un innocente ragazzino che beveva il tè freddo. Ha visto una minaccia, un criminale, qualcuno che poteva essere sotto l’effetto di droghe, o intento a qualche cosa di malvagio.</p>
<p>Ho dovuto rovinare la visione rosea del mondo di mio figlio. Ho dovuto insegnargli:</p>
<ol>
<li>che ci saranno persone che lo vedranno come un nemico anche se non avrà fatto nulla di male;</li>
<li> che spesso sarà braccato ed accusato, e ci saranno persone che saranno spaventate dal suo aspetto;</li>
<li>che se la polizia lo ferma, deve cercare di trovarsi in una zona ben visibile, e di non fare alcun movimento brusco;</li>
<li>di tenere le mani sempre ben visibili, di evitare di tenerle in tasca;</li>
<li>di spiegare a voce ogni azione (per esempio, “signore, sto mettendo la mano in tasca per prendere la patente”);</li>
<li>di tenere sempre la ricevuta di ogni acquisto, sicché nessuno lo può accusare falsamente di furto;</li>
<li>che molto spesso non c’è differenza tra “essere colpevoli” ed “essere visti come colpevoli”</li>
</ol>
<p>Ho dovuto anche insegnargli di Emmett Till, James Byrd Jr., Amadou Diallo, Sean Bell, Oscar Grant, Rodney King, Eric Garner, Tamir Rice, Rekia Boyd, Philando Castile, Sandra Bland, Michael Brown, Terence Crutcher, John Crawford, Alton Sterling, e Freddie Gray.</p>
<p>Ho dovuto insegnargli tutto questo per la sua sicurezza. Non avrei mai voluto sottrargli la sua innocenza, ma per il suo stesso bene, ho dovuto.</p>
<h3>Dal Cap. 2 &#8211; L’attivismo degli atleti conta (ATHLETE ACTIVISM MATTERS)</h3>
<p>Il commentatore televisivo Geraldo Rivera ha dichiarato durante il programma Fox &amp; Friends che la felpa con cappuccio indossata da Martin quando è stato ucciso è stata responsabile della sua morte tanto quanto l’uomo che l’ha ucciso. L’americano medio sembra essere d’accordo con questa asserzione.</p>
<p>Ciò ha indotto atleti di ogni sport ad aderire alla protesta.</p>
<p>Dwayne Wade e LeBron James, verosimilmente due dei migliori giocatori nella NBA, ma, cosa più importante, anche genitori, decisero allora che era arrivato il momento di far sentire la propria voce, come stavano facendo molti altri nella Lega.</p>
<p>In dimostrazione di solidarietà, LeBron James ha postato una foto di tutta la squadra dei Miami Heat con felpe, testa incappucciata e mani in tasca. Tra gli hashtag aggiunti nella foto: #WeWantJustice #vogliamogiustizia.<br />
(…)</p>
<h4>Intervista a Dwyane Wade</h4>
<p><strong>Etan</strong>: Raccontami della decisione di indossare i cappucci come team.</p>
<p><strong>Dwyane Wade</strong>: È stato decisamente normale per molti ragazzi della squadra. Ovviamente, essendo afroamericani, abbiamo dovuto andare a casa e spiegare ai nostri figli questa situazione, rispondere alle loro domande e preoccupazioni, tranquillizzare le loro paure. È stata una conversazione molto difficile, perché si tratta di qualche cosa che potrebbe succedere ad ognuno di noi. Giocavamo in Florida, e sapendo che Travis era un fan dei Miami Heat, ci siamo sentiti in dovere di rilasciare una dichiarazione che aprisse uno spiraglio di luce sulla situazione e cercare di capire che cosa potessimo fare. Non volevamo che si trattasse dell’ennesimo incidente passato inosservato, non ascoltato, non visto. Volevamo che fosse trasmesso in tutto il Paese ed in tutto il mondo, e, dal momento che siamo volti noti della NBA, quindi abbiamo una enorme piattaforma a disposizione, abbiamo utilizzato il nostro potenziale comunicativo per trasmettere questo messaggio. Ed ha trovato riscontro in tantissime altre persone, specialmente dopo che abbiamo mostrato quanto avesse colpito noi.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Ricordo che tu hai raccontato dei tuoi figli e di quanto adorassero le felpe con il cappuccio. Allo stesso modo, infatti, anch’io raccontavo in giro quanto mio figlio amasse indossare felpe.</p>
<p><strong>Wade</strong>: Infatti, questo è il punto. I ragazzini afroamericani, quelli alti quanto i nostri figli… qualsiasi sia la situazione, tutti noi indossiamo felpe con il cappuccio. E da lì a usare quest’aspetto come giustificazione per l’omicidio, come ragione per cui questo ragazzino, Trayvon Martin, non sarà mai più in grado di assaporare i frutti della vita, e non potrà crescere, laurearsi, sposarsi, avere figli, vivere… tutto ciò è molto triste. È stato spazzato via dalla faccia della terra. Per cosa? Per il suo cappuccio? Perché non aveva il diritto di camminare nel quartiere in cui stava semplicemente camminando? Per molti di noi è stato un momento di riflessione da condividere con i nostri figli, per poter discutere il motivo per cui ci sono cose che non teniamo da conto, che diamo per garantite, ed improvvisamente tutto potrebbe finire in tragedia per un nonnulla. Ricordo di avere avuto questa conversazione con i miei figli, ed anche se non hanno capito tutto esattamente, è stato importante informali, cercare di rispondere alle loro domande e parlare di tutto ciò che stava succedendo.</p>
<p><strong>Etan</strong>: C’è la percezione errata che l’organizzazione imporrebbe di non parlare pubblicamente su problemi come questo perché potrebbe essere deleterio per il business. O che il proprietario della squadra si potrebbe rivalere sui giocatori multandoli o sospendendoli o addirittura cedendoli se viene fatto qualche cosa del genere riguardo ad un tema che si è rivelato così divisivo e controverso. Ma questo non sembra essere il caso di ciò che è successo qui con i Miami Heat. Inoltre, a me sembra che anche se l’organizzazione fosse stata contro di voi, avendo fatto questa cosa tutti insieme, avete in qualche modo forzato loro la mano a seguirvi su questa strada.</p>
<p><strong>Wade</strong>: Penso che oggi viviamo in tempi differenti. Con i social media così potenti, oggi tutti quanti siamo essenzialmente reporter. È diventato così difficile importi di non fare o dire una determinata cosa che tu vuoi comunicare sulla tua piattaforma social. Se l’unico sbocco fosse un giornale o televisione locale, allora forse le squadre avrebbero più controllo su ciò che passa e non passa all’esterno, ma con i social media, siamo in grado di dire praticamente tutto ciò che vogliamo. Comunque, con noi, gli Heat sono stati molto di supporto e non hanno mai provato a dissuaderci dall’essere coinvolti. Sono stati anzi proprio i nostri allenatori a fare le fotografie per noi.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Gli allenatori?</p>
<p><strong>Wade</strong>: Sì, ci hanno aiutato perché sapevano che era molto importante per noi… Onestamente, non sono mai stato in un’organizzazione che non ha dato il proprio supporto ai giocatori che volevano esprimere o fare qualche cosa collettivamente.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Ora passiamo alla serata di premiazione per l’eccellenza sportiva annuale, durante la quale tu, Carmelo (Anthony) e Chris Paul siete saliti sul palco ed avete rilasciato ognuno la vostra dichiarazione, chiedendo partecipazione ed attivismo ai giocatori, nonché denunciato il sistemico svilimento di neri e latini negli Stati Uniti d’America. Che cosa vi ha indotto a fare queste dichiarazioni congiunte e usare questo particolare evento come piattaforma?</p>
<p><strong>Wade</strong>: Beh, non puoi essere nella posizione di LeBron, Carmelo, mia o di Chris Paul, e dare peso a quello che la gente dice. Come sai bene, dobbiamo tutti quanti confrontarci con le critiche, questo fa parte della carriera di atleta. Il 50% del pubblico ti elogerà, il restante 50% sarà lì pronto a criticarti, non importa quello che fai… guarda solo agli attacchi che abbiamo subito per essere amici… questa è semplicemente la natura della bestia. Quindi devi essere sincero con te stesso, con chi sei, e devi compiere determinate azioni perché ci credi veramente. Per quanto riguarda noi, si trattava di un momento più grande di noi stessi, più grande del basket stesso. Era un momento in cui dovevamo rimanere uniti, usare la nostra forza, parlare di qualche cosa che sentivamo importante, e che aiutasse a spingere altri atleti a fare lo stesso… quindi abbiamo usato questo evento come piattaforma per raggiungere questo scopo.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Molte volte le persone confondono e alterano i messaggi.</p>
<p><strong>Wade</strong>: Per quanto riguarda noi, ognuno aveva il proprio messaggio da presentare ed ognuno si è concentrato su questo. Volevamo parlare delle uccisioni da parte della polizia. Della brutalità della polizia in particolare. E, allo stesso tempo, ci siamo confrontati. Chris Paul ha dichiarato sul palco che suo zio e suo nonno sono poliziotti, quindi lui personalmente non è contro la polizia. Ma ha anche dimostrato di essere consapevole della violenza della polizia, delle uccisioni, ed ha fatto i nomi: Trayvon Martin, Mike Brown, Freddy Gray, Alton Sterling, Philando Castile. Quindi ci siamo chiesti quale messaggio sarebbe venuto fuori prendendo in considerazione che se da una parte siamo tra di noi come fratelli, ognuno di noi avrebbe espresso il proprio messaggio nel suo modo. Ci siamo seduti ed abbiamo scritto il messaggio particolare che ognuno di noi voleva presentare al mondo. E se ascolti i discorsi, ognuno di noi ha espresso ciò che era vicino e caro ai propri cuori, alle proprie comunità ed alle proprie famiglie. Il mio punto generale era che troppo è troppo; sono stanco di vedere tutte queste uccisioni, di prendere in mano il giornale o ascoltare il notiziario e scoprire che un’altra persona è stata uccisa dalla polizia.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Che cosa è necessario fare per cambiare? Ci sono così tanti giovani che hanno sviluppato una diffidenza nei confronti della polizia come risultato di qualche cosa che continuano a vedere. Le uccisioni, la violenza, le botte, i video sui social networks. Che cosa vorresti dire a loro?</p>
