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The clutch – canestri e razzismo sotto pressione (3/4)

di Riccardo Valsecchi – @inoutwards

[parte 3 di 4 – leggi la parte 1parte 2]

  1. RAZZISMO AL CONTRARIO

Boston, Massachusetts. 29 maggio 1987. La partita tra i Celtics ed i Pistons è finita, hanno vinto i primi: 117 a 114 il risultato finale. Ancora una volta, la terza negli ultimi quattro anni, la finalissima sarà tra Boston e Los Angeles. Ancora una volta, Magic contro Bird.

Nell’ultima gara contro Detroit, Larry è stato protagonista di un incredibile prestazione: 37 punti, 9 assists, 9 rimbalzi. Negli spogliatoi un giornalista dello sconosciuto quotidiano Orlando Sentinel si avvicina alla matricola dei Pistons Dennis Rodman. Non è ancora il Dennis Rodman devastante degli anni Novanta che vincerà tre titoli con i Chicago Bulls, neppure l’iconica star che farà parlare di sé per la relazione con la cantante Madonna, per le sfilate travestito da donna, per l’amicizia con il dittatore nord-coreano Kim Jong-un e per gli eccessi alcolici. In questo 29 maggio 1987, è semplicemente un ragazzone timido, introverso, con le orecchie a sventola, cresciuto nel ghetto di Newark, New Jersey, arrivato nella NBA come gregario e, per la prima volta nella sua vita, si sente parte di una famiglia dove nessuno lo giudica o prende in giro per essere nato povero e nero: i Pistons. Il cronista gli chiede un giudizio sulla prestazione di Bird: “Non è Dio,” risponde Dennis. “È bianco, altrimenti non avrebbe ricevuto il trofeo come miglior giocatore della Lega la stagione scorsa. Quel trofeo lo meritava Magic.”

Il giornalista va poi da Isiah che, in quanto star della franchigia, è circondato dai reporter dei maggiori quotidiani nazionali ed esteri. A brucia pelo aziona il tasto play del registratore, la dichiarazione di Dennis scorre dai nastri magnetici all’etere misto di sudore e tristezza che circola nello spogliatoio. Isiah sorride amaramente, ha appena perso la partita della vita, ci sta che sia affranto: “Io penso che Larry sia un ottimo, incredibile giocatore di basket,” risponde Thomas. “Un eccezionale talento, ma devo dare ragione a Rodman. Se Bird fosse stato nero, sarebbe stato semplicemente un buon giocatore come tanti altri.” Apriti cielo. Il mondo del basket, quel globo costruito attorno al mito della competizione “politically correct” tra Magic e Bird, tra nero e bianco, implode come un pallone bucato sulla testa della star di Chicago. L’accusa è di “reverse racism”, razzismo inverso.

I giorni successivi alla sconfitta sono surreali per Isiah. Viene invitato ad una conferenza a due con Bird, a Los Angeles, prima della partita che i Celtics si preparano ad affrontare contro i Lakers per l’assegnazione del titolo NBA. L’evento viene trasmesso in diretta. Da una parte c’è un Bird scocciato di dover interrompere la preparazione per questa pagliacciata mediatica; dall’altra Thomas è visibilmente scosso, con gli occhi lucidi. L’intervista che ha rilasciato un paio di giorni prima al giornalista del New York Times Ira Berkow non ha certo placato le polemiche: “Quando Bird fa una grande giocata, è dovuta alla sua intelligenza ed alla sua etica lavorativa. È tutto strategicamente pensato e rifinito da lui stesso. Non è la stessa cosa per un giocatore nero. Tutto quello che facciamo è correre e saltare. Non ci esercitiamo, non riflettiamo mai su come giochiamo. È come se io stesso fossi uscito dribblando dal grembo di mia madre. Sono commenti che si sentono in televisione, si leggono sui giornali. (…) Magic, Michael Jordan, me stesso, per esempio, sembra che giochiamo solo grazie al talento conferitoci da Dio, come se fossimo animali, leoni e tigri, che corrono selvaggi nella giungla, mentre il successo di Larry è dovuto all’intelligenza e al duro lavoro. I neri hanno combattuto questi stereotipi per così tanto tempo, ma esistono ancora, indipendentemente dal fatto che la gente voglia crederci o meno.”

Il punto di vista di Bird sulle dichiarazioni di Thomas è chiaro: “Se quello che ha detto Isiah non offende me, non capisco in che modo possa offendere voi.” Punto, discussione chiusa.

