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The clutch – canestri e razzismo sotto pressione (2/4)

di Riccardo Valsecchi – @inoutwards

[parte 2 di 4 – leggi la parte 1]

  1. ZEKE THE FREAK

Quando nell’estate del 1979 il mitico Bobby Knight, dalla cui corte Bird era fuggito qualche anno prima, si presenta a casa Thomas, mamma Mary non sta più nella pelle. Da settimane riceve decine di lettere anonime che accusano Knight di picchiare i suoi giocatori. Accuse verosimili, che venti anni dopo indurranno il rettore dell’Università dell’Indiana a bandire dal campus uno degli allenatori più vincenti della storia della pallacanestro universitaria. Black Pride? Orgoglio nero? Mettetevi nei panni di mamma Mary. L’unico uomo, Fred Hampton, che le aveva dato una speranza di cambiamento, era stato ucciso dal governo. I figli più grandi sono ormai proprietà delle gang; chi spaccia, chi si fa di eroina, chi sta in carcere. Quel bianco, Bobby Knight, rappresenta la sola possibilità di salvezza per il più piccolo dei suoi figli. L’unica clausola che mamma Mary pone è che Isiah debba avere una borsa per studiare legge. Se dovesse fallire nello sport, con una laurea in legge potrà aiutare almeno la sua gente. È una giornata drammatica. Lord Henry, Gregory e Larry, i maggiori dei sette maschi Thomas, circondano Knight appena mette piede in casa, lo insultano. Ci vuole tutto l’amore di mamma Mary per evitare che se ne vada immediatamente. Ed anche la consapevolezza di Knight che un talento come quello di Isiah non si butta via per un paio di offese provenienti dalla bocca di tre sbandati. Seguono due lunghi anni in cui il controverso coach si vendica del trattamento subito con parolacce, punizioni esemplari e minacce, ma ciò che non può fare è togliere Isiah dal campetto da basket. Il ragazzino sopporta tutto, lavora duro, più di chiunque altro. Da matricola è eletto giocatore dell’anno, l’anno successivo vince il torneo nazionale universitario ed il trofeo come miglior giocatore della competizione. Zeke, come lo chiamano i tifosi degli Hoosiers – così si definiscono i giocatori di basket dell’Indiana University -, ispirati dalla famosa canzone “Zeke The Freak” di Isaac Hayes, è pronto per la NBA. La stagione successiva viene selezionato dai Detroit Pistons e diventa a tutti gli effetti un giocatore professionista.

Non tutti sono convinti delle potenzialità del giovane playmaker. È alto solo 185 cm, la prestanza fisica non è certo la sua migliore caratteristica, chissà se l’abilità palla in mano e la velocità possano bastare a farlo sopravvivere in mezzo a questi giganteschi energumeni di due metri e passa! Basta una sola partita per sfatare ogni dubbio. Il 30 ottobre del 1981, data comunemente celebrata negli Stati Uniti come “the Devil’s Night”, la notte del diavolo, un giovanissimo demone con un sorriso da chierichetto fa il suo esordio nel basket professionistico: 31 punti ed 11 assist marcano la seconda prestazione di sempre per un debuttante.

Fin da quella notte del diavolo, è chiaro che Thomas non è Magic e Bird. Prima di tutto, i Detroit Pistons non sono i Lakers o i Celtics, le due franchigie più celebrate della lega: non hanno mai vinto nulla, vengono da un decennio catastrofico con una media di cambio allenatore ogni sei mesi. Magic e Bird sono inoltre speculari: entrambi oltre i due metri, sono i prototipi dei cestisti totali, capaci di giocare in ogni posizione. Al contrario, Thomas è un regista puro, un playmaker, un maestro nell’orchestrare il gioco della propria squadra, ma ha bisogno di compagni sotto canestro in grado di raccogliere rimbalzi e finalizzare i suoi brillanti passaggi. I Lakers, dalla loro, hanno, oltre a Magic, all stars quali Kareem Abdul Jabbar, Bob McAdoo – che qualche anno dopo approderà in Italia alla Tracer Milano -, Michael Cooper, James Worthy; i Celtics invece, oltre a Bird, esibiscono Danny Ainge, Kevin McHale, Robert Parish, Bill Walton, tutti giocatori – bianchi, ad eccezione di Parish – diventati leggendari negli anni a venire. Ad accogliere Isiah, a Detroit, c’è solo un anonimo bianco con la pancetta di nome Bill Laimbeer, più famoso per le risse in campo che per le qualità sportive. Bill ed Isiah diventano inseparabili. Mentre il primo forgia quel gioco aggressivo e cattivo che diventerà il marchio di fabbrica della squadra, il secondo si prende beffa degli avversari con una velocità d’esecuzione incredibile ed un ritmo forsennato: è l’embrione di quella squadra passata alla storia con l’etichetta di Bad Boys. Ma ci vorrà ancora qualche anno, e l’innesto di qualche altro talento, prima che la sola ombra di questi cattivi ragazzi faccia tremare gli avversari.