<p><strong>Wade</strong>: Li capisco benissimo. Ho avuto conversazioni con giovani e anche con le forze dell’ordine. Ed uno dei miei messaggi alle forze dell’ordine è stato: “Ascoltate, sapete benissimo che c’è diffidenza nei confronti dei poliziotti, anche da parte mia: se io vedo una pattuglia dietro la mia macchina, è una situazione poco confortevole. Ed io sono uno sportivo, e so di non aver fatto nulla di sbagliato.” Ho detto ai poliziotti: “Ascoltate, se volete veramente cambiare questa situazione, dovete lavorare per colmare il divario.”</p>
<p>Stiamo organizzando tutti questi incontri cittadini e pannelli di discussione: sediamoci tutt’intorno ad un tavolo come comunità &#8211; poliziotti, leaders della comunità e delle organizzazioni giovanili -, discutiamo e facciamo in modo che ogni voce possa essere ascoltata. Dovete sapere ciò che le persone nella comunità provano e come vi vedono e perché vi vedono in quel modo. Non è che non hanno legittime ragioni o semplicemente non gli piacete, punto e basta. Hanno le loro motivazioni. Le loro esperienze. Cose che hanno visto. Che le loro famiglie, i loro amici, le persone a cui vogliono bene hanno visto e provato sulla loro pelle. E lo stesso dalla parte opposta. Anche la comunità deve ascoltare la testimonianza dei poliziotti. Ascoltare le loro esperienze, ciò che hanno visto e sentito. Come in ogni relazione, il miglior modo per veramente comprendere il punto di vista di ognuno, è prima di tutto ascoltarsi l’un l’altro. Non ascoltare per dissentire, piuttosto ascoltare per cercare di capire il diverso punto di vista. Ed entrambe le parti hanno bisogno di sentire verbalmente ciò che l’altra parte si aspetta. Al momento abbiamo a che fare con due lati opposti che non si capiscono affatto. E questo non porta ad una relazione costruttiva e di successo. Questo è stato il mio messaggio ai dipartimenti di polizia nelle varie città in cui ho avuto l’opportunità di incontrarmi e parlare con loro.</p>
<h3>Dal Cap.3, Il movimento di Kaepernick conta</h3>
<p>[Colin Rand Kaepernick è un giocatore di football americano che nel 2016 è stato bandito dalla Lega NFL per essersi inginocchiato durante l’inno in segno di protesta contro le uccisioni di afroamericani da parte della polizia. Il gesto di inginocchiarsi mostrato nelle recenti dimostrazioni per l’uccisione di George Floyd è ispirato dall’atto di protesta iniziato da Kaepernick.]</p>
<p>Nel settembre 2016, Kaepernick ha riferito di aver ricevuto minacce di morte a seguito della sua decisione di inginocchiarsi durante l&#8217;inno nazionale. Non è un fatto sorprendente. Muhammad Ali, Mahmoud Abdul-Rauf, John Carlos, Tommie Smith e innumerevoli altri atleti che hanno preso posizioni considerate &#8220;non patriottiche&#8221; hanno ricevuto minacce simili.</p>
<p>Non è però interessante il fatto che molte delle stesse persone che chiamano Kaepernick “antipatriottico&#8221; abbiano mancato di rispetto per otto anni al presidente Obama ed alla First Lady Michelle Obama?</p>
<p>Non è inoltre interessante che quelle stesse persone che descrivono la presa di posizione di Kaepernick come irrispettosa nei confronti dei veterani, non abbiano espresso affatto rabbia nei confronti di George W. Bush, il quale ha inviato soldati coraggiosi, le cui vite sono altrettanto preziose e degne di essere ricordate, a morire per una bugia? Non è interessante che questi stessi conservatori abbiano votato contro una migliore assistenza sanitaria e aiuti ai reduci dopo il loro ritorno a casa?</p>
<p>Molte persone hanno un&#8217;interpretazione confusa del patriottismo. Se non sei offeso dal fatto che uno su due dei veterani tornati dall&#8217;Iraq o dall&#8217;Afghanistan conosce un compagno che ha tentato di suicidarsi, o dal mezzo milione di reduci che non hanno un&#8217;assicurazione, o dai 39mila veterani senzatetto, ma sei offeso dal fatto che Colin Kaepernick si metta in ginocchio durante l&#8217;inno nazionale, allora c’è qualche cosa che non va nel tuo patriottismo.</p>
<p>È fantastico come il messaggio di Colin Kaepernick si stia diffondendo e riecheggi tra così tanti altri atleti, dalle squadre di football delle scuole superiori alle cheerleader della Howard University.</p>
<p>Inizialmente solo il compagno di squadra dei San Francisco 49ers Eric Reid si è unito a Kaepernick. Ma poi altri compagni di squadra, tra cui Antoine Bethea, Eli Harold, Jaquiski Tartt e Rashard Robinson, hanno alzato i pugni durante l&#8217;inno nazionale prima di una partita contro i Carolina Panthers.</p>
<p>Successivamente, Jeremy Lane dei Seattle Seahawks si è seduto durante l&#8217;inno nazionale. Il cornerback dei Kansas Chiefs, Marcus Peters, ha alzato il pugno ed ha esortato i giornalisti a sostenere gli sforzi di Kaepernick in modo da aumentare la consapevolezza del malfunzionamento del nostro sistema giudiziario. Durante il Sunday Night Football, Martellus Bennett e Devin McCourty dei New England Patriots hanno alzato i pugni durante l&#8217;inno nazionale.</p>
<p>Anche se ha perso due contratti di sponsorizzazione per questo, anche Brandon Marshall, il linebacker dei Denver Broncos, si è messo in ginocchio ed ha dichiarato che avrebbe continuato ad inginocchiarsi.<br />
Ancora più impressionante è come questo messaggio colpisca gli atleti delle scuole superiori, che, come sappiamo, sono fortemente influenzati dagli atleti professionisti. Guardano, imparano e prendono proprie posizioni perché hanno esperienze d’ingiustizia in prima persona. Alcuni hanno coraggiosamente affrontato avversità, odio e minacce di attacchi fisici.</p>
<p>Nel settembre 2016, un giocatore di football del liceo di Brunswick, Ohio, di nome Rodney Axson Jr., è stato minacciato di linciaggio e chiamato con la parola N dai suoi compagni bianchi dopo essersi inginocchiato per protestare contro il razzismo.</p>
<p>A Seattle, l&#8217;intera squadra di football e lo staff tecnico della Garfield High School si sono messi in ginocchio durante l&#8217;inno nazionale prima della partita del 16 settembre 2016. Non si sono fatti intimidire da un folto gruppo di personaggi pubblici che hanno usato le loro piattaforme per screditare, condannare e ridicolizzare Colin Kaepernick e altri atleti che hanno avuto il coraggio morale di difendere ciò in cui credono. Si potrebbe anche obiettare che questo stesso folto gruppo avrebbe potuto usare tanta forza vocale per condannare le ingiustizie sociali e gli innumerevoli omicidi per mano della polizia che sono rimasti impuniti. Più di due dozzine di neri sono stati uccisi durante gli scontri con la polizia solo nelle prime sei settimane dopo che Kaepernick ha iniziato a protestare. Dove sono le condanne?</p>
<p>Questa stessa gente è rimasta in silenzio quando la polizia ha ucciso il disarmato Terence Crutcher, a Tulsa, in Oklahoma, colpevole di avere dei problemi con la macchina ed in attesa di aiuto da parte della polizia stessa. Non hanno avuto nulla da dire quando la polizia di Charlotte ha ucciso Keith Lamont Scott, un nero colpevole di stare leggendo un libro in macchina. In entrambi i casi, gli agenti sono stati esonerati con un congedo amministrativo retribuito. Come ha detto Colin Kaepernick in un&#8217;intervista post-partita, “ci sono cadaveri in strada e questa gente riceve un compenso di buonuscita e se la cava con un omicidio alle spalle.” La gente dovrebbe essere indignata per questi fatti e non per il fatto che Colin Kaepernick e altri atleti stanno seduti o in piedi durante l&#8217;inno nazionale.</p>
<p>Come dice un saggio proverbio, la giustizia non sarà servita fino a quando coloro che non sono influenzati dai fatti non saranno altrettanto indignati come quelli che lo sono.</p>
<h3>Intervista a David West</h3>
<p>È importante notare che Kaepernick non è il primo atleta moderno a prendere una posizione di questo tipo. Come Mahmoud Abdul-Rauf, la cui intervista appare più avanti in questo libro, il veterano della NBA David West è un altro atleta le cui azioni di protesta sono state ampiamente dimenticate. Molti non sanno che David West ha protestato durante l&#8217;inno nazionale per molti anni, anche prima di Kaepernick. L&#8217;ho notato personalmente in piedi per ultimo, nella fila, circa tre o quattro piedi dietro i suoi compagni di squadra, mentre l&#8217;inno nazionale veniva suonato prima delle partite nel 2004, quando giocava con i New Orleans Hornets. Quando lo incontravo, gli facevo sapere che lo rispettavo per le posizioni che prendeva, ed il rispetto era reciproco. Col passare degli anni, mi imbattei in lui durante alcune conferenze e discussioni, ed in diversi eventi, e l’ho ascoltato esprimere le sue preoccupazioni su diverse questioni che affliggono la nostra società. Ha una passione profonda e articola e dettaglia i suoi discorsi così bene che sarebbe capace di incantare le folle.</p>