Per Isiah la condanna è già stata sentenziata. Come ad un criminale sul banco degli imputati, gli viene fatto ascoltare ancora una volta il nastro della registrazione. Le telecamere inquadrano le mani, gli occhi, primo piano a 45 gradi laterale sul viso, ne trasformano la passionalità e sincerità delle parole in una caricatura emotiva: “Sabato scorso è stato il giorno peggiore della mia vita. Ho perso la partita, sono stato accusato di essere razzista, ed ora sono il cattivo ragazzo – bad guy, bad boy! (…).”

Prende coraggio: “In questi giorni ho dato un’occhiata alla definizione di razzismo. Ha avuto qualcuno di voi la premura di farlo? Vi assicuro che è una brutta parola, sarebbe meglio non usarla a sproposito.”

  1. bis LA SEMIOSI INVERSA

“Noi tutti siamo impegnati in una società nel quale gli uomini e le donne devono avere eguali opportunità per avere successo, e proprio per questo motivo ci opponiamo alle quote razziali. Noi aspiriamo ad una società senza colori, una società che, nelle parole del Dr. Martin Luther King, giudica le persone non in base al colore della loro pelle, ma in base al contenuto della loro personalità.”

Ronald Reagan. 19 gennaio 1986, trasmissione radiofonica.

RISPOSTA: “Signor Presidente, la disoccupazione tra i neri adulti si attesta al 15.6%, mentre nel 1978 era al 12.3%. Il reddito medio di una famiglia afro-americana ammonta al 56% di una famiglia bianca. Presidente, la realtà è sotto gli occhi di tutti: 32% delle famiglie afro-americane sopravvivevano sotto la soglia della povertà nel 1980; oggi parliamo del 42%. Con quale coraggio può sostenere che questo vago concetto di “società senza colori” sia la migliore garanzia per una società priva di razzismo?”

William H. Gray, delegato al congresso per la Pennsylvania. 20 gennaio 1986.

Che cosa è il razzismo inverso? Per logica, se accettiamo la consueta definizione nell’enciclopedia anglosassone come “discriminazione diretta contro un membro di un gruppo etnico dominante o privilegiato,” o la fuorviante traslitterazione della voce inglese su Wikipedia Italia in “razzismo contro i bianchi”, si tratta di un ossimoro senza senso. Se il razzismo è l’abuso sistemico e sistematico di un potere o privilegio basato su principi etnici, si può parlare di pregiudizio, avversione, ma non certo di razzismo quando la “vittima” appartiene allo stesso gruppo dominante.

In effetti, il termine “razzismo inverso”, che appare negli Stati Uniti per la prima volta nel dibattito pubblico in quel 1865 che sancisce la fine della guerra civile e la formale, quanto fittizia, abolizione della schiavitù, si basa su un contorto assioma: che il contrario del razzismo non sia la sua assenza, una società libera da ogni forma di discriminazione, piuttosto una nuova forma di esso che ribalta la storia e, come nello stile delle più fantasiose teorie complottiste, trasforma i colpevoli in vittime, e viceversa. Ma, ancora più interessante, l’accusa di “razzismo inverso” manifesta una marcata negazione dell’esistenza del razzismo come manifestazione storica e dato di fatto, trasformandone la sua natura in pura rappresentazione retorica, una figura semantica che non esiste al di là del linguaggio politico: ma è la politica uno strumento atto a regolare la realtà in cui viviamo oppure un burlesco strumento di camouflage retorico?

10 anni prima di Larry Bird, i Celtics si chiamavano Bill Russell. Nel basket, nessuno aveva ed ha mai vinto tanto quanto Bill. Undici dei diciassette stendardi che oggi, anno 2020, pendono dal soffitto della nuova arena dove gioca la franchigia, portano il suo nome. Otto di questi arrivano di fila, dal 1959 al 1966, stabilendo la più lunga serie di titoli consecutivi nella storia degli sport professionisti americani. Nonostante i suoi due metri e otto di muscoli, Russ – così lo chiamano i compagni – non si distingue per prestanza fisica tra i giganti della National Basketball Association; non è neppure un’incredibile macchina da canestri, come il suo acerrimo rivale Wilt Chamberlain, che arriva addirittura a segnare 50.4 punti di media nella stagione 1961-1962. Eppure, grazie ad un’intelligenza e leadership fuori dal comune, Russ è considerato il giocatore più influente della storia del basket. L’abilità difensiva, la visione di gioco, l’introduzione della stoppata come arma di difesa e contrattacco, la rivoluzione del ruolo del pivot, il quale diventa, a suon di rimbalzi e schiacciate, il perno tattico attorno a cui si muovono gli altri giocatori, gettano le premesse per quello spettacolare gioco oggi emulato dai ragazzini e le ragazzine di tutto il mondo. Solo un paio di note fanno arricciare le ciglia anche dei più fedeli tifosi dei Celtics: Bill Russell è black, un nero. Per giunta, un nero che crede di poter cambiare il mondo, di poter sconfiggere il razzismo.