Isiah, le cui abilità ora sono fuori dubbio dopo avere trascinato la squadra, nella prima stagione, ad un totale di vittorie maggiore della somma delle due annate precedenti, è legato, sin dai tempi del college, da una profonda amicizia con Magic Johnson. Insieme con un altro giocatore esplosivo, Mark Aguirre, che si unirà ai Pistons di Thomas sul finire della decade, si fanno chiamare i “ghetto boys”. I tre trascorrono l’estate in tour con i leggendari Jackson Five, ammirano da dietro il palco il perfezionismo di Michael Jackson, si allenano insieme nel campetto che Magic ha fatto costruire nella sua nuova residenza di Bel Air. Tuttavia, pur essendo entrambi afro-americani, Magic è molto diverso da Isiah. Anche se non si possono definire agiati, i Johnson sono lavoratori impeccabili, non hanno mai fatto mancare il cibo o l’affetto ai propri figli. In più, Magic, sorriso largo, sguardo amabile, una sicurezza incredibile, ha il dono di trasformare tutto ciò che tocca in oro. Partita sei della serie finale 1980. Kareem Abdul Jabbar, allora il giocatore più forte dei Lakers e dell’intera lega – per molti, dell’intera storia del basket – è infortunato, non può giocare. La squadra si appresta a salire sull’aereo che li condurrà a Philadelphia per sfidare i Philadelphia 76ers di Doctor J, Julius Erving, che in quegli anni si contende con Kareem lo scettro del migliore. L’atmosfera è lugubre, è una sconfitta annunciata. La matricola Earvin è l’ultima a salire. Prende il posto di Kareem, lasciato vuoto in segno di reverenza. Si gira verso i compagni che lo fissano increduli dell’arroganza di questo ragazzino, sorriso smagliante: “Hey guys, never fear because Magic is here! – Hey ragazzi, nessuna paura, c’è qui Magic!” Risultato: Magic realizza 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assists; i Lakers vincono la partita ed il titolo, Magic è eletto miglior giocatore delle finali, per la prima ed unica volta assegnato ad una matricola.

Isiah non possiede lo stesso tipo di confidenza. La sua sicurezza è quella dell’acrobata sospeso su un filo tra due grattacieli: non credere di essere in grado di arrivare dall’altra parte significa morire. Certo, è un ragazzino prodigio, che i media descrivono come “innocente, diabolico, sarcastico e fuori di testa”, ma ciò che si porta dentro è la sofferenza e le frustrazioni che ha dovuto ignorare per guadagnarsi il rispetto. Velocità ed acrobazie palla in mano sono sempre stati gli unici ingredienti su cui poter contare per ovviare alla statura minuta ed alle botte degli avversari; perdere significa soccombere in mezzo alla violenza che da sempre lo circonda. Ma proprio per questo, quando approda nella NBA, lui, figlio di una Black Panther, prodotto dei ghetti, che ha conosciuto la fame ed il razzismo della società americana, rompe quell’equilibrio da favola instaurato dalla premiata ditta Magic-Bird. In Isiah Thomas, l’America rivede l’ombra della disparità sociale, della discriminazione istituzionale, dei soprusi della polizia, della segregazione che, 20 anni dopo la lotta per i diritti civili, ancora ghettizza ed affligge la comunità afro-americana. Una diseguaglianza che a Detroit, non sulle colline holliwoodiane che fanno da sfondo al Forum dove giocano i Los Angeles Lakers, non nella bianca e collegiale Boston, conoscono molto bene.