<p>West si è concesso del tempo libero durante il suo impegno stagionale con i Golden State Warriors per parlare con me di alcuni di questi temi. Sono perfettamente in linea con tutto ciò di cui Kaepernick ha discusso in modo così eloquente, e talvolta vanno persino più in profondità.</p>
<p>Etan: Protesti costantemente l&#8217;inno nazionale da qualche tempo. Potrebbe essere passato inosservato perché non era un atteggiamento così drastico come inginocchiarsi come Kaepernick. Potresti spiegare le tue ragioni per posizionarti dietro al resto della squadra durante l&#8217;inno.</p>
<p><strong>David West</strong>: Durante il mio secondo anno nella NBA, abbiamo avuto un incontro di gruppo in cui il proprietario ci ha chiesto di mettere le mani sul cuore mentre veniva suonato l&#8217;inno nazionale. Ho alzato la mano e ho semplicemente dichiarato la mia posizione. Ho detto che non avevo intenzione di farlo. . . Quindi il fatto di stare in piedi alla fine della fila, un passo o due dietro i miei compagni di squadra, è qualcosa che ho cominciato a fare solo a causa di quell&#8217;incontro. Non aveva nulla a che fare con qualche evento pubblicizzato. . . Volevo dare rilievo al fatto che c&#8217;è qualcosa al di fuori di questo mondo in cui viviamo chiamato sport o NBA. Quest’atto è sempre stato un promemoria per me stesso. Vedo che i ragazzi passano attraverso alcuni rituali prima della partita. Bene, per me, era qualcosa di semplice che avrei potuto fare in quel momento per riflettere su quanto sono fortunato nel fare qualcosa che amo; ma allo stesso tempo riconoscere che c&#8217;è una maggiore severità nella vita al di fuori di questa piccola bolla chiamata NBA.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Qualcuno ha tentato di dissuaderti? In tal caso, quale è stata la tua reazione e qual è stata la loro reazione? Hai mai temuto le critiche dei media o dei fan?</p>
<p><strong>West</strong>: Non ho mai temuto le critiche da parte dei media o dei fan perché mi sono sempre sentito di parlare da una posizione chiara. Parlo dal punto di vista dell&#8217;onestà. Cerco di essere il più sincero possibile nelle mie dichiarazioni. Spesso, quando parlo, non si tratta di me. Non si tratta di far uscire David davanti alla telecamera o cercare di diventare un attivista. Quando fui esplicito su Donald Sterling [Ex proprietario dei Los Angeles Clippers, costretto a vendere la propria franchigia e bandito a vita dalla NBA dopo la pubblicazione di telefonate private in cui insultava giocatori e personaggi pubblici afro-americani], e fui una delle prime persone a chiamarlo per quello che era &#8211; senza mezzi termini, razzista &#8211; non c&#8217;era altro modo per descrivere in modo tangibile ciò che aveva detto e ciò che sottintendeva con quelle parole nei suoi messaggi. Si trattava di un’ideologia direttamente derivata dalla schiavitù delle piantagioni, e non mi sono vergognato, né ho avuto paura di dirlo. . . C&#8217;è questo modo di pensare, che in qualche modo perderemo seguito o saremo meno visibili se parliamo di ciò che sta accadendo nella società. Penso che sia falso.</p>
<p>Quello che ho scoperto è che i fan apprezzano l&#8217;intelligenza. Apprezzano l&#8217;impegno sociale. In realtà li fa sentire più a loro agio delle persone che stanno supportando e che se ne fregano di quello che sta succedendo nel mondo. In realtà ho avuto una maggiore risposta da parte di persone che apprezzano gli atleti che dicono cose positive, perché riconoscono il tipo di peso che le nostre parole hanno sui giovani. Gli insegnanti sono tra i nostri più grandi sostenitori. Li ho sentiti dire: &#8220;Grazie a Dio hai detto quello che hai detto&#8221;, &#8220;Apprezzo le tue parole&#8221;, ecc. Sono commenti che sento costantemente, apprezzano che mostriamo una dimensione diversa. . . Ora c&#8217;è la speranza di non dover essere unidimensionali. Non puoi essere uno stupido idiota. Puoi leggere libri, puoi essere socialmente e politicamente impegnato. . . Per presentare una versione migliore di te stesso, devi acquisire dimensioni diverse rispetto a ciò che sei. La tua esperienza professionale, la tua esperienza personale, la tua esperienza sociale e la tua capacità di pensare ed esprimere criticamente i tuoi pensieri attraverso il linguaggio aiutano a trasmettere il tuo messaggio. . .</p>
<p>Quando tutto si riconduce ad un unico scopo, non puoi aver paura di dire la tua verità, in particolare quando si tratta di un contesto storico. Non puoi aver paura di raccontare la storia come è realmente accaduta, non ciò che vogliamo sentire, e non ciò che vogliamo estrapolare da esso o revisionare. . . Questo è il motivo per cui continuo a parlare e non ho paura di essere criticato.</p>
<p><strong>Etan</strong>: Ecco una citazione da una potente intervista che hai fatto in una puntata di Undefeated [Programma sportivo sul canale ESPN]: &#8220;Non posso iniziare a parlare di civiltà e di cittadinanza se non credete neppure che io sia un essere umano. Come puoi parlare di progresso e di come gli esseri umani si relazionano tra loro quando non riconosci nemmeno la nostra umanità? Prima di tutto dobbiamo essere d’accordo su questo, poi possiamo pensare di giocare sullo stesso campo &#8220;. Quelle sono parole potenti. Potresti spiegarti in modo più dettagliato?</p>
<p><strong>West</strong>: Credo che il contesto storico sia il contesto più importante in questa nazione per quanto riguarda gli afroamericani, i popoli africani in America, i neri, i le persone di colore, i negri o qualunque altro nome o termine con cui si desidera chiamarci. La radice di tutti questi problemi non è solo la schiavitù. Molte volte le persone da entrambe le parti ci accusano di usare la carta schiavitù&#8230; Quando parliamo di brutalità della polizia, dei profitti delle carceri, della schiavitù dei carcerati, della pena di morte, del braccio della morte, di sotto educazione, di cattiva istruzione, di incarcerazioni di massa, di tutte le diverse questioni civili e sociali che subiamo come gruppo, in questo Paese in particolare ed in molti altri posti in tutto il mondo, ci troverai relegati in fondo…</p>
<p>Tutti gli indicatori socioeconomici indicano che il nostro gruppo subisce le maggiori privazioni in questo paese. E quegli stessi indicatori socioeconomici possono essere tagliati, copiati e incollati su ogni nero da qualsiasi altra parte del mondo. Siamo ben consapevoli di quanto l&#8217;Africa stessa è stata saccheggiata, distrutta e derubata per centinaia di anni ininterrottamente. . . Lo stupro costante delle risorse, la costante tortura ed il tormento dei cittadini africani si fondano principalmente sull&#8217;idea che noi non facciamo parte della famiglia umana.</p>
<p>Tutte queste ideologie hanno una ragione contestuale nella storia in cui sono nate. . . Per trattare queste persone nella misura in cui sono state trattate, devi renderle qualcosa di diverso da quello che sei tu. Quindi, se classifichi e crei scienze che ti innalzano allo status d&#8217;élite in termini di umanità, da dove viene chi è escluso da quelle classi? Ciò che rimane è semplicemente uguale o inferiore agli animali. Pertanto, ti è consentito di giustificare il trattamento di queste &#8220;cose&#8221; o di questi &#8220;altri&#8221; e farne uso a tuo piacimento. Vuoi sapere perché Tamir Rice [ Dodicenne afroamericano ucciso il 22 novembre 2014 a Cleveland, Ohio, da un poliziotto] è stato ucciso in meno di due secondi? Perché centinaia e centinaia di anni fa le persone hanno iniziato a propagare queste idee sul fatto che noi fossimo qualcosa di diverso dagli esseri umani. Che in qualche modo non meritassimo o non avessimo i diritti garantiti da Dio al resto dell’umanità… La più grande battaglia che abbiamo di fronte è quella di ridefenirci come esseri umani nello spettro dell&#8217;umanità. Quando osservi cosa è successo a Ferguson con Mike Brown [Diciottenne afroamericano ucciso dal poliziotto Darren Wilson il 9 agosto del 2014 a Ferguson, Missouri] e ascolti il linguaggio usata da Darren Wilson per descrivere Mike Brown, quella è stata una narrazione disumanizzante: “Le sue dimensioni… la sua forza sovrumana…” Questo è l’ABC del razzismo. Questo è razzismo antico riutilizzato nel 2015. Questo è ciò con cui abbiamo a che fare. . .</p>
<p>Se vogliamo affrontare e arrivare alla causa principale di alcuni dei mali sociali come l&#8217;incarcerazione di massa ed il crimine che accade nelle nostre comunità, bisogna iniziare con l&#8217;istruzione. Sebbene sappiamo che il crimine nero contro nero non è diverso dal crimine bianco contro bianco, né da qualsiasi altro tipo di crimine, dato che le persone che vivono in stretta vicinanza l&#8217;una dell&#8217;altra tendono a commettere crimini l&#8217;uno contro l&#8217;altro. Ciò che viene mostrato e visualizzato tramite immagini parla di una narrazione negativa che rafforza vecchi stereotipi e generalizzazioni. Nuove persone vengono addestrate ed istruite contro di noi. Vengono diseducati su dove ci dovremmo disporre ed adattarci sulla mappa dell&#8217;esistenza umana.</p>
<h3>Dal Cap 10 &#8211; Parlarne con i giovani atleti conta</h3>
<p>Un fine settimana, abbiamo organizzato con la squadra di mio figlio una raccolta fondi presso un autolavaggio in una stazione di servizio ExxonMobil. È stato un bellissimo evento, soprattutto per alcuni dei nuovi giocatori. Appartengo alla vecchia scuola, non credo nelle concessioni ai giovani. Sono dell’opinione che apprezzeranno di più quando avranno lavorato per ottenere qualche cosa.</p>