Corre l’anno 1964, che negli annali di storia anti-razzista verrà ricordato per l’assegnazione del nobel per la pace al reverendo Martin Luther King e la ratificazione del Civil Rights Act, ovvero il documento che sancisce l’abolizione della segregazione nelle scuole, negli uffici pubblici, sul posto di lavoro e nella liste elettorali. Boston, nonostante la fama di città liberale, roccaforte di quei Kennedy che hanno fatto dell’appoggio al movimento dei diritti civili il proprio baluardo politico, non è immune dal fenomeno segregazionista. Uno studio rivela che agli studenti afro-americani è consentito frequentare esclusivamente istituti nei quartieri black di South End, Roxbury e Donchester. Nel marzo dello stesso anno il reverendo James Bevel, braccio destro di Martin Luther King, guida una marcia di protesta da Roxbury allo storico parco di Boston Common, nel centro della città. Tra i 10 mila manifestanti, in prima fila, Russ ed il compagno di squadra K.C Jones. Nota a divenire: K.C. Jones sarà il futuro allenatore dei Celtics di Larry Bird dal 1983 al 1988.

“Non è necessario andare in Alabama per trovare la segregazione,” esclama dal palco il reverendo Bevel. “Basta uscire dalla porta di casa e camminare per le strade della vostra città.”

La folla applaude, Russ e K.C. si scambiano un’occhiata, poi, di scatto, si voltano a guardare i volti irritati dei giornalisti e poliziotti presenti. Un giovane assistente del Boston Globe chiede al suo principale che cosa abbiano detto. Quello bestemmia, poi sputa a terra: “Shut up kid, stai zitto ragazzino.” Come si permettono questi neri di infangare con l’ accusa di razzismo l’onore di queste coste dove approdarono i – bianchi – padri Pellegrini? Come possono offendere l’orgoglio della città in cui per primi un gruppo di patrioti – ancora bianchi – diedero il via alla rivoluzione contro la corona inglese? Con quale coraggio si azzardano a macchiare la nobiltà d’animo di questa società che diede i natali alla prima pubblicazione a stampa del romanzo abolizionista più famoso della storia moderna, “La capanna dello zio Tom” della scrittrice – ovviamente bianca – Harriett Beecher Stowe?

“Boston non è razzista”, sbotta una signora paffutella, con un cappellino fiorito, Mrs Louise Day Hicks, che, del Comitato Scolastico cittadino, è la presidentessa: “Al sud sono razzisti, lì esiste la segregazione, non a Boston.”

Il pensiero della Signora Hicks è basato, per così dire, su un trucchetto semantico: “Segregazione significa separare o dividere. Le scuole di Boston sono integrate, quindi non possono essere segregate.” Chiaro? Assolutamente no, ma nella contorta confusione tra significato e significante, Russel, originario di Monroe, Louisiana, profondo sud, non ci casca: non ha bisogno di nessuna elucubrazione retorica per riconoscere il razzismo e la segregazione. Si tratta di ferite che neppure lo status di super atleta osannato dalle folle hanno cancellato dalla sua vita. Il 17 ottobre 1961 i Celtics sono invitati ad una partita dimostrativa contro i Saint Louis Hawks a Lexington, Kentucky. Quando la squadra si presenta per la colazione presso la hall del Phoenix Hotel, il personale di servizio si rifiuta di servire i giocatori neri. Russel, Sam Jones e Satch Sanders, i tre giocatori afro-americani dei Celtics prendono il primo volo e ritornano a casa, organizzando il primo boicottaggio di una partita nella storia della NBA.

Casa… non proprio “home sweet home – casa dolce casa”, rimarca Bill. Ogni volta che i Celtics giocano in trasferta, la facciata dell’abitazione che la famiglia Russell ha affittato a Reading viene imbrattata con la scritta n-: “Una notte tornammo a casa dopo una vacanza di tre giorni,” rammenta Karen, la figlia di Russell, “e la trovammo in soqquadro.” I ladri non si erano limitati a rubare: “Avevano gettato a terra e distrutto i trofei di mio padre, versato birra sui divani e defecato nel letto dei miei genitori.”