  1. IL PRIVILEGIO BIANCO

Tempo: una lunghissima estate del 1987. Luogo: periferia di Boston. Una donna, bianca, si trova seduta nel proprio studio. È assorta, di fronte una macchina da scrivere. I caratteri si susseguono uno dopo l’altro, l’esposizione è semplice ed efficace, sembra quasi incredibile che nessun bianco ci sia mai arrivato prima. Peggy McIntosh, questo è il nome della donna, è una ricercatrice presso il Wellesley Center for Women e si occupa di discriminazione di genere. Zoomiamo sulla pagina che pende dal rollo della macchina e leggiamo il titolo scritto a lettere maiuscole: “White Privilege: Unpacking the invisible Knapsack”. (Privilegio bianco: disfare il bagaglio invisibile.)

“Nello sforzo di raccogliere materiale di studio sulle donne, ho spesso notato la riluttanza dei maschi ad ammettere di godere di maggiori privilegi, anche quando sono in grado di ammettere che le donne siano spesso svantaggiate. Queste ritrattazioni, che appaiono nella forma di tabù, sono caratteristiche nei discorsi che riguardano i vantaggi che gli uomini ottengono dagli svantaggi delle donne. Lo stesso atteggiamento negazionista è il muro di protezione che evita che i privilegi dei maschi siano riconosciuti, attenuati, oppure, una volta per tutte, cessati. Ragionando su questo non riconosciuto privilegio maschile come fenomeno, ho realizzato che, dal momento che le gerarchie nella nostra società sono interconnesse, potrebbe esserci un fenomeno denominato privilegio bianco che viene similmente negato e protetto. In quanto persona bianca, ho realizzato di essere stata educata a considerare il razzismo come una qualche entità indefinita che pone altri in svantaggio, ma nessuno mi ha insegnato a vedere uno dei suoi aspetti corollari, il privilegio bianco, che pone me stessa in una posizione di vantaggio, di privilegio. Questo stesso atteggiamento negazionista è il muro di protezione che evita che i privilegi dei bianchi siano riconosciuti, attenuati, oppure, una volta per tutte, eliminati.”

La Stampa, 6 agosto 1967: “La rivolta n- di Detroit ha scosso più di ogni altra l’opinione americana, poiché Detroit era una città modello. Il sindaco Cavanagh era stato forse il più coraggioso amministratore d’America: grandi investimenti per la gente degli slum (bassifondi), molte scuole, una polizia moderata. La sua United Automobile Worker, a sua volta, aveva fatto in Detroit più che qualsiasi sindacato della storia americana per distribuire impieghi senza discriminazioni razziali. Detroit – si diceva – è la migliore città del mondo per la gente di colore.” Firmato, Alberto Ronchey, futuro ministro italiano per i beni culturali ed ambientali dal 1992 al 1994.

All’inizio del XX secolo la modesta città di Detroit si trasforma nella capitale mondiale dell’automobile. Qui stabiliscono i propri quartieri generali le “Big Three”: Ford, General Motors e Chryslers. La necessità di operai favorisce un incredibile flusso migratorio, soprattutto di afro-americani in fuga dagli Stati del Sud, dove ancora vige la segregazione razziale. Detroit passa da 285.000 abitanti nel censo del 1900 ad un milione e 600.000 del 1930. All’inizio degli anni Cinquanta, la città è considerata la mecca dell’economia americana. Non per gli afro-americani. Fin dall’inizio del flusso migratorio, la popolazione bianca fa scudo boicottando l’affitto o la vendita di case. Un sistema semplice ed antico: quando un afro-americano si presenta per vedere un appartamento, il prezzo triplica o quadruplica. Se riesce ad avere la casa, allora si comincia tirando i sassi alle finestre, poi si passa ai pestaggi per strada, e, se proprio non basta, gli si brucia la proprietà. A supportare la causa, il facoltoso Ku Klux Klan locale. Nonostante le difficoltà, la comunità afro-americana riesce a stringersi attorno ai quartieri di Black Bottom e Paradise Valley, dove sviluppa una vivace, variegata ed intraprendente vita sociale ed economica. Paradise Valley ospita alcuni dei più famosi night club del Paese; qui si esibiscono regolarmente Billie Holiday, Sam Cooke, Ella Fitzgerald, Duke Ellington e Count Basie. Ma non solo. La prosperità di questo piccolo miracolo afro-americano conta su ospedali, farmacie, studi professionali, scuole, alberghi di lusso famosi in tutto il mondo, come il Gotham Hotel, il primo hotel stellato gestito e dedicato a clientela afro-americana. In una piccola chiesa in fondo ad Hastings Street c’è poi un reverendo con una voce portentosa i cui sermoni, in un misto di recitativo e canto, accusano la discriminazione contro i neri da parte del potente sindacato automobilistico cittadino: si tratta del reverendo Clarence Franklin, e se avete la pazienza di aspettare la fine del sermone – tra quelli oggi raccolti in formato audio presso la Libreria del Congresso Americano -, potrete udire il gospel intonato dalla magnifica e sensuale voce di sua figlia, Aretha Franklin, la futura regina della soul music. Qui intorno, tra i tombini di Black Bottom, si dice che sia nato quel suono a metà tra gospel e pop che conquisterà le discoteche di tutto il mondo grazie ad una etichetta indipendente che ha sede in West Grand Boulevard, la Motown. Creata nel 1959 da un geniale produttore afro-americano, Berry Goddy, l’etichetta in pochi anni produce locali artisti quali Diana Ross, the Supremes, Stevie Wonder, the Temptations, Marvin Gaye, the Marvelettes, e molti altri ancora.