<p>Tutto stava andando bene fino a quando un uomo bianco non si è avvicinato a Nichole ed ha detto che i ragazzi non potevano stare lì e avrebbe chiamato la polizia. Poco dopo, il proprietario dell&#8217;Exxon mi ha chiamato e mi ha detto che l’uomo aveva chiamato la polizia per denunciarci.</p>
<p>Quest&#8217;uomo ha visto un gruppo di ragazzi neri fare qualcosa di positivo e ha pensato che fossero lì per compiere qualche danno? Che fossero lì illegalmente? Per molestare le persone? È triste che una squadra delle leghe giovanili non possa nemmeno fare un evento di raccolta fondi senza confrontarsi con la dura realtà della vita.</p>
<p>Un&#8217;altra lezione per i ragazzi è arrivata un giorno dopo gli allenamenti. Stavo portando a casa Malcolm e il suo compagno di squadra Camar quando abbiamo notato dei lampeggianti dietro di noi seguite da una sirena. Ho visto i loro occhi spalancarsi per la paura e ho detto loro di rilassarsi, fare un respiro profondo e sedersi.</p>
<p>Mi sono fermato e ho spento la musica. Ho azionato il registratore vocale sul mio telefono e l&#8217;ho messo nel porta bicchieri di fronte al parabrezza. Ho tolto il portafogli dalla tasca e l&#8217;ho appoggiato sul cruscotto. Ho abbassato tutti i finestrini e messo le mani sul volante. Mentre un poliziotto si avvicinava al mio finestrino, il suo collega illuminava con la torcia dal lato opposto della macchina Camar, e poi l&#8217;interno della macchina.<br />
Il primo poliziotto: “Patente e libretto&#8221;.</p>
<p>Rispondo con voce molto chiara: &#8220;Il mio libretto di circolazione è nel mio vano portaoggetti, va bene se la prendo?”</p>
<p>Dice di sì, quindi lentamente allungo la mano verso il mio vano portaoggetti mentre il suo compagno illumina con la torcia la mia mano tutto il tempo.</p>
<p>Poi esclamo: &#8220;La mia patente è nel portafogli, va bene se lo raggiungo e la tiro fuori dal mio portafoglio?&#8221;<br />
Dico di sì, e lentamente sposto le mani verso la console e recupero la patente.</p>
<p>L&#8217;ufficiale prende le informazioni e torna alla sua macchina. Osservo così tante emozioni diverse sulla faccia di Malcolm. Confusione, paura, preoccupazione. Guardo di nuovo Camar e vedo lo stesso. Chiedo loro se stanno bene ed entrambi annuiscono con la testa. Dico loro di fare un respiro profondo, di rilassarsi e che tutto andrà bene.</p>
<p>Dopo circa dieci minuti, i poliziotti tornano. Mi ridanno la patente e registrazione, quindi mi informano che ho un fanale posteriore fuori uso. Mi consegnano un pezzo di carta e spiegano che ho dieci giorni per ripararlo. Infine, il poliziotto esclama “buona notte&#8221; e se ne va.</p>
<p>Ho immediatamente riconosciuto che questo era un momento da cui trarre insegnamenti. Ho chiesto a Malcolm e Camar se avessero notato tutto quello che ho fatto prima che il poliziotto si avvicinasse alla mia finestra. Malcolm ha detto: &#8220;Sì, hai spento la musica, hai abbassato i finestrini e hai messo le mani sul volante&#8221;, e Camar ha aggiunto: “Hai tolto il portafogli prima che potesse chiedertelo.&#8221;</p>
<p>Ho detto, &#8220;corretto&#8221;.</p>
<p>Malcolm ha replicato: &#8220;Capisco perché hai fatto tutto ciò, ma non dovresti farlo. Non hai fatto niente di male. Tutto questo per un fanale posteriore rotto? Trattarti in quel modo e creare tutta quella tensione per questo? Non avrebbero potuto scattare una foto della tua patente con le loro telecamere speciali e spedirti una multa o qualcosa del genere? &#8221;</p>
<p>Stava cominciando a ragionare.</p>
<p>Gli ho detto: &#8220;Okay, riepiloghiamo tutto. Uno: ho spento la musica per evitare un&#8217;atmosfera di aggressività. Stavamo ascoltando hip-hop, che è qualcosa di aggressivo per molte orecchie estranee, ed è comunque una buona idea in generale spegnere la musica quando ci si ferma.</p>
<p>Due: ho abbassato tutti i finestrini, anche i finestrini posteriori, perché i miei vetri sono oscurati e non volevo che la polizia avesse problemi di visibilità quando si sono avvicinati alla mia auto. La prima cosa che hanno fatto è stata illuminare l’interno. Hanno puntato la luce sulla faccia di Camar nella parte posteriore, sul pavimento, sul posto vuoto, hanno illuminato tutto quanto.</p>
<p>Tre: ho messo entrambe le mani sul volante in modo che potessero vedere le mie mani.</p>
<p>Quattro: non ho fatto movimenti improvvisi. Anche quando mi hanno detto di prendere la patente e libretto, non sono andato subito a prenderli. Ho chiesto a voce alta e chiaramente se andasse bene che aprissi il mio vano portaoggetti e prendessi il libretto. Mi sono mosso lentamente. Molto lentamente. E avevano ancora le loro torce puntate sulle mie mani per guardarmi attentamente.&#8221;</p>
<p>Malcolm ha continuato: &#8220;Non avresti dovuto fare tutto questo. Capisco, ma non abbiamo fatto nulla di male e ci hanno trattato come criminali. Che cosa dobbiamo dimostrargli, che non siamo criminali? Non è giusto.&#8221;</p>
<p>Ho spiegato a Malcolm che la fierezza non ha niente a che fare con questo. L&#8217;obiettivo numero uno è tornare a casa sani e salvi, punto. Nove volte su dieci i poliziotti hanno paura quando si avvicinano ad un&#8217;auto con dentro dei neri. È così e basta. È giusto che sia così? No, certo che non lo è. Ma è così. Hanno il potere, le armi, l&#8217;autorità, ma sono quelli che hanno paura. E quando sai che qualcuno è terrorizzato da te, e ha tutto il potere, ed è in una posizione di autorità, devi essere saggio con le tue azioni. Si tratta di tornare a casa sani e salvi. Questo è tutto ciò che conta. È la realtà, e non serve a nessuno di noi morire per dimostrare che non è giusto. Perché è quello che è, una questione di vita o di morte. La differenza sta nel tornare a casa e discuterne come stiamo facendo adesso, o diventare un hashtag ed avere il tuo nome stampato su una maglietta. Non è quello che voglio. Sono stanco di vederlo. Dobbiamo capire la differenza tra vincere la battaglia e vincere la guerra.</p>
<p>In questa situazione mi sono preparato per vincere la guerra. Ho messo il mio telefono nel porta bicchieri, ho mostrato verbalmente di essere pienamente in regola. E se qualcosa fosse andato storto, ne avevo le prove.</p>
<h3>NOTE BIOGRAFICHE</h3>
<p><strong>ETAN THOMAS 1978</strong></p>
<p>Ex professionista della NBA dal 2001 al 2011, ha militato nei Washington Wizards, Oklahoma Thunder e negli Atlanta Hawks. Poeta, scrittore, attivista, collabora con molte testate come opinionista su diritti civili e razzismo nello sport, tra cui Guardian e Huffington Post</p>
<p><strong>DWYANE TYRONE WADE JR 1982</strong></p>
<p>Ex cestista statunitense, professionista nella NBA. Ha militato per tutta la sua carriera ai Miami Heat, con cui ha vinto tre anelli (2006-2012-2013), fatta eccezione per una breve parentesi ai Chicago Bulls nel 2016 e ai Cleveland Cavaliers nel 2017. È considerato uno dei giocatori più forti della sua generazione.</p>
<p><strong>DAVID WEST 1980</strong></p>
<p>Cestista statunitense, professionista nella NBA. Ha giocato con New Orleans Hornets, Indiana Pacers, San Antonio Spurs e Golden State Warriors, con cui si laureato 2 volte campione NBA (2017-2018).</p>
<p>Etan Thomas<br />
<strong><a href="https://amzn.to/2YhxEpg">We Matter: Athletes and Activism</a></strong><br />
Akashic Books 2018</p>
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		<title>Tre incontri sulla letteratura elettronica a Genova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Mar 2018 15:00:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Venerandi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[Fabrizio Venerandi, autore dell&#8217;ebook Poesie Elettroniche coedito da Nazione Indiana, terrà a Genova tre incontri a ingresso libero sul tema della letteratura elettronica. Accorri numeroso! &#8211; Jan Reister PRIMA GIORNATA &#8211; Martedì 13 marzo Presentazione di Poesie Elettroniche di Fabrizio Venerandi (Ed. Quintadicopertina &#38;Nazione Indiana 2016). Un viaggio, assieme all&#8217;autore, all&#8217;interno del suo ebook di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Fabrizio Venerandi, autore dell&#8217;ebook <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/01/16/poesie-elettroniche/">Poesie Elettroniche</a> coedito da Nazione Indiana, terrà a Genova tre incontri a ingresso libero sul tema della letteratura elettronica. Accorri numeroso! &#8211; Jan Reister</em></p>
<p><strong>PRIMA GIORNATA &#8211; Martedì 13 marzo</strong></p>
<p>Presentazione di <em>Poesie Elettroniche </em>di Fabrizio Venerandi (Ed. Quintadicopertina &amp;Nazione Indiana 2016). Un viaggio, assieme all&#8217;autore, all&#8217;interno del suo ebook di electronic poetry. Quali sono stati i lavori ispiratori, come si scrive (e come si legge) una poesia elettronica, come la si programma, come la si modifica. Con l’Autore dialoga Donald Datti, poeta del gruppo Bib(h)icanti</p>
<p><strong>SECONDA GIORNATA &#8211; Mercoledì 28 marzo</strong></p>
<p><em>Letteratura elettronica: uno sguardo internazionale. </em></p>
<p>Dai <em>text adventure</em> degli anni Ottanta, alle App di lettura interattiva, dai <em>Multi User Dungeon</em> fino ai catalogi di <em>Electronic Literature</em> di ELO.</p>