L’abitazione diventa bersaglio quotidiano dei vandali, ma ogni volta è sempre la stessa storia: Bill chiama la polizia e le denunce finiscono nel dimenticatoio. Esasperato, decide di trasferirsi in un nuovo appartamento in un quartiere più sicuro. Il vicinato bianco puntualmente si oppone, protesta: non vogliono una famiglia afroamericana nei paraggi. Nulla di tutto questo appare nei quotidiani dell’epoca: sebbene si tratti dello sportivo più vincente – ed in quel 1964 più pagato – dello sport americano, un nero non ha il diritto di lamentarsi per qualche scritta offensiva sulle pareti di casa o per la merda lasciata in segno di disprezzo sopra il proprio letto nuziale.

Russ non molla: durante un post-partita negli spogliatoi del Garden, al giornalista George Sullivan dell’Herald Traveler che gli chiede come si trovi a Boston, risponde che “è la città più razzista degli Stati Uniti.”

Sullivan controbatte stizzito: “Non parlare in questo modo, potrei tirarci fuori un pezzo.”

Russ lo sfida: “Fallo, tanto non lo pubblicherà mai nessuno.”

Qualche settimana dopo Russ telefona al giornalista. Lo fa dal telefono negli spogliatoi, vuole che tutti gli altri giocatori lo sentano: “I am sorry Mr. Russell, mi dispiace Mr. Russell,” risponde Sullivan dall’altro capo della linea: “L’editore preferisce non pubblicare la storia.”

Russ ride, fragoroso, con un tono triste che perfora la traiettoria del suo eco: “I knew it, I told you, lo sapevo, te l’avevo detto…,” ripete fino a quando il suono della voce si affievolisce. Intorno, nello spogliatoio, nessuno osa dire nulla.

L’unico motivo che tiene Russell a Boston è un ebreo bianco, tarchiato, scontroso, e con un enorme Havana tra i denti. Con Russell quest’uomo, che tutti quanti chiamano Red, ha costruito la roccaforte Celtics su un semplicissimo concetto: lasciare fare a Bill ciò che vuole. Se è vero che le fortune di Arnold “Red” Auerbach si basano su un pacchetto di giocatori incredibili, dall’altra la sua gestione manageriale è visionaria: nel 1950 è il primo allenatore di una squadra professionista di basket a selezionare un giocatore afro-americano; nella stagione 1963-64 è anche il primo allenatore a schierare un quintetto di partenza di soli neri. E quando, alla fine della stagione 1966, Red decide di averne fin sopra i capelli di allenare, indovinate a chi decide di lasciare la panchina, nella doppia veste di giocatore ed allenatore? Ovviamente al pupillo Russell, che diventa il primo allenatore afro-americano della storia della NBA. È il 18 aprile del 1966 ed in una sala stampa gremita di giornalisti stizziti dal successo di questo atleta che non sa tacere di fronte alle ingiustizie razziali, una voce dal fondo lancia la domanda trabocchetto: “In quanto allenatore nero, pensi di essere in grado di mantenere parità di giudizio nei confronti dei tuoi giocatori bianchi?” L’accusa di razzismo inverso comincia a prendere forma.

La segregazione negli istituti educativi pubblici di Boston diventa uno scandalo di dominio nazionale nell’aprile del 1965, quando il nobel per la pace Martin Luther King giunge nella “città sulla collina” per partecipare ad una manifestazione pacifica. Il mese prima un nuovo studio ha rilevato che 55 scuole pubbliche nello stato del Massachusetts, di cui 44 in Boston, sono segregate. 90% degli studenti di colore continuano a frequentare istituti fatiscenti nei quartieri a maggioranza afro-americana. Quando i genitori tentano di iscriverli ad istituti più qualificati, le domande vengono rigettate. Il reverendo King conosce bene la gente che lo ascolta dal palco installato nel parco di Boston Common, tanto quanto il razzismo che tra i palazzi di questa metropoli si nasconde sotto una superficiale parvenza liberale: qui ha infatti studiato, nel triennio 1951-53, presso la Boston Universty, e a Roxbury, uno dei quartieri più segregati, è di casa. Alla locale Twelfth Baptist Church del reverendo Michael Haynes, fratello di Roy Haynes, mitico batterista di Charlie Parker, Martin Luther King ha cominciato il suo cammino pastorale, forgiando quell’inimitabile forza retorica che affonda le radici in un misto di gospel, predicazione, e rivendicazione di diritti umani.