Mother, mother

There’s too many of you crying

Brother, brother, brother

There’s far too many of you dying

You know we’ve got to find a way

To bring some lovin’ here today, eh eh

(Madre, madre

Ci sono troppe di voi che piangono

Fratello, fratello, fratello,

Ci sono troppi di voi che muoiono

Sai che dobbiamo trovare il modo

Per portare un po di amore qui oggi…)

In un certo senso, Alberto Ronchey ha ragione. A vederla da fuori, da bianco, che non ha mai ragionato o fatto caso ai propri privilegi, la città doveva sembrare un’isola felice per gli afro-americani, o per lo meno per una sparuta parte di loro. Ma allora perché Rosa Parks, la leggendaria attivista che, con il suo boicottaggio degli autobus segregazionisti di Montgomery nel 1955, aveva dato il via alla stagione della lotta per i diritti civili, trasferitasi a Detroit nel 1957, descrive la città come l’ultimo avamposto del Sud ultra-razzista?

Alla fine degli anni ‘50, le Big Three sono in crisi: dopo decenni di dominio del settore, registrano per la prima volta una diminuzione di vendite a discapito dell’emergente industria automobilistica europea ed asiatica. Gli amministratori decidono di spostare la produzione nel Sud degli Stati Uniti, in Canada e Messico, di chiudere gli impianti nell’area urbana e di trasferirli in periferia. 150 mila persone perdono il posto di lavoro. Non è certo la popolazione bianca la più colpita: la percentuale di disoccupazione tra gli afro-americani sale al 15.9%, nel resto della popolazione si attesta intorno al 6%. Il sindaco Cavanagh ha, inoltre, un piano preciso per evitare la fuga della popolazione bianca dalla città: la giunta comunale ordina un’ispezione di Black Bottom e Paradise Valley, fa classificare l’area come degradata – “slums”, come li chiama Ronchey, per intenderci -, ed in virtù di un decreto governativo che permette la sostituzione di aree impoverite con progetti autostradali, procede alla demolizione dell’intera zona ed alla sostituzione con aree residenziali con entrate ed uscite preferenziali sull’autostrada che conduce direttamente ai 25 nuovi stabilimenti aperti in periferia. Alla fine del 1964, 2800 sono gli edifici spazzati via nei quartieri di Black Bottom e Paradise Valley. Uno dei primi è il Gotham, che viene chiuso dopo una retata della polizia. Parte restante dell’area viene trasformata nel moderno e facoltoso Lafayette Park Residence. I mutui per i nuovissimi appartamenti vengono assegnati in base alla classificazione del quartiere residenziale di provenienza: la comunità afro-americana, che aveva popolato queste strade fino a qualche giorno prima, viene quindi relegata in palazzine-ghetto, i famosi “projects”, a nord, lungo la 12esima strada.

  1. VIOLENZA AL CONTRARIO

È il 14 febbraio 1965 ed un uomo alto, con lo sguardo stanco, sale sul palco del Ford Auditorium. L’uomo è cresciuto non molto lontano da qui, a Lansing. Suo padre, Earl Little, è stato ucciso dai militanti della Black Legion, un gruppo suprematista bianco, quando aveva solo 6 anni. Quell’esperienza traumatica ha contribuito a renderlo l’uomo che è ora, e che il mondo intero conosce come Malcolm X. Indossa una giacca stropicciata: “Innanzitutto vorrei chiarire di essere molto felice di essere qui, questa sera, a Detroit.” Non si tratta di nostalgia. “Ieri sera mi trovavo in una casa, la mia casa, ad Harlem, New York, quando è stata fatta saltare con dell’esplosivo. Questa roba che indosso è l’unica che ho potuto tirare assieme prima di mettermi in salvo.”