<p><strong>TERZA GIORNATA &#8211; Mercoledì 11 aprile</strong></p>
<p><em>Il digitale prima (e fuori) del digitale. </em></p>
<p>Un viaggio tra i testi di narrativa cartacea non lineare: da <em>Il gioco del mondo</em> di Cortazar a <em>Aurum Tellus</em> di Gavino Ledda, da <em>In balia di una sorte avversa</em> di Johnson a <em>La nave di Teseo </em>di J. J. Abrams e Doug Dorst. Senza dimenticare i librogame.</p>
<p>Gli incontri sono alle ore 17 presso la <a href="http://www.bibliotecauniversitaria.ge.it/it/info/dove_siamo.html">Biblioteca Universitaria di Genova</a> – ex Hotel Colombia – via Balbi 40 &#8211; 16126 Genova. Ingresso libero.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Com_stampa-Venerandi_Lett_elettronica-BUG-2018_03_13.pdf">Comunicato stampa</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/LOC_VENERANDI-1.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-73029" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/LOC_VENERANDI-1-724x1024.jpeg" alt="" width="720" height="1018" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/LOC_VENERANDI-1-724x1024.jpeg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/LOC_VENERANDI-1-212x300.jpeg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/LOC_VENERANDI-1-768x1086.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/LOC_VENERANDI-1.jpeg 905w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Calumet Voltaire della Festa Indiana: le password degli italiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/08/calumet-voltaire-della-festa-indiana-le-password-degli-italiani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2018 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[password]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza informatica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jan Reister Il 29 ottobre alla Festa di Nazione Indiana ho fatto una piccola improvvisazione su un argomento di sicurezza informatica, insieme a Ettore Mazzoli al basso elettrico. Di recente mi sono occupato di password auditing per motivi professionali e mi sono accorto che l&#8217;argomento poteva risuonare anche al di fuori dei circuiti specialistci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jan Reister</strong></p>
<p>Il 29 ottobre alla <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/">Festa di Nazione Indiana</a> ho fatto una piccola improvvisazione su un argomento di sicurezza informatica, insieme a Ettore Mazzoli al basso elettrico.</p>
<p>Di recente mi sono occupato di password auditing per motivi professionali e mi sono accorto che l&#8217;argomento poteva risuonare anche al di fuori dei circuiti specialistci ed essere, olre che utile, forse divertente.</p>
<p>Ho incontrato la prima password insieme al primo computer molto tempo fa e ne sono rimasto affascinato: un piccolo pezzetto di testo memorabile con cui sbloccare l&#8217;accesso a mondi nuovi e inesplorati. Col tempo le mie password si sono specializzate, moltiplicate e sono diventate talvolta un problema nelle mie relazioni sociali.</p>
<p>Le password sono in un certo senso uno specchio della nostra personalità, per come le scegliamo e per le tecniche mnemoniche che adottiamo per ricordarle. Come ogni tratto umano, ci possono individuare nella virtù così come ci possono accomunare nei vizi: ci sono password complesse ed eleganti, e ce ne sono di banali e deludenti.</p>
<p>Qualche mese fa ho avuto accesso ad un vasto archivio di credenziali trafugate da innumerevoli servizi nel corso di vari anni. Non posso e non voglio, per ragioni legali ed etiche, consultare direttamente un simile archivio, ma posso eseguire su di esso alcune operazioni tecniche a scopo professionale (password auditing) e divulgativo. Posso ad esempio selezionare tutti gli indirizzi email di domini .it ed estrarne le password, per poi raggrupparle, contarle ed ordinare la lista delle 10 password più comunemente usate.</p>
<p>Una simile lista ha uno scopo didattico (se la vostra password è lì, cambiatela subito) senza rivelare niente di individuale (sono usate da decine di migliaia di account). Ed ha un risvolto umano, culturale e psicologico, che ho cercato di portare al pubblico di Fano in questa improvvisazione.</p>
<p>La password numero uno è la sequenza 1234567890 in ogni combinazione di lunghezza e ripetizioni, usata centinaia di migliaia di volte. E&#8217; una password pessima e rivela pigrizia mentale. Le 10 password successive, usate decine di migliaia di volte, sono altrettanto scadenti e rivelano qualcosa della personalità dell&#8217;autore:</p>
<p>juventus<br />
andrea<br />
napoli<br />
francesco<br />
giuseppe<br />
qwerty<br />
password<br />
antonio<br />
alessandro<br />
amoremio</p>
<p>Chi volesse sapere se il proprio account email compare in uno dei tanti archivi di password trafugate può consultare il servizio <a href="https://haveibeenpwned.com/">https://haveibeenpwned.com/</a> di Troy Hunt, su cui è anche disponibile un servizio di password auditing.</p>
<p>La lettura completa, accompagnata al basso da Ettore Mazzoli, nella registrazione audio:</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="WznG1FTwIGc"><iframe loading="lazy" title="Jan Reister CALUMET VOLTAIRE" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/WznG1FTwIGc?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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			</item>
		<item>
		<title>Formati per fare ebook</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/31/formati-per-fare-ebook/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2017 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Venerandi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Seconda puntata dell&#8217;autore di Poesie Elettroniche sui formati digitali per leggere poesia. Una riflessione su cosa voglia dire oggi fare e leggere un ebook di poesia elettronica dal punto di vista delle specifiche. Leggi anche la prima puntata] di Fabrizio Venerandi Quando si parla di ebook oggi si parla di qualcosa la cui natura è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Seconda puntata dell&#8217;autore di <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=347:poesie-elettroniche&amp;catid=44:polistorie&amp;Itemid=63">Poesie Elettroniche</a> sui formati digitali per leggere poesia. Una riflessione su cosa voglia dire oggi fare e leggere un ebook di poesia elettronica dal punto di vista delle specifiche. Leggi anche la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/03/16/formiamo-le-poesie-digitali-parte/">prima puntata</a>]</em></p>
<p><strong>di Fabrizio Venerandi</strong></p>
<p>Quando si parla di ebook oggi si parla di qualcosa la cui natura è ambigua: mentre tutti sappiamo cosa è un libro perché ne conosciamo le caratteristiche tecniche sommarie, l&#8217;ebook è un oggetto non solo virtuale, ma anche non formalizzato in maniera univoca.<br />
L&#8217;ebook paga lo scotto di diversi peccati originari:</p>
<ul>
<li>nel suo nome fa riferimento ad un contenitore di <em>dati</em> e non ai dati stessi (il contenuto). Si parla quindi di <em>libri elettronici</em> e non di <em>poesia elettronica</em>, o di <em>narrativa elettronica</em>, quasi che l&#8217;oggetto fisico libro sia di per sé la forma perfetta per la trasmissione del pensiero, anche nella sua forma digitale;</li>
<li>a cascata dal primo punto, l&#8217;ebook è pensato come un <em>mp3 del libro</em>, ovvero una versione elettronica di un testo che esiste già in una forma cartacea. L&#8217;ebook non è quindi un libro digitale, ma un libro digitalizzato;</li>
<li>non esiste un <em>formato ebook universale</em>, anzi, non esiste proprio un <em>formato ebook</em>. Quello che oggi conosciamo come ebook è un agglomerato di specifiche pre-esistenti nate per fare altro (in genere, siti web), riadattate per l&#8217;occasione.</li>
</ul>
<p>A questo si aggiunga la lotta tra i grossi player della distribuzione, ognuno con dispositivi, DRM (protezioni/vincoli), formati differenti.<br />
Ad oggi i più diffusi formati per leggere ebook, <strong>ePub2</strong>, <strong>mobi</strong> (nella sua forma base e nell&#8217;evoluzione del <strong>kf8</strong>) non sono nati per fare letteratura elettronica. Non c&#8217;è possibilità di inserire codice eseguibile all&#8217;interno dell&#8217;ebook, ma solo di utilizzare sistemi di marcatura (X)HTML e fogli stile in CSS.<br />
Mentre <strong>ePub2</strong> è un formato aperto le cui specifiche sono disponibili online, <strong>mobi</strong> e <strong>kf8</strong>, formati oggi proprietari di Amazon, possono essere creati solo con programmi di Amazon e letti solo con applicazioni di Amazon.<br />
Benché non siano nati per fare letteratura elettronica, anche con questi formati di base è possibile uscire dal giardino del libro lineare e progettare testi di <em>hypertext fiction</em> (o <strong>hypertext poetry</strong>). Ovvero sfruttare la marcatura per creare dei <em>link</em> tra le diverse parti del proprio ebook, proponendo al lettore un percorso di lettura variabile a seconda delle sue scelte.</p>