“È stato proprio su queste sponde che la visione di una nuova nazione, concepita nel segno della libertà, è nata.” Piove sul capo dei 20 mila accorsi ad ascoltare il reverendo. “Ed è proprio da queste sponde che la libertà deve essere preservata.”

Ed è proprio da queste sponde,” ripete King, “che il cuore e le anime di ogni cittadino debbono preservare il mantenimento di quelle condizioni di giustizia e fratellanza necessarie per salvaguardare i figli del nostro Signore.”

Il tono sale: “Anche se abbiamo percorso un lungo tratto nella battaglia per trasformare i diritti civili e la fratellanza, il cammino è ancora lungo… non dobbiamo guardare troppo lontano per rendercene conto… basta aprire i giornali, accendere i televisori o volgere lo sguardo alla stessa società in cui viviamo… ci sono ancora così tanti problemi che dimostrano quanto siamo ancora lontani dall’aver raggiunto la terra promessa…”

Respira: “Ora è tempo di cessare la segregazione nelle scuole pubbliche. I nostri ragazzi e e le nostre ragazze devono poter crescere con delle prospettive. La segregazione debilita i segregati quanto coloro che segregano. È arrivato il momento, di mantenere le promessa della democrazia. È arrivato il momento, ora, di rendere questa fratellanza reale. È arrivato il momento, ora.”

La scossa data da King produce risultati. Nel giugno del 1965 il tribunale del Massachusetts passa il Racial Imbalacement Act, che non si limita a dichiarare illegale la segregazione nelle scuole, ma punisce gli istituti che non si conformano alle nuove direttive revocandone i fondi statali. Il Comitato Scolastico di Boston, guidato dalla cicciottella Louise Day Hicks, non ci sta. Louise, guanti bianchi ed un vestitino rosa che sembra uscito da un lungometraggio animato Disney, dichiara la legge antidemocratica, antiamericana, e chiama i loro promotori, “agitatori razziali.”

Il battibecco tra la Hicks e la National Association for the Advancement of Colored People, che continua a denunciare la mancata attuazione della legge, va avanti per un decennio. Quando Russell viene invitato dall’ NAACP a tenere un discorso ai diplomati della Black Junior High School a Roxbury, la Hicks è in mezzo al pubblico. Non le manca certo il coraggio. “Certi membri del consiglio comunale,” denuncia Russell dal palco, “ignorano gli interessi della comunità afro-americana, e ci si aspetta che noi non rispondiamo. Qui, a Roxbury, si cova un fuoco che il comitato scolastico si rifiuta di riconoscere, e questo fuoco che sta consumando Roxbury, finirà per consumare l’intera Boston.”

Il fuoco esplode nel 1974, nove anni dopo l’emanazione del Racial Imbalance Act. Il giudice Arthur Garrity scopre che esiste ancora un ricorrente pattern di discriminazione razziale ed impone un piano di ridistribuzione etnica nelle scuole di Boston. Il metodo adottato da Garrity è noto con il termine di “busing”: gli studenti vengono ridistribuiti nei vari istituti attraverso un sistema di bus. Per esempio, un’intera classe della predominantemente bianca South Boston High School viene ricollocata presso la Roxbury High School, e viceversa. La Hicks , in tutta risposta, crea il ROAR, Restore Our Alienated Rights (Restaurare i nostri diritti alienati), un movimento di protesta che fa del ribaltamento semantico la propria arma di punta: “I diritti civili dei neri hanno cancellato i nostri diritti civili di bianchi, ridateceli.”

È facile comprendere i motivi del successo della Hicks, che diventa l’eroina delle famiglie bianche del nord: imporre, per legge, che i bambini debbano frequentare determinate scuole, spesso lontane dall’abitazione, in una società che ha fatto della libertà individuale il principio fondatore, appare contraddittorio. La controversia permette alla Hicks di difendersi dalle accuse di razzismo di fronte alla platea bianca ed ai media che la sostengono, ma basterebbe un poco di innocente malizia per realizzare che se la legge deve imporre la convivenza tra studenti bianchi e neri, esiste un problema a priori che continua ad essere ignorato. Se poi la protesta contro il busing e la de-segregazione delle scuole si trasforma in sistematica violenza contro la comunità afro-americana, allora il razzismo non è un fenomeno poi così fittizio su queste sponde dell’Atlantico.