Malcolm è appena tornato dall’Africa e dal Medio Oriente, dove ha conosciuto un mondo diverso da quello in cui è cresciuto: “In Asia, o nei Paesi Arabi, oppure in Africa, se trovate qualcuno che asserisce di essere bianco, tutto ciò che sta facendo è usare un aggettivo per descrivere qualche cosa che è accidentale, una caratteristica casuale; niente altro, è semplicemente bianco. Ma quando vi confrontate con l’uomo bianco qui in America, e vi rinfaccia di essere bianco, egli intende qualche cosa d’altro. Potete sentire il suono della sua voce: quando asserisce di essere bianco, intende dire che è il capo. (…) Ora, la stampa, in risposta alla nostra auto-difesa contro una società ed un governo che ci opprime, ci chiama razzisti e persone con un’attitudine alla “violenza al contrario.” Questo è il modo in cui si prendono gioco di voi. Vi fanno credere che se provate a fermare il Ku Klux Klan dal linciarvi, allora praticate una sorta di “violenza al contrario”. Pensateci bene: ho sentito parecchi di voi spappagallare ciò che l’uomo bianco vi ha detto. Vi ho sentito ripetere, “non voglio essere una sorta di Klux Klan al contrario.” Vedete, l’uomo bianco sta usando uno dei suoi trucchi su di voi. E, nel frattempo, senza che ve ne accorgiate, continua ad indossare la divisa del Ku Klux Klan ed a scorrazzare per la campagna spaventando i neri. Ora, io vi dico, è arrivato il momento per la gente nera di riunirsi ed organizzare quel tipo di azione, quella unità, che è necessaria per strappare il cappuccio bianco da questi individui! Solo così la smetteranno di spaventare la gente nera. Badate, è proprio questo quello che vi sto dicendo ora. Ma quando noi sosteniamo questi concetti, la stampa ci chiama “razzisti al contrario.”

Annotazione storica, questo è l’ultimo discorso pubblico di Malcolm X; 21 proiettili gli perforeranno il petto una settimana dopo, il 21 febbraio 1965, presso l’Audubon Ballroom di Harlem, New York.

La Stampa, 24-25 luglio 1967: “Una rivolta di n- di straordinaria violenza è scoppiata a Detroit (nel Michigan), la quinta città in ordine d’importanza qui negli Stati Uniti, con oltre due milioni di abitanti, di cui il 30% di colore. Incendi, devastazioni, saccheggi e violenze di ogni genere sono continuati fino a questa sera. (…) Poliziotti e soldati hanno arrestato più di milleduecento persone. La lotta più dura è quella contro i cecchini n- appostati sui tetti delle case. (…) Il governatore del Michigan George Romney ha telegrafato al presidente Johnson sollecitando l’invio di truppe federali.”

Annotate, “cecchini n-”, ne sentiremo parlare più avanti.

Non è ancora sorto il sole quando, la domenica mattina del 23 luglio 1967, in un locale sulla 12esima strada, si sta festeggiando il ritorno a casa di due reduci della guerra del Vietnam. La polizia irrompe ed arresta tutti gli 82 afro-americani presenti. Fuori dal locale montano le proteste. Quando i poliziotti cominciano a caricare gli arrestati sulle camionette, comincia a volare di tutto; lattine, sassi, sedie. Dall’altra parte della strada vengono incendiati due cassonetti. Le forze dell’ordine circondano il quartiere, ma alcuni residenti riescono a sfondare il blocco. Le proteste si espandono a macchia d’olio per tutta la città.

Il secondo giorno della rivolta, Isiah McKinnon, uno dei 40 afro-americani tra i 4000 poliziotti in servizio a Detroit, sta tornando a casa dopo 16 ore di pattugliamento per le strade. Ha ancora la divisa addosso. Lo ferma una pattuglia di colleghi bianchi: “Where are you going, n-? Dove stai andando, n-?” gli urla il collega. McKinnon fa vedere il distintivo, pensa ad uno scherzo. L’ufficiale gli punta la pistola in faccia, a denti stretti: “Questa notte morirai, n-!” Sta per premere il grilletto, McKinnon d’istinto si getta in macchina, aziona il motore d’accensione, sgomma via, mentre i “colleghi” gli sparano addosso. Appena arrivato a casa, chiama il proprio superiore, che lo esorta ad andare a letto, di dormirci sopra: nessun provvedimento verrà mai presa contro i responsabili.