<p>L&#8217;<em>hypertext fiction</em> è stata alla base del lavoro che ho fatto con la collana delle <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=266:narrativa&amp;catid=35:polistorie&amp;Itemid=88" rel="nofollow noopener">polistorie</a> dal 2010 ad oggi. L&#8217;ipertesto è uno strumento semplice che permette di avere sviluppi letterariamente molto interessanti e con una gamma espressiva molto più ampia di quello che generalmente si pensi. Nella mia esperienza, con soli cinque testi, siamo passati dall&#8217;ebook game di derivazione <em>interactive fiction</em>, a romanzi costruiti come <em>libro game</em>, fino ad opere in cui la struttura narrativa diventa un materiale di consultazione ipertestuale (esemplare da questo punto di vista <em>Cuore à la coque</em> di Mauro Mazzetti).</p>
<p>È corretto ricordare anche che l&#8217;<em>hypertext fiction</em> viene fatta in ebook <em>nonostante</em> gli ebook. Sia i formati, sia il supporto degli ebook reader degli elementi non lineari, non sono particolarmente attenti a questo tipo di sviluppo <em>non libro</em>. Nonostante, questo negli ultimi anni, sono cresciuti titoli che sfruttano questa modalità anche per un pubblico generalista, in genere nella più semplice modalità <em>storia a bivio</em>.</p>
<p>Il discorso cambia radicalmente con <strong>EPUB3</strong>, formato che permette di avere elementi multimediali al suo interno (video, audio e sincronizzazione testo/audio), visione reflow o fixed, marcatura HTML5 e soprattutto codice <strong>Javascript</strong> essenziale per creare testi di letteratura elettronica. Questo è il formato che ho scelto per la scrittura delle <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=347:poesie-elettroniche&amp;catid=44:polistorie&amp;Itemid=63" rel="nofollow noopener">Poesie Elettroniche</a>.</p>
<p><strong>EPUB3</strong> è in sostanza un pacchetto zip contenente diversi file di configurazione in <strong>XML</strong>, pagine web in <strong>XHTML5</strong>, <strong>CSS2</strong> con un subset di CSS3, eventuali file <strong>audio</strong> e <strong>video</strong>, codice <strong>Javascript</strong>, <strong>SMIL</strong> di sincronizzazione testo/audio, immagini rasterizzate o vettoriali in <strong>SVG</strong>, font.<br />
EPUB3 è oggi nativamente leggibile su iPad, iPhone e iOs in genere, su ogni macchina Apple e &#8211; attraverso pacchetti come Adobe Digital Edition e Calibre &#8211; su ogni piattaforma Windows e Linux. Esistono anche App di terze parti per Android.</p>
<p>Il supporto delle diverse applicazioni migliora di anno in anno, nonstante il formato abbia avuto diversi rallentamenti, per motivi sostanzialmente tecnici ed economici. Le specifiche, complesse, non hanno un supporto omogeneo da parte dei vari lettori di ebook: non esistono ebook reader e-ink che nativamente leggano EPUB3 e l&#8217;intera piattaforma Amazon Kindle non legge e non converte il codice inserito negli EPUB3. Anche Apple, pur supportando il formato, ne ha rallentato l&#8217;espansione proponendo un proprio formato proprietario, l&#8217;improbabile .ibooks. Non ultimo, un EPUB3 per sua natura non è più la copia di un libro di carta, ma si propone come prodotto originale, il che, per una casa editrice, significa destinare risorse ad hoc per un prodotto che vivrà solo nella sua forma digitale.</p>
<p>Nonostante questi impedimenti e rallentamenti, l&#8217;EPUB3 appare ad oggi il formato più adatto nel medio termine per la creazione e lo sviluppo di <em>letteratura elettronica</em>. Ancora di più dopo l&#8217;<em>assorbimento</em> dell&#8217;IDPF (i padri di EPUB) all&#8217;interno del W3C: qualunque sarà il futuro dell&#8217;editoria digitale avrà a che fare con i formati e le specifiche già oggi utilizzate all&#8217;interno dell&#8217;EPUB3.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Formiamo le poesie digitali &#8211; parte prima</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/16/formiamo-le-poesie-digitali-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Mar 2017 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Venerandi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[[L&#8217;autore di Poesie Elettroniche propone un primo articolo tecnico-divulgativo sui formati digitali per leggere poesia. Una riflessione su cosa voglia dire oggi fare e leggere un ebook di poesia elettronica dal punto di vista delle specifiche. JR] di Fabrizio Venerandi Nello scrivere una poesia tradizionale conosciamo il media con cui verrà fruita, sia nella sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[L&#8217;autore di <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=347:poesie-elettroniche&amp;catid=44:polistorie&amp;Itemid=63">Poesie Elettroniche</a> propone un primo articolo tecnico-divulgativo sui formati digitali per leggere poesia. Una riflessione su cosa voglia dire oggi fare e leggere un ebook di poesia elettronica dal punto di vista delle specifiche. JR]</em></p>
<p>di <strong>Fabrizio Venerandi</strong></p>
<p>Nello scrivere una poesia tradizionale conosciamo il media con cui verrà <em>fruita</em>, sia nella sua versione scritta, sia in quella orale. Possiamo pensare che verrà stampata e letta su un foglio, all&#8217;interno di una silloge, in una rivista. Oppure ascoltata durante un <em>reading</em> o in uno <em>slam poetry</em>.</p>
<p>I contenitori in cui una poesia tradizionale viene sviluppata e creata sono &#8211; appunto &#8211; tradizionali e sommariamente conosciuti da tutti coloro che leggono o scrivono versi.</p>
<p>Il discorso si fa più complicato quando iniziamo a parlare di <em>electronic poetry</em>, non solo perché <strong>l&#8217;electronic poetry in realtà ingloba al suo interno cose molto diverse in quanto a progettazione e fruizione</strong>, ma anche perché <strong>la poesia elettronica si appoggia a media elettronici i cui formati e le cui specifiche non hanno raggiunto uno <em>stato dell&#8217;arte</em>, come nel caso del libro</strong>. Anzi, proprio per sua la natura <em>elettronica</em>, è possibile che questa instabilità di forma sia una caratteristica <em>naturale</em> di questo tipo di scrittura.</p>
<p>Essendo &#8211; voglio dire &#8211; legata a una serie di strumenti tecnologici in continuo divenire, essa stessa deve avere con questi strumenti un dialogo costante nel tempo.</p>
<p>È quindi importante, ancora prima di parlare della natura della poesia elettronica, capire quali sono le forme con cui essa si è sviluppata e si potrà sviluppare in futuro.</p>
<p>Guardando le interessanti collezioni dell&#8217;<a href="http://eliterature.org" rel="nofollow noopener">ELO</a> si può notare che esista una grande varietà di strumenti utilizzati per fare poesia elettronica.</p>
<p>In questo post non voglio entrare nello specifico di ogni singolo lavoro, ma possiamo trovare alcune ricorrenze che ci permettono di <em>mappare</em> tendenze di utilizzo e <em>buone pratiche</em>.</p>
<p>La prima è quella del <strong>video</strong>. Molte poesie elettroniche appaiono come video. Questo per diversi motivi:</p>
<ul>
<li>il video viene scelto come strumento per la animazione dei versi nello spazio (come avviene ad esempio per la <em>poesia cinetica</em>). Un esempio è <a href="http://collection.eliterature.org/1/works/beiguelman__code_movie_1.html" rel="nofollow noopener">Code Movie 1</a>;</li>
<li>il video <em>testimonia</em> una poesia elettronica nata con strumentazioni informatiche che non sono più accessibili (computer obsoleti, performance con elettroniche non più utilizzabili). Un esempio è <a href="http://collection.eliterature.org/2/works/huth_endemic_battle_collage.html" rel="nofollow noopener"><em>Endemic Battle Collage</em></a>, programmata su un Apple II del 1985 e fruibile oggi come video.</li>
</ul>
<p>Quello che caratterizza questo tipo di lavori è una bassa interattività con il lettore/utente, che guarda/legge l&#8217;opera nella sua evoluzione temporale o spaziale.</p>
<p><strong>Aumentando l&#8217;interazione si entra nel campo del codice</strong>. La seconda tendenza è quella di offire dei lavori <em>eseguibili</em>. Applicazioni, script, programmi che vengono interpretati sul momento dal computer. Si tratta di un passaggio molto importante. Codice significa programmare il computer perché <em>faccia cose</em> quando il poeta non c&#8217;è. Non si tratta solo di <em>animare</em> una poesia, o di <em>aumentarla</em> con elementi multimediali o sonori, ma di progettare algoritmi che scrivano, manipolino, modifichino la poesie <em>al nostro posto</em>. Ovvero, nella sua visione più estrema, <strong>il poeta non scrive più i versi, ma scrive le parti di codice che generano i suoi versi</strong>. Tra i linguaggi più utilizzati all&#8217;interno delle collezioni ELC:</p>
<ul>
<li>Flash. Molti lavori di poesia elettronica, specie se connotate da elementi visuali, sonori e di animazione, usano in maniera massiccia Adobe Flash. Un esempio è <a href="http://collection.eliterature.org/3/work.html?work=thoughts-go" rel="nofollow noopener">Thoughts Go</a>;</li>
<li>html &amp; javascript &amp; css, ovvero i sistemi di marcatura e scripting con cui sono costruite buona parte delle pagine Web. Un esempio è il semplice <a href="http://collection.eliterature.org/3/work.html?work=sample-automatic-poem" rel="nofollow noopener">Sample automatic poem</a>;</li>
<li>Ipertesto, ovvero l&#8217;utilizzo dei link per spostarsi all&#8217;interno di più atomi testuali, grafici o sonori. Un esempio è <a href="http://collection.eliterature.org/3/work.html?work=high-muck-a-muck" rel="nofollow noopener">High Muck a Muck: Playing Chinese</a>;</li>