Il 25 settembre del 1974 lo studente Jean-Louis Andre Yvon fa appena tempo ad uscire dal bus che lo ha trasportato alla sua nuova scuola nel quartiere di South Boston, a predominanza irlandese ed italiana, quando un centinaio di adulti bianchi lo insegue e picchia brutalmente. A Roslindale High tre pullman che trasportano studenti afro-americani vengono bloccati dai residenti e costretti a ritornare indietro. Il primo ottobre una bomba molotov è lanciata alla finestra di Gladys Carnes, un afro americano che vive ad East Boston. All’inizio dell’anno scolastico 1974, il 50% degli studenti bianchi si rifiuta di presentarsi in classe. Una folla di circa trecento ragazzini bianchi attende i pullman dei coetanei neri fuori dalla South Boston High School: appena le vetture approcciano il parcheggio di fronte alla scuola, vengono prese a sassate.

Il clima è rovente, gli episodi violenti si susseguono senza sosta: all’inizio dell’anno scolastico 1975 i bus che conducono gli studenti neri continuano ad essere fermati, bersagliati da mattoni, mentre la folla si accanisce esibendo cartelli raffiguranti scimpanzé, sputando ai finestrini ed urlando ai bambini tra i 6 ed i 14 anni asserragliati dentro gli autobus, “go home n- , andata a casa, n-!” Un anonimo, in segno di protesta contro il senatore Kennedy, che sostiene l’iniziativa del giudice Garrity, lancia una molotov nella casa natale del presidente John Kennedy ed imbratta il marciapiede di fronte con la scritta “Bus Teddy”. Qualcuno suggerisce che dietro la violenza ci sia la mano della pericolosa mafia irlandese. La Hicks nega, si tratta solo di sporadici episodi dovuti al clima di esasperazione causato dalla legge anti-segregazione.

Il 5 aprile del 1976 la focosa Louise, che ora ha fatto carriera, e siede sulla poltrona della presidenza del consiglio municipale, invita un gruppo di giovani ragazzi della South Boston e Charleston High School. Li abbraccia uno per uno, commossa: “Come si può biasimare le proteste di queste innocenti vittime del razzismo inverso che mina i principi basilari della nostra amata democrazia?” Finito il cerimoniale, i giovanotti escono dall’edificio. Da lontano vedono un afroamericano che viene incontro di fretta. È un giovane avvocato, si chiama Theodore Landsmark, ed è semplicemente in ritardo. Di certo non è in cerca rogne, men che meno con questo gruppo di sconosciuti. Non il contrario. Un paio lo afferrano e buttano a terra. Un cazzotto gli spacca il setto nasale. Joseph Rakes, un teenager della South Boston High School, lo infilza, senza alcun motivo, con l’asta di una bandiera americana. La foto che ritrae l’istante, scattata da Stanley Forman del Boston Herald Tribute, è nota con il titolo di “The Soiling of the Old Glory”, il fango della vecchia gloria.

Onere non onorevole della cronaca: il fratello di Joseph Rakes, Stephen, risulterà poi essere associato al leggendario gangster James “Whitey” Bulger, che per trent’anni, tra i Settanta e la fine dei Novanta, controlla, nel doppio ruolo di criminale e collaboratore FBI, l’underground criminale di Boston. Le gesta di Whitey sono narrate nei film “Departed” di Michael Scorsese – con Jack Nicholson, Leonardo di Caprio, e Matt Damon -, e “Black Mass”, di Scott Cooper, con Johnny Depp. Quando infine catturato, nel 2011, dopo sedici anni di latitanza, Whitey confesserà di essere stato lui in persona a tirare la molotov nell’abitazione dei Kennedy.

Sebbene ridotto drasticamente nel 2013, il sistema di bus del giudice Garrity è tutt’oggi, anno 2020, ancora in servizio. La segregazione non è affatto scomparsa, ha semplicemente cambiato casa: le famiglie bianche si sono spostate fuori dall’area metropolitana in modo da evitare le zone soggette alla legge. E se nell’intero Stato del Massachusetts, di cui Boston è la capitale, il 60% degli studenti delle scuole pubbliche è bianco, nella “città sulla collina” l’81% è afro-americano, latino, o asiatico.

Come dire, il razzismo non esiste. O, per lo meno, l’importante è non nominarlo.

[parte 3 di 4 – segue Leggi tutte le 4 parti:

The clutch – canestri e razzismo sotto pressione (1/4)

The clutch – canestri e razzismo sotto pressione (2/4)

The clutch – canestri e razzismo sotto pressione (3/4)

The clutch – canestri e razzismo sotto pressione (4/4)

immagine via Wikimedia Commons

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