Corriere d’Informazione (sussidiario del Corriere della Sera), 28 luglio 1967. “Difficilmente la rivolta si acquieterà con la fine dell’estate. Il “POTERE NERO”, secondo alcuni osservatori, sognerebbe una guerra civile, lunga e disperata, senza esclusione di colpi. I leaders dell’ESTREMISMO N-, che PREDICANO L’ODIO E LA CACCIA AL BIANCO, coverebbero un piano che prevede il crollo dell’economia e delle attività del “potere bianco”, e la creazione di una società di 22 milioni di N-, separata dal resto della nazione americana, anzi in lotta con essa.(…) L’opinione mondiale è profondamente turbata per gli eccessi che sconvolgono l’America e guarda ai giorni ed alle notti dell’ira di Detroit, di Chicago, di Nuova York, con la convinzione che il problema riguarda tutti coloro che si preoccupano per un avvenire ORDINATO e GIUSTO dell’umanità, di CONVIVENZA LEALE fra i popoli e le razze. Addolora che una prova tanto amara divida sanguinosamente una grande nazione come quella americana, che ha un così vivo e concreto sentimento della libertà.”

Nel distretto di Virginia Park, la sera del 25 luglio, alcuni poliziotti e militari sentono degli spari provenire dal vicino hotel Algeri, di proprietà dei due afro-americani Sam Gant e McUrant Pye. L’hotel si trova a due passi dall’allora quartiere della General Motors ed è spesso frequentato dall’esecutivo e dai clienti dell’azienda. I militari credono che si tratti di “CECCHINI N-”; circondano l’hotel, notano delle ombre ad una finestra. All’interno i pochi ospiti rimasti, dieci afro-americani e due donne bianche, rifugiati nell’hotel in attesa della fine delle proteste, stanno ascoltando della musica. Motown music, ovviamente. Larry Reed, 19 anni, e Roderick Davis, 21 anni, sono membri della leggendaria band The Dramatics, che proprio all’Algeri si è esibita qualche sera prima. Fred Temple, 18 anni, fa parte dell’entourage del gruppo.

“I wanna go outside in the rain

It may sound crazy

but I wanna go outside in the rain.

Once the rain starts fallin’

On my face

You won’t see

A single trace”

(Voglio uscire sotto la pioggia

Ti sembrerà stupido

Ma voglio uscire sotto la pioggia.

Quando la pioggia comincerà a cadere,

Sulla mia faccia,

Non vedrai più

Alcuna traccia.)

I militari sparano alla finestra, poi, in coordinamento con la polizia, fanno irruzione nell’albergo. Carl Cooper, 17 anni, è freddato sul colpo. Legittima difesa. Il resto degli occupanti viene radunato al primo piano, messo in fila e preso a calci e pugni, a turno, da ogni militare e poliziotto presente. Alle due donne bianche, Juli Hysell e Karen Malloy, 18 anni, vengono strappati i vestiti di dosso ed apostrofate come “niggers lovers, amanti di n-.” Ai prigionieri maschi viene ordinato di mettersi in ginocchio, un coltello è appoggiato sul pavimento di fronte e vengono indotti ad afferrarlo, così possono essere uccisi per legittima difesa. Non è ben chiaro ciò che avviene poi. Aubrey Pollard, 19 anni, viene portato nella camera A-3 ed ucciso dall’agente Rodney August. Legittima Difesa. Stessa sorte per Fred Temple, ucciso dall’agente Robert Paille. Legittima difesa. I prigionieri rimasti vengono liberati con la promessa che se faranno ritorno verranno freddati con un proiettile in testa. Poi anche gli ufficiali se ne vanno, senza fare alcun rapporto sull’accaduto. I cadaveri vengono scoperti due giorni dopo per caso.

Il 28 luglio la rivolta è sedata: il conto è di 43 morti, di cui 33 afro-americani, 7000 persone arrestate, 1000 edifici bruciati.

[parte 2 di 4 – segue – leggi la parte 1]

immagine via Wikimedia Commons

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