<li>altri linguaggi, videogiochi, server online, applicazioni vere e proprie.</li>
</ul>
<p>Il confine tra gli strumenti utilizzati per queste poesie elettroniche è molto permeabile: la scelta è legata non solo a esigenze espressive, ma anche alla conoscenza del programmatore di questo o quel linguaggio, alla possibile distribuzione on-line dell&#8217;opera, al pubblico di riferimento, al periodo storico in cui le opere sono state scritte.</p>
<p>Oggi alcuni linguaggi sono obsoleti (Applesoft Basic) e alcuni sistemi anche molto utilizzati come Flash stanno lasciando sempre più spazio a specifiche <em>aperte</em> come HTML5, Javascript e CSS.</p>
<p>Da notare che <strong>nessuna delle poesie che ho citato e di quelle che trovate collezionate nel sito dell&#8217;ELO è un libro elettronico</strong>. Tra le keywords di catalogazione delle opere del <a href="http://collection.eliterature.org/3/index.html" rel="nofollow noopener">terzo volume</a> dell&#8217;ELC non appare né &#8220;ebook&#8221;, né &#8220;ePub&#8221;.</p>
<p>Paradossalmente il libro digitale non è stato fino ad oggi uno strumento reputato adatto per la creazione e la raccolta di <em>electronic poetry</em>.</p>
<p>Per capire il perché è necessario avvicinarsi e scoprire quali siano i formati utilizzati oggi per fare libri elettronici, quali le loro caratteristiche <em>tecniche</em> e quali le loro possibilità espressive.</p>
<p>Questo sarà il tema del prossimo post.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/13/43-poeti-ayotzinapa-voci-messico-suoi-desaparecidos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ayotzinapa]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio lo russo]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=66182</guid>

					<description><![CDATA[A poco più di due anni dalla notte di Iguala e dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (a cura di Lucia Cupertino, con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">A poco più di due anni dalla notte di Iguala e dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=248&amp;controller=product"> <strong>43</strong> <strong>poeti per</strong> <strong> Ayotzinapa. Voci</strong> <strong>per il Messico e i suoi</strong> <em><strong>desaparecidos</strong></em> </a> (a cura di Lucia Cupertino, con prefazione di Fabrizio Lorusso e postfazione di Francesca Gargallo), Edizioni Arcoiris, 2016.</p>
<p align="justify">Il libro sostiene la causa della scuola normale rurale di Ayotzinapa, storica fucina di cambiamento in Messico, appoggia le famiglie e tutti i membri della scuola e comunità e pertanto il ricavato sarà devoluto all’<em>Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos”</em> di Ayotzinapa.]</p>
<p align="justify"><strong>I 43 SONO FIGLI DI TUTTO IL MESSICO E I POETI LO SANNO</strong></p>
<p align="center">di Francesca Gargallo</p>
<p align="justify"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-66183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/43-poeti-per-ayotzinapa-copertina-214x300.jpg" alt="43-poeti-per-ayotzinapa-copertina" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/43-poeti-per-ayotzinapa-copertina-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/43-poeti-per-ayotzinapa-copertina.jpg 686w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />43 poeti per scacciare la morte, per dar sfogo a una indignazione vitale. La poesia come una affermazione, sono qui, sono con te, sono per tutti. Dove tutti significa molte persone, tutte le vive, tutte le sparite, tutte le torturate, tutte le assassinate di questo Messico contemporaneo, immerso in una guerra contro i poveri, contro chi si sente sicuro di fare il proprio dovere, contro chi vuole essere libero. Molte di più dei 43 studenti desaparecidos dall’esercito, la polizia e i narcotrafficanti ad Iguala la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Però quei 43 ragazzi risvegliano la poesia: sono stati trasformati dal desiderio popolare di mettere fine alla violenza di stato e della delinquenza (nessuno sa dove finisce una e comincia l’altra) in semi di speranza.</p>
<p align="justify">La notte d’Iguala: cinque autobus di seconda classe che portano a casa o in città dei bambini che vengono dalla scuola, dal campo di calcio e raccontano tra sé cose da bambini. Così come stanno zitte le vecchiette, dormicchiano gli uomini e cinguettano le mamme. Iguala è una città pericolosa, spariscono molte persone, le fosse clandestine aperte nei dintorni hanno rivelato centinaia di corpi. Le mamme, i papà si stringono ai loro bambini. Ma sanno anche rilassarsi quando è il momento. Sui cinque autobus salgono gli studenti di Ayotzinapa che vogliono essere portati a Città del Messico per andare a una manifestazione che ricorda un massacro di molto tempo fa, quello degli studenti del 1968 a Tlatelolco, un 2 ottobre che non si scorda.</p>
<p align="justify">Una storia comune, molte volte ripetuta quella degli studenti che fanno caciara ed esigono un trasporto popolare. Sono belli, scuri, giovani e si siedono sugli autobus dove c’è spazio, un po’ qui, un po’ lì, senza pagare. Le persone di Iguala non hanno paura degli studenti, gli sorridono. Però per un motivo che non si capisce, che stupisce, quella notte no, gli studenti non sono ammessi. Droga nascosta nella carrozzeria di un autobus, ripicca del sindaco che non sa tenerli a bada, ordine di repressione per lanciare un messaggio di timore a tutti i docenti messicani? La polizia, l’esercito forse, magari già anche i narcotrafficanti mitragliano gli autobus, uccidono persone, le sparpagliano nei campi dove è calata la notte, dove si ha paura, dove ci si chiama con la voce fioca.</p>
<p align="justify">Poi molti ragazzi, 43 ragazzi della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, una storica fucina di maestri ribelli alla povertà e all’ignoranza, una eccellente scuola, in cui studiarono anche Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, fondatori dei movimenti guerriglieri degli anni ‘70 nello stato di Guerrero, nel sud ovest del Messico, vengono fatti salire su pattuglie e camioncini e spariscono nel nulla dopo aver passato la notte tra fughe, ospedali e caserme.</p>
<p align="justify">Da allora i 43 sono figli di tutto il Messico. Sono un simbolo. Producono 43 modi di resistere contro i sequestri, le bugie della polizia e l’impunità degli agenti di stato associati ai delinquenti. Producono madri e padri che da due anni non smettono di cercarli, insieme alla pace per il Messico, che solo può nascere dalla verità sui fatti di sangue. Producono 43 forme di essere studenti, giovani, costruttori. 43 calci, pugni, graffi all’impunità e alla cultura della sopravvivenza a qualsiasi prezzo, pure quello del silenzio e l’umiliazione.</p>
<p align="justify">E riuniscono anche 43 voci di poeti che ripensano la morte, il territorio della morte, la cultura che normalizza la morte dell’altro e non vuole pensare la sua. Maya, bianchi, mestizos, zapotechi, mixtechi, latinoamericani, spagnoli, donne e uomini, fanno della tragedia storica un mormorio che sale e scende ed esige d’essere ascoltato. Come lo fa Briseida Cuevas Cob in “Mese Xuul”, i poeti ricordano che la morte arriva dai quattro punti cardinali, però che oggi l’odore dei morti giunge non si sa da dove perché ha cancellato le sue orme. Incalza la poeta maya: “Mentre sopporti le burle del potere / sfogli il fior di morto; / Interroghi ogni petalo marcito: / Vivono…? Non vivono…? / E a ogni do- manda senza risposta si sfoglia la tua anima.”</p>
<p align="justify">Il 2 novembre 2014, notte dei fedeli defunti, notte dei morti com’è conosciuta in Messico, la poesia “Ayotzinapa” di David Huerta, letta a Oaxaca nel patio del museo di arte contemporanea, il MACO, dove era stata incisa sul muro, fu la prima voce di conforto, di condoglianze del Messico con se stesso: il poeta ha in- nalzato il grido del Paese delle fosse clandestine, degli strilli, dei bambini in fiamme, delle donne martoriate.</p>
<p align="justify">“Ayotzinapa” ha ricordato ai turisti che si trovavano in un Paese che è alla ricerca, oltre che dei 43 ragazzi della scuola normale, anche di altre 30.000 persone sparite nel nulla. Che è alla ricerca di pace per i suoi oltre 150mila morti ammazzati violentemente e di giustizia per le madri delle ragazze che escono di casa per andare a lavorare, lasciando nella loro stanza i quaderni della scuola serale e temendo di non potervi fare ritorno, e per i bambini nati dai parti delle adolescenti, sogni di dolci fidanzati inesistenti.</p>
<p align="justify">“Ayotzinapa” sul muro del patio del museo, circondata dai lumicini che brillano nel buio della notte dei morti, ricordava a signore e signori una realtà: il Messico è un Paese che prima della guerra alle droghe, quella falsa guerra che serve per sottrarre alla vista la militarizzazione e la guerra contro i popoli, corollario dei piani d’espansione del commercio globale come il Plan Puebla-Panamá o il Transpacifico, si conosceva, conosceva se stesso, la sua storia ed esistenza, ma oggi ha gli occhi riarsi dal fumo, si sente perso, si sforza per tendere una mano alle persone morte e sparite.</p>
<p align="justify">Il Paese degli ahoritas, degli “adesso, dei subito” che non arrivano mai, come ha definito i messicani il poeta spagnolo Antonio Orihuela, non ne può più di vivere soffocato da Vergini di Guadalupe, sfruttamento dei corpi e del lavoro, dai morti e dalle mafie. Non ne può più di essere complessivamente quell’alienato martire del progresso descritto da David Hernández Rivera. Non vuole più essere il corpo scelto dall’anofele che ti gira intorno per irrompere nei tuoi sogni descritto da Héctor Iván González.</p>
<p align="justify">Irma Pineda sa che il Messico non vuole essere mai più la domanda di una donna a sua madre su come vivere quando l’esercito sequestra suo marito. La poeta zapoteca vuole decifrare la speranza negli occhi del firmamento di ognuna delle figlie del Messico, vuole sapere dove vanno a finire i fiori strappati alla terra che sostiene le loro radici. La poesia è come i corpi, cammina, perfino vola, ma non può essere sradicata. È fluida come le identità contemporanee, ma si sofferma, medita, consente la vita perché, come dice Javier Castellanos, anche lui zapoteca, è sempre più di quello che è: è la colonna poetica dei non dominanti che desidera lo spagnolo Jesus Lizano, è il bambino maestro del maya Jorge Cocom Pech, è il miglior raccolto di una terra, come sottolinea Juan Campoy.</p>
<p align="justify">La particolarissima narrativa in loco dello scrittore Tryno Maldonado, che da novembre del 2014 è andato a vivere a Ayotzinapa per spartire significati con madri, padri, mogli, figli, fratelli minori e sorelle maggiori dei 43 studenti di Ayotzinapa, ci permette di vedere con i loro occhi i volti e toccare con le loro mani i sogni e i progetti dei ragazzi, che si preparavano per diventare maestri rurali, agenti dei sogni delle bambine e dei bambini dei popoli che com- pongono il Messico incarnato nel mais, i fagioli, le zucche e il lavoro collettivo. E questa vicinanza si riscontra con la poesia della spagnola Katy Parra che vuole ripetere i loro nomi per esigere la loro vita, qui e adesso. Tra “Ayotzinapa. El rostro de los desaparecidos” di Tryno -un racconto che fa leva sulla cultura contro la violenza ed è una testimonianza intima e multifocale dei fatti della notte di Iguala- e “La canzone dei desaparecidos” di Katy, i nomi compongono i volti e creano un vincolo di solidarietà di ferro tra i ragazzi e i lettori.</p>
<p align="justify">Il Messico che attende notizie sui 43 studenti spariti è anche il Messico de Las Patronas, le donne di Veracruz che da anni preparano da mangiare per porgerlo alle persone migranti che viaggiano su La Bestia, il treno che va dalla frontiera sud con Guatemala alla frontiera nord con gli Stati Uniti. È il Messico delle carovane per la pace. Quello in cui, dal 2010, ogni 10 maggio marciano per le strade delle principali città le madri che non hanno nessuno che le festeggi in casa propria: le madri delle ragazze e dei ragazzi spariti nel nulla. Come María Herrera, che cerca quattro figli, un nipote e un genero. Perché? Forse perché vivevano nel posto sbagliato, in quel Michoacán che in altri tempi era un bosco rigoglioso e felice.</p>
<p align="justify">Marciano le camminatrici delle polverose strade del Messico del nord, le promotrici della Fundec e la Fundel, le fondazioni “nuestros desaparecidos de regreso a casa” (i nostri desaparecidos di ritor- no a casa) che agiscono tra Coahuila e Nuevo León. Il corteo si ripete ogni 10 maggio, giorno della mamacita (“mammina”) messicana, la madre dea della casa, la madre esaltata un giorno all’anno. Si tratta di una ricorrenza voluta nel 1922 da un supermercato e dal direttore del quotidiano Excélsior, influenzato dal ministro dell’istruzione José Vasconcelos, per festeggiare “la madre messicana” e vendere i prodotti necessari a svolgere i “doveri di genere” e porre un freno al nascente movimento femminista che aveva realizzato due incontri nazionali nel 1916 nello Yucatán.</p>
<p align="justify">Molte madri di desaparecidos temono oggi che i 43 studenti di Ayotzinapa opachino con la loro tragica luce la realtà di un Paese che affonda nella più brutale violenza. Anche le madri delle “morte di Ciudad Juárez”, le vittime dei femminicidi che hanno richiamato l’attenzione mondiale sulla violenza in Messico già dal 1993, paventano il pericolo che lo sguardo puntato solo su 43 persone, tra le migliaia di sequestrati, spariti e ammazzati, faccia perdere di vista il quadro generale di violazioni ai diritti umani e di continue omissioni della polizia nei confronti delle denunce, sporte ma mai seguite, relative ad altri migliaia di casi. Per questo il gruppo di scultori che ha forgiato l’anti-monumento detto “+43” in tre pezzi, collocati durante un’azione artistica collettiva e clandestina il 26 aprile 2015 all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucareli, in pieno centro di Città del Messico, hanno insistito nel dare importanza proprio alla prima delle tre parti dell’anti-monumento, cioè a quel “+” alto tre metri di ferro rosso, che sta a rappresentare l’esigenza del ritrovamento in vita dei 43 ragazzi e anche di tutte le altre persone sparite.</p>
<p align="justify">Ma i poeti lo sanno: il lutto s’estende a tutto il Messico e la poe- sia non è una struttura innocente, come ben dice Marc Delcan, perché parlare del mondo è una forma di proporre un mondo senza false verità, senza principesse stolide né poliziotti malfattori. Se, come scrive e canta Lorenzo Hernández Ocampo nel suo dolce idioma mixteco, non riposerà il suo canto di pioggia, si moltiplicheranno i simboli che fanno ballare le nuvole, si moltiplicheranno i suoni mitici fino a far riapparire le figlie e i figli dell’acqua. Figli della pioggia: tutte le persone che spariscono in Messico e nel mondo perché è più facile non dire quello che è necessario ricordare sempre. La poesia ha deciso di non tacere. Ne va della sua vita.</p>
<p align="justify">FRANCESCA GARGALLO</p>
<p align="justify">Città del Messico, 2016</p>
<div id="sdendnote1">
<p><a href="https://word2cleanhtml.com/s/editor-content.html#sdendnote1anc" name="sdendnote1sym"></a>Anteprima della postfazione del libro “43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi <em>desaparecidos</em>.” (a cura di Lucia Cupertino), Arcoiris, Salerno, 2016.</p>
<p align="right"><strong><br />
</strong> <strong>Juan Campoy</strong></p>
<p align="right">_____________</p>
<p align="right">Spagna</p>
<p align="center"><strong>AYOTZINAPA</strong></p>
<p>Erano il miglior raccolto del Paese,</p>
<p>una generazione</p>
<p>di pensatori liberi,</p>
<p>la speranza di un popolo.</p>
<p>Ma il potere appesta</p>
<p>e va marcendo</p>
<p>fino a servire d’adorno</p>
<p>negli uffici.</p>
<p>Tutto ciò che poteva essere orizzonte,</p>
<p>un cielo libero fecondato di vita,</p>
<p>non era nient’altro che una pagina</p>
<p>archiviata in uno scantinato buio.</p>
<p>43 voci con faccia e nome</p>
<p>disposti ad essere concime nel campo,</p>
<p>viveri sul tavolo dei poveri,</p>
<p>vaccino miracoloso</p>
<p>contro la febbre nera del lebbroso,</p>
<p>43 poesie</p>
<p>contro la longitudine vertiginosa</p>
<p>di una sferza o di una sciabola.</p>
<p>Erano il miglior raccolto del Paese,</p>
<p>però hanno lasciato solo equazioni</p>
<p>irrisolte,</p>
<p>verbi e aggettivi contro l’inverno</p>
<p>e il suo bacio mortale,</p>
<p>così riga dopo riga</p>
<p>hanno scagliato metafore</p>
<p>contro l’iniquità</p>
<p>insopportabile dei genocidi.</p>
<p>Forse li colsero distratti,</p>
<p>o forse avevano troppa fiducia</p>
<p>nei pilastri basilari della loro fede.</p>
<p>Spaccati in pronomi,</p>
<p>il campo è rimasto seminato di ossa.</p>
<p align="right"><strong>Juan Campoy</strong></p>
<p align="right">_____________</p>
<p align="right">España</p>
<p align="center"><strong>AYOTZINAPA</strong></p>
<p>Eran la mejor cosecha del país,</p>
<p>una generación</p>
<p>de pensadores libres,</p>
<p>la esperanza de un pueblo.</p>
<p>Pero el poder apesta</p>
<p>y va pudriéndose</p>
<p>hasta servir de adorno</p>
<p>en los despachos.</p>
<p>Todo lo que pudo ser horizonte,</p>
<p>un cielo libre preñado de vida,</p>
<p>no era más que una página</p>
<p>archivada en un sótano oscuro.</p>
<p>43 voces con rostro y nombre</p>
<p>dispuestos a ser abono en el campo,</p>
<p>víveres en la mesa de los pobres,</p>
<p>vacuna milagrosa</p>
<p>contra la fiebre negra del leproso,</p>
<p>43 poemas</p>
<p>contra la longitud vertiginosa</p>
<p>de un látigo o de un sable.</p>
<p>Eran la mejor cosecha del país,</p>
<p>pero sólo dejaron ecuaciones</p>
<p>sin resolver,</p>
<p>verbos y adjetivos contra el invierno</p>
<p>y su beso mortal,</p>
<p>que renglón a renglón</p>
<p>dispararon metáforas</p>
<p>contra la iniquidad</p>
<p>insoportable de los genocidas.</p>
<p>Quizás los eligieron distraídos,</p>
<p>o porque confiaron demasiado</p>
<p>en los pilares básicos de su fe.</p>
<p>Partidos en pronombres,</p>
<p>el campo quedó sembrado de huesos.</p>
<p>Traduzione di Lucia Cupertino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove trovare il libro: <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=248&amp;controller=product">www.edizioniarcoiris.it </a></p>
<p>Leggere altre poesie dal libro: <a href="http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/">http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/ </a></p>
<p>La prefazione al libro di Fabrizio Lorusso: <a href="https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/">https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/ </a></p>
</div>
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